Avvocato penalista

BANCAROTTA E REATI TRIBUTARI MILANO BOLOGNA VENEZIA RAVENNA

BANCAROTTA E REATI TRIBUTARI MILANO BOLOGNA VENEZIA RAVENNA

Nei reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74art. 5), può essere desunta dall’entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta” (Sez. 3 -, Sentenza n. 18936 del 19/01/2016 Ud. – dep. 06/05/2016 – Rv. 267022 – 01).

PRINCIPIO AFFERMATO DALLA SENTENZA :

Non sussiste la violazione del principio del “ne bis in idem” (art. 649 c.p.p.), qualora alla condanna per illecito tributario (nella specie per occultamento e distruzione di documenti contabili, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10) faccia seguito la condanna per bancarotta fraudolenta documentale, stante la diversità delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella penal-tributaria la impossibilità di ricostruire l’ammontare dei redditi o il volume degli affari, intesa come impossibilità di accertare il risultato economico di quelle sole operazioni connesse alla documentazione occultata o distrutta; diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dalla L. Fall.art. 216, n. 2, si concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi creditori, rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica volontà di procurare a sè o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente nella fattispecie fiscale”. (Sez. 5, n. 16360 del 01/03/2011 – dep. 26/04/2011, Romele, Rv. 25017501; vedi anche Sez. 3, n. 3539 del 20/11/2015 – dep. 27/01/2016, Cepparo, Rv. 26613301; vedi anche da ultimo Sez. 3, n. 18927 del 24/02/2017 RV 269910).

Deve confermarsi la giurisprudenza di questa Corte di Cassazione che ha rilevato come l’entità del superamento della soglia di punibilità e la conoscenza dell’ammontare dell’imposta evasa costituiscono elementi di prova del dolo specifico di evasione: “In tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74art. 5), può essere desunta dall’entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta” (Sez. 3 -, Sentenza n. 18936 del 19/01/2016 Ud. – dep. 06/05/2016 – Rv. 267022 – 01).

Nel caso in giudizio, la soglia di punibilità è stata superata per i due anni di imposta nella piena consapevolezza dell’importo da parte del ricorrente. La migliore convenienza (sotto il profilo delle sanzioni penali) tra il presentare le dichiarazioni e evadere le imposte e non presentarle affatto, non risulta determinante per escludere il dolo specifico.

La sentenza sul punto, anche se in sintesi, risulta motivata adeguatamente con il richiamo pertinente alla giurisprudenza in materia di questa Corte di Cassazione, rilevando, peraltro, che la presentazione delle dichiarazioni per gli anni precedenti non esclude la valutazione della sussistenza del dolo specifico per i successivi anni. E, comunque, sul punto non risultavano neanche rilevanti le questioni di insolvenza della società poi fallita.

  1. Il ricorrente pone, poi, una questione di ne bis in idem relativamente alla precedente condanna per il reato fallimentare.

La Corte già si è pronunciata sull’insussistenza della specialità (e quindi del “ne bis in idem” sostanziale, in fattispecie analoghe alla presente, tra il D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 e la bancarotta documentale): “Non sussiste la violazione del principio del “ne bis in idem” (art. 649 c.p.p.), qualora alla condanna per illecito tributario (nella specie per occultamento e distruzione di documenti contabili, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10) faccia seguito la condanna per bancarotta fraudolenta documentale, stante la diversità delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella penal-tributaria la impossibilità di ricostruire l’ammontare dei redditi o il volume degli affari, intesa come impossibilità di accertare il risultato economico di quelle sole operazioni connesse alla documentazione occultata o distrutta; diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dalla L. Fall.art. 216, n. 2, si concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi creditori, rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica volontà di procurare a sè o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente nella fattispecie fiscale”. (Sez. 5, n. 16360 del 01/03/2011 – dep. 26/04/2011, Romele, Rv. 25017501; vedi anche Sez. 3, n. 3539 del 20/11/2015 – dep. 27/01/2016, Cepparo, Rv. 26613301; vedi anche da ultimo Sez. 3, n. 18927 del 24/02/2017 RV 269910).

Anche per l’omessa dichiarazione D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 5, si tratta di oggetto giuridico e di condotta completamente distinti da quelli che vengono in considerazione nella bancarotta documentale.

Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Non sussiste specialità, ex art. 15 c.p., tra la bancarotta fraudolenta documentale, L. Fall.art. 216, comma 1, n. 2 e l’omessa dichiarazione D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 5, stante la diversità delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella tributaria la sola omissione della presentazione della dichiarazione (chiunque… non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali); diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dalla L. Fall.art. 216, n. 2, si concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi dei creditori, rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica volontà di procurare a sè o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente nella fattispecie fiscale”.

BANCAROTTA E REATI TRIBUTARI MILANO BOLOGNA VENEZIA RAVENNA

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Cass. pen., Sez. III, Sent., (data ud. 11/05/2021) 21/09/2021, n. 34881

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Sentenza

Massime (1)

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

BANCAROTTA E REATI NEL FALLIMENTO › Bancarotta fraudolenta
IMPOSTE E TASSE IN GENERE › Violazioni tributarie

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MARINI Luigi – Presidente –

Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere –

Dott. SOCCI Angelo M. – rel. Consigliere –

Dott. CORBETTA Stefano – Consigliere –

Dott. ANDRONIO Alessandro Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

S.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/05/2020 della CORTE APPELLO di TRENTO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ANGELO MATTEO SOCCI;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. GIORDANO Luigi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte d’Appello di Trento con sentenza del 27 maggio 2020, ha confermato la decisione del Tribunale di Rovereto del 19 febbraio 2019 (giudizio abbreviato) che aveva condannato S.A. alla pena di anni 1 e mesi 2 di reclusione, con la sospensione condizionale della pena, relativamente ai reati di cui all’art. 81c.p. e D.Lgs. n. 74 del 2000art. 5, per omessa dichiarazione IVA, per gli anni di imposta 2011 e 2012.
  2. L’imputato propone ricorso in cassazione, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173disp. att. c.p.p., comma 1.

2.1. Contraddittorietà ed illogicità della motivazione e violazione di legge (D.Lgs. n. 74 del 2000art. 5) relativamente al dolo specifico. La Corte di appello ritiene sussistente il dolo specifico dalla constatazione delle omissioni dei versamenti dell’IVA per due anni di seguito. La mancata presentazione delle dichiarazioni e il mancato versamento dell’IVA sono dipesi da molteplici fattori, ovvero la crisi di impresa sfociata poi nel fallimento (nel marzo 2014). La società ha continuato ad emettere fatture tanto che l’importo delle evasioni è stato determinato con il cassetto fiscale della società.

La mancanza del dolo specifico si rileva dal fatto che all’imputato sarebbe stato più favorevole presentare le dichiarazioni IVA (le soglie di punibilità per gli omessi versamenti dell’IVA dichiarata sono più alte) e non pagare l’imposta, che omettere di presentare le dichiarazioni. Infatti, per i precedenti anni le dichiarazioni furono presentate e l’imposta non versata. Conseguentemente l’omessa presentazione delle dichiarazioni IVA non era finalizzata all’evasione delle imposte.

2.2. Assenza di motivazione e violazione di legge (D.Lgs. n. 74 del 2000art. 5). La Corte di appello omette ogni motivazione sull’accertamento del dolo specifico di evasione. Se il ricorrente avesse voluto evadere non avrebbe emesso (e registrato) più le fatture (Cassazione n. 20897/2017). La possibilità di ricostruire l’IVA evasa esclude, infatti, il dolo specifico di evasione.

2.3. Violazione di legge (art. 649 c.p.p.). L’imputato già è stato condannato per bancarotta documentale, L. Fall.art. 217, comma 2. La Corte di appello esclude il rapporto di specialità tra le due fattispecie, in considerazione dei beni giuridici diversi tutelati dalle due norme.

Il reato per cui è intervenuta la condanna è quello di bancarotta documentale semplice, per non aver tenuto le scritture contabili (tra le quali figura proprio la dichiarazione IVA) nei tre anni anteriori al fallimento. Il bene giuridico tutelato dalla norma fallimentare è proprio quello di esercitare le verifiche documentali sulla corretta determinazione dei redditi. Si tratta dello stesso bene giuridico tutelato dal D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 5.

2.4. Violazione di legge (art. 81 c.p.). La Corte di appello ha ritenuto insussistente la continuazione tra il reato fallimentare di bancarotta e quello di omessa dichiarazione IVA, nonostante l’identità della condotta tenuta per le due fattispecie dal ricorrente, consistente nell’omessa tenuta della contabilità, e specificamente della dichiarazione IVA per i due anni in contestazione. Si tratta di un medesimo disegno criminoso evidente.

Tutti gli elementi sono stati prospettati ai giudici di merito mediante la allegazione della sentenza di condanna per bancarotta e della relazione del curatore.

Ha chiesto, quindi, l’annullamento della decisione impugnata.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile perchè i motivi di ricorso sono manifestamente infondati.

Deve confermarsi la giurisprudenza di questa Corte di Cassazione che ha rilevato come l’entità del superamento della soglia di punibilità e la conoscenza dell’ammontare dell’imposta evasa costituiscono elementi di prova del dolo specifico di evasione: “In tema di reati tributari, la prova del dolo specifico di evasione, nel delitto di omessa dichiarazione (D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74art. 5), può essere desunta dall’entità del superamento della soglia di punibilità vigente, unitamente alla piena consapevolezza, da parte del soggetto obbligato, dell’esatto ammontare dell’imposta dovuta” (Sez. 3 -, Sentenza n. 18936 del 19/01/2016 Ud. – dep. 06/05/2016 – Rv. 267022 – 01).

Nel caso in giudizio, la soglia di punibilità è stata superata per i due anni di imposta nella piena consapevolezza dell’importo da parte del ricorrente. La migliore convenienza (sotto il profilo delle sanzioni penali) tra il presentare le dichiarazioni e evadere le imposte e non presentarle affatto, non risulta determinante per escludere il dolo specifico.

La sentenza sul punto, anche se in sintesi, risulta motivata adeguatamente con il richiamo pertinente alla giurisprudenza in materia di questa Corte di Cassazione, rilevando, peraltro, che la presentazione delle dichiarazioni per gli anni precedenti non esclude la valutazione della sussistenza del dolo specifico per i successivi anni. E, comunque, sul punto non risultavano neanche rilevanti le questioni di insolvenza della società poi fallita.

  1. Il ricorrente pone, poi, una questione di ne bis in idem relativamente alla precedente condanna per il reato fallimentare.

La Corte già si è pronunciata sull’insussistenza della specialità (e quindi del “ne bis in idem” sostanziale, in fattispecie analoghe alla presente, tra il D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 e la bancarotta documentale): “Non sussiste la violazione del principio del “ne bis in idem” (art. 649 c.p.p.), qualora alla condanna per illecito tributario (nella specie per occultamento e distruzione di documenti contabili, previsto dal D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10) faccia seguito la condanna per bancarotta fraudolenta documentale, stante la diversità delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella penal-tributaria la impossibilità di ricostruire l’ammontare dei redditi o il volume degli affari, intesa come impossibilità di accertare il risultato economico di quelle sole operazioni connesse alla documentazione occultata o distrutta; diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dalla L. Fall.art. 216, n. 2, si concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi creditori, rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica volontà di procurare a sè o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente nella fattispecie fiscale”. (Sez. 5, n. 16360 del 01/03/2011 – dep. 26/04/2011, Romele, Rv. 25017501; vedi anche Sez. 3, n. 3539 del 20/11/2015 – dep. 27/01/2016, Cepparo, Rv. 26613301; vedi anche da ultimo Sez. 3, n. 18927 del 24/02/2017 RV 269910).

Anche per l’omessa dichiarazione D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 5, si tratta di oggetto giuridico e di condotta completamente distinti da quelli che vengono in considerazione nella bancarotta documentale.

Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Non sussiste specialità, ex art. 15 c.p., tra la bancarotta fraudolenta documentale, L. Fall.art. 216, comma 1, n. 2 e l’omessa dichiarazione D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 5, stante la diversità delle suddette fattispecie incriminatrici, richiedendo quella tributaria la sola omissione della presentazione della dichiarazione (chiunque… non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali); diversamente, l’azione fraudolenta sottesa dalla L. Fall.art. 216, n. 2, si concreta in un evento da cui discende la lesione degli interessi dei creditori, rapportato all’intero corredo documentale, risultando irrilevante l’obbligo normativo della relativa tenuta, ben potendosi apprezzare la lesione anche dalla sottrazione di scritture meramente facoltative. Inoltre, nell’ipotesi fallimentare la volontà del soggetto agente si concreta nella specifica volontà di procurare a sè o ad altro ingiusto profitto o, alternativamente di recare pregiudizio ai creditori, finalità non presente nella fattispecie fiscale”.

  1. Manifestamente infondato e generico anche l’ultimo motivo sulla violazione dell’art. 81c.p., relativo alla continuazione tra i due reati.

La valutazione del medesimo disegno criminoso è una questione di merito sindacabile solo se la motivazione fosse assente o manifestamente illogica o contraddittoria (“In tema di continuazione, l’accertamento del requisito della unicità del disegno criminoso costituisce una questione di fatto rimessa alla valutazione del giudice di merito, il cui apprezzamento è sindacabile in sede di legittimità solo ove non sia sorretto da adeguata motivazione” Sez. 1, Sentenza n. 12936 del 03/12/2018 Cc. – dep. 25/03/2019 – Rv. 275222 – 01).

Nel caso in giudizio la Corte di appello evidenzia la mancanza di allegazioni di elementi concreti per rilevare il medesimo disegno criminoso tra il reato fallimentare già giudicato e quello in giudizio. L’unico elemento prospettato era quello del dissesto finanziario, non sufficiente per la valutazione di un medesimo disegno criminoso per due reati a contenuto diverso, con condotta e oggetto distinti.

Del resto, l’imputato non aveva neanche effettuato uno specifico motivo di appello, ma nelle sole conclusioni aveva richiesto l’applicazione della continuazione, senza ulteriori specificazioni sul medesimo disegno criminoso.

Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di Euro 3.000,00, e delle spese del procedimento, ex art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 21 settembre 2021

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219 fraudolenta – Condanna – Presupposti – Articoli 530 e 603 cpp – Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale – Articolo 217 legge fallimentare – Trattamento sanzionatorio – Parametri – Circostanze attenuanti generiche – Diniego – Articolo 133 cp – Criteri – Sentenza della corte costituzionale 222 del 2018 – Pene accessorie

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|24 marzo 2021| n. 11390

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – rel. Consigliere

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/09/2019 della CORTE APPELLO di MESSINA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. EDUARDO DE GREGORIO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. GIORDANO LUIGI;

udito il difensore.

RITENUTO IN FATTO

Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Messina ha confermato la sentenza di primo grado di condanna alla pena di giustizia nei confronti degli imputati (OMISSIS) e (OMISSIS), il primo amministratore di fatto della societa’ (OMISSIS), la seconda legale rappresentante di (OMISSIS) srl in liquidazione, rispettivamente per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale, consistita nel tenere le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione dei movimenti del patrimonio aziendale ed il movimento degli affari, e per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione di risorse finanziarie. Epoca dei due fallimenti: (OMISSIS).

  1. Ha presentato ricorso l’imputato (OMISSIS) tramite difensore di fiducia che, con il primo motivo, ha lamentato la manifesta illogicita’ di motivazione. La Corte avrebbe confermato la responsabilita’ del giudicabile senza tener conto del breve periodo, dal 2009 al 2011, data del fallimento, nel quale questi si era ingerito nella gestione societaria, essendo per gli anni precedenti, dal 2005 al 2009 estraneo all’amministrazione della societa’.

1.1 Per altro verso era rimasta senza adeguata risposta la richiesta della difesa di riqualificare il fatto come bancarotta semplice.

  1. Nel secondo motivo ci si e’ doluti della motivazione mancante ed illogica quanto alla richiesta di attendere la determinazione della Corte Costituzionale sulla durata prefissata per legge delle pene accessorie fallimentari. La Corte territoriale non avrebbe giustificato il mantenimento delle pene accessorie nella misura di dieci anni.

  2. Tramite il terzo motivo e’ stato dedotto il vizio di manifesta illogicita’, quanto al trattamento sanzionatorio anche in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche.

  3. Ha presentato ricorso l’imputata (OMISSIS), tramite il medesimo difensore fiduciario che, con il primo motivo, ha lamentato la mancanza ed illogicita’ di motivazione riguardo alla richiesta di assoluzione ex articolo 530 cpv c.p.p.dal reato di bancarotta per distrazione e per il rigetto dell’istanza ex articolo 603 c.p.p.volta ad accedere alla documentazione allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria. La contestazione elevata nei confronti della ricorrente era riferita a uscite dai conti correnti societari e per versamenti ai soci di risorse finanziarie senza documentazione giustificativa; la Corte d’appello aveva ritenuto superflua la richiesta istruttoria, valutando che il materiale probatorio fosse completo e tuttavia aveva confermato l’affermazione di responsabilita’ di (OMISSIS), poiche’ l’imputata non aveva esibito alcuna fattura per prestazioni ricevute. 3.1 Ha sostenuto, pertanto, la ricorrente, che il vuoto documentale era stato lesivo per la conoscenza effettiva delle modalita’ distrattive sia per la difesa che per il Giudice.

  4. Nel secondo e terzo motivo sono state riproposte le doglianze di cui al secondo e terzo motivo del ricorso (OMISSIS).

Con requisitoria scritta a norma del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18, articolo 83, comma 12-ter, convertito, con modificazioni, con la L. 24 aprile 2020, n. 27, il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione, dr Giordano, ha concluso per l’inammissibilita’ dei ricorsi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili.

Ricorso (OMISSIS).

  1. Il primo motivo di ricorso, avente ad oggetto la qualita’ di amministratore di fatto attribuita all’imputato pecca all’evidenza di genericita’ estrinseca, in quanto non ha relazione con la motivazione che intenderebbe censurare, essendo la critica incentrata solo sul tema del breve periodo nel quale il giudicabile si era ingerito nella gestione della societa’, cioe’ nel biennio dal 2009 al 2011, epoca della dichiarazione di fallimento; la difesa non si accorge di aver in tal modo ammesso lo svolgimento di funzioni di amministrazione se pure – a suo dire – per un tempo che considera limitato.

Per altro verso la tesi difensiva non si confronta con la motivazione, che ha posto in luce adeguatamente gli elementi per i quali l’attuale ricorrente e’ stato ritenuto amministratore di fatto, riferendosi alle attivita’ da egli svolte di procacciare clienti, di selezionare e gestire il personale da delocalizzare presso le sedi dei clienti; si sono, inoltre, razionalmente valorizzati elementi di prova inequivocabilmente conducenti verso la soluzione adottata dai Giudici del merito, quali il conferimento della delega per operare sui conti correnti societari e la procura per agire in ordine alle sorti della societa’, fin dal 2006; infine, si e’ sottolineato che i dipendenti della societa’ avevano sempre avuto a che fare nei rapporti di lavoro con l’imputato, non avendo mai conosciuto la defunta Laccisaglia, come emerso da una sentenza del Tribunale del lavoro acquisita nel corso del giudizio.

Sulla base dei suindicati plurimi elementi la Corte territoriale ha coerentemente opinato che l’imputato avesse rivestito la qualifica di amministratore di fatto della fallita, ponendo in luce lo svolgimento in modo non occasionale ma continuativo delle relative funzioni gestorie.

1.1 La pronunzia e’, quindi, coerente con il consolidato orientamento espresso da questa Corte regolatrice, che, nel definire la nozione di amministratore di fatto, ha piu’ volte chiarito come in proposito occorra aver riguardo alla presenza di elementi sintomatici dell’inserimento organico dell’agente con funzioni direttive in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attivita’, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare e che il relativo accertamento costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta da congrua e logica motivazione. Ex multis: Sez. 5, Sentenza n. 8479 del 28/11/2016 Ud. (dep. 22/02/2017) Rv. 269101, Sez. 5, Sentenza. 35346 del 20/06/2013 Ud. (dep. 22/08/2013) Rv. 256534.

  1. Quanto alla specifica censura attinente la fattispecie di bancarotta documentale, unico addebito di cui il giudicabile deve rispondere, deve, in primis, precisarsi che nella fase del merito e’ stata ritenuta l’ipotesi di bancarotta documentale per irregolare tenuta della documentazione contabile, ad integrare la quale la giurisprudenza di questa Corte regolatrice ritiene necessario e sufficiente l’elemento psicologico del dolo generico, bastando ad integrarla la consapevolezza che la lacunosa o confusa o in parte omessa tenuta delle scritture contabili possa impedire la ricostruzione dei movimenti finanziari e patrimoniali della societa’.

Sez. 5, Sentenza n. 26613 del 22/02/2019 Ud. (dep. 17/06/2019) Rv. 276910.

Si tratta di uno degli elementi di differenziazione tra le ipotesi di bancarotta semplice e bancarotta fraudolenta documentale, come piu’ volte chiarito dalla giurisprudenza di legittimita’, per la quale l’elemento soggettivo della bancarotta semplice L.Fall., ex articolo 217, comma 2, puo’ essere indifferentemente costituito dal dolo o dalla colpa, ravvisabili quando l’agente ometta, con coscienza e volonta’ o per semplice negligenza, di tenere le scritture contabili, mentre per la bancarotta fraudolenta documentale, L.Fall., ex articolo 216, comma 1, n. 2), l’elemento psicologico deve essere individuato esclusivamente nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volonta’ dell’irregolare tenuta delle scritture, con la consapevolezza che cio’ renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’impresa. Sez. 5 Sentenza n. 2900 del 02/10/2018 Ud. (dep. 22/01/2019) Rv. 274630.

Un secondo e diverso profilo di distinzione tra le due fattispecie incriminatrici e’ dato dall’evento dell’impedimento della ricostruzione del volume d’affari o del patrimonio del fallito, che caratterizza l’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale per irregolare tenuta delle scritture contabili e che non e’ requisito necessario a perfezionare la diversa fattispecie di bancarotta semplice descritta dalla L.Fall., articolo 217, comma 2, Sez. 5, Sentenza n. 32051 del 24/06/2014 Ud. (dep. 21/07/2014) Rv. 260774.

2.1 La Corte sicula ha fatto buon governo del suindicato sistema di principi, avendo logicamente desunto il dolo generico dalle complessive modalita’ della condotta accertata ed in tal senso si e’ sottolineata anche l’acquisizione proveniente dalle indagini, secondo la quale il giudicabile era un evasore totale, non avendo presentato dichiarazioni dei redditi per gli anni di imposta dal 2006 al 2009, ne’ aveva esibito libri, registri e scritture contabili; se ne e’ coerentemente ricavata, quindi, la consapevolezza che la frammentarieta’ delle scritture contabili, infine consegnate agli investigatori, impedisse, come in realta’ verificatosi, la ricostruzione dei movimenti patrimoniali e finanziari della societa’.

  1. Il secondo motivo del ricorso riguardo la mancata giustificazione della durata delle pene accessorie mantenute nella misura di dieci anni, e’ anch’esso inammissibile, in quanto la Corte territoriale ha preso atto della pronunzia 222/2018 della Corte Costituzionale ed ha inteso modulare le pene accessorie fallimentari tramite i criteri indicati nell’articolo 133 c.p., correttamente seguendo i principi fissati dal piu’ autorevole Collegio di questa Corte nella sentenza Sez. U -, Sentenza n. 28910 del 28/02/2019 Ud. (dep. 03/07/2019) Rv. 276286, Suraci. E’ ormai noto, invero che la durata delle pene accessorie per le quali la legge stabilisce, in misura non fissa, un limite di durata minimo ed uno massimo, ovvero uno soltanto di essi, deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’articolo 133 c.p.e non rapportata, invece, alla durata della pena principale inflitta ex articolo 37 c.p..

La Corte d’appello nel fissare le pene accessorie in dieci anni ha fatto riferimento ai precedenti specifici gravanti sull’imputato e la determinazione appare esattamente resa ai sensi degli articoli 132 e 133 c.p. ed adeguatamente, se pur sinteticamente motivata, essendo pertanto insindacabile in questa sede. Cosi’ in un caso analogo a questo oggetto dell’attuale giudizio, in presenza di pene accessorie definite nella misura del massimo edittale: Sez. 5, Sentenza n. 7034 del 24/01/2020 Ud. (dep. 21/02/2020) Rv. 278856.

4.11 terzo motivo di ricorso sul trattamento sanzionatorio e’ inammissibile, avendo svolto censure generiche circa l’entita’ del trattamento sanzionatorio principale, definito eccessivo ed ingiustificato, anche in relazione al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti ex articolo 62 bis c.p. Ignora la difesa che sul punto i Giudici del merito hanno correttamente valorizzato le complessive e gravi modalita’ dell’azione, i motivi della perpetrazione degli illeciti ed i precedenti specifici di entrambi gli imputati.

Ricorso (OMISSIS).

  1. Con il primo motivo di ricorso, unico dotato di autonomia rispetto alle doglianze proposte nella precedente impugnazione, si vuole affermare l’incompletezza della documentazione acquisita nel corso del processo e l’insufficienza delle prove a fondare la conferma della responsabilita’ dell’imputata riguardo al delitto di bancarotta fraudolenta distrattiva di risorse finanziarie della societa’; allo scopo si ripete l’argomento della mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale gia’ proposto in grado di appello.

Nel caso in esame i Giudici del merito hanno ritenuto plausibilmente che gli elementi acquisiti alla loro cognizione fossero sufficienti a decidere, avendo posto rilievo il dato probatorio per il quale le uscite di denaro avvenute tra il 2005 ed il 2007 verso il fornitore (OMISSIS) srl con causa pagamento fatture, erano in toto prive di giustificazione, non essendo state reperite le fatture di riferimento dagli organi fallimentari, fatture che neppure l’imputata aveva prodotto in giudizio. La giustificazione appare razionalmente resa ed adeguatamente motivata e la sua tenuta logico-argomentativa non e’ incrinata dalla generica affermazione della ricorrente circa l’ipotizzato deficit di conoscenza documentale, che sia la difesa sia il Giudice avrebbero patito.

  1. La scelta della Corte d’appello e’, altresi’, coerente con i principi sul punto affermati da questa Corte secondo i quali la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, prevista dall’articolo 603 c.p.p., comma 1, e’ subordinata alla verifica dell’incompletezza dell’indagine dibattimentale ed alla conseguente constatazione del giudice di non poter decidere allo stato degli atti senza una rinnovazione istruttoria; tale accertamento e’ rimesso alla valutazione del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimita’ se correttamente motivata, come nel caso in esame. Sez. 6, Sentenza n. 48093 del 10/10/2018 Ud. (dep. 22/10/2018) Rv. 274230.

5.2 Per quanto riguarda la seconda parte della condotta distrattiva contestata all’imputata, relativa alla cosiddetta restituzione finanziamento soci, la motivazione ha evidenziato come dal giudizio fosse emerso che l’erogazione di liquidita’ da parte dei soci era contabilizzata come finanziamento esclusivamente per evitare l’esposizione a rischio di impresa che sarebbe derivata dalla appropriata contabilizzazione come conferimento al capitale. In ogni caso e’ stato correttamente opinato che, in ragione del principio di postergazione ex articolo 2467 c.c., comma 1, il rimborso dei finanziamenti non avrebbe potuto essere effettuato se non dopo il soddisfacimento degli altri creditori, cosa pacificamente non avvenuta.

Anche in tal caso la soluzione adottata dai Giudici del merito e’ in linea con i principi stabiliti in proposito da questa Corte, che ha ritenuto integrato il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione a carico dell’amministratore di una societa’ che proceda al rimborso di finanziamenti erogati dai soci, in violazione della regola della postergazione, di cui all’articolo 2467 c.c., o di versamenti effettuati in conto capitale, in quanto le somme versate devono essere destinate al perseguimento dell’oggetto sociale e possono essere restituite solo quando tutti gli altri creditori siano stati soddisfatti.

Sez. 5, Sentenza n. 50188 del 10/05/2017 Cc. (dep. 03/11/2017) Rv. 271775.

  1. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono in sostanza identici ai corrispondenti motivi presentati dal comune difensore di fiducia nell’interesse di (OMISSIS) e, pertanto, si rimanda agli apprezzamenti gia’ svolti in proposito.

Alla luce delle considerazioni e dei principi che precedono i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili e ciascun ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|8 marzo 2021| n. 9316

Bancarotta fraudolenta ex artt. 223 – 216 – 219 legge fallimentare – Notifiche successive a imputato non detenuto presso il difensore in assenza di domicilio dichiarato da parte dell’imputato ex art. 157 comma 8 bis cpp – Gruppi societari ex art. 2359 cc – Depauperamento della impresa nei reati fallimentari – Fatti di distrazione e di dissesto rilevanti in qualsiasi momento – Dolo del concorrente extraneus – Liquidazione di provvisionale – Sufficienza della esistenza del danno e non della sua quantificazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. MICCOLI Grazia – Consigliere

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere

Dott. SESSA Renata – rel. Consigliere

Dott. BORRELLI Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 23/09/2019 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. RENATA SESSA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. ODELLO LUCIA, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ dei ricorsi;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’ di tutti e tre i ricorsi.

udito il difensore;

L’avvocato (OMISSIS), riportandosi ai motivi di ricorso ne chiede l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

  1. Consentenza del 23 settembre 2019 la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza emessa in data 17 marzo 2016 dal Tribunale della medesima citta’, ha rideterminato le pene accessorie fallimentari inflitte agli imputati (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in anni cinque per ciascuno di essi, confermando nel resto l’affermazione di responsabilita’, e la relativa condanna, per i reati di cui all’articolo 110 c.p. L.Fall., articoli 223, 216 e 219.

  2. Avverso la predetta sentenza ricorrono per cassazione gli imputati (OMISSIS), (OMISSIS) Giorno e (OMISSIS), allegando i seguenti motivi.

  3. Nell’interesse di (OMISSIS) vengono dedotti due motivi di ricorso.

3.1. Con il primo motivo si deduce l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’, ex articolo 606 c.p.p., lettera c) in relazione all’articolo 157 c.p.p..

Il giudizio di appello e’ stato si celebrato in assenza dell’imputato, al quale non e’ mai pervenuta la notifica del decreto di citazione innanzi alla Corte territoriale, senza che sussistessero tuttavia le condizioni affinche’ cio’ potesse essere validamente ammesso.

Tale circostanza e’ stata dedotta nel corso dell’udienza del 23 settembre 2019 dalla difesa, tramite un’eccezione che veniva poi respinta dalla Corte con ordinanza emessa lo stesso giorno, con cui si g e’ affermata la validita’ della notifica in forza di due argomentazioni.

Da un lato, si sostiene che il (OMISSIS) non avesse ne’ eletto ne’ indicato domicilio.

Tuttavia, tale argomento non coglie nel senso se si considera che, ai sensi dell’articolo 157 c.p.p., “la prima notificazione all’imputato non detenuto e’ eseguita mediante consegna di copia alla persona. Se non e’ possibile consegnare personalmente la copia, la notificazione e’ eseguita nella casa di abitazione”, e che il (OMISSIS) ha sempre vissuto presso l’abitazione indicata nella sentenza di primo grado, senza mai trasferire, nelle more del processo, la residenza, il domicilio o l’abitazione altrove, e che di tutto cio’ si dava atto nell’atto di appello.

Dall’altro lato, si assume che la notifica all’imputato dell’avviso emesso in occasione dello spostamento dell’udienza in data 27 giugno 2019 sarebbe stata legittimamente omessa in virtu’ della rilevata ritualita’ di quella gia’ intervenuta, mentre il successivo differimento era stato disposto a causa dell’impedimento del difensore.

Sotto questo ulteriore profilo, il ricorrente fa notare che, per la celebrazione del giudizio d’appello, veniva fissata in prima battuta udienza in data 29 marzo 2019; nelle more, veniva notificato avviso di differimento alla data del 28 giugno 2019 e, con successivo avviso, si anticipava l’udienza al 27 giugno 2019. Orbene, nessuna di tali comunicazioni veniva notificata al (OMISSIS); solo il decreto di citazione a giudizio veniva notificato al difensore non domiciliatario.

La relativa eccezione e’ stata sollevata, tempestivamente, alla prima udienza nella quale il difensore ha potuto presenziare, in quanto per l’udienza del 27 giugno 2019 era stato richiesto il rinvio per legittimo impedimento dello stesso – istanza che e’ stata accolta sussistendone i requisiti.

3.2. Con il secondo motivo si deduce la mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione ex articolo 606 c.p.p., lettera e), con riferimento alla valutazione dell’elemento soggettivo in capo al (OMISSIS).

Tale vizio emerge chiaramente dalla comparazione fra l’atto di appello e la sentenza di secondo grado. Nei motivi di gravame, la difesa ha chiesto alla Corte di valutare determinati fatti e circostanze emersi nel corso del dibattimento dai quali si ricava che il (OMISSIS) non ha consapevolmente commesso i reati ascrittigli, avendo lo stesso instaurato un rapporto di rappresentanza solo formale della societa’, la quale veniva gestita dal solo (OMISSIS).

Nella sentenza si afferma che, invece, il (OMISSIS) fosse perfettamente a conoscenza della natura gratuita e quindi pregiudizievole delle garanzie prestate dalla societa’ (OMISSIS), in quanto avrebbe sottoscritto delle cambiali che sapeva essere state avallate da quest’ultima; inoltre, il (OMISSIS) aveva ricevuto una fideiussione omnibus per 500.000,00 Euro.

L’avallo e la fideiussione predetti, nella ricostruzione operata dalla Corte, costituiscono i due elementi nodali, che dimostrerebbero la ritenuta e consapevole partecipazione del (OMISSIS) all’attivita’ criminosa di altri soggetti facenti parte della c.d. “(OMISSIS)”.

Tuttavia, tali circostanze non furono mai conosciute dal (OMISSIS), e non vi e’ nessun atto del dibattimento che dimostri il contrario; piuttosto il dibattimento ha messo in luce come i rapporti con le banche furono intrattenuti dal solo (OMISSIS).

La motivazione non giunge a spiegare, poi, l’irrazionalita’ del comportamento del (OMISSIS), il quale avrebbe accettato, secondo la ricostruzione operata dalla Corte, un incarico con assunzione illimitata di rischi, al seguito di un soggetto di cui avrebbe pienamente conosciuto e condiviso le malefatte, per il pagamento di uno stipendio modesto e relativo ad un periodo limitato di tempo.

Si chiede dunque l’annullamento della sentenza affinche’ la Corte di merito valuti il materiale probatorio emerso in dibattimento per dare una motivata risposta in ordine ai quesiti posti nell’atto di appello dalla difesa.

  1. Nell’interesse di (OMISSIS) vengono dedotti due motivi di ricorso.

4.1. Con il primo motivo si lamenta la nullita’ della sentenza per mancanza della motivazione in relazione alla affermata sussistenza del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, con specifico riguardo alle garanzie concesse dalla fallita e al ruolo dell’imputato.

Invero, la Corte di Appello di Milano ha confermato la condanna del (OMISSIS) sulla scorta di una motivazione solo apparente. La difesa, infatti, in sede di impugnazione della sentenza di primo grado, aveva rilevato come non fosse possibile configurare la penale responsabilita’ dell’imputato in quanto le garanzie rilasciate dalla societa’ fallita ((OMISSIS) s.r.l.) rispondevano ad un concreto interesse della medesima che, in tal modo, garantiva la prosecuzione dell’attivita’ produttiva delle societa’ collegate, beneficiarie delle fideiussioni ( (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l.), che potevano in tal modo corrispondere i relativi canoni di locazione all’ (OMISSIS) s.r.l. (invero, la (OMISSIS) operava nel campo della commercializzazione all’ingrosso dello zucchero e, per quanto riguarda l’acquisto della materia prima, intratteneva rapporti soprattutto con fornitori tedeschi che chiedevano il pagamento anticipato della merce, con conseguente necessita’ di ricorrere al credito bancario, mentre la (OMISSIS) svolgeva attivita’ inerente la gestione di un’area attrezzata per camionisti e viaggiatori – albergo, ristoro etc. -, area anch’essa di proprieta’ della (OMISSIS), fallita).

Tuttavia, la Corte di Appello si limita ad osservare, astrattamente e, dunque, con motivazione solo apparente, che il ricorrente fosse colpevole in quanto, avendo curato le richieste di mutuo per conto della (OMISSIS), era consapevole che le garanzie non erano inerenti all’oggetto sociale della societa’ fallita. Motivando in tal modo, si e’ del tutto omesso di considerare che l'(OMISSIS), collegata alle altre attraverso il controllo di (OMISSIS), ltretutto anche amministratore di fatto di tutte e tre le societa’, aspirava ad ottenere il pagamento dei canoni di locazione dei suoi immobili proprio grazie alla prosecuzione delle attivita’ delle beneficiarie delle garanzie.

In tale contesto, non si comprende per quale ragione (OMISSIS) avrebbe dovuto escludere la sussistenza di vantaggi compensativi, specie se si considera che gli stessi devono essere valutati non solo in un’ottica globale, ma anche in una prospettiva a lungo termine.

Ancora, la qualifica di extraneus di (OMISSIS) rispetto alle vicende distrattive avrebbe dovuto indurre la Corte a procedere ad un ancor piu’ rigoroso accertamento dell’elemento soggettivo; a tal proposito, era stato osservato come l’imputato non godesse di alcuna autonomia, essendo la gestione operativa della societa’ di esclusiva spettanza del (OMISSIS), e rileva come le richieste di finanziamento risalissero agli anni (OMISSIS), epoca molto lontana nel tempo, non solo in riferimento alla dichiarazione di fallimento ((OMISSIS)), ma anche rispetto al momento in cui la societa’ era entrata in sofferenza ((OMISSIS)).

