Avvocato penalista

RAVENNA FORLI CESENA BOLOGNA REATI TRIBUTARI SEQUESTRABILE1 CASA

RAVENNA FORLI CESENA BOLOGNA REATI TRIBUTARI SEQUESTRABILE1 CASA

Sì che, in definitiva, va ribadito il principio dell’inapplicabilità del limite dell’espropriazione nel procedimento penale per reati tributari, anche in ragione del fatto che, a norma dell’art. 2740 cod. civ., il debitore risponde dell’adempimento delle con tutti i suoi beni presenti e futuri, e che le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge. Che, in specie, non sussiste.

 

 

Sì che, in definitiva, va ribadito il principio dell’inapplicabilità del limite dell’espropriazione nel procedimento penale per reati tributari, anche in ragione del fatto che, a norma dell’art. 2740 cod. civ., il debitore risponde dell’adempimento delle con tutti i suoi beni presenti e futuri, e che le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge. Che, in specie, non sussiste.

Penale Sent. Sez. 3 Num. 5608 Anno 2021 Presidente: DI NICOLA VITO Relatore: CERRONI CLAUDIO Data Udienza: 20/10/2020

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE

In proposito, l’impugnazione ha in particolare eccepito l’insussistenza dell’elemento psicologico. Vero è infatti che, in sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali, al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al fumus del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata; ne consegue quindi che lo stesso giudice può rilevare anche il difetto dell’elemento soggettivo del reato, purché esso emerga ictu ()cui/ (Sez. 2, n. 18331 del 22/04/2016, Iommi e altro, Rv. 266896; cfr. Sez. 3, n. 26007 del 05/04/2019, Pucci, Rv. 276015). Ed in specie – data anche la fisiologica contiguità della ricorrente col coniuge legale rappresentante della società, di cui la stessa ricorrente è tra l’altro titolare di quote pari al 49 per cento – detta condizione di carenza certamente non si evince con nettezza in questa sede. 4.4. Per quanto concerne l’ultimo motivo di ricorso, questa Corte non ha motivo di discostarsi da quanto già osservato da Sez. 3, n. 8995 del 07/11/2019, dep. 2020, Piscopo, Rv. 278275, secondo cui, in tema di reati tributari, il limite alla espropriazione immobiliare previsto dall’art. 76, comma 1, lett. a), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, nel testo introdotto dall’art. 52, comma 1, lett. g), del d.l. 21 giugno 2013, n. 69 (convertito, con modificazioni, in legge 9 agosto 2013, n. 98), opera solo nei confronti dell’Erario, per debiti tributari, e non di altre categorie di creditori, riguarda l’unico immobile di proprietà, e non la “prima casa” del debitore, e non costituisce un limite all’adozione né della confisca penale, sia essa diretta o per equivalente, né del sequestro preventivo ad essa finalizzato (in specie appunto si trattava della confisca per equivalente dell’abitazione dell’indagato, quale profitto del delitto di cui all’art. 2 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74). In proposito, infatti, detta disposizione trova applicazione esclusivamente nel processo tributario e pertanto impedisce il sequestro preventivo dell’abitazione dell’indagato solo in tale ristretto ambito (cfr. Sez. 5, n. 48616 del 20/09/2018, M., Rv. 274145).

Ciò posto, l’indicazione di elementi passivi fittizi nella dichiarazione, avvalendosi di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti, anziché relative ad operazioni oggettivamente inesistenti, non incide sulla configurabilità del reato di dichiarazione fraudolenta previsto dall’art. 2 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, il quale, nel riferirsi all’uso di fatture o altri documenti concernenti operazioni inesistenti, non distingue tra quelle che sono tali dal punto di vista oggettivo o soggettivo (Sez. 3, n. 4236 del 18/10/2018, dep. 2019, Di Napoli, Rv. 275692), in quanto oggetto di repressione penale è ogni tipo di divergenza tra la realtà commerciale e la sua espressione documentale (così Sez. 3, n. 1998 del 15/11/2019, dep. 2020, Moiseev, Rv. 278378). In tal senso, l’ordinanza impugnata ha descritto gli estremi della cd. frode carosello cui in tesi la S.C.M. Trading International ha pienamente partecipato traendone utile sotto forma di indebito risparmio di imposizione. Al riguardo il Tribunale ha evidenziato quanto concretamente emerso (quantomeno in relazione alla documentazione anche telematica, e riferibile alle cd. cartiere, rinvenuta nella sede sociale della S.C.M., che dava altresì conto del diretto coinvolgimento di una di queste in frodi carosello, nonché delle conseguenti inibitorie amministrative) circa il consapevole illecito utilizzo di enti cd. cartiere, privi di qualsivoglia consistenza aziendale ed interposti fittiziamente nelle fisiologiche operazioni commerciali al solo fine di consentire l’evasione fiscale. Tant’è che le considerazioni svolte in ricorso in realtà appaiono destinate nella loro totalità (anche in ordine al profitto conseguito e all’elemento psicologico del reato) a divenire le difese volte a contrastare nella sede debita l’impostazione accusatoria. 4.3. In relazione al secondo motivo di impugnazione, è stato correttamente evocato il principio in forza del quale è configurabile il concorso nel reato di cui all’art. 2 del d.lgs. n. 74 del 2000 di colui che – pur essendo estraneo e non rivestendo cariche nella società a cui si riferisce la dichiarazione fraudolenta – abbia, in qualsivoglia modo, partecipato a creare il meccanismo fraudolento che ha consentito all’amministratore della società, sottoscrittore della dichiarazione 4 Corte di Cassazione – copia non ufficiale fraudolenta, di avvalersi della documentazione fiscale fittizia (Sez. 3, n. 14815 del 30/11/2016, dep. 2017, Palmiero, Rv. 269650). In proposito, l’impugnazione ha in particolare eccepito l’insussistenza dell’elemento psicologico. Vero è infatti che, in sede di riesame dei provvedimenti che dispongono misure cautelari reali, al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al fumus del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata; ne consegue quindi che lo stesso giudice può rilevare anche il difetto dell’elemento soggettivo del reato, purché esso emerga ictu ()cui/ (Sez. 2, n. 18331 del 22/04/2016, Iommi e altro, Rv. 266896; cfr. Sez. 3, n. 26007 del 05/04/2019, Pucci, Rv. 276015). Ed in specie – data anche la fisiologica contiguità della ricorrente col coniuge legale rappresentante della società, di cui la stessa ricorrente è tra l’altro titolare di quote pari al 49 per cento – detta condizione di carenza certamente non si evince con nettezza in questa sede. 4.4. Per quanto concerne l’ultimo motivo di ricorso, questa Corte non ha motivo di discostarsi da quanto già osservato da Sez. 3, n. 8995 del 07/11/2019, dep. 2020, Piscopo, Rv. 278275, secondo cui, in tema di reati tributari, il limite alla espropriazione immobiliare previsto dall’art. 76, comma 1, lett. a), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, nel testo introdotto dall’art. 52, comma 1, lett. g), del d.l. 21 giugno 2013, n. 69 (convertito, con modificazioni, in legge 9 agosto 2013, n. 98), opera solo nei confronti dell’Erario, per debiti tributari, e non di altre categorie di creditori, riguarda l’unico immobile di proprietà, e non la “prima casa” del debitore, e non costituisce un limite all’adozione né della confisca penale, sia essa diretta o per equivalente, né del sequestro preventivo ad essa finalizzato (in specie appunto si trattava della confisca per equivalente dell’abitazione dell’indagato, quale profitto del delitto di cui all’art. 2 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74). In proposito, infatti, detta disposizione trova applicazione esclusivamente nel processo tributario e pertanto impedisce il sequestro preventivo dell’abitazione dell’indagato solo in tale ristretto ambito (cfr. Sez. 5, n. 48616 del 20/09/2018, M., Rv. 274145). Sì che, in definitiva, va ribadito il principio dell’inapplicabilità del limite dell’espropriazione nel procedimento penale per reati tributari, anche in ragione del fatto che, a norma dell’art. 2740 cod. civ., il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri, e che le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge. Che, in specie, non sussiste. 5. L’impugnazione si presenta quindi complessivamente infondata. Ne consegue il rigetto dei ricorsi, con la

REATI TRIBUTARI DETERMINAZIONE IMPOSTA EVASA

REATI TRIBUTARI DETERMINAZIONE IMPOSTA EVASA

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  TREVISO

MILANO PAVIA VICENZA AVVOCATO

ESPERTO REATI TRIBUTARI E REATI FALLIMENTARI 

051 6447838

In materia di reati tributari, spetta esclusivamente al giudice penale il compito di determinare l’ammontare dell’imposta evasa, da intendersi come l’intera imposta dovuta e non versata, suscettibile dapprima di sequestro e, poi, di confisca, in base a una verifica che può venire a sovrapporsi ed anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dal giudice tributario, non essendo configurabile alcuna pregiudiziale tributaria

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 51465 depositata il 20 dicembre 2019 – In materia di reati tributari, spetta esclusivamente al giudice penale il compito di determinare l’ammontare dell’imposta evasa, da intendersi come l’intera imposta dovuta e non versata, suscettibile dapprima di sequestro e, poi, di confisca, in base a una verifica che può venire a sovrapporsi ed anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dal giudice tributario, non essendo configurabile alcuna pregiudiziale tributaria

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 51465 depositata il 20 dicembre 2019

reati fiscali – sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato – evasione fiscale – soglia di punibilità

RITENUTO IN FATTO

  1. Con ordinanza del 26 marzo 2019, il Tribunale di Perugia, accogliendo l’appello cautelare proposto dal pubblico ministero avverso il decreto con cui il Giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale aveva rigettato la richiesta di sequestro preventivo finalizzato alla confisca del profitto del reato di cui all’art. 5, d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, ha disposto la misura con riguardo alla somma di Euro 62.802,00 (o a beni di equivalente valore) nei confronti della G. A. Srl o, in subordine, del suo amministratore A. G., indagato nel procedimento.
  2. Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso il difensore di A. G., deducendo violazione della legge penale per insussistenza del fumus commissi delicti per mancato superamento della soglia di evasione fissata in relazione al reato ipotizzato.

In particolare, ci si duole del fatto che il Tribunale, erroneamente ritenendo che il giudice tributario non fosse entrato nel merito della questione ed avesse rilevato un mero difetto di contraddittorio, non abbia considerato come la Commissione tributaria di primo grado avesse annullato il p.v.c. con cui l’Agenzia delle Entrate – annullando in sede di autotutela un avviso di accertamento effettuato a seguito di contraddittorio con la parte, che quantificava in 46.000 Euro l’importo dell’IRES dovuta dalla società – aveva determinato l’imposta evasa nella somma di Euro 62.802. L’annullamento di detto provvedimento – allega il ricorrente, avvenuto valutando il giudice il merito della questione – aveva pertanto determinato la reviviscenza del precedente avviso di accertamento, da cui emerge che l’imposta evasa è inferiore alla soglia di punibilità prevista dall’art. 5 d.lgs. 74/2000.

  1. Con il secondo motivo si deducono violazione di legge e vizio di motivazione per non aver il Tribunale fornito logica ed adeguata motivazione con riguardo al superamento della soglia di punibilità per imposta evasa ed alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato – che era stato escluso dal g.i.p. – avendo al proposito erroneamente valorizzato spontanee dichiarazioni rese dall’indagato circa le difficoltà finanziarie della società, le quali tuttavia, contrariamente a quanto ritenuto, non attestavano la consapevolezza della violazione della norma incriminatrice contestata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo di ricorso non è fondato.

1.1. Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, nella valutazione del fumus commissi delicti, quale presupposto del sequestro preventivo, il giudice del merito cautelare non può avere riguardo alla sola astratta configurabilità del reato, ma deve tener conto, in modo puntuale e coerente, delle concrete risultanze processuali e dell’effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti, indicando, sia pur sommariamente, le ragioni che rendono sostenibile l’impostazione accusatoria, e plausibile un giudizio prognostico negativo per l’indagato, pur senza sindacare la fondatezza dell’accusa (Sez. 5, n. 49596 del 16/09/2014, Armento, Rv. 261677; Sez. 6, n. 49478 del 21/10/2015, Macchione, Rv. 265433).

Nel caso di specie, quanto al fumus circa il superamento della soglia di punibilità richiesta dall’art. 5 d.lgs. 74/2000, l’ordinanza impugnata attesta che l’imposta evasa era da quantificarsi in 62.801,78 Euro alla luce degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza e compendiati nell’informativa del 31 gennaio 2018.

1.2. Il ricorrente non contesta in alcun modo l’accertamento richiamato dall’ordinanza e si limita ad osservare che il provvedimento di contestazione dell’Agenzia delle Entrate che lo aveva recepito è stato annullato dalla Commissione tributaria.

L’ordinanza, tuttavia, attesta che il predetto annullamento è avvenuto soltanto per motivi formali, giustificati dall’assenza di contraddittorio, senza che sia stato invece sconfessato nel merito l’accertamento, sicché, anche in forza del principio di indipendenza dell’indagine penale da quella tributaria, a tale circostanza non poteva riconoscersi alcun rilievo.

1.3. Il ricorrente si limita a genericamente allegare che la decisione del giudice tributario sia invece scesa nel merito, ciò che, peraltro, costituirebbe un profilo di travisamento della prova in alcun modo dimostrato e comunque non deducibile in questa sede, alla luce del disposto di cui all’art. 325 cod. proc. pen., perché afferente al motivo di cui all’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.

Certamente corretta, per contro, è la valutazione del tribunale circa il fatto che, in materia di reati tributari, spetta esclusivamente al giudice penale il compito di determinare l’ammontare dell’imposta evasa, da intendersi come l’intera imposta dovuta e non versata, suscettibile dapprima di sequestro e, poi, di confisca, in base a una verifica che può venire a sovrapporsi ed anche entrare in contraddizione con quella eventualmente effettuata dal giudice tributario, non essendo configurabile alcuna pregiudiziale tributaria (Sez. 3, n. 50157 del 27/09/2018, Fiusco, Rv. 275439; Sez. 3, n. 36396 del 18/05/2011, Mariutti, Rv. 251280; Sez. 3, n. 21213 del 26/02/2008, De Cicco, Rv. 239984).

  1. Il secondo motivo è inammissibile perché si limita a contestare il vizio di motivazione.

Come più sopra si accennava, essendo nella specie applicabile il disposto di cui all’art. 325 cod. proc. pen., occorre ribadire che il ricorso per cassazione, proposto contro provvedimenti di decreto di sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente, è ammesso solo per violazione di legge (Sez. 3, n. 45343 del 06/10/2011, Moccaldi e a., Rv. 251616). E in tema di misure cautelari reali, costituisce violazione di legge deducibile mediante ricorso per cassazione soltanto l’inesistenza o la mera apparenza della motivazione, ma non anche la sua illogicità manifesta, ai sensi dell’art. 606, comma primo, lettera e), cod. proc. pen. (Sez. 2, n. 5807 del 18/01/2017, Zaharia, Rv. 269119), sicché non può in questa sede procedersi ad un più approfondito sindacato sulla motivazione del provvedimento impugnato, né quanto al superamento della soglia di punibilità, né quanto alla sussistenza del dolo.

A quest’ultimo proposito, peraltro, va ricordato che se nell’adozione di provvedimenti che dispongono misure cautelari reali al giudice è demandata una valutazione sommaria in ordine al “fumus” del reato ipotizzato relativamente a tutti gli elementi della fattispecie contestata, lo stesso giudice può rilevare anche il difetto dell’elemento soggettivo del reato a condizione che esso emerga “ictu oculi” (Sez. 2, n. 18331 del 22/04/2016, Iommi e a., Rv. 266896; Sez. 4, n. 23944 del 21/05/2008, Di Fulvio, Rv. 240521). Nella specie l’ordinanza attesta che non ricorre questo caso, argomentando anche sulla base delle dichiarazioni spontanee rese dall’indagato e la contestazione del ricorrente si muove, nuovamente, soltanto sul piano del preteso travisamento di tale elemento probatorio.

  1. Il ricorso, complessivamente infondato, va respinto con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

REATI TRIBUTARI DETERMINAZIONE IMPOSTA EVASA

BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA  TREVISO

MILANO PAVIA VICENZA AVVOCATO

ESPERTO REATI TRIBUTARI E REATI FALLIMENTARI 

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ESPERTO REATI TRIBUTARI E REATI FALLIMENTARI 

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ESPERTO REATI TRIBUTARI E REATI FALLIMENTARI 

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione – Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|25 settembre 2018| n. 41260

In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Nel nostro caso il ricorso e’ per i vizi della motivazione, e come tale inammissibile; ad eccezione dell’eccepita violazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, (principio di sussidiarieta’) che risulta infondata.

Infatti, nel nostro caso, non puo’ dirsi la motivazione dell’ordinanza impugnata mancante, o solo apparente, poiche’ la stessa ha i requisiti per rendere comprensibile la vicenda e per individuare l’iter logico della decisione.

3.1. Relativamente al primo motivo di ricorso (ne bis in idem) si deve rilevare che il ricorso non si confronta con le motivazioni del Tribunale del riesame, non contiene motivi di legittimita’; ovvero il Tribunale del riesame, con motivazione adeguata, rileva la sussistenza di plurimi elementi in fatto tali da far ritenere le due contestazioni diverse. “Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale del riesame e’ desumibile dalla lettura dei capi d’imputazionea che (OMISSIS), quale titolare della ditta individuale (OMISSIS), negli anni di imposta 2010, 2011 e 2012 avrebbe da un lato dichiarato elementi attivi inferiori a quelli effettivi, incorrendo nel reato di dichiarazione infedele con evasioni di Irpef, e nel 2012 di Irpef e di Iva, e negli stessi anni di imposta avrebbe dichiarato, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, elementi passivi fittizi con evasione dell’Iva, incorrendo nel reato di dichiarazione fraudolenta. Sebbene l’evasione sia scaturita da una dichiarazione riguardante gli stessi anni di imposta, l’omissione di elementi attivi tesa, come noto, ad abbassare la base imponibile e l’indicazione di elementi passivi fittizi volta invece a gonfiare i costi sostenuti, rappresentano condotte oggettivamente diverse ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem, anche quando cio’ fosse dipeso in entrambi i casi, come sostiene la difesa, ma non anche il capo d’imputazione, dalla emissione di fatture per operazioni inesistenti. Tanto risulta dimostrato anche dalla diversita’ delle imposte evase”.

