Avvocato penalista

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

STALKING BOLOGNA PROCESSO, OBBLIGO NON AVVICINAMENTO

Nel delitto di atti persecutori, che è reato abituale, il termine finale di consumazione, nel caso di contestazione cosiddetta aperta, coincide con quello della pronuncia della sentenza di primo grado, che cristallizza l’accertamento processuale e dal quale decorre il termine di prescrizione del reato in mancanza di una specifica contestazione che delimiti temporalmente le condotte frutto della reiterazione criminosa. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 24/09/2020)
In relazione al reato di atti persecutori (stalking) e all’applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, le videoriprese registrate in luogo di pertinenza condominiale sono videoriprese non effettuate dalla polizia giudiziaria e non possono essere assimilate, quanto ai presupposti di ammissibilità, ad intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, di cui all’art. 266 c.p.p., sicché nel caso di immagini registrate derivanti da videoregistrazioni provenienti da privati, installate a fronte anche di esigenze di sicurezza delle parti comuni, poi acquisite come documenti ex art. 234 c.p.p., e non quale prova atipica, i fotogrammi estrapolati da detti filmati non possono essere considerati prove illegittimamente acquisite e non ricadono nella sanzione processuale di inutilizzabilità.

L’attenuante della provocazione è incompatibile con il delitto di atti persecutori, che è reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione nel tempo di comportamenti antigiuridici di analoga natura, in quanto quella che si vorrebbe prospettare come una reazione emotiva ad un fatto ingiusto costituisce, in realtà, espressione di un proposito di rivalsa e di vendetta al quale l’ordinamento non può dare riconoscimento alcuno. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO MESSINA, 08/07/2019) In tema di liquidazione equitativa del danno morale conseguente al reato di atti persecutori, è sindacabile in sede di legittimità, come violazione dell’art. 1226 c.c., norma di cui si deve tener conto nell’applicazione della legge penale, e, nel contempo, come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, la valutazione del giudice di merito che non abbia indicato, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui ha basato la sua decisione in ordine al “quantum”. La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento. Nel consegue che, allorché non siano indicate le ragioni dell’operato apprezzamento e non siano richiamati gli specifici criteri utilizzati nella liquidazione, la sentenza incorre sia nel vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6) sia nel vizio di violazione dell’art. 1226 c.c. Integra il delitto di atti persecutori la reiterata ed assillante comunicazione di messaggi di contenuto persecutorio, ingiurioso o minatorio, oggettivamente irridenti ed enfatizzanti la patologia della persona offesa, diretta a plurimi destinatari ad essa legati da un rapporto qualificato di vicinanza, ove l’agente agisca nella ragionevole convinzione che la vittima ne venga informata e nella consapevolezza, della idoneità del proprio comportamento abituale a produrre uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice. (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO FIRENZE, 16/09/2019) Nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori, anche il riavvicinamento o la riappacificazione tra vittima e persecutore possono costituire un “elemento concreto” idoneo, ai sensi dell’art. 500, comma 4, cod. proc. pen., ad incidere sulla genuinità della deposizione testimoniale della persona offesa, che, ove non possa rimettere la querela, perché irrevocabile, potrebbe essere indotta a circoscrivere, limitare o revocare le dichiarazioni accusatorie in precedenza rese. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’acquisizione e l’utilizzazione delle originarie dichiarazioni della persona offesa che, dopo aver denunciato le reiterate condotte di violenza e minaccia subite, per paura di future ulteriori ritorsioni aveva ritrattato e ridimensionato in dibattimento le accuse). (Rigetta, CORTE APPELLO TRIESTE, 04/03/2019) In tema di atti persecutori, l’evento, consistente nell’alterazione delle abitudini di vita o nel grave stato di ansia o paura indotto nella persona offesa, deve essere il risultato della condotta illecita valutata nel suo complesso, nell’ambito della quale possono assumere rilievo anche comportamenti solo indirettamente rivolti contro la persona offesa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che fossero state legittimamente valutate non solo le minacce o molestie rivolte alla persona offesa dall’imputato, dopo l’interruzione di una relazione extraconiugale, ma anche le minacce e le denunce calunniose proposte nei confronti del marito e del padre della persona offesa, in quanto si inserivano nell’unitaria condotta persecutoria). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO PALERMO, 28/11/2019)
In tema di atti persecutori, ai fini della irrevocabilità della querela ai sensi dell’art. 612-bis, comma quarto, cod. pen., è necessario che nella imputazione sia contestato in modo chiaro e preciso che la condotta è stata realizzata con minacce reiterate ed integranti i caratteri della circostanza aggravante di cui all’art. 612, comma secondo, cod. pen. (Annulla senza rinvio, CORTE APPELLO NAPOLI, 03/02/2020)

Diffamazione – In genere – Diffusione di un messaggio offensivo attraverso “facebook”

Delitti contro l’onore – Diffamazione – In genere – Diffusione di un messaggio offensivo attraverso “facebook”


Cass. pen., Sez. V, Sentenza, 25/01/2021, n. 13979 (rv. 281023-01)
REATI CONTRO LA PERSONA – Delitti contro l’onore – Diffamazione – In genere – Diffusione di un messaggio offensivo attraverso “facebook” – Aggravante dell’uso di “qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa – Sussistenza – Ragioni
La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone. (Rigetta, CORTE APPELLO POTENZA, 28/02/2019)

