Avvocato penalista

OMICIDIO STRADALE, AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE, AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni.

La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto.

Il reato di omicidio stradale aggravato dalla fuga può concorrere con quello di omessa prestazione di assistenza stradale, in quanto le fattispecie di cui ai commi 6 e 7 dell’art. 189 cod. strada costituiscono due distinte ipotesi di reato e soltanto la condotta di fuga dopo un incidente stradale è assorbita nella fattispecie complessa di cui al combinato disposto degli artt. 589-bis e 589-ter cod. pen.

Massime relative all’art. 589 bis Codice Penale

Cass. pen. n. 16609/2019

Il reato di omicidio stradale (art. 589 bis c.p.), introdotto dall’art. 1, comma 1, della legge 23 marzo 2016 n. 41, costituisce una figura autonoma di reato e non una fattispecie circostanziata del comune reato di omicidio colposo, la cui applicabilità come norma sopravvenuta più favorevole nel caso di cui al comma VII, (che prevede la riduzione fino alla metà della pena ordinaria della reclusione da due a sette anni “qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole”) non potrebbe tuttavia aver luogo nell’ipotesi che siano state riconosciute al colpevole le attenuanti generiche, valutate come equivalenti all’aggravante di cui all’allora vigente terzo comma dell’art. 589 c.p., giacché per effetto di tali attenuanti la pena minima applicabile sarebbe quella di mesi sei di reclusione, prevista per il reato non aggravato dal primo comma di detto ultimo articolo, mentre quella applicabile ai sensi del comma VII dell’art. 589 bis sarebbe quella di mesi otto.

Le fattispecie tipizzate negli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen. (omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi e gravissime), introdotti dall’art. 1 della legge 23 marzo 2016, n. 41, costituiscono fattispecie autonome e non ipotesi aggravate dei reati di omicidio colposo e lesioni colpose

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., per contrasto con l’art. 3 Cost., nella parte in cui non prevede l’applicazione della relativa circostanza attenuante ai fatti antecedenti alla sua entrata in vigore, trattandosi di norma frutto di una scelta di politica criminale volta a temperare il più rigoroso trattamento sanzionatorio della novella che ha introdotto le norme in tema di omicidio stradale .

Secondo la Cass. pen. n. 13587/2019 Nell’ omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen.

non ricorre nel caso in cui sia stato accertato un comportamento della vittima perfettamente lecito e completamente estraneo al decorso causale dell’evento colposo. (Nella specie, la Corte ha confermato la sentenza che aveva escluso l’attenuante in relazione ad un tamponamento violento che aveva causato la morte di una persona che, munita di cintura di sicurezza, si trovava alla guida di un’autovettura ferma al semaforo rosso, escludendo che potesse considerarsi fattore concausale, cui rapportare la minore gravità della condotta, il tipo di autovettura della vittima – d’epoca e priva di “air bag”, con telaio leggero e assetto estremamente basso – dotata, comunque, dei requisiti di sicurezza previsti dalla legge per circolare).

Secondo Cass. pen. n. 13103/2019 Nell’omicidio stradale omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, ricorre non solo nelle ipotesi costituite dal contributo concorrente fornito dalla vittima nella determinazione dell’evento, ma anche in ogni altra ipotesi che sia dipesa dalla condotta di altri conducenti e da altri fattori esterni da individuarsi di volta in volta.

In tema di omicidio stradale, il testo dell’art. 589-bis, comma 2, c.p. non riconduce la fattispecie aggravata all’ipotesi in cui lo stato di ebbrezza sia la causa del sinistro mortale, ma indica nello stato di ebbrezza il presupposto di applicazione dell’aggravante. Il legislatore, infatti, stabilisce l’aggravamento per l’ipotesi in cui il conducente, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica, cagioni, per la violazione delle norme sulla circolazione stradale, la morte di una persona.

Del resto, che la guida in stato di ebbrezza costituisca di per sé il presupposto applicativo dell’aggravante, ancorché non incidente sulla causazione del sinistro, si desume anche dalla scelta legislativa di introdurre con la fattispecie autonoma dell’omicidio stradale un reato complesso in cui la contravvenzione di cui all’art. 186 c. strad. perde la propria autonomia.

V

OMICIDIO STRADALE BOLOGNA , AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE 

OMICIDIO STRADALE RAVENNA  , AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE FORLI, AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE  CESENA  , AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE ROVIGO, AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE VICENZA  AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

OMICIDIO STRADALE  TREVISO , AUTO CAMION PEDONI, AVVOCATO DIFENDE

 590 sexies Codice Penale medici sanitari danno urgente come chiama

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 590 sexies Codice Penale medici sanitari danno urgente come chiama BOLOGN A NAPOLI VICENZA ROMA MILANO TREVISO SEDE A BOLOGNA

051 6447838   051 6447838   051 6447838 

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma.

Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

 590 sexies Codice Penale medici sanitari danno urgente come chiama BOLOGN A NAPOLI VICENZA ROMA MILANO TREVISO SEDE A BOLOGNA

In tema di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590-sexies, cod. pen. (introdotta dall’art. 6, comma secondo, della legge 8 marzo 2017, n. 24) – che, nel caso di evento lesivo o mortale verificatosi a causa di imperizia dell’esercente la professione sanitaria, esclude la punibilità dell’agente il quale abbia rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida ufficiali ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche assistenziali, e sempre che tali raccomandazioni risultino adeguate alle specificità del caso concreto – non trova applicazione: a) negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida; b) nelle situazioni concrete in cui le suddette raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiari condizioni del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate; c) in relazione alle condotte che, sebbene collocate nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti e appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo, come nel caso di errore nell’esecuzione materiale di atto chirurgico pur correttamente impostato secondo le raccomandazioni ufficiali.

Il concorso colposo risulta configurabile anche rispetto al delitto doloso, purché il reato del partecipe sia previsto dalla legge anche nella forma colposa e nella condotta siano effettivamente presenti tutti gli elementi che caratterizzano la colpa, dovendosi altresì verificare che la regola cautelare violata sia diretta a prevenire anche il rischio dell’atto doloso del terzo e che quest’ultimo risulti prevedibile per l’agente chiamato a rispondere a titolo di colpa (principio affermato, nella specie, con riguardo al caso di un medico psichiatra cui si addebitava di non avere sottoposto ad un trattamento farmacologico adeguato alla sua effettiva e riconoscibile pericolosità un soggetto affidato alle sue cure, il quale aveva quindi commesso un omicidio).

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051 6447838   051 6447838   051 6447838 


Attesa l’assenza, nella normativa in materia di colpa medica introdotta dalla legge n. 24/2017, della distinzione, ai fini penalistici, tra colpa lieve e colpa grave, quale prevista invece dal previgente art. 3 comma 1, D.L. n. 158/2012, convertito, con modificazioni dalla legge n. 189/2012, n. 189 (in base al quale la responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria che si fosse attenuto “a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” era limitata ai casi di colpa grave), deve ritenersi che tale norma, in base alla regola dettata dall’art. 2 c.p., debba continuare a trovare applicazione, quale norma più favorevole, relativamente ai fatti avvenuti durante la sua vigenza, quando, sussistendo le altre condizioni, l’esercente la professione sanitaria dovrebbe rispondere solo a titolo di colpa lieve.

In tema di responsabilità penale a titolo di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590 sexies c.p., introdotto dall’art. 6 della legge n. 24/2017, nella parte in cui dispone che “Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”, va interpretata nel senso che essa riguarda soltanto i casi in cui vi sia imputazione di colpa per imperizia e non trova applicazione negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida, come pure nelle situazioni concrete nelle quali tali raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate, dovendosi altresì, escludere la sua operatività in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti ed appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, le raccomandazioni contenute nelle linee guida definite e pubblicate ai sensi dell’art. 5 della legge 8 marzo 2017, n. 24 – pur rappresentando i parametri precostituiti a cui il giudice deve tendenzialmente attenersi nel valutare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia – non integrano veri e propri precetti cautelari vincolanti, capaci di integrare, in caso di violazione rimproverabile, ipotesi di colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto; ne consegue che, nel caso in cui tali raccomandazioni non siano adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente, l’esercente la professione sanitaria ha il dovere di discostarsene.

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, l’abrogato art. 3 comma 1, del D.L. n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto.

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051 6447838   051 6447838   051 6447838 

“Quale sia, in tema di responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l’ambito applicativo della previsione di “non punibilità” prevista dall’art. 590-sexies cod. pen., introdotta dalla L. 8 marzo 2017, n. 24″.

2. All’origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite vi è la promulgazione della L. 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonchè in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 1 aprile 2017, nota come “legge Gelli-Bianco” in ragione dei nomi dei rispettivi relatori di maggioranza alla Camera e al Senato. Questa, proseguendo nella volontà manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all’interno del codice penale, ha disposto, all’art. 6, nel primo comma, la formulazione dell’art. 590-sexies cod. pen. contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioè del D.L. 13 settembre 2012, n. 158, art. 3, comma 1, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla L. 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come “decreto Balduzzi”, dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.

2.1. L’art. 3 del d.l. Balduzzi era stato concepito per normare i limiti della responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria a fronte di un panorama giurisprudenziale divenuto sempre più severo nella delineazione della colpa medica punibile, salvo il mantenimento di una certa apertura all’utilizzo della regola di esperienza ricavabile dall’art. 2236 cod. civ., per la stessa individuabilità della imperizia, nei casi in cui si fosse imposta la soluzione di problemi di specifica difficoltà di carattere tecnico-scientifico (fra le molte, Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggè, Rv. 237875).

Si era, invero, pervenuti nel volgere di un ventennio – dopo un passato di approdi giurisprudenziali più indulgenti che ricavavano direttamente dall’art. 2236 cod. civ. la possibilità di punire il solo errore inescusabile derivante dalla mancata applicazione delle cognizioni generali – ad un assetto interpretativo in base al quale la colpa medica non veniva di regola esclusa, una volta accertato che l’inosservanza delle linee-guida era stata determinante nella causazione dell’evento lesivo, essendo rilevante in senso liberatorio soltanto che questo, avuto riguardo alla complessiva condizione del paziente, fosse, comunque, inevitabile e, pertanto, ascrivibile al caso fortuito (Sez. 4, n. 35922 del 11/07/2012, Ingrassia, Rv. 254618).

Ebbene, l’art. 3 citato era stato congegnato nel senso di sancire la esclusione della responsabilità per colpa lieve, quando il professionista, nello svolgimento delle proprie attività, non ulteriormente perimetrate con riferimento alla idoneità dell’evento ad integrare specifiche figure di reato nè quanto alla afferibilità alla negligenza, imprudenza o imperizia, si fosse “attenuto” a linee-guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.

2.2. Dal canto suo, l’art. 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilità sulla responsabilità colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.) o omicidio colposo (art. 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di “imperizia” e sul presupposto che siano state “”rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”.

E’ comunque fatta salva, dall’art. 7, la responsabilità civile dell’esercente la professione sanitaria, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ.

2.3. Il precetto dell’art. 6 deve essere letto alla luce degli artt. 1, 3 e 5 che lo precedono: norme che costituiscono uno dei valori aggiunti della novella, nella ottica di una migliore delineazione della colpa medica, poichè pongono a servizio del fine principale dell’intervento legislativo – la sicurezza delle cure unitamente ad una gestione consapevole e corretta del rischio sanitario (art. 1), a sua volta anticipato nel disegno della L. 28 dicembre 2015, n. 208, art. 1, commi 538 e segg. (legge di stabilità per il 2016) – un metodo nuovo di accreditamento delle linee-guida. Queste ambiscono così a costituire non solo, per i sanitari, un contributo autorevole per il miglioramento generale della qualità del servizio, essendo, tutti gli esercenti le numerose professioni sanitarie riconosciute, chiamati ad attenervisi (art. 5, comma 1), ma anche, per il giudizio penale, indici cautelari di parametrazione, anteponendosi alla rilevanza delle buone pratiche clinico-assistenziali, che, elemento valorizzato nel decreto Balduzzi, assumono oggi rilievo solo sussidiario per il minor grado di ponderazione scientifica che presuppongono, pur rimanendo comunque da individuare in modelli comportamentali consolidati oltre che accreditati dalla comunità scientifica.

E’ qui sufficiente rammentare che dall’art. 3 è prevista la istituzione di un Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità destinato a raccogliere dati utili per la gestione del rischio sanitario e quelli concernenti le buone pratiche per la sicurezza delle cure, predisponendosi linee di indirizzo con l’ausilio delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie. Oltre a ciò, viene regolamentata la creazione di un elenco delle predette società e associazioni, aventi peculiari caratteristiche idonee a garantirne la trasparenza e la capacità professionale scientifica; enti deputati ad elaborare, unitamente alle istituzioni pubbliche e private, le raccomandazioni da includere in linee-guida che hanno la finalità di fungere da parametro per la corretta esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale.

Tali linee-guida sono recepite attraverso un sistema di pubblicità garantito dall’Istituto superiore di sanità pubblica che lo realizza nel proprio sito internet, previa una ulteriore verifica della conformità della metodologia adottata a standard definiti resi pubblici dello stesso Istituto.

E’ sicuramente rimarchevole che tanto l’istituzione dell’Osservatorio quanto la formazione del predetto elenco siano ufficialmente avvenuti mediante la pubblicazione di due decreti del Ministero della Salute in date, rispettivamente, 2 agosto e 29 settembre 2017 (in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 186 del 10 agosto 2017 e n. 248 del 23 ottobre 2017).

3. Va osservato preliminarmente che, sul tema della natura, finalità e cogenza delle linee-guida – che hanno assunto rilevanza centrale nel costrutto della intera impalcatura della legge – non vi è motivo per discostarsi dalle condivisibili conclusioni maturate in seno alla giurisprudenza delle sezioni semplici della Cassazione, icasticamente riprese e sviluppate, anche dopo la introduzione della novella, dalla sentenza Sez. 4, n. 28187 del 20/04/2017, nota nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale col riferimento al nome, Tarabori, della parte civile ricorrente contro il proscioglimento dell’imputato De Luca: sentenza che costituisce uno dei due poli del contrasto sottoposto alle Sezioni Unite, ma non sul tema della natura delle linee-guida, che non risulta investito da divergenza di interpretazioni.

Ebbene, può convenirsi con il rilievo che, anche a seguito della procedura ora monitorata e governata nel suo divenire dalla apposita istituzione governativa, e quindi tendente a formare un sistema con connotati pubblicistici, le linee-guida non perdono la loro intrinseca essenza, già messa in luce in passato con riferimento alle buone pratiche. Quella cioè di costituire un condensato delle acquisizioni scientifiche, tecnologiche e metodologiche concernenti i singoli ambiti operativi, reputate tali dopo un’accurata selezione e distillazione dei diversi contributi, senza alcuna pretesa di immobilismo e senza idoneità ad assurgere al livello di regole vincolanti.

La utilità della descritta introduzione delle linee-guida, pubblicate a cura del competente istituto pubblico, resta indubbia.

Da un lato, una volta verificata la convergenza delle più accreditate fonti del sapere scientifico, esse servono a costituire una guida per l’operatore sanitario, sicuramente disorientato, in precedenza, dal proliferare incontrollato delle clinical guidelines. Egli è oggi posto in grado di assumere in modo più efficiente ed appropriato che in passato, soprattutto in relazione alle attività maggiormente rischiose, le proprie determinazioni professionali. Con evidenti vantaggi sul piano della convenienza del servizio valutato su scala maggiore, evitandosi i costi e le dispersioni connesse a interventi medici non altrettanto adeguati, affidati all’incontrollato soggettivismo del terapeuta, nonchè alla malpractice in generale.

Dall’altro lato, la configurazione delle linee-guida con un grado sempre maggiore di affidabilità e quindi di rilevanza – derivante dal processo di formazione – si pone nella direzione di offrire una plausibile risposta alle istanze di maggiore determinatezza che riguardano le fattispecie colpose qui di interesse. Fattispecie che, nella prospettiva di vedere non posto in discussione il principio di tassatività del precetto, integrato da quello di prevedibilità del rimprovero e di prevenibilità della condotta colposa, hanno necessità di essere etero-integrate da fonti di rango secondario concernenti la disciplina delle cautele, delle prescrizioni, degli aspetti tecnici che in vario modo fondano il rimprovero soggettivo.

Con una espressione sintetica, proprio attraverso tali precostituite raccomandazioni si hanno parametri tendenzialmente circoscritti per sperimentare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia. Ed è in relazione a quegli ambiti che il medico ha la legittima aspettativa di vedere giudicato il proprio operato, piuttosto che in base ad una norma cautelare legata alla scelta soggettiva, a volte anche estemporanea e scientificamente opinabile, del giudicante. Sempre avendo chiaro che non si tratta di veri e propri precetti cautelari, capaci di generare allo stato attuale della normativa, in caso di violazione rimproverabile, colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto.

Così come è da escludere che il nuovo sistema introdotto, pur sembrando formalmente sollecitare alla esatta osservanza delle linee-guida, anche al fine di ottenere il beneficio previsto in campo penale, possa ritenersi agganciato ad automatismi.

Non si tratta, infatti, di uno “scudo” contro ogni ipotesi di responsabilità, essendo la loro efficacia e forza precettiva comunque dipendenti dalla dimostrata “adeguatezza” alle specificità del caso concreto (art. 5), che è anche l’apprezzamento che resta, per il sanitario, il mezzo attraverso il quale recuperare l’autonomia nell’espletare il proprio talento professionale e, per la collettività, quello per vedere dissolto il rischio di appiattimenti burocratici. Evenienza dalla quale riemergerebbero il pericolo per la sicurezza delle cure e il rischio della “medicina difensiva”, in un vortice negativo destinato ad autoalimentarsi.

Non, dunque, norme regolamentari che specificano quelle ordinarie senza potervi derogare, ma regole cautelari valide solo se adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente e implicanti, in ipotesi contraria, il dovere, da parte di tutta la catena degli operatori sanitari concretamente implicati, di discostarsene.

4. Tutto ciò premesso, può ora più efficacemente riassumersi il senso del contrasto giurisprudenziale rilevato.

4.1. Il primo orientamento è sostenuto dalla sentenza De Luca-Tarabori sopra citata, concernente il caso di un medico psichiatra, responsabile del piano riabilitativo redatto per un paziente e chiamato a rispondere, a titolo di colpa, dell’omicidio volontario da questi compiuto, con un mezzo contundente, nella occasione della convivenza con la futura vittima, posta unitamente all’imputato in una struttura residenziale a bassa soglia assistenziale: posizione, quella del medico prosciolto dal Gip ai sensi dell’art. 425 cod. proc. pen., che la Cassazione ha fatto oggetto di annullamento con rinvio, tra l’altro, per il necessario raffronto con le linee-guida del caso concreto, anche nella prospettiva della operatività del decreto Balduzzi quale legge più favorevole.

Tale decisione, confrontandosi con le potenzialità apparentemente liberatorie della novella, muove dal preliminare rilievo di incongruenze interne alla formulazione del precetto dell’art. 6 cit. che porrebbero in crisi la possibilità stessa di comprendere la ratio della norma e poi quella di applicarla, se dovesse darsi corso ad una adesione acritica alla lettera della legge.

Questa, infatti, con l’enunciato della non punibilità dell’agente che rispetti le linee-guida accreditate, nel caso in cui esse risultino adeguate alle specificità del caso concreto, sarebbe una norma quantomeno inutile perchè espressione dell’ovvio; e cioè del fatto che chi rispetta le linee-guida scelte in modo appropriato non può che essere riconosciuto esente da responsabilità, sia a titolo di imperizia che ad altro titolo, perchè non ha tenuto alcun comportamento rimproverabile.

La sentenza ripudia anche la interpretazione della norma secondo cui l’ambito della imperizia esclusa dall’area della colpevolezza sarebbe quello che vede prodotto l’evento lesivo in una situazione nella quale, almeno “in qualche momento della relazione terapeutica”, il sanitario “abbia comunque fatto applicazione di direttive qualificate”.

Infatti, ove tale evento lesivo fosse legato causalmente ad un comportamento in sè connotato da imperizia ed esulasse dall’ambito specificamente regolato dalle linee-guida adottate dal sanitario nel caso concreto, sarebbero traditi, con l’applicazione della causa di non punibilità, lo stesso principio costituzionale di colpevolezza e i connotati generali della colpa. Questa, pur non estendendosi a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione di una prescrizione, è tuttavia inscindibilmente connessa ai risultati che la regola mira a prevenire e, soggettivamente, alla prevedibilità e prevenibilità oltre che, in sintesi, alla rimproverabilità.

In conclusione, per l’orientamento in esame, non è consentito invocare l’utilizzo di direttive non pertinenti rispetto alla causazione dell’evento, per vedere esclusa la responsabilità colpevole, non dovendosi per giunta dimenticare il carattere non esaustivo e non cogente delle linee-guida.

La scelta contraria sarebbe in violazione dell’art. 32 Cost., implicando un radicale depotenziamento della tutela della salute, e del principio di uguaglianza, ove stabilisse uno statuto normativo irrazionalmente diverso rispetto a quello di altre professioni altrettanto rischiose e difficili.

Secondo la sentenza De Luca-Tarabori, dunque, va escluso che il sintagma enunciativo della “causa di non punibilità” possa davvero reputarsi riferibile dogmaticamente a tale istituto, dovendo piuttosto essere inteso come un atecnico quanto ripetitivo riferimento al giudizio di responsabilità con riguardo alla parametrazione della colpa.

Ne discende che, in primo luogo, va dato per certo che la nuova disciplina specificatrice dei precetti generali in tema di colpa comunque non è destinata ad operare negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee-guida, rientrando in questa ipotesi anche il caso di linee-guida pertinenti ma aventi ad oggetto regole di diligenza o prudenza e non di perizia; nè nelle situazioni concrete nelle quali le raccomandazioni dipendenti da quelle debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate (la previsione della possibile inadeguatezza, nella relazione terapeutica esecutiva, peraltro, è essa stessa evidenza della impossibilità di qualificare la linea-guida come fonte di colpa specifica); nè in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee-guida pertinenti ed appropriate (con riferimento, dunque, al momento della scelta delle linee stesse), non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

Negli altri casi, il riferimento alle linee-guida è null’altro che il parametro per la individuazione-graduazione-esclusione della colpa secondo le regole generali, quando quella dipenda da imperizia.

Dal punto di vista del regime intertemporale, la previgente disciplina – che pure abrogata continuerebbe ad operare se risultasse essere legge sostanziale più favorevole – appare avere tale connotato alla stregua della novella del 2017. Essa infatti, come interpretata dalla giurisprudenza maggioritaria di legittimità, introduceva una ipotesi di decriminalizzazione delle condotte connotate da colpa lieve, a prescindere dal tipo di colpa, evenienza invece cancellata dalla legge Gelli-Bianco, con la conseguenza della impossibilità di continuare a distinguere, per i comportamenti futuri, ai fini della esclusione della responsabilità penale, la colpa lieve da quella grave.

In chiusura, la sentenza De Luca-Tarabori auspica che possa continuare a rappresentare un valido contributo la tradizione ermeneutica che accredita la possibile rilevanza, in ambito penale, dell’art. 2236 cod. civ., quale regola di esperienza cui attenersi nel valutare, in ambito penalistico, l’addebito di imperizia.

4.2. La sentenza Cavazza che sostiene l’orientamento opposto è della Sez. 4, n. 50078 del 19/10/2017, intervenuta in un caso di doppia pronuncia conforme di condanna, nei confronti di un medico che aveva effettuato un intervento di ptosi (lifting) del sopracciglio, cagionando al paziente una permanente diminuzione della sensibilità in un punto della zona frontale destra per la lesione del corrispondente tratto di nervo. Tale decisione ha dichiarato la prescrizione del reato rilevando che la condotta del sanitario, descritta dai giudici del merito come gravemente imperita, non poteva godere della novella causa di non punibilità sol perchè nella motivazione della sentenza non si affrontava il tema dell’eventuale individuazione di corrette linee-guida, omissione non più emendabile per il sopravvenire della causa di estinzione; non poteva neppure beneficiare della previsione liberatoria della legge Balduzzi, data la accertata “gravità” della colpa e dell'”errore inescusabile”, come plasmato dalla giurisprudenza della Cassazione con riferimento tanto alla scelta del sapere appropriato quanto al minimo di correttezza della fase esecutiva.

In essa si sostiene il carattere innovativo e in discontinuità col passato, sul versante penalistico, della legge Gelli-Bianco.

Questa viene recepita eminentemente in base al criterio della interpretazione letterale, il quale evidenzia che si è voluta adottare una causa di esclusione della punibilità per la sola imperizia, la cui operatività è subordinata al rispetto delle linee-guida ufficiali. Non manca, nella stessa sentenza, l’inquadramento sistematico di tale conclusione, basato sulla considerazione della finalità perseguita e cioè quella di attenuare specifici profili della colpa medica, favorendo tale professione di cui il legislatore ha inteso diminuire l’ambito della responsabilità penale, ferma restando quella civile.

Tale rispetto viene però preteso soltanto nella fase della selezione delle stesse, cosicchè resta fuori dalla gamma delle condotte punibili la “imperita applicazione” di esse, cioè la imperizia che cada nella fase esecutiva.

Si tratterebbe di una previsione, quella della non punibilità, che opera al di fuori delle categorie dogmatiche della colpevolezza e della causalità colposa e trova giustificazione nell’intento del legislatore di non vedere mortificata la professionalità medica dal timore di ingiuste rappresaglie e, con una sola espressione, di prevenire la c.d. medicina difensiva.

5. Ritengono le Sezioni Unite che in ciascuna delle due contrastanti sentenze in esame siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione. Sintesi che richiede talune puntualizzazioni sugli elementi costitutivi della nuova previsione, da individuare attraverso una opportuna attività ermeneutica che tenga conto, da un lato, della lettera della legge e, dall’altro, di circostanze anche non esplicitate ma necessariamente ricomprese in una norma di cui può dirsi certa la ratio, anche alla luce del complesso percorso compiuto negli anni dal legislatore sul tema in discussione. Percorso al quale non risultano estranei il contributo della Corte costituzionale nè gli approdi della giurisprudenza di legittimità, di cui, dunque, ci si gioverà.

Infatti, val la pena osservare che il canone interpretativo posto dall’art. 12 preleggi, comma 1, prevede la valorizzazione del significato immediato delle parole, di quello derivante dalla loro connessione nonchè della “intenzione del legislatore”. E da tale disposizione – che va completata con la verifica di compatibilità coi principi generali che regolano la ricostruzione degli elementi costitutivi dei precetti – si evince un solo vincolante divieto per l’interprete, che è quello riguardante l’andare “contro” il significato delle espressioni usate, con una modalità che sconfinerebbe nell’analogia, non consentita nella interpretazione del comando penale. Non gli è invece vietato andare “oltre” la letteralità del testo, quando l’opzione ermeneutica prescelta sia in linea con i canoni sopra indicati, a maggior ragione quando quella, pur a fronte di un testo che lascia aperte più soluzioni, sia l’unica plausibile e perciò compatibile col principio della prevedibilità del comando; sia, cioè, il frutto di uno sforzo che si rende necessario per giungere ad un risultato costituzionalmente adeguato, candidandosi così a dare luogo, in presenza di una divisione netta nella giurisprudenza delle sezioni semplici, al “diritto vivente” nella materia in esame.

Il tentativo di sperimentare una interpretazione costituzionalmente conforme è, d’altro canto, il passaggio necessario e, se come nella specie concluso con esito positivo, ostativo all’investitura della Corte costituzionale, in contrasto con quanto auspicato dal Procuratore generale.

Ed è, quella anticipata, l’elaborazione che le Sezioni Unite intendono rendere, essendo proprio compito, nell’esercizio della funzione nomofilattica, individuare il significato più coerente del dato precettivo, anche scegliendo tra più possibili significati e plasmando la regola di diritto la quale deve mantenere il carattere generale ed astratto.

Ciò, in altri termini, senza che sia riconducibile alla attività interpretativa che ci si accinge a compiere un’efficacia sanante di deficit di tassatività della norma, non condividendosi il sospetto che la scelta sulla portata normativa dell’art. 6 sia sospinta dalla esistenza di connotati di incertezza e di imprevedibilità delle conseguenze del precetto, le quali, se ravvisate, avrebbero condotto alla sola possibile soluzione di sollevare, nella sede propria, il dubbio di costituzionalità.

6. E’ utile premettere, all’analisi degli enunciati delle due sentenze in contrasto, che la ricostruzione del sistema di esenzione da pena della legge Gelli-Bianco usufruisce in maniera consistente del dibattito già avviato su temi affacciatisi alla disamina della giurisprudenza e della dottrina in relazione al decreto Balduzzi, essendo presente anche in questo la previsione del raffronto del comportamento medico con il complesso di linee-guida o buone pratiche oggetto di accreditamento da parte della comunità scientifica e scaturendo da esso la necessità di confrontarsi col problema delle diverse forme di colpa generica.

6.1. Occorre ribadire che la valutazione da parte del giudice sul requisito della rispondenza (o meno) della condotta medica al parametro delle linee-guida adeguate (se esistenti) può essere soltanto quella effettuata ex ante, alla luce cioè della situazione e dei particolari conosciuti o conoscibili dall’agente all’atto del suo intervento, altrimenti confondendosi il giudizio sulla rimproverabilità con quello sulla prova della causalità, da effettuarsi ex post. Ma con la ulteriore puntualizzazione che il sindacato ex ante non potrà giovarsi di una soglia temporale fissata una volta per sempre, atteso che il dovere del sanitario di scegliere linee-guida “adeguate” comporta, per il medesimo così come per chi lo deve giudicare, il continuo aggiornamento della valutazione rispetto alla evoluzione del quadro e alla sua conoscenza o conoscibilità da parte del primo. Attività, quella qui descritta, destinata a rimanere estranea al pericolo di vedere confuso il giudizio sulla “adeguatezza” delle linee-guida (ex ante) con quello sulle modalità e gli effetti della loro concreta “attuazione” che, essendo necessariamente postumo, non è incluso fra i criteri di individuazione della condotta esigibile.

6.2. Nella stessa ottica di fissazione delle linee generali lungo le quali sviluppare la disamina qui richiesta, va anche ribadita la consapevolezza della estrema difficoltà, che talvolta si presenta, nel riuscire ad operare una plausibile distinzione tra colpa da negligenza e colpa da imperizia. Distinzione comunque da non potersi omettere in quanto richiesta dal legislatore del 2017 che, consapevolmente, ha regolato solo il secondo caso, pur in presenza di un precedente, articolato dibattito giurisprudenziale sulla opportunità di non operare la detta differenziazione quando non espressamente richiesta dalla lettera della legge (come avveniva per il decreto Balduzzi) per la estrema fluidità dei confini fra le dette nozioni.

La distinzione riacquista oggi una peculiare rilevanza perchè, nell’ipotesi di colpa da negligenza o imprudenza, la novella causa di non punibilità è destinata a non operare; mentre la semplice constatazione della esistenza di linee-guida attinenti al caso specifico non comporta che la loro violazione dia automaticamente luogo a colpa da imperizia.

Si è già rilevato che non può escludersi che le linee-guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza, come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino più la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (Sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015, Cerracchio, non massimata sul punto).

E’ da citare il caso paradigmatico della omessa valutazione del sintomo e della conseguente omessa o ritardata diagnosi: una ipotesi da ascrivere, di regola, all’imperizia per inosservanza delle leges artis che disciplinano tale settore della attività sanitaria, salvo il caso che il comportamento del sanitario sia improntato ad indifferenza, scelleratezza o comunque assoluta superficialità e lassismo, sicchè possa escludersi di essere nel campo della negligenza propria dell’agire del sanitario o specifica di esso e dunque della imperizia.

Il superamento di tali difficoltà che attengono, in genere, all’inquadramento del caso concreto più che alle categorie astratte, va perseguito mediante il ricorso agli ordinari criteri sulla prova, sul dubbio e sulla ripartizione dell’onere relativo che, nella fattispecie qui in discussione, hanno condotto più che plausibilmente alla delineazione di un caso di negligenza, dal quale non vi è ragione di prescindere, anche per mancanza di specifiche contestazioni sul punto da parte dell’interessato. Con la conseguenza che anche la prospettazione della questione di legittimità costituzionale sull’art. 590-sexies, da parte del Procuratore generale, è destinata a mostrare la sua irrilevanza, non venendo in considerazione l’ipotesi della imperizia.

