Avvocato penalista

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

  1. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  2. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  3. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  4. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  5. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  6. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
  7. 1. Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  8. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  9. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  10. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
  11. 1. Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.

    REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa
  12. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
  13. 2. Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • *
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  14. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
  15. 1. In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
  16. 2. Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  17. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  18. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  19. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  20. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  21. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
  22. 1. Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
  23. 2. Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  24. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  25. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  26. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  27. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  28. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
  29. 1. LaL. 4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
  30. 2. Il successivoDecreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dallaL. 23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
  31. 3. Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dallaL. 19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
  32. 4. Infine, con ilDecreto Legge n. 93 del 2013, e la citataL. n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  33. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  34. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
  35. 1. Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  36. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
  37. 3. L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  38. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  39. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
  40. 4. Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo dellaL. n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  41. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  42. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  43. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  44. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
  45. 5. E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  46. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  47. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  48. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
  49. 1. Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  50. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  51. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  52. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  53. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  54. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  55. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agliarticoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
  56. 2. La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  57. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  58. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  59. 17
  60. 3. La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  61. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
  62. 4. Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  63. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  64. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  65. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  66. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  67. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  68. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  69. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
  70. 1. Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  71. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  72. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  73. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
  74. 2. I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  75. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
  76. 3. Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  77. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  78. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  79. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  1. 4. Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  2. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  3. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  4. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  5. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
  6. 5. La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  7. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  • Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  1. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  2. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
  3. 1. Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  4. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  5. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  6. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  7. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  8. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  9. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  1. A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  2. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  3. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  4. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  5. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  6. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
  7. 1. Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  8. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
  9. 2. In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  10. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
  11. 3. La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  12. CONSIDERATO IN DIRITTO
  13. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  14. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  15. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  16. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  17. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  18. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  19. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  20. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  21. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  22. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  23. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  24. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  25. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  26. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  27. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  28. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  29. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.

 

  1. REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONESEZIONI UNITE PENALIComposta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

    CASSANO Margherita – Presidente

    Dott. CAMMINO Matilde – Consigliere

    Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

    Dott. TARDIO Angela – Consigliere

    Dott. CIAMPI Francesco M. – Consigliere

    Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

    Dott. DI STEFANO Pierlui – rel. Consigliere

    Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

    Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere

    ha pronunciato la seguente:

  2. SENTENZA
  3. sul ricorso proposto da:
  4. (OMISSIS), nato a (OMISSIS);
  5. avverso la ordinanza del 09/07/2020 del Tribunale di Palermo;
  6. visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
  7. udita la relazione svolta dal componente Pierluigi Di Stefano;
  8. udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. GAETA Pietro, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;
  9. udito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
  10. RITENUTO IN FATTO
  11. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo disponeva nei confronti di (OMISSIS), indagato per il reato di maltrattamenti ex articolo 572 c.p.nei confronti della madre, la misura coercitiva di cui all’articolo 282-ter c.p.p. “divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, con le prescrizioni di mantenere la distanza di almeno 300 m dall’abitazione della madre…. e dalla stessa persona offesa ovunque si trovi…”, oltre al divieto di comunicazione con la medesima.
    • Il Tribunale di Palermo, decidendo sulla richiesta di riesame ex articolo 309 c.p.p., con provvedimento del 9 luglio 2020 confermava l’ordinanza applicativa della misura, rilevando innanzitutto la sussistenza di gravi indizi di abituali condotte vessatorie del (OMISSIS) nei confronti della madre con reiterate aggressioni verbali e fisiche, tali da mortificare la persona offesa e, poi, un serio rischio di prosecuzione di tali maltrattamenti, considerati i recentissimi accadimenti e l’indole violenta dell’indagato.
    • Riteneva, quindi, adeguata alla tutela della vittima la misura disposta che impediva il contatto diretto tra le parti, quanto alle prescrizioni del divieto di avvicinamento all’abitazione e alla persona offesa. Rispetto a quest’ultima prescrizione, valutate le specifiche deduzioni della difesa, il Tribunale considerava che, secondo la interpretazione corretta dell’articolo 282 ter c.p.p., non vi e’ necessita’ di specificazione dei luoghi di operativita’ del divieto, poiche’ in situazioni come quella in oggetto, caratterizzate dalla persistente ricerca di avvicinamento della vittima, il contatto ben puo’ avvenire anche al di fuori dei luoghi che potrebbero essere preventivamente individuati.
  12. Il difensore di (OMISSIS) ha proposto ricorso avverso tale ordinanza deducendo vari motivi di impugnazione.
  13. Rileva innanzitutto la nullita’ delle ordinanze di applicazione e conferma della misura cautelare, poiche’ e’ mancata un’autonoma valutazione” del materiale indiziario sia da parte del Giudice per le indagini preliminari che del Tribunale.
  14. Considera, poi, sulla scorta dal contenuto degli elementi indiziari che indica analiticamente, che la ricostruzione dei fatti oggetto della vicenda e’ erronea. Rileva che, essendo solo due gli episodi significativi verificatisi in quattro anni, non puo’ affermarsi che sia integrata una condotta abituale di maltrattamenti.
  15. Osserva che la motivazione sulla applicazione della misura cautelare e’ generica, perche’ non vi e’ stata l’indicazione dei luoghi determinati per i quali vige il divieto di avvicinamento. La misura disciplinata dall’articolo 282 ter c.p.p., richiede la indicazione specifica e dettagliata dei luoghi determinati ai quali il ricorrente non si deve avvicinare, non essendo sufficiente precludere l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  16. Il processo e’ stato assegnato alla Sesta Sezione Penale che ha disposto procedersi nelle forme del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, conv. con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176.
  17. Il Collegio, con ordinanza del 28 gennaio 2021, ha rimesso il procedimento a queste Sezioni Unite ravvisando sul tema posto dal secondo motivo di ricorso un contrasto nella applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1.
  18. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  19. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  20. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  21. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  22. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  23. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
    • Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  24. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
    • In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  25. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
    • La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  26. CONSIDERATO IN DIRITTO
  27. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  28. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  29. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  30. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  31. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  32. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  33. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  34. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  35. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  36. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  37. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  38. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  39. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  40. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  41. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  42. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  43. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
    • Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  44. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  45. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  46. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  47. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  48. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
    • La  4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
    • Il successivo Decreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dalla  23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
    • Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dalla  19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
    • Infine, con il Decreto Legge n. 93 del 2013, e la citata  n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  49. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  50. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
    • Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  51. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
    • L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  52. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  53. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
    • Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo della  n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  54. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  55. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., ord. n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  56. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  57. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
    • E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  58. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  59. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  60. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
    • Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  61. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  62. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  63. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  64. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  65. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  66. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agli articoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
    • La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  67. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  68. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  69. 17
    • La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  70. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
    • Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  71. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  72. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  73. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  74. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  75. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  76. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  77. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
    • Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  78. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  79. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  80. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
    • I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  81. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
    • U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  82. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  83. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  84. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  85. La stessa collocazione dell’articolo 282 ter c.p.p.(e dell’articolo 282 bis c.p.p.) tra la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria (articolo 282 c.p.p.) e quelle dell’obbligo e del divieto di dimora (articolo 283 c.p.p.) dimostra che il legislatore ha ritenuto che le relative prescrizioni facciano capo alle stesse tipologie di limitazioni ponendosi in una scala di graduazione delle misure disciplinate dagli articoli da 280 a 285 c.p.p..
    • Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  86. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  87. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  88. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  89. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
    • La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  90. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  91. Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  92. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  93. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
    • Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  94. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  95. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  96. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  97. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  98. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  99. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  100. La prescrizione del divieto di avvicinamento alla persona offesa impone all’indagato di non cercare il contatto con la stessa con la conseguenza che, persino in ipotesi d’incontro casuale, il soggetto, acquisita la consapevolezza della presenza della persona offesa, e’ tenuto ad allontanarsi, ripristinando la distanza determinata a lui imposta.
    • Si consideri, poi, che trattandosi di misure coercitive inserite nel corpo del codice insieme alle altre, in assenza di divieti legislativi, valgono le regole generali: la misura e’, in astratto, applicabile per qualsiasi reato e per tutte le esigenze cautelari previste dall’articolo 274 c.p.p..
  101. E’ indubbio che l’articolo 282 ter c.p.p., contempla una misura cautelare legata da “un rapporto privilegiato” con il delitto di atti persecutori e, quindi, volta ad attuare la protezione del “soggetto debole”. E’ altrettanto pacifico che la disposizione e’ destinata a trovare applicazione anche a reati “affini” al delitto di cui all’articolo 612 bis c.p., come, ad esempio, i delitti di maltrattamenti, di lesioni aggravate, altri reati con minaccia e violenza nei confronti della data vittima, ben ipotizzabili in uno stadio di condotte persecutorie che non abbiano realizzato l’evento richiesto per l’articolo 612 bis c.p.(neanche allo stadio di tentativo).
    • Non vi e’, pero’, ragione di escludere l’adozione della misura per reati obiettivamente di altra natura in cui risulta necessario tutelare la persona da aggressioni mirate.
  102. Quindi, non potra’ mai ritenersi la misura formalmente applicabile esclusivamente per reati astrattamente conformi alla ratio normativa del I Decreto Legge n. 11 del 2009, come, invece, affermato da Sez. 4, n. 2147 del 13/01/2021, Macellaro, Rv. 28048. Non vi e’ alcun dubbio che la legge abbia introdotto la nuova misura avendo di mira determinate materie, ma la stessa legge ha in modo altrettanto indiscutibile scelto di inserire la disposizione nella materia generale delle misure coercitive senza alcuna limitazione.
  103. In conclusione, al quesito deve essere data la seguente risposta:
  104. “il giudice che ritenga adeguata e proporzionata la sola misura cautelare dell’obbligo di mantenere una determinata distanza dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p., comma 1) puo’ limitarsi ad indicare tale distanza.
  105. Nel caso in cui, al contrario, nel rispetto dei predetti principi, disponga, anche cumulativamente, le misure del divieto di avvicinamento ai luoghi da essa abitualmente frequentati e/o di mantenimento della distanza dai medesimi, deve indicarli specificamente”.
  106. Passando, quindi, alla decisione del caso specifico, il ricorso deve essere rigettato.
    • Il primo motivo e’ generico nella prima parte in cui ripropone il tema della nullita’ della ordinanza di applicazione della misura per assenza di “autonoma valutazione” degli indizi e delle esigenze cautelari da parte del G.i.p. Difatti, il Tribunale, nel confermare l’ordinanza, ha dato atto del suo contenuto adeguato rispetto alla previsione dell’articolo 292 c.p.p., e il ricorso, senza alcun riferimento al contenuto concreto della prima ordinanza, si limita al richiamo delle disposizioni applicabili, affermando apoditticamente che sarebbero state violate. Lo stesso motivo, nella seconda parte, non rispetta i limiti di deducibilita’ del vizio di motivazione nel giudizio di legittimita’, in quanto, senza segnalare carenze o significativi errori logici della motivazione dell’ordinanza impugnata, propone, con argomentazioni peraltro prive di collegamento al caso concreto, una non consentita rilettura e diversa valutazione del materiale indiziario.
    • Il secondo motivo, che denuncia la violazione di legge e la generica motivazione dell’ordinanza del Tribunale del riesame per la mancata indicazione dei luoghi rispetto ai quali era stato disposto il divieto di avvicinamento, e’ infondato per gli argomenti sopra svolti, considerato che la difesa contesta in radice la ammissibilita’ di un provvedimento che precluda l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  107. Il provvedimento adottato, difatti, nel pieno rispetto dell’articolo 282 ter c.p.p., ha previsto il divieto di avvicinamento all’abitazione della persona offesa, luogo noto al ricorrente, nonche’ il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“… mantenere la distanza di almeno trecento metri dalla S. in qualunque luogo la stessa si trovi”).
  108. Q.M.
  109. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
  110. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

STALKING – REVENGE PORN ART 612 BIS -612 TER CODICE PENALE

STALKING – REVENGE PORN ART 612 BIS -612 TER CP


ESAMINIAMO DUE IPOTESI DI REATO LO STALKING E IL REVENGE PORNO, QUEST’ULTIMO RECENTEMENTE INTRODOTTO

Art. 612 bis Atti persecutori
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita 4.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici 5.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio

Art. 612 ter Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti
Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.
La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.
La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 14/04/2021, n. 19372 (rv. 281208-01)
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REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Atti persecutori – Aggravante di cui all’art. 61, comma primo, n.11-quinquies, cod. pen. – Applicabilità – Esclusione – Ragioni
L’aggravante del fatto commesso in presenza di un minore o di persona in stato di gravidanza, di cui all’art. 61, comma primo, n. 11-quinquies cod. pen. non è applicabile al reato di atti persecutori, essendo prevista solo per i delitti non colposi contro la vita e l’incolumità personale e contro la libertà personale, tra i quali non rientra il reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO LECCE, 28/10/2020)

Cass. pen., Sez. Unite, 15/07/2021, n. 38402
La fattispecie del delitto di omicidio, realizzata a seguito di quella di atti persecutori nei confronti della medesima vittima, contestata e ritenuta nella forma di delitto aggravato ai sensi degli artt. 575, 576, comma 1, n. 5.1, c.p., punito con la pena edittale dell’ergastolo, integra, in ragione dell’unitarietà del fatto, un reato complesso ai sensi dell’art. 84, primo 1, c.p.
Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/05/2021, n. 30545 (rv. 281604-01)
REATO – Circostanze – Attenuanti comuni – Attenuanti generiche – Diniego – Offese riguardanti l’identità di genere o l’orientamento sessuale – Legittimità – Ragioni – Fattispecie
E’ legittimo il diniego delle circostanze attenuanti generiche motivato dall’essere la condotta, anche se dettata da motivi di gelosia, mirata a colpire la vittima nella sua identità di genere e/o a causa dell’orientamento sessuale, attesa la particolare gravità delle offese discriminatorie o denigratorie di tale identità.(Fattispecie in tema di atti persecutori). (Rigetta, CORTE APPELLO TORINO, 24/07/2020)

Cass. pen., Sez. V, 10/05/2021, n. 27909
E’ configurabile il delitto di stalking nel caso in cui la vittima, per le reiterate molestie subite mediante continui approcci ispirati da una logica di assillante velleità da pseudo-innamoramento o corteggiamento, manifesti un perdurante e grave stato d’ansia e sia costretta a modificare le proprie abitudini di vita, sicché si configura il delitto di cui all’art. 612 bis c.p., solo qualora le condotte molestatrici siano idonee a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita, mentre sussiste il reato di cui all’art. 660 c.p., ove le molestie si limitino ad infastidire la vittima del reato.

ART 570 CP omesso versamento dell’assegno di mantenimento BOLOGNA PROCESSO

ART 570 CP omesso versamento dell’assegno di mantenimento

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570, comma primo, c.p., in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio.

Cass. pen., Sez. VI, 30/09/2020, n. 28774

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570, comma primo, c.p., in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 30/09/2020, n. 36207 (rv. 280180-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – Momento consumativo del reato – Omessa corresponsione dell’assegno divorzile – Punibilità ex art.12-sexies, legge n. 898 del 1970 – Rapporto con il reato previsto all’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen. – Concorso formale – Configurabilità

Sussiste concorso formale eterogeneo, e non rapporto di consunzione, fra il delitto previsto dall’art. 12-sexieslegge 1 dicembre 1970, n. 898, e quello previsto dall’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen. in quanto l’art. 12-sexies fornisce tutela penale all’inadempimento dell’obbligo di natura economica imposto dal giudice civile, mentre l’art. 570, comma secondo, n. 2 cod. pen. preserva l’interesse a garantire al minore i mezzi di sussistenza, ove la loro mancanza determini lo stato di bisogno. (Rigetta, CORTE APPELLO TORINO, 13/09/2019)

Cass. pen., Sez. VI, 06/05/2021, n. 24555

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570, primo comma, c.p., come quella prevista dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età. Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570, primo comma, c.p., che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale, ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 04/11/2020, n. 1879 (rv. 280584-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – In genere – Adempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno alimentare – Configurabilità del reato – Condizioni

Integra la fattispecie delittuosa prevista dal comma secondo, n. 2 dell’art. 570 cod. pen. anche l’inadempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno alimentare quando le somme versate non consentano ai beneficiari di far fronte alle loro esigenze fondamentali di vita, quali vitto, alloggio, vestiario ed educazione. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO CATANZARO, 26/11/2018)

Tribunale Udine, Sentenza, 21/04/2021, n. 687

Se è vero che il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2 c.p., costituente fattispecie autonoma e non circostanza aggravante, non ricorre in ogni caso di mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in sede di separazione o di divorzio, esso è peraltro pienamente integrato dall’omessa od insufficiente contribuzione, protrattasi per un arco temporale apprezzabile, cui consegua il venir meno dei mezzi di sussistenza in capo agli offesi, vale a dire di ciò che è indispensabile alle basilari esigenze di vita, tra le quali vanno annoverati il vitto, l’alloggio, il vestiario, le spese mediche e dentistiche, le spese per l’educazione e l’istruzione dei figli, comprensive anche delle attività formative extrascolastiche. Deve altresì osservarsi come entrambi i genitori siano tenuti ad ovviare alle esigenze dei figli non ancora in grado di procurarsi autonomamente un reddito, poiché lo stato di bisogno di questi ultimi non è escluso qualora sia l’altro genitore a farsene carico, nel caso in cui non sia in condizione di farvi fronte con mezzi ordinari e debba incorrere in privazioni e rinunzie oppure fare ricorso al credito o all’ausilio non occasionale di soggetti terzi; l’obbligo di contribuzione permane qualsiasi siano le vicissitudini dei rapporti familiari e dunque anche nel caso in cui l’imputato formi un nuovo nucleo familiare o contragga nuovi obblighi economici.