alla circostanza aggravante di cui all’art. 595 c.p., comma 3, in relazione al social facebook,all’operatività della causa di giustificazione ex art. 51 c.p., in tema di conflitti personali dettati da contrapposizioni ideologiche, ai criteri di determinazione del danno. Per altro verso è stato posto in luce che le censure presentate nei motivi di appello dalla parte civile sarebbero aspecifiche, al punto di meritare una sanzione di inammissibilità ex art. 581 c.p.p., secondo il testo introdotto con L. n. 103 del 2017.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUINTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. SABEONE Gerardo – Presidente –
Dott. DE GREGORIO Eduardo – rel. Consigliere –
Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –
Dott. SESSA Renata – Consigliere –
Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
C.T., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 28/02/2019 della CORTE APPELLO di POTENZA;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere DE GREGORIO EDUARDO.
Svolgimento del processo
1. Con la sentenza ora in esame la Corte d’Appello di Potenza, su impugnazione della parte civile, ha riformato la pronunzia in primo grado nei confronti dell’imputata di assoluzione dal delitto di diffamazione a mezzo facebook ai danni di un collega professore, per esercizio del diritto di critica, condannandola al risarcimento del danno morale, liquidato equitativamente in Euro 800 oltre che alla rifusione delle spese sostenute nei due gradi di giudizio.
2. Ha presentato ricorso tramite difensore di fiducia l’imputata, che con due motivi, argomentati unitariamente, ha dedotto la violazione dell’art. 51 c.p. e la mancanza di motivazione in relazione alla riforma della pronunzia di condanna. Dopo aver ripercorso le articolate proposizioni in fatto e diritto con le quali il Tribunale era giunto all’esito liberatorio per la giudicabile, la difesa ha lamentato che la sentenza di secondo grado non aveva in alcun modo esposto le ragioni ritenute adeguate a disarticolare la decisione del Tribunale, essendosi limitata ad affermare che la qualificazione della persona offesa come essere spregevole, associata all’accusa di essere autore di manipolazioni psicologiche non era proporzionata e pertinente al tema della critica ai metodi di insegnamento di un collega. La motivazione, quindi, eluderebbe i principi elaborati da questa Corte – brevemente richiamati -in caso di pronunzia di secondo grado che sovverta l’esito assolutorio raggiunto nel primo giudizio.
2.1 La Corte lucana non avrebbe preso in considerazione, come avrebbe dovuto, le richieste subordinate fatte dalla difesa in primo grado, ovviamente non riproposte in appello per l’accoglimento della domanda principale, con riferimento alla circostanza aggravante di cui all’art. 595 c.p., comma 3, in relazione al social facebook,all’operatività della causa di giustificazione ex art. 51 c.p., in tema di conflitti personali dettati da contrapposizioni ideologiche, ai criteri di determinazione del danno. Per altro verso è stato posto in luce che le censure presentate nei motivi di appello dalla parte civile sarebbero aspecifiche, al punto di meritare una sanzione di inammissibilità ex art. 581 c.p.p., secondo il testo introdotto con L. n. 103 del 2017.
3. Quanto al riconoscimento ed alla liquidazione del danno morale in favore della parte civile, non si era considerato che l’imputata, avuta notizia della reazione del collega, aveva immediatamente oscurato la propria pagina facebook ed aveva porto le sue scuse. Sul punto l’appellante non avrebbe assolto agli oneri deduttivi e probatori impostigli ex art. 2627 c.c., anche in riferimento al danno morale mentre la quantificazione del danno sarebbe completamente disancorata da ogni elemento di giustificazione sul piano assertivo – probatorio.
Con requisitoria scritta a norma del D.L. 17 marzo 2020, n. 18, art. 83, comma 12-ter, convertito, con modificazioni, con la L. 24 aprile 2020, n. 27, il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione, ha concluso per l’annullamento della sentenza.
La difesa di parte civile ha depositato memoria scritta con la quale ha esplicitato le ragioni per il rigetto del ricorso ed ha replicato alle conclusioni del PG presso questa Corte, depositando nota spese.
Motivi della decisione
Il ricorso è infondato.
1. Le doglianze racchiuse nell’unico articolato motivo di ricorso pongono, in primis, una questione di metodo, sostenendo che il Giudice di appello, nel riformare la sentenza in senso sfavorevole all’imputata, avrebbe dovuto fornire una motivazione definita rafforzata o comunque un complesso argomentativo dotato di maggior forza persuasiva rispetto alle giustificazioni adoperate dal primo Giudice, citando in proposito nota giurisprudenza di questa Corte.
Il principio – ovviamente in sè corretto – non si attaglia alla fattispecie in esame, nella quale si discute del delitto di diffamazione tramite mezzo di pubblicità, questione che la Corte d’Appello ha risolto in senso opposto a quanto deciso dal Tribunale, esclusivamente attraverso una differente valutazione giuridica delle frasi in primo grado giudicate espressione del diritto di critica e, quindi, scriminate ex art. 51 c.p..
1.1 In tali ipotesi, secondo recenti pronunzie emesse da questa Corte – alle quali il Collegio intende dare seguito – il Giudice di appello non ha la necessità di offrire una motivazione dotata di una maggiore forza persuasiva, in quanto oggetto del giudizio è una questione squisitamente ed esclusivamente giuridica, non essendovi alcuna diversa valutazione del materiale probatorio riguardo alla quale il Giudice di secondo grado debba spiegare le ragioni del diverso apprezzamento, confrontandosi anche con i motivi posti dal primo Giudice a sostegno dell’opposta decisione, per la semplice ma dirimente ragione che il Giudice di appello ritiene errata la soluzione in diritto adottata in primo grado. In tal senso si è espressa Sez. 2, Sentenza n. 38277 del 07/06/2019 Ud. (dep. 17/09/2019) Rv. 276954 secondo la quale la necessità, per il giudice di appello, di redigere una motivazione “rafforzata” sussiste soltanto nel caso in cui la riforma della decisione di primo grado si fondi su una mutata valutazione delle prove acquisite e non anche quando essa sia legittimata da una diversa valutazione in diritto, operata sul presupposto dell’erroneità di quella formulata del primo giudice. In tale ipotesi, alla Corte di cassazione spetta il compito di verificare se la questione giuridica difformemente decisa dai giudici del merito sia stata correttamente esaminata e risolta dall’uno o dall’altro, ed il vizio a tal fine denunciabile è solo quello di violazione di legge, penale o processuale. In senso conforme Sez. 6, Sentenza n. 10584 del 30/01/2018 Ud. (dep. 08/03/2018) Rv. 273742 ha escluso in caso di riforma “in peius” della sentenza di condanna di primo grado, sulla base di una diversa qualificazione giuridica del fatto, fondata sulla identica valutazione delle risultanze probatorie anche dichiarative,la necessità di procedere alla rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale e di redigere una motivazione rafforzata. Conformi: N. 19036 del 2017 Rv. 269610, N. 6514 del 2018 Rv. 272224.
2. In questo senso si dà esito alla doglianza mossa dal ricorrente ma per completare il discorso deve darsi conto del più che solido orientamento giurisprudenziale – che anche in questo caso il Collegio intende seguire – secondo il quale nella specifica materia della diffamazione, la Corte di cassazione può conoscere e valutare l’offensività della frase che si assume lesiva della altrui reputazione, perchè è compito del giudice di legittimità procedere in primo luogo a considerare la sussistenza o meno della materialità della condotta contestata e, quindi, della portata offensiva delle frasi ritenute diffamatorie. Così: Sez. 5, Sentenza n. 48698 del 19/09/2014 Ud. (dep. 24/11/2014) Rv. 261284, conforme: Sez. 5, Sentenza n. 41869 del 14/02/2013 Ud. (dep. 10/10/2013) Rv. 256706. Sez. V, n. 832 del 21/06/2005, Travaglio, Rv 233749); Sez. 5, Sentenza n. 2473 del 10/10/2019 Ud. (dep. 22/01/2020) Rv. 278145.
Spetta, dunque, al Collegio verificare l’esattezza dell’una o dell’altra soluzione in gioco ed allo scopo è necessario riassumere il cuore delle argomentazioni impiegate dal Tribunale per giungere all’assoluzione dell’imputata.
2.1 Dopo aver ricostruito l’antefatto, costituito da un acceso litigio tra i due professori avvenuto all’interno dell’edificio scolastico, che – occorre rimarcare – la Corte di appello non pone in discussione nei termini effettivi del suo svolgersi, il Tribunale ha ritenuto che la frase pubblicata dalla giudicabile sulla sua pagina fecebook dovesse essere inserita in suddetta cornice fattuale; dopo la premessa ha osservato che: le espressioni presenti nel testo, pur avendo nella comune accezione linguistica una vis dispregiativa nei confronti del destinatario, non si risolvono stricto sensu in un attacco personale sul piano individuale, bensì in guisa di una manifestazione di una posizione di pensiero dissenziente dalle metodologie didattiche della parte civile, in un quadro generale di disistima del collega, ai limiti di una ammissibile facoltà di critica, non essendo censurata la persona in sè e per sè. Ha sostenuto il Tribunale che le incriminate espressioni erano state impiegate non tanto per apportare un vulnus alla considerazione dell’offeso ma quali strumento per argomentare, anche nell’immediatezza dell’antefatto… un giudizio sulla persona offesa, che, per quanto violento, o recte, aspro, rientra nel perimetro della critica.
2.2 L’opposto approdo cui è giunta la Corte di Appello ha valorizzato il limite della continenza nell’esercizio del diritto di critica, giudicato travalicato dall’uso della qualificazione di “essere spregevole” nei confronti del collega, che non è apparso proporzionato e pertinente rispetto al tema della critica ai metodi in insegnamento di un collega, anche perchè associata all’accusa di “manipolazioni psicologiche” nei confronti degli studenti, priva di riferimenti a circostanze determinate ed idonea a ledere la dignità professionale di un insegnante.
3. Il Collegio ritiene corretta la decisione della Corte di appello, in armonia con i consolidati principi elaborati da questa Corte sul limite della continenza nella forma espositiva che deve essere rispettato, costituendo uno dei presupposti per il riconoscimento dell’esercizio del diritto di critica. L’elaborazione ermeneutica di questa Corte giunge costantemente ad affermare che in tema di diffamazione l’esimente del diritto di critica postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, siano insostituibili nella manifestazione del pensiero critico in quanto non hanno adeguati equivalenti. Sez. 5, Sentenza n. 15089 del 29/11/2019 Ud. (dep. 14/05/2020) Rv. 279084; Sez. 5, Sentenza n. 17243 del 19/02/2020 Ud. (dep. 05/06/2020) Rv. 279133; Sez. 5, Sentenza n. 31669 del 14/04/2015 Ud. (dep. 21/07/2015) Rv. 264442.
Nella fattispecie in esame la definizione della parte civile come essere spregevole è univocamente ed esclusivamente interpretabile come offesa personale diretta a screditare non l’operato professionale del professore, ma, all’evidenza, la persona in sè e per sè; per altro verso il contesto fattuale in cui è avvenuto l’episodio, la lite tra i colleghi in una situazione in cui gli alunni avevano aderito a proteste studentesche contro la riforma Monti della scuola – aspetto sul quale ha insistito la motivazione liberatoria – non è per nulla menzionato nella proposizione ritenuta diffamatoria, nella quale si è fatto unicamente riferimento alla discussione avvenuta tra l’imputata e la parte civile.
3.1 Quanto all’accusa di effettuare manipolazioni psicologiche nei confronti degli studenti, le parole usate risultano del tutto esorbitanti rispetto alla ritenuta finalità di disapprovazione dei metodi di insegnamento adottati dal collega, tema peraltro neppure ben chiarito all’interno delle frasi pubblicate su facebook, in cui l’espressione è rimasta genericamente formulata, non avendo alcun riferimento a circostanze di fatto determinate, e per questo è stata condivisibilmente giudicata diffamatoria dalla Corte territoriale, poichè idonea a ledere la dignità professionale dell’insegnante.
Sul punto vale la pena aggiungere che la parola manipolazione è definita nel dizionario della lingua italiana Zanichelli in senso figurato come manovra per raggirare, imbrogliare e simili ed ancora come controllo o condizionamento anche in riferimento alle coscienze. Tenendo conto di tale significato, che di certo non può essere sfuggito all’imputata nella sua qualità di professoressa di Liceo, e dell’assoluta mancanza di giustificazioni al suo immotivato uso sul social facebook – strumento di comunicazione pubblico come meglio si dirà infra – espressione probabilmente adoperata per definire le prassi di insegnamento del collega, non può che rinsaldarsi la valutazione di offensività delle espressioni incriminate. Il senso della parola in sè e nel contesto fattuale di riferimento, non può che essere quello di attribuire all’insegnante, per ragioni neppure manifestate, una volontà di condizionamento/controllo delle coscienze dei suoi studenti, volontà che appare, all’evidenza, contraria agli scopi formativi ed educativi che l’ordinamento attribuisce all’insegnamento.
4. Resta da esaminare il profilo di ricorso nel quale si è censurata la motivazione della Corte di Appello per non aver valutato le richieste subordinate fatte dalla difesa della giudicabile in primo grado e non riproposte in ragione dell’accoglimento della principale istanza di assoluzione ex art. 51 c.p..
Quanto alla sussistenza dell’aggravante del mezzo di pubblicità occorre rilevare che la stessa difesa nell’atto di ricorso ha mostrato di conoscere, citandola, la giurisprudenza di questa Corte – alla quale il Collegio intende dar seguito – secondo la quale la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poichè la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone; tuttavia non può dirsi posta in essere “col mezzo della stampa”, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico. Fattispecie in cui la Corte ha escluso la sussistenza dell’aggravante di cui alla L. n. 47 del 1948, art. 13, Sez. 5, Sentenza n. 4873 del 14/11/2016 Cc. (dep. 01/02/2017) Rv. 269090; Sez. 1, Sentenza n. 24431 del 28/04/2015 Cc. (dep. 08/06/2015) Rv. 264007.
4.1 Quanto alla censura inerente il riconoscimento e la liquidazione del danno morale, che sarebbe privo di giustificazione, va premesso in fatto che la Corte lucana ha riconosciuto alla parte civile di aver sofferto un danno morale a seguito della pubblicazione delle frasi offensive nei suoi riguardi, in considerazione del tenore della frase diffamatoria e delle notevole potenzialità di diffusione derivante dal mezzo usato, liquidandolo in 800 Euro. La giustificazione in proposito assunta dal Giudice del merito non è censurabile in questa sede, poichè in tema di liquidazione del danno non patrimoniale la valutazione del giudice, affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi, è censurabile in sede di legittimità sotto il profilo del vizio della motivazione, solo se essa difetti totalmente di giustificazione o si discosti macroscopicamente dai dati di comune esperienza o sia radicalmente contraddittoria.
Sez. 5, Sentenza n. 35104 del 22/06/2013 Ud. (dep. 14/08/2013) Rv. 257123. Per altro verso si è affermato che la liquidazione del danno non patrimoniale, sfuggendo ad una precisa valutazione analitica, resta affidata ad apprezzamenti discrezionali ed equitativi del Giudice, che sono incensurabili in sede di legittimità, se contengono anche sommariamente l’esposizione delle ragioni del processo logico che l’ha determinata. Sez. 6 sent. 48461 del 2013, rv 258170.
Va, infine, ricordato che è stato ritenuto legittimo il ricorso alla categoria del notorio ed alle presunzioni nella prova del danno derivante da lesione alla reputazione, considerato che, in base all'”id quod plerumque accidit”, si può presumere, che tale lesione abbia arrecato alla persona offesa una sofferenza morale meritevole di ristoro Sez. 5, Sentenza n. 6481 del 28/10/2011 Ud. (dep. 17/02/2012) Rv. 251944.
Alla luce dei principi e delle osservazioni che precedono il ricorso va rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese processuali, nonchè, per il principio della soccombenza, alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, che sono liquidate in complessivi Euro tremilaquattrocento oltre accessori di legge.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 3400 oltre accessori di legge.
Conclusione
Così deciso in Roma, il 25 gennaio 2021.
Depositato in Cancelleria il 14 aprile 2021

NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MINORE GUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MNOR EGUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

Art. 186 bis. * Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o cose.

Art. 186-bis codice della strada: Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di età inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose

  1. È vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

    a)  i conducenti di età inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B; 

    b)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87; 

    c)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90; 

    d)  i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, è superiore a otto, nonché di autoarticolati e di autosnodati.

    2.  I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 164 ad euro 664, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate.

    3.  Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla metà.

    4.  Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

    5.  La patente di guida è sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. È fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

    6.  Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente è punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla metà. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale è disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto è commesso da soggetto già condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, è sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

    7.  Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di età. Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di età.

 

  1. E’ vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

  2. a) i conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B;

  3. b) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87;

  4. c) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90;

  5. d) i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di postia sedere, escluso quello del conducente, e’ superiore a otto, nonche’ di autoarticolati e di autosnodati.

  6. I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma ((da € 168 a € 672)), qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (gli). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate. (114) (124) (133) (145) ((163))

  7. Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla meta’.

  8. Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantita’ della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

  9. La patente di guida e’ sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. E’ fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

  10. Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente e’ punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla meta’. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalita’ e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida e’ raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale e’ disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto e’ commesso da soggetto gia’ condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, e’ sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

  11. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/1), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di eta’. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’”. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertatoun valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’.

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Il delitto di maltrattamenti in famiglia può essere integrato anche da atti non costituenti in sè reato,  del resto, anche semanticamente, il termine “maltratta” non evoca in sè la necessità del compimento di singole condotte riconducibili a fattispecie tipiche ulteriori rispetto a quella di cui all’art.572 c.p.  (per questa affermazione cfr. Sez. 6, n. 44700 del 08/10/2013, P., Rv.256962; per interessanti fattispecie applicative, v. Sez. 2, n. 10994 del 06/12/2012, dep. 2013, T., Rv. 255175, nonchè Sez. 6, n. 8396 del 07/06/1996, Vitiello, Rv. 205563).

Cass. pen. Sez. VI, 10/03/2016, n. 13422.

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La condotta di maltrattamenti contro familiari o conviventi può consistere anche nella privazione pressoché totale del sostegno economico ai danni della persona offesa, a maggior ragione se unita ad ulteriori condotte vessatorie di altro genere. Non può invece rientrare nella fattispecie di cui all’art.572 c.p. la costrizione del coniuge al rapporto sessuale: il rapporto di coniugio non comporta alcun diritto a pretenderne la consumazione contro la volontà del consorte, ragion per cui il predetto comportamento integra pienamente il delitto di violenza sessuale ex art.609 bis c.p.

Cass. pen. Sez. III, 19/01/2016, n. 18937

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti.

Cass. pen. Sez. VI, 28/06/2017, n. 40959

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: DICHIARAZIONI DELLA PERSONA OFFESA

Le regole dettate dall’art.192, comma 3, c.p.p., non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. Nel reato di maltrattamenti di cui all’art.572 c.p. l’oggetto giuridico non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari. Nel reato abituale il dolo non richiede infatti – a differenza che nel reato continuato – la sussistenza di uno specifico programma criminoso, verso il quale la serie di condotte criminose, sin dalla loro rappresentazione iniziale, siano finalizzate; è invece sufficiente la consapevolezza dell’autore del reato di persistere in un attività delittuosa, già posta in essere in precedenza, idonea a ledere l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice.

Cass. pen. Sez. VI, 06/10/2017, n. 49997

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Nel reato di maltrattamenti familiari possono essere riconosciute le attenuanti generiche di cui all’art.62 bis c.p. ai genitori che, per la loro inadeguatezza etno-culturale, ritengono consentite punizioni corporali sul figlio minore che nel Paese di origine (Marocco) non costituiscono illecito, allorquando la loro incapacità culturale non gli ha permesso di rendersi conto della patologia diagnosticata al figlio stesso a causa dei loro atti, nonché per la loro incapacità di gestirne i suoi comportamenti oppositivi e provocatori (ricondotti, pur sbagliando, ad aspetti caratteriali) che si proponevano di contenere con metodi non certamente consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.

Cass. pen. Sez. VI, 15/02/2017, n. 10906

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

In un contesto familiare di continua conflittualità, ove alla veemenza verbale ed alla collera del marito la moglie risponde con capacità reattiva e non con un supino atteggiamento, non può configurarsi il delitto di maltrattamenti in famiglia.