Il ricorso, invece, ribadisce acriticamente la tesi del ricorso in sede di riesame ma non si confronta con le motivazioni dell’ordinanza impugnata. Infatti una cosa sono le indicazioni di costi non sostenuti (derivanti, questi si, da fatture inesistenti) e cosa ben diversa sono le omissioni di poste attive (incassi, che non possono derivare dalle stesse fatture per operazioni inesistenti, per diversita’ logica di elementi tributari, in contrasto tra loro: le poste attive sono entrate, invece le fatture per operazioni inesistenti incidono sulle spese, le uscite). L’identita’ delle somme infatti e’ solo affermata, ma nessuna dimostrazione concreta e’ stata fornita, sia nel procedimento di riesame e sia in sede di legittimita’;

infatti non e’ possibile paragonare le imposte IVA evase, per le fatture inesistenti, con le imposte evase, per le poste attive non dichiarate sono due cose diverse strutturalmente.

  1. Conseguentemente la motivazione del Tribunale (e del G.I.P.) relativamente al fumus del commesso reato risulta piu’ che adeguata, esaustiva e immune da vizi di manifesta illogicita’ o da contraddizioni. Del resto non e’ contestata l’utilizzazione, in fatto, delle fatture per operazioni inesistenti.
  2. Sul principio di sussidiarieta’ il ricorso richiama la decisione di questa Corte, condivisibile: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione” (Sez. 3, n. 28226 del 09/02/2016 – dep. 07/07/201.6, Disparra, Rv. 26740901).

Tuttavia, come esattamente rilevato nell’ordinanza impugnata “Nel caso di specie, in cui, in un procedimento penale nel quale lo (OMISSIS) era andato assolto era stata contestata la indicazione di elementi attivi e nell’odierno procedimento penale in cui e’ stata contestata l’indicazione di costi fittizi avvalendosi di mezzi fraudolenti, i due reati ben possono concorrere trattandosi di condotte materiali diverse”.

Infatti la clausola di sussidiarieta’ riguarda espressamente le condotte rientranti nell’articolo 4, “fuori dai casi previsti dal Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3”. Invero solo se l’accusa avesse contestato all’interno della prima imputazione (con l’assoluzione dell’imputato con sentenza, come sopra visto) anche l’indicazione di elementi passivi inesistenti (a prescindere dal comportamento fraudolento) sarebbe valida la preclusione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4. Il presupposto della sussidiarieta’ infatti e’ proprio quello di evitare una doppia imputazione per la stessa condotta, e non gia’ quello di divieto di incriminazione di condotte strutturalmente diverse (costi fittizi da fatture inesistenti verso omessa indicazione di elementi attivi di reddito, entrate). In pratica la norma mira ad evitare una doppia responsabilita’ per lo stesso fatto reato, inteso quale coincidenza di condotta, nesso di causalita’ ed evento, con condotta di frode che qualifica le ipotesi di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3, mentre per l’ipotesi dell’articolo 4, si prescinde dalla condotta di frode. In sostanza il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, prevede una norma specifica di ne bis in idem, per evitare la doppia incriminazione per condotte (sostanzialmente) identiche.

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione – Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|25 settembre 2018| n. 41260 In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneReati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneReati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneVVV

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAVALLO Aldo – Presidente

Dott. DI NICOLA Vito – Consigliere

Dott. SOCCI Angelo M. – rel. Consigliere

Dott. GENTILI Andrea – Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) nato il (OMISSIS);

nel procedimento a carico di quest’ultimo;

avverso l’ordinanza del 14/09/2017 del TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ANGELO MATTEO SOCCI;

sentite le conclusioni del PG Dott.ssa DI NARDO MARILIA: “Rigetto del ricorso”;

Udito il difensore, Avv. (OMISSIS), che ha concluso per: Accoglimento del ricorso”.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Catanzaro, sezione riesame, con ordinanza del 14 settembre 2017 confermava il decreto di sequestro del Giudice delle indagini preliminari di Catanzaro, del 20 luglio 2017, che aveva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di (OMISSIS) (quale autore del reato) per il reato di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, perche’ in qualita’ di titolare della ditta (OMISSIS) di (OMISSIS), avvalendosi delle fatture per prestazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti emesse da (OMISSIS) indicava nelle dichiarazioni dei redditi relative agli anni 2010, 2011 e 2012 elementi passivi fittizi, realizzando nell’anno 2010 un’evasione IVA pari ad Euro 41.557,00, nell’anno 2011 un’evasione IVA pari ad Euro 32.265,00 e nell’anno 2012 un’evasione IVA di e 57.967,14.
  2. Ricorre per Cassazione (OMISSIS), tramite il suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’articolo 173 disp. att., c.p.p., comma 1.

2.1. Violazione di legge, articolo 649 c.p.p. e articolo 321 c.p.p., comma 2.

Per il medesimo fatto reato era gia’ intervenuta, nei confronti del ricorrente, altra sentenza di proscioglimento passata in giudicato (sentenza 632/2016, del 16 marzo 2016).

Al ricorrente erano stati contestati i reati di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, sempre per le dichiarazioni degli anni 2010, 2011 e 2012. I procedimenti erano scaturiti dallo stesso accertamento della Guardia di Finanza (PVC) e dell’ufficio finanziario. Dalla documentazione prodotta si evinceva inconfutabilmente ed ictu oculi l’identita’ del fatto reato. Infatti l’omissione di elementi attivi contestata nei capi d’imputazione, nel processo definito con l’assoluzione, scaturiva proprio dalla fatture inesistenti, emesse dalla (OMISSIS) di (OMISSIS), a favore della ditta (OMISSIS), di (OMISSIS). Dalla lettura dell’avviso di accertamento si comprende benissimo che l’importo di Euro 161.327,00, indicato nel capo d’imputazione, come “omessi elementi attivi”, e’ quello complessivo delle fatture riconducibili ad operazioni oggettivamente inesistenti. Infatti gli elementi attivi indicati come omessi, sono pari ai costi fittizi di cui alle fatture inesistenti e ritenuti come indeducibili.

E’ evidente, quindi l’identita’ delle condotte nei due procedimenti penali, ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem.

2.2. Motivazione apparente in ordine al fumus.

Dalla lettura della motivazione, contenuta nell’ordinanza impugnata, e’ palese l’omesso esame di elementi decisivi, ai fini della valutazione del fatto reato, ed in particolar modo, della sua identita’ con il fatto relativo al precedente procedimento penale concluso con sentenza di assoluzione, sopra evidenziato.

Il Tribunale ha omesso di esaminare del tutto la documentazione prodotta dalla difesa, sul ne bis in idem. L’esame della documentazione prodotta avrebbe agevolmente consentito di giungere a diverse conclusioni.

2.3. Violazione di legge, Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, relativamente alla clausola di sussidiarieta’; violazione di legge, articolo 321 c.p.p., comma 2, insussistenza del fumus per improcedibilita’ della futura azione penale.

Il Tribunale ha ritenuto non configurabile la violazione, della disposizione normativa del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, sull’assunto che le condotte materiali dei due procedimenti penali sono diverse. Invero in entrambi i procedimenti la condotta e’ ricollegata all’utilizzo delle fatture false, e all’indicazione, in dichiarazione, di costi fittizi. Le somme coincidono.

Tuttavia e’ doveroso precisare che la violazione del principio di sussidiarieta’ sussiste, comunque, a prescindere dall’identita’ delle condotte materiali. Il Pubblico Ministero avrebbe dovuto anzitempo valutare la ricorrenza nella condotta del reato piu’ grave (Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2). Avendo il Pubblico Ministero esercitata l’azione penale, in riferimento al meno grave reato di cui all’articolo 4, e’ ora preclusa la configurabilita’ del reato di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, per il principio di sussidiarieta’ contenuto nell’articolo 4, come espressamente ritenuto da Cassazione n. 28226/2016, Rv 267409.

Ha chiesto pertanto l’annullamento del provvedimento impugnato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso in Cassazione ai sensi dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, e’ ammesso solo per violazione di legge, e non quindi per i vizi della motivazione.

In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Nel nostro caso il ricorso e’ per i vizi della motivazione, e come tale inammissibile; ad eccezione dell’eccepita violazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, (principio di sussidiarieta’) che risulta infondata.

Infatti, nel nostro caso, non puo’ dirsi la motivazione dell’ordinanza impugnata mancante, o solo apparente, poiche’ la stessa ha i requisiti per rendere comprensibile la vicenda e per individuare l’iter logico della decisione.

3.1. Relativamente al primo motivo di ricorso (ne bis in idem) si deve rilevare che il ricorso non si confronta con le motivazioni del Tribunale del riesame, non contiene motivi di legittimita’; ovvero il Tribunale del riesame, con motivazione adeguata, rileva la sussistenza di plurimi elementi in fatto tali da far ritenere le due contestazioni diverse. “Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale del riesame e’ desumibile dalla lettura dei capi d’imputazionea che (OMISSIS), quale titolare della ditta individuale (OMISSIS), negli anni di imposta 2010, 2011 e 2012 avrebbe da un lato dichiarato elementi attivi inferiori a quelli effettivi, incorrendo nel reato di dichiarazione infedele con evasioni di Irpef, e nel 2012 di Irpef e di Iva, e negli stessi anni di imposta avrebbe dichiarato, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, elementi passivi fittizi con evasione dell’Iva, incorrendo nel reato di dichiarazione fraudolenta. Sebbene l’evasione sia scaturita da una dichiarazione riguardante gli stessi anni di imposta, l’omissione di elementi attivi tesa, come noto, ad abbassare la base imponibile e l’indicazione di elementi passivi fittizi volta invece a gonfiare i costi sostenuti, rappresentano condotte oggettivamente diverse ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem, anche quando cio’ fosse dipeso in entrambi i casi, come sostiene la difesa, ma non anche il capo d’imputazione, dalla emissione di fatture per operazioni inesistenti. Tanto risulta dimostrato anche dalla diversita’ delle imposte evase”.

Il ricorso, invece, ribadisce acriticamente la tesi del ricorso in sede di riesame ma non si confronta con le motivazioni dell’ordinanza impugnata. Infatti una cosa sono le indicazioni di costi non sostenuti (derivanti, questi si, da fatture inesistenti) e cosa ben diversa sono le omissioni di poste attive (incassi, che non possono derivare dalle stesse fatture per operazioni inesistenti, per diversita’ logica di elementi tributari, in contrasto tra loro: le poste attive sono entrate, invece le fatture per operazioni inesistenti incidono sulle spese, le uscite). L’identita’ delle somme infatti e’ solo affermata, ma nessuna dimostrazione concreta e’ stata fornita, sia nel procedimento di riesame e sia in sede di legittimita’;

infatti non e’ possibile paragonare le imposte IVA evase, per le fatture inesistenti, con le imposte evase, per le poste attive non dichiarate sono due cose diverse strutturalmente.

  1. Conseguentemente la motivazione del Tribunale (e del G.I.P.) relativamente al fumus del commesso reato risulta piu’ che adeguata, esaustiva e immune da vizi di manifesta illogicita’ o da contraddizioni. Del resto non e’ contestata l’utilizzazione, in fatto, delle fatture per operazioni inesistenti.
  2. Sul principio di sussidiarieta’ il ricorso richiama la decisione di questa Corte, condivisibile: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione” (Sez. 3, n. 28226 del 09/02/2016 – dep. 07/07/201.6, Disparra, Rv. 26740901).

Tuttavia, come esattamente rilevato nell’ordinanza impugnata “Nel caso di specie, in cui, in un procedimento penale nel quale lo (OMISSIS) era andato assolto era stata contestata la indicazione di elementi attivi e nell’odierno procedimento penale in cui e’ stata contestata l’indicazione di costi fittizi avvalendosi di mezzi fraudolenti, i due reati ben possono concorrere trattandosi di condotte materiali diverse”.

Infatti la clausola di sussidiarieta’ riguarda espressamente le condotte rientranti nell’articolo 4, “fuori dai casi previsti dal Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3”. Invero solo se l’accusa avesse contestato all’interno della prima imputazione (con l’assoluzione dell’imputato con sentenza, come sopra visto) anche l’indicazione di elementi passivi inesistenti (a prescindere dal comportamento fraudolento) sarebbe valida la preclusione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4. Il presupposto della sussidiarieta’ infatti e’ proprio quello di evitare una doppia imputazione per la stessa condotta, e non gia’ quello di divieto di incriminazione di condotte strutturalmente diverse (costi fittizi da fatture inesistenti verso omessa indicazione di elementi attivi di reddito, entrate). In pratica la norma mira ad evitare una doppia responsabilita’ per lo stesso fatto reato, inteso quale coincidenza di condotta, nesso di causalita’ ed evento, con condotta di frode che qualifica le ipotesi di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3, mentre per l’ipotesi dell’articolo 4, si prescinde dalla condotta di frode. In sostanza il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, prevede una norma specifica di ne bis in idem, per evitare la doppia incriminazione per condotte (sostanzialmente) identiche.

Puo’ quindi esprimersi il seguente principio di diritto: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione, esclusa l’ipotesi di una iniziale contestazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, relativamente alla sola condotta di omissione di elementi attivi, e, successivamente, con una incriminazione relativa al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, per l’indicazione di elementi passivi per operazioni relative a fatture oggettivamente inesistenti; in quanto il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, mira ad evitare la doppia incriminazione per la stessa condotta (anche se diversamente strutturata, una con frode e l’altra senza frode) ma non puo’ essere invocato per l’incriminazione di condotte diverse, una per le omissioni di elementi attivi del reddito e l’altra per elementi passivi inesistenti (da fatture per operazioni inesistenti)”.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENEZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENEZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI

Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio – Presidente

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere

Dott. RAGO Geppino – rel. Consigliere

Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

Dott. RECCHIONE Sandra – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1. (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

2. (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

3. (OMISSIS) S.R.L.;

avverso l’ordinanza del 07/01/2015 del Tribunale del Riesame di Monza;

Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

udita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Geppino Rago;

udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Luigi Riello che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

FATTO

1. Con ordinanza del 07/01/2015, il Tribunale del Riesame di Monza – su ricorso proposto da (OMISSIS) s.r.l., (OMISSIS) e (OMISSIS) avverso il decreto di sequestro per equivalente ordinato dal giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale in data 05/12/2014 – rigettava il ricorso della (OMISSIS) s.r.l. e accoglieva parzialmente quello di (OMISSIS) e (OMISSIS) “limitando il sequestro alle somme movimentate successivamente alla data del 29/12/2007 e limitatamente al periodo di contestazione”.

Il fatto che ha dato origine al sequestro e’ stato cosi’ riassunto dal tribunale: “… (OMISSIS), quale amministratore della (OMISSIS) S.r.l. negli anni dal 2004 al 2009, si e’ reso responsabile del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2, avendo annotato in contabilita’ e portato nella dichiarazione fiscale fatture per operazioni inesistenti per circa euro 22.000.000 costituendo rilevanti riserve extracontabili attraverso la sottrazione dalle casse sociali di somme utilizzate per i pagamenti delle indicate false fatture (cfr. dichiarazioni rese da (OMISSIS), emittente delle fattura per operazioni inesistenti, alla GdF). Il denaro cosi’ ottenuto sarebbe stato ripulito dal dipendente (OMISSIS) (responsabile amministrativo della (OMISSIS) S.r.l.) e da (OMISSIS) (dipendente del (OMISSIS) prima e consulente della (OMISSIS) S.r.l. poi). In particolare, le ff.oo.ii venivano pagate all’emittente in contanti limitatamente all’IVA mentre il resto mediante assegni restituiti immediatamente nelle mani di (OMISSIS), il quale provvedeva a monetizzarli mettendoli sui conti intestati a se’ e/o a (OMISSIS) o cointestati ad entrambi. Dalle dichiarazioni di (OMISSIS), nell’ambito del procedimento RGNR 42317/11, e’ emerso altresi’ che (OMISSIS), quando era ancora dipendente del (OMISSIS), agevolava (OMISSIS) nel versamento di assegni intestati a (OMISSIS) su conti a costui non riferibili ma gestiti direttamente da (OMISSIS). Il denaro era poi sottoposto a numerosi giroconti, investito in titoli o inviato all’estero tramite bonifici per poi rientrare in parte in Italia attraverso bonifici alla (OMISSIS) Srl, oggi (OMISSIS) S.r.l. amministrata dall’indagata (OMISSIS) (commercialista del (OMISSIS)). (OMISSIS) S.r.l. era indirettamente controllata dallo stesso (OMISSIS) per il tramite della societa’ (OMISSIS) con domicilio fiscale presso lo Studio della (OMISSIS) e di cui (OMISSIS) era proprietario al 100% per il tramite della societa’ fiduciaria (OMISSIS) s.p.a. Gruppo (OMISSIS), sede di (OMISSIS) (che risulta avere effettuato lo scudo fiscale per conto del (OMISSIS) ex Decreto Legge 78/09 per oltre 15.000.000 di euro). La (OMISSIS) S.r.l. (oggi (OMISSIS) S.r.l.) nel periodo dal 2004 al 2009 e’ stata ampiamente finanziata mediante disposizioni di bonifico provenienti dalla (OMISSIS), societa’ facente parte del castello di societa’ estere coinvolte nel riciclaggio del denaro proveniente dal delitto di cui all’articolo 2 Decreto Legge 74/00. Il danaro provento del cambio di assegni pertanto confluiva in quest’ultima societa’ per poi tornare nella disponibilita’ di (OMISSIS) e familiari. In particolare da (OMISSIS) sono stati trasferiti a (OMISSIS) s.r.l., nel periodo in cui amministratrice unica era la (OMISSIS), euro 3.549.922, in gran parte utilizzati dalla stessa (OMISSIS) per finanziare iniziative edilizie dei coniugi (OMISSIS). Anche (OMISSIS) e (OMISSIS) erano delegati ad operare sui conti di (OMISSIS) S.r.l.”.

2. Avverso la suddetta ordinanza, hanno proposto ricorso per cassazione sia il legale rappresentante della (OMISSIS) s.r.l. che (OMISSIS) e (OMISSIS).

