Avvocato penalista

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

È valida la clausola di diseredazione?

Il testamento rappresenta l’atto con cui taluno dispone delle proprie sostanze per il momento in cui ha cessato di vivere. Esso regola la successione mortis causa ossia che avviene per la morte del disponente.

Quali sono le tipologie di testamenti?

Esistono diverse forme di testamento:

  1. olografo: sottoscritto e redatto interamente di pugno del testatore;
  2. pubblico: ricevuto dal notaio alla presenza di due testimoni;
  3. segreto: scritto dal testatore o da un terzo.

Quali sono le caratteristiche del testamento?

Innanzitutto il testamento è un negozio unilaterale. Tale caratteristica potrebbe sembrare un’aporia rispetto alla necessità dell’accettazione (a differenza del legato che, ai sensi dell’art. 649 c.c., si acquista senza accettazione), ma in realtà non è così.

In campo contrattuale, infatti, l’accettazione serve per unire la volontà a quella del proponente e far nascere il contratto. Nel testamento l’accettazione si pone al di fuori del negozio. Il testamento, infatti, funziona a prescindere dall’accettazione anche perché il testatore potrebbe aver previsto meccanismi di sostituzione, rappresentanza e accrescimento per salvaguardare l’efficacia delle sue disposizioni se il primo chiamato non vuole o non può accettare l’eredità.

Altra caratteristica è il formalismo in quanto il testamento deve essere redatto in forma scritta ad substantiam, a pena di nullità.

Se una delle tre forme testamentarie, olografo, pubblico, segreto, risulta viziata il legislatore, in base al principio di conservazione degli atti, evita la dichiarazione di nullità o attraverso la conversione o applicando il meccanismo di cui all’art. 590 c.c. simile alla convalida.

Si può contestare l’autenticità della firma di un testamento olografo?

Certo è possibile tenuto anche conto del fatto che si tratta di disposizioni di ultima volontà.

Inizialmente si era sostenuto che, nel caso in esame, doveva utilizzarsi la querela di falso instaurando un subprocedimento. Successivamente il riferimento è stato al disconoscimento di scrittura privata.

Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno optato per una differente soluzione.

Dopo aver messo da parte la querela di falso, adoperata per gli atti pubblici e il disconoscimento relativo alla scrittura privata prodotta in giudizio da una delle parti in causa, si è scelto l’accertamento negativo.

La parte interessata, infatti, può adire il giudice con autonoma zione atipica, non espressamente prevista da legge e contestare l’autenticità della firma del testamento olografo.

Cosa significa che il testamento ha carattere dispositivo?

Tale caratteristica deriva dal disposto dell’art. 587 c.c. in riferimento all’atto di disposizione delle proprie sostanze.

Il testamento, infatti, deve contenere spostamenti di ricchezza in favore o dell’erede o del legatario.

È valida la clausola di diseredazione?

Questo problema non di pone quando il diseredato è un legittimario, perché egli può impugnare la clausola e ottenere la declaratoria di inefficacia in quanto successore ex lege.

Nelle altre ipotesi sorgono dubbi in relazione alla mancanza di spostamenti patrimoniali servendo il testamento soltanto ad eliminare il soggetto indesiderato.

Ad un primo esame l’operazione sembrerebbe nulla eliminando proprio il carattere dispositivo del testamento esprimendo la clausola di diseredazione una mera volontà ablatoria, destitutiva.

Nella realtà dei fatti non è così. L’effetto indiretto della clausola di diseredazione è, infatti, quello di allargare automaticamente le quote degli altri successori legittimi. La clausola di diseredazione diviene, così, compatibile con il carattere dispositivo del testamento divenendo la successione in parte legittima e in parte testamentaria.

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

REATI TRIBUTARI OMESSO VERSAMENTO IVA

Secondo giurisprudenza consolidata non basta la mera difficoltà occorre la prova della totale impossibilità da dimostrare.

elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità

. Come ben evidenziato dai giudici di merito, la difesa non ha dedotto elementi tali da dimostrare l’assoluta impossibilità, e non la semplice difficoltà, di porre in essere il comportamento doveroso omesso. Non sono sufficienti allo scopo i documenti che dimostrano la crisi economica dell’impresa, in mancanza di azioni efficaci dirette al risanamento dell’impresa stessa, perchè tale non può essere considerata la redazione del piano allegato alla domanda di concordato, non essendo il concordato in questione andato a buon fine.

relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore

 

principi di diritto più volte ribaditi dalla giurisprudenza di legittimità, relativamente alla configurazione dell’esimente della forza maggiore rispetto al reato di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000art. 10 ter in forza dei quali risulta indispensabile che il contribuente dimostri che gli sia stato impossibile reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie all’adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo esperito tutte