In tema di reati contro la famiglia, ed in particolare di reati tra coniugi, occorre di volta in volta verificare se la condotta irrispettosa dell’un coniuge verso l’altro abbia carattere meramente estemporaneo ed occasionale, nel senso che sia solo l’espressione reattiva di uno stato di tensione, che comunque può sempre verificarsi nella vita di coppia, nel qual caso si dovrà eventualmente fare richiamo a figure criminose estranee ai delitti contro la famiglia e rientranti tra quelli contro la persona, oppure se la detta condotta si concreti nella inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge, obbligo che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che ha la finalità di garantire che l’altro coniuge – in caso di difficoltà – non sia mai lasciato solo a se stesso, nel qual caso si versa nell’ipotesi delittuosa di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen; oppure, ancora, se la condotta anti doverosa assuma connotati di tale gravità da costituire, per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali, nel qual caso l’ipotesi delittuosa configurabile è quella di maltrattamenti di cui all’art. 572 cod. pen..

Tribunale Napoli, Sez. V, Sentenza, 28/01/2021, n. 776

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, in relazione alle ipotesi di adempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento dei figli minori, se esso non integra sempre il reato di cui all’art. 570 c.p., poiché la norma non fa riferimento a singoli mancati o ritardati pagamenti, bensì ad una condotta di volontaria inottemperanza con la quale il soggetto agente intende specificamente sottrarsi all’assolvimento degli obblighi imposti con la separazione, allo stesso tempo tale condotta è indice significativo e probante, ove accompagnato da un comportamento oggettivamente esprimente un “disinteresse” per le sorti della famiglia ed, in particolare, dei figli minori, della sussistenza del reato.

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

Nel delitto di atti persecutori, che è reato abituale, il termine finale di consumazione, nel caso di contestazione cosiddetta aperta, coincide con quello della pronuncia della sentenza di primo grado, che cristallizza l’accertamento processuale e dal quale decorre il termine di prescrizione del reato in mancanza di una specifica contestazione che delimiti temporalmente le condotte frutto della reiterazione criminosa. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 24/09/2020)
In relazione al reato di atti persecutori (stalking) e all’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, le videoriprese registrate in luogo di pertinenza condominiale sono videoriprese non effettuate dalla polizia giudiziaria e non possono essere assimilate, quanto ai presupposti di ammissibilità, ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, di cui all’art. 266 c.p.p., sicché nel caso di immagini registrate derivanti da videoregistrazioni provenienti da privati, installate a fronte anche di esigenze di sicurezza delle parti comuni, poi acquisite come documenti ex art. 234 c.p.p., e non quale prova atipica, i fotogrammi estrapolati da detti filmati non possono essere considerati prove illegittimamente acquisite e non ricadono nella sanzione processuale di inutilizzabilità.

L’attenuante della provocazione è incompatibile con il delitto di atti persecutori, che è reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione nel tempo di comportamenti antigiuridici di analoga natura, in quanto quella che si vorrebbe prospettare come una reazione emotiva ad un fatto ingiusto costituisce, in realtà, espressione di un proposito di rivalsa e di vendetta al quale l’ordinamento non può dare riconoscimento alcuno. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO MESSINA, 08/07/2019) In tema di liquidazione equitativa del danno morale conseguente al reato di atti persecutori, è sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c., norma di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale, e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, la valutazione del giudice di merito che non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”. La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento. Nel consegue che, allorché non siano indicate le ragioni dell’operato apprezzamento e non siano richiamati gli specifici criteri utilizzati nella liquidazione, la sentenza incorre sia nel vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6) sia nel vizio di violazione dell’art. 1226 c.c. Integra il delitto di atti persecutori la reiterata ed assillante comunicazione di messaggi di contenuto persecutorio, ingiurioso o minatorio, oggettivamente irridenti ed enfatizzanti la patologia della persona offesa, diretta a plurimi destinatari ad essa legati da un rapporto qualificato di vicinanza, ove l’agente agisca nella ragionevole convinzione che la vittima ne venga informata e nella consapevolezza, della idoneità del proprio comportamento abituale a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO FIRENZE, 16/09/2019) Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse). (Rigetta, CORTE APPELLO TRIESTE, 04/03/2019) In tema di atti persecutori, l’evento, consistente nell’alterazione delle abitudini di vita o nel grave stato di ansia o paura indotto nella persona offesa, deve essere il risultato della condotta illecita valutata nel suo complesso, nell’ambito della quale possono assumere rilievo anche comportamenti solo indirettamente rivolti contro la persona offesa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che fossero state legittimamente valutate non solo le minacce o molestie rivolte alla persona offesa dall’imputato, dopo l’interruzione di una relazione extraconiugale, ma anche le minacce e le denunce calunniose proposte nei confronti del marito e del padre della persona offesa, in quanto si inserivano nell’unitaria condotta persecutoria). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO PALERMO, 28/11/2019)
In tema di atti persecutori, ai fini della irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612-bis, comma quarto, cod. pen., è necessario che nella imputazione sia contestato in modo chiaro e preciso che la condotta è stata realizzata con minacce reiterate ed integranti i caratteri della circostanza aggravante di cui all’art. 612, comma secondo, cod. pen. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 03/02/2020)

ARRESTO BOLOGNA MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

ARRESTO BOLOGNA MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

PER APPUNTAMENTI 051 6447838

È noto che il nostro sistema processuale – in ordine ai criteri da seguire nella valutazione delle dichiarazioni testimoniali – ha sempre rinunciato ad adottare una soluzione presuntiva, che comportasse la prevalenza automatica di una dichiarazione sull’altra, o la neutralizzazione delle opposte dichiarazioni, sicché la prova dei reato ben può essere desunta anche da una sola testimonianza. Per costante giurisprudenza le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (così da ultima Sez. 5, Sentenza n. 1666 del 08/07/2014).

La Suprema Corte a Sez. U. (Sentenza n. 41461 del 19/07/2012) ribadendo che le regole dettate dall’art. 192, comma terzo, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, ha altresì precisato come, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile (e sia, perciò, portatrice di una specifica pretesa economica la cui soddisfazione discenda dal riconoscimento della responsabilità dell’imputato) può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi, imponendo ai giudici di merito di spiegare – tenendo doverosamente ed accuratamente conto di tutti gli elementi emersi nel corso del processo – con iter argomentativo esaustivo, logico, correttamente sviluppato e saldamente ancorato all’esame delle singole emergenze processuali, le ragioni per le quali le dichiarazioni rese dalla persona offesa dal reato, siano da ritenere intrinsecamente e oggettivamente attendibili e di dimostrare che trovano univoci e significativi elementi di convergenza negli altri elementi investigativi acquisiti.

Ad esempio, il controllo di attendibilità più rigoroso, fino a valutare l’opportunità di richiedere i riscontri esterni, è stato richiesto per le motivazioni economiche che potevano muovere la parte civile, o quando la persona offesa, in quanto vittima di una serie di prevaricazioni e discriminazioni da parte degli imputati, nutriva nei loro confronti forti risentimenti (Sez. 6, Sentenza n. 33162 del 03/06/2004).

In primo luogo è necessario, innanzitutto, procedere al giudizio di credibilità soggettiva (anche alla luce dei successivi elementi di fatto, non conosciuti al momento del rinvio a giudizio ed emersi in dibattimento); successivamente, verificare l’intrinseca consistenza e le caratteristiche delle dichiarazioni del dichiarante.

L’esame va compiuto in questo ordine non per applicare meccanicamente alla persona offesa la giurisprudenza di legittimità in materia di valutazione della chiamata in correità, ma perché non si può procedere ad una valutazione unitaria della testimonianza della persona offesa e degli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla testimonianza in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa.

La credibilità della persona offesa secondo la giurisprudenza va verificata in relazione, tra l’altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, ai suo passato, ai rapporti con l’imputato ed alla genesi remota e prossima della sua denuncia.

In primo luogo occorre considerare che il racconto della persona offesa, che non si è costituita parte civile, è stato lineare e scevro da giudizi che facciano trasparire una particolare acredine della stessa. In secondo luogo, come si è detto, si deve verificare l’intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del testimone, alla luce di criteri individuati dalla giurisprudenza quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; solo al termine di questa verifica il giudice deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni.

Nel caso di specie, non vi sono subbi in ordine all’attendibilità intrinseca della denunciante che ha reso dichiarazioni precise e prive di contraddizioni o incongruenze.

Si tenga, peraltro conto, che la stessa persona offesa ha riferito l’accaduto anche alla dottoressa del centro antiviolenza e ai genitori, i quali hanno potuto,non solo raccogliere le sue confidenze, ma riscontrare i segni di violenza sulla sua persona e per quanto attiene ai genitori assistere anche a qualche fatto. Vi sono inoltre i certificati medici in atti e il verbale di arresto.

In conclusione, per tutti gli elementi esposti, non vi sono dubbi in ordine all’attendibilità della persona offesa, nonostante le sue dichiarazioni non siano state rese nel contraddittorio delle parti.

LA RESPONSABILITA’ DELL’IMPUTATO PER IL REATO DI CUI AL CAPO A)

In ordine al capo a) occorre osservare che la fattispecie di cui all’art. 572 c.p. richiede, com’è noto, una condotta di violenza e di abuso fisico e/o di vessazioni e soprusi anche di carattere morale che venga reiterata per un tempo sufficientemente prolungato.

I maltrattamenti fisici devono consistere in atti di violenza non necessariamente produttivi di lesioni, bastando anche condotte di mere percosse.

Quanto alle vessazioni di carattere morale, è stato sottolineato in giurisprudenza che il reato non richiede il compimento di una serie di atti che, considerati singolarmente, costituiscano di per sé reato; la condotta, infatti, può consistere anche in una pluralità di comportamenti che solo valutati nella loro unitarietà e complessità determinino la lesione dei bene giuridico tutelato.

Nella valutazione di tali condotte il giudice dovrà verificare se l’agente abbia, o meno, tenuto nei confronti della persona offesa un atteggiamento di prevaricazione, di prepotenza e di disprezzo, così contravvenendo anche al minimo dovere di mutuo rispetto che caratterizza i rapporti familiari.

La abitualità, come già anticipato, deve valutarsi in rapporto alla reiterazione delle suddette condotte per un minimum sufficiente, da valutarsi anche in rapporto alla durata del rapporto che ha legato l’autore del reato e la persona offesa, e tale che il reato possa considerarsi consumato solo se la condotta si sia protratta per un tempo che il giudice ritenga sufficientemente congruo ai fini della verificazione della offesa tipizzata.

L’elemento psicologico del reato è costituito dal dolo generico, non richiedendosi che l’autore della condotta abbia come fine intenzionale quello di maltrattare e umiliare la persona offesa. È sufficiente, cioè, che egli abbia la consapevolezza e la volontà dei singoli atti di maltrattamento e della loro reiterazione. Il dolo di cui all’art. 572 c.p. è cioè coscienza e volontà di sottoporre il soggetto passivo ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale e continuativo.

L’elemento unificatore dei vari episodi è costituito da un dolo unitario che abbraccia le diverse azioni e che consiste nella inclinazione della volontà ad una condotta oppressiva e prevaricatoria che si va via via realizzando e confermando di modo che il colpevole accetta di compiere le singole sopraffazioni con la consapevolezza di persistere in una attività illecita posta in essere già altre volte.

Si ricorda che, secondo la Cassazione, l’oggetto giuridico del delitto di maltrattamenti non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari; tuttavia, deve escludersi che la compromissione del bene protetto si verifichi in presenza di semplici fatti che ledono ovvero mettono in pericolo l’incolumità personale, la libertà o l’onore di una persona della famiglia, essendo necessario, per la configurabilità del reato, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile (Sez. 6, Sentenza n. 15680 del 28/03/2012 Sez. 6, Sentenza n. 27048 del 18/03/2008 Cass. Sez. 6, Sentenza n. 37019 del 27/05/2003: in motivazione, la Corte ha precisato che fatti episodici lesivi di diritti fondamentali della persona, derivanti da situazioni contingenti e particolari, che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, non integrano il delitto di maltrattamenti, ma conservano la propria autonomia di reati contro la persona).

Il delitto di cui all’art. 572 c.p. costituisce un’ipotesi paradigmatica di reato abituale, per il cui perfezionamento non sono sufficienti singoli, sporadici episodi di percosse o lesioni, slegati tra loro, occorrendo, invece, una reiterazione di condotte vessatorie, lesive dell’integrità fisica, della libertà o della dignità della persona, tali da determinare, nella vittima, uno stato prostrazione permanente, caratterizzato da sofferenze, umiliazioni e privazioni continue ed ininterrotte (cfr., tra le altre, Casso pen., sez. IV, 4.12.2003, n. 7192).

Nel caso di specie, le condotte poste in essere dall’imputato, come già anticipato, sono consistite sia in offese verbali, sia in percosse e lesioni che, reiterate nel tempo per quasi tre anni, hanno determinato nella persona offesa uno stato di prostrazione e paura.

La persona offesa nel caso di specie ha subito svariate offese sia verbali che fisiche che si sono intensificate nel tempo fino al cessare della convivenza ed è vissuta in un costante stato di ansia che l’ha costretta ad abbandonare l’abitazione da lei affittata unitamente alle bimbe, per recarsi dai genitori.

Questa costante paura per le reazioni che l’imputato poteva avere nei confronti della sig.ra M. è stata descritta anche dalla madre della persona offesa che è più volte intervenuta in difesa della figlia e dal padre, che ha preferito accompagnare la figlia a casa, per non lasciarla andare da sola (v. episodio descritto da M.G.).

Dalla reiterazione delle condotte cosìs descritte e dal loro protrarsi per un ampio lasso temporale risulta integrato senza dubbio il dolo del reato contestato nell’accezione supra illustrata.

LA RESPONSABILITA’ DELL’IMPUTATO PER IL REATO DI CUI AL CAPO B)

Risultano integrati anche tutti gli elementi costitutivi del capo b).

Innanzitutto vi è la privazione della libertà personale della persona offesa, che è stata chiusa nella terrazza della sua abitazione con impossibilità a farvi rientro.

Quanto alla durata della compromissione della libertà, la stessa è stata pari a 15 – 20 minuti, pertanto per un tempo apprezzabile e in ogni caso finchè sono intervenute le Forze dell’ordine, in quanto l’imputato si è rifiutato di far accedere in casa la sig.ra M..

Dal comportamento dell’imputato, anche attesa il rifiuto di aprire la porta che dava sulla terrazza, deriva la coscienza e la volontà di porre in essere la condotta descritta.

LA DETERMINAZIONE DELLA PENA

Non sono emersi elementi per riconoscere all’imputato le circostanze attenuanti generiche.

Al contrario, il contegno dell’imputato anche in occasione dell’arresto e il protrarsi delle condotte anche dopo lo stesso giustificano una pena base per il reato di cui al capo a) pari a 2 anni e 6 mesi di reclusione, aumentata per la continuazione con il capo b) a 2 anni e 7 mesi di reclusione.