3. (OMISSIS) s.r.l., a mezzo del proprio difensore, ha dedotto i seguenti motivi:

3.1. violazione degli articoli 110 e 648 ter c.p.: la ricorrente sostiene che, poiche’ secondo l’ipotesi accusatoria, i delitti di evasione d’imposta sarebbero avvenuti negli anni dal 2004 al 2009, la posizione dell’amministratrice (OMISSIS) di (OMISSIS) (nonche’ commercialista del (OMISSIS) e delle sue societa’ e pure domiciliataria italiana di (OMISSIS)) sarebbe quella del concorrente nella frode fiscale contestata al (OMISSIS) e non quella di autonoma responsabile del delitto di cui all’articolo 648 ter c.p.. La decisione del tribunale (e, prima ancora quella del Pubblico Ministero) di ritenere la (OMISSIS) estranea ai reati di frode fiscale sarebbe contraria alla normativa sul concorso “pacificamente possibile anche nei reati propri e di certo non confinabile all’ipotesi del previo accordo, qui peraltro difficilmente contestabile e non condivisibili sul piano della prova”. La questione e’ rilevante “perche’ condiziona la possibilita’ stessa di procedere al sequestro funzionale alla confisca prevista dalla normativa sulla responsabilita’ da reato degli enti per la quale non rilevano i reati tributari e le appropriazioni indebite …”.

La ricorrente, quindi, ha concluso chiedendo che venga dichiarata “l’illegittimita’ del sequestro preventivo e dell’ordinanza del Tribunale di Monza, nella parte in cui hanno erroneamente ritenuto nei confronti dell’amministratrice di (OMISSIS) s.r.l. gravi indizi di colpevolezza del delitto di reimpiego ex articolo 648 ter c.p., in luogo di quelli previsti dal Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2, e articolo 646 c.p., la conseguente violazione, da parte dell’ente, del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, articolo 25 octies, e l’applicabilita’ della confisca prevista dal Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 19”;

3.2. VIOLAZIONE DEL Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articoli 2, 19 e 25 octies: la ricorrente ha premesso che l’illecito contestatole Decreto Legislativo n. 231 del 2001, ex articolo 25 octies, trova applicazione solo per i fatti di ricettazione, riciclaggio e reimpiego commessi dopo il 29/12/2007, data di entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, che, appunto, all’articolo 63, comma 3, introdusse l’articolo 25 octies cit..

La ricorrente, poi, ha osservato che, nonostante nel decreto di sequestro la contestazione sia riferita ad un periodo compreso “dal 2005 al 2012”, tuttavia, dalla richiesta di sequestro si evinceva che i fatti contestati avvennero fra il 2005 ed il 2008 ed erano costituiti da “numerosi accrediti provenienti dalla (OMISSIS), negli anni tra il 2005 ed il 2008 per circa euro 3.200.000” in favore di (OMISSIS) s.r.l. “in gran parte impiegati, da (OMISSIS), nella sua veste di amministratrice, per eseguire pagamenti relativi ad iniziative edilizie dei coniugi (OMISSIS). Sennonche’, obietta la ricorrente, nessuno dei suddetti pagamenti effettuati dalla (OMISSIS), oggetto di contestazione da parte del Pubblico Ministero, sarebbe successivo al 29/12/2007.

Di conseguenza, il Tribunale, avendo fatto riferimento ad attivita’ della (OMISSIS) successiva al suddetto periodo (e cioe’ a fatti avvenuti nel 2011, non oggetto di contestazione), si sarebbe illegittimamente sostituito all’imputazione mossa dal Pubblico Ministero che aveva chiesto il sequestro nella misura di euro 3.200.000,00 e cioe’ a quelle somme che (OMISSIS)/(OMISSIS) “impiego’ in pagamenti connessi alla sua attivita’ d’impresa, utilizzando provviste provenienti da (OMISSIS)”.

4. (OMISSIS) e (OMISSIS), con due separati ricorsi redatti in proprio, ma perfettamente identici, hanno dedotto i seguenti motivi:

4.1. violazione degli articoli 110 e 648 bis c.p.: si tratta della stessa censura dedotta dalla (OMISSIS) s.r.l. (supra p.3.1.): infatti entrambi i ricorrenti sostengono che, al piu’, essi avrebbero dovuto rispondere non del delitto di riciclaggio ma di quello di concorso nel reato di frode fiscale;

4.2. violazione dell’articolo 648 quater c.p.: i ricorrenti lamentano la genericita’ del sequestro non avendo il tribunale (e, prima ancora, il giudice per le indagini preliminari) individuato il bene da sequestrare avente un valore equivalente al prezzo, prodotto o profitto del reato. Inoltre, i ricorrenti sostengono che il sequestro non avrebbe potuto colpire quei beni legittimamente entrati a far parte del proprio patrimonio prima della commissione del reato, ma solo quei beni che costituiscano profitto del reato.

DIRITTO

1. VIOLAZIONE DEGLI articoli 110 e 648 bis e ter c.p.: tutti e tre i ricorrenti hanno dedotto la medesima doglianza e cioe’ che la provvisoria incolpazione elevata dal Pubblico Ministero nei lori confronti per i reati di riciclaggio ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) e di reimpiego ( (OMISSIS)) sarebbe errata perche’, a tutto concedere, essi avrebbero dovuto rispondere di concorso, con il (OMISSIS), in frode fiscale.

La censura e’ infondata.

Sul punto, e’ appena il caso di rammentare che il ricorso avverso l’ordinanza ex articolo 325 c.p.p., e’ ammissibile solo per violazione di legge e non gia’ per vizi motivazionali e che l’incolpazione e’ una prerogativa esclusiva del Pubblico Ministero relativamente alla quale al giudice del riesame e’ solo consentito ritenerla fondata o meno o di dare una diversa qualificazione giuridica.

Nel caso di specie, il tribunale ha preso in esame la medesima doglianza ma l’ha disattesa osservando che “le condotte sopra descritte poste in essere da (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), finalizzate alla ripulitura del denaro proveniente dal reato Decreto Legislativo n. 74 del 2000, ex articolo 2, sono stati correttamente qualificati ex articoli 648 bis e ter c.p., essendo costoro totalmente estranei al reato presupposto, proprio solo dell’imprenditore che ha sottoscritto la dichiarazione dei redditi, non risultando dagli atti alcun preventivo accordo tra gli odierni indagati e costui per il pagamento di fatture per operazioni inesistenti”.

Si tratta di una motivazione nella quale non sono ravvisabili violazioni di legge di alcun genere, in quanto il tribunale ha mostrato di avere analizzato gli atti processuali e che questi conclamavano la correttezza della contestazione effettuata dal Pubblico Ministero: tanto basta, ai fini del presente procedimento per il quale si richiede solo la sussistenza del fumus delicti, per ritenere incensurabile la decisione del tribunale, e, quindi, manifestamente infondata le doglianze dedotte da tutti e tre i ricorrenti.

2. violazione del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articoli 2, 19 e 25 octies: con la suddetta doglianza, il legale rappresentante della (OMISSIS) s.r.l., ha dedotto, relativamente all’ordinanza impugnata, una sorta di mancanza di correlazione fra la richiesta del Pubblico Ministero e la decisione del Tribunale.

Il tribunale, ha respinto la medesima doglianza (proposta avverso il decreto del giudice per le indagini preliminari), adducendo la seguente testuale motivazione: “Quanto al periodo temporale degli accrediti e delle operazioni commesse da (OMISSIS) e (OMISSIS) e alla corrispondenza con il valore dei beni posti in sequestro, si osserva che la contestazione investe un lungo periodo temporale decorrente dal 2004 ma dilatatosi sino all’anno 2009 e che le somme vengono reimpiegate da (OMISSIS) S.r.l. per il tramite della sua amministratrice fino al 2012 attraverso l’acquisto di patrimoni immobiliari. Emerge peraltro dalla CNR 581851/14 del 14/10/2014 GDF Tenenza di Seveso che dal totale delle somme riconducibili all’attivita’ della (OMISSIS) per conto di (OMISSIS) S.r.l, sono state escluse tutte le operazioni precedenti alla data del 29 dicembre 2007. Le indagini espletate dalla GdF di Seveso nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) sul punto non hanno per contro specificato quali siano le somme movimentate successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, pur avendo indicato movimentazioni fino al 2012. Pertanto il sequestro dovra’ essere confermato nei limiti delle somme movimentate successivamente a tale data e limitatamente al periodo di contestazione”.

La suddetta doglianza e’ infondata.

In punto di fatto, risultano i seguenti dati processuali:

a) e’ la stessa ricorrente che afferma nel suo ricorso (pag. 8) che “la contestazione mossa a (OMISSIS) s.r.l. capo c) del decreto di sequestro fissa il periodo in contestazione dal 2005 al 2012”;

b) il tribunale, come risulta dalla motivazione supra riportata, ha preso in esame “le somme reimpiegate da (OMISSIS) S.r.l. per il tramite della sua amministratrice fino al 2012 attraverso l’acquisto di patrimoni immobiliari”: quindi, fino alla data ricompresa nel periodo in contestazione;

c) il Tribunale, al fine di determinare il valore delle operazioni incriminabili, ha tenuto conto, sulla base degli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza, solo di quelle operazioni successive alla data del 29/12/2007.

Alla stregua dei suddetti dati fattuali, e’ davvero difficile seguire la ricorrente nel suo ragionamento sulla base del quale pretende che si censuri la decisione prima del giudice per le indagini preliminari e, poi, del tribunale, sulla base di una sua personalissima interpretazione della volonta’ del Pubblico Ministero il quale, nonostante avesse formulato un capo d’incolpazione nel quale il periodo in contestazione era fissato “dal 2005 al 2012”, tuttavia, in realta’, intendeva chiedere un sequestro limitato alla somma di euro 3.200.000,00 e cioe’ fino al 2008.

Sul punto, quindi, questa Corte, in considerazione degli stretti limiti entro cui e’ vincolata ex articolo 325 c.p.p., non puo’ che prendere atto che la decisione del tribunale non viola il (pacifico) principio di diritto invocato dalla ricorrente (e cioe’ quello secondo il quale il Tribunale non puo’ porre a fondamento della propria decisione un fatto diverso da quello in contestazione) proprio perche’ il sequestro e’ stato limitato ai fatti criminosi che, secondo l’accusa, furono commessi fra il 30/12/2007 ed il 2012 e cioe’ proprio secondo quanto contestato con il provvisorio capo d’incolpazione.

3. violazione dell’articolo 648 quater c.p.: la suddetta censura, dedotta dai soli ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS), e’ articolata su due profili:

a) il sequestro sarebbe generico non essendo stato individuato il bene da sequestrare;

b) il sequestro non puo’ colpire beni acquistati legittimamente ma solo beni provento dei delitti.

Entrambe le censure sono infondate.

3.1. Quanto alla prima (mancata individuazione di beni da sequestrare), e’ sufficiente osservare che la costante giurisprudenza di questa Corte, che in questa sede va ribadita, ritiene che “L’articolo 322 ter c.p., u.c., non impone al giudice, quando dispone la confisca, di individuare i beni ad essa assoggettati, qualora determini le somme di denaro che costituiscono il profitto o il prezzo del reato o il valore corrispondente ad essi: il dettato normativo pone infatti un’alternativa (determina le somme di denaro o individua i beni) che discende logicamente dalla fungibilita’ del denaro stesso. L’identificazione della somma di denaro e’ esaustiva sia sotto il profilo della pertinenzialita’ – quando, appunto, come nel caso di specie il profitto del reato consiste in una somma di denaro che il reo ha mantenuto nella sua disponibilita’ ponendo in essere la condotta criminosa, cioe’ inadempiendo ad un obbligo di versamento di denaro – sia sotto il profilo della entita’. Nella fase esecutiva, essendo cosi’ stato determinato l’oggetto diretto della confisca o il valore su cui si deve conformare l’equivalente (a quest’ultimo profilo, logicamente, deve rapportarsi il riferimento del giudice ai beni nella disponibilita’ dell’imputato fino alla concorrenza dell’identificato valore), si procedera’ alla concreta ablazione estraendola da quel che e’ nella disponibilita’ del reo (con evidente sintonia rispetto all’articolo 2740 c.c., ai fini dell’esecuzione di un titolo civile), cosi’ come e’ stato riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte gia’ nella fase prodromica del sequestro (Cass. sez. 2, 29 maggio 2013 n. 35813 – per cui il decreto di sequestro preventivo per equivalente del profitto del reato presupposto non deve contenere l’indicazione specifica dei beni che devono essere sottoposti al vincolo, potendo procedere alla loro individuazione anche la polizia giudiziaria in sede di esecuzione del provvedimento, ma deve indicare la somma sino a concorrenza della quale il sequestro deve essere eseguito -; Cass. sez. 3, 12 luglio 2012 – 7 marzo 2013 n. 10567 – che afferma che in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al quantum indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero-; cfr. pure Cass. sez. 3, 10 gennaio 2012 n. 7675 – per cui nel caso di sequestro preventivo finalizzato a confisca per equivalente il giudice deve specificamente indicare quali siano i beni vincolabili soltanto se disponga in atti di elementi per stabilirlo, in caso contrario incombendo detta individuazione al P.M. quale organo demandato all’esecuzione-). Nessuna illegittimita’ e tanto meno nessuna abnormita’, dunque, affliggono la sentenza impugnata in riferimento all’articolo 322 ter c.p., u.c., ne’ sussiste, nel caso concreto, ermeneutica incertezza giurisprudenziale”: ex plurimis Cass. 18309/2014 Rv. 259660; Cass. 20776/2014 Rv. 259661; Cass. 37848/2014 Rv. 260149; Cass. 50310/2014 Rv. 261517; Cass. 35813/2013 Rv. 256827.

3.2. Quanto alla seconda doglianza, va osservato, innanzitutto, che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente non e’ subordinato alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilita’ dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare (ex plurimis Cass. 21228/2014 Rv. 259717; Cass. 31229/2014 Rv. 260367).

In secondo luogo, quanto al “problema del collegamento temporale del bene individuato per la misura sostitutiva con l’attivita’ illecita, ovverosia se l’equivalente possa essere individuato anche in bene appartenente all’indagato da epoca precedente all’ipotizzato reato e dallo stesso acquisito in modo assolutamente lecito” (terzo motivo dedotto da entrambi i ricorrenti), deve rilevarsi quanto segue.

La confisca per equivalente per i reati di cui all’articolo 648 bis c.p., (ossia il reato per il quale entrambi i ricorrenti sono indagati) e articolo 648 ter c.p., e’ stata introdotta con il Decreto Legislativo n. 231 del 2007, articolo 63, comma 4, entrato in vigore il 29/12/2007.

Ora, costituisce consolidato principio di diritto quello secondo il quale la confisca per equivalente assolve ad una funzione sostanzialmente ripristinatoria della situazione economica modificata in favore del reo dalla commissione del fatto illecito, mediante l’imposizione di un sacrificio patrimoniale di corrispondente valore a carico del responsabile.

Tale misura ablatoria, pertanto, si connota per il carattere afflittivo e la consequenzialita’ con l’illecito proprie della sanzione penale, mentre esula dalla stessa qualsiasi funzione di prevenzione, che costituisce la principale finalita’ delle misure di sicurezza.

E’ stato conseguentemente affermato dalla giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte che l’istituto della confisca per equivalente, di volta in volta esteso dal legislatore a nuove fattispecie di reato, non e’ applicabile retroattivamente (cfr. con riferimento ai reati tributari sez. 3, 24/09/2008 n. 39172, Canisto, RV 241033; sez. 6, 18/02/2009 n. 13098, P.M. in proc. Molon e altri, RV 243127; sez. 5, 26/01/2010 n. 11288, Natali, RV 246361; cfr. anche Corte Costituzionale ord. n. 97 del 11/03/2009 e 301 del 23/09/2009). Dalla natura di sanzione penale della confisca per equivalente deriva altresi’ la inapplicabilita’ dell’istituto nei confronti di un soggetto diverso dall’autore del reato ex articolo 27 Cost., comma 1.

A tale conclusione sono pervenute anche le SSUU 18374/2013 Rv. 255037 che hanno appunto, ribadito che la confisca per equivalente ha natura eminentemente sanzionatoria e, quindi, non essendo estensibile ad essa la regola dettata per le misure di sicurezza dall’articolo 200 c.p., non si applica ai reati commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge citata.

E’ stato, peraltro, osservato e precisato (Cass. 25490/2014 Rv. 259184) che la data di acquisto dei beni oggetto del provvedimento ablativo, e’ del tutto irrilevante ai fini della suddetta problematica, sia perche’ trattasi di elemento non contemplato dalla norma, sia perche’ il principio di irretroattivita’ in materia penale attiene al momento della condotta e non invece al tempo ed alle modalita’ di acquisizione dei beni destinatari in concreto della sanzione. Sebbene alla confisca per equivalente – nella specie introdotta nel dicembre del 2007 con il cit. Decreto Legislativo – debba attribuirsi natura eminentemente sanzionatoria (come tale soggetta al principio di cui all’articolo 2 c.p.) la irretroattivita’ deve intendersi riferita al fatto di reato (per cui non si applica ai reati commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge citata; cfr. Sez. U, n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255037) e non certo alla data di acquisizione dei beni su cui cade la sanzione.

Il che, in pratica, nel caso di specie, comporta che:

a) se il reato fu commesso prima del 29/12/2007 (data di entrata in vigore dell’articolo 648 quater c.p.), il sequestro per equivalente non avrebbe potuto essere disposto;

b) se, invece, il reato fu commesso dopo il 29/12/2007, il sequestro per equivalente puo’ essere sicuramente ordinato sui beni in possesso dell’indagato essendo del tutto irrilevante se quei beni furono acquistati in epoca antecedente alla commissione del reato e, quindi, con esso non abbiano alcuna pertinenzialita’.

