NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MINORE GUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MNOR EGUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

Art. 186 bis. * Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o cose.

Art. 186-bis codice della strada: Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di età inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose

  1. È vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

    a)  i conducenti di età inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B; 

    b)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87; 

    c)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90; 

    d)  i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, è superiore a otto, nonché di autoarticolati e di autosnodati.

    2.  I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 164 ad euro 664, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate.

    3.  Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla metà.

    4.  Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

    5.  La patente di guida è sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. È fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

    6.  Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente è punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla metà. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale è disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto è commesso da soggetto già condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, è sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

    7.  Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di età. Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di età.

 

  1. E’ vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

  2. a) i conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B;

  3. b) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87;

  4. c) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90;

  5. d) i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di postia sedere, escluso quello del conducente, e’ superiore a otto, nonche’ di autoarticolati e di autosnodati.

  6. I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma ((da € 168 a € 672)), qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (gli). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate. (114) (124) (133) (145) ((163))

  7. Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla meta’.

  8. Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantita’ della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

  9. La patente di guida e’ sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. E’ fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

  10. Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente e’ punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla meta’. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalita’ e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida e’ raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale e’ disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto e’ commesso da soggetto gia’ condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, e’ sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

  11. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/1), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di eta’. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’”. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertatoun valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’.

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Il delitto di maltrattamenti in famiglia può essere integrato anche da atti non costituenti in sè reato,  del resto, anche semanticamente, il termine “maltratta” non evoca in sè la necessità del compimento di singole condotte riconducibili a fattispecie tipiche ulteriori rispetto a quella di cui all’art.572 c.p.  (per questa affermazione cfr. Sez. 6, n. 44700 del 08/10/2013, P., Rv.256962; per interessanti fattispecie applicative, v. Sez. 2, n. 10994 del 06/12/2012, dep. 2013, T., Rv. 255175, nonchè Sez. 6, n. 8396 del 07/06/1996, Vitiello, Rv. 205563).

Cass. pen. Sez. VI, 10/03/2016, n. 13422.

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La condotta di maltrattamenti contro familiari o conviventi può consistere anche nella privazione pressoché totale del sostegno economico ai danni della persona offesa, a maggior ragione se unita ad ulteriori condotte vessatorie di altro genere. Non può invece rientrare nella fattispecie di cui all’art.572 c.p. la costrizione del coniuge al rapporto sessuale: il rapporto di coniugio non comporta alcun diritto a pretenderne la consumazione contro la volontà del consorte, ragion per cui il predetto comportamento integra pienamente il delitto di violenza sessuale ex art.609 bis c.p.

Cass. pen. Sez. III, 19/01/2016, n. 18937

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti.

Cass. pen. Sez. VI, 28/06/2017, n. 40959

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: DICHIARAZIONI DELLA PERSONA OFFESA

Le regole dettate dall’art.192, comma 3, c.p.p., non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. Nel reato di maltrattamenti di cui all’art.572 c.p. l’oggetto giuridico non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari. Nel reato abituale il dolo non richiede infatti – a differenza che nel reato continuato – la sussistenza di uno specifico programma criminoso, verso il quale la serie di condotte criminose, sin dalla loro rappresentazione iniziale, siano finalizzate; è invece sufficiente la consapevolezza dell’autore del reato di persistere in un attività delittuosa, già posta in essere in precedenza, idonea a ledere l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice.

Cass. pen. Sez. VI, 06/10/2017, n. 49997

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Nel reato di maltrattamenti familiari possono essere riconosciute le attenuanti generiche di cui all’art.62 bis c.p. ai genitori che, per la loro inadeguatezza etno-culturale, ritengono consentite punizioni corporali sul figlio minore che nel Paese di origine (Marocco) non costituiscono illecito, allorquando la loro incapacità culturale non gli ha permesso di rendersi conto della patologia diagnosticata al figlio stesso a causa dei loro atti, nonché per la loro incapacità di gestirne i suoi comportamenti oppositivi e provocatori (ricondotti, pur sbagliando, ad aspetti caratteriali) che si proponevano di contenere con metodi non certamente consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.

Cass. pen. Sez. VI, 15/02/2017, n. 10906

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

In un contesto familiare di continua conflittualità, ove alla veemenza verbale ed alla collera del marito la moglie risponde con capacità reattiva e non con un supino atteggiamento, non può configurarsi il delitto di maltrattamenti in famiglia.

Cass. pen. Sez. VI, 13/11/2015, n. 5258

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

Le condotte criminose poste in essere nei confronti del familiare convivente integranti percosse ed umiliazioni in danno del medesimo, ma prive del connotato dell’abitualità, in quanto verificatesi nell’ambito di un rapporto conflittuale, e di volta in volta commesse quale (abnorme) reazione occasionata da specifici comportamenti posti in essere dalla vittima, e, dunque, non come espressione della volontà di determinare in questa un disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di vita, non risultano sussumibili nel reato di maltrattamenti in famiglia, ma integrano distinti episodi autonomamente rilevanti (nella specie di percosse, di lesioni, ed eventualmente di diffamazione, tuttavia non perseguibili per difetto o rimessione accettata di querela).