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Cass. pen. Sez. VI Sent., 15/01/2020, n. 8144 rv. 278357-01

… (In motivazione, la Corte ha precisato che il giudizio civile di disconoscimento della paternità non è pregiudiziale rispetto a quello penale, producendo effetti in tale ambito solo “ex nunc” e non “ex tunc”, in quanto l’obbligazione cui fa riferimento l’ art. 572 cod. …

Corte d’Appello Napoli Sez. III Sent., 10/01/2020

… In tema di reati contro la famiglia, il malmenare con schiaffi e calci ed il lancio di sigarette accese addosso, accompagnati dal ricorso ad ingiurie, minacce e prevaricazioni, che determinano nella persona offesa mortificazioni e sofferenze psicofisiche tali da lederne il decoro e la dignità personale, non possono considerarsi come una normale manifestazione di contrasti tra coniugi, ma piuttosto come una serie abituale di atti vessatori, la cui protrazione in un arco temporale di diversi anni colora di abitualità la condotta stessa, secondo il paradigma normativo dell’ art. 572 c.p.. …

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Corte d’Appello Lecce Taranto Sent., 03/10/2019

… In merito alla configurabilità del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. anche la convivenza pregressa, nell’ipotesi di coniugi separati, è condizione idonea a giustificare l’accertamento del reato, per la persistenza dei vincoli di solidarietà che ne conseguono. …

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Ancona Sent., 27/09/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. è costituito da una condotta abituale che si estrinseca con più atti, delittuosi o meno, che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi ma collegato da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa, quella di ledere l’integrità fisica o il patrimonio morale della vittima, ossia di infliggere abitualmente tali sofferenze. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Frosinone Sent., 23/09/2019

… Il delitto di maltrattamenti in famiglia di cui all’ art. 572 c.p. costituisce reato abituale che si manifesta in una pluralità di atti che si estrinsecano in sofferenze fisiche e morali arrecate alla vittima, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo, infliggendogli abitualmente tali sofferenze. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Corte d’Appello Lecce Sent., 20/09/2019

… L’elemento soggettivo del reato di maltrattamenti in famiglia, p. e p. dall’ art. 572 c.p., è il dolo generico, non richiedendosi che l’agente sia animato da alcun fine di maltrattare la vittima, bastando la coscienza e la volontà di sottoporre la stessa alla propria condotta abitualmente offensiva. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Genova Sez. I Sent., 01/07/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. integra un reato abituale che richiede, sotto il profilo oggettivo, il compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria che determinino sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Genova Sez. I, Sent., 01/07/2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. VI, 25/06/2019, n. 37628

… L’assenza di una anche solo iniziale materiale convivenza, non esclude che la situazione di condivisa genitorialità derivante dalla filiazione possa produrre le condizioni per l’applicabilità dell’ art. 572 c.p., se la filiazione non è stata un esito occasionale dei rapporti sessuali ma – almeno nella fase iniziale del rapporto – si è instaurata una significativa relazione di carattere sentimentale, tale da ingenerare l’aspettativa di un vincolo di solidarietà personale autonoma rispetto ai vincoli giuridici derivanti dalla filiazione. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 25/06/2019) 11/09/2019, n. 37628

5 Conformi 4 Collegate

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Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Ancona Sent., 17/06/2019

… Con la previsione di cui all’ art. 572 c.p., il legislatore ha attribuito particolare disvalore soltanto alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita oggettivamente caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana; …

Sentenza di riferimento: Corte d’Appello Ancona Sent., 17/06/2019

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Palermo Sez. IV Sent., 14/06/2019

… La materialità del delitto di cui all’ art. 572 c.p. si concreta in una serie di atti lesivi dell’integrità fisica o della libertà o del decoro del soggetto passivo nei confronti del quale viene posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica tale da rendere particolarmente dolorosa la stessa convivenza. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. III, 12/06/2019, n. 43701

… Ai fini della sussistenza del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ( art. 572 , c.p.) è sufficiente che fra i soggetti, attivo e passivo, del reato si sia instaurata una relazione caratterizzata, al di là di un effettivo vincolo parentale, da un rapporto di comunità familiare che il legislatore ha ritenuto di dover tutelare atteso che il richiamo contenuto nell’ art. 572 c.p., al concetto di “famiglia” deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, anche in assenza di una stabile convivenza. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Cass. pen. Sez. VI, 11/06/2019, n. 32781

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… Anche comportamenti fisicamente non violenti, che si arrestano alla soglia della minaccia, raggiungono la soglia della rilevanza penale ai fini del reato di cui all’ art. 572 c.p. quando si collochino in una più ampia e unitaria condotta abituale idonea ad imporre alla vittima un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile. … E’, dunque, essenziale, ai fini della ricostruzione del reato di maltrattamenti di cui all’ art. 572 c.p., l’accertamento dell’abitualità e ripetitività della condotta lungo un ambito temporale rilevante senza che la valutazione di offensività possa arrestarsi a fronte di condotte che non culminino in veri e propri atti di aggressione fisica. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 11/06/2019) 22/07/2019, n. 32781

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Pescara Sent., 28/05/2019

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… Integra gli estremi del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. la sottoposizione dei familiari ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi sofferenze, privazioni, umiliazioni che costituiscono fonte di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Pescara Sent., 28/05/2019

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Napoli Sez. V Sent., 17/05/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e nella volontà di sottoporre il soggetto passivo ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la personalità della vittima. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. VI Sent., 16/05/2019, n. 4121 rv. 278194-02

… In tema di maltrattamenti in famiglia seguiti da lesioni o morte della vittima, l’espressione “derivare” di cui all’ art. 572 , comma terzo, cod. pen. deve essere interpretata in relazione ai principi posti dall’ art. 41 cod. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Tribunale Vicenza Sent., 05/04/2019

… L’elemento psicologico del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. è costituito dal dolo generico, non richiedendosi che l’autore della condotta abbia come fine intenzionale quello di maltrattare e umiliare la persona offesa. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Vicenza Sent., 05/04/2019

ART 572 CP ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO DIFENDE

ART 572 CP ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO DIFENDE

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da tre a sette anni [c.p. 29, 31, 32] 2.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità come definita ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero se il fatto è commesso con armi 3.

[La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di persona minore degli anni quattordici] 4.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave [c.p. 583], si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di cui al presente articolo si considera persona offesa dal reato 5.

1 Articolo così sostituito dalla lettera d) del comma 1 dell’art. 4, L. 1 ottobre 2012, n. 172.

Il testo precedentemente in vigore, del quale la Corte costituzionale, con sentenza 13-19 gennaio 1972, n. 3 (Gazz. Uff. 26 gennaio 1972, n. 23), aveva dichiarato, tra l’altro, non fondata la questione di legittimità in combinato disposto con l’art. 235 c.p.p., in riferimento all’art. 13 Cost., era il seguente: «Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.».

2 Comma così modificato dall’art. 9, comma 2, lett. a), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

Il testo precedentemente in vigore era il seguente:

«Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.».

3 Comma inserito dall’art. 9, comma 2, lett. b), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

4 Comma abrogato dall’art. 1, comma 1-bis, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

L’art. 1, comma 1, del citato decreto-legge n. 93/2013, prima della sua conversione in legge, aveva disposto che, nel presente comma, dopo la parola: «danno» le parole «di persona minore degli anni quattordici» fossero sostituite dalle seguenti: «o in presenza di minore degli anni diciotto».

5 Comma aggiunto dall’art. 9, comma 2, lett. c), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

Al di là della lettera della norma incriminatrice il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’ art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte), in danno di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. …

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LIBERATI Giovanni – Presidente –

Dott. GALTERIO Donatella – rel. Consigliere –

Dott. CERRONI Claudio – Consigliere –

Dott. SEMERARO Luca – Consigliere –

Dott. NOVIELLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 19/04/2018 della CORTE APPELLO di BOLOGNA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. LUCA SEMERARO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. SECCIA DOMENICO che conclude per l’inammissibilità del ricorso.

udito il difensore, avv. Giuseppe Gliatta.

Il difensore presente insiste nei motivi di ricorso esposti e chiede l’annullamento della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo

1. La Corte di appello di Bologna, con la sentenza del 19 aprile 2018, ha confermato la condanna alla pena di anni 7 di reclusione inflitta a P.G. dal Tribunale di Ravenna il 21 luglio 2017 per i reati ex art572 c.p. e art. 61 c.p., n. 11-quinquies (capo a: in (OMISSIS)), artt. 582 e 585 c.p. (capo b: in (OMISSIS)), artt. 1 cpv. e 609-bis c.p. (capo c: in (OMISSIS), in epoca antecedente e prossima al (OMISSIS)) commessi ai danni della moglie L.G.A..

2. Il difensore di P.G. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Bologna del 19 aprile 2018.

2.1. Con il primo motivo si deducono i vizi ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione all’art. 16 c.p.p., comma 1 e art. 586 c.p.p., per la violazione delle norme processuali in tema di competenza territoriale. Si critica la decisione della Corte di Appello che ha confermato il rigetto dell’eccezione di incompetenza per territorio, determinata dalla connessione, sollevata dal ricorrente tempestivamente, anche mediante l’allegazione dei verbali delle sommarie informazioni testimoniali della persona offesa, e ribadita con l’atto di appello. Secondo il ricorrente la competenza del Tribunale di Parma, o in subordine di Cosenza, emergerebbe dalla lettura congiunta dei capi di imputazione a) e c), dalle sommarie informazioni rese nelle indagini preliminari dalla persona offesa, dall’ordinanza cautelare e dalle dichiarazioni rese nel corso dell’udienza dibattimentale il 7 marzo 2017 dalla persona offesa.

Si osserva in particolare che nel capo a) è contestato al ricorrente il reato di maltrattamenti in famiglia, compiuto anche costringendo la persona offesa a subire in numerose occasioni rapporti sessuali, in (OMISSIS); il capo c) è invece limitato alla condotta di violenza sessuale commessa intorno al (OMISSIS). Nel capo a) sono contestate pertanto anche le più gravi condotte di violenza sessuale commesse in (OMISSIS).

Ricorda il ricorrente che la persona offesa ha dichiarato, sin dalla fase delle indagini preliminari, che la prima condotta di violenza sessuale si sarebbe verificata in Calabria nel 1993 e che tali condotte sarebbero proseguite poi in (OMISSIS) dopo il matrimonio in occasione del trasferimento della famiglia dalla Calabria. La motivazione della Corte d’Appello, in risposta al motivo di appello sul rigetto dell’eccezione di incompetenza del territorio, sarebbe dunque viziata da illogicità e contraddittorietà.

2.2. Con il secondo motivo si deduce, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione all’art. 16, comma 1 e artt. 178416 e 586 c.p.p., la violazione di norme previste a pena di nullità in relazione alla ritenuta individuazione della competenza territoriale del Tribunale di Ravenna invece che di quello di Parma o di Cosenza nonostante la descrizione del fatto storico di cui al capo di imputazione; si deduce altresì la contraddittorietà della decisione impugnata. Si ribadisce che l’eccezione di incompetenza per territorio in base alla connessione era fondata sia sulla formulazione testuale del capo di imputazione che sugli atti delle indagini preliminari ed in particolare sul verbale di sommarie informazioni testimoniali della persona offesa. Dopo i richiami giurisprudenziali, si sottolinea la centralità della descrizione del fatto storico contenuta nel capo di imputazione formulato, peraltro, senza tener conto del contenuto degli atti delle indagini preliminari.

La sentenza sarebbe poi contraddittoria perchè nel confermare la decisione di primo grado con riferimento alla contestazione suppletiva ex art. 517 c.p.p. delle circostanze aggravanti sub c), avrebbe dato rilevanza alla contestazione in fatto; analogo ragionamento, sulla rilevanza della contestazione in fatto, non sarebbe stato seguito nel decidere sull’eccezione di incompetenza per territorio.

2.3. Con il terzo motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), si deducono i vizi della motivazione e di violazione dell’art. 24 Cost. e artt. 517 e 519 c.p.p.. Il motivo concerne la contestazione delle circostanze aggravanti ex art. 609-ter c.p., nn. 2 e 5-quater avvenuta alla prima udienza dibattimentale ad integrazione del capo di imputazione. Sarebbe avvenuta una grave violazione dei diritti di difesa e del principio del giusto processo ex art. 111 Cost. perchè il Tribunale, con decisione avallata dalla Corte di appello, non avrebbe concesso alla difesa il termine a difesa per valutare se richiedere un rito alternativo. L’applicabilità dell’art. 516 c.p.p. e ss. sarebbe stata esclusa ritenendo che le circostanze aggravanti fossero già state contestate in fatto; però gli elementi di fatto, che fondavano la sussistenza delle circostanze aggravanti, erano già in possesso del pubblico ministero all’atto della formulazione del capo di imputazione e pertanto non potevano costituire oggetto di una contestazione tardiva.

Dopo i richiami alla sentenza n. 139 del 2015 della Corte Costituzionale, si ritiene avvenuta una lesione del diritto di difesa ex art. 24 Cost., essendo stata effettuata una variazione sostanziale dell’imputazione che avrebbe impedito all’imputato di valutare l’opportunità di accedere a un rito alternativo, e l’aggravamento del trattamento sanzionatorio. La motivazione del rigetto del motivo di appello sarebbe apodittica laddove ha ritenuto che non si sia trattato di una nuova contestazione con conseguente applicabilità dell’art. 516 c.p.p. e segg..

2.4. Con il quarto motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. d) ed e), si deduce la violazione dell’art. 196 c.p.p. e dell’art. 24 Cost. in relazione alla mancata concessione di una perizia psicologica sulla persona offesa-testimone richiesta dalla difesa. L’imputato sarebbe stato immotivatamente privato di un mezzo istruttorio volto a verificare l’idoneità mentale della persona offesa a rendere testimonianza. La persona offesa era stata definita soggetto vulnerabile dal suo difensore1perchè affetta da sindrome da stress post traumatico; avrebbe beneficiato dell’esame a porte chiuse ex art. 498 c.p.p., comma 4. Il rigetto concretizzerebbe la violazione degli artt. 24 e 111 Cost., poichè la sentenza si fonda sulle dichiarazioni della persona offesa, senza che si sia proceduto con idonea perizia psicologica.

2.5. Con il quinto motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. d) in relazione gli artt. 220 e 234 c.p.p., si deduce la violazione dell’art. 472 c.p.p., comma 3-bis, in relazione alla mancata assunzione di due prove decisive: l’acquisizione di immagini da supporti informatici e la perizia informatica sul contenuto di una chiavetta usb.

Il rigetto del motivo di appello relativo alla mancata assunzione delle prove concretizzerebbe la violazione degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 472 c.p.p., comma 3-bis; le prove richieste sarebbero state rilevanti per la valutazione della personalità e dell’attendibilità della persona offesa)sulle cui deposizioni si fonda il giudizio di penale responsabilità del ricorrente. La prova, ove fosse stata ammessa, avrebbe fatto conoscere ai giudici di merito uno spaccato compromettente della vita della persona offesa, fino a quel momento volutamente serbato, e sarebbe stata in grado di incidere sulle sorti del processo.

Inoltre, la perizia sul telefono cellulare avrebbe consentito di evidenziare come vi fu un intenso traffico compatibile con un uso libero da parte della persona offesa.

2.6. Con il sesto motivo si deducono, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), con riferimento agli artt. 187190191194 e 195 c.p.p. i vizi della motivazione e di violazione di norme previste a pena di inutilizzabilità, quanto alla valutazione della deposizione dei testi della parte civile L.G.L., B.G.B., L.G.A., P.B., brig. M.. I testi avrebbero deposto sui fatti avvenuti il 9 giugno 2016 e sui fatti successivi alle denunce della persona offesa; quindi su fatti non rientranti nel capo di i mputazione.

Si deduce altresì che il Brigadiere M., agente di polizia giudiziaria, abbia effettuato valutazioni proprie di un consulente-medico legale.

Si contesta, inoltre, la motivazione della Corte di Appello di Bologna in risposta allo specifico motivo di appello, per i riferimenti alle modalità di esercizio del diritto di difesa rispetto all’esame dei testimoni.

2.7. Con il settimo motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. c) ed e), in relazione agli artt. 191 e 495 c.p.p. e art. 24 Cost., si deduce la violazione di norme previste pena di inutilizzabilità con riferimento alla deposizione della d.ssa Me.Me., indicata nella lista testi della parte civile quale testimone; in realtà la teste avrebbe espresso valutazioni proprie di un consulente tecnico.