Cass. pen. Sez. VI, 13/11/2015, n. 5258

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

Le condotte criminose poste in essere nei confronti del familiare convivente integranti percosse ed umiliazioni in danno del medesimo, ma prive del connotato dell’abitualità, in quanto verificatesi nell’ambito di un rapporto conflittuale, e di volta in volta commesse quale (abnorme) reazione occasionata da specifici comportamenti posti in essere dalla vittima, e, dunque, non come espressione della volontà di determinare in questa un disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di vita, non risultano sussumibili nel reato di maltrattamenti in famiglia, ma integrano distinti episodi autonomamente rilevanti (nella specie di percosse, di lesioni, ed eventualmente di diffamazione, tuttavia non perseguibili per difetto o rimessione accettata di querela).

Cass. pen. Sez. VI, 19/04/2017, n. 27088

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: Rapporti familiari di fatto – Cessazione della convivenza – Configurabilità del reato – Condizioni – Ragioni

In tema di reati contro la famiglia, è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione. Peraltro, il reato persiste anche in caso di separazione legale, tenuto conto del fatto che tale stato, pur dispensando i coniugi dall’obbligo di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonché di collaborazione. Pertanto, atteso che la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie incriminatrice di cui all’art.572 c.p., la separazione non esclude il reato di maltrattamenti, quando l’attività vessatoria si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti intatti a seguito del provvedimento giudiziario, pongono la parte offesa in posizione psicologica subordinata o comunque dipendente.

Cass. pen. Sez. VI, 13/12/2017, n. 3356

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il delitto di cui all’art.572 c.p. sussiste in caso di reiterate condotte vessatorie poste in essere in costanza di separazione legale o di fatto, in presenza della quale persistono i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale e di solidarietà sociale sorti dal rapporto coniugale.

Cass. pen. Sez. VI, 01/02/2017, n. 10932

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In tema di reato di maltrattamento, la cessazione della convivenza da parte di un uomo – non legato con la donna maltrattata da rapporto di coniugio – non consente di qualificare la prosecuzione della condotta persecutoria nell’ambito del reato di cui all’art.572 c.p., dovendosi tale parte della condotta qualificare nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 612 bis, comma 2, c.p..  (Ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacchè anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253) (conforme Sez. 6, n. 30704 del 19/05/2016, D’A., Rv. 267942)).

Cass. pen. Sez. VI, 27/06/2017, n. 35673

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche a seguito della cessazione della convivenza e in presenza della separazione, qualora l’attività persecutoria si contestualizzi in ambito familiare. Ciò in quanto, il vincolo coniugale non viene meno con la separazione legale, ma si attenua soltanto, posto che rimangono integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione tra coniugi. Ne discende che laddove la condotta criminosa incida sui rapporti familiari, la separazione non esclude il reato di cui all’art.572 c.p.

Cass. pen. Sez. II, 05/07/2016, n. 39331

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La cessazione della convivenza non esclude, per ciò stesso, la configurabilità di condotte di maltrattamento tra i componenti della coppia quando il rapporto personale di fatto sia stato il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà ed assistenza, la cui principale ricaduta non può che essere il derivato rapporto di filiazione.

Cass. pen. Sez. VI, 20/04/2017, n. 25498

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In assenza di vincoli nascenti dal coniugio, il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile nei confronti di persona non più convivente “more uxorio” con l’agente a condizione che quest’ultimo conservi con la vittima una stabilità di relazione dipendente dai doveri connessi alla filiazione. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la permanenza del complesso di obblighi verso il figlio implica il permanere in capo ai genitori, che avevano costituito una famiglia di fatto, dei doveri di collaborazione e di reciproco rispetto). (Rigetta, App. Ancona, 04/07/2016)

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina

 

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Cass. pen. n. 13577/2019

In tema di lesioni personali stradali gravi o gravissime, commesse in data anteriore all’entrata in vigore dell’art. 590-bis cod. pen., introdotto dalla legge 24 marzo 2016 n. 41, non trova applicazione il nuovo regime di procedibilità d’ufficio, ma quello più favorevole della procedibilità a querela, vigente al momento del fatto. (In motivazione la Corte ha affermato che il mutamento nel tempo del regime di procedibilità va positivamente risolto, ai sensi dell’art. 2 cod. pen., alla luce della natura mista, sostanziale e processuale, dell’istituto della querela, che costituisce al contempo condizione di procedibilità e di punibilità) .

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime commesse in violazione della normativa stradale, persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime di cui all’art. 590-bis cod. pen., persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza. (In motivazione, la S.C. ha precisato che lo spostamento della competenza a favore del tribunale opera per i fatti commessi dal 25 marzo 2016, data di entrata in vigore della nuova fattispecie penale).

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È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

Il testamento rappresenta l’atto con cui taluno dispone delle proprie sostanze per il momento in cui ha cessato di vivere. Esso regola la successione mortis causa ossia che avviene per la morte del disponente.

Quali sono le tipologie di testamenti?

Esistono diverse forme di testamento:

  1. olografo: sottoscritto e redatto interamente di pugno del testatore;
  2. pubblico: ricevuto dal notaio alla presenza di due testimoni;
  3. segreto: scritto dal testatore o da un terzo.

Quali sono le caratteristiche del testamento?

Innanzitutto il testamento è un negozio unilaterale. Tale caratteristica potrebbe sembrare un’aporia rispetto alla necessità dell’accettazione (a differenza del legato che, ai sensi dell’art. 649 c.c., si acquista senza accettazione), ma in realtà non è così.

In campo contrattuale, infatti, l’accettazione serve per unire la volontà a quella del proponente e far nascere il contratto. Nel testamento l’accettazione si pone al di fuori del negozio. Il testamento, infatti, funziona a prescindere dall’accettazione anche perché il testatore potrebbe aver previsto meccanismi di sostituzione, rappresentanza e accrescimento per salvaguardare l’efficacia delle sue disposizioni se il primo chiamato non vuole o non può accettare l’eredità.

Altra caratteristica è il formalismo in quanto il testamento deve essere redatto in forma scritta ad substantiam, a pena di nullità.

Se una delle tre forme testamentarie, olografo, pubblico, segreto, risulta viziata il legislatore, in base al principio di conservazione degli atti, evita la dichiarazione di nullità o attraverso la conversione o applicando il meccanismo di cui all’art. 590 c.c. simile alla convalida.

Si può contestare l’autenticità della firma di un testamento olografo?

Certo è possibile tenuto anche conto del fatto che si tratta di disposizioni di ultima volontà.

Inizialmente si era sostenuto che, nel caso in esame, doveva utilizzarsi la querela di falso instaurando un subprocedimento. Successivamente il riferimento è stato al disconoscimento di scrittura privata.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno optato per una differente soluzione.

Dopo aver messo da parte la querela di falso, adoperata per gli atti pubblici e il disconoscimento relativo alla scrittura privata prodotta in giudizio da una delle parti in causa, si è scelto l’accertamento negativo.

La parte interessata, infatti, può adire il giudice con autonoma zione atipica, non espressamente prevista da legge e contestare l’autenticità della firma del testamento olografo.

Cosa significa che il testamento ha carattere dispositivo?

Tale caratteristica deriva dal disposto dell’art. 587 c.c. in riferimento all’atto di disposizione delle proprie sostanze.

Il testamento, infatti, deve contenere spostamenti di ricchezza in favore o dell’erede o del legatario.

È valida la clausola di diseredazione?

Questo problema non di pone quando il diseredato è un legittimario, perché egli può impugnare la clausola e ottenere la declaratoria di inefficacia in quanto successore ex lege.

Nelle altre ipotesi sorgono dubbi in relazione alla mancanza di spostamenti patrimoniali servendo il testamento soltanto ad eliminare il soggetto indesiderato.

Ad un primo esame l’operazione sembrerebbe nulla eliminando proprio il carattere dispositivo del testamento esprimendo la clausola di diseredazione una mera volontà ablatoria, destitutiva.

Nella realtà dei fatti non è così. L’effetto indiretto della clausola di diseredazione è, infatti, quello di allargare automaticamente le quote degli altri successori legittimi. La clausola di diseredazione diviene, così, compatibile con il carattere dispositivo del testamento divenendo la successione in parte legittima e in parte testamentaria.