Fintantoche’ (OMISSIS) e’ rimasto nella societa’ ((OMISSIS)), i mutui, seppur a fatica, erano stati rimborsati; prova ne e’ che, se cosi’ non fosse stato, le banche non avrebbero continuato a erogare credito. Tuttavia, con riguardo a tale aspetto, la Corte di Appello, ignorando ancora una volta i vantaggi compensativi, anche sotto il profilo delle ragionevoli aspettative di (OMISSIS) e, dunque, la dimensione soggettiva, si e’ limitata ad affermare che e’ “irrilevante (…) che l’attivita’ concorrente di (OMISSIS) sia avvenuta anni prima della dichiarazione di fallimento di (OMISSIS) perche’ egli ha comunque concorso alla commissione di fatti di bancarotta distrattiva in modo consapevole”.

4.2. Con il secondo motivo si deduce la nullita’ della sentenza impugnata per mancanza di motivazione in relazione alla determinazione della pena e alla concessione della provvisionale in favore della parte civile. Tramite l’atto di appello si era lamentata la mancata concessione delle circostanze attenuanti con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante, in ragione, in primis, del comportamento processuale dell’imputato, ed in secundis, a causa della disparita’ di trattamento rispetto ai coimputati che rivestivano cariche nella societa’ fallita.

Indi si chiede l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. Nell’interesse di (OMISSIS) si deduce un unico motivo di ricorso.

Con esso si lamenta l’erronea applicazione della legge penale e l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’ ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e c).

Le doglianze esposte nell’atto di appello attenevano all’affrettata valutazione del giudice di primo grado, il quale non aveva approfondito l’effettiva capacita’ ex articolo 133 c.p. del (OMISSIS), relativa alla impossibilita’ da parte dello stesso di affrontare la benche’ minima operazione contabile richiesta dalla complessa conduzione della societa’ fallita, trattandosi di un giardiniere con scarsa scolarita’. A tal proposito, si segnalavano anche le sentenze della giurisprudenza di legittimita’ relative alla operazione di indagine alla quale sarebbe stato tenuto il giudice di merito; tuttavia, il Tribunale si e’ limitato ad osservare che il (OMISSIS), nella sua qualita’ di amministratore della societa’ fallita, aveva materialmente sottoscritto gli atti di ipoteca e di fidejussione, aventi portata distrattiva, e sulla base di cio’ ha concluso che dovessero, quindi, ritenersi provati tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo.

Si assume, infine, che vi sia stata la mancata trattazione della posizione del (OMISSIS), cio’ nonostante condannato alla rifusione, in solido con gli altri imputati, delle spese in favore della costituita parte civile, che e’ causa di annullamento della sentenza impugnata.

  1. Con nota pervenuta il 28.1.2021 il difensore di (OMISSIS), nel controdedurre agli argomenti esposti dal Sostituto Procuratore Generale nella requisitoria scritta, depositata ai sensi delDecreto Legge n. 137 del 2020, articolo 23, comma 8, ha interloquito in ordine al ritenuto difetto di autosufficienza rilevato dal P.G. in relazione alla eccezione di nullita’ di cui al primo motivo di ricorso; ha altresi’ reiterato le doglianze di cui al secondo motivo, sottolineando che non si possa affermare che il (OMISSIS), come presuppone la ricostruzione della sentenza impugnata, fosse consapevole della estraneita’ delle societa’ al gruppo.

Con ulteriore atto si e’ altresi’ trasmesso il verbale del 6.11.2020 avente ad oggetto la riconosciuta invalidita’ civile del (OMISSIS).

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili.

  1. Il ricorso nell’interesse di (OMISSIS).

1.1. Il primo motivo e’ manifestamente infondato.

Risulta agli atti che il decreto di citazione per la pubblica udienza presso la Corte di Appello di Milano, e successivo slittamento/anticipazione dell’udienza, sono stati notificati al difensore di fiducia ex articolo 157 c.p.p., comma 8-bis. Trattasi infatti non di una prima notificazione, ma di una notificazione successiva da effettuare ad imputato non detenuto.

Il disposto di cui all’articolo 157 c.p.p., comma 8-bis introdotto dal Decreto Legge 21 febbraio 2005, n. 17, articolo 2, comma 1, nel testo modificato dalla Legge di conversione 22 aprile 2005, n. 60, secondo il quale dopo la prima notificazione all’imputato non detenuto, quelle successive, qualora egli non abbia eletto un domicilio ed abbia nominato un difensore di fiducia, sono eseguite mediante consegna a quest’ultimo – salvo che lo stesso dichiari immediatamente di non accettarla -, trova fondamento in un rapporto fiduciario (e non meramente formale, come al contrario avviene nel caso della difesa d’ufficio) tra l’imputato ed il difensore.

Inoltre, tale disposizione lascia libero l’imputato di interromperne in ogni momento l’automatismo, stante la possibilita’ di eleggere domicilio, ma cio’ non e’ avvenuto nel caso di specie, come emerge anche dal ricorso (in cui solo alle fine si cita – impropriamente – una massima afferente tale ipotesi, laddove si era in premessa indicato, quale luogo presso cui ai sensi dell’articolo 157 codice di rito andava effettuata la notificazione, l’indirizzo dell’abitazione dell’imputato).

La forma di notificazione prevista dall’articolo 157 c.p.p., comma 8-bis, secondo cui le notificazioni all’imputato non detenuto, successive alla prima, sono eseguite mediante consegna al difensore di fiducia che non abbia rinunciato a riceverle, non prevale, infatti, incondizionatamente sugli altri criteri ordinari ma si aggiunge ad essi, a fini di accelerazione processuale ed in attuazione del principio di ragionevole durata del processo, fatto salvo il caso in cui consti una dichiarazione o elezione di domicilio, che ha prevalenza rispetto agli altri criteri di notificazione (Sez. 1, Sentenza n. 37076 del 16/04/2018 Cc. (dep. 31/07/2018) Rv. 273668 – 01); con la conseguenza che, ove non consti una dichiarazione o-4úzione di domicilio, le notificazioni successive alla prima ben possono essere effettuate anche – ai sensi del detto comma 8-bis.

1.2. Quanto al secondo motivo, si osserva che esso e’ del tutto aspecifico.

La corte territoriale, a differenza di quanto assume il ricorrente, ha fornito ampia motivazione in ordine ai punti toccati nell’appello, avendo innanzitutto premesso che le societa’ non potessero essere ritenute un gruppo societario in senso tecnico e che l’espressione ” gruppo ” era stata adoperata dal tribunale al solo fine di indicare che le societa’ (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) erano tutte riconducibili a (OMISSIS) (che ha definito la sua posizione col patteggiamento in appello), essendo insufficiente l’elemento della utilizzazione di beni immobili di proprieta’ della (OMISSIS) da parte dell’altra societa’ (nel caso specifico si trattava della (OMISSIS) che aveva stipulato un contratto di affitto di un capannone al prezzo di 96.000 Euro all’anno).

I gruppi societari – si spiega nella sentenza impugnata – sono disciplinati dall’articolo 2359 c.c. che definisce la societa’ controllata e quella collegata: entrambe le societa’ subiscono un controllo esterno da un’altra societa’ in presenza di precisi vincoli contrattuali o in presenza di una influenza notevole.

Indi, ha osservato che nel caso delle societa’ oggetto del presente giudizio va esclusa la influenza dominante in assemblea e l’influenza determinata da particolari vincoli contrattuali, dal momento che l’utilizzo da parte di (OMISSIS) di immobili oggetto del contratto di locazione e, in generale l’utilizzo di beni immobili della (OMISSIS), non puo’ integrare il controllo esterno in virtu’ di particolari vincoli contrattuali poiche’ non creava oggettiva dipendenza economica di una societa’ rispetto ad un’altra, essendo la (OMISSIS) libera di recedere dal contratto di locazione in qualsiasi momento.

Ha osservato che va esclusa anche l’influenza notevole dal momento che la liquidita’ veniva immessa solo da (OMISSIS) che, in danno dei propri creditori, garantiva la sopravvivenza delle altre societa’ senza alcun corrispettivo.

Le societa’ definite del gruppo (OMISSIS), non erano ne’ controllate ne’ collegate, non rappresentavano un gruppo societario.

Ha altresi’ precisato la corte territoriale che pur a voler accedere alla tesi difensiva dell’esistenza di un gruppo, le operazioni oggetto dell’imputazione rimangono distrattive poiche’ comportavano il depauperamento di una sola societa’.

Nel caso di specie la (OMISSIS) falliva per aver effettuato attivita’ di finanziamento e di concessione di garanzie, attivita’ estranee all’oggetto sociale, in favore delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) senza alcun corrispettivo, senza alcuna contropartita economica.

Siffatte operazioni sono distrattive anche se effettuate tra societa’ appartenenti allo stesso gruppo imprenditoriale poiche’ determinano per le societa’ del gruppo un vantaggio senza alcun ritorno compensativo per la (OMISSIS).

La unilateralita’ del vantaggio e’ sufficiente per affermare la natura distrattiva dell’operazione.

Si osserva altresi’ al riguardo nella motivazione impugnata che i difensori di tutti gli imputati, oltre che ribadire lungamente l’esistenza del gruppo, non hanno affatto neppure prospettato – ne’ tanto meno dimostrato – che l’operazione economica era temporaneamente svantaggiosa, che la (OMISSIS) aveva comunque ricevuto vantaggi indiretti in grado di elidere gli effetti immediatamente negativi (laddove il solo ricorrente (OMISSIS) si limita, in questa sede, a prospettare il mero ritorno, anche nel lungo periodo, in termini di assicurazione del pagamento del canone di locazione da parte delle societa’ beneficiarie in favore della locatrice (OMISSIS)).

Cio’ posto, la corte territoriale ha affermato, con particolare riferimento alla posizione del (OMISSIS), che la firma delle cambiali da parte di questi – che era stato amministratore di diritto, al pari del (OMISSIS), in tempi diversi, della (OMISSIS) ovvero della societa’ che necessitava di essere finanziata e di fatto fu finanziata con garanzie che andarono a gravare sul patrimonio immobiliare della (OMISSIS) poi fallita – e la conoscenza da parte dello stesso dell’avallo della (OMISSIS) – circostanza nota all’imputato poiche’ le banche avevano richiesto alla (OMISSIS) il rientro – costituiscono elementi che consentono di ritenere sufficientemente dimostrata la sussistenza del dolo in capo al (OMISSIS).

Ha, in altri termini, concluso la corte di appello che il (OMISSIS), firmando le cambiali avallate dalla (OMISSIS), nonche’ ricevendo da questa una fideiussione omnibus per la somma di Euro 500.000 nonche’ l’avallo di numerose cambiali, ha concorso nell’operazione distrattiva posta in essere dagli amministratori della (OMISSIS) con piena consapevolezza che si trattava di garanzie rilasciate a titolo gratuito da parte della (OMISSIS), che andavano a depauperare solo la concedente, senza alcun vantaggio o contropartita per la stessa.

A fronte di una siffatta ricostruzione, che rimanda peraltro per l’dettagli e tutti i passaggi ricostruttivo-probatori della vicenda alla conforme, lunga ed articolata, pronuncia di primo grado, i rilievi mossi dalla difesa attengono in definitiva al fatto, e si risolvono in una mera prospettazione di eventi e di valutazioni probatorie alternative, sollecitando una loro rivalutazione inammissibile in sede di legittimita’, mentre per la parte che attingono piu’ propriamente la motivazione sono aspecifici.

  1. Il ricorso nell’interesse di (OMISSIS).

2.1. Innanzitutto, deve intendersi qui richiamato quanto sopra osservato dalla corte territoriale in ordine al tema del gruppo di societa’, che i ricorrenti hanno avallato nei rispettivi atti di appello, e che esaurisce in toto anche i rilievi mossi al riguardo nell’interesse del (OMISSIS), qui pedissequamente riproposti.

Anche in tal caso, la corte territoriale, operata la premessa sulla insussistenza di un gruppo di societa’ inteso in senso tecnico, ha evidenziato come non potesse essere messa in discussione la piena consapevolezza del (OMISSIS) in ordine alla natura distrattiva dell’operazione posta in essere da (OMISSIS) e (OMISSIS), rispettivamente amministratori di fatto e di diritto della (OMISSIS), ad esclusivo vantaggio delle societa’ (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l., alla quale egli ebbe a partecipare, quale extraneus, in quanto amministratore della (OMISSIS) e della (OMISSIS); rileva che le garanzie rilasciate dalla societa’ fallita (OMISSIS) s.r.l. non rispondevano affatto ad un interesse di questa, atteso che in tale modo si garantiva unicamente la prosecuzione dell’attivita’ produttiva delle societa’ beneficiarie delle fideiussioni (amministrate dal (OMISSIS)); esclusa la sussistenza di vantaggi compensativi, la fallita (OMISSIS) nel finanziare l’acquisto dello zucchero, materia prima di (OMISSIS), garantendo il mutuo contratto da (OMISSIS) con i propri immobili, perseguiva attivita’ non solo estranea all’oggetto sociale ma anche in palese danno dei propri creditori.

In particolare, la corte di appello afferma – quanto all’elemento soggettivo – che il (OMISSIS), alla stregua dei contenuti dei contratti di mutuo stipulati dalla (OMISSIS), avendo egli anche curato le richieste di finanziamento per conto di tale societa’, fu certamente al corrente del fatto che la (OMISSIS), peraltro gia’ a sua volta indebitata – come dallo stesso implicitamente ammesso in appello col riferimento ad un successivo aggravamento del suo passivo garantendo il mutuo contratto da (OMISSIS) con i propri immobili e, dunque perseguendo un’attivita’ estranea all’oggetto sociale, aveva posto in essere una condotta che non vedeva alcuna contropartita per essa ed era solo foriera di danno per i propri creditori, e che andava, invece, a tutto vantaggio della (OMISSIS).

D’altronde, come emerge dalla stessa impostazione difensiva, se e’ vero che le banche continuarono a concedere i mutui alla (OMISSIS), e’ altrettanto vero pero’ che tale circostanza non puo’ essere ritenuta indicativa della solidita’ di tale societa’ e della fiducia che sulla stessa riversavano ancora gli istituti di credito dal momento che i finanziamenti continuarono ad essere elargiti proprio – e solo – perche’ – evidentemente – vi erano le garanzie della (OMISSIS) (rilascio di ipoteche e fideiussione in favore delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) per svariati milioni di Euro in relazione a mutui poi non onorati dalle predette beneficiarie, con conseguente insinuazione al passivo della (OMISSIS) delle banche).

La corte territoriale ha anche precisato, conformemente ai principi affermati da questa Corte in materia, che nessun rilievo potrebbe peraltro avere ai fini che occupano la circostanza, qui nuovamente riproposta, secondo cui il fallimento sarebbe intervenuto dopo diversi anni rispetto a tale operazione.

Ed invero, in tema di reati fallimentari, la condotta sanzionata dal reato di bancarotta non e’ quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il fallimento della societa’, bensi’ quella di avere depauperato l’impresa, consistente nella destinazione delle risorse ad impieghi estranei alla dinamica imprenditoriale, con la conseguenza che non e’ necessario che la rappresentazione e la volonta’ dell’agente investano il fallimento o il dissesto aziendale, essendo sufficiente che si riferiscano alla sua diminuzione patrimoniale (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 38325 del 03/10/2013 Ud. (dep. 18/09/2014) Rv. 260378 – 01; nonche’ Sez. U, Sentenza n. 22474 del 31/03/2016, Rv. 266804 – 01 che in motivazione ha precisato che i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si e’ realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.).

Ed ancora, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il dissesto dell’impresa, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’insolvenza non si era ancora manifestata (Sez. 5, Sentenza n. 11095 del 13/02/2014, Rv. 262741 – 01).

Ne’ potrebbero sussistere dubbi sulla natura distrattiva delle operazioni poste in essere. Ed invero, come ha gia’ avuto modo di affermare questa Corte, integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione la concessione di un’ipoteca senza un sinallagma rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in quanto essa realizza di per se’ ed automaticamente una diminuzione patrimoniale; inoltre, poiche’ ai fini della configurabilita’ del reato e’ postulato il dolo generico, la divergenza oggettiva dell’atto di disposizione dal fine suddetto da’ sufficientemente conto della direzione del volere dell’agente, essendo del tutto irrilevanti i motivi che hanno determinato il suo comportamento (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 45332 del 09/10/2009, Rv. 245157 – 01; nonche’, anche per l’analoga ipotesi della fideiussione, Sez. 5, Sentenza n. 32467 del 16/04/2013 Ud. (dep. 25/07/2013) Rv. 256779 – 01).

E cio’ e’ vieppiu’ evidente soprattutto se si considera che il vincolo impresso ai beni mediante la costituzione della garanzia comporta il sorgere di un’obbligazione a carico del patrimonio della fallita nei confronti di terzi, in grado di determinare un pericolo per gli interessi dei creditori preesistenti.

E’, infine, solo il caso di rammentare, con specifico riferimento al concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, che il dolo del concorrente “extraneus” nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarieta’ della propria condotta di apporto a quella dell'”intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della societa’, la quale puo’ rilevare sul piano probatorio, quale indice significativo della rappresentazione della pericolosita’ della condotta per gli interessi dei creditori (Sez. 5, Sentenza n. 4710 del 14/10/2019 Ud. (dep. 04/02/2020) Rv. 278156 02; nonche’ Sez. 5, Sentenza n. 38731 del 17/05/2017, Rv. 271123 – 01; Sez. 5, Sentenza n. 54291 del 17/05/2017 Ud. (dep. 01/12/2017) Rv. 271837 – 01); rappresentazione della pericolosita’ che nel caso di specie discende, oltre che dalla evidenza della natura dell’operazione, dalla consapevolezza, da parte del (OMISSIS), della situazione di sofferenza in cui versava la societa’ da lui amministrata beneficiaria delle garanzie (piu’ che dalla conoscenza delle condizioni finanziarie della societa’ che aveva concesso le garanzie, perche’ erano piuttosto le condizioni finanziarie della prima, che ricorreva frequentemente all’indebitamento, a rendere l’operazione evidentemente pericolosa per il patrimonio della seconda).

2.2. Parimenti privo di pregio il secondo motivo.

La corte territoriale dopo aver premesso che il (OMISSIS) e’ stato condannato alla pena di anni uno di reclusione, pena posta in continuazione con quella inflitta in altra sentenza di condanna per fatti analoghi, non si e’ limitata a sottolineare che l’aumento di un solo anno a titolo di continuazione e’ da ritenersi congruo in considerazione dei fatti al medesimo ascritti e che la pena complessiva di anni tre di reclusione dovesse ritenersi anzi fin troppo mite, ma ha anche affermato che l’esistenza del precedente sul quale era stato effettuato l’aumento in continuazione avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza nel riconoscimento delle attenuanti generiche sebbene concesse in regime di equivalenza, in tal modo implicitamente esaurendo il profilo sul trattamento sanzionatorio, comprensivo della questione sulle attenuanti generiche, rispetto alle quali si era lamentata la mancata valutazione in termini di prevalenza (mediante la generica prospettazione del comportamento processuale del (OMISSIS), ritenuto valorizzabile per il solo fatto che avesse proposto richiesta di patteggiamento non accolta dal tribunale e avesse offerto, sulla base delle sue conoscenze, un contributo in sede di esame, e di una supposta disparita di trattamento rispetto ad altri coimputato).

E’ jus receptum, invero, che, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche – e a maggior ragione il bilanciamento di esse con le aggravanti – non e’ necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma e’ sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899); e allorquando si tratta di valutare il solo profilo del bilanciamento e’ evidente che l’ambito valutativo si restringe ulteriormente, essendo gia’ intervenuta una valutazione positiva degli elementi, evidentemente non ritenuti pero’ tali da supportare anche una comparazione in termini di prevalenza.

La concessione delle attenuanti generiche richiede, infatti, l’apprezzamento di elementi positivi che orientino la discrezionalita’ affidata al giudice nella definizione del trattamento sanzionatorio verso l’attribuzione di una sanzione meno afflittiva; ne consegue che le determinazioni del giudice di merito in ordine alla concessione delle circostanze attenuanti generiche – e al loro bilanciamento – sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette come certamente nel caso di specie – da motivazione esente da vizi logico-giuridici (Sez. 6, n. 38780 del 17/06/2014, Morabito, Rv. 260460; Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone e altri, Rv. 249163; Sez. 6, n. 42688 del 24/09/2008, Caridi e altro, Rv. 242419; Sez. 6, n. 7707 del 04/12/2003 – dep. 23/02/2004, P.G. in proc. Anaclerio ed altri, Rv. 229768).

2.2.1. La motivazione non e’ attaccabile neppure nella parte in cui e’ stata confermata la condanna al pagamento della provvisionale, avendo essa innanzitutto evidenziato come la richiesta di revoca di tale statuizione fosse a rigore proprio generica ed in quanto tale inammissibile. Si e’ poi, nondimeno, osservato che le provvisionali erano state poste nei confronti di ciascun imputato in relazione alla sola condotta per la quale era stata ritenuta la responsabilita’ (provvisionali in ogni caso quantificate nella parte ritenuta, relativamente alla fase in cui sono state riconosciute, certa, – e qui non oggetto di contestazione sotto tale profilo – essendosi pronunciata, quanto ai danni, unicamente condanna generica al risarcimento del danno derivante dalle rispettive condotte alla parte civile costituita, Fallimento (OMISSIS) s.r.l., da liquidarsi in separato giudizio).

Indi, rimarra’ compito del giudice civile, al quale sono state rimesse le parti per la quantificazione dell’esatto ammontare dei danni, quello di tener conto anche proprio delle specifiche condotte addebitate a ciascun imputato; in quell’ambito evidentemente potranno essere fatti valere tutti i profili che in sede penale non sono stati considerati in mancanza di prova del quantum complessivo.

Ed invero, in tema di provvisionale, la determinazione della somma assegnata e’, a sua volta, riservata insindacabilmente al giudice di merito, che non ha l’obbligo di espressa motivazione quando, per la sua non particolare rilevanza – o per l’evidenza della sua inferiorita’ alle cifre emergenti dagli atti – l’importo rientri nell’ambito del danno prevedibile (Sez. 4, n. 20318 del 10/01/2017 – dep. 28/04/2017, Mazzella, Rv. 26988201, in motivazione, questa Corte ha precisato che per la liquidazione della provvisionale non e’ necessaria la prova dell’ammontare del danno, ma e’ sufficiente la certezza dello stesso sino all’ammontare della somma liquidata.).

  1. Il ricorso nell’interesse del (OMISSIS).

Il ricorso e’ manifestamente infondato. Ed invero i rilievi circa l’omesso esame, da parte della Corte, dei motivi di appello non trovano alcun riscontro, posto che la sentenza compiutamente esamina e disattende l’appello proposto dal ricorrente (OMISSIS) (v. pag. 18 e 19 della pronuncia impugnata), ritenendo, con motivazione congrua ed esente da censure di sorta, provata la penale responsabilita’ del predetto, resa palese dagli atti firmati nella qualita’ di amministratore di diritto della societa’ fallita, di inequivoca interpretazione e comprensione (tre atti di costituzione di garanzie ipotecarie sui beni della (OMISSIS) e una fideiussione in favore di due istituti di credito che avevano concesso i finanziamenti alle beneficiarie delle garanzie);con la conseguenza che il ricorso finisce col non confrontarsi con la sentenza che impugna, che aveva anche sottolineato la irrilevanza dell’asserito basso grado di scolarita’ del (OMISSIS), spiegandone le ragioni.

In punto di trattamento sanzionatorio – che sembra essere l’effettivo punto oggetto di doglianza in ricorso – la sentenza impugnata ha altresi’ in maniera congrua evidenziato che la pena inflitta, determinata in due anni di reclusione, previa concessione delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sulla aggravanti dei plurimi fatti di bancarotta e del danno di rilevante gravita’, dovesse ritenersi piu’ che congrua (e anzi sin troppo benevola tenuto conto dell’entita’ del danno (essendo l’ammissione al passivo del fallimento intervenuta per complessivi Euro 1.800.000,00); a fronte della congruita’ ed esaustivita’ di tale motivazione il ricorrente si limita a censure generiche meramente ripropositive dell’argomento della incapacita’ del (OMISSIS) di “affrontare la benche’ minima operazione contabile richiesta dalla complessa conduzione della societa’ fallita”, ampiamente superato, peraltro, nella sentenza impugnata attraverso la ricostruzione della vicenda che aveva visto coinvolto a pieno titolo anche il predetto.

4, Ne discende la declaratoria di inammissibilita’ dei ricorsi, cui consegue, per legge, ex articolo 606 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese di procedimento, nonche’, trattandosi di causa di inammissibilita’ determinata da profili di colpa emergenti dal medesimo atto impugnatorio, al versamento, in favore della Cassa delle Ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 3.000,00, per ciascuno di essi, in relazione alla entita’ delle questioni trattate.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3000 in favore della Cassa delle ammende.

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|28 dicembre 2020| n. 37525

REATI FALLIMENTARI – BANCAROTTA FRAUDOLENTA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. CAPUTO Angelo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 28/09/2018 della CORTE APPELLO di BRESCIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ALFREDO GUARDIANO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FILIPPI PAOLA;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’.

udito il difensore.

FATTO E DIRITTO

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Brescia riformava in senso piu’ favorevole al reo, solo sotto il profilo dell’entita’ del trattamento sanzionatorio, la sentenza con cui il tribunale di Bergamo, in data 21.3.2013, aveva condannato (OMISSIS), nella sua qualita’ di amministratore della “(OMISSIS) s.r.l. unipersonale”, esercente attivita’ di intermediazione immobiliare, dichiarata fallita dal tribunale di Bergamo con sentenza del (OMISSIS), alle pene, principale ed accessorie, ritenute di giustizia, in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione in rubrica ascrittogli, confermando nel resto la sentenza impugnata.

  2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando: 1) vizio di motivazione, in quanto, in realta’ l’imputato per i fatti in contestazione e’ gia’ stato condannato con sentenze passate in giudicato, agli atti del processo, per reati commessi in danno delle stesse persone da cui, secondo l’assunto accusatorio, provengono le somme consegnate al (OMISSIS) a titolo di anticipo per l’acquisto di immobili.

La diversita’ delle qualificazioni giuridiche attribuite ad un fatto unico, che ha violato piu’ disposizioni di legge, non osta all’assorbimento del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale nei reati per i quali sono state pronunciate le sentenze passate in giudicato, stante il chiaro tenore dell’articolo 649 c.p.p.; 2) vizio di motivazione, in quanto le somme indicate come distratte non sono mai entrate a far parte del patrimonio della societa’ fallita, dunque non possono esserne uscite, trattandosi di somme provenienti da promissari acquirenti di immobili e ricevute dal (OMISSIS), non nell’interesse della societa’, ma in qualita’ di mandatario, in nome e per conto del promittente venditore.

  1. Il ricorso va dichiarato inammissibile, ai sensi del combinato disposto dell’articolo 581 c.p.p., comma 1, lettera c), earticolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), in quanto fondato su motivi, che, riproponendo acriticamente le stesse ragioni gia’ discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame (con la cui motivazione sul punto il ricorrente non si confronta), devono considerarsi non specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso.

La mancanza di specificita’ del motivo, infatti, deve essere apprezzata non solo per la sua genericita’, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di mancanza di specificita’, conducente, a norma dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), all’inammissibilita’ (cfr. Cass., sez. IV, 18.9.1997 13.1.1998, n. 256, rv. 210157; Cass., Sez. 4, n. 34270 del 03/07/2007, rv. 236945; Cass., Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, rv. 255568; Cass., Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019, rv. 277710).

3.1. Ed invero, quanto al primo motivo di ricorso, la corte territoriale, con motivazione articolata ed assolutamente condivisibile, ha evidenziato che “nel presente processo si discute di somme che, entrate nel patrimonio della societa’ poi fallita, furono distratte dall’imputato e dunque di una condotta che ha portato alla indebita fuoriuscita dalle casse sociali di quel denaro. Le condotte per le quali (OMISSIS) gia’ e’ stato condannato in via definitiva, attengono invece alle modalita’ – illecite con le quali quegli importi confluirono nel patrimonio suddetto”.

Per dedurne, con assoluta coerenza, la diversita’ dei reati contestati negli autonomi processi a carico del (OMISSIS), sia sotto il profilo del bene giuridico protetto, che dei soggetti passivi del reato, che, nei delitti di appropriazione indebita e di truffa, per i quali il ricorrente e’ stato condannato con sentenza passata in giudicato, “sono le singole persone fisiche il cui patrimonio e’ stato depauperato mediante quelle condotte ciascuna di per se stessa considerata mentre nel delitto di bancarotta soggetto passivo e’ la massa dei creditori”, sicche’, dal punto di vista logico-giuridico, la condotta di truffa o di appropriazione indebita rappresenta il necessario antecedente logico della successiva attivita’ di distrazione, conforme al modello legale del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, avente ad oggetto il patrimonio della societa’ fallita, in cui sono confluiti gli importi frutto di appropriazione indebita e di truffa (cfr. pp. 6-7 della sentenza impugnata).

La decisione cui e’ pervenuta la corte territoriale sul punto appare, del resto, assolutamente conforme ai principi affermati in materia dal costante ed uniforme insegnamento della giurisprudenza di legittimita’, da tempo sedimentato, secondo cui il delitto di truffa o di appropriazione indebita attraverso il quale il fallito ha conseguito i beni da lui successivamente distratti concorre con quello di bancarotta fraudolenta, trattandosi di ipotesi delittuose con oggettivita’ giuridiche diverse (cfr. Cass., Sez. 5, n. 10407 del 07/10/1981, Rv. 151039; Cass., Sez. 5, n. 7294 del 04/04/1978, Rv. 139294).

Il reato di bancarotta fraudolenta, invero, non e’ escluso dal fatto che i beni distratti siano pervenuti alla societa’, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, come ad esempio mediante truffe o appropriazioni indebite, atteso che il patrimonio di una societa’ deve ritenersi costituito anche dal prodotto di attivita’ illecite realizzate dagli amministratori in nome e per conto della medesima, ed, altresi’, che i beni provenienti da reato, fino a quando non siano individuati e separati dagli altri facenti parte di un determinato patrimonio, non possono considerarsi ad esso estranei.

Cio’ che importa, infatti, e’ la avocazione del bene alla massa attiva e quindi la possibilita’ giuridico-materiale della sua vendita coattiva, ad incremento della liquidazione ed in vista del soddisfacimento dei creditori.

il fatto dell’imprenditore che successivamente sottrae alla garanzia patrimoniale i beni illecitamente acquisiti al suo patrimonio, costituisce, in altri termini, un’azione del tutto distinta ed autonoma, punita a titolo di bancarotta fraudolenta se viene dichiarato il fallimento (cfr. Cass., Sez. 5, n. 1401 del 25/11/1980, Rv. 147725; Cass., Sez. 5, n. 23318 del 17/03/2004, Rv. 228863).

Va pertanto ribadito in questa sede il principio di diritto secondo cui, in tema di reati fallimentari, la provenienza illecita dei beni non esclude il delitto di bancarotta per distrazione, sia che si tratti di beni fungibili, e quindi confusi nel patrimonio del fallito destinato alla soddisfazione dei creditori, sia che si tratti di beni infungibili, e quindi formalmente distinti dal patrimonio del fallito, atteso che, in quest’ultimo caso, il curatore, che ne assume la disponibilita’, ha l’obbligo di restituirli agli aventi diritto e la condotta distrattiva, rendendo impossibile la restituzione, genera a carico della procedura l’obbligo di pagarne il controvalore ai titolari (cfr. Cass., Sez. 5, n. 45372 del 18/10/2019, Rv. 276991).

Ovviamente, accertata la sussistenza di una condotta criminosa lesiva di beni aventi distinta oggettivita’ giuridica, deve ritenersi sussistere un concorso formale eterogeneo di reati, per cui nessuna preclusione processuale, derivante dal principio del “ne bis in idem”, e’ ipotizzabile quando, come nel caso in esame, vi sia stato un processo, e si sia formato il giudicato, solo in relazione ad un reato compatibile con altro reato non giudicato, non essendovi la medesimezza del fatto, richiesta dall’articolo 649 c.p.p., perche’ vi sia divieto di un secondo giudizio (cfr. Cass., Sez. n. 3354 del 24/01/1995, Rv. 200695, nonche’ Cass., Sez. 2, n. 10472 del 04/03/1997, Rv. 209022, in cui la Corte ha rigettato il ricorso con il quale l’imputato, quale agente di cambio, era stato gia’ condannato per il reato di bancarotta fraudolenta – consistita, fra l’altro, nella sottrazione di titoli e denaro della clientela – e poi sottoposto a nuovo procedimento penale per il reato di appropriazione indebita in danno di un cliente).

Risulta pertanto evidente anche la manifesta infondatezza del primo motivo di ricorso.

3.2. Anche con riferimento al secondo motivo di impugnazione l’imputato non si confronta realmente con la motivazione della sentenza impugnata.

La corte territoriale ha correttamente evidenziato che il (OMISSIS) non ha mai agito in proprio, ma sempre nella qualita’ di amministratore unico della “(OMISSIS) s.r.l. unipersonale”, alla quale sia i promissari venditori, che i promissari acquirenti, si erano rivolti per la messa in vendita e l’acquisto di unita’ immobiliari, essendo l’intermediazione immobiliare l’oggetto sociale della menzionata compagine, deducendone, con coerente argomentare, che l’imputato in tale veste si e’ appropriato delle somme di denaro versate dai promissari acquirenti a titolo di pagamento, conferendole di fatto nel patrimonio della societa’ di cui era amministratore, senza trasmetterle ai promissari venditori.

Tali somme, di conseguenza, non sono mai entrate “nella disponibilita’ personale di (OMISSIS) ma in quella della societa’ da lui posseduta e gestita, ovviamente con l’obbligo (articolo 1713 c.c.) di riversare quelle somme a mani dei soggetti che alla societa’ stessa avevano dato mandato di procurare la vendita dei loro immobili” (cfr. pp. 7-9 della sentenza impugnata).

Anche in questo caso l’occasione e’ propizia per ribadire consolidati principi della giurisprudenza di legittimita’, secondo cui commette il delitto di appropriazione indebita il mandatario che, violando le disposizioni impartitegli dal mandante, si appropri del denaro ricevuto, utilizzandolo per propri fini e, quindi, per scopi diversi ed estranei agli interessi del mandante, come nel caso del mandatario che, dopo aver adempiuto il mandato a vendere, trattenga definitivamente la somma ricavata dalla vendita invece di rimetterla al mandante (cfr. Cass., Sez. 2, n. 50156 del 25/11/2015, Rv. 265513; Cass., Sez. 2, n. 46586 del 29/11/2011, Rv. 251221).

Manifestamente infondato, d’altra parte, appare il rilievo difensivo incentrato sulla natura del mandato, che, oppone la difesa, venne conferito al (OMISSIS) in nome e per conto dei promittenti venditori.

Ove anche lo si volesse considerare un mandato con rappresentanza (circostanza, peraltro, dedotta ma non dimostrata dall’imputato, il quale, in violazione del principio della cd. autosufficienza, non ha allegato al ricorso ne’ trascritto integralmente in esso il contenuto degli atti processuali da cui si evincerebbe tale circostanza), cio’ non muterebbe i termini della questione, in quanto il potere di rappresentanza avrebbe semplicemente consentito al prevenuto di ritenere le somme percepite in nome e per conto del mandante a titolo di pagamento del prezzo della vendita, somme che, tuttavia, in questo caso sarebbero entrate formalmente nel patrimonio della “societa’ mandataria” per disposizione espressa del mandante, confondendosi con i beni oggetto di distrazione.

  1. Alla dichiarazione di inammissibilita’, segue la condanna del ricorrente, ai sensi dell’articolo 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3000,00 a favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto della circostanza che l’evidente inammissibilita’ dei motivi di impugnazione, non consente di ritenere quest’ultimo immune da colpa nella determinazione delle evidenziate ragioni di inammissibilita’ (cfr.Corte Costituzionale, n. 186 del 13.6.2000).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Fallimento – Bancarotta – Decisione del giudice di merito di applicare le pene accessorie fallimentari nella misura massima – Pene non rapportate alla pena principale in modo automatico – Insindacabilità in sede di legittimità

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|30 marzo 2021| n. 12052

Fallimento – Bancarotta – Decisione del giudice di merito di applicare le pene accessorie fallimentari nella misura massima – Pene non rapportate alla pena principale in modo automatico – Insindacabilità in sede di legittimità

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Presidente

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

Dott. RICCARDI Giusepp – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/01/2019 della Corte di Appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere RICCARDI GIUSEPPE;

lette le richieste scritte ai sensi del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale EPIDENDIO Tomaso, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza emessa il 24/01/2019 la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Gip del Tribunale di Milano del 26/10/2017 che aveva affermato la responsabilita’ penale di (OMISSIS) per il reato di concorso, quale terzo concorrente, nella bancarotta fraudolenta patrimoniale della (OMISSIS) s.r.l., per la distrazione di somme di denaro dell’importo di quasi 300 mila Euro.

E’ stato accertato che (OMISSIS), amministratore della societa’ (OMISSIS) s.a.s., aveva emesso numerose fatture per operazioni inesistenti nei confronti della (OMISSIS) s.r.l., incassando gli assegni rilasciatigli proprio dalla fallita, in un periodo di tempo prossimo al fallimento, allorquando era gia’ conclamato lo stato di dissesto.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS), Avv. (OMISSIS), deducendo due motivi di ricorso.