Nel caso di specie, il tribunale ha avuto ben presente la suddetta problematica in quanto, accogliendo parzialmente il ricorso degli indagati (OMISSIS) e (OMISSIS), ha limitato il sequestro “alle somme movimentate successivamente alla data del 29 dicembre 2007 e limitatamente al periodo di contestazione e condanna (OMISSIS) S.r.l. al pagamento delle spese del procedimento”, proprio perche’ “le indagini espletate dalla GdF di Seveso nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) sul punto non hanno per contro specificato quali siano le somme movimentate successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, pur avendo indicato movimentazioni fino al 2012. Pertanto il sequestro dovra’ essere confermato nei limiti delle somme movimentate successivamente a tale data e limitatamente al periodo di contestazione”.

Di conseguenza, anche sotto questo profilo la doglianza va disattesa con conseguente condanna di tutti i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

RIGETTA i ricorsi e CONDANNA i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimentoMILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimentovvvvvvvvvv

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MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione –

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

 

 

che l’unico dato probatorio richiamato dalla Corte di appello di Milano e’ costituito dalla testimonianza del funzionario dell’agenzia entrate, il quale ha dichiarato che i crediti posti in compensazione sono inesistenti per il semplice fatto che la societa’ cooperativa non aveva presentato la dichiarazione modello unico SC/2010.

Ai sensi del Decreto Legislativo n. 241 del 1997, articolo 17, norma esplicitamente richiamata dal Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10-quater, i crediti Iva che possono essere utilizzati per la compensazione sono solo quello risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche: sicche’ correttamente, in base alla deposizione del teste, i crediti portati in compensazione sono stati ritenuti inesistenti, perche’ non si trattava di crediti iva risultanti dalle dichiarazioni o denunce presentate dal ricorrente. Va altresi’ osservato che il dato oggettivo che i crediti portati in contestazione non risultassero dalle dichiarazioni o denunce presentate dal ricorrente non e’ stato contestato ne’ con l’appello ne’ con il ricorso per cassazione.

Secondo il costante orientamento della Corte di Cassazione, la ratio della previsione normativa sulle circostanze attenuanti generiche e’ quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso piu’ favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si e’ reso responsabile.

L’applicazione delle circostanze attenuanti generiche non costituisce oggetto di un diritto (cfr. Cass. Sez. 3, n. 35570 del 30/05/2017, Di Luca, Rv. 270694); come ogni circostanza attenuante, l’attitudine ad attenuare la pena si deve fondare su fatti concreti.

L’obbligo di motivazione del giudice, che intenda applicare le circostanze attenuanti generiche, ha ad oggetto proprio i fatti concreti che consentono l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche; per effetto della modifica dell’articolo 62 bis c.p., disposta con il Decreto Legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche dalla L. 24 luglio 2008, n. 125, l’assenza di precedenti condanne per altri reati non puo’, da sola, fondare la concessione delle circostanze attenuanti generiche, dovendo essere presi in considerazione anche gli altri indici desumibili dall’articolo 133 c.p..

Si e’ affermato (cfr. Cass. Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269), in tema di applicazione delle circostanze attenuanti generiche, che il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione e’ insindacabile in sede di legittimita’, purche’ non sia contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’articolo 133 c.p., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione.

Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche, il giudice puo’ limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’articolo 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicche’ anche un solo elemento attinente alla capacita’ a delinquere del colpevole o alla gravita’ del reato puo’ essere sufficiente in tal senso (cosi’ Cass. sez. 2, n. 3609 del 18.1.2011, Sermone, rv. 249163; Cass. sez. 6, n. 7707 del 4.12.2003, Anaclerio, rv. 229768).

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza, l’esclusione delle circostanze attenuanti generiche e’ adeguatamente motivata quando il giudice, a fronte di specifica richiesta dell’imputato, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto della richiesta, senza che cio’ comporti tuttavia la stretta necessita’ della contestazione o della invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda.

La Corte di Cassazione ha ritenuto sufficiente, ai fini dell’esclusione delle attenuanti generiche, il richiamo in sentenza ai numerosi precedenti penali dell’imputato (cfr. Cass. Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SARNO Giulio – Presidente

Dott. GALTERIO Donatella – Consigliere

Dott. SEMERARO Luca – rel. Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

Dott. ZUNICA Fabio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 01/02/2018 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. LUCA SEMERARO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. MARILIA DI NARDO;

Il P.G. conclude: inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte di appello di Milano, con la sentenza del 1 febbraio 2018, ha confermato la sentenza del Tribunale di Milano del 30 maggio 2017 con la quale (OMISSIS) e’ stato condannato alla pena di un anno e tre mesi di reclusione perche’ ritenuto responsabile dei reati di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articoli 5 e 10-quater.

(OMISSIS) e’ stato condannato perche’ nella sua qualita’ di legale rappresentante della (OMISSIS), al fine di evadere l’i.v.a., ha omesso di presentare entro il 29 dicembre 2010 la relativa dichiarazione, con evasione di imposta pari ad Euro 203.729 (capo a articolo 5) nonche’ per avere utilizzato in compensazione, omettendo il versamento dell’i.v.a., crediti inesistenti per Euro 69.335,56 per l’anno di imposta 2010 (capo b articolo 10-quater).

  1. Il difensore di (OMISSIS) ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Milano del 1 febbraio 2018.

2.1. Con il primo motivo, la difesa ha dedotto la violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 5 e la mancanza o l’insufficienza della motivazione sulla responsabilita’ dell’imputato in ordine al reato contestato al capo a).

Per la difesa la Corte di appello di Milano ha erroneamente fondato il giudizio di penale responsabilita’ dell’imputato per il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 5, su una presunzione tributaria quanto all’accertamento del superamento della soglia di punibilita’ di 50,000,00 Euro. Per la difesa, l’accertamento del superamento della soglia e’ avvenuto solo in base alla testimonianza del funzionario dell’agenzia delle entrate, il teste (OMISSIS), che ha dichiarato che la determinazione dell’ammontare dell’IVA evasa e’ avvenuta tramite metodo induttivo, mediante l’analisi del bilancio 2010 della societa’ (OMISSIS) di cui il ricorrente era il legale rappresentante.

Per la difesa il riferimento al metodo induttivo e’ insufficiente per ritenere provata la penale responsabilita’ dell’imputato ed il superamento della soglia di evasione che e’ un elemento costitutivo del reato. Rileva la difesa che il giudice penale puo’ tenere in considerazione le presunzioni presenti nell’accertamento tributario, a condizione, pero’, che non le attribuisca il valore probatorio che esse hanno nel processo tributario e che siano, oggetto di autonoma valutazione.

La difesa ha richiamato alcune sentenze della Corte di Cassazione per le quali le presunzioni regolate dal diritto tributario all’interno del procedimento penale costituiscono un indizio, che deve pero’ poi trovare riscontri in altri elementi di prova o anche in altre presunzioni purche’ gravi, precise e concordanti.

Per la difesa, la Corte di appello di Milano invece ha fondato la condanna solo sull’accertamento induttivo compiuto dagli uffici finanziari, senza rintracciare altri elementi di riscontro.

Rileva altresi’ la difesa che la Corte di appello si e’ limitata a constatare l’esistenza dell’accertamento induttivo, con un apodittico richiamo, senza procedere, come avrebbe dovuto, ad una specifica valutazione dell’accertamento.

La difesa ha richiamato sul punto due sentenze della Corte di Cassazione.

Per la difesa, la motivazione della sentenza e’ di fatto assente, non avendo dato spiegazione al proprio convincimento.

La difesa ha quindi espresso considerazioni in diritto sul vizio della motivazione ed ha affermato che manca nella sentenza l’esplicitazione del percorso logico seguito; manca per la difesa anche la motivazione sull’elemento soggettivo del reato non avendo la sentenza della Corte di appello di Milano richiamato quella di primo grado.

2.2. Con il secondo motivo, la difesa ha dedotto i vizi di violazione e falsa applicazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10-quater e della motivazione sulla responsabilita’ dell’imputato in ordine al reato contestato capo b). La difesa ha ribadito le argomentazioni di cui al primo motivo anche con riferimento al capo b), avendo la Corte di appello di Milano fondato la condanna su una mera presunzione, sprovvista dei requisiti indispensabili per farla assurgere al rango di prova, con riferimento alla inesistenza dei crediti posti in compensazione.

Rileva la difesa che l’unico dato probatorio richiamato dalla Corte di appello di Milano e’ costituito dalla testimonianza del funzionario dell’agenzia entrate, il quale ha dichiarato che i crediti posti in compensazione sono inesistenti per il semplice fatto che la societa’ cooperativa non aveva presentato la dichiarazione modello unico SC/2010. Per la difesa tale ragionamento non puo’ valere per la responsabilita’ penale per il reato contestato perche’ per essere inesistente il credito deve essere il frutto di una vera e propria artificiosa creazione del contribuente e cio’ deve emergere incontrovertibilmente da dati assunti nel processo penale, cosa che a dire della difesa non si e’ verificata nel caso di specie.

Rileva la difesa che la Corte d’appello di Milano si e’ limitata a richiamare apoditticamente le dichiarazioni rese dal funzionario dell’agenzia dell’entrate senza indicare in sentenza gli altri elementi necessari a corroborare la presunzione elaborata dai funzionari dell’agenzia delle entrate, con contestuale analisi critica di essi. Pertanto, la difesa ha dedotto il vizio della motivazione, ritenendola assente o insufficiente, non avendo il giudice di merito adeguatamente enucleato le ragioni di fatto e di diritto sulla colpevolezza dell’imputato. Per la difesa, non essendo stata neanche richiamata per relationem la sentenza di primo grado, manca una valutazione autonoma della presunzione utilizzata dai funzionari dell’agenzia dell’entrate in merito al requisito della fittizieta’ dei crediti posti in compensazione; manca l’analisi critica, degli elementi a sostegno della presunzione e l’indicazione degli elementi di riscontro della presunzione. Per la difesa manca altresi’ l’approfondimento analitico sull’elemento soggettivo del reato.

2.3. Con il terzo motivo, la difesa ha dedotto i vizi di violazione e falsa applicazione dell’articolo 62-bis c.p. e dell’assenza della motivazione sul punto della mancata concessione delle attenuanti generiche. Per la difesa, la Corte di appello di Milano si e’ limitata ad affermare che correttamente il Tribunale ha negato le attenuanti generiche dal momento che non vi sono elementi positivi di valutazione. Per la difesa la Corte di appello di Milano non ha motivato il rigetto della concessione delle circostanze attenuanti generiche in violazione dell’orientamento della giurisprudenza che afferma che nel negare o concedere le attenuanti generiche il giudice di merito deve dare conto delle precise ragioni e dei criteri utilizzati per la concessione o il rifiuto di concessione, con indicazione degli elementi reputati decisivi nella scelta compiuta (Cass. del 21.09.1999, n. 12496).

Secondo la difesa, manca il percorso logico che ha condotto la Corte di appello di Milano a negare le circostanze attenuanti generiche laddove avrebbe dovuto menzionare gli elementi negativi che hanno indotto la Corte di appello al rigetto e, contestualmente, enucleare le ragioni per le quali i predetti elementi sarebbero stati decisivi in tal senso.

  1. Con i motivi aggiunti la difesa ha dedotto il vizio di violazione di legge in relazione all’articolo 164 c.p., comma 4 per la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. Per la difesa, la Corte di appello non ha motivato sulla mancata concessione della sospensione condizionale della pena. Rileva la difesa che il ricorrente e’ stato gia’ condannato con sentenza irrevocabile il 18 gennaio 2001 alla pena di mesi 8 di reclusione per il reato ex articolo 337 c.p.. Per la difesa la sospensione condizionale della pena e’ concedibile perche’ la somma delle pene inflitte con le due condanne non supera i due anni di reclusione. Invece, per la difesa, la Corte di appello ha affermato che il precedente penale e’ ostativo.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo di ricorso e’ inammissibile perche’ manifestamente infondato. Con l’atto di appello l’unica questione proposta con riferimento al capo a) era relativa al superamento della soglia di evasione; la difesa aveva contestato in punto di fatto che il Tribunale aveva ritenuto valido il metodo induttivo adoperato dall’Agenzia delle entrate e in punto di diritto che le presunzioni tributarie non possono costituire prova della commissione del reato.

La difesa con l’appello ha ritenuto che il superamento della soglia di evasione non fosse stato adeguatamente provato.

Orbene, il motivo di appello, per come articolato, non ha contestato ne’ il fatto storico dell’omessa presentazione della dichiarazione annuale ai fini dell’Iva per il periodo di imposta 2009 ne’ la volontarieta’ di tale omissione; la contestazione ha riguardato solo ed esclusivamente il criterio di calcolo dell’importo dell’Iva non dichiarata.

Soprattutto, dal confronto tra il motivo di appello ed il ricorso per cassazione risultano questioni non proposte, come quelle relative al valore probatorio dell’accertamento induttivo e sulla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato.

Il motivo cade pero’ in errore, perche’ confonde l’accertamento induttivo con le presunzioni tributarie, che sono due istituti diversi.

Soprattutto, il motivo di appello era del tutto privo del requisito della specificita’ estrinseca perche’ non si e’ confrontato con la sentenza di primo grado che ha fondato il giudizio di penale responsabilita’ non solo sulla deposizione del teste ma anche sulla documentazione acquisita.

Il motivo di appello era del tutto generico anche nella contestazione del metodo induttivo adoperato: dalla sentenza di primo grado risulta infatti chiaramente che l’accertamento dell’agenzia delle entrate e’ avvenuto mediante l’analisi documentale del bilancio della societa’ di cui il ricorrente era il legale rappresentante.

Nella sentenza per altro si indica chiaramente il criterio seguito: sono stati analizzati i ricavi ed i costi ed e’ stata effettuata quindi un’operazione matematica di calcolo dell’Iva dovuta. Il bilancio e’ un atto che proviene dallo stesso imputato e la cui validita’ e coerenza non e’ stata neanche contestata dalla difesa.

La Corte di appello di Milano, pertanto, si e’ limitata a rispondere al motivo di appello, tenuto conto che l’accertamento e’ avvenuto non in base a presunzioni ma ad un accertamento induttivo. Rispetto alla sentenza di primo grado ha anche aggiunto che l’accertamento induttivo e’ stato determinato dalla totale mancanza di collaborazione della cooperativa, la quale non ha esibito la documentazione contabile e fiscale ne’ ha risposto al questionario inviato dall’agenzia delle entrate.

  1. Il secondo motivo e’ manifestamente infondato in diritto.

Ai sensi del Decreto Legislativo n. 241 del 1997, articolo 17, norma esplicitamente richiamata dal Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10-quater, i crediti Iva che possono essere utilizzati per la compensazione sono solo quello risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche: sicche’ correttamente, in base alla deposizione del teste, i crediti portati in compensazione sono stati ritenuti inesistenti, perche’ non si trattava di crediti iva risultanti dalle dichiarazioni o denunce presentate dal ricorrente. Va altresi’ osservato che il dato oggettivo che i crediti portati in contestazione non risultassero dalle dichiarazioni o denunce presentate dal ricorrente non e’ stato contestato ne’ con l’appello ne’ con il ricorso per cassazione.

  1. Anche il terzo motivo e’ inammissibile.

3.1. Secondo il costante orientamento della Corte di Cassazione, la ratio della previsione normativa sulle circostanze attenuanti generiche e’ quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso piu’ favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si e’ reso responsabile.

L’applicazione delle circostanze attenuanti generiche non costituisce oggetto di un diritto (cfr. Cass. Sez. 3, n. 35570 del 30/05/2017, Di Luca, Rv. 270694); come ogni circostanza attenuante, l’attitudine ad attenuare la pena si deve fondare su fatti concreti.

L’obbligo di motivazione del giudice, che intenda applicare le circostanze attenuanti generiche, ha ad oggetto proprio i fatti concreti che consentono l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche; per effetto della modifica dell’articolo 62 bis c.p., disposta con il Decreto Legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche dalla L. 24 luglio 2008, n. 125, l’assenza di precedenti condanne per altri reati non puo’, da sola, fondare la concessione delle circostanze attenuanti generiche, dovendo essere presi in considerazione anche gli altri indici desumibili dall’articolo 133 c.p..

Si e’ affermato (cfr. Cass. Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269), in tema di applicazione delle circostanze attenuanti generiche, che il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione e’ insindacabile in sede di legittimita’, purche’ non sia contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’articolo 133 c.p., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione.

Ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche, il giudice puo’ limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’articolo 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicche’ anche un solo elemento attinente alla capacita’ a delinquere del colpevole o alla gravita’ del reato puo’ essere sufficiente in tal senso (cosi’ Cass. sez. 2, n. 3609 del 18.1.2011, Sermone, rv. 249163; Cass. sez. 6, n. 7707 del 4.12.2003, Anaclerio, rv. 229768).

Secondo il costante orientamento della giurisprudenza, l’esclusione delle circostanze attenuanti generiche e’ adeguatamente motivata quando il giudice, a fronte di specifica richiesta dell’imputato, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto della richiesta, senza che cio’ comporti tuttavia la stretta necessita’ della contestazione o della invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda.

La Corte di Cassazione ha ritenuto sufficiente, ai fini dell’esclusione delle attenuanti generiche, il richiamo in sentenza ai numerosi precedenti penali dell’imputato (cfr. Cass. Sez. 5, n. 43952 del 13/04/2017, Pettinelli, Rv. 271269).

3.2. Orbene, deve rilevarsi che dalle conclusioni riportate nella sentenza di primo grado non risulta che la difesa abbia chiesto l’applicazione delle circostanze attenuanti generiche.

Il Tribunale ha motivato la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche per non essere emersi elementi su cui fondare la concessione.

Con l’atto di appello la difesa ha dedotto solo la mancanza di motivazione, senza indicare alcun elemento di fatto in base al quale il giudice avrebbe potuto applicare le circostanze attenuanti generiche.

Ne consegue che in primo grado la richiesta di applicazione delle circostanze attenuanti generiche era del tutto assente; con l’appello la richiesta era del tutto generica, non essendo state indicate le circostanze di fatto in base alle quali il giudice avrebbe potuto concedere le circostanze attenuanti generiche.

Analogamente, neanche con il ricorso per cassazione sono stati indicati gli elementi positivi di valutazione sicche’ l’inammissibilita’ del motivo per genericita’ non consente neanche di poter valutare il potere di intervento di ufficio della Corte di appello.

