Avvocato penalista

OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE ART 570 CP? LO SAPEVI ? ATTENZIONE !!!

OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE ART 570 CP? LO SAPEVI ? ATTENZIONE !!!

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale [c.c. 316], [alla tutela legale] [c.c. 348; c.p. 371, 372] o alla qualità di coniuge [c.c. 143, 147], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032 3 4 5.

REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

  1. malversa o dilapida i beni del figlio minore [c.p. 540]o del pupillo [c.c. 343, 414]o del coniuge;
  2. fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti [c.c. 75]di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma 6.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge .

1 Vedi l’art. 18 , primo comma, R.D. 31 maggio 1928, n. 1334, in materia di professioni sanitarie.

2 La Corte costituzionale, con sentenza 24 febbraio-3 marzo 1972, n. 42 (Gazz. Uff. 8 marzo 1972, n. 65), ha dichiarato, tra l’altro, non fondate le questioni di legittimità del presente articolo, in riferimento, la prima, agli artt. 13, primo comma, 16, primo comma, 25, secondo comma e 29, secondo comma Cost., e la seconda agli artt. 23 e 29 Cost.

In ordine al reato di cui all’art. 570 c.p. lo stato di bisogno di un figlio minorenne non è eliso dal fatto che all’erogazione dei mezzi di sussistenza provveda l’altro genitore e gli ascendenti della stessa, perché persiste comunque l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento dei figli minorenni.

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – In genere – Art. 570-bis cod. pen. – Assegno di divorzio concordato dai coniugi – Omesso versamento – Configurabilità del reato – Ragioni

Integra il delitto di cui all’art. 570-bis cod. pen. l’omessa corresponsione dell’assegno divorzile attribuito su domanda congiunta di divorzio dei coniugi, posto che gli effetti relativi ai rapporti economici tra gli stessi, anche se risultanti dagli accordi intervenuti, si producono per mezzo della pronuncia del tribunale, che decide con sentenza all’esito della valutazione dei presupposti di cui all’art. 4 legge 1 dicembre 1970, n. 898. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO FIRENZE, 08/11/2019)

Corte d’Appello Ancona, Sentenza, 20/05/2021, n. 366

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, con il conseguente obbligo per i genitori di contribuire al loro mantenimento, assicurando ad essi detti mezzi di sussistenza. In proposito, nella nozione penalistica dei mezzi di sussistenza, richiamata dall’art. 570, comma 2, n. 2 c.p., debbono, nell’attuale dinamica evolutiva degli assetti e delle abitudini di vita familiare e sociale, ritenersi compresi non più e non soltanto i mezzi per la sopravvivenza vitale, ma anche gli strumenti che consentano un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana; mezzi, i primi e i secondi, da apprezzarsi in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato.

In tema di reati contro la famiglia, ed in particolare di reati tra coniugi, occorre di volta in volta verificare se la condotta irrispettosa dell’un coniuge verso l’altro abbia carattere meramente estemporaneo ed occasionale, nel senso che sia solo l’espressione reattiva di uno stato di tensione, che comunque può sempre verificarsi nella vita di coppia, nel qual caso si dovrà eventualmente fare richiamo a figure criminose estranee ai delitti contro la famiglia e rientranti tra quelli contro la persona, oppure se la detta condotta si concreti nella inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge, obbligo che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che ha la finalità di garantire che l’altro coniuge – in caso di difficoltà – non sia mai lasciato solo a se stesso, nel qual caso si versa nell’ipotesi delittuosa di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen; oppure, ancora, se la condotta anti doverosa assuma connotati di tale gravità da costituire, per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali, nel qual caso l’ipotesi delittuosa configurabile è quella di maltrattamenti di cui all’art. 572 cod. pen..

n tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non sono configurabili i reati di cui agli articoli 12 sexies legge 1 dicembre 1970, numero 898 e 570 del codice penale qualora gli ex coniugi si siano attenuti ad accordi transattivi conclusi in sede stragiudiziale pur quando questi non siano trasfusi nella sentenza di divorzio che nulla abbia statuito in ordine alle obbligazioni patrimoniali.

‘ipotesi di reato prevista dall’art. 570, primo comma, c.p., come quella prevista dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età. Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570, primo comma, c.p., che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale, ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p.

Cass. pen., Sez. VI, Sent., (data ud. 06/09/2021) 03/11/2021, n. 39532

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISCUOLO Anna – Presidente –

Dott. GIORDANO E. – rel. Consigliere –

Dott. APRILE Ercole – Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. PATERNO’ RADDUSA B. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 21/7/2020 della Corte di appello di Bologna;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dr. Emilia Anna Giordano;

sentita la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Lori Perla, che ha concluso chiedendo di dichiarare inammissibile il ricorso.

Svolgimento del processo

  1. B.M. impugna la sentenza indicata in rubrica che ne ha confermato la condanna per i reati di maltrattamenti in famiglia (art. 572c.p.) e atti persecutori (art. 612-bisc.p., commi 1 e 2), unificati ai sensi dell’art. 81, comma 2, c.p., in danno della convivente C.C.. L’imputato è stato condannato, con la diminuente del rito, alla pena finale di anni uno e mesi sei di reclusione di cui un mese di reclusione inflitto in aumento per il reato di cui all’art. 612-bis c.p..
  2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p. nei limiti strettamente indispensabili ai fini della motivazione, denuncia violazione di legge in relazione al reato di cui all’art. 612-bisc.p. perchè, erroneamente, detto reato non è stato ritenuto assorbito il quello di maltrattamenti in famiglia. L’errore di diritto discende, ed è questo l’oggetto del secondo motivo di ricorso, dal vizio di motivazione avendo la Corte di merito trascurato che le condotte dell’imputato venivano poste in essere immediatamente dopo la cessazione della convivenza e, comunque, perdurando i vincoli di solidarietà familiare in forza del precedente rapporto di convivenza dal quale erano nati due figli della coppia.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso deve essere rigettato perchè proposto per motivi infondati.

La Corte di appello, sulla base di una puntuale ricostruzione in fatto del rapporto tra imputato e persona offesa, ha fatto corretta applicazione dei principi stabiliti da questa Corte, che discendono dalla ricostruzione degli elementi costitutivi dei reati di cui agli artt. 572 c.p. e 612-bis c.p. e dall’applicazione di principi generali in materia di determinatezza delle fattispecie penali e divieto di applicazione analogica.

2.In fatto è accertato – e non è neppure messo in discussione dal ricorrente – che imputato e persona offesa avevano avviato dall’anno 2004 una stabile relazione affettiva e di convivenza dalla quale erano nati due figli e che già nella primavera del 2014, la donna, esasperata dai soprusi subiti, aveva lasciato la comune abitazione.

In seguito, la donna aveva ripreso la convivenza cedendo alle promesse del compagno fino a quando, nell’aprile del 2015, constatato che non si era prodotto lo sperato cambiamento, aveva interrotto definitivamente la relazione. La donna, tornata nell’ex casa comune dopo un breve periodo nel quale era stata ospite dei genitori, aveva cambiato la serratura della porta di casa, ma l’imputato era solito presentarsi a casa suonando insistentemente il campanello per farsi aprire e bussando anche a casa dei vicini per avere accesso alle aree condominiali, con corredo di minacce e insulti telefonici alla persona offesa protrattisi nel tempo anche dopo che la donna si era decisa a sporgere querela. Non aveva mancato, infine, l’imputato di contattare i colleghi della ex convivente sui social per metterla in cattiva luce.

Sulla base di questi elementi, i Giudici del merito hanno ritenuto che i fatti accertati – come detto incontestati nella loro materialità e negli effetti destabilizzanti sulla vita della persona offesa alla quale avevano ingenerato uno stato di ansia tale da modificarne le abitudini – erano stati ricondotti alla fattispecie del delitto di maltrattamenti, per le condotte commesse fino ad (OMISSIS), e a quella di cui all’art. 612-bis c.p., i fatti commessi da (OMISSIS), non potendo, a seguito della cessazione di convivenza, essere sussunti nel delitto di maltrattamenti in famiglia.

3.Tale conclusione è, comunque, affatto pacifica nella giurisprudenza di questa Corte.

Accanto alla netta affermazione secondo cui è configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 2) in presenza di condotte di abuso che, sorte nell’ambito di una comunità familiare o a questa assimilata, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale (Sez. 6, n. 30704 del 19/5/2016, D’A., Rv. 267942; Sez. 5, n. 41665 del 04/05/2016, C. Rv. 268464; Sez. 6, n. 24575, del 24/11/2011 (dep. 2012), Frasca, Rv. 252906) sono state ricondotte, invece, al delitto di cui all’art. 572 c.p. condotte abusanti realizzate in assenza della convivenza, poste in essere in situazioni di condivisa genitorialità, valorizzando il rapporto di convivenza pregressa e la stabilità della relazione affettiva (Sez.6, n. 37628 del 25/06/2019, C., Rv.276697; Sez. 3, n. 43701 del 12/06/2019, C. Rv. 277987; Sez. 6, n. 25498 del 20/04/2017, S., Rv. 270673). Anche in una più recente sentenza (cfr. Sez. 6, n. 79129 del 19/5/2011, Rabottini, n. m.) questa Corte, ai fini della sussistenza del delitto di cui all’art. 572 c.p., ha valorizzato l’intensità della relazione conseguente dagli obblighi derivanti dall’esercizio congiunto della potestà genitoriale verso i figli accompagnata dalla esistenza di un perdurante rapporto sentimentale-affettivo tra l’imputato e la persona offesa. In un’ altra decisione si è affermato che il reato di maltrattamenti in famiglia assorbe quello di atti persecutori quando, nonostante l’avvenuta cessazione della convivenza, la relazione tra i soggetti rimanga comunque connotata da vincoli solidaristici, mentre si configura il reato di atti persecutori, nella forma aggravata prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 2, quando non residua neppure una aspettativa di solidarietà nei rapporti tra l’imputato e la persona offesa, non risultando insorti vincoli affettivi e di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale (Sez. 6, n. 37077 del 03/11/2020, M., Rv. 280431).

Secondo la prospettazione del ricorrente, seguendo questa linea esegetica, il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. ascritto all’imputato è assorbito in quello di maltrattamenti con conseguente elisione della pena applicatagli in aumento poichè permanevano con la ex compagna, in quanto genitori di due figli, vincoli di solidarietà e assistenza.

Il fondamento della sussunzione della condotta nel reato di maltrattamenti di tali orientamenti giurisprudenziali è costituito, all’evidenza, non dal rapporto di convivenza, ormai cessato, ma dal legame familiare con la persona ex convivente, un legame per lo più declinato in ragione della filiazione comune che costituisce la massima espressione di un rapporto vincolato da obblighi di assistenza e solidarietà e che si proietta, in quanto genitori, sui partner. La lettura delle sentenze richiamate rivela che, nella maggior parte dei casi, la giurisprudenza esaminava vicende innestate su convivenze di lunga durata dalle quali erano nati dei figli.

3.1. Va precisato, per completezza, che quello dei rapporti tra il delitto di maltrattamenti e il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. non è un tema che interessa solo la situazione, come quella in esame, che presuppone un rapporto familiare di fatto, derivante dal rapporto di convivenza. La giurisprudenza, infatti, lo ha esaminato anche in relazione ai rapporti familiari derivanti dal matrimonio, in caso di separazione e divorzio. In tali casi è univoca l’affermazione secondo cui è ravvisabile il delitto di maltrattamenti in presenza di condotte abusanti nella fase della separazione, che non realizza una recisione dei vincoli nascenti dal coniugio che permangono integri (Sez. 6, n. 3087 del 19/12/2017, dep. 2018, P, Rv. 272134; Sez. 6, n. 3356 del 13/12/2017, F, n. m.; Sez. 2, n. 39331 del 5/7/2016, Spazzoli, Rv. 267915) e quello di atti persecutori in caso di divorzio che, invece, determina la cessazione dei vincoli coniugali (Sez. 6, n. 50333 del 12/06/2013, L., Rv. 258644).

In presenza di siffatto quadro si tratta, allora, di verificare come il rapporto di affidamento, la comunanza di vita e di affetti che contrassegnano il rapporto familiare di fatto che si instaura attraverso la convivenza esplica effetti nella fase patologica del rapporto, in particolare quando il rapporto di convivenza è cessato, e come tali effetti rilevano (possono rilevare) nello stabilire l’esatto confine tra le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p..

4.Prima di passare all’esame della questione è opportuno esaminare gli elementi strutturali dei reati di maltrattamenti e atti persecutori non senza trascurare che mentre il delitto di cui all’art. 572 c.p. costituisce una fattispecie di risalente impianto codicistico il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. è oggetto di più recenti interventi legislativi, coevi alla introduzione, nella struttura della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 572 c.p. della previsione di punibilità delle condotte abusanti realizzate in danno di persona… convivente (L. n. 172 del 2012). L’intervento del legislatore ha fatto seguito alla richiesta di apprestare tutela a comportamenti che non trovavano adeguata sanzione punitiva nel sistema del codice, incentrato sulla tutela della famiglia legittima e, più in generale, l’intervento è stato volto alla tutela della libertà della persona a fronte di comportamenti illegittimi e reiterati che, quando si innestano su relazioni interpersonali affettive, vedono la vittima fortemente condizionata nella sua capacità di reazione.

4.1. Il delitto di cui all’art. 572 c.p. è integrato da una condotta che sia qualificabile come “maltrattante” in danno di una persona “della famiglia o comunque convivente” mentre il reato di cui all’art. 612-bis c.p. punisce, salvo che non costituisca un reato più grave, le condotte vessatorie ivi descritte in danno di una persona, ipotesi che risulta aggravata, ai sensi del comma 2, quando il comportamento è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. Mentre il reato di maltrattamenti è un reato contro l’assistenza familiare ed il bene giuridico protetto è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti vessatori e violenti e dall’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica, il reato di atti persecutori costituisce, invece, un reato contro la persona, e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (integrando appunto un reato abituale).

Il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. non presuppone, quindi, l’esistenza di relazioni interpersonali specifiche che, cionondimeno, rilevano, in relazione alla sussistenza di qualificati rapporti quali il coniugio – anche se è intervenuta separazione o divorzio – o una relazione affettiva con la persona offesa, anche se non più attuale, rapporti sui quali possono innestarsi le condotte abusanti dando luogo a una figura aggravata di reato. Il rapporto tra le due fattispecie incriminatrici, infine, è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 1, (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), che rende applicabile il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori in presenza di condotte abusanti commesse durante la convivenza.

5.Ben prima della L. n. 172 del 2012, un’ intensa attività interpretativa della giurisprudenza aveva ricondotto nell’ambito della protezione penale di cui all’art. 572 c.p., la persona del convivente more uxorio, è di questo, infatti, che ancora si discute evocando, con una terminologia caricata in passato di una valenza pregiudizialmente negativa, una convivenza in stato coniugale fuori dal matrimonio.

In massime risalenti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso si legge, infatti, che agli effetti dell’art. 572 c.p., deve considerarsi ‘famiglià ogni consorzio di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione: anche il legame di puro fatto stabilito tra un uomo ed una donna vale pertanto a costituire una famiglia in questo senso, quando risulti da una comunanza di vita e di affetti analoga a quella che si ha nel matrimonio (Sez. 2, n. 320 del 01/03/1966, Palumbo, Rv. 101563). Un principio giunto, senza subire sostanziali modifiche, fino ai nostri giorni, pur passando attraverso variegate affermazioni della giurisprudenza sulla necessità della durata e della stabilità della relazione. Ricorrente, peraltro, era l’affermazione che il reato era configurabile anche al di fuori della famiglia legittima, in presenza di un rapporto di stabile convivenza, come tale suscettibile di determinare obblighi di solidarietà e di mutua assistenza, senza che sia richiesto che tale convivenza abbia una certa durata, quanto piuttosto che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, quale che sia stato poi in concreto l’esito di tale comune decisione (Sez. 3, n. 44262 del 08/11/2005, Sciacchitano, Rv. 232904; Sez. 6, n. 21329 del 24/01/2007, Gatto, Rv. 236757).

Famiglia legittima – sulla quale era strutturato il reato di maltrattamenti che ne identificava i componenti nei prossimi congiunti, individuati nell’art. 307 c.p. – e famiglia di fatto, per questa via, sono state sussunte, sul piano dei rapporti sociali ma anche giuridici, nel concetto unificante di comunità familiare dovendo guardare alla sostanza e non alla forma dei rapporti interpersonali: sono, dunque, le strette relazioni e consuetudini di vita che si instaurano fra le persone a costituire la fonte degli obblighi di protezione reciproca e di assistenza e a determinare tra i soggetti una situazione in tutto identica a quella che, per legge, deriva dal coniugio e che esigono, in presenza di comportamenti abusanti, la protezione dell’ordinamento attraverso la incriminazione di condotte che ledono non solo i singoli ma l’essenza stessa del rapporto di affidamento reciproco che ne costituisce il tratto fondante.

La tutela assicurata al rapporto di convivenza more uxorio e a quello di coniugio, è il caso di precisare, è sovrapponibile ma non identica a partire dal referente costituzionale costituito, per la famiglia legittima dall’art. 29 Cost. – che ne riconosce i diritti come società naturale, fondata sul matrimonio a sua volta ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi – e, per la famiglia di fatto, dagli artt. 2 e 3 Cost. che, tutelano, in chiave di uguaglianza, i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali in cui svolge la personalità individuale e, quindi in ragione della scelta di condivisione di un percorso di vita comune basato sull’affectio, sulla stabilità, sulla convivenza e sulla responsabilità della cura ed educazione dei figli. Le differenze non rilevano solo sul piano del vincolo formale che caratterizza l’unione matrimoniale (oggi non indissolubile) poichè, fermi in ogni caso i diritti e doveri che derivano verso i figli e i terzi, nella dimensione della comunità che deriva dalla convivenza di fatto si tende a riconoscere spazio alla soggettività individuale, mentre in quella derivante dal rapporto di coniugio si attribuisce maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale, intesa, cioè come stabile comunità di persone legate da vincoli di solidarietà, di fedeltà, e di condivisione su base paritaria.

  1. Deve rilevarsi che quella seguita dalla giurisprudenza, non era un’opzione ermeneutica imposta dalla realtà sociale moderna che registra la disaffezione verso l’istituto del matrimonio – accettata senza riserve poichè, si osservava in dottrina, essa realizzava una inammissibile estensione in malam partem dell’art. 572c.p.. L’espressione una persona della famiglia, era, come anticipato, ritenuta riconducibile alla nozione di “prossimi congiunti” recata dall’art. 307c.p., comma 4 che identifica tale categoria esclusivamente nel coniuge, oltre che negli ascendenti, discendenti, fratelli, affini nello stesso grado, zii e nipoti. Alla stregua di tale ultima previsione – oggi integrata dal D.Lgs. 19 gennaio 2017, n. 6art. 1, comma 1, lett. a), con riferimento alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, ma non estesa ai conviventi – la nozione di prossimi congiunti viene ricondotta esclusivamente ai membri della famiglia fondata sul matrimonio e, nel suo tenore letterale, non comprende la persona convivente.

La violazione del divieto di analogia in malam partem riferita alle persone conviventi more uxorio è stata superata dalla previsione recata dalla L. n. 172 del 2012 – che, come si è detto, ha introdotto nell’art. 572 c.p. il riferimento testuale alla convivenza – ma è qui proposta perchè il richiamo alla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 572 c.p. e ai suoi elementi costitutivi ricostruiti sulla base del significato letterale dei sintagmi che la compongono, emerge nella più recente pronuncia del Giudice delle leggi che, sia pure affrontando una questione processuale relativa alla qualificazione giuridica del fatto e del rapporto tra le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p., ha esaminato il tema della relazione interpersonale tra persona offesa e autore del reato e della possibilità di qualificarla, sulla scorta della stabilità della relazione affettiva tra i partner ma in assenza di un rapporto di passata convivenza, come rapporto di appartenenza familiare.

Con la recente sentenza n. 98 del 2021 il Giudice delle leggi ha richiamato l’attenzione dell’interprete al rispetto del “canone ermeneutico rappresentato dal divieto di analogia a sfavore del reo: canone affermato a livello di fonti primarie dall’art. 14 preleggi nonchè implicitamente – dall’art. 1 c.p., e fondato a livello costituzionale sul principio di legalità di cui all’art. 25 Cost., comma 2, (nullum crimen, nulla poena sine lege stricta) (sentenza n. 447 del 1998). Il divieto di analogia – conclude- non consente di riferire la norma incriminatrice a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei suoi possibili significati letterali, e costituisce così un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo legislativo”.