7. Può ora entrarsi nel merito del contrasto giurisprudenziale.

7.1. La sentenza Tarabori-De Luca ha il pregio di richiamare alla necessità di perimetrazione dell’ambito di operatività della novella, in modo da evidenziarne la notevole efficacia riduttiva rispetto al passato, pur non facendo a meno, nel prosieguo, di criticare in radice la eventualità stessa di trovarsi al cospetto di una vera e propria causa di non punibilità.

E’ condivisibile la prima parte del ragionamento seguito, laddove si pongono in luce gli evidenti limiti applicativi alla causa di non punibilità enunciati dall’art. 590-sexies, posto che la dipendenza di questa dal rispetto delle linee-guida adeguate allo specifico caso in esame, nell’ipotesi di responsabilità da imperizia, non consente di sfuggire alla esatta osservazione che lo speciale abbuono non può essere invocato nei casi in cui la responsabilità sia ricondotta ai diversi casi di colpa, dati dalla imprudenza e dalla negligenza; nè quando l’atto sanitario non sia per nulla governato da linee-guida o da buone pratiche; nè quando queste siano individuate e dunque selezionate dall’esercente la professione sanitaria in maniera inadeguata con riferimento allo specifico caso. Evenienza, quest’ultima, comprensiva sia della ipotesi in cui la scelta è stata del tutto sbagliata, sia della ipotesi in cui la scelta sia stata incompleta per non essersi tenuto conto di fattori di co-morbilità che avrebbero richiesto il ricorso a più linee-guida regolatrici delle diverse patologie concomitanti o comunque la visione integrata del quadro complesso, sia, infine, della ipotesi in cui il caso avrebbe richiesto il radicale discostarsi dalle linee-guida regolatrici del trattamento della patologia, in ragione della peculiarità dei fattori in esame.

Situazioni, quelle descritte, che danno conto della incompatibilità della novella con qualsiasi forma di appiattimento dell’agente su linee-guida che a prima vista possono apparire confacenti al caso di specie (e magari risultano, in rapporto al caso specifico, sbilanciate verso la tutela del generale contrasto del rischio clinico e quindi verso interessi aziendalistici piuttosto che verso la tutela della sicurezza della cura del singolo paziente) e conseguentemente con ipotesi di automatismo fra applicazione in tale guisa delle linee-guida ed operatività della causa di non punibilità.

Una conclusione che consente anche di escludere che il precetto in esame possa essere sospettato di tensione col principio costituzionale di libertà della scienza e del suo insegnamento (art. 33 Cost.), come pure di quello dell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge (art. 101 Cost.).

Ciò posto, va tuttavia osservato che la sentenza richiamata commette l’errore di non rinvenire alcun residuo spazio operativo per la causa di non punibilità, giungendo alla frettolosa conclusione circa l’impossibilità di applicare il precetto, negando addirittura la capacità semantica della espressione “causa di non punibilità” e così offrendo, della norma, una interpretazione abrogatrice, di fatto in collisione con il dato oggettivo della iniziativa legislativa e con la stessa intenzione innovatrice manifestata in sede parlamentare. Senza considerare che la principale obiezione della sentenza in questione, e cioè la confusione della formulazione legislativa e la sua incongruenza interna, avrebbero dovuto trovare sfogo nella denuncia di incostituzionalità per violazione del principio di legalità.

7.2. Dal canto suo, la sentenza Cavazza ha il pregio di non discostarsi in modo patente dalla lettera della legge, ma, per converso, nel valorizzarla in modo assoluto, cade nell’errore opposto perchè attribuisce ad essa una portata applicativa impropriamente lata: quella di rendere non punibile qualsiasi condotta imperita del sanitario che abbia provocato la morte o le lesioni, pur se connotata da colpa grave. E ciò, sul solo presupposto della corretta selezione delle linee-guida pertinenti in relazione al caso di specie, sì da rendere più che concreti i profili di illegittimità della interpretazione stessa, quantomeno per violazione del divieto costituzionale di disparità ingiustificata di trattamento rispetto ad altre categorie di professionisti che parimenti operano con alti coefficienti di difficoltà tecnica.

8. Invero, proprio a partire dalla interpretazione letterale, non può non riconoscersi che il legislatore ha coniato una inedita causa di non punibilità per fatti da ritenersi inquadrabili – per la completezza dell’accertamento nel caso concreto – nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 cod. pen., quando l’esercente una delle professioni sanitarie abbia dato causa ad uno dei citati eventi lesivi, versando in colpa da imperizia e pur avendo individuato e adottato, nonchè, fino ad un certo punto, bene attualizzato le linee-guida adeguate al caso di specie.

8.1. Il comportamento dell’esercente la professione sanitaria oggetto di scrutinio è quello che ha prodotto un evento causalmente connesso ad un errore colpevole, a sua volta dipendente dalla violazione di una prescrizione pertinente. Sono destinati a rimanere esclusi i casi di eventi lesivi o letali connessi a comportamenti in relazione ai quali la violazione di prescrizioni potrebbe non essere per nulla ravvisabile o comunque potrebbe non essere stata qualificante, avendo il sanitario, ad esempio, fatto ricorso, pur senza l’esito sperato, e fatti salvi i principi in materia di consenso del paziente, a raccomandazioni o approdi scientifici di dimostrato, particolare valore i quali, pur sperimentati con successo dalla comunità scientifica, non risultino ancora avere superato le soglie e le formalità di accreditamento ufficiale descritte dalla legge.

8.2. La previsione della causa di non punibilità è esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere apoditticamente – come fa la sentenza De Luca-Tarabori – che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessità di gestione del rischio professionale: comportamenti che, pur integrando gli estremi del reato, non richiedono, nel bilanciamento degli interessi in gioco, la sanzione penale, alle condizioni date.

Semmai, è da sottolineare che era il decreto Balduzzi, non messo in discussione dalla giurisprudenza passata sotto il profilo della tecnica legislativa, ad agire sul terreno della delimitazione della colpa che dà luogo a responsabilità, circoscrivendo la operatività dei principi posti dall’art. 43 cod. pen. e dunque derogando ad essa, tanto che il risultato è stato ritenuto quello della parziale abolitio criminis. Viceversa, la legge Gelli-Bianco non si muove in senso derogatorio ai detti principi generali, bensì sul terreno della specificazione, ricorrendo all’inquadramento nella non punibilità, sulla base di un bilanciamento ragionevole di interessi concorrenti.

La possibile disparità di trattamento dovuta a tale opzione, rispetto ad altre categorie di professionisti che pure siano esposti alla gestione di peculiari rischi, non è automaticamente evocabile, una volta che l’intera operazione si riveli, anche per la delimitazione enucleata dallo stesso precetto, non irragionevole ed anzi in linea con uno schema già collaudato dalla Corte costituzionale (sent. n. 166 del 1973; ord. n. 295 del 2013).

Anche la modifica in senso limitativo, rispetto all’art. 3 del decreto Balduzzi, della esenzione da pena ai soli comportamenti che causano uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e 590 cod. pen. fa ritenere più adeguatamente finalizzato il nuovo precetto al contrasto del sospetto – che si materializzò con riferimento al citato art. 3 – di incompatibilità con il divieto costituzionale di disparità di trattamento (art. 3 Cost.), data l’ampiezza allora reputata ingiustificata, dal giudice che sottopose la norma allo scrutinio costituzionale, della platea dei soggetti che potevano avvantaggiarsene.

Appare infatti oggi, diversamente che in passato, direttamente connesso, l’intervento protettivo del legislatore, con la ragione ispiratrice della novella, che è quella di contrastare la c.d. “medicina difensiva” e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure, e dunque creare – in relazione ad un perimetro più circoscritto di operatori ed atti sanitari che si confrontano con la necessità della gestione di un rischio del tutto peculiare in quanto collegato alla mutevolezza e unicità di ognuna delle situazioni patologiche da affrontare – un’area di non punibilità che valga a restituire al sanitario la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.

9. La formulazione della causa di non punibilità nell’art. 590-sexies sollecita dunque a sperimentare una interpretazione della norma che consenta di darle concreta applicazione.

Non è condivisibile, in senso ostativo, il rilievo contenuto nella sentenza De Luca-Tarabori, anche sulla scia di una parte della dottrina, secondo cui la formulazione lessicale del precetto creerebbe un corto circuito capace di renderlo inservibile.

La norma descrive un presupposto per la operatività della causa di non punibilità – quella del versare, il sanitario, nella situazione di avere cagionato per colpa da imperizia l’evento lesivo o mortale, pur essendosi attenuto alle linee-guida adeguate al caso di specie – che non è incongruente con la soluzione che promette. Le fasi della individuazione, selezione ed esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida adeguate sono, infatti, articolate al punto che la mancata realizzazione di un segmento del relativo percorso giustifica ed è compatibile tanto con l’affermazione che le linee-guida sono state nel loro complesso osservate, quanto con la contestuale rilevazione di un errore parziale che, nonostante ciò, si sia verificato, con valenza addirittura decisiva per la realizzazione di uno degli eventi descritti dagli artt. 589 e/o 590 cod. pen.

Si tratta, d’altro canto, di una struttura del precetto che ricalca quella dell’art. 3 del decreto Balduzzi il quale, allo stesso modo, ricavava un’area di irresponsabilità a favore del sanitario che, pur rispettoso (“si attiene”) delle linee-guida, potesse riconoscersi in colpa nella causazione dell’evento lesivo dipendente dalla propria professione. Una struttura, cioè, metabolizzata dalla giurisprudenza che su di essa ha edificato un complesso apparato ricostruttivo del precetto.

In tal senso, la sentenza Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, nel commentare la portata dell’art. 3 del decreto Balduzzi, aveva osservato, con una affermazione utile anche relativamente alla formulazione dell’art. 590-sexies, che “il professionista (che) si orienti correttamente in ambito diagnostico o terapeutico, si affidi cioè alle strategie suggeritegli dal sapere scientifico consolidato, inquadri correttamente il caso nelle sue linee generali e tuttavia, nel concreto farsi del trattamento, commetta qualche errore pertinente proprio all’adattamento delle direttive di massima alle evenienze ed alle peculiarità che gli si prospettano nello specifico caso clinico” è l’agente che in base al decreto del 2012 non rispondeva per colpa lieve.

9.1. L’errore non punibile non può, però, alla stregua della novella del 2017, riguardare – data la chiarezza dell’articolo al riguardo – la fase della selezione delle linee-guida perchè, dipendendo il “rispetto” di esse dalla scelta di quelle “adeguate”, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi delle tre forme di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del “rispetto”.

Ne consegue che la sola possibilità interpretativa residua non può che indirizzarsi sulla fase attuativa delle linee-guida, sia pure con l’esigenza di individuare opportuni temperamenti che valgano a non esporre la conclusione a dubbi o censure sul piano della legittimità costituzionale, per irragionevolezza o contrasto con altri principi del medesimo rango.

La ratio di tale conclusione si individua nella scelta del legislatore di pretendere, senza concessioni, che l’esercente la professione sanitaria sia non solo accurato e prudente nel seguire la evoluzione del caso sottopostogli ma anche e soprattutto preparato sulle leges artis e impeccabile nelle diagnosi anche differenziali; aggiornato in relazione non solo alle nuove acquisizioni scientifiche ma anche allo scrutinio di esse da parte delle società e organizzazioni accreditate, dunque alle raccomandazioni ufficializzate con la nuova procedura; capace di fare scelte ex ante adeguate e di personalizzarle anche in relazione alle evoluzioni del quadro che gli si presentino. Con la conseguenza che, se tale percorso risulti correttamente seguito e, ciononostante, l’evento lesivo o mortale si sia verificato con prova della riconduzione causale al comportamento del sanitario, il residuo dell’atto medico che appaia connotato da errore colpevole per imperizia potrà, alle condizioni che si indicheranno, essere quello che chiama in campo la operatività della novella causa di non punibilità.

Infatti, nel caso descritto, che è indispensabile contemplare per dare attuazione alla nuova riforma, può dirsi che si rimanga nel perimetro del “rispetto delle linee guida”, quando cioè lo scostamento da esse è marginale e di minima entità.

9.2. Viene di nuovo in considerazione, per tale via, la necessità di circoscrivere un ambito o, se si vuole, un grado della colpa che, per la sua limitata entità, si renda compatibile con la attestazione che il sanitario in tal modo colpevole è tributario della esenzione dalla pena per avere rispettato, nel complesso, le raccomandazioni derivanti da linee-guida adeguate al caso di specie.

Tanto più ove si consideri contestualmente che, come sottolineato nel parere espresso dalla Commissione giustizia del Senato sul disegno di legge approvato dalla Camera in prima lettura, il testo è volto ad assicurare una tutela effettiva della salute del paziente anche nello specifico ambito del processo civile garantendogli il risarcimento dovutogli in base ad una sentenza, attraverso una serie di strumenti disciplinati dall’art. 7, oltre, tra l’altro, la previsione del sistema di assicurazione obbligatoria (art. 9) accompagnato dalla azione diretta nei confronti della compagnia assicuratrice (art. 12).

A ciò va aggiunto che la contemplazione di un errore lieve (da imperizia) esente da sanzione penale ha, come pendant e rafforzamento sul piano sistemico, all’interno della legge Gelli-Bianco, la disciplina (art. 16) che favorisce i flussi informativi volti a far emergere le criticità nel compimento della ordinaria attività professionale, onde elaborarle e superarle, con divieto di utilizzazione di quei flussi nel processo penale: un insieme coordinato di regole, cioè, finalizzato ad una gestione del rischio clinico sempre più responsabilizzante per la stessa struttura organizzativa e senza la frustrante ricerca, in ogni caso, di un capro espiatorio.

E’ necessario peraltro sottolineare che non osta a tale scelta interpretativa l’obiezione di fondo, scaturente dalla giurisprudenza passata in tema di esclusione della operatività in ambito penale dell’art. 2236 cod. civ., nonchè da una parte dalla dottrina, secondo cui non è consentita e comunque non ha senso la distinzione tra colpa lieve e colpa grave nel diritto penale ove, applicando rigorosamente il criterio della valutazione ex ante ed in concreto il giudizio di prevedibilità ed evitabilità proprio della colpa, sono già presenti tutti gli strumenti per la risoluzione dei casi liminari, potendosi giungere, per essi, alla esclusione, in radice, della ravvisabilità della colpa.

Invero, non solo la previsione esplicita della “colpa lieve” come ambito di esclusione della responsabilità, nel decreto Balduzzi, ha dimostrato che è già stato legittimato, dal legislatore, un approccio dogmatico diverso, apprezzabile non solo come opzione meramente interpretativa o ricognitiva dei termini generali di definizione della colpa, ma come possibilità aggiuntiva di misurazione di questa a fini diversi da quelli – già previsti dall’art. 133 cod. pen., comma 1, n. 3, – di commisurazione della pena. In più, l’interpretazione qui accolta, rispetto a quella appena ricordata, è destinata ad ampliare il novero dei comportamenti che si sottraggono legittimamente all’intervento del giudice penale e a far risaltare concretamente la intuibile volontà del legislatore di proseguire lungo la direttrice segnata dal decreto Balduzzi; soprattutto con la finalità di impedire che l’abrogazione di questo apra scenari di automatica reviviscenza dei pregressi indirizzi interpretativi che, per la loro estrema severità nel passato, sono all’origine del porsi del tema delle risposte difensive dei sanitari.

D’altra parte, il timore che la distinzione tra colpa lieve e colpa grave possa essere anche fonte di scelte non prevedibili e ondivaghe, dipendenti dalla ampiezza della valutazione del giudice e quindi in contrasto con la necessaria tassatività del precetto, non tiene conto che analogo timore sarebbe ravvisabile, a monte, riguardo al giudizio sulla “esigibilità” della condotta, ossia al momento valutativo, qualificante per la individuazione stessa della colpevolezza: timori da sempre adeguatamente contrastati dalla complessa opera ricostruttiva, in seno alla dottrina e alla giurisprudenza, riguardo ai criteri utili per la tendenziale definizione dei giudizi in esame e, nella presente decisione, utilmente richiamati.

10. La ricerca ermeneutica conduce a ritenere che la norma in esame continui a sottendere la nozione di “colpa lieve”, in linea con quella che l’ha preceduta e con la tradizione giuridica sviluppatasi negli ultimi decenni. Un complesso di fonti e di interpreti che ha mostrato come il tema della colpa medica penalmente rilevante sia sensibile alla questione della sua graduabilità, pur a fronte di un precetto, quale l’art. 43 cod. pen., che scolpisce la colpa senza distinzioni interne.

Dal punto di vista teorico non si individua alcuna ragione vincolante per la quale tale conclusione debba essere scartata, diversamente da quanto ritenuto da entrambe le sentenze che hanno dato luogo al contrasto.

Queste, peraltro, proprio sulla base di una conclusione di tal genere, fatta discendere dal silenzio della legge, si sono trovate a polarizzare in modo opposto le relative conclusioni, avendo osservato, la sentenza De Luca-Tarabori, che l’esonero complessivo da pena, destinato ad inglobare anche il responsabile di colpa grave da imperizia, non è praticabile perchè genera una situazione in contrasto con il principio di colpevolezza e, la sentenza Cavazza, che la novella causa di non punibilità è destinata a operare senza distinzione del grado della colpa.

Al contrario, ritengono le Sezioni Unite che la mancata evocazione esplicita della colpa lieve da parte del legislatore del 2017 non precluda una ricostruzione della norma che ne tenga conto, sempre che questa sia l’espressione di una ratio compatibile con l’esegesi letterale e sistematica del comando espresso.

10.1. In tale prospettiva appare utile giovarsi, in primo luogo, dell’indicazione proveniente dall’art. 2236 cod. civ.

L’articolazione colpa grave/altre tipologie di condotte rimproverabili, pur causative dell’evento, è presente nelle valutazioni giurisprudenziali sui limiti della responsabilità penale del sanitario che, sotto diversi profili, hanno valorizzato nel tempo i principi e la ratio della disposizione contenuta nella norma citata, plasmata, invero, nell’ambito civilistico del riconoscimento del danno derivante da prestazioni che implichino soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e che lo esclude, appunto, salvo il caso di dolo o colpa grave.

Ebbene, tralasciando l’ormai sopito dibattito sulla non diretta applicabilità del precetto al settore penale per la sua attinenza alla esecuzione del rapporto contrattuale o al danno da responsabilità aquiliana, merita di essere valorizzato il condivisibile e più recente orientamento delle sezioni penali che hanno comunque riconosciuto all’art. 2236 la valenza di principio di razionalità e regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione del genere di problemi sopra evocati ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza.

Ciò che del precetto merita di essere ancor oggi valorizzato è il fatto che, attraverso di esso, già prima della formulazione della norma che ha ancorato l’esonero da responsabilità al rispetto delle linee-guida e al grado della colpa, si fosse accreditato, anche in ambito penalistico, il principio secondo cui la condotta tenuta dal terapeuta non può non essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto (Sez. 4, n. 4391 del 12/11/2011, dep. 2012, Di Lella, Rv.251941; Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Buggè, Rv. 237875; Sez. 4, n. 1693 del 29/09/1997, dep. 1998, Azzini, non massimata sul punto). Sicchè l’eventuale addebito di colpa era destinato a venire meno nella gestione di un elevato rischio senza errori rimproverabili connotati da gravità. Viceversa, quando non si fosse presentata una situazione emergenziale o non fossero da affrontare problemi di particolare difficoltà, non sarebbe venuto in causa il principio dell’art. 2236 cod. civ. e non avrebbe avuto base normativa la distinzione della colpa lieve. Ne conseguiva che il medico in tali ipotesi, come in quelle nelle quali venivano in considerazione le sole negligenza o imprudenza, versava in colpa, essendo pacifico che in queste si dovesse sempre attenere ai criteri di massima cautela.

Un precetto, quello appena analizzato, che mostra di reputare rilevante, con mai perduta attualità, la considerazione per cui l’attività del medico possa presentare connotati di elevata difficoltà per una serie imprevedibile di fattori legati alla mutevolezza del quadro da affrontare e delle risorse disponibili. Sicchè, vuoi sotto un profilo della non rimproverabilità della condotta in concreto tenuta in tali condizioni, vuoi sotto quello della mera opportunità di delimitare il campo dei comportamenti soggetti alla repressione penale, sono richieste misurazioni e valutazioni differenziate da parte del giudice.

Non è marginale, del resto, l’avallo dato a tale interpretazione da parte della Corte costituzionale, con sentenza n. 166 del 1973, per taluni aspetti ribadita dalla ordinanza n. 295 del 2013. Un avallo cui, viceversa, va riconosciuta riacquisita rilevanza ai fini che ci occupano, soprattutto a seguito della scelta, operata dalla legge Gelli-Bianco, di rendere la causa di non punibilità operativa soltanto in relazione alla colpa da imperizia, pur dopo che, nel recente passato, la giurisprudenza di legittimità applicativa del sopravvenuto decreto Balduzzi, aveva invece mostrato di propendere per la estensione della irresponsabilità da colpa lieve a tutte le forme di colpa generica. La prima pronuncia del Giudice delle leggi aveva, infatti, ammesso che gli artt. 589 e 42 cod. pen. potessero essere integrati dall’art. 2236 cod. civ., così da ricavarsene il principio, costituzionalmente compatibile, della graduabilità della colpa da “imperizia” del sanitario impegnato nella soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà e il riconoscimento della possibilità di esenzione di una parte di essa dal rilievo pena listico.

La stessa sentenza De Luca-Tarabori evoca tale soluzione sia pure per presentarla come strumento tecnico residuo per perseguire il pur meritevole fine di mandare esente da rimproverabilità l’errore colpevole del sanitario contestato a titolo di imperizia.

10.2. In secondo luogo, è un dato di fatto che il legislatore del 2012 abbia espressamente utilizzato e disciplinato l’ipotesi della “colpa lieve” del sanitario come quella da sottrarre, a condizioni date, alla responsabilità penale.

Tale opzione legislativa prescindeva dalla pregiudiziale della dimostrata situazione di particolare difficoltà tecnica ed era invece plasmata sul criterio della conformazione alle linee-guida, con riferimento a situazioni che potevano sottrarsi alla repressione penale anche quando non qualificate da speciale difficoltà. Con l’avvertenza che se, da un lato, tale ultima condizione è quella che, di regola, ha minore attitudine a generare “colpa lieve”, dall’altro possono darsi condotte del sanitario che, pur rientranti agevolmente in linee-guida standardizzate, risultano di difficile esecuzione per la urgenza o per l’assenza di presidi adeguati.

Quella opzione ha dato luogo ad una cospicua elaborazione giurisprudenziale volta a fissare i criteri utili per individuare preventivamente e, quindi, in sede giudiziaria riconoscere il grado lieve della colpa, del quale – stante l’esplicito testo normativo sopravvenuto – non sembra ragionevole negarsi la idoneità alla convivenza con i principi generali dettati dall’art. 43 cod. pen..

Questi, peraltro, continuano ad avere piena applicazione con riferimento alla colpa da negligenza e da imprudenza.

Basterà, al fine di dare pratica attuazione alla lettura dell’art. 590-sexies qui accreditata, rievocare i canoni maggiormente condivisi nel recente passato, sollecitati dall’esigenza di contrastare gli effetti di interpretazioni eccessivamente severe, nella cui filigrana traspariva una non condivisibile tendenza a fare della relazione sanitaria una “obbligazione di risultato”, laddove il fine di garantire la “sicurezza delle cure” ne ribadisce la natura di “obbligazione di mezzi”.

E’ da ribadire, cioè, quanto già sostenuto in molte sentenze pubblicate sotto la vigenza del decreto Balduzzi (tra le molte, Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105; Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri) in ordine al fatto che la colpa sia destinata ad assumere connotati di grave entità solo quando l’approccio terapeutico risulti marcatamente distante dalle necessità di adeguamento alle peculiarità della malattia, al suo sviluppo, alle condizioni del paziente. Ovvero, per converso, quando i riconoscibili fattori che suggerivano l’abbandono delle prassi accreditate assumano rimarchevole, chiaro rilievo e non lascino residuare un dubbio plausibile sulla necessità di un intervento difforme e personalizzato rispetto alla peculiare condizione del paziente: come nel caso di “patologie concomitanti” emerse alla valutazione del sanitario, e indicative della necessità di considerare i rischi connessi.

Nella demarcazione gravità/lievità rientra altresì la misurazione della colpa sia in senso oggettivo che soggettivo e dunque la misura del rimprovero personale sulla base delle specifiche condizioni dell’agente e del suo grado di specializzazione; la problematicità o equivocità della vicenda; la particolare difficoltà delle condizioni in cui il medico ha operato; la difficoltà obiettiva di cogliere e collegare le informazioni cliniche; il grado di atipicità e novità della situazione; la impellenza; la motivazione della condotta; la consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa (oltre alle precedenti, Sez. 4, n. 22405 del 08/05/2015, Piccardo, Rv. 263736; Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260740).

In altri termini, è da condividere l’assunto consolidato nella giurisprudenza di legittimità secondo cui la valutazione sulla gravità della colpa (generica) debba essere effettuata “in concreto”, tenendo conto del parametro dell’homo eiusdem professionis et condicionis, che è quello del modello dell’agente operante in concreto, nelle specifiche condizioni concretizzatesi.

Meritano di essere ricordati, tali criteri, non sempre in relazione diretta al loro contenuto, riferito anche alla rimproverabilità del momento di “scelta” delle linee-guida adeguate al caso concreto che, come si è visto, esorbita dal perimetro di operatività della novella causa di non punibilità. Piuttosto è utile richiamare l’elaborazione del metodo “quantitativo”, del quantum dello scostamento dal comportamento che ci si sarebbe attesi come quello utile, per determinare il grado della colpa.

La discrezionalità del giudice, ravvisabile nel dare pratica attuazione ai detti criteri nel contesto del decreto Balduzzi che li connetteva a linee-guida e buone pratiche di non univoca individuazione, risulta oggi drasticamente ricomposta attraverso la novella che riguarda il procedimento pubblicistico per la formalizzazione delle linee-guida rilevanti.

Oltre a ciò, la circoscrizione, dovuta alla legge Gelli-Bianco, della causa di non punibilità alla sola imperizia spinge ulteriormente verso l’opzione di delimitare il campo di operatività della causa di non punibilità alla “colpa lieve”, atteso che ragionare diversamente e cioè estendere il riconoscimento della esenzione da pena anche a comportamenti del sanitario connotati da “colpa grave” per imperizia – come effettuato dalla sentenza Cavazza – evocherebbe, per un verso, immediati sospetti di illegittimità costituzionale per disparità di trattamento ingiustificata rispetto a situazioni meno gravi eppure rimaste sicuramente punibili, quali quelle connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza; determinerebbe, per altro verso, un evidente sbilanciamento nella tutela degli interessi sottesi, posto che la tutela contro la “medicina difensiva” e, in definitiva, il miglior perseguimento della salute del cittadino ad opera di un corpo sanitario non mortificato nè inseguito da azioni giudiziarie spesso inconsistenti non potrebbero essere compatibili con l’indifferenza dell’ordinamento penale rispetto a gravi infedeltà alle leges artis, nè con l’assenza di deroga ai principi generali in tema di responsabilità per comportamento colposo, riscontrabile per tutte le altre categorie di soggetti a rischio professionale; determinerebbe, infine, rilevanti quanto ingiuste restrizioni nella determinazione del risarcimento del danno addebitabile all’esercente una professione sanitaria ai sensi dell’art. 7 della legge Gelli-Bianco, poichè è proprio tale articolo, al comma 3, a stabilire una correlazione con i profili di responsabilità ravvisabili ex art. 590-sexies cod. pen.

10.3. E’ indicativa, in terzo luogo, l’evoluzione dei lavori parlamentari.

L’originario testo della legge approvato dalla Camera mostrava di volere differenziare, ai fini della esenzione da responsabilità, la colpa grave (da imperizia) dagli altri minori gradi della (stessa tipologia di) colpa, in una prospettiva specifica. Nel senso, cioè, che la colpa non grave (da imperizia) era automaticamente inclusa in detta esenzione anche a prescindere dal raffronto con linee-guida, mentre quella grave dello stesso tipo lo era alla condizione del rispetto delle stesse linee-guida.

La scomparsa della detta previsione dal testo successivamente passato al vaglio dell’altro ramo del Parlamento non può però dirsi un ripudio tout court della differenziazione del grado della colpa, non risultando in tal senso esplicitata la volontà del legislatore in alcun passo dei lavori preparatori, quanto piuttosto, come auspicato nel citato Parere della Commissione Giustizia del Senato, l’espressione della rinuncia a quella peculiare distinzione che si poneva come tendenzialmente apparente e quindi fortemente a rischio di censura per incostituzionalità, perchè garantiva una tutela eccessivamente e irragionevolmente estesa alla colpa tecnica del sanitario in tutte le sue espressioni, essendo per di più, la esclusione della imperizia grave in caso di rispetto delle linee-guida, conformata in una sorta di presunzione che poteva essere vinta soltanto con la prova delle “rilevanti specificità del caso concreto”.

Si apprende, dai resoconti delle discussioni della Commissione giustizia del Senato del 7, 8 e 21 giugno 2016 – mostratasi interessata a cristallizzare certi approdi della giurisprudenza di legittimità e a sollecitare una apposita riformulazione dell’art. 6 poi realizzata -, semmai un reiterato ed esplicitato timore del legislatore che il comma 2 del precetto della legge in itinere si prestasse, attraverso la condizione del rispetto delle linee-guida, ad una interpretazione aperta alla esclusione della responsabilità penale anche per imperizia grave; evenienza non perseguita, oltre che in aperta discontinuità con i principi del decreto Balduzzi, nel cui solco, tanto nei lavori della Camera in prima lettura quanto in quelli del Senato, si dichiara di volersi mantenere.

Specularmente, può dunque ammettersi che la colpa lieve è rimasta intrinseca alla formulazione del nuovo precetto, posto che la costruzione della esenzione da pena per il sanitario complessivamente rispettoso delle raccomandazioni accreditate in tanto si comprende in quanto tale rispetto non sia riuscito ad eliminare la commissione di errore colpevole non grave, eppure causativo dell’evento.

In conclusione, la colpa dell’esercente la professione sanitaria può essere esclusa in base alla verifica dei noti canoni oggettivi e soggettivi della configurabilità del rimprovero e altresì in ragione della misura del rimprovero stesso. Ma, in quest’ultimo caso – e solo quando configurante “colpa lieve” -, le condizioni richieste sono il dimostrato corretto orientarsi nel campo delle linee-guida pertinenti in relazione al caso concreto ed il progredire nella fase della loro attuazione, ritenendo l’ordinamento di non punire gli adempimenti che si rivelino imperfetti.

11. Sul quesito proposto devono quindi affermarsi i seguenti principi di diritto:

“L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:

a) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da negligenza o imprudenza;

b) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;

c) se l’evento si è verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto;

d) se l’evento si è verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico”.

12. Il connesso tema concernente la individuazione della legge più favorevole, in dipendenza dai principi posti dall’art. 2 cod. pen., comma 4, sulla successione delle leggi penali nel tempo, trova il proprio naturale sviluppo raffrontando il contenuto precettivo dell’art. 590-sexies cod. pen., come individuato, con quello dell’art. 3, abrogato.

Si enucleano soltanto i casi immediatamente apprezzabili.

In primo luogo, tale ultimo precetto risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario – commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco – connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilità quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate.

In secondo luogo, nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilità del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo è più in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole.

In terzo luogo, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzi ed è oggetto di causa di non punibilità in base all’art. 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.

Analogamente, agli effetti civili, l’applicazione dell’art. 3, comma 1, del decreto Balduzzi prevedeva un coordinamento con l’accertamento del giudice penale, nella cornice dell’art. 2043 cod. civ., ribadito dall’art. 7, comma 3, della legge Gelli-Bianco. La responsabilità civile anche per colpa lieve resta ferma (v. Sez. 3 civ., n. 4030 del 19/02/2013Sez. 4 civ., ord. n. 8940 del 17/04/2014) a prescindere, dunque, dallo strumento tecnico con il quale il legislatore regoli la sottrazione del comportamento colpevole da imperizia lieve all’intervento del giudice penale.

13. In ordine ai motivi di ricorso, deve rilevarsene la inammissibilità perchè diversi da quelli che possono legittimamente fondare l’impugnazione dinanzi a questa Corte di legittimità. La inammissibilità del ricorso impedisce, altresì, la rilevazione della prescrizione atteso che il termine per la estinzione del reato non è più decorso dalla data della pronuncia della sentenza impugnata, che non può dirsi seguita dalla valida instaurazione di un rapporto processuale in prosecuzione.