– le possibili azioni, comprese quelle svantaggiose per il proprio patrimonio personale,

 tese a recuperare le somme necessarie a estinguere il debito erariale, senza esservi riuscito per ragioni a lui non imputabili e, comunque, indipendenti dalla sua volontà (ex plurimis, Sez. 3, 9 settembre 2015, n. 43599; Sez. 3, 9 ottobre 2013, n. 5905; Sez. 3, 8 gennaio 2014, n. 15416; Sez. 3, 5 dicembre 2013, n. 5467)

 Ne deriva che l’inadempimento nei termini del debito erariale deve essere considerato il frutto di una scelta strategica imprenditoriale pienamente ascrivibile all’imputato.

effetto preclusivo della

domanda di concordato,

precedente alla scadenza del termine per il pagamento del debito Iva per il 2011, deve ricordarsi che non assume rilevanza, nè sul piano dell’elemento soggettivo, nè su quello della esigibilità della condotta, la mera presentazione della domanda di ammissione al concordato preventivo, la quale non impedisce il pagamento dei debiti tributari che vengano a scadere successivamente alla sua presentazione (ex plurimis, Sez. 3, n. 25315 del 12/02/2019; Sez. 3, n. 49795 del 23/05/2018, Rv. 274199 – 01; Sez. 3, n. 12912 del 04/02/2016, Rv. 266708 – 01; Sez. 3, n. 44283 del 14/05/2013, Rv. 257484 – 01).

Altrimenti

Diversamente opinando, si dovrebbe concludere che il soggetto responsabile, con la mera presentazione della domanda di concordato prima della scadenza del termine per il versamento Iva rilevante a fini penali, possa evitare di incorrere in responsabilità penale.

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

bancarotta fraudolenta e reati tributari come quando ?

Ls Suprema corte ha stabilito che non ricorre un’ipotesi di violazione del principio del “ne bis in idem” (articolo 649 cpp) qualora, a seguito di una condanna per associazione a delinquere, finalizzata alla realizzazione di reati tributari, venga iniziato a carico di un imputato un procedimento per bancarotta fraudolenta patrimoniale, inerente alla distrazione delle risorse della medesima società in cui erano avvenuti gli illeciti fiscali.

Fatti

La Corte d’appello di Brescia ha confermato la sentenza di prima cura, che – all’esito di giudizio abbreviato – aveva condannato Fasana Giulio e Garzetti Giovanbattista per bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale in relazione al fallimento della Euro 2000 srl, dichiarato il 4/7/2001. Secondo la ricostruzione operata in sentenza i due imputati, amministratori di fatto della fallita, distrassero beni sociali per oltre 700 milioni di lire e sottrassero o occultarono le scritture sociali per impedire l’accertamento delle loro malefatte, poste in essere in un contesto associativo rivolto a frodare – essenzialmente – il fisco


Ricorso per cassazione
ì

 uno dei due amministratori si doleva di essere già stato giudicato e condannato, per i medesimi fatti, nell’ambito di un altro procedimento, riguardante il reato di associazione a delinquere finalizzato alla commissione una serie indeterminata di reati finanziari (ex articoli 2, 5 e 8, Dlgs n. 74/2000), attuati mediante la creazione di società (tra cui la srl richiamata) deputate a emettere fatture false e attraverso la creazione e l’occultamento di una contabilità parallela.

Inoltre, sempre nell’ambito del medesimo procedimento connesso, il ricorrente era stato condannato per il reato di cui all’articolo 10 del Dlgs n. 74/2000, per avere, quale amministratore di fatto della detta srl, al fine di evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occultato in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari; vale a dire, sottolineava il ricorrente, proprio le scritture contabili della stessa srl, al centro della vicenda connessa. Le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che, ai fini della preclusione connessa al principio “ne bis in idem”, l’identità del fatto sussiste quando vi sia corrispondenza storico-naturalistica nella configurazione del reato, considerato in tutti i suoi elementi costitutivi (condotta, evento, nesso causale) e con riguardo alle circostanze di tempo, di luogo e di persona (Cass, SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231799-01).

LA CORTE COSTITUZIONALE

Tale impostazione, ha precisato la Corte costituzionale (sentenza n. 200 del 31/5/2016), è senz’altro corretta, a condizione che, nell’applicazione pratica, tutti gli elementi del reato siano assunti nella loro dimensione empirica, sicché anche l’evento non potrà avere rilevanza in termini giuridici, ma assumerà significato soltanto quale modificazione della 3 Corte di Cassazione – copia non ufficiale realtà materiale conseguente all’azione o all’omissione dell’agente.

art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale

 