Cass. pen. Sez. VI, 19/04/2017, n. 27088

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: Rapporti familiari di fatto – Cessazione della convivenza – Configurabilità del reato – Condizioni – Ragioni

In tema di reati contro la famiglia, è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione. Peraltro, il reato persiste anche in caso di separazione legale, tenuto conto del fatto che tale stato, pur dispensando i coniugi dall’obbligo di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonché di collaborazione. Pertanto, atteso che la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie incriminatrice di cui all’art.572 c.p., la separazione non esclude il reato di maltrattamenti, quando l’attività vessatoria si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti intatti a seguito del provvedimento giudiziario, pongono la parte offesa in posizione psicologica subordinata o comunque dipendente.

Cass. pen. Sez. VI, 13/12/2017, n. 3356

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il delitto di cui all’art.572 c.p. sussiste in caso di reiterate condotte vessatorie poste in essere in costanza di separazione legale o di fatto, in presenza della quale persistono i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale e di solidarietà sociale sorti dal rapporto coniugale.

Cass. pen. Sez. VI, 01/02/2017, n. 10932

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In tema di reato di maltrattamento, la cessazione della convivenza da parte di un uomo – non legato con la donna maltrattata da rapporto di coniugio – non consente di qualificare la prosecuzione della condotta persecutoria nell’ambito del reato di cui all’art.572 c.p., dovendosi tale parte della condotta qualificare nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 612 bis, comma 2, c.p..  (Ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacchè anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253) (conforme Sez. 6, n. 30704 del 19/05/2016, D’A., Rv. 267942)).

Cass. pen. Sez. VI, 27/06/2017, n. 35673

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche a seguito della cessazione della convivenza e in presenza della separazione, qualora l’attività persecutoria si contestualizzi in ambito familiare. Ciò in quanto, il vincolo coniugale non viene meno con la separazione legale, ma si attenua soltanto, posto che rimangono integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione tra coniugi. Ne discende che laddove la condotta criminosa incida sui rapporti familiari, la separazione non esclude il reato di cui all’art.572 c.p.

Cass. pen. Sez. II, 05/07/2016, n. 39331

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La cessazione della convivenza non esclude, per ciò stesso, la configurabilità di condotte di maltrattamento tra i componenti della coppia quando il rapporto personale di fatto sia stato il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà ed assistenza, la cui principale ricaduta non può che essere il derivato rapporto di filiazione.

Cass. pen. Sez. VI, 20/04/2017, n. 25498

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In assenza di vincoli nascenti dal coniugio, il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile nei confronti di persona non più convivente “more uxorio” con l’agente a condizione che quest’ultimo conservi con la vittima una stabilità di relazione dipendente dai doveri connessi alla filiazione. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la permanenza del complesso di obblighi verso il figlio implica il permanere in capo ai genitori, che avevano costituito una famiglia di fatto, dei doveri di collaborazione e di reciproco rispetto). (Rigetta, App. Ancona, 04/07/2016)

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA DIFENDE AVV SERGIO ARMAROLI

 

PROCEDIMENTO PENALE DEFINIZIONE

 

Un procedimento penale è la successione degli atti, avviato dall’autorità giudiziaria, che conduce dall’iscrizione della notizia di reato alla pronuncia di un provvedimento conclusivo da parte del giudice.

Si definisce processo penale la sottofase del procedimento penale che ha inizio a seguito della pronuncia di un decreto di rinvio a giudizio in udienza preliminare, oppure, nei procedimenti speciali che omettono questa udienza (giudizio immediato, giudizio direttissimo e procedimento per decreto), a seguito della richiesta formulata dal pubblico ministero, al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge.

 

PROCEDIMENTO PENALE COME INIZIA COSA DA’ LUOGO A UN PROCEDIMENTO PENALE

 

 

Un procedimento penale inizia con la notizia criminis che po’ avvenire  o essere portata a conoscenza mediante una denuncia o querela o possono nascere i procedimenti penali dall’attività di indagine della polizia giudiziaria o del pubblico ministero .

TUTTI IPROCEDIMENTI PENALI PORTANOA PROCESSO?

 

Assolutamente no una parte di procedimenti penali vengono archiviati .

Una Parte di procedimenti penali arrivano da dibattimento che sono gia’ prescritti.

 

E I PROCEDIMENTI A QUERELA?

 

Se si arriva a un accordo con il querelante  i procedimenti penali possono arrivar ea conclusione mediante la  remissione di querela, almeno che non si tratti di procedimento perseguibili d’ufficio

 

LE FASI DEL PROCEDIMENTO PENALE

 

Il processo penale La notizia di reato

  • Le indagini preliminari
  • L’archiviazione
  • Il rinvio a giudizio
  • L’udienza preliminare
  • I riti alternativi
  • Responsabile civile

Il processo penale è caratterizzato da una serie successiva di fasi che principiano dall’iscrizione della notizia di reato

 

LE  INDAGINI PRELIMINARI HANNO DEI TERMINI FISSATI PER LEGGE

 