13.1. La prima doglianza viene prospettata come vizio di motivazione anche nella forma del travisamento della prova (quella dichiarativa della teste A.) con riferimento alla ricostruzione dei fatti che precedettero il finale ricovero della persona offesa. In altri termini, posto che la rimproverabilità della condotta del neurochirurgo, censurata dai giudici di merito come ingiustificatamente manchevole, si fonda sull’assunto della sua piena consapevolezza dei gravissimi sintomi neurologici, comunicatigli dallo stesso P. la mattina del 24 ottobre 2008, il punto toccato dalla difesa è quello del mancato raggiungimento della prova – e a maggior ragione di una plausibile motivazione – riguardo alla effettività e pienezza di detta conoscenza.

Per far ciò, il difensore ricorrente aggredisce la motivazione nel punto riguardante la asserita attendibilità della persona offesa – che tanto ha sostenuto – nonchè il giudizio della Corte di merito riguardo alla idoneità della testimonianza della A. a costituire valido riscontro e comunque prova aggiuntiva della bontà del costrutto del denunciante: tale prova dichiarativa sarebbe, sul punto, frutto di domande suggestive della accusa.

Si tratta di censure volte, in realtà, a criticare inammissibilmente il punto di vista accolto e ampiamente motivato nella sentenza impugnata, sul piano della opinabilità piuttosto che su quello della decisiva carenza o manifesta illogicità.

La evenienza di domande suggestive da parte del pubblico ministero risulta dedotta per la prima volta con il ricorso e in nessun modo riesce a dare corpo a una ammissibile censura sulla illogicità della motivazione riguardante la credibilità della teste, la quale è stata fondata su una serie di ulteriori elementi di fatto valorizzati in sentenza e non contestati nel ricorso.

Anche il tema della prova oggettiva della effettiva manifestazione, sin dal 24 ottobre, dei sintomi della cauda per i quali le linee-guida prescrivono un intervento di decompressione nelle 24-48 ore, risulta congruamente affrontato nella sentenza impugnata ove sono posti in evidenza i numerosi e gravi elementi (la certificazione rilasciata dal dott. D.B.; la assoluta non significatività della diversa data riportata nella relazione di dimissione del paziente dal C.T.O. di Firenze l’11 novembre; il grado di recupero incompleto del paziente, dopo l’intervento, come accertato dal c.t. della persona offesa) dimostrativi della correttezza della ricostruzione sostenuta dalla accusa e del tutto razionalmente condivisa dai giudici, con una motivazione alla quale la difesa ricorrente oppone soltanto diversi elementi di fatto, considerazioni congetturali e, in definitiva, una alternativa ricostruzione di quelli, che è prospettiva non perseguibile nella sede di legittimità.

OMICIDIO STRADALE AVVOCATO DIFENSORE CAMIONISTI

Art. 589-bis – Omicidio stradale 

  1. Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.
  2. Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni.
  3. La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona.
  4. Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
  5. La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

    REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona.

  1. Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.
  2. Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.
  3. Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto.

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., non ricorre nel caso in cui sia stato accertato un comportamento della vittima perfettamente lecito e completamente estraneo al decorso causale dell’evento colposo. (Nella specie, la Corte ha confermato la sentenza che aveva escluso l’attenuante in relazione ad un tamponamento violento che aveva causato la morte di una persona che, munita di cintura di sicurezza, si trovava alla guida di un’autovettura ferma al semaforo rosso, escludendo che potesse considerarsi fattore concausale, cui rapportare la minore gravità della condotta, il tipo di autovettura della vittima – d’epoca e priva di “air bag”, con telaio leggero e assetto estremamente basso – dotata, comunque, dei requisiti di sicurezza previsti dalla legge per circolare).

)

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, ricorre non solo nelle ipotesi costituite dal contributo concorrente fornito dalla vittima nella determinazione dell’evento, ma anche in ogni altra ipotesi che sia dipesa dalla condotta di altri conducenti e da altri fattori esterni da individuarsi di volta in volta.

Il reato di omicidio stradale (art. 589 bis c.p.), introdotto dall’art. 1, comma 1, della legge 23 marzo 2016 n. 41, costituisce una figura autonoma di reato e non una fattispecie circostanziata del comune reato di omicidio colposo, la cui applicabilità come norma sopravvenuta più favorevole nel caso di cui al comma VII, (che prevede la riduzione fino alla metà della pena ordinaria della reclusione da due a sette anni “qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole”) non potrebbe tuttavia aver luogo nell’ipotesi che siano state riconosciute al colpevole le attenuanti generiche, valutate come equivalenti all’aggravante di cui all’allora vigente terzo comma dell’art. 589 c.p., giacché per effetto di tali attenuanti la pena minima applicabile sarebbe quella di mesi sei di reclusione, prevista per il reato non aggravato dal primo comma di detto ultimo articolo, mentre quella applicabile ai sensi del comma VII dell’art. 589 bis sarebbe quella di mesi otto.

Le fattispecie tipizzate negli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen. (omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi e gravissime), introdotti dall’art. 1 della legge 23 marzo 2016, n. 41, costituiscono fattispecie autonome e non ipotesi aggravate dei reati di omicidio colposo e lesioni colpose

)

Dispositivo dell’art. 589 ter Codice Penale

Nel caso di cui all’articolo 589 bis, se il conducente si dà alla fuga, la pena è aumentata da un terzo a due terzi e comunque non può essere inferiore a cinque anni.

Dispositivo dell’art. 590 quater Codice Penale

(1)Quando ricorrono le circostanze aggravanti di cui agli articoli 589 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma, 589 ter590 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma, e 590 ter, le concorrenti circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni si operano sulla quantità di pena determinata ai sensi delle predette circostanze aggravanti.

Dispositivo dell’art. 590 quinquies Codice Penale

(1)Ai fini degli articoli 589 bis e 590 bis si intendono per strade extraurbane le strade di cui alle lettere A, B e C del comma 2 dell’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e per strade di un centro urbano le strade di cui alle lettere D, E, F e F-bis del medesimo comma 2.

Dispositivo dell’art. 590 sexies Codice Penale

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma.

Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In tema di colpa medica, non si può escludere l’imperizia del medico solo in virtù del suo noto valore clinico, non dovendo la nozione di imperizia essere rivolta al soggetto nella sua complessiva attività e alle sue capacità professionali, ma al singolo atto qualificato come colposo e che viene a lui addebitato. (Nella fattispecie ha annullato con rinvio la sentenza di merito che aveva erroneamente qualificato come imprudente la condotta di un medico per la morte di una paziente deceduta in seguito alle complicazioni post-operatorie).

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, le raccomandazioni contenute nelle linee guida definite e pubblicate ai sensi dell’art. 5 della legge 8 marzo 2017, n. 24 – pur rappresentando i parametri precostituiti a cui il giudice deve tendenzialmente attenersi nel valutare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia – non integrano veri e propri precetti cautelari vincolanti, capaci di integrare, in caso di violazione rimproverabile, ipotesi di colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto; ne consegue che, nel caso in cui tali raccomandazioni non siano adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente, l’esercente la professione sanitaria ha il dovere di discostarsene.

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, l’abrogato art. 3 comma 1, del D.L. n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto.

In tema di successione di leggi in materia di responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria, in caso di errore dovuto ad imperizia non grave intervenuto nella fase esecutiva delle raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso specifico, la norma di cui all’art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito in legge 8 novembre 2012, n. 189), prevedendo una parziale “abolitio criminis”, deve ritenersi più favorevole rispetto a quella di cui all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dall’art. 6, legge 8 marzo 2017, n. 24, che configura una mera causa di non punibilità.

Il secondo comma dell’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 (c.d. legge Gelli-Bianco), è norma più favorevole rispetto all’art. 3, comma 1, D.L. 13 settembre 2012, n. 158, in quanto prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria collocata al di fuori dell’area di operatività della colpevolezza, operante – ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso) – nel solo caso di imperizia e indipendentemente dal grado della colpa, essendo compatibile il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche con la condotta (anche gravemente) imperita nell’applicazione delle stesse. (Fattispecie di colpa grave per imperizia nell’esecuzione di un intervento di lifting).

In tema di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590-sexies, cod. pen. (introdotta dall’art. 6, comma secondo, della legge 8 marzo 2017, n. 24) – che, nel caso di evento lesivo o mortale verificatosi a causa di imperizia dell’esercente la professione sanitaria, esclude la punibilità dell’agente il quale abbia rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida ufficiali ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche assistenziali, e sempre che tali raccomandazioni risultino adeguate alle specificità del caso concreto – non trova applicazione: a) negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida; b) nelle situazioni concrete in cui le suddette raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiari condizioni del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate; c) in relazione alle condotte che, sebbene collocate nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti e appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo, come nel caso di errore nell’esecuzione materiale di atto chirurgico pur correttamente impostato secondo le raccomandazioni ufficiali.

Il concorso colposo risulta configurabile anche rispetto al delitto doloso, purché il reato del partecipe sia previsto dalla legge anche nella forma colposa e nella condotta siano effettivamente presenti tutti gli elementi che caratterizzano la colpa, dovendosi altresì verificare che la regola cautelare violata sia diretta a prevenire anche il rischio dell’atto doloso del terzo e che quest’ultimo risulti prevedibile per l’agente chiamato a rispondere a titolo di colpa (principio affermato, nella specie, con riguardo al caso di un medico psichiatra cui si addebitava di non avere sottoposto ad un trattamento farmacologico adeguato alla sua effettiva e riconoscibile pericolosità un soggetto affidato alle sue cure, il quale aveva quindi commesso un omicidio).

Attesa l’assenza, nella normativa in materia di colpa medica introdotta dalla legge n. 24/2017, della distinzione, ai fini penalistici, tra colpa lieve e colpa grave, quale prevista invece dal previgente art. 3 comma 1, D.L. n. 158/2012, convertito, con modificazioni dalla legge n. 189/2012, n. 189 (in base al quale la responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria che si fosse attenuto “a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” era limitata ai casi di colpa grave), deve ritenersi che tale norma, in base alla regola dettata dall’art. 2 c.p., debba continuare a trovare applicazione, quale norma più favorevole, relativamente ai fatti avvenuti durante la sua vigenza, quando, sussistendo le altre condizioni, l’esercente la professione sanitaria dovrebbe rispondere solo a titolo di colpa lieve.

In tema di responsabilità penale a titolo di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590 sexies c.p., introdotto dall’art. 6 della legge n. 24/2017, nella parte in cui dispone che “Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”, va interpretata nel senso che essa riguarda soltanto i casi in cui vi sia imputazione di colpa per imperizia e non trova applicazione negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida, come pure nelle situazioni concrete nelle quali tali raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate, dovendosi altresì, escludere la sua operatività in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti ed appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

590 ,590 BIS ,590 TER, 590 QUATER, 590 quinquies. 590 sexties cp

590 ,590 BIS ,590 TER, 590 QUATER, 590 quinquies. 590 sexties cp

 

Dispositivo dell’art. 590 Codice Penale

 

 

Chiunque cagiona ad altri per colpa una lesione personale è punito con la reclusione fino a tre mesi o con la multa fino a euro 309.

Se la lesione è grave la pena è della reclusione da uno a sei mesi o della multa da euro 123 a euro 619, se è gravissima, della reclusione da tre mesi a due anni o della multa da euro 309 a euro 1.239.

Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi con violazione delle norme [sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle] per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena per le lesioni gravi è della reclusione da tre mesi a un anno o della multa da euro 500 a euro 2.000 e la pena per le lesioni gravissime è della reclusione da uno a tre anni(1).

Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria, la pena per lesioni gravi è della reclusione da sei mesi a due anni e la pena per lesioni gravissime è della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni(2).

Nel caso di lesioni di più persone si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse, aumentata fino al triplo; ma la pena della reclusione non può superare gli anni cinque.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e secondo capoverso, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale.

Cass. pen. n. 31863/2019

In materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, in base al principio di effettività, assume la posizione di garante colui il quale di fatto si accolla e svolge i poteri del datore di lavoro, del dirigente o del preposto, indipendentemente dalla sua funzione nell’organigramma dell’azienda. (Fattispecie relativa ad infortunio di dipendente di una ditta addetta al posizionamento di cartelli di segnalazione, con lavoro in quota, in cui anche il “project manager” responsabile di funzione, per quanto non superiore diretto dell’infortunato, è stato ritenuto preposto, in quanto aveva, di fatto, commissionato il lavoro da cui era originato l’infortunio e aveva provveduto a realizzare corsi di formazione nell’ambito del reparto, riguardanti l’uso della cesta per le lavorazioni in quota).

In tema di colpa professionale, il medico che succede ad un collega nel turno in un reparto ospedaliero assume nei confronti dei pazienti ricoverati la medesima posizione di garanzia di cui quest’ultimo era titolare, circostanza che lo obbliga ad informarsi circa le condizioni di salute dei pazienti medesimi e delle particolari cure di cui necessitano. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva affermato la responsabilità di un ginecologo per il reato di lesioni colpose ai danni di un feto, ritenendo irrilevante la tesi difensiva secondo la quale l’imputato era stato informato dello stato di sofferenza del feto solo a danno compiuto, essendosi accertato che i primi segnali di sofferenza erano emersi in epoca successiva all’inizio del turno ed egli aveva omesso di informarsi dello stato di salute dei pazienti).

In tema di infortuni sul lavoro, il coordinatore per l’esecuzione dei lavori ha una funzione di autonoma vigilanza che riguarda la generale configurazione delle lavorazioni, e non anche il puntuale controllo, momento per momento, delle singole attività lavorative, che è demandato ad altre figure operative (datore di lavoro, dirigente, preposto). (In applicazione di tale principio, la Corte di cassazione ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva escluso la responsabilità del coordinatore per la sicurezza dei lavori in relazione alle lesioni patite da un operaio intento allo smontaggio di una rete metallica con l’ausilio di una scala inidonea per dimensioni e struttura, rilevando la puntuale verifica dell’adeguatezza delle prescrizioni previste nel piano di sicurezza e della loro messa in opera, rispetto ai lavori previsti dal capitolato d’appalto, tra le quali non rientrava l’attività svolta dal lavoratore).

In tema di responsabilità amministrativa degli enti derivante dal reato di lesioni personali aggravate dalla violazione della disciplina antinfortunistica, sussiste l’interesse dell’ente nel caso in cui l’omessa predisposizione dei sistemi di sicurezza determini un risparmio di spesa, mentre si configura il requisito del vantaggio qualora la mancata osservanza della normativa cautelare consenta un aumento della produttività. (In motivazione, la Corte ha affermato che la responsabilità dell’ente, non può essere esclusa in considerazione dell’esiguità del vantaggio o della scarsa consistenza dell’interesse perseguito, in quanto anche la mancata adozione di cautele comportanti limitati risparmi di spesa può essere causa di lesioni personali gravi).

Nel reato di lesioni personali colpose causate da un infortunio sul lavoro, la prescrizione inizia a decorrere dal momento dell’evento, non assumendo alcun rilievo la data di definitiva stabilizzazione dei postumi dell’incidente

In tema di individuazione delle responsabilità penali all’interno delle strutture complesse, la delega di funzioni esclude la riferibilità di eventi lesivi ai deleganti solo se tali eventi siano il frutto di occasionali disfunzioni mentre, nel caso in cui siano determinati da difetti strutturali aziendali ovvero del processo produttivo, permane la responsabilità dei vertici aziendali. (In applicazione del principio la Corte ha riconosciuto la responsabilità del legale rappresentante della società, pur in presenza di una delega in materia di prevenzione sugli infortuni e sull’igiene del lavoro conferita ad altro componente del consiglio di amministrazione, in quanto le lesioni occorse al lavoratore erano dipese dalla violazione delle disposizioni antinfortunistiche afferenti un aspetto strutturale e permanente del processo produttivo, mai sottoposto ad adeguata considerazione e neanche considerato nel documento di valutazione dei rischi).

In tema di prevenzione nei luoghi di lavoro, le norme antinfortunistiche sono dettate a tutela non soltanto dei lavoratori nell’esercizio della loro attività, ma anche dei terzi che si trovino nell’ambiente di lavoro, indipendentemente dall’esistenza di un rapporto di dipendenza con il titolare dell’impresa, di talché ove in tali luoghi si verifichino a danno del terzo i reati di lesioni o di omicidio colposi, è configurabile l’ipotesi del fatto commesso con violazione delle norme dirette a prevenire gli infortuni sul lavoro, di cui agli artt. 589, comma secondo, e 590, comma terzo, cod. pen., con conseguente perseguibilità d’ufficio delle lesioni gravi e gravissime, ex art. 590. u.c., cod. pen., purché sussista tra siffatta violazione e l’evento dannoso un legame causale e la norma violata miri a prevenire l’incidente verificatosi. (Fattispecie in cui è stata affermata la colpevolezza sia del legale rappresentante della società gerente il “kartodromo” sia del responsabile della pista per il decesso di una cliente, alla quale era stato consentito di accedere al “kart” nonostante indossasse una sciarpa che le cingeva il collo, la quale, impigliandosi nei meccanismi del circuito, ne aveva provocato la morte per soffocamento).

In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, costituisce “posto di lavoro” anche lo spazio limitrofo ad un autocarro, che deve essere protetto al fine di evitare cadute pericolose di materiali in grado di arrecare lesioni al personale addetto alla movimentazione del carico. (Fattispecie nella quale è stata ritenuta la responsabilità del datore di lavoro, che aveva consentito di caricare su un autocarro, oltre il limite di sicurezza delle sponde, materiali che, fuoriuscendo travolgevano un dipendente).

In tema di colpa professionale medica, chirurgia maxillo-facciale, non connotata dall’urgenza ma finalizzata a migliorare l’aspetto fisico del paziente in funzione della sua vita di relazione oltre che a regolarne la postura dentale, il consenso informato del paziente esclude la colpa del sanitario solo se esso non si limiti alla semplice enumerazione dei possibili rischi ed alla prospettazione delle possibili scelte, ma investa non soltanto la mera riuscita dell’intervento ma anche il giudizio globale su come la persona risulterà all’esito di quest’ultimo. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto carente la motivazione assolutoria adottata dalla Corte d’Appello relativamente alla condotta di un chirurgo che, benché avesse concordato l’operazione di osteotomia mandibolare con altri specialisti su una paziente per eliminare l’eccessiva sporgenza degli incisivi superiori da cui la predetta era affetta, anziché sconsigliare l’intervento alla luce degli enormi rischi che esso comportava, vi procedeva ugualmente, provocando alla donna tumefazioni e gonfiori permanenti al viso, difficoltà respiratorie e perdita di sensibilità al labbro, così costringendola ad un ulteriore intervento riparatore a distanza di quattro anni).

Risponde di lesioni personali colpose il medico ospedaliero che, omettendo di effettuare i dovuti esami clinici, dimetta con la diagnosi errata di gastrite un paziente affetto da patologia tumorale, così prolungando per un tempo significativo le riscontrate alterazioni funzionali (nella specie, vomito, acuti dolori gastrici ed intestinali) ed uno stato di complessiva sofferenza, di natura fisica e morale, che favorivano un processo patologico che, se tempestivamente curato, sarebbe stato evitato o almeno contenuto.

In tema di circolazione stradale, il pedone che attraversi la carreggiata al di fuori delle strisce pedonali è responsabile delle lesioni cagionate al conducente di un ciclomotore, caduto a causa del repentino attraversamento, nonostante procedesse a velocità moderata.

Integra il reato di lesioni colpose la condotta del conducente di un veicolo che investa un pedone in autostrada quando quest’ultimo già si trovi sulla carreggiata nel momento in cui l’agente abbia percepito la sua presenza, atteso che in tale situazione appare prevedibile la pur imprudente intenzione dello stesso pedone di attraversare la carreggiata ed è dunque dovere del conducente porre comunque in atto le manovre necessarie ad evitare il suo investimento. (In motivazione la Corte ha precisato che diversamente, qualora il pedone fosse stato fermo sulla piazzola di sosta, la particolare conformazione dell’autostrada quale sede destinata al traffico veloce avrebbe consentito legittimamente al conducente di escludere l’intenzione del pedone di attraversare la carreggiata, trattandosi di comportamento in tali condizioni non prevedibile).

 

Dispositivo dell’art. 590 bis Codice Penale

 

 

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

 

Dispositivo dell’art. 590 ter Codice Penale

Nel caso di cui all’articolo 590 bis, se il conducente si dà alla fuga, la pena è aumentata da un terzo a due terzi e comunque non può essere inferiore a tre anni.

 

Dispositivo dell’art. 590 quater Codice Penale

Quando ricorrono le circostanze aggravanti di cui agli articoli 589 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma, 589 ter590 bis, secondo, terzo, quarto, quinto e sesto comma, e 590 ter, le concorrenti circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni si operano sulla quantità di pena determinata ai sensi delle predette circostanze aggravanti.

 

Dispositivo dell’art. 590 quinquies Codice Penale

(1)Ai fini degli articoli 589 bis e 590 bis si intendono per strade extraurbane le strade di cui alle lettere A, B e C del comma 2 dell’articolo 2 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e per strade di un centro urbano le strade di cui alle lettere D, E, F e F-bis del medesimo comma 2.

Dispositivo dell’art. 590 sexies Codice Penale

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma.

Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE ART 570 CP? LO SAPEVI ? ATTENZIONE !!!

OBBLIGHI ASSISTENZA FAMIGLIARE ART 570 CP? LO SAPEVI ? ATTENZIONE !!!

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale [c.c. 316], [alla tutela legale] [c.c. 348; c.p. 371, 372] o alla qualità di coniuge [c.c. 143, 147], è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032 3 4 5.

REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:

  1. malversa o dilapida i beni del figlio minore [c.p. 540]o del pupillo [c.c. 343, 414]o del coniuge;
  2. fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti [c.c. 75]di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma 6.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge .

1 Vedi l’art. 18 , primo comma, R.D. 31 maggio 1928, n. 1334, in materia di professioni sanitarie.

2 La Corte costituzionale, con sentenza 24 febbraio-3 marzo 1972, n. 42 (Gazz. Uff. 8 marzo 1972, n. 65), ha dichiarato, tra l’altro, non fondate le questioni di legittimità del presente articolo, in riferimento, la prima, agli artt. 13, primo comma, 16, primo comma, 25, secondo comma e 29, secondo comma Cost., e la seconda agli artt. 23 e 29 Cost.

In ordine al reato di cui all’art. 570 c.p. lo stato di bisogno di un figlio minorenne non è eliso dal fatto che all’erogazione dei mezzi di sussistenza provveda l’altro genitore e gli ascendenti della stessa, perché persiste comunque l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento dei figli minorenni.

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – In genere – Art. 570-bis cod. pen. – Assegno di divorzio concordato dai coniugi – Omesso versamento – Configurabilità del reato – Ragioni

Integra il delitto di cui all’art. 570-bis cod. pen. l’omessa corresponsione dell’assegno divorzile attribuito su domanda congiunta di divorzio dei coniugi, posto che gli effetti relativi ai rapporti economici tra gli stessi, anche se risultanti dagli accordi intervenuti, si producono per mezzo della pronuncia del tribunale, che decide con sentenza all’esito della valutazione dei presupposti di cui all’art. 4 legge 1 dicembre 1970, n. 898. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO FIRENZE, 08/11/2019)

Corte d’Appello Ancona, Sentenza, 20/05/2021, n. 366

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, con il conseguente obbligo per i genitori di contribuire al loro mantenimento, assicurando ad essi detti mezzi di sussistenza. In proposito, nella nozione penalistica dei mezzi di sussistenza, richiamata dall’art. 570, comma 2, n. 2 c.p., debbono, nell’attuale dinamica evolutiva degli assetti e delle abitudini di vita familiare e sociale, ritenersi compresi non più e non soltanto i mezzi per la sopravvivenza vitale, ma anche gli strumenti che consentano un sia pur contenuto soddisfacimento di altre complementari esigenze della vita quotidiana; mezzi, i primi e i secondi, da apprezzarsi in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato.

In tema di reati contro la famiglia, ed in particolare di reati tra coniugi, occorre di volta in volta verificare se la condotta irrispettosa dell’un coniuge verso l’altro abbia carattere meramente estemporaneo ed occasionale, nel senso che sia solo l’espressione reattiva di uno stato di tensione, che comunque può sempre verificarsi nella vita di coppia, nel qual caso si dovrà eventualmente fare richiamo a figure criminose estranee ai delitti contro la famiglia e rientranti tra quelli contro la persona, oppure se la detta condotta si concreti nella inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge, obbligo che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che ha la finalità di garantire che l’altro coniuge – in caso di difficoltà – non sia mai lasciato solo a se stesso, nel qual caso si versa nell’ipotesi delittuosa di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen; oppure, ancora, se la condotta anti doverosa assuma connotati di tale gravità da costituire, per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali, nel qual caso l’ipotesi delittuosa configurabile è quella di maltrattamenti di cui all’art. 572 cod. pen..

n tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non sono configurabili i reati di cui agli articoli 12 sexies legge 1 dicembre 1970, numero 898 e 570 del codice penale qualora gli ex coniugi si siano attenuti ad accordi transattivi conclusi in sede stragiudiziale pur quando questi non siano trasfusi nella sentenza di divorzio che nulla abbia statuito in ordine alle obbligazioni patrimoniali.

‘ipotesi di reato prevista dall’art. 570, primo comma, c.p., come quella prevista dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età. Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570, primo comma, c.p., che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale, ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p.

Cass. pen., Sez. VI, Sent., (data ud. 06/09/2021) 03/11/2021, n. 39532

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISCUOLO Anna – Presidente –

Dott. GIORDANO E. – rel. Consigliere –

Dott. APRILE Ercole – Consigliere –

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere –

Dott. PATERNO’ RADDUSA B. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 21/7/2020 della Corte di appello di Bologna;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dr. Emilia Anna Giordano;

sentita la requisitoria del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Lori Perla, che ha concluso chiedendo di dichiarare inammissibile il ricorso.

Svolgimento del processo

  1. B.M. impugna la sentenza indicata in rubrica che ne ha confermato la condanna per i reati di maltrattamenti in famiglia (art. 572c.p.) e atti persecutori (art. 612-bisc.p., commi 1 e 2), unificati ai sensi dell’art. 81, comma 2, c.p., in danno della convivente C.C.. L’imputato è stato condannato, con la diminuente del rito, alla pena finale di anni uno e mesi sei di reclusione di cui un mese di reclusione inflitto in aumento per il reato di cui all’art. 612-bis c.p..
  2. Con i motivi di ricorso, di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p. nei limiti strettamente indispensabili ai fini della motivazione, denuncia violazione di legge in relazione al reato di cui all’art. 612-bisc.p. perchè, erroneamente, detto reato non è stato ritenuto assorbito il quello di maltrattamenti in famiglia. L’errore di diritto discende, ed è questo l’oggetto del secondo motivo di ricorso, dal vizio di motivazione avendo la Corte di merito trascurato che le condotte dell’imputato venivano poste in essere immediatamente dopo la cessazione della convivenza e, comunque, perdurando i vincoli di solidarietà familiare in forza del precedente rapporto di convivenza dal quale erano nati due figli della coppia.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso deve essere rigettato perchè proposto per motivi infondati.

La Corte di appello, sulla base di una puntuale ricostruzione in fatto del rapporto tra imputato e persona offesa, ha fatto corretta applicazione dei principi stabiliti da questa Corte, che discendono dalla ricostruzione degli elementi costitutivi dei reati di cui agli artt. 572 c.p. e 612-bis c.p. e dall’applicazione di principi generali in materia di determinatezza delle fattispecie penali e divieto di applicazione analogica.

2.In fatto è accertato – e non è neppure messo in discussione dal ricorrente – che imputato e persona offesa avevano avviato dall’anno 2004 una stabile relazione affettiva e di convivenza dalla quale erano nati due figli e che già nella primavera del 2014, la donna, esasperata dai soprusi subiti, aveva lasciato la comune abitazione.

In seguito, la donna aveva ripreso la convivenza cedendo alle promesse del compagno fino a quando, nell’aprile del 2015, constatato che non si era prodotto lo sperato cambiamento, aveva interrotto definitivamente la relazione. La donna, tornata nell’ex casa comune dopo un breve periodo nel quale era stata ospite dei genitori, aveva cambiato la serratura della porta di casa, ma l’imputato era solito presentarsi a casa suonando insistentemente il campanello per farsi aprire e bussando anche a casa dei vicini per avere accesso alle aree condominiali, con corredo di minacce e insulti telefonici alla persona offesa protrattisi nel tempo anche dopo che la donna si era decisa a sporgere querela. Non aveva mancato, infine, l’imputato di contattare i colleghi della ex convivente sui social per metterla in cattiva luce.

Sulla base di questi elementi, i Giudici del merito hanno ritenuto che i fatti accertati – come detto incontestati nella loro materialità e negli effetti destabilizzanti sulla vita della persona offesa alla quale avevano ingenerato uno stato di ansia tale da modificarne le abitudini – erano stati ricondotti alla fattispecie del delitto di maltrattamenti, per le condotte commesse fino ad (OMISSIS), e a quella di cui all’art. 612-bis c.p., i fatti commessi da (OMISSIS), non potendo, a seguito della cessazione di convivenza, essere sussunti nel delitto di maltrattamenti in famiglia.

3.Tale conclusione è, comunque, affatto pacifica nella giurisprudenza di questa Corte.

Accanto alla netta affermazione secondo cui è configurabile l’ipotesi aggravata del reato di atti persecutori (prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 2) in presenza di condotte di abuso che, sorte nell’ambito di una comunità familiare o a questa assimilata, esulino dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo familiare ed affettivo o comunque della sua attualità temporale (Sez. 6, n. 30704 del 19/5/2016, D’A., Rv. 267942; Sez. 5, n. 41665 del 04/05/2016, C. Rv. 268464; Sez. 6, n. 24575, del 24/11/2011 (dep. 2012), Frasca, Rv. 252906) sono state ricondotte, invece, al delitto di cui all’art. 572 c.p. condotte abusanti realizzate in assenza della convivenza, poste in essere in situazioni di condivisa genitorialità, valorizzando il rapporto di convivenza pregressa e la stabilità della relazione affettiva (Sez.6, n. 37628 del 25/06/2019, C., Rv.276697; Sez. 3, n. 43701 del 12/06/2019, C. Rv. 277987; Sez. 6, n. 25498 del 20/04/2017, S., Rv. 270673). Anche in una più recente sentenza (cfr. Sez. 6, n. 79129 del 19/5/2011, Rabottini, n. m.) questa Corte, ai fini della sussistenza del delitto di cui all’art. 572 c.p., ha valorizzato l’intensità della relazione conseguente dagli obblighi derivanti dall’esercizio congiunto della potestà genitoriale verso i figli accompagnata dalla esistenza di un perdurante rapporto sentimentale-affettivo tra l’imputato e la persona offesa. In un’ altra decisione si è affermato che il reato di maltrattamenti in famiglia assorbe quello di atti persecutori quando, nonostante l’avvenuta cessazione della convivenza, la relazione tra i soggetti rimanga comunque connotata da vincoli solidaristici, mentre si configura il reato di atti persecutori, nella forma aggravata prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 2, quando non residua neppure una aspettativa di solidarietà nei rapporti tra l’imputato e la persona offesa, non risultando insorti vincoli affettivi e di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale (Sez. 6, n. 37077 del 03/11/2020, M., Rv. 280431).

Secondo la prospettazione del ricorrente, seguendo questa linea esegetica, il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. ascritto all’imputato è assorbito in quello di maltrattamenti con conseguente elisione della pena applicatagli in aumento poichè permanevano con la ex compagna, in quanto genitori di due figli, vincoli di solidarietà e assistenza.

Il fondamento della sussunzione della condotta nel reato di maltrattamenti di tali orientamenti giurisprudenziali è costituito, all’evidenza, non dal rapporto di convivenza, ormai cessato, ma dal legame familiare con la persona ex convivente, un legame per lo più declinato in ragione della filiazione comune che costituisce la massima espressione di un rapporto vincolato da obblighi di assistenza e solidarietà e che si proietta, in quanto genitori, sui partner. La lettura delle sentenze richiamate rivela che, nella maggior parte dei casi, la giurisprudenza esaminava vicende innestate su convivenze di lunga durata dalle quali erano nati dei figli.