In questo modo è assicurato il massimo dispiegarsi della funzione di garanzia sottesa all’art. 649 cod. proc. pen. – senza compromissione di altri principi di rilievo costituzionale – e si evita che la valutazione comparativa – cui è chiamato il giudice investito del secondo giudizio – sia influenzata dalle sempre opinabili considerazioni sulla natura dell’interesse tutelato dalle norme incriminatrici, sui beni giuridici offesi, sulla natura giuridica dell’evento, sul ruolo che ha un medesimo elemento all’interno delle fattispecie, sulle implicazioni penalistiche del fatto e su quant’altro concerne i singoli reati. La Corte Costituzionale, poi, manipolando l’art. 649 cod. proc. pen., ha statuito, con la pronuncia sopra menzionata, che “il fatto” è il medesimo anche quando sussiste un concorso formale tra il reato già giudicato con sentenza divenuta irrevocabile e il reato per cui è iniziato il nuovo procedimento penale. 1.2. Corollario del principio del ne bis in idem è, per la giurisprudenza di questa Corte, quello della “preclusione processuale”, che vieta allo stesso giudice non solo di condannare, ma anche di giudicare nuovamente la persona per lo stesso fatto. Non può, infatti, essere nuovamente promossa l’azione penale per un fatto e contro una persona per i quali un processo già sia pendente (anche se in fase o grado diversi) nella stessa sede giudiziaria e su iniziativa del medesimo ufficio del P.M., di talché nel procedimento eventualmente duplicato dev’essere disposta l’archiviazione oppure, se l’azione sia stata esercitata, dev’essere rilevata con sentenza la relativa causa di improcedibilità. Questo perché – esercitando l’azione penale – il Pubblico Ministero ha consumato il potere conferitogli dall’ordinamento nel caso specifico (Cass. SU, n. 34655 del 28/6/2005, n. 231800-01). 1.3.

 In tema di fallimento determinato da operazioni dolose, non interrompono il nesso di causalità tra l’operazione dolosa e l’evento fallimentare né la preesistenza alla condotta di una causa in sé efficiente verso il dissesto, né il fatto che l’operazione dolosa contestata abbia cagionato anche solo l’aggravamento di un dissesto già in atto.

Fallimento determinato da operazioni dolose e onere della prova. Poiché il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e la volontà dell’evento fallimentare.

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

TRIBUNALE FERRARA BOLOGNA ART 570 BIS CP DIFESA

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Tribunale Ferrara, Sent., 24/05/2021

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  • Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott.ssa Maria Rita Baldelli, alla pubblica udienza del 22/02/2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

V.E., nato a C. di M. (T.) il (…), residente a C. fraz. A.. (F.) N. 78/2, elettivamente domiciliato a Cento fraz. A. in via C. n. 130/1

-lib. assente-

IMPUTATO

  1. A) Reato p. e p. dagli artt. 81-570bisp. perché, mediante molteplici omissioni esecutive del medesimo disegno criminoso, si sottraeva all’obbligo di corresponsione di Euro 600,00, quale contributo di mantenimento dei figli minori V.C. e M., previsto dalle condizioni di separazione consensuale dei coniugi omologate in data 5/12/17 innanzi al Presidente del Tribunaledi Ferrara, dott.ssa R.S., corrispondendo unicamente la somma di Euro 450,00 nel mese di febbraio.

In Cento a partire dal 5/12/17 fino all’attualità

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott.ssa S. Davi V.P.O.

Del difensore di fiducia : avv. Alex De Anna del Foro di Ferrara

Del difensore delle p.c.c. V.C. e V.M. : avv. Davide Fabbri del Foro di Modena

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Con decreto di citazione diretta a giudizio, datato 17.05.2019, V.E. veniva tratto a giudizio per il reato di cui al capo di imputazione trascritto in epigrafe.

Alla pubblica udienza del 24.09.2019, assente l’imputato, assistito da un difensore di fiducia, la signora B.D., in qualità di legale rappresentante dei figli minori, V.C. e V.M., si costituiva parte civile, venivano ammesse le prove richieste dalle parti, ed il procedimento veniva rinviato all’udienza del 25.11.2019, nel corso della quale, presente l’imputato, si procedeva all’audizione del teste del P.M. – B.D., all’esame dell’imputato, nonché all’audizione dei testi della difesa, S.F., I.L. e Z.J. ed, all’esito, il Giudice respingeva la richiesta, avanzata dal P.M., di audizione, ai sensi di cui all’art. 507 c.p.p., di V.C. e P.M., ritenendo superflua la loro escussione. Veniva infine acquisita la documentazione prodotta dal P.M. (attestazione di pagamento a favore di B.D. datata 09.02.2018, verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., visura camerale “P.C.” di V.E.; riproduzione fotostatica dei messaggi intercorsi tra V.E. e B.D. successivamente alla separazione).

Le udienze del 30.03.2020 e del 12.10.2020, venivano entrambe rinviate: la prima, in applicazione della normativa (D.L. n. 11 del 2020) volta a contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19, la seconda, in ragione dell’impedimento di codesto Giudicante, al quale il presente procedimento era stato riassegnato in seguito all’applicazione, presso la Corte di Appello di Bologna, del Giudice originariamente assegnatario dello stesso.