2.1. Con il primo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla sussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo della bancarotta fraudolenta patrimoniale.

2.2. Con il secondo motivo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla durata della pena accessoria fallimentare.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo e’ inammissibile, essendo del tutto generico ed aspecifico, oltre che manifestamente infondato.

Oltre ad avere omesso qualsivoglia concreto confronto argomentativo con la sentenza impugnata, il motivo, nella sua estrema laconicita’ argomentativa, si limita a richiamare Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Sgaramella, Rv. 270763; il richiamo, tuttavia, appare astratto ed avulso dal concreto tessuto motivazionale della sentenza impugnata, atteso che, se la sentenza citata richiede, ai fini della sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato, la ricerca di “indici di fraudolenza” (“In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosita’ del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneita’ del fatto generatore dello squilibrio tra attivita’ e passivita’ rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrita’ del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volonta’ della condotta in concreto pericolosa”), non appare che, nella fattispecie concreta, sia possibile dubitare della loro ricorrenza in presenza di una condotta concorsuale caratterizzata da emissione di fatture false in numero, quantita’ e importi rilevanti e dalla ricezione di assegni senza che venisse eseguita la prestazione solo apparentemente pattuita; una condotta che, come evidenzia la sentenza impugnata, ha determinato un dissesto non insignificante.

  1. Il secondo motivo, sulla durata delle pene accessorie fallimentari, e’ inammissibile, non soltanto perche’ non dedotto in appello, ma anche perche’ del tutto generico, limitandosi ad una mera contestazione della mancata riduzione e dei presupposti di fatto.

Al contrario, la Corte di appello, pur in assenza di un motivo, ha indicato i parametri di gravita’ del fatto e di capacita’ a delinquere del ricorrente che consentono di ritenere adeguata la durata delle pene accessorie in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 222 del 2018, in maniera coerente ai criteri valutativi evidenziati dalla decisione costituzionale ed alle precisazioni contenute nella successiva sentenza “Suraci” delle Sezioni Unite.

Giova osservare, al riguardo, che, oltre alla rilevanza della distrazione accertata, viene in rilievo, nella fattispecie, il coinvolgimento dell’imputato nel meccanismo elaborato per la distrazione delle somme di denaro della fallita, mediante un sistema di fatture false e riscossione di assegni, e la condanna gia’ subi’ta per la bancarotta fraudolenta commessa con riferimento alla propria societa’, la (OMISSIS) s.a.s.; circostanze che, ai fini della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, caratterizzate da una spiccata finalita’ specialpreventiva, assumono un significativo rilievo, trattandosi di un operatore imprenditoriale non coinvolto in maniera del tutto occasionale, bensi’ gia’ collaudato nelle logiche di spoliazione delle imprese.

Cio’ posto, va dunque ribadito che non e’ sindacabile in sede di legittimita’ il provvedimento del giudice del merito che, avvalendosi del proprio potere discrezionale, determini, in base ai criteri di cui agli articoli 132 e 133 c.p., con specifica e adeguata motivazione, le pene accessorie fallimentari nella misura massima prevista dalla legge, senza rapportarle automaticamente alla durata della pena principale (Sez. 5, n. 7034 del 24/01/2020 Murru, Rv. 278856, con riferimento ad una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata la decisione del giudice fondata sulla reiterazione delle condotte di frode in danno dei creditori, sul pregiudizio per la massa dei creditori e sui precedenti penali dell’imputato).

  1. Alla declaratoria di inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

Secondo giurisprudenza consolidata non basta la mera difficoltà occorre la prova della totale impossibilità da dimostrare.

elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità

. Come ben evidenziato dai giudici di merito, la difesa non ha dedotto elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità, e non la semplice difficoltà, di porre in essere il comportamento doveroso omesso. Non sono sufficienti allo scopo i documenti che dimostrano la crisi economica dell’impresa, in mancanza di azioni efficaci dirette al risanamento dell’impresa stessa, perchè tale non può essere considerata la redazione del piano allegato alla domanda di concordato, non essendo il concordato in questione andato a buon fine.

relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore

 

principi di diritto più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore rispetto al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 ter in forza dei quali risulta indispensabile che il contribuente dimostri che gli sia stato impossibile reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie all’adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo esperito tutte

– le possibili azioni, comprese quelle svantaggiose per il proprio patrimonio personale,

 tese a recuperare le somme necessarie a estinguere il debito erariale, senza esservi riuscito per ragioni a lui non imputabili e, comunque, indipendenti dalla sua volontà (ex plurimis, Sez. 3, 9 settembre 2015, n. 43599; Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905; Sez. 3, 8 gennaio 2014, n. 15416; Sez. 3, 5 dicembre 2013, n. 5467)

 Ne deriva che l’inadempimento nei termini del debito erariale deve essere considerato il frutto di una scelta strategica imprenditoriale pienamente ascrivibile all’imputato.

effetto preclusivo della

domanda di concordato,

precedente alla scadenza del termine per il pagamento del debito Iva per il 2011, deve ricordarsi che non assume rilevanza, nè sul piano dell’elemento soggettivo, nè su quello della esigibilità della condotta, la mera presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, la quale non impedisce il pagamento dei debiti tributari che vengano a scadere successivamente alla sua presentazione (ex plurimis, Sez. 3, n. 25315 del 12/02/2019; Sez. 3, n. 49795 del 23/05/2018, Rv. 274199 – 01; Sez. 3, n. 12912 del 04/02/2016, Rv. 266708 – 01; Sez. 3, n. 44283 del 14/05/2013, Rv. 257484 – 01).

Altrimenti

Diversamente opinando, si dovrebbe concludere che il soggetto responsabile, con la mera presentazione della domanda di concordato prima della scadenza del termine per il versamento Iva rilevante a fini penali, possa evitare di incorrere in responsabilità penale.

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

Ls Suprema corte ha stabilito che non ricorre un’ipotesi di violazione del principio del “ne bis in idem” (articolo 649 cpp) qualora, a seguito di una condanna per associazione a delinquere, finalizzata alla realizzazione di reati tributari, venga iniziato a carico di un imputato un procedimento per bancarotta fraudolenta patrimoniale, inerente alla distrazione delle risorse della medesima società in cui erano avvenuti gli illeciti fiscali.

Fatti

La Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di prima cura, che – all’esito di giudizio abbreviato – aveva condannato Fasana Giulio e Garzetti Giovanbattista per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale in relazione al fallimento della Euro 2000 srl, dichiarato il 4/7/2001. Secondo la ricostruzione operata in sentenza i due imputati, amministratori di fatto della fallita, distrassero beni sociali per oltre 700 milioni di lire e sottrassero o occultarono le scritture sociali per impedire l’accertamento delle loro malefatte, poste in essere in un contesto associativo rivolto a frodare – essenzialmente – il fisco


Ricorso per cassazione
ì

 uno dei due amministratori si doleva di essere già stato giudicato e condannato, per i medesimi fatti, nell’ambito di un altro procedimento, riguardante il reato di associazione a delinquere finalizzato alla commissione una serie indeterminata di reati finanziari (ex articoli 2, 5 e 8, Dlgs n. 74/2000), attuati mediante la creazione di società (tra cui la srl richiamata) deputate a emettere fatture false e attraverso la creazione e l’occultamento di una contabilità parallela.

Inoltre, sempre nell’ambito del medesimo procedimento connesso, il ricorrente era stato condannato per il reato di cui all’articolo 10 del Dlgs n. 74/2000, per avere, quale amministratore di fatto della detta srl, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occultato in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari; vale a dire, sottolineava il ricorrente, proprio le scritture contabili della stessa srl, al centro della vicenda connessa. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che, ai fini della preclusione connessa al principio “ne bis in idem”, l’identità del fatto sussiste quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (Cass, SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231799-01).

LA CORTE COSTITUZIONALE

Tale impostazione, ha precisato la Corte costituzionale (sentenza n. 200 del 31/5/2016), è senz’altro corretta, a condizione che, nell’applicazione pratica, tutti gli elementi del reato siano assunti nella loro dimensione empirica, sicché anche l’evento non potrà avere rilevanza in termini giuridici, ma assumerà significato soltanto quale modificazione della 3 Corte di Cassazione – copia non ufficiale realtà materiale conseguente all’azione o all’omissione dell’agente.

art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale

 

In questo modo è assicurato il massimo dispiegarsi della funzione di garanzia sottesa all’art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale – e si evita che la valutazione comparativa – cui è chiamato il giudice investito del secondo giudizio – sia influenzata dalle sempre opinabili considerazioni sulla natura dell’interesse tutelato dalle norme incriminatrici, sui beni giuridici offesi, sulla natura giuridica dell’evento, sul ruolo che ha un medesimo elemento all’interno delle fattispecie, sulle implicazioni penalistiche del fatto e su quant’altro concerne i singoli reati. La Corte Costituzionale, poi, manipolando l’art. 649 cod. proc. pen., ha statuito, con la pronuncia sopra menzionata, che “il fatto” è il medesimo anche quando sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale. 1.2. Corollario del principio del ne bis in idem è, per la giurisprudenza di questa Corte, quello della “preclusione processuale”, che vieta allo stesso giudice non solo di condannare, ma anche di giudicare nuovamente la persona per lo stesso fatto. Non può, infatti, essere nuovamente promossa l’azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del medesimo ufficio del P.M., di talché nel procedimento eventualmente duplicato dev’essere disposta l’archiviazione oppure, se l’azione sia stata esercitata, dev’essere rilevata con sentenza la relativa causa di improcedibilità. Questo perché – esercitando l’azione penale – il Pubblico Ministero ha consumato il potere conferitogli dall’ordinamento nel caso specifico (Cass. SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231800-01). 1.3.

 In tema di fallimento determinato da operazioni dolose, non interrompono il nesso di causalità tra l’operazione dolosa e l’evento fallimentare né la preesistenza alla condotta di una causa in sé efficiente verso il dissesto, né il fatto che l’operazione dolosa contestata abbia cagionato anche solo l’aggravamento di un dissesto già in atto.

Fallimento determinato da operazioni dolose e onere della prova. Poiché il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare.

bancarotta fraudolenta impropria da reato societario

bancarotta fraudolenta impropria da reato societario

La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1), che la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero” – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

La medesima Sezione, poi, con la pronuncia n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492, ha ribadito l’affermazione di parziale abrogazione riferita ai reati di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., ritenendo, tuttavia, escluse da tale effetto abrogativo l’esposizione di crediti materialmente falsi, perchè indicati con un valore difforme dal dato reale o perchè descritti come certi, laddove, invece, essi avevano natura solo potenziale, in quanto oggetto di contenzioso.

D’altra parte, la stessa sentenza Crespi aveva escluso dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perchè originati da contratti fittizi, nonchè l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, così come l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti; ciò in quanto trattasi di ipotesi, tutte, riferibili a condotte sussumibili nella categoria dei falsi materiali e non già di quelli cd. “valutativi”.

  1. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’art. 2638c.c.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione “fatti materiali non rispondenti al vero”) appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo art. 2638, così manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti (“fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero”). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura più restrittiva della portata della norma incriminatrice.

D’altra parte, si osserva che la recente modifica della fattispecie omissiva dell’art. 2621 c.c., rende manifesta la volontà del legislatore di circoscrivere l’area del penalmente perseguibile alle sole condotte non integranti “falsi valutativi”. E ciò si deduce, secondo le ricordate sentenze, anche dal fatto che il nuovo testo non fa più riferimento ad “informazioni”, come nel previgente articolato (che recava: “ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge”), ma, ancora una volta, a “fatti materiali rilevanti”, la cui comunicazione è imposta dalla legge e la cui omissione determina la punibilità della condotta. Dunque:

l’espunzione delle “valutazioni” dalla disposizione normativa non può non essere priva di significato, anche – e soprattutto perchè la valutazione è connaturata al concetto di informazione, termine quest’ultimo che, non a caso, è stato espressamente sostituito nella nuova formulazione normativa.

Invero l’incidente probatorio altro non è che una “anticipazione” del momento dibattimentale. Esso dunque si svolge con i tempi, le modalità, le cadenze e le procedure del dibattimento, assicurando il contraddittorio tra le parti e mirando alla raccolta di vere e proprie prove. Tanto ciò è vero che gli atti che tale fase procedimentale riflettono confluiscono, ai sensi dell’art. 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento. E’ allora evidente che l’assunzione della perizia in incidente probatorio deve avvenire con le modalità ex art. 392 c.p.p., comma 1, lett. f), art. 220 c.p.p. e ss., con la conseguenza che non vi è alcuna ragione di esaminare – nuovamente – il perito in dibattimento prima di acquisire il suo elaborato, il quale è già stato acquisito. Invero il predente giurisprudenziale segnalato dal ricorrente (Sez. 6, n. 40971 del 26/09/2008, Camber) non è affatto pertinente; va viceversa fatto riferimento a Sez. 4, 04/04/1997, Minestrina, Rv 207483, esattamente in termini, in base alla quale, in tema di incidente probatorio, quantunque l’art. 401 c.p.p., comma 5, richiami le forme di assunzione delle prove stabilite per il dibattimento, non può ritenersi applicabile l’art. 511 c.p.p., comma 3, all’udienza del procedimento incidentale probatorio. Ciò in quanto di “lettura di atti” ex art. 511 c.p.p., ha senso parlare solo per le attività svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalità attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi in contraddittorio tra le parti (nella fattispecie la Corte ha respinto l’assunto difensivo secondo cui è inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di mancato preliminare esame orale dei periti, giusta la disposizione dell’art. 511 c.p.p., comma 3).

  1. Conclusivamente il ricorso dello I. va rigettato, in quanto complessivamente infondato.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente –

Dott. FIALE Aldo – Consigliere –

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere –

Dott. BIANCHI Luisa – Consigliere –

Dott. FUMO Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere –

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

  1. P.M., nato a (OMISSIS);
  2. I.E., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/03/2014 della Corte di appello dell’Aquila;

visti gli atti, la sentenza impugnata e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal componente Maurizio Fumo;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. STABILE Carmine, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;

uditi i difensori del ricorrente I., avv.ti Cristiana Valentini e Massimo Manieri, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di appello dell’Aquila, con sentenza in data 24 marzo 2014, ha parzialmente riformato la pronunzia di primo grado nei confronti di P.M. ed I.E., imputati entrambi di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale e, il solo P., di bancarotta da reato societario, per i quali le pene sono state rideterminate in melius.

1.1. Il giudice di primo grado aveva dichiarato i predetti colpevoli dei reati rispettivamente loro ascritti ai capi A ( P.:

artt. 216, primo comma, nn. 1 e 2, 219, primo comma e secondo comma, n. 1, 223 l. fall), B ( P.: L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1, con riferimento all’art. 2621 c.c.); C ( I.: L. Fall.art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2L. Fall., art. 223) e D (entrambi: L. Fall. art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2, art. 223).

1.2. La vicenda riguarda il fallimento della s.p.a. L’Aquila Calcio, dichiarato con sentenza del (OMISSIS).

Secondo quanto si legge in sentenza, P., nella sua qualità di amministratore della società L’Aquila Calcio, dal 12 aprile 1999 al 30 gennaio 2004, e I., quale amministratore di fatto dal luglio 2003, distraevano somme di denaro, sia prelevandole direttamente (invero alcuni prelevamenti di cassa – si assume – non avevano giustificazione), sia emettendo sine titulo assegni della s.p.a., sia incassando assegni destinati alla società, ma non lasciando traccia del relativo importo nelle scritture contabili (utilizzando la somma per scopi estranei a quelli aziendali), sia appostando in bilancio falsi esborsi. E invero il Tribunale aquilano, prima, e la Corte di appello, poi, hanno evidenziato, tra l’altro (con particolare riferimento alla posizione di P.), la falsità di una fattura, apparentemente emessa dalla società Alcatraz per la copertura del manto erboso del campo di calcio.

Secondo i giudici di merito, si era trattato di una prestazione inesistente. Inoltre, non veniva annotato in contabilità il rilevante importo di Euro 327.775, per altro da considerare come contropartita di spese, a loro volta, non documentate. Vi erano poi stati bonifici a favore della ditta Elledi per servizi eseguiti non per conto della fallita, bonifici effettuati in realtà per estinguere debiti personali del P..

Sempre il P., poi, si legge in sentenza, poneva in essere false comunicazioni sociali, in modo da ingannare i destinatari delle stesse (e al fine di conseguire l’ingiusto profitto pari alle consumate distrazioni), cagionando oltretutto, in tal modo, il dissesto della società, conseguenza diretta – dunque della condotta falsificatoria (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1, e art. 2621 c.c.), consistita: a) nel riportare, tra i costi di produzione del bilancio 2003, voci fittizie, per un importo di Euro 513.675,62; b) nell’informare il pubblico dell’avvenuta ricostituzione del capitale sociale della società L’Aquila Calcio contrariamente al vero – per l’importo di Euro 1.217.675,00, ricostituzione, in realtà, mai avvenuta per tale entità, dal momento che venivano fittiziamente indicate come ricomprese in tale “operazione” anche somme già indicate quali “anticipazioni soci” negli anni 2001, 2002 e 2003, per un ammontare complessivo di Euro 288.217,2.

1.3. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli anche di bancarotta fraudolenta documentale, poichè tenevano le scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione del movimento degli affari, annotando crediti inesistenti, facendo risultare fittizie operazioni di anticipazioni soci, omettendo di annotare introiti ed altro. Invero, si legge nella sentenza di primo grado, confermata sul punto, in appello, che venivano sistematicamente annotati, a far tempo dal bilancio 2001, crediti inesistenti; altre false annotazioni venivano effettuate per mascherare singole condotte distrattive di prelevamento di somme di denaro.

  1. I. e P. ricorrono per cassazione avverso la sentenza d’appello.
  2. Gli avvocati Massimo Manieri e Cristiana Valentini, nell’interesse dello I., articolano quattro motivi.

3.1. Censurano, innanzitutto, la mancata assunzione di prove decisive. Invero il Tribunale aveva, a suo tempo, ammesso l’esame di tutti gli imputati, ma non vi aveva poi proceduto. Gli altri coimputati, a vario titolo prosciolti, dovevano essere considerati “testimoni puri” e il contributo di conoscenza che avrebbero potuto offrire per la ricostruzione della complessa vicenda processuale non avrebbe dovuto essere ignorato. Viene anche denunciato vizio di motivazione della sentenza di secondo grado, la quale non fornisce risposta adeguata, poichè si limita a rilevare che gli imputati erano rimasti contumaci. Ma tale circostanza non precludeva la possibilità che gli stessi fossero citati in giudizio per rendere o negare il consenso all’esame dibattimentale. Ai sensi dell’art. 603 c.p.p., la invocata decisione della Corte territoriale avrebbe dovuto essere considerata propedeutica alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

3.2. Con il secondo motivo, si deduce travisamento degli atti e mancanza di motivazione, essendo state erroneamente valutate le dichiarazioni della teste F.; da tali dichiarazioni non poteva certo dedursi il ruolo di amministratore di fatto in capo allo I.. Peraltro, anche i contributi provenienti dagli altri testi sarebbero stati non correttamente interpretati dai giudici del merito, come risulta evidente dal raffronto del testo della decisione impugnata con i verbali della istruzione dibattimentale. Invero, il solo testimone B. ebbe a dichiarare di essere stato assunto direttamente da I., come medico sociale della squadra di calcio.

3.3. Con il terzo motivo, si assume che la condotta attribuita allo I. non sarebbe comunque integrativa degli estremi della figura dell’amministratore di fatto. I difensori fanno, in particolare, riferimento: a) a quanto la Corte distrettuale crede di poter desumere dal verbale assembleare del 31 ottobre 2003 (in cui si dava atto dell’intervenuto passaggio delle quote sociali dal P. allo I. e della sua attività di controllo del bilancio), atteso che la prima circostanza è del tutto neutra e la seconda è pienamente giustificata dall’interesse del futuro acquirente circa le reali condizioni della società della quale si accingeva ad acquisire quote; b) al fatto che, da un certo momento in poi, lo stesso fosse apostrofato dai dipendenti come “presidente” della società e che tale qualifica apparisse anche sul sito internet della stessa, atteso che è noto che, in determinati contesti socio-culturali, si abbonda nell’attribuire titoli onorifici e si indulge nelle iperboli encomiastiche; c) alla sottoscrizione da parte sua di un importante contratto di sponsorizzazione per la società sportiva, quasi che solo il presidente o il dominus della compagine possano attivarsi in tal senso.

In sintesi: tali emergenze non sarebbero per nulla significative di attività di gestione da parte del ricorrente.

3.4. Con il quarto motivo, si denunzia l’inutilizzabilità, ovvero la nullità, della perizia contabile, acquisita al fascicolo del dibattimento, poichè tale acquisizione non era stata preceduta dal necessario esame del perito, nonostante quest’ultimo fosse stato ascoltato in sede di incidente probatorio.

3.5. In data 15 febbraio 2016 è stata depositata dalla difesa di I. uno scritto intestato “motivi nuovi”, con il quale si ribadisce l’asserito “completo travisamento” delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, soprattutto nella valutazione della prova testimoniale a carico del ricorrente, segnalando ulteriormente alcune incongruenze tra quanto risultante dai verbali di udienza e quanto desunto dalla sentenza d’appello circa il ruolo di amministratore di fatto di I.. Invero, i testi M., R. e Ia. ebbero a chiarire di essere stati assunti ben prima che il ricorrente entrasse in contatto con la squadra di calcio. Il solo B., come premesso, ha affermato di essere stato assunto dallo I., precisando tuttavia che ciò era avvenuto in quanto l’imputato era in procinto di acquistare la società.

  1. Nell’interesse del P. sono stati proposti due ricorsi.

4.1. L’avvocato Antonio Valentini deduce un unico motivo, con il quale sostiene, da un lato, che la sentenza impugnata non avrebbe adeguatamente considerato che il ricorrente aveva lasciato la gestione della società oltre un anno prima della dichiarazione di fallimento, di talchè non gli si poteva addebitare alcun fatto di bancarotta fraudolenta; dall’altro, che il giudice di appello avrebbe operato una erronea valutazione della sussistenza dell’elemento psicologico, mancando l’indicazione della consapevolezza che il fatto distrattivo fosse commesso in danno dei creditori.

4.2. L’avvocato Fabrizio Giancarli, a sua volta, deduce violazione di legge processuale per quel che riguarda le notifiche del decreto di citazione in appello e dell’estratto contumaciale della sentenza di secondo grado, evidenziando, che il ricorrente aveva, in un primo tempo, eletto domicilio presso il proprio difensore di fiducia, per poi – subito dopo la condanna ad opera della sentenza di primo grado – revocare detta elezione. Tuttavia le notifiche sopra indicate erano state erroneamente eseguite presso il primo domicilio, e cioè presso lo studio dell’avv. Giancarli. Ciò ha determinato, secondo il ricorrente, nullità assoluta ed insanabile.

  1. I ricorsi sono stati assegnati ratione materiae alla Quinta Sezione penale, la quale, all’udienza del 2 marzo 2016, ha rilevato che, tra i reati per i quali è intervenuta condanna del P. e in relazione ai quali è stato proposto ricorso, vi è anche quello previsto e punito dal combinato disposto della L. Fall.art. 223, comma 2, e art. 2621 c.c., (capo B della imputazione), sulla cui eventuale, sopravvenuta, parziale abrogazione è di recente sorto un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimità.

Per tale ragione, con ordinanza depositata in data 4 marzo 2016, la Quinta Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione in ordine al seguente quesito:

“Se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica con cui la L. 27 maggio 2015, n. 69art. 9, che ha eliminato, nell’art. 2621 c.c., l’inciso ancorchè oggetto di valutazioni, abbia determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie, ovvero se tale effetto non si sia verificato”.

5.1. L’ordinanza passa in rassegna gli arresti giurisprudenziali contrapposti, che hanno dato luogo al contrasto (peraltro interno alla medesima Quinta Sezione e concentrato nei primi mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo testo normativo). Da un lato, si pongono le sentenze n. 33774 del 16/06/2015, ric. Crespi, Rv. 264868 e n. 6916 del 08/01/2016, ric. Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv.

265492; dall’altro, la sentenza n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, ric. Giovagnoli, Rv. 265491.

Secondo le prime due pronunzie, che sottolineano la incidenza del dato letterale, la significativa eliminazione dell’inciso predetto ha determinato l’abrogazione parziale del reato di falso in bilancio con riferimento ai così detti falsi “valutativi” (o “estimativi”). Si sarebbe dunque verificata una vera e propria successione di leggi penali con effetto abrogativo e l’esplicito riferimento ai “fatti materiali” contenuto nell’art. 2621 cod. civ. starebbe ulteriormente a provare che il legislatore ha voluto escludere dal perimetro della repressione penale le attestazioni conseguenti a processi intellettuali di carattere, appunto, valutativo.

Secondo la sentenza Giovagnoli (che, temporalmente, si interpone tra le due sopra citate e che predilige un criterio ermeneutico di tipo storico-sistematico), la soppressione dell’inciso deve ritenersi priva di conseguenze, atteso che esso era, già nelle precedenti “versioni” della norma incriminatrice, da considerare non essenziale, in quanto semplicemente atto a meglio descrivere e specificare ad abundantiam la condotta di reato.

5.2. L’ordinanza in questione, che si interroga anche sugli effettivi confini concettuali del “falso valutativo”, ribadisce, infine, che le anomalie di bilancio, attraverso le quali – secondo la ipotesi di accusa, condivisa dai giudici del merito – si è consentito alla società fallita di evitare l’adozione delle necessarie deliberazioni di messa in liquidazione e scioglimento, coinvolgono inevitabilmente la questione dell’interpretazione del nuovo dettato dell’art. 2621 c.c., in quanto, se si aderisse al primo orientamento giurisprudenziale, dovrebbe rilevarsi, immediatamente, da parte della Corte di cassazione, una causa di esclusione del reato, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., destinata ad emergere – in ogni caso – in sede di esecuzione ex art. 673 c.p.p..

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 4 marzo 2016, ha assegnato i ricorsi alle Sezioni Unite, destinando per la trattazione la odierna udienza.
  2. Risulta depositata successivamente al predetto provvedimento, in data 30 marzo 2016, altra sentenza della Quinta Sezione penale (n. 12793, ric. Beccari e altri, deliberata il 2 marzo scorso), che riprende e approfondisce il percorso argomentativo della sentenza Giovagnoli.
  3. Il Procuratore generale ha fatto pervenire memoria scritta, con la quale, argomentando articolatamente, conclude per il rigetto dei ricorsi.
  4. E’ stata irritualmente presentata dai difensori di I. ulteriore memoria difensiva, datata 31 marzo 2016 e quindi intempestiva.

Motivi della decisione

  1. Appare necessario, ancor prima di esaminare le censure specificamente proposte con i ricorsi del P. e dello I., affrontare il quesito per il quale i ricorsi stessi sono stati rimessi alle Sezioni Unite penali della Corte di cassazione.

Invero, pur se il delitto di bancarotta da reato societario non è stato oggetto di specifiche censure da parte dei difensori del P., non di meno, come correttamente si osserva nell’ordinanza di rimessione, l’accertamento della eventuale, parziale eliminazione della rilevanza penale del così detto falso valutativo nell’ambito della fattispecie criminosa di cui all’art. 2621 cod. civ., comporterebbe, quale conseguenza della abolitio criminis, la immediata declaratoria di annullamento senza rinvio in parte qua, senza possibilità di ulteriori approfondimenti.

1.2. Il quesito, dunque, ben può essere sintetizzato come segue:

“se, in tema di false comunicazioni sociali, abbia ancora rilievo il falso valutativo”.

Si tratta di chiarire se la modifica con cui la L. 27 maggio 2015, n. 69art. 9, che ha eliminato, nell’art. 2621 c.c., e nell’art. 2622 c.c., (limitatamente alla ipotesi commissiva), l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”, abbia determinato, o non, un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie.

  1. Allo scopo, è indispensabile, innanzitutto, richiamare i termini in cui il contrasto si è manifestato.
  2. La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1), che la nuova formulazione degli artt. 26212622c.c., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero” – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

La medesima Sezione, poi, con la pronuncia n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492, ha ribadito l’affermazione di parziale abrogazione riferita ai reati di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., ritenendo, tuttavia, escluse da tale effetto abrogativo l’esposizione di crediti materialmente falsi, perchè indicati con un valore difforme dal dato reale o perchè descritti come certi, laddove, invece, essi avevano natura solo potenziale, in quanto oggetto di contenzioso.

D’altra parte, la stessa sentenza Crespi aveva escluso dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perchè originati da contratti fittizi, nonchè l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, così come l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti; ciò in quanto trattasi di ipotesi, tutte, riferibili a condotte sussumibili nella categoria dei falsi materiali e non già di quelli cd. “valutativi”.

  1. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’art. 2638c.c.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione “fatti materiali non rispondenti al vero”) appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo art. 2638, così manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti (“fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero”). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura più restrittiva della portata della norma incriminatrice.

D’altra parte, si osserva che la recente modifica della fattispecie omissiva dell’art. 2621 c.c., rende manifesta la volontà del legislatore di circoscrivere l’area del penalmente perseguibile alle sole condotte non integranti “falsi valutativi”. E ciò si deduce, secondo le ricordate sentenze, anche dal fatto che il nuovo testo non fa più riferimento ad “informazioni”, come nel previgente articolato (che recava: “ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge”), ma, ancora una volta, a “fatti materiali rilevanti”, la cui comunicazione è imposta dalla legge e la cui omissione determina la punibilità della condotta. Dunque:

l’espunzione delle “valutazioni” dalla disposizione normativa non può non essere priva di significato, anche – e soprattutto perchè la valutazione è connaturata al concetto di informazione, termine quest’ultimo che, non a caso, è stato espressamente sostituito nella nuova formulazione normativa.

4.1. Peraltro, secondo la tesi “abrogazionista”, ulteriore elemento indicativo, utilizzabile quale canone ermeneutico deriverebbe dalla “parallela” lettura della normativa in tema di frode fiscale (L. n. 516 del 1982, art. 4, lett. t), e succ. L. n. 154 del 1991), nella quale l’inserimento della espressione “fatti materiali” rispondeva all’intento – pacificamente ammesso – di evitare conseguenze penali derivanti da “valutazioni”; e ciò in ragione della possibilità di errore o di interpretazioni opinabili, in conseguenza della complessità della normativa tributaria.

In particolare, poi, nella sentenza n. 6916 del 2016 si osserva che l’aggettivo “materiali”, riferito ai “fatti non rispondenti al vero”, oggetto delle false comunicazioni sociali, non va inteso semplicemente come antitetico al termine “immateriali”, in quanto, in realtà, esso sottintende un’accezione riconducibile alla stretta oggettività dei fatti, vale a dire ad un dato che, in quanto tale, è estraneo ai risultati valutativi. Si argomenta: il legislatore ha indicato i fatti penalmente rilevanti utilizzando l’espressione “fatti materiali rilevanti”. Dunque: “materialità” e “rilevanza” dei fatti, a meno di non voler ritenere la precisazione normativa del tutto superflua, devono necessariamente stare a significare concetti distinti e non impropri sinonimi.

4.2. Conclusivamente si sostiene nella pronunzia da ultimo indicata che la soppressione dell’inciso più volte ricordato “ha ridotto l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che attingono fatti economici materiali, escludendone quelle prodotte da valutazioni, pur se moventi da dati oggettivi”.

  1. Tra le due sentenze sopra citate (n. 33774 del 2015, Crespi e n. 6916 del 2016, Banca Alto Adige) si colloca la pronunzia di segno contrario, sempre della Quinta Sezione, n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, Giovagnoli, Rv. 265491, secondo la quale, viceversa, vi è piena sovrapponibilità, quanto alle condotte punibili, tra il testo della disposizione di cui all’art. 2621c.c., nella sua formulazione antecedente alla novella del 2015, e quello successivo. Si sostiene che il falso “valutativo” è tuttora penalmente rilevante, nonostante la L. n. 69 del 2015, abbia eliminato dal testo della disposizione l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”. Invero l’esclusivo riferimento ai “fatti materiali”, oggetto di falsa rappresentazione, non ha avuto l’effetto di escludere dal perimetro della repressione penale gli enunciati valutativi, i quali, viceversa, ben possono esser definiti falsi, quando si pongano in contrasto con criteri di valutazione normativamente determinati, ovvero tecnicamente indiscussi.

5.1. Secondo l’assunto di tale sentenza, la precedente fisionomia della fattispecie delle false comunicazioni sociali ha subito un complessivo e significativo riordino; invero, a fronte delle due distinte, precedenti ipotesi (la prima, prevista dall’originario art. 2621 cod. civ., in termini di reato contravvenzionale; la seconda come delitto di danno), sono state configurate distinte tipologie di reato, a seconda che si tratti di società non quotate (odierno art. 2621 c.c.) o quotate (odierno art. 2622 c.c.). Si tratta, in entrambi i casi, di delitti di pericolo, connotati da dolo specifico e punibili di ufficio.

Si fa poi menzione della introduzione di due nuovi articoli, e cioè gli artt. 2621 bis e 2621 ter c.c.. L’art. 2621 bis, prevede, al comma 1, una pena ridotta (reclusione da sei mesi a tre anni), nel caso in cui i fatti di cui all’art. 2621, siano di lieve entità, “tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta”; il medesimo regime sanzionatorio è previsto dal comma 2, per i fatti di cui allo stesso art. 2621 c.c. – salvo che costituiscano più grave reato – se riguardanti società che non superino i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267art. 1, comma 2, stabilendo che, in ipotesi siffatta, la procedibilità è a querela da parte della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale. L’art. 2621 ter, stabilisce, invece, la non punibilità, ex art. 131 bis c.p., per particolare tenuità del fatto, qualora il giudice valuti “in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli artt. 2621 e 2621 bis”.

5.2. Dopo un sintetico excursus storico, la sentenza Giovagnoli, in un’ottica “prospettica” della volontà della legge (eventualmente non coincidente con la intenzione del legislatore), affronta il problema in chiave strettamente sistematica, muovendo, comunque, dal canone ermeneutico di riferimento, individuato nell’art. 12 “preleggi”. Al proposito, si afferma che l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” si sostanzia in una proposizione di natura tipicamente concessiva, introdotta da congiunzione “ancorchè”, notoriamente equivalente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benchè”, “quantunque”, “anche se” ecc.). Le si attribuisce, conseguentemente, finalità “ancillare”, con funzione esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale. In altre parole, si sostiene che il legislatore dell’epoca volle semplicemente significare che, nei “fatti materiali” oggetto di esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, erano (sono) da intendersi ricompresi anche quelli “oggetto di valutazione”.

Si tratterebbe, dunque, di una mera specificazione/chiarificazione, la cui soppressione lascerebbe intatta la portata della norma incriminatrice.

5.3. D’altra parte, si sostiene nella sentenza in questione, “materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio sono semplicemente connotazioni gemelle ed esprimono l’esigenza della corretta informazione cui è tenuto il redattore. I termini predetti non andrebbero assunti nella loro accezione comune, in quanto si tratta di espressioni del linguaggio contabile, derivanti dalla terminologia anglosassone (in un’ottica di adeguamento, anche lessicale, alla normativa Europea e sovrannazionale in genere).

“Materialità”, pertanto, altro non vuol significare che essenzialità, nel senso che, nella redazione del bilancio, devono essere riportati (e valutati) solo dati informativi essenziali, cioè significativi ai fini dell’informazione: quelli utili e necessari per garantire la “rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società e del risultato economico di esercizio” (art. 2423 c.c.).

“Rilevanza”, a sua volta, è concetto relativo (di origine comunitaria: cfr. art. 2, punto 16, della Direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, direttiva recepita nel nostro ordinamento con decreto legislativo 14/08/2015, n. 136, entrato in vigore il 16/09/2015), in quanto essa deve essere apprezzata in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali, dirette ai soci ed al pubblico. Vale a dire che l’informazione, per essere giudicata corretta, non deve essere tale da influenzare, in modo distorto, le decisioni dei destinatari, non deve, cioè, essere ingannevole e fuorviante. Dunque, l’informazione è rilevante “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell’impresa”, con la precisazione che “la rilevanza delle singole voci è giudicata nel contesto di altre voci analoghe”.

5.4. D’altronde, la L. 27 maggio 2015, n. 69, recante “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”, si iscrive nell’ambito di una “strategia anticorruzione”, atteso che proprio il falso in bilancio viene considerato come un “reato-spia” dei fenomeni corruttivi. Invero, attraverso l’appostazione contabile di false fatturazioni vengono costituiti i cc.dd. “fondi neri”, che ben possono essere destinati al pagamento di tangenti o alla consumazione di altre attività contra legem. Escludere dal novero dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività, preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione.

5.5. Quanto al fatto che l’inciso più volte ricordato (“ancorchè oggetto di valutazione”) sia stato conservato nel corpo dell’art. 2638 c.c., mentre è stato eliminato dall’art. 2621, la sentenza n. 890 del 2016 contesta in radice la lettura proposta dalle sentenze nn. 33774/2015 e 6916/2016 (ubi voluit dixit), trattandosi di due fattispecie (artt. 2621 e 2638) non comparabili per natura ed obiettività giuridica e per le finalità, non omologhe, che perseguono. A voler seguire l’opposta tesi, si profilerebbe una opzione interpretativa probabilmente incostituzionale, in quanto la redazione del medesimo bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se il documento è diretto ai soci ed al pubblico e sarebbe, viceversa, penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.