3.1. Va precisato, per completezza, che quello dei rapporti tra il delitto di maltrattamenti e il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. non è un tema che interessa solo la situazione, come quella in esame, che presuppone un rapporto familiare di fatto, derivante dal rapporto di convivenza. La giurisprudenza, infatti, lo ha esaminato anche in relazione ai rapporti familiari derivanti dal matrimonio, in caso di separazione e divorzio. In tali casi è univoca l’affermazione secondo cui è ravvisabile il delitto di maltrattamenti in presenza di condotte abusanti nella fase della separazione, che non realizza una recisione dei vincoli nascenti dal coniugio che permangono integri (Sez. 6, n. 3087 del 19/12/2017, dep. 2018, P, Rv. 272134; Sez. 6, n. 3356 del 13/12/2017, F, n. m.; Sez. 2, n. 39331 del 5/7/2016, Spazzoli, Rv. 267915) e quello di atti persecutori in caso di divorzio che, invece, determina la cessazione dei vincoli coniugali (Sez. 6, n. 50333 del 12/06/2013, L., Rv. 258644).

In presenza di siffatto quadro si tratta, allora, di verificare come il rapporto di affidamento, la comunanza di vita e di affetti che contrassegnano il rapporto familiare di fatto che si instaura attraverso la convivenza esplica effetti nella fase patologica del rapporto, in particolare quando il rapporto di convivenza è cessato, e come tali effetti rilevano (possono rilevare) nello stabilire l’esatto confine tra le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p..

4.Prima di passare all’esame della questione è opportuno esaminare gli elementi strutturali dei reati di maltrattamenti e atti persecutori non senza trascurare che mentre il delitto di cui all’art. 572 c.p. costituisce una fattispecie di risalente impianto codicistico il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. è oggetto di più recenti interventi legislativi, coevi alla introduzione, nella struttura della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 572 c.p. della previsione di punibilità delle condotte abusanti realizzate in danno di persona… convivente (L. n. 172 del 2012). L’intervento del legislatore ha fatto seguito alla richiesta di apprestare tutela a comportamenti che non trovavano adeguata sanzione punitiva nel sistema del codice, incentrato sulla tutela della famiglia legittima e, più in generale, l’intervento è stato volto alla tutela della libertà della persona a fronte di comportamenti illegittimi e reiterati che, quando si innestano su relazioni interpersonali affettive, vedono la vittima fortemente condizionata nella sua capacità di reazione.

4.1. Il delitto di cui all’art. 572 c.p. è integrato da una condotta che sia qualificabile come “maltrattante” in danno di una persona “della famiglia o comunque convivente” mentre il reato di cui all’art. 612-bis c.p. punisce, salvo che non costituisca un reato più grave, le condotte vessatorie ivi descritte in danno di una persona, ipotesi che risulta aggravata, ai sensi del comma 2, quando il comportamento è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa. Mentre il reato di maltrattamenti è un reato contro l’assistenza familiare ed il bene giuridico protetto è costituito dai congiunti interessi dello Stato alla tutela della famiglia da comportamenti vessatori e violenti e dall’interesse delle persone facenti parte della famiglia alla difesa della propria incolumità fisica e psichica, il reato di atti persecutori costituisce, invece, un reato contro la persona, e in particolare contro la libertà morale, che può essere commesso da chiunque con atti di minaccia o molestia “reiterati” (integrando appunto un reato abituale).

Il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. non presuppone, quindi, l’esistenza di relazioni interpersonali specifiche che, cionondimeno, rilevano, in relazione alla sussistenza di qualificati rapporti quali il coniugio – anche se è intervenuta separazione o divorzio – o una relazione affettiva con la persona offesa, anche se non più attuale, rapporti sui quali possono innestarsi le condotte abusanti dando luogo a una figura aggravata di reato. Il rapporto tra le due fattispecie incriminatrici, infine, è regolato dalla clausola di sussidiarietà prevista dall’art. 612-bis c.p., comma 1, (“salvo che il fatto costituisca più grave reato”), che rende applicabile il reato di maltrattamenti, più grave per pena edittale rispetto a quello di atti persecutori in presenza di condotte abusanti commesse durante la convivenza.

5.Ben prima della L. n. 172 del 2012, un’ intensa attività interpretativa della giurisprudenza aveva ricondotto nell’ambito della protezione penale di cui all’art. 572 c.p., la persona del convivente more uxorio, è di questo, infatti, che ancora si discute evocando, con una terminologia caricata in passato di una valenza pregiudizialmente negativa, una convivenza in stato coniugale fuori dal matrimonio.

In massime risalenti alla fine degli anni sessanta del secolo scorso si legge, infatti, che agli effetti dell’art. 572 c.p., deve considerarsi ‘famiglià ogni consorzio di persone tra le quali, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione: anche il legame di puro fatto stabilito tra un uomo ed una donna vale pertanto a costituire una famiglia in questo senso, quando risulti da una comunanza di vita e di affetti analoga a quella che si ha nel matrimonio (Sez. 2, n. 320 del 01/03/1966, Palumbo, Rv. 101563). Un principio giunto, senza subire sostanziali modifiche, fino ai nostri giorni, pur passando attraverso variegate affermazioni della giurisprudenza sulla necessità della durata e della stabilità della relazione. Ricorrente, peraltro, era l’affermazione che il reato era configurabile anche al di fuori della famiglia legittima, in presenza di un rapporto di stabile convivenza, come tale suscettibile di determinare obblighi di solidarietà e di mutua assistenza, senza che sia richiesto che tale convivenza abbia una certa durata, quanto piuttosto che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, quale che sia stato poi in concreto l’esito di tale comune decisione (Sez. 3, n. 44262 del 08/11/2005, Sciacchitano, Rv. 232904; Sez. 6, n. 21329 del 24/01/2007, Gatto, Rv. 236757).

Famiglia legittima – sulla quale era strutturato il reato di maltrattamenti che ne identificava i componenti nei prossimi congiunti, individuati nell’art. 307 c.p. – e famiglia di fatto, per questa via, sono state sussunte, sul piano dei rapporti sociali ma anche giuridici, nel concetto unificante di comunità familiare dovendo guardare alla sostanza e non alla forma dei rapporti interpersonali: sono, dunque, le strette relazioni e consuetudini di vita che si instaurano fra le persone a costituire la fonte degli obblighi di protezione reciproca e di assistenza e a determinare tra i soggetti una situazione in tutto identica a quella che, per legge, deriva dal coniugio e che esigono, in presenza di comportamenti abusanti, la protezione dell’ordinamento attraverso la incriminazione di condotte che ledono non solo i singoli ma l’essenza stessa del rapporto di affidamento reciproco che ne costituisce il tratto fondante.

La tutela assicurata al rapporto di convivenza more uxorio e a quello di coniugio, è il caso di precisare, è sovrapponibile ma non identica a partire dal referente costituzionale costituito, per la famiglia legittima dall’art. 29 Cost. – che ne riconosce i diritti come società naturale, fondata sul matrimonio a sua volta ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi – e, per la famiglia di fatto, dagli artt. 2 e 3 Cost. che, tutelano, in chiave di uguaglianza, i diritti inviolabili dell’uomo nelle formazioni sociali in cui svolge la personalità individuale e, quindi in ragione della scelta di condivisione di un percorso di vita comune basato sull’affectio, sulla stabilità, sulla convivenza e sulla responsabilità della cura ed educazione dei figli. Le differenze non rilevano solo sul piano del vincolo formale che caratterizza l’unione matrimoniale (oggi non indissolubile) poichè, fermi in ogni caso i diritti e doveri che derivano verso i figli e i terzi, nella dimensione della comunità che deriva dalla convivenza di fatto si tende a riconoscere spazio alla soggettività individuale, mentre in quella derivante dal rapporto di coniugio si attribuisce maggior rilievo alle esigenze obiettive della famiglia come tale, intesa, cioè come stabile comunità di persone legate da vincoli di solidarietà, di fedeltà, e di condivisione su base paritaria.

  1. Deve rilevarsi che quella seguita dalla giurisprudenza, non era un’opzione ermeneutica imposta dalla realtà sociale moderna che registra la disaffezione verso l’istituto del matrimonio – accettata senza riserve poichè, si osservava in dottrina, essa realizzava una inammissibile estensione in malam partem dell’art. 572c.p.. L’espressione una persona della famiglia, era, come anticipato, ritenuta riconducibile alla nozione di “prossimi congiunti” recata dall’art. 307c.p., comma 4 che identifica tale categoria esclusivamente nel coniuge, oltre che negli ascendenti, discendenti, fratelli, affini nello stesso grado, zii e nipoti. Alla stregua di tale ultima previsione – oggi integrata dal D.Lgs. 19 gennaio 2017, n. 6art. 1, comma 1, lett. a), con riferimento alla parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, ma non estesa ai conviventi – la nozione di prossimi congiunti viene ricondotta esclusivamente ai membri della famiglia fondata sul matrimonio e, nel suo tenore letterale, non comprende la persona convivente.

La violazione del divieto di analogia in malam partem riferita alle persone conviventi more uxorio è stata superata dalla previsione recata dalla L. n. 172 del 2012 – che, come si è detto, ha introdotto nell’art. 572 c.p. il riferimento testuale alla convivenza – ma è qui proposta perchè il richiamo alla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 572 c.p. e ai suoi elementi costitutivi ricostruiti sulla base del significato letterale dei sintagmi che la compongono, emerge nella più recente pronuncia del Giudice delle leggi che, sia pure affrontando una questione processuale relativa alla qualificazione giuridica del fatto e del rapporto tra le fattispecie incriminatrici di cui agli artt. 572 e 612-bis c.p., ha esaminato il tema della relazione interpersonale tra persona offesa e autore del reato e della possibilità di qualificarla, sulla scorta della stabilità della relazione affettiva tra i partner ma in assenza di un rapporto di passata convivenza, come rapporto di appartenenza familiare.

Con la recente sentenza n. 98 del 2021 il Giudice delle leggi ha richiamato l’attenzione dell’interprete al rispetto del “canone ermeneutico rappresentato dal divieto di analogia a sfavore del reo: canone affermato a livello di fonti primarie dall’art. 14 preleggi nonchè implicitamente – dall’art. 1 c.p., e fondato a livello costituzionale sul principio di legalità di cui all’art. 25 Cost., comma 2, (nullum crimen, nulla poena sine lege stricta) (sentenza n. 447 del 1998). Il divieto di analogia – conclude- non consente di riferire la norma incriminatrice a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei suoi possibili significati letterali, e costituisce così un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo legislativo”.

  1. E’ sulla scorta di tale principio che occorre, così, tornare al tema di partenza che è quello di delineare il confine tra le fattispecie di cui all’art. 572c.p. e all’art. 612-bisc.p., nel caso di condotte abusanti poste in essere in danno dell’ex convivente more uxorio e interrogarsi, in presenza di condotte astrattamente riconducibili all’una o all’altra fattispecie di reato, sull’applicabilità della più grave fattispecie di cui all’art. 572 c.p. – in virtù della clausola di sussidiarietà recata dall’art. 612-bis c.p..

I riferimenti testuali alla persona della famiglia ed al convivente, contenuti nell’art. 572 c.p. costituiscono l’innegabile punto di partenza nell’esegesi di tale fattispecie incriminatrice che, pur aprendosi con l’incipit chiunque, è in definitiva un reato proprio che può essere commesso solo dalle persone legate al soggetto passivo da un rapporto qualificato, un “ruolo” nel contesto della famiglia matrimoniale classica (in particolare, il coniuge) o del rapporto di convivenza che determina un complesso di rapporti e, quindi, di obblighi dell’agente.

Nell’attuale struttura della fattispecie incriminatrice, attraverso l’inserimento del riferimento alla persona convivente, il rapporto di convivenza è stato, alfine, equiparato, sulla scorta di una precisa scelta del legislatore, a quello della famiglia matrimoniale o classica valorizzandone il comune tratto fondante costituito dalle strette relazioni e consuetudini di vita che si instaurano fra le persone nella comunità familiare che sia quella fondata sul matrimonio o quella di fatto. Ed è la violazione del rapporto di affidamento reciproco e del principio di solidarietà fra i componenti della famiglia, sia essa matrimoniale o di fatto, che reclama, in presenza di comportamenti abusanti, la protezione dell’ordinamento attraverso la incriminazione di condotte che ledono non solo i singoli ma l’essenza stessa del rapporto, tutela realizzata, appunto, con la fattispecie di maltrattamenti di cui all’art. 572 c.p..

Benchè il rapporto di convivenza comprenda situazioni personali che possono essere codificate e disciplinate in altri rami del diritto, la convivenza more uxorio rinvia ad una dimensione in fatto della relazione personale, effettiva e attuale al momento del fatto (che, comunque, non va confusa con la mera coabitazione) con la conseguenza che la cessazione della convivenza, anche per volontà di uno solo dei componenti della coppia, comporta, senza necessità di passare attraverso vincoli di natura formale, il venire meno dell’affectio, e, quindi, dell’affidamento reciproco che giustificava la protezione del singolo nell’ambito della comunità familiare di fatto. La tutela del convivente non è, infatti, collegata ad uno status della persona come si verifica nella famiglia fondata sul matrimonio che dà luogo allo stato di coniuge che non viene meno neppure in caso di separazione, legale o di fatto, che non comporta di per sè la cessazione di tutti i vincoli coniugali – ma è collegata al rapporto di fatto, che si fonda sulla volontà delle parti che liberamente decidono di optare per una tipologia di unione contrassegnata da obblighi e prescrizioni giuridiche minimali e che può essere revocata in ogni momento: ne consegue che, se viene meno l’effettività della convivenza, cessa la convivenza stessa e non è più applicabile l’art. 572 c.p.. Tanto ciò è vero che, in parallelo, in caso di divorzio – che determina lo scioglimento del vincolo coniugale – la sussumibilità della condotta abusante verso l’ex coniuge nella fattispecie di cui all’art. 572 c.p. è stata ritenuta giustificata solo in presenza di una situazione di fatto che abbia determinato una ricomposizione della relazione e consuetudine di vita improntata a rapporti di assistenza e solidarietà reciproche, risolvendosi dunque, in un rapporto di convivenza (cfr. Sez. 6, n. 24575, cit.).

Ritiene il Collegio, in linea con il più risalente orientamento nomofilattico innanzi richiamato, che deve escludersi che possa ravvisarsi il delitto di maltrattamenti nel caso in cui condotte abusanti siano poste in essere in danno di persona non più convivente al momento dei fatti con l’autore delle condotte e che, ricorrendone i presupposti, devono essere inquadrate nella fattispecie di cui all’art. 612-bis c.p..

La cessazione del rapporto di affidamento, di comunanza di vita e di affetti determina la cessazione della convivenza e la conseguente non applicabilità, a tale fattispecie, dell’art. 572 c.p.: di tale principio i Giudici della cognizione hanno fatto corretta applicazione là dove secondo quanto si evince dall’attenta ricostruzione in fatto operata nelle sentenze – hanno dato conto del fatto che il ricorrente ha posto in essere le condotte aggressive e violente in danno della ex convivente in una situazione nella quale il vincolo affettivo con la persona era del tutto cessato, permanendo, anzi la volontà della persona offesa di non ricostituire l’unione di fatto.

  1. Non ignora il Collegio l’emersione di un diverso indirizzo interpretativo, richiamato nel ricorso, in cui la riconducibilità delle condotte abusanti in danno dell’ex convivente al delitto di cui all’art. 572c.p. è fatta discendere non dal rapporto di convivenza, ormai cessato, ma dal legame familiare con la persona ex convivente, un legame per lo più declinato in ragione della filiazione comune che costituisce la massima espressione di un rapporto vincolato da obblighi di assistenza e solidarietà e che si proietta, in quanto genitori, sui partner.

La nozione di convivenza, come noto, non è stata precisata solo nella giurisprudenza già elaborata con riferimento all’art. 572 c.p. – innanzi citata – ma è rinvenibile, pur in carenza di una legge che disciplini organicamente il fenomeno, nei numerosi interventi legislativi che hanno consentito di riconoscere ai componenti della famiglia di fatto ed al convivente singole posizioni soggettive meritevoli di tutela analogamente a quelle proprie dei membri della famiglia legittima o del coniuge. Si tratta di un fitto riferimento di norme illustrate (pagg. 17 e ss.) nella recente sentenza della Corte che si è occupata dell’applicabilità, in capo al convivente della scusante di cui all’art. 384 c.p., comma 1, (S.U., n. 10381 del 26/11/2020, dep. 2021, Fialova). La sentenza delle Sezioni Unite ha richiamato anche la progressiva e continua tendenza della giurisprudenza, sia civile che penale, a garantire analoghi diritti alle convivenze di fatto, anche in caso di separazione (ad es. la giurisprudenza civile aveva riconosciuto il diritto all’assegnazione della casa familiare al convivente separato, seguita poi dalla codificazione, all’art. 337-sexies c.c. o in materia di risarcimento del danno da uccisione di un prossimo congiunto in favore dei membri della famiglia naturale come il convivente more uxorio e il figlio naturale).

Fra tali disposizioni rilevano, in particolare, le disposizioni del codice civile in tema di filiazione che stabiliscono una completa identità tra la famiglia matrimoniale e quella non matrimoniale con riguardo al rapporto genitori-figli, che oggi risulta unitariamente disciplinato dagli artt. 315-bis c.c. uniche essendo le regole in materia di diritti e doveri del figlio e responsabilità genitoriale: e proprio la condivisa genitorialità costituisce, nella giurisprudenza richiamata al punto 3, il presupposto per l’applicabilità alle condotte abusanti, in caso di cessata convivenza, del reato di cui all’art. 572 c.p..

Non sfugge, tuttavia, con riguardo a queste ipotesi, che si è in presenza di interventi che incidono in settori dell’ordinamento che ampliano i diritti soggettivi e non invece, di interventi che, come quello punitivo, sotteso all’interpretazione della legge penale ai fini della sua applicazione, presuppone la determinatezza della fattispecie penale e che vieta al giudice la lettura analogica a sfavore in relazione ad una fattispecie incriminatrice il cui elemento costitutivo è rappresentato dalla condotta di reato strutturata su un rapporto interpersonale (la convivenza, effettiva ed attuale) che ha una sua precisa connotazione. Si è, dunque, in presenza di un complesso di diritti che non è esportabile al di fuori dei casi specifici e della disciplina di settore in quanto frutto di scelte selettive e mirate a casi determinati da parte del legislatore alla cui “generalizzazione” nella materia penale ostano i vincoli del significato letterale dei sintagmi utilizzati nella configurabilità degli elementi costitutivi della fattispecie penale – quale ricostruita nell’art. 572 c.p., innanzi svolta – e del divieto di analogia, in carenza di una disciplina positiva che, nel diritto penale, si sia occupata – ed avrebbe ben potuto farlo in occasione degli interventi legislativi da ultimo richiamati- del rapporto di convivenza di fatto.

Ritiene il Collegio che la proiezione nel rapporto interpersonale fra persone ex conviventi del vincolo familiare, positivamente disciplinata con riferimento al rapporto tra genitori e figli, finirebbe col dilatare l’applicazione della previsione legislativa di cui all’art. 572 c.p. in assenza di una legge che disciplini organicamente il fenomeno della convivenza more uxorio e degli effetti giuridici che esso determina tra le parti quando ormai la relazione interpersonale è cessata ma incidendo in un settore cruciale, quale quello della individuazione dei confini tra lecito e illecito, in relazione ad un reato che può essere commesso solo dalle persone legate al soggetto passivo da un rapporto qualificato che determina un complesso di obblighi dell’agente, e che, anche nel momento di patologia del rapporto di coppia, deve fare i conti con la volontà dei conviventi di sottrarsi agli effetti giuridici tipici della famiglia matrimoniale (e oggi anche dell’unione civile) e sui quali si interverrebbe, invece, estendendo in malam partem la disciplina legislativa omologa a quella del vincolo coniugale.

Il divieto di analogia non consente di riferire la norma incriminatrice a situazioni non ascrivibili ad alcuno dei suoi possibili significati letterali, e costituisce così un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo legislativo e volto a ricondurre alla persona del convivente una identità di statuto analoga a quella del coniuge che cessa, come noto, anche in caso di divorzio – una volta che il rapporto di convivenza sia venuto meno.

I “modelli” diversi di famiglia che si affermano nella società civile, rispetto alla originaria e unitaria fisionomia dell’istituzione familiare, costituiscono figure variegate e differenziate che richiedono, piuttosto che interventi suppletivi dei giudici, interventi, che sono prerogativa del legislatore, volti a disciplinare in maniera organica e su un piano più generale il tema delle convivenze non matrimoniali agli effetti penali che sono, in realtà, molto più complessi del tema posto dall’odierno ricorso e che attengono a istituti e figure criminose diverse, come il delitto di cui all’art. 570-bis c.p.. E’ però innegabile che i “modelli” di famiglia richiedono tutele diversificate e adeguate ai singoli casi e non soluzioni uniche, valide indistintamente per tutte le fattispecie, muovendo dall’ovvio principio dell’autonomia delle scelte dei singoli nell’ambito di relazioni di matrice affettiva e bilanciandola con la imposizione di vincoli coercitivi e sanzioni che i conviventi intendevano rifiutare non vincolandosi giuridicamente.

Si tratta, oltretutto, di una opzione interpretativa che non sarebbe giustificabile (come in passato) dall’intento di assicurare una più intensa tutela penale a persone particolarmente vulnerabili, le vittime di condotte abusive nell’ambito dei rapporti affettivi, dai quali esse hanno difficoltà a sottrarsi, dal momento che attraverso l’intervento legislativo del 2012, pur in presenza di alcune differenze, risulta garantita pari dignità e pari margini di tutela della situazione personale della vittima durante il rapporto di convivenza, attraverso la previsione dell’art. 572 c.p. e, dopo la cessazione del rapporto di convivenza, attraverso la incriminazione delle condotte abusanti riconducibili alla fattispecie di cui all’art. 612-bis c.p., oltre che dalle fattispecie incriminatrici applicabili in relazione a specifiche condotte illecite.

  1. Consegue al rigetto del ricorso la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 6 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

STALKING BOLOGNA COMPORTAMENTO ELEMENTI CONDANNE

 

 

STALKING BOLOGNA COMPORTAMENTO ELEMENTI CONDANNE

E’ configurabile il concorso tra il delitto di violenza privata e quello di atti persecutori, non sussistendo tra di essi un rapporto strutturale di specialità unilaterale ai sensi dell’art. 15 cod. pen., dal momento che il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen., diversamente dal primo, non richiede necessariamente l’esercizio della violenza e contempla un evento – l’alterazione delle abitudini di vita della vittima – di ampiezza mollo maggiore rispetto alla costrizione della vittima ad uno specifico comportamento, che basta ad integrare il delitto previsto dall’art. 610 cod. pen.

 

Tribunale Milano, Sez. IX, 15/06/2021, n. 5678

E’ configurabile il concorso tra il delitto di violenza privata e quello di atti persecutori, non sussistendo tra di essi un rapporto strutturale di specialità unilaterale ai sensi dell’art. 15 cod. pen., dal momento che il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen., diversamente dal primo, non richiede necessariamente l’esercizio della violenza e contempla un evento – l’alterazione delle abitudini di vita della vittima – di ampiezza mollo maggiore rispetto alla costrizione della vittima ad uno specifico comportamento, che basta ad integrare il delitto previsto dall’art. 610 cod. pen.

 

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 10/07/2020, n. 23375 (rv. 279601-01)

 

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Atti persecutori – Molestie – Differenze

Il criterio distintivo tra il reato di atti persecutori e quello di cui all’art. 660 cod. pen. consiste nel diverso atteggiarsi delle conseguenze della condotta che, in entrambi i casi, può estrinsecarsi in varie forme di molestie, sicchè si configura il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. solo qualora le condotte molestatrici siano idonee a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita, mentre sussiste il reato di cui all’art.660 cod. pen. ove le molestie si limitino ad infastidire la vittima del reato. (In motivazione la Corte ha evidenziato che, ai fini della sussistenza del reato di atti persecutori, la prova del turbamento psicologico causato alla vittima deve essere ancorata non soltanto alle dichiarazioni rese dalla stessa ma anche alla obiettiva natura delle condotte molestatrici). (Annulla senza rinvio, TRIB. LIBERTA’ BOLOGNA, 07/01/2020)

 

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 10/07/2020, n. 23375 (rv. 279601-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Atti persecutori – Molestie – Differenze

Il criterio distintivo tra il reato di atti persecutori e quello di cui all’art. 660 cod. pen. consiste nel diverso atteggiarsi delle conseguenze della condotta che, in entrambi i casi, può estrinsecarsi in varie forme di molestie, sicchè si configura il delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. solo qualora le condotte molestatrici siano idonee a cagionare nella vittima un perdurante e grave stato di ansia ovvero l’alterazione delle proprie abitudini di vita, mentre sussiste il reato di cui all’art.660 cod. pen. ove le molestie si limitino ad infastidire la vittima del reato. (In motivazione la Corte ha evidenziato che, ai fini della sussistenza del reato di atti persecutori, la prova del turbamento psicologico causato alla vittima deve essere ancorata non soltanto alle dichiarazioni rese dalla stessa ma anche alla obiettiva natura delle condotte molestatrici). (Annulla senza rinvio, TRIB. LIBERTA’ BOLOGNA, 07/01/2020)

 

Riappacificazione tra vittima e persecutore – Rilevanza – Fattispecie

Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse

 

 

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 18/01/2021, n. 8895 (rv. 280641-01)

PROVE – Mezzi di prova – Testimonianza – Oggetto e limiti – Persona offesa – Persona offesa dal reato di atti persecutori – Dichiarazioni rese durante le indagini – Acquisizione al fascicolo per il dibattimento – Presupposti – Riappacificazione tra vittima e persecutore – Rilevanza – Fattispecie

Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse). (Rigetta, CORTE APPELLO TRIESTE, 04/03/2019)

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 18/01/2021, n. 8895 (rv. 280641-01)

PROVE – Mezzi di prova – Testimonianza – Oggetto e limiti – Persona offesa – Persona offesa dal reato di atti persecutori – Dichiarazioni rese durante le indagini – Acquisizione al fascicolo per il dibattimento – Presupposti – Riappacificazione tra vittima e persecutore – Rilevanza – Fattispecie

Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse). (Rigetta, CORTE APPELLO TRIESTE, 04/03/2019)

 

Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 19/01/2021, n. 12055 (rv. 281021-01)

REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la liberta’ individuale – In genere – Atti persecutori – Contestazione “aperta” – Decorrenza della prescrizione – Riferimento alla data della sentenza di primo grado

Nel delitto di atti persecutori, che è reato abituale, il termine finale di consumazione, nel caso di contestazione cosiddetta aperta, coincide con quello della pronuncia della sentenza di primo grado, che cristallizza l’accertamento processuale e dal quale decorre il termine di prescrizione del reato in mancanza di una specifica contestazione che delimiti temporalmente le condotte frutto della reiterazione criminosa. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 24/09/2020)

 

 

 

 

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite

 

  1. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  2. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento
  3. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  4. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  5. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  6. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
  7. 1. Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.

    Maltrattamenti - Divieto di avvicinamento cass sez unite
    Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento cass sez unite
  8. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  9. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  10. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
  11. 1. Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.

    REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa
  12. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
  13. 2. Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • *
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  14. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
  15. 1. In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
  16. 2. Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  17. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  18. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  19. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  20. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  21. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
  22. 1. Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
  23. 2. Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  24. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  25. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  26. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  27. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  28. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
  29. 1. LaL. 4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
  30. 2. Il successivoDecreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dallaL. 23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
  31. 3. Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dallaL. 19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
  32. 4. Infine, con ilDecreto Legge n. 93 del 2013, e la citataL. n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  33. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  34. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
  35. 1. Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  36. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
  37. 3. L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  38. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  39. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
  40. 4. Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo dellaL. n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  41. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  42. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  43. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  44. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
  45. 5. E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  46. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  47. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  48. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
  49. 1. Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  50. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  51. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  52. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  53. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  54. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  55. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agliarticoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
  56. 2. La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  57. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  58. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  59. 17
  60. 3. La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  61. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
  62. 4. Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  63. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  64. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  65. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  66. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  67. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  68. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  69. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
  70. 1. Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  71. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  72. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  73. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
  74. 2. I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  75. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
  76. 3. Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  77. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  78. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  79. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  1. 4. Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  2. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  3. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  4. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  5. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
  6. 5. La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  7. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  • Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  1. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  2. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
  3. 1. Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  4. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  5. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  6. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  7. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  8. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  9. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  1. A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  2. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  3. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  4. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  5. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  6. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
  7. 1. Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  8. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
  9. 2. In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  10. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
  11. 3. La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  12. CONSIDERATO IN DIRITTO
  13. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  14. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  15. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  16. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  17. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  18. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  19. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  20. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  21. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  22. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  23. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  24. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  25. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  26. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  27. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  28. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  29. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.