Art. 407. Termini di durata massima delle indagini preliminari.
1. Salvo quanto previsto all’articolo 393 comma 4, la durata delle indagini preliminari non può comunque superare diciotto mesi.
2. La durata massima è tuttavia di due anni se le indagini preliminari riguardano:
a) i delitti appresso indicati:
1) delitti di cui agli articoli 285, 286, 416-bis e 422 del codice penale, 291-ter, limitatamente alle ipotesi aggravate previste dalle lettere a), d) ed e) del comma 2, e 291-quater, comma 4, del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43;
2) delitti consumati o tentati di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 629, secondo comma, e 630 dello stesso codice penale;
3) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo;
4) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonché delitti di cui agli articoli 270, terzo comma e 306, secondo comma, del codice penale;
5) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;
6) delitti di cui agli articoli 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, comma 2, e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni;
7) delitto di cui all’articolo 416 del codice penale nei casi in cui è obbligatorio l’arresto in flagranza;
7-bis) dei delitti previsto dagli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma (1), 601, 602, 609-bis nelle ipotesi aggravate previste dall’articolo 609-ter, 609-quater, 609-octies del codice penale, nonché dei delitti previsti dall’art. 12,comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. (2)
b) notizie di reato che rendono particolarmente complesse le investigazioni per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero per l’elevato numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese;
c) indagini che richiedono il compimento di atti all’estero;
d) procedimenti in cui è indispensabile mantenere il collegamento tra più uffici del pubblico ministero a norma dell’articolo 371.
3. Salvo quanto previsto dall’articolo 415-bis, qualora il pubblico ministero non abbia esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice, gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. 

 

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria

 590 sexies Codice Penale

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma.

Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, l’abrogato art. 3 comma 1, del D.L. n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto.

Il secondo comma dell’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 (c.d. legge Gelli-Bianco), è norma più favorevole rispetto all’art. 3, comma 1, D.L. 13 settembre 2012, n. 158, in quanto prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria collocata al di fuori dell’area di operatività della colpevolezza, operante – ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso) – nel solo caso di imperizia e indipendentemente dal grado della colpa, essendo compatibile il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche con la condotta (anche gravemente) imperita nell’applicazione delle stesse. (Fattispecie di colpa grave per imperizia nell’esecuzione di un intervento di lifting).

In tema di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590-sexies, cod. pen. (introdotta dall’art. 6, comma secondo, della legge 8 marzo 2017, n. 24) – che, nel caso di evento lesivo o mortale verificatosi a causa di imperizia dell’esercente la professione sanitaria, esclude la punibilità dell’agente il quale abbia rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida ufficiali ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche assistenziali, e sempre che tali raccomandazioni risultino adeguate alle specificità del caso concreto – non trova applicazione: a) negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida; b) nelle situazioni concrete in cui le suddette raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiari condizioni del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate; c) in relazione alle condotte che, sebbene collocate nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti e appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo, come nel caso di errore nell’esecuzione materiale di atto chirurgico pur correttamente impostato secondo le raccomandazioni ufficiali.

Il concorso colposo risulta configurabile anche rispetto al delitto doloso, purché il reato del partecipe sia previsto dalla legge anche nella forma colposa e nella condotta siano effettivamente presenti tutti gli elementi che caratterizzano la colpa, dovendosi altresì verificare che la regola cautelare violata sia diretta a prevenire anche il rischio dell’atto doloso del terzo e che quest’ultimo risulti prevedibile per l’agente chiamato a rispondere a titolo di colpa (principio affermato, nella specie, con riguardo al caso di un medico psichiatra cui si addebitava di non avere sottoposto ad un trattamento farmacologico adeguato alla sua effettiva e riconoscibile pericolosità un soggetto affidato alle sue cure, il quale aveva quindi commesso un omicidio).

Attesa l’assenza, nella normativa in materia di colpa medica introdotta dalla legge n. 24/2017, della distinzione, ai fini penalistici, tra colpa lieve e colpa grave, quale prevista invece dal previgente art. 3 comma 1, D.L. n. 158/2012, convertito, con modificazioni dalla legge n. 189/2012, n. 189 (in base al quale la responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria che si fosse attenuto “a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” era limitata ai casi di colpa grave), deve ritenersi che tale norma, in base alla regola dettata dall’art. 2 c.p., debba continuare a trovare applicazione, quale norma più favorevole, relativamente ai fatti avvenuti durante la sua vigenza, quando, sussistendo le altre condizioni, l’esercente la professione sanitaria dovrebbe rispondere solo a titolo di colpa lieve.

In tema di responsabilità penale a titolo di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590 sexies c.p., introdotto dall’art. 6 della legge n. 24/2017, nella parte in cui dispone che “Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”, va interpretata nel senso che essa riguarda soltanto i casi in cui vi sia imputazione di colpa per imperizia e non trova applicazione negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida, come pure nelle situazioni concrete nelle quali tali raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate, dovendosi altresì, escludere la sua operatività in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti ed appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

In tema di responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, nelle more pubblicazione delle linee guida di cui all’art. 5 della legge n. 24 del 2017, la rilevanza penale della condotta ai sensi dell’art. 590-sexies cod. pen. può essere valutata con esclusivo riferimento alle buone pratiche clinico assistenziali adeguate al caso concreto.

In tema di successione di leggi in materia di responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria, in caso di errore dovuto ad imperizia non grave intervenuto nella fase esecutiva delle raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso specifico, la norma di cui all’art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito in legge 8 novembre 2012, n. 189), prevedendo una parziale “abolitio criminis”, deve ritenersi più favorevole rispetto a quella di cui all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dall’art. 6, legge 8 marzo 2017, n. 24, che configura una mera causa di non punibilità.