Si deduce la violazione dell’art. 24 Cost. consistita nel non aver accolto la richiesta della difesa di nomina di un perito psicologo in controprova rispetto alla deposizione della d.ssa Me., la cui veste giuridica di tecnico stata sarebbe stata contrabbandata in quella di teste puro.

Si eccepisce l‘inutilizzabilità delle dichiarazioni della d.ssa Me. perchè non precedute da idonea perizia giurata, con violazione dell’art. 191 c.p.p. e dell’art. 24 Cost..

Secondo il ricorrente la risposta della Corte di Appello sul motivo di appello sarebbe laconica e insufficiente perchè si farebbe riferimento alla teste quale soggetto portatore di competenze tecniche e, pertanto, secondo il codice, il suo contributo processuale avrebbe dovuto essere acquisito mediante perizia, consentendo altresì alla difesa di indicare mezzi in controprova.

Si ritiene poi apodittica la motivazione della sentenza impugnata quanto alla ritenuta infondatezza del motivo di appello con cui si doleva della mancata ammissione di testi in controprova, con lesione del diritto di difesa.

2.8. Con l’ottavo motivo si deduce la violazione dell’art. 191 c.p.p. e art. 195 c.p.p., comma 4, previsti a pena di inutilizzabilità, con riferimento all’esame di M.F. nella parte in cui il teste ha riferito il contenuto delle dichiarazioni a lui rese dalla persona offesa, con conseguente inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in dibattimento. Il tribunale avrebbe dovuto interrompere la testimonianza o non utilizzare la deposizione.

Si contesta la motivazione della Corte di Appello laddove ha ritenuto il motivo irrilevante essendo stata esaminata la persona offesa in dibattimento; perchè non sono state espunte le dichiarazioni rese, in violazione dell’art. 195 c.p.p., comma 4.

Inoltre, le dichiarazioni sarebbero state utilizzate per arricchire il quadro accusatorio.

2.9. Con il nono motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. c) ed e) in relazione all’art. 191 c.p.p. e art. 149 disp. att. c.p.p., si deduce la violazione di norme previste a pena di inutilizzabilità con riferimento all’esame dei testi, fra cui P.C., escussi all’udienza del 7 marzo 2017.

L’inutilizzabilità delle deposizioni testimoniali deriverebbe dalla circostanza, emersa all’udienza del 7 marzo 2017, che la sala di attesa dei testimoni non era insonorizzata. Pur essendo stato sollevato il problema della difesa, il presidente del collegio del tribunale non avrebbe assunto alcuna cautela. Secondo il ricorrente l’inutilizzabilità di cui all’art. 191 c.p.p. deve estendersi anche all’inosservanza dell’art. 149 disp. att. c.p.p..

Si osserva inoltre che era stata contestata, ove fossero state ritenute utilizzabili, l’attendibilità delle prove testimoniali, poichè i testimoni avevano ascoltato le domande e le risposte rese dagli altri testimoni, con conseguente mancanza della genuinità della prova formata in dibattimento. P.C. aveva infatti ripetuto pedissequamente la deposizione della madre.

Si contesta la decisione della Corte di Appello che ha escluso che sussistesse la prova della mancata insonorizzazione della saletta dei testimoni e dell’avvenuta influenza delle deposizioni testimoniali. La mancata insonorizzazione sarebbe stata però verificata da tutte le parti presenti nel dibattimento di primo grado ed era stata riferita dai testi.

2.10. Con il decimo motivo si deduce la mancata assunzione di una prova decisiva in relazione al rigetto della richiesta di confronto, ex art. 211 c.p.p., tra L.G.A., C.M., V.C. e P.M. nonchè il vizio della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione agli artt. 187190 e 211 c.p.p. e art. 24 Cost..

Nel motivo si riportano brani degli esami testimoniali e si afferma che sussistevano i contrasti tra le dichiarazioni. Si contesta la motivazione della sentenza della Corte di Appello dove ha ritenuto fisiologiche le discordanze tra i testimoni senza però valutare la rilevanza ai fini della valutazione della credibilità della teste.

Si rileva altresì che le divergenze tra le deposizioni non erano marginali, tanto che per la deposizione della teste Ca.Mo. è stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per il delitto ex art. 372 c.p..

Inoltre, le colleghe della persona offesa avrebbero smentito il carattere dell’abitualità della condotta e così minato la credibilità della persona offesa. L’aver negato il confronto avrebbe realizzato un vulnus alla difesa del ricorrente.

2.11. Con il motivo undicesimo si deduce l’inosservanza e l’erronea applicazione dell’art572 c.p. ed il vizio della motivazione ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e).

In estrema sintesi, anche in base alle allegazioni al ricorso, emergerebbe l’assenza del requisito dell’abitualità della condotta, posto che in un lasso temporale di circa 20 anni solo tre sarebbero stati gli episodi violenti, di cui uno avvenuto in Calabria, al di fuori della contestazione.

Nel ricorso si riportano le sintesi dei contenuti delle deposizioni testimoniali che escluderebbero la sussistenza di altri episodi di violenza nonchè il contenuto dei messaggi WhatsApp che dimostrerebbero lo svolgimento di una modalità di vita normale.

Emergerebbero solo dei litigi di tipo bilaterale.

Sarebbe stato smentito anche il fatto che il ricorrente avrebbe impedito alla moglie ogni contatto con terze persone; mancherebbe pertanto quella imposizione con condotta abituale ed il regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile. Emergerebbero solo sporadici episodi derivanti da situazioni contingenti e particolari; nè la persona offesa è risultata essere stata intimorita dal ricorrente o posta in condizione di sudditanza.

La Corte di appello di Bologna non avrebbe valutato l’intero compendio probatorio nè le allegazioni difensive di segno contrario alla ricostruzione effettuata in primo grado.

2.12. Con il dodicesimo motivo, si deducono i vizi, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), di violazione degli artt. 40582585 e 576 c.p., e della motivazione quanto alla ritenuta sussistenza del nesso di causalità con riferimento al reato di lesioni.

La Corte di appello di Bologna avrebbe omesso di valutare le deposizioni testimoniali, riportate nel ricorso, e del c.t. della difesa, ed avrebbe fondato la decisione sul notorio rispetto alle valutazioni scientifiche del c.t. della difesa, senza procedere a perizia.

2.13. Con il tredicesimo motivo, si deducono i vizi di violazione di legge e della motivazione, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), in relazione all’art. 609-bis c.p.. Dopo aver riportato il contenuto della deposizione della persona offesa, si rileva che tali dichiarazioni non hanno trovato riscontro in quelle di altri testi ( C.M. e Gr.Sa.), in particolare quanto alla collocazione delle armi. La Corte di appello non avrebbe tenuto conto dell’assenza di lesioni, delle contraddizioni quanto alla custodia delle armi, alla mancanza di consapevolezza del diniego della donna ai rapporti sessuali.

Motivi della decisione

1. I primi due motivi di ricorso sono fondati.

L’eccezione di incompetenza per territorio dell’autorità giudiziaria di Ravenna è fondata, sussistendo la competenza dell’autorità giudiziaria di Parma.

1.1. Va rilevato che, essendo stata proposta una questione processuale, la Corte ha accesso agli atti e deve valutare il fatto processuale.

1.2. All’udienza del 17 gennaio 2017, nella prima udienza del giudizio immediato, come risulta anche dal verbale allegato al ricorso, la difesa ha eccepito in primo luogo l’incompetenza per territorio del Tribunale di Ravenna, rilevando come il reato più grave di violenza sessuale fosse stato commesso in (OMISSIS). La difesa ha rilevato che il capo di imputazione sub c) dovesse essere letto unitamente a quello sub a), nel quale il reato di maltrattamenti in famiglia risulta essere stato commesso con condotte volte a costringere la persona offesa a subire in numerose occasioni rapporti sessuali. A sostegno dell’eccezione la difesa ha allegato i verbali delle sommarie informazioni testimoniali di L.G.A. del 26 aprile 2016 e del 27 maggio 2016, allegati anche al ricorso per cassazione.

Inoltre, sempre dal verbale del 17 gennaio 2017 emerge che la difesa ha anche eccepito l’indeterminatezza del capo di imputazione, ha richiesto al pubblico ministero di modificare il capo c) in relazione al tempus commissi delicti suggerendo la contestazione “in (OMISSIS)”.

1.3. L’eccezione è stata rigettata2avendo ritenuto il Tribunale che il pubblico ministero, a prescindere dalle indicazioni che sarebbero state fornite dalla persona offesa nel corso delle indagini preliminari, avesse inteso circoscrivere l’imputazione ai soli fatti ex art. 609-bis c.p. accaduti in (OMISSIS), con conseguente individuazione del reato più grave in quello sub c) commesso in (OMISSIS).

1.4. L’eccezione di incompetenza per territorio è stata riproposta con i motivi di appello, articolati su più punti, e rigettata dalla Corte di appello di Bologna.

1.5. Con la sentenza impugnata, il rigetto dell’eccezione è avvenuto valutando esclusivamente l’imputazione di cui al capo c) della rubrica, limitata ai fatti avvenuti in (OMISSIS), quale reato più grave, poichè il reato ex art. 609-bis c.p. come tale è stato solo ivi contestato “e non come elemento di fatto indicatore di abitus di sopraffazione maritale nell’ambito di maltrattamenti in famiglia”.

La limitazione della contestazione del reato ex art. 609-bis c.p. alle sole condotte in (OMISSIS) eliminerebbe i margini di incertezza e si aggiunge che “la contestazione è prerogativa del P.M. e pertanto la difesa non può dolersi (ed invero non lo ha fatto) che sia stata omessa una contestazione più ampia, che avrebbe dato fondamento ipotetico alla eccezione di incompetenza”.

2. In punto di diritto, devono ribadirsi i principi espressi da Cass. Sez. 3, con la sentenza n. 31382 del 2015, D’Angiulli, ripresi anche da Cass. Sez. 2, n. 4876 del 30/11/2016, dep. 2017, Sacco, Rv. 269212, in motivazione.

La competenza per territorio, anche se determinata dalla connessione, deve essere verificata dal giudice; quando non si celebra l’udienza preliminare, il giudice del dibattimento deve provvedere entro il termine di cui all’art. 491 c.p.p., comma 1 valutando il materiale conoscitivo in quel momento disponibile, vale a dire l’imputazione formulata dal pubblico ministero, il fascicolo del dibattimento, le emergenze d’indagine del pubblico ministero che vengano eventualmente poste a disposizione del giudice e delle parti private, le prospettazioni formulate dalla parte interessata e la documentazione dalla medesima eventualmente prodotta a tale fine, senza possibilità di sviluppare attività istruttoria finalizzata all’acquisizione di nuovi elementi, in quanto la decisione sulla competenza per territorio deve essere assunta immediatamente.

La sentenza D’Angiulli cita i principi espressi da Cass. Sez. 6, n. 33435 del 4/5/2006, Battistella, Rv. 234348, che ha precisato: “che il giudice dell’impugnazione, a cui sia stata ritualmente devoluta la questione della competenza territoriale, deve operare il controllo con valutazione “ex ante”, riferita cioè alle emergenze di fatto cristallizzate in sede di udienza preliminare o, in mancanza di questa, a quelle acquisite non oltre il termine di cui all’art. 491 c.p.p., comma 1, e non può prendere in esame le eventuali sopravvenienze dibattimentali, poichè la verifica ha ad oggetto la correttezza della soluzione data in ordine ad una questione preliminare che, in quanto tale, non implica il confronto con gli esiti istruttori del dibattimento”.

3. La Corte di appello non ha correttamente applicato i principi di diritto ora indicati.

3.1. Nel capo a) dell’imputazione, relativo al reato ex art572 c.p., la contestazione del reato di maltrattamenti in famiglia concerne anche condotte consistite nel costringere la persona offesa “a subire in numerose occasioni rapporti sessuali”; i fatti sono contestati quali commessi in (OMISSIS).

Al capo c), la contestazione del delitto ex artt. 81 cpv. e 609-bis c.p. concerne il compimento di più condotte di violenza sessuale, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, “in (OMISSIS), in epoca antecedente e prossima al (OMISSIS)”.

3.2. Le condotte, chiaramente descritte nel capo di imputazione sub a), sono state ritenute dalla stessa Corte di appello elementi di fatto indicatori di abitus.di sopraffazione maritale nell’ambito di maltrattamenti in famiglia: condotte quindi oggetto dell’imputazione, perchè la sopraffazione da parte del ricorrente della moglie è avvenuta, secondo la stessa corte territoriale, costringendola a subire in numerose occasioni rapporti sessuali; condotte quindi ritenute contestate all’imputato, seppure sotto il solo capo a) relativo al reato ex art572 c.p. ed avvenute, secondo quanto recita lo stesso capo di imputazione anche in (OMISSIS) ed in epoca antecedente ai fatti accaduti in (OMISSIS) e contestati sub c).

3.3. La Corte di appello è caduta però in aperta contraddizione perchè ha di fatto riconosciuto l’esistenza della contestazione di condotte che inequivocabilmente concretizzano il reato ex art. 609-bis c.p., tale essendo la sopraffazione di un marito ai danni di una moglie costretta a subire in più occasioni rapporti sessuali, ma ha ritenuto poi che il pubblico ministero avesse voluto limitare la contestazione di tale reato ai fatti accaduti in (OMISSIS); che dei soli fatti contestati sub c), e non anche di quelli contestati in fatto sub a), dovesse tenersi conto ai fini della competenza per territorio determinata dalla connessione.

3.4. Così decidendo, la Corte di appello ha dato rilevanza al solo nomen iuris della condotta attribuito dal pubblico ministero al capo a), all’art572 c.p..

Invece, ciò che rileva, ai fini della valutazione della contestazione, è il fatto descritto nell’imputazione, per come articolato: ne consegue che, se all’interno della complessiva articolazione dell’imputazione, sono state contestate all’imputato nel capo a) anche le condotte di violenza sessuale commesse in (OMISSIS), ritenute estrinsecazione dei maltrattamenti in famiglia, di esse la Corte di appello avrebbe dovuto tener conto ai fini della valutazione della competenza per territorio determinata dalla connessione.

3.5. Va poi rilevato che, in violazione dei principi di diritto sopra espressi, alcuna valenza è stata data, nel valutare la questione processuale, alle allegazioni della difesa: alla produzione dei verbali delle sommarie informazioni testimoniali della persona offesa che costituivano gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari da cui emergeva che la costrizione al compimento degli atti sessuali era avvenuta prima in (OMISSIS). Sono gli atti delle indagini preliminari su cui si fondava il capo di imputazione sub a) quanto alla costrizione a subire in numerose occasioni rapporti sessuali.

3.5.1. In particolare, il 27 maggio 2016 la persona offesa è stata assunta a sommarie informazioni proprio dal pubblico ministero ad alla domanda “Lei il 28 aprile u.s. ha dichiarato che suo marito pretendeva da lei dei rapporti sessuali anche quando lei non voleva. Vuole riferire dettagliatamente in proposito” ha risposto: “Si confermo e preciso che negli ultimi sei/sette anni la cosa accadeva almeno sei volte al mese. Tutte le volte che in cui lo non avevo voglia di avere rapporti sessuali con mio marito lui mi costringe o usando la forza, cioè buttandomi sul letto o sul divano, oppure minacciandomi di morte…”. Il verbale poi prosegue con il riferimento alla presenza del fucile, del figlio piccolo ed alla descrizione della natura dei rapporti sessuali che il marito “pretendeva… e mi costringeva ad avere”.

3.5.2. Dunque, la persona offesa nel corso delle indagini preliminari aveva collocato la commissione delle violenze sessuali a partire dal 2009/2010: dalle sommarie informazioni allegate risulta chiaramente che i coniugi P.- L.G. hanno vissuto a (OMISSIS) fino al 2012 per poi trasferirsi a (OMISSIS)nel 2012.

L’esistenza delle dichiarazioni concernenti le condotte di violenza sessuale, per altro non prescritte perchè collocate dalla persona offesa a (OMISSIS) ove la famiglia è rimasta fino al 2012, e procedibili di ufficio per la connessione con il reato di maltrattamenti in famiglia, in base agli atti delle indagini preliminari era stata documentata dalla difesa mediante l’allegazione del verbale, reso dinanzi al pubblico ministero, di sommarie informazioni testimoniali della persona offesa, il cui contenuto è inequivoco.