 

  1. REPUBBLICA ITALIANAIN NOME DEL POPOLO ITALIANOLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONESEZIONI UNITE PENALIComposta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

    CASSANO Margherita – Presidente

    Dott. CAMMINO Matilde – Consigliere

    Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

    Dott. TARDIO Angela – Consigliere

    Dott. CIAMPI Francesco M. – Consigliere

    Dott. MOGINI Stefano – Consigliere

    Dott. DI STEFANO Pierlui – rel. Consigliere

    Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

    Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere

    ha pronunciato la seguente:

  2. SENTENZA
  3. sul ricorso proposto da:
  4. (OMISSIS), nato a (OMISSIS);
  5. avverso la ordinanza del 09/07/2020 del Tribunale di Palermo;
  6. visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
  7. udita la relazione svolta dal componente Pierluigi Di Stefano;
  8. udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. GAETA Pietro, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;
  9. udito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
  10. RITENUTO IN FATTO
  11. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo disponeva nei confronti di (OMISSIS), indagato per il reato di maltrattamenti ex articolo 572 c.p.nei confronti della madre, la misura coercitiva di cui all’articolo 282-ter c.p.p. “divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, con le prescrizioni di mantenere la distanza di almeno 300 m dall’abitazione della madre…. e dalla stessa persona offesa ovunque si trovi…”, oltre al divieto di comunicazione con la medesima.
    • Il Tribunale di Palermo, decidendo sulla richiesta di riesame ex articolo 309 c.p.p., con provvedimento del 9 luglio 2020 confermava l’ordinanza applicativa della misura, rilevando innanzitutto la sussistenza di gravi indizi di abituali condotte vessatorie del (OMISSIS) nei confronti della madre con reiterate aggressioni verbali e fisiche, tali da mortificare la persona offesa e, poi, un serio rischio di prosecuzione di tali maltrattamenti, considerati i recentissimi accadimenti e l’indole violenta dell’indagato.
    • Riteneva, quindi, adeguata alla tutela della vittima la misura disposta che impediva il contatto diretto tra le parti, quanto alle prescrizioni del divieto di avvicinamento all’abitazione e alla persona offesa. Rispetto a quest’ultima prescrizione, valutate le specifiche deduzioni della difesa, il Tribunale considerava che, secondo la interpretazione corretta dell’articolo 282 ter c.p.p., non vi e’ necessita’ di specificazione dei luoghi di operativita’ del divieto, poiche’ in situazioni come quella in oggetto, caratterizzate dalla persistente ricerca di avvicinamento della vittima, il contatto ben puo’ avvenire anche al di fuori dei luoghi che potrebbero essere preventivamente individuati.
  12. Il difensore di (OMISSIS) ha proposto ricorso avverso tale ordinanza deducendo vari motivi di impugnazione.
  13. Rileva innanzitutto la nullita’ delle ordinanze di applicazione e conferma della misura cautelare, poiche’ e’ mancata un’autonoma valutazione” del materiale indiziario sia da parte del Giudice per le indagini preliminari che del Tribunale.
  14. Considera, poi, sulla scorta dal contenuto degli elementi indiziari che indica analiticamente, che la ricostruzione dei fatti oggetto della vicenda e’ erronea. Rileva che, essendo solo due gli episodi significativi verificatisi in quattro anni, non puo’ affermarsi che sia integrata una condotta abituale di maltrattamenti.
  15. Osserva che la motivazione sulla applicazione della misura cautelare e’ generica, perche’ non vi e’ stata l’indicazione dei luoghi determinati per i quali vige il divieto di avvicinamento. La misura disciplinata dall’articolo 282 ter c.p.p., richiede la indicazione specifica e dettagliata dei luoghi determinati ai quali il ricorrente non si deve avvicinare, non essendo sufficiente precludere l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  16. Il processo e’ stato assegnato alla Sesta Sezione Penale che ha disposto procedersi nelle forme del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, conv. con modificazioni dalla L. 18 dicembre 2020, n. 176.
  17. Il Collegio, con ordinanza del 28 gennaio 2021, ha rimesso il procedimento a queste Sezioni Unite ravvisando sul tema posto dal secondo motivo di ricorso un contrasto nella applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1.
  18. Maltrattamenti – Divieto di avvicinamento A sostegno di questa interpretazione viene richiamata la Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13 dicembre 2011, in tema di ordine di protezione Europeo, che all’articolo 5, lettera c), contempla il divieto di avvicinamento alla persona protetta entro un “perimetro” definito.
  19. Secondo una diversa interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., comma 1, invece, e’ necessario che il provvedimento del giudice specifichi in ogni caso i luoghi per i quali vige divieto di avvicinamento.
  20. Tale indicazione risulta necessaria ai fini della concreta esecuzione del provvedimento impositivo e del controllo del rispetto delle prescrizioni. In tale modo, inoltre, si ottiene la massima garanzia della vittima con il minore sacrificio per la persona sottoposta alle indagini. Tale linea esegetica e’ argomentata nelle sentenze Sez. 5, n. 28225 del 26/05/2015, F., Rv. 265297; Sez. 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456; Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149 ed altre; Sez. 6, n. 14766 del 18/03/2014, F., Rv. 261721; Sez. 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697; Sez. 6, n. 26819 del 07/04/2011, C. Rv. 250728, essenzialmente in situazioni nei quali la misura era applicata per il reato di maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p..
  21. In conclusione, e’ stato richiesto di sciogliere il dubbio interpretativo sul se, nel disporre la misura cautelare del divieto di avvicinamento alla persona offesa, ex articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba necessariamente determinare in modo specifico i luoghi oggetto di divieto.
  22. Con decreto del 9 marzo 2021 il Presidente Aggiunto ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando l’odierna udienza camerale, con trattazione orale a seguito di richiesta del difensore Decreto Legge n. 137 del 2020, ex articolo 23.
  23. Il Procuratore generale presso questa Corte ha presentato note di udienza con le quali, sul punto oggetto del contrasto, rileva come la lettera della disposizione dell’articolo 282 ter c.p.p., consenta di prospettare due alternative.
    • Secondo la prima opzione esegetica la specificazione del mantenimento di una data distanza dalla persona offesa e’ strettamente connessa alla previsione del tenersi a distanza dai luoghi frequentati dalla stessa. Secondo tale lettura della disposizione, la misura potrebbe essere formulata, in modo alternativo, nei termini o di obbligo di mantenimento di una data distanza dai luoghi in ogni caso oppure solo quando la persona offesa in quei luoghi sia effettivamente presente.
  24. Tale diversa modalita’ di applicazione, che condiziona l’operativita’ della misura alla presenza effettiva della persona offesa nel luogo per il quale e’ imposto il divieto di avvicinamento, si presta a risolvere le situazioni nelle quali, ad esempio, le abitazioni di entrambe le parti siano poste in un medesimo contesto spaziale.
    • In base alla seconda alternativa interpretativa in base alla quale il testo della disposizione, utilizzando la disgiunzione “o” tra la previsione della fissazione di una data distanza da mantenere dai “luoghi determinati” ovvero dalla “persona offesa”, disciplina due prescrizioni diverse: una prima consistente nell’obbligo di mantenersi a distanza da un luogo in quanto tale, una seconda in cui il divieto di avvicinamento e’ riferito alla persona offesa, ovunque essa si trovi.
  25. Tale ultima soluzione e’ ritenuta dal Procuratore generale la piu’ ragionevole sulla base di ampie argomentazioni con le quali rileva che si tratta di una misura dal contenuto ben determinato e che non comporta un’eccessiva limitazione della liberta’ dell’indagato.
    • La conclusione proposta dal Procuratore generale, quindi, e’ nel senso che la previsione del divieto di avvicinamento alla persona offesa in quanto tale e’ una misura cautelare tipica, determinata nella previsione con indicazione di precise modalita’ esecutive, pienamente proporzionale rispetto alle liberta’ fondamentali dell’indagato e alle esigenze di tutela della persona offesa.
  26. CONSIDERATO IN DIRITTO
  27. La questione di diritto rimessa alle Sezioni Unite e’ la seguente:
  28. “se, nel disporre la misura cautelare prevista dall’articolo 282 ter c.p.p., il giudice debba determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento e di mantenimento di una determinata distanza”.
  29. E’ in discussione la concreta modalita’ di applicazione della misura cautelare di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui rubrica recita “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”.
  30. Tale misura e’ finalizzata ad impedire condotte minacciose o violente nei confronti di vittime predeterminate ed appare funzionale alla tutela dell’incolumita’ della persona offesa non solo da aggressioni verbali o fisiche, ma anche nella sfera psichica in conseguenza del turbamento derivante dall’incontro con l’indagato o dalla percezione della vicinanza dello stesso.
  31. Il suo contenuto e’ duplice potendo il giudice prescrivere all’intimato di “non avvicinarsi a luoghi determinati”, in funzione del fatto che sono abitualmente frequentati dalla persona offesa, o imporre al medesimo di “mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  32. La misura ha posto nella prassi applicativa un problema interpretativo sulla necessaria specificita’ delle prescrizioni in relazione ai singoli casi concreti. Come segnalato nell’ordinanza di rimessione, sulla questione sono intervenute soluzioni giurisprudenziali prima facie differenti: parte delle decisioni ha affermato che e’ sempre necessario che il provvedimento cautelare indichi in modo specifico e dettagliato i luoghi rispetto ai quali e’ inibito l’accesso all’indagato; altra parte, invece, ha ritenuto sufficiente l’imposizione generica del divieto di avvicinamento alla persona offesa ovunque la stessa si trovi.
  33. L’ordinanza di rimessione individua quale interpretazione corretta la seconda, ritenendo, pero’, che alle relative conclusioni si possa giungere solo sulla base di un’interpretazione logica e non, invece, su piu’ solide basi testuali. Considerato, pertanto, che la lettera della disposizione non appare sufficientemente precisa per disciplinare senza incertezze una misura coercitiva, ha ritenuto necessario un intervento di queste Sezioni Unite.
    • Si espongono, quindi, i contenuti essenziali delle decisioni che possono iscriversi nell’ambito dei due indirizzi considerando che, come gia’ ha dato atto la stessa ordinanza di rimessione, le contrapposizioni sono spesso piuttosto sfumate, perche’ le scelte operate nei casi particolari oggetto di giudizio tengono conto di situazioni di fatto alquanto diverse, trattandosi di una misura che deve essere variamente calibrata per la concreta fatti’specie.
  34. Secondo un primo indirizzo giurisprudenziale, l’ordinanza applicativa della misura cautelare deve determinare specificamente i luoghi oggetto del divieto di avvicinamento alla persona offesa.
  35. Tale indirizzo trova la sua ragion d’essere non solo nel dato normativo nel quale si fa espresso riferimento a luoghi “determinati”, ma soprattutto nel fatto che le limitazioni poste all’indagato risulterebbero, altrimenti, eccessivamente gravose rispetto ai suoi diritti di liberta’ e locomozione; difatti, senza una chiara indicazione dell’ambito geografico del divieto di avvicinamento, egli verrebbe assoggettato a compressioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito. Solo tipizzando la misura il provvedimento cautelare assume una conformazione completa, che consente il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che la legge intende assicurare, garantendo, cosi’, il giusto contemperamento tra le esigenze di sicurezza, improntate alla tutela della vittima, e il minor sacrificio della persona sottoposta ad indagini. Si tratta di una linea espressa da Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728, particolarmente argomentata, intervenuta in un caso di atti persecutori e maltrattamenti commessi dal coniuge separato.
  36. In tale decisione la Corte ha messo in luce la peculiarita’ di questo nuovo tipo di misura che, differenziandosi dalle tradizionali misure cautelari “interamente predeterminate”, generalmente non necessitanti di integrazioni prescrittive, rimette al giudice la individuazione del contenuto prescrittivo della misura: “… sia la misura di allontanamento dalla casa familiare, che quella del divieto di avvicinamento si caratterizzano perche’ affidano al giudice della cautela il compito, oltre che di verificare i presupposti applicativi ordinari, di riempire la misura di quelle prescrizioni essenziali per raggiungere l’obiettivo cautelare ovvero per limitare le conseguenze della misura stessa”.
    • Tale peculiarita’ del contenuto della misura, oltre ad imporre una “accurata raccolta di informazioni da parte degli organi inquirenti” per poter indicare prescrizioni effettivamente adeguate al caso concreto, non fa venir meno la necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  37. La conclusione e’ che un provvedimento calibrato sul mantenimento di una data distanza dalla persona offesa ovunque essa si trovi in un dato momento non rispetta il contenuto legale e, comunque, prescrive una condotta generica. Un provvedimento che imponga di “”mantenere una distanza non inferiore a metri 100 in caso di incontro occasionale” con la persona offesa”, applicabile persino nel caso in cui l’indagato non abbia cercato il contatto con la vittima, sarebbe caratterizzato da “eccessiva gravosita’ e (…) sostanziale ineseguibilita’”.
    • Gli argomenti di questa decisione sono sempre stati richiamati espressamente dalle successive decisioni che sono giunte a conclusioni analoghe.
    • 5 n. 27798 del 04/04/2013, S., Rv. 257697, pronunciando in materia di atti persecutori, tradottisi in continui appostamenti e pedinamenti ai danni della vittima, osserva che ” non e’ concepibile una misura cautelare che si limiti a fare riferimento genericamente a “tutti i luoghi frequentati” dalla vittima, o prescriva di “mantenere una determinata distanza” dai luoghi frequentati dalla persona offesa, giacche’ si tratterebbe di un provvedimento che finirebbe con l’imporre una condotta di non Tacere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere di fatto rimessa alla persona offesa”. E’, invece, sufficientemente determinato l’obbligo che faccia riferimento a luoghi ben individuati e noti all’indagato, “sicche’ non risulta compromessa la chiarezza dell’obbligo, ne’ viene imposto un obbligo esorbitante dalle finalita’ della cautela”.
    • 6, n. 14766 del 18/3/2014, F., Rv. 261721, afferma la necessita’ di determinare i luoghi oggetto del divieto che non possono essere individuati sulla scorta dei movimenti della persona offesa; il Collegio rileva, difatti, che la norma richiede la determinatezza dei luoghi e che non si puo’, per via interpretativa, ridefinire il contenuto correlandolo alla individuazione dei movimenti della persona offesa: “il giudice ha la possibilita’ di adeguare l’intervento cautelare previsto dall’articolo 282 ter c.p.p., alle esigenze di specie attraverso le tre diverse flessioni previste, ma la scelta del divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve rispettare la connotazione legale che lo vuole riferito a âEuroËœdeterminati’ luoghi, che e’ compito del giudice indicare a pena di una censurabile indeterminatezza”.
    • 5, n. 495 del 21/10/2014, dep. 2015, S.G.N., n. m., chiamata a pronunziarsi in un caso in cui la misura aveva disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa minore e all’abitazione della stessa con contestuale obbligo di osservare una distanza non inferiore a metri 200, ha ritenuto la “assoluta carenza di completezza delle prescrizioni imposte all’indagato, il quale effettivamente non appare nella condizione di rispettare l’obbligo che gli e’ imposto, non essendo stati indicati i luoghi dai quali lo stesso deve rispettare una distanza di almeno 200 m.”.
    • 6, n. 8333 del 22/01/2015, R., Rv. 262456, relativamente ad un caso di maltrattamenti in cui era stato imposto all’imputato il divieto di avvicinarsi “ai luoghi frequentati” dalla persona offesa, ha sostenuto, con una motivazione sostanzialmente adesiva a Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., cit., la necessita’ di indicazione in modo specifico dei “luoghi” oggetto del divieto. La decisione considera che, ferma restando “la necessita’ che il prevenuto non si accosti fisicamente alla persona offesa ovunque la possa intercettare”, il contenuto del provvedimento cautelare deve porre l’indagato (o imputato) in condizione di conoscere preventivamente, quali siano i luoghi frequentati dalla persona offesa ai quali non deve avvicinarsi in via assoluta. Un provvedimento privo di tali indicazioni, invece, non ha il contenuto legale richiesto espressamente dalla norma e, soprattutto, e’ del tutto generico, imponendo una condotta di non facere del tutto indeterminata e la cui individuazione e’ di fatto affidata alla persona offesa, eccessivamente gravoso e ineseguibile.
    • 3, n. 1629 del 6/10/2015, dep. 2016, V. in un caso in cui era in contestazione il reato di atti persecutori in concorso con il delitto di cui all’articolo 609-bis c.p.ha affermato che “il divieto di avvicinamento ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa deve necessariamente indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi oggetto del divieto, perche’ solo in tal modo il provvedimento assume una conformazione completa, che ne consente l’esecuzione ed il controllo delle prescrizioni funzionali al tipo di tutela che si vuole assicurare”.
  38. Le decisioni riconducibili all’altra linea interpretativa considerano le finalita’ della disposizione in esame la cui introduzione e’ stata condizionata dalla necessita’ di tutelare situazioni frequenti soprattutto nel caso di commissione del reato di atti persecutori, ovvero quando la condotta oggetto della temuta reiterazione abbia i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi. In tali situazioni, la norma consente di riferire il divieto di avvicinamento non a luoghi “statici”, bensi’ alla persona offesa in qualsiasi luogo si trovi. Con un tale provvedimento, quindi, non e’ piu’ rilevante individuare i luoghi di abituale frequentazione della vittima. Anzi, quando ricorrano tali condizioni di pericolo, l’obbligo di indicazione dei luoghi rischia di essere addirittura “dissonante con le finalita’ della misura”, potendosi risolvere in un’autentica impossibilita’ di tutelare il libero svolgimento della vita sociale della vittima al di fuori di spazi predefiniti. Queste decisioni, poi, considerano come sia sostanzialmente irrilevante il rischio di una seria compressione della liberta’ dell’indagato: alle date condizioni vi e’ un contenuto coercitivo sufficientemente definito nel divieto di contatti ravvicinati con la persona offesa, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato.o’
    • In detti termini, si segnala innanzitutto Sez. 5, n. 13568 del 2012, V., Rv. 253297 e Rv. 253296 che ha deciso in un caso di imposizione del divieto di avvicinamento al coniuge, persona offesa del reato di cui all’articolo 612 bis c.p., La motivazione si confronta espressamente con gli argomenti della citata sentenza n. 26819 del 07/04/2011 sul rischio di imporre un divieto dal contenuto indeterminato.
    • Seguono, poi, numerose altre decisioni sulla medesima linea:
  39. 5, n. 28677 del 14/03/2016, C., Rv. 267371; Sez. 5, n. 30926 dell’8/3/2016, S., Rv. 267792-01; Sez. 5, n. 48395 del 25/9/2014, P., Rv. 264210; Sez. 5, n. 14297 del 27/2/2013, F., non mass., e Sez. 5, n. 36887 del 16/01/2013, A., Rv. 257184, con riferimento a procedimenti per il reato di atti persecutori, affermano che non e’ necessaria una specifica predeterminazione dei luoghi frequentati dalla vittima ed interdetti all’indagato, essendo sufficiente il richiamo ai luoghi “abitualmente” frequentati, ne’ puo’ ritenersi che in tale modo l’indagato sia sottoposto a “… limitazioni della propria liberta’ personale di carattere indefinito, estranee alle proprie intenzioni persecutorie e di fatto dipendenti dalla volonta’ della persona offesa. Le prescrizioni, anche quando limitate al generico riferimento al divieto di avvicinarsi alla persona offesa ed ai luoghi in cui la stessa in concreto si trovi, mantengono invero un contenuto coercitivo sufficientemente definito nell’essenziale imposizione di evitare contatti ravvicinati con la vittima, la presenza della quale in un certo luogo e’ sufficiente ad indicare lo stesso come precluso all’accesso dell’indagato” (Sez. 5, n. 19552 del 26/3/2013, D.R., Rv. 255512 e Rv. 255513). In questi casi, facendo concreto riferimento a modalita’ tipiche di manifestazione del reato di cui all’articolo 612-bis c.p.quali il “costante pedinamento della vittima (..) anche in luoghi nei quali la prima si trovi occasionalmente”, si sostiene che e’ ben possibile imporre tale particolare misura perche’ consente di soddisfare le esigenze di tutela della vittima “anche laddove la condotta dell’autore del reato assuma connotazioni di persistenza persecutoria slegata da particolari ambiti territoriali”. A queste condizioni, tale particolare prescrizione non ha “un contenuto generico o indeterminato, come talvolta si e’ sostenuto, pure in dottrina, perche’ rimanda ad un comportamento specifico, chiaramente individuabile: quello di non ricercare contatti, di qualsiasi natura, con la persona offesa…” (Sez. 5, n. 5664 del 10/12/2014, B., Rv. 262149).
  40. Con riferimento al reato di cui all’articolo 572 c.p., si e’ affermato come il divieto di avvicinamento ai “luoghi” e l’obbligo di non avvicinarsi alla persona offesa (ovvero di allontanarsi da essa) rappresentino due possibili contenuti della medesima misura che possono essere o meno applicati entrambi, “senza incorrere nel limite di cumulo precisato dalle S.U. di questa Corte con la sentenza 30 maggio 2006, n. 29907, La Stella” (Sez. 6, n. 28666 del 23/6/2015, I.A.K.W.S.; Sez. 6, n. 2242 del 19/1/2021, F., non mass., Sez. 5, n. 7633 del 29/1/2019, Singh, non mass., Sez. 6, n. 42021 del 13/9/2016, C., Rv. 267898, relative al reato di maltrattamenti, Sez. 5, n. 18139 del 26/03/2018, B. Rv. 273173, relativa al reato di cui all’articolo 612 bis c.p., Sez. 3, n. 19180 del 14/3/2018, 0., non mass., in tema di violenza sessuale, sostanzialmente negli stessi termini).
  41. Va considerata la peculiare portata dell’indubbio contrasto di applicazione dell’articolo 282 ter c.p.p..
  42. L’interpretazione riconducibile al secondo indirizzo valorizza il dato testuale della disposizione e ritiene la piena legittimita’ di un provvedimento adottato ai sensi dell’articolo 282 ter c.p.p., che, quale criterio regolatore in concreto della misura rispetto alla sua previsione astratta, indichi esclusivamente la distanza da mantenere dalla persona offesa ovunque la stessa si trovi nel dato momento.
  43. Secondo tale orientamento vi e’ una netta differenza tra il divieto di avvicinamento ai “luoghi” ovvero alla “persona”: si tratta, nell’ambito della stessa misura cautelare, di due diverse prescrizioni che possono essere applicate sia in modo alternativo che congiuntamente, quando ricorra un significativo rischio di aggressione, fisica o psicologica, ad opera dell’indagato. La funzione e’ quella di realizzare uno schermo di protezione per la persona offesa, perche’ possa svolgere liberamente la sua vita quotidiana. Secondo le vicende concrete, potra’ essere necessario o meno che tale “schermo” accompagni la persona offesa ovunque si trovi nel dato momento; in varie decisioni si chiarisce come cio’ avvenga soprattutto per le condotte “persecutorie” che realizzano il reato dell’articolo 612 bis c.p..
    • Rispetto a tale interpretazione, va considerato che il punto di effettivo contrasto che si individua nell’altra linea ermeneutica e’ rappresentato principalmente da quelle decisioni che non considerano dirimente il dato testuale per consentire l’applicazione di un divieto “mobile” fondato sulla posizione, anche occasionale, della vittima e ritengono che tale previsione abbia una connotazione generica e indeterminata. Alcune decisioni sottolineano come vi sia il rischio di porre a carico dell’indagato le conseguenze della trasgressione per il solo fatto di essersi ritrovato casualmente alla presenza della persona offesa; il tutto, poi, con la inevitabile conseguenza di trasformare la misura coercitiva in una imposizione di condotte positive, di un facere il cui contenuto e’ rimesso alla potesta’ della persona offesa.
    • Quindi, le pronunce che partono dalla argomentata Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011 e quelle che ad essa fanno espressamente rinvio pongono in realta’ un problema di individuazione dei presupposti e del perimetro della misura anche in prospettiva costituzionale.
  44. Dal confronto, tra le altre, delle motivazioni delle citate Sez. 5, n. 30926, dell’8.3.2016, S., Rv. 267792 e Sez. 5, n. 18139 del 26/3/2018, B., Rv. 273173 appare come il dibattito e’ caratterizzato da sfumature ed accenti diversi che ben si notano la’ dove si fa riferimento alle diverse fattispecie applicative dell’articolo 282 ter c.p.p., e alle differenti esigenze di tutela del caso concreto; si richiede l’indicazione specifica dei luoghi in quelle particolari situazioni in cui la condotta criminosa si vada ad estrinsecare nei luoghi di riferimento abituali della persona offesa, mentre, nei casi in cui la condotta paventata sia volta alla ricerca di contatto con la vittima ovunque si trovi, quest’ultima diviene il riferimento centrale del divieto di avvicinamento per cui e’ irrilevante l’individuazione dei luoghi di abituale frequentazione della medesima vittima.
  45. In sostanza, la diversita’ di decisioni che ha dato luogo al contrasto appare determinata anche da differenti situazioni di fatto nelle singole vicende.
  46. E’, percio’, corretta la valutazione della Sezione rimettente la quale argomenta che le due opzioni interpretative non sono necessariamente da intendere in termini di alternativita’, ma che occorre piuttosto “l’adozione delle opportune precisazioni circa i limiti di applicazione delle prescrizioni secondo le necessita’ richieste dalla specificita’ del caso”. “L’articolo 282 ter c.p.p., consente di modulare il divieto di avvicinamento sia guardando ai luoghi frequentati dalla vittima che prendendo come parametro di riferimento direttamente il soggetto che ha patito l’azione delittuosa, potendo l’iniziativa cautelare essere strutturata imponendo all’indagato di tenersi ad una certa distanza dalla vittima” (cfr. in tal senso ordinanza di rimessione).
  47. Va a questo punto segnalato brevemente il quadro normativo in cui si inserisce l’istituto in oggetto.
  48. La misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e’ stata prevista nell’ambito di una serie di riforme mirate ad introdurre, nell’ambito del sistema penale, e non solo, misure orientate alla tutela specifica della vittima del reato.
    • La  4 aprile 2001, n. 154ha inserito l’articolo 282 bis c.p.p., che disciplina la misura dell’allontanamento dalla casa familiare e prevede al comma 2, con una formulazione prima facie simile a quella successivamente adottata nella disciplina del divieto di avvicinamento, la possibilita’ per il giudice di prescrivere, nel caso di allontanamento dalla casa familiare, anche il divieto di avvicinamento dell’indagato ai luoghi ove la persona offesa svolge la sua vita di relazione.
    • Il successivo Decreto Legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante “Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche’ in tema di atti persecutori”, convertito, con modificazioni, dalla  23 aprile 2009, n. 38, al fine dichiarato di maggiore incisivita’ della tutela offerta rispetto ad allarmanti condotte persecutorie non adeguatamente contrastate, ha introdotto:
    • sul piano del diritto sostanziale, il delitto di atti persecutori (articolo 612-bis c.p.) che di solito si caratterizza per la reiterazione assillante di condotte intrusive, quali appostamenti, pedinamenti, telefonate, comunicazioni in forma elettronica e per l’assunzione di atteggiamenti minacciosi e intimidatori percepibili dalla persona offesa anche in assenza di diretto contatto fisico; il sistema penale, difatti, presentava fino a quel momento un vuoto di tutela rispetto ad una condotta illecita grave e frequente suscettibile di inquadramento in paradigmi normativi inidonei a contrastare efficacemente questo tipo di condotta;
    • sul piano processuale, per offrire una risposta incisiva nel caso di condotte illecite mirate ad una vittima determinata o ai suoi congiunti, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p.), nuova misura cautelare coercitiva che riprende ratio e struttura dell’articolo 282 bis, costituendone una sorta di “perfezionamento”. La disposizione, nella intenzione del legislatore, mira sostanzialmente a prevenire sviluppi criminogeni potenzialmente degenerativi, in quanto la distanza tra l’indagato e la persona offesa dal reato dovrebbe evitare le occasioni di contatto agevolatrici della prosecuzione di condotte delittuose.
    • Ulteriore perfezionamento del sistema di protezione della vittima e’ rappresentato dalla  19 luglio 2019, n. 69, recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, che ha introdotto: a) regole di priorita’ di trattazione dei procedimenti per i delitti previsti dagli articoli 572, 609 bis, 609 ter, 609 quater, 609 quinquies, 609 octies, 612 bis e 612 ter, 582 e 583 quinquies, nelle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 576 c.p., comma 1, nn. 2, 5 e 5.1, e articolo 577 c.p., comma 1, n. 1, e comma 2, considerati “spia” della degenerazione delle relazioni familiari o comunque personali; b) l’inasprimento delle pene dei reati che costituiscono tipiche manifestazioni di complesse relazioni domestiche; c) l’introduzione di nuove fattispecie di reato, tra cui l’articolo 387 bis c.p., che punisce la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Tale disposizione costituisce l’attuazione dell’articolo 53 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, (“Convenzione di Istanbul”), ratificata con L. 27 giugno 2013, n. 77, nel punto in cui dispone che la violazione delle misure dell’allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento e comunicazione con la vittima ad opera del destinatario deve essere sanzionata penalmente o comunque deve dare luogo a “sanzioni legali efficaci, proporzionate e dissuasive”.
    • Infine, con il Decreto Legge n. 93 del 2013, e la citata  n. 69 del 2019, e’ stata prevista anche per le misure degli articoli 282 bis e 282 ter c.p.p., la possibilita’ di utilizzo delle procedure di controllo mediante mezzi elettronici o altri strumenti tecnici (c.d. braccialetto elettronico), gia’ disciplinata dall’articolo 275 bis c.p.p., per la misura degli arresti domiciliari.
  49. La soluzione di queste Sezioni Unite deve partire innanzitutto dall’interpretazione letterale della disposizione in questione che, peraltro, come ha anche chiaramente indicato il Procuratore generale, e’ abbastanza lineare e univoca, laddove nel comma 1, correla il divieto di avvicinamento ai luoghi “determinati” abitualmente frequentati dalla parte offesa ovvero l’obbligo di mantenimento di una determinata distanza da “tali luoghi”. Deve, poi, seguire una lettura-logico sistematica unitamente all’articolo 282 bis c.p.p., nonche’ una valutazione di compatibilita’ con i principi fondamentali in tema di diritti costituzionali di liberta’ e locomozione. Questi ultimi, invero, sono i profili che appaiono giustificare una lettura contraria alla possibilita’ di imporre un gravoso divieto “dinamico” di avvicinamento alla persona offesa, oltre che di allontanamento nel caso di incontro casuale.
  50. L’inserimento dell’articolo 282 ter c.p.p., nell’elenco delle misure coercitive come concepite nella originaria previsione del codice di procedura (articoli 272 – 286 bis c.p.p.) rende necessaria la valutazione della nuova disposizione nell’ambito di quelle precedenti e seguenti e delle altre regole introdotte con la stessa normativa, tutti elementi necessari per ottenere la chiave di lettura dell’istituto.
    • Innanzitutto, considerando l’inserimento della misura dell’articolo 282 ter c.p.p., nel capo II delle misure cautelari personali, quindi tra le misure coercitive “tradizionali” del codice di rito, va preliminarmente considerato il gia’ citato rapporto con l’articolo 282 bis c.p.p., che per primo introduceva una misura coercitiva mirata esclusivamente a prevenire uno specifico rischio dovuto a tipici rapporti tra indagato e persona offesa, mantenendo le limitazioni “delle” liberta’ del destinatario della misura, per quanto possibile, entro i limiti strettamente necessari alla tutela della vittima.
  51. In precedenza, un simile risultato poteva ottenersi, e solo in via indiretta, con il divieto di dimora. Per il resto, soltanto con alcune delle misure interdittive le limitazioni di facolta’ (piu’ che di liberta’) erano, gia’ sul piano della previsione astratta, tendenzialmente mirate a fare coincidere le prescrizioni in danno dell’indagato a quanto necessario a tutela della specifica vittima del reato per il quale si procede e non, in termini piu’ generali, a tutela della collettivita’.
    • L’articolo 282 bis c.p.p., comma 1, prevede quale prescrizione principale l’allontanamento dell’indagato dalla casa familiare con la possibilita’ di autorizzazione del giudice al rientro (tipicamente per la visita ai figli).
  52. Il comma 2 della medesima disposizione introduce anche la possibilita’ di un’ulteriore prescrizione, ossia il divieto di avvicinamento a “luoghi” determinati: “Il giudice, qualora sussistano esigenze di tutela dell’incolumita’ della persona offesa o dei suoi prossimi congiunti, puo’ inoltre prescrivere all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa, in particolare il luogo di lavoro, il domicilio della famiglia di origine o dei prossimi congiunti”.
  53. Tale seconda prescrizione e’ facoltativa e aggiuntiva rispetto alla misura principale dell’allontanamento (“puo’ inoltre”), dato significativo per l’interpretazione dell’articolo 282 ter c.p.p., ed e’ espressamente riferita solo ai “luoghi determinati”: il destinatario della misura deve essere informato dei luoghi ai quali non puo’ avvicinarsi, indipendentemente dalla effettiva presenza della persona offesa nel dato momento.
    • Questa misura e, piu’ in generale, l’intervento complessivo della  n. 154 del 2001, con le ulteriori successive modifiche poi intervenute, dimostra che si e’ in presenza di un sostanziale adattamento del nostro sistema a modelli tipicamente di matrice angloamericana, in cui sono previsti provvedimenti che limitano le occasioni di contatto tra vittima e aggressore anche in ambito civile.
  54. Difatti, la stessa L. n. 154 del 2001, ha introdotto, con l’articolo 342 bis c.c., il nuovo modello di misura cautelare civile “ordini di protezione contro gli abusi familiari”: “Quando la condotta del coniuge o di altro convivente e’ causa di grave pregiudizio all’integrita’ fisica o morale ovvero alla liberta’ dell’altro coniuge o convivente, il giudice, qualora il fatto non costituisca reato perseguibile d’ufficio, su istanza di parte, puo’ adottare con decreto uno o piu’ dei provvedimenti di cui all’articolo 342 ter”.
  55. Tali provvedimenti sono adottati dal giudice con provvedimento reclamabile; il decreto emesso in sede di reclamo non e’ ricorribile (Sez. 6 civ., ord. n. 29492 del 07/12/2017, Rv. 646787 – 01).
  56. La violazione dell’ordine di protezione integra il reato (introdotto dalla medesima legge e oggi confluito nell’articolo 388 c.p., con la “riserva di codice”) di “elusione di ordini di protezione contro gli abusi familiari”: quindi, si utilizza la sanzione penale per rafforzare un obbligo che mal si presta ad una esecuzione forzata civilistica.
  57. A completare un quadro di contemporanea tutela penale e civile in tale materia si segnala che l’articolo 282 bis c.p.p., prevede che il giudice penale adotti provvedimenti di imposizione di un assegno di mantenimento a carico dell'”allontanato” e a favore dei familiari, in assenza o comunque sino all’adozione dei provvedimenti in materia del giudice civile.
    • E’ indubbio che il campo effettivo di applicazione della misura dell’articolo 282 bis c.p.p., sia quello dei reati in cui e’ particolarmente significativa la componente vittimologica; nella casistica, infatti, il reato piu’ frequente e’ quello di maltrattamenti dell’articolo 572 c.p..
  58. Sul piano astratto, comunque, valgono le regole generali per le misure coercitive: l’articolo 282 bis c.p.p., u.c., prevedendo che non trovino applicazione i limiti di pena di cui all’articolo 280 c.p.p., se si procede per taluni dei reati ivi indicati, qualora commessi nei confronti dei conviventi prossimi congiunti (fermo restando il limite insito nella “casa familiare”), dimostra che, salvo la individuazione di esigenze cautelari specifiche, si tratta di misura applicabile per qualsiasi reato nel rispetto delle condizioni di legge.
  59. L’articolo 282 ter c.p.p., e’ stato inserito nel codice dal Decreto Legge n. 11 del 2009, insieme al reato di “atti persecutori”.
  60. Il “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa”, come evidente e, del resto, rilevato da pressoche’ tutta la giurisprudenza che se ne e’ interessata, e’ calibrato fondamentalmente sulle particolari esigenze di tutela della vittima dello staiking. Non e’ quindi casuale che tutte le decisioni sopra citate riguardino o questo reato o il reato di maltrattamenti per il quale, anche se era gia’ applicabile l’articolo 282 bis c.p.p., e’ risultato maggiormente funzionale il divieto di avvicinamento alla persona offesa nei termini della nuova disposizione, di contenuto piu’ ampio rispetto alla analoga previsione del comma 2, della norma sull’allontanamento dalla casa familiare.
    • Il contenuto della misura e’ disciplinato nel comma 1 dell’articolo citato: “il giudice prescrive all’imputato di non avvicinarsi a luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  61. Il comma 2 della medesima disposizione estende il divieto, se necessario, impedendo l’avvicinamento rispetto alle persone in rapporti familiari e affettivi con la vittima.
  62. Il comma 3 disciplina un’ulteriore misura, in quanto il giudice puo’ imporre il divieto di comunicazione con la persona offesa (e gli altri soggetti del comma 2), con qualsiasi mezzo.
  63. La disposizione prevede due prescrizioni finalizzate al precludere il contatto fisico tra persona offesa e indagato e una terza riferita ai contatti a distanza (spaziando dalla comunicazione gestuale alla telematica) che, pero’, non e’ prevista come autonoma, bensi’, come aggiuntiva (“il giudice puo’, inoltre, vietare…”).
  64. La preclusione del contatto fisico tra persona offesa e indagato e’ assicurata dal “divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa” ovvero “di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa”.
  65. Con specifico riferimento a questa seconda prescrizione, oggetto specifico del contrasto di giurisprudenza, occorre evidenziare che l’obbligo di tenersi ad una data distanza puo’ essere, in base al dato letterale, determinato in due modi diversi: mediante il mantenimento della distanza dai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” ovvero “dalla persona offesa” in quanto tale.
  66. La norma, quindi, e’ inequivoca nel prevedere la possibilita’ di applicare una misura il cui contenuto sia esclusivamente quello del divieto di avvicinamento alla persona fisica ovunque essa effettivamente si trovi nel dato momento. In ragione della natura dell’istituto, misura cautelare da adottare nella ricorrenza delle condizioni di cui agli articoli 273 e 274 c.p.p., l’applicazione graduale delle varie prescrizioni andra’ correlata alla intensita’ delle esigenze cautelari da soddisfare soprattutto in ragione del rischio di aggressione fisica o psicologica della vittima, facendo riferimento al criterio generale di adeguatezza e proporzionalita’ di cui all’articolo 275 c.p.p., commi 1 e 2.
    • La previsione di questa nuova misura cautelare trova piena corrispondenza nella normativa sovranazionale di promozione della tutela delle vittime di aggressioni mirate.
  67. La Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio U.E. n. 2001 del 13/12/2011 sull'”ordine di protezione Europeo” prevede, infatti, la possibilita’ di disporre una misura di protezione in ambito Europeo quando sia stata adottata in base al diritto nazionale una “misura di protezione che impone alla persona che determina il pericolo uno o piu’ dei seguenti divieti o delle seguenti restrizioni”. Le misure cui tale direttiva fa riferimento sono (articolo 5):
    • lettera a) “divieto di frequentare determinate localita’, determinati luoghi o determinate zone definite in cui la persona protetta risiede o che frequenta”;
    • lettera b) interdizione da contatti telefonici/telematici etc.;
    • lettera c), “divieto o regolamentazione dell’avvicinamento alla persona protetta entro un perimetro definito”.
  68. In definitiva, vi e’ una assoluta corrispondenza fra norma interna e norma “Europea”: quest’ultima distingue piu’ chiaramente in tre alinea le medesime tre ipotesi contemplate nell’articolo 282 ter c.p.p.:
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento ai luoghi (casa, luogo di lavoro, aree abituali di svago etc); in questo caso si prescinde dalla presenza nel dato momento della persona offesa, in quanto la parte non vi deve comunque accedere/avvicinarsi;
    • puo’ essere interdetto l’avvicinamento alla persona offesa dovunque essa si trovi; qui, in termini piu’ chiari, la norma Europea ipotizza la indicazione di una determinata distanza che la giurisprudenza ritiene, comunque, necessaria per dare contenuto alla prescrizione cosi’ genericamente definita;
    • puo’ essere interdetta qualsiasi forma di contatto a distanza, telefonico o telematico (nella disciplina interna tale prescrizione e’ sempre “aggiuntiva” rispetto alle prescrizioni principali).
  69. 17
    • La formulazione letterale dell’articolo 282 ter c.p.p., il suo raffronto con l’articolo 282 bis c.p.p., comma 2, e con la Direttiva citata dimostrano come sul piano testuale la norma introduca prescrizioni autonome che possono essere applicate alternativamente o congiuntamente.
  70. Anche in questo caso il dato testuale ha chiara spiegazione nelle esigenze concrete che la norma intende salvaguardare. Sia sul piano astratto che sulla scorta di un semplice esame della casistica risultante dagli stessi precedenti citati emerge come la varieta’ delle situazioni da salvaguardare renda utile e opportuna l’una o l’altra delle misure, ovvero entrambe.
    • Quanto alla applicabilita’ congiunta, va innanzitutto dato atto della sostanziale unitarieta’ dell’effetto della misura di cui all’articolo 282 ter c.p.p., la cui finalita’ e’ quella di evitare il contatto tra indagato e persona offesa, dovendosi graduare la misura secondo il concreto rischio del caso concreto; percio’, le due diverse prescrizioni possibili non definiscono due misure cautelari diverse, ma sono espressioni di un’unica misura, spettando al giudice il compito di determinare in concreto quali siano le modalita’ piu’ idonee in concreto a tutelare, da un lato, le esigenze della persona offesa e, dall’altro, a salvaguardare comunque l’ambito di liberta’ personale dell’indagato.
  71. Come spesso segnala la giurisprudenza in precedenza richiamata, proprio il reato di atti persecutori – di cui si ribadisce lo stretto collegamento con la misura, rispetto al quale la condotta oggetto della temuta reiterazione puo’ avere i connotati della persistente ed invasiva ricerca di contatto con la vittima in qualsiasi luogo in cui la stessa si trovi – tendenzialmente impone il ricorso ad entrambe le prescrizioni, considerato che il divieto di avvicinamento ai “luoghi” consente di valutare con sospetto ogni avvicinamento anche in assenza attuale della vittima.
  72. La “unicita’” della misura cautelare, modulabile con piu’ prescrizioni funzionali a garantire la massima tutela nel caso concreto per la persona offesa con la minima compressione dei diritti di liberta’ e circolazione dell’indagato, esclude, quindi, che possa ritenersi violato il divieto di cumulo di piu’ misure cautelari.
  73. La somma delle prescrizioni, del resto, non ha certamente l’effetto di creare “una “nuova” misura non corrispondente al paradigma normativo tipico” (Sez. U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, cit.) ma, anzi, realizza l’unico modello e i suoi effetti.
  74. Va solo ribadito che manca un rapporto di subordinazione tra le due misure previste dall’articolo 282 ter c.p.p., comma 2, (previsto, invece, come si e’ detto, dall’articolo 282 bis c.p.p.). La prescrizione del comma 3 puo’ essere aggiunta a quelle disciplinate nel comma precedente.
  75. La alternativita’ fra le misure contemplate dal comma 2, del resto, e’ una necessita’ funzionale: basti pensare all’ipotesi del personaggio perseguitato in luoghi “esterni” ove esercita l’attivita’ (esponente politico, dello spettacolo, etc) che mantenga segreto il dato della residenza e dei luoghi abituali; qualora si ritenesse necessaria l’indicazione “comunque” dei luoghi, si suggerirebbe allo stalker trasgressivo dove estendere la sua attivita’ di persecuzione.
  76. La soluzione prescelta da queste Sezioni Unite, oltre a trovare un solido fondamento nel dato testuale, deriva da una sintesi delle posizioni assunte dalla giurisprudenza sopra citata, diverse ma conciliabili. Il criterio di giudizio, difatti, consiste nel considerare che la norma prevede una pluralita’ di prescrizioni che possono essere imposte alternativamente o cumulativamente, dovendo essere modulate in base alle esigenze di cautela da garantire nel caso concreto.
  77. La disposizione, seguendo e completando il sistema gia’ adottato con l’articolo 282 bis c.p.p., introduce una misura che ha la caratteristica di essere espressamente mirata alla tutela della singola persona offesa, in favore della quale intende creare un vero e proprio schermo di protezione rispetto a condotte dell’indagato mirate all’aggressione fisica o psicologica. Secondo le necessita’ del caso concreto, la persona offesa deve potere godere di tranquillita’ e liberta’ di frequentazione dei propri luoghi abituali e deve potersi muovere liberamente anche al di fuori di un contesto predeterminato con la certezza che il soggetto che minaccia la sua liberta’ fisica o morale si terra’ a debita distanza, essendo obbligato all’allontanamento anche in caso di incontro fortuito.
    • Prima di svolgere ulteriori osservazioni, devono pero’ essere valutate e superate le obiezioni poste dal primo indirizzo.
  78. I dubbi manifestati dalle decisioni qui disattese non derivano da una diversita’ di lettura di un testo di per se’ sufficientemente chiaro, ma dalla natura della misura fondata sulla posizione “mobile” e imprevedibile della persona offesa e, in quanto tale, “eccessivamente gravosa”, oltre che sostanzialmente ineseguibile “tanto da conferire natura quasi abnorme alla misura disposta” (Sez. 6, n. 26819 del 7/4/2011, C., Rv. 250728), ancora di piu’ se si considera che l’obbligo troverebbe applicazione persino nel caso in cui non sia l’indagato a cercare volontariamente il contatto con la vittima.
  79. La necessita’ di “indicare in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all’indagato e’ fatto divieto di avvicinamento” consegue, quindi, all’esigenza di conformare la misura al rispetto delle regole di esigibilita’ della condotta e conoscibilita’ delle prescrizioni.
  80. Invero la misura, con le dovute indicazioni sulla distanza da tenere, risulta sufficientemente specifica ed eseguibile cosi’ come non vi e’ ragione che precluda la esigibilita’ di una condotta di allontanamento dell’indagato in caso di incontro con la vittima. Del resto, poiche’ rilevano solo le eventuali violazioni dolose delle prescrizioni, non vi e’ motivo per ipotizzare il pericolo di applicare una sanzione per un incontro involontario.
    • I dubbi posti dalle decisioni in questione, comunque, toccano anche aspetti piu’ generali, per cui va considerato se una misura cosi’ peculiare nel limitare i diritti dell’imputato secondo schemi decisamente nuovi per il nostro ordinamento, sia conforme ai diritti fondamentali.
  81. A carico dell’indagato, difatti, vengono posti limiti alla liberta’ di movimento e non e’ sufficiente, appunto per la atipicita’ rispetto ai modelli previgenti, fare riferimento ad una generale copertura costituzionale di tutte le misure cautelari in ragione della loro funzione e non, invece, della specifica portata limitativa dei diritti fondamentali.
    • U, n. 29907 del 30/05/2006, La Stella, Rv. 234138, affronta il tema della cumulabilita’ delle misure cautelari svolgendo argomenti che, mutatis mutandis, possono essere riferiti anche alla misura del divieto di avvicinamento.
  82. Afferma che, nell’ambito delle disposizioni generali poste quali pilastri fondamentali del sistema cautelare, rileva innanzitutto l’articolo 272 c.p.p., che sancisce il principio di stretta legalita’, stabilendo che “le liberta’ della persona possono essere limitate con misure cautelari soltanto a norma delle disposizioni del presente titolo”. Ma quella espressa dall’articolo 272, non e’ la mera sottolineatura della necessita’ di previsione legale, che gia’ scaturisce dalla doppia riserva, di legge e di giurisdizione, dettata dall’articolo 13 Cost., comma 2, per ogni forma di compressione della liberta’ personale, riflettendosi in essa piuttosto il proposito di ridurre a un “numero chiuso” le figure di misure limitative della liberta’ utilizzabili in funzione cautelare nel corso del procedimento penale, sicche’ non possono essere applicate misure diverse da quelle espressamente considerate.
  83. Quindi, proprio perche’ la disposizione di riferimento nella disciplina delle “limitazioni alle liberta’ della persona” dell’articolo 272 c.p.p., e’ l’articolo 13, tale generico e ampio richiamo alle liberta’ della persona e non piu’ alla liberta’ personale induce a ritenere che il legislatore del codice abbia pensato, nel formulare tale disposizione di apertura del Titolo IV, dedicato alle misure cautelari personali, non solo a strumenti idonei ad incidere sulla liberta’ personale stricto sensu intesa, ma anche a misure volte a comprimere altri diritti fondamentali dell’individuo quali la liberta’ di movimento e di circolazione.
  84. Del resto, il codice del 1989, sin dal testo originario, ha previsto misure che impongono prescrizioni, sia principali che accessorie, che riguardano la possibilita’ di “locomozione” della persona e non in senso stretto la liberta’ quale libera disponibilita’ fisica di se stesso: in tale ambito, quali misure che applicano limiti o imposizione di movimento della persona che, in se’, resta “fisicamente” libera, si considerano il divieto di espatrio, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, il divieto di dimora, l’obbligo di dimora.
  85. La stessa collocazione dell’articolo 282 ter c.p.p.(e dell’articolo 282 bis c.p.p.) tra la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria (articolo 282 c.p.p.) e quelle dell’obbligo e del divieto di dimora (articolo 283 c.p.p.) dimostra che il legislatore ha ritenuto che le relative prescrizioni facciano capo alle stesse tipologie di limitazioni ponendosi in una scala di graduazione delle misure disciplinate dagli articoli da 280 a 285 c.p.p..
    • Tale lettura data dalle Sezioni Unite nel 2006 si ricollega a quanto in precedenza affermato da Sez. U, n. 8 del 10/10/1987, Tumminelli, Rv. 177102 la quale, nel vigore del codice di rito previgente, ha esaminato la questione se il ritiro del passaporto integri un atto limitativo della liberta’ di cui all’articolo 13 Cost., da collocare nell’ambito dei “… provvedimenti sulla liberta’ personale pronunziati da organi giurisdizionali…”. La Corte ha affermato che, nella disposizione dell’articolo 13 Cost., e’ necessario distinguere il principio generale della inviolabilita’ della liberta’ personale, enunciato dal comma 1, dalla piu’ particolare regolazione di determinati aspetti della liberta’ stessa con prevalente riguardo alle esigenze della difesa penale in relazione all’esplicazione di poteri coercitivi concernenti la detenzione, l’ispezione o la perquisizione personale.
  86. Per l’esatta determinazione della portata dell’articolo 13 Cost., comma 2, e’, tuttavia, indispensabile interpretare il significato della formula di chiusura ivi apposta: “ne’ qualsiasi altra restrizione della liberta’ personale”.
  87. La formulazione ampia e generalizzata del comma 1, dell’articolo in questione ed il riferimento nel comma 2, a restrizioni coercitive ed a qualsiasi altra restrizione fa intendere che quest’ultima e’ qualcosa di diverso dalla prima.
  88. Il costituente ha, quindi, “voluto garantire non solo quelle restrizioni che annullano totalmente, attraverso misure coercitive, la disponibilita’ che l’individuo ha della propria persona fisica (detenzione, ispezione o perquisizione personale), ma anche altre privazioni della liberta’ personale che comprimono o restringono tale liberta’.
  89. Il significato del termine “restrizione”, infatti, non e’ quello di una completa soggezione dell’individuo alla coercizione esercitabile dalle autorita’ pubbliche, ma sta ad indicare qualsiasi costrizione che restringa la liberta’ individuale”.
    • La conclusione delle Sezioni Unite di questa Corte e’, allora, nel senso che, sulla scorta della lettura dell’articolo 13 Cost., “le liberta’” dell’articolo 272 c.p.p., non vanno intese quali riferite alla sola liberta’ in termini “fisici”, interpretazione che del resto restringerebbe le misure coercitive alle sole due piu’ gravi, ma alla liberta’ personale nella piu’ larga accezione del termine in cui rientra anche la liberta’ di locomozione.
  90. Pertanto, non vi e’ ragione di dubitare della piena conformita’ della misura del divieto di avvicinamento alla persona offesa, alla pari delle altre misure diverse dagli arresti domiciliari e dalla custodia cautelare in carcere, ai principi fondamentali. Sono situazioni che trovano disciplina nell’articolo 13 Cost., per cui si e’ in presenza di liberta’ che, nella cornice della rigida disciplina legale, possono essere limitate nel rispetto di una esigenza costituzionale di proporzione e gradualita’ che deve trovare riscontro nella “scelta” fatta con il provvedimento del giudice e nella sua motivazione.
  91. Va poi considerata anche l’ulteriore obiezione che una interpretazione che consentisse di applicare il divieto di avvicinamento (e immediato allontanamento) “mobile” alla persona offesa ovunque si trovi non rispetterebbe i principi di tipicita’ e determinatezza delle misure cautelari.
  92. Una tale misura, si osserva, obbliga l’indagato a tenere una condotta imprevedibile, condizionata dai movimenti della persona offesa; si consideri anche che quest’ultima, addirittura, scegliendo di avvicinarsi volontariamente, avrebbe la potesta’ assoluta di imporre l’allontanamento dell’indagato. Cosi’ interpretata, quindi, la disposizione sarebbe caratterizzata da eccessiva gravosita’, risulterebbe sostanzialmente ineseguibile.
  93. Nella cornice di quanto si e’ detto, e’ agevole superare tali dubbi.
    • Innanzitutto, a fronte di una interpretazione letterale, le obiezioni sulla “gravosita’” non possono ritenersi determinanti, essendo una chiara scelta legislativa.
  94. In ogni caso, trattandosi di una misura coercitiva, il giudice chiamato ad applicarla ha ampia discrezionalita’ nella scelta e nella graduazione per il caso concreto con la valutazione circa l’intensita’ delle esigenze cautelari e l’applicazione delle comuni regole di valutazione dell’adeguatezza e proporzionalita’ della misura per il caso concreto. E’ quanto e’ stato ben chiarito nelle decisioni dell’indirizzo qui condiviso che hanno ritenuto adeguata la misura “mobile” in quelle situazioni fattuali caratterizzate da “persistente e invasiva ricerca di contatto con la vittima, ovunque questa si trovi” (Sez. 5, n. 13568 del 16/01/2012, V., Rv. 253296). La comune applicazione delle regole dell’articolo 272 c.p.p.e ss., garantisce che la prescrizione venga disposta solo se strettamente necessaria nel caso concreto, con possibilita’ di sindacare nel merito la scelta in sede di impugnazione.
  95. D’altra parte, la situazione va valutata anche considerando che, a ben vedere, la misura in questione ha un profilo di favore proprio per l’indagato che, certamente, vedra’ una minore limitazione della propria liberta’ rispetto alle altre misure maggiormente afflittive (articolo 284 c.p.p.e ss.) in grado di impedire il contatto fisico e visivo con la persona offesa.
  96. Difatti, discutendosi di una “comune” misura cautelare, alla sua specifica individuazione si arriva dopo una valutazione di gravita’ degli indizi e di sussistenza delle esigenze cautelari che la giustificano nel caso concreto. Se, quindi, si dovesse affermare l’impossibilita’ di applicare un divieto di avvicinamento “mobile” ovunque si trovi la parte offesa, la scelta della misura cautelare utile nel singolo cadrebbe inevitabilmente su una di quelle maggiormente limitative della liberta’ personale rispetto a quella prevista dall’articolo 282 ter c.p.p..
  97. Tali rilievi consentono, quindi, di superare l’obiezione sulla “eccessiva gravosita’” e di affermare che la misura del divieto di avvicinamento, proprio per la sua peculiarita’ rispetto alle misure “generaliste”, non solo non e’ troppo afflittiva ma, anzi, riduce al massimo la compressione dei diritti di liberta’ dell’indagato, limitandoli, ben piu’ di altre misure, a quanto strettamente utile alla tutela della vittima.
  98. Relativamente al contenuto delle prescrizioni il Collegio osserva quanto segue.
  99. Per ragioni di interpretazione letterale e logico-sistematica la prescrizione del divieto di avvicinamento ai “luoghi determinati abitualmente frequentati dalla persona offesa” non puo’ prescindere dalla chiara indicazione di quali siano tali luoghi. La individuazione di tali spazi serve a garantire che la persona offesa sia libera nei suoi contesti quotidiani. In questo caso, e’ del tutto irrilevante che la persona offesa sia presente o meno: il divieto vale anche se all’indagato e’ noto che il soggetto protetto si trovi in tutt’altro posto; semplicemente, sia per la massima garanzia della vittima che per la facilita’ ed efficacia dei controlli, l’indagato deve sempre e comunque tenersi a distanza da tali luoghi che potranno anche essere indicati in forma indiretta, purche’ si raggiunga la finalita’ di dare certezza all’indagato sulla estensione del divieto.
  100. La prescrizione del divieto di avvicinamento alla persona offesa impone all’indagato di non cercare il contatto con la stessa con la conseguenza che, persino in ipotesi d’incontro casuale, il soggetto, acquisita la consapevolezza della presenza della persona offesa, e’ tenuto ad allontanarsi, ripristinando la distanza determinata a lui imposta.
    • Si consideri, poi, che trattandosi di misure coercitive inserite nel corpo del codice insieme alle altre, in assenza di divieti legislativi, valgono le regole generali: la misura e’, in astratto, applicabile per qualsiasi reato e per tutte le esigenze cautelari previste dall’articolo 274 c.p.p..
  101. E’ indubbio che l’articolo 282 ter c.p.p., contempla una misura cautelare legata da “un rapporto privilegiato” con il delitto di atti persecutori e, quindi, volta ad attuare la protezione del “soggetto debole”. E’ altrettanto pacifico che la disposizione e’ destinata a trovare applicazione anche a reati “affini” al delitto di cui all’articolo 612 bis c.p., come, ad esempio, i delitti di maltrattamenti, di lesioni aggravate, altri reati con minaccia e violenza nei confronti della data vittima, ben ipotizzabili in uno stadio di condotte persecutorie che non abbiano realizzato l’evento richiesto per l’articolo 612 bis c.p.(neanche allo stadio di tentativo).
    • Non vi e’, pero’, ragione di escludere l’adozione della misura per reati obiettivamente di altra natura in cui risulta necessario tutelare la persona da aggressioni mirate.
  102. Quindi, non potra’ mai ritenersi la misura formalmente applicabile esclusivamente per reati astrattamente conformi alla ratio normativa del I Decreto Legge n. 11 del 2009, come, invece, affermato da Sez. 4, n. 2147 del 13/01/2021, Macellaro, Rv. 28048. Non vi e’ alcun dubbio che la legge abbia introdotto la nuova misura avendo di mira determinate materie, ma la stessa legge ha in modo altrettanto indiscutibile scelto di inserire la disposizione nella materia generale delle misure coercitive senza alcuna limitazione.
  103. In conclusione, al quesito deve essere data la seguente risposta:
  104. “il giudice che ritenga adeguata e proporzionata la sola misura cautelare dell’obbligo di mantenere una determinata distanza dalla persona offesa (articolo 282 ter c.p.p., comma 1) puo’ limitarsi ad indicare tale distanza.
  105. Nel caso in cui, al contrario, nel rispetto dei predetti principi, disponga, anche cumulativamente, le misure del divieto di avvicinamento ai luoghi da essa abitualmente frequentati e/o di mantenimento della distanza dai medesimi, deve indicarli specificamente”.
  106. Passando, quindi, alla decisione del caso specifico, il ricorso deve essere rigettato.
    • Il primo motivo e’ generico nella prima parte in cui ripropone il tema della nullita’ della ordinanza di applicazione della misura per assenza di “autonoma valutazione” degli indizi e delle esigenze cautelari da parte del G.i.p. Difatti, il Tribunale, nel confermare l’ordinanza, ha dato atto del suo contenuto adeguato rispetto alla previsione dell’articolo 292 c.p.p., e il ricorso, senza alcun riferimento al contenuto concreto della prima ordinanza, si limita al richiamo delle disposizioni applicabili, affermando apoditticamente che sarebbero state violate. Lo stesso motivo, nella seconda parte, non rispetta i limiti di deducibilita’ del vizio di motivazione nel giudizio di legittimita’, in quanto, senza segnalare carenze o significativi errori logici della motivazione dell’ordinanza impugnata, propone, con argomentazioni peraltro prive di collegamento al caso concreto, una non consentita rilettura e diversa valutazione del materiale indiziario.
    • Il secondo motivo, che denuncia la violazione di legge e la generica motivazione dell’ordinanza del Tribunale del riesame per la mancata indicazione dei luoghi rispetto ai quali era stato disposto il divieto di avvicinamento, e’ infondato per gli argomenti sopra svolti, considerato che la difesa contesta in radice la ammissibilita’ di un provvedimento che precluda l’accesso a qualunque luogo in cui la vittima si trovi.
  107. Il provvedimento adottato, difatti, nel pieno rispetto dell’articolo 282 ter c.p.p., ha previsto il divieto di avvicinamento all’abitazione della persona offesa, luogo noto al ricorrente, nonche’ il divieto di avvicinamento alla persona offesa (“… mantenere la distanza di almeno trecento metri dalla S. in qualunque luogo la stessa si trovi”).
  108. Q.M.
  109. Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
  110. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalita’ e gli altri dati identificativi a norma del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