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Tribunale Ferrara, Sent., 24/05/2021

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  • Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott.ssa Maria Rita Baldelli, alla pubblica udienza del 22/02/2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

V.E., nato a C. di M. (T.) il (…), residente a C. fraz. A.. (F.) N. 78/2, elettivamente domiciliato a Cento fraz. A. in via C. n. 130/1

-lib. assente-

IMPUTATO

  1. A) Reato p. e p. dagli artt. 81-570bisp. perché, mediante molteplici omissioni esecutive del medesimo disegno criminoso, si sottraeva all’obbligo di corresponsione di Euro 600,00, quale contributo di mantenimento dei figli minori V.C. e M., previsto dalle condizioni di separazione consensuale dei coniugi omologate in data 5/12/17 innanzi al Presidente del Tribunaledi Ferrara, dott.ssa R.S., corrispondendo unicamente la somma di Euro 450,00 nel mese di febbraio.

In Cento a partire dal 5/12/17 fino all’attualità

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott.ssa S. Davi V.P.O.

Del difensore di fiducia : avv. Alex De Anna del Foro di Ferrara

Del difensore delle p.c.c. V.C. e V.M. : avv. Davide Fabbri del Foro di Modena

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con decreto di citazione diretta a giudizio, datato 17.05.2019, V.E. veniva tratto a giudizio per il reato di cui al capo di imputazione trascritto in epigrafe.

Alla pubblica udienza del 24.09.2019, assente l’imputato, assistito da un difensore di fiducia, la signora B.D., in qualità di legale rappresentante dei figli minori, V.C. e V.M., si costituiva parte civile, venivano ammesse le prove richieste dalle parti, ed il procedimento veniva rinviato all’udienza del 25.11.2019, nel corso della quale, presente l’imputato, si procedeva all’audizione del teste del P.M. – B.D., all’esame dell’imputato, nonché all’audizione dei testi della difesa, S.F., I.L. e Z.J. ed, all’esito, il Giudice respingeva la richiesta, avanzata dal P.M., di audizione, ai sensi di cui all’art. 507 c.p.p., di V.C. e P.M., ritenendo superflua la loro escussione. Veniva infine acquisita la documentazione prodotta dal P.M. (attestazione di pagamento a favore di B.D. datata 09.02.2018, verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., visura camerale “P.C.” di V.E.; riproduzione fotostatica dei messaggi intercorsi tra V.E. e B.D. successivamente alla separazione).

Le udienze del 30.03.2020 e del 12.10.2020, venivano entrambe rinviate: la prima, in applicazione della normativa (D.L. n. 11 del 2020) volta a contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, la seconda, in ragione dell’impedimento di codesto Giudicante, al quale il presente procedimento era stato riassegnato in seguito all’applicazione, presso la Corte di Appello di Bologna, del Giudice originariamente assegnatario dello stesso.

Alla pubblica udienza del 01.02.2021, veniva acquisita la documentazione prodotta dal difensore dell’imputato (bonifici effettuati da V.E. nell’interesse dei figli, busta-paga agosto 2020, ricevute di pagamento di bollette), il Giudice dichiarava chiusa l’istruttoria e le parti concludevano come da verbale. Il difensore della parte civile depositava altresì conclusioni scritte e nota spese ed il procedimento veniva rinviato all’odierna pubblica udienza (22.02.2021) per repliche, in assenza delle quali il Giudice dava lettura del dispositivo in atti.

La teste B. riferiva di essere la ex-moglie dell’imputato e che in sede di separazione consensuale gli stessi avevano stabilito che il prevenuto versasse a titolo di mantenimento dei figli minori C. e M. la somma complessiva di Euro. 600,00, e che provvedesse altresì al pagamento delle spese straordinarie nella misura del 50% (cfr. verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., produzione P.M.).

Tale obbligo pecuniario, invero, non era mai stato regolarmente adempiuto dal prevenuto che- a detta della teste – già prima della separazione, aveva ceduto la propria attività (la P.C. di V.E.) a tale P.M. in ragione di pregressi debiti contratti con quest’ultimo (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, deposizione teste B.D., pag.6; pag.9). In merito all’attività lavorativa svolta dal prevenuto in epoca successiva alla suddetta cessione, la teste precisava di non sapere se l’ex marito avesse continuato a lavorare, in qualità di dipendente, presso la suddetta pizzeria, ma di sapere che lo stesso non aveva lavorato per alcuni periodi successivi alla separazione e che aveva di poi trovato occupazione dapprima, presso la Pizzeria “Quattro Stagioni” ed, in seguito, presso il locale denominato “La Vecchia Quercia”. Al riguardo riferiva che allorquando il marito lavorava nelle predette pizzeria, la stessa aveva agito esecutivamente nei confronti di quest’ultimo per ottenere il contributo al mantenimento dei figli e di essere riuscita a pignorare sia una quota del trattamento di fine rapporto che una quota dell’attuale retribuzione che lo stesso percepisce lavorando presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” (pag.10).

La teste infine dava atto che il V., pur non provvedendo al pagamento della somma dovuta a titolo di contributo al mantenimento dei figli, ciò non di meno aveva elargito – e tuttora elargiva – a questi ultimi somme di danaro di varia entità (da 10 a 50 Euro) per fronteggiare le piccole esigenze personali degli stessi (pag.12).

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Il teste della difesa I.L., anch’egli amico dell’imputato, riferiva di un profondo stato di depressione del predetto (“Era depresso, delle volte diceva pure delle cose che non sono piacevoli, che era meglio che si tirava via la vita, perché non più vita da vivere…cioè io l’ho sentito dire e lo dico”, verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste I.L., pag.36) che aveva impedito a quest’ultimo lo svolgimento di ogni attività lavorativa e che, per cercare di aiutarlo lo stesso l’aveva invitato a cena a casa propria per diversi mesi, non essendo in grado di supportarlo con dazioni in denaro (pag. 37).

Infine, anche la teste Z.J., ex dipendente dell’imputato, dava atto dello stato depressivo nel quale era caduto il prevenuto successivamente alla separazione, confermando altresì le gravi difficoltà economiche dello stesso, “soprattutto nei primi periodi quando ha cambiato casa” (pag.39), allorquando non aveva i soldi “per pagare l’affitto, per pagare qualche bolletta o aveva il frigo vuoto”. Al riguardo la teste precisava di averlo aiutato tramite piccoli “Kit di sopravvivenza”, come per esempio, lenzuola, asciugamani, in quanto il V. era uscito di casa “solo con i suoi vestiti” (pag40), nonché con prestiti di somme di denaro – all’inizio molto più frequenti, che l’imputato le stava ancora restituendo un po’ alla volta.

Così riassunto il compendio probatorio, preliminarmente occorre rammentare che poiché per la sussistenza del reato è sufficiente l’accertamento della volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione del contributo come determinato dal Tribunale, in quanto la locuzione “si sottrae” contenuta nella norma non implica alcuna attività ulteriore rispetto all’omissione dell’obbligo civilistico assunto come presupposto del reato, per addivenire ad una pronuncia di condanna è sufficiente, sotto il profilo oggettivo e fattuale, la prova in capo alla persona offesa del diritto di credito nei confronti dell’imputato avente per oggetto il versamento mensile del contributo al mantenimento dei figli e del mancato soddisfacimento di detto diritto da parte dell’obbligato.

Nel caso in esame, i riscontri acquisiti sul piano dichiarativo e documentale, consentono di ritenere provato il suddetto elemento costitutivo della fattispecie, peraltro mai negato neppure dall’imputato che, in sede di esame, ha sempre ricondotto l’inadempimento a circostanze diverse dall’insussistenza dell’obbligo, ed in particolare, all’incapacità lavorativa dello stesso, dovuta allo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso del tradimento della moglie e della volontà di quest’ultimo di separarsi, nonché alle conseguenti difficoltà economiche dello stesso, costretto a ricorrere all’aiuto economico degli amici per soddisfare altresì le proprie primarie esigenze di vita.

Sotto quest’ultimo profilo, invero, l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio “ad impossibilia nemo tenetur”, solo allorchè sia assoluta (non rileva, infatti, l’impossibilità relativa, che si ha quando la situazione di indigenza renda impossibile l’assolvimento dei doveri economici nel modo astrattamente più idoneo, ma non escluda la possibilità di un adempimento parziale o l’adozione di modalità sussidiarie) e non sia ascrivibile a colpa, anche parziale, dell’imputato (cfr., fra le tante : Cass.21.09.2001, n.37419; Cass. Pen. Sez. feriale 24.09.2012, n.36680), sul quale incombe l’onere di allegare gli elementi dai quali desumere la suddetta impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione. Ne discende, pertanto, che in difetto di tale prova, l’omissione non può ritenersi scriminata, risultando a tal fine insufficiente anche il formale stato di disoccupazione, ovvero il fallimento o la chiusura dell’attività, sintomatici – tuttal’più – di una situazione di difficoltò economica, ma non necessariamente di una oggettiva ed assoluta impossibilità ad adempiere, da ravvisarsi, per esempio, nel caso di comprovata malattia dell’obbligato, ostativa allo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa.