  1. Come premesso, dopo il decreto del Primo Presidente, che assegnava il ricorso alle Sezioni Unite e prima della odierna udienza, è stata depositata il 30 marzo 2016 altra sentenza, deliberata dalla Quinta Sezione in data 2 marzo (ricorrenti: Beccari e altri), che si allinea con la pronunzia Giovagnoli, ulteriormente argomentando sul punto.

Dopo aver riassunto i termini della questione e dopo aver ricordato le contrapposte pronunzie, la sentenza prende posizione nel senso della permanente rilevanza penale del falso valutativo, osservando che “negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante valutazioni significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sè necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 c.c.”. Viene tuttavia precisato che non qualsiasi difformità dal modello legale di bilancio determina – quasi si tratti di un meccanismo automatico – la falsità del bilancio stesso. Si deve, viceversa, fare riferimento alla idoneità del dato falsamente esposto ad indurre concretamente in errore il lettore del documento “in una dimensione di significativa valorizzazione della qualità del falso”. In ciò, d’altra parte, e non in altro, consisterebbe quel requisito della “rilevanza” preteso dal legislatore del 2015.

6.1. Quanto all’aggettivazione “materiali” (riferita a “fatti”), la sentenza de qua concorda con quanto sostenuto nella sentenza Giovagnoli, sostenendo che si tratta di espressione priva di un reale valore innovativo e atta ad “escludere dalla sfera della punibilità le sole opinioni di natura soggettiva, i pronostici, le previsioni, i progetti, le dichiarazioni di intenti ecc.”.

6.2. Non significativa, viceversa, per la questione in discussione appare altra sentenza della Quinta Sezione (n. 37570 del 08/07/2015, Fiorini, Rv. 265020), la quale, pur affermando la sussistenza di un rapporto di continuità normativa della nuova fattispecie di cui all’art. 2622 c.c., con quella previgente (e la conseguente successione di leggi penali ai sensi dell’art. 2 c.p.), fa riferimento alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale e, dunque, a una ipotesi di falso omissivo certamente non valutativo, ma consistente in una vera e propria preterizione della annotazione di una voce di bilancio.

  1. Allo scopo di affrontare – con la doverosa sistematicità – la problematica sottoposta all’esame delle Sezioni Unite, è necessario procedere ad una, sia pur sintetica, ricognizione della stratificazione normativa che, nel corso degli anni, ha connotato la fattispecie del falso in bilancio, concentrando, innanzitutto, l’attenzione sull’adozione della formula verbale utilizzata per descrivere l’oggetto della condotta di falsificazione.

7.1. Nel codice di commercio del 1882 (Zanardelli) era utilizzata l’espressione “fatti falsi”; il legislatore del 1942 preferì indicare la falsità con una litote (“fatti non rispondenti al vero”), espressione rimasta in vigore sino al 2002, quando, con il D.Lgs. n. 61 del 2002, fu sostituita da “fatti materiali non rispondenti al vero, ancorchè oggetto di valutazioni” (adottata, come si è visto, anche nella formulazione del delitto di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, di cui all’art. 2638 c.c.); infine, la L. n. 69 del 2015, ha preferito “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed aggiungendo l’aggettivo “rilevanti” al sintagma “fatti materiali”. La legge da ultimo evocata ha anche eliminato il riferimento alla omissione di “informazioni” la cui comunicazione sia imposta per legge, espressione sostituita, a sua volta, dalla previsione della omissione della comunicazione (ancora una volta) di “fatti materiali” sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria, quando tale comunicazione sia dovuta per legge.

7.2. Per altro, finalità dichiarata di tale ultimo intervento legislativo è stata quella di ripristinare una significativa risposta sanzionatoria ai fatti di falsità in bilancio, ritenendosi non adeguato l’assetto repressivo introdotto dal D.Lgs. n. 61 del 2002, connotato dalla introduzione, accanto alla ipotesi delittuosa (art. 2622), di una figura contravvenzionale (art. 2621 c.c., nella precedente versione, con conseguente, considerevole, abbreviazione del termine di prescrizione), dalla procedibilità a querela (prevista, nell’ipotesi delittuosa, in relazione alle società non quotate, ai sensi dell’art. 2622, comma 1), oltre che da scelte tecniche quantomeno innovative, quali il sistema delle “soglie di rilevanza”, scandite da precisi riferimenti percentuali, al di sotto delle quali la falsità realizzata diveniva, per previsione legislativa, “quantità trascurabile”.

7.3. Ebbene, la riforma introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha perseguito il dichiarato fine di tendere al ripristino della “trasparenza societaria”, eliminando la precedente bipartizione tra contravvenzione di pericolo (art. 2621, nella versione precedente) e delitto di danno (art. 2622) e sostituendola con la previsione di una fattispecie “generale” delittuosa (di pericolo) per le società non quotate (art. 2621), e con la introduzione di una ipotesi “speciale” (sempre delittuosa), concernente le false comunicazioni sociali delle società quotate, punita più severamente (art. 2622 c.c.).

Vengono poi previsti un’ipotesi “minore” ed un caso di irrilevanza penale (artt. 2621 bis e 2621 ter c.c.).

Risultano così significativamente rideterminati tanto la condotta punibile, quanto l’elemento psicologico che deve sostenerla; viene poi ripristinata la procedibilità d’ufficio (salvo che per le falsità minori, realizzate in seno a “società che non superano i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267art. 1, comma 2″, che, ai sensi dell’art. 2621 bis c.c., comma 2, rimangono procedibili a querela). Sono state inoltre eliminate le “soglie di rilevanza” ed è stata, infine, inasprita la risposta sanzionatoria (con conseguente applicabilità di misure cautelari – coercitive ed interdittive – ed adottabilità di mezzi di ricerca della prova particolarmente penetranti, quali le intercettazioni telefoniche e ambientali).

7.4. All’esito del ricordato intervento riformatore, la condotta, pertanto, risulta essere quella di colui (amministratore, direttore generale, dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, sindaco o liquidatore) il quale, “nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge”, espone “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, ovvero omette “fatti materiali rilevanti, la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

In particolare, è da notare che i “fatti materiali” (senza ulteriore specificazione) costituiscono l’oggetto della sola condotta (commissiva) di esposizione, contemplata dall’art. 2622 c.c.;

viceversa, i fatti materiali “rilevanti” costituiscono l’oggetto tipico dell’omessa esposizione nel medesimo art. 2622 c.c., e rappresentano anche l’oggetto della condotta tipica – sia nella forma commissiva, sia nella forma omissiva – nell’art. 2621 c.c..

Scomparse le ipotesi contravvenzionali, il delitto di cui all’art. 2622 c.c., (relativo alle società che emettono strumenti finanziari ammessi alla negoziazione nel mercato regolamentato italiano o di altro paese aderente alla Unione Europea), punito con pena ben più elevata rispetto al passato (così come il reato-base ex art. 2621), si è trasformato da fattispecie di danno in fattispecie di pericolo, e come reato di pericolo è stata plasmata la fattispecie ex art. 2621 c.c.. Ciò non toglie, ovviamente, che la alterazione del bilancio ben possa causare anche un immediato danno (si pensi ad esempio al dettato dell’art. 2433 c.c., per il quale, come è noto, non possono essere pagati dividendi se non per utili realmente conseguiti). Sono poi state abolite le soglie di punibilità, ma è stato introdotto il requisito della “rilevanza” della alterazione di bilancio. Per quel che riguarda l’elemento soggettivo, l’avverbio “consapevolmente” precisa e delimita ulteriormente il dolo, che si atteggia certamente come diretto. Sul versante processuale, l’aumento della pena edittale comporta la possibilità di far ricorso a più incisivi e penetranti mezzi di ricerca della prova (in pratica, alle intercettazioni).

Può allora dirsi che ratio della norma è – riconoscibilmente – la tutela tanto della veridicità, quanto della completezza (che, d’altronde, della veridicità costituisce un presupposto) dell’informazione societaria, sempre avendo come referente finale le potenziali ripercussioni negative delle falsità sulle sfere patrimoniali della società, dei soci, dei creditori e del pubblico.

  1. Come si è visto, le quattro sentenze sopra illustrate (nn. 33774/2015, Crespi; 890/2015, dep. 2016, Giovagnoli; 6916/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige; 12793/2016, Beccari) concentrano la loro attenzione, innanzitutto, sul dato letterale della norma, operando, in particolare, un’analisi comparativa tra il testo attualmente vigente (dopo la modifica operata dalla legge 69/2015) e quello immediatamente precedente. Grande rilievo viene attribuito alla soppressione dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”, nonchè alla sostituzione, con riferimento alla condotta omissiva, del termine “informazioni”.

Al proposito, va subito detto che eccessiva appare l’enfatizzazione di tale strumento ermeneutico, atteso che l’interpretazione letterale altro non è che un (indispensabile) “passaggio” funzionale verso la completa ed esaustiva intelligenza del comando legislativo. E invero, è certamente corretto l’assunto per il quale, in base all’art. 12 “preleggi”, “nell’applicare la legge, non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole, secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore”; tuttavia non può certo negarsi che proprio l’intenzione del legislatore deve essere “estratta” dall’involucro verbale (“le parole”), attraverso il quale essa è resa nota ai destinatari e all’interprete. Che poi detta intenzione non si identifichi con quella dell’Organo o dell’Ufficio che ha predisposto il testo, ma vada ricercata nella volontà statuale, finalisticamente intesa (come correttamente sostiene la sentenza Giovagnoli) è fuor di dubbio.

8.1. Quando, come nel caso in esame, un nuovo testo normativo prende il posto di uno precedente, operando, non un’aggiunta o una sostituzione di un’espressione verbale ad un’altra, ma una mera soppressione di una frase (peraltro, sintatticamente subordinata), è di tutta evidenza che uno sforzo ermeneutico che si arrestasse, appunto, all’involucro verbale e si risolvesse in un’analisi lessicale non potrebbe dare risultati soddisfacenti. E invero, poichè sarebbe paradossale chiedersi quale sia il significato proprio di parole soppresse, non resta che interrogarsi sul significato della frase come risulta dopo la soppressione. Nessuna norma può essere presa in considerazione isolatamente, ma va valutata come componente di un “insieme”, tendenzialmente unitario e le cui “parti” siano reciprocamente coerenti.

8.2 Se dunque, per una corretta interpretazione delle norme, non è sufficiente verba earum tenere, sed vim ac potestatem, allora appare necessario, concentrandosi sul caso in scrutinio, soffermarsi, principalmente, a riflettere, da un lato, sul complessivo impianto dell’assetto societario come tracciato nel codice civile (e in parte ridisegnato dalla L. n. 69 del 2015), in una visione logico- sistematica della materia, dall’altro, sulle conseguenze derivanti dall’una o dall’altra interpretazione, non essendo dubbio che la valutazione di tali conseguenze costituisce una sorta di controprova della (correttezza della) necessaria interpretazione teleologica.

  1. Orbene, in ragione di quanto sopra premesso, sembra opportuno, anzichè partire dalla esegesi testuale (e comparativa) degli articolati normativi che si sono succeduti nel tempo, affrontare il problema, innanzitutto, sotto l’aspetto sistematico, vale a dire in una visione – organica e tendenzialmente unitaria e coerente – dell’intera materia societaria in tema di bilancio e del sottosistema delle norme penali poste a tutela della corretta redazione del predetto documento, partendo dal presupposto – non contestabile – che l’oggetto della tutela penale è da individuarsi nella “trasparenza societaria”.

Il codice civile regolamenta la redazione del bilancio nella Sezione Nona, Capo Quinto, Titolo Quinto, Libro Quinto. Vengono in particolare rilievo gli artt. da 2423 a 2427. Il legislatore non solo si fa carico di indicare la struttura e il contenuto del bilancio, ma detta i criteri di redazione dello stesso e – per quel che in questa sede maggiormente interessa – impone canoni di valutazione e indica quale debba essere il contenuto della nota integrativa. Di talchè non può che sottoscriversi, alla luce del descritto impianto normativo, l’affermazione in base alla quale il bilancio, in tutte le sue componenti (stato patrimoniale, conto economico, rendiconto finanziario, nota integrativa), è un documento dal contenuto essenzialmente valutativo; un documento in cui confluiscono dati certi (es. il costo di acquisto di un bene), dati stimati (es. il prezzo di mercato di una merce) e dati congetturali (es. le quote di ammortamento). Il bilancio è dunque un documento composito e complesso, la cui lettura e intelligenza presuppone una specifica preparazione, che abbraccia la conoscenza dei criteri (tanto legali, quanto tecnici) vigenti per la sua redazione. Il redattore di tale documento, a sua volta, non può non operare valutazioni. Si tratta peraltro di valutazioni “guidate” dai suddetti criteri. Vale a dire che egli necessariamente deve effettuare una stima ponderale delle singole componenti del bilancio, attribuendo – alla fine un valore in denaro a ciascuna di esse. Solo la “traduzione” in valuta (oggi in Euro: art. 2423 c.c., u.c.) consente la comparazione di entità eterogenee, quali possono essere, ad esempio, un immobile, un macchinario o una materia prima. E tale reductio ad unitatem è (ritenuta) indispensabile per descrivere lo “stato di salute” di un operatore economico. Invero non si può seriamente dubitare che la funzione del bilancio sia essenzialmente una funzione informativa/comunicativa. Attraverso il bilancio, si forniscono, infatti, notizie sulla consistenza e sulle prospettive di un’azienda e ciò, evidentemente, non solo a garanzia dei diretti (e attuali) interessati, vale a dire i soci e i creditori, ma anche a tutela dei futuri ed ipotetici soggetti che potrebbero entrare in contatto con la predetta azienda. Si pensi solo, a titolo di esempio, a una banca richiesta di aprire una linea di credito o ai potenziali investitori, eventualmente interessati all’acquisto di azioni, obbligazioni e quant’altro. Ebbene, i destinatari della informazione (i lettori del bilancio) devono essere posti in grado di effettuare le loro valutazioni, vale a dire di valutare un documento, già in sè di contenuto essenzialmente valutativo. Ma tale “valutazione su di una valutazione” non sarebbe possibile (ovvero sarebbe assolutamente aleatoria) se non esistessero criteri – obbligatori e/o largamente condivisi – per eseguire tale operazione intellettuale. Tali criteri esistono e sono, in gran parte, imposti dallo stesso legislatore nazionale (cfr. i già citati art. 2423 c.c. e ss.), dalle direttive Europee (cfr. Direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio ai bilanci consolidati e alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, recepita dal D.Lgs. 18 agosto 2015, n. 139), ovvero sono frutto della elaborazione dottrinale nelle materie di competenza (e sono ufficializzate ad opera di soggetti “certificatori”: Organismo italiano di contabilità e, a livello sovrannazionale, International Financial Reporting Standard).

9.1. In sintesi: tutta la normativa civilistica presuppone e/o prescrive il momento valutativo nella redazione del bilancio, anzi ne detta (in gran parte) i criteri, delineando un vero e proprio metodo convenzionale di valutazione. Basti riflettere sulla esistenza di voci quali “ammortamenti”, “svalutazioni”, “crediti”, “partecipazioni”, “costi di sviluppo” ecc..

D’altra parte, l’art. 2423 c.c., al comma 3, cita esplicitamente, accanto alla “rilevazione”, la “valutazione” dei dati da riportare in bilancio. Il medesimo articolo, poi, nell’imporre al redattore del bilancio la elaborazione di un documento che rappresenti “in modo veritiero e corretto” tanto la situazione patrimoniale e quella finanziaria della società, quanto il risultato economico dell’esercizio, consente, inoltre, da un lato (comma 3), di trascurare “i dati irrilevanti” ai fini della predetta rappresentazione, dall’altro (comma 4), di discostarsi, “in casi eccezionali”, dai criteri valutativi fissati per legge (negli articoli seguenti), se ciò possa essere di ostacolo proprio a quella esposizione veritiera e corretta dell’assetto societario. Ma, è il caso di notare subito, tale deroga non solo deve essere giustificata dalla situazione contingente, ma deve trovare esauriente spiegazione nella nota integrativa (art. 2427 c.c.), la quale ha la funzione di “motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico”. Inoltre, “gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile, se non in misura corrispondente al valore recuperato”. Se dunque la nota integrativa rappresenta la chiave di lettura del bilancio e la esplicitazione dei criteri (e della eventuale deroga a tali criteri) di redazione dello stesso, non può esservi alcun dubbio sulla natura prevalentemente (e quasi esclusivamente) valutativa del predetto documento contabile.

E dunque, “sterilizzare” il bilancio con riferimento al suo contenuto valutativo significherebbe negarne la funzione e stravolgerne la natura.

9.2. Una volta chiarito ciò, appare evidente la fallacia della opzione ermeneutica che intende contrapporre “i fatti materiali”, da esporsi in bilancio, alle valutazioni, che pure nel bilancio compaiono; e ciò per l’ottima ragione che un bilancio non contiene “fatti”, ma “il racconto” di tali fatti. Vale a dire: un fatto, per quanto “materiale”, deve comunque, per trovare collocazione in un bilancio, essere “raccontato” in unità monetarie e, dunque, valutato (o se si vuole apprezzato). Solo ciò che è già espresso in Euro (la giacenza di cassa, il saldo di un conto corrente bancario) non necessita di tale conversione, non occorrendo omologare ciò che corrisponde alla unità di misura prevista dal legislatore.

9.3. Per la tesi abrogazionista, “materiale” sarebbe sinonimo di “oggettivo” (e comunque di “a-valutativo”). Così certamente non è, per le ragioni che si sono appena esposte. Si può anche far ricorso a un ulteriore dato testuale, atteso che l’invariato (e già menzionato) art. 2638 c.c. (“ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”) prevede esplicitamente la condotta del soggetto attivo che esponga “fatti materiali non rispondenti al vero, ancorchè oggetto di valutazioni, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria ecc.”. Dunque, per il legislatore, un “fatto materiale” ben può essere (e quasi sempre è) oggetto di valutazione in sede di bilancio.

D’altra parte, già sotto la vigenza della precedente normativa, questa Corte di legittimità non aveva mai dubitato della valenza meramente concessiva del sintagma “ancorchè oggetto di valutazioni”.

Conseguentemente il reato di cui all’art. 2638 c.c., fu ritenuto (con la sentenza Sez. 5, n. 44702 del 28/09/2005, Mangiapane, Rv. 232535) sussistente anche nel caso in cui la falsità fosse contenuta in giudizi estimativi delle poste di bilancio, “atteso che dal novero dei “fatti materiali” indicati dalla attuale norma incriminatrice come possibile oggetto di falsità vanno escluse soltanto le previsioni o congetture prospettate come tali, vale a dire quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo e l’espressione, riferita agli stessi fatti, “ancorchè oggetto di valutazioni”, va intesa in senso concessivo, per cui, in ultima analisi, l’oggetto della vigente norma incriminatrice viene a corrispondere a quello della precedente, che prevedeva come reato la comunicazione all’autorità di vigilanza di fatti non corrispondenti al vero”. Nel caso allora in esame, invero, la Quinta Sezione annullò la decisione di merito che aveva escluso la configurabilità del reato in una ipotesi in cui la falsità era stata ravvisata nella dolosa sopravvalutazione della posta di bilancio di un istituto bancario, relativa ai crediti vantati nei confronti della clientela per avvenuta concessione di mutui e risultati, in effetti, di difficile o impossibile recupero (nello stesso senso, più recentemente, Sez. 6, n. 17290 del 13/01/2006, Marino, Rv 234533; Sez. 5, n. 49362 del 07/12/2012, Banco, in motivazione).

La norma (art. 2638 c.c.) è rimasta invariata, per cui delle due l’una: o la cancellazione dal testo dell’art. 2621 c.c., della espressione “ancorchè oggetto di valutazioni” comporta che essa sia considerata tamquam non esset anche nell’art. 2638, (ma non si vede come ciò possa essere), ovvero, considerata la natura meramente concessiva/specificativa del sintagma e dunque – sostanzialmente – la sua superfluità, la scomparsa delle ricordate quattro parole dal testo dell’art. 2621 c.c. (e dall’art. 2622, e la sua non riproduzione nell’art. 2621 bis) non comporta una diversa (rispetto a quella previgente) configurazione della norma incriminatrice.

D’altronde, la giurisprudenza antecedente alla riforma del 2015 era costante nel ritenere la sostanziale superfluità dell’inciso in questione (oltre alle sentenze sopra citate, si veda, sia pure implicitamente, Sez. 5, n. 8984 del 18/05/2000, Patrucco, Rv 217767;

Sez. 5, n. 40833 del 07/07/2004, Preantoni, Rv 230258). Andrebbe allora chiarito perchè mai la sua soppressione, nella nuova formulazione, dovrebbe in qualche modo vincolare l’interprete, quando (in precedenza) la sua presenza non lo vincolava.

Quanto al parallelo con la normativa fiscale, è agevole replicare, condividendo autorevole dottrina, che detto “accostamento” ha perso significato, atteso che, già quando entrò in vigore la riforma del falso in bilancio introdotta dal D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61 (poi modificato dalla L. 28 dicembre 2005, n. 262art. 30), la L. 7 agosto 1982, n. 516, art. 4, lett. t), era stato sostituito dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74art. 7, comma 2, (“Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma della L. 25 giugno 1999, n. 205art. 9“), che ha sancito, anche in campo tributario, la rilevanza penale delle valutazioni che differiscano di oltre il 10 per cento rispetto a quelle corrette.

9.4. Una volta chiarita la irrilevanza della soppressione dell’inciso, perde rilievo, a sua volta, anche la questione su cosa si debba intendere per “materialità” del fatto, espressione atecnica che non può essere intesa come antitetica alla soggettività delle valutazioni. Infatti, in bilancio vanno certamente esposti tutti quei “fatti” passibili di “traduzione” in termini contabili e monetari e, dunque, gli elementi di composizione del patrimonio aziendale, come valutati dal redattore del bilancio secondo i parametri – legali e scientifici – che lo stesso deve rispettare.

E, sotto tale aspetto, non può non convenirsi con l’assunto delle sentenze Giovagnoli e Beccari, per le quali, se si accedesse alla tesi della non punibilità del falso valutativo, si sarebbe in pratica al cospetto di una interpretatio abrogans del delitto di false comunicazioni sociali e il corpus normativo denominato “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio” finirebbe per presentare una significativa falla nella sua trama costitutiva, prestandosi a una lettura depotenziata proprio nella parte che dovrebbe essere una delle più qualificanti: quella della trasparenza aziendale, quale strumento di contrasto alla economia sommersa e all’accumulo di fondi occulti, destinati non raramente ad attività corruttive.

9.5. Per altro, nel panorama giurisprudenziale di legittimità, la figura del falso valutativo è solidamente incardinata e i suoi confini (oltre che il suo contenuto) sono sufficientemente tracciati.

La giurisprudenza della Suprema Corte, ed in particolare quella della Quinta Sezione penale, ha già avuto modo di chiarire che è certamente possibile ipotizzare la falsità di enunciati valutativi, sia in tema di falso ideologico ex art. 479 c.p., sia in tema di falsa perizia ex art. 373 c.p.. Analoghe statuizioni, come si è visto, erano state enunciate anche in tema di false comunicazioni sociali, alla luce della normativa previgente (per tutte si può ricordare la già menzionata sentenza Patrucco del 2000, per la quale, nell’espressione “fatti non rispondenti al vero”, vanno ricomprese anche “le stime di entità economiche non precisamente calcolabili”). E ciò quando la attestazione sia resa in un contesto implicante la necessaria accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o tecnicamente indiscussi (ex plurimis, Sez. 5, n. 15773 del 24/01/2007, Marigliano, Rv. 236550; Sez. 5, n. 7067 del 12/01/2011, Sabolo, Rv. 249836; Sez. 5, n. 35104 del 22/06/2013, Baldini, Rv 25712; Sez. 6, n. 8588 del 06/12/2000, dep. 2001, Ciarletta, Rv. 219039; Sez. 1, n. 45373 del 10/06/2013, Capogrosso, Rv. 257895).

9.6. Si sostiene in particolare nella sentenza Andronico (Sez. 5, n. 3552 del 09/02/1999, Rv. 213366) che la valutazione – se fa obbligatorio riferimento a criteri vincolanti e predeterminati – è un modo di rappresentare la realtà non dissimile dalla descrizione o dalla constatazione, sebbene l’ambito di una sua possibile qualificazione in termini di verità o di falsità sia variabile e risulti, di regola, meno ampio, dipendendo “dal grado di specificità e di elasticità dei criteri di riferimento”. Nella sentenza in questione viene in sostanza operata una equiparazione tra la falsità di un enunciato valutativo fondato su false premesse e la falsità di un enunciato (parimenti valutativo) che sia in aperta contraddizione con criteri di valutazione indiscussi e indiscutibili.

Con la sentenza Marigliano, poi (Sez. 5, n. 15773 del 24/01/2007, Rv.

236550), in tema di “falsità medica”, la Corte ha avuto modo di chiarire che la diagnosi compiuta dal sanitario ben può configurarsi come errata o addirittura falsa (a seconda dell’elemento psicologico che la supporta), in quanto tale valutazione è elaborata in contesti implicanti l’accettazione di parametri valutativi normativamente determinati o tecnicamente certi; e dunque sarà falsa (ovvero errata) se da tali parametri si discosti; ciò in quanto, laddove il giudizio faccia riferimento a criteri predeterminati, esso è certamente un modo di rappresentare la realtà, analogo alla descrizione o alla constatazione. Conseguentemente può dirsi falso l’enunciato valutativo che contraddica criteri indiscussi o indiscutibili e/o sia fondato su premesse contenenti false attestazioni.

Il predetto orientamento, peraltro, appare autorevolmente condiviso da una recente sentenza di queste Sezioni Unite (n. 51824 del 25/09/2014, Giudici, non mass. sul punto), che, a seguito della sentenza Corte cost. n. 163 del 2014, citando puntualmente la giurisprudenza sopra ricordata, afferma che “le norme positive ammettono talora la configurabilità del falso ideologico, anche in enunciati valutativi e qualificatori, come avviene, ad esempio, nell’art. 2529 cod. civ. (valutazione esagerata dei conferimenti e degli acquisti delle società)”, quando, si fa “riferimento a criteri predeterminati”. In tali casi, “anche in relazione ai giudizi di natura squisitamente tecnico-scientifica, può essere svolta una valutazione in termini di verità – falsità”.

Particolare rilievo assume la recente sentenza Sez. F., n. 39843 del 04/08/2015, Di Napoli, Rv. 264364, in tema di falso ideologico in atto pubblico e in particolare di provvedimenti urbanistici di tipo abilitativo e con riferimento alla omessa indicazione – da parte di funzionari e dirigenti comunali – della reale consistenza delle opere, della loro incidenza sulla realtà territoriale e della normativa correttamente applicabile nel caso concreto. La Corte opera, innanzitutto, una importante distinzione tra due ipotesi.

Nella prima, il pubblico ufficiale, chiamato ad esprimere un giudizio, è libero anche nella scelta dei criteri di valutazione;

nella seconda (che era poi quella, in materia urbanistica, in concreto sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità), sussiste, viceversa, un riferimento (eventualmente anche implicito) a previsioni normative, le quali dettano criteri di valutazione. Nel primo caso, la attività di apprezzamento del pubblico ufficiale è assolutamente discrezionale e, conseguentemente, il documento che contiene il giudizio non è destinato a provare la verità di alcun fatto; nel secondo, viceversa, si è in presenza di un esercizio di discrezionalità tecnica, che vincola la valutazione ad una verifica di conformità della situazione fattuale a parametri predeterminati.

Ne deriva che l’atto potrà risultare falso se detto giudizio di conformità non sia rispondente ai parametri cui esso è (anche implicitamente) vincolato.

9.7. A ben vedere, insomma, l’atto valutativo comporta necessariamente un apprezzamento discrezionale del valutatore, ma si tratta – nel caso dei bilanci, non meno che in quello della materia urbanistica – di una discrezionalità tecnica.

Ebbene, le scienze contabilistiche appartengono senz’altro al novero delle scienze a ridotto margine di opinabilità; pertanto la “valutazione” dei fatti oggetto di falso investe la loro “materialità”. Ciò senza trascurare il fatto che gran parte dei parametri valutativi sono stabiliti per legge. Ne consegue che la redazione del bilancio è certamente attività sindacabile anche con riferimento al suo momento valutativo; e ciò appunto in quanto tali valutazioni non sono “libere”, ma vincolate normativamente e/o tecnicamente.

  1. Le varie fattispecie di false comunicazioni sociali integrano, ad evidenza, reati di pura condotta. Per esplicito dettato normativo, inoltre, tale condotta che dà luogo ad una attività falsificatoria del redattore del bilancio, deve riguardare fatti (materiali) rilevanti quali oggetto del comportamento commissivo ed omissivo dell’art. 2621c.c. (e, per richiamo, anche quella di cui all’art. 2621 bis), mentre, per quel che riguardale le false comunicazioni sociali delle società quotate (art. 2622), la rilevanza viene in rilievo solo per la condotta omissiva, essendo, viceversa, comunque sempre penalmente perseguibile – in tal caso – la condotta commissiva (anche se il “fatto” esposto non sia ritenuto “rilevante”, trattandosi, evidentemente, di una valutazione eseguita, in astratto, dal legislatore e non demandata al giudice).

10.1. Va dunque, per completezza, definito il concetto di “rilevanza” ai fini del falso in bilancio. Esso, come evidenziato, tra le altre, dalla sentenza Giovagnoli, ha la sua riconoscibile origine nella normativa comunitaria (art. 2 punto 16 Direttiva UE 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni e tipologie di imprese, recepito con D.Lgs. 14 agosto 2015, n. 136), che definisce rilevante l’informazione “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell’impresa”.

Il requisito risulta aver sostituito il previgente parametro della idoneità “ad indurre in errore i destinatari” (oltre alle soglie percentuali di punibilità) in relazione alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società. Ma, a ben vedere, la idoneità ad indurre in errore, altro non è che il riflesso soggettivo della rilevanza della alterazione (conseguente a una condotta commissiva od omissiva) dei dati di bilancio e si risolve nella efficacia decettiva o fuorviante dell’informazione omessa o falsa. Il falso insomma deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro d’insieme e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico.

Da questo punto di vista, la rilevanza altro non è che la pericolosità conseguente alla falsificazione; il che suggella, se pur ce ne fosse bisogno, la natura, appunto di reato di pericolo (concreto) delle “nuove” false comunicazioni sociali.

10.2 Eliminato quindi ogni riferimento a soglie percentuali di rilevanza (chiaro indice di un criterio valutativo agganciato al dato quantitativo), la nuova normativa affida al giudice la valutazione – in concreto – della incidenza della falsa appostazione o della arbitraria preterizione della stessa; dovrà dunque il giudice operare una valutazione di causalità ex ante, vale a dire che dovrà valutare la potenzialità decettiva della informazione falsa contenuta nel bilancio e, in ultima analisi, dovrà esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi e raggiri contenuti nel predetto documento contabile, nell’ottica di una potenziale induzione in errore in incertam personam. Tale rilevanza, proprio perchè non più ancorata a soglie numeriche predeterminate, ma apprezzata dal giudicante in relazione alle scelte che i destinatari dell’informazione (soci, creditori, potenziali investitori) potrebbero effettuare, connota la falsità di cui agli artt. 26212621 bis 2622 c.c.. Essa, dunque, deve riguardare dati informativi essenziali, idonei a ingannare e a determinare scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari. Ed è ovvio, in base a ciò che si è premesso, che tale potenzialità ingannatoria ben può derivare, oltre che dalla esposizione in bilancio di un bene inesistente o dalla omissione di un bene esistente, dalla falsa valutazione di un bene che pure è presente nel patrimonio sociale.

L’alterazione di tali dati, per altro, non deve necessariamente incidere solo sul versante quantitativo, ben potendo anche il c.d.

“falso qualitativo” avere una attitudine ingannatoria e una efficacia fuorviante nei confronti del lettore del bilancio. Invero, la impropria appostazione di dati veri, l’impropria giustificazione causale di “voci”, pur reali ed esistenti, ben possono avere effetto decettivo (ad esempio: mostrando una situazione di liquidità fittizia) e quindi incidere negativamente su quel bene della trasparenza societaria, che si è visto costituire il fondamento della tutela penalistica del bilancio.

  1. Poichè poi il soggetto attivo (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci, i liquidatori) deve avere agito “consapevolmente” ed “al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto”, il delitto è connotato da dolo specifico.
  2. A conclusione delle argomentazioni sopra svolte, si deve – dunque affermare che, pur dopo le modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2015, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale. Precisamente deve essere enunciato il seguente principio di diritto:

“Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni”.

  1. Tanto premesso, si può passare all’esame delle singole censure formulate nell’interesse dei ricorrenti.
  2. Manifestamente infondata è la prima censura del ricorso I.. Invero gli attuali imputati ( I. e P.) hanno tenuto una condotta processuale in aperta contraddizione con la richiesta formulata dai difensori del primo, i quali si lamentano del fatto che gli stessi non siano stati esaminati in dibattimento. I ricorrenti, invero, non si sono mai presentati in dibattimento innanzi ai loro giudici (nè in primo, nè in secondo grado), neanche per rendere spontanee dichiarazioni ai sensi dell’art. 494c.p.p..

Nè nei loro confronti avrebbe potuto essere disposto accompagnamento ai sensi dell’art. 132 del medesimo codice. Macchinosa (oltre che fantasiosa) è poi la procedura suggerita nel ricorso, in base alla quale i due avrebbero dovuto essere citati per rendere o negare il consenso al loro esame; esame richiesto – come si è appena anticipato – dai difensori dello stesso I.. Ma a tale richiesta è stata negata qualsiasi attualità dalla stessa condotta di I. (e del suo coimputato). E’ evidente, invero, che, per facta concludentia, tanto I., quanto P. hanno mostrato di non avere interesse ad essere esaminati in dibattimento.

14.1. Per altro, dalla lettura del suddetto primo motivo, si evince che i difensori di I. avrebbero voluto che fossero ascoltati tutti gli originari imputati (dunque tanto quello assolto con formula piena, quanto gli altri, nei cui confronti è stata dichiarata la prescrizione dei reati loro ascritti). La richiesta, si legge, fu formulata innanzi al giudice di primo grado in data 3 giugno 2010 ed accolta nella medesima data. Ad essa tuttavia il Tribunale non dette corso. Ma, a dire il vero, tale richiesta (di audizione di tutti gli originari imputati) non risulta riportata con i motivi di appello, ma solo “ripresa” in una “memoria riassuntiva della discussione orale” nel corpo della quale, per vero, non si chiariva l’incidenza sul decisum della omessa audizione. Peraltro singolare appare che solo in sede di discussione innanzi al giudice di appello ci si ricordi di richieste istruttorie formulate in primo grado. D’altro canto, neanche con il ricorso per cassazione viene chiarito quale sarebbe la rilevanza di tale (omesso) atto istruttorio, atteso che ci si limita a sostenere che “l’esame dei vari imputati avrebbe certamente addotto una serie di dati conoscitivi difficilmente ignorabili”. Dunque la decisività della prova richiesta e non raccolta non viene minimamente individuata e la censura – conseguentemente – appare affetta da palese genericità.

  1. La seconda e la terza censura del ricorso I., cui si ricollegano i “motivi nuovi”, sono infondate. Invero la Corte di appello ha ritenuto che lo stesso fosse amministratore di fatto della società fallita sulla base di plurimi e significativi indici.
  2. infatti: a) veniva individuato sul sito web ufficiale della società come Presidente di “L’Aquila Calcio”; b) veniva chiamato “presidente” da dipendenti ed atleti; c) aveva concluso un importante contratto di sponsorizzazione per la squadra di calcio; d) si occupava del pagamento degli stipendi; e) aveva aperto un conto corrente sui cui confluivano gli importi degli abbonamenti, importi che gestiva direttamente; f) aveva conferito un incarico ad un avvocato per conto della società; g) aveva certamente assunto personalmente il dott. B. quale medico della società calcistica (e poco conta che ciò abbia fatto nella prospettiva di divenire il dominus di “L’Aquila Calcio”, atteso che la proprietà va certamente tenuta distinta dall’amministrazione). A fronte di tale convergente quadro probatorio, il ricorso, per un verso, sostiene la non corretta lettura delle dichiarazioni della teste F., per l’altro, suggerisce una diversa lettura delle dichiarazioni degli altri testi (ma non del B.), per altro verso ancora, sostiene che gli elementi sopra elencati (da “a” a “g”) non avrebbero significato univoco. Orbene, è evidente che, mentre, da un lato, l’offerta di una diversa interpretazione del materiale probatorio (testi R., M. e Ia.) è improponibile in sede di giudizio di legittimità, dall’altro, appare metodologicamente erroneo l’approccio che si vorrebbe tenere nei confronti degli altri dati processuali; approccio certamente viziato da una impostazione “atomistica”, che non considera i singoli elementi (anche) nella loro globalità e non ne apprezza, quindi, per così dire, “la direzione” univoca. Correttamente, viceversa, hanno operato i giudici del merito, i quali hanno ritenuto – non illogicamente – che una tale significativa convergenza di dati non potesse avere altra spiegazione se non quella in base alla quale I., da un certo momento in poi, era divenuto gestore della società.
  3. Infondata è anche la quarta censura del ricorso del predetto.