  1. E’ sulla scorta di tale principio che occorre, così, tornare al tema di partenza che è quello di delineare il confine tra le fattispecie di cui all’art. 572c.p. e all’art. 612-bisc.p., nel caso di condotte abusanti poste in essere in danno dell’ex convivente more uxorio e interrogarsi, in presenza di condotte astrattamente riconducibili all’una o all’altra fattispecie di reato, sull’applicabilità della più grave fattispecie di cui all’art. 572 c.p. – in virtù della clausola di sussidiarietà recata dall’art. 612-bis c.p..

I riferimenti testuali alla persona della famiglia ed al convivente, contenuti nell’art. 572 c.p. costituiscono l’innegabile punto di partenza nell’esegesi di tale fattispecie incriminatrice che, pur aprendosi con l’incipit chiunque, è in definitiva un reato proprio che può essere commesso solo dalle persone legate al soggetto passivo da un rapporto qualificato, un “ruolo” nel contesto della famiglia matrimoniale classica (in particolare, il coniuge) o del rapporto di convivenza che determina un complesso di rapporti e, quindi, di obblighi dell’agente.

Nell’attuale struttura della fattispecie incriminatrice, attraverso l’inserimento del riferimento alla persona convivente, il rapporto di convivenza è stato, alfine, equiparato, sulla scorta di una precisa scelta del legislatore, a quello della famiglia matrimoniale o classica valorizzandone il comune tratto fondante costituito dalle strette relazioni e consuetudini di vita che si instaurano fra le persone nella comunità familiare che sia quella fondata sul matrimonio o quella di fatto. Ed è la violazione del rapporto di affidamento reciproco e del principio di solidarietà fra i componenti della famiglia, sia essa matrimoniale o di fatto, che reclama, in presenza di comportamenti abusanti, la protezione dell’ordinamento attraverso la incriminazione di condotte che ledono non solo i singoli ma l’essenza stessa del rapporto, tutela realizzata, appunto, con la fattispecie di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p..

Benchè il rapporto di convivenza comprenda situazioni personali che possono essere codificate e disciplinate in altri rami del diritto, la convivenza more uxorio rinvia ad una dimensione in fatto della relazione personale, effettiva e attuale al momento del fatto (che, comunque, non va confusa con la mera coabitazione) con la conseguenza che la cessazione della convivenza, anche per volontà di uno solo dei componenti della coppia, comporta, senza necessità di passare attraverso vincoli di natura formale, il venire meno dell’affectio, e, quindi, dell’affidamento reciproco che giustificava la protezione del singolo nell’ambito della comunità familiare di fatto. La tutela del convivente non è, infatti, collegata ad uno status della persona come si verifica nella famiglia fondata sul matrimonio che dà luogo allo stato di coniuge che non viene meno neppure in caso di separazione, legale o di fatto, che non comporta di per sè la cessazione di tutti i vincoli coniugali – ma è collegata al rapporto di fatto, che si fonda sulla volontà delle parti che liberamente decidono di optare per una tipologia di unione contrassegnata da obblighi e prescrizioni giuridiche minimali e che può essere revocata in ogni momento: ne consegue che, se viene meno l’effettività della convivenza, cessa la convivenza stessa e non è più applicabile l’art. 572 c.p.. Tanto ciò è vero che, in parallelo, in caso di divorzio – che determina lo scioglimento del vincolo coniugale – la sussumibilità della condotta abusante verso l’ex coniuge nella fattispecie di cui all’art. 572 c.p. è stata ritenuta giustificata solo in presenza di una situazione di fatto che abbia determinato una ricomposizione della relazione e consuetudine di vita improntata a rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, risolvendosi dunque, in un rapporto di convivenza (cfr. Sez. 6, n. 24575, cit.).

Ritiene il Collegio, in linea con il più risalente orientamento nomofilattico innanzi richiamato, che deve escludersi che possa ravvisarsi il delitto di maltrattamenti nel caso in cui condotte abusanti siano poste in essere in danno di persona non più convivente al momento dei fatti con l’autore delle condotte e che, ricorrendone i presupposti, devono essere inquadrate nella fattispecie di cui all’art. 612-bis c.p..

La cessazione del rapporto di affidamento, di comunanza di vita e di affetti determina la cessazione della convivenza e la conseguente non applicabilità, a tale fattispecie, dell’art. 572 c.p.: di tale principio i Giudici della cognizione hanno fatto corretta applicazione là dove secondo quanto si evince dall’attenta ricostruzione in fatto operata nelle sentenze – hanno dato conto del fatto che il ricorrente ha posto in essere le condotte aggressive e violente in danno della ex convivente in una situazione nella quale il vincolo affettivo con la persona era del tutto cessato, permanendo, anzi la volontà della persona offesa di non ricostituire l’unione di fatto.

  1. Non ignora il Collegio l’emersione di un diverso indirizzo interpretativo, richiamato nel ricorso, in cui la riconducibilità delle condotte abusanti in danno dell’ex convivente al delitto di cui all’art. 572c.p. è fatta discendere non dal rapporto di convivenza, ormai cessato, ma dal legame familiare con la persona ex convivente, un legame per lo più declinato in ragione della filiazione comune che costituisce la massima espressione di un rapporto vincolato da obblighi di assistenza e solidarietà e che si proietta, in quanto genitori, sui partner.

La nozione di convivenza, come noto, non è stata precisata solo nella giurisprudenza già elaborata con riferimento all’art. 572 c.p. – innanzi citata – ma è rinvenibile, pur in carenza di una legge che disciplini organicamente il fenomeno, nei numerosi interventi legislativi che hanno consentito di riconoscere ai componenti della famiglia di fatto ed al convivente singole posizioni soggettive meritevoli di tutela analogamente a quelle proprie dei membri della famiglia legittima o del coniuge. Si tratta di un fitto riferimento di norme illustrate (pagg. 17 e ss.) nella recente sentenza della Corte che si è occupata dell’applicabilità, in capo al convivente della scusante di cui all’art. 384 c.p., comma 1, (S.U., n. 10381 del 26/11/2020, dep. 2021, Fialova). La sentenza delle Sezioni Unite ha richiamato anche la progressiva e continua tendenza della giurisprudenza, sia civile che penale, a garantire analoghi diritti alle convivenze di fatto, anche in caso di separazione (ad es. la giurisprudenza civile aveva riconosciuto il diritto all’assegnazione della casa familiare al convivente separato, seguita poi dalla codificazione, all’art. 337-sexies c.c. o in materia di risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto in favore dei membri della famiglia naturale come il convivente more uxorio e il figlio naturale).

Fra tali disposizioni rilevano, in particolare, le disposizioni del codice civile in tema di filiazione che stabiliscono una completa identità tra la famiglia matrimoniale e quella non matrimoniale con riguardo al rapporto genitori-figli, che oggi risulta unitariamente disciplinato dagli artt. 315-bis c.c. uniche essendo le regole in materia di diritti e doveri del figlio e responsabilità genitoriale: e proprio la condivisa genitorialità costituisce, nella giurisprudenza richiamata al punto 3, il presupposto per l’applicabilità alle condotte abusanti, in caso di cessata convivenza, del reato di cui all’art. 572 c.p..

Non sfugge, tuttavia, con riguardo a queste ipotesi, che si è in presenza di interventi che incidono in settori dell’ordinamento che ampliano i diritti soggettivi e non invece, di interventi che, come quello punitivo, sotteso all’interpretazione della legge penale ai fini della sua applicazione, presuppone la determinatezza della fattispecie penale e che vieta al giudice la lettura analogica a sfavore in relazione ad una fattispecie incriminatrice il cui elemento costitutivo è rappresentato dalla condotta di reato strutturata su un rapporto interpersonale (la convivenza, effettiva ed attuale) che ha una sua precisa connotazione. Si è, dunque, in presenza di un complesso di diritti che non è esportabile al di fuori dei casi specifici e della disciplina di settore in quanto frutto di scelte selettive e mirate a casi determinati da parte del legislatore alla cui “generalizzazione” nella materia penale ostano i vincoli del significato letterale dei sintagmi utilizzati nella configurabilità degli elementi costitutivi della fattispecie penale – quale ricostruita nell’art. 572 c.p., innanzi svolta – e del divieto di analogia, in carenza di una disciplina positiva che, nel diritto penale, si sia occupata – ed avrebbe ben potuto farlo in occasione degli interventi legislativi da ultimo richiamati- del rapporto di convivenza di fatto.

Ritiene il Collegio che la proiezione nel rapporto interpersonale fra persone ex conviventi del vincolo familiare, positivamente disciplinata con riferimento al rapporto tra genitori e figli, finirebbe col dilatare l’applicazione della previsione legislativa di cui all’art. 572 c.p. in assenza di una legge che disciplini organicamente il fenomeno della convivenza more uxorio e degli effetti giuridici che esso determina tra le parti quando ormai la relazione interpersonale è cessata ma incidendo in un settore cruciale, quale quello della individuazione dei confini tra lecito e illecito, in relazione ad un reato che può essere commesso solo dalle persone legate al soggetto passivo da un rapporto qualificato che determina un complesso di obblighi dell’agente, e che, anche nel momento di patologia del rapporto di coppia, deve fare i conti con la volontà dei conviventi di sottrarsi agli effetti giuridici tipici della famiglia matrimoniale (e oggi anche dell’unione civile) e sui quali si interverrebbe, invece, estendendo in malam partem la disciplina legislativa omologa a quella del vincolo coniugale.

Il divieto di analogia non consente di riferire la norma incriminatrice a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei suoi possibili significati letterali, e costituisce così un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo legislativo e volto a ricondurre alla persona del convivente una identità di statuto analoga a quella del coniuge che cessa, come noto, anche in caso di divorzio – una volta che il rapporto di convivenza sia venuto meno.

I “modelli” diversi di famiglia che si affermano nella società civile, rispetto alla originaria e unitaria fisionomia dell’istituzione familiare, costituiscono figure variegate e differenziate che richiedono, piuttosto che interventi suppletivi dei giudici, interventi, che sono prerogativa del legislatore, volti a disciplinare in maniera organica e su un piano più generale il tema delle convivenze non matrimoniali agli effetti penali che sono, in realtà, molto più complessi del tema posto dall’odierno ricorso e che attengono a istituti e figure criminose diverse, come il delitto di cui all’art. 570-bis c.p.. E’ però innegabile che i “modelli” di famiglia richiedono tutele diversificate e adeguate ai singoli casi e non soluzioni uniche, valide indistintamente per tutte le fattispecie, muovendo dall’ovvio principio dell’autonomia delle scelte dei singoli nell’ambito di relazioni di matrice affettiva e bilanciandola con la imposizione di vincoli coercitivi e sanzioni che i conviventi intendevano rifiutare non vincolandosi giuridicamente.

Si tratta, oltretutto, di una opzione interpretativa che non sarebbe giustificabile (come in passato) dall’intento di assicurare una più intensa tutela penale a persone particolarmente vulnerabili, le vittime di condotte abusive nell’ambito dei rapporti affettivi, dai quali esse hanno difficoltà a sottrarsi, dal momento che attraverso l’intervento legislativo del 2012, pur in presenza di alcune differenze, risulta garantita pari dignità e pari margini di tutela della situazione personale della vittima durante il rapporto di convivenza, attraverso la previsione dell’art. 572 c.p. e, dopo la cessazione del rapporto di convivenza, attraverso la incriminazione delle condotte abusanti riconducibili alla fattispecie di cui all’art. 612-bis c.p., oltre che dalle fattispecie incriminatrici applicabili in relazione a specifiche condotte illecite.

  1. Consegue al rigetto del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

REATI AMBIENTALI PERICOLI DANNOSI AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

  • REATI AMBIENTALI PERICOLI DANNOSI AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

AMBIENTE AMBIANTE DI TUTTI COME VIENE TUTELATO GUARDIAMO ALCUNE NORME FONDAMENTALI

  • Disastro ambientale (art. 452-quater c.p.)

  • Disastro ambientale (art. 452-quater c.p.)

  • Fuori dai casi previsti dall´articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito

    con la reclusione da cinque a quindici anni.

  • Costituiscono disastro ambientale alternativamente:

  • 1) l´alterazione irreversibile dell´equilibrio di un ecosistema;

  • 2) l´alterazione dell´equilibrio di un ecosistema la cui

    eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;

  • 3) l´offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l´estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

  • Quando il disastro è prodotto in un´area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico,architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.

  • Inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.)

  • Inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.)

  • È  punito  con  la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro  10.000  a  euro 100.000  chiunque  abusivamente cagiona  una  compromissione  o   un deterioramento significativi e misurabili:

  • 1)  delle  acque o  dell´aria,  o  di   porzioni   estese  o significative del suolo o del sottosuolo;

  • 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria,  della flora o della fauna.

  • Quando l´inquinamento è prodotto in un´area naturale protetta  o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale,  storico,  artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di  specie  animali o vegetali protette, la pena è aumentata.

  • Delitti colposi contro l´ambiente (art. 452-quinquies c.p.)

Delitti colposi contro l´ambiente (art. 452-quinquies c.p.)

Se taluno dei fatti di  cui  agli articoli  452-bis  e 452-quater  è commesso per colpa, le  pene previste  dai  medesimi articoli  sono diminuite da un terzo a due terzi.

Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di  disastro ambientale  le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo.

  • Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività (art. 452-sexies c.p.)

  • Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività (art. 452-sexies c.p.)

  • Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività.

  • La pena di cui al primo comma è aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento:

  • 1) delle acque o dell´aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;

  • 2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

  • Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l´incolumità delle persone, la pena è aumentata fino alla metà.

  • Circostanze aggravanti (art. 452-octies c.p.)

  • Circostanze aggravanti (art. 452-octies c.p.)

  • Quando l´associazione di cui all´articolo 416 è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dal medesimo articolo 416 sono aumentate.

  • Quando l´associazione di cui all´articolo 416-bis è finalizzata a commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo ovvero all´acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo articolo 416-bis sono aumentate.

  • Le pene di cui ai commi primo e secondo sono aumentate da un terzo alla metà se dell´associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale.

  • Attività di gestione di rifiuti non autorizzata (D. Lgs n.152/2006, art. 256)

Attività di gestione di rifiuti non autorizzata (D. Lgs n.152/2006, art. 256)

  1. Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 e´ punito:

  2. a) con la pena dell´arresto da tre mesi a un anno o con l´ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;

  3. b) con la pena dell´arresto da sei mesi a due anni e con l´ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.

  4. Le pene di cui al comma 1 si applicano ai titolari di imprese ed ai responsabili di enti che abbandonano o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee in violazione del divieto di cui all´articolo 192, commi 1 e 2.

  5. Chiunque realizza o gestisce una discarica non autorizzata e´ punito con la pena dell´arresto da sei mesi a due anni e con l´ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro. Si applica la pena dell´arresto da uno a tre anni e dell´ammenda da euro cinquemiladuecento a euro cinquantaduemila se la discarica e´ destinata, anche in parte, allo smaltimento di rifiuti pericolosi. Alla sentenza di condanna o alla sentenza emessa ai sensi dell´articolo 444 del codice di procedura penale, consegue la confisca dell´area sulla quale e´ realizzata la discarica abusiva se di proprietà dell´autore o del compartecipe al reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica o di ripristino dello stato dei luoghi.

  6. Le pene di cui ai commi 1, 2 e 3 sono ridotte della metà nelle ipotesi di inosservanza delle prescrizioni contenute o richiamate nelle autorizzazioni, nonché nelle ipotesi di carenza dei requisiti e delle condizioni richiesti per le iscrizioni o comunicazioni.

  7. Chiunque, in violazione del divieto di cui all´articolo 187, effettua attività non consentite di miscelazione di rifiuti, e´ punito con la pena di cui al comma 1, lettera b).

  8. Chiunque effettua il deposito temporaneo presso il luogo di produzione di rifiuti sanitari pericolosi, con violazione delle disposizioni di cui all´articolo 227, comma 1, lettera b), e´ punito con la pena dell´arresto da tre mesi ad un anno o con la pena dell´ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro. Si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da duemilaseicento euro a quindicimilacinquecento euro per i quantitativi non superiori a duecento litri o quantità equivalenti.

  9. Chiunque viola gli obblighi di cui agli articoli 231, commi 7, 8 e 9, 233, commi 12 e 13, e 234, comma 14, e´ punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da duecentosessanta euro a millecinquecentocinquanta euro.

  10. I soggetti di cui agli articoli 233, 234, 235 e 236 che non adempiono agli obblighi di partecipazione ivi previsti sono puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da ottomila euro a quarantacinquemila euro, fatto comunque salvo l´obbligo di corrispondere i contributi pregressi. Sino all´adozione del decreto di cui all´articolo 234, comma 2, le sanzioni di cui al presente comma non sono applicabili ai soggetti di cui al medesimo articolo 234.

  11. Le sanzioni di cui al comma 8 sono ridotte della metà nel caso di adesione effettuata entro il sessantesimo giorno dalla scadenza del termine per adempiere agli obblighi di partecipazione previsti dagli articoli 233, 234, 235 e 236.

  • Inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee (D. Lgs n. 152/2006, art. 257)

  1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque cagiona l’inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio è punito con la pena dell’arresto da sei mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro, se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall’autorità competente nell’ambito del procedimento di cui agli articoli 242e seguenti. In caso di mancata effettuazione della comunicazione di cui all’articolo 242, il trasgressore è punito con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da mille euro a ventiseimila euro.

  2. Si applica la pena dell’arresto da un anno a due anni e la pena dell’ammenda da cinquemiladuecento euro a cinquantaduemila euro se l’inquinamento è provocato da sostanze pericolose.

  3. Nella sentenza di condanna per la contravvenzione di cui ai commi 1 e 2, o nella sentenza emessa ai sensi dell’articolo 444del codice di procedura penale, il beneficio della sospensione condizionale della pena può essere subordinato alla esecuzione degli interventi di emergenza, bonifica e ripristino ambientale.

  4. L’osservanza dei progetti approvati ai sensi degli articoli 242e seguenti costituisce condizione di non punibilità per le contravvenzioni ambientali contemplate da altre leggi per il medesimo evento e per la stessa condotta di inquinamento di cui al comma 1.

  • Traffico illecito di rifiuti (D. Lgs n.152/2006, art. 259)

Traffico illecito di rifiuti (D. Lgs n.152/2006, art. 259)

  1. Chiunque effettua una spedizione di rifiuti costituente traffico illecito ai sensi dell´articolo 26 del regolamento (CEE) 1° febbraio 1993, n. 259, o effettua una spedizione di rifiuti elencati nell´Allegato II del citato regolamento in violazione dell´articolo 1, comma 3, lettere a), b), c) e d), del regolamento stesso e´ punito con la pena dell´ammenda da millecinquecentocinquanta euro a ventiseimila euro e con l´arresto fino a due anni. La pena e´ aumentata in caso di spedizione di rifiuti pericolosi.

  2. Alla sentenza di condanna, o a quella emessa ai sensi dell´articolo 444 del codice di procedura penale, per i reati relativi al traffico illecito di cui al comma 1 o al trasporto illecito di cui agli articoli 256 e 258, comma 4, consegue obbligatoriamente la confisca del mezzo di trasporto.

  • Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.) [introdotto dal D.Lgs. n. 21/2018]

Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.) [introdotto dal D.Lgs. n. 21/2018]

Chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti è punito con la reclusione da uno a sei anni. Se si tratta di rifiuti ad alta radioattività si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.

Alla condanna conseguono le pene accessorie di cui agli articoli 28, 30, 32-bis e 32-ter, con la limitazione di cui all’articolo 33.

Il giudice, con la sentenza di condanna o con quella emessa ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, ordina il ripristino dello stato dell’ambiente e può subordinare la concessione della sospensione condizionale della pena all’eliminazione del danno o del pericolo per l’ambiente.

E’ sempre ordinata la confisca delle cose che servirono a commettere il reato o che costituiscono il prodotto o il profitto del reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato.

Quando essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca.

