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DENUNCIA QUERELA BOLOGNA

Avvocato penalista Bologna esperto Redazione querela,  come scrivere una querela: contenuto e modalità per la redazione della querela. Differenza rispetto alla denuncia.

L’art. 366 c.p.p., pur avendo introdotto il riferimento «ad un fatto previsto dalla legge come reato», nulla ha innovato – come chiaramente risulta dalla relazione al progetto preliminare – relativamente al contenuto della querela. Deve, quindi escludersi che tale disposizione imponga al querelante un’indicazione e precisazione del fatto reato, nei suoi termini giuridici, così introducendo un onere che trasformerebbe l’istituto da semplice domanda a procedere, in contestazione (privata) dell’accusa.

L’art. 366 c.p.p., pur avendo introdotto il riferimento «ad un fatto previsto dalla legge come reato», nulla ha innovato – come chiaramente risulta dalla relazione al progetto preliminare – relativamente al contenuto della querela. Deve, quindi escludersi che tale disposizione imponga al querelante un’indicazione e precisazione del fatto reato, nei suoi termini giuridici, così introducendo un onere che trasformerebbe l’istituto da semplice domanda a procedere, in contestazione (privata) dell’accusa.

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In cosa si differenziano Denuncia e querela?

nel nostro ordinamento penale ci sono due categorie di reati, reati perseguibili d’ufficio e reati perseguibili a querela. I primi, come l’omicidio o i maltrattamenti contro familiari e conviventi, prevedono l’obbligo per l’Autorità Giudiziaria di esercitare l’azione penale non appena venga a conoscenza della notizia di reato. Il diritto di querela concerne unicamente il fatto delittuoso, quale è esposto nella sua essenzialità e non nei dettagli, spettando al giudice e non al privato di attribuire al fatto le definizioni e le conseguenze giuridiche che ne derivano.

L’art. 366 c.p.p., pur avendo introdotto il riferimento «ad un fatto previsto dalla legge come reato», nulla ha innovato – come chiaramente risulta dalla relazione al progetto preliminare – relativamente al contenuto della querela. Deve, quindi escludersi che tale disposizione imponga al querelante un’indicazione e precisazione del fatto reato, nei suoi termini giuridici, così introducendo un onere che trasformerebbe l’istituto da semplice domanda a procedere, in contestazione (privata) dell’accusa.

Poiché la querela è una manifestazione di volontà intesa a rimuovere un ostacolo alla perseguibilità di determinati reati, detto ostacolo non può ritenersi persistente, e quindi non può ritenersi precluso l’esercizio dell’azione penale dal fatto che il reato, denunciato come perseguibile di ufficio, risulti, all’esito di più approfondite valutazioni da parte del giudice, perseguibile a querela. (In motivazione, peraltro, la Corte ha affermato la necessità inderogabile, in situazioni del genere, di un’indagine sull’effettiva volontà della parte offesa, desumibile, tra l’altro, dal suo atteggiarsi rispetto al processo, con la conseguenza — nel caso di specie — che la avvenuta costituzione di parte civile si configura come coerente esplicazione di volontà preesistente e persistente in ordine alla richiesta di punizione del responsabile del reato).

 Correttamente, pertanto, il giudice può ravvisare, a carico del direttore responsabile di un giornale, il reato di omissione di controllo ex art. 57 c.p., pur essendo stata la querela proposta esclusivamente per la diffamazione a mezzo stampa. (Nella specie, a seguito di querela della parte offesa per il reato di diffamazione a mezzo stampa, erano stati rinviati a giudizio l’autore dell’articolo pubblicato per diffamazione e il direttore del giornale per il reato di cui all’art. 57 c.p.).

Poiché sia nel codice vigente che in quello abrogato la natura della querela è semplicemente quella di condizione di procedibilità e la sua funzione quella di consentire all’autorità procedente la sicura individuazione del fatto-reato, contenuto necessario e sufficiente per la sua validità è che manifesti l’istanza di punizione in ordine ad un fatto-reato, senza ulteriori precisazioni, dettagli o circostanziate descrizioni; qualora tuttavia tale contenuto, ai fini della validità della querela, debba essere integrato da dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari, anche queste debbono essere incluse nel fascicolo del dibattimento ai sensi dell’art. 431, lettera a) c.p.p., senza che ciò pregiudichi il principio della formazione dibattimentale della prova, giacché dette dichiarazioni possono essere utilizzate solo per verificare la condizione di procedibilità.