Cfr. sul punto Cass. Sez. 3, sentenza n. 3856 del 04/11/2015, G., Rv. 266138, che ha affermato che il giudice d’appello deve, seppur sinteticamente, rendere ragione del concreto esercizio, positivo o negativo, del potere-dovere di ufficio di applicare gli istituti indicati nell’articolo 597 c.p.p., comma 5, con la conseguenza che sussiste la legittimazione dell’imputato a ricorrere per cassazione, pur in assenza di specifica richiesta nel giudizio d’appello, non solo nel caso in cui il giudice dell’impugnazione, nell’espletare l’intervento officioso, sia incorso in violazione di legge, ma anche nell’ipotesi di mancato esercizio di tale potere-dovere, a condizione, tuttavia, che dal ricorrente siano indicati gli elementi di fatto in base ai quali il giudice avrebbe potuto ragionevolmente esercitarlo.

  1. Pertanto, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

Ai sensi dell’articolo 585 c.p.p., comma 4 l’inammissibilita’ dell’impugnazione si estende ai motivi nuovi proposti sulla sospensione condizionale della pena.

Ai sensi dell’articolo 616 c.p.p. si condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.

Tenuto conto della sentenza della Corte costituzionale del 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi e’ ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’”, si condanna altresi’ il ricorrente al pagamento della somma di Euro 2.000,00, determinata in via equitativa, in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende.

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

 

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

 

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

 

IVA – Evasione – Reati tributari – Inesistenza dei crediti portati in compensazione – Funzionario dell’Agenzia delle Entrate – Testimonianza – Validità

Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|3 ottobre 2018| n. 43627

 

 

Il sequestro preventivo nei reati tributari 1. Il ricorso al sequestro preventivo per equivalente nei reati tributari Il profitto quale oggetto del sequestro preventivo 3. Il valore dei beni 4. I beni nella disponibilità dell’indagato 5. L’individuazione dei beni da confiscare 6. I presupposti per il mantenimento del sequestro preventivo 7. Il sequestro dei beni della persona giuridica per i reati commessi dagli amministratori 8. L’obbligatorietà della confisca nel patteggiamento

Il sequestro preventivo nei reati tributari

  1. 1. Il ricorso al sequestro preventivo per equivalente nei reati tributari Il profitto quale oggetto del sequestro preventivo3. Il valore dei beni4. I beni nella disponibilità dell’indagato

  2. 5. L’individuazione dei beni da confiscare

  3. . I presupposti per il mantenimento del sequestro preventivo7. Il sequestro dei beni della persona giuridica per i reati commessi dagli amministratori8. L’obbligatorietà della confisca nel patteggiamento

Sotto il profilo della violazione di legge dedotta, va rammentato che l’ambito di operativita’ del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 9 e’ stato delineato dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che il Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9, contenente una deroga alla regola generale fissata dall’articolo 110 c.p. in tema di concorso di persone nel reato, esclude la rilevanza penale del concorso dell’utilizzatore nelle condotte del diverso soggetto emittente, ma non trova applicazione quando la medesima persona proceda in proprio sia all’emissione delle fatture per operazioni inesistenti, sia alla loro successiva utilizzazione (Sez. 3, n. 19247 del 08/03/2012, Desiati, Rv. 252545); il regime derogatorio previsto dal Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9 non trova applicazione quando l’amministratore della societa’ che ha emesso le fatture per operazioni inesistenti coincida con il legale rappresentante della diversa societa’ che le abbia successivamente utilizzate (Sez. 3, n. 19025 del 20/12/2012, dep. 2013, Cetti Serbelloni, Rv. 255396; Sez. 3, n. 47862 del 06/10/2011, Ercolini, Rv. 251963: “In tema di reati tributari, la disciplina in deroga al concorso di persone nel reato prevista dal Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9 non si applica laddove amministratore delle societa’, rispettivamente emittente ed utilizzatrice delle stesse fatture per operazioni inesistenti, sia la medesima persona fisica”).

occorre ribadire il costante indirizzo per cui, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il bene non rileva nella sua specificità, ma solo come unità di misura del valore equivalente al prezzo o al profitto del reato, cosicché la disponibilità da parte del reo del bene stesso costituisce condizione che legittima la sua immediata apprensione ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 322-ter, comma 1, cod. pen., e art. 321, comma 2, cod. proc. pen. Qualora, poi, sia un terzo interessato a rivendicare la titolarità o la disponibilità esclusiva di quanto sottoposto a vincolo, questi pone comunque in discussione la legittimità stessa del sequestro (in quanto, di fatto, operato nei suoi confronti), sicché non può essere privato del diritto di far valere dinanzi al giudice le proprie ragioni, sol perché il bene non è stato indicato nel decreto di sequestro ma è stato individuato in sede esecutiva, in quanto ritenuto dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria in “disponibilità” del reo, pur a fronte di una intestazione formale di segno opposto. A tale proposito, ossia sul concetto di “disponibilità” del bene (e, soprattutto, nei casi di discrasia tra titolarità fittizia e disponibilità reale), questa Corte ha poi più volte affermato che, per essa, si deve intendere una relazione effettuale con il bene medesimo connotata dall’esercizio di poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà, ossia di un rapporto uti dominus (tra le altre, Sez. 5, n. 40286 del 27/6/2014, Cucci, 260305; Rv. Sez. 2, n. 22153 del 22/02/2013, Ucci e altri, Rv. 255950); si che la res, seppur formalmente intestata a terzi estranei al reato, deve comunque ritenersi nella disponibilità dell’indagato anche quando, sulla base di elementi specifici e dunque non congetturali, rientri nella sfera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su di essa venga esercitato per il tramite di terzi (Sez. 3, n. 15210 del 08/03/2012, Costagliola ed altri, Rv. 252378). Da ciò, dunque, (anche) il principio di diritto secondo il quale, ai fini dell’applicazione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente su beni formalmente intestati a persona estranea al reato, non è sufficiente la dimostrazione della mancanza, in capo a quest’ultima, delle risorse finanziarie necessarie per acquisire il possesso dei cespiti, essendo invece necessaria la prova, con onere a carico del pubblico ministero, della disponibilità degli stessi da parte dell’indagato (Sez. 3, n. 38512 del 22/6/2016, Friso, Rv. 268086; Sez. 3, n. 36530 del 12/05/2015, Oksanych, Rv. 264763).

CASSAZIONE sez. penale sentenza n. 11945 del 13 marzo 2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Con decreto in data 16/11/2012, il Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma dispose, nei confronti di G. P., il sequestro preventivo per equivalente della Polizza assicurativa sulla vita n. 31000169411 di 990.000 euro avente come beneficiaria la moglie, M. A. M., stipulata con la Cardif Vita Gruppo BNP Paríbas nonché del conto corrente bancario n. xxxx, acceso presso la BNL, Agenzia n. xx di Roma con saldo al 20/07/2012 di 114.545,34 euro, avendoli ritenuti, ex artt. 4 e 5 D.Lgs. 74/2000 e 1, comma 143, legge n. 244/07, profitto dei reati tributari di omessa dichiarazione dei redditi per i periodi di imposta per gli anni 2006, 2007 e 2008 e di infedele dichiarazione dei redditi per i periodi di imposta per gli anni 2010 e 2011, per un totale complessivo di imposta evasa pari a 2.164.010,79 euro.
  2. A seguito del rigetto, da parte del Giudice per le indagini preliminari, dell’istanza di revoca del sequestro preventivo presentata in data 25/02/2016, era stato proposto appello ex art. 322-bis cod. proc. pen., poi rigettato, con ordinanza in data 16/05/2016, dal Tribunale del riesame di Roma.
  3. Avverso tale ordinanza propongono ricorso per cassazione i due indagati, a mezzo del difensore fiduciario.

3.1. Quanto alla posizione di M. A. M. viene dedotta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza ed erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 321 e 322-ter cod. pen., 12-bis del D.Lgs. n. 74/2000. Il Tribunale del riesame, nel ritenere non appartenente a M. A. M. la polizza vita oggetto di sequestro, avrebbe confuso il diritto di credito del beneficiario e/o del terzo nei confronti dell’assicuratore ex art. 1920 cod. civ., con il diritto alla riscossione dell’indennità assicurativa alla morte del contraente. Nel caso di specie, l’autonomia del diritto del terzo e la sua estraneità rispetto al patrimonio del contraente sarebbe confermata dal fatto che: a) il contratto di assicurazione avrebbe avuto, fin dall’origine, M. M. quale beneficiaria, secondo quanto indicato nella stessa polizza stipulata nel luglio 2012; b) l’azione di adempimento contrattuale non potrebbe essere esperita dal contraente, ma dal beneficiario, cui dovrebbe essere direttamente versato il capitale assicurato; c) l’art. 1923, comma 1 cod. civ. stabilisce che la somma assicurata non può essere aggredita dai creditori e dagli eredi del contraente, sia in via esecutiva che cautelare. Né, opina ancora la ricorrente, la polizza vita potrebbe considerarsi nella mera disponibilità di P., giacché l’originale cartaceo era in possesso della stessa M. Inoltre, la somma di Euro 990.000, impiegata per la stipula della polizza, sarebbe stata di pertinenza della M., come asseritamente documentato dalla difesa all’udienza del 16/05/2016 davanti al Tribunale del riesame.

3.2. Quanto alla posizione di Giuseppe P., l’impugnazione è affidata a quattro motivi di censura. Con il primo viene dedotta, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 321, 322-ter cod. pen., 4 e 5 D.Lgs. 74/2000. Il Tribunale del riesame avrebbe omesso di valutare il persistere dei presupposti per il mantenimento del decreto di sequestro preventivo, considerata l’intervenuta prescrizione dei reati tributari ex art. 5 D.Lgs. 74/2000 relativamente ai periodi di imposta per gli anni 2006 e 2007 e la prescrizione destinata a maturare nel dicembre 2016, relativa al periodo di imposta per l’anno 2008, nonché in considerazione della maturanda prescrizione dei reati di cui all’art. 4 D.Lgs. 74/2000 relativamente ai periodi d’imposta per gli anni 2010 e 2011, posto che attualmente il procedimento penale sarebbe ancora nella fase delle indagini preliminari. E considerato, quindi, il divieto di disporre la confisca per equivalente delle cose che costituiscono il prezzo o il profitto di reati estinti per prescrizione. In ogni caso, il sequestro preventivo non potrebbe essere mantenuto nel suo originario ammontare quando, come nel caso di specie, sia nel frattempo intervenuta la prescrizione dei reati tributari, tale da rendere sproporzionata l’equivalenza tra valore dei beni sequestrati ed profitto del reato. Con il secondo motivo si censura, ai sensi dell’art. 606, comma 1 lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 321, 322-ter cod. pen. e 4 D.Igs. 74/2000. Il Tribunale del riesame avrebbe erroneamente ritenuto superate le soglie di punibilità relativamente, ai periodi di imposta anno 2010 e 2011, per le quali è stata contestata l’infedele dichiarazione reddituale ed avrebbe erroneamente disposto il sequestro pur essendovi più concorrenti nel reato e non essendo consentito, in tal caso, moltiplicare l’importo della confisca per equivalente per ognuno di essi. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta, ex art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., l’inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 321 e 322-ter cod. pen. con riferimento alla ritenuta sussistenza del giudicato cautelare sul fumus commissi delicti. In realtà, la difesa avrebbe potuto motivare, produrre e documentare tutta la situazione patrimoniale e bancaria dell’indagato sin dall’anno 2000 soltanto con l’istanza in data 8/03/2016 depositata avanti al Tribunale del riesame, sicché rispetto alle precedenti richieste tale giudicato non si sarebbe formato. Infine, con il quarto motivo, P. si duole, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) cod. proc. pen., della inosservanza o erronea applicazione della legge penale in relazione agli artt. 321, 322-ter cod. pen. e 12-bis D.Igs. 74/2000. Il Tribunale del riesame avrebbe omesso completamente di motivare sulla legittimità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente pur quando, come nel caso di specie, l’indagato abbia documentato il proprio consistente patrimonio, ammontante ad oltre circa 5 milioni di euro, fornendo sicure garanzie di soddisfazione dei crediti tributari da parte dello Stato.

  1. Con atto depositato il 26/07/2016, il Procuratore generale presso questa Corte ha sollecitato il rigetto dei ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Entrambi i ricorsi sono infondati.
  2. Procedendo, secondo l’ordine logico, dalle questioni relative al fumus dei reati contestati, deve preliminarmente osservarsi come a seguito della precedente pronuncia da parte del Tribunale del riesame si sia prodotto, in ordine a tale profilo, l’effetto preclusivo del c.d. giudicato cautelare, che può essere superato soltanto qualora sopraggiungano degli elementi dì novità, nella specie non indicati dai ricorrenti (v. ex plurimis Sez. 5, n. 1241 del 2/10/2014, dep. 13/01/2015, Femia, Rv. 261724). Sul punto, le censure esplicitate in sede di ricorso per cassazione presentano caratteri di marcata genericità, non essendo stati indicati specificamente gli aspetti di novità sopravvenuti rispetto alle precedenti valutazioni operate dallo stesso tribunale del riesame. Ne consegue l’inammissibilità del terzo e del secondo motivo di censura del ricorso proposto da P. In ogni caso, sempre con riferimento al secondo motivo di ricorso presentato dall’indagato, è appena il caso di rilevare che il Tribunale del riesame, nel configurare la sussistenza del fumus del delitto di cui all’art. 4, lett. b), del d.lgs. n. 74/2000, ha correttamente ritenuto che l’ipotesi in cui l’ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti all’imposizione superi l’importo di tre milioni costituisca una previsione di chiusura rispetto a quella base, in cui tale ammontare sia, come nel caso che occupa, superiore al dieci per cento di quello degli elementi attivi indicati in dichiarazione. Quanto, poi, alla asserita intervenuta prescrizione degli illeciti relativi agli anni di imposta 2006 e 2007, deve osservarsi come il giudice del riesame abbia in ogni caso ritenuto che anche considerando le imposte evase nell’anno 2008, esse sarebbero state di importo, comunque, superiore a quelle oggetto del provvedimento ablativo, sì da non configurare alcun vulnus ai principi di proporzionalità e adeguatezza in materia cautelare. Con riferimento, infine, al divieto di procedere al sequestro preventivo dell’intero ammontare del profitto del reato in caso di presenza di una pluralità di concorrenti va ribadita la regula juris – fondata sul principio solidaristico che informa la disciplina del concorso di persone e che implica l’imputazione dell’intera azione delittuosa in capo a ciascun concorrente – secondo cui il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente può interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l’intera entità del profitto accertato, anche se poi l’espropriazione non può essere duplicata o comunque eccedere nel quantum l’ammontare complessivo dello stesso profitto (Sez. 6, n. 17713 del 18/02/2014, dep. 24/04/2014, Argento, Rv. 259338).
  3. Venendo, quindi, alle censure svolte con riferimento all’oggetto del sequestro nel quarto motivo dedotto da P. e nel ricorso presentato dalla M., deve rilevarsi l’infondatezza delle doglianze in questione. In primo luogo deve escludersi che il ricorrente possa legittimamente censurare la scelta dei beni in concreto sottoposti a sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, avendo questa Corte da tempo affermato il principio secondo il quale le preferenze eventualmente espresse dall’indagato in ordine ai beni da sottoporre al vincolo reale sono del tutto prive di rilevanza (sul punto si veda Sez. 2, n. 41049 del Sez. 2, n. 41049 del 26/10/2011, dep. 11/11/2011, Cappa, Rv. 251515). Sotto altro profilo, questa Corte si è già pronunciata sulla legittimità del sequestro preventivo avente ad oggetto una polizza assicurativa sulla vita. Infatti, che il divieto di sottoposizione ad azione esecutiva e cautelare stabilito dall’art. 1923 cod. civ. attiene esclusivamente alla definizione della garanzia patrimoniale a fronte della responsabilità civile e non riguarda la disciplina della responsabilità penale, nel cui esclusivo ambito ricade invece il sequestro preventivo (così Sez. 6, n. 12838 del 10/11/2011, dep. 4/04/2012, Cardilli, Rv. 252547; Sez. 2, n. 16658 del 17/04/2007, dep. 2/05/2007, Viada, Rv. 236591). Né potrebbe affermarsi il divieto di sequestro alla stregua dei principi affermati da questa Corte in materia di sequestro conservativo disposto nel processo penale (Sez. 5, n. 43026 del 24/09/2009, dep. 11/11/2009, Viada, Rv. 245434), trattandosi in quel caso della stessa misura prevista dal codice di rito civile posta a tutela della garanzia patrimoniale a fronte della responsabilità per obbligazioni di natura civilistica e la cui realizzazione coattiva è strutturata sul modello dell’espropriazione forzata. Quanto, infine, alla legittimità del sequestro in caso di contratto di assicurazione a favore di un terzo, il carattere autonomo del diritto acquistato dal beneficiario, ai sensi dell’art. 1920, comma 3, cod. civ., a mente del quale “per effetto della designazione il terzo acquista un diritto proprio ai vantaggi dell’assicurazione”, non esclude che i premi versati dall’indagato a possano essere sottoposti a sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. Infatti, anche a seguito del pagamento delle relative somme, il denaro non può, comunque, considerarsi come definitivamente uscito dal patrimonio del contraente, venendo accantonato in modo irreversibile ai fini del successivo pagamento al beneficiario, considerata la possibilità di revoca del beneficio, contemplata dall’art. 1921 cod. civ. (secondo cui la designazione del beneficiario è revocabile con le forme con le quali può essere fatta a norma dell’articolo precedente, salvo che sia intervenuta la morte del contraente) e considerata, altresì, la possibilità di riscatto e riduzione della polizza ex art. 1925 cod. civ.. Per tale ragione, deve essere condivisa la decisione del Tribunale del riesame, secondo cui le somme in questione, in quanto comunque riconducibili alla disponibilità dell’indagato, ovvero alla possibilità da parte di quest’ultimo di esercitare sui beni de quibus un potere anche informale ma comunque diretto ed oggettivo (cfr. v. Sez. 3, n. 4097 del 19/01/2016, dep. 1/02/2016, Tomasi Canovo, Rv. 265844), dovessero ritenersi assoggettabili al sequestro finalizzato alla confisca per equivalente secondo quanto stabilito dall’art. 12-bis del d.lgs. n. 74 del 2000.Quanto, infine, alla circostanza secondo cui la somma impiegata per la stipula della polizza sarebbe stata di pertinenza della sola M. e non del marito, si tratta di una allegazione in fatto, come tale sottratta allo piattaforma cognitiva del giudice di legittimità.
  4. Alla stregua delle considerazioni che precedono i ricorsi devono essere, pertanto, rigettati.