INGEGNERE PROGETTISTA RESPONSABILITA’ PENALE

INGEGNERE PROGETTISTA RESPONSABILITA’ PENALE

AVVOCATO ESPERTO DIFESA PENALE CIVILE DISCIPLINARE INGEGNERI ARCHITETTI BOLOGNA MELANO VICENZA PADOVA  VERONA TREVISO ANCONA

051 6447838

PROFESSIONISTI – Giudizi disciplinari – Procedimento – Ingegneri ed architetti – Cancellazione dall’albo per condanna penale ex art. 20 del r.d. n. 2537 del 1925 – Automatismo – Esclusione – Fondamento – PROFESSIONISTI – Ingegneri e architetti – In genere

REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

Il provvedimento di cancellazione dall’albo degli architetti per condanna penale ex art. 20 del r.d. n. 2537 del 1925 non ha natura vincolata ed automatica, essendo principio generale che l’effetto destitutivo da una professione per condanna penale sia mediato dalle garanzie del procedimento disciplinare e del giudizio sulla gravità dell’addebito. (Cassa con rinvio, Cons. Naz. Architetti, 11/06/2014)

Cass. pen., Sez. III, 12/12/2002, n. 8420 (rv. 224166)

Il progettista di un manufatto abusivo non risponde del reato di cui all’art. 20 della legge 28 febbraio 1985 n. 47, neanche a titolo di concorso, atteso che la fase di redazione di un progetto, anche se difforme dalla normativa vigente, va tenuta distinta da quella di direzione dei lavori, e non può configurarsi un nesso di causalità tra la redazione del progetto e l’attività di attuazione dello stesso, soltanto per la quale sussiste rilevanza penale.

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 24/05/2017, n. 31282 (rv. 270278)

EDILIZIA – Costruzione edilizia – Immobile abusivo – Progettista non direttore dei lavori – Responsabilità a titolo di concorso – Sufficienza – Esclusione

La sola veste di progettista di un manufatto abusivo non consente, di per sé, di ravvisare il concorso nel del reato di cui all’art. 44 T.U. Urb., neanche a titolo di concorso, atteso che la fase di redazione di un progetto, anche se difforme dalla normativa vigente, va tenuta distinta da quella di direzione dei lavori, e non può configurarsi un nesso di causalità tra la redazione del progetto e l’attività di attuazione dello stesso, soltanto per la quale sussiste rilevanza penale, ed alla quale il progettista deve avere fornito un apporto concreto ed ulteriore, rispetto alla redazione del progetto. (Rigetta in parte, App. Brescia, 21/04/2016)

Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 24/05/2017, n. 31282 (rv. 270278)

EDILIZIA – Costruzione edilizia – Immobile abusivo – Progettista non direttore dei lavori – Responsabilità a titolo di concorso – Sufficienza – Esclusione

La sola veste di progettista di un manufatto abusivo non consente, di per sé, di ravvisare il concorso nel del reato di cui all’art. 44 T.U. Urb., neanche a titolo di concorso, atteso che la fase di redazione di un progetto, anche se difforme dalla normativa vigente, va tenuta distinta da quella di direzione dei lavori, e non può configurarsi un nesso di causalità tra la redazione del progetto e l’attività di attuazione dello stesso, soltanto per la quale sussiste rilevanza penale, ed alla quale il progettista deve avere fornito un apporto concreto ed ulteriore, rispetto alla redazione del progetto. (Rigetta in parte, App. Brescia, 21/04/2016)

Corte d’Appello Milano, Sez. II, 04/11/2005, n. 4351

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In materia di infortuni nell’edilizia, in linea generale, l’esecutore dei lavori edilizi è tenuto a indagini del suolo, atteso che esse sono funzionali all’assolvimento delle cautele previste dalla legge speciale (D.P.R. 7 gennaio 1956, n. 164) e considerato che, indipendentemente dall’eventuale concorso di colpa dell’ingegnere progettista, del crollo di un immobile risponde civilmente il costruttore anche quando la rovina della costruzione dipenda da vizio del suolo (art. 1669 c.c.).

Tribunale Mantova, Sez. II, Sent., 30/09/2021, n. 917

  • Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MANTOVA

SECONDA SEZIONE CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Alessandra Venturini ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 2190/2018 promossa da:

M.T. SRL rappresentata e difesa dall’ Avv.to MORICONI PIERO

ATTRICE

contro

C.S. rappresentato e difeso dall’Avv.to COLOMBO PAOLO e dall’Avv.to BERTOLINI MONICA

CONVENUTO

e con la chiamata in causa di

Z.I. PLC- Rappresentanza Generale per l’Italia rappresentata e difesa dall’ Avv.to BENEDINI GUIDO e dall’Avv. BENEDINI FRANCESCO

TERZA CHIAMATA

Oggetto: Responsabilità professionale

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato M.T. s.r.l. (di seguito M.) conveniva in giudizio l’architetto C.S. allegando: di aver partecipato alla vendita immobiliare senza incanto relativa alla procedura esecutiva del Tribunale di Mantova rubricata al n. 501/2013 avente ad oggetto una casa unifamiliare (lotto 1) ed un edificio destinato a capannone con annessa area cortiva (lotto 2), posti nel Comune di Curtatone (MN) in via Arginotto n. 56, risultandone aggiudicataria, quanto al lotto 1 per il prezzo di Euro.209.925,00 e quanto al lotto 2 per il prezzo Euro.64.100,00, beni alla stessa trasferiti con decreto del Giudice dell’Esecuzione in data 16/06/16; che la perizia tecnica di stima degli immobili riguardanti l’esecuzione in oggetto era stata effettuata dall’architetto S.C., il quale aveva attestato, in relazione all’immobile di cui al lotto 1 (“edificio destinato a casa unifamiliare posto nel comune di Curtatone (MN) alla via Arginotto n. 56, composto da un piano terra ed un piano primo, con due tettoie e centrale termica poste alle esterno ed area cortiva ad uso esclusivo”) quanto segue “… In data 17 marzo 2005 veniva presentata la richiesta del certificato di agibilità, in data 4 aprile 2005 il Comune di Curtatone emetteva una richiesta di documentazione integrativa, con sospensione dei termini, alla richiesta del certificato di agibilità. Pertanto l’immobile oggetto della perizia risulta regolarmente autorizzato, ma privo del relativo certificato di agibilità. Sarà pertanto necessario provvedere all’integrazione di documentazione richiesta dal Comune, pratica che comporterà un onere di circa Euro.800,00, comprensivo di spese tecniche”, e, in relazione all’immobile di cui al lotto n. 2 (“edificio destinato a capannone con annessa area cortiva, posto nel comune di Curtatone (MN) alla via Arginotto n. 56”) che lo stesso: “… risulta privo di Concessioni Edilizie e, di conseguenza, di certificato di Agibilità; pertanto sarà necessario provvedere alla presentazione di una domanda di sanatoria presso l’Ufficio Tecnico, che comporterà un onere di circa Euro.2.500,00, comprensivo di spese tecniche per predisposizione della domanda”; che dalla suddetta perizia risultava quindi che la casa unifamiliare era conforme alle autorizzazioni e concessioni amministrative, ma non aveva il certificato di agibilità, per il cui rilascio era sufficiente provvedere ad integrare la documentazione richiesta dal Comune sostenendo una modica spesa, pari ad Euro.800,00 spese tecniche incluse e che il capannone, pur presentando degli abusi (mancanza di concessioni edilizie e di certificato di agibilità) poteva essere trasferito, in quanto l’abuso era sanabile; che infatti il divieto di trasferire gli immobili che presentano in tutto o in parte degli abusi non si applica alle vendite esecutive immobiliari in virtù del combinato disposto degli articoli 46, comma 5, del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 e art. 40, comma 6 della L. 28 febbraio 1985, n. 47 e che se vi sono le condizioni previste ex lege, l’aggiudicatario è rimesso nei termini per la presentazione della domanda della concessione in sanatoria; che quando M. si era rivolta all’Ufficio Tecnico del Comune di Curtatone per chiedere la concessione in sanatoria della licenza edilizia relativa al capannone, precisando che aveva acquistato l’immobile da una procedura esecutiva, le era stato riferito che nel caso in esame non vi erano le condizioni previste dalla legge per ottenere la sanatoria, in quanto l’abuso non era sanabile poiché il capannone sorgeva in zona agricola sottoposta a vincolo; che ciò era stato confermato dal tecnico cui si era successivamente rivolta l’attrice, Geom. F.R., il quale aveva appurato che “…l’edificio catastalmente contraddistinto al mapp.(…) sub.(…) del Fog. (…) e identificato come Lotto 2 nella Perizia di Stima, parag. 1 e 2 in premessa, non può essere oggetto di sanatoria, ai sensi degli artt. 31 e 36 del D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 e s.m.i. in quanto in “zona agricola (E1)” compresa nella fascia di rispetto di interazione della zona agricola con le abitazioni isolate, ove non sono ammesse nuove costruzioni”; che l’arch. C. nella sua relazione di stima aveva commesso un altro rilevante errore, nella parte in cui in relazione al lotto 1 aveva dichiarato che per ottenere il certificato di agibilità mancante della casa unifamiliare era sufficiente integrare la documentazione richiesta dal Comune con una spesa di “…circa Euro.800,00 comprensivo di spese tecniche”, in quanto, interpellato un tecnico del settore, era emerso che la spesa preventivabile per ottenere le certificazioni era pari ad Euro.5.950,00, oltre ad Euro 2.600,00 per competenze professionali; che essendo la situazione emersa del tutto diversa da quella descritta nella perizia di stima, l’attrice aveva richiesto chiarimenti all’arch. C., il quale non aveva fornito chiari riscontri e non aveva formulato alcuna proposta risarcitoria.