In tema di colpa medica, non si può escludere l’imperizia del medico solo in virtù del suo noto valore clinico, non dovendo la nozione di imperizia essere rivolta al soggetto nella sua complessiva attività e alle sue capacità professionali, ma al singolo atto qualificato come colposo e che viene a lui addebitato. (Nella fattispecie ha annullato con rinvio la sentenza di merito che aveva erroneamente qualificato come imprudente la condotta di un medico per la morte di una paziente deceduta in seguito alle complicazioni post-operatorie).

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, le raccomandazioni contenute nelle linee guida definite e pubblicate ai sensi dell’art. 5 della legge 8 marzo 2017, n. 24 – pur rappresentando i parametri precostituiti a cui il giudice deve tendenzialmente attenersi nel valutare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia – non integrano veri e propri precetti cautelari vincolanti, capaci di integrare, in caso di violazione rimproverabile, ipotesi di colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto; ne consegue che, nel caso in cui tali raccomandazioni non siano adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente, l’esercente la professione sanitaria ha il dovere di discostarsene.

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria TRIBUNALE BOLOGNA

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria  TRIBUNALE ROVIGO

590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria  TRIBUNALE RAVENNA

590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria TRIBUNALE VICENZA

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina

 

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Cass. pen. n. 13577/2019

In tema di lesioni personali stradali gravi o gravissime, commesse in data anteriore all’entrata in vigore dell’art. 590-bis cod. pen., introdotto dalla legge 24 marzo 2016 n. 41, non trova applicazione il nuovo regime di procedibilità d’ufficio, ma quello più favorevole della procedibilità a querela, vigente al momento del fatto. (In motivazione la Corte ha affermato che il mutamento nel tempo del regime di procedibilità va positivamente risolto, ai sensi dell’art. 2 cod. pen., alla luce della natura mista, sostanziale e processuale, dell’istituto della querela, che costituisce al contempo condizione di procedibilità e di punibilità) .

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime commesse in violazione della normativa stradale, persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime di cui all’art. 590-bis cod. pen., persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza. (In motivazione, la S.C. ha precisato che lo spostamento della competenza a favore del tribunale opera per i fatti commessi dal 25 marzo 2016, data di entrata in vigore della nuova fattispecie penale).

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Se cerchi uno studio legale diritto penale bologna puoi chiamare l’avvocato Sergio Armaroli 25 anni di attività  sempre  sulla materia

 

 

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Diritto penale

L’esperienza pluridecennale e lo studio e aggiornamento continuo mi hanno permesso di acquisire grande dimestichezza con il procedimento penale in ogni sua fase e grado. Ho assistito ed assisto soggetti più vari, dagli imputati processati per direttissima, La mia conoscenza della procedura penale e del diritto sostanziale è quindi garanzia per un servizio completo a altamente professionale.

 

 

Assistenza processuale innanzi al Tribunale e in fase di Appello, reati di competenza del G.d.P. , Certificati Penali, Casellario giudiziale, Carichi pendenti, detenzione e spaccio di stupefacenti, guida in stato di ebbrezza e lavori di pubblica utilità, reati contro il patrimonio esecuzione penale e misure alternative alla detenzione, lesioni personali,

Mi occupo prevalentemente di diritto penale. Presto assistenza sia agli autori del reato, al fine della valutazione di riti e percorsi alternativi alla pena (lavori socialmente utili, patteggiamento, rito abbreviato), sia alle persone offese e vittime del reato, nell’ambito dell’azione civile di risarcimento del danno. Lo studio legale diritto penale bologna Sergio avv. Armaroli offre consulenza anche nella fase esecutiva della pena, , misure extra-carcerarie (affidamento ai servizi sociali, detenzione domiciliare) e istanze di estinzione del reato.

 

 

 

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Presto assistenza a persone imputate per ogni tipo di reato, dalla fase delle indagini preliminari fino alla fase processuale vera e propria.

 

 

studio legale diritto penale bologna Sergio avv. Armaroli  si occupa anche di reati stradali (guida in stato di ebbrezza, guida sotto l’effetto di stupefacenti, lesioni colpose, omicidio stradale); per questi ultimi curo, nello specifico, anche la parte amministrativa relativa alla sospensione e alla revoca della patente di guida.

Altre categorie:

Violenza, Stalking e molestie, Reati contro il patrimonio, Omicidio, Discriminazione, Sostanze stupefacenti, Diritto penitenziario, Violenza, Stalking e molestie, Reati contro il patrimonio, Omicidio, Sostanze stupefacenti, Diritto penitenziario, Incidenti stradali, Multe e contravvenzioni

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

Il testamento rappresenta l’atto con cui taluno dispone delle proprie sostanze per il momento in cui ha cessato di vivere. Esso regola la successione mortis causa ossia che avviene per la morte del disponente.

Quali sono le tipologie di testamenti?

Esistono diverse forme di testamento:

  1. olografo: sottoscritto e redatto interamente di pugno del testatore;
  2. pubblico: ricevuto dal notaio alla presenza di due testimoni;
  3. segreto: scritto dal testatore o da un terzo.

Quali sono le caratteristiche del testamento?

Innanzitutto il testamento è un negozio unilaterale. Tale caratteristica potrebbe sembrare un’aporia rispetto alla necessità dell’accettazione (a differenza del legato che, ai sensi dell’art. 649 c.c., si acquista senza accettazione), ma in realtà non è così.

