Avvocato penalista

ARRESTO BOLOGNA MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

ARRESTO BOLOGNA MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

PER APPUNTAMENTI 051 6447838

È noto che il nostro sistema processuale – in ordine ai criteri da seguire nella valutazione delle dichiarazioni testimoniali – ha sempre rinunciato ad adottare una soluzione presuntiva, che comportasse la prevalenza automatica di una dichiarazione sull’altra, o la neutralizzazione delle opposte dichiarazioni, sicché la prova dei reato ben può essere desunta anche da una sola testimonianza. Per costante giurisprudenza le dichiarazioni della persona offesa, costituita parte civile, possono da sole, senza la necessità di riscontri estrinseci, essere poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità penale dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve, in tal caso, essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (così da ultima Sez. 5, Sentenza n. 1666 del 08/07/2014).

La Suprema Corte a Sez. U. (Sentenza n. 41461 del 19/07/2012) ribadendo che le regole dettate dall’art. 192, comma terzo, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, ha altresì precisato come, nel caso in cui la persona offesa si sia costituita parte civile (e sia, perciò, portatrice di una specifica pretesa economica la cui soddisfazione discenda dal riconoscimento della responsabilità dell’imputato) può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi, imponendo ai giudici di merito di spiegare – tenendo doverosamente ed accuratamente conto di tutti gli elementi emersi nel corso del processo – con iter argomentativo esaustivo, logico, correttamente sviluppato e saldamente ancorato all’esame delle singole emergenze processuali, le ragioni per le quali le dichiarazioni rese dalla persona offesa dal reato, siano da ritenere intrinsecamente e oggettivamente attendibili e di dimostrare che trovano univoci e significativi elementi di convergenza negli altri elementi investigativi acquisiti.

Ad esempio, il controllo di attendibilità più rigoroso, fino a valutare l’opportunità di richiedere i riscontri esterni, è stato richiesto per le motivazioni economiche che potevano muovere la parte civile, o quando la persona offesa, in quanto vittima di una serie di prevaricazioni e discriminazioni da parte degli imputati, nutriva nei loro confronti forti risentimenti (Sez. 6, Sentenza n. 33162 del 03/06/2004).

In primo luogo è necessario, innanzitutto, procedere al giudizio di credibilità soggettiva (anche alla luce dei successivi elementi di fatto, non conosciuti al momento del rinvio a giudizio ed emersi in dibattimento); successivamente, verificare l’intrinseca consistenza e le caratteristiche delle dichiarazioni del dichiarante.

L’esame va compiuto in questo ordine non per applicare meccanicamente alla persona offesa la giurisprudenza di legittimità in materia di valutazione della chiamata in correità, ma perché non si può procedere ad una valutazione unitaria della testimonianza della persona offesa e degli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla testimonianza in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa.

La credibilità della persona offesa secondo la giurisprudenza va verificata in relazione, tra l’altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, ai suo passato, ai rapporti con l’imputato ed alla genesi remota e prossima della sua denuncia.

In primo luogo occorre considerare che il racconto della persona offesa, che non si è costituita parte civile, è stato lineare e scevro da giudizi che facciano trasparire una particolare acredine della stessa. In secondo luogo, come si è detto, si deve verificare l’intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del testimone, alla luce di criteri individuati dalla giurisprudenza quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; solo al termine di questa verifica il giudice deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni.

Nel caso di specie, non vi sono subbi in ordine all’attendibilità intrinseca della denunciante che ha reso dichiarazioni precise e prive di contraddizioni o incongruenze.

Si tenga, peraltro conto, che la stessa persona offesa ha riferito l’accaduto anche alla dottoressa del centro antiviolenza e ai genitori, i quali hanno potuto,non solo raccogliere le sue confidenze, ma riscontrare i segni di violenza sulla sua persona e per quanto attiene ai genitori assistere anche a qualche fatto. Vi sono inoltre i certificati medici in atti e il verbale di arresto.

In conclusione, per tutti gli elementi esposti, non vi sono dubbi in ordine all’attendibilità della persona offesa, nonostante le sue dichiarazioni non siano state rese nel contraddittorio delle parti.

LA RESPONSABILITA’ DELL’IMPUTATO PER IL REATO DI CUI AL CAPO A)

In ordine al capo a) occorre osservare che la fattispecie di cui all’art. 572 c.p. richiede, com’è noto, una condotta di violenza e di abuso fisico e/o di vessazioni e soprusi anche di carattere morale che venga reiterata per un tempo sufficientemente prolungato.

I maltrattamenti fisici devono consistere in atti di violenza non necessariamente produttivi di lesioni, bastando anche condotte di mere percosse.

Quanto alle vessazioni di carattere morale, è stato sottolineato in giurisprudenza che il reato non richiede il compimento di una serie di atti che, considerati singolarmente, costituiscano di per sé reato; la condotta, infatti, può consistere anche in una pluralità di comportamenti che solo valutati nella loro unitarietà e complessità determinino la lesione dei bene giuridico tutelato.

Nella valutazione di tali condotte il giudice dovrà verificare se l’agente abbia, o meno, tenuto nei confronti della persona offesa un atteggiamento di prevaricazione, di prepotenza e di disprezzo, così contravvenendo anche al minimo dovere di mutuo rispetto che caratterizza i rapporti familiari.

La abitualità, come già anticipato, deve valutarsi in rapporto alla reiterazione delle suddette condotte per un minimum sufficiente, da valutarsi anche in rapporto alla durata del rapporto che ha legato l’autore del reato e la persona offesa, e tale che il reato possa considerarsi consumato solo se la condotta si sia protratta per un tempo che il giudice ritenga sufficientemente congruo ai fini della verificazione della offesa tipizzata.

L’elemento psicologico del reato è costituito dal dolo generico, non richiedendosi che l’autore della condotta abbia come fine intenzionale quello di maltrattare e umiliare la persona offesa. È sufficiente, cioè, che egli abbia la consapevolezza e la volontà dei singoli atti di maltrattamento e della loro reiterazione. Il dolo di cui all’art. 572 c.p. è cioè coscienza e volontà di sottoporre il soggetto passivo ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale e continuativo.

L’elemento unificatore dei vari episodi è costituito da un dolo unitario che abbraccia le diverse azioni e che consiste nella inclinazione della volontà ad una condotta oppressiva e prevaricatoria che si va via via realizzando e confermando di modo che il colpevole accetta di compiere le singole sopraffazioni con la consapevolezza di persistere in una attività illecita posta in essere già altre volte.

Si ricorda che, secondo la Cassazione, l’oggetto giuridico del delitto di maltrattamenti non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari; tuttavia, deve escludersi che la compromissione del bene protetto si verifichi in presenza di semplici fatti che ledono ovvero mettono in pericolo l’incolumità personale, la libertà o l’onore di una persona della famiglia, essendo necessario, per la configurabilità del reato, che tali fatti siano la componente di una più ampia ed unitaria condotta abituale, idonea ad imporre un regime di vita vessatorio, mortificante e insostenibile (Sez. 6, Sentenza n. 15680 del 28/03/2012 Sez. 6, Sentenza n. 27048 del 18/03/2008 Cass. Sez. 6, Sentenza n. 37019 del 27/05/2003: in motivazione, la Corte ha precisato che fatti episodici lesivi di diritti fondamentali della persona, derivanti da situazioni contingenti e particolari, che possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, non integrano il delitto di maltrattamenti, ma conservano la propria autonomia di reati contro la persona).

Il delitto di cui all’art. 572 c.p. costituisce un’ipotesi paradigmatica di reato abituale, per il cui perfezionamento non sono sufficienti singoli, sporadici episodi di percosse o lesioni, slegati tra loro, occorrendo, invece, una reiterazione di condotte vessatorie, lesive dell’integrità fisica, della libertà o della dignità della persona, tali da determinare, nella vittima, uno stato prostrazione permanente, caratterizzato da sofferenze, umiliazioni e privazioni continue ed ininterrotte (cfr., tra le altre, Casso pen., sez. IV, 4.12.2003, n. 7192).

Nel caso di specie, le condotte poste in essere dall’imputato, come già anticipato, sono consistite sia in offese verbali, sia in percosse e lesioni che, reiterate nel tempo per quasi tre anni, hanno determinato nella persona offesa uno stato di prostrazione e paura.

La persona offesa nel caso di specie ha subito svariate offese sia verbali che fisiche che si sono intensificate nel tempo fino al cessare della convivenza ed è vissuta in un costante stato di ansia che l’ha costretta ad abbandonare l’abitazione da lei affittata unitamente alle bimbe, per recarsi dai genitori.

Questa costante paura per le reazioni che l’imputato poteva avere nei confronti della sig.ra M. è stata descritta anche dalla madre della persona offesa che è più volte intervenuta in difesa della figlia e dal padre, che ha preferito accompagnare la figlia a casa, per non lasciarla andare da sola (v. episodio descritto da M.G.).

Dalla reiterazione delle condotte cosìs descritte e dal loro protrarsi per un ampio lasso temporale risulta integrato senza dubbio il dolo del reato contestato nell’accezione supra illustrata.

LA RESPONSABILITA’ DELL’IMPUTATO PER IL REATO DI CUI AL CAPO B)

Risultano integrati anche tutti gli elementi costitutivi del capo b).

Innanzitutto vi è la privazione della libertà personale della persona offesa, che è stata chiusa nella terrazza della sua abitazione con impossibilità a farvi rientro.

Quanto alla durata della compromissione della libertà, la stessa è stata pari a 15 – 20 minuti, pertanto per un tempo apprezzabile e in ogni caso finchè sono intervenute le Forze dell’ordine, in quanto l’imputato si è rifiutato di far accedere in casa la sig.ra M..

Dal comportamento dell’imputato, anche attesa il rifiuto di aprire la porta che dava sulla terrazza, deriva la coscienza e la volontà di porre in essere la condotta descritta.

LA DETERMINAZIONE DELLA PENA

Non sono emersi elementi per riconoscere all’imputato le circostanze attenuanti generiche.

Al contrario, il contegno dell’imputato anche in occasione dell’arresto e il protrarsi delle condotte anche dopo lo stesso giustificano una pena base per il reato di cui al capo a) pari a 2 anni e 6 mesi di reclusione, aumentata per la continuazione con il capo b) a 2 anni e 7 mesi di reclusione.

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Cass. pen. Sez. VI Sent., 15/01/2020, n. 8144 rv. 278357-01

… (In motivazione, la Corte ha precisato che il giudizio civile di disconoscimento della paternità non è pregiudiziale rispetto a quello penale, producendo effetti in tale ambito solo “ex nunc” e non “ex tunc”, in quanto l’obbligazione cui fa riferimento l’ art. 572 cod. …

Corte d’Appello Napoli Sez. III Sent., 10/01/2020

… In tema di reati contro la famiglia, il malmenare con schiaffi e calci ed il lancio di sigarette accese addosso, accompagnati dal ricorso ad ingiurie, minacce e prevaricazioni, che determinano nella persona offesa mortificazioni e sofferenze psicofisiche tali da lederne il decoro e la dignità personale, non possono considerarsi come una normale manifestazione di contrasti tra coniugi, ma piuttosto come una serie abituale di atti vessatori, la cui protrazione in un arco temporale di diversi anni colora di abitualità la condotta stessa, secondo il paradigma normativo dell’ art. 572 c.p.. …

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Corte d’Appello Lecce Taranto Sent., 03/10/2019

… In merito alla configurabilità del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. anche la convivenza pregressa, nell’ipotesi di coniugi separati, è condizione idonea a giustificare l’accertamento del reato, per la persistenza dei vincoli di solidarietà che ne conseguono. …

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Ancona Sent., 27/09/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. è costituito da una condotta abituale che si estrinseca con più atti, delittuosi o meno, che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi ma collegato da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa, quella di ledere l’integrità fisica o il patrimonio morale della vittima, ossia di infliggere abitualmente tali sofferenze. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Frosinone Sent., 23/09/2019

… Il delitto di maltrattamenti in famiglia di cui all’ art. 572 c.p. costituisce reato abituale che si manifesta in una pluralità di atti che si estrinsecano in sofferenze fisiche e morali arrecate alla vittima, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o morale del soggetto passivo, infliggendogli abitualmente tali sofferenze. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Corte d’Appello Lecce Sent., 20/09/2019

… L’elemento soggettivo del reato di maltrattamenti in famiglia, p. e p. dall’ art. 572 c.p., è il dolo generico, non richiedendosi che l’agente sia animato da alcun fine di maltrattare la vittima, bastando la coscienza e la volontà di sottoporre la stessa alla propria condotta abitualmente offensiva. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Genova Sez. I Sent., 01/07/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. integra un reato abituale che richiede, sotto il profilo oggettivo, il compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria che determinino sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Genova Sez. I, Sent., 01/07/2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. VI, 25/06/2019, n. 37628

… L’assenza di una anche solo iniziale materiale convivenza, non esclude che la situazione di condivisa genitorialità derivante dalla filiazione possa produrre le condizioni per l’applicabilità dell’ art. 572 c.p., se la filiazione non è stata un esito occasionale dei rapporti sessuali ma – almeno nella fase iniziale del rapporto – si è instaurata una significativa relazione di carattere sentimentale, tale da ingenerare l’aspettativa di un vincolo di solidarietà personale autonoma rispetto ai vincoli giuridici derivanti dalla filiazione. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 25/06/2019) 11/09/2019, n. 37628

5 Conformi 4 Collegate

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Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Ancona Sent., 17/06/2019

… Con la previsione di cui all’ art. 572 c.p., il legislatore ha attribuito particolare disvalore soltanto alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita oggettivamente caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana; …

Sentenza di riferimento: Corte d’Appello Ancona Sent., 17/06/2019

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Corte d’Appello Palermo Sez. IV Sent., 14/06/2019

… La materialità del delitto di cui all’ art. 572 c.p. si concreta in una serie di atti lesivi dell’integrità fisica o della libertà o del decoro del soggetto passivo nei confronti del quale viene posta in essere una condotta di sopraffazione sistematica tale da rendere particolarmente dolorosa la stessa convivenza. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. III, 12/06/2019, n. 43701

… Ai fini della sussistenza del reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi ( art. 572 , c.p.) è sufficiente che fra i soggetti, attivo e passivo, del reato si sia instaurata una relazione caratterizzata, al di là di un effettivo vincolo parentale, da un rapporto di comunità familiare che il legislatore ha ritenuto di dover tutelare atteso che il richiamo contenuto nell’ art. 572 c.p., al concetto di “famiglia” deve intendersi riferito ad ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, anche in assenza di una stabile convivenza. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Cass. pen. Sez. VI, 11/06/2019, n. 32781

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… Anche comportamenti fisicamente non violenti, che si arrestano alla soglia della minaccia, raggiungono la soglia della rilevanza penale ai fini del reato di cui all’ art. 572 c.p. quando si collochino in una più ampia e unitaria condotta abituale idonea ad imporre alla vittima un regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile. … E’, dunque, essenziale, ai fini della ricostruzione del reato di maltrattamenti di cui all’ art. 572 c.p., l’accertamento dell’abitualità e ripetitività della condotta lungo un ambito temporale rilevante senza che la valutazione di offensività possa arrestarsi a fronte di condotte che non culminino in veri e propri atti di aggressione fisica. …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 11/06/2019) 22/07/2019, n. 32781

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Pescara Sent., 28/05/2019

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… Integra gli estremi del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. la sottoposizione dei familiari ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi sofferenze, privazioni, umiliazioni che costituiscono fonte di uno stato di disagio continuo ed incompatibile con normali condizioni di esistenza. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Pescara Sent., 28/05/2019

Massima | 2019

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Napoli Sez. V Sent., 17/05/2019

… Il reato di cui all’ art. 572 c.p. richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e nella volontà di sottoporre il soggetto passivo ad una serie di sofferenze fisiche e morali in modo abituale, instaurando un sistema di sopraffazioni e di vessazioni che avviliscono la personalità della vittima. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Cass. pen. Sez. VI Sent., 16/05/2019, n. 4121 rv. 278194-02

… In tema di maltrattamenti in famiglia seguiti da lesioni o morte della vittima, l’espressione “derivare” di cui all’ art. 572 , comma terzo, cod. pen. deve essere interpretata in relazione ai principi posti dall’ art. 41 cod. …

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

REATO IN GENERE

Tribunale Vicenza Sent., 05/04/2019

… L’elemento psicologico del reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. è costituito dal dolo generico, non richiedendosi che l’autore della condotta abbia come fine intenzionale quello di maltrattare e umiliare la persona offesa. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Vicenza Sent., 05/04/2019

ART 572 CP ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO DIFENDE

ART 572 CP ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO DIFENDE

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da tre a sette anni [c.p. 29, 31, 32] 2.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso in presenza o in danno di persona minore, di donna in stato di gravidanza o di persona con disabilità come definita ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero se il fatto è commesso con armi 3.

[La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di persona minore degli anni quattordici] 4.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave [c.p. 583], si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di cui al presente articolo si considera persona offesa dal reato 5.

1 Articolo così sostituito dalla lettera d) del comma 1 dell’art. 4, L. 1 ottobre 2012, n. 172.

Il testo precedentemente in vigore, del quale la Corte costituzionale, con sentenza 13-19 gennaio 1972, n. 3 (Gazz. Uff. 26 gennaio 1972, n. 23), aveva dichiarato, tra l’altro, non fondata la questione di legittimità in combinato disposto con l’art. 235 c.p.p., in riferimento all’art. 13 Cost., era il seguente: «Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli.

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.».

2 Comma così modificato dall’art. 9, comma 2, lett. a), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

Il testo precedentemente in vigore era il seguente:

«Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.».

3 Comma inserito dall’art. 9, comma 2, lett. b), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

4 Comma abrogato dall’art. 1, comma 1-bis, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

L’art. 1, comma 1, del citato decreto-legge n. 93/2013, prima della sua conversione in legge, aveva disposto che, nel presente comma, dopo la parola: «danno» le parole «di persona minore degli anni quattordici» fossero sostituite dalle seguenti: «o in presenza di minore degli anni diciotto».