  • Sanzioni (D.Lgs. n. 152/2006, art. 279)

Sanzioni (D.Lgs. n. 152/2006, art. 279)

  1. (Fuori dai casi per cui trova applicazione l´articolo 6, comma 13, cui eventuali sanzioni  sono  applicate  ai  sensi  dell´articolo 29-quattuordecies,) Chi  inizia  a  installare  o   esercisce   uno stabilimento  in  assenza  della  prescritta  autorizzazione ovvero continua l´esercizio con l´autorizzazione scaduta, decaduta,  sospesa o revocata e´ punito con la pena dell´arresto da due mesi a due  anni o dell´ammenda da 258 euro a 1.032 euro. Con la stessa pena e´ punito chi sottopone uno stabilimento  ad  una modifica sostanziale  senza l´autorizzazione prevista dall´articolo 269, comma 8.  Chi  sottopone uno stabilimento ad una modifica non sostanziale senza effettuare  la comunicazione prevista dall´articolo 269, comma 8, e´ assoggettato ad una sanzione amministrativa pecuniaria pari a 1.000  euro,  alla  cui irrogazione provvede l´autorita´ competente. 

  2. Chi, nell´esercizio di uno stabilimento, viola i valori  limite di emissione o le prescrizioni stabiliti  dall´autorizzazione,  dagli Allegati I, II, III o V alla parte quinta del presente  decreto,  dai piani e dai programmi o dalla normativa di cui all´articolo 271 o  le

    prescrizioni altrimenti imposte dall´autorita´  competente  ai  sensi del presente titolo e´ punito con l´arresto fino ad  un  anno  o con l´ammenda fino a 1.032 euro. Se i valori  limite  o  le  prescrizion violati sono contenuti nell´autorizzazione  integrata ambientale  si applicano le sanzioni previste dalla normativa  che  disciplina  tale autorizzazione. 

  3. (Fuori   dai   casi   sanzionati   ai   sensi   dell´articolo 29-quattuordecies, comma 7,) Chi mette in esercizio  un  impianto  o inizia ad esercitare un´attivita´ senza  averne  dato  la  preventiva comunicazione prescritta ai sensi dell´articolo 269, comma  6,  o ai sensi dell´articolo 272, comma 1, e´ punito con l´arresto fino ad  un anno o con l´ammenda fino a milletrentadue euro. 

  4. (Fuori   dai   casi   sanzionati   ai   sensi   dell´articolo 29-quattuordecies,  comma  8,))  Chi   non   comunica   all´autorita´ competente i dati relativi alle emissioni ai sensi dell´articolo 269, comma 6, e´ punito con l´arresto fino a sei mesi o con l´ammenda fino a milletrentadue euro.

  1. Nei casi previsti  dal  comma  2  si  applica  sempre  la  pena dell´arresto fino ad un anno se il superamento dei valori  limite  di emissione  determina  anche  il  superamento  dei  valori  limite  di qualita´ dell´aria previsti dalla vigente normativa. 

  2. Chi, nei casi previsti dall´articolo 281, comma 1,  non  adotta tutte le misure necessarie ad evitare  un  aumento  anche temporaneo delle emissioni e´ punito con la pena dell´arresto fino ad un anno  o dell´ammenda fino a milletrentadue euro. 

  3. Per la violazione delle  prescrizioni  dell´articolo  276,  nel caso in cui la stessa non sia soggetta  alle  sanzioni  previste  dai commi da 1 a 6, e per la violazione delle prescrizioni  dell´articolo 277  si   applica   una   sanzione   amministrativa   pecuniaria da Quindicimilaquattrocentonovantatre euro a centocinquantaquattromilanovecentotrentasette  euro.  All´irrogazione di tale sanzione provvede, ai sensi  degli  articoli  17  e  seguenti della legge 24 novembre  1981,  n.  689,  la  regione  o  la  diversa autorita´  indicata  dalla  legge  regionale.  La  sospensione  delle autorizzazioni in essere e´ sempre disposta in caso di recidiva.

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

  1. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  2. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  3. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  4. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  5. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  6. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
  7. 1. Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  8. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  9. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  10. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
  11. 1. Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.

    REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa
  12. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
  13. 2. Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
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    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  14. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
  15. 1. In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
  16. 2. Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  17. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  18. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  19. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  20. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  21. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
  22. 1. Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
  23. 2. Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  24. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  25. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  26. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  27. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  28. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
  29. 1. LaL. 4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
  30. 2. Il successivoDecreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dallaL. 23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
  31. 3. Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dallaL. 19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
  32. 4. Infine, con ilDecreto Legge n. 93 del 2013, e la citataL. n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  33. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  34. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
  35. 1. Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  36. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
  37. 3. L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  38. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  39. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
  40. 4. Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo dellaL. n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  41. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  42. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  43. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  44. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
  45. 5. E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  46. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  47. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  48. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
  49. 1. Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  50. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  51. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  52. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  53. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  54. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  55. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agliarticoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
  56. 2. La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  57. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  58. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  59. 17
  60. 3. La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  61. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
  62. 4. Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  63. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  64. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  65. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  66. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  67. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  68. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  69. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
  70. 1. Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  71. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  72. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  73. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
  74. 2. I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  75. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
  76. 3. Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  77. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  78. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  79. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  1. 4. Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  2. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  3. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  4. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  5. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
  6. 5. La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  7. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  • Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  1. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  2. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
  3. 1. Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  4. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  5. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  6. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  7. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  8. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  9. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  1. A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  2. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  3. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  4. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  5. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  6. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
  7. 1. Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  8. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
  9. 2. In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  10. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
  11. 3. La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  12. CONSIDERATO IN DIRITTO
  13. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  14. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  15. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  16. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  17. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  18. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  19. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  20. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  21. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  22. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  23. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  24. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  25. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  26. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  27. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  28. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  29. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.

 

  1. REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONESEZIONI UNITE PENALIComposta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

    CASSANO Margherita – Presidente

    Dott. CAMMINO Matilde – Consigliere

    Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

    Dott. TARDIO Angela – Consigliere

    Dott. CIAMPI Francesco M. – Consigliere

    Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

    Dott. DI STEFANO Pierlui – rel. Consigliere

    Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

    Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere

    ha pronunciato la seguente:

  2. SENTENZA
  3. sul ricorso proposto da:
  4. (OMISSIS), nato a (OMISSIS);
  5. avverso la ordinanza del 09/07/2020 del Tribunale di Palermo;
  6. visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
  7. udita la relazione svolta dal componente Pierluigi Di Stefano;
  8. udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. GAETA Pietro, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;
  9. udito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
  10. RITENUTO IN FATTO
  11. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo disponeva nei confronti di (OMISSIS), indagato per il reato di maltrattamenti ex articolo 572 c.p.nei confronti della madre, la misura coercitiva di cui all’articolo 282-ter c.p.p. “divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, con le prescrizioni di mantenere la distanza di almeno 300 m dall’abitazione della madre…. e dalla stessa persona offesa ovunque si trovi…”, oltre al divieto di comunicazione con la medesima.
    • Il Tribunale di Palermo, decidendo sulla richiesta di riesame ex articolo 309 c.p.p., con provvedimento del 9 luglio 2020 confermava l’ordinanza applicativa della misura, rilevando innanzitutto la sussistenza di gravi indizi di abituali condotte vessatorie del (OMISSIS) nei confronti della madre con reiterate aggressioni verbali e fisiche, tali da mortificare la persona offesa e, poi, un serio rischio di prosecuzione di tali maltrattamenti, considerati i recentissimi accadimenti e l’indole violenta dell’indagato.
    • Riteneva, quindi, adeguata alla tutela della vittima la misura disposta che impediva il contatto diretto tra le parti, quanto alle prescrizioni del divieto di avvicinamento all’abitazione e alla persona offesa. Rispetto a quest’ultima prescrizione, valutate le specifiche deduzioni della difesa, il Tribunale considerava che, secondo la interpretazione corretta dell’articolo 282 ter c.p.p., non vi e’ necessita’ di specificazione dei luoghi di operativita’ del divieto, poiche’ in situazioni come quella in oggetto, caratterizzate dalla persistente ricerca di avvicinamento della vittima, il contatto ben puo’ avvenire anche al di fuori dei luoghi che potrebbero essere preventivamente individuati.
  12. Il difensore di (OMISSIS) ha proposto ricorso avverso tale ordinanza deducendo vari motivi di impugnazione.
  13. Rileva innanzitutto la nullita’ delle ordinanze di applicazione e conferma della misura cautelare, poiche’ e’ mancata un’autonoma valutazione” del materiale indiziario sia da parte del Giudice per le indagini preliminari che del Tribunale.
  14. Considera, poi, sulla scorta dal contenuto degli elementi indiziari che indica analiticamente, che la ricostruzione dei fatti oggetto della vicenda e’ erronea. Rileva che, essendo solo due gli episodi significativi verificatisi in quattro anni, non puo’ affermarsi che sia integrata una condotta abituale di maltrattamenti.
  15. Osserva che la motivazione sulla applicazione della misura cautelare e’ generica, perche’ non vi e’ stata l’indicazione dei luoghi determinati per i quali vige il divieto di avvicinamento. La misura disciplinata dall’articolo 282 ter c.p.p., richiede la indicazione specifica e dettagliata dei luoghi determinati ai quali il ricorrente non si deve avvicinare, non essendo sufficiente precludere l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  16. Il processo e’ stato assegnato alla Sesta Sezione Penale che ha disposto procedersi nelle forme del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, conv. con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176.
  17. Il Collegio, con ordinanza del 28 gennaio 2021, ha rimesso il procedimento a queste Sezioni Unite ravvisando sul tema posto dal secondo motivo di ricorso un contrasto nella applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1.
  18. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  19. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  20. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  21. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  22. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  23. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
    • Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  24. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
    • In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  25. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
    • La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  26. CONSIDERATO IN DIRITTO
  27. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  28. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  29. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  30. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  31. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  32. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  33. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  34. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  35. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  36. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  37. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  38. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  39. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  40. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  41. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  42. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  43. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
    • Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  44. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  45. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  46. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  47. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  48. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
    • La  4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
    • Il successivo Decreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dalla  23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
    • Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dalla  19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
    • Infine, con il Decreto Legge n. 93 del 2013, e la citata  n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  49. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  50. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
    • Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  51. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
    • L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  52. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  53. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
    • Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo della  n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  54. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  55. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., ord. n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  56. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  57. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
    • E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  58. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  59. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  60. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
    • Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  61. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  62. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  63. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  64. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  65. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  66. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agli articoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
    • La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  67. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  68. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  69. 17
    • La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  70. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
    • Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  71. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  72. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  73. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  74. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  75. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  76. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  77. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
    • Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  78. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  79. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  80. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
    • I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  81. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
    • U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  82. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  83. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  84. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  85. La stessa collocazione dell’articolo 282 ter c.p.p.(e dell’articolo 282 bis c.p.p.) tra la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria (articolo 282 c.p.p.) e quelle dell’obbligo e del divieto di dimora (articolo 283 c.p.p.) dimostra che il legislatore ha ritenuto che le relative prescrizioni facciano capo alle stesse tipologie di limitazioni ponendosi in una scala di graduazione delle misure disciplinate dagli articoli da 280 a 285 c.p.p..
    • Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  86. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  87. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  88. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  89. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
    • La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  90. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  91. Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  92. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  93. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
    • Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  94. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  95. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  96. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  97. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  98. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  99. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  100. La prescrizione del divieto di avvicinamento alla persona offesa impone all’indagato di non cercare il contatto con la stessa con la conseguenza che, persino in ipotesi d’incontro casuale, il soggetto, acquisita la consapevolezza della presenza della persona offesa, e’ tenuto ad allontanarsi, ripristinando la distanza determinata a lui imposta.
    • Si consideri, poi, che trattandosi di misure coercitive inserite nel corpo del codice insieme alle altre, in assenza di divieti legislativi, valgono le regole generali: la misura e’, in astratto, applicabile per qualsiasi reato e per tutte le esigenze cautelari previste dall’articolo 274 c.p.p..
  101. E’ indubbio che l’articolo 282 ter c.p.p., contempla una misura cautelare legata da “un rapporto privilegiato” con il delitto di atti persecutori e, quindi, volta ad attuare la protezione del “soggetto debole”. E’ altrettanto pacifico che la disposizione e’ destinata a trovare applicazione anche a reati “affini” al delitto di cui all’articolo 612 bis c.p., come, ad esempio, i delitti di maltrattamenti, di lesioni aggravate, altri reati con minaccia e violenza nei confronti della data vittima, ben ipotizzabili in uno stadio di condotte persecutorie che non abbiano realizzato l’evento richiesto per l’articolo 612 bis c.p.(neanche allo stadio di tentativo).
    • Non vi e’, pero’, ragione di escludere l’adozione della misura per reati obiettivamente di altra natura in cui risulta necessario tutelare la persona da aggressioni mirate.
  102. Quindi, non potra’ mai ritenersi la misura formalmente applicabile esclusivamente per reati astrattamente conformi alla ratio normativa del I Decreto Legge n. 11 del 2009, come, invece, affermato da Sez. 4, n. 2147 del 13/01/2021, Macellaro, Rv. 28048. Non vi e’ alcun dubbio che la legge abbia introdotto la nuova misura avendo di mira determinate materie, ma la stessa legge ha in modo altrettanto indiscutibile scelto di inserire la disposizione nella materia generale delle misure coercitive senza alcuna limitazione.
  103. In conclusione, al quesito deve essere data la seguente risposta:
  104. “il giudice che ritenga adeguata e proporzionata la sola misura cautelare dell’obbligo di mantenere una determinata distanza dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p., comma 1) puo’ limitarsi ad indicare tale distanza.
  105. Nel caso in cui, al contrario, nel rispetto dei predetti principi, disponga, anche cumulativamente, le misure del divieto di avvicinamento ai luoghi da essa abitualmente frequentati e/o di mantenimento della distanza dai medesimi, deve indicarli specificamente”.
  106. Passando, quindi, alla decisione del caso specifico, il ricorso deve essere rigettato.
    • Il primo motivo e’ generico nella prima parte in cui ripropone il tema della nullita’ della ordinanza di applicazione della misura per assenza di “autonoma valutazione” degli indizi e delle esigenze cautelari da parte del G.i.p. Difatti, il Tribunale, nel confermare l’ordinanza, ha dato atto del suo contenuto adeguato rispetto alla previsione dell’articolo 292 c.p.p., e il ricorso, senza alcun riferimento al contenuto concreto della prima ordinanza, si limita al richiamo delle disposizioni applicabili, affermando apoditticamente che sarebbero state violate. Lo stesso motivo, nella seconda parte, non rispetta i limiti di deducibilita’ del vizio di motivazione nel giudizio di legittimita’, in quanto, senza segnalare carenze o significativi errori logici della motivazione dell’ordinanza impugnata, propone, con argomentazioni peraltro prive di collegamento al caso concreto, una non consentita rilettura e diversa valutazione del materiale indiziario.
    • Il secondo motivo, che denuncia la violazione di legge e la generica motivazione dell’ordinanza del Tribunale del riesame per la mancata indicazione dei luoghi rispetto ai quali era stato disposto il divieto di avvicinamento, e’ infondato per gli argomenti sopra svolti, considerato che la difesa contesta in radice la ammissibilita’ di un provvedimento che precluda l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  107. Il provvedimento adottato, difatti, nel pieno rispetto dell’articolo 282 ter c.p.p., ha previsto il divieto di avvicinamento all’abitazione della persona offesa, luogo noto al ricorrente, nonche’ il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“… mantenere la distanza di almeno trecento metri dalla S. in qualunque luogo la stessa si trovi”).
  108. Q.M.
  109. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
  110. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

OMICIDIO STRADALE VITTIME STRADA BOLOGNA VICENZA RAVENNA

OMICIDIO STRADALE VITTIME NAPOLI BOLOGNA VICENZA RAVENNA

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

ART 589 BIS CP

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni .[c.p. 590-quater].

La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona [c.p. 590-quater].

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni [c.p. 590-quater].

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona [c.p. 590-quater].

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria [c.p. 590-quater].

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto [c.p. 589-ter; c.p.p. 359-bis].

1 Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016. Per quanto concerne il raddoppio dei termini di prescrizione per i reati di cui al presente articolo vedi il sesto comma dell’art. 157 del codice penale.

REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

ART 590 BIS CP

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

1 Articolo aggiunto dall’art. 1, comma 1, lett. e), D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125. Successivamente, il presente articolo è stato così sostituito dall’art. 1, comma 2, L. 23 marzo 2016, n. 41, che ha sostituito l’originario art. 590-bis con gli attuali articoli da 590-bis a 590-quinquies, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

2La Corte costituzionale, con sentenza 4-25 novembre 2020, n. 248 (Gazz. Uff. 2 dicembre 2020, n. 49 – Prima serie speciale), ha dichiarato, tra l’altro: a) inammissibile la questione di legittimità costituzionale del presente articolo, in riferimento all’art. 24 Cost.; b) non fondata la questione di legittimità costituzionale del presente articolo, in riferimento all’art. 3 Cost.

Art. 590 ter Fuga del conducente in caso di lesioni personali stradali1

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Nel caso di cui all’articolo 590-bis, se il conducente si dà alla fuga, la pena è aumentata da un terzo a due terzi e comunque non può essere inferiore a tre anni [590-quater].

Corte cost., 17/04/2019, n. 88

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In tema di reati commessi in relazione alla circolazione stradale, la revoca della patente di guida non può essere “automatica” indistintamente, in ognuna delle plurime ipotesi previste sia dall’art. 589 bis c.p. (omicidio stradale) sia dall’art. 590 bis c.p. (lesioni personali stradali), ma si giustifica solo nelle ben circoscritte ipotesi più gravi sanzionate con la pena rispettivamente più elevata, come fattispecie aggravate, dall’art. 589 bis, commi 2 e 3 c.p. e dall’art. 590 bis, commi 2 e 3 c.p. (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti). Nelle ipotesi diverse da queste ultime, che il legislatore ha ritenuto di non pari gravità, sia nelle ipotesi non aggravate del primo comma delle due disposizioni suddette, sia in quelle aggravate dei commi quarto, quinto e sesto, il giudice deve poter valutare le circostanze del caso ed eventualmente applicare, come sanzione amministrativa accessoria, in luogo della revoca della patente, la sospensione della stessa come previsto, e nei limiti fissati, dall’art. 222, comma 2, secondo e dal terzo periodo del D. Lgs. 30 aprile 1992 n. 285.

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, ricorre nel caso in cui sia stata accertata qualunque concorrente causa esterna, anche non costituita da condotta umana, al di fuori delle ipotesi di caso fortuito o forza maggiore. (Fattispecie relativa all’investimento di un pedone da parte del conducente di un’autovettura, in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che non aveva riconosciuto l’attenuante omettendo di valutare l’incidenza, sulla visibilità dello stato dei luoghi, della forte precipitazione in corso al momento del fatto). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO TORINO, 17/06/2019)

CIRCOLAZIONE STRADALE – Responsabilità civile da incidenti stradali – Colpa – In genere – Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale – Danni al terzo trasportato – Condotta alternativa del conducente per evitare l’evento o produrne altro meno grave – Accertamento – Rilevanza – Sul piano del nesso causale – Esclusione – Sul piano della colpa – Configurabilità – Condizioni

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 18/06/2021, n. 25767 (rv. 281495-01)

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REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Aggravante di cui all’art. 589-bis, comma sesto, cod. pen. – Patente scaduta – Integrazione – Esclusione – Ragioni

In tema di omicidio stradale, la circostanza aggravante prevista dall’art. 589-bis, comma sesto, cod. pen., non è integrata dall’essere il fatto commesso da persona con patente scaduta, non potendosi assimilare tale condizione a quella della patente sospesa o revocata di cui alla citata norma, stante il divieto di analogia in “malam partem”. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO ANCONA, 25/02/2020)

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 22/02/2016, n. 3428 (rv. 640119)

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CIRCOLAZIONE STRADALE – Responsabilità civile da incidenti stradali – Colpa – In genere – Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale – Danni al terzo trasportato – Condotta alternativa del conducente per evitare l’evento o produrne altro meno grave – Accertamento – Rilevanza – Sul piano del nesso causale – Esclusione – Sul piano della colpa – Configurabilità – Condizioni

In tema di danni da sinistro stradale, nell’ipotesi di lesioni patite dal terzo trasportato a seguito di una manovra di emergenza che abbia comportato la fuoriuscita del veicolo dalla sede stradale, l’apprezzamento della possibilità, per il conducente, di tenere una condotta alternativa idonea ad evitare l’evento dannoso, o a produrne altro meno grave, non incide sull’accertamento del nesso di causalità tra la condotta tenuta e l’evento dannoso, ma, eventualmente, sul piano della verifica della colpa del conducente, potendo in particolare comportare – qualora la situazione di pericolo risulti ascrivibile solamente al contegno di un terzo – l’operatività dell’esimente dello stato di necessità ex art. 2045 c.c. (Cassa con rinvio, App. Ancona, 05/10/2012)

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 09/03/2021, n. 11479 (rv. 280832-01)

CIRCOLAZIONE STRADALE (NUOVO CODICE) – Illeciti penali – Sanzioni amministrative accessorie – In genere – Reato di cui all’art. 589-bis cod. pen. – Assenza di circostanze aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti – Applicazione della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida – Obbligo di motivazione – Contenuto

In tema di omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi o gravissime, il giudice che, in assenza delle circostanze aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, applichi la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, in luogo di quella, meno favorevole, della revoca, non è tenuto a dare conto, in modo puntuale, delle ragioni che lo hanno indotto a scegliere il trattamento più favorevole sulla base dei parametri di cui all’art. 218, comma 2, cod. strada, essendo sufficiente anche il richiamo alle “circostanze del fatto” e/o alla “gravità della condotta”. (Rigetta, GIP TRIBUNALE TRENTO, 05/06/2020).