In campo contrattuale, infatti, l’accettazione serve per unire la volontà a quella del proponente e far nascere il contratto. Nel testamento l’accettazione si pone al di fuori del negozio. Il testamento, infatti, funziona a prescindere dall’accettazione anche perché il testatore potrebbe aver previsto meccanismi di sostituzione, rappresentanza e accrescimento per salvaguardare l’efficacia delle sue disposizioni se il primo chiamato non vuole o non può accettare l’eredità.

Altra caratteristica è il formalismo in quanto il testamento deve essere redatto in forma scritta ad substantiam, a pena di nullità.

Se una delle tre forme testamentarie, olografo, pubblico, segreto, risulta viziata il legislatore, in base al principio di conservazione degli atti, evita la dichiarazione di nullità o attraverso la conversione o applicando il meccanismo di cui all’art. 590 c.c. simile alla convalida.

Si può contestare l’autenticità della firma di un testamento olografo?

Certo è possibile tenuto anche conto del fatto che si tratta di disposizioni di ultima volontà.

Inizialmente si era sostenuto che, nel caso in esame, doveva utilizzarsi la querela di falso instaurando un subprocedimento. Successivamente il riferimento è stato al disconoscimento di scrittura privata.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno optato per una differente soluzione.

Dopo aver messo da parte la querela di falso, adoperata per gli atti pubblici e il disconoscimento relativo alla scrittura privata prodotta in giudizio da una delle parti in causa, si è scelto l’accertamento negativo.

La parte interessata, infatti, può adire il giudice con autonoma zione atipica, non espressamente prevista da legge e contestare l’autenticità della firma del testamento olografo.

Cosa significa che il testamento ha carattere dispositivo?

Tale caratteristica deriva dal disposto dell’art. 587 c.c. in riferimento all’atto di disposizione delle proprie sostanze.

Il testamento, infatti, deve contenere spostamenti di ricchezza in favore o dell’erede o del legatario.

È valida la clausola di diseredazione?

Questo problema non di pone quando il diseredato è un legittimario, perché egli può impugnare la clausola e ottenere la declaratoria di inefficacia in quanto successore ex lege.

Nelle altre ipotesi sorgono dubbi in relazione alla mancanza di spostamenti patrimoniali servendo il testamento soltanto ad eliminare il soggetto indesiderato.

Ad un primo esame l’operazione sembrerebbe nulla eliminando proprio il carattere dispositivo del testamento esprimendo la clausola di diseredazione una mera volontà ablatoria, destitutiva.

Nella realtà dei fatti non è così. L’effetto indiretto della clausola di diseredazione è, infatti, quello di allargare automaticamente le quote degli altri successori legittimi. La clausola di diseredazione diviene, così, compatibile con il carattere dispositivo del testamento divenendo la successione in parte legittima e in parte testamentaria.

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

Secondo giurisprudenza consolidata non basta la mera difficoltà occorre la prova della totale impossibilità da dimostrare.

elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità

. Come ben evidenziato dai giudici di merito, la difesa non ha dedotto elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità, e non la semplice difficoltà, di porre in essere il comportamento doveroso omesso. Non sono sufficienti allo scopo i documenti che dimostrano la crisi economica dell’impresa, in mancanza di azioni efficaci dirette al risanamento dell’impresa stessa, perchè tale non può essere considerata la redazione del piano allegato alla domanda di concordato, non essendo il concordato in questione andato a buon fine.

relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore

 

principi di diritto più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore rispetto al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 ter in forza dei quali risulta indispensabile che il contribuente dimostri che gli sia stato impossibile reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie all’adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo esperito tutte

– le possibili azioni, comprese quelle svantaggiose per il proprio patrimonio personale,

 tese a recuperare le somme necessarie a estinguere il debito erariale, senza esservi riuscito per ragioni a lui non imputabili e, comunque, indipendenti dalla sua volontà (ex plurimis, Sez. 3, 9 settembre 2015, n. 43599; Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905; Sez. 3, 8 gennaio 2014, n. 15416; Sez. 3, 5 dicembre 2013, n. 5467)

 Ne deriva che l’inadempimento nei termini del debito erariale deve essere considerato il frutto di una scelta strategica imprenditoriale pienamente ascrivibile all’imputato.

effetto preclusivo della

domanda di concordato,

precedente alla scadenza del termine per il pagamento del debito Iva per il 2011, deve ricordarsi che non assume rilevanza, nè sul piano dell’elemento soggettivo, nè su quello della esigibilità della condotta, la mera presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, la quale non impedisce il pagamento dei debiti tributari che vengano a scadere successivamente alla sua presentazione (ex plurimis, Sez. 3, n. 25315 del 12/02/2019; Sez. 3, n. 49795 del 23/05/2018, Rv. 274199 – 01; Sez. 3, n. 12912 del 04/02/2016, Rv. 266708 – 01; Sez. 3, n. 44283 del 14/05/2013, Rv. 257484 – 01).

Altrimenti

Diversamente opinando, si dovrebbe concludere che il soggetto responsabile, con la mera presentazione della domanda di concordato prima della scadenza del termine per il versamento Iva rilevante a fini penali, possa evitare di incorrere in responsabilità penale.

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

Ls Suprema corte ha stabilito che non ricorre un’ipotesi di violazione del principio del “ne bis in idem” (articolo 649 cpp) qualora, a seguito di una condanna per associazione a delinquere, finalizzata alla realizzazione di reati tributari, venga iniziato a carico di un imputato un procedimento per bancarotta fraudolenta patrimoniale, inerente alla distrazione delle risorse della medesima società in cui erano avvenuti gli illeciti fiscali.