Ciò premesso, ad avviso di questo Giudicante, nel caso di specie, non sono ravvisabili le condizioni per ritenere che l’inadempimento dell’imputato sia stato cosciente e volontario e non sia invece dipeso da una impossibilità assoluta ed incolpevole di contribuire al mantenimento dei figli.

Lo stato depressivo che aveva profondamente colpito il prevenuto, con conseguenti quanto plausibili ripercussioni anche sulla capacità lavorativa dello stesso – adeguatamente riscontrato dalle deposizioni dei testimoni della difesa – costituisce, invero, circostanza idonea a dimostrare l’impossibilità dell’adempimento nel senso sopra descritto, in quanto situazione certamente non ascrivibile, neppure in modo parziale al predetto che, suo malgrado, si è trovato a subire una serie di eventi che lo avevano turbato e scoraggiato al punto di pensare di togliersi la vita.

Ma non solo: le risultanze istruttorie, infatti, hanno altresì evidenziato come i proventi derivanti dall’attività lavorativa che l’imputato era riuscito a reperire, una volta superata la situazione di grave disagio psicologico che lo aveva sopraffatto, non fossero neppure sufficienti al mantenimento dello stesso, costretto, in numerosissime occasioni, a ricorrere all’aiuto – sia economico che materiale – degli amici per fronteggiare le proprie primarie esigenze di vita.

Ciò non di meno il prevenuto, pur a fronte dell’oggettivo e comprovato mutamento della propria capacità economica che – all’evidenza- non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento in conformità a quanto prescritto dal provvedimento impositivo dello stesso e che – si badi bene – neppure gli consentiva – in considerazione delle spese da affrontare – di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere la modifica dell’assegno di mantenimento, ha comunque cercato – compatibilmente con la propria disponibilità finanziaria – di contribuire al mantenimento dei figli con le modalità sopra descritte, non opponendosi neppure alla procedura esecutiva posta in essere dalla signora B. per recuperare le somme pregresse dovute a titolo di mantenimento del figli, nonostante dovesse ricorrere ai già richiamati aiuti economici degli amici per la propria sopravvivenza.

Nel caso in questione, pertanto ,si reputa che non sussistano sufficienti e concordanti elementi probatori che portino a ritenere che la condotta dell’imputato fosse sorretta dalla volontà di sottrarsi agli obblighi economici di natura familiare, posto che tale volontà pare essere contraddetta da quanto sin qui richiamato.

Conseguentemente – in ragione dei criteri che governano la valutazione della prova in sede dibattimentale – si ritiene di pervenire all’adozione di sentenza di assoluzione nei confronti del prevenuto per i fatti allo stesso ascritti ex art. 530, comma II, c.p.p., perché il fatto non costituisce reato.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 II co c.p.p.

assolve

l’imputato dal reato ascritto perché il fatto non costituisce reato.

Visto l’art. 544, co. 3 c.p.p. si indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 22 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 24 maggio 2021.

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570 c.p., comma 1, così come quella prevista dal comma 2 della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età (Sez. 6, n. 34080 del 13/6/2013, M., Rv. 257416).

Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570 c.p., comma 1, che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale (ora sostituito dal riferimento alla “responsabilità genitoriale” di cui all’art. 316 c.c. per effetto della modifica introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p..

A seguito del raggiungimento della maggiore età del figlio beneficiario dell’assegno di mantenimento, il permanente inadempimento da parte del genitore obbligato al versamento integra il reato di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 12-sexies, richiamato dall’art. 3L. 8 febbraio 2006, n. 54 (ora trasfuso nell’art. 570-bis c.p.) e non invece quello dell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, (Sez. 6, n. 38611 del 12/4/2018, M., Rv. 274102).

Nel caso di specie, l’imputato è stato condannato per il reato previsto dall’art. 570 c.p., comma 1 e comma 2, n. 2 per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria moglie ed ai figli F.S. e A., con decorrenza del reato dalla data del 23 luglio 2015, quando i predetti figli erano già maggiorenni, e quindi legittimati in via esclusiva a sporgere querela, anche ove ritenuti inabili al lavoro.

E’ incontestato, infatti, che la querela è stata sporta dalla madre quando i figli erano già divenuti maggiorenni, e quindi in difetto del potere di rappresentanza spettante al genitore ex art. 120 c.p., comma 3, ai fini dell’esercizio del diritto di querela.

Va ricordato che la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro (Sez. U, n. 8413 del 20/12/2007, Cassa, Rv. 238468).

Pertanto, la disposizione di cui all’art. 122 c.p. – per la quale il reato commesso in danno di più persone è punibile anche se la querela è proposta da una soltanto di esse – non è applicabile al caso di specie, trattandosi di più reati, in concorso formale, commessi in danno di diverse persone offese.

Costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità che nell’ipotesi in cui una sola azione comporti più lesioni della stessa disposizione penale, ledendo distinti soggetti, poichè tale situazione integra un concorso formale di reati in danno di più persone, in cui la “reductio ad unum” è preordinata solo ad un più benevolo regime sanzionatorio che non incide sulla autonomia dei singoli reati, in tal caso, la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa (Sez. 5, n. 44392 del 11/06/2015, D., Rv. 266402).

Pertanto, avendo la Corte di appello disatteso tale principio di diritto sull’assunto dell’effetto estensivo della querela sporta da una soltanto delle persone offese del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente ai reati in danno dei figli per mancanza di querela.

Dall’accoglimento del predetto motivo consegue l’assorbimento di tutti gli altri motivi con i quali sono state dedotte le questioni concernenti l’assenza di un provvedimento giudiziale di attribuzione di un assegno di mantenimento riferibile ad i figli, l’insussistenza dello stato di bisogno e dell’inabilità al lavoro dei figli, residuando solo la condanna per il reato commesso in danno della moglie, P.S..

Si deve, peraltro, rilevare, con riguardo alla dedotta indeterminatezza dell’imputazione, che una volta instaurato il giudizio abbreviato incondizionato, senza che vi sia stata alcuna modificazione dell’accusa da parte del pubblico ministero e senza che il giudice abbia rilevato vizi nella formulazione dell’imputazione, non è consentito all’imputato eccepire in sede di discussione la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per genericità ed indeterminatezza del capo di imputazione (Sez.6, n. 23771 del 20/02/2009, Bilardi, Rv. 245252).

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

Tribunale Ferrara, Sent., 21/06/2021

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Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Silvia Marini, alla pubblica udienza del 21 aprile 2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

M.L., nato ad A. il (…) – attualmente detenuto p. a. c. c/o la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia

-detenuto p. a. c. presente-

IMPUTATO

Per il delitto di cui all’art. 570 bis c.p. perché, ometteva di versare il contributo, inerente le spese del mantenimento dei figli minori, come stabilito dal Tribunale di Ferrara con D.P. R.G. 1542/15 del 17 maggio 2016 a favore dell’ex coniuge, L.E. consistente nella somma di Eurouro 2.400,00 relativa ai mesi di febbraio, marzo, giugno luglio, agosto, settembre 2018.

Con l’aggravante della recidiva reiterata.

In Cento (FE) dal 05.04.2018 ad oggi

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott. Renzo Simionati V.P.O.

Del difensore di fiducia: Avv. Denise Mondin del Foro di Ferrara

Del difensore della parte civile costituita E.L.: Avv. Giulio Cristofori del Foro di Bologna

Svolgimento del processo

A seguito di decreto di citazione a giudizio del 4 marzo 2020 si procedeva nei confronti dell’imputato, detenuto per altra causa, che aveva ricevuto di persona l’atto introduttivo del giudizio, per il reato di cui all’art. 570 bis c.p., enunciato in rubrica.

L’udienza del 9 giugno 2020 era differita d’ufficio causa l’emergenza epidemiologica con conseguente sospensione del termine di prescrizione ex art. 83 D.L. n. 18 del 1920, conv. in L. n. 27 del 2020. All’udienza del 10 novembre 2020, presente l’imputato con il difensore di fiducia, costituitasi parte civile L.E., venivano ammesse le prove.

Il 21 aprile 2021, in esito ad istruttoria, le parti concludevano come da verbale ed il Giudice pronunciava sentenza.

Motivi della decisione

All’esito dell’istruttoria dibattimentale deve affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per il reato ascrittogli.