REATI E PENE – Lesioni personali stradali gravi o gravissime non aggravate dallo stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope – Inclusione tra i delitti procedibili a querela – Omessa previsione – Denunciata disparità di trattamento e irragionevolezza – Non fondatezza della questione – Invito al legislatore ad una complessiva rimeditazione del regime di procedibilità delle diverse ipotesi del reato in esame

È dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Pisa in riferimento all’art. 3 Cost., dell’art. 590-bis cod. pen., nella parte in cui non prevede la punibilità a querela del delitto di lesioni stradali gravi e gravissime in tutte le ipotesi diverse da quelle previste dal secondo comma, il quale delinea la circostanza aggravante della guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Se, quanto meno nelle ipotesi previste dal primo comma dell’art. 590-bis cod. pen., non può negarsi che esse appaiono normalmente connotate da un minor disvalore sul piano della condotta e del grado della colpa, e che a fronte di condotte consistenti in occasionali disattenzioni, potrebbe discutersi dell’opportunità dell’indefettibile celebrazione del processo penale a prescindere dalla volontà della persona offesa, tuttavia tali considerazioni non sono sufficienti a connotare in termini di illegittimità costituzionale la scelta, attuata con la legge n. 41 del 2016 (e confermata dal D.Lgs. n. 36 del 2018), di prevedere la procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di lesioni personali stradali gravi o gravissime, ritenute di particolare allarme sociale. D’altra parte, il rimettente sollecita un intervento che restauri la procedibilità a querela anche con riferimento alla generalità delle ipotesi previste dal medesimo articolo, con la sola eccezione di quelle di cui al secondo comma, così investendo anche violazioni delle norme sulla circolazione stradale commesse con piena consapevolezza e necessariamente foriere di rischi significativi per l’incolumità altrui. Quanto poi alla lamentata disparità di trattamento, non può ritenersi ingiustificato il differente regime di procedibilità rispetto alle lesioni provocate nell’ambito dell’attività sanitaria, ove si consideri che quest’ultima è stata recentemente oggetto di ripetuti interventi da parte del legislatore miranti a evitare il fenomeno della c.d. “medicina difensiva”. Rientra nella discrezionalità del legislatore l’individuazione delle soluzioni più opportune per ovviare agli indubbi profili critici dell’attuale regime di procedibilità per le diverse ipotesi di reato contemplate dall’art. 590-bis cod. pen., i quali ne suggeriscono una complessiva rimeditazione. In linea generale, le scelte sanzionatorie del legislatore possono essere sindacate dalla Corte costituzionale soltanto entro i limiti della manifesta irragionevolezza, standard che vige, più in particolare, anche rispetto alle scelte relative al regime di procedibilità dei singoli reati.

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 09/10/2019, n. 48754 (rv. 277871-01)

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REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Omicidio colposo – In genere – Omicidio colposo – Aggravante della violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale – Violazione da parte del proprietario della strada dell’art. 14 cod. strada – Sussistenza della circostanza aggravante – Fattispecie

In tema di omicidio colposo, la violazione ad opera del gestore di un’autostrada dell’art. 14 cod. strada, in quanto connessa alla violazione delle norme cautelari specifiche contenute nei decreti ministeriali che dettano le istruzioni tecniche per l’esecuzione dei lavori di manutenzione delle strade, integra l’aggravante del fatto commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva affermato la responsabilità penale per il reato di cui all’art. 589, secondo comma, cod. pen. – nella formulazione anteriore all’introduzione, ad opera della legge 23 marzo 2016, n. 41L. 23/03/2016, n. 41, delle nuove fattispecie autonome dell’omicidio stradale e delle lesioni personali stradali gravi e gravissime – del direttore dei lavori di rimozione delle barriere di protezione di una galleria autostradale per avere mantenuto, all’interno del tunnel, il terminale di una barriera di sicurezza, che, nel corso di un incidente stradale, aveva provocato la morte del conducente di un’autovettura, trafiggendone il corpo). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO MESSINA, 21/02/2018)

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 05/10/2021) 28/10/2021, n. 38625

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Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOVERE Salvatore – Presidente –

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Aldo – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PICARDI Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS) – parte civile;

nel procedimento a carico di:

SA.FA., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 08/09/2020 del TRIBUNALE di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. PICARDI FRANCESCA;

celebrato il giudizio con le modalità della trattazione scritta.

Svolgimento del processo

1.II Tribunale di Roma, in riforma della sentenza di condanna di primo grado (emessa dal Giudice di pace), ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di Sa.Fa., per l’intervenuta prescrizione del reato contestato di cui all’art. 590 c.p. (per aver cagionato, alla guida del suo veicolo, lesioni a S.A., con il cui motociclo collideva, omettendo di concedergli la precedenza, poichè non si avvedeva del suo sopraggiungere, in 28 aprile 2012), ed ha confermato le statuizioni civili (in particolare la condanna al risarcimento del danno, da liquidarsi in sede civile).

2.Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la parte civile, lamentando l’erronea applicazione degli art. 1227 e 2054 c.c., avendo i giudici di merito riconosciuto un suo concorso di colpa, senza considerare gli indizi derivanti, da un lato, dalle dichiarazioni di D.G., che hanno smentito quelle di O. (che, comunque, non ha assistito al sinistro), e, dall’altro, dalle tracce di frenata – tutti nel senso di escludere una sua velocità oltre il limite consentito.

3.La Procura Generale della Cassazione ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

4.In data 5 ottobre 2021 sono tardivamente pervenute le conclusioni della parte civile, che ha chiesto accogliersi il ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile.

2.In via preliminare deve ricordarsi che, ai sensi dell’art. 606 c.p., comma 2-bis, contro le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace, il ricorso per cassazione può essere proposto soltanto per i motivi di cui al comma 1, lettere a), b) e c). Si è anche precisato che la regola di giudizio compendiata nella formula “al di là di ogni ragionevole dubbio” rileva in sede di legittimità esclusivamente ove la sua violazione si traduca nella illogicità manifesta e decisiva della motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per cui è inammissibile la relativa censura avverso le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace per le quali il ricorso può essere proposto, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 2-bis, solo per i motivi di cui all’art. 606, comma 1, lett. a), b) e c) (Sez. 4, n. 2132 del 12/01/2021, Maggio, Rv.280245 – 01). Del resto, in tema di reati di competenza del giudice di pace, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274art. 39-bis (introdotto dal D.Lgs. 6 febbraio 2018, n. 11, art. 9), per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui esclude la proponibilità del ricorso per cassazione avverso le sentenze di appello per vizi della motivazione potendo il legislatore, anche per l’assenza di vincoli sovranazionali, differenziare la disciplina delle impugnazioni in ragione della natura e dell’oggetto del giudizio, essendo, in particolare, ragionevole modulare diversamente l’accesso al giudizio di legittimità per i procedimenti aventi ad oggetto violazioni di minore entità cui non seguano sanzioni detentive (Sez.7, n. 49963 del 06/11/2019, Fusini, Rv. 277417 – 01).

Da tali premesse deriva che il presente ricorso, con cui non si denuncia alcuna effettiva violazione di legge, ma si contesta soltanto la lettura del quadro indiziarlo e la ricostruzione del fatto, senza, peraltro, neppure individuare chiaramente una lacuna, una contraddizione o una manifesta illogicità della motivazione, è inammissibile.

Nè risulta applicabile, nel caso di specie, il principio recentemente affermato da Sez. 5, n. 20877 del 23/04/2021, Amjad Naeem, Rv.281113, secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, la preterizione da parte del giudice di appello di un tema potenzialmente decisivo configura un profilo di violazione di legge, deducibile anche nel procedimento per reati di competenza del giudice di pace, per i quali il D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274art. 39-bis, introdotto dal D.Lgs. 6 febbraio 2018, n. 11art. 9, ha limitato i motivi di ricorso per cassazione a quelli di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. a), b) e c). Difatti, nella sentenza impugnata, sia pure sinteticamente, ma tramite un preciso rinvio a determinati elementi probatori, si è giustificato il rigetto dell’appello della parte civile.

Solo per completezza va sottolineato che la limitazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 2-bis, opera non solo nei confronti dell’imputato, ma di tutte le parti, ivi compresa quella civile, sia in considerazione della formula letterale, che non introduce alcuna distinzione, sia in considerazione del principio costituzionale di uguaglianza.

3.Peraltro, si ritiene inammissibile, per carenza di interesse, il ricorso per cassazione della parte civile volto a censurare l’accertamento del giudice di merito in ordine al concorso di colpa della vittima nella determinazione causale dell’evento, trattandosi di accertamento che non ha efficacia di giudicato nell’eventuale giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno (Sez. 4, n. 17219 del 20/03/2019, Rv. 275874).

4.In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente S.A. condannato al pagamento delle spese processuali e, non essendovi ragioni di esonero, della sanzione pecuniaria, che si reputa equo liquidare in Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Motivazione semplificata.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2021.

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

Nel delitto di atti persecutori, che è reato abituale, il termine finale di consumazione, nel caso di contestazione cosiddetta aperta, coincide con quello della pronuncia della sentenza di primo grado, che cristallizza l’accertamento processuale e dal quale decorre il termine di prescrizione del reato in mancanza di una specifica contestazione che delimiti temporalmente le condotte frutto della reiterazione criminosa. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 24/09/2020)
In relazione al reato di atti persecutori (stalking) e all’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, le videoriprese registrate in luogo di pertinenza condominiale sono videoriprese non effettuate dalla polizia giudiziaria e non possono essere assimilate, quanto ai presupposti di ammissibilità, ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, di cui all’art. 266 c.p.p., sicché nel caso di immagini registrate derivanti da videoregistrazioni provenienti da privati, installate a fronte anche di esigenze di sicurezza delle parti comuni, poi acquisite come documenti ex art. 234 c.p.p., e non quale prova atipica, i fotogrammi estrapolati da detti filmati non possono essere considerati prove illegittimamente acquisite e non ricadono nella sanzione processuale di inutilizzabilità.

L’attenuante della provocazione è incompatibile con il delitto di atti persecutori, che è reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione nel tempo di comportamenti antigiuridici di analoga natura, in quanto quella che si vorrebbe prospettare come una reazione emotiva ad un fatto ingiusto costituisce, in realtà, espressione di un proposito di rivalsa e di vendetta al quale l’ordinamento non può dare riconoscimento alcuno. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO MESSINA, 08/07/2019) In tema di liquidazione equitativa del danno morale conseguente al reato di atti persecutori, è sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c., norma di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale, e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, la valutazione del giudice di merito che non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”. La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento. Nel consegue che, allorché non siano indicate le ragioni dell’operato apprezzamento e non siano richiamati gli specifici criteri utilizzati nella liquidazione, la sentenza incorre sia nel vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6) sia nel vizio di violazione dell’art. 1226 c.c. Integra il delitto di atti persecutori la reiterata ed assillante comunicazione di messaggi di contenuto persecutorio, ingiurioso o minatorio, oggettivamente irridenti ed enfatizzanti la patologia della persona offesa, diretta a plurimi destinatari ad essa legati da un rapporto qualificato di vicinanza, ove l’agente agisca nella ragionevole convinzione che la vittima ne venga informata e nella consapevolezza, della idoneità del proprio comportamento abituale a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO FIRENZE, 16/09/2019) Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse). (Rigetta, CORTE APPELLO TRIESTE, 04/03/2019) In tema di atti persecutori, l’evento, consistente nell’alterazione delle abitudini di vita o nel grave stato di ansia o paura indotto nella persona offesa, deve essere il risultato della condotta illecita valutata nel suo complesso, nell’ambito della quale possono assumere rilievo anche comportamenti solo indirettamente rivolti contro la persona offesa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che fossero state legittimamente valutate non solo le minacce o molestie rivolte alla persona offesa dall’imputato, dopo l’interruzione di una relazione extraconiugale, ma anche le minacce e le denunce calunniose proposte nei confronti del marito e del padre della persona offesa, in quanto si inserivano nell’unitaria condotta persecutoria). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO PALERMO, 28/11/2019)
In tema di atti persecutori, ai fini della irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612-bis, comma quarto, cod. pen., è necessario che nella imputazione sia contestato in modo chiaro e preciso che la condotta è stata realizzata con minacce reiterate ed integranti i caratteri della circostanza aggravante di cui all’art. 612, comma secondo, cod. pen. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 03/02/2020)

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

Il testamento rappresenta l’atto con cui taluno dispone delle proprie sostanze per il momento in cui ha cessato di vivere. Esso regola la successione mortis causa ossia che avviene per la morte del disponente.

Quali sono le tipologie di testamenti?

Esistono diverse forme di testamento:

  1. olografo: sottoscritto e redatto interamente di pugno del testatore;
  2. pubblico: ricevuto dal notaio alla presenza di due testimoni;
  3. segreto: scritto dal testatore o da un terzo.

Quali sono le caratteristiche del testamento?

Innanzitutto il testamento è un negozio unilaterale. Tale caratteristica potrebbe sembrare un’aporia rispetto alla necessità dell’accettazione (a differenza del legato che, ai sensi dell’art. 649 c.c., si acquista senza accettazione), ma in realtà non è così.

In campo contrattuale, infatti, l’accettazione serve per unire la volontà a quella del proponente e far nascere il contratto. Nel testamento l’accettazione si pone al di fuori del negozio. Il testamento, infatti, funziona a prescindere dall’accettazione anche perché il testatore potrebbe aver previsto meccanismi di sostituzione, rappresentanza e accrescimento per salvaguardare l’efficacia delle sue disposizioni se il primo chiamato non vuole o non può accettare l’eredità.

Altra caratteristica è il formalismo in quanto il testamento deve essere redatto in forma scritta ad substantiam, a pena di nullità.

Se una delle tre forme testamentarie, olografo, pubblico, segreto, risulta viziata il legislatore, in base al principio di conservazione degli atti, evita la dichiarazione di nullità o attraverso la conversione o applicando il meccanismo di cui all’art. 590 c.c. simile alla convalida.

Si può contestare l’autenticità della firma di un testamento olografo?

Certo è possibile tenuto anche conto del fatto che si tratta di disposizioni di ultima volontà.

Inizialmente si era sostenuto che, nel caso in esame, doveva utilizzarsi la querela di falso instaurando un subprocedimento. Successivamente il riferimento è stato al disconoscimento di scrittura privata.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno optato per una differente soluzione.

Dopo aver messo da parte la querela di falso, adoperata per gli atti pubblici e il disconoscimento relativo alla scrittura privata prodotta in giudizio da una delle parti in causa, si è scelto l’accertamento negativo.

La parte interessata, infatti, può adire il giudice con autonoma zione atipica, non espressamente prevista da legge e contestare l’autenticità della firma del testamento olografo.

Cosa significa che il testamento ha carattere dispositivo?

Tale caratteristica deriva dal disposto dell’art. 587 c.c. in riferimento all’atto di disposizione delle proprie sostanze.

Il testamento, infatti, deve contenere spostamenti di ricchezza in favore o dell’erede o del legatario.

È valida la clausola di diseredazione?

Questo problema non di pone quando il diseredato è un legittimario, perché egli può impugnare la clausola e ottenere la declaratoria di inefficacia in quanto successore ex lege.

Nelle altre ipotesi sorgono dubbi in relazione alla mancanza di spostamenti patrimoniali servendo il testamento soltanto ad eliminare il soggetto indesiderato.

Ad un primo esame l’operazione sembrerebbe nulla eliminando proprio il carattere dispositivo del testamento esprimendo la clausola di diseredazione una mera volontà ablatoria, destitutiva.

Nella realtà dei fatti non è così. L’effetto indiretto della clausola di diseredazione è, infatti, quello di allargare automaticamente le quote degli altri successori legittimi. La clausola di diseredazione diviene, così, compatibile con il carattere dispositivo del testamento divenendo la successione in parte legittima e in parte testamentaria.

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

Secondo giurisprudenza consolidata non basta la mera difficoltà occorre la prova della totale impossibilità da dimostrare.

elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità

. Come ben evidenziato dai giudici di merito, la difesa non ha dedotto elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità, e non la semplice difficoltà, di porre in essere il comportamento doveroso omesso. Non sono sufficienti allo scopo i documenti che dimostrano la crisi economica dell’impresa, in mancanza di azioni efficaci dirette al risanamento dell’impresa stessa, perchè tale non può essere considerata la redazione del piano allegato alla domanda di concordato, non essendo il concordato in questione andato a buon fine.

relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore

 

principi di diritto più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore rispetto al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 ter in forza dei quali risulta indispensabile che il contribuente dimostri che gli sia stato impossibile reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie all’adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo esperito tutte

– le possibili azioni, comprese quelle svantaggiose per il proprio patrimonio personale,

 tese a recuperare le somme necessarie a estinguere il debito erariale, senza esservi riuscito per ragioni a lui non imputabili e, comunque, indipendenti dalla sua volontà (ex plurimis, Sez. 3, 9 settembre 2015, n. 43599; Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905; Sez. 3, 8 gennaio 2014, n. 15416; Sez. 3, 5 dicembre 2013, n. 5467)

 Ne deriva che l’inadempimento nei termini del debito erariale deve essere considerato il frutto di una scelta strategica imprenditoriale pienamente ascrivibile all’imputato.

effetto preclusivo della

domanda di concordato,

precedente alla scadenza del termine per il pagamento del debito Iva per il 2011, deve ricordarsi che non assume rilevanza, nè sul piano dell’elemento soggettivo, nè su quello della esigibilità della condotta, la mera presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, la quale non impedisce il pagamento dei debiti tributari che vengano a scadere successivamente alla sua presentazione (ex plurimis, Sez. 3, n. 25315 del 12/02/2019; Sez. 3, n. 49795 del 23/05/2018, Rv. 274199 – 01; Sez. 3, n. 12912 del 04/02/2016, Rv. 266708 – 01; Sez. 3, n. 44283 del 14/05/2013, Rv. 257484 – 01).

Altrimenti

Diversamente opinando, si dovrebbe concludere che il soggetto responsabile, con la mera presentazione della domanda di concordato prima della scadenza del termine per il versamento Iva rilevante a fini penali, possa evitare di incorrere in responsabilità penale.

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570 c.p., comma 1, così come quella prevista dal comma 2 della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età (Sez. 6, n. 34080 del 13/6/2013, M., Rv. 257416).

Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570 c.p., comma 1, che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale (ora sostituito dal riferimento alla “responsabilità genitoriale” di cui all’art. 316 c.c. per effetto della modifica introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p..

A seguito del raggiungimento della maggiore età del figlio beneficiario dell’assegno di mantenimento, il permanente inadempimento da parte del genitore obbligato al versamento integra il reato di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 12-sexies, richiamato dall’art. 3L. 8 febbraio 2006, n. 54 (ora trasfuso nell’art. 570-bis c.p.) e non invece quello dell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, (Sez. 6, n. 38611 del 12/4/2018, M., Rv. 274102).

Nel caso di specie, l’imputato è stato condannato per il reato previsto dall’art. 570 c.p., comma 1 e comma 2, n. 2 per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria moglie ed ai figli F.S. e A., con decorrenza del reato dalla data del 23 luglio 2015, quando i predetti figli erano già maggiorenni, e quindi legittimati in via esclusiva a sporgere querela, anche ove ritenuti inabili al lavoro.

E’ incontestato, infatti, che la querela è stata sporta dalla madre quando i figli erano già divenuti maggiorenni, e quindi in difetto del potere di rappresentanza spettante al genitore ex art. 120 c.p., comma 3, ai fini dell’esercizio del diritto di querela.

Va ricordato che la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro (Sez. U, n. 8413 del 20/12/2007, Cassa, Rv. 238468).

Pertanto, la disposizione di cui all’art. 122 c.p. – per la quale il reato commesso in danno di più persone è punibile anche se la querela è proposta da una soltanto di esse – non è applicabile al caso di specie, trattandosi di più reati, in concorso formale, commessi in danno di diverse persone offese.

Costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità che nell’ipotesi in cui una sola azione comporti più lesioni della stessa disposizione penale, ledendo distinti soggetti, poichè tale situazione integra un concorso formale di reati in danno di più persone, in cui la “reductio ad unum” è preordinata solo ad un più benevolo regime sanzionatorio che non incide sulla autonomia dei singoli reati, in tal caso, la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa (Sez. 5, n. 44392 del 11/06/2015, D., Rv. 266402).

Pertanto, avendo la Corte di appello disatteso tale principio di diritto sull’assunto dell’effetto estensivo della querela sporta da una soltanto delle persone offese del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente ai reati in danno dei figli per mancanza di querela.

Dall’accoglimento del predetto motivo consegue l’assorbimento di tutti gli altri motivi con i quali sono state dedotte le questioni concernenti l’assenza di un provvedimento giudiziale di attribuzione di un assegno di mantenimento riferibile ad i figli, l’insussistenza dello stato di bisogno e dell’inabilità al lavoro dei figli, residuando solo la condanna per il reato commesso in danno della moglie, P.S..

Si deve, peraltro, rilevare, con riguardo alla dedotta indeterminatezza dell’imputazione, che una volta instaurato il giudizio abbreviato incondizionato, senza che vi sia stata alcuna modificazione dell’accusa da parte del pubblico ministero e senza che il giudice abbia rilevato vizi nella formulazione dell’imputazione, non è consentito all’imputato eccepire in sede di discussione la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per genericità ed indeterminatezza del capo di imputazione (Sez.6, n. 23771 del 20/02/2009, Bilardi, Rv. 245252).

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

Tribunale Ferrara, Sent., 21/06/2021

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Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Silvia Marini, alla pubblica udienza del 21 aprile 2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

M.L., nato ad A. il (…) – attualmente detenuto p. a. c. c/o la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia

-detenuto p. a. c. presente-

IMPUTATO

Per il delitto di cui all’art. 570 bis c.p. perché, ometteva di versare il contributo, inerente le spese del mantenimento dei figli minori, come stabilito dal Tribunale di Ferrara con D.P. R.G. 1542/15 del 17 maggio 2016 a favore dell’ex coniuge, L.E. consistente nella somma di Eurouro 2.400,00 relativa ai mesi di febbraio, marzo, giugno luglio, agosto, settembre 2018.

Con l’aggravante della recidiva reiterata.

In Cento (FE) dal 05.04.2018 ad oggi

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott. Renzo Simionati V.P.O.

Del difensore di fiducia: Avv. Denise Mondin del Foro di Ferrara

Del difensore della parte civile costituita E.L.: Avv. Giulio Cristofori del Foro di Bologna

Svolgimento del processo

A seguito di decreto di citazione a giudizio del 4 marzo 2020 si procedeva nei confronti dell’imputato, detenuto per altra causa, che aveva ricevuto di persona l’atto introduttivo del giudizio, per il reato di cui all’art. 570 bis c.p., enunciato in rubrica.

L’udienza del 9 giugno 2020 era differita d’ufficio causa l’emergenza epidemiologica con conseguente sospensione del termine di prescrizione ex art. 83 D.L. n. 18 del 1920, conv. in L. n. 27 del 2020. All’udienza del 10 novembre 2020, presente l’imputato con il difensore di fiducia, costituitasi parte civile L.E., venivano ammesse le prove.

Il 21 aprile 2021, in esito ad istruttoria, le parti concludevano come da verbale ed il Giudice pronunciava sentenza.

Motivi della decisione

All’esito dell’istruttoria dibattimentale deve affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per il reato ascrittogli.

La teste L.E., ex moglie dell’imputato, confermava le circostanze rassegnate nella querela presentata il 19-9-2018: durante la convivenza con M.L., protrattasi dal 2000 al 2010, nascevano M. nel 2004 e Alessio nel 2008; cessato il rapporto, con provvedimento del Tribunale di Ferrara del 17-5-2016 che recepiva gli accordi delle parti, i figli erano affidati in forma condivisa ai genitori con collocamento prevalente presso la madre e veniva disposto a carico del padre il versamento della somma di Euro 200,00 mensili per ciascun figlio, oltre al 50% delle spese straordinarie. Era stato, inoltre, previsto che nei mesi di dicembre di ogni anno M. versasse una quota aggiuntiva di Euro 400,00.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

In ordine all’elemento oggettivo la norma prevede quale condotta sanzionabile il mero inadempimento dell’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento stabilito in sede civile.

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Ai fini dell’accertamento di una patologia da dipendenza cronica dal gioco è necessaria una valutazione diagnostica da parte di uno specialista, a mezzo della quale si dimostri che tale patologia influenzi il comportamento di chi commette il reato e sia tale da renderlo incapace di intendere e di volere al momento in cui lo commette.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare e che abbia in effetti determinato una situazione di assetto psichico incontrollabile, totalmente o in grave misura che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, e conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente e liberamente, autodeterminarsi.

Pertanto, il reato dovrà essere compiuto durante l’estrinsecarsi della patologia inabilitante, nonché essere legato da un rapporto di derivazione diretta con la patologia in questione.

Quanto alla ludopatia sono stati considerati reati causalmente connessi a tale disturbo i delitti contro il patrimonio, in quanto satisfattivi per le esigenze del soggetto ludopatico.

In relazione al reato per cui si procede il vizio del gioco costituiva presumibilmente solo la causa della mancata disponibilità economica necessaria per il versamento dei contributi, ma gli omessi versamenti, peraltro reiterati mensilmente, non erano condotte commesse in vista di un’immediata occasione di gioco rispetto alla quale fosse urgente il necessario approvvigionamento finanziario.

Ad avviso del decidente, in considerazione della tipologia di reato per cui si procede le azioni delittuose poste in essere sono state realizzate mediante condotte caratterizzate da connotati incompatibili con la spiegazione patologica del movente, non costituendo il vizio del gioco la pulsione della condotta delittuosa, né derivando dalle stesse un guadagno impiegabile per giocare d’azzardo.

Manca, quindi, la correlazione causale delle stesse con un eventuale – in quanto non accertato e difficilmente accertabile in questa sede – disturbo ludopatico.

Venendo ad esaminare il trattamento sanzionatorio, può escludersi la contestata recidiva in quanto le condanne divenute irrevocabili prima del reato per cui si procede riguardano fatti offensivi di beni diversi dal reato per cui si procede; possono riconoscersi le circostanze attenuante generiche, in considerazione del comportamento processuale dell’imputato, che ha ammesso i fatti ed ha mostrato di avere ora compreso l’illiceità delle sue condotte; ha, inoltre, intrapreso all’interno del carcere un percorso rieducativo. Visti i criteri di cui all’art. 133 c.p., si stima equa la condanna nella misura di mesi tre di reclusione, ritenendosi la pena detentiva nella misura comminata adeguata alla personalità dell’imputato ed all’entità degli omessi versamenti.

Segue la condanna al pagamento delle spese processuali.

I precedenti sono ostativi alla concessione della sospensione condizionale della pena.

L’imputato va condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, avente diritto in quanto affidatari dei figli minori al versamento del contributo mensile, che si liquidano fin da ora in Euro 4.000,00, di cui Euro 2.400 per danno patrimoniale derivante dagli omessi versamenti e Euro 1.600,00 per le spese indirette sostenute dalla parte civile a causa del mancato versamento e per danno morale conseguente alla precarietà delle condizioni in cui il nucleo familiare è stato ed è tuttora costretto a vivere, potendo fare affidamento sulle sole entrate derivanti dal lavoro a tempo parziale della L., non sufficiente per far fronte a tutte le esigenze di due figli minori, uno dei quali ipovedente.

Da ciò consegue che la condanna al risarcimento del danno deve essere dichiarata provvisoriamente esecutiva.

Infine M.L. deve essere condannato a rifondere le spese processuali sostenute dalla parte civile, che si liquidano – tenuto conto dell’impegno profuso e del risultato raggiunto in una causa non particolarmente complessa – in Euro 1.900,00 per onorari (Euro 400,00 per esame e studio, Euro 200,00 per la fase introduttiva, Euro 400,00 per la fase istruttoria e Euro 900,00 per la fase decisionale), oltre spese generali e oneri di legge, da versarsi in favore dello Stato ai sensi dell’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, in quanto la parte civile è ammessa al gratuito patrocinio.

P.Q.M.

Visti gli artt.533 e 535 c.p.p., dichiara M.L. responsabile del reato ascrittogli e, esclusa la contestata recidiva e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi tre di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 538 c.p.p., condanna l’imputato al risarcimento del danno patito dalla parte civile, che liquida in Euro 4.000, oltre interessi dalla data della decisione al saldo.

Visto l’art. 540 c.p.p. dichiara la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutiva.

Visto l’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, condanna l’imputato al pagamento in favore dello Stato delle spese processuali sostenute dalla parte civile, che liquida in Euro 1.900 per onorari, oltre spese generali nella misura del 15% e oneri di legge.

Motivazione in giorni novanta.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 21 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2021.

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA
La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSTANZO Angelo – Presidente –

Dott. CALVANESE Ersilia – Consigliere –

Dott. GIORGI Maria Silvia – Consigliere –

Dott. ROSATI Martino – Consigliere –

Dott. SILVESTRI Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.R., nato a (OMISSIS) D.P.D., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Bologna il 18/02/2020; udita la relazione svolta dal Consigliere, Dr. Silvestri Pietro;

lette le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale che ha chiesto che i ricorsi siano dichiarati inammissibili.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.
  4. E’ stato proposto ricorso per cassazione da G.R. e sono stati articolati tre motivi.

2.1. Con il primo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al giudizio di penale responsabilità.

Si argomenta sulla circostanza sub d): diversamente da quanto ritenuto, se è vero che dopo il fatto reato vi furono incontri tra gli imputati del processo “madre” ed altri esponenti del collettivo Raf (rete antifascista), nel corso dei quali si sarebbe discusso del modo di fronteggiare l’accusa di violenza sessuale di gruppo, nondimeno non vi sarebbe la prova della partecipazione a detti incontri del ricorrente; la motivazione sarebbe viziata nella parte in cui si è ritenuto inverosimile che l’imputato potè non parlare con gli “amici” di una vicenda così significativa.

Si aggiunge che la ritenuta attendibilità della persona offesa nel processo avente ad oggetto il reato sessuale non potrebbe costituire la precondizione per il vaglio della falsità delle testimonianze rese dagli imputati nel i:(resente processo, atteso che, quanto al ricorrente, sulle circostanze su cui si assume questi abbia riferito il falso, la persona offesa del reato sessuale non sarebbe stata chiamata a riferire nel processo madre. In particolare, i giudici di appello non avrebbero valutato che:

  1. a) nel processo in esame la vittima della violenza sessuale si è costituita parte civile e ciò avrebbe dovuto indurre a valutare con rigore le dichiarazioni da essa rese e rimaste prive di riscontri;
  2. b) la donna avrebbe risposto in sede di indagini preliminari in modo non esaustivo;
  3. c) per ragioni di riservatezza la donna potrebbe avere riferito non secondo verità quanto alla circostanza sub a) (il rapporto sessuale orale di gruppo), mentre, per quel che riguarda le altre circostanze, è possibile che la donna possa avere avuto un ricordo proco preciso, spiegabile peraltro anche per la poca rilevanza delle circostanze fattuali; d) anche nel processo “madre” la persona offesa aveva riferito una versione dei fatti connotata da comprensibili criticità.

Sotto altro profilo, si sostiene che la deposizione di G. nel processo madre sarebbe stata del tutto inoffensiva, atteso il quadro probatorio esistente a carico degli imputati in quel processo; dunque una deposizione che, ove pure fosse stata falsa, non avrebbe avuto capacità di incidere sul convincimento del giudice.

Sulla base di tale assunto si ripercorre, argomentando, la motivazione della sentenza in ordine alla responsabilità degli imputati per il reato sessuale e si evidenzia come da essa emerga che il giudizio di colpevolezza sia stato fatto derivare: a) dai video registrati da uno degli imputati aventi ad oggetto il fatto-reato; b) dalle dichiarazioni della persona offesa.

Nè sarebbe fondato l’assunto secondo cui la deposizione di G. avrebbe potuto contribuire ad inficiare l’attendibilità della persona offesa, attesa, da una parte, la estraneità, rispetto al tema della decisone, di ciò che avvenne dopo i fatti, e, dall’altra, la decisività della prova documentale di cui si è detto, rispetto alla quale la deposizione della persona offesa avrebbe avuto solo un ruolo di “cornice”.

2.2. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Si tratta di una questione dedotta in appello con un motivo aggiunto; la causa di non punibilità invocata sarebbe stata negata in ragione della rilevanza della falsa deposizione – in quanto idonea a manipolare un elemento essenziale della prospettazione accusatoria quale quello della mancanza di consenso della persona offesa – e delle modalità della condotta e dell’entità del dolo, comprovato dal messaggio di scuse che lo stesso imputato avrebbe inviato in un dato momento alla vittima.

Si assume tuttavia che G. non sarebbe stato a conoscenza delle reali dinamiche con cui la violenza di gruppo fu commessa e che anche il messaggio di scuse non presupporrebbe la effettiva conoscenza delle stesse.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla dosimetria della pena ed al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

  1. E’ stato proposto ricorso anche nell’interesse di D.P.D..

E’ stato articolato un unico motivo con cui si lamenta vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, negate in ragione della gravità del fatto.

Si tratterrebbe di una motivazione viziata, atteso che, da una parte, gli autori della falsa testimonianza non possono considerarsi gli autori della violenza sessuale e dall’altra, che nessun danno sarebbe stato prodotto alla persona offesa della violenza sessuale dalla falsa deposizione per cui si procede.

  1. Sono astate trasmesse memorie difensive nell’interesse degli imputati con cui sono stati ripresi e sviluppati ulteriormente gli argomenti trattati con i rispettivi ricorsi.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi, i cui motivi possono essere valutati congiuntamente, sono inammissibili.
  2. La Corte, anche richiamando la sentenza di primo grado, ha ricostruito puntualmente i fatti, valutato le prove e, in particolare, le dichiarazioni rese dalla persona offesa nel processo avente ad oggetto la violenza sessuale di gruppo ai suoi danni e spiegato: a) perchè le dichiarazioni della persona offesa nel processo di violenza sessuale debbano considerarsi assolutamente attendibili; b) perchè dette dichiarazioni siano confermate da molteplici ulteriori elementi di prova; c) perchè la deposizione resa da G. – che aveva visto i video documentativi di quel che accadde – in quel processo fu obiettivamente falsa, con particolare riguardo all’ipotizzato rapporto sessuale di gruppo ed al rapporto sessuale tra la persona offesa e S. (sul punto, lucidamente la Corte a pag. 20 della sentenza impugnata); d) quale fosse lo scopo perseguito dal ricorrente con le false dichiarazioni, quello cioè di screditare la vittima del reato ed avallare la possibilità che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato non dissenziente; e) come l’imputato avesse cercato di incidere sulla volontà della persona offesa invitandola a non riferire l’accaduto.
  3. Le censure dedotte rivelano la loro strutturale inammissibilità, perchè, da una parte, non si confrontano con la motivazione della sentenza, e, dall’altra, si sviluppano sul piano della ricostruzione fattuale e sono sostanzialmente volte a sovrapporre un’interpretazione delle risultanze probatorie diversa da quella recepita dai giudici di7′ merito, piuttosto che a far emergere un vizio della motivazione rilevante ai sensi dell’art. 606c.p.p..

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica, come nel caso di specie, allorchè i giudici di secondo grado esaminino le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con riferimenti alle determinazioni ed ai passaggi logico-giuridici della decisione di primo grado e, a maggior ragione, ciò è legittimo quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione del primo giudice (Cfr. la parte motiva della sentenza Sez. 3, n. 10163 del 12/3/2002, Lombardozzi, Rv. 221116).

I giudici di appello, che pure hanno fatto riferimento alle argomentazioni sviluppate nella sentenza di primo grado, hanno fornito una valutazione analitica ed autonoma su punti specificamente indicati nell’impugnazione di appello, di talchè la motivazione risulta esaustiva ed immune dalle censure proposte.

La Corte di cassazione ha chiarito che sono censure di merito, inammissibili nel giudizio di legittimità, tutte quelle che attengono a “vizi” diversi dalla mancanza di motivazione, dalla sua “manifesta illogicità”, dalla sua contraddittorietà su aspetti essenziali perchè idonei a condurre ad una diversa conclusione del processo.

Inammissibili, in particolare, sono le doglianze che “sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento” (così, Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, 0., rv. 262965).

  1. In tale contesto è inammissibile anche la censura relativa alla irrilevanza della falsa deposizione di G., per essere stata la prova della responsabilità degli imputati nel processo per atti sessuali completamente desumibile “aliunde”.

Nella giurisprudenza e nella stessa dottrina oli elementi della struttura del reato costituiti dalla pertinenza e dalla rilevanza dell’oggetto della falsa testimonianza, in correlazione con l’oggetto dell’accertamento giurisdizionale nel processo in cui è raccolta la dichiarazione, sono utilizzati come espressione di una stessa categoria precettiva o concettuale ovvero come una sorta di endiadi, con cui si metterebbe a fuoco una unitaria situazione processuale.

In realtà, la pertinenza e la rilevanza individuano -oltre che per la diversa matrice semantica- due elementi o requisiti ben diversi, ancorchè complementari o, se si preferisce, senz’altro sovrapponibili, ma soltanto in termini di sequenzialità logica e giuridica (Sez. 6, n. 2124 del 25/05/1989, Lombardo, Rv. 183352; Sez. 6, n. 4421 del 7/10/2004, dep. 2005, Messina, Rv. 231445; Sez. 6, n. 34467 del 17/04/2007, Ceravolo, Rv. 237840).

Si è correttamente evidenziato che la pertinenza è nozione che denota la riferibilità all’oggetto della testimonianza che si assume falsa, nella sua triplice modalità esecutiva, commissiva (affermare il falso, negare il vero) od omissiva (reticenza), ai fatti che il processo è destinato ad accertare e giudicare.

I fatti o le circostanze sui quali si manifesta la falsità dichiarazione devono riguardare, direttamente o indirettamente, l’oggetto del processo, cioè l’oggetto dell’accertamento giudiziale per cui è processo.

La rilevanza del falso testimoniale è, invece, nozione di carattere funzionale che attiene più specificamente alla efficacia probatoria di quegli stessi fatti e circostanze, e, dunque, alla idoneità, alla loro capacità di influire, deviandola dalla autentica e genuina verità processuale, sulla decisione del processo (Cos’, Sez. 6, n. 20656 del 22/11/2011, dep. 2012, De Gennaro, Rv. 252629).

Una falsa testimonianza in tanto è rilevante, in quanto sia pertinente all’oggetto del processo; una falsa testimonianza pertinente all’oggetto dell’accertamento processuale può essere rilevante o non rilevante ai fini della decisione nel processo a quo a seconda delle sue connotazioni, modali e descrittive, di incidenza sulla decisione e del coefficiente di tale incidenza.

Per consolidata giurisprudenza, il delitto di falsa testimonianza deve ritenersi sussistente ogni volta che i fatti sui quali il teste falso e reticente ha deposto siano pertinenti alla causa e suscettibili di avere efficacia probatoria, anche se in concreto la deposizione non ha influito sulla decisione del giudice.

E’ sufficiente, per la configurabilità del reato di falsa testimonianza, che il fatto prospettato con la deposizione sia, oltre che pertinente alla causa, suscettibile di portare, anche in astratto, un contributo alla decisione, cioè che sia obiettivamente idoneo a condizionare o fuorviare la decisione, non essendo necessario anche che il giudice risulti poi in concreto ingannato o tratto in errore dalla medesima (Sez. 6, n. 51032 del 05/12/2013, Mevoli, Rv. 258507; Sez. 6 n. 20656 del 22/11/2011, De Gennaro e altro, Rv. 252627).

Nel caso di specie, le dichiarazioni rese da G. erano obiettivamente idonee a comprovare l’ipotesi che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato consumato con il consenso della vittima, dipinta come una donna incline a acconsentire alla consumazione di rapporti sessuali di gruppo, cioè ad avallare la tesi degli imputati.

  1. Inammissibili sono anche il secondo ed il terzo motivo del ricorso proposto da G. e l’unico motivo di ricorso proposto da D.P.. La Corte ha spiegato in modo impeccabile perchè non può essere riconosciuta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto nonchè le ragioni poste a fondamento dell’entità del trattamento sanzionatorio e del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, attesa la obiettiva gravità dei fatti, la personalità e la spregiudicatezza mostrate.