Alla pubblica udienza del 01.02.2021, veniva acquisita la documentazione prodotta dal difensore dell’imputato (bonifici effettuati da V.E. nell’interesse dei figli, busta-paga agosto 2020, ricevute di pagamento di bollette), il Giudice dichiarava chiusa l’istruttoria e le parti concludevano come da verbale. Il difensore della parte civile depositava altresì conclusioni scritte e nota spese ed il procedimento veniva rinviato all’odierna pubblica udienza (22.02.2021) per repliche, in assenza delle quali il Giudice dava lettura del dispositivo in atti.

La teste B. riferiva di essere la ex-moglie dell’imputato e che in sede di separazione consensuale gli stessi avevano stabilito che il prevenuto versasse a titolo di mantenimento dei figli minori C. e M. la somma complessiva di Euro. 600,00, e che provvedesse altresì al pagamento delle spese straordinarie nella misura del 50% (cfr. verbale di separazione giudiziale trasformata in consensuale, omologato in data 05.12.2017, avanti al presidente del Tribunale di Ferrara, dott.ssa R. S., produzione P.M.).

Tale obbligo pecuniario, invero, non era mai stato regolarmente adempiuto dal prevenuto che- a detta della teste – già prima della separazione, aveva ceduto la propria attività (la P.C. di V.E.) a tale P.M. in ragione di pregressi debiti contratti con quest’ultimo (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, deposizione teste B.D., pag.6; pag.9). In merito all’attività lavorativa svolta dal prevenuto in epoca successiva alla suddetta cessione, la teste precisava di non sapere se l’ex marito avesse continuato a lavorare, in qualità di dipendente, presso la suddetta pizzeria, ma di sapere che lo stesso non aveva lavorato per alcuni periodi successivi alla separazione e che aveva di poi trovato occupazione dapprima, presso la Pizzeria “Quattro Stagioni” ed, in seguito, presso il locale denominato “La Vecchia Quercia”. Al riguardo riferiva che allorquando il marito lavorava nelle predette pizzeria, la stessa aveva agito esecutivamente nei confronti di quest’ultimo per ottenere il contributo al mantenimento dei figli e di essere riuscita a pignorare sia una quota del trattamento di fine rapporto che una quota dell’attuale retribuzione che lo stesso percepisce lavorando presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” (pag.10).

La teste infine dava atto che il V., pur non provvedendo al pagamento della somma dovuta a titolo di contributo al mantenimento dei figli, ciò non di meno aveva elargito – e tuttora elargiva – a questi ultimi somme di danaro di varia entità (da 10 a 50 Euro) per fronteggiare le piccole esigenze personali degli stessi (pag.12).

In sede di esame dibattimentale, al quale l’imputato non si è sottratto, quest’ultimo non negava di essere venuto meno all’obbligo di contribuire al mantenimento dei figli, che riconduceva però al profondo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso che lo moglie lo aveva tradito e che intendeva separarsi e che, all’evidenza, era ulteriormente peggiorato allorquando, dopo la separazione, la signora B. gli aveva impedito di vedere i figli (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.28:”Sono stato malissimo…ero dimagrito…il dolore è stato enorme…non avevo neanche la pasta in casa, andavo avanti così”). In seguito a ciò, aveva “regalato” la pizzeria della quale era titolare “ad un signore che conosceva” (cfr. verbale trascrizione udienza 25.11.2019, esame imputato, pag.18: “Gli ho detto: Guarda per cortesia te la prendi tu perché io sono in fase di depressione, non riesco….Per me è come se fossi morto e oggi vorrei essere morto….in quel momento tutte le cose che mi sono capitate e quello che ho scoperto dalla B.D. sono stato male, non riuscivo piò a capire il bene e il male, nel senso che sono stato allontanato dai bambini”) ed era conseguentemente “entrato in crisi finanziaria”.