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 5434 del 6 febbraio 2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 13/11/2014 la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Milano del 22/09/2011, condannava (OMISSIS) in ordine al reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2, contestato al capo 1 dell’imputazione, limitatamente alla dichiarazione del 2006, per avere, in qualita’ di legale rappresentante della (OMISSIS) s.r.l., indicato nelle dichiarazioni annuali elementi passivi mediante utilizzazione di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti; dichiarava non doversi procedere in ordine agli altri reati contestati in relazione all’anno d’imposta 2005 ovvero ad altre fattispecie incriminatrici (articolo 8), contestati ai capi 1 e 2 dell’imputazione.
  2. Avverso tale provvedimento il difensore di (OMISSIS), Avv. (OMISSIS), ha proposto ricorso per cassazione, articolando quattro motivi.

2.1. Violazione di legge in relazione al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 9: lamenta che la Corte territoriale erroneamente non abbia applicato l’articolo 9 cit., in quanto all’imputato era stata applicata la pena su richiesta con sentenza del Tribunale di Perugia ex articolo 444 c.p.p. in relazione all’emissione di fatture per operazioni inesistenti, tra cui anche la n. 4 del 01/06/2006, la stessa indicata nell’imputazione per il reato di cui all’articolo 2 oggetto del presente procedimento; nel caso in esame, la connessione tra le due condotte sarebbe evidente, essendo la fattura stata emessa nel 2006 ed utilizzata poi per la dichiarazione annuale del 2007; ricorrerebbe, dunque, un concorso apparente di norme, e, essendo stato l’imputato gia’ giudicato per l’emissione, una violazione del principio del ne bis in idem.

2.2. Vizio di motivazione: lamenta la mancanza di motivazione in ordine al motivo di appello con il quale veniva richiesta l’applicazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 9.

2.3. Violazione di legge processuale: erroneamente e’ stata valutata la sentenza di patteggiamento del Gup del Tribunale di Perugia del 11/03/2014 quale prova della fittizieta’ della fattura n. (OMISSIS); la sentenza di patteggiamento non implica un vero e proprio giudizio ed un accertamento dei fatti; inoltre, il richiamo all’articolo 238 bis c.p.p. sarebbe erroneo, concernendo la valutazione dei verbali di prove di altri procedimenti; in ogni caso, la sentenza di patteggiamento fornirebbe prova del reato di cui all’articolo 8, non del reato di cui all’articolo 2.

2.4. Vizio di motivazione: lamenta l’omessa motivazione in ordine al carattere fittizio della fattura utilizzata per la dichiarazione fraudolenta, limitandosi la sentenza a richiamare la sentenza di patteggiamento, senza tener conto dell’effettiva esistenza dell’operazione finalizzata al contenimento dei costi di terminazione delle chiamate.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. I primi due motivi, che meritano una valutazione congiunta, avendo ad oggetto la questione dell’applicabilita’ del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 9 sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, sono manifestamente infondati.

Sotto il profilo della violazione di legge dedotta, va rammentato che l’ambito di operativita’ del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 9 e’ stato delineato dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che il Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9, contenente una deroga alla regola generale fissata dall’articolo 110 c.p. in tema di concorso di persone nel reato, esclude la rilevanza penale del concorso dell’utilizzatore nelle condotte del diverso soggetto emittente, ma non trova applicazione quando la medesima persona proceda in proprio sia all’emissione delle fatture per operazioni inesistenti, sia alla loro successiva utilizzazione (Sez. 3, n. 19247 del 08/03/2012, Desiati, Rv. 252545); il regime derogatorio previsto dal Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9 non trova applicazione quando l’amministratore della societa’ che ha emesso le fatture per operazioni inesistenti coincida con il legale rappresentante della diversa societa’ che le abbia successivamente utilizzate (Sez. 3, n. 19025 del 20/12/2012, dep. 2013, Cetti Serbelloni, Rv. 255396; Sez. 3, n. 47862 del 06/10/2011, Ercolini, Rv. 251963: “In tema di reati tributari, la disciplina in deroga al concorso di persone nel reato prevista dal Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74, articolo 9 non si applica laddove amministratore delle societa’, rispettivamente emittente ed utilizzatrice delle stesse fatture per operazioni inesistenti, sia la medesima persona fisica”).

Tanto premesso, la sentenza impugnata ha evidenziato, con motivazione esaustiva e conforme ai principi richiamati, che la non operativita’ dell’articolo 9 cit. derivava dalla circostanza che all’imputato era contestato il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2 in relazione alla fattura n. (OMISSIS) quale legale rappresentante della ” (OMISSIS) s.r.l.”, quindi in veste di utilizzatore della fattura per operazione oggettivamente inesistente, mentre, nel procedimento definito con sentenza di patteggiamento dinanzi all’A.G. di Perugia, gli era stato contestato il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 8, in qualita’ di amministratore di fatto della ” (OMISSIS) s.r.l.”, la societa’ cartiera emittente le fatture false.

  1. Il terzo ed il quarto motivo, che meritano una valutazione congiunta, avendo ad oggetto la questione della prova del carattere fittizio della fattura sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, sono manifestamente infondati.

Invero, e’ pacifico che la sentenza di patteggiamento puo’ essere utilizzata a fini probatori in altro procedimento penale, ai sensi dell’articolo 238-bis c.p.p., stante la sua equiparazione legislativa ad una sentenza di condanna (Sez. 5, n. 7723 del 12/11/2014, dep. 2015, Mazzola, Rv. 264058), e che rientrano tra le sentenze divenute irrevocabili che possono essere acquisite ai fini della prova del fatto in esso accertato ai sensi dell’articolo 238 bis c.p.p., anche le sentenze emesse a seguito di giudizio abbreviato o di patteggiamento (Sez. 1, n. 50706 del 05/06/2014, Macri’, Rv. 261480).

Richiamandosi espressamente alla norma di cui all’articolo 238 bis c.p.p., ed all’elaborazione giurisprudenziale formatasi al riguardo, la sentenza ha fatto buon governo del principio, rilevando che la sentenza di patteggiamento acquisita aveva attestato il carattere fittizio della fattura n. (OMISSIS) emessa dalla (OMISSIS) il (OMISSIS) nei confronti di ” (OMISSIS)”, relativamente a cessioni di traffico telefonico in realta’ mai eseguite; peraltro, la sentenza non manca di rilevare che la sentenza di patteggiamento si inseriva in una piu’ ampia base probatoria, gia’ evidenziata anche dal giudice di primo grado, che ricostruiva il complesso sistema di “frode carosello” del quale l’imputato era parte.

  1. Alla declaratoria di inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della cassa delle ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 2.000,00: infatti, l’articolo 616 c.p.p. non distingue tra le varie cause di inammissibilita’, con la conseguenza che la condanna al pagamento della sanzione pecuniaria in esso prevista deve essere inflitta sia nel caso di inammissibilita’ dichiarata ex articolo 606 c.p.p., comma 3, sia nelle ipotesi di inammissibilita’ pronunciata ex articolo 591 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende

Massima

Per il perfezionamento del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte basta che la simulazione (cessione d’azienda) sia idonea a impedire il soddisfacimento totale o parziale del fisco.

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 7394 del 16 febbraio 2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Con ordinanza emessa in data 4/12/2015, depositata in pari data, il tribunale del riesame di Macerata rigettava la richiesta di riesame presentata ex articolo 322 c.p.p. nell’interesse del (OMISSIS) avverso il decreto di sequestro preventivo per equivalente disposto dal GIP dello stesso tribunale in data 21/09/2015; giova precisare per migliore intelligibilita’ dell’impugnazione, che il ricorrente e’ indagato per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 11), per aver posto in essere, nella qualita’ di l.r. della (OMISSIS) s.r.l. in liquidazione, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte dirette ed IVA accertate dalla competente Agenzia delle Entrate nonche’ di interessi e sanzioni relative a pregressi omessi versamenti di dette imposte per un ammontare complessivo di oltre 10 milioni di Euro, atti fraudolenti idonei a rendere totalmente inefficace la procedura di riscossione coattiva, in particolare simulando la cessione dell’azienda e omettendo la registrazione dell’atto (OMISSIS) s.r.l. avente stessa compagine sociale e lo stesso marchio commerciale della cedente nonche’ l’utilizzo per la propria attivita’, dei medesimi locali per i quali era stato rescisso il contratto di locazione in data 2/10/2012.
  2. Ha proposto ricorso per cassazione il (OMISSIS), a mezzo del proprio difensore fiduciario cassazionista, deducendo due motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex articolo 173 disp. att. c.p.p..

2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera c), per violazione del divieto di ne bis in idem ex articolo 649 c.p.p..

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, della medesima vicenda si sarebbe gia’ occupata la Procura di Macerata nel 2006 nell’ambito del proc. pen. 1479/2006 r.g.n.r. conclusosi con un’archiviazione; in sede di controllo l’Agenzia delle Entrate)ed in seguito al ricorso alla C.T. Provinciale di Macerata, avrebbe annullato la cartella esattoriale ed il procedimento che aveva dato origine alla predetta segnalazione; si aggiunge, ancora, che con d.p. di condanna del 23/12/2010, esec. 31/01/2011, l’indagato era stato condannato alla pena pecuniaria di 6000,00 Euro di multa per il delitto di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, e, inoltre, che nel proc. pen. n. 1504/2013 r.g.n.r. pendente dinanzi al tribunale di Macerata il medesimo (OMISSIS) risulta imputato per il reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 10 ter, per il quale avrebbe svolto la messa alla prova; ne discenderebbe che il (OMISSIS) sarebbe oggi sottoposto ad indagine per gli stessi fatti per i quali e’ intervenuto giudicato penale.

2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera e), sotto il profilo dell’omessa valutazione in concreto del fumus commissi delicti in ragione dell’insussistenza del reato presupposto nonche’ per contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione.

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, premesso che il decreto di sequestro preventivo non aveva assolto al requisito motivazionale richiesto dalla legge, l’ordinanza del tribunale del riesame non avrebbe colmato detta mancanza, in quando si sarebbe limitata a confermare il provvedimento genetico, ritenendo la richiesta del PM esaurientemente motivata come anche il decreto del GIP che fa riferimento alla stessa ed agli atti di PG, definendo detta motivazione sintetica ma non inesistente ne’ fittizia; diversamente, sostiene il ricorrente, cio’ denoterebbe la mancanza di un’idonea ed adeguata motivazione, avendo quindi i giudici del riesame eluso il proprio compito istituzionale di controllo in concreto del provvedimento impugnato, limitandosi acriticamente a far proprie le risultanze dell’attivita’ di indagine della PG, peraltro con notevoli profili di contraddittorieta’. Si contesta, poi, l’insussistenza del fumus del reato ipotizzato, in particolare laddove l’ordinanza impugnata Io ritiene sussistente non ritenendo necessaria l’acquisizione di prova certa in ordine alla sussistenza del reato medesimo; in particolare, si sostiene, non vi sarebbe stata alcuna cessione simulata ma solo operazioni che avrebbero interessato le due societa’ ( (OMISSIS) ed (OMISSIS)) che non sarebbero state preordinate ad eludere l’accertamento delle imposte senza alcun indebolimento delle garanzie patrimoniali del contribuente e nessun occultamento della reale sostanza economica della vicenda; si sostiene che il tribunale avrebbe desunto da “pochi elementi” la sussistenza della contestata fraudolenta cessione societaria, che invece sarebbe tutta da dimostrare restando allo stato un assunto teorico indimostrato della Pubblica Accusa; sarebbe quindi inidonea la presunta condotta di sottrazione dei beni ad una possibile riscossione coattiva delle imposte, quando allo stato lo stesso accertamento tributario non sarebbe definitivo cio’ che imporrebbe da parte dello Stato l’avvio di una procedura di riscossione coattiva del credito erariale; il giudizio di idoneita’ degli atti posti in essere dal ricorrente porterebbe ad escludere che la condotta al medesimo contestata sia idonea a ledere il bene giuridico protetto dalla norma, secondo un giudizio prognostico dell’atto posto in essere; in particolare, il rischio che la pretesa tributaria non trovi capienza nel patrimonio del debitore presuppone che il depauperamento causato dall’atto posto in essere comporti una riduzione significativa della garanzia genetica, da valutarsi in relazione al credito stesso ed al patrimonio del contribuente; inoltre, poiche’ la norma si riferisce alla riscossione coattiva, non sarebbe rilevante solo la capienza in termini quantitativi ma anche la sua composizione in termini qualitativi, con riguardo alla possibilita’ di successo dell’esecuzione coattiva da parte della P.A.; il sequestro preventivo dunque si baserebbe sulla violazione di norme fiscali tutte da dimostrare e con impugnazioni ancora pendenti, che costituirebbero invece l’antecedente logico – giuridico necessario del reato di cui all’articolo 11 citato; in ogni caso, si osserva conclusivamente, la violazione del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 11, si fonderebbe sull’avviso di liquidazione dell’imposta di registro allo stato non definitivo perche’ in impugnato dinanzi alla CTP e comunque per importi notevolmente inferiori a quelli contestati.

  1. Con requisitoria scritta depositata preso la cancelleria di questa Corte in data 3/08/2016, il P.G. presso la S.C. di Cassazione ha chiesto rigettarsi il ricorso, in particolare rilevando: a) quanto alla presunta violazione dell’articolo 649 c.p.p., la censura sarebbe manifestamente infondata adducendo il ricorrente la violazione del ne bis in idem con riferimento a pregressi procedimenti per violazioni tributarie e, dunque, con riferimento a fatti del tutto diversi rispetto alle successive ipotizzate cessioni fraudolente; b) quanto alla censura relativa al fumus del delitto contestato, corretta sarebbe la motivazione dei giudici del riesame che, attraverso la tecnica della motivazione per relationem, hanno ritenuto corretta e sussistente la motivazione del decreto di sequestro preventivo, osservando come nel procedimento cautelare in esame puo’ solo dedursi la totale mancanza della motivazione, non anche profili di illogicita’ cui si fa riferimento nel ricorso; c) ancora, con riferimento sempre al fumus del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 11, i giudici del riesame lo avrebbero correttamente ritenuto sussistente in base ad una serie di elementi (cessione di merci, impianti e beni mobili vari; passaggio di dipendenti dalla (OMISSIS) alla (OMISSIS), con esercizio da parte di quest’ultima dell’attivita’ dove prima lavorava la (OMISSIS)), considerati nella loro oggettiva consistenza nonche’ nella loro desumibile finalizzazione, anche alla luce della corrispondenza degli intestatari delle quote dei due organismi societari interessati; d) infine, quanto al presunto mancato accertamento del reato e del credito tributario presupposto, per essere fondato il sequestro su mere ipotesi di violazione di norme fiscali ancora da verificare con impugnazioni pendenti; il P.G. richiama la giurisprudenza di questa Corte che, muovendo dalla natura di reato di pericolo della fattispecie penale ipotizzata, evidenzia come sia sufficiente per ritenerla integrata la mera idoneita’ sulla base di una valutazione ex ante degli atti posti in essere a vanificare un’ipotizzabile futura procedura di riscossione coattivaf idoneita’ nella specie contestata dal ricorrente sulla base di affermazioni generiche rispetto all’oggettiva espressivita’ delle richiamate operazioni di cessione.
  2. Con una prima memoria depositata in data 16/06/2016, il ricorrente, nel ribadire quanto gia’ esposto nell’originario ricorso, richiama una recente sentenza di questa Sezione (n. 13233/2016) sostenendo che l’ordinanza impugnata avrebbe dovuto specificamente motivare in ordine all’idoneita’ dell’operazione a rendere totalmente o parzialmente inefficace la procedura di riscossione del Fisco, laddove, diversamente, era evidente che la strategia commerciale con cui la (OMISSIS) s.r.l. cercava di rimanere sul mercato sarebbe stata finalizzata ad andare a beneficio dell’azienda.
  3. Quanto esposto al precedente punto 4 e’ stato integralmente ribadito con ulteriore memoria depositata in data 26/10/2016.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. Anzitutto, va rilevato – quanto alle doglianze con cui si deduce un vizio di contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione – come si tratti, all’evidenza, di vizio non deducibile ex articolo 325 c.p.p., atteso che, per pacifica e costante giurisprudenza di questa Corte, in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la totale mancanza di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ o la incompletezza di motivazione le quali non possono denunciarsi nel giudizio di legittimita’ nemmeno tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, alla lettera e) posto che questo richiede la “mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’” della motivazione (v., tra le tante: Sez. 5, n. 8434 del 11/01/2007 – dep. 28/02/2007, Ladiana ed altro, Rv. 236255; Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Il predetto motivo di doglianza e’ pertanto inammissibile in quanto proposto per motivi non consentiti ex articolo 606 c.p.p., comma 3.

  1. Tanto premesso, puo’ quindi procedersi all’esame delle residue censure.

E’ anzitutto, inammissibile per manifesta infondatezza quella relativa alla presunta violazione del ne bis in idem. Cio’, si osserva, non solo per quanto correttamente argomentato dal P.G. nella sua requisitoria scritta (avendo addotto il ricorrente la violazione dell’articolo 649 c.p.p. con riferimento a pregressi procedimenti per violazioni tributarie e, dunque, con riferimento a fatti del tutto diversi rispetto alle successive ipotizzate cessioni fraudolente), ma anche perche’ questo Collegio ritiene di aderire al piu’ recente orientamento secondo cui non e’ deducibile dinanzi alla Corte di Cassazione la violazione del divieto del “ne bis in idem”, atteso che e’ escluso in sede di legittimita’ l’accertamento del fatto necessario per verificare la preclusione derivante dalla coesistenza di procedimenti iniziati per lo stesso fatto e nei confronti della stessa persona, e non potendo la parte produrre documenti concernenti elementi fattuali, la cui valutazione e’ rimessa esclusivamente al giudice di merito (v., tra le tante: Sez. 5, n. 43485 del 17/10/2014, Bandu, Rv. 260828), comunque dovendosi evidenziare la impossibilita’ per questa Corte – quand’anche si ritenesse di dover privilegiare l’opposto orientamento secondo cui sarebbe deducibile nel giudizio di cassazione la preclusione derivante dal giudicato formatosi sul medesimo fatto, posto che la violazione del divieto del “bis in idem” si risolve in un “error in procedendo” (v., in termini: Sez. 5, n. 2807 del 06/11/2014 – dep. 21/01/2015, Verde, Rv. 262586) – non essendo infatti stata soddisfatta la condizione che la decisione della relativa questione non deve comportare la necessita’ di accertamenti di fatto, come invece sarebbe necessario nel caso in esame.