Nulla di specifico è stato dedotto, essendosi limitati i ricorrenti a riproporre gli stessi argomento portati alla cognizione della Corte e da questa motivatamente disattesi 6. Alla dichiarazione d’inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende che si stima equo determinare nella misura di tremila Euro per per ciascuno

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO PER ARRESTO IN FLAGRANZA

ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO PER ARRESTO IN FLAGRANZA

    1. MISURE CAUTELARI PERSONALI

Cass. pen. Sez. III Sent., 06/10/2020, n. 35720 rv. 280581-01

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 06/10/2020) 14/12/2020, n. 35720

    1. MISURE CAUTELARI PERSONALI

Cass. pen. Sez. III Sent., 14/04/2016, n. 35296 rv. 268113Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 14/04/2016, n. 35296 (rv. 268113)MISURE CAUTELARI PERSONALIParti: P.M. in Proc. EleziMISURE CAUTELARI – Reali – Impugnazioni – Riesame – Decisione – In genere – Modifiche in tema di motivazione delle ordinanze cautelari – Autonoma valutazione – Requisiti – Motivazione richiamando “per relationem” le argomentazioni del pubblico ministero – Ammissibilità – CondizioniIn tema di motivazione dei provvedimenti cautelari reali, la prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma primo, lett. c), cod. proc. pen., come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, è osservata anche quando il giudice ripercorra, motivando “per relationem”, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purché dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui egli li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Perugia, 29/07/2015)Fonti:CED Cassazione, 2016

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 14/04/2016) 23/08/2016, n. 35296

in tema di motivazione delle ordinanze cautelari, successivamente all’introduzione delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, la previsione dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza non abbia carattere innovativo, nè miri ad introdurre un vacuo formalismo che imponga la riscrittura originale di ciascuna circostanza di fatto rilevante. Ciò che occorre è che dall’ordinanza emerga l’effettiva valutazione della vicenda da parte del giudicante. L’aggettivo autonoma è, infatti, riferito specificamente alla valutazione e non all’esposizione dei presupposti di fatto del provvedimento, sicchè, rispetto a quest’ultima, anche dopo la riforma, è consentito il rinvio – “per relationem” o per incorporazione – alla richiesta del pubblico ministero, mentre dall’atto dovrà emergere il giudizio critico del giudice sulle ragioni che giustificano l’applicazione della misura (cfr. ex multis Sez.1, n. 8323 del 15/12/2015 dep. 2016, Cosentino, Rv. 265951).

In altri termini, la necessità di autonoma valutazione da parte del giudice procedente è compatibile con un rinvio “per relationem” o per incorporazione della richiesta del pubblico ministero, che non si traduca in un mero recepimento del contenuto del provvedimento privo dell’imprescindibile rielaborazione critica (cfr. anche Sez. 5, n. 36917 del 20/6/2017, C., Rv. 271307; Sez. 2, n. 3289 del 14/12/2015 dep. 2016, Astolfi ed altri, Rv. 265807; Sez. 4, n. 31646 del 27/3/2018, Nuhaj ed altro, Rv. 273429).

Tale esigenza risulta soddisfatta anche quando il giudice ripercorra, motivando per relationem, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purchè dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura (Sez. 3, n. 35296 del 14/4/2016, Elezi, Rv. 268113).

In altri termini, in tema di misure cautelari personali, ricorre un’autonoma valutazione da parte del giudice ex art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, – anche in sede di gravame – quando venga richiamato in maniera più o meno estesa il provvedimento impugnato con la tecnica di redazione “per incorporazione”, con condivisione delle considerazioni già svolte da altri, poichè valutazione autonoma non vuol dire valutazione diversa o difforme, semprechè emerga dal provvedimento una conoscenza degli atti del procedimento e, se necessario, una rielaborazione critica degli elementi sottoposti a vaglio giurisdizionale, eventualmente con la graduazione o rigetto delle misure (Sez. 5, n. 70 del 24/9/2018 dep. 2019, Pedato, Rv. 274403).

E’ stato anche precisato che, in tema di motivazione delle misure cautelari, il difetto di originalità linguistica o espositiva del contenuto del provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari rispetto alla richiesta del pubblico ministero non implica automaticamente la violazione dell’obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, ma rileva soltanto come uno degli elementi da cui desumere l’insussistenza di un effettivo vaglio da parte del giudice (Sez. 3, n. 35720 del 6/10/2020, Cordioli, Rv. 280581).

Ed è stato anche chiarito che l’ordinanza cautelare adottata dal tribunale del riesame non richiede, a pena di nullità, l’autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, in quanto tale requisito è previsto dall’art. 292 c.p.p., comma 2, con riguardo alla sola decisione adottata dal giudice che emette la misura “inaudita altera parte”, essendo funzionale a garantire l’equidistanza tra l’organo requirente che ha formulato la richiesta e l’organo giudicante (così Sez. 6, n. 1016 del 22/10/2019 dep. 2020, Del Duca, Rv. 278122 che ha precisato che, con riferimento ai provvedimenti cautelari diversi dall’ordinanza genetica ex art. 292 c.p.p., possono farsi valere unicamente i vizi della motivazione o la motivazione assente o apparente; conf. Sez. 1, n. 8518/2021 e Sez. 5, n. 36391/2019).

  1. Nel solco dei ricordati principi, emerge con palmare evidenza l’infondatezza del primo motivo di ricorso, atteso che il criterio della valutazione della gravità indiziaria assume una valenza particolare e richieda un diverso onere motivazionale a fronte di un arresto in flagranza di reato.

In casi come quello in esame legittimamente il giudice della misura fonda le sue valutazioni di gravità indiziaria sulle risultanze del verbale di arresto e di perquisizione, ai fini della descrizione degli elementi di fatto e delle prove raccolte, e delle dichiarazioni raccolte in sede di udienza di convalida criticamente valutando tali dati fattuali riportati e dando conto esaustivamente delle ragioni di fondatezza della ricostruzione accusatoria, ma evidentemente in maniera che sarà tanto più sintetica quanto più sia evidente la flagranza dell’azione delittuosa in essere al momento dell’intervento delle forze dell’ordine.

Ebbene, nel caso che ci occupa il giudice della cautela appare avere assolto al suo onere motivazionale Davvero non si comprende quale autonoma valutazione sia mancata a fronte di un’indagata che, sottoposta a controllo, consegnava spontaneamente ai carabinieri operanti un involucro contenente 15 grammi di marijuana che deteneva in tasca e che successivamente, sottoposta a perquisizione personale, risultava occultare all’interno del reggiseno un altro involucro contenente ben 50 grammi lordi di cocaina e all’interno del pantalone un ennesimo involucro in cellophane contenente 0,5 grammi lordi di una sostanza sintetica solida in soluzione cristallina. E nel cui appartamento, all’esito della disposta perquisizione, venivano trovati in camera da letto, occultati in una scatola di legno chiusa a chiave due bilancini di precisione.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. RANALDI Alessandro – Consigliere –

Dott. BRUNO Mariarosaria – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.L.E., nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 11/12/2020 del TRIB. LIBERTA’ di TRENTO;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. VINCENZO PEZZELLA;

lette le conclusioni del PG Dr. ODELLO LUCIA, e del Difensore della ricorrente Avv. Valentina Rao.

Svolgimento del processo

  1. Con ordinanza dell’11/12/2020 il Tribunale di Trento rigettava la richiesta di riesame personale avverso l’ordinanza emessa in data 23/11/2020 con la quale il GIP del Tribunale di Trento applicava nei confronti di M.L.E., in esito all’udienza di convalida dell’arresto, la misura cautelare in carcere per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990art. 73.

  2. Ricorre la M., a mezzo del proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173disp. att. c.p.p., comma 1.

Con un primo motivo lamenta inosservanza di norme processuali a pena di nullità con riguardo all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) e all’omesso annullamento, da parte del tribunale del riesame, dell’ordinanza genetica, che non poteva essere integrata, come avvenuto, sia in punto di gravi indizi di colpevolezza sia in punto delle esigenze cautelari.

Ci si duole che il tribunale distrettuale abbia ignorato il motivo di gravame con cui si era sostenuta la violazione, ad opera del GIP, del disposto di cui all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c), il quale, da un lato, prescrive l’obbligo di esporre e valutare autonomamente gli indizi a carico dell’individuo colpito dalla misura, nonchè di indicare gli elementi di fatto da cui gli stessi sono desunti e i motivi per i quali assumono rilevanza, e, dall’altro, impone analoga argomentazione circa le ragioni per le quali si ritenga sussistente taluna delle esigenze cautelari di cui all’art. 274.

Si ribadisce che, dalla lettura del provvedimento genetico e in merito, anzitutto, al profilo indiziario, emergerebbe null’altro che un semplice indefinito richiamo, rispettivamente, al verbale di arresto e di sequestro nonchè alle dichiarazioni “francamente” ammissive dell’indagata, senza alcuna esplicitazione delle ragioni per le quali il giudice della cautela ne abbia fatto propri i relativi contenuti o, comunque, li abbia considerati coerenti rispetto alla misura disposta. Nè potrebbe soccorrere, a tale carenza, l’inciso riportato subito dopo la suddetta elencazione delle fonti investigative e difensive (“ritenuto che detti elementi implichino gravità indiziaria”) che altro non è che una clausola di stile, idealmente riferibile a qualsiasi ipotesi indiziaria astratta, che nulla aggiunge al lacunoso percorso motivazionale del provvedimento afflittivo.

L’ordinanza genetica sarebbe, altresì, priva dell’indicazione delle ragioni alla base della ritenuta sussistenza del pericolo di recidiva da parte dell’indagata nonchè, ancor di più, di una loro autonoma valutazione.

L’omessa individuazione dei fattori indizianti che si possono desumere, rispettivamente, dal verbale di arresto e di sequestro e dalle dichiarazioni della prevenuta, nonchè la mancata esposizione dei motivi della loro rilevanza ai fini di un giudizio di probabile reità e, ancora, dei criteri di valutazione e delle massime di esperienza applicate per pervenire al risultato afflittivo, rendevano quindi nullo il provvedimento pronunciato, nei confronti della M. (sul punto si richiamano i precedenti di questa Corte costituiti da Sez. 5 n. 643/2018 e Sez. 2 n. 25513/2012).

Del pari, il provvedimento coercitivo sarebbe carente sia di autonoma valutazione dell’esigenza cautelare ritenuta nei confronti dell’od, vale a dire delle ragioni fondanti la limitazione della libertà personale nonchè della rilevanza, pertinenza e concludenza degli elementi posti alla base del giudizio sul periculum libertatis, sia dell’enunciazione dei criteri di scelta della misura applicata.

Si lamenta che il tribunale del riesame, adito ai sensi dell’art. 309 c.p.p., trovandosi a vagliare un provvedimento de libertate totalmente privo di motivazione (o, quantomeno, dotato di motivazione soltanto apparente), poichè mancante dell’esposizione e dell’autonoma valutazione degli indizi di colpevolezza e della specifica esigenza cautelare individuata a carico della, avrebbe dovuto, come richiesto e contrariamente a quanto fatto, annullare il titolo impugnato: ciò perchè affetto da un vizio genetico, in alcun modo emendabile dal giudice della cautela mediante integrazione (il richiamo è a Sez. 1 n. 5787/2016 nonchè a Sez. 5 n. 6230/2016 e a Sez. 5, n. 36391/2019).

Il giudice del gravame cautelare, invece, con affermazione priva di valenza giuridica, avrebbe giustificato l’operato del GUP tridentino affermando che la sinteticità delle argomentazioni da questi spese in ordine alla gravità indiziaria e alle esigenze cautelari fossero proporzionate all’evidenza della prova palesatasi in sede di convalida dell’arresto. Senonchè, dal testo del provvedimento genetico emergerebbe, invece, per il ricorrente, la mancata dimostrazione del fatto che il giudice della convalida abbia acquisito conoscenza del contenuto sostanziale e delle ragioni poste alla base degli atti di riferimento, che ne abbia meditato la portata e, poi, li abbia ritenuti coerenti con (e corrispondenti al) la decisione assunta nel caso di specie.

Così facendo – prosegue il ricorso- il tribunale del riesame avrebbe omesso di considerare la mancanza di una qualsiasi considerazione valutativa, da parte del GIP, circa il compendio investigativo e cautelare dal medesimo posto alla base dell’ordinanza coercitiva, rendendo impossibile l’instaurazione, proprio dinnanzi al Giudice distrettuale, di un effettivo contraddittorio avente ad oggetto la sussistenza dei presupposti fondanti la misura applicata.

Con un secondo motivo il difensore della ricorrente lamenta inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, con riguardo all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis e art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo (circa l’avvenuta “esposizione e autonoma valutazione”, da parte del giudice delle concrete e specifiche ragioni per le quali l’esigenza cautelare non avrebbe potuto essere soddisfatta con altre misure) e conseguente erroneo esercizio del potere integrativo da parte del tribunale del riesame rispetto alla carenza genetica del provvedimento afflittivo.

Il ricorrente rileva come l’ordinanza genetica fosse totalmente silente circa l’esposizione e l’autonoma valutazione delle concrete e specifiche ragioni per le quali il pericolo di recidiva non avrebbe potuto essere fronteggiato mediante l’applicazione, anche cumulativa, di misure diverse dalla massima, ciò sebbene gli allora difensori di fiducia dell’indagata avessero chiesto applicarsi il divieto di dimora in Trentino Alto Adige o gli arresti domiciliari presso i genitori con disponibilità della madre e, ancora, la M. avesse indicato la propria residenza anagrafica in (OMISSIS) -, luogo questo sicuramente idoneo, in difetto di prova contraria, all’applicazione degli arresti domiciliari.

Il G.i.P. di Trento quindi, dopo essere rimasto insensibile a dette richieste difensive, applicava la custodia carceraria senza specificare o esporre alcunchè circa le ragioni dell’incapacità, da parte di misure diverse e più gradate, anche applicate cumulativamente, di scongiurare il pericolo di recidiva riconosciuto a carico della donna e il giudice del gravame cautelare, pur riconoscendo la totale fondatezza di quanto dedotto per iscritto dalla difesa, riteneva tuttavia di poter fare le veci del GIP tridentino e integrava (rectius redigeva) la motivazione, sul punto assolutamente inesistente.

Il tribunale adito, cioè, si asteneva dal pronunciare il doveroso annullamento dell’ordinanza impugnata e, anzi, si arrogava un potere certamente non proprio.

Con un terzo motivo il difensore della ricorrente lamenta inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità con riguardo all’art. 125, comma 3, letto in relazione all’art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo, bis e art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, in ragione dell’apparente esplicitazione, da parte dell’ordinanza impugnata, delle ragioni alla base della ritenuta inadeguatezza/inidoneità degli arresti domiciliari e delle altre misure coercitive/interdittive, ancorchè applicate cumulativamente, oltre che per la mancata “esposizione e autonoma valutazione” delle concrete e specifiche ragioni per le quali la ritenuta esigenza cautelare non avrebbe potuto essere soddisfatta con misure diverse dalla massima.

Si denuncia, altresì, contraddittorietà della motivazione in punto di mancata applicazione di una misura cautelare non custodiale o degli arresti domiciliari -. Il difensore della ricorrente si duole, in ogni caso, che anche il tribunale del riesame abbia fornito una motivazione soltanto apparente circa la propria scelta di confermare la misura carceraria, così omettendo di colmare tutti i “buchi” espositivi lasciati dal GIP all’interno dell’ordinanza del 23.11.2020, assolutamente silente in merito all’impossibilità di soddisfare ugualmente l’esigenza cautelare mediante l’applicazione di misure meno gravi.

Il tribunale avrebbe dovuto spiegare – e si sostiene che non l’abbia fatto – l’avvenuto rispetto del principio di adeguatezza, di cui al già sopra richiamato art. 275, comma 1 e 3, per poi soffermarsi, come previsto dal comma 3 bis del medesimo articolo, sulle ragioni per le quali riteneva inidonea la misura degli arresti domiciliari e, da ultimo e per completezza, ai sensi dell’art. 292, comma 2, lett. e bis, avrebbe dovuto esporre e valutare, in totale autonomia, i motivi per i quali le esigenze cautelari addossate alla M. non avrebbero potuto essere soddisfatte con misure diverse dalla massima.

Ebbene, si sostiene che la motivazione circa l’adeguatezza, nel caso di specie, della sola custodia carceraria non emerga, in alcun modo, nè dalla lettura delle ragioni con le quali il tribunale distrettuale rigettava la richiesta difensiva di applicare, nei confronti della prevenuta, misure meno afflittive, nè dal provvedimento complessivamente considerato. Senz’altro apparente e contraddittoria, sarebbe anzitutto, l’affermazione “(…) come già esposto, nessuna misura cautelare non custodiate è idonea a prevenire il pericolo di recidiva che riguarda non certo il classico spaccio da strada ma condotte organizzate di caratura infraregionale”. Tale inciso invero, oltre ad essere meramente assertivo/apodittico, poichè non fornirebbe alcuna reale motivazione circa quanto osta all’applicazione di misure non custodiali al fine di scongiurare il pericolo che la M. ripeta le condotte incriminate, localizzerebbe l’attività antigiuridica nel territorio di più regioni (così come, poi, sembrerebbe trasparire anche dalla affermazione “(…) il contesto di riferimento della ricorrente non è certo limitato a quello locale (…)”e, pertanto, decisamente in contrasto con quanto emerge dal provvedimento visto nel suo complesso, oltre che con ciò che risulta dagli atti investigativi/difensivi a sostegno della misura, secondo cui le cessioni di stupefacente sono avvenute esclusivamente presso l’abitazione dell’indagata, sita in (OMISSIS), in provincia di Trento, così come gli approvvigionamenti dello stesso. Lo stesso è a dirsi con riguardo a quanto affiora, in ordine ai traffici illeciti addebitati alla donna, dagli atti investigativi/difensivi a sostegno della misura applicatale, visto che dalla lettura dei verbali di perquisizione e di arresto emergono esclusivi riferimenti alla Regione del (OMISSIS).

L’ordinanza, infatti, nulla spiegherebbe – ci si duole- in ordine all’incapacità dell’obbligo di presentazione alla p.g., con eventuale cadenza giornaliera (e semmai congiunto all’obbligo di dimora nel Comune di (OMISSIS) (in provincia di Taranto) o, ancora, al divieto di dimora nella Regione (OMISSIS)), di fronteggiare il pericolo di recidiva e di interrompere i contatti fra la M. e la “rete” criminale di riferimento, chiaramente stanziata nelle sole Province di Trento e Bolzano.

Certamente viziata – conclude il ricorso- sarebbe, infine, la spiegazione dei motivi per i quali l’esecuzione, nei confronti della donna, degli arresti domiciliari presso l’abitazione tarantina della madre è stata ritenuta inadeguata al “contenimento del pericolo di recidiva e alla recisione dei legami con il traffico di stupefacenti”.

Chiede pertanto che questa Corte annulli l’ordinanza impugnata, con tutte le conseguenze di legge.

  1. Nei termini di legge hanno rassegnato le proprie conclusioni scritte per l’udienza senza discussione orale (D.L. 28 ottobre 2020, n. 137art. 23, comma 8), il P.G., che ha chiesto l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato, e il difensore della ricorrente, Avv. Valentina Rao, che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

  1. I motivi sopra illustrati appaiono infondati e pertanto il proposto ricorso va rigettato.

  2. In premessa, va ricordato come questa Corte di legittimità abbia più volte evidenziato come, in tema di motivazione delle ordinanze cautelari, successivamente all’introduzione delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, la previsione dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza non abbia carattere innovativo, nè miri ad introdurre un vacuo formalismo che imponga la riscrittura originale di ciascuna circostanza di fatto rilevante. Ciò che occorre è che dall’ordinanza emerga l’effettiva valutazione della vicenda da parte del giudicante. L’aggettivo autonoma è, infatti, riferito specificamente alla valutazione e non all’esposizione dei presupposti di fatto del provvedimento, sicchè, rispetto a quest’ultima, anche dopo la riforma, è consentito il rinvio – “per relationem” o per incorporazione – alla richiesta del pubblico ministero, mentre dall’atto dovrà emergere il giudizio critico del giudice sulle ragioni che giustificano l’applicazione della misura (cfr. ex multis Sez.1, n. 8323 del 15/12/2015 dep. 2016, Cosentino, Rv. 265951).