Al riguardo, infatti, precisava che successivamente alla separazione aveva dovuto trovare una nuova abitazione in affitto e che per fronteggiare le spese necessarie al proprio minimo sostentamento aveva dovuto ricorrere all’aiuto di amici che gli avevano prestato il denaro necessario per fargli avere la casa e per mantenersi, non riuscendo, per tale ragione, ad adempiere al prescritto obbligo di mantenimento (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.26: “Io non avevo i soldi, io (ndr. la mensilità per l’affitto, 330,00 Euro e per la cauzione, altri 330 Euro) li ho avuti in prestito dai miei amici i soldi……ho dovuto recuperare un letto, un materasso e poi aprire tutti i contatori….mi hanno sempre aiutato, perché io in quel periodo non lavoravo, ero proprio zero….sono uscito di casa che forse avevo 20 Euro”). In merito alla propria capacità economica, invero, l’imputato spiegava che nei primi mesi del 2018, aveva lavorato solo saltuariamente, percependo 50-60 Euro a serata e che era riuscito a sopravvivere solo grazie agli aiuto degli amici (cfr. verbale trascrizione udienza cit., esame imputato, pag.27: “A me mi aiutavano, mi hanno aiutato tante le persone che io gli ho fatto del bene….campavo così giornalmente.. andavo a fare qualche piccolo lavoretto”), poi era stato assunto per la stagione maggio-ottobre presso il locale “Le Quattro Stagioni” ed infine presso la pizzeria “La Vecchia Quercia” con una retribuzione di 980,00 Euro mensili che – suo malgrado – non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento dei figli posto a suo carico. Lo stesso, infatti, spiegava che una volta detratte le spese per l’affitto (330,00 Euro), il quinto pignoratogli dalla signora B. (180 Euro), le spese per le varie utenze, nonché quelle necessarie per recarsi al lavoro, la somma restante con la quale vivere ammontava a meno di trecento Euro mensili, che lo stesso utilizzava altresì per restituire, con piccoli importi, il denaro che gli amici gli avevano prestato all’occorrenza (cfr. verbale trascrizione cit., esame imputato, pag.29). Dichiarava, infine, che compatibilmente con la propria situazione economica, aveva comunque cercato di contribuire al mantenimento dei figli (“…tutto quello che avevo l’ho sempre messo anche per i bambini, io ho fatto con 20 Euro alla settimana, in sostanza”, pag.29) pagando per esempio le spese per le attività sportive come il calcio (al riguardo precisava di aver corrisposto la quota di iscrizione al calcio sia per l’anno 2018 che per l’anno 2019, accollandosi l’intero ammontare della stessa, 300,00 Euro annuali, e non il solo 50% come previsto), comprando loro le scarpe, portandoli con sè in vacanza in Sicilia, nonché consegnando loro piccole somme per i bisogni personali (pagg.19;22-23; 29). Ad ulteriore conferma della volontà di voler provvedere al mantenimento dei figli – seppur in maniera proporzionata alle proprie attuali capacità economiche – aggiungeva altresì di essersi attivato per l’apertura di un conto corrente ove inviare direttamente il denaro ai predetti senza dover avere contatti con la signora B. (pag . 19) e di aver comunque cercato un accordo con quest’ultimo per il pagamento delle somme arretrate, che però non era andato a buon fine e di non avere, per le ragioni di cui sopra, la disponibilità economica necessaria per poter procedere in via giudiziale alla modifica delle condizioni di separazione (pag.31).

Il teste della difesa, S.F., amico da oltre dieci anni dell’imputato, confermava la situazione di grave disagio economico di quest’ultimo, che, a causa della separazione, era caduto in depressione e che, per diversi mesi, non era stato in grado di lavorare, tanto è vero che lo stesso gli aveva prestato del denaro per fronteggiare le esigenze primarie di vita (verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste S.F., pagg.32-33) e che il signor V. gli aveva di poi restituito un po’ alla volta (pag.34).

Il teste della difesa I.L., anch’egli amico dell’imputato, riferiva di un profondo stato di depressione del predetto (“Era depresso, delle volte diceva pure delle cose che non sono piacevoli, che era meglio che si tirava via la vita, perché non più vita da vivere…cioè io l’ho sentito dire e lo dico”, verbale trascrizione udienza cit., deposizione teste I.L., pag.36) che aveva impedito a quest’ultimo lo svolgimento di ogni attività lavorativa e che, per cercare di aiutarlo lo stesso l’aveva invitato a cena a casa propria per diversi mesi, non essendo in grado di supportarlo con dazioni in denaro (pag. 37).

Infine, anche la teste Z.J., ex dipendente dell’imputato, dava atto dello stato depressivo nel quale era caduto il prevenuto successivamente alla separazione, confermando altresì le gravi difficoltà economiche dello stesso, “soprattutto nei primi periodi quando ha cambiato casa” (pag.39), allorquando non aveva i soldi “per pagare l’affitto, per pagare qualche bolletta o aveva il frigo vuoto”. Al riguardo la teste precisava di averlo aiutato tramite piccoli “Kit di sopravvivenza”, come per esempio, lenzuola, asciugamani, in quanto il V. era uscito di casa “solo con i suoi vestiti” (pag40), nonché con prestiti di somme di denaro – all’inizio molto più frequenti, che l’imputato le stava ancora restituendo un po’ alla volta.

Così riassunto il compendio probatorio, preliminarmente occorre rammentare che poiché per la sussistenza del reato è sufficiente l’accertamento della volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione del contributo come determinato dal Tribunale, in quanto la locuzione “si sottrae” contenuta nella norma non implica alcuna attività ulteriore rispetto all’omissione dell’obbligo civilistico assunto come presupposto del reato, per addivenire ad una pronuncia di condanna è sufficiente, sotto il profilo oggettivo e fattuale, la prova in capo alla persona offesa del diritto di credito nei confronti dell’imputato avente per oggetto il versamento mensile del contributo al mantenimento dei figli e del mancato soddisfacimento di detto diritto da parte dell’obbligato.