5 Comma aggiunto dall’art. 9, comma 2, lett. c), L. 19 luglio 2019, n. 69, a decorrere dal 9 agosto 2019.

Al di là della lettera della norma incriminatrice il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’ art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte), in danno di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. …

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LIBERATI Giovanni – Presidente –

Dott. GALTERIO Donatella – rel. Consigliere –

Dott. CERRONI Claudio – Consigliere –

Dott. SEMERARO Luca – Consigliere –

Dott. NOVIELLO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 19/04/2018 della CORTE APPELLO di BOLOGNA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. LUCA SEMERARO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. SECCIA DOMENICO che conclude per l’inammissibilità del ricorso.

udito il difensore, avv. Giuseppe Gliatta.

Il difensore presente insiste nei motivi di ricorso esposti e chiede l’annullamento della sentenza impugnata.

Svolgimento del processo

1. La Corte di appello di Bologna, con la sentenza del 19 aprile 2018, ha confermato la condanna alla pena di anni 7 di reclusione inflitta a P.G. dal Tribunale di Ravenna il 21 luglio 2017 per i reati ex art572 c.p. e art. 61 c.p., n. 11-quinquies (capo a: in (OMISSIS)), artt. 582 e 585 c.p. (capo b: in (OMISSIS)), artt. 1 cpv. e 609-bis c.p. (capo c: in (OMISSIS), in epoca antecedente e prossima al (OMISSIS)) commessi ai danni della moglie L.G.A..

2. Il difensore di P.G. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di Appello di Bologna del 19 aprile 2018.

2.1. Con il primo motivo si deducono i vizi ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione all’art. 16 c.p.p., comma 1 e art. 586 c.p.p., per la violazione delle norme processuali in tema di competenza territoriale. Si critica la decisione della Corte di Appello che ha confermato il rigetto dell’eccezione di incompetenza per territorio, determinata dalla connessione, sollevata dal ricorrente tempestivamente, anche mediante l’allegazione dei verbali delle sommarie informazioni testimoniali della persona offesa, e ribadita con l’atto di appello. Secondo il ricorrente la competenza del Tribunale di Parma, o in subordine di Cosenza, emergerebbe dalla lettura congiunta dei capi di imputazione a) e c), dalle sommarie informazioni rese nelle indagini preliminari dalla persona offesa, dall’ordinanza cautelare e dalle dichiarazioni rese nel corso dell’udienza dibattimentale il 7 marzo 2017 dalla persona offesa.

Si osserva in particolare che nel capo a) è contestato al ricorrente il reato di maltrattamenti in famiglia, compiuto anche costringendo la persona offesa a subire in numerose occasioni rapporti sessuali, in (OMISSIS); il capo c) è invece limitato alla condotta di violenza sessuale commessa intorno al (OMISSIS). Nel capo a) sono contestate pertanto anche le più gravi condotte di violenza sessuale commesse in (OMISSIS).

Ricorda il ricorrente che la persona offesa ha dichiarato, sin dalla fase delle indagini preliminari, che la prima condotta di violenza sessuale si sarebbe verificata in Calabria nel 1993 e che tali condotte sarebbero proseguite poi in (OMISSIS) dopo il matrimonio in occasione del trasferimento della famiglia dalla Calabria. La motivazione della Corte d’Appello, in risposta al motivo di appello sul rigetto dell’eccezione di incompetenza del territorio, sarebbe dunque viziata da illogicità e contraddittorietà.

2.2. Con il secondo motivo si deduce, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione all’art. 16, comma 1 e artt. 178416 e 586 c.p.p., la violazione di norme previste a pena di nullità in relazione alla ritenuta individuazione della competenza territoriale del Tribunale di Ravenna invece che di quello di Parma o di Cosenza nonostante la descrizione del fatto storico di cui al capo di imputazione; si deduce altresì la contraddittorietà della decisione impugnata. Si ribadisce che l’eccezione di incompetenza per territorio in base alla connessione era fondata sia sulla formulazione testuale del capo di imputazione che sugli atti delle indagini preliminari ed in particolare sul verbale di sommarie informazioni testimoniali della persona offesa. Dopo i richiami giurisprudenziali, si sottolinea la centralità della descrizione del fatto storico contenuta nel capo di imputazione formulato, peraltro, senza tener conto del contenuto degli atti delle indagini preliminari.

La sentenza sarebbe poi contraddittoria perchè nel confermare la decisione di primo grado con riferimento alla contestazione suppletiva ex art. 517 c.p.p. delle circostanze aggravanti sub c), avrebbe dato rilevanza alla contestazione in fatto; analogo ragionamento, sulla rilevanza della contestazione in fatto, non sarebbe stato seguito nel decidere sull’eccezione di incompetenza per territorio.

2.3. Con il terzo motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), si deducono i vizi della motivazione e di violazione dell’art. 24 Cost. e artt. 517 e 519 c.p.p.. Il motivo concerne la contestazione delle circostanze aggravanti ex art. 609-ter c.p., nn. 2 e 5-quater avvenuta alla prima udienza dibattimentale ad integrazione del capo di imputazione. Sarebbe avvenuta una grave violazione dei diritti di difesa e del principio del giusto processo ex art. 111 Cost. perchè il Tribunale, con decisione avallata dalla Corte di appello, non avrebbe concesso alla difesa il termine a difesa per valutare se richiedere un rito alternativo. L’applicabilità dell’art. 516 c.p.p. e ss. sarebbe stata esclusa ritenendo che le circostanze aggravanti fossero già state contestate in fatto; però gli elementi di fatto, che fondavano la sussistenza delle circostanze aggravanti, erano già in possesso del pubblico ministero all’atto della formulazione del capo di imputazione e pertanto non potevano costituire oggetto di una contestazione tardiva.

Dopo i richiami alla sentenza n. 139 del 2015 della Corte Costituzionale, si ritiene avvenuta una lesione del diritto di difesa ex art. 24 Cost., essendo stata effettuata una variazione sostanziale dell’imputazione che avrebbe impedito all’imputato di valutare l’opportunità di accedere a un rito alternativo, e l’aggravamento del trattamento sanzionatorio. La motivazione del rigetto del motivo di appello sarebbe apodittica laddove ha ritenuto che non si sia trattato di una nuova contestazione con conseguente applicabilità dell’art. 516 c.p.p. e segg..

2.4. Con il quarto motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. d) ed e), si deduce la violazione dell’art. 196 c.p.p. e dell’art. 24 Cost. in relazione alla mancata concessione di una perizia psicologica sulla persona offesa-testimone richiesta dalla difesa. L’imputato sarebbe stato immotivatamente privato di un mezzo istruttorio volto a verificare l’idoneità mentale della persona offesa a rendere testimonianza. La persona offesa era stata definita soggetto vulnerabile dal suo difensore1perchè affetta da sindrome da stress post traumatico; avrebbe beneficiato dell’esame a porte chiuse ex art. 498 c.p.p., comma 4. Il rigetto concretizzerebbe la violazione degli artt. 24 e 111 Cost., poichè la sentenza si fonda sulle dichiarazioni della persona offesa, senza che si sia proceduto con idonea perizia psicologica.

2.5. Con il quinto motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. d) in relazione gli artt. 220 e 234 c.p.p., si deduce la violazione dell’art. 472 c.p.p., comma 3-bis, in relazione alla mancata assunzione di due prove decisive: l’acquisizione di immagini da supporti informatici e la perizia informatica sul contenuto di una chiavetta usb.

Il rigetto del motivo di appello relativo alla mancata assunzione delle prove concretizzerebbe la violazione degli artt. 24 e 111 Cost. e dell’art. 472 c.p.p., comma 3-bis; le prove richieste sarebbero state rilevanti per la valutazione della personalità e dell’attendibilità della persona offesa)sulle cui deposizioni si fonda il giudizio di penale responsabilità del ricorrente. La prova, ove fosse stata ammessa, avrebbe fatto conoscere ai giudici di merito uno spaccato compromettente della vita della persona offesa, fino a quel momento volutamente serbato, e sarebbe stata in grado di incidere sulle sorti del processo.

Inoltre, la perizia sul telefono cellulare avrebbe consentito di evidenziare come vi fu un intenso traffico compatibile con un uso libero da parte della persona offesa.

2.6. Con il sesto motivo si deducono, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), con riferimento agli artt. 187190191194 e 195 c.p.p. i vizi della motivazione e di violazione di norme previste a pena di inutilizzabilità, quanto alla valutazione della deposizione dei testi della parte civile L.G.L., B.G.B., L.G.A., P.B., brig. M.. I testi avrebbero deposto sui fatti avvenuti il 9 giugno 2016 e sui fatti successivi alle denunce della persona offesa; quindi su fatti non rientranti nel capo di i mputazione.

Si deduce altresì che il Brigadiere M., agente di polizia giudiziaria, abbia effettuato valutazioni proprie di un consulente-medico legale.

Si contesta, inoltre, la motivazione della Corte di Appello di Bologna in risposta allo specifico motivo di appello, per i riferimenti alle modalità di esercizio del diritto di difesa rispetto all’esame dei testimoni.

2.7. Con il settimo motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. c) ed e), in relazione agli artt. 191 e 495 c.p.p. e art. 24 Cost., si deduce la violazione di norme previste pena di inutilizzabilità con riferimento alla deposizione della d.ssa Me.Me., indicata nella lista testi della parte civile quale testimone; in realtà la teste avrebbe espresso valutazioni proprie di un consulente tecnico.

Si deduce la violazione dell’art. 24 Cost. consistita nel non aver accolto la richiesta della difesa di nomina di un perito psicologo in controprova rispetto alla deposizione della d.ssa Me., la cui veste giuridica di tecnico stata sarebbe stata contrabbandata in quella di teste puro.

Si eccepisce l‘inutilizzabilità delle dichiarazioni della d.ssa Me. perchè non precedute da idonea perizia giurata, con violazione dell’art. 191 c.p.p. e dell’art. 24 Cost..

Secondo il ricorrente la risposta della Corte di Appello sul motivo di appello sarebbe laconica e insufficiente perchè si farebbe riferimento alla teste quale soggetto portatore di competenze tecniche e, pertanto, secondo il codice, il suo contributo processuale avrebbe dovuto essere acquisito mediante perizia, consentendo altresì alla difesa di indicare mezzi in controprova.

Si ritiene poi apodittica la motivazione della sentenza impugnata quanto alla ritenuta infondatezza del motivo di appello con cui si doleva della mancata ammissione di testi in controprova, con lesione del diritto di difesa.

2.8. Con l’ottavo motivo si deduce la violazione dell’art. 191 c.p.p. e art. 195 c.p.p., comma 4, previsti a pena di inutilizzabilità, con riferimento all’esame di M.F. nella parte in cui il teste ha riferito il contenuto delle dichiarazioni a lui rese dalla persona offesa, con conseguente inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in dibattimento. Il tribunale avrebbe dovuto interrompere la testimonianza o non utilizzare la deposizione.

Si contesta la motivazione della Corte di Appello laddove ha ritenuto il motivo irrilevante essendo stata esaminata la persona offesa in dibattimento; perchè non sono state espunte le dichiarazioni rese, in violazione dell’art. 195 c.p.p., comma 4.

Inoltre, le dichiarazioni sarebbero state utilizzate per arricchire il quadro accusatorio.

2.9. Con il nono motivo, ex art. 606 c.p.p., lett. c) ed e) in relazione all’art. 191 c.p.p. e art. 149 disp. att. c.p.p., si deduce la violazione di norme previste a pena di inutilizzabilità con riferimento all’esame dei testi, fra cui P.C., escussi all’udienza del 7 marzo 2017.

L’inutilizzabilità delle deposizioni testimoniali deriverebbe dalla circostanza, emersa all’udienza del 7 marzo 2017, che la sala di attesa dei testimoni non era insonorizzata. Pur essendo stato sollevato il problema della difesa, il presidente del collegio del tribunale non avrebbe assunto alcuna cautela. Secondo il ricorrente l’inutilizzabilità di cui all’art. 191 c.p.p. deve estendersi anche all’inosservanza dell’art. 149 disp. att. c.p.p..

Si osserva inoltre che era stata contestata, ove fossero state ritenute utilizzabili, l’attendibilità delle prove testimoniali, poichè i testimoni avevano ascoltato le domande e le risposte rese dagli altri testimoni, con conseguente mancanza della genuinità della prova formata in dibattimento. P.C. aveva infatti ripetuto pedissequamente la deposizione della madre.

Si contesta la decisione della Corte di Appello che ha escluso che sussistesse la prova della mancata insonorizzazione della saletta dei testimoni e dell’avvenuta influenza delle deposizioni testimoniali. La mancata insonorizzazione sarebbe stata però verificata da tutte le parti presenti nel dibattimento di primo grado ed era stata riferita dai testi.

2.10. Con il decimo motivo si deduce la mancata assunzione di una prova decisiva in relazione al rigetto della richiesta di confronto, ex art. 211 c.p.p., tra L.G.A., C.M., V.C. e P.M. nonchè il vizio della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in relazione agli artt. 187190 e 211 c.p.p. e art. 24 Cost..

Nel motivo si riportano brani degli esami testimoniali e si afferma che sussistevano i contrasti tra le dichiarazioni. Si contesta la motivazione della sentenza della Corte di Appello dove ha ritenuto fisiologiche le discordanze tra i testimoni senza però valutare la rilevanza ai fini della valutazione della credibilità della teste.

Si rileva altresì che le divergenze tra le deposizioni non erano marginali, tanto che per la deposizione della teste Ca.Mo. è stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per il delitto ex art. 372 c.p..

Inoltre, le colleghe della persona offesa avrebbero smentito il carattere dell’abitualità della condotta e così minato la credibilità della persona offesa. L’aver negato il confronto avrebbe realizzato un vulnus alla difesa del ricorrente.

2.11. Con il motivo undicesimo si deduce l’inosservanza e l’erronea applicazione dell’art572 c.p. ed il vizio della motivazione ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e).

In estrema sintesi, anche in base alle allegazioni al ricorso, emergerebbe l’assenza del requisito dell’abitualità della condotta, posto che in un lasso temporale di circa 20 anni solo tre sarebbero stati gli episodi violenti, di cui uno avvenuto in Calabria, al di fuori della contestazione.

Nel ricorso si riportano le sintesi dei contenuti delle deposizioni testimoniali che escluderebbero la sussistenza di altri episodi di violenza nonchè il contenuto dei messaggi WhatsApp che dimostrerebbero lo svolgimento di una modalità di vita normale.

Emergerebbero solo dei litigi di tipo bilaterale.

Sarebbe stato smentito anche il fatto che il ricorrente avrebbe impedito alla moglie ogni contatto con terze persone; mancherebbe pertanto quella imposizione con condotta abituale ed il regime di vita vessatorio, mortificante ed insostenibile. Emergerebbero solo sporadici episodi derivanti da situazioni contingenti e particolari; nè la persona offesa è risultata essere stata intimorita dal ricorrente o posta in condizione di sudditanza.

La Corte di appello di Bologna non avrebbe valutato l’intero compendio probatorio nè le allegazioni difensive di segno contrario alla ricostruzione effettuata in primo grado.

2.12. Con il dodicesimo motivo, si deducono i vizi, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), di violazione degli artt. 40582585 e 576 c.p., e della motivazione quanto alla ritenuta sussistenza del nesso di causalità con riferimento al reato di lesioni.

La Corte di appello di Bologna avrebbe omesso di valutare le deposizioni testimoniali, riportate nel ricorso, e del c.t. della difesa, ed avrebbe fondato la decisione sul notorio rispetto alle valutazioni scientifiche del c.t. della difesa, senza procedere a perizia.

2.13. Con il tredicesimo motivo, si deducono i vizi di violazione di legge e della motivazione, ex art. 606 c.p.p., lett. b) ed e), in relazione all’art. 609-bis c.p.. Dopo aver riportato il contenuto della deposizione della persona offesa, si rileva che tali dichiarazioni non hanno trovato riscontro in quelle di altri testi ( C.M. e Gr.Sa.), in particolare quanto alla collocazione delle armi. La Corte di appello non avrebbe tenuto conto dell’assenza di lesioni, delle contraddizioni quanto alla custodia delle armi, alla mancanza di consapevolezza del diniego della donna ai rapporti sessuali.

Motivi della decisione

1. I primi due motivi di ricorso sono fondati.

L’eccezione di incompetenza per territorio dell’autorità giudiziaria di Ravenna è fondata, sussistendo la competenza dell’autorità giudiziaria di Parma.

1.1. Va rilevato che, essendo stata proposta una questione processuale, la Corte ha accesso agli atti e deve valutare il fatto processuale.

1.2. All’udienza del 17 gennaio 2017, nella prima udienza del giudizio immediato, come risulta anche dal verbale allegato al ricorso, la difesa ha eccepito in primo luogo l’incompetenza per territorio del Tribunale di Ravenna, rilevando come il reato più grave di violenza sessuale fosse stato commesso in (OMISSIS). La difesa ha rilevato che il capo di imputazione sub c) dovesse essere letto unitamente a quello sub a), nel quale il reato di maltrattamenti in famiglia risulta essere stato commesso con condotte volte a costringere la persona offesa a subire in numerose occasioni rapporti sessuali. A sostegno dell’eccezione la difesa ha allegato i verbali delle sommarie informazioni testimoniali di L.G.A. del 26 aprile 2016 e del 27 maggio 2016, allegati anche al ricorso per cassazione.

Inoltre, sempre dal verbale del 17 gennaio 2017 emerge che la difesa ha anche eccepito l’indeterminatezza del capo di imputazione, ha richiesto al pubblico ministero di modificare il capo c) in relazione al tempus commissi delicti suggerendo la contestazione “in (OMISSIS)”.

1.3. L’eccezione è stata rigettata2avendo ritenuto il Tribunale che il pubblico ministero, a prescindere dalle indicazioni che sarebbero state fornite dalla persona offesa nel corso delle indagini preliminari, avesse inteso circoscrivere l’imputazione ai soli fatti ex art. 609-bis c.p. accaduti in (OMISSIS), con conseguente individuazione del reato più grave in quello sub c) commesso in (OMISSIS).

1.4. L’eccezione di incompetenza per territorio è stata riproposta con i motivi di appello, articolati su più punti, e rigettata dalla Corte di appello di Bologna.

1.5. Con la sentenza impugnata, il rigetto dell’eccezione è avvenuto valutando esclusivamente l’imputazione di cui al capo c) della rubrica, limitata ai fatti avvenuti in (OMISSIS), quale reato più grave, poichè il reato ex art. 609-bis c.p. come tale è stato solo ivi contestato “e non come elemento di fatto indicatore di abitus di sopraffazione maritale nell’ambito di maltrattamenti in famiglia”.