  1. Quanto alle residue censure esposte nel secondo motivo, le stesse si appalesano in parte generiche ed in parte manifestamente infondate.

Generiche sono le censure relativa alla presunta mancanza del fumus del reato per cui si procede, avendo dato atto i giudici del riesame delle ragioni per le quali fosse ravvisabile il quadro indiziario a carico del ricorrente circa il delitto ipotizzato in base ad una serie di elementi (cessione di merci, impianti e beni mobili vari; passaggio di dipendenti dalla (OMISSIS) alla (OMISSIS), con esercizio da parte di quest’ultima dell’attivita’ dove prima lavorava la (OMISSIS)), i quali, considerati nella loro oggettiva consistenza nonche’ nella loro desumibile finalizzazione, anche alla luce della corrispondenza degli intestatari delle quote dei due organismi societari interessati, sono stati correttamente ritenuti sufficienti per ritenere che si trattasse di operazione effettuata al fine di sottrarre alle pretese creditorie erariali i beni su cui tali pretese potevano soddisfarsi.

Al cospetto di tale apparato argomentativo le doglianze sul punto sono generiche per aspecificita’, non confrontandosi il ricorrente con le predette argomentazioni della Corte territoriale che in maniera adeguata e puntuale in considerazione della sommarieta’ della delibazione richiesta nella fase cautelare, hanno dato conto della sussistenza del fumus. Sul punto e’ dunque da ricordarsi il principio secondo cui e’ inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che ripropongono le stesse ragioni gia’ esaminate e ritenute infondate dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849).

  1. Manifestamente infondate sono poi le doglianze relative al presunto deficit motivazionale per aver i giudici del riesame richiamato per relationem i precedenti provvedimenti, come anche il provvedimento genetico, atteso che e’ principio costante nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui poiche’ la motivazione richiesta dall’articolo 321 c.p.p., diretta a consentire all’interessato e al giudice degli eventuali successivi gradi di giurisdizione la conoscenza delle ragioni del provvedimento per verificarne correttezza e legittimita’, allorche’ nell’ambito dello stesso procedimento vengono emanati piu’ provvedimenti, e’ legittima la motivazione “per relationem” a uno di quelli precedenti, giacche’ lo scopo della norma e’ raggiunto, essendo la motivazione richiamata conosciuta o conoscibile dall’interessato (Sez. 1, n. 191 del 12/01/2000 – dep. 04/03/2000, Schinco, Rv. 215364; Sez. 6, n. 1022 del 7/06/1995, Franceschini, Rv. 201942), principio evidentemente applicabile anche al provvedimento assunto dal tribunale del riesame.
  2. Analogamente manifestamente infondata e’ la censura quanto al presunto mancato accertamento del reato e del credito tributario presupposto per essere fondato il sequestro su mere ipotesi di violazione di norme fiscali ancora da verificare con impugnazioni pendenti. Ed invero, sul punto e’ condivisibile quanto argomentato dal P.G., il quale correttamente richiama la giurisprudenza di questa Corte che, muovendo dalla natura di reato di pericolo della fattispecie penale ipotizzata (da ultimo: Sez. 3, n. 13233 del 1/04/2016, Pass, Rv. 266771), evidenzia come sia sufficiente per ritenerla integrata la mera idoneita’ sulla base di una valutazione ex ante degli atti posti in essere a vanificare un’ipotizzabile futura procedura di riscossione coattiva, idoneita’ nella specie contestata dal ricorrente sulla base di affermazioni generiche rispetto all’oggettiva espressivita’ delle richiamate operazioni di cessione.

Invero, va qui ribadito che ai fini dell’integrazione del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 11) non e’ necessario che sussista una procedura di riscossione in atto, considerato che nella previsione vigente il riferimento a tale procedura appartiene al momento intenzionale e non alla struttura del fatto e non vi e’ alcun riferimento alle condizioni previste precedentemente dal D.P.R n. 602 del 1973, articolo 97, comma 6, come modificato dalla L. n. 413 del 1991, articolo 15, comma 4, (ovvero alla avvenuta effettuazione di accessi, ispezioni o verifiche, o alla preventiva notificazione, all’autore della condotta fraudolenta, di inviti, richieste o atti di accertamento). Pertanto, ai fini del perfezionamento del reato in questione e’ richiesto soltanto che l’atto simulato di alienazione o gli altri atti fraudolenti sui beni siano idonei ad impedire il soddisfacimento totale o parziale del fisco (v., tra le tante: Sez. 5, n. 7916 del 26/02/2007, Cutillo, Rv. 236053), condotte che, nel caso in esame, sono state adeguatamente ricostruite, con congrua ed adeguata motivazione, nella loro direzione finalistica, dai giudici di merito.

  1. L’inammissibilita’ dei motivi esposti nel ricorso originario comporta l’inammissibilita’ delle ulteriori doglianze esposte nelle memorie difensive successivamente depositate, meramente ripropositive, essendo peraltro del tutto privo di rilievo il richiamo alla decisione di questa Corte contenuto nelle memorie (v. la gia’ citata Sez. 3, n. 13233 del 24/02/2016 – dep. 01/04/2016, Pass, Rv. 266771), atteso che la stessa afferma un principio che si pone in linea di continuita’ con quelli gia’ in precedenza affermati da questa stessa Sezione quanto all’idoneita’ – in base ad un giudizio ex ante -, a rendere in tutto o in parte inefficace l’attivita’ recuperatoria dell’Amministrazione finanziaria dell’uso di atti simulati o fraudolenti per occultare i propri o altrui beni al fine di sottrarsi al pagamento del debito tributario, delle sanzioni e relativi interessi.
  2. Alla dichiarazione di inammissibilita’ del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’, al versamento della somma, ritenuta adeguata, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende

in sede di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc. pen. ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in particolare, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611).

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 08 gennaio 2018, n. 167

Reati tributari – Sequestro preventivo finalizzato a confisca per equivalente – Beni formalmente intestati a terzi estranei al reato (ex coniuge e convivente)

Ritenuto in fatto

  1. Con ordinanza del 12/7/2017, il Tribunale del riesame di Forlì rigettava il ricorso proposto da M. P., D. P., I. C. e C. M. e, per l’effetto, confermava il decreto di sequestro preventivo – finalizzato a confisca per equivalente – emesso il 5/6/2017 dal Giudice per le indagini preliminari del locale Tribunale; a M. P. erano contestati i delitti di cui agli artt. 2 e 5, d. Igs. 10 marzo 2000, n. 74, commessi – nell’abito di una frode carosello – quale legale rappresentante della “E. s.r.l.”.
  2. Propongono distinto ricorso per cassazione C. M. e I. C., a mezzo del proprio difensore e procuratore speciale, deducendo i seguenti motivi:

M.:

– violazione di legge. L’ordinanza avrebbe sottoposto a vincolo taluni immobili di proprietà de “La C. s.r.l.” (della quale la ricorrente – ex moglie dell’indagato – è amministratore unico), sul presupposto – del tutto errato – che gli stessi fossero nella disponibilità del P.; orbene, tale assunto si fonderebbe soltanto su una fallace lettura di una clausola contrattuale – del tutto decontestualizzata – inserita nell’ambito di un accordo di divorzio, dalla cui lettura complessiva emergerebbe, per contro, che lo stesso atto non avrebbe ad oggetto alcuna intestazione fittizia di beni. Del pari, non sarebbe stata dimostrata l’effettiva disponibilità – in capo all’indagato – di quanto in sequestro, così riscontrandosi una palese carenza motivazionale. Da ultimo, non sarebbero state esaminate le censure proposte in tema di autonoma valutazione degli elementi di fatto e di diritto interessati, che difetterebbe del tutto sin dal provvedimento genetico;

C.:

– violazione di legge. Con riguardo alla vettura sottoposta a vincolo – formalmente intestata alla ricorrente, compagna convivente di M. P. – l’ordinanza si sarebbe limitata ad affermare che la donna non avrebbe avuto le disponibilità per acquistarla, sì da riferirla di fatto a quest’ultimo; orbene, tale conclusione risulterebbe errata ed insufficiente, atteso che – per costante giurisprudenza di questa Corte – occorrerebbe diversamente dimostrare l’effettiva disponibilità del bene in capo all’indagato destinatario della misura, con riguardo alla quale, tuttavia, difetterebbe ogni motivazione. E fermo restando, peraltro, che gli elementi indiziari evidenziati dal Collegio quanto al primo profilo risulterebbero, comunque, privi di univoco significato.

Si chiede, pertanto, l’annullamento dell’ordinanza.

Considerato in diritto

  1. Osserva preliminarmente questa Corte che, in sede di ricorso per cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc. pen. ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla violazione di legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in particolare, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004, P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003, Pellegrino S., Rv. 224611).

Ciò premesso, si rileva innanzitutto l’infondatezza del ricorso proposto dalla C..

  1. Al riguardo, occorre ribadire il costante indirizzo per cui, in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il bene non rileva nella sua specificità, ma solo come unità di misura del valore equivalente al prezzo o al profitto del reato, cosicché la disponibilità da parte del reo del bene stesso costituisce condizione che legittima la sua immediata apprensione ai sensi del combinato disposto di cui all’art. 322-ter, comma 1, cod. pen., e art. 321, comma 2, cod. proc. pen. Qualora, poi, sia un terzo interessato a rivendicare la titolarità o la disponibilità esclusiva di quanto sottoposto a vincolo, questi pone comunque in discussione la legittimità stessa del sequestro (in quanto, di fatto, operato nei suoi confronti), sicché non può essere privato del diritto di far valere dinanzi al giudice le proprie ragioni, sol perché il bene non è stato indicato nel decreto di sequestro ma è stato individuato in sede esecutiva, in quanto ritenuto dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria in “disponibilità” del reo, pur a fronte di una intestazione formale di segno opposto. A tale proposito, ossia sul concetto di “disponibilità” del bene (e, soprattutto, nei casi di discrasia tra titolarità fittizia e disponibilità reale), questa Corte ha poi più volte affermato che, per essa, si deve intendere una relazione effettuale con il bene medesimo connotata dall’esercizio di poteri di fatto corrispondenti al diritto di proprietà, ossia di un rapporto uti dominus (tra le altre, Sez. 5, n. 40286 del 27/6/2014, Cucci, 260305; Rv. Sez. 2, n. 22153 del 22/02/2013, Ucci e altri, Rv. 255950); si che la res, seppur formalmente intestata a terzi estranei al reato, deve comunque ritenersi nella disponibilità dell’indagato anche quando, sulla base di elementi specifici e dunque non congetturali, rientri nella sfera degli interessi economici del reo, ancorché il potere dispositivo su di essa venga esercitato per il tramite di terzi (Sez. 3, n. 15210 del 08/03/2012, Costagliola ed altri, Rv. 252378). Da ciò, dunque, (anche) il principio di diritto secondo il quale, ai fini dell’applicazione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente su beni formalmente intestati a persona estranea al reato, non è sufficiente la dimostrazione della mancanza, in capo a quest’ultima, delle risorse finanziarie necessarie per acquisire il possesso dei cespiti, essendo invece necessaria la prova, con onere a carico del pubblico ministero, della disponibilità degli stessi da parte dell’indagato (Sez. 3, n. 38512 del 22/6/2016, Friso, Rv. 268086; Sez. 3, n. 36530 del 12/05/2015, Oksanych, Rv. 264763).

A siffatte condizioni, dunque, il sequestro di beni formalmente intestati a terzi – ma nella disponibilità della persona indagata – ben può essere disposto per equivalente; esattamente come nel caso di specie, alla luce delle adeguate e non censurabili considerazioni spese dal Tribunale del riesame.

  1. In particolare, quanto alla vettura intestata alla C., l’ordinanza impugnata, per un verso, ha rilevato che la stessa interessata non risultava aver mai posseduto provviste sufficienti per l’acquisto del mezzo (quel che, peraltro, come appena richiamato, non sarebbe di per sé sufficiente) e, per altro verso, ha sottolineato circostanze in fatto tali da far ritenere – in questa fase cautelare e con argomento non apparente – che la stessa compera fosse avvenuta con disponibilità finanziarie interamente proprie dell’indagato; in dettaglio, il Tribunale ha analiticamente richiamato gli accertamenti tributari compiuti, così evidenziando che una somma di 11.800,00 euro era pervenuta alla ricorrente tramite fattura della “Quantum Crest” – società riferibile proprio al convivente P. per il 50% – in relazione ad una generica “consulenza per servizio”, della quale, però, non era stata indicata o dedotta alcuna tipologia. Accredito, peraltro, avvenuto il 1°/6/2016, ossia in epoca non lontana dall’acquisto del bene in esame; ancora, accredito di importo molto prossimo a quello versato per la medesima compera (pari a 11.000,00 euro), sì da ribadirsi ulteriormente il fumus di una intestazione fittizia, con disponibilità esclusiva del bene in capo all’indagato, convivente.

Sul punto, pertanto, l’ordinanza merita conferma, con condanna della C. al pagamento delle spese processuali.

  1. A conclusioni difformi, invece, perviene la Corte con riguardo al ricorso presentato dalla M.; a giudizio del Collegio, infatti, la motivazione concernente il sequestro dell’immobile sito in Bologna, via di C. 76, risulta di mera apparenza, imponendo, pertanto, l’annullamento con rinvio della decisione. In particolare, il Tribunale si è limitato a richiamare una clausola contenuta negli accordi di separazione tra coniugi (tali essendo il P. e la ricorrente) sin dall’udienza presidenziale del 16/1/2006, e poi presenti nella sentenza di scioglimento del matrimonio pronunciata dal Tribunale di Bologna il 27/6/2013; clausola in forza della quale l’immobile in oggetto – già abitazione coniugale – sarebbe rimasto nella disponibilità esclusiva della donna e dei figli nati dall’unione. Ancora, l’ordinanza ha sottolineato che il bene è di proprietà de La C. s.r.l., amministrata proprio dalla ricorrente a far data dal 15/3/2001; società che – a muover dal 24/10/2006 – vede le quote distribuite tra la stessa donna (nella misura del 20%) e la madre del P., tale Nerina Diolaiti (all’80%).

Orbene, rileva la Corte che tutto quanto appena richiamato risulta insufficiente – anche in questa fase cautelare – a giustificare il permanere del vincolo sul bene, non emergendo alcun elemento adeguato dal quale trarre che l’indagato ne manterrebbe una disponibilità uti dominus nei termini anzidetti; ed invero, premesso che l’ordinanza non cita alcun dato che attesti un uso materiale dell’immobile da parte del P., si osserva che l’eventuale controllo economico/giuridico dello stesso potrebbe esser esercitato dall’indagato al più attraverso la madre, titolare della maggioranza delle quote della società proprietaria, ma di ciò non emerge neppure un accenno. In altri termini, mentre con riguardo ad un diverso appartamento intestato alla medesima s.r.l., sito in Riccione, il Tribunale ha fornito congrui argomenti nel senso della disponibilità esclusiva in capo all’indagato (giusta il ritrovamento di oggetti certamente allo stesso riferibili), sì da giustificare il fumus di un’effettiva gestione de La C. da parte di questi, così non risulta quanto all’immobile posto in via di C. n. 76; quel che non consente alla motivazione – neppure in questa sede – di superare la presunzione relativa di disponibilità esclusiva del bene in capo alla ricorrente, alla luce della documentazione versata in atti.

Sul punto, pertanto, l’ordinanza deve esser annullata con rinvio.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente al sequestro dell’immobile sito in Bologna, via di C. n. 76 e rinvia per nuovo esame sul punto al Tribunale di Forlì.

Rigetta il ricorso di C. I. e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Il sequestro preventivo nei reati tributari 1. Il ricorso al sequestro preventivo per equivalente nei reati tributari Il profitto quale oggetto del sequestro preventivo 3. Il valore dei beni 4. I beni nella disponibilità dell’indagato 5. L’individuazione dei beni da confiscare 6. I presupposti per il mantenimento del sequestro preventivo 7. Il s

 

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Il sequestro preventivo nei reati tributari 1. Il ricorso al sequestro preventivo per equivalente nei reati tributari Il profitto quale oggetto del sequestro preventivo 3. Il valore dei beni 4. I beni nella disponibilità dell’indagato 5. L’individuazione dei beni da confiscare 6. I presupposti per il mantenimento del sequestro preventivo 7. Il sequestro dei beni della persona giuridica per i reati commessi dagli amministratori 8. L’obbligatorietà della confisca nel patteggiamento

Il sequestro preventivo nei reati tributari

  1. 1. Il ricorso al sequestro preventivo per equivalente nei reati tributari Il profitto quale oggetto del sequestro preventivo3. Il valore dei beni4. I beni nella disponibilità dell’indagato

  2. 5. L’individuazione dei beni da confiscare

  3. . I presupposti per il mantenimento del sequestro preventivo7. Il sequestro dei beni della persona giuridica per i reati commessi dagli amministratori8. L’obbligatorietà della confisca nel patteggiamento

  4. Il sequestro preventivo nei reati tributari

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    4. Il sequestro preventivo nei reati tributari

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PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA IMOLA FORLI RAVENNA D.lgs. 74/2000 – Art. 10 Occultamento o distruzione di documenti contabili.

PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA IMOLA FORLI RAVENNA D.lgs. 74/2000 – Art. 10 Occultamento o distruzione di documenti contabili.

AVVOCATO ESPERTO CHIAMA PENALE TRIBUTARIO BOLOGNA IMOLA FORLI RAVENNA D.lgs. 74/2000

051 6447838 

D.lgs. 74/2000 – Art. 10 Occultamento o distruzione di documenti contabili.