3.5.3. Non sussiste invece alcuna connessione con i fatti avvenuti in Calabria, non solo perchè estinti per prescrizione, ma perchè improcedibili per mancanza di querela: i fatti avvennero quando i due giovani erano ancora fidanzati.

3.6. La Corte di appello ha pertanto erroneamente preso in esame, ai fini della valutazione dell’eccezione di incompetenza per territorio generata dalla connessione, solo la contestazione di cui al capo c), mentre avrebbe dovuto valutare i fatti descritti nell’imputazione nel suo complesso.

3.7. Inoltre, la Corte di appello non ha valutato che l’imputazione sub c), per come formulata, sarebbe stata errata, perchè emessa in violazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale ex art. 112 Cost. e quindi come tale non valutabile esclusivamente ai fini della determinazione della competenza per territorio determinata dalla connessione.

L’errore era immediatamente percepibile, non solo per il riferimento alle violenze sessuali contenuto nel capo a), ma anche per effetto delle allegazioni difensive, dei verbali delle sommarie informazioni rese nella fase delle indagini preliminari a cui prima si è fatto riferimento.

Cfr. sul punto Cass. Sez. 1, n. 31335 del 23/03/2018, Giugliano, Rv. 273484 che ha affermato che la competenza per territorio, nell’ipotesi di reati connessi, si determina avendo riguardo alla contestazione formulata dal pubblico ministero, a meno che la stessa non contenga rilevanti errori, macroscopici ed immediatamente percepibili.

3.8. Per altro, la valutazione unitaria dell’imputazione risponde all’interesse dell’imputato, sia al rispetto del principio del giudice naturale precostituito per legge, che allo svolgimento di un processo unitario, fondato sulle ragioni di connessione: a seguire la tesi della Corte di appello di Bologna, il ricorrente dovrebbe essere sottoposto ad un secondo processo in (OMISSIS), per i reati di violenza sessuale che, secondo la sentenza impugnata, non sarebbero stati contestati sub c) e rispetto ai quali vige l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

3.9. Parzialmente erronea è poi l’affermazione della Corte di appello di Bologna sulle prerogative del pubblico ministero: se la formulazione dell’imputazione è prerogativa del pubblico ministero, spetta però al giudice di merito, nel pieno contraddittorio delle parti, il controllo su tale imputazione, non solo con riferimento al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, ma anche per verificare che la formulazione dell’imputazione, per effetto di errori o omissioni, non si traduca nella violazione del giudice naturale precostituito per legge alla trattazione del processo penale in merito a quel determinato fatto-reato.

3.10. In più, contrariamente a quanto rilevato dalla Corte di appello, come risulta dal verbale allegato al ricorso, l’imputato si era lamentato esplicitamente della mancanza di una contestazione più articolata del reato ex art. 609-bis c.p., sia eccependo la nullità per indeterminatezza del capo di imputazione)sia sollecitando la riformulazione dell’imputazione quanto al tempo ed al luogo di commissione del reato ex art. 609-bis c.p..

Per altro, la questione della indeterminatezza del capo di imputazione è stata rigettata in primo grado ed è stata riproposta con i motivi di appello; non vi è stata un’esplicita decisione della corte territoriale sul punto ma la questione deve ritenersi implicitamente rigettata dalla Corte di appello che ha confermato la sentenza di condanna, cristallizzando così l’imputazione.

4. Dunque, posto che l’art. 16 c.p.p., comma 1 prevede che “La competenza per territorio per i procedimenti connessi rispetto ai quali più giudici sono ugualmente competenti per materia appartiene al giudice competente per il reato più grave e, in caso di pari gravità, al giudice competente per il primo reato”, la competenza è dell’autorità giudiziaria di (OMISSIS), ove sono stati commessi per primi i reati di violenza sessuale.

L’eccezione della difesa, tempestivamente proposta, era pertanto fondata e la Corte di appello, ai sensi dell’art. 24 c.p.p., avrebbe dovuto annullare la sentenza di primo grado e disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il Tribunale di Parma.

Pertanto, la sentenza impugnata e la sentenza di primo grado devono essere annullate senza rinvio. Si dispone la trasmissione degli atti al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Parma.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e la sentenza di primo grado e dispone trasmettersi gli atti al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Parma.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2006art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2019

Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 20/05/2021, n. 13724

… La Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della G., emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa G., per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo il M. adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figli. …

Sentenza di riferimento:

 Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., (ud. 12/01/2021) 20/05/2021, n. 13724Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 20/05/2021, n. 13724

… Nell’applicazione dei principi stabiliti dalle Sezioni Unite, sentenza n. 18287/2018, la Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della ex moglie, emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa ex moglie, per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo l’ex marito adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figlio. …

… Al di là della lettera della norma incriminatrice il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’ art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte), in danno di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. …

: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 19/05/2021) 02/08/2021, n. 30129

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 14/04/2014

… Per la sussistenza del delitto di cui all’ art. 572 c.p. sono necessarie una pluralità di condotte ripetute nel tempo che abbiano la caratteristica di rendere la persona offesa dal reato sottoposta ad un sistema di comportamenti offensivi che, nel caso del delitto di maltrattamenti in famiglia, siano definibili come tali. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 14/04/2014

Tribunale Bologna, 09/07/2013

… E’ imputabile per il reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. il prevenuto che maltratti la convivente con condotta consistita nel percuoterla, minacciarla ed ingiuriarla in più occasioni, anche alla presenza del figlio della p.o. e talvolta di più persone. … La fattispecie di cui all’ art. 572 c.p. non sussiste in relazione ad eventi episodici, non inquadrabili in una cornice unitaria caratterizzata dall’imposizione di un regime di vita oggettivamente vessatorio per il soggetto passivo. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 09/07/2013

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 09/04/2013

… Sussiste il reato di cui all’ art. 572 c.p. allorché, dalle risultanze istruttorie, emerga l’abitualità nonché la reiterazione di episodi di vessazione e di violenza fisica a danno della persona offesa da parte dell’imputato. …

Tribunale Bologna, 02/04/2012

… Non sussiste il contestato reato di cui all’ art. 572 c.p. per carenza del necessario carattere abituale e continuo delle condotte contestate al prevenuto, finalizzate in modo programmatico alla imposizione di sofferenze fisiche e morali, qualora il comportamento illecito ascritto all’agente si collochi in un breve lasso temporale di circa un anno e gli episodi violenti ed offensivi si rivelino causati da occasionali atteggiamenti aggressivi del medesimo, determinati dalla gelosia nei confronti della coniuge e non anche dalla manifestazione di un generale intento di imporre ad essa sofferenze fisiche e morali. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 02/04/2012

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Trib. Minorenni Bologna, 23/06/2011

… La reiterazione di atti violenti e minacciosi nei confronti dei propri familiari, ripetuti nel tempo, da parte dell’imputato, determinanti sofferenze fisiche e morali nelle parti lese, tali da rendere abitualmente dolorose le relazioni familiari, costituiscono una condotta integrante il reato di cui all’ art. 572 c.p. …

Sentenza di riferimento: Trib. Minorenni Bologna Sent., 23/06/2011

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 20/06/2011

… L’aver posto in essere, per un considerevole lasso di tempo, una serie di atti di disprezzo, di minaccia e di violenza, dunque lesivi dell’integrità psico-fisica della propria convivente, verso cui è stata posta in essere una condotta di sopraffazione abituale e sistematica, tale da rendere la convivenza intollerabile, avendone la coscienza e volontà di compiere siffatti comportamenti, rappresenta di certo una condotta atta ad integrare il delitto di cui all’ art. 572 c.p. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 20/06/2011

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 26/01/2011

… Sussiste il reato di cui all’ art. 572 c.p. allorché risulti dalle varie risultanze istruttorie che il soggetto agente abbia coscientemente e volontariamente sottoposto la moglie a continue, reiterate ed abituali sofferenze psichiche e fisiche. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 26/01/2011

Tribunale Bologna Sent., 02/11/2009

… Il reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazione, costituenti fonti di uno stato di disagio continuo e incompatibile con normali condizioni di esistenza. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 02/11/2009

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA DIFENDE AVV SERGIO ARMAROLI

 

PROCEDIMENTO PENALE DEFINIZIONE

 

Un procedimento penale è la successione degli atti, avviato dall’autorità giudiziaria, che conduce dall’iscrizione della notizia di reato alla pronuncia di un provvedimento conclusivo da parte del giudice.

Si definisce processo penale la sottofase del procedimento penale che ha inizio a seguito della pronuncia di un decreto di rinvio a giudizio in udienza preliminare, oppure, nei procedimenti speciali che omettono questa udienza (giudizio immediato, giudizio direttissimo e procedimento per decreto), a seguito della richiesta formulata dal pubblico ministero, al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge.

 

PROCEDIMENTO PENALE COME INIZIA COSA DA’ LUOGO A UN PROCEDIMENTO PENALE

 

 

Un procedimento penale inizia con la notizia criminis che po’ avvenire  o essere portata a conoscenza mediante una denuncia o querela o possono nascere i procedimenti penali dall’attività di indagine della polizia giudiziaria o del pubblico ministero .

TUTTI IPROCEDIMENTI PENALI PORTANOA PROCESSO?

 

Assolutamente no una parte di procedimenti penali vengono archiviati .

Una Parte di procedimenti penali arrivano da dibattimento che sono gia’ prescritti.

 

E I PROCEDIMENTI A QUERELA?

 

Se si arriva a un accordo con il querelante  i procedimenti penali possono arrivar ea conclusione mediante la  remissione di querela, almeno che non si tratti di procedimento perseguibili d’ufficio

 

LE FASI DEL PROCEDIMENTO PENALE

 

Il processo penale La notizia di reato

  • Le indagini preliminari
  • L’archiviazione
  • Il rinvio a giudizio
  • L’udienza preliminare
  • I riti alternativi
  • Responsabile civile

Il processo penale è caratterizzato da una serie successiva di fasi che principiano dall’iscrizione della notizia di reato

 

LE  INDAGINI PRELIMINARI HANNO DEI TERMINI FISSATI PER LEGGE

 

Art. 407. Termini di durata massima delle indagini preliminari.
1. Salvo quanto previsto all’articolo 393 comma 4, la durata delle indagini preliminari non può comunque superare diciotto mesi.
2. La durata massima è tuttavia di due anni se le indagini preliminari riguardano:
a) i delitti appresso indicati:
1) delitti di cui agli articoli 285, 286, 416-bis e 422 del codice penale, 291-ter, limitatamente alle ipotesi aggravate previste dalle lettere a), d) ed e) del comma 2, e 291-quater, comma 4, del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43;
2) delitti consumati o tentati di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 629, secondo comma, e 630 dello stesso codice penale;
3) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo;
4) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonché delitti di cui agli articoli 270, terzo comma e 306, secondo comma, del codice penale;
5) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;
6) delitti di cui agli articoli 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, comma 2, e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni;
7) delitto di cui all’articolo 416 del codice penale nei casi in cui è obbligatorio l’arresto in flagranza;
7-bis) dei delitti previsto dagli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma (1), 601, 602, 609-bis nelle ipotesi aggravate previste dall’articolo 609-ter, 609-quater, 609-octies del codice penale, nonché dei delitti previsti dall’art. 12,comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. (2)
b) notizie di reato che rendono particolarmente complesse le investigazioni per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero per l’elevato numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese;
c) indagini che richiedono il compimento di atti all’estero;
d) procedimenti in cui è indispensabile mantenere il collegamento tra più uffici del pubblico ministero a norma dell’articolo 371.
3. Salvo quanto previsto dall’articolo 415-bis, qualora il pubblico ministero non abbia esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice, gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. 

 

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570 c.p., comma 1, così come quella prevista dal comma 2 della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età (Sez. 6, n. 34080 del 13/6/2013, M., Rv. 257416).

Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570 c.p., comma 1, che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale (ora sostituito dal riferimento alla “responsabilità genitoriale” di cui all’art. 316 c.c. per effetto della modifica introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p..

A seguito del raggiungimento della maggiore età del figlio beneficiario dell’assegno di mantenimento, il permanente inadempimento da parte del genitore obbligato al versamento integra il reato di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 12-sexies, richiamato dall’art. 3L. 8 febbraio 2006, n. 54 (ora trasfuso nell’art. 570-bis c.p.) e non invece quello dell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, (Sez. 6, n. 38611 del 12/4/2018, M., Rv. 274102).

Nel caso di specie, l’imputato è stato condannato per il reato previsto dall’art. 570 c.p., comma 1 e comma 2, n. 2 per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria moglie ed ai figli F.S. e A., con decorrenza del reato dalla data del 23 luglio 2015, quando i predetti figli erano già maggiorenni, e quindi legittimati in via esclusiva a sporgere querela, anche ove ritenuti inabili al lavoro.

E’ incontestato, infatti, che la querela è stata sporta dalla madre quando i figli erano già divenuti maggiorenni, e quindi in difetto del potere di rappresentanza spettante al genitore ex art. 120 c.p., comma 3, ai fini dell’esercizio del diritto di querela.

Va ricordato che la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro (Sez. U, n. 8413 del 20/12/2007, Cassa, Rv. 238468).

Pertanto, la disposizione di cui all’art. 122 c.p. – per la quale il reato commesso in danno di più persone è punibile anche se la querela è proposta da una soltanto di esse – non è applicabile al caso di specie, trattandosi di più reati, in concorso formale, commessi in danno di diverse persone offese.

Costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità che nell’ipotesi in cui una sola azione comporti più lesioni della stessa disposizione penale, ledendo distinti soggetti, poichè tale situazione integra un concorso formale di reati in danno di più persone, in cui la “reductio ad unum” è preordinata solo ad un più benevolo regime sanzionatorio che non incide sulla autonomia dei singoli reati, in tal caso, la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa (Sez. 5, n. 44392 del 11/06/2015, D., Rv. 266402).

Pertanto, avendo la Corte di appello disatteso tale principio di diritto sull’assunto dell’effetto estensivo della querela sporta da una soltanto delle persone offese del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente ai reati in danno dei figli per mancanza di querela.

Dall’accoglimento del predetto motivo consegue l’assorbimento di tutti gli altri motivi con i quali sono state dedotte le questioni concernenti l’assenza di un provvedimento giudiziale di attribuzione di un assegno di mantenimento riferibile ad i figli, l’insussistenza dello stato di bisogno e dell’inabilità al lavoro dei figli, residuando solo la condanna per il reato commesso in danno della moglie, P.S..

Si deve, peraltro, rilevare, con riguardo alla dedotta indeterminatezza dell’imputazione, che una volta instaurato il giudizio abbreviato incondizionato, senza che vi sia stata alcuna modificazione dell’accusa da parte del pubblico ministero e senza che il giudice abbia rilevato vizi nella formulazione dell’imputazione, non è consentito all’imputato eccepire in sede di discussione la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per genericità ed indeterminatezza del capo di imputazione (Sez.6, n. 23771 del 20/02/2009, Bilardi, Rv. 245252).

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

Tribunale Ferrara, Sent., 21/06/2021

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Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Silvia Marini, alla pubblica udienza del 21 aprile 2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

M.L., nato ad A. il (…) – attualmente detenuto p. a. c. c/o la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia

-detenuto p. a. c. presente-

IMPUTATO

Per il delitto di cui all’art. 570 bis c.p. perché, ometteva di versare il contributo, inerente le spese del mantenimento dei figli minori, come stabilito dal Tribunale di Ferrara con D.P. R.G. 1542/15 del 17 maggio 2016 a favore dell’ex coniuge, L.E. consistente nella somma di Eurouro 2.400,00 relativa ai mesi di febbraio, marzo, giugno luglio, agosto, settembre 2018.

Con l’aggravante della recidiva reiterata.

In Cento (FE) dal 05.04.2018 ad oggi

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott. Renzo Simionati V.P.O.

Del difensore di fiducia: Avv. Denise Mondin del Foro di Ferrara

Del difensore della parte civile costituita E.L.: Avv. Giulio Cristofori del Foro di Bologna

Svolgimento del processo

A seguito di decreto di citazione a giudizio del 4 marzo 2020 si procedeva nei confronti dell’imputato, detenuto per altra causa, che aveva ricevuto di persona l’atto introduttivo del giudizio, per il reato di cui all’art. 570 bis c.p., enunciato in rubrica.