La limitazione della contestazione del reato ex art. 609-bis c.p. alle sole condotte in (OMISSIS) eliminerebbe i margini di incertezza e si aggiunge che “la contestazione è prerogativa del P.M. e pertanto la difesa non può dolersi (ed invero non lo ha fatto) che sia stata omessa una contestazione più ampia, che avrebbe dato fondamento ipotetico alla eccezione di incompetenza”.

2. In punto di diritto, devono ribadirsi i principi espressi da Cass. Sez. 3, con la sentenza n. 31382 del 2015, D’Angiulli, ripresi anche da Cass. Sez. 2, n. 4876 del 30/11/2016, dep. 2017, Sacco, Rv. 269212, in motivazione.

La competenza per territorio, anche se determinata dalla connessione, deve essere verificata dal giudice; quando non si celebra l’udienza preliminare, il giudice del dibattimento deve provvedere entro il termine di cui all’art. 491 c.p.p., comma 1 valutando il materiale conoscitivo in quel momento disponibile, vale a dire l’imputazione formulata dal pubblico ministero, il fascicolo del dibattimento, le emergenze d’indagine del pubblico ministero che vengano eventualmente poste a disposizione del giudice e delle parti private, le prospettazioni formulate dalla parte interessata e la documentazione dalla medesima eventualmente prodotta a tale fine, senza possibilità di sviluppare attività istruttoria finalizzata all’acquisizione di nuovi elementi, in quanto la decisione sulla competenza per territorio deve essere assunta immediatamente.

La sentenza D’Angiulli cita i principi espressi da Cass. Sez. 6, n. 33435 del 4/5/2006, Battistella, Rv. 234348, che ha precisato: “che il giudice dell’impugnazione, a cui sia stata ritualmente devoluta la questione della competenza territoriale, deve operare il controllo con valutazione “ex ante”, riferita cioè alle emergenze di fatto cristallizzate in sede di udienza preliminare o, in mancanza di questa, a quelle acquisite non oltre il termine di cui all’art. 491 c.p.p., comma 1, e non può prendere in esame le eventuali sopravvenienze dibattimentali, poichè la verifica ha ad oggetto la correttezza della soluzione data in ordine ad una questione preliminare che, in quanto tale, non implica il confronto con gli esiti istruttori del dibattimento”.

3. La Corte di appello non ha correttamente applicato i principi di diritto ora indicati.

3.1. Nel capo a) dell’imputazione, relativo al reato ex art572 c.p., la contestazione del reato di maltrattamenti in famiglia concerne anche condotte consistite nel costringere la persona offesa “a subire in numerose occasioni rapporti sessuali”; i fatti sono contestati quali commessi in (OMISSIS).

Al capo c), la contestazione del delitto ex artt. 81 cpv. e 609-bis c.p. concerne il compimento di più condotte di violenza sessuale, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, “in (OMISSIS), in epoca antecedente e prossima al (OMISSIS)”.

3.2. Le condotte, chiaramente descritte nel capo di imputazione sub a), sono state ritenute dalla stessa Corte di appello elementi di fatto indicatori di abitus.di sopraffazione maritale nell’ambito di maltrattamenti in famiglia: condotte quindi oggetto dell’imputazione, perchè la sopraffazione da parte del ricorrente della moglie è avvenuta, secondo la stessa corte territoriale, costringendola a subire in numerose occasioni rapporti sessuali; condotte quindi ritenute contestate all’imputato, seppure sotto il solo capo a) relativo al reato ex art572 c.p. ed avvenute, secondo quanto recita lo stesso capo di imputazione anche in (OMISSIS) ed in epoca antecedente ai fatti accaduti in (OMISSIS) e contestati sub c).

3.3. La Corte di appello è caduta però in aperta contraddizione perchè ha di fatto riconosciuto l’esistenza della contestazione di condotte che inequivocabilmente concretizzano il reato ex art. 609-bis c.p., tale essendo la sopraffazione di un marito ai danni di una moglie costretta a subire in più occasioni rapporti sessuali, ma ha ritenuto poi che il pubblico ministero avesse voluto limitare la contestazione di tale reato ai fatti accaduti in (OMISSIS); che dei soli fatti contestati sub c), e non anche di quelli contestati in fatto sub a), dovesse tenersi conto ai fini della competenza per territorio determinata dalla connessione.

3.4. Così decidendo, la Corte di appello ha dato rilevanza al solo nomen iuris della condotta attribuito dal pubblico ministero al capo a), all’art572 c.p..

Invece, ciò che rileva, ai fini della valutazione della contestazione, è il fatto descritto nell’imputazione, per come articolato: ne consegue che, se all’interno della complessiva articolazione dell’imputazione, sono state contestate all’imputato nel capo a) anche le condotte di violenza sessuale commesse in (OMISSIS), ritenute estrinsecazione dei maltrattamenti in famiglia, di esse la Corte di appello avrebbe dovuto tener conto ai fini della valutazione della competenza per territorio determinata dalla connessione.

3.5. Va poi rilevato che, in violazione dei principi di diritto sopra espressi, alcuna valenza è stata data, nel valutare la questione processuale, alle allegazioni della difesa: alla produzione dei verbali delle sommarie informazioni testimoniali della persona offesa che costituivano gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari da cui emergeva che la costrizione al compimento degli atti sessuali era avvenuta prima in (OMISSIS). Sono gli atti delle indagini preliminari su cui si fondava il capo di imputazione sub a) quanto alla costrizione a subire in numerose occasioni rapporti sessuali.

3.5.1. In particolare, il 27 maggio 2016 la persona offesa è stata assunta a sommarie informazioni proprio dal pubblico ministero ad alla domanda “Lei il 28 aprile u.s. ha dichiarato che suo marito pretendeva da lei dei rapporti sessuali anche quando lei non voleva. Vuole riferire dettagliatamente in proposito” ha risposto: “Si confermo e preciso che negli ultimi sei/sette anni la cosa accadeva almeno sei volte al mese. Tutte le volte che in cui lo non avevo voglia di avere rapporti sessuali con mio marito lui mi costringe o usando la forza, cioè buttandomi sul letto o sul divano, oppure minacciandomi di morte…”. Il verbale poi prosegue con il riferimento alla presenza del fucile, del figlio piccolo ed alla descrizione della natura dei rapporti sessuali che il marito “pretendeva… e mi costringeva ad avere”.

3.5.2. Dunque, la persona offesa nel corso delle indagini preliminari aveva collocato la commissione delle violenze sessuali a partire dal 2009/2010: dalle sommarie informazioni allegate risulta chiaramente che i coniugi P.- L.G. hanno vissuto a (OMISSIS) fino al 2012 per poi trasferirsi a (OMISSIS)nel 2012.

L’esistenza delle dichiarazioni concernenti le condotte di violenza sessuale, per altro non prescritte perchè collocate dalla persona offesa a (OMISSIS) ove la famiglia è rimasta fino al 2012, e procedibili di ufficio per la connessione con il reato di maltrattamenti in famiglia, in base agli atti delle indagini preliminari era stata documentata dalla difesa mediante l’allegazione del verbale, reso dinanzi al pubblico ministero, di sommarie informazioni testimoniali della persona offesa, il cui contenuto è inequivoco.

3.5.3. Non sussiste invece alcuna connessione con i fatti avvenuti in Calabria, non solo perchè estinti per prescrizione, ma perchè improcedibili per mancanza di querela: i fatti avvennero quando i due giovani erano ancora fidanzati.

3.6. La Corte di appello ha pertanto erroneamente preso in esame, ai fini della valutazione dell’eccezione di incompetenza per territorio generata dalla connessione, solo la contestazione di cui al capo c), mentre avrebbe dovuto valutare i fatti descritti nell’imputazione nel suo complesso.

3.7. Inoltre, la Corte di appello non ha valutato che l’imputazione sub c), per come formulata, sarebbe stata errata, perchè emessa in violazione del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale ex art. 112 Cost. e quindi come tale non valutabile esclusivamente ai fini della determinazione della competenza per territorio determinata dalla connessione.

L’errore era immediatamente percepibile, non solo per il riferimento alle violenze sessuali contenuto nel capo a), ma anche per effetto delle allegazioni difensive, dei verbali delle sommarie informazioni rese nella fase delle indagini preliminari a cui prima si è fatto riferimento.

Cfr. sul punto Cass. Sez. 1, n. 31335 del 23/03/2018, Giugliano, Rv. 273484 che ha affermato che la competenza per territorio, nell’ipotesi di reati connessi, si determina avendo riguardo alla contestazione formulata dal pubblico ministero, a meno che la stessa non contenga rilevanti errori, macroscopici ed immediatamente percepibili.

3.8. Per altro, la valutazione unitaria dell’imputazione risponde all’interesse dell’imputato, sia al rispetto del principio del giudice naturale precostituito per legge, che allo svolgimento di un processo unitario, fondato sulle ragioni di connessione: a seguire la tesi della Corte di appello di Bologna, il ricorrente dovrebbe essere sottoposto ad un secondo processo in (OMISSIS), per i reati di violenza sessuale che, secondo la sentenza impugnata, non sarebbero stati contestati sub c) e rispetto ai quali vige l’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale.

3.9. Parzialmente erronea è poi l’affermazione della Corte di appello di Bologna sulle prerogative del pubblico ministero: se la formulazione dell’imputazione è prerogativa del pubblico ministero, spetta però al giudice di merito, nel pieno contraddittorio delle parti, il controllo su tale imputazione, non solo con riferimento al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, ma anche per verificare che la formulazione dell’imputazione, per effetto di errori o omissioni, non si traduca nella violazione del giudice naturale precostituito per legge alla trattazione del processo penale in merito a quel determinato fatto-reato.

3.10. In più, contrariamente a quanto rilevato dalla Corte di appello, come risulta dal verbale allegato al ricorso, l’imputato si era lamentato esplicitamente della mancanza di una contestazione più articolata del reato ex art. 609-bis c.p., sia eccependo la nullità per indeterminatezza del capo di imputazione)sia sollecitando la riformulazione dell’imputazione quanto al tempo ed al luogo di commissione del reato ex art. 609-bis c.p..

Per altro, la questione della indeterminatezza del capo di imputazione è stata rigettata in primo grado ed è stata riproposta con i motivi di appello; non vi è stata un’esplicita decisione della corte territoriale sul punto ma la questione deve ritenersi implicitamente rigettata dalla Corte di appello che ha confermato la sentenza di condanna, cristallizzando così l’imputazione.

4. Dunque, posto che l’art. 16 c.p.p., comma 1 prevede che “La competenza per territorio per i procedimenti connessi rispetto ai quali più giudici sono ugualmente competenti per materia appartiene al giudice competente per il reato più grave e, in caso di pari gravità, al giudice competente per il primo reato”, la competenza è dell’autorità giudiziaria di (OMISSIS), ove sono stati commessi per primi i reati di violenza sessuale.

L’eccezione della difesa, tempestivamente proposta, era pertanto fondata e la Corte di appello, ai sensi dell’art. 24 c.p.p., avrebbe dovuto annullare la sentenza di primo grado e disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero presso il Tribunale di Parma.

Pertanto, la sentenza impugnata e la sentenza di primo grado devono essere annullate senza rinvio. Si dispone la trasmissione degli atti al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Parma.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata e la sentenza di primo grado e dispone trasmettersi gli atti al procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Parma.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2006art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 21 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 22 marzo 2019

Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 20/05/2021, n. 13724

… La Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della G., emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa G., per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo il M. adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figli. …

Sentenza di riferimento:

 Cass. civ. Sez. VI – 1, Ord., (ud. 12/01/2021) 20/05/2021, n. 13724Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 20/05/2021, n. 13724

… Nell’applicazione dei principi stabiliti dalle Sezioni Unite, sentenza n. 18287/2018, la Corte d’appello ha compiuto una corretta valutazione del presupposto del riconoscimento dell’assegno, dando rilievo all’accertamento compiuto dal giudice di merito in ordine alla disparità reddituale in favore della ex moglie, emergente dalle risultanze delle dichiarazioni dei redditi, ed in ordine alla necessità di compensare l’ex coniuge del sacrificio delle proprie aspirazioni professionali per la famiglia, avendo la stessa ex moglie, per la durata non breve della convivenza famigliare, provveduto “in assoluta solitudine (cfr. le severe sentenze penali di condanna del padre ex art. 572 c.p.)”, non avendo l’ex marito adempiuto a sentenza di condanna al risarcimento dei danni anche in favore del figlio. …

… Al di là della lettera della norma incriminatrice il reato di maltrattamenti familiari è un reato proprio, potendo essere commesso soltanto da chi ricopra un “ruolo” nel contesto della famiglia (coniuge, genitore, figlio) o una posizione di “autorità” o peculiare “affidamento” nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall’ art. 572 c.p. (organismi di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, professione o arte), in danno di un soggetto che faccia parte di tali aggregazioni familiari o assimilate. …

: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 19/05/2021) 02/08/2021, n. 30129

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 14/04/2014

… Per la sussistenza del delitto di cui all’ art. 572 c.p. sono necessarie una pluralità di condotte ripetute nel tempo che abbiano la caratteristica di rendere la persona offesa dal reato sottoposta ad un sistema di comportamenti offensivi che, nel caso del delitto di maltrattamenti in famiglia, siano definibili come tali. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 14/04/2014

Tribunale Bologna, 09/07/2013

… E’ imputabile per il reato p. e p. dall’ art. 572 c.p. il prevenuto che maltratti la convivente con condotta consistita nel percuoterla, minacciarla ed ingiuriarla in più occasioni, anche alla presenza del figlio della p.o. e talvolta di più persone. … La fattispecie di cui all’ art. 572 c.p. non sussiste in relazione ad eventi episodici, non inquadrabili in una cornice unitaria caratterizzata dall’imposizione di un regime di vita oggettivamente vessatorio per il soggetto passivo. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 09/07/2013

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 09/04/2013

… Sussiste il reato di cui all’ art. 572 c.p. allorché, dalle risultanze istruttorie, emerga l’abitualità nonché la reiterazione di episodi di vessazione e di violenza fisica a danno della persona offesa da parte dell’imputato. …

Tribunale Bologna, 02/04/2012

… Non sussiste il contestato reato di cui all’ art. 572 c.p. per carenza del necessario carattere abituale e continuo delle condotte contestate al prevenuto, finalizzate in modo programmatico alla imposizione di sofferenze fisiche e morali, qualora il comportamento illecito ascritto all’agente si collochi in un breve lasso temporale di circa un anno e gli episodi violenti ed offensivi si rivelino causati da occasionali atteggiamenti aggressivi del medesimo, determinati dalla gelosia nei confronti della coniuge e non anche dalla manifestazione di un generale intento di imporre ad essa sofferenze fisiche e morali. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 02/04/2012

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Trib. Minorenni Bologna, 23/06/2011

… La reiterazione di atti violenti e minacciosi nei confronti dei propri familiari, ripetuti nel tempo, da parte dell’imputato, determinanti sofferenze fisiche e morali nelle parti lese, tali da rendere abitualmente dolorose le relazioni familiari, costituiscono una condotta integrante il reato di cui all’ art. 572 c.p. …

Sentenza di riferimento: Trib. Minorenni Bologna Sent., 23/06/2011

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 20/06/2011

… L’aver posto in essere, per un considerevole lasso di tempo, una serie di atti di disprezzo, di minaccia e di violenza, dunque lesivi dell’integrità psico-fisica della propria convivente, verso cui è stata posta in essere una condotta di sopraffazione abituale e sistematica, tale da rendere la convivenza intollerabile, avendone la coscienza e volontà di compiere siffatti comportamenti, rappresenta di certo una condotta atta ad integrare il delitto di cui all’ art. 572 c.p. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 20/06/2011

    • MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Tribunale Bologna, 26/01/2011

… Sussiste il reato di cui all’ art. 572 c.p. allorché risulti dalle varie risultanze istruttorie che il soggetto agente abbia coscientemente e volontariamente sottoposto la moglie a continue, reiterate ed abituali sofferenze psichiche e fisiche. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 26/01/2011

Tribunale Bologna Sent., 02/11/2009

… Il reato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p., è integrato dalla condotta dell’agente che sottopone la moglie ad atti di vessazione reiterata tali da cagionarle sofferenza, prevaricazione ed umiliazione, costituenti fonti di uno stato di disagio continuo e incompatibile con normali condizioni di esistenza. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Bologna Sent., 02/11/2009

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219 fraudolenta – Condanna – Presupposti – Articoli 530 e 603 cpp – Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale – Articolo 217 legge fallimentare – Trattamento sanzionatorio – Parametri – Circostanze attenuanti generiche – Diniego – Articolo 133 cp – Criteri – Sentenza della corte costituzionale 222 del 2018 – Pene accessorie

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|24 marzo 2021| n. 11390

Bancarotta fraudolenta – Condanna – ex artt. 223 – 216 – 219

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – rel. Consigliere

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/09/2019 della CORTE APPELLO di MESSINA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. EDUARDO DE GREGORIO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. GIORDANO LUIGI;

udito il difensore.

RITENUTO IN FATTO

Con la sentenza impugnata la Corte d’Appello di Messina ha confermato la sentenza di primo grado di condanna alla pena di giustizia nei confronti degli imputati (OMISSIS) e (OMISSIS), il primo amministratore di fatto della societa’ (OMISSIS), la seconda legale rappresentante di (OMISSIS) srl in liquidazione, rispettivamente per il delitto di bancarotta fraudolenta documentale, consistita nel tenere le scritture contabili in modo da non rendere possibile la ricostruzione dei movimenti del patrimonio aziendale ed il movimento degli affari, e per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione di risorse finanziarie. Epoca dei due fallimenti: (OMISSIS).

  1. Ha presentato ricorso l’imputato (OMISSIS) tramite difensore di fiducia che, con il primo motivo, ha lamentato la manifesta illogicita’ di motivazione. La Corte avrebbe confermato la responsabilita’ del giudicabile senza tener conto del breve periodo, dal 2009 al 2011, data del fallimento, nel quale questi si era ingerito nella gestione societaria, essendo per gli anni precedenti, dal 2005 al 2009 estraneo all’amministrazione della societa’.

1.1 Per altro verso era rimasta senza adeguata risposta la richiesta della difesa di riqualificare il fatto come bancarotta semplice.

  1. Nel secondo motivo ci si e’ doluti della motivazione mancante ed illogica quanto alla richiesta di attendere la determinazione della Corte Costituzionale sulla durata prefissata per legge delle pene accessorie fallimentari. La Corte territoriale non avrebbe giustificato il mantenimento delle pene accessorie nella misura di dieci anni.