Invero l’incidente probatorio altro non è che una “anticipazione” del momento dibattimentale. Esso dunque si svolge con i tempi, le modalità, le cadenze e le procedure del dibattimento, assicurando il contraddittorio tra le parti e mirando alla raccolta di vere e proprie prove. Tanto ciò è vero che gli atti che tale fase procedimentale riflettono confluiscono, ai sensi dell’art. 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento. E’ allora evidente che l’assunzione della perizia in incidente probatorio deve avvenire con le modalità ex art. 392 c.p.p., comma 1, lett. f), art. 220 c.p.p. e ss., con la conseguenza che non vi è alcuna ragione di esaminare – nuovamente – il perito in dibattimento prima di acquisire il suo elaborato, il quale è già stato acquisito. Invero il predente giurisprudenziale segnalato dal ricorrente (Sez. 6, n. 40971 del 26/09/2008, Camber) non è affatto pertinente; va viceversa fatto riferimento a Sez. 4, 04/04/1997, Minestrina, Rv 207483, esattamente in termini, in base alla quale, in tema di incidente probatorio, quantunque l’art. 401 c.p.p., comma 5, richiami le forme di assunzione delle prove stabilite per il dibattimento, non può ritenersi applicabile l’art. 511 c.p.p., comma 3, all’udienza del procedimento incidentale probatorio. Ciò in quanto di “lettura di atti” ex art. 511 c.p.p., ha senso parlare solo per le attività svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalità attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi in contraddittorio tra le parti (nella fattispecie la Corte ha respinto l’assunto difensivo secondo cui è inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di mancato preliminare esame orale dei periti, giusta la disposizione dell’art. 511 c.p.p., comma 3).

  1. Conclusivamente il ricorso dello I. va rigettato, in quanto complessivamente infondato.
  2. Identica sorte va riservata ai ricorsi proposti nell’interesse del P..

18.1. Per quel che riguarda la censura formulata dal primo difensore (avv. Antonio Valentini), è il caso di ricordare che i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualsiasi momento essi siano stati commessi e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Non si richiede alcun nesso (causale o psichico) tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività (tra le più recenti: Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv 261683). La condotta, in altre parole, si perfeziona con la distrazione, mentre la punibilità della stessa è subordinata alla dichiarazione di fallimento, che, ovviamente, consistendo in una pronunzia giudiziaria, si pone come evento successivo (in caso, appunto, di bancarotta distrattiva prefallimentare) e comunque esterno alla condotta stessa.

18.2. Quanto all’elemento psicologico della bancarotta distrattiva esso consiste nel dolo generico per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (tra le tante: Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv 261348).

18.3. Per quel che attiene alla bancarotta documentale, non sono state proposte, con il ricorso per cassazione, specifiche censure.

  1. Quanto alla censura formulata dal secondo difensore del P. (avv. Fabrizio Giancarli), essa è, a sua volta, infondata. La revoca della elezione di domicilio presso il difensore, avvenuta, secondo quel che si legge nel ricorso, dopo la sentenza di primo grado e prima della citazione in appello, ha determinato che detta citazione fosse effettuata (come le precedenti) presso il predetto difensore. Non si sostiene tuttavia che, in presenza di una notificazione non omessa, ma effettuata con modalità difformi da quelle previste, il P. non abbia avuto cognizione dell’atto, ed è noto che la nullità assoluta e insanabile prevista dall’art. 179c.p.p., ricorre soltanto nel caso in cui la notificazione della citazione sia stata omessa o quando, essendo stata eseguita in forme diverse da quelle prescritte, risulti inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte dell’imputato; la medesima nullità non ricorre invece nei casi in cui vi sia stata esclusivamente la violazione delle regole sulle modalità di esecuzione, alla quale consegue la applicabilità della sanatoria di cui all’art. 184cod. proc. pen. (Sez. U, n. 119 del 27/10/2004, dep. 2005, Palumbo, Rv 229539, 229541).

Nel caso in esame, dalla lettura del processo verbale di dibattimento in appello, si rileva che il difensore di fiducia presente (l’avv. Antonio Valentini, anche in sostituzione dell’avv. Fabrizio Giancarli) nulla fece rilevare circa la pretesa irregolarità della notifica della citazione, nè rappresentò che il suo assistito non avesse avuto cognizione della stessa.

  1. Consegue al rigetto dei ricorsi di I. e P. la condanna di ciascuno di essi al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2016

BANCAROTTA FRAUDOLENTA BOLOGNA

BANCAROTTA FRAUDOLENTA BOLOGNA

Bancarotta Fraudolenta Patrimoniale

La bancarotta fraudolenta patrimoniale cosa è cosa tutela?

 

 tutela la garanzia dei creditori costituita dal patrimonio dell’imprenditore individuale.

 

Quale è l’oggetto materiale delle condotte?

 

 è costituito dai beni dell’imprenditore dotati di valore economico, e dunque l’offesa si concretizza attraverso l’aggressione sul patrimonio del soggetto attivo,

 

La condotta incriminata consiste quindi nell’impedimento all’utilizzazione dei beni dell’impresa fallita in vista del soddisfacimento dei diritti dei creditori.

Reati fallimentari

Rientrano in tale contesto, tutte le diverse tipologie documentale, distrattiva, preferenziale di bancarotta propria – vale a dire commessa dal fallito -, impropria – ovvero commessa da soggetti diversi dal fallito – siano esse fraudolente oppure semplici. Previste dalla cosiddetta “Legge Fallimentare” (R.D. 267/42), fanno parte di tale ambito specialistico, le fattispecie di reato ex artt. 216 (bancarotta fraudolenta), 218 e 225 (ricorso abusivo al credito), 220 e 226 (denuncia di crediti inesistenti), 227 (reati commessi dall’institore), 229-230-231 (reati del curatore fallimentare) oltre a una serie di ulteriori “atipici” reati . Nel settore la norma fondamentale  è il Regio Decreto n. 267 del 16.03.1942,

da cui discende il reato principale è la bancarotta (semplice o fraudolenta).

Altri reati fallimentari di particolare rilevo sono il ricorso abusivo al credito, la denuncia di creditori inesistenti (fuori dall’ipotesi di bancarotta fraudolenta), l’omissione della dichiarazione dell’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, l’inosservanza dell’obbligo di residenza e dell’obbligo di depositare, nelle ventiquattro ore dalla dichiarazione di fallimento, i bilanci e le scritture contabili.

ESAMINIAMO LA SENTENZA

 

All’udienza del 14 giugno 2019, la Corte d’appello, senza tener conto della comunicazione di rinuncia al mandato, nè della richiesta di rinvio dell’imputato, designava quale sostituto d’ufficio, ex art. 97 c.p.p., comma 4, l’avv. Lucia Suriano, prontamente reperita in udienza.

Ciò posto, lamenta che la designazione di ufficio di un sostituto, ai sensi dell’art. 97, comma 4, ha carattere episodico ed è consentita nei soli casi di impedimento temporaneo del difensore di fiducia o di quello d’ufficio, che continua a mantenere la titolarità della difesa. La rinuncia al mandato difensivo, invece, avendo carattere definitivo, comporta l’obbligo per il giudice di nominare all’imputato un difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 1, che ha il diritto di chiedere ed ottenere un congruo termine a difesa ai sensi dell’art. 108 c.p.p..

Premessa una diffusa ricostruzione della possibilità per le parti private di inoltrare comunicazioni e istanze mediante l’utilizzo di telefax o posta elettronica certificata, il ricorrente sostiene la ritualità della comunicazione della rinuncia al mandato, effettuata con modalità identiche a quella della nomina, e lamenta la violazione dell’art. 97 c.p.p., comma 1, con conseguente nullità della sentenza di appello.

Nel caso di specie, sostiene che il diritto di difesa dell’imputato sia stato compromesso dalla designazione dell’avv. Suriano, prontamente reperito in aula di udienza, quale sostituto d’ufficio, ai sensi dell’art. 97, comma 4, del difensore di fiducia, il quale aveva comunicato con largo anticipo la rinuncia al mandato difensivo; in tal modo il difensore ha svolto un mero simulacro di difesa limitandosi a riportarsi ai motivi di appello, non avendo potuto chiedere un termine a difesa, assolutamente necessario per studiare il voluminoso fascicolo processuale, leggere le motivazioni della sentenza di primo grado, i motivi di appello, discutere utilmente il processo.

va rilevato che le Sezioni Unite “Lucci” hanno affermato che il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, non può disporre, atteso il suo carattere afflittivo e sanzionatorio, la confisca per equivalente delle cose che ne costituiscono il prezzo o il profitto (Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264435).

Con riferimento al reato di bancarotta fraudolenta documentale, in relazione alla quale la Corte di Appello ha confermato l’affermazione di responsabilità, respingendo motivatamente la censura riguardante l’asserita assenza di dolo in considerazione del ruolo di mera “testa di legno”, il ricorso non ha invece proposto censure specifiche.

Prive di qualsivoglia pertinenza argomentativa risultano infine le deduzioni relative ad una riqualificazione nel reato di bancarotta semplice, del quale non ricorre alcun presupposto di tipicità

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. RICCARDI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

A.F., nato a (OMISSIS);

G.A., nata a (OMISSIS);

D.S., nato a (OMISSIS);

GR.Ba., nato a (OMISSIS);

GA.El., nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 14/06/2019 della Corte di Appello di Bologna;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. GIUSEPPE RICCARDI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dr. Picardi Antonietta, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio al giudice civile limitatamente ai capi E ed M nei confronti di A. e G.’, l’inammissibilità del ricorso di D., il rigetto del ricorso di G., l’inammissibilità nel resto;

udito il difensore della parte civile, Avv. Guido Maffuccini, che ha depositato nota spese;

uditi i difensori, Avv. Dario Bolognesi (per A. e G.), Avv. Gianluca Serravalle (per D. e Ga.), Avv. Luigi Malomo (per Gr.), che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza emessa il 14/06/2019 la Corte di Appello di Bologna – in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Forlì del 08/01/2013, che aveva affermato la responsabilità penale di A.F., G.A., D.S., Gr.Ba., Ga.El. e Ar.Mi., per una serie di reati, loro rispettivamente ascritti, di bancarotta fraudolenta, patrimoniale, documentale, preferenziale e impropria, usura, false comunicazioni sociali – ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di A., G. e D. in ordine ai reati di bancarotta preferenziale, false comunicazioni sociali, usura, perchè estinti per prescrizione, ha assolto A. e G. dal concorso in bancarotta per distrazione delle somme oggetto del prestito usurario, perchè il fatto non sussiste, ha dichiarato D.A. responsabile ai soli effetti civili del reato di usura, ha rideterminato le pene detentive e le pene accessorie fallimentari nei confronti di D., Ga. e Gr., ed ha confermato nel resto la sentenza di primo grado.

In particolare, il procedimento concerne gli atti e le operazioni che hanno preceduto il fallimento delle società del “Gruppo D.”, il cui dominus era, appunto, D.S., amministratore di fatto della galassia di società da lui gestite.

  1. e G. erano stati condannati dal Tribunale di Forlì:

– per il reato di usura aggravata (capo C, sottocapo b), per avere, in concorso con D.A. (assolto in primo grado, e condannato, ai soli effetti civili, in grado di appello), come corrispettivo di un prestito di denaro effettuato il 12/07/2004 nei confronti della Forlì Costruzioni s.r.l. dell’importo di Euro 220.000,00, preteso la restituzione della somma complessiva di Euro 303.500,00;

– per il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per distrazione (capo E), per avere, in concorso con D.S., amministratore di fatto delle società dell’omonimo gruppo dichiarate fallite, e con Gr.Ba., legale rappresentante della Building & Service, distratto somme dal patrimonio delle società fallite, con particolare riferimento alle somme restituite del prestito di 220.000 Euro concesso da A., G. e D. alla Forlì Costruzioni.

D.S. era stato condannato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale, documentale e preferenziale, contestati al capo F. Gr.Ba. era stato condannato, in qualità di amministratore di diritto della Building & Service, per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale (distrazione di Euro 3.500,00), documentale e aggravamento del dissesto, contestati al capo G. Ga.El., moglie del D., era stata condannata, in qualità di ultima legale rappresentante del Gruppo D., per il reato di bancarotta fraudolenta documentale (capo P).

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione, con un unico atto, il difensore di A.F. e G.A., Avv. Dario Bolognesi, che ha dedotto quattro motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge, per inosservanza dell’art. 578 c.p.p., e il vizio di motivazione in relazione al capo E. Evidenzia che il Tribunale di Forlì aveva condannato A. e G. al risarcimento del danno nei confronti della parte civile costituita, oltre al pagamento di una provvisionale pari a 700.000 Euro, in relazione a due distinte ipotesi di bancarotta, per distrazione e preferenziale; la Corte di Appello ha assolto gli imputati dal delitto di bancarotta fraudolenta distrattiva e ha dichiarato l’estinzione per prescrizione della bancarotta preferenziale, confermando la condanna al risarcimento del danno.

Ciò posto lamenta che la sentenza impugnata abbia completamente omesso di motivare l’affermazione della responsabilità civile in relazione al reato di bancarotta preferenziale dichiarato estinto per prescrizione, senza in alcun modo prendere in considerazione i motivi di appello proposti con riferimento alla contestata condotta di bancarotta.

2.2. Con il secondo motivo deduce la violazione di legge, per inosservanza dell’art. 597 c.p.p., in relazione al reato di usura di cui al capo C, sottocapo B. Evidenzia al riguardo che il Tribunale di Forlì aveva condannato gli imputati per il reato di usura ai soli effetti penali, senza disporre nulla in ordine alle domande risarcitorie avanzate dalla parte civile, compresa la richiesta di una provvisionale pari alla somma di 83.500 Euro, corrispondente agli interessi usurari corrisposti; il Tribunale aveva infatti limitato la condanna al risarcimento al solo reato di bancarotta di cui al capo E. La parte civile costituita, la curatela del fallimento, non ha sul punto sollevato alcuna doglianza, sicchè si è formato il giudicato, essendo stata censurata soltanto l’assoluzione di D. con riferimento al delitto di usura, ed anche in sede di conclusione si è limitata a chiedere la conferma delle statuizioni civili del giudizio di primo grado.

Ciò posto, la Corte di Appello, nel dichiarare il reato di usura estinto per intervenuta prescrizione, ha tuttavia affermato “la responsabilità degli appellanti A. e G. ai soli fini civili” (p. 21), senza peraltro indicarlo nel dispositivo.

Ne consegue una violazione degli artt. 597 e 648 c.p.p., e chiede l’annullamento senza rinvio della sentenza nella parte in cui ha affermato la responsabilità di effetti civili degli imputati con riferimento al reato di usura.

2.3. Con il terzo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla condanna agli effetti civili per reato di usura, per avere in ogni caso la Corte territoriale omesso di motivare compiutamente in merito ai motivi di appello, con i quali si era contestata diffusamente e analiticamente la ricostruzione del consulente tecnico del P.M, dei flussi finanziari tra gli imputati da un lato e il gruppo D. dall’altro; inoltre, è stata comunque del tutto pretermessa la doglianza, proposta con i motivi aggiunti, concernente l’errata valutazione della chiamata in correità di D. per l’inversione dell’ordine logico seguito nel valutare prima l’attendibilità e successivamente la credibilità del dichiarante; sul punto la Corte territoriale ha omesso qualsivoglia motivazione.

Aggiunge al riguardo che la persona offesa e danneggiata dal reato di usura è D., il quale tuttavia non si è costituito parte civile nel presente processo, mentre la curatela riveste la qualifica di danneggiata nella misura in cui le somme utilizzate da D. per pagare i presunti interessi usurari sono state prelevate dal fallimento.

2.4. Con il quarto motivo deduce la violazione di legge in relazione alla confisca per equivalente del prezzo o del profitto del reato di usura che è stata disposta con la sentenza di condanna di primo grado, ed è stata confermata dalla sentenza impugnata nonostante la declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione; la Corte territoriale avrebbe infatti dovuto revocare la confisca per equivalente disposta ai sensi dell’art. 644 c.p., comma 6.

  1. Ha proposto ricorso per cassazione, altresì, il difensore di D.S., Avv. Gianluca Serravalle, che ha dedotto un unico motivo di ricorso, qui enunciato, ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

Deduce la violazione di legge processuale in relazione agli artt. 97107 e 108 c.p.p. e la nullità assoluta della sentenza di appello: rappresenta al riguardo che il 7 giugno 2019, una settimana prima dell’udienza di discussione fissata il 14 giugno, l’Avv. Luca Donadio, difensore di fiducia dell’imputato, ha inviato a mezzo telefax presso la cancelleria udienze penali della Corte d’appello di Bologna la comunicazione di rinuncia al mandato difensivo; all’udienza del 14 giugno 2019 tuttavia D.S. non è stato assistito da un difensore nominato d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 1, bensì da un difensore immediatamente reperito in udienza, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4, nonostante il 12 giugno l’imputato, reso edotto dall’avv. Donadio della rinuncia al mandato, avesse rappresentato alla Corte d’appello di essere rimasto privo del difensore di fiducia ed avesse chiesto il rinvio dell’udienza del 14 giugno onde consentirgli di nominare un nuovo avvocato di fiducia.

All’udienza del 14 giugno 2019, la Corte d’appello, senza tener conto della comunicazione di rinuncia al mandato, nè della richiesta di rinvio dell’imputato, designava quale sostituto d’ufficio, ex art. 97 c.p.p., comma 4, l’avv. Lucia Suriano, prontamente reperita in udienza.

Ciò posto, lamenta che la designazione di ufficio di un sostituto, ai sensi dell’art. 97, comma 4, ha carattere episodico ed è consentita nei soli casi di impedimento temporaneo del difensore di fiducia o di quello d’ufficio, che continua a mantenere la titolarità della difesa. La rinuncia al mandato difensivo, invece, avendo carattere definitivo, comporta l’obbligo per il giudice di nominare all’imputato un difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 1, che ha il diritto di chiedere ed ottenere un congruo termine a difesa ai sensi dell’art. 108 c.p.p..

Premessa una diffusa ricostruzione della possibilità per le parti private di inoltrare comunicazioni e istanze mediante l’utilizzo di telefax o posta elettronica certificata, il ricorrente sostiene la ritualità della comunicazione della rinuncia al mandato, effettuata con modalità identiche a quella della nomina, e lamenta la violazione dell’art. 97 c.p.p., comma 1, con conseguente nullità della sentenza di appello.

Nel caso di specie, sostiene che il diritto di difesa dell’imputato sia stato compromesso dalla designazione dell’avv. Suriano, prontamente reperito in aula di udienza, quale sostituto d’ufficio, ai sensi dell’art. 97, comma 4, del difensore di fiducia, il quale aveva comunicato con largo anticipo la rinuncia al mandato difensivo; in tal modo il difensore ha svolto un mero simulacro di difesa limitandosi a riportarsi ai motivi di appello, non avendo potuto chiedere un termine a difesa, assolutamente necessario per studiare il voluminoso fascicolo processuale, leggere le motivazioni della sentenza di primo grado, i motivi di appello, discutere utilmente il processo.

  1. Ha proposto ricorso per cassazione, altresì, il difensore di Ga.El., Avv. Gianluca Serravalle, che ha dedotto due motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

4.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla affermazione di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui al capo P. Lamenta in particolare che la Corte territoriale abbia reso una motivazione apparente, omettendo l’esame dei motivi di appello proposti, e dedicando all’imputata appena “due righi” del seguente tenore: “i motivi ripercorrono argomentazioni non dissimili da quelli avanzate dalla difesa del D. e del Gr. e valgono le considerazioni già svolte” (p. 23).

Tanto premesso, la motivazione risulta del tutto inappagante, omettendo di esprimersi sulle plurime questioni specificamente sollevate con i motivi di appello, e limitandosi a richiamare per relationem le argomentazioni spese per altri imputati, con posizioni processuali del tutto diverse rispetto alla Ga.: quest’ultima, infatti, risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale, in qualità di ultima legale rappresentante meramente formale del gruppo D..

Lamenta che sia stata richiamata, a proposito della “testa di legno” Gr., la giurisprudenza sulla responsabilità dell’amministratore, anche se solo formalmente investito dell’amministrazione della fallita, ma senza che la Corte territoriale abbia evidenziato condotto di sottrazione, distruzione e omessa tenuta delle scritture contabili, nè quali libri o scritture contabili siano state oggetto di tali condotte; neppure vi è traccia di motivazione sulla sussistenza del dolo specifico.

La tecnica di motivazione, mediante richiamo delle posizioni di altri imputati, risulta del tutto insufficiente, in quanto i motivi di gravame avanzati nell’interesse di Ga., concernenti la sussistenza della contestata bancarotta fraudolenta documentale, sono diversi rispetto a quelli proposti nell’interesse del D. con riferimento alla bancarotta patrimoniale, in relazione alla quale la sentenza impugnata ha evidenziato l’irrilevanza della conoscenza dello stato di dissesto; anche da un punto di vista soggettivo, mentre il D. era il dominus di tutte le società, Ga.El. era semplicemente l’amministratore formale di tale società.

Neppure pertinenti appaiono i richiami alla posizione di G.B. che, in qualità di legale rappresentante della Building & Service, risponde in concorso con il D. di più fatti di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale.

Ciò posto, lamenta che il punto non è tanto se Ga.El., nella sua qualità di amministratore formale, possa rispondere del reato di bancarotta fraudolenta documentale, bensì se la stessa avesse consapevolezza dello stato delle scritture.

Del resto, le scritture contabili risultavano aggiornate fino ad agosto 2006, e nessun’altra registrazione risultava annotata fino alla data del fallimento, del 23 marzo 2007; in assenza di alcun rilievo su un’eventuale ruolo, anche minimale, di cogestione e/o di interessamento delle società da parte di Ga.El., non è possibile affermare la responsabilità dell’imputata per la bancarotta documentale, considerando altresì che l’omessa annotazione di operazioni finanziarie personalmente effettuate dall’amministratore di fatto – la maggior parte delle quali in epoca anteriore all’assunzione formale della carica da parte della Ga. in data 19 agosto 2005 – non poteva essere conosciuta dalla stessa.

Ben più stringente doveva dunque essere la dimostrazione della consapevolezza della non corretta tenuta della contabilità e dell’occultamento di condotte distrattive posta in essere da altri e riconducibili ad altri. Mancherebbe dunque la consapevolezza di tali operazioni distrattive da parte della Ga., e la Corte territoriale avrebbe omesso di motivare in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, desunto dalla mera materialità delle condotte contestate, senza una dimostrazione della effettiva e concreta consapevolezza dello stato delle scritture.

4.2. Con il secondo motivo deduce la violazione di legge e il vizio di motivazione, lamentando che la Corte territoriale abbia omesso di motivare in ordine allo specifico motivo di appello con cui era stata richiesta la riqualificazione del fatto nel meno grave reato di bancarotta semplice: sostiene al riguardo che la condotta omissiva del mancato aggiornamento dei libri e delle scritture contabili riguarda un arco temporale assai circoscritto, da agosto 2006 sino alla data di fallimento, 23 marzo 2007, senza tuttavia esplicitare quali operazioni si sarebbero dovute annotare, atteso che, tra l’altro, l’attività sociale era cessata proprio in considerazione dell’avvenuto fallimento in data 1 agosto 2006 delle altre società del gruppo.

Il dissesto doveva dunque essere conosciuto e oggetto di rappresentazione ai fini della configurabilità del dolo generico del reato mentre la sentenza non accenna minimamente alla consapevolezza del dissesto della società in capo alla G..

Lamenta che la sentenza impugnata sia completamente carente in relazione alla qualificazione giuridica del fatto in termini di bancarotta fraudolenta documentale e non semplice.

  1. Ha proposto ricorso per cassazione, infine, Gr.Ba., con atto dell’Avv. Monica Manera, che ha dedotto un unico motivo di ricorso, qui enunciato, ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

Premessa una diffusa ed astratta ricostruzione delle differenze tra le varie ipotesi dei reati di bancarotta, deduce il vizio di motivazione, sostenendo che non sia emersa la volontà del Gr. di sottrarre beni all’esecuzione concorsuale, mentre sarebbe emersa la figura dell’imputato quale imprenditore di lunga esperienza, coscienzioso, e con la volontà di ripianare la debitoria precedentemente contratta dal D.. Evidenzia che il Gr. ha amministrato la società per soli 7 mesi, nel corso dei quali ha cercato di portare a termine una radicale ristrutturazione aziendale, sia logistica che strutturale, e che gli si contestano operazioni ingiustificate per soli 3.500 Euro.

L’imputato è stato ritenuto responsabile del reato di bancarotta fraudolenta di cui alla L. Fall.art. 223, comma 2, n. 2, per aver contribuito al fallimento della società attraverso il compimento di operazioni dolose: sostiene che alcuna utilizzazione diversa dai fini di impresa sia stata fatta del patrimonio societario, mentre è stato tentato un rilancio d’impresa, bloccato da una enorme debitoria accumulata dalla amministrazione D., tanto che il Gr. si determinò a cedere le quote al D.R., decadendo dalla carica di amministratore. Richiama al riguardo la possibilità di qualificare i fatti come bancarotta semplice, realizzata attraverso spese eccessive o attraverso operazioni economiche di pura sorte o manifestamente imprudenti, evidenziando la mancanza di motivazione in ordine all’elemento soggettivo del reato, e la possibilità di individuare non già profili di dolo, bensì profili di colpa, anche con riferimento alla bancarotta documentale. Aggiunge che il Gr. non può aver distratto somme dalla società utilizzandole a fini personali, in quanto egli non gode di patrimoni privati di cospicua entità, nè ha condotto e conduce vita agiata; in ogni caso le condotte materiali contestate si limitano a pagamenti di somme di denaro in favore di terzi per soli 3.500 Euro.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso di D.S. è fondato.

Secondo il costante insegnamento di questa Corte, la rinuncia al mandato difensivo comporta l’obbligo per il giudice – a pena di nullità, salva l’insussistenza di alcun concreto pregiudizio per la difesa – di nominare all’imputato, che non abbia provveduto ad una nuova nomina fiduciaria, un difensore d’ufficio, in quanto l’eventuale designazione temporanea di un sostituto, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4, avendo natura episodica, è consentita nei soli casi di impedimento transitorio del difensore di fiducia o di quello di ufficio (Sez. 1, n. 39570 del 12/09/2019, Perri, Rv. 276872; Sez. 1, n. 16958 del 23/02/2018 Esposito, Rv. 272603).

A garanzia del principio di continuità della difesa, che si riflette anche nel principio di effettività della stessa, l’intervento del sostituto del difensore ha natura episodica ed è quindi consentito nei soli casi di impedimento temporaneo del difensore di fiducia o di quello di ufficio. Pertanto, quando l’impedimento del difensore ha carattere definitivo, come nel caso di rinunzia al mandato, se l’imputato non provvede alla nomina di un difensore di fiducia, il giudice ha l’obbligo di nominare un difensore d’ufficio, pena la sanzione di nullità assoluta ed insanabile nei casi in cui ne è obbligatoria la presenza (Sez. 5, n. 13660 del 17/01/2011, Giaffreda, Rv. 250164; Sez. 4, n. 10215 del 13/01/2005, Fumagalli, Rv. 231603).

Del resto, secondo quanto chiarito anche dalle Sezioni Unite di questa Corte, la nomina, da parte del giudice, di un sostituto processuale del difensore di fiducia o del difensore d’ufficio, presuppone un regolare avviso ai titolari del diritto di difesa ed è consentita solo nelle ipotesi tassativamente elencate dall’art. 97 c.p.p., comma 4, (Sez. U, n. 24630 del 26/03/2015, Maritan, Rv. 263599).

Ciò posto, effettivamente risulta, dai verbali di udienza, che, nonostante la comunicazione della rinuncia al mandato trasmessa il 7 giugno 2019 dall’Avv. Luca Donadio, difensore di fiducia dell’imputato, la Corte d’appello di Bologna, all’udienza del 14 giugno 2019, non ha provveduto alla nomina di un difensore d’ufficio, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 1, del D.S., bensì soltanto alla designazione di un difensore immediatamente reperito in udienza, ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 4.

Secondo quanto già evidenziato, la designazione di ufficio di un sostituto, ai sensi dell’art. 97, comma 4, ha carattere episodico ed è consentita nei soli casi di impedimento temporaneo del difensore di fiducia o di quello d’ufficio, che continua a mantenere la titolarità della difesa, e la rinuncia al mandato difensivo, invece, avendo carattere definitivo, comporta l’obbligo per il giudice di nominare all’imputato un difensore d’ufficio ai sensi dell’art. 97 c.p.p., comma 1, che ha il diritto di chiedere ed ottenere un congruo termine a difesa ai sensi dell’art. 108 c.p.p..

Va al riguardo osservato che il principio secondo cui la rinuncia al mandato difensivo non comporta l’obbligo per il giudice di nominare all’imputato – che non abbia provveduto alla nomina di un difensore di fiducia – un difensore d’ufficio, in quanto il difensore rinunciante è onerato della difesa fino all’intervento di una nuova nomina, sicchè la mancata nomina del difensore d’ufficio, nella pendenza del termine per appellare la sentenza di primo grado, non comporta alcuna nullità, essendo il difensore di fiducia oltre che l’imputato – nella piena facoltà di proporre l’impugnazione fino all’intervento della nuova nomina (Sez. 5, n. 3094 del 19/11/2015, dep. 2016, Arnoldo, Rv. 266052), concerne il differente caso in cui penda ancora termine per l’impugnazione, e non è applicabile al caso in esame, in cui è necessario garantire l’effettività del diritto di difesa in udienza.

Ne consegue che la sentenza impugnata va annullata nei confronti di D.S. con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna.

  1. I ricorsi di A.F. e G.A. sono parzialmente fondati.

2.1. Il primo motivo è fondato.

Il Tribunale di Forlì aveva condannato A. e G. al risarcimento del danno nei confronti della parte civile costituita, oltre al pagamento di una provvisionale pari a 700.000 Euro, in relazione a due distinte ipotesi di bancarotta, per distrazione e preferenziale; la Corte di Appello, con la sentenza impugnata, ha assolto gli imputati dal delitto di bancarotta fraudolenta distrattiva e ha dichiarato l’estinzione per prescrizione della bancarotta preferenziale, confermando la condanna al risarcimento del danno.

Ciò posto, è pacifico che, poichè, all’esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, in caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità, salvo che, in sede di appello, sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili, oppure ritenga infondata nel merito l’impugnazione del P.M. proposta avverso una sentenza di assoluzione in primo grado ai sensi dell’art. 530 c.p.p., comma 2, (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273), nel caso in cui il giudice di appello dichiari non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato (o per intervenuta amnistia) senza motivare in ordine alla responsabilità dell’imputato ai fini delle statuizioni civili, l’eventuale accoglimento del ricorso per cassazione proposto dall’imputato impone l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, a norma dell’art. 622 c.p.p. (Sez. U, n. 40109 del 18/07/2013, Sciortino, Rv. 256087).

Tanto premesso, la sentenza impugnata ha completamente omesso di motivare l’affermazione della responsabilità civile in relazione al reato di bancarotta preferenziale dichiarato estinto per prescrizione, senza in alcun modo prendere in considerazione i motivi di appello proposti con riferimento alla contestata condotta di bancarotta, limitandosi ad affermare che “per quanto riguarda l’ipotesi di bancarotta per distrazione contestata in relazione all’importo del mutuo usurario” al più il fatto poteva integrare un’ipotesi di bancarotta preferenziale, peraltro prescritta come le altre ipotesi contestate (p. 21 sentenza impugnata).

2.2. Il secondo motivo, concernente l’affermazione della responsabilità civile con riferimento al reato di usura, è altresì fondato.

Il Tribunale di Forlì aveva condannato gli imputati per il reato di usura ai soli effetti penali, senza disporre nulla in ordine alle domande risarcitorie avanzate dalla parte civile, compresa la richiesta di una provvisionale pari alla somma di 83.500 Euro, corrispondente agli interessi usurari corrisposti, e limitando la condanna al risarcimento al solo reato di bancarotta di cui al capo E, come si evince dal dispositivo della sentenza di primo grado (“condanna gli imputati condannati per il reato di bancarotta al risarcimento del danno”).

In assenza di impugnazione della parte civile costituita (la curatela del fallimento), che anche in sede di conclusioni si è limitata a chiedere la conferma delle statuizioni civili del giudizio di primo grado, la Corte di Appello, nel dichiarare il reato di usura estinto per intervenuta prescrizione, ha tuttavia affermato “la responsabilità degli appellanti A. e G. ai soli fini civili” (p. 21), senza peraltro indicarlo nel dispositivo.

Il terzo motivo è assorbito.

2.3. Il quarto motivo, concernente la confisca del profitto del reato di usura, è infondato.

Benchè il difensore abbia rinunciato al motivo in sede di discussione, la doglianza va scrutinata, in quanto è inefficace l’atto di rinuncia al ricorso per cassazione non sottoscritto dall’indagato, ma dal solo difensore non munito di procura speciale, in quanto la rinuncia, non costituendo espressione dell’esercizio del diritto di difesa, richiede la manifestazione inequivoca della volontà dell’interessato, espressa personalmente o per mezzo di procuratore speciale (Sez. 2, n. 5378 del 05/12/2014, dep. 2015, Preiti, Rv. 262276).

Con la sentenza di condanna di primo grado è stata disposta la “confisca per equivalente” di beni che costituiscono il prezzo o profitto del reato di usura ovvero di somme di denaro, beni ed utilità di cui gli imputati abbiano la disponibilità per un importo pari ad Euro 83.500,00.

La confisca è stata confermata dalla sentenza impugnata, che ha nondimeno dichiarato l’estinzione del reato di usura per intervenuta prescrizione.

Il motivo con cui il ricorrente sostiene che la Corte territoriale avrebbe dovuto revocare la confisca per equivalente disposta ai sensi dell’art. 644 c.p., comma 6, è infondato.

Premesso che si è al di fuori delle ipotesi di confisca speciale in relazione alle quali l’art. 578 bis c.p.p. consente la decisione ai soli fini della misura ablativa (Sez. 2, n. 19645 del 02/04/2021, Consentino, Rv. 28142102: “La disposizione di cui all’art. 578-bis c.p.p., introdotta dal D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, che ha disciplinato la possibilità di applicare, con una sentenza di proscioglimento per intervenuta prescrizione, la confisca cd. allargata prevista dall’art. 240-bis c.p., estesa, dalla L. 9 gennaio 2019, n. 3, a tutte le ipotesi di confisca di cui all’art. 322-ter c.p., costituisce una norma di natura processuale, come tale soggetta al principio “tempus regit actum”, non introducendo nuovi casi di confisca, ma limitandosi a definire la cornice procedimentale entro cui può essere disposta la cd. ablazione senza condanna”; Sez. 2, n. 19645 del 02/04/2021, Consentino, Rv. 281421-01: “Si può procedere alla confisca in assenza di condanna (nella specie, per intervenuta estinzione del reato a seguito di prescrizione) anche quando sia “per equivalente”, sempre che rientri in una delle ipotesi previste dall’art. 322-ter c.p., giacchè il richiamo contenuto nell’art. 578-bis c.p.p. alla confisca di cui all’art. 322-ter c.p. non è limitato ai soli casi di confisca diretta di cui all’art. 322-ter, comma 1 medesimo (In motivazione, la Suprema Corte ha sottolineato che la natura solo “parzialmente sanzionatoria” della confisca di valore – in quanto connotata piuttosto da una funzione ripristinatoria diretta al riallineamento degli squilibri patrimoniali generati dall’illecito – non implica la sua attrazione nell’area della sanzione penale in senso stretto)”), va rilevato che le Sezioni Unite “Lucci” hanno affermato che il giudice, nel dichiarare la estinzione del reato per intervenuta prescrizione, non può disporre, atteso il suo carattere afflittivo e sanzionatorio, la confisca per equivalente delle cose che ne costituiscono il prezzo o il profitto (Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264435).

Il principio affermato dalle Sezioni Unite non viene tuttavia in rilievo nella fattispecie, in quanto la confisca obbligatoria prevista dall’art. 644 c.p., comma 6, non ha carattere afflittivo o sanzionatorio, ma meramente ripristinatorio, avendo ad oggetto il profitto del reato, gli interessi usurari (“Nel caso di condanna, o di applicazione di pena ai sensi dell’art. 444 c.p.p., per uno dei delitti di cui al presente articolo, è sempre ordinata la confisca dei beni che costituiscono prezzo o profitto del reato ovvero di somme di denaro, beni e utilità di cui il reo ha la disponibilità anche per interposta persona per un importo pari al valore degli interessi o degli altri vantaggi o compensi usurari, salvi i diritti della persona offesa dal reato alle restituzioni e al risarcimento dei danni”).

Peraltro, il dispositivo della sentenza di primo grado impropriamente definisce la misura “confisca per equivalente”, trattandosi di ablazione del profitto del reato di usura, consistente negli interessi usurari.

2.4. Ne consegue che la sentenza impugnata va annullata, agli effetti civili, nei confronti di A.F. e G.A. con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello; i ricorsi vanno rigettati nel resto.

  1. Il ricorso di Ga.El. è inammissibile.

L’imputata, moglie di D.S., è stata condannata per il reato di bancarotta fraudolenta documentale di cui al capo P, in qualità di amministratore di diritto della Gruppo D. s.p.a..

Il ricorso lamenta che la Corte territoriale abbia reso una motivazione apparente, omettendo l’esame dei motivi di appello proposti, e dedicando all’imputata appena “due righi” del seguente tenore: “i motivi ripercorrono argomentazioni non dissimili da quelli avanzate dalla difesa del D. e del Gr. e valgono le considerazioni già svolte” (p. 23).

Tuttavia, con l’atto di appello erano stati censurati i profili dell’estensione del fallimento, l’insussistenza di una società di fatto, ed era stata dedotta l’assenza di una partecipazione attiva alla gestione del Gruppo D., rivestendo la Ga. un mero ruolo di “comodo”.