L’udienza del 9 giugno 2020 era differita d’ufficio causa l’emergenza epidemiologica con conseguente sospensione del termine di prescrizione ex art. 83 D.L. n. 18 del 1920, conv. in L. n. 27 del 2020. All’udienza del 10 novembre 2020, presente l’imputato con il difensore di fiducia, costituitasi parte civile L.E., venivano ammesse le prove.

Il 21 aprile 2021, in esito ad istruttoria, le parti concludevano come da verbale ed il Giudice pronunciava sentenza.

Motivi della decisione

All’esito dell’istruttoria dibattimentale deve affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per il reato ascrittogli.

La teste L.E., ex moglie dell’imputato, confermava le circostanze rassegnate nella querela presentata il 19-9-2018: durante la convivenza con M.L., protrattasi dal 2000 al 2010, nascevano M. nel 2004 e Alessio nel 2008; cessato il rapporto, con provvedimento del Tribunale di Ferrara del 17-5-2016 che recepiva gli accordi delle parti, i figli erano affidati in forma condivisa ai genitori con collocamento prevalente presso la madre e veniva disposto a carico del padre il versamento della somma di Euro 200,00 mensili per ciascun figlio, oltre al 50% delle spese straordinarie. Era stato, inoltre, previsto che nei mesi di dicembre di ogni anno M. versasse una quota aggiuntiva di Euro 400,00.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

In ordine all’elemento oggettivo la norma prevede quale condotta sanzionabile il mero inadempimento dell’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento stabilito in sede civile.

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Ai fini dell’accertamento di una patologia da dipendenza cronica dal gioco è necessaria una valutazione diagnostica da parte di uno specialista, a mezzo della quale si dimostri che tale patologia influenzi il comportamento di chi commette il reato e sia tale da renderlo incapace di intendere e di volere al momento in cui lo commette.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare e che abbia in effetti determinato una situazione di assetto psichico incontrollabile, totalmente o in grave misura che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, e conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente e liberamente, autodeterminarsi.

Pertanto, il reato dovrà essere compiuto durante l’estrinsecarsi della patologia inabilitante, nonché essere legato da un rapporto di derivazione diretta con la patologia in questione.

Quanto alla ludopatia sono stati considerati reati causalmente connessi a tale disturbo i delitti contro il patrimonio, in quanto satisfattivi per le esigenze del soggetto ludopatico.

In relazione al reato per cui si procede il vizio del gioco costituiva presumibilmente solo la causa della mancata disponibilità economica necessaria per il versamento dei contributi, ma gli omessi versamenti, peraltro reiterati mensilmente, non erano condotte commesse in vista di un’immediata occasione di gioco rispetto alla quale fosse urgente il necessario approvvigionamento finanziario.

Ad avviso del decidente, in considerazione della tipologia di reato per cui si procede le azioni delittuose poste in essere sono state realizzate mediante condotte caratterizzate da connotati incompatibili con la spiegazione patologica del movente, non costituendo il vizio del gioco la pulsione della condotta delittuosa, né derivando dalle stesse un guadagno impiegabile per giocare d’azzardo.

Manca, quindi, la correlazione causale delle stesse con un eventuale – in quanto non accertato e difficilmente accertabile in questa sede – disturbo ludopatico.

Venendo ad esaminare il trattamento sanzionatorio, può escludersi la contestata recidiva in quanto le condanne divenute irrevocabili prima del reato per cui si procede riguardano fatti offensivi di beni diversi dal reato per cui si procede; possono riconoscersi le circostanze attenuante generiche, in considerazione del comportamento processuale dell’imputato, che ha ammesso i fatti ed ha mostrato di avere ora compreso l’illiceità delle sue condotte; ha, inoltre, intrapreso all’interno del carcere un percorso rieducativo. Visti i criteri di cui all’art. 133 c.p., si stima equa la condanna nella misura di mesi tre di reclusione, ritenendosi la pena detentiva nella misura comminata adeguata alla personalità dell’imputato ed all’entità degli omessi versamenti.

Segue la condanna al pagamento delle spese processuali.

I precedenti sono ostativi alla concessione della sospensione condizionale della pena.

L’imputato va condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, avente diritto in quanto affidatari dei figli minori al versamento del contributo mensile, che si liquidano fin da ora in Euro 4.000,00, di cui Euro 2.400 per danno patrimoniale derivante dagli omessi versamenti e Euro 1.600,00 per le spese indirette sostenute dalla parte civile a causa del mancato versamento e per danno morale conseguente alla precarietà delle condizioni in cui il nucleo familiare è stato ed è tuttora costretto a vivere, potendo fare affidamento sulle sole entrate derivanti dal lavoro a tempo parziale della L., non sufficiente per far fronte a tutte le esigenze di due figli minori, uno dei quali ipovedente.

Da ciò consegue che la condanna al risarcimento del danno deve essere dichiarata provvisoriamente esecutiva.

Infine M.L. deve essere condannato a rifondere le spese processuali sostenute dalla parte civile, che si liquidano – tenuto conto dell’impegno profuso e del risultato raggiunto in una causa non particolarmente complessa – in Euro 1.900,00 per onorari (Euro 400,00 per esame e studio, Euro 200,00 per la fase introduttiva, Euro 400,00 per la fase istruttoria e Euro 900,00 per la fase decisionale), oltre spese generali e oneri di legge, da versarsi in favore dello Stato ai sensi dell’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, in quanto la parte civile è ammessa al gratuito patrocinio.

P.Q.M.

Visti gli artt.533 e 535 c.p.p., dichiara M.L. responsabile del reato ascrittogli e, esclusa la contestata recidiva e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi tre di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 538 c.p.p., condanna l’imputato al risarcimento del danno patito dalla parte civile, che liquida in Euro 4.000, oltre interessi dalla data della decisione al saldo.

Visto l’art. 540 c.p.p. dichiara la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutiva.

Visto l’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, condanna l’imputato al pagamento in favore dello Stato delle spese processuali sostenute dalla parte civile, che liquida in Euro 1.900 per onorari, oltre spese generali nella misura del 15% e oneri di legge.

Motivazione in giorni novanta.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 21 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2021.

Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|13 ottobre 2017| n. 47374 Attività di gestione rifiuti non autorizzata – Articolo 256 decreto legislativo 152 del 2006 – Sequestro preventivo – Presupposti – Articoli 324 e 582 cpp – Criteri Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|13 ottobre 2017| n. 47374 Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

. Secondo un primo orientamento, teso a riferire alla norma in esame contenuti restrittivi, l’articolo 324 cod. proc. pen., per il tenore letterale dei commi 1 e 5, contiene una previsione specifica del luogo ove deve essere presentata la richiesta di riesame della misura cautelare reale: la cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento. Previsione questa la quale prevale, pertanto, sulla norma di carattere generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., che al comma 2 prevede la possibilita’ di presentare l’atto di impugnazione anche in luoghi diversi, facendo salva peraltro, al comma 1, la possibilita’ di disposizioni in deroga al principio generale (“salvo che la legge disponga altrimenti”).

Di qui l’ulteriore conseguenza che il riferimento, pur contenuto nell’articolo 324 cod. proc. pen., comma 2, alla norma generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., va interpretato come relativo esclusivamente alle “forme” con le quali la richiesta va presentata e non gia’ al luogo di presentazione.

Si valorizza infine, a favore della tesi in esposizione, la circostanza che l’obbligo di presentazione della domanda presso l’ufficio competente meglio favorirebbe le esigenze di semplificazione ed accelerazione del sistema.

Sono espressione del riferito orientamento, in epoca recente, Sez. 3, n. 12209 del 03/02/2016, Lococo, Rv. 266375; Sez. 3, n. 31961 del 02/07/2015, Borghi, Rv. 264189; Sez. 2, n. 18281 del 29/01/2013, Bacharm, Rv. 255753; ed in tempi meno recenti, Sez. 4, n. 33337 del 19/07/2002 Cannavacciuolo, Rv. 222663; Sez. 5, n. 2915 del 22/05/2000, Fontana, Rv. 216655.

2.2. Secondo il contrario orientamento, viceversa finalizzato a fornire la norma di piu’ ampi contenuti applicativi, il rinvio compiuto dall’articolo 324 c.p.p., comma 2, all’articolo 582 c.p.p., norma generale in materia di impugnazioni, consente il deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali anche nei luoghi in essa indicati; eppertanto, visto il comma 2, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui le parti si trovano, pur se questo e’ diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento, con l’ulteriore corollario che e’ tempestivo il deposito dell’impugnazione nel termine di dieci giorni se entro tale termine la richiesta sia depositata presso uno degli uffici indicati dalla norma generale di cui all’articolo 582 c.p.p..

Applicano tale lezione interpretativa, tra le piu’ recenti, Sez. 2, n. 2664 del 21/12/2016, dep. 2017, Visconti, Rv. 269111; Sez. 3, n. 23369 del 26/01/2016, Schena, Rv. 266822; Sez. 3, n. 1369 del 27/05/2015, dep. 2016, Moscoloni, Rv. 265963; Sez. 2, n. 50315 del 16/09/2015, Mokchane, Rv. 265462; Sez. 2, n. 45341 del 04/11/2015, De Petrillo, Rv. 2648721.

Secondo le richiamate pronunce militano a favore della interpretazione estensiva della norma processuale in esame plurime ragioni.

Innanzitutto il confronto dell’analoga disciplina in tema di misure cautelari personali, la’ dove sia l’articolo 309c.p.p. che l’articolo 324 cod. proc. pen. fanno riferimento, come luogo di deposito della relativa richiesta, agli uffici del giudice competente e la’ dove entrambe le norme richiamano le “forme” di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., di guisa che sarebbe incongruo differentemente applicare le due discipline in considerazione del rilievo che, sull’articolo 309 cod. proc. pen., le Sezioni Unite, gia’ con sentenza n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922, ebbero ad accreditare la soluzione ermeneutica piu’ ampia.

Il riferimento, inoltre, alle “forme” di cui all’articolo 582 c.p.p. contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, secondo tale lezione interpretativa, deve essere inteso a tutto l’articolo, in quanto regolatore di una disciplina generale, e non gia’ al solo comma 1, in coerenza peraltro col principio, anch’esso di valenza generale, del favor impugnationis.

  1. Ritiene la Corte che, tra le prospettate opzioni interpretative, di maggiore coerenza sistematica, logica e testuale sia quella da ultimo rappresentata, di piu’ ampia potenzialita’ applicativa.

3.1. Appare opportuno prendere le mosse da un argomento sistematico. La richiesta di riesame delle misure cautelari reali di cui all’articolo 324 c.p.p., al pari di quella di cui all’articolo 309 cod. proc. pen. in materia di misure cautelari personali, costituisce un mezzo di impugnazione e ad essa e’ pertanto applicabile la disciplina generale sulle impugnazioni prevista dal codice di rito (Libro 9) e l’articolo 582 cod. proc. pen. e’ norma compresa nel Titolo 1, recante, appunto “Disposizioni generali”.

3.2. Ancora richiamando la coerenza sistematica dell’ordinamento, non puo’ non rilevarsi che gli articoli 324 e 309 cod. proc. pen., norme regolatrici, rispettivamente, delle misure cautelari reali e di quelle personali, quanto alla ricezione dell’atto di impugnazione, descrivono discipline del tutto analoghe, giacche’ in entrambe le ipotesi vi e’ l’indicazione, principale, dell’ufficio di cancelleria presso l’autorita’ giudiziaria investita della competenza funzionale per la decisione (il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella fattispecie disciplinata dall’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5; il tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello nella cui circoscrizione e’ compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza, nella ipotesi regolata dall’articolo 309 c.p.p., commi 4 e 7).

In entrambe le norme, poi, la indicazione principale si completa con il richiamo all’articolo 582 cod. proc. pen.; l’articolo 324 c.p.p., al comma 2, recita infatti: “La richiesta e’ presentata nelle forme previste dall’articolo 582 c.p.p.”; mentre l’articolo 309 c.p.p. dispone, nel secondo periodo del comma 4: “Si osservano le forme previste dagli articoli 582 e 583 c.p.p.”.

3.3. Sul rapporto tra gli articoli 309 e 582 cod. proc. pen., sono intervenute le Sezioni Unite, affermando il seguente principio:”Il rinvio che in tema di presentazione della richiesta di riesame l’articolo 309 c.p.p., comma 4, fa alle forme dell’articolo 582 c.p.p. comprende anche il medesimo articolo 582 c.p.p., comma 2, secondo il quale le parti private e i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria della pretura in cui si trovano, se tale luogo e’ diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti ad un agente consolare all’estero. Una volta avvenuta la presentazione della richiesta o dell’appello in tali ultimi uffici nel termine di dieci giorni di cui all’articolo 309 cod. proc. pen., comma 3, e’ del tutto irrilevante, al fine della tempestivita’, che l’atto raggiunga o meno entro lo stesso termine la cancelleria del tribunale indicato nello stesso articolo 309 cod. proc. pen., comma 7″ (Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922).

Appare utile richiamare gli argomenti sviluppati a sostegno del principio di cui alla massima appena evocata, giacche’: la soluzione restrittiva e’ affidata esclusivamente al dato testuale della norma, dal quale si e’ voluto dedurre che dal successivo richiamo all’articolo 582 c.p.p. siano esclusi i diversi uffici indicati nel comma 2 dello stesso articolo; il dato testuale richiama pero’ le forme previste dall’articolo 582 c.p.p. nella loro globalita’ e senza limitazioni che il legislatore, ove avesse inteso porre, avrebbe formulato esplicitamente; sotto tale aspetto non e’ vano il rilievo che, in genere e salvo particolari limitazioni, il rinvio operato da una norma alle forme previste da altra disposizione, non e’ limitato ai meri requisiti formali di un atto, ma si estende ad ogni modalita’ procedurale della norma alla quale il rinvio viene operato; l’apparente contrasto fra l’esplicita indicazione della cancelleria del tribunale di cui all’articolo 309 c.p.p., comma 7 ed il successivo generico richiamo alle forme di cui all’articolo 582 c.p.p. (che potrebbe far ritenere come da quel richiamo sia esclusa la possibilita’ della presentazione dell’atto in diversi uffici) puo’ essere spiegato nel senso che il legislatore abbia voluto indicare l’organo definitivo destinatario dell’istanza e non quello al quale necessariamente questa deve essere in un primo momento presentata; le allegate ragioni d’urgenza potrebbero compromettere proprio l’attuazione di quel diritto che si pretende con esse di assicurare ancor piu’ rapidamente; una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con quel favor impugnationis cui e’ indubbiamente ispirato il sistema processuale, con intuitive possibilita’ di implicazione costituzionale, in relazione all’articolo 24 Cost., che gia’ di per se’ stesse portano a preferire l’interpretazione piu’ aderente alla salvaguardia del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

  1. A fronte delle ragioni sin qui offerte, appare quindi debole l’argomento, pure sviluppato a sostegno della interpretazione restrittiva, volto a valorizzare esigenze di semplificazione e di celerita’ procedimentale, sia perche’ subvalente siffatta ragione rispetto a quelle di rilievo giuridico e sistematico innanzi richiamate, sia perche’ comunque illogico e contraddittorio, la’ dove si consideri che la rapidita’ procedimentale si risolve nel restringimento delle possibilita’ di tutela, per i tempi contenuti assegnati alla difesa della parte privata.

Appare poi utile rimarcare che l’argomento valorizzato dalla pronunce assertive della soluzione restrittiva, secondo cui l’incipit della norma ex articolo 582 cod. proc. pen. (“Salvo che la legge disponga altrimenti”) la confermerebbe, si presta a considerazioni opposte, perche’ l’inciso e’ coerente con una disciplina generale e non con una disciplina derogatoria a quella generale contenente il richiamo della norma generale (l’articolo 582 cod. proc. pen., appunto).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. AMORESANO Silvio – Consigliere

Dott. FIANDANESE Franco – Consigliere

Dott. BONITO Frances – rel. Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

  1. (OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);
  2. (OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso la ordinanza del 06/09/2016 del Tribunale di Potenza;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

sentita la relazione svolta dal Componente Dott. BONITO Francesco Maria Silvio;

lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CUOMO Luigi, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato con trasmissione degli atti al Tribunale di Potenza.