La teste L.E., ex moglie dell’imputato, confermava le circostanze rassegnate nella querela presentata il 19-9-2018: durante la convivenza con M.L., protrattasi dal 2000 al 2010, nascevano M. nel 2004 e Alessio nel 2008; cessato il rapporto, con provvedimento del Tribunale di Ferrara del 17-5-2016 che recepiva gli accordi delle parti, i figli erano affidati in forma condivisa ai genitori con collocamento prevalente presso la madre e veniva disposto a carico del padre il versamento della somma di Euro 200,00 mensili per ciascun figlio, oltre al 50% delle spese straordinarie. Era stato, inoltre, previsto che nei mesi di dicembre di ogni anno M. versasse una quota aggiuntiva di Euro 400,00.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

In ordine all’elemento oggettivo la norma prevede quale condotta sanzionabile il mero inadempimento dell’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento stabilito in sede civile.

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Ai fini dell’accertamento di una patologia da dipendenza cronica dal gioco è necessaria una valutazione diagnostica da parte di uno specialista, a mezzo della quale si dimostri che tale patologia influenzi il comportamento di chi commette il reato e sia tale da renderlo incapace di intendere e di volere al momento in cui lo commette.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare e che abbia in effetti determinato una situazione di assetto psichico incontrollabile, totalmente o in grave misura che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, e conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente e liberamente, autodeterminarsi.

Pertanto, il reato dovrà essere compiuto durante l’estrinsecarsi della patologia inabilitante, nonché essere legato da un rapporto di derivazione diretta con la patologia in questione.

Quanto alla ludopatia sono stati considerati reati causalmente connessi a tale disturbo i delitti contro il patrimonio, in quanto satisfattivi per le esigenze del soggetto ludopatico.

In relazione al reato per cui si procede il vizio del gioco costituiva presumibilmente solo la causa della mancata disponibilità economica necessaria per il versamento dei contributi, ma gli omessi versamenti, peraltro reiterati mensilmente, non erano condotte commesse in vista di un’immediata occasione di gioco rispetto alla quale fosse urgente il necessario approvvigionamento finanziario.

Ad avviso del decidente, in considerazione della tipologia di reato per cui si procede le azioni delittuose poste in essere sono state realizzate mediante condotte caratterizzate da connotati incompatibili con la spiegazione patologica del movente, non costituendo il vizio del gioco la pulsione della condotta delittuosa, né derivando dalle stesse un guadagno impiegabile per giocare d’azzardo.

Manca, quindi, la correlazione causale delle stesse con un eventuale – in quanto non accertato e difficilmente accertabile in questa sede – disturbo ludopatico.

Venendo ad esaminare il trattamento sanzionatorio, può escludersi la contestata recidiva in quanto le condanne divenute irrevocabili prima del reato per cui si procede riguardano fatti offensivi di beni diversi dal reato per cui si procede; possono riconoscersi le circostanze attenuante generiche, in considerazione del comportamento processuale dell’imputato, che ha ammesso i fatti ed ha mostrato di avere ora compreso l’illiceità delle sue condotte; ha, inoltre, intrapreso all’interno del carcere un percorso rieducativo. Visti i criteri di cui all’art. 133 c.p., si stima equa la condanna nella misura di mesi tre di reclusione, ritenendosi la pena detentiva nella misura comminata adeguata alla personalità dell’imputato ed all’entità degli omessi versamenti.

Segue la condanna al pagamento delle spese processuali.

I precedenti sono ostativi alla concessione della sospensione condizionale della pena.

L’imputato va condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, avente diritto in quanto affidatari dei figli minori al versamento del contributo mensile, che si liquidano fin da ora in Euro 4.000,00, di cui Euro 2.400 per danno patrimoniale derivante dagli omessi versamenti e Euro 1.600,00 per le spese indirette sostenute dalla parte civile a causa del mancato versamento e per danno morale conseguente alla precarietà delle condizioni in cui il nucleo familiare è stato ed è tuttora costretto a vivere, potendo fare affidamento sulle sole entrate derivanti dal lavoro a tempo parziale della L., non sufficiente per far fronte a tutte le esigenze di due figli minori, uno dei quali ipovedente.

Da ciò consegue che la condanna al risarcimento del danno deve essere dichiarata provvisoriamente esecutiva.

Infine M.L. deve essere condannato a rifondere le spese processuali sostenute dalla parte civile, che si liquidano – tenuto conto dell’impegno profuso e del risultato raggiunto in una causa non particolarmente complessa – in Euro 1.900,00 per onorari (Euro 400,00 per esame e studio, Euro 200,00 per la fase introduttiva, Euro 400,00 per la fase istruttoria e Euro 900,00 per la fase decisionale), oltre spese generali e oneri di legge, da versarsi in favore dello Stato ai sensi dell’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, in quanto la parte civile è ammessa al gratuito patrocinio.

P.Q.M.

Visti gli artt.533 e 535 c.p.p., dichiara M.L. responsabile del reato ascrittogli e, esclusa la contestata recidiva e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi tre di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 538 c.p.p., condanna l’imputato al risarcimento del danno patito dalla parte civile, che liquida in Euro 4.000, oltre interessi dalla data della decisione al saldo.

Visto l’art. 540 c.p.p. dichiara la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutiva.

Visto l’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, condanna l’imputato al pagamento in favore dello Stato delle spese processuali sostenute dalla parte civile, che liquida in Euro 1.900 per onorari, oltre spese generali nella misura del 15% e oneri di legge.

Motivazione in giorni novanta.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 21 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2021.

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA
La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSTANZO Angelo – Presidente –

Dott. CALVANESE Ersilia – Consigliere –

Dott. GIORGI Maria Silvia – Consigliere –

Dott. ROSATI Martino – Consigliere –

Dott. SILVESTRI Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.R., nato a (OMISSIS) D.P.D., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Bologna il 18/02/2020; udita la relazione svolta dal Consigliere, Dr. Silvestri Pietro;

lette le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale che ha chiesto che i ricorsi siano dichiarati inammissibili.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.
  4. E’ stato proposto ricorso per cassazione da G.R. e sono stati articolati tre motivi.

2.1. Con il primo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al giudizio di penale responsabilità.

Si argomenta sulla circostanza sub d): diversamente da quanto ritenuto, se è vero che dopo il fatto reato vi furono incontri tra gli imputati del processo “madre” ed altri esponenti del collettivo Raf (rete antifascista), nel corso dei quali si sarebbe discusso del modo di fronteggiare l’accusa di violenza sessuale di gruppo, nondimeno non vi sarebbe la prova della partecipazione a detti incontri del ricorrente; la motivazione sarebbe viziata nella parte in cui si è ritenuto inverosimile che l’imputato potè non parlare con gli “amici” di una vicenda così significativa.

Si aggiunge che la ritenuta attendibilità della persona offesa nel processo avente ad oggetto il reato sessuale non potrebbe costituire la precondizione per il vaglio della falsità delle testimonianze rese dagli imputati nel i:(resente processo, atteso che, quanto al ricorrente, sulle circostanze su cui si assume questi abbia riferito il falso, la persona offesa del reato sessuale non sarebbe stata chiamata a riferire nel processo madre. In particolare, i giudici di appello non avrebbero valutato che:

  1. a) nel processo in esame la vittima della violenza sessuale si è costituita parte civile e ciò avrebbe dovuto indurre a valutare con rigore le dichiarazioni da essa rese e rimaste prive di riscontri;
  2. b) la donna avrebbe risposto in sede di indagini preliminari in modo non esaustivo;
  3. c) per ragioni di riservatezza la donna potrebbe avere riferito non secondo verità quanto alla circostanza sub a) (il rapporto sessuale orale di gruppo), mentre, per quel che riguarda le altre circostanze, è possibile che la donna possa avere avuto un ricordo proco preciso, spiegabile peraltro anche per la poca rilevanza delle circostanze fattuali; d) anche nel processo “madre” la persona offesa aveva riferito una versione dei fatti connotata da comprensibili criticità.

Sotto altro profilo, si sostiene che la deposizione di G. nel processo madre sarebbe stata del tutto inoffensiva, atteso il quadro probatorio esistente a carico degli imputati in quel processo; dunque una deposizione che, ove pure fosse stata falsa, non avrebbe avuto capacità di incidere sul convincimento del giudice.

Sulla base di tale assunto si ripercorre, argomentando, la motivazione della sentenza in ordine alla responsabilità degli imputati per il reato sessuale e si evidenzia come da essa emerga che il giudizio di colpevolezza sia stato fatto derivare: a) dai video registrati da uno degli imputati aventi ad oggetto il fatto-reato; b) dalle dichiarazioni della persona offesa.

Nè sarebbe fondato l’assunto secondo cui la deposizione di G. avrebbe potuto contribuire ad inficiare l’attendibilità della persona offesa, attesa, da una parte, la estraneità, rispetto al tema della decisone, di ciò che avvenne dopo i fatti, e, dall’altra, la decisività della prova documentale di cui si è detto, rispetto alla quale la deposizione della persona offesa avrebbe avuto solo un ruolo di “cornice”.