Doglianze ictu oculi generiche, sia intrinsecamente, sia per l’omesso concreto confronto argomentativo con la sentenza di primo grado.

Tale difetto di specificità è stato reiterato con il ricorso per cassazione, che si è limitato a riproporre i medesimi argomenti, senza tuttavia confrontarsi con la circostanza che la specificità della sentenza di appello impugnata è evidentemente proporzionale alla specificità dei motivi di impugnazione (Sez. 2, n. 51531 del 19/11/2019, Greco, Rv. 277811: “L’appello è inammissibile per difetto di specificità dei motivi quando non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della decisione impugnata, fermo restando che tale onere di specificità, a carico dell’impugnante, è direttamente proporzionale alla specificità con cui le predette ragioni sono state esposte nel provvedimento impugnato”), e che Ga.El. è stata condannata per il reato di bancarotta fraudolenta documentale, avendo assunto il ruolo di legale rappresentante della Gruppo D. nell’epoca immediatamente precedente alla declaratoria di fallimento.

Al riguardo, è pacifico che, in tema di bancarotta fraudolenta, con riguardo a quella documentale per sottrazione o per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture (Sez. 5, n. 54490 del 26/09/2018, C., Rv. 274166, secondo cui non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto); l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta, in frode ai creditori, delle scritture contabili anche se sia investito solo formalmente dell’amministrazione della società fallita (cosiddetta testa di legno), in quanto sussiste il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le predette scritture, purchè sia fornita la dimostrazione della effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari (Sez. 5, n. 43977 del 14/07/2017, Pastechi, Rv. 271754).

Ciò posto, il ricorso non ha dedotto doglianze specifiche idonee ad escludere la consapevolezza dello stato delle scritture, limitandosi, come già fatto con l’appello, ad una contestazione astratta ed assertiva.

Sicchè la sentenza impugnata, nonostante la motivazione stringata, non appare suscettibile di censura, in considerazione del difetto di specificità dei motivi di appello e, successivamente, dei motivi del ricorso per cassazione.

Del tutto astratta, e priva di aderenza con il ruolo assunto e con le condotte accertate (sottrazione di parte della contabilità e omessa tenuta successivamente all’agosto del 2006), è altresì la doglianza con cui si lamenta l’omessa riqualificazione dei fatti nel reato di bancarotta documentale semplice, non ricorrendo gli indici di una condotta meramente negligente.

  1. Il ricorso di G.B. è inammissibile per difetto di specificità.

Tra i requisiti del ricorso per cassazione vi è anche quello, sancito a pena di inammissibilità, della specificità dei motivi: il ricorrente ha non soltanto l’onere di dedurre le censure su uno o più punti determinati della decisione impugnata, ma anche quello di indicare gli elementi che sono alla base delle sue lagnanze.

La mancanza di specificità del motivo, invero, deve essere apprezzata non solo per la sua genericità, come intrinseca indeterminatezza delle doglianze, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le affermazioni del provvedimento censurato senza cadere nel vizio di aspecificità, fondante, ai sensi dell’art. 591, comma 1 lett. c), l’inammissibilità (ex multis, Sez. 2, n. 11951 del 29/01/2014, Lavorato, Rv. 259425; Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568).

Ciò posto, il ricorso è del tutto generico, diffondendosi per quasi metà dell’impugnazione in una diffusa ed astratta ricostruzione delle differenze tra le varie ipotesi dei reati di bancarotta, e concentrando poi le proprie doglianze sul reato di bancarotta impropria, che è stato dichiarato estinto per prescrizione.

Le altre doglianze concernono il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, che, oltre ad essere non consentite, sollecitando una rivalutazione del merito mediante una lettura alternativa degli elementi di fatto – l’asserita assenza di patrimoni ingenti e la modestia della somma distratta -, sono nuove, in quanto con l’atto di appello non erano state dedotte censure nei confronti delle condotte distrattive accertate (come evidenziato anche dalla sentenza impugnata, a p. 23), ma soltanto una generica doglianza in merito alla brevità del periodo in cui l’imputato aveva assunto il ruolo di amministratore di diritto della Building & Service s.r.l., e una richiesta di riduzione della pena.

Con riferimento al reato di bancarotta fraudolenta documentale, in relazione alla quale la Corte di Appello ha confermato l’affermazione di responsabilità, respingendo motivatamente la censura riguardante l’asserita assenza di dolo in considerazione del ruolo di mera “testa di legno”, il ricorso non ha invece proposto censure specifiche.

Prive di qualsivoglia pertinenza argomentativa risultano infine le deduzioni relative ad una riqualificazione nel reato di bancarotta semplice, del quale non ricorre alcun presupposto di tipicità.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità dei ricorsi di Ga.El. e G.B. consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00, nonchè alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, che si liquidano in complessivi Euro 5.000,00, oltre accessori di legge.

Va infine dichiarata inammissibile la richiesta di revoca del sequestro conservativo avanzata dal difensore della parte civile, trattandosi di istanza non valutabile da questa Corte, bensì dal giudice del merito.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di D.S. con rinvio per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di Appello di Bologna.

Annulla la medesima sentenza, agli effetti civili, nei confronti di A.F. e G.A. con rinvio per nuovo esame al giudice civile competente per valore in grado di appello; rigetta i ricorsi nel resto.

Dichiara inammissibili i ricorsi di Ga.El. e G.B. e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Condanna, inoltre, i ricorrenti Ga. e Gr. alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalla parte civile che liquida in complessivi Euro 5.000,00, oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 2 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

ROVIGO DELITTO  10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74

       ROVIGO DELITTO  10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74

CHIAMA L’AVVOCATO ESPERTO PENALE 051 6447838

delitto p. e p. dagli arti 81 cpv. c.p. e 10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74

in ordine al delitto p. e p. dagli arti 81 cpv. c.p. e 10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, rispettivamente L.G.C., in qualità di rappresentante legale e C.M., in qualità di amministratore di fatto della E.M.G S.r.l con domicilio fiscale in O. (R.) Via G. C. n. 40/1, esercente attività di commercio al dettaglio di prodotti via interenet, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, occultavano e/o distruggevano le scritture contabili e i documenti fiscali la cui tenuta è obbligatoria, in guisa da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari, in particolare in sede di verifica fiscale, condotta dalla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Rovigo (Ro), non esibivano la (contabilità di cui è obbligatoria la conservazione, l’organo di controllo, solo grazie alla banca dati sugli scambi intracomunitari denominata “index vies” ed a seguito dell’esame dei dati ivi comunicati dai fornitori CEE così acquisiti, riusciva ad accertare che la parte aveva occultato e/o distrutto la relativa contabilità obbligatoria:

ed ancora

Dalla lettura degli atti acquisiti nel corso del dibattimento e dalle testimonianze rese dai testimoni esaminati, risulta accertato che la società “E. S.r.l.” abbia svolto, negli anni 2011 e 2012 l’attività imprenditoriale di importazione e di vendita al dettaglio di dispositivi elettronici. Tali operazioni, documentate dalle fatture, dai modelli “Scac”, dai modelli “Intrastat” e dai partitati delle società fornitrici “T.” e “Y.” – in ordine ai quali si è provveduto ad una traduzione dalla lingua tedesca alla lingua italiana a mezzo di incarico conferito all’interprete di lingua tedesca G.F. -, documenti tutti acquisiti dalla Agenzia delle Dogane e acquisite agli atti, non trovavano un riscontro nella contabilità dell’impresa, che non veniva rinvenuta dal personale accertatore e non veniva fornita dai rappresentanti legali della società.

Quanto alla tenuta delle scritture contabili e dei libri-giornali, obbligatoria per le società a responsabilità limitata ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 2214 e 2478 c.c., non è stata raggiunta in giudizio la prova in ordine alla loro effettiva istituzione, atteso che il commercialista dott. B. negava di esserne stato il tenutario e il depositario, né risultava altrimenti una loro tenuta.

Di contro, è emersa in giudizio la prova in ordine all’esistenza di fatture di acquisto e di vendita relative all’attività imprenditoriale svolta dalla “E. S.r.l.”.

Osservazioni

Sul punto, è bene precisare come le fatture attive e passive rientrano tra la documentazione fiscale di cui è obbligatoria la conservazione ai sensi dell’art. 22, comma 3, del D.P.R. n. 600 del 1973 (v., sul punto, Cass., sent. n. 15236/2015).

Dall’occultamento delle predette fatture è derivata l’impossibilità, per la Agenzia delle Dogane, di ricostruire i redditi o il volume d’affari dell’impresa, cosi realizzando l’evento che determina la consumazione del reato di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROVIGO

Sezione Penale

SENTENZA A SEGUITO DI DIBATTIMENTO

(art. 567 c.p.p.)

Il Giudice del TRIBUNALE DI ROVIGO

Dott.ssa Mabel MANCA

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel procedimento penale

NEI CONFRONTI DI:

1) L.G.C. nato il (…) a C. (R.) residente in S. M. M. di O. (R.) V. F., n. 17/a ed elettivamente domiciliato presso lo Studio del difensore Avv. Ivan Agnesini in Via D. Sgarzi, 12 – Rovigo

non comparso – già presente

2) C.M. nato il (…) a B., residente a F. Via S. R., n. 145 ed elettivamente domiciliato presso lo Studio del difensore Avv. Monica Malaguti del Foro di Rovigo sito in Occhiobello (RO) Via Trento, n. 30

libero – assente

IMPUTATI

Come da foglio allegato.

Con l’intervento del Pubblico Ministero: Dott.ssa Marika IMBIMBO (V.P.O. delegato).

Difensori: Avv. Ivan Agnesini del Foro di Rovigo di fiducia per L.G.C. – presente;

Avv. Monica Malagutti del Foro di Rovigo di fiducia per C.M. – presente.

IMPUTATI

in ordine al delitto p. e p. dagli arti 81 cpv. c.p. e 10 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74 perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, rispettivamente L.G.C., in qualità di rappresentante legale e C.M., in qualità di amministratore di fatto della E.M.G S.r.l con domicilio fiscale in O. (R.) Via G. C. n. 40/1, esercente attività di commercio al dettaglio di prodotti via interenet, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, occultavano e/o distruggevano le scritture contabili e i documenti fiscali la cui tenuta è obbligatoria, in guisa da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari, in particolare in sede di verifica fiscale, condotta dalla Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Rovigo (Ro), non esibivano la (contabilità di cui è obbligatoria la conservazione, l’organo di controllo, solo grazie alla banca dati sugli scambi intracomunitari denominata “index vies” ed a seguito dell’esame dei dati ivi comunicati dai fornitori CEE così acquisiti, riusciva ad accertare che la parte aveva occultato e/o distrutto la relativa contabilità obbligatoria:

– nell’anno 2011 la società risulta cessionaria di acquisti intracomunitari da diversi operatori per un ammontare complessivo di Euro 226.057,01, a fronte dei quali la parte non ha tenuto la relativa contabilità e non ha presentato le relative dichiarazioni;

– nell’anno 2012 la società risulta cessionaria di acquisti intracomunitari da diversi operatori per un ammontare complessivo di Euro 35.758,32, a fronte dei quali la parte non ha tenuto la relativa contabilità.

Accertato in Occhiobello e Rovigo (RO), il 23 luglio 2012 e il 21 ottobre 2013 (data del processo verbale di verifica e constatazione).

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con decreto che dispone il giudizio del 4.7.2017, L.G.C. e C.M. venivano rinviati a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000

L’imputato L. presenziava al processo mentre il C., non comparso nonostante la regolarità della notifica del decreto, veniva dichiarato assente.

Atteso l’intervenuto mutamento del giudicante, all’udienza del 23.5.2018 le parti rinnovavano le proprie istanze istruttorie.

L’istruttoria dibattimentale si svolgeva mediante l’esame dei testi del Pubblico Ministero (A.A., N.A., B.L., G.K.), con l’esame dell’imputato L. e con la produzione documentale delle parti.

All’esito le parti discutevano e concludevano come da verbale.

– Dall’esame dei testi A. e N. – entrambi dipendenti dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli di Rovigo – e dalla lettura del processo verbale di constatazione del 21.1.20.2013, agli atti, è emerso che nell’anno 2012 l’Agenzia delle Dogane avviava un’indagine avente ad oggetto le dichiarazioni di acquisto intracomunitarie effettuate dalla ditta “E. S.r.l.”, con sede legale in O. (R.), via C. n. 36, in relazione all’anno 2011 e al primo semestre del 2012. In particolare, la società aveva dichiarato, mediante la compilazione dei modelli cc.dd. Intrastat, l’acquisto di dispositivi elettronici dalla Germania.

In data 23.7.2012 veniva eseguito un sopralluogo presso lo studio contabile depositario delle scritture societarie, dove venivano rinvenuti i modelli Intrastat relativi ai mesi di gennaio e febbraio 2012 e il registro Iva provvisorio del mese di gennaio del 2012: per il resto, uno dei soci dello studio rappresentava che ormai da tempo la società non forniva più la documentazione necessaria per adempiere agli obblighi contabili e fiscali (v. verbale di constatazione agli atti, aff. n. da 6 a 20). I funzionari, non riuscendo a reperire alcuna documentazione relativa all’anno d’imposta 2011, si portavano presso la sede legale della società, dove venivano accolti da tale B.L., il quale forniva loro la visura camerale e il verbale di assemblea redatto circa due settimane prima, dal quale emergeva come la sede legale della società fosse stata trasferita in Ferrara, piazzetta Combattenti n. 1/A: non veniva fornita nessun’altea documentazione.

Tuttavia la banca-dati “Vies” suggeriva come la società attenzionata avesse intrattenuto dei rapporti commerciali con società estere – nella specie, “T.D.” e “Y.” – per l’acquisto di telefoni cellulari e di tali operazioni economiche non era stata fornita alcuna documentazione: l’accertamento conduceva a individuare un ammontare totale di acquisti per il valore di Euro 234.881,01 nell’anno 2011 e 35.758,32 nel 2012, grazie ai dati acquisiti mediante i modelli “Scac” e l’indicazione dell’ammontare delle operazioni di acquisto per ogni trimestre dell’anno 2011 e per il primo trimestre 2012 (v. all. 1 e 2 prodotti dal Pubblico Ministero all’udienza del 23.5.2018).

In particolare, la predetta banca-dati risultava alimentata dai modelli di interscambio “Intrastat” registrati sia dalle società venditrici che dall’acquirente “E. S.r.l,” e forniva un resoconto economico del valore monetario delle vendite effettuate dalle due società tedesche in favore della “E. S.r.l.”: i valori, tuttavia, non coincidevano, atteso che il volume d’affari dichiarato dalle società venditrici superava quello riportato dalla società italiana per l’acquisto: in ogni caso, i partitati della società “T.” mostravano un volume delle vendite verso la “E. S.r.l.” corrispondente a quello indicato nel modello “Scac” (vedi documentazione prodotta dal P.M. all’udienza del 23.5.2018).

Quanto alla compagine sociale, dalla visura camerale effettuata dai funzionari, emergeva che la “E. S.r.l.” era stata costituita con atto del 17.1.2011, poi iscritto il 21.1.2011 e aveva avuto come primo rappresentante legale tale G.C. fino all’1.1.2012; successivamente, dall’1.1.2012 al 28.5.2012 B.L., poi dal 28.5.2012 al 22.11.2012 L.G.C., il quale ne diveniva il liquidatore fino all’1.7.2013 (v. visura camerale prodotta dal Pubblico Ministero all’udienza del 23.5.2018 e pag. 7 del verbale stenotipico del 23.5.2018).

– Il teste assistito B.L. – imputato in numerosi altri procedimenti penali per il reato di truffa, commesso in qualità di legale rappresentante della ditta “E. S.r.l.”, dunque collegato probatoriamente con il reato tributario oggetto del presente procedimento ai sensi dell’art. 371, comma 2, lett. b) c.p.p. – raggiunto dagli avvisi di cui all’art. 197 bis c.p.p., decideva di sottoporsi all’esame testimoniale e dichiarava di essere stato assunto da C.M. come magazziniere irregolare della “E. S.r.l.”, in quanto il figlio C.E. lo aveva portato a conoscenza delle difficoltà economiche del teste. Successivamente C.M. gli proponeva di diventare il legale rappresentante della società, prendendo il posto della nuora, G.C., alla quale la società era intestata, con la precisazione che egli avrebbe agito quale mero prestanome della società e che il C. sarebbe stato l’amministratore di fatto (v. pag. 43 del verbale stenotipico del 23.5.2018).

Il B. sottolineava come la gestione della società fosse saldamente nelle mani del C., il quale si occupava da solo dell’amministrazione dell’ente escludendo l’amministratore di diritto e appropriandosi di tutta la documentazione. Il teste aggiungeva che oggetto dell’attività societaria era l’acquisto e la vendita di telefoni cellulari: i dispositivi acquistati venivano consegnati all’azienda mediante un corriere e in tutti i pacchi erano allegate le fatture d’acquisto e le bolle di trasporto, che venivano riposte nell’ufficio del C. (v. pag. 46 del verbale stenotipico cit.).

Al momento della spedizione dei telefoni agli acquirenti, poi, nel pacco veniva inserita la fattura di vendita emessa dalla “E. S.r.l.” e personalmente redatta dal C., il quale stabiliva il prezzo di vendita e stampava la relativa fattura (v. pag. 62 del verbale stenotipico cit.).

Quanto alla contabilità aziendale, il teste riferiva di essere a conoscenza del fatto che il C. avesse affidato l’incarico al commercialista dott. B. con studio in Ferrara, al quale consegnava periodicamente la documentazione contabile prima che il professionista rinunciasse all’incarico. Per il resto, l’intera gestione era nelle mani del C., inclusi i libretti degli assegni e i dati per accedere ai conti correnti on-line.

Dopo circa un anno dall’assunzione dell’incarico cominciavano ad arrivare le prime denunce sporte dai clienti per la mancata consegna della merce da loro acquistata: il C. tranquillizzava il teste, sostenendo che avrebbe trovato una soluzione al problema, se del caso anche aprendo una nuova ditta e chiudendo quella in essere.

Il teste concludeva riferendo di non avere mai ricevuto alcuna comunicazione da parte dell’Agenzia delle Dogane, in quanto il C. ogni mattina seguiva il postino per ritirare personalmente la posta prima che arrivasse in azienda: disconosceva, pertanto, la sigla apposta sulla cartolina di ricevimento di cui all’allegato n. 48 prodotto dal P.M. all’udienza del 23.5.2018).

Quanto a L.C., il teste dichiarava che era stato assunto presso la “E. S.r.l.” quale lavoratore irregolare con la mansione di magazziniere e che anche a lui veniva proposto dal C. di ricoprire l’incarico di legale rappresentante in cambio di una retribuzione più cospicua, a condizione che figurasse quale mero prestanome (v. pag. 55 del verbale stenotipico cit.).

– La teste assistita G.K., imputata in procedimenti connessi con il presente ai sensi dell’art. 371, comma 2, lett. b) c.p.p., raggiunta dagli avvisi di cui all’art. 197 bis c.p.p., dichiarava di essere stata amministratrice di diritto della “E. S.r.l.” dal 2011 al gennaio del 2012 e che l’attività di gestione societaria veniva svolta dal suocero, C.M.: la teste si limitava a compiere le operazioni bancarie indicate dal C. – tra le quali, l’apertura di conti correnti bancari e le operazioni di prelievo di denaro Per quanto a sua conoscenza, la società si appoggiava allo studio contabile del dott. B. sito in F. (v. pagg. 7 e 8 del verbale stenotipico del 16.10.2018). Nelle poche occasioni in cui aveva avuto modo di ritirare i pacchi provenienti dai venditori, verificava come all’interno fossero presenti le fatture d’acquisto, che la teste consegnava al C.; con riguardo ai pacchi predisposti per l’invio della merce in vendita, invece, la teste ricordava che all’interno del pacco veniva inserito lo scontrino di vendita (v. pagg. 9 e 10 del verbale stenotipico cit.).

– L’imputato L., personalmente comparendo e decidendo di sottoporsi all’esame ad opera delle parti, dichiarava di essere stato dapprima assunto in nero presso la ditta “E. S.r.l.” da C.M. con la mansione di tuttofare, per poi vedersi attribuire il ruolo di amministratore di diritto e rappresentante legale con la funzione di mero prestanome, attesa l’esistenza di alcune problematiche non meglio precisate che impedivano al C. di figurare quale amministratore di diritto. L’accordo sottostante a tale proposta prevedeva la corresponsione di un compenso al L. pari a Euro 250,00 alla settimana, in cambio dell’apertura di conti correnti societari e personali, la cui gestione, tuttavia, doveva essere di esclusivo appannaggio del C. (v. pag. 9 del verbale stenotipico del 16.1.2019).

L’imputato disconosceva la sigla apposta a suo nome nella cartolina di ricevimento dell’avviso inoltrato dall’Agenzia delle Dogane, di cui all’affoliazione n. 53 prodotta dal Pubblico Ministro all’udienza del 23.5.2018 (v. pag. 14 del verbale stenotipico cit.).

– Infine, il teste dott. B.G. riferiva di avere espletato l’attività burocratica relativa alla costituzione della società “E. S.r.l.” per conto di C.M. e del figlio, ma di non avere svolto alcuna attività contabile per la società successivamente alla sua costituzione: in particolare, negava di essere stato il depositario della documentazione contabile.

L’istruttoria svolta ha consentito di ritenere provata la penale responsabilità del solo C.M. in relazione al reato contestato nel capo d’imputazione.

Dalla lettura degli atti acquisiti nel corso del dibattimento e dalle testimonianze rese dai testimoni esaminati, risulta accertato che la società “E. S.r.l.” abbia svolto, negli anni 2011 e 2012 l’attività imprenditoriale di importazione e di vendita al dettaglio di dispositivi elettronici. Tali operazioni, documentate dalle fatture, dai modelli “Scac”, dai modelli “Intrastat” e dai partitati delle società fornitrici “T.” e “Y.” – in ordine ai quali si è provveduto ad una traduzione dalla lingua tedesca alla lingua italiana a mezzo di incarico conferito all’interprete di lingua tedesca G.F. -, documenti tutti acquisiti dalla Agenzia delle Dogane e acquisite agli atti, non trovavano un riscontro nella contabilità dell’impresa, che non veniva rinvenuta dal personale accertatore e non veniva fornita dai rappresentanti legali della società.

Quanto alla tenuta delle scritture contabili e dei libri-giornali, obbligatoria per le società a responsabilità limitata ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 2214 e 2478 c.c., non è stata raggiunta in giudizio la prova in ordine alla loro effettiva istituzione, atteso che il commercialista dott. B. negava di esserne stato il tenutario e il depositario, né risultava altrimenti una loro tenuta.

Di contro, è emersa in giudizio la prova in ordine all’esistenza di fatture di acquisto e di vendita relative all’attività imprenditoriale svolta dalla “E. S.r.l.”.

Invero, il contenuto delle dichiarazioni rese dai testi assistiti B. e G., abbisognevole di riscontri esterni al fine di una sua positiva valutazione in termini di valenza probatoria – essendo applicabile la regola di giudizio di cui all’art. 192, comma 3, c.p.p. in base a quanto disposto dall’art. 197 bis, comma 6, c.p.p. – trova un positivo riscontro tanto nelle dichiarazioni rese dall’imputato, quanto nella produzione documentale avvenuta nel corso del dibattimento ad opera del Pubblico Ministero. Risulta, infatti, provato come l’attività di acquisto e di vendita dei telefoni cellulari fosse accompagnata dalla ricezione di fatture di acquisto da parte dei fornitori tedeschi “T.” e “Y.”, nonché dall’emissione di fatture di vendita da parte della “E. S.r.l.”.

Sul punto, è bene precisare come le fatture attive e passive rientrano tra la documentazione fiscale di cui è obbligatoria la conservazione ai sensi dell’art. 22, comma 3, del D.P.R. n. 600 del 1973 (v., sul punto, Cass., sent. n. 15236/2015).

Dall’occultamento delle predette fatture è derivata l’impossibilità, per la Agenzia delle Dogane, di ricostruire i redditi o il volume d’affari dell’impresa, cosi realizzando l’evento che determina la consumazione del reato di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000.

A tale proposito, si osserva come la condotta del reato in esame può consistere sia nella distruzione che nell’occultamento dei documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari, con conseguenze diverse rispetto al momento consumativo, giacché la distruzione realizza un’ipotesi di reato istantaneo, che si perfeziona con la soppressione della documentazione, mentre l’occultamento – consistente nella temporanea o definitiva indisponibilità della documentazione da parte degli organi verificatori – costituisce un reato permanente, che si protrae sino al momento dell’accertamento fiscale, dal quale soltanto inizia a decorrere il termine di prescrizione. Qualora, come nel caso di specie, vengano contestati l’occultamento e/o la distruzione delle scritture contabili, incombe sull’imputato, il quale intenda avvalersi del più favorevole dies a quo relativo al termine prescrizionale connesso all’evento distruttivo, l’onere di dimostrare sia la circostanza che la documentazione contabile era stata distrutta, e non semplicemente occultata, sia l’epoca di tale distruzione, con orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, che si ritiene di condividere (v. Cass., Sez. 3, sent. n. 14461 /2016 – Rv. 269898). Ciò che non è avvenuto nel caso di specie.

Così accertata la verificazione della condotta delittuosa di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000, occorre verificare la sussistenza di una penale responsabilità in capo a entrambi gli odierni imputati.

Quanto a C.M., la sua qualità di amministratore di fatto della “E. S.r.l.” è emersa dalle dichiarazioni rese dai testi B. e G., nonché dall’imputato, e da quanto dichiarato dal teste B., il quale precisava come la costituzione della società in questione fosse riconducibile alla sua esclusiva volontà. Tutti i testi esaminati confermavano la totale ingerenza del C. nella gestione societaria, con l’espresso divieto, formulato agli amministratori di diritto che si succedevano negli anni, di occuparsi di questioni inerenti l’amministrazione economica e contabile della ditta.

Nel caso di specie, deve ritenersi di tutta evidenza come l’imputato, omettendo, come sarebbe stato doveroso, di conservare le fatture relative alle operazioni economiche sottese all’esercizio dell’attività d’impresa, non poteva non rappresentarsi ed accettare che il loro occultamento fosse finalizzato all’elusione degli obblighi di contribuzione fiscale: deve dunque ritenersi provata, per C.M., la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, ovverosia la finalità di evasione dell’imposta sui redditi o sul valore aggiunto. Infatti, non è emerso in alcun modo che la finalità sottesa all’occultamento delle fatture di acquisto e di vendita avesse altro scopo se non quello di celare al Fisco i ricavi ottenuti dall’esercizio dell’attività d’impresa, al fine di evadere le imposte sui redditi.

Con riguardo, al contrario, alla posizione dell’imputato L.G.C., occorre innanzitutto premettere come l’unica condotta a lui astrattamente a scrivibile sia quella relativa all’occultamento delle fatture contabili a partire dal 28.5.2012, data in cui veniva formalmente investito della carica di rappresentante legale.

Quanto alla sua qualifica di mero prestanome, per come emerso dal suo esame e dalle dichiarazioni rese dai testi B. e G., appare opportuno precisare che la circostanza, affermata dall’imputato, di non aver mai avuto a disposizione le scritture contabili né di aver partecipato alla gestione della società, non è, di per sé stessa, idonea ad escludere la sua responsabilità per il reato contestato: infatti, deve ritenersi applicabile alla fattispecie in esame il principio generale elaborato dalla giurisprudenza di legittimità in materia di reati fallimentari, secondo il quale l’amministratore di diritto risponde del reato di bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta delle scritture contabili anche se sia investito solo formalmente dell’amministrazione della società fallita, in quanto sussiste il suo diretto e personale obbligo di tenere e conservare le predette scritture, purché sia fornita la dimostrazione dell’effettiva e concreta consapevolezza del loro stato, tale da impedire la ricostruzione del movimento degli affari (v. Cass., Sez. 5, sent. n. 43977/2017 ).

Tuttavia, del delitto di occultamento o distruzione di documenti contabili, di cui all’art. 10 del D.Lgs. n. 74 del 2000, il mero amministratore di diritto risponde a titolo di concorso con l’amministratore di fatto, a condizione che il prestanome abbia agito col fine specifico di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione fiscale di terzi (v., da ultimo, Cass., sez. F., sent. n. 42897/2018): non risulta raggiunta, nel caso di specie, la piena prova in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo di evasione in capo al L., atteso che è emerso come questi non avesse la minima contezza delle dinamiche di gestione della società e come gli fosse del tutto inibito, da parte del C., informarsi sull’andamento dell’amministrazione contabile. La mancata prova in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo impone pronunciarsi sentenza di assoluzione nei confronti del L. con la formula di cui al dispositivo.

Con riguardo al trattamento sanzionatorio, si stima equo, alla luce dei criteri di cui all’art. 133 c.p. – e, in particolare, alla rilevante capacità a delinquere dimostrata dall’imputato e derivante dal coinvolgimento di numerosi prestanome nella gestione fittizia della società “E. S.r.l.” e dalla sua capacità di gestione societaria finalizzata all’occultamento pressoché totale della propria riconducibilità alla società, nonché dal rilevante ammontare dell’imposta evasa – si stima equo determinare la pena base in anni uno di reclusione in relazione ai fatti commessi nell’anno d’imposta 2011, aumentati, per la continuazione con la condotta di occultamento commessa nell’anno 2012, alla pena di anni 1 e mesi 6 di reclusione.

Non sono emersi dall’istruttoria elementi idonei a giustificare il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche in favore dell’imputato.

Segue per legge la condanna al pagamento delle spese processuali ed alle pene accessorie di cui all’art. 12 del D.Lgs. n. 74 del 2000, che si stima equo determinare, per le pene temporanee, nella misura di anni 1.

I precedenti penali gravanti sull’imputato sono ostativi alla concessione dei benefici di cui agli artt. 163 e 175 c.p.

P.Q.M.

Visto l’art. 530, comma 2, c.p.p.,

assolve L.G.C. dal reato a lui ascritto in relazione ai fatti commessi nell’anno 2011 per non averli commessi.

Visto l’art. 530, comma 2, c.p.p.,

assolve L.G.C. dal reato a lui ascritto in relazione ai fatti commessi nell’anno 2012 perché il fatto non costituisce reato.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.,

dichiara C.M. responsabile dei reati a lui ascritti e, riconosciuta la continuazione tra i fatti contestati, più gravi quelli commessi nell’anno 2011, lo condanna alla pena di anni 1 e mesi 6 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Applica nei confronti dell’imputato le pene accessorie di cui all’art. 12, comma 1, lett. a), b), c) in misura pari ad anni 1 e l’interdizione perpetua dall’ufficio di componente della commissione tributaria.

Ordina la pubblicazione della presente sentenza sul sito del Ministero della Giustizia per la durata di giorni 15.

Motivazione riservata in giorni 35.

Conclusione

Così deciso in Rovigo, il 7 maggio 2019.

Depositata in Cancelleria il 11 giugno 2019.

padova BANCAROTTA FRAUDOLENTA mancata tenuta contabilità

PADOVA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

I FATTI

Unitamente a V.K., giudicata separatamente

delitto p. e p. dall’art. 216 R.D. n. 267 del 1942, perché, V.K. e P.G. in qualità di amministratori della società N.T.A. srl, dichiarata fallita dal Tribunale di Padova con sentenza del 05/12/2003, V.M. quale amministratore di fatto della stessa società:

– sottraevano il libro giornale relativo al 2003, le schede contabili 2002 e 2003 e i libri sociali e comunque, allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, tenevano i libri e le altre scritture contabili non consentendo la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari;

– distraevano numerosi beni (stampi, macchine da cucire, mobili, computer, attrezzature, ect., come da elenco predisposto dalla curatela e allegato al presente atto), del valore complessivo di circa 430 milioni di lire;

– distraevano la somma di 100.560,61 Euro effettuando, nei due anni precedenti il fallimento, pagamenti a favore del socio K.F., come restituzioni di finanziamenti infruttiferi.

Con l’aggravante di aver commesso più fatti di bancarotta.

IMPOSSIBILITA’ RICOTRUZIONE PATRIMONIO SOCIETA’

L’impossibilità di ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari così come testimoniata dal curatore – impossibilità che per costante giurisprudenza va intesa come grave difficoltà, nel senso di un’incertezza insuperabile nei risultati – fa dunque ritenere pienamente integrata la fattispecie contestata, anche con riguardo al dolo, che in tale fattispecie è richiesto solo come generico.

Chi era legalmente responsabile della tenuta della contabilità, come P., e chi di fatto se ne occupava avendo in mano l’intera gestione dell’azienda, come V., di cui si dirà infra, era ben consapevole che una siffatta tenuta incompleta e una mancata sua corretta conservazione avrebbero impedito la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

 

Uniformandosi all’orientamento espresso ormai dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, si ritiene che i singoli fatti di bancarotta, pur nella loro autonomia, vadano riuniti ai sensi dell’art. 219 II comma legge fallimentare che costituisce specifica deroga al regime ordinario della continuazione (v. Cass. SS. UU. n. 21029/11).

Una delle caratteristiche derogatorie di tale disciplina consiste proprio nel limitare al massimo a un terzo l’aumento e nel consentire, in ragione della veste formale di circostanza di tale previsione legislativa, il suo assoggettamento al bilanciamento, che resta pertanto possibile nonostante la natura sostanziale di reato continuato, come ulteriormente chiarito anche di recente dalla Suprema Corte (v. Cass. V Sez., n. 21036/2013).

Le circostanze attenuanti vanno pertanto giudicate per P. prevalenti all’aggravante contestata, tenuto conto che si tratta di persona ultraottantenne.

 

DECISIONE

 

dichiara P.G. e V.M. responsabili del reato ad essi ascritto e, per l’effetto, disapplicata la recidiva contestata nei confronti di V.M., concesse le attenuanti generiche al solo P.G. in misura prevalente alla contestata aggravante, condanna:

V.M. alla pena di anni 3 e mesi 6 di reclusione;

P.G. alla pena di anni 2 di reclusione.

Pena sospesa nei confronti di P.G.. Condanna entrambi al pagamento delle spese processuali.

V.o l’art. 216 ult. comma R.D. n. 267 del 1942 e l’art. 29 c.p.,

dichiara V.M. interdetto dai pubblici uffici per anni 5, nonché inabilitato all’esercizio di un’impresa commerciale ed incapace ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per anni 10.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI PADOVA – Sezione penale

COMPOSIZIONE COLLEGIALE

composta da:

Dott. Claudio Marassi – Presidente

Dott. ssa Marina Ventura – Giudice

Dott. ssa Chiara Ilaria Bitozzi – Giudice

alla pubblica udienza del 7 gennaio 2015 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

P.G. nato il (…) a U. e residente a C. sul S. (T.) in via B. n. 37 dom. dich- difeso dall’avv.to Francesca Guolo del foro di Padova d’ufficio – libero presente

V.M. nato il (…) a P. di S. e residente a C. (P.) in via S.A. n. 38- difeso dall’avv.to Michele Pergola del foro di Padova, di fiducia – libero presente

IMPUTATI

Unitamente a V.K., giudicata separatamente

delitto p. e p. dall’art. 216 R.D. n. 267 del 1942, perché, V.K. e P.G. in qualità di amministratori della società N.T.A. srl, dichiarata fallita dal Tribunale di Padova con sentenza del 05/12/2003, V.M. quale amministratore di fatto della stessa società:

– sottraevano il libro giornale relativo al 2003, le schede contabili 2002 e 2003 e i libri sociali e comunque, allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, tenevano i libri e le altre scritture contabili non consentendo la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari;

– distraevano numerosi beni (stampi, macchine da cucire, mobili, computer, attrezzature, ect., come da elenco predisposto dalla curatela e allegato al presente atto), del valore complessivo di circa 430 milioni di lire;

– distraevano la somma di 100.560,61 Euro effettuando, nei due anni precedenti il fallimento, pagamenti a favore del socio K.F., come restituzioni di finanziamenti infruttiferi.

Con l’aggravante di aver commesso più fatti di bancarotta.

In Padova, il 5 dicembre 2003.

Con recidiva reiterata ed infraquinquennale per V.M..

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

V.M. e P.G. venivano rinviati a giudizio per rispondere di più fatti di bancarotta fraudolenta commessi il primo quale amministratore di fatto ed il secondo quale amministratore di diritto della società N.T. s.r.l. (“N.T.), società che operava nel campo delle nuove teconologie per il mantenimento e il risanamento dell’ambiente, con esecuzione di opere anche a carattere idraulico, società dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Padova del 5.12.03.

Venivano sentiti i testi del P.M. e della difesa e acquisita ampia documentazione prodotta da entrambe le parti

  1. si sottoponeva ad esame mentre P. rendeva spontanee dichiarazioni e al’udienza del 7.1.15 le parti concludevano come da verbale.

Occorre innanzi tutto premettere una breve storia della compagine sociale della N.T..

Come risulta dalla relazione del curatore e dai documenti ad essa allegati, la società, costituita nel 1989, nel 1998 spostava la sua sede da Ferrara a Padova e contestualmente il 99 % del capitale sociale veniva trasferito alla “K.F. s.a.”, società con sede a San Marino e dietro alla quale, come si dirà oltre, vi è P..

Il restante 1 % rimaneva nella titolarità di tale Masiero, fino all’1.3.99 amministratore unico della N.T.. Dal 3.9.99 amministratore unico della società veniva nominata K.V., all’epoca appena venticinquenne e nipote dell’imputato M.V.. La V., che usciva da questo processo patteggiando la pena, acquisiva il 9.12.99 anche la titolarità della quota pari all’1 % fino ad allora rimasta in capo al Masiero.