A CHI SI ESTENDE LA QUERELA?

L’art. 123 c.p. dispone che la querela si estende di diritto a tutti coloro che hanno commesso il reato. In altri termini, ai sensi dell’art. 123 c.p. per il principio dell’unicità del reato concorsuale, la querela sporta contro uno dei compartecipi si estende a tutti coloro che hanno commesso il reato. Ne deriva che nessuna improcedibilità deriva dal fatto che la persona offesa abbia sporto querela soltanto contro uno o alcuni degli autori del reato, escludendone gli altri, poiché la querela dispiega ope legis i propri effetti nei confronti di tutti i soggetti che hanno concorso a commettere il reato, anche senza, ed eventualmente contro, la volontà del querelante. Infatti la querela è condizione di punibilità del fatto-reato, e non di uno o di taluno soltanto degli autori; con essa si rimuove soltanto l’ostacolo della perseguibilità di taluni reati, restando al pubblico ministero il potere di accertamento e di persecuzione dei rei, sicché la querela tempestivamente proposta, conserva valore nei riguardi di coloro che, non indicati inizialmente, risultino poi autori o compartecipi del reato.

La denuncia formalmente presentata per un fatto originariamente qualificato come persegibile d’ufficio e poi ritenuto integrativo, invece, di reato perseguibile a querela

, è da considerare idonea ad assumere anche valore di querela, sempre che essa non si limiti alla mera esposizione dei fatti, ma esprima la volontà che, indipendentemente dalla loro apparente qualificazione giuridica, si proceda nei confronti del responsabile. (Fattispecie in tema di estorsione, poi diversamente qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni).

In tema di reati perseguibili a querela, la sussistenza della volontà di punizione da parte della persona offesa, non richiedendo formule particolari, può essere riconosciuta dal giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifestazione; ne consegue che tale volontà può essere riconosciuta anche nell’atto con il quale la persona offesa si costituisce parte civile, nonché nella persistenza di tale costituzione nei successivi gradi di giudizio. (Nella fattispecie, il ricorrente, imputato di furto — reato che, per effetto dell’art. 12 della legge 25 giugno 1999 intervenuta dopo la sentenza di primo grado, è divenuto perseguibile a querela — aveva dedotto che erroneamente il giudice di secondo grado aveva opinato che non occorresse dare alla persona offesa l’informazione prevista dall’art. 19 comma II della predetta legge, ritenendo che la partecipazione della stessa, costituitasi parte civile, al giudizio di appello dimostrava la persistenza della volontà di punizione dell’autore del fatto. La Corte, enunziando il principio di cui in massima, ha rigettato il ricorso).

L’art. 123 c.p. dispone che la querela si estende di diritto a tutti coloro che hanno commesso il reato. In altri termini, ai sensi dell’art. 123 c.p. per il principio dell’unicità del reato concorsuale, la querela sporta contro uno dei compartecipi si estende a tutti coloro che hanno commesso il reato. Ne deriva che nessuna improcedibilità deriva dal fatto che la persona offesa abbia sporto querela soltanto contro uno o alcuni degli autori del reato, escludendone gli altri, poiché la querela dispiega ope legis i propri effetti nei confronti di tutti i soggetti che hanno concorso a commettere il reato, anche senza, ed eventualmente contro, la volontà del querelante. Infatti la querela è condizione di punibilità del fatto-reato, e non di uno o di taluno soltanto degli autori; con essa si rimuove soltanto l’ostacolo della perseguibilità di taluni reati, restando al pubblico ministero il potere di accertamento e di persecuzione dei rei, sicché la querela tempestivamente proposta, conserva valore nei riguardi di coloro che, non indicati inizialmente, risultino poi autori o compartecipi del reato.

Poiché sia nel codice vigente che in quello abrogato la natura della querela è semplicemente quella di condizione di procedibilità e la sua funzione quella di consentire all’autorità procedente la sicura individuazione del fatto-reato, contenuto necessario e sufficiente per la sua validità è che manifesti l’istanza di punizione in ordine ad un fatto-reato, senza ulteriori precisazioni, dettagli o circostanziate descrizioni; qualora tuttavia tale contenuto, ai fini della validità della querela, debba essere integrato da dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari, anche queste debbono essere incluse nel fascicolo del dibattimento ai sensi dell’art. 431, lettera a) c.p.p., senza che ciò pregiudichi il principio della formazione dibattimentale della prova, giacché dette dichiarazioni possono essere utilizzate solo per verificare la condizione di procedibilità.