2.2. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Si tratta di una questione dedotta in appello con un motivo aggiunto; la causa di non punibilità invocata sarebbe stata negata in ragione della rilevanza della falsa deposizione – in quanto idonea a manipolare un elemento essenziale della prospettazione accusatoria quale quello della mancanza di consenso della persona offesa – e delle modalità della condotta e dell’entità del dolo, comprovato dal messaggio di scuse che lo stesso imputato avrebbe inviato in un dato momento alla vittima.

Si assume tuttavia che G. non sarebbe stato a conoscenza delle reali dinamiche con cui la violenza di gruppo fu commessa e che anche il messaggio di scuse non presupporrebbe la effettiva conoscenza delle stesse.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla dosimetria della pena ed al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

  1. E’ stato proposto ricorso anche nell’interesse di D.P.D..

E’ stato articolato un unico motivo con cui si lamenta vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, negate in ragione della gravità del fatto.

Si tratterrebbe di una motivazione viziata, atteso che, da una parte, gli autori della falsa testimonianza non possono considerarsi gli autori della violenza sessuale e dall’altra, che nessun danno sarebbe stato prodotto alla persona offesa della violenza sessuale dalla falsa deposizione per cui si procede.

  1. Sono astate trasmesse memorie difensive nell’interesse degli imputati con cui sono stati ripresi e sviluppati ulteriormente gli argomenti trattati con i rispettivi ricorsi.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi, i cui motivi possono essere valutati congiuntamente, sono inammissibili.
  2. La Corte, anche richiamando la sentenza di primo grado, ha ricostruito puntualmente i fatti, valutato le prove e, in particolare, le dichiarazioni rese dalla persona offesa nel processo avente ad oggetto la violenza sessuale di gruppo ai suoi danni e spiegato: a) perchè le dichiarazioni della persona offesa nel processo di violenza sessuale debbano considerarsi assolutamente attendibili; b) perchè dette dichiarazioni siano confermate da molteplici ulteriori elementi di prova; c) perchè la deposizione resa da G. – che aveva visto i video documentativi di quel che accadde – in quel processo fu obiettivamente falsa, con particolare riguardo all’ipotizzato rapporto sessuale di gruppo ed al rapporto sessuale tra la persona offesa e S. (sul punto, lucidamente la Corte a pag. 20 della sentenza impugnata); d) quale fosse lo scopo perseguito dal ricorrente con le false dichiarazioni, quello cioè di screditare la vittima del reato ed avallare la possibilità che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato non dissenziente; e) come l’imputato avesse cercato di incidere sulla volontà della persona offesa invitandola a non riferire l’accaduto.
  3. Le censure dedotte rivelano la loro strutturale inammissibilità, perchè, da una parte, non si confrontano con la motivazione della sentenza, e, dall’altra, si sviluppano sul piano della ricostruzione fattuale e sono sostanzialmente volte a sovrapporre un’interpretazione delle risultanze probatorie diversa da quella recepita dai giudici di7′ merito, piuttosto che a far emergere un vizio della motivazione rilevante ai sensi dell’art. 606c.p.p..

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica, come nel caso di specie, allorchè i giudici di secondo grado esaminino le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con riferimenti alle determinazioni ed ai passaggi logico-giuridici della decisione di primo grado e, a maggior ragione, ciò è legittimo quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione del primo giudice (Cfr. la parte motiva della sentenza Sez. 3, n. 10163 del 12/3/2002, Lombardozzi, Rv. 221116).

I giudici di appello, che pure hanno fatto riferimento alle argomentazioni sviluppate nella sentenza di primo grado, hanno fornito una valutazione analitica ed autonoma su punti specificamente indicati nell’impugnazione di appello, di talchè la motivazione risulta esaustiva ed immune dalle censure proposte.

La Corte di cassazione ha chiarito che sono censure di merito, inammissibili nel giudizio di legittimità, tutte quelle che attengono a “vizi” diversi dalla mancanza di motivazione, dalla sua “manifesta illogicità”, dalla sua contraddittorietà su aspetti essenziali perchè idonei a condurre ad una diversa conclusione del processo.

Inammissibili, in particolare, sono le doglianze che “sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento” (così, Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, 0., rv. 262965).

  1. In tale contesto è inammissibile anche la censura relativa alla irrilevanza della falsa deposizione di G., per essere stata la prova della responsabilità degli imputati nel processo per atti sessuali completamente desumibile “aliunde”.

Nella giurisprudenza e nella stessa dottrina oli elementi della struttura del reato costituiti dalla pertinenza e dalla rilevanza dell’oggetto della falsa testimonianza, in correlazione con l’oggetto dell’accertamento giurisdizionale nel processo in cui è raccolta la dichiarazione, sono utilizzati come espressione di una stessa categoria precettiva o concettuale ovvero come una sorta di endiadi, con cui si metterebbe a fuoco una unitaria situazione processuale.

In realtà, la pertinenza e la rilevanza individuano -oltre che per la diversa matrice semantica- due elementi o requisiti ben diversi, ancorchè complementari o, se si preferisce, senz’altro sovrapponibili, ma soltanto in termini di sequenzialità logica e giuridica (Sez. 6, n. 2124 del 25/05/1989, Lombardo, Rv. 183352; Sez. 6, n. 4421 del 7/10/2004, dep. 2005, Messina, Rv. 231445; Sez. 6, n. 34467 del 17/04/2007, Ceravolo, Rv. 237840).

Si è correttamente evidenziato che la pertinenza è nozione che denota la riferibilità all’oggetto della testimonianza che si assume falsa, nella sua triplice modalità esecutiva, commissiva (affermare il falso, negare il vero) od omissiva (reticenza), ai fatti che il processo è destinato ad accertare e giudicare.

I fatti o le circostanze sui quali si manifesta la falsità dichiarazione devono riguardare, direttamente o indirettamente, l’oggetto del processo, cioè l’oggetto dell’accertamento giudiziale per cui è processo.

La rilevanza del falso testimoniale è, invece, nozione di carattere funzionale che attiene più specificamente alla efficacia probatoria di quegli stessi fatti e circostanze, e, dunque, alla idoneità, alla loro capacità di influire, deviandola dalla autentica e genuina verità processuale, sulla decisione del processo (Cos’, Sez. 6, n. 20656 del 22/11/2011, dep. 2012, De Gennaro, Rv. 252629).

Una falsa testimonianza in tanto è rilevante, in quanto sia pertinente all’oggetto del processo; una falsa testimonianza pertinente all’oggetto dell’accertamento processuale può essere rilevante o non rilevante ai fini della decisione nel processo a quo a seconda delle sue connotazioni, modali e descrittive, di incidenza sulla decisione e del coefficiente di tale incidenza.

Per consolidata giurisprudenza, il delitto di falsa testimonianza deve ritenersi sussistente ogni volta che i fatti sui quali il teste falso e reticente ha deposto siano pertinenti alla causa e suscettibili di avere efficacia probatoria, anche se in concreto la deposizione non ha influito sulla decisione del giudice.

E’ sufficiente, per la configurabilità del reato di falsa testimonianza, che il fatto prospettato con la deposizione sia, oltre che pertinente alla causa, suscettibile di portare, anche in astratto, un contributo alla decisione, cioè che sia obiettivamente idoneo a condizionare o fuorviare la decisione, non essendo necessario anche che il giudice risulti poi in concreto ingannato o tratto in errore dalla medesima (Sez. 6, n. 51032 del 05/12/2013, Mevoli, Rv. 258507; Sez. 6 n. 20656 del 22/11/2011, De Gennaro e altro, Rv. 252627).

Nel caso di specie, le dichiarazioni rese da G. erano obiettivamente idonee a comprovare l’ipotesi che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato consumato con il consenso della vittima, dipinta come una donna incline a acconsentire alla consumazione di rapporti sessuali di gruppo, cioè ad avallare la tesi degli imputati.

  1. Inammissibili sono anche il secondo ed il terzo motivo del ricorso proposto da G. e l’unico motivo di ricorso proposto da D.P.. La Corte ha spiegato in modo impeccabile perchè non può essere riconosciuta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto nonchè le ragioni poste a fondamento dell’entità del trattamento sanzionatorio e del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, attesa la obiettiva gravità dei fatti, la personalità e la spregiudicatezza mostrate.

Nulla di specifico è stato dedotto, essendosi limitati i ricorrenti a riproporre gli stessi argomento portati alla cognizione della Corte e da questa motivatamente disattesi 6. Alla dichiarazione d’inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende che si stima equo determinare nella misura di tremila Euro per per ciascuno

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021