Nel caso in esame, i riscontri acquisiti sul piano dichiarativo e documentale, consentono di ritenere provato il suddetto elemento costitutivo della fattispecie, peraltro mai negato neppure dall’imputato che, in sede di esame, ha sempre ricondotto l’inadempimento a circostanze diverse dall’insussistenza dell’obbligo, ed in particolare, all’incapacità lavorativa dello stesso, dovuta allo stato di depressione nel quale era caduto dopo aver appreso del tradimento della moglie e della volontà di quest’ultimo di separarsi, nonché alle conseguenti difficoltà economiche dello stesso, costretto a ricorrere all’aiuto economico degli amici per soddisfare altresì le proprie primarie esigenze di vita.

Sotto quest’ultimo profilo, invero, l’asserita incapacità economica dell’obbligato può assumere valore di esimente, in virtù del principio “ad impossibilia nemo tenetur”, solo allorchè sia assoluta (non rileva, infatti, l’impossibilità relativa, che si ha quando la situazione di indigenza renda impossibile l’assolvimento dei doveri economici nel modo astrattamente più idoneo, ma non escluda la possibilità di un adempimento parziale o l’adozione di modalità sussidiarie) e non sia ascrivibile a colpa, anche parziale, dell’imputato (cfr., fra le tante : Cass.21.09.2001, n.37419; Cass. Pen. Sez. feriale 24.09.2012, n.36680), sul quale incombe l’onere di allegare gli elementi dai quali desumere la suddetta impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione. Ne discende, pertanto, che in difetto di tale prova, l’omissione non può ritenersi scriminata, risultando a tal fine insufficiente anche il formale stato di disoccupazione, ovvero il fallimento o la chiusura dell’attività, sintomatici – tuttal’più – di una situazione di difficoltò economica, ma non necessariamente di una oggettiva ed assoluta impossibilità ad adempiere, da ravvisarsi, per esempio, nel caso di comprovata malattia dell’obbligato, ostativa allo svolgimento di una qualsiasi attività lavorativa.

Ciò premesso, ad avviso di questo Giudicante, nel caso di specie, non sono ravvisabili le condizioni per ritenere che l’inadempimento dell’imputato sia stato cosciente e volontario e non sia invece dipeso da una impossibilità assoluta ed incolpevole di contribuire al mantenimento dei figli.

Lo stato depressivo che aveva profondamente colpito il prevenuto, con conseguenti quanto plausibili ripercussioni anche sulla capacità lavorativa dello stesso – adeguatamente riscontrato dalle deposizioni dei testimoni della difesa – costituisce, invero, circostanza idonea a dimostrare l’impossibilità dell’adempimento nel senso sopra descritto, in quanto situazione certamente non ascrivibile, neppure in modo parziale al predetto che, suo malgrado, si è trovato a subire una serie di eventi che lo avevano turbato e scoraggiato al punto di pensare di togliersi la vita.

Ma non solo: le risultanze istruttorie, infatti, hanno altresì evidenziato come i proventi derivanti dall’attività lavorativa che l’imputato era riuscito a reperire, una volta superata la situazione di grave disagio psicologico che lo aveva sopraffatto, non fossero neppure sufficienti al mantenimento dello stesso, costretto, in numerosissime occasioni, a ricorrere all’aiuto – sia economico che materiale – degli amici per fronteggiare le proprie primarie esigenze di vita.

Ciò non di meno il prevenuto, pur a fronte dell’oggettivo e comprovato mutamento della propria capacità economica che – all’evidenza- non gli consentiva di adempire l’obbligo di mantenimento in conformità a quanto prescritto dal provvedimento impositivo dello stesso e che – si badi bene – neppure gli consentiva – in considerazione delle spese da affrontare – di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere la modifica dell’assegno di mantenimento, ha comunque cercato – compatibilmente con la propria disponibilità finanziaria – di contribuire al mantenimento dei figli con le modalità sopra descritte, non opponendosi neppure alla procedura esecutiva posta in essere dalla signora B. per recuperare le somme pregresse dovute a titolo di mantenimento del figli, nonostante dovesse ricorrere ai già richiamati aiuti economici degli amici per la propria sopravvivenza.

Nel caso in questione, pertanto ,si reputa che non sussistano sufficienti e concordanti elementi probatori che portino a ritenere che la condotta dell’imputato fosse sorretta dalla volontà di sottrarsi agli obblighi economici di natura familiare, posto che tale volontà pare essere contraddetta da quanto sin qui richiamato.