Il diritto di querela concerne unicamente il fatto delittuoso, quale è esposto nella sua essenzialità e non nei dettagli, spettando al giudice e non al privato di attribuire al fatto le definizioni e le conseguenze giuridiche che ne derivano. Correttamente, pertanto, il giudice può ravvisare, a carico del direttore responsabile di un giornale, il reato di omissione di controllo ex art. 57 c.p., pur essendo stata la querela proposta esclusivamente per la diffamazione a mezzo stampa. (Nella specie, a seguito di querela della parte offesa per il reato di diffamazione a mezzo stampa, erano stati rinviati a giudizio l’autore dell’articolo pubblicato per diffamazione e il direttore del giornale per il reato di cui all’art. 57 c.p.).

L’assistenza di un difensore può essere utile sotto diversi punti di vista:

Innanzitutto in una fase preliminare ovvero in relazione all’opportunità o meno di sporgere una denuncia/querela. L’iniziativa giudiziaria è – in ogni caso e per ogni persona di buon senso – un impegno ed una responsabilità che dovrebbe essere affrontata quando davvero ne vale la pena e si hanno elementi che corroborano e provano le pretese punitive che nella denuncia querela trovano la loro formalizzazione;

Nella redazione delle denuncia per meglio argomentare i fatti storici e per individuare la migliore documentazione da allegare;

Già in sede di denuncia è opportuno avanzare delle istanze che sono utili per la migliore difesa della vittima (ovvero la richiesta di essere avvertiti in caso di richiesta di archiviazione e la dichiarazione di opporsi all’eventuale emissione di un decreto penale di condanna. V. per il decreto in questa sede e in “cose da sapere”);

La denuncia scritta da un difensore è solitamente accompagnata dalla nomina dello stesso il che implica che ogni notizia che deve esser notificata alla persona offesa lo sarà presso lo Studio del difensore con ogni garanzia di conoscenza/conoscibilità della notizia stessa;

Per i secondi invece, come le percosse o la violenza sessuale, la querela della vittima è una conditio sine qua non di procedibilità. Senza di essa non si può procedere.

è insita nelle conseguenze. Difatti, mentre per la querela vi è la possibilità di ritirarla o rimetterla (tranne in alcune circostanze, come per esempio i reati contro la libertà sessuale e allorquando il reato di “atti persecutori” sia stato posto in essere con minacce di particolare gravità Cass. pen. Sezione V, con la sentenza numero 2299, del 20 gennaio 2016), tale opportunità non è prevista in caso di denuncia.. 

Perciò, non appena l’AG viene a conoscenza (per il tramite appunto di una denuncia) di un fatto costituente reato, verrà immediatamente esercitata l’azione penale, a prescindere che il denunciante “si penta” in seguito e voglia “ritirarla”.

La dichiarazione con la quale la persona offesa, all’atto della denuncia, affermi di volersi immediatamente costituire parte civile deve essere qualificata come valida manifestazione del diritto di querela, considerato che la sussistenza della volontà di punizione da parte della persona offesa non richiede formule particolari e può, pertanto, essere riconosciuta dal giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifestazione, i quali, ove emergano situazioni di incertezza, vanno, comunque, interpretati alla luce del “favor querelae”. (Nella specie la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con la quale il giudice di merito ha ritenuto validamente integrata la sussistenza dell’istanza di punizione nella dichiarazione della persona offesa di volersi costituire parte civile e di volere ricevere l’avviso della richiesta di archiviazione, ex art. 408 cod. proc. pen).

La denuncia formalmente presentata per un fatto originariamente qualificato come persegibile d’ufficio e poi ritenuto integrativo, invece, di reato perseguibile a querela, è da considerare idonea ad assumere anche valore di querela, sempre che essa non si limiti alla mera esposizione dei fatti, ma esprima la volontà che, indipendentemente dalla loro apparente qualificazione giuridica, si proceda nei confronti del responsabile. (Fattispecie in tema di estorsione, poi diversamente qualificata come esercizio arbitrario delle proprie ragioni).