  2. Tramite il terzo motivo e’ stato dedotto il vizio di manifesta illogicita’, quanto al trattamento sanzionatorio anche in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche.

  3. Ha presentato ricorso l’imputata (OMISSIS), tramite il medesimo difensore fiduciario che, con il primo motivo, ha lamentato la mancanza ed illogicita’ di motivazione riguardo alla richiesta di assoluzione ex articolo 530 cpv c.p.p.dal reato di bancarotta per distrazione e per il rigetto dell’istanza ex articolo 603 c.p.p.volta ad accedere alla documentazione allegata alla relazione della Polizia Giudiziaria. La contestazione elevata nei confronti della ricorrente era riferita a uscite dai conti correnti societari e per versamenti ai soci di risorse finanziarie senza documentazione giustificativa; la Corte d’appello aveva ritenuto superflua la richiesta istruttoria, valutando che il materiale probatorio fosse completo e tuttavia aveva confermato l’affermazione di responsabilita’ di (OMISSIS), poiche’ l’imputata non aveva esibito alcuna fattura per prestazioni ricevute. 3.1 Ha sostenuto, pertanto, la ricorrente, che il vuoto documentale era stato lesivo per la conoscenza effettiva delle modalita’ distrattive sia per la difesa che per il Giudice.

  4. Nel secondo e terzo motivo sono state riproposte le doglianze di cui al secondo e terzo motivo del ricorso (OMISSIS).

Con requisitoria scritta a norma del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18, articolo 83, comma 12-ter, convertito, con modificazioni, con la L. 24 aprile 2020, n. 27, il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione, dr Giordano, ha concluso per l’inammissibilita’ dei ricorsi.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili.

Ricorso (OMISSIS).

  1. Il primo motivo di ricorso, avente ad oggetto la qualita’ di amministratore di fatto attribuita all’imputato pecca all’evidenza di genericita’ estrinseca, in quanto non ha relazione con la motivazione che intenderebbe censurare, essendo la critica incentrata solo sul tema del breve periodo nel quale il giudicabile si era ingerito nella gestione della societa’, cioe’ nel biennio dal 2009 al 2011, epoca della dichiarazione di fallimento; la difesa non si accorge di aver in tal modo ammesso lo svolgimento di funzioni di amministrazione se pure – a suo dire – per un tempo che considera limitato.

Per altro verso la tesi difensiva non si confronta con la motivazione, che ha posto in luce adeguatamente gli elementi per i quali l’attuale ricorrente e’ stato ritenuto amministratore di fatto, riferendosi alle attivita’ da egli svolte di procacciare clienti, di selezionare e gestire il personale da delocalizzare presso le sedi dei clienti; si sono, inoltre, razionalmente valorizzati elementi di prova inequivocabilmente conducenti verso la soluzione adottata dai Giudici del merito, quali il conferimento della delega per operare sui conti correnti societari e la procura per agire in ordine alle sorti della societa’, fin dal 2006; infine, si e’ sottolineato che i dipendenti della societa’ avevano sempre avuto a che fare nei rapporti di lavoro con l’imputato, non avendo mai conosciuto la defunta Laccisaglia, come emerso da una sentenza del Tribunale del lavoro acquisita nel corso del giudizio.

Sulla base dei suindicati plurimi elementi la Corte territoriale ha coerentemente opinato che l’imputato avesse rivestito la qualifica di amministratore di fatto della fallita, ponendo in luce lo svolgimento in modo non occasionale ma continuativo delle relative funzioni gestorie.

1.1 La pronunzia e’, quindi, coerente con il consolidato orientamento espresso da questa Corte regolatrice, che, nel definire la nozione di amministratore di fatto, ha piu’ volte chiarito come in proposito occorra aver riguardo alla presenza di elementi sintomatici dell’inserimento organico dell’agente con funzioni direttive in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attivita’ della societa’, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attivita’, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare e che il relativo accertamento costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimita’, ove sostenuta da congrua e logica motivazione. Ex multis: Sez. 5, Sentenza n. 8479 del 28/11/2016 Ud. (dep. 22/02/2017) Rv. 269101, Sez. 5, Sentenza. 35346 del 20/06/2013 Ud. (dep. 22/08/2013) Rv. 256534.

  1. Quanto alla specifica censura attinente la fattispecie di bancarotta documentale, unico addebito di cui il giudicabile deve rispondere, deve, in primis, precisarsi che nella fase del merito e’ stata ritenuta l’ipotesi di bancarotta documentale per irregolare tenuta della documentazione contabile, ad integrare la quale la giurisprudenza di questa Corte regolatrice ritiene necessario e sufficiente l’elemento psicologico del dolo generico, bastando ad integrarla la consapevolezza che la lacunosa o confusa o in parte omessa tenuta delle scritture contabili possa impedire la ricostruzione dei movimenti finanziari e patrimoniali della societa’.

Sez. 5, Sentenza n. 26613 del 22/02/2019 Ud. (dep. 17/06/2019) Rv. 276910.

Si tratta di uno degli elementi di differenziazione tra le ipotesi di bancarotta semplice e bancarotta fraudolenta documentale, come piu’ volte chiarito dalla giurisprudenza di legittimita’, per la quale l’elemento soggettivo della bancarotta semplice L.Fall., ex articolo 217, comma 2, puo’ essere indifferentemente costituito dal dolo o dalla colpa, ravvisabili quando l’agente ometta, con coscienza e volonta’ o per semplice negligenza, di tenere le scritture contabili, mentre per la bancarotta fraudolenta documentale, L.Fall., ex articolo 216, comma 1, n. 2), l’elemento psicologico deve essere individuato esclusivamente nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volonta’ dell’irregolare tenuta delle scritture, con la consapevolezza che cio’ renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’impresa. Sez. 5 Sentenza n. 2900 del 02/10/2018 Ud. (dep. 22/01/2019) Rv. 274630.

Un secondo e diverso profilo di distinzione tra le due fattispecie incriminatrici e’ dato dall’evento dell’impedimento della ricostruzione del volume d’affari o del patrimonio del fallito, che caratterizza l’ipotesi di bancarotta fraudolenta documentale per irregolare tenuta delle scritture contabili e che non e’ requisito necessario a perfezionare la diversa fattispecie di bancarotta semplice descritta dalla L.Fall., articolo 217, comma 2, Sez. 5, Sentenza n. 32051 del 24/06/2014 Ud. (dep. 21/07/2014) Rv. 260774.

2.1 La Corte sicula ha fatto buon governo del suindicato sistema di principi, avendo logicamente desunto il dolo generico dalle complessive modalita’ della condotta accertata ed in tal senso si e’ sottolineata anche l’acquisizione proveniente dalle indagini, secondo la quale il giudicabile era un evasore totale, non avendo presentato dichiarazioni dei redditi per gli anni di imposta dal 2006 al 2009, ne’ aveva esibito libri, registri e scritture contabili; se ne e’ coerentemente ricavata, quindi, la consapevolezza che la frammentarieta’ delle scritture contabili, infine consegnate agli investigatori, impedisse, come in realta’ verificatosi, la ricostruzione dei movimenti patrimoniali e finanziari della societa’.

  1. Il secondo motivo del ricorso riguardo la mancata giustificazione della durata delle pene accessorie mantenute nella misura di dieci anni, e’ anch’esso inammissibile, in quanto la Corte territoriale ha preso atto della pronunzia 222/2018 della Corte Costituzionale ed ha inteso modulare le pene accessorie fallimentari tramite i criteri indicati nell’articolo 133 c.p., correttamente seguendo i principi fissati dal piu’ autorevole Collegio di questa Corte nella sentenza Sez. U -, Sentenza n. 28910 del 28/02/2019 Ud. (dep. 03/07/2019) Rv. 276286, Suraci. E’ ormai noto, invero che la durata delle pene accessorie per le quali la legge stabilisce, in misura non fissa, un limite di durata minimo ed uno massimo, ovvero uno soltanto di essi, deve essere determinata in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’articolo 133 c.p.e non rapportata, invece, alla durata della pena principale inflitta ex articolo 37 c.p..

La Corte d’appello nel fissare le pene accessorie in dieci anni ha fatto riferimento ai precedenti specifici gravanti sull’imputato e la determinazione appare esattamente resa ai sensi degli articoli 132 e 133 c.p. ed adeguatamente, se pur sinteticamente motivata, essendo pertanto insindacabile in questa sede. Cosi’ in un caso analogo a questo oggetto dell’attuale giudizio, in presenza di pene accessorie definite nella misura del massimo edittale: Sez. 5, Sentenza n. 7034 del 24/01/2020 Ud. (dep. 21/02/2020) Rv. 278856.

4.11 terzo motivo di ricorso sul trattamento sanzionatorio e’ inammissibile, avendo svolto censure generiche circa l’entita’ del trattamento sanzionatorio principale, definito eccessivo ed ingiustificato, anche in relazione al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti ex articolo 62 bis c.p. Ignora la difesa che sul punto i Giudici del merito hanno correttamente valorizzato le complessive e gravi modalita’ dell’azione, i motivi della perpetrazione degli illeciti ed i precedenti specifici di entrambi gli imputati.

Ricorso (OMISSIS).

  1. Con il primo motivo di ricorso, unico dotato di autonomia rispetto alle doglianze proposte nella precedente impugnazione, si vuole affermare l’incompletezza della documentazione acquisita nel corso del processo e l’insufficienza delle prove a fondare la conferma della responsabilita’ dell’imputata riguardo al delitto di bancarotta fraudolenta distrattiva di risorse finanziarie della societa’; allo scopo si ripete l’argomento della mancata rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale gia’ proposto in grado di appello.

Nel caso in esame i Giudici del merito hanno ritenuto plausibilmente che gli elementi acquisiti alla loro cognizione fossero sufficienti a decidere, avendo posto rilievo il dato probatorio per il quale le uscite di denaro avvenute tra il 2005 ed il 2007 verso il fornitore (OMISSIS) srl con causa pagamento fatture, erano in toto prive di giustificazione, non essendo state reperite le fatture di riferimento dagli organi fallimentari, fatture che neppure l’imputata aveva prodotto in giudizio. La giustificazione appare razionalmente resa ed adeguatamente motivata e la sua tenuta logico-argomentativa non e’ incrinata dalla generica affermazione della ricorrente circa l’ipotizzato deficit di conoscenza documentale, che sia la difesa sia il Giudice avrebbero patito.

  1. La scelta della Corte d’appello e’, altresi’, coerente con i principi sul punto affermati da questa Corte secondo i quali la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, prevista dall’articolo 603 c.p.p., comma 1, e’ subordinata alla verifica dell’incompletezza dell’indagine dibattimentale ed alla conseguente constatazione del giudice di non poter decidere allo stato degli atti senza una rinnovazione istruttoria; tale accertamento e’ rimesso alla valutazione del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimita’ se correttamente motivata, come nel caso in esame. Sez. 6, Sentenza n. 48093 del 10/10/2018 Ud. (dep. 22/10/2018) Rv. 274230.

5.2 Per quanto riguarda la seconda parte della condotta distrattiva contestata all’imputata, relativa alla cosiddetta restituzione finanziamento soci, la motivazione ha evidenziato come dal giudizio fosse emerso che l’erogazione di liquidita’ da parte dei soci era contabilizzata come finanziamento esclusivamente per evitare l’esposizione a rischio di impresa che sarebbe derivata dalla appropriata contabilizzazione come conferimento al capitale. In ogni caso e’ stato correttamente opinato che, in ragione del principio di postergazione ex articolo 2467 c.c., comma 1, il rimborso dei finanziamenti non avrebbe potuto essere effettuato se non dopo il soddisfacimento degli altri creditori, cosa pacificamente non avvenuta.

Anche in tal caso la soluzione adottata dai Giudici del merito e’ in linea con i principi stabiliti in proposito da questa Corte, che ha ritenuto integrato il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione a carico dell’amministratore di una societa’ che proceda al rimborso di finanziamenti erogati dai soci, in violazione della regola della postergazione, di cui all’articolo 2467 c.c., o di versamenti effettuati in conto capitale, in quanto le somme versate devono essere destinate al perseguimento dell’oggetto sociale e possono essere restituite solo quando tutti gli altri creditori siano stati soddisfatti.

Sez. 5, Sentenza n. 50188 del 10/05/2017 Cc. (dep. 03/11/2017) Rv. 271775.

  1. Il secondo ed il terzo motivo di ricorso sono in sostanza identici ai corrispondenti motivi presentati dal comune difensore di fiducia nell’interesse di (OMISSIS) e, pertanto, si rimanda agli apprezzamenti gia’ svolti in proposito.

Alla luce delle considerazioni e dei principi che precedono i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili e ciascun ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|8 marzo 2021| n. 9316

Bancarotta fraudolenta ex artt. 223 – 216 – 219 legge fallimentare – Notifiche successive a imputato non detenuto presso il difensore in assenza di domicilio dichiarato da parte dell’imputato ex art. 157 comma 8 bis cpp – Gruppi societari ex art. 2359 cc – Depauperamento della impresa nei reati fallimentari – Fatti di distrazione e di dissesto rilevanti in qualsiasi momento – Dolo del concorrente extraneus – Liquidazione di provvisionale – Sufficienza della esistenza del danno e non della sua quantificazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. MICCOLI Grazia – Consigliere

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere

Dott. SESSA Renata – rel. Consigliere

Dott. BORRELLI Paola – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 23/09/2019 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. RENATA SESSA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. ODELLO LUCIA, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ dei ricorsi;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’ di tutti e tre i ricorsi.

udito il difensore;

L’avvocato (OMISSIS), riportandosi ai motivi di ricorso ne chiede l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

  1. Consentenza del 23 settembre 2019 la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza emessa in data 17 marzo 2016 dal Tribunale della medesima citta’, ha rideterminato le pene accessorie fallimentari inflitte agli imputati (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), in anni cinque per ciascuno di essi, confermando nel resto l’affermazione di responsabilita’, e la relativa condanna, per i reati di cui all’articolo 110 c.p. L.Fall., articoli 223, 216 e 219.

  2. Avverso la predetta sentenza ricorrono per cassazione gli imputati (OMISSIS), (OMISSIS) Giorno e (OMISSIS), allegando i seguenti motivi.

  3. Nell’interesse di (OMISSIS) vengono dedotti due motivi di ricorso.

3.1. Con il primo motivo si deduce l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’, ex articolo 606 c.p.p., lettera c) in relazione all’articolo 157 c.p.p..

Il giudizio di appello e’ stato si celebrato in assenza dell’imputato, al quale non e’ mai pervenuta la notifica del decreto di citazione innanzi alla Corte territoriale, senza che sussistessero tuttavia le condizioni affinche’ cio’ potesse essere validamente ammesso.

Tale circostanza e’ stata dedotta nel corso dell’udienza del 23 settembre 2019 dalla difesa, tramite un’eccezione che veniva poi respinta dalla Corte con ordinanza emessa lo stesso giorno, con cui si g e’ affermata la validita’ della notifica in forza di due argomentazioni.

Da un lato, si sostiene che il (OMISSIS) non avesse ne’ eletto ne’ indicato domicilio.

Tuttavia, tale argomento non coglie nel senso se si considera che, ai sensi dell’articolo 157 c.p.p., “la prima notificazione all’imputato non detenuto e’ eseguita mediante consegna di copia alla persona. Se non e’ possibile consegnare personalmente la copia, la notificazione e’ eseguita nella casa di abitazione”, e che il (OMISSIS) ha sempre vissuto presso l’abitazione indicata nella sentenza di primo grado, senza mai trasferire, nelle more del processo, la residenza, il domicilio o l’abitazione altrove, e che di tutto cio’ si dava atto nell’atto di appello.

Dall’altro lato, si assume che la notifica all’imputato dell’avviso emesso in occasione dello spostamento dell’udienza in data 27 giugno 2019 sarebbe stata legittimamente omessa in virtu’ della rilevata ritualita’ di quella gia’ intervenuta, mentre il successivo differimento era stato disposto a causa dell’impedimento del difensore.

Sotto questo ulteriore profilo, il ricorrente fa notare che, per la celebrazione del giudizio d’appello, veniva fissata in prima battuta udienza in data 29 marzo 2019; nelle more, veniva notificato avviso di differimento alla data del 28 giugno 2019 e, con successivo avviso, si anticipava l’udienza al 27 giugno 2019. Orbene, nessuna di tali comunicazioni veniva notificata al (OMISSIS); solo il decreto di citazione a giudizio veniva notificato al difensore non domiciliatario.

La relativa eccezione e’ stata sollevata, tempestivamente, alla prima udienza nella quale il difensore ha potuto presenziare, in quanto per l’udienza del 27 giugno 2019 era stato richiesto il rinvio per legittimo impedimento dello stesso – istanza che e’ stata accolta sussistendone i requisiti.

3.2. Con il secondo motivo si deduce la mancanza, contraddittorieta’ o manifesta illogicita’ della motivazione ex articolo 606 c.p.p., lettera e), con riferimento alla valutazione dell’elemento soggettivo in capo al (OMISSIS).

Tale vizio emerge chiaramente dalla comparazione fra l’atto di appello e la sentenza di secondo grado. Nei motivi di gravame, la difesa ha chiesto alla Corte di valutare determinati fatti e circostanze emersi nel corso del dibattimento dai quali si ricava che il (OMISSIS) non ha consapevolmente commesso i reati ascrittigli, avendo lo stesso instaurato un rapporto di rappresentanza solo formale della societa’, la quale veniva gestita dal solo (OMISSIS).

Nella sentenza si afferma che, invece, il (OMISSIS) fosse perfettamente a conoscenza della natura gratuita e quindi pregiudizievole delle garanzie prestate dalla societa’ (OMISSIS), in quanto avrebbe sottoscritto delle cambiali che sapeva essere state avallate da quest’ultima; inoltre, il (OMISSIS) aveva ricevuto una fideiussione omnibus per 500.000,00 Euro.

L’avallo e la fideiussione predetti, nella ricostruzione operata dalla Corte, costituiscono i due elementi nodali, che dimostrerebbero la ritenuta e consapevole partecipazione del (OMISSIS) all’attivita’ criminosa di altri soggetti facenti parte della c.d. “(OMISSIS)”.