RITENUTO IN FATTO

  1. (OMISSIS), quest’ultimo nella qualita’ di terzo interessato, con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale di Lagonegro, proponevano richiesta di riesame avverso il decreto di convalida e contestuale sequestro preventivo di un terreno, emesso dal Giudice per le indagini preliminari di quel Tribunale in danno di (OMISSIS), imputato del reato di cui al Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 192e articolo 256, comma 3.

Il G.i.p. trasmetteva gli atti al Tribunale di Potenza, in funzione di giudice del riesame, per le determinazioni di competenza, richiamando le disposizioni di cui all’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5.

  1. Il Tribunale di Potenza, con ordinanza del 6 settembre 2016, dichiarava la inammissibilita’ della richiesta di riesame proposta al Tribunale di Lagonegro, giacche’ presentata, in violazione dell’articolo 324 cod. proc. pen., commi 1 e 5, a giudice incompetente, atteso che, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame deve essere presentata nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento.

  2. Avverso tale ordinanza hanno proposto ricorso per cassazione gli interessati, deducendo l’erronea applicazione dell’articolo 324 c.p.p. e articolo 582c.p.p., comma 2, sul rilievo che l’istanza di riesame, ancorche’ depositata presso la cancelleria degli uffici giudiziari di Lagonegro, doveva ritenersi utilmente e legittimamente proposta; che l’interpretazione restrittiva delle norme richiamate da parte del giudice potentino si risolveva in una limitazione della effettivita’ della tutela giurisdizionale; che analoga disciplina in materia di misure personali riceveva letture ermeneutiche contrarie a quella accreditata dal giudice della sede distrettuale; che una differenziazione interpretativa delle due discipline, in materia reale ed in quella personale, risultava contrastata da un preciso orientamento giurisprudenziale di legittimita’.

  3. Con ordinanza del 14 marzo 2017 la Terza Sezione penale, investita del ricorso, ne rimetteva la decisione alle Sezioni Unite, formulando il seguente quesito di diritto: “se la richiesta di riesame delle misure cautelari reali, di cui all’articolo 324 cod. proc. pen., debba essere presentata nella cancelleria del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato o possa anche essere presentata nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i loro difensori”, contrapponendosi in materia due precisi orientamenti.

4.1. Secondo un primo orientamento, in tema di riesame delle misure cautelari reali deve essere valorizzato il rinvio contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, alle forme previste dall’articolo 582 c.p.p., comma 2, ai sensi del quale le parti private ed i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano, pur se diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento; richiamo in forza del quale, una volta presentata la richiesta di riesame in tali uffici nel termine di dieci giorni dalla esecuzione del sequestro, e’ irrilevante che l’atto pervenga o meno nel medesimo termine al tribunale competente del capoluogo di provincia nel quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato. Si evidenzia che la formulazione letterale dell’articolo 324 c.p.p. e’ analoga a quella dell’articolo 309 cod. proc. pen., la’ dove, al comma 1, e’ stabilito che la richiesta di riesame va presentata alla cancelleria del tribunale indicato al comma 5 e cioe’ quella del tribunale del capoluogo di provincia nel quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, ed al comma 2 viene richiamata la disciplina di cui all’articolo 582 cod. proc. pen.. Di conseguenza, secondo questo orientamento, risulta irragionevole adottare, per le misure cautelari reali, una diversa interpretazione rispetto a quella ormai consolidata in materia di misure cautelari personali all’esito del pronunciamento di Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922.

4.2. Secondo il contrapposto orientamento, la richiesta di riesame ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen. deve essere presentata nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento ed e’ inammissibile il gravame depositato presso la cancelleria di un diverso tribunale. Le pronunce che hanno assunto tali conclusioni ermeneutiche valorizzano, innanzitutto, il tenore letterale della norma richiamata ed il limite, ivi contenuto, al comma 2, del riferimento alla sole “forme” del citato articolo 582 c.p.p., anche al fine di corrispondere ad esigenze di semplificazione ed accelerazione del procedimento.

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 2 maggio 2017, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza in camera di consiglio.
  2. Il Procuratore generale ha depositato requisitoria scritta concludendo per l’annullamento, senza rinvio, dell’ordinanza di inammissibilita’ della richiesta di riesame, con trasmissione degli atti al Tribunale di Potenza per la decisione sulla impugnazione.

A sostegno di tali conclusioni osserva, innanzitutto, che la richiesta di riesame e’ un mezzo di impugnazione, sicche’ trova applicazione ogni norma sulle impugnazioni in generale, tra le quali l’articolo 582 cod. proc. pen. e, in secondo luogo, che, nella materia affine delle misure cautelari personali, l’articolo 309 c.p.p. prevede una disciplina analoga a quella di cui all’articolo 324 c.p.p., ed entrambe non possono che avere una identica lettura, per una imprescindibile esigenza di uniformita’ di discipline coinvolgenti garanzie in materia di diritti di rango costituzionale. Va poi valorizzato il principio del favor impugnationis, particolarmente vulnerabile, nella fattispecie, tenuto conto dei tempi brevi previsti dall’ordinamento per la tutela disciplinata dalla norma di riferimento.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione sottoposta alle Sezioni Unite puo’ essere cosi’ sintetizzata:

“Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

  1. Sulla lettura dell’articolo 324 cod. proc. pen., come annotato dalla Sezione rimettente, si contrappongono due orientamenti interpretativi, nessuno dei quali replicato in termini tali da consentirne la individuazione come maggioritario, in egual misura annoverandosi pronunce in un senso ovvero nell’altro.

2.1. Secondo un primo orientamento, teso a riferire alla norma in esame contenuti restrittivi, l’articolo 324 cod. proc. pen., per il tenore letterale dei commi 1 e 5, contiene una previsione specifica del luogo ove deve essere presentata la richiesta di riesame della misura cautelare reale: la cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento. Previsione questa la quale prevale, pertanto, sulla norma di carattere generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., che al comma 2 prevede la possibilita’ di presentare l’atto di impugnazione anche in luoghi diversi, facendo salva peraltro, al comma 1, la possibilita’ di disposizioni in deroga al principio generale (“salvo che la legge disponga altrimenti”).

Di qui l’ulteriore conseguenza che il riferimento, pur contenuto nell’articolo 324 cod. proc. pen., comma 2, alla norma generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., va interpretato come relativo esclusivamente alle “forme” con le quali la richiesta va presentata e non gia’ al luogo di presentazione.

Si valorizza infine, a favore della tesi in esposizione, la circostanza che l’obbligo di presentazione della domanda presso l’ufficio competente meglio favorirebbe le esigenze di semplificazione ed accelerazione del sistema.

Sono espressione del riferito orientamento, in epoca recente, Sez. 3, n. 12209 del 03/02/2016, Lococo, Rv. 266375; Sez. 3, n. 31961 del 02/07/2015, Borghi, Rv. 264189; Sez. 2, n. 18281 del 29/01/2013, Bacharm, Rv. 255753; ed in tempi meno recenti, Sez. 4, n. 33337 del 19/07/2002 Cannavacciuolo, Rv. 222663; Sez. 5, n. 2915 del 22/05/2000, Fontana, Rv. 216655.

2.2. Secondo il contrario orientamento, viceversa finalizzato a fornire la norma di piu’ ampi contenuti applicativi, il rinvio compiuto dall’articolo 324 c.p.p., comma 2, all’articolo 582 c.p.p., norma generale in materia di impugnazioni, consente il deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali anche nei luoghi in essa indicati; eppertanto, visto il comma 2, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui le parti si trovano, pur se questo e’ diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento, con l’ulteriore corollario che e’ tempestivo il deposito dell’impugnazione nel termine di dieci giorni se entro tale termine la richiesta sia depositata presso uno degli uffici indicati dalla norma generale di cui all’articolo 582 c.p.p..

Applicano tale lezione interpretativa, tra le piu’ recenti, Sez. 2, n. 2664 del 21/12/2016, dep. 2017, Visconti, Rv. 269111; Sez. 3, n. 23369 del 26/01/2016, Schena, Rv. 266822; Sez. 3, n. 1369 del 27/05/2015, dep. 2016, Moscoloni, Rv. 265963; Sez. 2, n. 50315 del 16/09/2015, Mokchane, Rv. 265462; Sez. 2, n. 45341 del 04/11/2015, De Petrillo, Rv. 2648721.

Secondo le richiamate pronunce militano a favore della interpretazione estensiva della norma processuale in esame plurime ragioni.

Innanzitutto il confronto dell’analoga disciplina in tema di misure cautelari personali, la’ dove sia l’articolo 309c.p.p. che l’articolo 324 cod. proc. pen. fanno riferimento, come luogo di deposito della relativa richiesta, agli uffici del giudice competente e la’ dove entrambe le norme richiamano le “forme” di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., di guisa che sarebbe incongruo differentemente applicare le due discipline in considerazione del rilievo che, sull’articolo 309 cod. proc. pen., le Sezioni Unite, gia’ con sentenza n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922, ebbero ad accreditare la soluzione ermeneutica piu’ ampia.

Il riferimento, inoltre, alle “forme” di cui all’articolo 582 c.p.p. contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, secondo tale lezione interpretativa, deve essere inteso a tutto l’articolo, in quanto regolatore di una disciplina generale, e non gia’ al solo comma 1, in coerenza peraltro col principio, anch’esso di valenza generale, del favor impugnationis.

  1. Ritiene la Corte che, tra le prospettate opzioni interpretative, di maggiore coerenza sistematica, logica e testuale sia quella da ultimo rappresentata, di piu’ ampia potenzialita’ applicativa.

3.1. Appare opportuno prendere le mosse da un argomento sistematico. La richiesta di riesame delle misure cautelari reali di cui all’articolo 324 c.p.p., al pari di quella di cui all’articolo 309 cod. proc. pen. in materia di misure cautelari personali, costituisce un mezzo di impugnazione e ad essa e’ pertanto applicabile la disciplina generale sulle impugnazioni prevista dal codice di rito (Libro 9) e l’articolo 582 cod. proc. pen. e’ norma compresa nel Titolo 1, recante, appunto “Disposizioni generali”.

3.2. Ancora richiamando la coerenza sistematica dell’ordinamento, non puo’ non rilevarsi che gli articoli 324 e 309 cod. proc. pen., norme regolatrici, rispettivamente, delle misure cautelari reali e di quelle personali, quanto alla ricezione dell’atto di impugnazione, descrivono discipline del tutto analoghe, giacche’ in entrambe le ipotesi vi e’ l’indicazione, principale, dell’ufficio di cancelleria presso l’autorita’ giudiziaria investita della competenza funzionale per la decisione (il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella fattispecie disciplinata dall’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5; il tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello nella cui circoscrizione e’ compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza, nella ipotesi regolata dall’articolo 309 c.p.p., commi 4 e 7).

In entrambe le norme, poi, la indicazione principale si completa con il richiamo all’articolo 582 cod. proc. pen.; l’articolo 324 c.p.p., al comma 2, recita infatti: “La richiesta e’ presentata nelle forme previste dall’articolo 582 c.p.p.”; mentre l’articolo 309 c.p.p. dispone, nel secondo periodo del comma 4: “Si osservano le forme previste dagli articoli 582 e 583 c.p.p.”.

3.3. Sul rapporto tra gli articoli 309 e 582 cod. proc. pen., sono intervenute le Sezioni Unite, affermando il seguente principio:”Il rinvio che in tema di presentazione della richiesta di riesame l’articolo 309 c.p.p., comma 4, fa alle forme dell’articolo 582 c.p.p. comprende anche il medesimo articolo 582 c.p.p., comma 2, secondo il quale le parti private e i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria della pretura in cui si trovano, se tale luogo e’ diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti ad un agente consolare all’estero. Una volta avvenuta la presentazione della richiesta o dell’appello in tali ultimi uffici nel termine di dieci giorni di cui all’articolo 309 cod. proc. pen., comma 3, e’ del tutto irrilevante, al fine della tempestivita’, che l’atto raggiunga o meno entro lo stesso termine la cancelleria del tribunale indicato nello stesso articolo 309 cod. proc. pen., comma 7″ (Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922).

Appare utile richiamare gli argomenti sviluppati a sostegno del principio di cui alla massima appena evocata, giacche’: la soluzione restrittiva e’ affidata esclusivamente al dato testuale della norma, dal quale si e’ voluto dedurre che dal successivo richiamo all’articolo 582 c.p.p. siano esclusi i diversi uffici indicati nel comma 2 dello stesso articolo; il dato testuale richiama pero’ le forme previste dall’articolo 582 c.p.p. nella loro globalita’ e senza limitazioni che il legislatore, ove avesse inteso porre, avrebbe formulato esplicitamente; sotto tale aspetto non e’ vano il rilievo che, in genere e salvo particolari limitazioni, il rinvio operato da una norma alle forme previste da altra disposizione, non e’ limitato ai meri requisiti formali di un atto, ma si estende ad ogni modalita’ procedurale della norma alla quale il rinvio viene operato; l’apparente contrasto fra l’esplicita indicazione della cancelleria del tribunale di cui all’articolo 309 c.p.p., comma 7 ed il successivo generico richiamo alle forme di cui all’articolo 582 c.p.p. (che potrebbe far ritenere come da quel richiamo sia esclusa la possibilita’ della presentazione dell’atto in diversi uffici) puo’ essere spiegato nel senso che il legislatore abbia voluto indicare l’organo definitivo destinatario dell’istanza e non quello al quale necessariamente questa deve essere in un primo momento presentata; le allegate ragioni d’urgenza potrebbero compromettere proprio l’attuazione di quel diritto che si pretende con esse di assicurare ancor piu’ rapidamente; una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con quel favor impugnationis cui e’ indubbiamente ispirato il sistema processuale, con intuitive possibilita’ di implicazione costituzionale, in relazione all’articolo 24 Cost., che gia’ di per se’ stesse portano a preferire l’interpretazione piu’ aderente alla salvaguardia del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

  1. A fronte delle ragioni sin qui offerte, appare quindi debole l’argomento, pure sviluppato a sostegno della interpretazione restrittiva, volto a valorizzare esigenze di semplificazione e di celerita’ procedimentale, sia perche’ subvalente siffatta ragione rispetto a quelle di rilievo giuridico e sistematico innanzi richiamate, sia perche’ comunque illogico e contraddittorio, la’ dove si consideri che la rapidita’ procedimentale si risolve nel restringimento delle possibilita’ di tutela, per i tempi contenuti assegnati alla difesa della parte privata.

Appare poi utile rimarcare che l’argomento valorizzato dalla pronunce assertive della soluzione restrittiva, secondo cui l’incipit della norma ex articolo 582 cod. proc. pen. (“Salvo che la legge disponga altrimenti”) la confermerebbe, si presta a considerazioni opposte, perche’ l’inciso e’ coerente con una disciplina generale e non con una disciplina derogatoria a quella generale contenente il richiamo della norma generale (l’articolo 582 cod. proc. pen., appunto).

Non puo’, infine, rimanere estraneo alla soluzione ermeneutica l’argomento che la tesi restrittiva esclude, di fatto, la possibilita’ di tutela dei residenti all’estero.

  1. Alla stregua delle esposte considerazioni va dunque enunciato il seguente principio di diritto:

“Ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

  1. Il Tribunale di Potenza, con l’ordinanza in scrutinio, ha dichiarato inammissibile la richiesta di riesame proposta dai ricorrenti perche’ presentata al Tribunale di Lagonegro, diverso da quello individuato ai sensi dell’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5, vale a dire il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella specie il Tribunale di Potenza.

L’ordinanza confligge col principio di diritto innanzi formulato, in applicazione del quale si palesa rituale la presentazione della richiesta di riesame ad un tribunale diverso da quello competente per la decisione, ovverosia, tornando al caso portato all’esame della Corte, il Tribunale di Lagonegro.

Il provvedimento va pertanto annullato senza rinvio, con trasmissione degli atti al giudice territoriale per la decisione sulla richiesta di riesame.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Potenza per il giudizio di riesame.

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346 cod. pen. e 346 bis cod. pen.

I rispettivi ambiti delle fattispecie di cui all’art. 346 cod. pen. e 346 bis cod. pen. possono essere così ricostruiti: il traffico di influenze incrimina le condotte nelle quali le relazioni tra mediatore e pubblico agente siano esistenti e reale sia il potere di influenza del mediatore sul pubblico funzionario. Invece il millantato credito incrimina i casi in cui il potere di influenza non ci sia, siano le relazioni esistenti o inesistenti, ma tale potere è ostentato ugualmente dal millantatore, al fine di ricevere un indebito vantaggio da chi, raggirato, è configurato come vittima del reato.