In tema di reati perseguibili a querela, la sussistenza della volontà di punizione da parte della persona offesa, non richiedendo formule particolari, può essere riconosciuta dal giudice anche in atti che non contengono la sua esplicita manifestazione; ne consegue che tale volontà può essere riconosciuta anche nell’atto con il quale la persona offesa si costituisce parte civile, nonché nella persistenza di tale costituzione nei successivi gradi di giudizio. (Nella fattispecie, il ricorrente, imputato di furto — reato che, per effetto dell’art. 12 della legge 25 giugno 1999 intervenuta dopo la sentenza di primo grado, è divenuto perseguibile a querela — aveva dedotto che erroneamente il giudice di secondo grado aveva opinato che non occorresse dare alla persona offesa l’informazione prevista dall’art. 19 comma II della predetta legge, ritenendo che la partecipazione della stessa, costituitasi parte civile, al giudizio di appello dimostrava la persistenza della volontà di punizione dell’autore del fatto. La Corte, enunziando il principio di cui in massima, ha rigettato il ricorso).

L’art. 123 c.p. dispone che la querela si estende di diritto a tutti coloro che hanno commesso il reato. In altri termini, ai sensi dell’art. 123 c.p. per il principio dell’unicità del reato concorsuale, la querela sporta contro uno dei compartecipi si estende a tutti coloro che hanno commesso il reato. Ne deriva che nessuna improcedibilità deriva dal fatto che la persona offesa abbia sporto querela soltanto contro uno o alcuni degli autori del reato, escludendone gli altri, poiché la querela dispiega ope legis i propri effetti nei confronti di tutti i soggetti che hanno concorso a commettere il reato, anche senza, ed eventualmente contro, la volontà del querelante. Infatti la querela è condizione di punibilità del fatto-reato, e non di uno o di taluno soltanto degli autori; con essa si rimuove soltanto l’ostacolo della perseguibilità di taluni reati, restando al pubblico ministero il potere di accertamento e di persecuzione dei rei, sicché la querela tempestivamente proposta, conserva valore nei riguardi di coloro che, non indicati inizialmente, risultino poi autori o compartecipi del reato.

Poiché sia nel codice vigente che in quello abrogato la natura della querela è semplicemente quella di condizione di procedibilità e la sua funzione quella di consentire all’autorità procedente la sicura individuazione del fatto-reato, contenuto necessario e sufficiente per la sua validità è che manifesti l’istanza di punizione in ordine ad un fatto-reato, senza ulteriori precisazioni, dettagli o circostanziate descrizioni; qualora tuttavia tale contenuto, ai fini della validità della querela, debba essere integrato da dichiarazioni rese in sede di indagini preliminari, anche queste debbono essere incluse nel fascicolo del dibattimento ai sensi dell’art. 431, lettera a) c.p.p., senza che ciò pregiudichi il principio della formazione dibattimentale della prova, giacché dette dichiarazioni possono essere utilizzate solo per verificare la condizione di procedibilità.

L’art. 366 c.p.p., pur avendo introdotto il riferimento «ad un fatto previsto dalla legge come reato», nulla ha innovato – come chiaramente risulta dalla relazione al progetto preliminare – relativamente al contenuto della querela. Deve, quindi escludersi che tale disposizione imponga al querelante un’indicazione e precisazione del fatto reato, nei suoi termini giuridici, così introducendo un onere che trasformerebbe l’istituto da semplice domanda a procedere, in contestazione (privata) dell’accusa.

Poiché la querela è una manifestazione di volontà intesa a rimuovere un ostacolo alla perseguibilità di determinati reati, detto ostacolo non può ritenersi persistente, e quindi non può ritenersi precluso l’esercizio dell’azione penale dal fatto che il reato, denunciato come perseguibile di ufficio, risulti, all’esito di più approfondite valutazioni da parte del giudice, perseguibile a querela. (In motivazione, peraltro, la Corte ha affermato la necessità inderogabile, in situazioni del genere, di un’indagine sull’effettiva volontà della parte offesa, desumibile, tra l’altro, dal suo atteggiarsi rispetto al processo, con la conseguenza — nel caso di specie — che la avvenuta costituzione di parte civile si configura come coerente esplicazione di volontà preesistente e persistente in ordine alla richiesta di punizione del responsabile del reato).

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