Tuttavia, tali circostanze non furono mai conosciute dal (OMISSIS), e non vi e’ nessun atto del dibattimento che dimostri il contrario; piuttosto il dibattimento ha messo in luce come i rapporti con le banche furono intrattenuti dal solo (OMISSIS).

La motivazione non giunge a spiegare, poi, l’irrazionalita’ del comportamento del (OMISSIS), il quale avrebbe accettato, secondo la ricostruzione operata dalla Corte, un incarico con assunzione illimitata di rischi, al seguito di un soggetto di cui avrebbe pienamente conosciuto e condiviso le malefatte, per il pagamento di uno stipendio modesto e relativo ad un periodo limitato di tempo.

Si chiede dunque l’annullamento della sentenza affinche’ la Corte di merito valuti il materiale probatorio emerso in dibattimento per dare una motivata risposta in ordine ai quesiti posti nell’atto di appello dalla difesa.

  1. Nell’interesse di (OMISSIS) vengono dedotti due motivi di ricorso.

4.1. Con il primo motivo si lamenta la nullita’ della sentenza per mancanza della motivazione in relazione alla affermata sussistenza del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, con specifico riguardo alle garanzie concesse dalla fallita e al ruolo dell’imputato.

Invero, la Corte di Appello di Milano ha confermato la condanna del (OMISSIS) sulla scorta di una motivazione solo apparente. La difesa, infatti, in sede di impugnazione della sentenza di primo grado, aveva rilevato come non fosse possibile configurare la penale responsabilita’ dell’imputato in quanto le garanzie rilasciate dalla societa’ fallita ((OMISSIS) s.r.l.) rispondevano ad un concreto interesse della medesima che, in tal modo, garantiva la prosecuzione dell’attivita’ produttiva delle societa’ collegate, beneficiarie delle fideiussioni ( (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l.), che potevano in tal modo corrispondere i relativi canoni di locazione all’ (OMISSIS) s.r.l. (invero, la (OMISSIS) operava nel campo della commercializzazione all’ingrosso dello zucchero e, per quanto riguarda l’acquisto della materia prima, intratteneva rapporti soprattutto con fornitori tedeschi che chiedevano il pagamento anticipato della merce, con conseguente necessita’ di ricorrere al credito bancario, mentre la (OMISSIS) svolgeva attivita’ inerente la gestione di un’area attrezzata per camionisti e viaggiatori – albergo, ristoro etc. -, area anch’essa di proprieta’ della (OMISSIS), fallita).

Tuttavia, la Corte di Appello si limita ad osservare, astrattamente e, dunque, con motivazione solo apparente, che il ricorrente fosse colpevole in quanto, avendo curato le richieste di mutuo per conto della (OMISSIS), era consapevole che le garanzie non erano inerenti all’oggetto sociale della societa’ fallita. Motivando in tal modo, si e’ del tutto omesso di considerare che l'(OMISSIS), collegata alle altre attraverso il controllo di (OMISSIS), ltretutto anche amministratore di fatto di tutte e tre le societa’, aspirava ad ottenere il pagamento dei canoni di locazione dei suoi immobili proprio grazie alla prosecuzione delle attivita’ delle beneficiarie delle garanzie.

In tale contesto, non si comprende per quale ragione (OMISSIS) avrebbe dovuto escludere la sussistenza di vantaggi compensativi, specie se si considera che gli stessi devono essere valutati non solo in un’ottica globale, ma anche in una prospettiva a lungo termine.

Ancora, la qualifica di extraneus di (OMISSIS) rispetto alle vicende distrattive avrebbe dovuto indurre la Corte a procedere ad un ancor piu’ rigoroso accertamento dell’elemento soggettivo; a tal proposito, era stato osservato come l’imputato non godesse di alcuna autonomia, essendo la gestione operativa della societa’ di esclusiva spettanza del (OMISSIS), e rileva come le richieste di finanziamento risalissero agli anni (OMISSIS), epoca molto lontana nel tempo, non solo in riferimento alla dichiarazione di fallimento ((OMISSIS)), ma anche rispetto al momento in cui la societa’ era entrata in sofferenza ((OMISSIS)).

Fintantoche’ (OMISSIS) e’ rimasto nella societa’ ((OMISSIS)), i mutui, seppur a fatica, erano stati rimborsati; prova ne e’ che, se cosi’ non fosse stato, le banche non avrebbero continuato a erogare credito. Tuttavia, con riguardo a tale aspetto, la Corte di Appello, ignorando ancora una volta i vantaggi compensativi, anche sotto il profilo delle ragionevoli aspettative di (OMISSIS) e, dunque, la dimensione soggettiva, si e’ limitata ad affermare che e’ “irrilevante (…) che l’attivita’ concorrente di (OMISSIS) sia avvenuta anni prima della dichiarazione di fallimento di (OMISSIS) perche’ egli ha comunque concorso alla commissione di fatti di bancarotta distrattiva in modo consapevole”.

4.2. Con il secondo motivo si deduce la nullita’ della sentenza impugnata per mancanza di motivazione in relazione alla determinazione della pena e alla concessione della provvisionale in favore della parte civile. Tramite l’atto di appello si era lamentata la mancata concessione delle circostanze attenuanti con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante, in ragione, in primis, del comportamento processuale dell’imputato, ed in secundis, a causa della disparita’ di trattamento rispetto ai coimputati che rivestivano cariche nella societa’ fallita.

Indi si chiede l’annullamento della sentenza impugnata.

  1. Nell’interesse di (OMISSIS) si deduce un unico motivo di ricorso.

Con esso si lamenta l’erronea applicazione della legge penale e l’inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullita’ ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e c).

Le doglianze esposte nell’atto di appello attenevano all’affrettata valutazione del giudice di primo grado, il quale non aveva approfondito l’effettiva capacita’ ex articolo 133 c.p. del (OMISSIS), relativa alla impossibilita’ da parte dello stesso di affrontare la benche’ minima operazione contabile richiesta dalla complessa conduzione della societa’ fallita, trattandosi di un giardiniere con scarsa scolarita’. A tal proposito, si segnalavano anche le sentenze della giurisprudenza di legittimita’ relative alla operazione di indagine alla quale sarebbe stato tenuto il giudice di merito; tuttavia, il Tribunale si e’ limitato ad osservare che il (OMISSIS), nella sua qualita’ di amministratore della societa’ fallita, aveva materialmente sottoscritto gli atti di ipoteca e di fidejussione, aventi portata distrattiva, e sulla base di cio’ ha concluso che dovessero, quindi, ritenersi provati tanto l’elemento oggettivo quanto quello soggettivo.

Si assume, infine, che vi sia stata la mancata trattazione della posizione del (OMISSIS), cio’ nonostante condannato alla rifusione, in solido con gli altri imputati, delle spese in favore della costituita parte civile, che e’ causa di annullamento della sentenza impugnata.

  1. Con nota pervenuta il 28.1.2021 il difensore di (OMISSIS), nel controdedurre agli argomenti esposti dal Sostituto Procuratore Generale nella requisitoria scritta, depositata ai sensi delDecreto Legge n. 137 del 2020, articolo 23, comma 8, ha interloquito in ordine al ritenuto difetto di autosufficienza rilevato dal P.G. in relazione alla eccezione di nullita’ di cui al primo motivo di ricorso; ha altresi’ reiterato le doglianze di cui al secondo motivo, sottolineando che non si possa affermare che il (OMISSIS), come presuppone la ricostruzione della sentenza impugnata, fosse consapevole della estraneita’ delle societa’ al gruppo.

Con ulteriore atto si e’ altresi’ trasmesso il verbale del 6.11.2020 avente ad oggetto la riconosciuta invalidita’ civile del (OMISSIS).

CONSIDERATO IN DIRITTO

I ricorsi sono inammissibili.

  1. Il ricorso nell’interesse di (OMISSIS).

1.1. Il primo motivo e’ manifestamente infondato.

Risulta agli atti che il decreto di citazione per la pubblica udienza presso la Corte di Appello di Milano, e successivo slittamento/anticipazione dell’udienza, sono stati notificati al difensore di fiducia ex articolo 157 c.p.p., comma 8-bis. Trattasi infatti non di una prima notificazione, ma di una notificazione successiva da effettuare ad imputato non detenuto.

Il disposto di cui all’articolo 157 c.p.p., comma 8-bis introdotto dal Decreto Legge 21 febbraio 2005, n. 17, articolo 2, comma 1, nel testo modificato dalla Legge di conversione 22 aprile 2005, n. 60, secondo il quale dopo la prima notificazione all’imputato non detenuto, quelle successive, qualora egli non abbia eletto un domicilio ed abbia nominato un difensore di fiducia, sono eseguite mediante consegna a quest’ultimo – salvo che lo stesso dichiari immediatamente di non accettarla -, trova fondamento in un rapporto fiduciario (e non meramente formale, come al contrario avviene nel caso della difesa d’ufficio) tra l’imputato ed il difensore.

Inoltre, tale disposizione lascia libero l’imputato di interromperne in ogni momento l’automatismo, stante la possibilita’ di eleggere domicilio, ma cio’ non e’ avvenuto nel caso di specie, come emerge anche dal ricorso (in cui solo alle fine si cita – impropriamente – una massima afferente tale ipotesi, laddove si era in premessa indicato, quale luogo presso cui ai sensi dell’articolo 157 codice di rito andava effettuata la notificazione, l’indirizzo dell’abitazione dell’imputato).

La forma di notificazione prevista dall’articolo 157 c.p.p., comma 8-bis, secondo cui le notificazioni all’imputato non detenuto, successive alla prima, sono eseguite mediante consegna al difensore di fiducia che non abbia rinunciato a riceverle, non prevale, infatti, incondizionatamente sugli altri criteri ordinari ma si aggiunge ad essi, a fini di accelerazione processuale ed in attuazione del principio di ragionevole durata del processo, fatto salvo il caso in cui consti una dichiarazione o elezione di domicilio, che ha prevalenza rispetto agli altri criteri di notificazione (Sez. 1, Sentenza n. 37076 del 16/04/2018 Cc. (dep. 31/07/2018) Rv. 273668 – 01); con la conseguenza che, ove non consti una dichiarazione o-4úzione di domicilio, le notificazioni successive alla prima ben possono essere effettuate anche – ai sensi del detto comma 8-bis.

1.2. Quanto al secondo motivo, si osserva che esso e’ del tutto aspecifico.

La corte territoriale, a differenza di quanto assume il ricorrente, ha fornito ampia motivazione in ordine ai punti toccati nell’appello, avendo innanzitutto premesso che le societa’ non potessero essere ritenute un gruppo societario in senso tecnico e che l’espressione ” gruppo ” era stata adoperata dal tribunale al solo fine di indicare che le societa’ (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) erano tutte riconducibili a (OMISSIS) (che ha definito la sua posizione col patteggiamento in appello), essendo insufficiente l’elemento della utilizzazione di beni immobili di proprieta’ della (OMISSIS) da parte dell’altra societa’ (nel caso specifico si trattava della (OMISSIS) che aveva stipulato un contratto di affitto di un capannone al prezzo di 96.000 Euro all’anno).

I gruppi societari – si spiega nella sentenza impugnata – sono disciplinati dall’articolo 2359 c.c. che definisce la societa’ controllata e quella collegata: entrambe le societa’ subiscono un controllo esterno da un’altra societa’ in presenza di precisi vincoli contrattuali o in presenza di una influenza notevole.

Indi, ha osservato che nel caso delle societa’ oggetto del presente giudizio va esclusa la influenza dominante in assemblea e l’influenza determinata da particolari vincoli contrattuali, dal momento che l’utilizzo da parte di (OMISSIS) di immobili oggetto del contratto di locazione e, in generale l’utilizzo di beni immobili della (OMISSIS), non puo’ integrare il controllo esterno in virtu’ di particolari vincoli contrattuali poiche’ non creava oggettiva dipendenza economica di una societa’ rispetto ad un’altra, essendo la (OMISSIS) libera di recedere dal contratto di locazione in qualsiasi momento.

Ha osservato che va esclusa anche l’influenza notevole dal momento che la liquidita’ veniva immessa solo da (OMISSIS) che, in danno dei propri creditori, garantiva la sopravvivenza delle altre societa’ senza alcun corrispettivo.

Le societa’ definite del gruppo (OMISSIS), non erano ne’ controllate ne’ collegate, non rappresentavano un gruppo societario.

Ha altresi’ precisato la corte territoriale che pur a voler accedere alla tesi difensiva dell’esistenza di un gruppo, le operazioni oggetto dell’imputazione rimangono distrattive poiche’ comportavano il depauperamento di una sola societa’.

Nel caso di specie la (OMISSIS) falliva per aver effettuato attivita’ di finanziamento e di concessione di garanzie, attivita’ estranee all’oggetto sociale, in favore delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) senza alcun corrispettivo, senza alcuna contropartita economica.

Siffatte operazioni sono distrattive anche se effettuate tra societa’ appartenenti allo stesso gruppo imprenditoriale poiche’ determinano per le societa’ del gruppo un vantaggio senza alcun ritorno compensativo per la (OMISSIS).

La unilateralita’ del vantaggio e’ sufficiente per affermare la natura distrattiva dell’operazione.

Si osserva altresi’ al riguardo nella motivazione impugnata che i difensori di tutti gli imputati, oltre che ribadire lungamente l’esistenza del gruppo, non hanno affatto neppure prospettato – ne’ tanto meno dimostrato – che l’operazione economica era temporaneamente svantaggiosa, che la (OMISSIS) aveva comunque ricevuto vantaggi indiretti in grado di elidere gli effetti immediatamente negativi (laddove il solo ricorrente (OMISSIS) si limita, in questa sede, a prospettare il mero ritorno, anche nel lungo periodo, in termini di assicurazione del pagamento del canone di locazione da parte delle societa’ beneficiarie in favore della locatrice (OMISSIS)).

Cio’ posto, la corte territoriale ha affermato, con particolare riferimento alla posizione del (OMISSIS), che la firma delle cambiali da parte di questi – che era stato amministratore di diritto, al pari del (OMISSIS), in tempi diversi, della (OMISSIS) ovvero della societa’ che necessitava di essere finanziata e di fatto fu finanziata con garanzie che andarono a gravare sul patrimonio immobiliare della (OMISSIS) poi fallita – e la conoscenza da parte dello stesso dell’avallo della (OMISSIS) – circostanza nota all’imputato poiche’ le banche avevano richiesto alla (OMISSIS) il rientro – costituiscono elementi che consentono di ritenere sufficientemente dimostrata la sussistenza del dolo in capo al (OMISSIS).

Ha, in altri termini, concluso la corte di appello che il (OMISSIS), firmando le cambiali avallate dalla (OMISSIS), nonche’ ricevendo da questa una fideiussione omnibus per la somma di Euro 500.000 nonche’ l’avallo di numerose cambiali, ha concorso nell’operazione distrattiva posta in essere dagli amministratori della (OMISSIS) con piena consapevolezza che si trattava di garanzie rilasciate a titolo gratuito da parte della (OMISSIS), che andavano a depauperare solo la concedente, senza alcun vantaggio o contropartita per la stessa.

A fronte di una siffatta ricostruzione, che rimanda peraltro per l’dettagli e tutti i passaggi ricostruttivo-probatori della vicenda alla conforme, lunga ed articolata, pronuncia di primo grado, i rilievi mossi dalla difesa attengono in definitiva al fatto, e si risolvono in una mera prospettazione di eventi e di valutazioni probatorie alternative, sollecitando una loro rivalutazione inammissibile in sede di legittimita’, mentre per la parte che attingono piu’ propriamente la motivazione sono aspecifici.

  1. Il ricorso nell’interesse di (OMISSIS).

2.1. Innanzitutto, deve intendersi qui richiamato quanto sopra osservato dalla corte territoriale in ordine al tema del gruppo di societa’, che i ricorrenti hanno avallato nei rispettivi atti di appello, e che esaurisce in toto anche i rilievi mossi al riguardo nell’interesse del (OMISSIS), qui pedissequamente riproposti.

Anche in tal caso, la corte territoriale, operata la premessa sulla insussistenza di un gruppo di societa’ inteso in senso tecnico, ha evidenziato come non potesse essere messa in discussione la piena consapevolezza del (OMISSIS) in ordine alla natura distrattiva dell’operazione posta in essere da (OMISSIS) e (OMISSIS), rispettivamente amministratori di fatto e di diritto della (OMISSIS), ad esclusivo vantaggio delle societa’ (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l., alla quale egli ebbe a partecipare, quale extraneus, in quanto amministratore della (OMISSIS) e della (OMISSIS); rileva che le garanzie rilasciate dalla societa’ fallita (OMISSIS) s.r.l. non rispondevano affatto ad un interesse di questa, atteso che in tale modo si garantiva unicamente la prosecuzione dell’attivita’ produttiva delle societa’ beneficiarie delle fideiussioni (amministrate dal (OMISSIS)); esclusa la sussistenza di vantaggi compensativi, la fallita (OMISSIS) nel finanziare l’acquisto dello zucchero, materia prima di (OMISSIS), garantendo il mutuo contratto da (OMISSIS) con i propri immobili, perseguiva attivita’ non solo estranea all’oggetto sociale ma anche in palese danno dei propri creditori.

In particolare, la corte di appello afferma – quanto all’elemento soggettivo – che il (OMISSIS), alla stregua dei contenuti dei contratti di mutuo stipulati dalla (OMISSIS), avendo egli anche curato le richieste di finanziamento per conto di tale societa’, fu certamente al corrente del fatto che la (OMISSIS), peraltro gia’ a sua volta indebitata – come dallo stesso implicitamente ammesso in appello col riferimento ad un successivo aggravamento del suo passivo garantendo il mutuo contratto da (OMISSIS) con i propri immobili e, dunque perseguendo un’attivita’ estranea all’oggetto sociale, aveva posto in essere una condotta che non vedeva alcuna contropartita per essa ed era solo foriera di danno per i propri creditori, e che andava, invece, a tutto vantaggio della (OMISSIS).

D’altronde, come emerge dalla stessa impostazione difensiva, se e’ vero che le banche continuarono a concedere i mutui alla (OMISSIS), e’ altrettanto vero pero’ che tale circostanza non puo’ essere ritenuta indicativa della solidita’ di tale societa’ e della fiducia che sulla stessa riversavano ancora gli istituti di credito dal momento che i finanziamenti continuarono ad essere elargiti proprio – e solo – perche’ – evidentemente – vi erano le garanzie della (OMISSIS) (rilascio di ipoteche e fideiussione in favore delle societa’ (OMISSIS) e (OMISSIS) per svariati milioni di Euro in relazione a mutui poi non onorati dalle predette beneficiarie, con conseguente insinuazione al passivo della (OMISSIS) delle banche).