Ciò premesso l’attrice, allegando la responsabilità civile del convenuto per i danni arrecati nello svolgimento dell’incarico, concludeva chiedendo la condanna dello stesso al risarcimento dei danni dalla stessa subiti, consistenti nella differenza tra il prezzo corrisposto pari ad Euro 64.100,00 ed Euro 3.975,00 (Euro 60.125,00), nelle spese necessarie per la demolizione del capannone (alla quale l’attrice sarà obbligata, non potendo ottenere la sanatoria), quantificate in Euro 8.000,00, nelle maggiori spese ed interessi sostenuti e che si sosterranno per il mutuo ottenuto dall’attrice al fine di acquistare anche il lotto 2, quantificabili in circa Euro.5.000,00, nelle spese sostenute (Euro 594,50) e da sostenere sino alla demolizione per assicurare il capannone in oggetto e nella maggior somma necessaria per regolarizzare il lotto 1, importo pari ad Euro. 7.750,00, per complessivi Euro 81.399,50, ovvero la minor o maggior somma che sarà dichiarata di giustizia e che risulterà in corso di causa.

Il convenuto, tempestivamente costituitosi, contestava quanto allegato da parte attrice e chiedeva il rigetto delle domande svolte nei suoi confronti.

In particolare allegava che la affermazione dell’attrice secondo la quale il capannone di cui al lotto 2 non era suscettibile di sanatoria era errata, essendo l’immobile compreso in Zona agricola E1, normata dall’art. 76 e non dall’art. 77 delle citate NTA, all’interno della quale è perfettamente ammessa la realizzazione di nuove costruzioni, ancorchè in presenza di specifici requisiti di ordine funzionale e soggettivo, prevedendo infatti le norme in argomento che i permessi di costruire relativi ad interventi in Zona E1, anche ove consistenti nella realizzazione di nuove costruzioni, sono ammessi esclusivamente per opere realizzate in funzione della conduzione del fondo e destinate alla residenza dell’imprenditore agricolo a titolo principale e dei dipendenti dell’azienda, nonché per le attrezzature e le infrastrutture produttive, e che detti titoli autorizzativi possono essere rilasciati solo ai soggetti di cui all’art. 60 della L.R. Lombardia n. 12 del 2005 e s.m.i. (imprenditore agricolo a titolo professionale, titolare o legale rappresentante dell’impresa agricola); che pertanto, come rilevato dall’artch. C. l’immobile era ed è perfettamente sanabile in presenza dei requisiti di ordine funzionale e soggettivo previsti dall’art. 76 delle NTA del Piano delle Regole di Curtatone e dall’art. 60 della L.R. n. 12 del 2005; che la legale rappresentante della società aggiudicataria, T.A., era la figlia di T.V., che aveva acquistato nel 1985 gli immobili per cui è causa, per poi conferirli, nel 2005 nella società I.S.T.H. Limited, con atto in cui si specificava che il Sig. T.V. era il referente di detta società e si ribadiva che il conferimento riguardava un edificio rurale con annessa area agricola; che il T. con la famiglia dal 1985 aveva sempre abitato la casa di cui al lotto 1, contigua al capannone di cui al lotto 2, per cui T.A. conosceva perfettamente, al momento della formulazione dell’offerta poi risultata aggiudicataria, lo stato degli immobili e la loro destinazione urbanistica; che pertanto se la società aggiudicataria non era stata in grado di ottenere la sanatoria ciò dipendeva dalla mancanza dei requisiti soggettivi e funzionali e non da un divieto posto dalla normativa tecnica di attuazione, con conseguente assenza di responsabilità in capo al convenuto per i danni prospettati dall’attrice; che i documenti per ottenere il certificato di abitabilità per l’immobile di cui al lotto 1 erano unicamente ai documenti che erano stati descritti dallo stesso Comune di Curtatone nella raccomandata a.r in data 4 aprile 2005 e che l’oblazione richiesta era di importo compreso fra un minimo di Euro 500,00 ed un massimo di Euro 1.000,00, con ciò risultando giustificato il costo medio indicato in perizia di Euro 800,00.

Nella denegata ipotesi di accoglimento anche parziale delle domande di parte attrice il convenuto chiedeva la chiamata in causa della propria compagnia assicuratrice, Z.I. Plc, per la responsabilità professionale, al fine di tenerlo indenne e manlevato dall’eventuale obbligo di risarcimento e/o di ottenere condanna della stessa a pagare direttamente alla società attrice quanto eventualmente dovuto.

Autorizzatane la chiamata in causa, si costituiva Z.I. Plc, chiedendo in via principale il rigetto delle domande avanzate dall’attrice nei confronti del proprio assicurato e, in via subordinata, nella denegata ipotesi di accertata responsabilità del proprio assicurato, accogliersi la domanda di manleva da questi formulata con le limitazioni, massimali, franchigie e scoperti di polizza.

La causa veniva istruita mediante CTU.

Motivi della decisione

Le domande di parte attrice risultano fondate nei limiti di seguito indicati.

Va qui anzitutto ricordato che l’esperto nominato dal giudice per la stima del bene pignorato è equiparabile, una volta assunto l’incarico, al consulente tecnico d’ufficio, sicché è soggetto al medesimo regime di responsabilità ex art. 64 c.p.c., e, in particolare, all’obbligo di risarcire i danni cagionati in violazione dei doveri connessi all’ufficio.

L’arch. S.C. è stato nominato dal G.E., nell’ambito della procedura esecutiva immobiliare n. 501/2013 promossa contro la società I.S.T.H. Limited, perito estimatore dei beni immobili oggetto di esecuzione, con ordinanza 27.02.2014; l’incarico aveva ad oggetto pertanto, oltre agli accertamenti preliminari richiesti al perito, la determinazione del valore degli immobili pignorati e la formazione di lotti per gruppi omogenei; il perito, effettuato sopralluogo ed ogni altro accertamento richiesto presso i pubblici uffici, “considerate le caratteristiche del cespite pignorato, costituito da due unità immobiliari ben distinte e insistenti su due aree anch’esse ben distinte (mappale (…) e mappale (…))” ha proceduto alla formazione di due lotti, previa “l’individuazione catastale dell’edificio del secondo lotto” e di altre due unite a servizio di altro mappale, di cui non era stato eseguito l’accatastamento, comprendendo nel primo lotto l’edificio bifamiliare e nel secondo lotto “un capannone isolato”, suddiviso in due zone, di cui una destinata ad officina meccanica e l’altra a ricovero attrezzi; quanto all’accertamento richiesto dal G.E. degli “estremi della licenza o della concessione edilizia”, dell’eventuale assenza di licenza o concessione o di realizzazioni effettuate in difformità e, in caso di mancata presentazione di domanda di condono edilizio da parte del proprietario, dei relativi costi “assumendone le opportune informazioni presso gli uffici comunali competenti”, il perito ha specificato che l’immobile di cui al lotto 1, verificata la documentazione presente presso il Comune di C., “risulta regolarmente autorizzato, ma privo del relativo Certificato di agibilità. Sarà pertanto necessario provvedere all’integrazione di documentazione richiesta dal Comune, pratica che comporterà un onere di circa Euro 800,00, comprensivo di spese tecniche”, mentre “L’immobile del lotto n. 2 risulta privo di Concessione Edilizia e, di conseguenza, di Certificato di Agibilità; pertanto sarà necessario provvedere alla presentazione di una domanda di sanatoria presso l’ufficio tecnico, tale domanda comporterà un onere di circa Euro 2.500,00, comprensivo delle spese tecniche per la predisposizione della domanda”.

Il perito ha quindi attribuito al lotto 1 un valore di mercato di Euro 357.200,00 e al lotto 2 un valore di mercato di Euro 106.400,00 (doc. 4 parte attrice e doc. 3 parte convenuta).

Nella perizia si specifica che “viene allegata, quale parte integrante e sostanziale della presente, la documentazione dell’Ufficio Tecnico del Comune di Curtatone”, che dai documenti prodotti da parte convenuta (doc. 6) risultano essere, oltre alle “certificazioni edilizie”, la lettera 4 aprile 2005 del Comune di Curtatone.

Nella parte relativa al quesito sulla regolarità urbanistica degli immobili pignorati, come allegato da parte attrice, il perito estimatore si è limitato ad indicare l’assenza di concessione edilizia quanto al capannone di cui al lotto 2 e che “pertanto sarà necessario provvedere alla presentazione di una domanda di sanatoria presso l’ufficio tecnico, tale domanda comporterà un onere di circa Euro 2.500,00, comprensivo delle spese tecniche per la predisposizione della domanda”.

Al CTU incaricato, ing. Marinelli Alberto, è stato quindi richiesto di verificare se all’epoca della redazione della perizia di stima effettuata dal convenuto (23.06.2014) nell’ambito della procedura esecutiva n. 501/13 R.G. e dedotta in lite, era possibile procedere a sanatoria dell’immobile di cui al lotto 2 della perizia e nell’ipotesi in cui fossero richiesti requisiti soggettivi e funzionali specifici, di procedere alle ulteriori determinazioni di cui si dirà.

Il CTU ha accertato che: “Gli immobili, citati come Lotto 1 e Lotto 2 ed oggetto della perizia estimativa del Convenuto datata 23.6.2014, appartenevano alla data di redazione della stessa perizia alla società I.S.T.H. Limited, società che non risulta avesse svolto attività agricola, ed erano ad essa pervenuti tramite atto di conferimento da parte del precedente proprietario, sig. T.V., che non risulta fosse imprenditore agricolo professionale, stipulato dal notaio F. di M., rep. (…), in data (…).

Come dal rogito di cui in Allegato B, il sig. T.V. acquisiva la proprietà dell’immobile identificato come Lotto 1 e dell’area agricola su cui ora insiste anche il capannone facente parte dei beni identificati come Lotto 2 in data 6.3.1985 dalla precedente proprietaria signora Z.M.. Come risulta inequivocabilmente dalle planimetrie catastali allegate all’atto (ottava pagina del rogito) e dall’atto stesso, alla data del 6.3.1985 non esisteva il capannone facente parte del Lotto 2. L’immobile di cui al Lotto 2 non era quindi edificato prima del 1.9.1967, data di entrata in vigore della L. n. 765 del 1967 che prescriveva anche la necessità di specifico titolo edilizio per edificare qualunque nuovo immobile. Dalle fotografie aeree di seguito riportate tratte da Google Earth, si nota che la porzione più piccola del capannone fosse già presente nel 2003 (Figura 1), mentre la seconda porzione è stata realizzata successivamente tra il 2004 e il 2005, come risulta sempre dalle immagini disponibili, giungendo quindi alla configurazione attuale (Figura 2). Dagli atti di perizia non risultano rilasciati dal Comune di Curtatone dopo il 1967 titoli autorizzativi della costruzione del capannone insistente sul Lotto 2. Dall’epoca della stesura degli strumenti urbanistici del Comune di Curtatone, sino ad oggi, l’area su cui insiste l’immobile di cui al Lotto 2 è classificata quale Area Agricola E1, come risulta dall’estratto sotto riportato della Tavola B.1.2-D16 (Figura 3), con relativa legenda (Figura 4), del P.G.T. del Comune di Curtatone; in tale porzione territoriale è permessa l’edificazione solo in forza di titoli autorizzativi rilasciati ai soggetti di cui all’art.60 della L.R. n. 12 del 2005 e s.m.i. (imprenditori agricoli professionali o legali rappresentanti di imprese agricole – in Allegato C viene riportato l’estratto dell’articolo pertinente delle Norme Tecniche di Attuazione – art. 76), previa sottoscrizione di convenzione con la quale il titolare del titolo abilitativo alla costruzione si deve impegnare al mantenimento della destinazione agricola su aree di sua proprietà, o a sua disposizione, di superficie proporzionata a quella dell’edificio da costruire. Gli stessi requisiti soggettivi sopra richiamati, necessari per l’edificazione di nuovi immobili in area agricola E1, sono richiesti anche nel caso in cui il proprietario di un immobile parzialmente o totalmente abusivo, edificato in zona agricola E1, ne chieda sanatoria. L’immobile per cui è causa rientra anche nella fascia di rispetto d’interazione della zona agricola con abitazioni isolate (linea azzurra a tratteggio). Tale circostanza non inficia l’edificabilità da parte di soggetti che ne possiedono gli opportuni requisiti soggettivi, ma pone semplicemente dei limiti alla tipologia del nuovo insediamento, che non deve risultare di alto impatto nei confronti delle limitrofe aree residenziali, come sarebbe nel caso, ad esempio, dell’insediamento di nuove attività zootecniche. Pertanto, nel caso di specie, alla data del 23.6.2014 era possibile procedere a sanatoria dell’immobile insistente sul Lotto 2 solo da parte dei soggetti in possesso degli specifici requisiti soggettivi e funzionali di cui all’art.60 della L.R. n. 12 del 2005 e s.m.i., ed in possesso anche di sufficiente area agricola in relazione alle superfici da edificare.”

Come sostenuto dal convenuto l’immobile abusivo era quindi sì sanabile, ma unicamente da soggetti in possesso di specifici requisiti soggettivi e funzionali, presupposto di cui non vi è traccia nella perizia estimativa; tale dato, all’evidenza, era di fondamentale rilievo ai fini della perizia estimativa, ossia al fine sia di rendere edotti i possibili acquirenti dell’effettivo stato di fatto e di diritto dei beni che dovevano essere posti in vendita all’asta, sia, soprattutto, incidendo tale dato in maniera significativa sulla determinazione del valore di mercato dell’immobile abusivo, corrispondendo il valore attribuito al bene dal perito al valore di un immobile “sanato”, sanatoria ottenibile nel caso non da qualsiasi possibile acquirente (come previsto per l’aggiudicatario di immobile acquistato da procedura esecutiva), ma da una platea ristretta di soggetti in possesso dei requisiti previsti dalla normativa urbanistica, comportando invece la mancata sanatoria il possibile ordine di demolizione da parte del Comune o, in ogni caso, l’impossibilità di rivendere privatamente a terzi un immobile abusivo.

Deve quindi affermarsi che tale omissione, nella perizia estimativa, integri violazione da parte del perito dei doveri sullo stesso gravanti nell’adempimento dell’incarico ricevuto, avendone inficiato i risultati e lo scopo; la perizia, parte integrante dell’avviso di vendita all’asta dell’immobile, in assenza della specificazione dei requisiti necessari per ottenere la sanatoria, era inidonea a rendere edotti i possibili acquirenti del reale stato giuridico dell’immobile posto in vendita (non potendo ritenersi, come sostenuto dal convenuto, che fosse onere di ogni possibile soggetto interessato informarsi direttamente presso il Comune di Curtatone sulle norme urbanistiche applicabili nella zona in cui ricade l’immobile, essendo la destinazione agricola di detta zona “pacificamente identificabile alla luce delle NTA del Piano delle Regole del Comune di Curtatone) e, soprattutto, del fatto che il valore attribuito al bene era quello ivi indicato solo nell’ipotesi in cui l’acquirente avesse posseduto i requisiti soggettivi e funzionali per poter procedere a sanatoria.

E’ pacifico che la società aggiudicataria di entrambi i lotti, M.T. s.r.l., non possieda i requisiti soggettivi richiesti per procedere alla sanatoria.

Come statuito dalla Suprema Corte “Il perito di stima nominato dal giudice dell’esecuzione risponde nei confronti dell’aggiudicatario, a titolo di responsabilità extracontrattuale, per il danno da questi patito in virtù dell’erronea valutazione dell’immobile staggito, solo ove ne sia accertato il comportamento doloso o colposo nello svolgimento dell’incarico, tale da determinare una significativa alterazione della situazione reale del bene destinato alla vendita, idonea ad incidere causalmente nella determinazione del consenso dell’acquirente”. (v. Cass. Civ. n. 13010/2016)

Il grave vizio della perizia estimativa, imputabile ad inadempimento colposo del perito nell’esecuzione degli atti richiesti (non avendo verificato i presupposti di una possibile sanatoria di immobile totalmente abusivo compreso in zona agricola e quindi delle ricadute di tale condizione giuridica sul valore di mercato del bene) deve ritenersi sicuramente incidente, sotto il profilo causale, sulla determinazione dell’aggiudicataria all’acquisto del bene alle condizioni di vendita di cui al bando d’asta, non potendo quest’ultima che confidare nella indicata possibilità di sanatoria dell’immobile, con la modica spesa indicata dal perito; ne consegue pertanto la responsabilità di quest’ultimo per i danni subiti dall’aggiudicataria e causalmente riconducibili all’accertato inadempimento.

Va qui rigettata la difesa del convenuto secondo la quale tale responsabilità e il conseguente diritto al risarcimento in capo all’attrice dovrebbe escludersi, per essere la legale rappresentante della società la figlia dell’originario proprietario (conferente gli immobili alla società debitrice esecutata) e per aver la stessa vissuto nell’abitazione confinante con il lotto su cui sorge il capannone abusivo e quindi soggetto che era a conoscenza della destinazione urbanistica dell’immobile e in grado di valutarne la sanabilità al momento della formulazione dell’offerta.

Tale “sillogismo” non ha alcun fondamento, non derivando certo dal mero rapporto familiare con il (presumibile) autore dell’abuso edilizio la effettiva conoscenza in capo ad un soggetto non solo del commesso abuso, ma anche delle norme urbanistiche applicabili nella zona in cui sorge l’edificio e dei requisiti richiesti per la sanatoria, trattandosi di competenze che non appartengono al quisque de populo, ma unicamente ai tecnici (tanto che la stima dei beni esecutati viene affidata ad un “perito”, ossia ad un esperto del settore), e non potendo (e dovendo) il partecipante ad un’asta pubblica fare affidamento che su quanto riportato nella perizia estimativa, ove il bene è identificato come “capannone isolato”, della superficie complessiva di mq 185,00, “posto centralmente rispetto all’ampia area esterna” di circa mq 4.054 (con dettagliata descrizione delle caratteristiche costruttive e delle aree interne), privo di concessione edilizia, e, come già riportato, per il quale viene indicato esclusivamente che “sarà necessario provvedere alla presentazione di una domanda di sanatoria presso l’ufficio tecnico”.

Va peraltro sottolineato che “Il perito nominato dal giudice … risponde, a titolo di responsabilità extracontrattuale, nei confronti dell’aggiudicatario per il danno da questi patito in conseguenza dell’erronea valutazione del bene qualora, nell’esecuzione della prestazione, non osservi la diligenza professionale qualificata richiesta – ex artt. 1176, comma 2, e 2236 c.c. – allo specialista in relazione alla natura dell’attività esercitata ed alle circostanze concrete del caso, incombendo, comunque, sul medesimo professionista di dare la prova della particolare difficoltà della detta prestazione” (Cass. Civ. n. 8486/2000, relativa ad ipotesi analoga di stima dei beni del fallito).

Nel caso la difesa dello stesso convenuto ha sostenuto che la disciplina urbanistica applicabile era facilmente verificabile ed accertabile, “alla luce delle NTA del Piano delle Regole del Comune di Curtatone”, essendo gli immobili “compresi infatti in Zona agricola E1, normata dall’art. 76 di dette NTA”.

Ciò premesso il danno subito dall’aggiudicataria non può identificarsi, come allegato, nella “differenza tra il valore del prezzo pagato e quello che sarebbe stato versato se non fosse subentrato “l’intervento colposo perturbatore” del perito e quindi se per il lotto 2 fosse stato valutato il valore del solo terreno”, con ulteriore riduzione di quest’ultimo al 25%, essendosi la vendita realizzata in sede di secondo incanto.

Per adempiere correttamente all’incarico il CTU avrebbe dovuto unicamente precisare che la sanatoria dell’immobile abusivo era possibile solo da parte di acquirenti in possesso dei requisiti previsti dalla normativa; nulla avrebbe quindi impedito alla procedura esecutiva di vendere all’asta l’immobile sulla base del valore dell’immobile “sanabile” a tali condizioni, non potendo escludersi a priori l’esistenza di soggetti interessati all’acquisto e in possesso dei requisiti, e la possibilità per la procedura, quindi, anche eventualmente con ulteriori esperimenti d’asta e ribassi, di acquisire un corrispettivo comunque superiore al solo valore del terreno su cui è stato edificato l’immobile abusivo.

Il danno derivante dall’omissione del CTU, che ha determinato all’acquisto un soggetto che non può ottenere la sanatoria e che ora è proprietario di un immobile abusivo, non legittimamente utilizzabile e che non può essere rivenduto a terzi, se non previa demolizione dell’edificio (unica modalità con la quale può essere ripristinata dall’attuale proprietario la regolarità urbanistica del lotto), è quindi costituito non dalla differenza fra il prezzo di aggiudicazione e il prezzo a cui sarebbe stato venduto all’asta il nudo terreno, ma dalle spese necessarie per la demolizione del capannone e dalla differenza fra il prezzo corrisposto dall’attrice per l’acquisto (Euro 64.100,00) e il valore di mercato del lotto 2, ossia il valore di mercato del solo terreno.

Tali determinazioni sono state affidate al CTU nominato, ing. Alberto Marinelli, il quale ha quanto ai costi di demolizione, ha specificato quanto segue: “Con riferimento ai preziari ufficiali della Camera di Commercio di Mantova riferiti al 2014, la demolizione completa, eseguita prevalentemente con mezzi meccanici, di fabbricati isolati con struttura prevalente in muratura fino al piano di spiccato, valutati a metro cubo vuoto per pieno, escluso il trasporto delle macerie a discarica, ha un costo di 5 euro/mc. Ipotizzando l’operazione di demolizione effettuata con apposite macchine munite di pinze demolitrici, che non richiedono l’utilizzo di ponteggi, il costo di demolizione viene stimato in circa 5.000 euro, tenendo conto anche della demolizione delle parti più superficiali delle fondazioni, cui vanno sommati gli oneri di conferimento e smaltimento a discarica dei rottami di demolizione non ferrosi, stimati in 130 t circa, pari a circa 2.000 euro, per un totale di 7.000 euro. Il costo di demolizione delle parti metalliche viene considerato compensato dai ricavi derivanti dal conferimento degli stessi al rottamatore”; quanto al valore di mercato del terreno il CTU, premessi i criteri di stima utilizzati, il CTU ha ritenuto di poter far riferimento ai valori agricoli medi del 2014 per la zona agraria n. 5 della provincia di Mantova relativamente a terreni con destinazione a seminativo (come risultava catastalmente fino al 2005, prima dell’accatastamento come area urbana), pari a 4 euro/mq, quantificandone quindi, con argomentazioni che devono essere qui totalmente condivise, il valore complessivo in Euro 16.956,00 (quantificazione non contestata sotto il profilo tecnico quanto ai criteri utilizzati dal CTU, essendosi parte attrice limitata a riportare come “più corretta” la stima del proprio CTP, senza tuttavia confutare la risposta del CTU alle osservazioni del CTP di parte attrice, in cui il CTU ha confermato che “Il valore unitario di stima rappresenta effettivamente un valore medio delle contrattazioni di aree agricole nel sito oggetto di causa”).

Al fine di quantificare il danno subito dalla società attrice (all’epoca del suo verificarsi, identificabile nella data di acquisto dei beni) gli importi indicati dal CTU (con riferimento alla data di redazione della perizia) devono quindi essere rivalutati dal 23.06.2014 (data della perizia) al 16.06.2016 (data del decreto di trasferimento); effettuata tale operazione le spese di demolizione risultano pari ad Euro 6.972,00 e il valore del terreno pari ad Euro 16.888,18 (essendosi verificata nel periodo deflazione).

Il danno subito dall’attrice risulta pertanto quantificabile, alla data del 16.06.2016, in complessivi Euro 54.183,82 (Euro 64.100,00 – 16.888,18 + 6.972,00).

Quali ulteriori voci di danno la società attrice in comparsa conclusionale non ha più fatto valere le spese assicurative del capannone, enunciate invece in atto di citazione, voce di danno che, in ogni caso, non può ritenersi danno conseguente all’inadempimento del perito, ma alla scelta dell’attrice di assicurare un immobile che sapeva essere abusivo e non sanabile, ed ha ribadito (in relazione al lotto 2 qui in esame) il risarcimento dovutole per i maggiori costi sostenuti e che dovrà sostenere per il mutuo contratto al fine di acquistare anche il lotto 2.

In particolare la società attrice, allegando che “la condotta dell’Architetto C. ha inciso sulla valutazione del bene di cui al lotto 2, costringendo la società attrice a richiedere un finanziamento per la somma di euro Euro 250.000,00 mentre lo avrebbe domandato per un importo inferiore, non superiore ad Euro 200.000,00 se il prezzo del lotto 2 fosse stato quello effettivo e non quello frutto dell’errore compiuto dall’Arch. C.” e producendo il piano di ammortamento del mutuo asseritamente concesso per la somma di Euro 250.000,00 (doc. 11 prodotto in allegato all’atto di citazione) con quello (doc. 21), effettuato dalla stessa Banca e relativo ad un finanziamento sempre alle medesime condizioni, ma per in importo di Euro 200.000,00, ha affermato che tale voce di danno ammonta ad Euro 17.336,20 (corrispondente alla differenza fra gli interessi dovuti nelle due ipotesi di mutuo).

Tale voce di danno non è stata dimostrata.

La società attrice si è limitata a produrre i citati “piani di ammortamento”, ma non ha prodotto né il contratto di mutuo che secondo quanto allegato avrebbe stipulato per procedere all’acquisto, né altra documentazione o richiesto prove volte a dimostrare la necessità, per la stessa, di ricorrere al prestito bancario al fine di acquistare i beni in questione.

In assenza di prova nulla può pertanto riconoscersi a tale titolo.

L’attrice ha lamentato ulteriore danno imputabile a responsabilità del perito, allegando una erronea quantificazione dei costi indicati in perizia al fine di ottenere il certificato di agibilità relativo alla casa bifamiliare di cui al lotto 1, spese indicate in perizia in complessivi Euro 800,00 e che in realtà, secondo quanto allegato, ammonterebbero ad importo superiore, quantificato in citazione in almeno Euro 8.550,00, come da preventivo richiesto a tecnico di fiducia.

Anche in merito è stato richiesto accertamento al CTU nominato, il quale ha verificato, come correttamente riportato in perizia, che la richiesta del certificato di agibilità era stata presentata dal sig. T.V. in data 17.3.2005, protocollo comunale n. (…), relativamente alla pratica edilizia n. 23/02 relativa alla ristrutturazione ed ampliamento del fabbricato di cui al Lotto 1 e che il relativo procedimento amministrativo era stato interrotto dall’ufficio comunale competente in data 4.4.2005 (come da comunicazione in pari data, allegata alla perizia) a causa della non completezza della documentazione presentata in allegato alla richiesta del certificato di agibilità; che alla data del 23.6.2014 lo stesso procedimento amministrativo, nonostante il tempo trascorso, poteva ancora essere riaperto presentando i documenti mancanti richiesti dall’Ufficio comunale con la lettera 4.04.2005.

Il CTU ha quindi determinato, essendo state abolite le tariffe minime professionali, i costi necessari per l’acquisizione delle certificazioni ancora mancanti (altre essendo state acquisite dalla stessa procedura esecutiva a mezzo dello stesso perito), sulla base della propria esperienza professionale, in complessivi Euro 3.230,00; rispondendo alle osservazioni del CTP di parte convenuta e della terza chiamata, ha precisato “Si concorda con quanto osservato da alcuni CTP relativamente all’abolizione delle tariffe professionali. I valori esposti dal CTU per quanto riguarda i costi di sanatoria derivano da valutazioni personali dedotte dalla propria esperienza professionale, non escludendo che si possano ricevere offerte di professionisti con proposte di parcella a valori inferiori o superiori.

A prescindere dai condivisibili rilievi del CTP di parte convenuta, ing. Davide Squassabia, secondo i quali alcune certificazioni mancanti, quali la dichiarazione di conformità delle opere realizzate, rientrano nella documentazione che il progettista fornisce nell’ambito della sua attività, senza alcun ulteriore esborso per il cliente, e dal fatto che i costi effettivi per spese tecniche potrebbero essere inferiori a quelli quantificati dal CTU, nel caso deve comunque escludersi una responsabilità risarcitoria in capo al perito, conseguente ad una errata determinazione dei costi per l’ottenimento del certificato di agibilità, trattandosi di una differenza comunque di importo limitato a due-tremila euro, a fronte di un valore di mercato dell’immobile di Euro 357.200,00 e di un prezzo di acquisto corrisposto dall’aggiudicataria di Euro 209.925,00.

Nel caso alla perizia era stata allegata la comunicazione dell’Ufficio Comunale con l’elencazione dei documenti mancanti e necessari per il completamento della pratica, per cui l’aggiudicatario era sicuramente nelle condizioni di valutare i relativi costi, ma soprattutto, per quanto qui rileva, non può in alcun modo presumersi che l’ammontare di tali costi sia stata condizione influente sul consenso dell’aggiudicataria all’acquisto, non essendo stato neppure allegato che eventuali costi superiori a quelli indicati dal perito l’avrebbero fatta desistere dall’acquistare il bene all’asta.

In applicazione dei principi espressi dalla Suprema Corte in materia e già sopra riportati deve quindi escludersi che il convenuto sia tenuto a risarcire all’attrice eventuali maggiori costi che la stessa debba sostenere al fine di ottenere il certificato di agibilità dell’immobile di cui al lotto 1, con conseguente rigetto della relativa domanda risarcitoria.

Ciò accertato, vertendosi in ipotesi di risarcimento del danno derivante da responsabilità extracontrattuale e quindi di debito di valore, la somma sopra indicata in complessivi Euro 54.183,82, corrispondente al danno accertato in capo all’attrice alla data del suo verificarsi (16.06.2016), ai fini della liquidazione del danno all’attualità, deve essere annualmente rivalutata secondo gli indici ISTAT di variazione dei prezzi al consumo per le famiglie di impiegati ed operai e sulla somma annualmente rivalutata debbono calcolarsi (ai fini del risarcimento dell’ulteriore pregiudizio rappresentato dalla perduta possibilità per il danneggiato di disporre tempestivamente della somma dovutagli, e che costituisce componente necessaria del danno risarcibile) i c.d. interessi compensativi, in misura che si ritiene di dover determinare in misura pari a quella degli interessi legali (idonea a compensare il danno da ritardato adempimento, tenuto conto della normale redditività del denaro nel periodo intercorso dalla data del sinistro), secondo i criteri dettati da Cass. SS.UU. n. 1712/95., ai fini della liquidazione di tale danno all’attualità.