La giurisprudenza di legittimità ha delineato con nettezza, fin dai più risalenti arresti sul punto, l’elemento strutturale del delitto di cui all’art. 346, comma 1, cod. pen. e il bene protetto dalla fattispecie incriminatrice, individuandoli nel comportamento del soggetto attivo che si concreti in una vanteria, cioè in un’ostentazione della possibilità di influire sul pubblico ufficiale che venga fatto apparire come persona avvicinabile, cioè sensibile a favorire interessi privati in danno degli interessi pubblici di imparzialità, di economicità e di buon andamento degli uffici, cui deve ispirarsi l’azione della pubblica amministrazione.

Tale condotta, si è precisato, deve indurre a far intendere alla vittima che il millantatore abbia la capacità di esercitare un’influenza sui pubblici poteri tale da rendere i detti principi vani e cedevoli al tornaconto personale, con la conseguenza che alla persona del danneggiato (vera parte offesa, che la norma intende proteggere) deve apparire evidente la lesione del prestigio della pubblica amministrazione che deve emettere l’atto o tenere un dato comportamento, senza che importi che siano individuati i singoli funzionari e i reali rapporti che il millantatore intrattiene con essi (Sez.6, 2645 del 27/01/2000, Agrusti, Rv. 215651).

L’accezione della condotta del millantare – che evoca immediatamente all’interprete il fingere, per vanteria, cose non vere – era stata estesa dalla giurisprudenza, rendendo configurabile il delitto di cui all’art. 346 cod. pen., anche all’ipotesi in cui il credito vantato presso il pubblico ufficiale o impiegato sia effettivamente sussistente, ma venga artificiosamente magnificato e amplificato dall’agente in modo da far credere al soggetto passivo di essere in grado di influire sulle determinazioni di un pubblico funzionario e correlativamente di poterlo favorire nel conseguimento di preferenze e di vantaggi illeciti in cambio di un prezzo per la propria mediazione (Sez. 6, n. 11317 del 18/05/1989, Canz, Rv. 181968). Si osservava che, nel delitto di millantato credito, la condotta offensiva ha ad oggetto la vanteria dell’agente di essere nelle condizioni di poter frustrare per personale tornaconto i principi che presiedono all’azione amministrativa a garanzia della collettività amministrata.

Non vengono in discussione né rilevano i rapporti reali o presunti tra l’agente ed il pubblico ufficiale, poiché l’ostentazione di tali rapporti per tornaconto personale definisce la portata offensiva del delitto in esame, essendo essa stessa idonea ad esporre a pericolo l’interesse tutelato. D’altra parte, non può non ritenersi amplificata ovvero esagerata la facoltà di intrattenere rapporti, con il pubblico ufficiale tutte le volte in cui essa venga riferita alla possibilità di determinare l’azione pubblica per il tornaconto personale (Sez. 6, n. 5071 del 04/02/1991, Manuguerra, Rv. 187561).

 avvocato penalista diritto penale Bologna •avvocato penalista Ravenna diritto penale Ravenna Lugo faenza •avvocato penalista Forli diritto penale Forli • L’avvocato penalista Sergio Armaroli riceve presso il suo studio di Bolgna e difende in tutta italia: Costituiscono oggetto di specifica competenza professionale dello Studio l'assistenza nei reati contro la persona, il patrimonio, la Pubblica Amministrazione, i reati tributari, fallimentari, la tutela penale della proprietà intellettuale e del marchio, , i reati informatici, la responsabilità penale d'impresa ex D. L.vo 231/01 nonché i reati stradali. Albo avvocati avvocato penalista diritto penale Bologna • avvocato penalista Ravenna diritto penale Ravenna Lugo faenza • avvocato penalista Forli diritto penale Forli
avvocato penalista diritto penale Bologna • avvocato penalista Ravenna diritto penale Ravenna Lugo faenza • avvocato penalista Forli diritto penale Forli • L’avvocato penalista Sergio Armaroli riceve presso il suo studio di Bolgna e difende in tutta italia: Costituiscono oggetto di specifica competenza professionale dello Studio l’assistenza nei reati contro la persona, il patrimonio, la Pubblica Amministrazione, i reati tributari, fallimentari, la tutela penale della proprietà intellettuale e del marchio, , i reati informatici, la responsabilità penale d’impresa ex D. L.vo 231/01 nonché i reati stradali. Albo avvocati avvocato penalista diritto penale Bologna • avvocato penalista Ravenna diritto penale Ravenna Lugo faenza • avvocato penalista Forli diritto penale Forli

Pacifico, fin dalla più risalente giurisprudenza, era anche il tratto differenziale delle ipotesi di millantato credito previste nei commi 1 e 2 dell’art. 346 cod. pen., ciascuna costituente ipotesi autonoma di reato, determinato non in ragione alla oggettiva destinazione del denaro o altra utilità data o promessa all’agente, ma alla prospettazione che l’agente ne fa al danneggiato e che consiste nel prezzo per la propria mediazione presso il pubblico ufficiale (art. 346, primo comma cod. pen.) ovvero nel costo della corruzione (art. 346, secondo comma, cod. pen.) (Sez. 6, n. 17923 del 19/03/2001, dep. 2003, Lamanda, Rv. 224514). Ai fini della sussistenza dell’ipotesi delittuosa prevista dal secondo comma dell’art. 346 cod. pen., si aggiungeva, non è necessaria né la millanteria né una generica mediazione. L’agente infatti non pone ad oggetto della propria pattuizione il proprio intervento, né richiede un compenso per sé, ma adduce come causa della controprestazione il ‘dover comprare il favore del pubblico ufficiale’ ovvero ‘il doverlo remunerare’. A fronte di tale condotta sono possibili due sole alternative: o il soggetto si appropria delle somme, ed in questo caso deve rispondere del reato di cui all’art. 346 comma 2 cod. pen., o veramente corrompe o tenta di corrompere il funzionario, ed in questo caso dovrà rispondere del reato di corruzione. Quando non vi siano elementi che dimostrino quest’ultima ipotesi, residua la prima, senza che assuma rilevanza né la millanteria del credito né l’eventuale assunta mediazione (Sez. 6, n. 4915 del 02/04/1997 – dep. 27/05/1997, Moschetti F, Rv. 208140).

Come noto la legge 190 del 16 novembre 2012 ha introdotto – in adempimento alle indicazioni provenienti dalle Convenzioni Internazionali in materia di corruzione ratificate dall’Italia – la nuova fattispecie di cui all’art. 346 bis cod. pen. che, fuori dei casi di concorso nei reati di corruzione di cui agli artt. 319 e 319 bis cod. pen., punisce la condotta di colui che, sfruttando relazioni esistenti con un pubblico ufficiale o con un incaricato di un pubblico servizio, indebitamente fa dare o promettere, a sé o ad altri, denaro o altro vantaggio patrimoniale, come prezzo della propria mediazione illecita verso il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio ovvero per remunerarlo, in relazione al compimento di un atto contrario ai doveri di ufficio o all’omissione o al ritardo di un atto del suo ufficio. A differenza del millantato credito, inoltre, viene punito anche il soggetto privato che dà o promette il denaro o il vantaggio patrimoniale, sia per il fine della prima parte che per quello della seconda (art. 346 bis, comma 2, cod. pen.). Il privato – si è osservato in dottrina – cessa, così, di essere il malcapitato ‘compratore di fumo’, beffato nel millantato credito, eventualmente da tutelare sotto il profilo dell’interesse patrimoniale leso, e diviene punibile per il pactumsceleris contratto quale controparte dell’accordo inteso a sfruttare le relazioni del mediatore, che devono dunque esistere in concreto. Dalla figura delittuosa in esame è stata espunta ogni nota di frode od inganno, polarizzando la fattispecie incriminatrice sul disvalore del mercanteggiamento dell’ingerenza nell’attività della pubblica amministrazione con lo scopo di colpire il fenomeno di intermediazione illecita tra il privato e il pubblico funzionario, finalizzato alla corruzione di quest’ultimo. Scomparsa ogni assonanza del delitto in esame con quello di truffa – assonanza che ancora connota il delitto di cui all’art. 346 cod. pen.-, l’art. 346 bis cod. pen. mira a colpire la lesione o messa in pericolo dell’immagine e dell’interesse alla trasparenza della pubblica amministrazione cui fa da sfondo la probità dei suoi funzionari.

Le indicazioni ricavabili dal complesso degli obblighi internazionali cui si è voluto corrispondere attraverso la incriminazione della condotta di traffico di influenze; la enunciazione del presupposto negativo del fatto tipico (fuori dei casi di concorso nei reati di cui agli artt. 319 e 319 ter); la incriminazione anche del soggetto privato che dà o promette denaro, rendono evidente la finalità della norma incriminatrice, intesa a sanzionare un comportamento propedeutico alla commissione di una eventuale corruzione, ratio vieppiù palese ove si rifletta che la figura del trading in influence, nota nel contesto internazionale, secondo la giurisprudenza di legittimità, si poneva al di fuori della tipicità delle norme incriminatrici della corruzione contemplate dall’ordinamento, presupponendo, questa, un nesso tra il pubblico ufficiale e l’atto d’ufficio oggetto del mercimonio e non potendo essere dilatata fino al punto da comprendervi, con una operazione analogica non consentita in materia penale anche la mera venalità della carica (Sez. 6, n. 33345 del 04/05/2006, Battistella; Sez. 6, n. 5781 del 06/11/2006, Simonetti e altri; Sez. 6, n. 8043 del 12/05/1983, Amitrano, non massimate sul punto).

Con la introduzione della fattispecie si intende, così, intralciare, mediante una tecnica di tipizzazione anticipata, la realizzazione di condotte concretamente pericolose per i valori del buon andamento e dell’imparzialità dei funzionari della pubblica amministrazione, colpendo uno dei momenti anteriori a quelli dell’adozione, a vantaggio dell’istigatore iniziale, di un atto contrario ai doveri di ufficio o l’omissione/ritardo di un atto di ufficio e, cioè, la sollecitazione o offerta di denaro o altro vantaggio patrimoniale – cioè di benefici economicamente quantificabili – in vista dello sfruttamento di relazioni esistenti con il pubblico agente, momento che normalmente costituisce il primo stadio di una trattativa illecita, rispetto alla quale rimangono irrilevanti sia l’effettivo esercizio dell’influenza sia, a fortiori, il raggiungimento dell’esito voluto dall’istigatore iniziale.

Sotto altro aspetto, la collocazione della norma, che segue quella del millantato credito; la prospettazione, da parte dell’agente intermediario, della necessità di esercitare opera di mediazione verso il soggetto pubblico rispetto alle attese e richieste del privato e la stessa scansione della fattispecie incriminatrice, avvicinano la figura delittuosa in esame al reato di millantato credito e pongono la questione della individuazione degli elementi di diversificazione tra le due fattispecie e che, nel caso in esame, alla stregua del diverso inquadramento contenuto nella sentenza di primo grado e in quella di appello, è dato dalla esistenza delle relazioni con il pubblico funzionario o incaricato di pubblico servizio destinatario della mediazione, esistenza della relazione che costituisce il presupposto della mediazione e l’oggetto dello sfruttamento e che è stata valorizzata nella sentenza di primo grado come elemento di rilievo per la sussunzione del fatto nella fattispecie di cui all’art. 346 bis cod. pen. e posta a fondamento della mediazione da parte del ricorrente ovvero nella prospettazione della corruttibilità del destinatario della mediazione, rivelatasi del tutto infondata, valorizzata nella sentenza impugnata ai fini dell’inquadramento del fatto nella fattispecie di cui all’art. 346 cod. pen..

Rileva il Collegio, che la norma incriminatrice di cui all’art. 346 bis cod. pen., non precisa se il reato sia configurabile anche nel caso in cui la stessa sia effettivamente esercitata nei confronti del soggetto pubblico – in mancanza della promessa o corresponsione alcunché, ricadendosi, altrimenti nella ipotesi della istigazione alla corruzione, in caso di mancata accettazione, ovvero di corruzione, nel caso di accettazione – o debba, invece, restare unicamente a livello di prospettazione, senza che l’intermediario abbia effettivamente ad agire, scelta ermeneutica, quest’ultima, che accentua la funzione della fattispecie in esame di tutela anticipata all’imparzialità della pubblica amministrazione, punendo chi offre e chi acquista una mediazione illecita nei confronti di un pubblico ufficiale o di un incaricato di pubblico servizio – e, dunque, ne fa commercio – a prescindere che tale mediazione possa diventare episodio corruttivo. Né la norma di cui all’art. 346 bis cod. pen. chiarisce il grado di relazione con il soggetto pubblico, necessario affinché l’esistenza possa ritenersi realizzata: al di là dell’indistinto richiamo alla esistenza, l’aggettivazione sfugge ad una più precisa descrizione, circa l’intensità e la durata, ed è idonea a ricomprendere sia rapporti occasionali e sporadici, sia rapporti stabili e duraturi. È, però, indubbio che la esistenza della relazione con il soggetto pubblico costituisce il sostrato dello sfruttamento della influenza che l’agente è in grado di esercitare per soddisfare le esigenze di un soggetto che è ben consapevole di dovere comprare i favori del pubblico ufficiale, e che per questa ragione viene punito, sicché è necessario che, nel reato in esame, lo sfruttamento delle relazioni esistenti si leghi in modo inscindibile con la dazione o la promessa del denaro o altro vantaggio patrimoniale, nel senso che lo sfruttamento costituisce la ragione per cui avviene tale dazione o tale promessa atteggiandosi l’uno come risorsa e l’altra come vantaggio. In altre parole, la dazione o la promessa costituiscono il corrispettivo dello sfruttamento di relazioni esistenti e tale sfruttamento in favore del compratore di influenze deve costituire la causa o quanto meno il motivo determinante dell’accordo con l’intermediario. Può, dunque, pervenirsi ad una prima conclusione secondo la quale l’esistenza delle relazioni tra intermediario e soggetto pubblico, che nell’ottica del patto dovranno essere sfruttate, è il presupposto del reato.

Ma la realtà della relazione non è da sola sufficiente a connotare la sussistenza del reato poiché, come accennato, la vera causa del negozio illecito tra il mediatore e il soggetto privato interessato è costituita dallo sfruttamento della esistente relazione per determinare, o perlomeno, orientare il comportamento del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. Indubbiamente un peso specifico, in termini di capacità di influenza, possiedono alcune relazioni – si pensi alle relazioni di parentela, sentimentali, amicali, di subordinazione o di rapporto lavorativo, presenti al momento del reato rispetto ad altre, saltuarie, incostanti o desuete, ma pure esse reali, al pari di quelle di chi, occasionalmente e senza alcuna confidenza, incontra il pubblico agente, situazioni, soprattutto queste ultime, che presentano connotati di affinità con le ipotesi di millantato credito esaminate nella giurisprudenza fino all’entrata in vigore della legge 190/2012 nelle quali l’autore del reato aveva un rapporto reale con il pubblico ufficiale e, amplificando artatamente il proprio credito verso di lui, abbia indotto il soggetto passivo a credere di poter ottenere il favore e a riconoscergli il prezzo della mediazione o del corrispettivo dovuto al pubblico ufficiale o incaricato del pubblico servizio per comprarne il favore o remunerarlo.

Ne consegue che i rispettivi ambiti delle fattispecie di cui all’art. 346 cod. pen. e 346 bis cod. pen. possono essere così ricostruiti: il traffico di influenze incrimina le condotte nelle quali le relazioni tra mediatore e pubblico agente siano esistenti e reale sia il potere di influenza del mediatore sul pubblico funzionario. Invece il millantato credito incrimina i casi in cui il potere di influenza non ci sia, siano le relazioni esistenti o inesistenti, ma tale potere è ostentato ugualmente dal millantatore, al fine di ricevere un indebito vantaggio da chi, raggirato, è configurato come vittima del reato. Il compratore di influenze, per essere considerato soggetto attivo, deve essere consapevole che il potere di influenza sia esistente e che quindi il pericolo per la disfunzione dei pubblici apparati a suo vantaggio sia obiettivo concretamente perseguibile. Viceversa, la fattispecie di millantato credito verrà in rilievo in tutte le ipotesi in cui il credito sia fasullo e posticcio e, pertanto, non esista né la relazione con il pubblico ufficiale, tanto meno l’influenza.