La corte territoriale ha anche precisato, conformemente ai principi affermati da questa Corte in materia, che nessun rilievo potrebbe peraltro avere ai fini che occupano la circostanza, qui nuovamente riproposta, secondo cui il fallimento sarebbe intervenuto dopo diversi anni rispetto a tale operazione.

Ed invero, in tema di reati fallimentari, la condotta sanzionata dal reato di bancarotta non e’ quella di avere cagionato lo stato di insolvenza o di avere provocato il fallimento della societa’, bensi’ quella di avere depauperato l’impresa, consistente nella destinazione delle risorse ad impieghi estranei alla dinamica imprenditoriale, con la conseguenza che non e’ necessario che la rappresentazione e la volonta’ dell’agente investano il fallimento o il dissesto aziendale, essendo sufficiente che si riferiscano alla sua diminuzione patrimoniale (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 38325 del 03/10/2013 Ud. (dep. 18/09/2014) Rv. 260378 – 01; nonche’ Sez. U, Sentenza n. 22474 del 31/03/2016, Rv. 266804 – 01 che in motivazione ha precisato che i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si e’ realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.).

Ed ancora, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non e’ necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il dissesto dell’impresa, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’insolvenza non si era ancora manifestata (Sez. 5, Sentenza n. 11095 del 13/02/2014, Rv. 262741 – 01).

Ne’ potrebbero sussistere dubbi sulla natura distrattiva delle operazioni poste in essere. Ed invero, come ha gia’ avuto modo di affermare questa Corte, integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione la concessione di un’ipoteca senza un sinallagma rispondente al fine istituzionale dell’impresa, in quanto essa realizza di per se’ ed automaticamente una diminuzione patrimoniale; inoltre, poiche’ ai fini della configurabilita’ del reato e’ postulato il dolo generico, la divergenza oggettiva dell’atto di disposizione dal fine suddetto da’ sufficientemente conto della direzione del volere dell’agente, essendo del tutto irrilevanti i motivi che hanno determinato il suo comportamento (cfr. Sez. 5, Sentenza n. 45332 del 09/10/2009, Rv. 245157 – 01; nonche’, anche per l’analoga ipotesi della fideiussione, Sez. 5, Sentenza n. 32467 del 16/04/2013 Ud. (dep. 25/07/2013) Rv. 256779 – 01).

E cio’ e’ vieppiu’ evidente soprattutto se si considera che il vincolo impresso ai beni mediante la costituzione della garanzia comporta il sorgere di un’obbligazione a carico del patrimonio della fallita nei confronti di terzi, in grado di determinare un pericolo per gli interessi dei creditori preesistenti.

E’, infine, solo il caso di rammentare, con specifico riferimento al concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, che il dolo del concorrente “extraneus” nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarieta’ della propria condotta di apporto a quella dell'”intraneus”, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della societa’, la quale puo’ rilevare sul piano probatorio, quale indice significativo della rappresentazione della pericolosita’ della condotta per gli interessi dei creditori (Sez. 5, Sentenza n. 4710 del 14/10/2019 Ud. (dep. 04/02/2020) Rv. 278156 02; nonche’ Sez. 5, Sentenza n. 38731 del 17/05/2017, Rv. 271123 – 01; Sez. 5, Sentenza n. 54291 del 17/05/2017 Ud. (dep. 01/12/2017) Rv. 271837 – 01); rappresentazione della pericolosita’ che nel caso di specie discende, oltre che dalla evidenza della natura dell’operazione, dalla consapevolezza, da parte del (OMISSIS), della situazione di sofferenza in cui versava la societa’ da lui amministrata beneficiaria delle garanzie (piu’ che dalla conoscenza delle condizioni finanziarie della societa’ che aveva concesso le garanzie, perche’ erano piuttosto le condizioni finanziarie della prima, che ricorreva frequentemente all’indebitamento, a rendere l’operazione evidentemente pericolosa per il patrimonio della seconda).

2.2. Parimenti privo di pregio il secondo motivo.

La corte territoriale dopo aver premesso che il (OMISSIS) e’ stato condannato alla pena di anni uno di reclusione, pena posta in continuazione con quella inflitta in altra sentenza di condanna per fatti analoghi, non si e’ limitata a sottolineare che l’aumento di un solo anno a titolo di continuazione e’ da ritenersi congruo in considerazione dei fatti al medesimo ascritti e che la pena complessiva di anni tre di reclusione dovesse ritenersi anzi fin troppo mite, ma ha anche affermato che l’esistenza del precedente sul quale era stato effettuato l’aumento in continuazione avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza nel riconoscimento delle attenuanti generiche sebbene concesse in regime di equivalenza, in tal modo implicitamente esaurendo il profilo sul trattamento sanzionatorio, comprensivo della questione sulle attenuanti generiche, rispetto alle quali si era lamentata la mancata valutazione in termini di prevalenza (mediante la generica prospettazione del comportamento processuale del (OMISSIS), ritenuto valorizzabile per il solo fatto che avesse proposto richiesta di patteggiamento non accolta dal tribunale e avesse offerto, sulla base delle sue conoscenze, un contributo in sede di esame, e di una supposta disparita di trattamento rispetto ad altri coimputato).

E’ jus receptum, invero, che, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche – e a maggior ragione il bilanciamento di esse con le aggravanti – non e’ necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma e’ sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, Rv. 259899); e allorquando si tratta di valutare il solo profilo del bilanciamento e’ evidente che l’ambito valutativo si restringe ulteriormente, essendo gia’ intervenuta una valutazione positiva degli elementi, evidentemente non ritenuti pero’ tali da supportare anche una comparazione in termini di prevalenza.

La concessione delle attenuanti generiche richiede, infatti, l’apprezzamento di elementi positivi che orientino la discrezionalita’ affidata al giudice nella definizione del trattamento sanzionatorio verso l’attribuzione di una sanzione meno afflittiva; ne consegue che le determinazioni del giudice di merito in ordine alla concessione delle circostanze attenuanti generiche – e al loro bilanciamento – sono insindacabili in cassazione ove siano sorrette come certamente nel caso di specie – da motivazione esente da vizi logico-giuridici (Sez. 6, n. 38780 del 17/06/2014, Morabito, Rv. 260460; Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011, Sermone e altri, Rv. 249163; Sez. 6, n. 42688 del 24/09/2008, Caridi e altro, Rv. 242419; Sez. 6, n. 7707 del 04/12/2003 – dep. 23/02/2004, P.G. in proc. Anaclerio ed altri, Rv. 229768).

2.2.1. La motivazione non e’ attaccabile neppure nella parte in cui e’ stata confermata la condanna al pagamento della provvisionale, avendo essa innanzitutto evidenziato come la richiesta di revoca di tale statuizione fosse a rigore proprio generica ed in quanto tale inammissibile. Si e’ poi, nondimeno, osservato che le provvisionali erano state poste nei confronti di ciascun imputato in relazione alla sola condotta per la quale era stata ritenuta la responsabilita’ (provvisionali in ogni caso quantificate nella parte ritenuta, relativamente alla fase in cui sono state riconosciute, certa, – e qui non oggetto di contestazione sotto tale profilo – essendosi pronunciata, quanto ai danni, unicamente condanna generica al risarcimento del danno derivante dalle rispettive condotte alla parte civile costituita, Fallimento (OMISSIS) s.r.l., da liquidarsi in separato giudizio).

Indi, rimarra’ compito del giudice civile, al quale sono state rimesse le parti per la quantificazione dell’esatto ammontare dei danni, quello di tener conto anche proprio delle specifiche condotte addebitate a ciascun imputato; in quell’ambito evidentemente potranno essere fatti valere tutti i profili che in sede penale non sono stati considerati in mancanza di prova del quantum complessivo.

Ed invero, in tema di provvisionale, la determinazione della somma assegnata e’, a sua volta, riservata insindacabilmente al giudice di merito, che non ha l’obbligo di espressa motivazione quando, per la sua non particolare rilevanza – o per l’evidenza della sua inferiorita’ alle cifre emergenti dagli atti – l’importo rientri nell’ambito del danno prevedibile (Sez. 4, n. 20318 del 10/01/2017 – dep. 28/04/2017, Mazzella, Rv. 26988201, in motivazione, questa Corte ha precisato che per la liquidazione della provvisionale non e’ necessaria la prova dell’ammontare del danno, ma e’ sufficiente la certezza dello stesso sino all’ammontare della somma liquidata.).

  1. Il ricorso nell’interesse del (OMISSIS).

Il ricorso e’ manifestamente infondato. Ed invero i rilievi circa l’omesso esame, da parte della Corte, dei motivi di appello non trovano alcun riscontro, posto che la sentenza compiutamente esamina e disattende l’appello proposto dal ricorrente (OMISSIS) (v. pag. 18 e 19 della pronuncia impugnata), ritenendo, con motivazione congrua ed esente da censure di sorta, provata la penale responsabilita’ del predetto, resa palese dagli atti firmati nella qualita’ di amministratore di diritto della societa’ fallita, di inequivoca interpretazione e comprensione (tre atti di costituzione di garanzie ipotecarie sui beni della (OMISSIS) e una fideiussione in favore di due istituti di credito che avevano concesso i finanziamenti alle beneficiarie delle garanzie);con la conseguenza che il ricorso finisce col non confrontarsi con la sentenza che impugna, che aveva anche sottolineato la irrilevanza dell’asserito basso grado di scolarita’ del (OMISSIS), spiegandone le ragioni.

In punto di trattamento sanzionatorio – che sembra essere l’effettivo punto oggetto di doglianza in ricorso – la sentenza impugnata ha altresi’ in maniera congrua evidenziato che la pena inflitta, determinata in due anni di reclusione, previa concessione delle attenuanti generiche con giudizio di prevalenza sulla aggravanti dei plurimi fatti di bancarotta e del danno di rilevante gravita’, dovesse ritenersi piu’ che congrua (e anzi sin troppo benevola tenuto conto dell’entita’ del danno (essendo l’ammissione al passivo del fallimento intervenuta per complessivi Euro 1.800.000,00); a fronte della congruita’ ed esaustivita’ di tale motivazione il ricorrente si limita a censure generiche meramente ripropositive dell’argomento della incapacita’ del (OMISSIS) di “affrontare la benche’ minima operazione contabile richiesta dalla complessa conduzione della societa’ fallita”, ampiamente superato, peraltro, nella sentenza impugnata attraverso la ricostruzione della vicenda che aveva visto coinvolto a pieno titolo anche il predetto.

4, Ne discende la declaratoria di inammissibilita’ dei ricorsi, cui consegue, per legge, ex articolo 606 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese di procedimento, nonche’, trattandosi di causa di inammissibilita’ determinata da profili di colpa emergenti dal medesimo atto impugnatorio, al versamento, in favore della Cassa delle Ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 3.000,00, per ciascuno di essi, in relazione alla entita’ delle questioni trattate.

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3000 in favore della Cassa delle ammende.

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|28 dicembre 2020| n. 37525

REATI FALLIMENTARI – BANCAROTTA FRAUDOLENTA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. CAPUTO Angelo – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 28/09/2018 della CORTE APPELLO di BRESCIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ALFREDO GUARDIANO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FILIPPI PAOLA;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilita’.

udito il difensore.

FATTO E DIRITTO

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Brescia riformava in senso piu’ favorevole al reo, solo sotto il profilo dell’entita’ del trattamento sanzionatorio, la sentenza con cui il tribunale di Bergamo, in data 21.3.2013, aveva condannato (OMISSIS), nella sua qualita’ di amministratore della “(OMISSIS) s.r.l. unipersonale”, esercente attivita’ di intermediazione immobiliare, dichiarata fallita dal tribunale di Bergamo con sentenza del (OMISSIS), alle pene, principale ed accessorie, ritenute di giustizia, in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione in rubrica ascrittogli, confermando nel resto la sentenza impugnata.

  2. Avverso la sentenza della corte territoriale, di cui chiede l’annullamento, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando: 1) vizio di motivazione, in quanto, in realta’ l’imputato per i fatti in contestazione e’ gia’ stato condannato con sentenze passate in giudicato, agli atti del processo, per reati commessi in danno delle stesse persone da cui, secondo l’assunto accusatorio, provengono le somme consegnate al (OMISSIS) a titolo di anticipo per l’acquisto di immobili.

La diversita’ delle qualificazioni giuridiche attribuite ad un fatto unico, che ha violato piu’ disposizioni di legge, non osta all’assorbimento del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale nei reati per i quali sono state pronunciate le sentenze passate in giudicato, stante il chiaro tenore dell’articolo 649 c.p.p.; 2) vizio di motivazione, in quanto le somme indicate come distratte non sono mai entrate a far parte del patrimonio della societa’ fallita, dunque non possono esserne uscite, trattandosi di somme provenienti da promissari acquirenti di immobili e ricevute dal (OMISSIS), non nell’interesse della societa’, ma in qualita’ di mandatario, in nome e per conto del promittente venditore.

  1. Il ricorso va dichiarato inammissibile, ai sensi del combinato disposto dell’articolo 581 c.p.p., comma 1, lettera c), earticolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), in quanto fondato su motivi, che, riproponendo acriticamente le stesse ragioni gia’ discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame (con la cui motivazione sul punto il ricorrente non si confronta), devono considerarsi non specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso.

La mancanza di specificita’ del motivo, infatti, deve essere apprezzata non solo per la sua genericita’, come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate della decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, questa non potendo ignorare le esplicitazioni del giudice censurato, senza cadere nel vizio di mancanza di specificita’, conducente, a norma dell’articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), all’inammissibilita’ (cfr. Cass., sez. IV, 18.9.1997 13.1.1998, n. 256, rv. 210157; Cass., Sez. 4, n. 34270 del 03/07/2007, rv. 236945; Cass., Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, rv. 255568; Cass., Sez. 2, n. 42046 del 17/07/2019, rv. 277710).

3.1. Ed invero, quanto al primo motivo di ricorso, la corte territoriale, con motivazione articolata ed assolutamente condivisibile, ha evidenziato che “nel presente processo si discute di somme che, entrate nel patrimonio della societa’ poi fallita, furono distratte dall’imputato e dunque di una condotta che ha portato alla indebita fuoriuscita dalle casse sociali di quel denaro. Le condotte per le quali (OMISSIS) gia’ e’ stato condannato in via definitiva, attengono invece alle modalita’ – illecite con le quali quegli importi confluirono nel patrimonio suddetto”.

Per dedurne, con assoluta coerenza, la diversita’ dei reati contestati negli autonomi processi a carico del (OMISSIS), sia sotto il profilo del bene giuridico protetto, che dei soggetti passivi del reato, che, nei delitti di appropriazione indebita e di truffa, per i quali il ricorrente e’ stato condannato con sentenza passata in giudicato, “sono le singole persone fisiche il cui patrimonio e’ stato depauperato mediante quelle condotte ciascuna di per se stessa considerata mentre nel delitto di bancarotta soggetto passivo e’ la massa dei creditori”, sicche’, dal punto di vista logico-giuridico, la condotta di truffa o di appropriazione indebita rappresenta il necessario antecedente logico della successiva attivita’ di distrazione, conforme al modello legale del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, avente ad oggetto il patrimonio della societa’ fallita, in cui sono confluiti gli importi frutto di appropriazione indebita e di truffa (cfr. pp. 6-7 della sentenza impugnata).

La decisione cui e’ pervenuta la corte territoriale sul punto appare, del resto, assolutamente conforme ai principi affermati in materia dal costante ed uniforme insegnamento della giurisprudenza di legittimita’, da tempo sedimentato, secondo cui il delitto di truffa o di appropriazione indebita attraverso il quale il fallito ha conseguito i beni da lui successivamente distratti concorre con quello di bancarotta fraudolenta, trattandosi di ipotesi delittuose con oggettivita’ giuridiche diverse (cfr. Cass., Sez. 5, n. 10407 del 07/10/1981, Rv. 151039; Cass., Sez. 5, n. 7294 del 04/04/1978, Rv. 139294).

Il reato di bancarotta fraudolenta, invero, non e’ escluso dal fatto che i beni distratti siano pervenuti alla societa’, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, come ad esempio mediante truffe o appropriazioni indebite, atteso che il patrimonio di una societa’ deve ritenersi costituito anche dal prodotto di attivita’ illecite realizzate dagli amministratori in nome e per conto della medesima, ed, altresi’, che i beni provenienti da reato, fino a quando non siano individuati e separati dagli altri facenti parte di un determinato patrimonio, non possono considerarsi ad esso estranei.

Cio’ che importa, infatti, e’ la avocazione del bene alla massa attiva e quindi la possibilita’ giuridico-materiale della sua vendita coattiva, ad incremento della liquidazione ed in vista del soddisfacimento dei creditori.

il fatto dell’imprenditore che successivamente sottrae alla garanzia patrimoniale i beni illecitamente acquisiti al suo patrimonio, costituisce, in altri termini, un’azione del tutto distinta ed autonoma, punita a titolo di bancarotta fraudolenta se viene dichiarato il fallimento (cfr. Cass., Sez. 5, n. 1401 del 25/11/1980, Rv. 147725; Cass., Sez. 5, n. 23318 del 17/03/2004, Rv. 228863).

Va pertanto ribadito in questa sede il principio di diritto secondo cui, in tema di reati fallimentari, la provenienza illecita dei beni non esclude il delitto di bancarotta per distrazione, sia che si tratti di beni fungibili, e quindi confusi nel patrimonio del fallito destinato alla soddisfazione dei creditori, sia che si tratti di beni infungibili, e quindi formalmente distinti dal patrimonio del fallito, atteso che, in quest’ultimo caso, il curatore, che ne assume la disponibilita’, ha l’obbligo di restituirli agli aventi diritto e la condotta distrattiva, rendendo impossibile la restituzione, genera a carico della procedura l’obbligo di pagarne il controvalore ai titolari (cfr. Cass., Sez. 5, n. 45372 del 18/10/2019, Rv. 276991).