Effettuate tali operazioni la somma dovuta alla data odierna a tale titolo risulta pari ad Euro 57.540,52.

Il convenuto deve quindi dichiararsi tenuto, a titolo di risarcimento del danno subito dall’attrice, al pagamento di tale importo, liquidato all’attualità, oltre ad interessi legali di cui all’art. 1284, 1 c. c.c. (non vertendosi in ipotesi di inadempimento contrattuale e quindi non sussistendo i presupposti per l’applicazione di interessi moratori nella misura richiesta da parte attrice) dalla data della presente decisione al saldo effettivo.

La domanda di manleva

In via subordinata il convenuto ha avanzato di manleva nei confronti della terza chiamata, con la quale ha stipulato polizza assicurativa n. (…), relativa alla responsabilità professionale (doc. 1 parte convenuta).

La terza chiamata Z.I. Plc, confermando la stipula della polizza, ha allegato che la Compagnia Assicuratrice potrà manlevare il proprio assicurato solo qualora il fatto rientri tra quelli garantiti dalla polizza allegata e, comunque, secondo le limitazioni, franchigie e massimali in essa indicati.

Va qui precisato che la terza chiamata non ha in alcun modo contestato che la responsabilità qui fatta valere nei confronti del convenuto rientri fra i rischi assicurati, anzi riportando le condizioni generali di polizza in cui alla voce “Oggetto dell’assicurazione” è specificato che “La Compagnia si obbliga a tenere indenne l’Assicurato di quanto questi sia tenuto a pagare, quale civilmente responsabile ai sensi di legge, a titolo di Risarcimento, per i seguenti Danni conseguenti ad un Comportamento colposo posto in essere durante l’esecuzione dell’Attività di Progettazione e Direzione Lavori nonché di tutte le attività consentite dalla legge e dai regolamenti che disciplinano l’esercizio della professione per: 1. Danni alla Persona…… 2. Danni materiali alle cose diverse dall’opera… 3. ……. 6. Perdite patrimoniali diverse da quelle indicate ai punti precedenti.”, e in cui rientrano pertanto sicuramente i danni a terzi causati nell’esercizio di consulenza tecnica svolta dall’assicurato, quale attività professionale consentita dalla legge.

La copertura assicurativa per il sinistro oggetto della presente controversia è stata peraltro espressamente riconosciuta con lettera in data 15.3.2018 del Centro liquidazione Danni di Brescia, prodotta dal convenuto quale doc. 2.

La terza chiamata deve quindi condannarsi a tenere indenne e manlevare il convenuto da quanto questi è tenuto a corrispondere alla società attrice in forza della presente sentenza, importi contenuti nel massimale assicurato (Euro 500.000,00), detratta la franchigia, prevista in polizza, di Euro 2.500,00 per sinistro, ad esclusivo carico dell’assicurato (pag. 2 scheda di polizza, riquadro G.P. – F.).

Avendo il convenuto richiesto che la compagnia assicuratrice venga condannata a corrispondere direttamente all’attrice quanto risulti alla stessa dovuto, ai sensi dell’art. 1917, 2 c. c.c., la terza chiamata deve quindi condannarsi a corrispondere direttamente all’attrice l’importo di Euro 55.040,22, oltre agli interessi dalla pronuncia al saldo, come sopra determinati (Euro 57.540,52 – 2.500,00), mentre il convenuto va condannato a corrispondere all’attrice il residuo importo di Euro 2.500,00, a suo carico, a titolo di franchigia, oltre ad interessi legali dalla pronuncia al saldo.

Le spese di lite

Le spese seguono alla soccombenza e quindi il convenuto è tenuto a rifondere all’attore le spese di lite da questi sostenute, oltre alle spese anticipate di CTU (Euro 3.315,00 oltre ad IVA e contributi nella misura di legge, che vanno poste in via definitiva a carico di parte convenuta soccombente).

Poiché, come precisato dalla Suprema Corte “In materia di assicurazione della responsabilità civile, l’assicurato ha diritto di essere tenuto indenne dal proprio assicuratore delle spese processuali che è stato costretto a rifondere al terzo danneggiato (c.d. spese di soccombenza) entro i limiti del massimale, in quanto costituiscono una delle tante conseguenze possibili del fatto illecito, nonché delle spese sostenute per resistere alla pretesa di quegli (c.d. spese di resistenza), anche in eccedenza rispetto al massimale purché entro il limite stabilito dall’art. 1917, comma 3, c.c., in quanto, pur non costituendo propriamente una conseguenza del fatto illecito, rientrano nel “genus” delle spese di salvataggio (1914 c.c.) perché sostenute per un interesse comune all’assicurato ed all’assicuratore; le spese di chiamata in causa dell’assicuratore non costituiscono invece né conseguenza del rischio assicurato né spese di salvataggio, bensì comuni spese processuali soggette alla disciplina degli artt. 91 e 92 c.p.c..”. (v. Cass. Civ. n. 18076 del 31/08/2020), in forza del già richiamato disposto dell’art. 1917, 2 c.c. la terza chiamata, avendo il convenuto richiesto il pagamento diretto al danneggiato, deve condannarsi altresì al pagamento diretto in favore dell’attrice delle spese legali da questi sostenute, come di seguito liquidate, e delle spese di CTU.

Quanto alle spese di lite sostenute dal convenuto la terza chiamata si è limitata a richiamare le condizioni di polizza ai sensi delle quali “La Compagnia non riconosce i Costi di difesa sostenuti dall’Assicurato per i legali o tecnici che non siano da essa designati o preventivamente autorizzati per iscritto e non risponde di multe, ammende e delle spese di giustizia penale” (Gestione delle vertenze di danno – pag. 38 di 50 ultimo capoverso)”.

Tale clausola è inopponibile all’assicurato al fine di escludere il diritto dello stesso alla rifusione delle c.d. spese di resistenza, in quanto, come chiarito dalla Suprema Corte “In tema di assicurazione della responsabilità civile, in caso di contratto cd. “multirischio”, contenente, oltre alla garanzia della responsabilità civile dell’assicurato, anche la copertura del rischio di sostenere esborsi per la tutela legale, le spese sostenute dall’assicurato per resistere alla domanda risarcitoria proposta nei suoi confronti dal terzo danneggiato (cd. “spese di resistenza”), rientrano “ope legis” nella prima copertura, sino al limite di un quarto della somma assicurata, ai sensi dell’art.1917, comma 3, c.c., sicché eventuali clausole limitative del rischio per la sola tutela legale sono inopponibili dall’assicuratore ove la domanda di rifusione delle spese di resistenza sia contenuta nei suddetti limiti” (v. Cass. Civ. n. 3011 del 09/02/2021).

Va qui ricordato infatti che l’obbligo a carico dell’assicuratore di cui all’art. 1917, 3 c. c.c., in quanto espressamente previsto dalla legge, costituisce un effetto naturale del contratto (art. 1374 c.c.), ed è inderogabile dalle parti, se non in senso più favorevole all’assicurato (art. 1932, comma primo, c.c.).

Essendo il convenuto risultato vittorioso in relazione alla domanda di manleva la terza chiamata deve quindi condannarsi alla integrale rifusione delle spese di lite dal primo sostenute, comprendenti sia le spese per resistere all’azione del danneggiato, ex art. 1917 c.c., sia le spese di chiamata in causa della propria assicurazione, ai sensi dell’art. 91 c.p.c.

Dette spese di lite vengono liquidate, tenuto conto del valore della causa e dell’attività svolta, come indicato in dispositivo, in conformità ai parametri (valori medi della tabella di riferimento) di cui al D.M. n. 55 del 2014.

Vanno infine poste in via definitiva a carico del convenuto soccombente, come già anticipato, le spese di CTU, come liquidate in corso di causa.

P.Q.M.

Il Tribunale, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione assorbita e disattesa, così giudica:

accogliendo parzialmente le domande di parte attrice, accerta e dichiara, per le causali di cui in premessa, la responsabilità dell’Architetto S.C. nello svolgimento di incarico di perito estimatore nella procedura esecutiva immobiliare n.501/2013 Reg. Es. Imm. del Tribunale di Mantova per gli errori da lui commessi nello svolgimento del suo operato, e per l’effetto dichiara tenuto il convenuto C.S. al risarcimento dei danni subiti dall’attrice M.T. srl a causa degli errori relativi al lotto 2 presenti nella relazione peritale dell’immobile oggetto del suddetto procedimento, danni che liquida all’attualità in complessivi Euro 57.540,52, oltre ad interessi legali di cui all’art. 1284, 1 c. c.c. dalla data della presente pronuncia al saldo;

accogliendo la domanda di garanzia avanzata dal convenuto nei confronti della terza chiamata, dichiara tenuta e condanna Z.I. Plc, ex art. 1917, 2 c. c.c., a corrispondere direttamente alla società attrice, per il titolo sopra indicato, l’importo di Euro 55.040,52, oltre ad interessi legali come sopra determinati dalla data della presente decisione al saldo, e condanna il convenuto C.S. al pagamento in favore della società attrice del residuo importo di Euro 2.500,00, oltre ad interessi legali come sopra determinati dalla data della presente decisione al saldo, pari alla franchigia pattuita;

dichiara tenuto il convenuto alla rifusione delle spese di lite sostenute dalla società attrice, che liquida in complessivi Euro 786,00 per spese ed Euro 13.430,00 per compenso professionale, oltre a rimborso spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge, detratta ritenuta d’acconto 20% (su compenso e spese imponibili) come richiesto;

pone in via definitiva a carico del convenuto le spese di CTU, anticipate da parte attrice;

dichiara tenuta e condanna la terza chiamata Z.I. Plc, ex art. 1917, 2 c. c.c. a corrispondere direttamente alla società attrice le spese di lite dovute dal convenuto, come sopra liquidate, oltre al pagamento delle spese di CTU anticipate da parte attrice, liquidate in corso di causa in Euro 3.315,00 oltre ad IVA e contributi nella misura di legge;

dichiara tenuta e condanna la terza chiamata Z.I. Plc a rimborsare al convenuto le spese di lite da questi sostenute, che si liquidano in Euro 770,53 per spese ed Euro 13.430,00 per compenso professionale, oltre a rimborso spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.

Conclusione

Così deciso in Mantova, il 27 settembre 2021.

Depositata in Cancelleria il 30 settembre 2021.

OMICIDIO STRADALE VITTIME STRADA BOLOGNA VICENZA RAVENNA

OMICIDIO STRADALE VITTIME NAPOLI BOLOGNA VICENZA RAVENNA

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

ART 589 BIS CP

Chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da due a sette anni.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da otto a dodici anni .[c.p. 590-quater].

La stessa pena si applica al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa la morte di una persona [c.p. 590-quater].

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa la morte di una persona, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni [c.p. 590-quater].

La pena di cui al comma precedente si applica altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa la morte di una persona;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa la morte di una persona;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa la morte di una persona [c.p. 590-quater].

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria [c.p. 590-quater].

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni la morte di più persone, ovvero la morte di una o più persone e lesioni a una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni diciotto [c.p. 589-ter; c.p.p. 359-bis].

1 Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016. Per quanto concerne il raddoppio dei termini di prescrizione per i reati di cui al presente articolo vedi il sesto comma dell’art. 157 del codice penale.

REATI CONTRO LA PERSONA – Diffamazione – Diffamazione commessa con il mezzo della stampa

ART 590 BIS CP

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

1 Articolo aggiunto dall’art. 1, comma 1, lett. e), D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito in legge, con modificazioni, con L. 24 luglio 2008, n. 125. Successivamente, il presente articolo è stato così sostituito dall’art. 1, comma 2, L. 23 marzo 2016, n. 41, che ha sostituito l’originario art. 590-bis con gli attuali articoli da 590-bis a 590-quinquies, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

2La Corte costituzionale, con sentenza 4-25 novembre 2020, n. 248 (Gazz. Uff. 2 dicembre 2020, n. 49 – Prima serie speciale), ha dichiarato, tra l’altro: a) inammissibile la questione di legittimità costituzionale del presente articolo, in riferimento all’art. 24 Cost.; b) non fondata la questione di legittimità costituzionale del presente articolo, in riferimento all’art. 3 Cost.

Art. 590 ter Fuga del conducente in caso di lesioni personali stradali1

ì

Nel caso di cui all’articolo 590-bis, se il conducente si dà alla fuga, la pena è aumentata da un terzo a due terzi e comunque non può essere inferiore a tre anni [590-quater].

Corte cost., 17/04/2019, n. 88

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In tema di reati commessi in relazione alla circolazione stradale, la revoca della patente di guida non può essere “automatica” indistintamente, in ognuna delle plurime ipotesi previste sia dall’art. 589 bis c.p. (omicidio stradale) sia dall’art. 590 bis c.p. (lesioni personali stradali), ma si giustifica solo nelle ben circoscritte ipotesi più gravi sanzionate con la pena rispettivamente più elevata, come fattispecie aggravate, dall’art. 589 bis, commi 2 e 3 c.p. e dall’art. 590 bis, commi 2 e 3 c.p. (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti). Nelle ipotesi diverse da queste ultime, che il legislatore ha ritenuto di non pari gravità, sia nelle ipotesi non aggravate del primo comma delle due disposizioni suddette, sia in quelle aggravate dei commi quarto, quinto e sesto, il giudice deve poter valutare le circostanze del caso ed eventualmente applicare, come sanzione amministrativa accessoria, in luogo della revoca della patente, la sospensione della stessa come previsto, e nei limiti fissati, dall’art. 222, comma 2, secondo e dal terzo periodo del D. Lgs. 30 aprile 1992 n. 285.

In tema di omicidio stradale, la circostanza attenuante ad effetto speciale di cui all’art. 589-bis, comma settimo, cod. pen., che fa riferimento all’ipotesi in cui l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione od omissione del colpevole, ricorre nel caso in cui sia stata accertata qualunque concorrente causa esterna, anche non costituita da condotta umana, al di fuori delle ipotesi di caso fortuito o forza maggiore. (Fattispecie relativa all’investimento di un pedone da parte del conducente di un’autovettura, in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza che non aveva riconosciuto l’attenuante omettendo di valutare l’incidenza, sulla visibilità dello stato dei luoghi, della forte precipitazione in corso al momento del fatto). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO TORINO, 17/06/2019)

CIRCOLAZIONE STRADALE – Responsabilità civile da incidenti stradali – Colpa – In genere – Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale – Danni al terzo trasportato – Condotta alternativa del conducente per evitare l’evento o produrne altro meno grave – Accertamento – Rilevanza – Sul piano del nesso causale – Esclusione – Sul piano della colpa – Configurabilità – Condizioni

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 18/06/2021, n. 25767 (rv. 281495-01)

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REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Lesioni personali colpose – In genere – Omicidio stradale – Aggravante di cui all’art. 589-bis, comma sesto, cod. pen. – Patente scaduta – Integrazione – Esclusione – Ragioni

In tema di omicidio stradale, la circostanza aggravante prevista dall’art. 589-bis, comma sesto, cod. pen., non è integrata dall’essere il fatto commesso da persona con patente scaduta, non potendosi assimilare tale condizione a quella della patente sospesa o revocata di cui alla citata norma, stante il divieto di analogia in “malam partem”. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO ANCONA, 25/02/2020)

Cass. civ., Sez. III, Sentenza, 22/02/2016, n. 3428 (rv. 640119)

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CIRCOLAZIONE STRADALE – Responsabilità civile da incidenti stradali – Colpa – In genere – Fuoriuscita di un veicolo dalla sede stradale – Danni al terzo trasportato – Condotta alternativa del conducente per evitare l’evento o produrne altro meno grave – Accertamento – Rilevanza – Sul piano del nesso causale – Esclusione – Sul piano della colpa – Configurabilità – Condizioni

In tema di danni da sinistro stradale, nell’ipotesi di lesioni patite dal terzo trasportato a seguito di una manovra di emergenza che abbia comportato la fuoriuscita del veicolo dalla sede stradale, l’apprezzamento della possibilità, per il conducente, di tenere una condotta alternativa idonea ad evitare l’evento dannoso, o a produrne altro meno grave, non incide sull’accertamento del nesso di causalità tra la condotta tenuta e l’evento dannoso, ma, eventualmente, sul piano della verifica della colpa del conducente, potendo in particolare comportare – qualora la situazione di pericolo risulti ascrivibile solamente al contegno di un terzo – l’operatività dell’esimente dello stato di necessità ex art. 2045 c.c. (Cassa con rinvio, App. Ancona, 05/10/2012)

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 09/03/2021, n. 11479 (rv. 280832-01)

CIRCOLAZIONE STRADALE (NUOVO CODICE) – Illeciti penali – Sanzioni amministrative accessorie – In genere – Reato di cui all’art. 589-bis cod. pen. – Assenza di circostanze aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti – Applicazione della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida – Obbligo di motivazione – Contenuto

In tema di omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi o gravissime, il giudice che, in assenza delle circostanze aggravanti della guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, applichi la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida, in luogo di quella, meno favorevole, della revoca, non è tenuto a dare conto, in modo puntuale, delle ragioni che lo hanno indotto a scegliere il trattamento più favorevole sulla base dei parametri di cui all’art. 218, comma 2, cod. strada, essendo sufficiente anche il richiamo alle “circostanze del fatto” e/o alla “gravità della condotta”. (Rigetta, GIP TRIBUNALE TRENTO, 05/06/2020).

REATI E PENE – Lesioni personali stradali gravi o gravissime non aggravate dallo stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope – Inclusione tra i delitti procedibili a querela – Omessa previsione – Denunciata disparità di trattamento e irragionevolezza – Non fondatezza della questione – Invito al legislatore ad una complessiva rimeditazione del regime di procedibilità delle diverse ipotesi del reato in esame

È dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata dal Tribunale di Pisa in riferimento all’art. 3 Cost., dell’art. 590-bis cod. pen., nella parte in cui non prevede la punibilità a querela del delitto di lesioni stradali gravi e gravissime in tutte le ipotesi diverse da quelle previste dal secondo comma, il quale delinea la circostanza aggravante della guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope. Se, quanto meno nelle ipotesi previste dal primo comma dell’art. 590-bis cod. pen., non può negarsi che esse appaiono normalmente connotate da un minor disvalore sul piano della condotta e del grado della colpa, e che a fronte di condotte consistenti in occasionali disattenzioni, potrebbe discutersi dell’opportunità dell’indefettibile celebrazione del processo penale a prescindere dalla volontà della persona offesa, tuttavia tali considerazioni non sono sufficienti a connotare in termini di illegittimità costituzionale la scelta, attuata con la legge n. 41 del 2016 (e confermata dal D.Lgs. n. 36 del 2018), di prevedere la procedibilità d’ufficio per tutte le ipotesi di lesioni personali stradali gravi o gravissime, ritenute di particolare allarme sociale. D’altra parte, il rimettente sollecita un intervento che restauri la procedibilità a querela anche con riferimento alla generalità delle ipotesi previste dal medesimo articolo, con la sola eccezione di quelle di cui al secondo comma, così investendo anche violazioni delle norme sulla circolazione stradale commesse con piena consapevolezza e necessariamente foriere di rischi significativi per l’incolumità altrui. Quanto poi alla lamentata disparità di trattamento, non può ritenersi ingiustificato il differente regime di procedibilità rispetto alle lesioni provocate nell’ambito dell’attività sanitaria, ove si consideri che quest’ultima è stata recentemente oggetto di ripetuti interventi da parte del legislatore miranti a evitare il fenomeno della c.d. “medicina difensiva”. Rientra nella discrezionalità del legislatore l’individuazione delle soluzioni più opportune per ovviare agli indubbi profili critici dell’attuale regime di procedibilità per le diverse ipotesi di reato contemplate dall’art. 590-bis cod. pen., i quali ne suggeriscono una complessiva rimeditazione. In linea generale, le scelte sanzionatorie del legislatore possono essere sindacate dalla Corte costituzionale soltanto entro i limiti della manifesta irragionevolezza, standard che vige, più in particolare, anche rispetto alle scelte relative al regime di procedibilità dei singoli reati.

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 09/10/2019, n. 48754 (rv. 277871-01)

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REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro la vita e l’incolumita’ individuale – Omicidio colposo – In genere – Omicidio colposo – Aggravante della violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale – Violazione da parte del proprietario della strada dell’art. 14 cod. strada – Sussistenza della circostanza aggravante – Fattispecie

In tema di omicidio colposo, la violazione ad opera del gestore di un’autostrada dell’art. 14 cod. strada, in quanto connessa alla violazione delle norme cautelari specifiche contenute nei decreti ministeriali che dettano le istruzioni tecniche per l’esecuzione dei lavori di manutenzione delle strade, integra l’aggravante del fatto commesso con violazione delle norme sulla circolazione stradale. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva affermato la responsabilità penale per il reato di cui all’art. 589, secondo comma, cod. pen. – nella formulazione anteriore all’introduzione, ad opera della legge 23 marzo 2016, n. 41L. 23/03/2016, n. 41, delle nuove fattispecie autonome dell’omicidio stradale e delle lesioni personali stradali gravi e gravissime – del direttore dei lavori di rimozione delle barriere di protezione di una galleria autostradale per avere mantenuto, all’interno del tunnel, il terminale di una barriera di sicurezza, che, nel corso di un incidente stradale, aveva provocato la morte del conducente di un’autovettura, trafiggendone il corpo). (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO MESSINA, 21/02/2018)

Cass. pen., Sez. IV, Sent., (data ud. 05/10/2021) 28/10/2021, n. 38625

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Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOVERE Salvatore – Presidente –

Dott. SERRAO Eugenia – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Aldo – Consigliere –

Dott. CAPPELLO Gabriella – Consigliere –

Dott. PICARDI Francesca – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS) – parte civile;

nel procedimento a carico di:

SA.FA., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 08/09/2020 del TRIBUNALE di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. PICARDI FRANCESCA;

celebrato il giudizio con le modalità della trattazione scritta.

Svolgimento del processo

1.II Tribunale di Roma, in riforma della sentenza di condanna di primo grado (emessa dal Giudice di pace), ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di Sa.Fa., per l’intervenuta prescrizione del reato contestato di cui all’art. 590 c.p. (per aver cagionato, alla guida del suo veicolo, lesioni a S.A., con il cui motociclo collideva, omettendo di concedergli la precedenza, poichè non si avvedeva del suo sopraggiungere, in 28 aprile 2012), ed ha confermato le statuizioni civili (in particolare la condanna al risarcimento del danno, da liquidarsi in sede civile).

2.Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione la parte civile, lamentando l’erronea applicazione degli art. 1227 e 2054 c.c., avendo i giudici di merito riconosciuto un suo concorso di colpa, senza considerare gli indizi derivanti, da un lato, dalle dichiarazioni di D.G., che hanno smentito quelle di O. (che, comunque, non ha assistito al sinistro), e, dall’altro, dalle tracce di frenata – tutti nel senso di escludere una sua velocità oltre il limite consentito.

3.La Procura Generale della Cassazione ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

4.In data 5 ottobre 2021 sono tardivamente pervenute le conclusioni della parte civile, che ha chiesto accogliersi il ricorso.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile.

2.In via preliminare deve ricordarsi che, ai sensi dell’art. 606 c.p., comma 2-bis, contro le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace, il ricorso per cassazione può essere proposto soltanto per i motivi di cui al comma 1, lettere a), b) e c). Si è anche precisato che la regola di giudizio compendiata nella formula “al di là di ogni ragionevole dubbio” rileva in sede di legittimità esclusivamente ove la sua violazione si traduca nella illogicità manifesta e decisiva della motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), per cui è inammissibile la relativa censura avverso le sentenze di appello pronunciate per reati di competenza del giudice di pace per le quali il ricorso può essere proposto, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 2-bis, solo per i motivi di cui all’art. 606, comma 1, lett. a), b) e c) (Sez. 4, n. 2132 del 12/01/2021, Maggio, Rv.280245 – 01). Del resto, in tema di reati di competenza del giudice di pace, è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274art. 39-bis (introdotto dal D.Lgs. 6 febbraio 2018, n. 11, art. 9), per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui esclude la proponibilità del ricorso per cassazione avverso le sentenze di appello per vizi della motivazione potendo il legislatore, anche per l’assenza di vincoli sovranazionali, differenziare la disciplina delle impugnazioni in ragione della natura e dell’oggetto del giudizio, essendo, in particolare, ragionevole modulare diversamente l’accesso al giudizio di legittimità per i procedimenti aventi ad oggetto violazioni di minore entità cui non seguano sanzioni detentive (Sez.7, n. 49963 del 06/11/2019, Fusini, Rv. 277417 – 01).

Da tali premesse deriva che il presente ricorso, con cui non si denuncia alcuna effettiva violazione di legge, ma si contesta soltanto la lettura del quadro indiziarlo e la ricostruzione del fatto, senza, peraltro, neppure individuare chiaramente una lacuna, una contraddizione o una manifesta illogicità della motivazione, è inammissibile.

Nè risulta applicabile, nel caso di specie, il principio recentemente affermato da Sez. 5, n. 20877 del 23/04/2021, Amjad Naeem, Rv.281113, secondo cui, in tema di ricorso per cassazione, la preterizione da parte del giudice di appello di un tema potenzialmente decisivo configura un profilo di violazione di legge, deducibile anche nel procedimento per reati di competenza del giudice di pace, per i quali il D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274art. 39-bis, introdotto dal D.Lgs. 6 febbraio 2018, n. 11art. 9, ha limitato i motivi di ricorso per cassazione a quelli di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. a), b) e c). Difatti, nella sentenza impugnata, sia pure sinteticamente, ma tramite un preciso rinvio a determinati elementi probatori, si è giustificato il rigetto dell’appello della parte civile.

Solo per completezza va sottolineato che la limitazione di cui all’art. 606 c.p.p., comma 2-bis, opera non solo nei confronti dell’imputato, ma di tutte le parti, ivi compresa quella civile, sia in considerazione della formula letterale, che non introduce alcuna distinzione, sia in considerazione del principio costituzionale di uguaglianza.

3.Peraltro, si ritiene inammissibile, per carenza di interesse, il ricorso per cassazione della parte civile volto a censurare l’accertamento del giudice di merito in ordine al concorso di colpa della vittima nella determinazione causale dell’evento, trattandosi di accertamento che non ha efficacia di giudicato nell’eventuale giudizio civile per le restituzioni e il risarcimento del danno (Sez. 4, n. 17219 del 20/03/2019, Rv. 275874).

4.In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile ed il ricorrente S.A. condannato al pagamento delle spese processuali e, non essendovi ragioni di esonero, della sanzione pecuniaria, che si reputa equo liquidare in Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Motivazione semplificata.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 5 ottobre 2021.

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

AVVOCATO BOLOGNA ESPERTO DI INCIDENTI MORTALI DIFESA

  OMICIDIO STRADALE VITTIME E IMPUTATI

BOLOGNA NAPOLI VICENZA TREVISO RAVENNA FORLI CESENA PADOVA ROVIGO

ART 570 CP omesso versamento dell’assegno di mantenimento BOLOGNA PROCESSO

ART 570 CP omesso versamento dell’assegno di mantenimento

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570, comma primo, c.p., in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio.

Cass. pen., Sez. VI, 30/09/2020, n. 28774

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 570, comma primo, c.p., in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 30/09/2020, n. 36207 (rv. 280180-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – Momento consumativo del reato – Omessa corresponsione dell’assegno divorzile – Punibilità ex art.12-sexies, legge n. 898 del 1970 – Rapporto con il reato previsto all’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen. – Concorso formale – Configurabilità

Sussiste concorso formale eterogeneo, e non rapporto di consunzione, fra il delitto previsto dall’art. 12-sexieslegge 1 dicembre 1970, n. 898, e quello previsto dall’art. 570, comma secondo, n. 2, cod. pen. in quanto l’art. 12-sexies fornisce tutela penale all’inadempimento dell’obbligo di natura economica imposto dal giudice civile, mentre l’art. 570, comma secondo, n. 2 cod. pen. preserva l’interesse a garantire al minore i mezzi di sussistenza, ove la loro mancanza determini lo stato di bisogno. (Rigetta, CORTE APPELLO TORINO, 13/09/2019)

Cass. pen., Sez. VI, 06/05/2021, n. 24555

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570, primo comma, c.p., come quella prevista dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età. Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570, primo comma, c.p., che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale, ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 04/11/2020, n. 1879 (rv. 280584-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – In genere – Adempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno alimentare – Configurabilità del reato – Condizioni

Integra la fattispecie delittuosa prevista dal comma secondo, n. 2 dell’art. 570 cod. pen. anche l’inadempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno alimentare quando le somme versate non consentano ai beneficiari di far fronte alle loro esigenze fondamentali di vita, quali vitto, alloggio, vestiario ed educazione. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO CATANZARO, 26/11/2018)

Tribunale Udine, Sentenza, 21/04/2021, n. 687

Se è vero che il reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2 c.p., costituente fattispecie autonoma e non circostanza aggravante, non ricorre in ogni caso di mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice in sede di separazione o di divorzio, esso è peraltro pienamente integrato dall’omessa od insufficiente contribuzione, protrattasi per un arco temporale apprezzabile, cui consegua il venir meno dei mezzi di sussistenza in capo agli offesi, vale a dire di ciò che è indispensabile alle basilari esigenze di vita, tra le quali vanno annoverati il vitto, l’alloggio, il vestiario, le spese mediche e dentistiche, le spese per l’educazione e l’istruzione dei figli, comprensive anche delle attività formative extrascolastiche. Deve altresì osservarsi come entrambi i genitori siano tenuti ad ovviare alle esigenze dei figli non ancora in grado di procurarsi autonomamente un reddito, poiché lo stato di bisogno di questi ultimi non è escluso qualora sia l’altro genitore a farsene carico, nel caso in cui non sia in condizione di farvi fronte con mezzi ordinari e debba incorrere in privazioni e rinunzie oppure fare ricorso al credito o all’ausilio non occasionale di soggetti terzi; l’obbligo di contribuzione permane qualsiasi siano le vicissitudini dei rapporti familiari e dunque anche nel caso in cui l’imputato formi un nuovo nucleo familiare o contragga nuovi obblighi economici.

In tema di reati contro la famiglia, ed in particolare di reati tra coniugi, occorre di volta in volta verificare se la condotta irrispettosa dell’un coniuge verso l’altro abbia carattere meramente estemporaneo ed occasionale, nel senso che sia solo l’espressione reattiva di uno stato di tensione, che comunque può sempre verificarsi nella vita di coppia, nel qual caso si dovrà eventualmente fare richiamo a figure criminose estranee ai delitti contro la famiglia e rientranti tra quelli contro la persona, oppure se la detta condotta si concreti nella inosservanza cosciente e volontaria dell’obbligo di assistenza morale ed affettiva verso l’altro coniuge, obbligo che scaturisce dal vincolo matrimoniale e che ha la finalità di garantire che l’altro coniuge – in caso di difficoltà – non sia mai lasciato solo a se stesso, nel qual caso si versa nell’ipotesi delittuosa di cui all’art. 570, primo comma, cod. pen; oppure, ancora, se la condotta anti doverosa assuma connotati di tale gravità da costituire, per il soggetto passivo, fonte abituale di sofferenze fisiche e morali, nel qual caso l’ipotesi delittuosa configurabile è quella di maltrattamenti di cui all’art. 572 cod. pen..

Tribunale Napoli, Sez. V, Sentenza, 28/01/2021, n. 776

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, in relazione alle ipotesi di adempimento parziale dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento dei figli minori, se esso non integra sempre il reato di cui all’art. 570 c.p., poiché la norma non fa riferimento a singoli mancati o ritardati pagamenti, bensì ad una condotta di volontaria inottemperanza con la quale il soggetto agente intende specificamente sottrarsi all’assolvimento degli obblighi imposti con la separazione, allo stesso tempo tale condotta è indice significativo e probante, ove accompagnato da un comportamento oggettivamente esprimente un “disinteresse” per le sorti della famiglia ed, in particolare, dei figli minori, della sussistenza del reato.