In altri termini, la necessità di autonoma valutazione da parte del giudice procedente è compatibile con un rinvio “per relationem” o per incorporazione della richiesta del pubblico ministero, che non si traduca in un mero recepimento del contenuto del provvedimento privo dell’imprescindibile rielaborazione critica (cfr. anche Sez. 5, n. 36917 del 20/6/2017, C., Rv. 271307; Sez. 2, n. 3289 del 14/12/2015 dep. 2016, Astolfi ed altri, Rv. 265807; Sez. 4, n. 31646 del 27/3/2018, Nuhaj ed altro, Rv. 273429).

Tale esigenza risulta soddisfatta anche quando il giudice ripercorra, motivando per relationem, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purchè dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura (Sez. 3, n. 35296 del 14/4/2016, Elezi, Rv. 268113).

In altri termini, in tema di misure cautelari personali, ricorre un’autonoma valutazione da parte del giudice ex art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, – anche in sede di gravame – quando venga richiamato in maniera più o meno estesa il provvedimento impugnato con la tecnica di redazione “per incorporazione”, con condivisione delle considerazioni già svolte da altri, poichè valutazione autonoma non vuol dire valutazione diversa o difforme, semprechè emerga dal provvedimento una conoscenza degli atti del procedimento e, se necessario, una rielaborazione critica degli elementi sottoposti a vaglio giurisdizionale, eventualmente con la graduazione o rigetto delle misure (Sez. 5, n. 70 del 24/9/2018 dep. 2019, Pedato, Rv. 274403).

E’ stato anche precisato che, in tema di motivazione delle misure cautelari, il difetto di originalità linguistica o espositiva del contenuto del provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari rispetto alla richiesta del pubblico ministero non implica automaticamente la violazione dell’obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, ma rileva soltanto come uno degli elementi da cui desumere l’insussistenza di un effettivo vaglio da parte del giudice (Sez. 3, n. 35720 del 6/10/2020, Cordioli, Rv. 280581).

Ed è stato anche chiarito che l’ordinanza cautelare adottata dal tribunale del riesame non richiede, a pena di nullità, l’autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, in quanto tale requisito è previsto dall’art. 292 c.p.p., comma 2, con riguardo alla sola decisione adottata dal giudice che emette la misura “inaudita altera parte”, essendo funzionale a garantire l’equidistanza tra l’organo requirente che ha formulato la richiesta e l’organo giudicante (così Sez. 6, n. 1016 del 22/10/2019 dep. 2020, Del Duca, Rv. 278122 che ha precisato che, con riferimento ai provvedimenti cautelari diversi dall’ordinanza genetica ex art. 292 c.p.p., possono farsi valere unicamente i vizi della motivazione o la motivazione assente o apparente; conf. Sez. 1, n. 8518/2021 e Sez. 5, n. 36391/2019).

  1. Nel solco dei ricordati principi, emerge con palmare evidenza l’infondatezza del primo motivo di ricorso, atteso che il criterio della valutazione della gravità indiziaria assume una valenza particolare e richieda un diverso onere motivazionale a fronte di un arresto in flagranza di reato.

In casi come quello in esame legittimamente il giudice della misura fonda le sue valutazioni di gravità indiziaria sulle risultanze del verbale di arresto e di perquisizione, ai fini della descrizione degli elementi di fatto e delle prove raccolte, e delle dichiarazioni raccolte in sede di udienza di convalida criticamente valutando tali dati fattuali riportati e dando conto esaustivamente delle ragioni di fondatezza della ricostruzione accusatoria, ma evidentemente in maniera che sarà tanto più sintetica quanto più sia evidente la flagranza dell’azione delittuosa in essere al momento dell’intervento delle forze dell’ordine.

Ebbene, nel caso che ci occupa il giudice della cautela appare avere assolto al suo onere motivazionale Davvero non si comprende quale autonoma valutazione sia mancata a fronte di un’indagata che, sottoposta a controllo, consegnava spontaneamente ai carabinieri operanti un involucro contenente 15 grammi di marijuana che deteneva in tasca e che successivamente, sottoposta a perquisizione personale, risultava occultare all’interno del reggiseno un altro involucro contenente ben 50 grammi lordi di cocaina e all’interno del pantalone un ennesimo involucro in cellophane contenente 0,5 grammi lordi di una sostanza sintetica solida in soluzione cristallina. E nel cui appartamento, all’esito della disposta perquisizione, venivano trovati in camera da letto, occultati in una scatola di legno chiusa a chiave due bilancini di precisione.

La stessa odierna ricorrente, peraltro, sia all’atto dell’arresto che in sede di convalida, affermava che lo stupefacente in questione era destinato a terzi, avendola acquistata a suo dire da un non meglio identificato “soggetto di colore” nei pressi dell’Ospedale di Bolzano per conto di un altro soggetto della Val di Fassa, di cui riferiva di non voler dire il nome per timore di ritorsioni, che avrebbe poi provveduto a pagarla.

Ebbene, a fronte di un quadro siffatto l’onere motivazionale da parte del giudice della cautela in punto di gravità indiziaria, ben può essere assolto richiamando i fatti, che nella loro evidenza parlano da soli.

Il GIP e poi il tribunale del riesame evidenziano che dalla lettura della C.N.R. dei c.c. di Cavalese del 21.11.2020 presente in atti con gli allegati, in particolare il verbale di arresto e il verbale di perquisizione e sequestro a carico della prevenuta, il verbale di perquisizione con esito negativo a carico di M.L.G., padre della prevenuta, il verbale di esame con narcotest della sostanza stupefacente sequestrata, emerge una ricostruzione dei fatti chiaramente e gravemente indiziante in relazione al reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990art. 73, comma 1.

Dagli atti, come già sinteticamente anticipato, si evince che alle 18.30 del 20.11.2020, nell’ambito di un servizio finalizzato alla repressione dello spaccio di stupefacenti sulla direttrice che collega le due Province di Bolzano e Trento, era stata fermata un’auto con a bordo M.L.G. alla guida e, al lato passeggero, M.L.E.. Considerato sospetto l’atteggiamento degli occupanti, gli operanti avevano proceduto a un controllo presso la Stazione di (OMISSIS), in quella sede la M. consegnava spontaneamente un involucro contenente 15 grammi di marjuana. All’esito della successiva perquisizione personale, sulla donna veniva rinvenuto un altro involucro in cellophane contenente 50 grammi di cocaina in stato solido e nella tasca dei pantaloni un involucro di cellophane contenente cristalli del peso di 0,5 grammi lordi. Le operazioni di ricerca si estendevano così presso l’appartamento nella disponibilità della M. in (OMISSIS), lì venivano ritrovati e sequestrati due bilancini di precisione.

In sede di convalida dell’arresto la M. ha dichiarato che la sua permanenza in Trentino doveva essere temporanea, acquistando droga aveva contratto un debito e, sotto minaccia, per saldano si era prestata al trasporto di droga, il referente era un ragazzo di colore di cui non ha rilevato l’identità perchè ne teme le reazioni, il suo progetto era quello di saldare il debito con il trasporto di droga e poi tornare a casa. Ha chiarito che il padre con lei in auto era del tutto estraneo al proposito criminoso.

Il GIP, in sede di applicazione della misura cautelare, ha valorizzato gli elementi emersi negli atti allegati alla C.N. R., soprattutto alla luce delle dichiarazioni chiaramente ammissive dell’addebito rese in interrogatorio, per affermare la sussistenza del quadro indiziario, ha poi sottolineato che i contatti dichiarati dalla donna con l’organizzazione dello spaccio di droga per la quale ha ammesso di trasportare la sostanza sequestrata provano un attuale e concreto pericolo di reiterazione del reato e ha applicato alla M. la custodia cautelare in carcere.

E nel confutare la doglianza difensiva con cui si chiedeva l’annullamento dell’ordinanza per mancanza di motivazione sulla gravità indiziaria e sulla sussistenza delle esigenze cautelari, il giudice del gravame cautelare -con una motivazione priva di aporie logiche e corretta in punto di diritto e che pertanto si sottrae alle proposte censure di legittimità- ha evidenziato che la motivazione del GIP, seppur stringata, non può certo dirsi nè inesistente nè apparente, e quindi come non si ponesse il tema dell’annullamento dell’atto impugnato automatico e doveroso, ex art. 309 c.p.p., comma 9, ultimo inciso per mancanza di autonoma valutazione, derivandone che il tribunale poteva legittimamente esercitare il proprio potere integrativo dell’ordinanza genetica.

Corretto è il rilievo che la sinteticità delle argomentazioni sui presupposti della misura è proporzionale all’evidenza della prova palesatasi al GIP in sede di convalida, laddove l’arresto effettuato nella fragranza della condotta di detenzione di diverse sostanze stupefacenti, unitamente ai bilancini di precisione ritrovati nella sua abitazione, e corroborato dalle dichiarazioni confessorie della M. in interrogatorio che ha ammesso di detenere la sostanza destinata allo spaccio avendo assunto consapevolmente il ruolo di trasportatore della stessa, non lasciano dubbi sulla sussistenza di un quadro indiziario evidente.

Peraltro, il riferimento alla “rete” di spaccio alla quale l’odierna ricorrente stessa ha ammesso essersi prestata per trasportare la sostanza è più che sufficiente – secondo il logico argomentare del giudice del gravame della cautela- a giustificare l’esistenza di un pericolo concreto e attuale di recidiva.

Nel provvedimento impugnato viene anche giustamente sottolineato il grado di purezza delle diverse sostanze stupefacenti sequestrate ritrovate addosso alla M. (cocaina per una stima di 249 dosi ricavabili e cannabis per 96 dosi ricavabili, come evidenziato dalle analisi di laboratorio effettuate e agli atti) e come una qualità di sostanza simile non poteva che essere destinata al taglio e confezionamento successivo. Ulteriore dato, a estremo riscontro della contestazione mossa alla M., viene individuato nelle dichiarazioni rese da L.M. nell’ambito del diverso procedimento a suo carico per il D.P.R. n. 309 del 1990art. 73, comma 1 (R.G.N. R. 3589/2020). L’uomo in data 19.9.2020, dopo la perquisizione personale e domiciliare che ha dato esito positivo per la cocaina, ha dichiarato chè la sostanza rinvenuta gli era stata ceduta poco prima dalla M. di Taranto che lavora presso il Pub (OMISSIS) di (OMISSIS) dalla quale l’aveva acquistata recandosi nella sua abitazione di (OMISSIS) e pagandola 300 Euro.

  1. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, con il quale ci si duole che la motivazione autonoma in punto di inadeguatezza di misure alternative a quella carceraria poi adottata sarebbe stata assente nell’ordinanza generica della misura, di talchè il giudice del gravame cautelare avrebbe illegittimamente integrato quest’ultima.

Nel confutare argomentatamente quello che anche in quella sede era stato il secondo motivo di ricorso, il tribunale del riesame trentino sottolinea correttamente che non si versa in un caso di ordinanza annullabile ex art. 309 c.p.p., comma 9, nonostante la mancanza – su questo punto completa – di motivazione in relazione all’adeguatezza e alla proporzionalità della misura carceraria adottata. Tale omissione, infatti, non rientra nei casi richiamati dalla specifica previsione di censura, che parla esclusivamente della mancanza di autonoma valutazione sulla gravità indiziaria e sulle esigenze cautelari. In questo caso – si legge nel provvedimento impugnato- è vero che il GIP ha completamente omesso di argomentare sulla scelta della misura cautelare, tuttavia, non prevedendo anche in questo caso la censura dell’annullamento dell’ordinanza, correttamente il tribunale del riesame ha ritenuto di avere pieni poteri di integrazione della stessa.

Diversamente da quanto si sostiene in ricorso, l’ordinanza impugnata si colloca nell’alveo del costante dictum di questa Corte di legittimità – che va qui ribadito – secondo cui, anche a seguito delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47 agli artt. 292 e 309 c.p.p., sussiste il potere-dovere del tribunale del riesame di integrare le insufficienze motivazionali del provvedimento impositivo della misura qualora questo sia assistito da una motivazione che enunci le ragioni della cautela, anche in forma stringata ed espressa “per relationem” in adesione alla richiesta cautelare, a meno che non si sia in presenza di una motivazione del tutto priva di vaglio critico dell’organo giudicante mancando, in tal caso, un sostrato su cui sviluppare il contraddittorio tra le parti (cfr. Sez. 6, n. 10590 del 13/12/2017, dep. 2018, Liccardo ed altri, Rv. 272596; conf. Sez. 5, n. 643 del 6/12/2017 dep. 2018, Pohl ed altri, Rv. 271925).

Più specificamente quanto alla situazione che propone l’odierno thema decidendi, è stato chiarito che il tribunale del riesame ha il potere-dovere di integrare le insufficienze motivazionali dell’ordinanza di custodia cautelare relative alla valutazione di inadeguatezza della misura degli arresti domiciliari con l’uso del braccialetto elettronico atteso che l’art. 309 c.p.p., comma 9 non prevede quale causa di annullamento dell’ordinanza cautelare la mancanza di indicazioni sull’adeguatezza della misura (così Sez. 2, n. 10150 del 24/2/2016, Clopotaru, Rv. 266190 relativa ad un caso in cui il GIP si era limitato a valutare l’inadeguatezza delle altre misure coercitive facendo riferimento all’assenza di una fissa dimora dell’indagato).

Nello stesso senso, in altra pronuncia, si è affermato che l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere che non specifichi le ragioni di inadeguatezza della misura degli arresti domiciliari con controllo elettronico, può essere integrata dall’ordinanza che decide sulla richiesta di riesame, sia perchè l’indicazione di tali ragioni non è prevista tra i requisiti essenziali dell’ordinanza indicati, a pena di nullità, dall’art. 292 c.p.p., sia perchè l’art. 275 c.p.p., nel prevedere l’onere motivazionale aggiuntivo, non indica alcuna sanzione in caso di inosservanza (così Sez. 2, n. 42557 del 4/7/2017, Micillo, Rv. 270773, in un caso in cui l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere si era limitata a motivare le ragioni per le quali le esigenze cautelari non potevano essere soddisfatte con altre misure).

Il principio, dunque, è che, in tema di riesame delle ordinanze cautelari personali, le ipotesi di insufficienza di motivazione non incidente sull'”an” ma solo sulla scelta della misura, non rientrano nel divieto di cui all’art. 309 c.p.p., comma 9, (così Sez. 3, n. 19700 del 6/2/2018, C., Rv. 272875 che ha ritenuto che il tribunale può integrare il provvedimento genetico privo di motivazione in ordine alle esigenze cautelari di particolare rilevanza di cui all’art. 275 c.p.p., comma 4).

  1. Infondato è anche il terzo motivo di ricorso, con il quale si censura in ogni caso il provvedimento impugnato nella motivazione con cui ha escluso l’adeguatezza, ai fini delle esigenze cautelari che ci occupano, delle meno afflittive misure proposte dalla difesa (obbligo di presentazione alla P.G., divieto di dimora in (OMISSIS) o arresti domiciliari in Puglia).

In punto di adeguatezza della misura, va ricordato che la consolidata giurisprudenza di legittimità valorizza l’importanza dei principi generali di proporzionalità e adeguatezza delle misure coercitive (art. 275 c.p.p., comma 1), che impongono di prescegliere la misura più adatta a soddisfare le esigenze di cautela e, nel contempo, meno inutilmente invasiva della persona dell’indagato. Vale infatti la regola secondo cui, in materia di misure cautelari, a fronte della tipizzazione da parte del legislatore di un “ventaglio” di misure di gravità crescente, il criterio di “adeguatezza” di cui all’art. 275 c.p.p., comma 1, dando corpo al principio del “minore sacrificio necessario” (anche ribadito dalla Corte costituzionale, nella sentenza 22 luglio 2011 n. 231), impone al giudice di scegliere la misura meno afflittiva tra quelle astrattamente idonee a tutelare le esigenze cautelari ravvisabili nel caso di specie (cfr. Sez. Sez. Un., n. 20769 del 28/4/2016, Lovisi, Rv. 266650). Pertanto, nel provvedimento restrittivo è necessario indicare non soltanto gli elementi di fatto dai quali le esigenze cautelari sono desunte, ma anche le concrete e specifiche ragioni per le quali tali esigenze non possono essere soddisfatte con misure diverse dal carcere; prescrizione quest’ultima che assume particolare rilevanza ove coordinata con il disposto dell’art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo, che sottolinea la funzione residuale e “quasi eccezionale” della misura cautelare della custodia in carcere (così le citate SS.UU. Lovisi).

Il giudice si deve soffermare quindi sul profilo dell'”adeguatezza” della misura cautelare in concreto prescelta, anche se, ovviamente, qualora venisse applicata, perchè ritenuta “adeguata”, la misura della custodia in carcere, non è necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati, nonchè dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che, nella singola fattispecie, fanno ragionevolmente ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo superata ed assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità Ciò risulta in continuità con quanto pacificamente affermato anche in precedenza dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte che in tema di scelta e adeguatezza delle misure cautelari, ai fini della motivazione del provvedimento di custodia in carcere, non è necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonchè dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che inducono ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 6, n. 17313 del 20/4/2011, Cardoni, Rv. 250060; conf. Sez. 1, n. 45011 del 26/9/2003, Villani, Rv. 227304).

In altra pronuncia era stato condivisibilmente sottolineato che in tema di criteri di scelta delle misure cautelari, è immune da censure la decisione con cui il giudice di merito rigetti l’istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, sulla base di elementi specifici inerenti al fatto, alle sue motivazioni ed alla personalità del soggetto che indichino quest’ultimo come propenso all’inosservanza dell’obbligo di non allontanarsi dal domicilio, in violazione delle cautele impostegli, trattandosi di soggetto violento e proclive a reati commessi mediante l’uso di violenza personale; e questo ancorchè la previsione di cui all’art. 275 c.p.p. non ponga a carico del giudice l’obbligo di una motivazione analitica sull’inadeguatezza di ogni altra misura cautelare (nella specie arresti domiciliari), essendo a tal fine sufficiente e necessario che egli dimostri che l’unica misura adeguata ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa è la permanenza in carcere (Sez. 5, n. 9494 del 19/10/2005 dep. il 2006, Pannone, Rv. 233884).

Ebbene, se questi sono i principi giuridici di riferimento, va osservato che nel caso che ci occupa, il tribunale del riesame dà atto nel provvedimento impugnato che la misura carceraria si è resa necessaria proprio alla luce delle dichiarazioni della M. che ha ammesso di essere parte di una organizzazione di soggetti per i quali ha assunto il ruolo di trasportatore di stupefacente e perciò di intermediario, evidentemente godendo della loro fiducia vista la responsabilità che implica il compito assegnatole.

La sua collocazione in un ambiente di spaccio organizzato, ad ampio raggio considerando che il viaggio durante il quale è stata fermata coinvolgeva almeno due province, è riscontrata -secondo la logica motivazione del provvedimento impugnato- oltre che dalle evidenze agli atti e dalle dichiarazioni confessorie, dalle informazioni rese dal L., risultando così necessario recidere ogni possibilità di contatto della M. con il crimine organizzato nella quale è inquadrata e tale fine di tutta evidenza non può essere raggiunto con’ una misura cautelare non detentiva.

Il tribunale trentino precisa che nessuna misura cautelare non custodiale è idonea a prevenire un pericolo di recidiva che riguarda non certo il classico spaccio da strada ma condotte organizzate di caratura infraregionale. E dà conto di avere ritenuto che la pericolosità e la spregiudicatezza della ricorrente nel prestarsi con una certa disinvoltura al traffico di stupefacenti, in relazione alla gravità delle condotte provate in atti, è tale da far superare anche la sua formale incensuratezza, e la misura custodiale meno afflittiva degli arresti domiciliari a casa della madre in provincia di Taranto non appare altresì adeguata al contenimento della recidiva e alla recisione dei legami con il traffico di stupefacenti perchè si è constatato da una parte che il contesto di riferimento della ricorrente non è certo limitato a quello locale, dall’altra che la M. ha una storia di legami con il mondo degli stupefacenti anche nella sua terra d’origine, ciò essendo provato dalla segnalazione del 24/8/2015 della Guardia di Finanza di Taranto ex art. 75 D.P.R. n. 309 del 1990 per possesso di cocaina.

Il provvedimento impugnato dà dunque conto di avere valutato in maniera congrua e logica la natura del reato per cui si procede, le circostanze concrete della sua realizzazione e la personalità dell’indagata, ed all’esito di avere ritenuto che l’unica misura idonea fosse quella della custodia cautelare in carcere.