Ovviamente, accertata la sussistenza di una condotta criminosa lesiva di beni aventi distinta oggettivita’ giuridica, deve ritenersi sussistere un concorso formale eterogeneo di reati, per cui nessuna preclusione processuale, derivante dal principio del “ne bis in idem”, e’ ipotizzabile quando, come nel caso in esame, vi sia stato un processo, e si sia formato il giudicato, solo in relazione ad un reato compatibile con altro reato non giudicato, non essendovi la medesimezza del fatto, richiesta dall’articolo 649 c.p.p., perche’ vi sia divieto di un secondo giudizio (cfr. Cass., Sez. n. 3354 del 24/01/1995, Rv. 200695, nonche’ Cass., Sez. 2, n. 10472 del 04/03/1997, Rv. 209022, in cui la Corte ha rigettato il ricorso con il quale l’imputato, quale agente di cambio, era stato gia’ condannato per il reato di bancarotta fraudolenta – consistita, fra l’altro, nella sottrazione di titoli e denaro della clientela – e poi sottoposto a nuovo procedimento penale per il reato di appropriazione indebita in danno di un cliente).

Risulta pertanto evidente anche la manifesta infondatezza del primo motivo di ricorso.

3.2. Anche con riferimento al secondo motivo di impugnazione l’imputato non si confronta realmente con la motivazione della sentenza impugnata.

La corte territoriale ha correttamente evidenziato che il (OMISSIS) non ha mai agito in proprio, ma sempre nella qualita’ di amministratore unico della “(OMISSIS) s.r.l. unipersonale”, alla quale sia i promissari venditori, che i promissari acquirenti, si erano rivolti per la messa in vendita e l’acquisto di unita’ immobiliari, essendo l’intermediazione immobiliare l’oggetto sociale della menzionata compagine, deducendone, con coerente argomentare, che l’imputato in tale veste si e’ appropriato delle somme di denaro versate dai promissari acquirenti a titolo di pagamento, conferendole di fatto nel patrimonio della societa’ di cui era amministratore, senza trasmetterle ai promissari venditori.

Tali somme, di conseguenza, non sono mai entrate “nella disponibilita’ personale di (OMISSIS) ma in quella della societa’ da lui posseduta e gestita, ovviamente con l’obbligo (articolo 1713 c.c.) di riversare quelle somme a mani dei soggetti che alla societa’ stessa avevano dato mandato di procurare la vendita dei loro immobili” (cfr. pp. 7-9 della sentenza impugnata).

Anche in questo caso l’occasione e’ propizia per ribadire consolidati principi della giurisprudenza di legittimita’, secondo cui commette il delitto di appropriazione indebita il mandatario che, violando le disposizioni impartitegli dal mandante, si appropri del denaro ricevuto, utilizzandolo per propri fini e, quindi, per scopi diversi ed estranei agli interessi del mandante, come nel caso del mandatario che, dopo aver adempiuto il mandato a vendere, trattenga definitivamente la somma ricavata dalla vendita invece di rimetterla al mandante (cfr. Cass., Sez. 2, n. 50156 del 25/11/2015, Rv. 265513; Cass., Sez. 2, n. 46586 del 29/11/2011, Rv. 251221).

Manifestamente infondato, d’altra parte, appare il rilievo difensivo incentrato sulla natura del mandato, che, oppone la difesa, venne conferito al (OMISSIS) in nome e per conto dei promittenti venditori.

Ove anche lo si volesse considerare un mandato con rappresentanza (circostanza, peraltro, dedotta ma non dimostrata dall’imputato, il quale, in violazione del principio della cd. autosufficienza, non ha allegato al ricorso ne’ trascritto integralmente in esso il contenuto degli atti processuali da cui si evincerebbe tale circostanza), cio’ non muterebbe i termini della questione, in quanto il potere di rappresentanza avrebbe semplicemente consentito al prevenuto di ritenere le somme percepite in nome e per conto del mandante a titolo di pagamento del prezzo della vendita, somme che, tuttavia, in questo caso sarebbero entrate formalmente nel patrimonio della “societa’ mandataria” per disposizione espressa del mandante, confondendosi con i beni oggetto di distrazione.

  1. Alla dichiarazione di inammissibilita’, segue la condanna del ricorrente, ai sensi dell’articolo 616, c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3000,00 a favore della Cassa delle Ammende, tenuto conto della circostanza che l’evidente inammissibilita’ dei motivi di impugnazione, non consente di ritenere quest’ultimo immune da colpa nella determinazione delle evidenziate ragioni di inammissibilita’ (cfr.Corte Costituzionale, n. 186 del 13.6.2000).

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Fallimento – Bancarotta – Decisione del giudice di merito di applicare le pene accessorie fallimentari nella misura massima – Pene non rapportate alla pena principale in modo automatico – Insindacabilità in sede di legittimità

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|30 marzo 2021| n. 12052

Fallimento – Bancarotta – Decisione del giudice di merito di applicare le pene accessorie fallimentari nella misura massima – Pene non rapportate alla pena principale in modo automatico – Insindacabilità in sede di legittimità

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Presidente

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

Dott. RICCARDI Giusepp – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/01/2019 della Corte di Appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere RICCARDI GIUSEPPE;

lette le richieste scritte ai sensi del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8 del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale EPIDENDIO Tomaso, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza emessa il 24/01/2019 la Corte di Appello di Milano ha confermato la sentenza del Gip del Tribunale di Milano del 26/10/2017 che aveva affermato la responsabilita’ penale di (OMISSIS) per il reato di concorso, quale terzo concorrente, nella bancarotta fraudolenta patrimoniale della (OMISSIS) s.r.l., per la distrazione di somme di denaro dell’importo di quasi 300 mila Euro.

E’ stato accertato che (OMISSIS), amministratore della societa’ (OMISSIS) s.a.s., aveva emesso numerose fatture per operazioni inesistenti nei confronti della (OMISSIS) s.r.l., incassando gli assegni rilasciatigli proprio dalla fallita, in un periodo di tempo prossimo al fallimento, allorquando era gia’ conclamato lo stato di dissesto.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS), Avv. (OMISSIS), deducendo due motivi di ricorso.

2.1. Con il primo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla sussistenza degli elementi oggettivo e soggettivo della bancarotta fraudolenta patrimoniale.

2.2. Con il secondo motivo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla durata della pena accessoria fallimentare.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il primo motivo e’ inammissibile, essendo del tutto generico ed aspecifico, oltre che manifestamente infondato.

Oltre ad avere omesso qualsivoglia concreto confronto argomentativo con la sentenza impugnata, il motivo, nella sua estrema laconicita’ argomentativa, si limita a richiamare Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Sgaramella, Rv. 270763; il richiamo, tuttavia, appare astratto ed avulso dal concreto tessuto motivazionale della sentenza impugnata, atteso che, se la sentenza citata richiede, ai fini della sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato, la ricerca di “indici di fraudolenza” (“In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosita’ del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneita’ del fatto generatore dello squilibrio tra attivita’ e passivita’ rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrita’ del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volonta’ della condotta in concreto pericolosa”), non appare che, nella fattispecie concreta, sia possibile dubitare della loro ricorrenza in presenza di una condotta concorsuale caratterizzata da emissione di fatture false in numero, quantita’ e importi rilevanti e dalla ricezione di assegni senza che venisse eseguita la prestazione solo apparentemente pattuita; una condotta che, come evidenzia la sentenza impugnata, ha determinato un dissesto non insignificante.

  1. Il secondo motivo, sulla durata delle pene accessorie fallimentari, e’ inammissibile, non soltanto perche’ non dedotto in appello, ma anche perche’ del tutto generico, limitandosi ad una mera contestazione della mancata riduzione e dei presupposti di fatto.

Al contrario, la Corte di appello, pur in assenza di un motivo, ha indicato i parametri di gravita’ del fatto e di capacita’ a delinquere del ricorrente che consentono di ritenere adeguata la durata delle pene accessorie in seguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 222 del 2018, in maniera coerente ai criteri valutativi evidenziati dalla decisione costituzionale ed alle precisazioni contenute nella successiva sentenza “Suraci” delle Sezioni Unite.

Giova osservare, al riguardo, che, oltre alla rilevanza della distrazione accertata, viene in rilievo, nella fattispecie, il coinvolgimento dell’imputato nel meccanismo elaborato per la distrazione delle somme di denaro della fallita, mediante un sistema di fatture false e riscossione di assegni, e la condanna gia’ subi’ta per la bancarotta fraudolenta commessa con riferimento alla propria societa’, la (OMISSIS) s.a.s.; circostanze che, ai fini della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, caratterizzate da una spiccata finalita’ specialpreventiva, assumono un significativo rilievo, trattandosi di un operatore imprenditoriale non coinvolto in maniera del tutto occasionale, bensi’ gia’ collaudato nelle logiche di spoliazione delle imprese.

Cio’ posto, va dunque ribadito che non e’ sindacabile in sede di legittimita’ il provvedimento del giudice del merito che, avvalendosi del proprio potere discrezionale, determini, in base ai criteri di cui agli articoli 132 e 133 c.p., con specifica e adeguata motivazione, le pene accessorie fallimentari nella misura massima prevista dalla legge, senza rapportarle automaticamente alla durata della pena principale (Sez. 5, n. 7034 del 24/01/2020 Murru, Rv. 278856, con riferimento ad una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata la decisione del giudice fondata sulla reiterazione delle condotte di frode in danno dei creditori, sul pregiudizio per la massa dei creditori e sui precedenti penali dell’imputato).

  1. Alla declaratoria di inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MINORE GUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

NIENTE PATENTE SINO A 19 O 21 ANNI SE MNOR EGUIDA MOTORINO UBRIACO ANCHE LIEVEMENTE

Art. 186 bis. * Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o cose.

Art. 186-bis codice della strada: Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di età inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o di cose

  1. È vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

    a)  i conducenti di età inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B; 

    b)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87; 

    c)  i conducenti che esercitano l’attività di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90; 

    d)  i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di posti a sedere, escluso quello del conducente, è superiore a otto, nonché di autoarticolati e di autosnodati.

    2.  I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 164 ad euro 664, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate.

    3.  Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla metà.

    4.  Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

    5.  La patente di guida è sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. È fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

    6.  Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente è punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla metà. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida è raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale è disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto è commesso da soggetto già condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, è sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

    7.  Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di età. Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di età.

 

  1. E’ vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:

  2. a) i conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B;

  3. b) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87;

  4. c) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90;

  5. d) i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di postia sedere, escluso quello del conducente, e’ superiore a otto, nonche’ di autoarticolati e di autosnodati.

  6. I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma ((da € 168 a € 672)), qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (gli). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate. (114) (124) (133) (145) ((163))

  7. Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla meta’.

  8. Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantita’ della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

  9. La patente di guida e’ sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. E’ fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.

  10. Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente e’ punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla meta’. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalita’ e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida e’ raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale e’ disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto e’ commesso da soggetto gia’ condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, e’ sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.

  11. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/1), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di eta’. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’”. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertatoun valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’.

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA E ATTENUANTI GENERICHE

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Suprema Corte di Cassazione

Sezione VI penale

Sentenza 6 marzo 2017, n. 10906

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di …;

nel procedimento a carico di:

1) …;

2) …;

avverso la sentenza del 23/4/2015 del Tribunale di …

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Dott. …;

udito il Procuratore generale, Dott. …, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. … e … sono stati dichiarati responsabili del reato di cui agli articoli 110 e 572 cod. pen. commesso in danno del figlio minore, commesso in … fino al mese di … e condannati, con le concesse circostanze attenuanti generiche e la diminuente del rito abbreviato, alla pena di mesi sei di reclusione ciascuno.
  2. Propone ricorso il Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di … e denuncia vizio di violazione di legge per mancanza di motivazione in relazione alle riconosciute circostanze attenuanti generiche. Deduce, in particolare, che nella sentenza impugnata non sono stati indicati gli elementi giustificativi della decisione poiché l’applicazione delle circostanze attenuanti, in presenza di elementi negativi, non può costituire oggetto di benevola concessione né un diritto dell’imputato, dovendo derivare dalla esistenza di elementi suscettibili di concreto e positivo apprezzamento.
  3. Il ricorso è infondato, non riscontrandosi nella sentenza impugnata i vizi di omissione e/o contraddittorietà della motivazione, che integrano il dedotto vizio di violazione di legge (Sez. 1, n. 6821 del 31/01/2012, dep. 21/02/2012, Chiesi, Rv. 25243001).
  4. Il giudice dell’udienza preliminare, senza fare ricorso a formula stereotipe, ha esplicitato gli elementi di valutazione che, ricondotti al giudizio di gravità del reato e alla personalità degli imputati, li rendevano meritevoli dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche al fine di mitigare il trattamento sanzionatorio loro inflitto, pure contenuto in misura prossima al minimo edittale. A tal fine la sentenza impugnata ha evidenziato la inadeguatezza etno-culturale degli imputati – che li induceva a ritenere consentite punizioni corporali che nel paese di origine non costituiscono illecito – ma, soprattutto, la incapacità culturale degli imputati di rendersi conto della patologia (iperattività e disturbo dell’attenzione) poi diagnosticata al minore in occasione del suo affidamento ad una struttura protetta, in seguito alla emersione dei fatti del presente procedimento e la loro conseguente incapacità di gestirne comportamenti oppositivi e provocatori che venivano erroneamente ricondotti ad aspetti caratteriali che si proponevano di contenere con metodi, certamente non consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.Ai fini del giudizio di gravità del fatto ha altresì rilevato che le lesioni, in più occasioni riscontrate dagli insegnanti sul bambino, potevano essere ricondotte a comportamenti eccitati e imprudenti del piccolo e non univocamente, come pure accertato per altri episodi, a condotte violente dei genitori. E’, dunque, agevole rilevare che il giudice ha compiuto un apprezzamento delle condizioni che legittimano l’applicazione delle circostanze attenuanti, valorizzando sia elementi obiettivi, incidenti sul giudizio di gravità del reato, sia elementi soggettivi che hanno determinato un giudizio di minore disvalore del fatto (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737), giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice del merito, e sottratto, se adeguatamente motivato, al controllo in sede di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Il delitto di maltrattamenti in famiglia può essere integrato anche da atti non costituenti in sè reato,  del resto, anche semanticamente, il termine “maltratta” non evoca in sè la necessità del compimento di singole condotte riconducibili a fattispecie tipiche ulteriori rispetto a quella di cui all’art.572 c.p.  (per questa affermazione cfr. Sez. 6, n. 44700 del 08/10/2013, P., Rv.256962; per interessanti fattispecie applicative, v. Sez. 2, n. 10994 del 06/12/2012, dep. 2013, T., Rv. 255175, nonchè Sez. 6, n. 8396 del 07/06/1996, Vitiello, Rv. 205563).

Cass. pen. Sez. VI, 10/03/2016, n. 13422.

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La condotta di maltrattamenti contro familiari o conviventi può consistere anche nella privazione pressoché totale del sostegno economico ai danni della persona offesa, a maggior ragione se unita ad ulteriori condotte vessatorie di altro genere. Non può invece rientrare nella fattispecie di cui all’art.572 c.p. la costrizione del coniuge al rapporto sessuale: il rapporto di coniugio non comporta alcun diritto a pretenderne la consumazione contro la volontà del consorte, ragion per cui il predetto comportamento integra pienamente il delitto di violenza sessuale ex art.609 bis c.p.

Cass. pen. Sez. III, 19/01/2016, n. 18937

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore affidato, anche lì dove fosse sostenuto da animus corrigendi, non può rientrare nell’ambito della fattispecie di abuso dei mezzi di correzione, ma concretizza, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, gli estremi del più grave delitto di maltrattamenti.

Cass. pen. Sez. VI, 28/06/2017, n. 40959

 

 MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: DICHIARAZIONI DELLA PERSONA OFFESA

Le regole dettate dall’art.192, comma 3, c.p.p., non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone. Nel reato di maltrattamenti di cui all’art.572 c.p. l’oggetto giuridico non è costituito solo dall’interesse dello Stato alla salvaguardia della famiglia da comportamenti vessatori e violenti, ma anche dalla difesa dell’incolumità fisica e psichica delle persone indicate nella norma, interessate al rispetto della loro personalità nello svolgimento di un rapporto fondato su vincoli familiari. Nel reato abituale il dolo non richiede infatti – a differenza che nel reato continuato – la sussistenza di uno specifico programma criminoso, verso il quale la serie di condotte criminose, sin dalla loro rappresentazione iniziale, siano finalizzate; è invece sufficiente la consapevolezza dell’autore del reato di persistere in un attività delittuosa, già posta in essere in precedenza, idonea a ledere l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice.

Cass. pen. Sez. VI, 06/10/2017, n. 49997

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Nel reato di maltrattamenti familiari possono essere riconosciute le attenuanti generiche di cui all’art.62 bis c.p. ai genitori che, per la loro inadeguatezza etno-culturale, ritengono consentite punizioni corporali sul figlio minore che nel Paese di origine (Marocco) non costituiscono illecito, allorquando la loro incapacità culturale non gli ha permesso di rendersi conto della patologia diagnosticata al figlio stesso a causa dei loro atti, nonché per la loro incapacità di gestirne i suoi comportamenti oppositivi e provocatori (ricondotti, pur sbagliando, ad aspetti caratteriali) che si proponevano di contenere con metodi non certamente consentiti ed erroneamente ritenuti educativi.

Cass. pen. Sez. VI, 15/02/2017, n. 10906

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

In un contesto familiare di continua conflittualità, ove alla veemenza verbale ed alla collera del marito la moglie risponde con capacità reattiva e non con un supino atteggiamento, non può configurarsi il delitto di maltrattamenti in famiglia.

Cass. pen. Sez. VI, 13/11/2015, n. 5258

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: INCONFIGURABILITA’

Le condotte criminose poste in essere nei confronti del familiare convivente integranti percosse ed umiliazioni in danno del medesimo, ma prive del connotato dell’abitualità, in quanto verificatesi nell’ambito di un rapporto conflittuale, e di volta in volta commesse quale (abnorme) reazione occasionata da specifici comportamenti posti in essere dalla vittima, e, dunque, non come espressione della volontà di determinare in questa un disagio continuo ed incompatibile con le normali condizioni di vita, non risultano sussumibili nel reato di maltrattamenti in famiglia, ma integrano distinti episodi autonomamente rilevanti (nella specie di percosse, di lesioni, ed eventualmente di diffamazione, tuttavia non perseguibili per difetto o rimessione accettata di querela).