Conseguentemente – in ragione dei criteri che governano la valutazione della prova in sede dibattimentale – si ritiene di pervenire all’adozione di sentenza di assoluzione nei confronti del prevenuto per i fatti allo stesso ascritti ex art. 530, comma II, c.p.p., perché il fatto non costituisce reato.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 II co c.p.p.

assolve

l’imputato dal reato ascritto perché il fatto non costituisce reato.

Visto l’art. 544, co. 3 c.p.p. si indica in giorni 90 il termine per il deposito della motivazione.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 22 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 24 maggio 2021.

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

ART 570 BIS CP NON VERSA ASSEGNO AI FIGLI PER LUDOPATIA TRIBUNALE FERRARA

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L’ipotesi di reato prevista dall’art. 570 c.p., comma 1, così come quella prevista dal comma 2 della medesima disposizione, presuppongono entrambe la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età (Sez. 6, n. 34080 del 13/6/2013, M., Rv. 257416).

Conseguentemente, la violazione degli obblighi di assistenza economica nei confronti dei figli maggiorenni non autosufficienti, ove non inabili al lavoro, non solo non è punita a norma dell’art. 570 c.p., comma 1, che ha riguardo solo ai figli minori, atteso il riferimento agli obblighi inerenti la potestà genitoriale (ora sostituito dal riferimento alla “responsabilità genitoriale” di cui all’art. 316 c.c. per effetto della modifica introdotta dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154), ma è perseguibile soltanto ove ricorra la diversa ipotesi di reato previsto dall’art. 570-bis c.p..

A seguito del raggiungimento della maggiore età del figlio beneficiario dell’assegno di mantenimento, il permanente inadempimento da parte del genitore obbligato al versamento integra il reato di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898art. 12-sexies, richiamato dall’art. 3L. 8 febbraio 2006, n. 54 (ora trasfuso nell’art. 570-bis c.p.) e non invece quello dell’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, (Sez. 6, n. 38611 del 12/4/2018, M., Rv. 274102).

Nel caso di specie, l’imputato è stato condannato per il reato previsto dall’art. 570 c.p., comma 1 e comma 2, n. 2 per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alla propria moglie ed ai figli F.S. e A., con decorrenza del reato dalla data del 23 luglio 2015, quando i predetti figli erano già maggiorenni, e quindi legittimati in via esclusiva a sporgere querela, anche ove ritenuti inabili al lavoro.

E’ incontestato, infatti, che la querela è stata sporta dalla madre quando i figli erano già divenuti maggiorenni, e quindi in difetto del potere di rappresentanza spettante al genitore ex art. 120 c.p., comma 3, ai fini dell’esercizio del diritto di querela.

Va ricordato che la condotta di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza in danno di più soggetti conviventi nello stesso nucleo familiare non configura un unico reato, bensì una pluralità di reati in concorso formale o, ricorrendone i presupposti, in continuazione tra loro (Sez. U, n. 8413 del 20/12/2007, Cassa, Rv. 238468).

Pertanto, la disposizione di cui all’art. 122 c.p. – per la quale il reato commesso in danno di più persone è punibile anche se la querela è proposta da una soltanto di esse – non è applicabile al caso di specie, trattandosi di più reati, in concorso formale, commessi in danno di diverse persone offese.

Costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità che nell’ipotesi in cui una sola azione comporti più lesioni della stessa disposizione penale, ledendo distinti soggetti, poichè tale situazione integra un concorso formale di reati in danno di più persone, in cui la “reductio ad unum” è preordinata solo ad un più benevolo regime sanzionatorio che non incide sulla autonomia dei singoli reati, in tal caso, la procedibilità di ciascun reato è condizionata alla querela della rispettiva persona offesa (Sez. 5, n. 44392 del 11/06/2015, D., Rv. 266402).

Pertanto, avendo la Corte di appello disatteso tale principio di diritto sull’assunto dell’effetto estensivo della querela sporta da una soltanto delle persone offese del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio limitatamente ai reati in danno dei figli per mancanza di querela.

Dall’accoglimento del predetto motivo consegue l’assorbimento di tutti gli altri motivi con i quali sono state dedotte le questioni concernenti l’assenza di un provvedimento giudiziale di attribuzione di un assegno di mantenimento riferibile ad i figli, l’insussistenza dello stato di bisogno e dell’inabilità al lavoro dei figli, residuando solo la condanna per il reato commesso in danno della moglie, P.S..

Si deve, peraltro, rilevare, con riguardo alla dedotta indeterminatezza dell’imputazione, che una volta instaurato il giudizio abbreviato incondizionato, senza che vi sia stata alcuna modificazione dell’accusa da parte del pubblico ministero e senza che il giudice abbia rilevato vizi nella formulazione dell’imputazione, non è consentito all’imputato eccepire in sede di discussione la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per genericità ed indeterminatezza del capo di imputazione (Sez.6, n. 23771 del 20/02/2009, Bilardi, Rv. 245252).