Il 20.3.03 V.K. cessa dalla carica di amministratore unico e le succede P.G.. Il 31.3.03 V.K. cede il suo 1 % a P. e parimenti la K. cede al medesimo P. il suo 99 %.

Dal 31.3.03, pertanto, P. assomma le qualifiche di proprietario e amministratore unico della N.T. e resta amministratore della società fino a un mese prima del fallimento, dichiarato il 5.12.03, quando nella carica di amministratore gli subentra un mese prima del fallimento, tale S., che risulterà irrperibile per il curatore.

Vanno esaminate le singole fattispecie di bancarotta fraudolenta qui contestate.

Bancarotta fraudolenta documentale

Il curatore, d.ssa M., non ha rinvenuto il libro giornale relativo al 2003, così come le schede contabili relative agli anni 2002-2003. Mancano, inoltre, completamente i libri sociali, mancanza che ha compromesso la possibilità di ricostruire appieno le vicende societarie e le delibere degli organi assembleari.

Il curatore non ha potuto ricostruire con esattezza nemmeno la consistenza patrimoniale della società alla data del fallimento, essendo insufficiente a tal fine il ritrovamento di un bilancio interno di verifica aggiornato al 31.7.03: in mancanza, appunto, di ogni possibilità di un riscontro della sua correttezza attraverso l’esame di una contabilità correttamente tenuta e aggiornata, lo stesso non ha alcun valore (v. pp. 20 e 21 relazione ex art. 33 legge fallimentare del curatore).

L’impossibilità di ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari così come testimoniata dal curatore – impossibilità che per costante giurisprudenza va intesa come grave difficoltà, nel senso di un’incertezza insuperabile nei risultati – fa dunque ritenere pienamente integrata la fattispecie contestata, anche con riguardo al dolo, che in tale fattispecie è richiesto solo come generico.

Chi era legalmente responsabile della tenuta della contabilità, come P., e chi di fatto se ne occupava avendo in mano l’intera gestione dell’azienda, come V., di cui si dirà infra, era ben consapevole che una siffatta tenuta incompleta e una mancata sua corretta conservazione avrebbero impedito la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

Le relazioni del c.t. della difesa, Giacomazzi, nulla spostano sul punto.

Come ha esattamente rimarcato la curatrice nel corso del suo esame, e come ha ammesso anche il ct in sede di controesame, tali relazioni sono state stese sul presupposto che i dati risultanti dai bilanci fossero corretti, mentre è proprio tale correttezza che è impossibile riscontrare per la difettosa tenuta della contabilità.

Poco importa che vi sia un’apparenza di correttezza data dalla semplice congruenza fra dati astratti che si riscontrano fra di loro ma che potrebbero essere del tutto avulsi dalla realtà aziendale (v. pp. 13 e 20-21 deposizione curatrice del 19.9.14).

Il c.t., per sua stessa dichiarazione, si è limitato ad analizzare i bilanci scaricati dal Registro Imprese e non ha verificato se i dati espressi in bilancio fossero adeguatamente supportati dalle relativa scritture contabili, di cui non ha verificato attendibilità e completezza perché ha ritenuto che non fosse quello il compito che gli era stato affidato (v. pp. 15-19 verbale stenotipico del 17.10.14).

Bancarotta per distrazione di beni strumentali

In sede di inventario fallimentare la curatrice rilevava la mancanza di numerosi beni che ala data del fallimento risultavano in carico alla società.

L’elenco dettagliato di tali beni, allegato con il n. 21 alla relazione ex art. 33 l. f. della curatrice, è stato redatto dalla stessa sulla base del registro dei beni ammortizzabili, seppur non aggiornato al 2003, nonché dall’analisi delle fatture di acquisto e di vendita rinvenute relativamente all’anno 2003 ( pp. 25, 26 relazione curatrice).

Dall’analisi di queste ultime, in particolare, la curatrice ha potuto rilevare che nel 2003 la N.T., nonostante la situazione di difficoltà in cui versava e che la porterà in dicembre di quell’anno alla dichiarazione di fallimento, acquista numerosi e costosi beni, di cui la curatrice non rileverà alcuna traccia fisica: per dare un’idea della rilevanza di tali beni e dell’intento distrattivo che animava già il loro acquisto, si tratta di una cisterna, due gruppi elettrogeni, alcune caldaie industriali, nove cellulari e un computer dotato di accessori.

Spariti sono anche i numerosissimi beni risultanti dal libro cespiti e riportati nell’elenco citato, fra cui spiccano una casa prefabbricata vari carrelli, PC, caldaia, macchinari da lavorazione, mobili e vari macchinari da ufficio. Il valore di tali beni è stato indicato in circa 430 milioni di lire, che è la somma del loro valore di acquisto.

A fronte di quanto avrebbe dovuto trovare il curatore nei locali della N.T., la stessa non ha ritrovato alcuna attrezzatura inerente alle lavorazioni oggetto dell’attività di impresa, ma solo pochi arredi e beni merci in materiale plastico stimati solamente 2.180 Euro !

Non è vero quanto ha affermato il difensore di V., e cioè che la prova che i beni fino al fallimento fossero in azienda discenderebbe proprio dalle testimonianze delle dipendenti, da cui risulterebbe che il lavoro fino all’ultimo era proseguito regolarmente, utilizzando dunque le necessarie attrezzature.

Dalle testimonianze delle dipendenti C. e F. è emerso, al contrario, che nella primavera-estate 2003 l’azienda era stata già spogliata e lasciata qualche mese, fino al fallimento di dicembre, come un involucro vuoto a fingere di operare. In particolare la C., che avrebbe dovuto svolgere compiti impiegatizi relativi all’amministrazione, ha riferito che c’era ben poco lavoro e che solo in un’occasione aveva redatto qualche fattura dietro specifiche istruzioni di P. che le aveva detto cosa scrivere.

Non si ritiene, pertanto, che la difesa abbia documentato una diversa destinazione dei beni della cui esistenza il curatore ha trovato documentazione.

L’imprenditore è posto, nel nostro ordinamento, in posizione di garanzia nei confronti dei creditori, i quali ripongono la garanzia dell’adempimento delle obbligazioni dell’impresa sul patrimonio di quest’ultima, donde la diretta responsabilità di chi dalla legge è individuato come legale rappresentante per la conservazione di esso in ragione dell’integrità della garanzia (v. Cass. n. 7588/11).

Mancando la prova di una diversa destinazione dei beni, se ne deve ritenere la distrazione, senza che ciò costituisca inversione dell’onere della prova, trattandosi di diretta applicazione dei principi di valutazione della prova dettati dall’art. 192 c.p. (così Cass. n. 7403/08).

A ciò si aggiunga che non solo il legale rappresentante, ma anche l’amministratore di fatto, colui che gestiva l’azienda uti dominus, non può essere rimasto estraneo a fronte di un tale massiccio saccheggio di tutti i beni che ne consentivano l’attività, saccheggio che non può pertanto che essere avvenuto con il suo avallo.

Di più: proprio nel 2003, il 7.3.03 (v. visura f. 78 e ss, allegata a relazione curatore) V. costituisce la “T. s.r.l.”, con lo stesso oggetto sociale della N.T. e che fin dall’inizio risulta già pienamente operativa, tanto da proporsi per lavori che richiedono l’impiego di macchinari costosi e particolari: guarda caso, proprio quelli che non verranno più trovati alla N.T., nemmeno quelli che in quello stesso anno 2003, nonostante lo stato di quasi insolvenza, l’ N.T. inspiegabilmente procedeva ad acquistare.

È palese, pertanto, che si è trattato di un’operazione distrattiva, volta a svuotare la N.T., trasferendo i beni strumentali e di valore a un’altra società, riconducibile al medesimo amministratore di fatto V.M., che infatti nel biglietto da visita di cui al f. 156 – allegato alla relazione del curatore – si presentava come direttore generale della T..

Dai documenti allegati alla relazione del curatore (ff. 140,150-157), fra cui depliant della stessa T. e preventivi di lavoro, risulta che la T. si presentava con un logo assai simile alla N.T. ed atto a trarre in inganno, svolgeva effettivamente gli stessi lavori della N.T., ed anzi inserisce nel curriculum della nuova ditta i lavori in realtà fatti dalla N.T. ( v. pp. 15,16 relazione curatore).

Il teste T. riferirà che proprio V. prima delle ferie estive del 2003 lo aveva invitato a visitare la T..

In una seconda occasione, successivamente, T. si presentava alla T. proprio per cercare di recuperare da V. i soldi della fattura emessa a carico della N.T. e mai più a lui saldata. Un suo conoscente, che lavorava vicino alla sede della T., sapendo della vicenda lo aveva avvisato che quel giorno c’era V. in sede. T. si recava sul posto e vedeva fuori effettivamente parcheggiata l’auto BMW di V., ma nessuno gli apriva e se ne andava scornato.

Bancarotta per distrazione di somme

Nel 2002 e perfino nel 2003 la N.T. procede al versamento ai soci di notevoli somme indicandole come restituzione di finanziamenti infruttiferi.

Come accertato dal curatore (v. all. 16 alla relazione ex art. 33 l. f.), nel 2002 la N.T. corrisponde a tale titolo a V.K. 990,61 Euro ed alla K. ulteriori somme, ripartite in oltre 30 distinti pagamenti, per un totale complessivo di 100.560,61 Euro.

Perfino nel 2003, anno del fallimento, la N.T. corrisponderà alla K. ulteriori 5.000 Euro, nonostante fra l’altro nemmeno nel bilancio reperito fra i documenti – bilancio come già esposto non attendibile -risultasse più alcuna voce di debito verso i soci.

Dunque abbiamo una società che, nei due anni antecedenti al fallimento, trasferisce a chi detiene sostanzialmente la proprietà della società cioè alla K., socia al 99 % della N.T., oltre 100.000 Euro: si noti che all’epoca la K. è di fatto di P., il quale dal marzo 2003 assumerà anche la rappresentanza legale della N.T.: difatti le c.d. ricevute di restituzione vengono firmate da P. quale rappresentante della K. e da V.K. per la N.T..

V.K., a sua volta, in qualità di amministratore della N.T. – e nipote dell’amministratore di fatto V.M. – trasferisce a se stessa, in qualità di socio di minoranza della N.T., la somma, certo ben più ridotta, di poco meno di 1.000 Euro.

La responsabilità di tali indebiti versamenti non può essere addebitata alla sola V.K. e, per i pagamenti effettuati nel periodo in cui le subentra, a Piovesan Mirko in quanto amministratori della N.T..

Si tratta di pagamenti effettuati in pretesa restituzione di finanziamenti che non vi è prova siano stati realmente versati, e temporalmente collocati quando ormai la società si trovava in una situazione di insolvenza, di crisi finanziaria, come riferito anche dal curatore.

Preso atto che la società si trovava in cattive acque, V. come amministratore di fatto, zio della prima giovane amministratrice K. nonché sodale del successivo amministratore e già allora sostanzialmente unico proprietario della N.T., P., unitamente a quest’ultimo procedevano non solo – come sopra già esposto – a svuotare la società dei suoi beni, ma anche delle sue risorse finanziarie, trasferendone una piccola parte a V.K. e la maggior parte a P. attraverso la K..

Si ritiene provata, pertanto, la sussistenza di tutti i fatti contestati e la responsabilità in ordine agli stessi di entrambi gli imputati.

A P. vengono correttamente contestati i reati di cui al decreto di rinvio a giudizio in quanto risulta documentalmente la sua qualifica di legale rappresentante della società fino a un mese prima del fallimento, dichiarato il 5.12.03, e dunque nel periodo della loro commissione.

Anche in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, in caso di concorso ex art. 40, comma secondo, cod. pen., dell’amministratore formale nel reato commesso dall’amministratore di fatto, il dolo del primo può configurarsi anche come eventuale ed essere integrato dall’omesso controllo sulla tenuta delle scritture che dimostra la rinuncia a porre in essere quelle attività idonee a prevenire il pericolo di distrazioni e, di conseguenza, l’accettazione del rischio che esse possano verificarsi, (v. sul punto Cass. Sez. 5, n. 37305 del 14/05/2013)

A ciò si aggiunga che P. lungi dall’essere, come sostenuto dalla difesa, una mera testa di legno, era in realtà anche il proprietario della società di cui, prima, fin dal 1998, attraverso la K. (dietro il cui schermo operava, come esposto sopra) poi, dal 20.3.03, direttamente deteneva la quasi totalità (99 %) e poi la totalità delle quote.

Si osserva, infine, che dall’istruttoria è risultata anche una sua diretta partecipazione alla gestione della società.

La stessa sentenza del Tribunale di Salerno prodotta dalla difesa e relativa a una truffa contrattuale commessa attraverso la N.T. e nell’ambito di lavori appaltati dall’Autorità Portuale di Salerno, condanna P. sia per il ruolo formale da lui svolto nella N.T., e per il quale ha sottoscritto tutti gli atti della NT A relativi a tale fattispecie, ma anche per aver personalmente partecipato a incontri e riunioni organizzative anche in Campania (v. p. 10 della sentenza emessa dal Tribunale Monocratico di Salerno il 9.7.10).

  1. non era per la N.T. un fantasma, bensì qualcuno che da più di un teste (F., oltre a quelli menzionati oltre) è stato visto nella sede della società e che ha avuto a che fare con tipiche attività gestorie: dare indicazioni su cosa scrivere in fattura (C.), trattare con i fornitori delle dilazioni di pagamento (F., T.).

Quanto a V., pur non avendo egli mai rivestito alcuna carica sociale nella N.T., di cui risultava formalmente solo direttore tecnico, risulta accertato dall’istruttoria che in realtà ne fosse il dominus, che vi abbia esercitato un ruolo di amministratore di fatto, gestendone l’attività in modo continuativo e significativo.

Tutte le decisioni relative alla N.T. ed alla sua gestione commerciale venivano assunte da lui, e ciò risulta di particolare significato anche in relazione alle dimensioni relativamente modeste dell’impresa.

Si aggiunga che il consolidato orientamento giurisprudenziale della Suprema Corte per riconoscere la qualifica di amministratore di fatto a un soggetto non richiede l’esercizio da parte sua di tutti i poteri di gestione, ma solo di una parte significative degli stessi.

Quel che va accertato nella fattispecie concreta è se vi siano indici sintomatici di funzioni gerarchiche e direttive in qualsiasi momento dell’iter di organizzazione, produzione e commercializzazione di beni e servizi.

Nel caso di specie, la funzione direttiva di V. si ravvisa sia nei rapporti con i dipendenti, da lui assunti e da lui diretti nelle loro attività, che in quelli con i fornitori così come in quelli con i clienti.

Cominciando dai rapporti con i clienti, si segnala che la sentenza del Tribunale Monocratico di Salerno del 9.7.10, pur prodotta dalla difesa di V., e riguardante delle truffe contrattuali che hanno visto coinvolte la N.T. e, in veste di cliente, l’Autorità Portuale di Salerno, non è affatto favorevole alla tesi difensiva dello stesso secondo cui egli si sarebbe limitato a lavorare per la società come dipendente.

In tale pronuncia, infatti, che peraltro non risulta passata in giudicato, è vero che V. è stato assolto dal reato di truffa, ma non perché il Tribunale non abbia riconosciuto il suo ruolo di amministratore di fatto.

Al contrario, nella sentenza è detto espressamente che V. era l’amministratore di fatto della N.T., tanto da essere l’interlocutore per la N.T. “nella fase iniziale e centrale delle trattative, presentandosi e comportandosi come amministratore di fatto della società” Egli, però, scompare nella fase finale delle trattative relative all’appalto dell’Autorità Portuale di Salerno, cioè a maggio del 2003, ed è solo questa la ragione della sua assoluzione.

Sulla veste di amministratore di fatto del V. numerose sono state le testimonianze sia dei titolari di società fornitrici della N.T. sia dei dipendenti della società medesima.

Quanto al primo gruppo, si segnala ad es. la testimonianza di F., legale rappresentante della “F. s.p.a.”, industria plastica e di impermeabilizzazioni.

Egli ha, infatti, riferito che V. si è presentato a lui come il titolare, il responsabile della N.T.. E’ con V. che si è incontrato per trattare l’ordine, è con V. che ne ha contrattato le condizioni, ed è sempre lui che gli ha fatto l’ordine.

Sempre a V., poi, F. si è rivolto quando la relativa fattura è rimasta insoluta. Egli si è anche recato personalmente preso la sede della N.T. e lì ha parlato proprio con V. il quale gli ha detto, parlando significativamente alla prima persona plurale: “Ci siamo fusi con la società di P.” – che era in quel momento con lui in sede e che gli presenta – “Vedrai che in qualche modo risolviamo”.

Tutto ciò avveniva nel 2003, in epoca successiva all’uscita dalla società della nipote di V., K., evento che invece non viene affatto menzionato da V.M., il quale continua a essere parimenti coinvolto nella società, a dimostrazione ulteriore che era lui e non la giovane K. il reale amministratore della N.T..

Nello stesso senso anche la deposizione di F., legale rappresentante della “IEF s.r.l.”, produttrice di cinghie, il quale anzi ha effettuato forniture “per qualche anno” alla N.T., e per gli ordini ha parlato sempre esclusivamente con V..

Quando l’ultima fattura è rimasta insoluta, dopo una serie di telefonate in cui trovava come contatto P. che prendeva tempo, F. si recava alla N.T. dove parlava con P. il quale gli diceva che “V. non era più l’amministratore”: segno dunque che V., unico referente per anni di Fedrigotto, dallo stesso P. era considerato fino a poco prima del fallimento l’effettivo amministratore della società.

Uguale la vicenda vissuta da T., legale rappresentante della “T.T.”.

Anche a lui V. aveva detto che era lui che comandava, che gestiva tutto.

Nel 2003 è lui che gli fa l’ultimo ordine e che, come sempre, si accorda con T. per le condizioni dello stesso. Quando poi, però, è pronta la fornitura, 2-3 mesi dopo, gli dice che lo pagherà P., perché è lui “il responsabile nuovo”, che avrà a che fare con lui “perché io ho ceduto” (p. 63 verbale stenotipico), rivelando così, ancora una volta, la totale indifferenza per quella che era stata fino ad allora la situazione di diritto della società – con l’amministrazione alla nipote K. e la proprietà in capo a lei e a P. – proprio perché scollegata da quella che era la realtà di fatto, in cui lui stesso, V., si considerava a pieno titolo l’amministratore e anche il titolare della società.

A sua volta Rover a, amministratore della “Oriontech”, pensava che avesse V. il ruolo di amministratore. Ha riferito anche di aver concordato prima tutto il contenuto del contratto con V., e di aver poi constatato che quando tutto era ormai stabilito V. aveva chiamato P. per firmare (p. 13 verbale stenotipico del 17.10.14).

Anche dalle testimonianze dei dipendenti sentiti risulta il pieno ruolo gestorio di V..

Sia la C. che la F. hanno riferito di essere state assunte da V. dopo aver avuto un colloquio con lui.

Entrambe hanno poi detto che facevano riferimento a V..

La C., che ha lavorato nel periodo giugno-luglio 2003, ha dichiarato che non c’era nessun altro di rilievo in azienda oltre a V..

Solo nell’ultimo mese, e siamo dunque a luglio 2003, V. unitamente a P. le disse che sarebbe stato sostituito da quest’ultimo (p. 47 verbale stenotipico del 19.9.14).

La F., che ha svolto sostanzialmente lavoro di receptionist da metà aprile a fine luglio 2003, rispondendo al telefono e aprendo la sbarra, ha confermato che per lei il capo era M.V., e che era lui che “si sedeva nella stanza del capo” per tutto il periodo in cui lei stessa è rimasta presso la N.T., e che P. l’aveva visto poche volte (pp. 81 e 83 verbale stenotipico del 19.9.14).

Si osserva, poi, che la stessa F. riferisce che la C. era stata assunta per sostituire V.K.. Tenuto conto che il ruolo della F. era un ruolo impiegatizio di modesto livello, tanto che la sua attività è consistita solamente in qualche scrittura di prima nota e nella redazione di poche fatture, ciò conferma una volta di più che quel che la nipote di M.V. faceva alla N.T. non era affatto amministrarla, ma svolgervi un ruolo impiegatizio alle effettive dipendenze dello zio che ne era il reale amministratore.

Si noti, infine, la singolarità dell’operazione segnalata dalla curatrice nella sua relazione ed illustrata anche in sede di testimonianza (pp. 16,17 verbale stenotipico udienza 19.9.14).

La N.T. acquista una casa di proprietà di V.M. già gravata da ben due ipoteche e da un pignoramento immobiliare. Non solo: corrisponde per tale immobile ben 200.000,000 di lire e ciò nonostante lascia che V. continui ad abitarvi senza nemmeno corrispondere alcunché.

Sempre la curatrice segnalerà di aver trovato fra la documentazione della N.T. delle fatture rilasciate dall’avv. Pergola, difensore di V. nel presente procedimento, alla N.T. e relative a delle difese penali effettuate a favore personalmente di V., e che non si vede pertanto a che titolo la società avrebbe dovuto accollarsi.

Possono essere riconosciute al solo P. le circostanze attenuanti generiche, in ragione dell’incensuratezza e dell’età assai avanzata essendo nato nel 1932.

Vanno, invece, negate a V., gravato da precedenti anche specifici, del non essendovi altre circostanze positive da valorizzare.

Uniformandosi all’orientamento espresso ormai dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, si ritiene che i singoli fatti di bancarotta, pur nella loro autonomia, vadano riuniti ai sensi dell’art. 219 II comma legge fallimentare che costituisce specifica deroga al regime ordinario della continuazione (v. Cass. SS. UU. n. 21029/11).

Una delle caratteristiche derogatorie di tale disciplina consiste proprio nel limitare al massimo a un terzo l’aumento e nel consentire, in ragione della veste formale di circostanza di tale previsione legislativa, il suo assoggettamento al bilanciamento, che resta pertanto possibile nonostante la natura sostanziale di reato continuato, come ulteriormente chiarito anche di recente dalla Suprema Corte (v. Cass. V Sez., n. 21036/2013).

Le circostanze attenuanti vanno pertanto giudicate per P. prevalenti all’aggravante contestata, tenuto conto che si tratta di persona ultraottantenne.

Tenuto conto dei criteri di cui all’art. 133 c.p. pena congrua per il reato contestato si ritiene quella di anni 3 di reclusione.

Tale pena va diminuita ad anni 2 per P. data la prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante. Per V., invece, la pena di anni 3 va aumentata ad anni 3 mesi 6 di reclusione per l’applicazione dell’aggravante contestata, in considerazione della gravità dei fatti in esame.

L’entità della pena irrogata e la presenza di precedenti penali ostano al riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena per V., mentre per P. la pena può essere sospesa trattandosi di persona che a 82 anni d’età risulta ancora incensurata e potendo pertanto effettuarsi una prognosi favorevole.

Seguono per legge l’applicazione delle pene accessorie specificate in dispositivo e la condanna degli imputati al pagamento delle spese processuali, correggendo così sul punto anche il dispositivo letto in udienza.

La motivazione è stata riservata al 60 giorno.

P.Q.M.

V.i gli artt. 533535 c.p.p.,

dichiara P.G. e V.M. responsabili del reato ad essi ascritto e, per l’effetto, disapplicata la recidiva contestata nei confronti di V.M., concesse le attenuanti generiche al solo P.G. in misura prevalente alla contestata aggravante, condanna:

V.M. alla pena di anni 3 e mesi 6 di reclusione;

P.G. alla pena di anni 2 di reclusione.

Pena sospesa nei confronti di P.G.. Condanna entrambi al pagamento delle spese processuali.

V.o l’art. 216 ult. comma R.D. n. 267 del 1942 e l’art. 29 c.p.,

dichiara V.M. interdetto dai pubblici uffici per anni 5, nonché inabilitato all’esercizio di un’impresa commerciale ed incapace ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per anni 10.

Motivazione riservata in giorni 60.

Conclusione

Così deciso in Padova, il 7 gennaio 2015.

Depositata in Cancelleria il 11 febbraio 2015.

 

 

Cassazione treviso tribunale bancarotta

Cassazione treviso tribunale bancarotta

AVVOCATO ESPERTO REATO DI BANCAROTTA DIFENDE  TRIBUNALI APPELLO CASSAZIONE

Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 15 ottobre 2015 del Tribunale di Treviso che, per quanto di interesse in questa sede, ha affermato la penale responsabilità di B.B.G. per le condotte di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice, unificate in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravata ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 219, comma 1 e comma 2, n. 1, e, applicate le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle predette aggravanti, l’ha condannata alla pena di giustizia oltre che alla pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici ed alle pene accessorie di cui al R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., la cui durata è stata fissata in anni dieci, ed al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore del fallimento della (OMISSIS) s.r.l., costituitosi parte civile.

In particolare, la Corte di appello, decidendo sull’impugnazione della sola B., ha ritenuto le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti, ha ridotto la pena principale ad anni due di reclusione, ha eliminato la pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici e ha anche revocato le statuizioni civili, essendo intervenuta la revoca della costituzione di parte civile in conseguenza di un accordo transattivo raggiunto dalla B. con la curatela fallimentare, confermando nel resto la sentenza di primo grado.

All’esito del giudizio di secondo grado, B.B.G. risulta condannata per le condotte di bancarotta fraudolenta patrimoniale consistite nell’avere concorso, quale amministratrice unica sino al 29 settembre 2008 e successivamente quale amministratrice di fatto della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il 10 giugno 2010, a distrarre la somma di Euro 780.000,00 mediante anticipi effettuati nel 2007 a favore del marito G.C., amministratore di fatto della stessa società, (essendola differenza rispetto alla somma di Euro 1.015.000,00 indicata nel capo di imputazione? stata restituita), nonchè la somma di Euro 2.522.182,01 mediante anticipi, sino alla metà del 2008, a favore della azienda agricola di G.C. e poi cedendo parte del credito alla società Collina s.r.l., anch’essa controllata, come la fallita, dalla B. e dal G..

Deve, invece, essere rilevata l’illegalità delle pene accessorie la cui durata è stata determinata, ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella misura fissa di anni dieci.

Difatti, la Corte costituzionale ha dichiarato, con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la illegittimità del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella parte in cui determina nella misura fissa di anni dieci la durata della pena accessoria da essa prevista.

L’illegalità della pena, dipendente da una statuizione ab origine contraria all’assetto normativo vigente al momento consumativo del reato, è rilevabile d’ufficio nel giudizio di cassazione anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. 3, n. 6997 del 22/11/2017, dep. 2018, C, Rv. 272090, che ha eliminato la pena accessoria di cui all’art. 609-nonies c.p., comma 2, illegalmente applicata poichè il reato di violenza sessuale non risultava commesso nei confronti di minori).

Per effetto della sentenza della Corte costituzionale sopra citata, la pena accessoria inflitta con la sentenza impugnata in questa sede è divenuta illegale, cosicchè la sentenza impugnata in questa sede deve, in tale parte, essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Venezia.

Peraltro, a seguito della citata sentenza della Corte costituzionale, le Sezioni Unite hanno affermato che la durata delle pene accessorie deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri fissati dall’art. 133 c.p. e non in misura pari a quella della pena principale ai sensi dell’art. 37 c.p. (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Surace, Rv. 276286).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. PEZZULLO Rosa – Consigliere –

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere –

Dott. ROMANO Michele – rel. Consigliere –

Dott. RICCARDI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

B.B.G., nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 18/02/2019 della Corte di appello di Venezia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Michele Romano;

udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Senatore Vincenzo, che ha concluso chiedendo che la sentenza impugnata sia annullata senza rinvio limitatamente all’affermazione di penale responsabilità per il delitto di cui al R.D. n. 267 del 1942, art. 217, comma 1, n. 4, perchè estinto per prescrizione;

udite le richieste del difensore del ricorrente, avv. Augusto Colucci, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia ha parzialmente riformato la sentenza del 15 ottobre 2015 del Tribunale di Treviso che, per quanto di interesse in questa sede, ha affermato la penale responsabilità di B.B.G. per le condotte di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice, unificate in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravata ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 219, comma 1 e comma 2, n. 1, e, applicate le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle predette aggravanti, l’ha condannata alla pena di giustizia oltre che alla pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici ed alle pene accessorie di cui al R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., la cui durata è stata fissata in anni dieci, ed al risarcimento del danno, da liquidarsi in separata sede, in favore del fallimento della (OMISSIS) s.r.l., costituitosi parte civile.

In particolare, la Corte di appello, decidendo sull’impugnazione della sola B., ha ritenuto le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti, ha ridotto la pena principale ad anni due di reclusione, ha eliminato la pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici e ha anche revocato le statuizioni civili, essendo intervenuta la revoca della costituzione di parte civile in conseguenza di un accordo transattivo raggiunto dalla B. con la curatela fallimentare, confermando nel resto la sentenza di primo grado.

All’esito del giudizio di secondo grado, B.B.G. risulta condannata per le condotte di bancarotta fraudolenta patrimoniale consistite nell’avere concorso, quale amministratrice unica sino al 29 settembre 2008 e successivamente quale amministratrice di fatto della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il 10 giugno 2010, a distrarre la somma di Euro 780.000,00 mediante anticipi effettuati nel 2007 a favore del marito G.C., amministratore di fatto della stessa società, (essendola differenza rispetto alla somma di Euro 1.015.000,00 indicata nel capo di imputazione? stata restituita), nonchè la somma di Euro 2.522.182,01 mediante anticipi, sino alla metà del 2008, a favore della azienda agricola di G.C. e poi cedendo parte del credito alla società Collina s.r.l., anch’essa controllata, come la fallita, dalla B. e dal G..

Inoltre, la B. risulta condannata per avere, nella qualità suddetta, aggravato il dissesto, astenendosi dal richiedere il fallimento della (OMISSIS) s.r.l., sebbene dal bilancio al 31 dicembre 2008 risultasse una perdita di esercizio pari ad Euro 2.712.753,00.

  1. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso B.B.G., a mezzo del suo difensore, chiedendone l’annullamento ed affidandosi a due motivi.

Con il primo motivo la ricorrente lamenta, quanto alla condanna per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la mancanza o contraddittorietà della motivazione in ordine all’elemento psicologico del reato.

In particolare, la ricorrente evidenzia che il dolo è stato ritenuto sussistente perchè, quale amministratrice di diritto della società fallita ed amministratrice anche di altre società controllate da lei e dal marito G., non poteva ignorare le distrazioni attuate dal coniuge, amministratore di fatto della fallita. L’elemento soggettivo del reato era stato presunto sulla base del suo status di amministratrice, mentre esso andava dimostrato; la motivazione era, quindi, apparente perchè fondata su un automatismo logico inaccettabile.

Inoltre, la Corte di appello ha osservato che la B. non si era attivata per ottenere la restituzione delle somme dal marito alla società poi fallita e che per tale motivo non era possibile scindere la posizione della B. da quella del marito, atteso che la stessa, cogestendo l’impresa, non poteva non avere percepito la distrazione di una rilevante somma di denaro uscita dal conto corrente intestato alla società.

In realtà dall’istruttoria era emerso che la B. solo formalmente aveva amministrato la società, gestita di fatto da suo marito, che aveva voluto che sua moglie rivestisse tale carica per dare lustro, con il suo titolo nobiliare, ai vini che dalla società venivano prodotti e poi commercializzati con l’etichetta “(OMISSIS)”. La contessa B., pur non essendo una mera testa di legno, non aveva l’esperienza e la capacità di gestire l’impresa e si era affidata a suo marito, ritenendo che la gestione operata da quest’ultimo fosse del tutto corretta, ignorando che egli aveva un’amante insieme alla quale era solito impiegare le somme sottratte alla B., da lui definita un'”utile idiota”, ed alle società controllate da entrambi i coniugi.

Difatti, le condotte distrattive erano state attuate dal G. a vantaggio esclusivo suo e della sua impresa individuale e non della B.. Era illogico ammettere che la B. avesse partecipato dolosamente a condotte distrattive che l’avevano impoverita, mentre avevano arricchito esclusivamente suo marito, che tali condotte aveva attuato.

Peraltro, la Corte di appello ha trascurato tutte le deposizioni testimoniali, richiamate nei motivi di appello, secondo le quali la B. si disinteressava dell’attività imprenditoriale, che era di fatto seguita esclusivamente da Cesare G. anche per quanto concerneva i rapporti bancari.

Ne deriva che la circostanza che il G. avesse trasferito la somma di Euro 135.000,00 dal conto cointestato ai due coniugi al conto intestato alla società a titolo di parziale restituzione delle anticipazioni ricevute non valeva a dimostrare che la B. avesse percepito le condotte distrattive.

L’omesso controllo da parte della Berardi sull’operato del marito non dimostrava il dolo, sia pure nella forma eventuale, considerato che l’imputata era priva della preparazione a tal fine necessaria e riteneva che il marito, anche perchè coadiuvato da commercialisti esperti che provvedevano alla redazione di bilanci dai quali non risultavano le condotte distrattive, operasse correttamente.

Esso poteva semmai integrare un comportamento colposo, come tale inidoneo ad integrare l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice.

Deve, quindi, trovare applicazione il principio di diritto affermato da questa Corte di cassazione con la sentenza n. 9951 del 2018 secondo il quale il quale, in ipotesi di distrazione di cespiti aziendali, non può, nei confronti del soggetto investito solo formalmente di una carica gestoria della società, trovare automatica applicazione la massima di orientamento secondo cui, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto (Sez. 5, n. 19049 del 19/02/2010, Succi, Rv. 247251; Sez. 5, n. 28007 del 04/06/2004, Squillante, Rv. 228713).

Risulta, quindi, apparente la motivazione della sentenza di secondo grado che desume la sussistenza del dolo dalla mera qualifica di amministratrice della società fallita.

2.2. Con il secondo motivo la ricorrente si duole, in relazione alla condotta di bancarotta semplice, della mancanza o contraddittorietà della motivazione in ordine all’elemento psicologico del reato e della violazione delle disposizioni in materia di prescrizione del reato.

2.2.1. Anche in relazione a tale imputazione la Corte di appello motiva affermando che non è credibile che l’imputata ignorasse lo stato di dissesto economico della società nel momento in cui è stata sostituita nella carica di amministratrice dalla propria domestica, emergendo anche da questa sostituzione il tentativo della B. di sottrarsi alle sue penali responsabilità nella consapevolezza delle difficoltà economiche in cui già versava la società poi fallita.

In realtà la nomina della domestica – che invece era anch’essa originaria di una famiglia aristocratica – quale amministratrice della società derivava dalla intenzione del G. di procedere alla fusione delle società La Collina s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l., delle quali una produceva il vino e l’altra lo commercializzava, e dalla esigenza che le due società fossero amministrate da persone diverse. Nè tale sostituzione avrebbe potuto esonerare la B. dalle sue responsabilità per il periodo anteriore alla sua cessazione dalla carica.

Inoltre, la B. era cessata dalla carica il 28 settembre 2008 e nella sentenza non si chiarivano le ragioni per le quali la stessa era stata ritenuta, per il periodo successivo un’amministratrice di fatto, non essendo indicato alcun atto di gestione da lei compiuto.

Il bilancio chiuso al 31 dicembre 2008 era stato redatto ed approvato solo nei successivi sei mesi e, quindi, l’imputata non aveva avuto conoscenza della perdita e neppure era legittimata a richiedere il fallimento. La B. neppure sapeva leggere un bilancio.

2.2.2. In ogni caso la condotta di aggravamento del dissesto integrava una bancarotta semplice che, essendo il fallimento stato dichiarato il 10 giugno 2010, doveva ritenersi estinta per prescrizione già in data 9 febbraio 2018. La Corte di appello aveva, quindi, errato nel non rilevare l’estinzione del reato per prescrizione.

  1. Il Pubblico ministero ha fatto pervenire una memoria difensiva con la quale ha dedotto l’infondatezza del ricorso quanto alla condotta di bancarotta fraudolenta patrimoniale per essere la sentenza stata adeguatamente motivata, mentre ha chiesto che la sentenza impugnata sia annullata senza rinvio limitatamente alla condotta di bancarotta semplice, per essere il reato estinto per prescrizione, lasciando immutato il trattamento sanzionatorio.

Motivi della decisione

  1. Il primo motivo di ricorso è infondato.

Nella sentenza di primo grado si afferma (a pag. 9) che la B., sulla base delle deposizioni dei testi e della documentazione acquisita, non è una semplice prestanome del marito e che sebbene quest’ultimo avesse un ruolo prioritario nell’amministrazione della società, anche la B. partecipava in modo effettivo alla gestione della società, sia pure con un ruolo subordinato rispetto al G..

La stessa ricorrente, nel suo ricorso, ammette di non essere una semplice “testa di legno” (vedi pag. 5 del ricorso).Ciò posto, è invero conidivisibile quanto osservato dalla ricorrente e cioè che riguardo alla bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto (Sez. 5, n. 54490 del 26/09/2018, C., Rv. 274166).

Tuttavia, il caso di specie è regolato dal diverso principio affermato da questa Corte di cassazione in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, secondo il quale, in caso di concorso ex art. 40 c.p., comma 2, dell’amministratore formale nel reato commesso dall’amministratore di fatto, il dolo del primo può configurarsi anche come eventuale ed essere integrato dall’omesso controllo sulla tenuta delle scritture che dimostra la rinuncia a porre in essere quelle attività idonee a prevenire il pericolo di distrazioni e, di conseguenza, l’accettazione del rischio che esse possano verificarsi (Sez. 5, n. 37305 del 14/05/2013, Meroni, Rv. 257608).