Cass. pen. Sez. VI, 19/04/2017, n. 27088

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: Rapporti familiari di fatto – Cessazione della convivenza – Configurabilità del reato – Condizioni – Ragioni

In tema di reati contro la famiglia, è configurabile il delitto di maltrattamenti in famiglia anche in danno di persona non convivente o non più convivente con l’agente, quando quest’ultimo e la vittima siano legati da vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione. Peraltro, il reato persiste anche in caso di separazione legale, tenuto conto del fatto che tale stato, pur dispensando i coniugi dall’obbligo di convivenza e di fedeltà, lascia tuttavia integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale nonché di collaborazione. Pertanto, atteso che la convivenza non rappresenta un presupposto della fattispecie incriminatrice di cui all’art.572 c.p., la separazione non esclude il reato di maltrattamenti, quando l’attività vessatoria si valga proprio o comunque incida su quei vincoli che, rimasti intatti a seguito del provvedimento giudiziario, pongono la parte offesa in posizione psicologica subordinata o comunque dipendente.

Cass. pen. Sez. VI, 13/12/2017, n. 3356

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il delitto di cui all’art.572 c.p. sussiste in caso di reiterate condotte vessatorie poste in essere in costanza di separazione legale o di fatto, in presenza della quale persistono i doveri di rispetto reciproco, assistenza morale e materiale e di solidarietà sociale sorti dal rapporto coniugale.

Cass. pen. Sez. VI, 01/02/2017, n. 10932

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In tema di reato di maltrattamento, la cessazione della convivenza da parte di un uomo – non legato con la donna maltrattata da rapporto di coniugio – non consente di qualificare la prosecuzione della condotta persecutoria nell’ambito del reato di cui all’art.572 c.p., dovendosi tale parte della condotta qualificare nell’ambito della fattispecie di cui all’art. 612 bis, comma 2, c.p..  (Ferma l’eventualità ben possibile di un concorso apparente di norme che renda applicabili (concorrenti) entrambi i reati di maltrattamenti e di atti persecutori, il reato di cui all’art. 612 bis c.p. diviene idoneo a sanzionare con effetti diacronici comportamenti che, sorti in seno alla comunità familiare (o assimilata) ovvero determinati dalla sua esistenza e sviluppo, esulerebbero dalla fattispecie dei maltrattamenti per la sopravvenuta cessazione del vincolo o sodalizio familiare e affettivo o comunque della sua attualità e continuità temporale. Ciò che può valere, in particolare (se non unicamente), in caso di divorzio o di “relazione affettiva” definitivamente cessata, giacchè anche in caso di separazione legale (oltre che di fatto) questa S.C. ha affermato la ravvisabilità del reato di maltrattamenti, al venir meno degli obblighi di convivenza e fedeltà non corrispondendo il venir meno anche dei doveri di reciproco rispetto e di assistenza morale e materiale tra i coniugi (cfr.: Cass. Sez. 5, 1.2.1999 n. 3570, Valente, rv. 213515; Cass. Sez. 6,27.6.2008 n. 26571, rv. 241253) (conforme Sez. 6, n. 30704 del 19/05/2016, D’A., Rv. 267942)).

Cass. pen. Sez. VI, 27/06/2017, n. 35673

 

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

Il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche a seguito della cessazione della convivenza e in presenza della separazione, qualora l’attività persecutoria si contestualizzi in ambito familiare. Ciò in quanto, il vincolo coniugale non viene meno con la separazione legale, ma si attenua soltanto, posto che rimangono integri i doveri di reciproco rispetto, di assistenza morale e materiale, nonché di collaborazione tra coniugi. Ne discende che laddove la condotta criminosa incida sui rapporti familiari, la separazione non esclude il reato di cui all’art.572 c.p.

Cass. pen. Sez. II, 05/07/2016, n. 39331

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

La cessazione della convivenza non esclude, per ciò stesso, la configurabilità di condotte di maltrattamento tra i componenti della coppia quando il rapporto personale di fatto sia stato il risultato di un progetto di vita fondato sulla reciproca solidarietà ed assistenza, la cui principale ricaduta non può che essere il derivato rapporto di filiazione.

Cass. pen. Sez. VI, 20/04/2017, n. 25498

MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA

In assenza di vincoli nascenti dal coniugio, il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile nei confronti di persona non più convivente “more uxorio” con l’agente a condizione che quest’ultimo conservi con la vittima una stabilità di relazione dipendente dai doveri connessi alla filiazione. (In motivazione, la S.C. ha precisato che la permanenza del complesso di obblighi verso il figlio implica il permanere in capo ai genitori, che avevano costituito una famiglia di fatto, dei doveri di collaborazione e di reciproco rispetto). (Rigetta, App. Ancona, 04/07/2016)

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA

PROCEDIMENTO PENALE BOLOGNA AVVOCATO PENALE BOLOGNA DIFENDE AVV SERGIO ARMAROLI

 

PROCEDIMENTO PENALE DEFINIZIONE

 

Un procedimento penale è la successione degli atti, avviato dall’autorità giudiziaria, che conduce dall’iscrizione della notizia di reato alla pronuncia di un provvedimento conclusivo da parte del giudice.

Si definisce processo penale la sottofase del procedimento penale che ha inizio a seguito della pronuncia di un decreto di rinvio a giudizio in udienza preliminare, oppure, nei procedimenti speciali che omettono questa udienza (giudizio immediato, giudizio direttissimo e procedimento per decreto), a seguito della richiesta formulata dal pubblico ministero, al ricorrere dei presupposti previsti dalla legge.

 

PROCEDIMENTO PENALE COME INIZIA COSA DA’ LUOGO A UN PROCEDIMENTO PENALE

 

 

Un procedimento penale inizia con la notizia criminis che po’ avvenire  o essere portata a conoscenza mediante una denuncia o querela o possono nascere i procedimenti penali dall’attività di indagine della polizia giudiziaria o del pubblico ministero .

TUTTI IPROCEDIMENTI PENALI PORTANOA PROCESSO?

 

Assolutamente no una parte di procedimenti penali vengono archiviati .

Una Parte di procedimenti penali arrivano da dibattimento che sono gia’ prescritti.

 

E I PROCEDIMENTI A QUERELA?

 

Se si arriva a un accordo con il querelante  i procedimenti penali possono arrivar ea conclusione mediante la  remissione di querela, almeno che non si tratti di procedimento perseguibili d’ufficio

 

LE FASI DEL PROCEDIMENTO PENALE

 

Il processo penale La notizia di reato

  • Le indagini preliminari
  • L’archiviazione
  • Il rinvio a giudizio
  • L’udienza preliminare
  • I riti alternativi
  • Responsabile civile

Il processo penale è caratterizzato da una serie successiva di fasi che principiano dall’iscrizione della notizia di reato

 

LE  INDAGINI PRELIMINARI HANNO DEI TERMINI FISSATI PER LEGGE

 

Art. 407. Termini di durata massima delle indagini preliminari.
1. Salvo quanto previsto all’articolo 393 comma 4, la durata delle indagini preliminari non può comunque superare diciotto mesi.
2. La durata massima è tuttavia di due anni se le indagini preliminari riguardano:
a) i delitti appresso indicati:
1) delitti di cui agli articoli 285, 286, 416-bis e 422 del codice penale, 291-ter, limitatamente alle ipotesi aggravate previste dalle lettere a), d) ed e) del comma 2, e 291-quater, comma 4, del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 23 gennaio 1973, n. 43;
2) delitti consumati o tentati di cui agli articoli 575, 628, terzo comma, 629, secondo comma, e 630 dello stesso codice penale;
3) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo;
4) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordinamento costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni, nonché delitti di cui agli articoli 270, terzo comma e 306, secondo comma, del codice penale;
5) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;
6) delitti di cui agli articoli 73, limitatamente alle ipotesi aggravate ai sensi dell’articolo 80, comma 2, e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni;
7) delitto di cui all’articolo 416 del codice penale nei casi in cui è obbligatorio l’arresto in flagranza;
7-bis) dei delitti previsto dagli articoli 600, 600-bis, primo comma, 600-ter, primo e secondo comma (1), 601, 602, 609-bis nelle ipotesi aggravate previste dall’articolo 609-ter, 609-quater, 609-octies del codice penale, nonché dei delitti previsti dall’art. 12,comma 3, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni. (2)
b) notizie di reato che rendono particolarmente complesse le investigazioni per la molteplicità di fatti tra loro collegati ovvero per l’elevato numero di persone sottoposte alle indagini o di persone offese;
c) indagini che richiedono il compimento di atti all’estero;
d) procedimenti in cui è indispensabile mantenere il collegamento tra più uffici del pubblico ministero a norma dell’articolo 371.
3. Salvo quanto previsto dall’articolo 415-bis, qualora il pubblico ministero non abbia esercitato l’azione penale o richiesto l’archiviazione nel termine stabilito dalla legge o prorogato dal giudice, gli atti di indagine compiuti dopo la scadenza del termine non possono essere utilizzati. 

 

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria

 590 sexies Codice Penale

Se i fatti di cui agli articoli 589 e 590 sono commessi nell’esercizio della professione sanitaria, si applicano le pene ivi previste salvo quanto disposto dal secondo comma.

Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, l’abrogato art. 3 comma 1, del D.L. n. 158 del 2012, si configura come norma più favorevole rispetto all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge n. 24 del 2017, sia in relazione alle condotte connotate da colpa lieve da negligenza o imprudenza, sia in caso di errore determinato da colpa lieve da imperizia intervenuto nella fase della scelta delle linee-guida adeguate al caso concreto.

Il secondo comma dell’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dalla legge 8 marzo 2017, n. 24 (c.d. legge Gelli-Bianco), è norma più favorevole rispetto all’art. 3, comma 1, D.L. 13 settembre 2012, n. 158, in quanto prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria collocata al di fuori dell’area di operatività della colpevolezza, operante – ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso) – nel solo caso di imperizia e indipendentemente dal grado della colpa, essendo compatibile il rispetto delle linee guida e delle buone pratiche con la condotta (anche gravemente) imperita nell’applicazione delle stesse. (Fattispecie di colpa grave per imperizia nell’esecuzione di un intervento di lifting).

In tema di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590-sexies, cod. pen. (introdotta dall’art. 6, comma secondo, della legge 8 marzo 2017, n. 24) – che, nel caso di evento lesivo o mortale verificatosi a causa di imperizia dell’esercente la professione sanitaria, esclude la punibilità dell’agente il quale abbia rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida ufficiali ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche assistenziali, e sempre che tali raccomandazioni risultino adeguate alle specificità del caso concreto – non trova applicazione: a) negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida; b) nelle situazioni concrete in cui le suddette raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiari condizioni del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate; c) in relazione alle condotte che, sebbene collocate nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti e appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo, come nel caso di errore nell’esecuzione materiale di atto chirurgico pur correttamente impostato secondo le raccomandazioni ufficiali.

Il concorso colposo risulta configurabile anche rispetto al delitto doloso, purché il reato del partecipe sia previsto dalla legge anche nella forma colposa e nella condotta siano effettivamente presenti tutti gli elementi che caratterizzano la colpa, dovendosi altresì verificare che la regola cautelare violata sia diretta a prevenire anche il rischio dell’atto doloso del terzo e che quest’ultimo risulti prevedibile per l’agente chiamato a rispondere a titolo di colpa (principio affermato, nella specie, con riguardo al caso di un medico psichiatra cui si addebitava di non avere sottoposto ad un trattamento farmacologico adeguato alla sua effettiva e riconoscibile pericolosità un soggetto affidato alle sue cure, il quale aveva quindi commesso un omicidio).

Attesa l’assenza, nella normativa in materia di colpa medica introdotta dalla legge n. 24/2017, della distinzione, ai fini penalistici, tra colpa lieve e colpa grave, quale prevista invece dal previgente art. 3 comma 1, D.L. n. 158/2012, convertito, con modificazioni dalla legge n. 189/2012, n. 189 (in base al quale la responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria che si fosse attenuto “a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica” era limitata ai casi di colpa grave), deve ritenersi che tale norma, in base alla regola dettata dall’art. 2 c.p., debba continuare a trovare applicazione, quale norma più favorevole, relativamente ai fatti avvenuti durante la sua vigenza, quando, sussistendo le altre condizioni, l’esercente la professione sanitaria dovrebbe rispondere solo a titolo di colpa lieve.

In tema di responsabilità penale a titolo di colpa medica, la nuova disciplina dettata dall’art. 590 sexies c.p., introdotto dall’art. 6 della legge n. 24/2017, nella parte in cui dispone che “Qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto”, va interpretata nel senso che essa riguarda soltanto i casi in cui vi sia imputazione di colpa per imperizia e non trova applicazione negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee guida, come pure nelle situazioni concrete nelle quali tali raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate, dovendosi altresì, escludere la sua operatività in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti ed appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

In tema di responsabilità degli esercenti la professione sanitaria, nelle more pubblicazione delle linee guida di cui all’art. 5 della legge n. 24 del 2017, la rilevanza penale della condotta ai sensi dell’art. 590-sexies cod. pen. può essere valutata con esclusivo riferimento alle buone pratiche clinico assistenziali adeguate al caso concreto.

In tema di successione di leggi in materia di responsabilità penale dell’esercente la professione sanitaria, in caso di errore dovuto ad imperizia non grave intervenuto nella fase esecutiva delle raccomandazioni previste dalle linee guida adeguate al caso specifico, la norma di cui all’art. 3, comma 1, d.l. 13 settembre 2012, n. 158 (convertito in legge 8 novembre 2012, n. 189), prevedendo una parziale “abolitio criminis”, deve ritenersi più favorevole rispetto a quella di cui all’art. 590-sexies cod. pen., introdotto dall’art. 6, legge 8 marzo 2017, n. 24, che configura una mera causa di non punibilità.

In tema di colpa medica, non si può escludere l’imperizia del medico solo in virtù del suo noto valore clinico, non dovendo la nozione di imperizia essere rivolta al soggetto nella sua complessiva attività e alle sue capacità professionali, ma al singolo atto qualificato come colposo e che viene a lui addebitato. (Nella fattispecie ha annullato con rinvio la sentenza di merito che aveva erroneamente qualificato come imprudente la condotta di un medico per la morte di una paziente deceduta in seguito alle complicazioni post-operatorie).

In tema di responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, le raccomandazioni contenute nelle linee guida definite e pubblicate ai sensi dell’art. 5 della legge 8 marzo 2017, n. 24 – pur rappresentando i parametri precostituiti a cui il giudice deve tendenzialmente attenersi nel valutare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia – non integrano veri e propri precetti cautelari vincolanti, capaci di integrare, in caso di violazione rimproverabile, ipotesi di colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto; ne consegue che, nel caso in cui tali raccomandazioni non siano adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente, l’esercente la professione sanitaria ha il dovere di discostarsene.

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria TRIBUNALE BOLOGNA

 590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria  TRIBUNALE ROVIGO

590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria  TRIBUNALE RAVENNA

590 sexies Codice Penale esercizio della professione sanitaria TRIBUNALE VICENZA

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina

 

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Chiunque cagioni per colpa ad altri una lesione personale con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale è punito con la reclusione da tre mesi a un anno per le lesioni gravi e da uno a tre anni per le lesioni gravissime.

Chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope ai sensi rispettivamente degli articoli 186, comma 2, lettera c), e 187 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno una lesione personale, è punito con la reclusione da tre a cinque anni per le lesioni gravi e da quattro a sette anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì al conducente di un veicolo a motore di cui all’articolo 186-bis, comma 1, lettere b), c) e d), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, il quale, in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del medesimo decreto legislativo n. 285 del 1992, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Salvo quanto previsto dal terzo comma, chiunque, ponendosi alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera b), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, cagioni per colpa a taluno lesioni personali, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a tre anni per le lesioni gravi e da due a quattro anni per le lesioni gravissime.

Le pene di cui al comma precedente si applicano altresì:

1) al conducente di un veicolo a motore che, procedendo in un centro urbano ad una velocità pari o superiore al doppio di quella consentita e comunque non inferiore a 70 km/h, ovvero su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50 km/h rispetto a quella massima consentita, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

2) al conducente di un veicolo a motore che, attraversando un’intersezione con il semaforo disposto al rosso ovvero circolando contromano, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime;

3) al conducente di un veicolo a motore che, a seguito di manovra di inversione del senso di marcia in prossimità o in corrispondenza di intersezioni, curve o dossi o a seguito di sorpasso di un altro mezzo in corrispondenza di un attraversamento pedonale o di linea continua, cagioni per colpa a taluno lesioni personali gravi o gravissime.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti la pena è aumentata se il fatto è commesso da persona non munita di patente di guida o con patente sospesa o revocata, ovvero nel caso in cui il veicolo a motore sia di proprietà dell’autore del fatto e tale veicolo sia sprovvisto di assicurazione obbligatoria.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora l’evento non sia esclusiva conseguenza dell’azione o dell’omissione del colpevole, la pena è diminuita fino alla metà.

Nelle ipotesi di cui ai commi precedenti, qualora il conducente cagioni lesioni a più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni sette.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

Cass. pen. n. 13577/2019

In tema di lesioni personali stradali gravi o gravissime, commesse in data anteriore all’entrata in vigore dell’art. 590-bis cod. pen., introdotto dalla legge 24 marzo 2016 n. 41, non trova applicazione il nuovo regime di procedibilità d’ufficio, ma quello più favorevole della procedibilità a querela, vigente al momento del fatto. (In motivazione la Corte ha affermato che il mutamento nel tempo del regime di procedibilità va positivamente risolto, ai sensi dell’art. 2 cod. pen., alla luce della natura mista, sostanziale e processuale, dell’istituto della querela, che costituisce al contempo condizione di procedibilità e di punibilità) .

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime commesse in violazione della normativa stradale, persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza.

Art 590 bis cp avvocato penale bologna

In tema di lesioni personali stradali gravi e gravissime di cui all’art. 590-bis cod. pen., persiste la competenza per materia del giudice di pace per i fatti commessi in data anteriore all’entrata in vigore della legge 24 marzo 2016 n. 41, dovendosi attribuire alla nuova norma valore essenzialmente sostanziale, ovvero di modificazione della sanzione edittale, e non invece di disposizione processuale con funzione regolatrice della competenza. (In motivazione, la S.C. ha precisato che lo spostamento della competenza a favore del tribunale opera per i fatti commessi dal 25 marzo 2016, data di entrata in vigore della nuova fattispecie penale).

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