  1. Al rigetto del ricorso consegue, ex lege, la condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Vanno dati gli avvisi di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1-ter.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2021

CODICE DI PROCEDURA PENALE

PARTE SECONDA

LIBRO QUINTO

INDAGINI PRELIMINARI E UDIENZA PRELIMINARE

TITOLO VI

Arresto in flagranza e fermo

Art. 379.

Determinazione della pena.

  1. Agli effetti delle disposizioni di questo titolo, la pena è determinata a norma dell’articolo 278.

Art. 380.

Arresto obbligatorio in flagranza.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni.

  2. Anche fuori dei casi previsti dal comma 1, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti non colposi, consumati o tentati:

  3. a) delitti contro la personalità dello Stato previsti nel titolo I del libro II del codice penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni;

a bis) delitto di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti previsto dall’articolo 338 del codice penale; (12

  1. b) delitto di devastazione e saccheggio previsto dall’articolo 419 del codice penale;

  2. c) delitti contro l’incolumità pubblica previsti nel titolo VI del libro II del codice penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci anni;

  3. d) delitto di riduzione in schiavitù previsto dall’articolo 600, delitto di prostituzione minorile previsto dall’articolo 600-bis, primo comma, delitto di pornografia minorile previsto dall’articolo 600-ter, commi primo e secondo, anche se relativo al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1, (1) e delitto di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile previsto dall’articolo 600-quinquies del codice penale;

d.1) delitti di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro previsti dall’articolo 603-bis, secondo comma, del codice penale; (11)

d-bis) delitto di violenza sessuale previsto dall’articolo 609-bis, escluso il caso previsto dal terzo comma, e delitto di violenza sessuale di gruppo previsto dall’articolo 609-octies del codice penale; (2)

d-ter) delitto di atti sessuali con minorenne di cui all’articolo 609-quater, primo e secondo comma, del codice penale; (13)

  1. e) delitto di furto quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall’articolo 4 della legge 8 agosto 1977, n. 533, o taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 625, primo comma, numeri 2), prima ipotesi, 3) e 5), nonché 7-bis) del codice penale, salvo che ricorra, in questi ultimi casi, la circostanza attenuante di cui all’articolo 62, primo comma, numero 4), del codice penale; (3)

e-bis) delitti di furto previsti dall’articolo 624-bis del codice penale, salvo che ricorra la circostanza attenuante di cui all’articolo 62, primo comma, numero 4), del codice penale; (4)

  1. f) delitto di rapina previsto dall’articolo 628 del codice penale e di estorsione previsto dall’articolo 629 del codice penale;

    f-bis) delitto di ricettazione, nell’ipotesi aggravata di cui all’articolo 648, primo comma, secondo periodo, del codice penale; (6)

  2. g) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;

  3. h) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell’articolo 73 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubbblica 9 ottobre 1990, n. 309, salvo che per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo; (7)

  4. i) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni;

  5. l) delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione delle associazioni segrete previste dall’articolo 1 della legge 25 gennaio 1982, n. 17 , delle associazioni di carattere militare previste dall’articolo 1 della legge 17 aprile 1956, n. 561, delle associazioni, dei movimenti o dei gruppi previsti dagli articoli 1 e 2, della legge 20 giugno 1952, n. 645, delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’art. 3, comma 3, della L. 13 ottobre 1975, n. 654;

l-bis) delitti di partecipazione, promozione, direzione e organizzazione della associazione di tipo mafioso prevista dall’articolo 416-bis del codice penale;

l-ter) delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori, previsti dall’articolo 572 e dall’articolo 612-bis del codice penale; (5)

m) delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della associazione per delinquere prevista dall’articolo 416 commi 1 e 3 del codice penale, se l’associazione è diretta alla commissione di più delitti fra quelli previsti dal comma 1 o dalle lettere a), b), c), d), f), g), i) del presente comma;

m-bis) delitti di fabbricazione, detenzione o uso di documento di identificazione falso previsti dall’articolo 497-bis del codice penale;(8)

m-ter) delitti di promozione, direzione, organizzazione, finanziamento o effettuazione di trasporto di persone ai fini dell’ingresso illegale nel territorio dello Stato, di cui all’articolo 12, commi 1 e 3, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni (9).

m-quater) delitto di omicidio colposo stradale previsto dall’articolo 589-bis, secondo e terzo comma, del codice penale. (10)

m-quinquies) delitto di resistenza o di violenza contro una nave da guerra, previsto dall’articolo 1100 del codice della navigazione (14).

  1. Se si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza è eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

(1) Le parole: “anche se relativo al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1”, sono state inserite dall’art. 12, comma 1, della L. 6 febbraio 2006, n. 38.
(2) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, lett. b) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni nella L. 23 aprile 2009, n. 38
(3) Lettera sostituita dall’art. 3, comma 25, lett. a) della L. 15 luglio 2009, n. 94. Successivamente la presente lettera è stata così modificata dall’art. 8, comma 2, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(4) Lettera aggiunta dall’art. 10, comma 2, della L. 26 marzo 2001, n. 128
(5) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, lett. c), D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119, a decorrere dal 16 ottobre 2013, ai sensi di quanto disposto dall’art. 2, comma 4 del suddetto D.L. 93/2013.
(6) Lettera inserita dall’art. 8, comma 2, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(7) Lettera così modificata dall’art. 2, comma 1, lett. h), D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2014, n. 10.
(8) Lettera aggiunta dall’art. 2, comma 1-ter, lett. a), D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(9) Lettera aggiunta dall’art. 3-bis, comma 2, D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(10) Lettera aggiunta dall’art. 1, comma 5, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.
(11) Lettera inserita dall’art. 4, comma 1, L. 29 ottobre 2016, n. 199, a decorrere dal 4 novembre 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 12, comma 1 della suddetta L. 199/2016.
(12) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, L. 3 luglio 2017, n. 105, a decorrere dal 22 luglio 2017.
(13) Lettera aggiunta dalla lettera e) del comma 1 dell’art. 5, L. 1° ottobre 2012, n. 172.
(14)  Lettera aggiunta dall’art. 3-bis, comma 1, D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito, con modificazioni, dalla L. 8 agosto 2019, n. 77, a decorrere dal 10 agosto 2019.

Per approfondimenti vedi la guida sull’arresto in flagranza e il fermo

Art. 381.

Arresto facoltativo in flagranza.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a tre anni ovvero di un delitto colposo per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

  2. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno altresì facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti:

  3. a) peculato mediante profitto dell’errore altrui previsto dall’articolo 316 del codice penale;

  4. b) corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio prevista dagli articoli 319 comma 4 e 321 del codice penale;

  5. c) violenza o minaccia a un pubblico ufficiale prevista dall’articolo 336 comma 2 del codice penale;

  6. d) commercio e somministrazione di medicinali guasti e di sostanze alimentari nocive previsti dagli articoli 443 e 444 del codice penale;

  7. e) corruzione di minorenni prevista dall’articolo 530 del codice penale;

  8. f) lesione personale prevista dall’articolo 582 del codice penale;

f-bis) violazione di domicilio prevista dall’art. 614, primo e secondo comma, del codice penale; (1)

  1. g) furto previsto dall’articolo 624 del codice penale;

  2. h) danneggiamento aggravato a norma dell’articolo 635 comma 2 del codice penale;

  3. i) truffa prevista dall’articolo 640 del codice penale;

  4. l) appropriazione indebita prevista dall’articolo 646 del codice penale;

l-bis) offerta, cessione o detenzione di materiale pornografico previste dagli articoli 600-ter, quarto comma, e 600-quater del codice penale, anche se relative al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice; (2)

  1. m) alterazione di armi e fabbricazione di esplosivi non riconosciuti previste dagli articoli 3 e 24 comma 1 della legge 18 aprile 1975, n. 110;

m-bis)  (3)

m-ter) falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, prevista dall’articolo 495 del codice penale; (4)

m-quater) fraudolente alterazioni per impedire l’identificazione o l’accertamento di qualità personali, previste dall’articolo 495-ter del codice penale. (4)

m-quinquies) delitto di lesioni colpose stradali gravi o gravissime previsto dall’articolo 590-bis, secondo, terzo, quarto e quinto comma, del codice penale. (5)

  1. Se si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza può essere eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

  2. Nelle ipotesi previste dal presente articolo si procede all’arresto in flagranza soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto.

4-bis. Non è consentito l’arresto della persona richiesta di fornire informazioni dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero per reati concernenti il contenuto delle informazioni o il rifiuto di fornirle.

(1) Lettera inserita dall’art. 3, comma 25, lett. b) della L. 15 luglio 2009, n. 94
(2) Lettera inserita dall’art. 12, comma 2, della L. 6 febbraio 2006, n. 38.
(3) Lettera abrogata dall’art. 2, comma 1-ter, lett, b), D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(4) Lettera aggiunta dall’art. 2, comma 1, lett. b-bis), del D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modificazioni nella L. 24 luglio 2008, n. 125.
(5) Lettera aggiunta dall’art. 1, comma 5, lett. b), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

Art. 382.

Stato di flagranza.

  1. E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

  2. Nel reato permanente lo stato di flagranza dura fino a quando non è cessata la permanenza.

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Giurisprudenza 

Art. 383.

Facoltà di arresto da parte dei privati.

  1. Nei casi previsti dall’articolo 380 ogni persona è autorizzata a procedere all’arresto in flagranza, quando si tratta di delitti perseguibili di ufficio.

  2. La persona che ha eseguito l’arresto deve senza ritardo consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria la quale redige il verbale della consegna e ne rilascia copia.

Art. 384.

Fermo di indiziato di delitto.

  1. Anche fuori dei casi di flagranza, quando sussistono specifici elementi che, anche in relazione alla impossibilità di identificare l’indiziato, (1) fanno ritenere fondato il pericolo di fuga, il pubblico ministero dispone il fermo della persona gravemente indiziata di un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a due anni e superiore nel massimo a sei anni ovvero di un delitto concernente le armi da guerra e gli esplosivi o di un delitto commesso per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico. (2)

  2. Nei casi previsti dal comma 1 e prima che il pubblico ministero abbia assunto la direzione delle indagini, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono al fermo di propria iniziativa.

  3. La polizia giudiziaria procede inoltre al fermo di propria iniziativa qualora sia successivamente individuato l’indiziato ovvero sopravvengono specifici elementi, quali il possesso di documenti falsi, che rendano fondato il pericolo che l’indiziato sia per darsi alla fuga (3) e non sia possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del pubblico ministero.

(1) Le parole: “anche in relazione alla impossibilità di identificare l’indiziato” sono state inserite dall’art. 11 della L. 26 marzo 2001, n.128
(2) Le parole: “ o di un delitto commesso… “ fino alla fine del comma sono state aggiunte dall’art. 13, comma 3, lett. a) del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 155
(3) Le parole: “specifici elementi, quali il possesso di documenti falsi, che rendano fondato il pericolo che l’indiziato sia per darsi alla fuga” sono state così sostituite alle precedenti parole dall’art. 13, comma 3, lett. b) del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 155

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Cfr. Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 29 luglio 2009, n. 31296 in Altalex Massimario.

Per approfondimenti vedi la guida sull’arresto in flagranza e il fermo

Art. 384-bis

(Allontanamento d’urgenza dalla casa familiare) (1)

  1. Gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, scritta, oppure resa oralmente e confermata per iscritto, o per via telematica, l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all’articolo 282-bis, comma 6, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa. La polizia giudiziaria provvede senza ritardo all’adempimento degli obblighi di informazione previsti dall’articolo 11 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, e successive modificazioni.

    2. Si applicano in quanto compatibili le disposizioni di cui agli articoli 385 e seguenti del presente titolo. Si osservano le disposizioni di cui all’articolo 381, comma 3. Della dichiarazione orale di querela si dà atto nel verbale delle operazioni di allontanamento.

(1) Articolo inserito dall’art. 2, comma 1, lett. d), D.L. 14 agosto 2013, n. 93 convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

Art. 385.

Divieto di arresto o di fermo in determinate circostanze.

  1. L’arresto o il fermo non è consentito quando, tenuto conto delle circostanze del fatto, appare che questo è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in presenza di una causa di non punibilità.

Art. 386.

Doveri della polizia giudiziaria in caso di arresto o di fermo.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno eseguito l’arresto o il fermo o hanno avuto in consegna l’arrestato, ne danno immediata notizia al pubblico ministero del luogo ove l’arresto o il fermo è stato eseguito. Consegnano all’arrestato o al fermato una comunicazione scritta, redatta in forma chiara e precisa e, se questi non conosce la lingua italiana, tradotta in una lingua a lui comprensibile, con cui lo informano:

    a) della facoltà di nominare un difensore di fiducia e di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge;

    b) del diritto di ottenere informazioni in merito all’accusa;

    c) del diritto all’interprete ed alla traduzione di atti fondamentali;

    d) del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere;

    e) del diritto di accedere agli atti sui quali si fonda l’arresto o il fermo;

    f) del diritto di informare le autorità consolari e di dare avviso ai familiari;

    g) del diritto di accedere all’assistenza medica di urgenza;

    h) del diritto di essere condotto davanti all’autorità giudiziaria per la convalida entro novantasei ore dall’avvenuto arresto o fermo;

    i) del diritto di comparire dinanzi al giudice per rendere l’interrogatorio e di proporre ricorso per cassazione contro l’ordinanza che decide sulla convalida dell’arresto o del fermo. (3)

1-bis. Qualora la comunicazione scritta di cui al comma 1 non sia prontamente disponibile in una lingua comprensibile all’arrestato o al fermato, le informazioni sono fornite oralmente, salvo l’obbligo di dare comunque, senza ritardo, comunicazione scritta all’arrestato o al fermato.(4)

  1. Dell’avvenuto arresto o fermo gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria informano immediatamente il difensore di fiducia eventualmente nominato ovvero quello di ufficio designato dal pubblico ministero a norma dell’articolo 97.

  2. Qualora non ricorra l’ipotesi prevista dall’articolo 389 comma 2, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del pubblico ministero al più presto e comunque non oltre ventiquattro ore dall’arresto o dal fermo. Entro il medesimo termine trasmettono il relativo verbale, anche per via telematica, salvo che il pubblico ministero autorizzi una dilazione maggiore. Il verbale contiene l’eventuale nomina del difensore di fiducia, l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo in cui l’arresto o il fermo è stato eseguito e l’enunciazione delle ragioni che lo hanno determinato nonché la menzione dell’avvenuta consegna della comunicazione scritta o dell’informazione orale fornita ai sensi del comma 1-bis. (2)

  3. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del pubblico ministero mediante la conduzione nella casa circondariale o mandamentale del luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito, salvo quanto previsto dall’articolo 558. (1)

  4. Il pubblico ministero può disporre che l’arrestato o il fermato sia custodito, in uno dei luoghi indicati nel comma 1 dell’articolo 284 ovvero, se ne possa derivare grave pregiudizio per le indagini, presso altra casa circondariale o mandamentale.

  5. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria trasmettono il verbale di fermo anche al pubblico ministero che lo ha disposto, se diverso da quello indicato nel comma 1.

  6. L’arresto o il fermo diviene inefficace se non sono osservati i termini previsti dal comma 3.

(1) Le parole: “salvo quanto previsto dall’articolo 558” sono state aggiunte dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 211, convertito con L. 17 febbraio 2012, n. 9.
(2) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett. a-bis), D.L. 1° luglio 2013, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla L. 9 agosto 2013, n. 94 e, successivamente, dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 3), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.
(3) Comma così sostituito dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 1), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.
(4) Comma inserito dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 2), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.

Art. 387.

Avviso dell’arresto o del fermo ai familiari.

  1. La polizia giudiziaria, con il consenso dell’arrestato o del fermato, deve senza ritardo dare notizia ai familiari dell’avvenuto arresto o fermo.

Art. 387-bis.

Adempimenti della polizia giudiziaria nel caso di arresto o di fermo di madre di prole di minore età (1).

  1. Nell’ipotesi di arresto o di fermo di madre con prole di minore età, la polizia giudiziaria che lo ha eseguito, senza ritardo, ne dà notizia al pubblico ministero territorialmente competente, nonché al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo dell’arresto o del fermo.

(1) Articolo inserito dall’art. 15-bis, comma 2, lett. a), D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla L. 1° dicembre 2018, n. 132, a decorrere dal 4 dicembre 2018.

Art. 388.

Interrogatorio dell’arrestato o del fermato.

  1. Il pubblico ministero può procedere all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, dandone tempestivo avviso al difensore di fiducia ovvero, in mancanza, al difensore di ufficio.

  2. Durante l’interrogatorio, osservate le forme previste dall’articolo 64, il pubblico ministero informa l’arrestato o il fermato del fatto per cui si procede e delle ragioni che hanno determinato il provvedimento comunicandogli inoltre gli elementi a suo carico e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, le fonti.

Art. 389.

Casi di immediata liberazione dell’arrestato o del fermato.

  1. Se risulta evidente che l’arresto o il fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge o se la misura dell’arresto o del fermo è divenuta inefficace a norma degli articoli 386 comma 7 e 390 comma 3, il pubblico ministero dispone con decreto motivato che l’arrestato o il fermato sia posto immediatamente in libertà.

  2. La liberazione è altresì disposta prima dell’intervento del pubblico ministero dallo stesso ufficiale di polizia giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito.

Art. 390.

Richiesta di convalida dell’arresto o del fermo.

  1. Entro quarantotto ore dall’arresto o dal fermo il pubblico ministero, qualora non debba ordinare la immediata liberazione dell’arrestato o del fermato , richiede la convalida al giudice per le indagini preliminari competente in relazione al luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito.

  2. Il giudice fissa l’udienza di convalida al più presto e comunque entro le quarantotto ore successive dandone avviso, senza ritardo, al pubblico ministero e al difensore.

  3. L’arresto o il fermo diviene inefficace se il pubblico ministero non osserva le prescrizioni del comma 1.

3-bis. Se non ritiene di comparire, il pubblico ministero trasmette al giudice, per l’udienza di convalida, le richieste in ordine alla libertà personale con gli elementi su cui le stesse si fondano.

Art. 391.

Udienza di convalida.

  1. L’udienza di convalida si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del difensore dell’arrestato o del fermato.

  2. Se il difensore di fiducia o di ufficio non è stato reperito o non è comparso, il giudice provvede a norma dell’articolo 97 comma 4. Il giudice altresì, anche d’ufficio, verifica che all’arrestato o al fermato sia stata data la comunicazione di cui all’articolo 386, comma 1, o che comunque sia stato informato ai sensi del comma 1-bis dello stesso articolo, e provvede, se del caso, a dare o a completare la comunicazione o l’informazione ivi indicate.(1)

  3. Il pubblico ministero, se comparso, indica i motivi dell’arresto o del fermo e illustra le richieste in ordine alla libertà personale. Il giudice procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, salvo che questi non abbia potuto o si sia rifiutato di comparire; sente in ogni caso il suo difensore.

  4. Quando risulta che l’arresto o il fermo è stato legittimamente eseguito e sono stati osservati i termini previsti dagli articoli 386 comma 3 e 390 comma 1, il giudice provvede alla convalida con ordinanza. Contro l’ordinanza che decide sulla convalida, il pubblico ministero e l’arrestato o il fermato possono proporre ricorso per cassazione.

  5. Se ricorrono le condizioni di applicabilità previste dall’articolo 273 e taluna delle esigenze cautelari previste dall’articolo 274, il giudice dispone l’applicazione di una misura coercitiva a norma dell’articolo 291. Quando l’arresto è stato eseguito per uno dei delitti indicati nell’articolo 381, comma 2, ovvero per uno dei delitti per i quali è consentito anche fuori dai casi di flagranza, l’applicazione della misura è disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dagli articoli 274, comma 1, lettera c), e 280.

  6. Quando non provvede a norma del comma 5, il giudice dispone con ordinanza la immediata liberazione dell’arrestato o del fermato.

  7. Le ordinanze previste dai commi precedenti, se non sono pronunciate in udienza, sono comunicate o notificate a coloro che hanno diritto di proporre impugnazione. Le ordinanze pronunciate in udienza sono comunicate al pubblico ministero e notificate all’arrestato o al fermato, se non comparsi. I termini per l’impugnazione decorrono dalla lettura del provvedimento in udienza ovvero dalla sua comunicazione o notificazione. L’arresto o il fermo cessa di avere efficacia se l’ordinanza di convalida non è pronunciata o depositata anche quarantotto ore successive al momento in cui l’arrestato o il fermato è stato posto a disposizione del giudice.

(1) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett. f), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.