Fatti

La Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di prima cura, che – all’esito di giudizio abbreviato – aveva condannato Fasana Giulio e Garzetti Giovanbattista per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale in relazione al fallimento della Euro 2000 srl, dichiarato il 4/7/2001. Secondo la ricostruzione operata in sentenza i due imputati, amministratori di fatto della fallita, distrassero beni sociali per oltre 700 milioni di lire e sottrassero o occultarono le scritture sociali per impedire l’accertamento delle loro malefatte, poste in essere in un contesto associativo rivolto a frodare – essenzialmente – il fisco


Ricorso per cassazione
ì

 uno dei due amministratori si doleva di essere già stato giudicato e condannato, per i medesimi fatti, nell’ambito di un altro procedimento, riguardante il reato di associazione a delinquere finalizzato alla commissione una serie indeterminata di reati finanziari (ex articoli 2, 5 e 8, Dlgs n. 74/2000), attuati mediante la creazione di società (tra cui la srl richiamata) deputate a emettere fatture false e attraverso la creazione e l’occultamento di una contabilità parallela.

Inoltre, sempre nell’ambito del medesimo procedimento connesso, il ricorrente era stato condannato per il reato di cui all’articolo 10 del Dlgs n. 74/2000, per avere, quale amministratore di fatto della detta srl, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occultato in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari; vale a dire, sottolineava il ricorrente, proprio le scritture contabili della stessa srl, al centro della vicenda connessa. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che, ai fini della preclusione connessa al principio “ne bis in idem”, l’identità del fatto sussiste quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (Cass, SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231799-01).

LA CORTE COSTITUZIONALE

Tale impostazione, ha precisato la Corte costituzionale (sentenza n. 200 del 31/5/2016), è senz’altro corretta, a condizione che, nell’applicazione pratica, tutti gli elementi del reato siano assunti nella loro dimensione empirica, sicché anche l’evento non potrà avere rilevanza in termini giuridici, ma assumerà significato soltanto quale modificazione della 3 Corte di Cassazione – copia non ufficiale realtà materiale conseguente all’azione o all’omissione dell’agente.

art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale

 

In questo modo è assicurato il massimo dispiegarsi della funzione di garanzia sottesa all’art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale – e si evita che la valutazione comparativa – cui è chiamato il giudice investito del secondo giudizio – sia influenzata dalle sempre opinabili considerazioni sulla natura dell’interesse tutelato dalle norme incriminatrici, sui beni giuridici offesi, sulla natura giuridica dell’evento, sul ruolo che ha un medesimo elemento all’interno delle fattispecie, sulle implicazioni penalistiche del fatto e su quant’altro concerne i singoli reati. La Corte Costituzionale, poi, manipolando l’art. 649 cod. proc. pen., ha statuito, con la pronuncia sopra menzionata, che “il fatto” è il medesimo anche quando sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale. 1.2. Corollario del principio del ne bis in idem è, per la giurisprudenza di questa Corte, quello della “preclusione processuale”, che vieta allo stesso giudice non solo di condannare, ma anche di giudicare nuovamente la persona per lo stesso fatto. Non può, infatti, essere nuovamente promossa l’azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del medesimo ufficio del P.M., di talché nel procedimento eventualmente duplicato dev’essere disposta l’archiviazione oppure, se l’azione sia stata esercitata, dev’essere rilevata con sentenza la relativa causa di improcedibilità. Questo perché – esercitando l’azione penale – il Pubblico Ministero ha consumato il potere conferitogli dall’ordinamento nel caso specifico (Cass. SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231800-01). 1.3.

 In tema di fallimento determinato da operazioni dolose, non interrompono il nesso di causalità tra l’operazione dolosa e l’evento fallimentare né la preesistenza alla condotta di una causa in sé efficiente verso il dissesto, né il fatto che l’operazione dolosa contestata abbia cagionato anche solo l’aggravamento di un dissesto già in atto.

Fallimento determinato da operazioni dolose e onere della prova. Poiché il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare.

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Tribunale Ferrara, Sent., 24/05/2021

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  • Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott.ssa Maria Rita Baldelli, alla pubblica udienza del 22/02/2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

V.E., nato a C. di M. (T.) il (…), residente a C. fraz. A.. (F.) N. 78/2, elettivamente domiciliato a Cento fraz. A. in via C. n. 130/1

-lib. assente-

IMPUTATO

  1. A) Reato p. e p. dagli artt. 81-570bisp. perché, mediante molteplici omissioni esecutive del medesimo disegno criminoso, si sottraeva all’obbligo di corresponsione di Euro 600,00, quale contributo di mantenimento dei figli minori V.C. e M., previsto dalle condizioni di separazione consensuale dei coniugi omologate in data 5/12/17 innanzi al Presidente del Tribunaledi Ferrara, dott.ssa R.S., corrispondendo unicamente la somma di Euro 450,00 nel mese di febbraio.

In Cento a partire dal 5/12/17 fino all’attualità

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott.ssa S. Davi V.P.O.

Del difensore di fiducia : avv. Alex De Anna del Foro di Ferrara

Del difensore delle p.c.c. V.C. e V.M. : avv. Davide Fabbri del Foro di Modena

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con decreto di citazione diretta a giudizio, datato 17.05.2019, V.E. veniva tratto a giudizio per il reato di cui al capo di imputazione trascritto in epigrafe.