Secondo l’accertamento di fatto contenuto nelle due sentenze di merito, la distrazione delle somme di denaro emergeva dalla contabilità della società fallita e comunque la Corte di appello ha affermato che le distrazioni per la loro rilevanza economica e per le modalità con le quali esse erano avvenute non potevano essere sfuggite alla percezione dell’imputata.

Nè l’omissione da parte dell’imputata di ogni attività volta a controllare l’operato del marito varrebbe ad esonerarla da responsabilità, per quanto sopra esposto.

Nel resto le censure della ricorrente, laddove sostiene che è più credibile che la B. abbia ignorato le modalità con le quali il marito ha gestito la società poi fallita, attengono al merito e sono volte ad ottenere una rivalutazione del materiale istruttorio non consentita in questa sede.

  1. Il secondo motivo di ricorso non risulta inammissibile o manifestamente infondato, laddove la ricorrente si duole per essere stata condannata per il reato di bancarotta semplice di cui al R.D. n. 267 del 1942art. 217, comma 1, n. 4, quale amministratrice di fatto per il periodo successivo alla sua cessazione dalla carica di amministratrice di diritto avvenuta in data 28 settembre 2008, sebbene non vengano indicate le ragioni per le quali è stata ritenuta, per detto periodo, un’amministratrice di fatto, non essendo indicato alcun atto di gestione da lei compiuto.

Non risultando evidente la sussistenza di alcuna delle ipotesi di proscioglimento previste dall’art. 129 c.p.p., comma 2, il delitto di bancarotta semplice è ormai estinto per prescrizione.

Poichè la condanna per tale reato comportava l’applicazione dell’aggravante di cui al R.D. n. 267 del 1942art. 219, comma 2, n. 1, e considerato che detta aggravante era stata ritenuta subvalente rispetto alle circostanze attenuanti generiche, l’estinzione del reato non esercita alcun effetto sull’entità della pena inflitta.

Deve pure segnalarsi che la curatela fallimentare ha revocato la sua costituzione di parte civile nel corso del giudizio di secondo grado, cosicchè non opera l’art. 578 c.p.p..

  1. Deve, invece, essere rilevata l’illegalità delle pene accessorie la cui durata è stata determinata, ai sensi del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella misura fissa di anni dieci.

Difatti, la Corte costituzionale ha dichiarato, con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la illegittimità del R.D. n. 267 del 1942art. 216, u.c., nella parte in cui determina nella misura fissa di anni dieci la durata della pena accessoria da essa prevista.

L’illegalità della pena, dipendente da una statuizione ab origine contraria all’assetto normativo vigente al momento consumativo del reato, è rilevabile d’ufficio nel giudizio di cassazione anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile (Sez. 3, n. 6997 del 22/11/2017, dep. 2018, C, Rv. 272090, che ha eliminato la pena accessoria di cui all’art. 609-nonies c.p., comma 2, illegalmente applicata poichè il reato di violenza sessuale non risultava commesso nei confronti di minori).

Per effetto della sentenza della Corte costituzionale sopra citata, la pena accessoria inflitta con la sentenza impugnata in questa sede è divenuta illegale, cosicchè la sentenza impugnata in questa sede deve, in tale parte, essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Venezia.

Peraltro, a seguito della citata sentenza della Corte costituzionale, le Sezioni Unite hanno affermato che la durata delle pene accessorie deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri fissati dall’art. 133 c.p. e non in misura pari a quella della pena principale ai sensi dell’art. 37 c.p. (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Surace, Rv. 276286).

  1. Concludendo, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente al reato di bancarotta semplice perchè estinto per prescrizione. La stessa sentenza deve essere altresì annullata limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Venezia per nuovo giudizio su tale punto.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di bancarotta semplice perchè estinto per prescrizione; annulla altresì la sentenza limitatamente alla durata delle pene accessorie fallimentari con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Venezia per nuovo giudizio su tale punto.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 22 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2021

Vicenza penale fallimentare bancarotta avvocato esperto

Vicenza penale fallimentare bancarotta avvocato esperto

IL TRIBUNALE DI VICENZA PENALE FA  UNA LUCIDISSIMA DISAMINA DELLE TIPOLOGIE DEL REATO DI BANCAROTTA

 

AVVOCATO SUPERESPERTO DIFESA PENALE REATI FALLIMENTARI CON SEDE A BOLOGNA

 

 

Invero, i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e quello di bancarotta impropria di cui all’art. 223, co. 2, n. 2, L.f. hanno ambiti diversi. Il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto. Il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.f., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali, concretandosi in abuso od infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta od in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società, siano stati causa del fallimento (Cass. pen. Sez. I, 19-04-2018, n. 19789

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA – Sezione Penale –

composto dai Signori:

Dott. Lorenzo MIAZZI – Presidente

Dott. Camilla AMEDORO – Giudice est.

Dott. Filippo LAGRASTA – Giudice

alla pubblica udienza del 17/04/2018

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

(art. 544 3 comma c.p.p.)

nel procedimento a carico di:

1) R.E. nata il (…) a S. residente a V. in via A. P. n.124 – domicilio dichiarato;

arresti domiciliari 22.04.08 – div. esp. 14.10.08 – rimessa in libertà 28.05.09

libera – contumace

con difensore di fiducia avv. Filippo Spellanzon del Foro di Vicenza;

2) R.L. nato il (…) a T. residente a V. in via A. P. n.124 – domicilio eletto c/o studio avv. Vincenzo Garzia del Foro di Vicenza;

arrestato 17.04.08 – arresti domiciliari 11.08.08 – div. esp. 14.10.08

libero – già presente

con difensore di fiducia avv. Vincenzo Garzia del Foro di Vicenza;

imputati

capo B) stralciato:

B) R.L., R.P. e R.P. del delitto di cui agli artt. 110 c.p., 219 co. 2 n. 2, 223 co. 1 e 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché R.L. quale direttore generale, già dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, R.P. quale presidente c.d.a., R.P. quale consigliere di P.T. spa dichiarata fallita ne cagionavano il fallimento per effetto delle seguenti operazioni dolose:

1) mancato versamento dei decimi residui di capitale sociale per Euro 630.000,00;

2) consegna al cliente/fornitore L. spa di assegni circolari per Euro 130.000,00 a parziale copertura di assegno bancario già protestato;

3) bonifico a K.I. srl, pure riferibile ai R., di Euro 435.000,00, non giustificato da alcun rapporto commerciale;

4) vendita dei beni di magazzino – già pignorati da H. di S.P. – per il controvalore di Euro 559.041,84;

5) versamento di Euro 57.000,00 a C.M. srl, pure riferibile ai R.;

6) prelievo, per totali Euro 102.500,00 dal c/c banco posta intestato a P.T. spa;

7) assunzione di debiti verso istituti di credito per totali Euro 1.920.000,00 Iva inclusa, apparentemente garantiti da fatture relative invece ad operazioni commerciali inesistenti;

8) mancata svalutazione e mancato azionamento del credito verso A. di S.G. con sede in M. (F.) per Euro 810.639,86 complessivi rispetto a fondo rischi appostato nel bilancio 2002 per soli Euro 150.000,00 ed essendo tra l’altro A. coinvolta nelle frodi fiscali di cui oltre;

9) pagamento di Euro 360.000,00 (on tre assegni bancari di Euro 120.000,00 l’uno) tratti su U. a favore di O. spa tra l’altro coinvolta attraverso R.I. spa nelle frodi fiscali di cui oltre;

10 ) trasferimento dell’avviamento aziendale ad E.S. srl – costituita subito dopo il fallimento di P.T. spa e pure riferibile ai R. – in assenza di qualsiasi corrispettivo;

11 ) distrazione di Euro 1.187.850,87 per apertura di credito a P.T. spa di R.B. poi U. spa;

12 ) attuazione di plurime condotte delittuose per frode fiscale alio Stato in materia di Iva e imposte diverse (proc. 13343/2005 e 7497/2003 AG di Verona, 5900/07 AG di Padova, 362/02 AG di Gorizia, 8792/04 AG di Brescia, 11530/05 AG di Santa Maria Capua Vetere, 1934/02 AG di Pesaro), specificamente volte al fallimento della società ai fine di evaderle;

a Vicenza, sent. dich. di fall. del 4.5.2004

capo E) stralciato:

E) R.L. dei delitti di cui agli artt. 216 co. 1 n. 1 e 2. 219 co. 2 n. 1 e 2 R.D. n. 267 del 1942 perché quale rappresentante legale di K.I. srl distraeva dal patrimonio sociale la somma di Euro 435.000,00 oggetto dell’operazione dolosa di cui sub B) n. 3 nonché la somma complessiva di Euro 283.600,00 prelevata in ripartite occasioni dal conto finanziamento soci della srl, nonché i beni strumentali di computer, arredi, autoveicoli e macchine per la gestione di reti informatiche e servizi telematici che cedeva in affitto di ramo d’azienda senza alcun corrispettivo a E.S. srl; nonché allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori non teneva la contabilità della srl così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e movimento degli affari;

a Vicenza, sentenza dich. di fall. del 29.5.2006

Entrambi, in concorso con S.G. (giudicato separatamente):

I) R.L., S.G., R.E. del delitto di cui agli artt. 110 c.p., 216 co. 1 n. 1 e 2 219 co. 2 n. 2 e 223 co. 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché in concorso tra loro S. quale rappresentante legale di E.S. srl dichiarata fallita, R.L. già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, R.E. quale addetta alla contabilità distraendo dal patrimonio sociale utili relativi all’esercizio 2004 per Euro 109.613,00 e utili relativi all’esercizio 2005 per Euro 108.936,00 nonché i beni strumentali di cui al capo E) oggetto dell’affitto del ramo d’azienda di K.I. srl, cagionavano dolosamente il fallimento della società nonché allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori non tenevano la contabilità della srl così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e movimento degli affari;

a Vicenza, sent. dich. di fall. del 9.10.2007

J) R.L., S.G., R.E. del delitto di cui agli artt. 110 c.p. 223 co. 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché S. quale rappresentante legale di E.S. srl dichiarata fallita, R.L. già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, R.E. quale addetta alla contabilità in concorso tra loro emettevano otto cambiali con il timbro della E.S. srl al fine di cagionarne il fallimento;

tempo e luogo come sub I)

K) R.L., S.G., R.E. del delitto di cui agli artt. 110 c.p. 223 co. 2 n. 2 R.D. n. 267 del 1942 perché S. quale rappresentante legale di E.S. srl dichiarata fallita, R.L. già liquidatore dichiarato fallito il 17.12.1979 a Trento e il 6.10.1989 a Vicenza, R.E. quale addetta alla contabilità in concorso tra loro e con le persone indicate sub B) concorrevano nell’operazione dolosa di cui sub B) n. 10;

tempo e luogo come sub I)

Svolgimento del processo

Con decreto dell’8 marzo 2012, il giudice dell’udienza preliminare ha disposto il rinvio a giudizio degli odierni imputati per i reati descritti in epigrafe.

Il processo ha subito numerosi rinvii a causa di ripetuti mutamenti della composizione del collegio.

All’udienza del 28 novembre 2017, il Tribunale ha disposto la separazione del procedimento avente ad oggetto i capi A), B), C), D), E), F), G), H), L) e B), trattandosi di reati già prescritti o destinati a prescriversi, al più tardi, nel mese di novembre del 2018. Pertanto, in ossequio alle linee guida dettate dalla Corte d’Appello di Venezia in materia di trattazione dei procedimenti prioritari e della circolare adottata dalla stessa Corte in data 19.12.2014, il procedimento avente ad oggetto i predetti reati è stato rinviato all’udienza del 15 gennaio 2019. E’ stata altresì disposta la separazione dei procedimenti a carico dell’imputato S.G., deceduto in data 18 aprile 2012.

Restano oggetto del presente procedimento, quindi, i reati di cui ai capi I), J) e K) che coinvolgono i soli imputati R.L., presente all’udienza del 14 ottobre 2014, e R.E., dichiarata contumace all’udienza del 19 giugno 2012.

All’udienza del 28 novembre 2017, il Tribunale ha rinnovato la dichiarazione di apertura del dibattimento e le parti hanno prestato il consenso all’utilizzabilità delle prove già assunte in precedenza.

Sentite le conclusioni delle parti, all’udienza del 17 aprile 2018, il Tribunale ha pronunciato sentenza dando lettura del dispositivo.

RISULTATI DELL’ISTRUTTORIA DIBATTIMENTALE

Il capo I) dell’imputazione.

R.L. e R.E. sono imputati del reato di cui agli art. 216 co. 1 n. 1 L.f. per avere, in concorso tra loro – R.L. quale liquidatore della E.S. s.r.l., dichiarata fallita dal Tribunale di Vicenza in data 9.10.2007, e R.E. quale addetta alla contabilità – distratto dal patrimonio della E.S. s.r.l. gli utili relativi all’esercizio 2004, per un importo complessivo di 109.613,00 Euro, gli utili relativi all’esercizio 2005, per un importo complessivo di 108.936,00 Euro, e i beni strumentali “di cui al capo E” (e, quindi, “computer, arredi, autoveicoli e macchine per la gestione di reti informatiche e servizi telematici”) ceduti alla E.S. s.r.l. dalla K.I. s.r.l. (società di cui lo stesso R. era legale rappresentante) con contratto di affitto di ramo di azienda.

Gli imputati sono accusati, inoltre, del delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. in quanto, ponendo in essere le predette “operazioni”, avrebbero cagionato dolosamente il fallimento della E.S. s.r.l. e, infine, del reato di cui all’art. 216 co. 1 n. 2 L.f. per aver omesso, allo scopo di arrecare pregiudizio ai creditori, di tenere le scritture contabili così da rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

La ricostruzione dei fatti descritti nell’imputazione si fonda principalmente sulla testimonianza resa dal curatore della società fallita, V.R., sentita all’udienza del 15 aprile 2014, e sulla relazione ex art. 33 L.f. e la successiva integrazione.

In mancanza della documentazione contabile, mai rinvenuta, e fallito qualunque tentativo di rintracciare l’imputato, il curatore ricostruì la storia della società solo sulla base delle visure camerali, dei documenti allegati alla richiesta di fallimento e delle informazioni fornite dagli ex dipendenti.

La E.S. s.r.l. (d’ora in avanti indicata come “E.”) fu costituita il 4 giugno 2004 con sede in V. (V.) in via dell’A. n. 2/a.

Il capitale sociale, dell’importo di 10.000,00 euro, fu sottoscritto per il 99% da S.G. e, per la restante parte, da Z.A..

Oggetto sociale della E. era “la gestione di reti informatiche, la realizzazione di programmi e sistemi informatici, l’assistenza e la realizzazione di sistemi informatici a favore di imprese di professionisti, società o enti la vendita al minuto e all’ingrosso si materiale informatico hardware e software”.

In data 25.10.2004, S.G. cedette la propria quota alla M.P. s.r.l., con sede in R., mentre Z. cedette la propria quota a S.L..

In data 23.12.2004, fu iscritto al Registro delle Imprese un aumento di capitale da 10.000,00 Euro a 100.000,00 Euro.

Il 21 aprile 2006, S.L. cedette la propria quota alla M.P. s.r.l. che restò, pertanto, socio unico della E. fino alla data del fallimento.

Nella carica di amministratore si succedettero S.G. (fino al 23 febbraio 2006), O.E. (fino al 15 maggio 2006) e, infine, F.F.P. (fino al 18 luglio 2006).

Il 23 maggio 2006, la società fu posta in liquidazione e fu nominato liquidatore R.L. che rivestì tale carica fino alla data della dichiarazione del fallimento, pronunciata dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 9 ottobre 2007 (acquisita agli atti).

Il curatore accertò che la E. fu costituita per proseguire l’attività di altre società, tutte facenti capo a R. o ai suoi figli, R.P. e R.P., e tutte aventi la medesima sede legale e operativa in V., in via dell’A. n. 2:

– La P.T. s.p.a. i cui soci e amministratori erano i figli dell’imputato, R.P. e R.P., dichiarata fallita in data 27.04.2004 e, quindi, circa un mese e mezzo prima della costituzione della E.;

– La K.I. s.r.l., costituita dai figli dell’imputato il quale, in data 8.3.32004, ne divenne unico socio e amministratore. Il fallimento della società fu dichiarato in data 29.05.2006;

– La C.M. s.r.l., di cui R.L. era socio unico alla data del fallimento nonché amministratore unico dal 2003 fino al 28 marzo 2006, quando fu sostituito dal nuovo amministratore S.C. che, in data 1 giugno 2006, presentò istanza di fallimento, dichiarato dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 9 giugno 2006, Quest’ultima società era proprietaria dell’immobile sito in via dell’A. dove, come si è detto, fu stabilita la sede di tutte le società riconducibili a R..

In particolare, dalle informazioni raccolte dal curatore, emerse che la E. e la K.I. s.r.l., erano, di fatto, “la stessa cosa” (pagina 484 della relazione del curatore) e che l’effettiva gestione di entrambe le società era seguita da R. e dai suoi famigliari.

Non a caso, Z., che si occupò della costituzione della E. per poi cedere le proprie quote, all’epoca, era uno dei consulenti di R..

A specifica domanda del pubblico ministero in merito all’amministrazione della società, il curatore ha risposto: “parlando con i dipendenti eccetera loro mi dicevano: possono esserci stati anche altri amministratori ma chi gestiva tutto era R.L.. Anche se davano le direttive, le cose che dovevano essere fatte, venivano sempre impartite da R.L. (pagina 73 delle trascrizioni del verbale dell’udienza del 15 aprile 2014).

Inoltre, con atto notarile sottoscritto in data 30 giugno 2004, la K.I. s.r.l. e la neocostituita E. stipularono un contratto di affitto di ramo di azienda in forza del quale la K.I. s.r.l. concesse in affitto alla E. i propri beni materiali quali “impianti, computer, arredi, autoveicoli e macchine d’ufficio… necessari per l’erogazione di reti informatiche ed erogazione di servizi telematici, assistenza direzionale, amministrativa e di organizzazione del lavoro” e la E. subentrò nei rapporti di lavoro subordinato di otto dipendenti della K.I. s.r.l.

Come si legge ai punti 2) e 3) del contratto, le parti rappresentarono che la K.I. s.r.l. si trovava “in una situazione di tensione finanziaria che potrebbe condizionare il corretto svolgimento della propria attività” e “che al fine di favorire la conservazione del patrimonio aziendale e la sua continuità il concedente si è determinato ad affittare il compendio di cui al punto 1.1.: gestione reti informatiche e servizi telematici”.

Quanto alle cause del dissesto, in assenza di documentazione contabile, il curatore fu in grado di accertare solo che, nel 2005 – “senza alcun motivo apparente” – il lavoro diminuì e il pagamento degli stipendi cominciò ad essere sistematicamente posticipato. Gli ultimi dipendenti furono licenziati il 10 aprile 2006 per chiusura attività, cui segui la messa in liquidazione della società.

Emerse, inoltre, che la contabilità della società era stata tenuta dalla figlia di R., R.E. ma non risultò depositato alcun bilancio né, come si è detto, fu rinvenuta alcuna documentazione.

Presso la sede dell’E., furono rinvenute solo le copie di alcune fatture relative al 2005 e al 2006 e alcune lettere di presentazione e pubblicizzazione della società.

Non fu rinvenuto alcun bene mobile o immobile né furono rinvenuti i beni della K. che, alla data del fallimento, risultavano ancora in possesso della E..

L’importo dei crediti ammessi al passivo risultò pari a 704.966,15 Euro.

Gli ex dipendenti della E. (e prima ancora della K.) – N.A., C.A. e T.A. – riferirono al curatore che R. stava continuando l’attività dell’E. con una nuova società, la K. s.r.l., con sede in C..

Il curatore accertò che la K. s.r.l., era amministrata da S.M.G., già collaboratore della E..

Scrive il curatore a pagina 485 della relazione ex art. 33 L.f.: “coincidenti vuole che, in data 10 aprile 2006, mentre la E.S. (E.) licenziava gli ultimi dipendenti per cessata attività, la società K. integrava l’attività di commercio all’ingrosso di materiali radio televisivi, telefonici e antifurto con commercio all’ingrosso di computer, apparecchiature informatiche e commercio all’ingrosso di software”. Risultò, inoltre, che nella K. s.r.l. furono impiegati due ex dipendenti della E. e che la società, per la gestione del proprio sito internet, utilizzava il dominio di proprietà del figlio dell’imputato, R.P..

Per quanto attiene alla sorte dei beni della K.I. s.r.l. e al ruolo giocato nella vicenda dall’odierno imputato, giova ripercorrere brevemente alcuni momenti della storia della K.I. s.r.l. e dei rapporti di quest’ultima con la E..

All’epoca della stipula del contratto di affitto, R. era ancora amministratore della K.I. s.r.l. Tuttavia, in conseguenza del fallimento della P.T. s.p.a. e dell’azione di responsabilità promossa dal curatore D.R. nei confronti dell’imputato, nel gennaio del 2006, l’intero capitale sociale della K.I. s.r.l. fu sottoposto a sequestro. In data 28 marzo 2006, l’assemblea rappresentata dal custode delle quote sociale, G.S., revocò l’imputato dalla carica di amministratore unico e nominò al suo posto P.A..

Nella relazione redatta in qualità di amministratore unico, P. ripercorse le alterne vicende del rapporto contrattuale tra la K.I. s.r.l. e la E. ponendo in evidenza il fatto che R. avesse di fatto gestito le due società come cosa propria.

In particolare, in data 29 settembre 2005, la E. aveva comunicato via fax il recesso dal contratto d’affitto di ramo d’azione a far data dal 31 marzo 2006. Seguì, in data 27 marzo 2006, un accordo siglato da R. – per la K.I. s.r.l. – e da O. – per la E. – con cui le parti concordarono la continuazione della gestione del ramo d’azienda da parte di E. per “ulteriori 2-3 mesi”, a condizioni nettamente svantaggiose per la K.I. s.r.l. Si stabilì, infatti, la riduzione del canone da 7.500,00 Euro mensili a soli 3.000,00 Euro mensili a fronte di una “contropartita” di 4.500,00 Euro mensili “quale corrispettivo per l’assistenza tecnica” fornita da E..

All’epoca, peraltro, le due società erano assistite dallo stesso legale, l’avv. Vincenzo Garzia.

Quando P. subentrò nella carica di amministratore, assunse un nuovo legale per la K.I. s.r.l., l’avvocato Riccardo Canilli il quale rilevò l’invalidità e, quindi, l’inefficacia del recesso esercitato a suo tempo dalla E.. A quel punto, P. diffidò formalmente la E. dall’intraprendere azioni in danno al ramo d’azienda affittato nonché dal compimento di qualunque attività che potesse avallare il recesso.

Per tutta risposta, in data 19 aprile 2006 – R. sarebbe stato nominato di lì a poco liquidatore della E. – la E. interruppe i servizi di connessione alla rete telematica dei clienti K.I. s.r.l., provocando a quest’ultima gravi disservizi e cospicui danni in termini di perdita di clientela e richieste di risarcimento dei danni.

Appare significativo quanto scrive P. a pagina 87 della sua relazione: “è opinione dello scrivente amministratore, maturata in base alla valutazione del comportamento e dell’atteggiamento dell’ex amministratore che E. sia in realtà un soggetto riconducibile allo stesso R.L., Infatti nella convulsa fase seguita al momentaneo disservizio è stato lo stesso R. a porsi in come interlocutore in nome e per conto della E. dimostrando ampia autonomia decisionale”.

Non a caso, il 23 maggio 2006, R. assunse la carica di liquidatore della E..

In sintesi, P. giunse alle medesime conclusioni cui giunse anche il curatore V. ossia che, al di là delle cariche formalmente assunte da terzi soggetti, R. fosse il vero dominus delle due società così come di tutte le altre società ubicate presso la sede di V. nonché della K. s.r.l. dove verosimilmente confluirono i beni di proprietà della K.I. s.r.l.

Capo J).

E’ contestato agli imputati il delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. per avere, in concorso tra loro, nelle medesime qualità indicate nel capo i), emesso otto cambiali con il timbro della E. al fine di cagionarne il fallimento.

Le cambiali indicate nell’imputazione non sono state acquisite agli atti del dibattimento né l’istruttoria svolta ha consentito di accertare l’effettiva emissione delle stesse.

Il pubblico ministero ha concluso chiedendo l’assoluzione degli imputati dal reato contestato per non essere emersa prova sufficiente dell’efficacia causale dell’emissione delle cambiali rispetto al dissesto della società che, peraltro, pare indicato nell’imputazione quale oggetto di dolo specifico quando, com’è noto, ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. è necessario accertate il nesso eziologico tra l’operazione dolosa e il dissesto della società.

Deve prendersi atto, in ogni caso, dell’assenza di qualunque evidenza in merito alla stessa esistenza delle cambiali.

Capo K).

E’ contestato agli imputati il reato di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. per avere, in concorso tra loro e nelle medesime qualità descritte al capo 1), concorso “nell’operazione dolosa si cui al capo B) n. 10”.

Al capo B), veniva contestato all’imputato e ai due figli, P. e P., il reato di cui 223 co. 2 n. 2 L.f. per aver posto in essere una serie di operazione dolose (indicate con numerazione da 1 a 12) che avrebbero cagionato il fallimento della P.T. s.p.a. (dichiarato dal Tribunale di Vicenza con sentenza del 4 maggio 2004, in atti), in cui l’odierno imputato rivestiva il ruolo di direttore generale.

Il numero 10 del capo B) concerne, in particolare, “il trasferimento dell’avviamento aziendale ad E.S. – costituita subito dopo il fallimento della P.T. s.p.a e pure riferibile a R. – in assenza di qualunque corrispettivo”.

Nonostante l’ambigua formulazione del capo K), l’espresso richiamo alle qualifiche rivestite dagli imputati nella E., induce a ritenere che gli imputati siano accusati di aver cagionato, mediante l’operazione descritta al capo B) n. 10, il fallimento della E..

Chiariti i termini dell’addebito, non è dato comprendere quale efficacia possa aver dispiegato sul fallimento della E. l’acquisizione gratuita da parte della stessa dell’avviamento della P.T., operazione, questa, che costituisce semmai un indebito arricchimento della E. a danno della P.T..

Motivi della decisione

Così ricostruiti i fatti, in accoglimento delle concordi conclusioni delle parti, si impone l’assoluzione degli imputati dai reati di cui ai capi J) e K) perché i fatti non sussistono.

Quanto al capo J), non è emersa alcuna prova dell’esistenza delle cambiali la cui emissione avrebbe cagionato il fallimento della E..

Per quanto riguarda il capo K), alla luce delle considerazioni svolte nel precedente paragrafo, la formulazione dell’imputazione pare il frutto di un errore materiale atteso che, da un punto di vista meramente logico, sarebbe difficilmente ipotizzabile un nesso eziologico tra il dissesto della E. e il presunto trasferimento a favore della stessa dell’avviamento della P.T. a titolo gratuito.

Passando ai fatti descritti nel capo I), quanto alla distrazione degli utili E., devono essere accolte le richieste delle parti che hanno concluso chiedendo l’assoluzione degli imputati per l’insussistenza del fatto.

Infatti, come ha osservato il pubblico ministero, l'”utile” in quale tale può essere il risultato di mere operazioni contabili e non costituire ricchezza effettiva della società.

Per vero, al di là delle considerazioni in merito al concetto di utile d’esercizio, l’istruttoria non ha consentito di individuare la fonte documentale da cui sono stati tratti gli importi indicati nell’imputazione, attesto che nulla è emerso a riguardo dalla deposizione del curatore né dalla relazione ex art. 33 L.F.

Gli imputati, pertanto, devono essere assolti dal reato di cui I), per quanto concerne la distrazione degli utili, perché il fatto non sussiste.

Deve affermarsi, invece, la responsabilità di R.L. per la distrazione dei beni oggetto del contratto d’affitto di ramo d’azienda nonché per l’omessa tenuta delle scritture contabili.

L’imputato è chiamato a rispondere dei predetti reati in qualità di liquidatore della E. sebbene, come è emerso incontrovertibilmente dall’istruttoria, egli rivestì la carica di amministratore di fatto in quanto unico vero dominus della gestione della società.

L’analisi delle vicende contrattuali intercorrenti tra la E. e la K.I. s.r.l. dimostra, in ogni caso, che i beni materiali di quest’ultima società erano ancora nella piena disponibilità della E. quando R. fu nominato liquidatore né la difesa ha fornito elementi di segno contrario idonei a contrastare tale evidenza.

Ne consegue che la sottrazione dei predetti beni integra distrazione atteso il pregiudizio che si riverbera sulla massa fallimentare che viene gravata dell’onere economico scaturente dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione dei beni o del loro corrispondente valore (cfr Cass. pen. Sez. V, 01.10.2015, n. 44898 con riguardo alla configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in caso di distrazione di beni oggetto di contratto di leasing cosiddetto di godimento).

Quanto alla prova dell’avvenuta distrazione, la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che il mancato rinvenimento, all’atto della dichiarazione di fallimento, di beni e valori societari, a disposizione dell’amministratore, costituisce qualora da questi non giustificato, valida presunzione delle loro dolosa distrazione, probatoriamente rilevante al fine dell’affermazione della penale responsabilità dell’amministratore stesso.

Si impone, pertanto, l’affermazione della responsabilità dell’odierno imputato per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale quanto alla distrazione dei beni ceduti alla E. dalla K.I. s.r.l. con il contratto di affitto di ramo di azienda.

Deve affermarsi, altresì, la responsabilità dell’imputato per il delitto di bancarotta documentale attesa la pacifica configurabilità del reato in capo al liquidatore che non riceva i libri contabili e che ometta ogni controllo sulla loro esistenza e sulla loro regolare tenuta (cfr. Cass. pen. Sez. V, 14.06.2011, n. 36435).

Invero, il mancato rinvenimento delle scritture contabili e la conseguente impossibilità di ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, cosi come testimoniata dal curatore, è sufficiente ad integrare l’elemento oggettivo la fattispecie contestata.

Quanto all’elemento soggettivo, rappresentato – secondo l’espressa previsione normativa – dal dolo specifico, cioè dalla necessità che la condotta sia finalizzata allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori, in previsione della possibilità del fallimento, (cfr. Cass., sez. V, 17.12.2008, n. 1137, V; Cass., sez. V, 13.10.1993, n. 11329), deve condividersi la statuizione della Suprema Corte (Cass. pen. Sez. V, Sent., 08.01.2013, n. 769) secondo cui “proprio il mancato deposito ed il mancato rinvenimento delle menzionate scritture contabili obbligatorie assumono valore pregnante per dimostrare l’esistenza del dolo specifico, cioè della volontà di arrecare un pregiudizio ai creditori in previsione del possibile fallimento” che, peraltro, emerge dalla concomitante indisponibilità manifestata da R. a fornire al curatore spiegazioni in merito alla sorte del patrimonio della fallita.

Rileva in definitiva la Suprema Corte che elementi sintomatici della direzione intenzionale della condotta di sottrazione documentale alla causazione di un pregiudizio ai creditori in previsione del possibile fallimento sono, per l’appunto, il mancato o incompleto deposito di libri e scritture contabili agli organi della procedura fallimentare nonché l’impossibilità di ricostruzione della situazione patrimoniale della ditta fallita, trattandosi di elementi senz’altro idonei a rivelare l’intenzione dell’imprenditore o legale rappresentante della società di pregiudicare il futuro soddisfacimento delle ragioni creditorie attraverso la sottrazione delle informazioni desumibili con carattere di certezza da quelle scritture.

Quanto alla posizione di R.E. in relazione alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto e alla omessa tenuta delle scritture contabili, deve accogliersi la concorde richiesta delle parti di assoluzione dell’imputata, non essendo emersa prova sufficiente della sua personale responsabilità per i fatti a lei ascritti in concorso con il padre.

Invero, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente, in tema di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo del concorrente extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori (ex multis Cass. pen. Sez. V, Sent., 03.08.2017, n. 38731).

Stesso principio vale in tema di concorso in bancarotta fraudolenta documentale laddove si afferma che il dolo dell’extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di sostegno a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni del creditore, (Cass. pen. Sez. V Sent., 12.11.2013, n. 1706).

Ebbene, gli elementi emersi dall’istruttoria inducono a ritenere che l’unico dominus della società fosse l’imputato mentre è rimasto del tutto indimostrato il ruolo rivestito dalla figlia che peraltro, a differenza dei fratelli, non ha mai ricoperto alcuna carica nelle numerose società riconducibili al padre. In particolare, a fronte dell’accertata inesistenza delle scritture contabili della E., non sono emersi specifici elementi che consentano di definire l’esatto apporto che l’imputata avrebbe fornito alla gestione della contabilità della società fallita.

Anche in considerazione della giovane età della R. – che all’epoca dei fatti aveva appena 23 anni – è quindi verosimile che la stessa sia rimasta del tutto estranea alle vicende della fallita e alle operazioni poste in essere dall’imputato per depauperarne il patrimonio.

Alla luce delle considerazioni svolte, R.E. deve essere assolta dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la K.I. s.r.l., e dal reato di bancarotta fraudolenta documentale per non aver commesso il fatto.

Resta, infine, il delitto di cui all’art. 223 co. 2 n. 2 L.f. descritto al capo I) dell’imputazione in ordine al quale deve giungersi a una sentenza di assoluzione degli imputati per insussistenza del fatto.

Invero, i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale e quello di bancarotta impropria di cui all’art. 223, co. 2, n. 2, L.f. hanno ambiti diversi. Il primo postula il compimento di atti di distrazione o dissipazione di beni societari ovvero di occultamento, distruzione o tenuta di libri e scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione delle vicende societarie, atti tali da creare pericolo per le ragioni creditorie, a prescindere dalla circostanza che abbiano prodotto il fallimento, essendo sufficiente che questo sia effettivamente intervenuto. Il secondo concerne, invece, condotte dolose che non costituiscono distrazione o dissipazione di attività – né si risolvono in un pregiudizio per le verifiche concernenti il patrimonio sociale da operarsi tramite scritture contabili – ma che devono porsi in nesso eziologico con il fallimento. Ne consegue che, in relazione ai suddetti reati, mentre è da escludere il concorso formale è, invece, possibile il concorso materiale qualora, oltre ad azioni ricomprese nello specifico schema della bancarotta ex art. 216 L.f., si siano verificati differenti ed autonomi comportamenti dolosi i quali, concretandosi in abuso od infedeltà nell’esercizio della carica ricoperta od in un atto intrinsecamente pericoloso per l’andamento economico finanziario della società, siano stati causa del fallimento (Cass. pen. Sez. I, 19-04-2018, n. 19789).

Ebbene, nel caso in esame, al di là della distrazione dei beni oggetto beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la K.I. s.r.l., non sono state accertate – né, a ben vedere, risultano descritte nell’imputazione – “operazioni dolose” che si pongano in nesso eziologico con il fallimento.

Ne consegue l’insussistenza di fatti riconducibili alla fattispecie incriminatrice contestata.

IN ORDINE ALLA PENA.

Posto l’accertamento della responsabilità di R.L. per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, sussiste la circostanza aggravante di cui all’art. 219 co. 2 n. 1) L.f. atteso che l’imputato ha commesso più fatti di bancarotta fraudolenta.

Possono ritenersi sussistenti le circostanze attenuanti generiche in ragione del comportamento processuale dell’imputato che ha ripetutamente prestato il consenso all’utilizzabilità delle prove assunte davanti al Tribunale in diversa composizione.

Considerata l’età avanzata dell’imputato e il tempo trascorso dai fatti, tenuto conto altresì che, nel corso dei molti anni trascorsi dall’accaduto, R. non ha più commesso fatti analoghi, le predette circostanze possono essere riconosciute con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante.

Pertanto, considerati i parametri di cui all’art. 133 c.p. deve applicarsi all’imputato la pena di due anni di reclusione, così determinata per effetto del giudizio di prevalenza delle attenuanti generiche sull’aggravante di cui all’art. 219 co. 2 n. 1) L.f.

Segue, per legge, la condanna al pagamento delle spese processuali.

Segue, altresì, la condanna dell’imputato alle pene accessorie previste dall’art. 216 ult. comma per la durata di legge.

Ostano alla concessione della sospensione condizionale della pena le sentenze di condanna a carico dell’imputato per reati di bancarotta fraudolenta e per reati tributati.

Deve essere disposto il dissequestro e la restituzione agli aventi diritto di quanto in sequestro.

Si indica in novanta giorni il termine per il deposito della motivazione.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p. dichiara R.L. responsabile dei reati di cui al capo i) dell’imputazione, con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la K.I. s.r.l. e alla omessa tenuta delle scritture contabili, e riconosciute le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante, lo condanna alla pena di due anni di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve R.E. dai reati di cui al capo i), con riguardo alla distrazione dei beni oggetto del contratto di affitto stipulato con la K.I. s.r.l. e alla omessa tenuta delle scritture contabili, per non aver commesso il fatto.

Visto l’art. 530 c.p.p., assolve R.L. e R.E. dai reati di cui capi j), k) e dai restanti reati di cui al capo i) perché i fatti non sussistono.

Visto l’art. 216 ult. comma L.fall., dichiara l’imputato inabilitato all’esercizio di un’impresa commerciale e incapace a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per la durata di dieci anni.

Ordina il dissequestro e la restituzione di quanto in sequestro agli aventi diritto.

Motivi in novanta giorni.

Conclusione

Così deciso in Vicenza, il 17 aprile 2018.

Depositata in Cancelleria il 12 luglio 2018.