  1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi,occulta o distruggein tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.

Vero è, infatti, che il delitto di cui all’art. 10 d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, tutelando il bene giuridico della trasparenza fiscale, è integrato in tutti i casi in cui la distruzione o l’occultamento della documentazione contabile dell’impresa non consenta o renda difficoltosa la ricostruzione delle operazioni, rimanendo escluso solo quando il risultato economico delle stesse possa essere accertato in base ad altra documentazione conservata dall’imprenditore e senza necessità di reperire aliunde elementi di prova (Sez. 3, n. 20748 del 16/03/2016, Capobianco, Rv. 267028). In particolare, e di conseguenza la Corte non può non rilevare la manifesta infondatezza del motivo proposto dall’odierno ricorrente, è già stato rilevato che anche l’occultamento o la distruzione di fatture ricevute da terzi (cd. fatture passive) integra il reato di cui all’art. 10 del d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, trattandosi di documenti che, oltre a rappresentare costi sostenuti e a incidere sulla ricostruzione dei redditi del destinatario di essi, sono comunque dimostrativi dell’esistenza di introiti a carico del soggetto emittente (Sez. 3, n. 15236 del 16/01/2015, Chiarolla, Rv. 263050).

In specie, infatti, l’art. 10 cit. sanziona la condotta di colui che, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.

A questo proposito, quindi, la norma incriminatrice non si limita a sanzionare l’occultamento di componenti contabili attive, dal momento che l’oggetto materiale del reato è dato genericamente dalle scritture contabili e dai documenti di cui è obbligatoria la conservazione. A questo proposito infatti, i rilievi della Corte di Appello, in ordine alle mancate contabilizzazioni dei ricavi derivanti dai lavori in cantieri, nei quali furono utilizzati i beni acquistati in forza delle fatture occultate, semmai confermano che la sparizione delle fatture passive ha reso maggiormente difficoltosa la ricostruzione del volume d’affari, dato l’utilizzo irregolare, sotto il profilo fiscale, di beni così acquistati senza la conservazione dell’idonea traccia contabile.

R.D. 267/1942 – Art. 216 Bancarotta fraudolenta.

1. È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) omissis;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

2. La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

R.D. 267/1942 Art. 217 – Bancarotta semplice.

1. È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1), 2), 3), 4), 5) omissis;

2. La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto[1] i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

R.D. 267/1942 Art. 220 – Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito.

1. È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’art. 216, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli artt. 16, nn. 3 e 49.

2. Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno.

R.D. 267/1942 Art. 16 – Sentenza dichiarativa di fallimento.

1. Il tribunale dichiara il fallimento con sentenza, con la quale:

1), 2) omissis;

3) ordina al fallito il deposito dei bilanci e delle scritture contabili e fiscali obbligatorie, nonché dell’elenco dei creditori, entro tre giorni, se non è stato ancora eseguito a norma dell’articolo 14; 4) omissis.

Oggetto di tutela
Interesse fiscale dello Stato o anche la trasparenza intesa come esigenza del Fisco a conoscere esattamente quanto il contribuente deve pagare per imposte.Interesse dei creditori del fallito (compreso lo Stato) ad avere chiara la situazione patrimoniale e reddituale del debitore, in altre parole la trasparenza.
Soggetto attivo
Chiunque. Tale fattispecie non si rivolge solo ed esclusivamente ai soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili; infatti la fattispecie contempla anche “documenti” per i quali non è previsto un particolare regime contabile, di guisa che siamo in presenza di un reato comune. Per i soggetti diversi dal contribuente si pensi ad esempio a un dipendente o al consulente tenuti alla conservazione di documenti fiscali.Il fallito.
Elemento soggettivo
Dolo specifico di danno dato dal fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occultando o distruggendo, in tutto o in parte, le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione. Si tratta di reato di pericolo concreto, non essendo necessario il verificarsi di un danno per l’Erario.Nel caso di “bancarotta fraudolenta documentale”, dolo specifico ossia coscienza e volontà di recare pregiudizio ai creditori ovvero realizzare un ingiusto profitto ovvero dolo generico quando lo scopo del reo è quello di non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

Nel caso di “bancarotta semplice documentale” dolo generico o colpa nel caso in cui non vengono tenuti i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o sono tenuti in maniera irregolare o incompleta Per quanto riguarda la configurabilità del reato a titolo di colpa si veda la Sent. della Cass. n. 107958 del 18 marzo 1968. La Cassazione, in più occasioni, ha ammesso la possibilità del concorso di reati tra le due ipotesi delittuose.

Nel caso di “’omesso deposito” dei bilanci e delle scritture contabili e fiscali obbligatorie dolo o colpa (combinato disposto dell’art. 220 e 16 L.F.).

Elemento oggettivo
La condotta sanzionata dall’art. 10 cit. è solo quella, espressamente contemplata dalla norma, di occultamento o distruzione (anche solo parziale) delle scritture contabili obbligatorie e non anche quella della loro mancata tenuta, espressamente sanzionata in via meramente amministrativa dall’art. 9 del d.lgs. n. 471 del 1997 (Sez. 3, n. 38224 del 07/10/2010). In altre parole, la fattispecie criminosa dell’art. 10 presuppone l’istituzione della documentazione contabile (Sez. 3, Sentenza n. 38375 del 09/07/2015).

La condotta di occultamento di cui all’art. 10 del D.Lgs. 74/2000, consiste nella indisponibilità della documentazione da parte degli organi verificatori, sia essa temporanea o definitiva.

Il reato è integrato in tutti i casi in cui la distruzione o l’occultamento della documentazione contabile dell’impresa non consenta o renda difficoltosa la ricostruzione delle operazioni, rimanendo “escluso” solo quando il risultato economico delle stesse possa essere accertato in base ad altra documentazione conservata dall’imprenditore e senza necessità di reperire aliunde elementi di prova.

Secondo la dottrina prevalente, l’occultamento o la distruzione di più documenti determina la realizzazione di un unico reato laddove questi si riferiscano ad un medesimo periodo di imposta.

La condotta sanzionata dall’art. 216 L.F. è quella di sottrazione, distruzione o falsificazione, ovvero la tenuta in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari, mentre la condotta punita dall’art. 217 è l’omessa tenuta o la tenuta irregolare o incompleta. Tra le due ipotesi di reato – artt. 216 e 217 L.F. – ricorrono rilevanti differenze in ordine sia all’elemento oggettivo, sia a quello soggettivo. La bancarotta “fraudolenta” documentale è un reato di danno (pregiudizio per i creditori) e coinvolge nella condotta anche le scritture facoltative, mentre la bancarotta “semplice”, che concerne soltanto le scritture obbligatorie, è un reato di pericolo presunto.

La bancarotta “semplice” documentale prevede lo stesso trattamento sanzionatorio sia per l’imprenditore che non abbia affatto tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritte dalla legge, sia per quello che li abbia tenuti in modo irregolare[2] o incompleto[3]. In questa parificazione di condotte, agli effetti della pena, la Corte Costituzionale non ha ravvisato alcuna illegittimità costituzionale sotto il profilo della disparità di trattamento, assumendo che l’articolo 217 cpv. è reato di pericolo presunto (Corte Cost. 29 aprile 1975 n. 93).

La consumazione si protrae nel tempo fin quando si protrae la condotta omissiva, trattasi quindi di reato omissivo proprio, permanente.

Secondo la consolidata giurisprudenza, l’omessa o irregolare tenuta di scritture contabili pone in essere un reato di pericolo presunto[4] (inteso quale mera possibilità di lesione dell’interesse protetto) pertanto la violazione dell’obbligo della tenuta dei libri è punita di per séindipendentemente dalla possibilità della ricostruzione della contabilità attraverso documenti informali.

Infine, la condotta penalmente rilevante (per il combinato disposto di cui agli artt. 220 e 16 L.F.) è l’omesso deposito dei bilanci e delle scritture contabili e fiscali obbligatorie, entro tre giorni dall’ordine del Tribunale.

Oggetto materiale ed effetti della condotta
Le “scritture contabili” o i “documenti di cui è obbligatoria la conservazione” ai fini fiscali.

Le scritture contabili di cui è obbligatoria la conservazione comprendono non solo quelle formalmente istituite in ossequio a specifico dettato normativo, ma anche quelle obbligatorie in relazione alla natura ed alle dimensioni dell’impresa (es. libro cassa, scritture di magazzino, scadenzario et similia) nonché la corrispondenza posta in essere nel corso dei singoli affari, il cui obbligo di conservazione deve farsi risalire all’art. 22, comma 3, del D.P.R. n. 600/1973.

Nel caso in cui l’imputato deduca che le scritture contabili siano detenute da terzi e, tuttavia, non esibisca un’attestazione rilasciata dai soggetti stessi recante la specificazione delle scritture in loro possesso ovvero i medesimi si oppongano all’accesso o non esibiscano in tutto o in parte detta documentazione, il giudice penale può trarre il convincimento della effettiva tenuta della contabilità da parte di terzi da prove, anche dichiarative, ulteriori e diverse dalla citata attestazione (Sez. 3, Sent. n. 11479 del 26/06/2014).

La condotta deve determinare l’impossibilità di ricostruire i redditi o il volume d’affari.

Nel caso di bancarotta “fraudolenta” documentale i libri o le altre scritture contabili previsti a livello civile (in primis libro giornale e libro degli inventari ex art. 2214 cod. civ. (c.d. libri  assolutamente obbligatori), ma altresì le scritture contabili richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa (c.d. scritture relativamente obbligatorie)[5].

Nel caso di bancarotta “semplice” documentale i libri e le altre scritture prescritte dalla legge, ossia solo quelle “obbligatorie” (vedi infra Sez. 5, Sentenza n. 22593 del 20/04/2012).

Nel caso del reato che scaturisce dal combinato disposto dell’art. 220 e art. 16 L.F. i bilanci e le scritture contabili e fiscali “obbligatorie”.

L’omessa tenuta della contabilità può costituire bancarotta fraudolenta anziché la bancarotta semplice, ma è necessario provare che lo scopo dell’omissione, da parte del fallito, sia stato quello di recare pregiudizio ai creditori o procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto (dolo specifico), al pari di quanto richiesto per le condotte di sottrazione, distruzione o falsificazione (Sent. n. 11115 del 16 marzo 2015).

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SEQUESTRO COMPUTER I PRINCIPI DELLA SENTENZA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI Sentenza 20 luglio – 7 settembre 2017, n. 40963

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SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 20 luglio – 7 settembre 2017, n. 40963

QUESITO : Se sia inammissibile, per sopravvenuta carenza di interesse, il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti”. 

 

E’ ammissibile il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti, sempre che sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati”. 

 

 

 

I riferimenti alla copia dei dati ed al mantenimento della loro originaria integrità introdotti dalla legge n. 48 del 2008 riguardano le cosiddette copie-immagine (la cui integrità ed identità all’originale è assicurata dalla funzione crittografica di “hash” alla stregua di un’impronta) ed è evidente, dal momento che, riguardando la legge suddetta la criminalità informatica, l’acquisizione e conservazione del dato informatico deve assicurare la possibilità di successive analisi nello stato e nelle condizioni nelle quali esso si trovava all’interno del sistema attraverso la creazione, appunto, di un “clone”. 

Può peraltro verificarsi l’ipotesi in cui tale necessità non sia avvertita, essendo sufficiente la mera copia del contenuto del dato informatico mediante estrapolazione dello stesso in una copia priva delle suddette caratteristiche. 

Una simile distinzione è presente nel D.Lgs. n. 82 del 2005 (Codice dell’amministrazione digitale) laddove, nell’art. 1, oltre a distinguere, al comma 1, il “documento informatico” dal “documento analogico” (rispettivamente, nel comma 1, lett. p e p-bis) a seconda che la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti sia o meno inserita in un documento elettronico che ne contiene la rappresentazione informatica, definisce, nella lett. i-quater, la “copia informatica” di documento informatico (“il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento da cui è tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari”) e la distingue dal “duplicato informatico” di cui alla lett. i-quinquies (“il documento informatico ottenuto mediante la memorizzazione, sullo stesso dispositivo o su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del documento originario”), operando, peraltro, una analoga distinzione tra “copia informatica di documento analogico” e “copia per immagine su supporto informatico di documento analogico”, laddove la prima è “il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento analogico da cui è tratto” e la seconda “il documento informatico avente contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto”. 

Va tuttavia posto in evidenza che, sulla base delle disposizioni in precedenza esaminate e delle diverse esigenze investigative che rendono necessario il sequestro, la distinzione tra “copia-immagine” (o “clone”) e semplice copia non sembra sufficiente per definire i termini della questione, dovendosi anche distinguere i casi in cui la apprensione riguardi, essenzialmente, il dato informatico in relazione al suo contenuto, in quanto rappresentativo di atti o fatti, dunque quale vero e proprio documento, la cui particolarità è data soltanto dalle modalità di acquisizione e conservazione. 

  1. In definitiva, alla luce delle considerazioni sopra esposte, riguardo ai dati ed ai sistemi informatici possono verificarsi diverse situazioni, in precedenza individuate, rispetto alle quali il sequestro probatorio, secondo le diverse necessità, può colpire il singolo apparato, il dato informatico in sè, ovvero il medesimo dato quale mero “recipiente” di informazioni.

Se, per quanto riguarda la prima ipotesi, è indubbio che l’interesse ad ottenere la restituzione va riferito all’intero apparato o sistema in quanto tale, perchè specifico oggetto del sequestro, nella seconda, invece, la materiale apprensione riguarda il dato come cristallizzato nel “clone” identico all’originale e, perciò, da esso indistinguibile, perchè riversato nella “copia immagine” solo per preservarne l’integrità e l’identità alle condizioni in cui si trovava al momento del prelievo e consentire successive verifiche o accertamenti tecnici. 

In tale caso l’interesse alla restituzione riguarda, appunto, il dato in sè e non anche il supporto che originariamente lo conteneva o quello sul quale è trasferito il “clone”, sicchè la mera restituzione del supporto non può considerarsi come esaustiva restituzione della cosa in sequestro; e ciò trova conferma anche nella ricordata definizione di “sequestro” offerta dalla convenzione di Budapest. 

avvocato penalista a bolognaDiverso è invece il caso in cui un atto o un documento si presenti sotto forma di dato informatico, non rilevando, in tali casi, il dato in sè, bensì quanto in esso rappresentato, come avviene per i documenti cartacei, ben potendosi distinguere, in tali casi, le copie dall’originale, che in questo caso sarà rappresentato dal documento elettronico originariamente formato ed univocamente identificabile. 

  1. Se questa è, dunque, la distinzione che deve operarsi, è evidente che nei primi due casi ipotizzati non può trovare applicazione l’art. 258 c.p.p., che riguarda espressamente i documenti, mentre tale disposizione andrebbe considerata quando il dato informatico può essere ricondotto entro la nozione di atto o documento, nel qual caso andrebbero apprezzate le conclusioni cui è pervenuta la sentenza Tchmil.

Occorre però rilevare, a tale proposito, che la sentenza Tchmil non ha affatto preso in esame l’ipotesi, sulla quale parte della giurisprudenza successiva ha focalizzato l’attenzione, in cui il documento, sia esso informatico o di altro tipo, “trasferisca il proprio valore anche sulla copia”, venendo così in gioco l’interesse alla “disponibilità esclusiva del “patrimonio informativo”” cui fa riferimento l’ordinanza di rimessione, poichè esso non verrebbe meno con la mera restituzione fisica di quanto oggetto di sequestro. 

  1. E’ indubbio che, in tali casi, la restituzione non può considerarsi risolutiva, dal momento che la mera reintegrazione nella disponibilità della cosa non elimina il pregiudizio, conseguente al mantenimento del vincolo sugli specifici contenuti rispetto al contenitore, incidente su diritti certamente meritevoli di tutela, quali quello alla riservatezza o al segreto.

Vanno a tale proposito considerate le indicazioni fornite dalla Corte EDU, che anche le pronunce successive alla sentenza Tchmil hanno valorizzato, concernenti non soltanto il fattore tempo come parametro di valutazione della correttezza di un sequestro (come ricordato da Sez. 6, n. 53168 del 2016, Amores, cit. la quale richiama Corte EDU 07/06/2007, Smirnov c. Russia, nonchè Corte EDU 19/06/2014, Draghici c. Portogallo), ma anche il diritto alla libertà di espressione di cui all’art. 10 CEDU, in particolare, la tutela della segretezza delle fonti giornalistiche (Sez. 6, n. 24617 del 2015, Rizzo, cit., richiama Corte EDU, Grande Camera, 14/09/2010, Sanoma Uitgevers, B.V. contro Paesi Bassi, ma v. anche Corte EDU 19/01/2016, Gulcu c. Turchia), nonchè, con riferimento all’art. 8 della Convenzione, il diritto al rispetto della vita privata e familiare (Corte EDU, 22/5/2008, Ilya Stefanov c. Bulgaria; 02/04/2015, Vinci Construction et GTM Genie Civil et Services c. Francia). 

La Corte EDU ha tenuto dunque in considerazione la inevitabile incidenza degli atti di indagine aventi ad oggetto dati sensibili e, in un caso, ha espressamente evidenziato, riconoscendo la legittimità del procedimento, in una ipotesi di sequestro di documenti e file estratti da computer aziendali, la necessità di un pieno contraddittorio quanto ai documenti acquisiti e la possibilità di impugnare il sequestro davanti ad un giudice. 

Può in definitiva ritenersi che, in tali casi, nonostante la restituzione del supporto sul quale il dato è contenuto, permanga comunque un interesse all’impugnazione del provvedimento ablativo per la verifica della sussistenza dei presupposti applicativi. 

Deve tuttavia trattarsi di un interesse concreto ed attuale, specifico ed oggettivamente valutabile sulla base di elementi univocamente indicativi della lesione di interessi primari conseguenti alla indisponibilità delle informazioni contenute nel documento, la cui sussistenza andrà dimostrata, non potendosi ritenere sufficienti allo scopo generiche allegazioni. 

Deve conseguentemente affermarsi il seguente principio di diritto: 

E’ ammissibile il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del tribunale del riesame di conferma del sequestro probatorio di un computer o di un supporto informatico, nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti, sempre che sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati”.