Alla pubblica udienza del 24.09.2019, assente l’imputato, assistito da un difensore di fiducia, la signora B.D., in qualità di legale rappresentante dei figli minori, V.C. e V.M., si costituiva parte civile, venivano ammesse le prove richieste dalle parti, ed il procedimento veniva rinviato all’udienza del 25.11.2019, nel corso della quale, presente l’imputato, si procedeva all’audizione del teste del P.M. – B.D., all’esame dell’imputato, nonché all’audizione dei testi della difesa, S.F., I.L. e Z.J. ed, all’esito, il Giudice respingeva la richiesta, avanzata dal P.M., di audizione, ai sensi di cui all’art. 507 c.p.p., di V.C. e P.M., ritenendo superflua la loro escussione. Veniva infine acquisita la documentazione prodotta dal P.M. (attestazione di pagamento a favore di B.D. datata 09.02.2018, verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., visura camerale “P.C.” di V.E.; riproduzione fotostatica dei messaggi intercorsi tra V.E. e B.D. successivamente alla separazione).

Le udienze del 30.03.2020 e del 12.10.2020, venivano entrambe rinviate: la prima, in applicazione della normativa (D.L. n. 11 del 2020) volta a contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, la seconda, in ragione dell’impedimento di codesto Giudicante, al quale il presente procedimento era stato riassegnato in seguito all’applicazione, presso la Corte di Appello di Bologna, del Giudice originariamente assegnatario dello stesso.

Alla pubblica udienza del 01.02.2021, veniva acquisita la documentazione prodotta dal difensore dell’imputato (bonifici effettuati da V.E. nell’interesse dei figli, busta-paga agosto 2020, ricevute di pagamento di bollette), il Giudice dichiarava chiusa l’istruttoria e le parti concludevano come da verbale. Il difensore della parte civile depositava altresì conclusioni scritte e nota spese ed il procedimento veniva rinviato all’odierna pubblica udienza (22.02.2021) per repliche, in assenza delle quali il Giudice dava lettura del dispositivo in atti.

La teste B. riferiva di essere la ex-moglie dell’imputato e che in sede di separazione consensuale gli stessi avevano stabilito che il prevenuto versasse a titolo di mantenimento dei figli minori C. e M. la somma complessiva di Euro. 600,00, e che provvedesse altresì al pagamento delle spese straordinarie nella misura del 50% (cfr. verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., produzione P.M.).

Tale obbligo pecuniario, invero, non era mai stato regolarmente adempiuto dal prevenuto che- a detta della teste – già prima della separazione, aveva ceduto la propria attività (la P.C. di V.E.) a tale P.M. in ragione di pregressi debiti contratti con quest’ultimo (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, deposizione teste B.D., pag.6; pag.9). In merito all’attività lavorativa svolta dal prevenuto in epoca successiva alla suddetta cessione, la teste precisava di non sapere se l’ex marito avesse continuato a lavorare, in qualità di dipendente, presso la suddetta pizzeria, ma di sapere che lo stesso non aveva lavorato per alcuni periodi successivi alla separazione e che aveva di poi trovato occupazione dapprima, presso la Pizzeria “Quattro Stagioni” ed, in seguito, presso il locale denominato “La Vecchia Quercia”. Al riguardo riferiva che allorquando il marito lavorava nelle predette pizzeria, la stessa aveva agito esecutivamente nei confronti di quest’ultimo per ottenere il contributo al mantenimento dei figli e di essere riuscita a pignorare sia una quota del trattamento di fine rapporto che una quota dell’attuale retribuzione che lo stesso percepisce lavorando presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” (pag.10).

La teste infine dava atto che il V., pur non provvedendo al pagamento della somma dovuta a titolo di contributo al mantenimento dei figli, ciò non di meno aveva elargito – e tuttora elargiva – a questi ultimi somme di danaro di varia entità (da 10 a 50 Euro) per fronteggiare le piccole esigenze personali degli stessi (pag.12).

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Il teste della difesa I.L., anch’egli amico dell’imputato, riferiva di un profondo stato di depressione del predetto (“Era depresso, delle volte diceva pure delle cose che non sono piacevoli, che era meglio che si tirava via la vita, perché non più vita da vivere…cioè io l’ho sentito dire e lo dico”, verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste I.L., pag.36) che aveva impedito a quest’ultimo lo svolgimento di ogni attività lavorativa e che, per cercare di aiutarlo lo stesso l’aveva invitato a cena a casa propria per diversi mesi, non essendo in grado di supportarlo con dazioni in denaro (pag. 37).

Infine, anche la teste Z.J., ex dipendente dell’imputato, dava atto dello stato depressivo nel quale era caduto il prevenuto successivamente alla separazione, confermando altresì le gravi difficoltà economiche dello stesso, “soprattutto nei primi periodi quando ha cambiato casa” (pag.39), allorquando non aveva i soldi “per pagare l’affitto, per pagare qualche bolletta o aveva il frigo vuoto”. Al riguardo la teste precisava di averlo aiutato tramite piccoli “Kit di sopravvivenza”, come per esempio, lenzuola, asciugamani, in quanto il V. era uscito di casa “solo con i suoi vestiti” (pag40), nonché con prestiti di somme di denaro – all’inizio molto più frequenti, che l’imputato le stava ancora restituendo un po’ alla volta.

Così riassunto il compendio probatorio, preliminarmente occorre rammentare che poiché per la sussistenza del reato è sufficiente l’accertamento della volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione del contributo come determinato dal Tribunale, in quanto la locuzione “si sottrae” contenuta nella norma non implica alcuna attività ulteriore rispetto all’omissione dell’obbligo civilistico assunto come presupposto del reato, per addivenire ad una pronuncia di condanna è sufficiente, sotto il profilo oggettivo e fattuale, la prova in capo alla persona offesa del diritto di credito nei confronti dell’imputato avente per oggetto il versamento mensile del contributo al mantenimento dei figli e del mancato soddisfacimento di detto diritto da parte dell’obbligato.

Nel caso in esame, i riscontri acquisiti sul piano dichiarativo e documentale, consentono di ritenere provato il suddetto elemento costitutivo della fattispecie, peraltro mai negato neppure dall’imputato che, in sede di esame, ha sempre ricondotto l’inadempimento a circostanze diverse dall’insussistenza dell’obbligo, ed in particolare, all’incapacità lavorativa dello stesso, dovuta allo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso del tradimento della moglie e della volontà di quest’ultimo di separarsi, nonché alle conseguenti difficoltà economiche dello stesso, costretto a ricorrere all’aiuto economico degli amici per soddisfare altresì le proprie primarie esigenze di vita.

Sotto quest’ultimo profilo, invero, l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio “ad impossibilia nemo tenetur”, solo allorchè sia assoluta (non rileva, infatti, l’impossibilità relativa, che si ha quando la situazione di indigenza renda impossibile l’assolvimento dei doveri economici nel modo astrattamente più idoneo, ma non escluda la possibilità di un adempimento parziale o l’adozione di modalità sussidiarie) e non sia ascrivibile a colpa, anche parziale, dell’imputato (cfr., fra le tante : Cass.21.09.2001, n.37419; Cass. Pen. Sez. feriale 24.09.2012, n.36680), sul quale incombe l’onere di allegare gli elementi dai quali desumere la suddetta impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione. Ne discende, pertanto, che in difetto di tale prova, l’omissione non può ritenersi scriminata, risultando a tal fine insufficiente anche il formale stato di disoccupazione, ovvero il fallimento o la chiusura dell’attività, sintomatici – tuttal’più – di una situazione di difficoltò economica, ma non necessariamente di una oggettiva ed assoluta impossibilità ad adempiere, da ravvisarsi, per esempio, nel caso di comprovata malattia dell’obbligato, ostativa allo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa.

Ciò premesso, ad avviso di questo Giudicante, nel caso di specie, non sono ravvisabili le condizioni per ritenere che l’inadempimento dell’imputato sia stato cosciente e volontario e non sia invece dipeso da una impossibilità assoluta ed incolpevole di contribuire al mantenimento dei figli.

Lo stato depressivo che aveva profondamente colpito il prevenuto, con conseguenti quanto plausibili ripercussioni anche sulla capacità lavorativa dello stesso – adeguatamente riscontrato dalle deposizioni dei testimoni della difesa – costituisce, invero, circostanza idonea a dimostrare l’impossibilità dell’adempimento nel senso sopra descritto, in quanto situazione certamente non ascrivibile, neppure in modo parziale al predetto che, suo malgrado, si è trovato a subire una serie di eventi che lo avevano turbato e scoraggiato al punto di pensare di togliersi la vita.

Ma non solo: le risultanze istruttorie, infatti, hanno altresì evidenziato come i proventi derivanti dall’attività lavorativa che l’imputato era riuscito a reperire, una volta superata la situazione di grave disagio psicologico che lo aveva sopraffatto, non fossero neppure sufficienti al mantenimento dello stesso, costretto, in numerosissime occasioni, a ricorrere all’aiuto – sia economico che materiale – degli amici per fronteggiare le proprie primarie esigenze di vita.

Ciò non di meno il prevenuto, pur a fronte dell’oggettivo e comprovato mutamento della propria capacità economica che – all’evidenza- non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento in conformità a quanto prescritto dal provvedimento impositivo dello stesso e che – si badi bene – neppure gli consentiva – in considerazione delle spese da affrontare – di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere la modifica dell’assegno di mantenimento, ha comunque cercato – compatibilmente con la propria disponibilità finanziaria – di contribuire al mantenimento dei figli con le modalità sopra descritte, non opponendosi neppure alla procedura esecutiva posta in essere dalla signora B. per recuperare le somme pregresse dovute a titolo di mantenimento del figli, nonostante dovesse ricorrere ai già richiamati aiuti economici degli amici per la propria sopravvivenza.

Nel caso in questione, pertanto ,si reputa che non sussistano sufficienti e concordanti elementi probatori che portino a ritenere che la condotta dell’imputato fosse sorretta dalla volontà di sottrarsi agli obblighi economici di natura familiare, posto che tale volontà pare essere contraddetta da quanto sin qui richiamato.

Conseguentemente – in ragione dei criteri che governano la valutazione della prova in sede dibattimentale – si ritiene di pervenire all’adozione di sentenza di assoluzione nei confronti del prevenuto per i fatti allo stesso ascritti ex art. 530, comma II, c.p.p., perché il fatto non costituisce reato.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 II co c.p.p.

assolve

l’imputato dal reato ascritto perché il fatto non costituisce reato.

Visto l’art. 544, co. 3 c.p.p. si indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 22 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 24 maggio 2021.