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

Tribunale Ferrara, Sent., 21/06/2021

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Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processoMotivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

ASSISTENZA FAMILIARE (VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI)

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Silvia Marini, alla pubblica udienza del 21 aprile 2021 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

M.L., nato ad A. il (…) – attualmente detenuto p. a. c. c/o la Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia

-detenuto p. a. c. presente-

IMPUTATO

Per il delitto di cui all’art. 570 bis c.p. perché, ometteva di versare il contributo, inerente le spese del mantenimento dei figli minori, come stabilito dal Tribunale di Ferrara con D.P. R.G. 1542/15 del 17 maggio 2016 a favore dell’ex coniuge, L.E. consistente nella somma di Eurouro 2.400,00 relativa ai mesi di febbraio, marzo, giugno luglio, agosto, settembre 2018.

Con l’aggravante della recidiva reiterata.

In Cento (FE) dal 05.04.2018 ad oggi

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott. Renzo Simionati V.P.O.

Del difensore di fiducia: Avv. Denise Mondin del Foro di Ferrara

Del difensore della parte civile costituita E.L.: Avv. Giulio Cristofori del Foro di Bologna

Svolgimento del processo

A seguito di decreto di citazione a giudizio del 4 marzo 2020 si procedeva nei confronti dell’imputato, detenuto per altra causa, che aveva ricevuto di persona l’atto introduttivo del giudizio, per il reato di cui all’art. 570 bis c.p., enunciato in rubrica.

L’udienza del 9 giugno 2020 era differita d’ufficio causa l’emergenza epidemiologica con conseguente sospensione del termine di prescrizione ex art. 83 D.L. n. 18 del 1920, conv. in L. n. 27 del 2020. All’udienza del 10 novembre 2020, presente l’imputato con il difensore di fiducia, costituitasi parte civile L.E., venivano ammesse le prove.

Il 21 aprile 2021, in esito ad istruttoria, le parti concludevano come da verbale ed il Giudice pronunciava sentenza.

Motivi della decisione

All’esito dell’istruttoria dibattimentale deve affermarsi la penale responsabilità dell’imputato per il reato ascrittogli.

La teste L.E., ex moglie dell’imputato, confermava le circostanze rassegnate nella querela presentata il 19-9-2018: durante la convivenza con M.L., protrattasi dal 2000 al 2010, nascevano M. nel 2004 e Alessio nel 2008; cessato il rapporto, con provvedimento del Tribunale di Ferrara del 17-5-2016 che recepiva gli accordi delle parti, i figli erano affidati in forma condivisa ai genitori con collocamento prevalente presso la madre e veniva disposto a carico del padre il versamento della somma di Euro 200,00 mensili per ciascun figlio, oltre al 50% delle spese straordinarie. Era stato, inoltre, previsto che nei mesi di dicembre di ogni anno M. versasse una quota aggiuntiva di Euro 400,00.

Dopo il contributo del maggio 2018 l’imputato non versava più alcunchè, avendo già da febbraio 2018 adempiuto all’obbligo solo parzialmente, così gravando il mantenimento dei figli minori esclusivamente sulla madre, la quale lavorava come operaia part time presso un’azienda di ristorazione, percependo Euro 750,00 al mese oltre agli assegni familiari e ad un assegno di invalidità in favore del figlio M., ipovedente. La L. aveva dovuto ricorrere ad un finanziamento di Euro 10.000 per far fronte all’affitto.

Nel 2018 M. aveva lavorato come operaio presso un’azienda di O.E.; in quell’epoca, secondo la teste, aveva disponibilità economiche superiori alle sue, considerato il regime di vita che faceva (abiti costosi, ristoranti); poi a gennaio 2019 era stato ristretto in carcere e l’unica somma ricevuta dalla L. erano stati 100,00 Euro in occasione del compleanno di un figlio nel 2020.

L’imputato, in sede di esame, ha ammesso di non avere adempiuto ai suoi obblighi di padre, così come rappresentato dalla ex compagna.

Ha sostenuto di spendere tutto lo stipendio che percepiva, Euro 2.600,00 al mese, nel gioco d’azzardo; era riuscito a versare il contributo fino ad inizio 2018, poi non era stato più in grado, perché si giocava tutto il denaro di cui aveva la disponibilità; aveva chiesto anche un finanziamento di Euro 30.000 alla madre per ripianare i debiti di gioco.

Non avendo denaro, né un luogo dove ospitarli (dormiva dalla madre, che non voleva i bambini o sul camion) spesso non faceva visita ai figli, né li teneva nei giorni consentiti dal provvedimento del Tribunale.

Il vizio del gioco e l’abuso di alcool lo avevano indotto a commettere i crimini per cui ora è detenuto (rapine); aveva iniziato da poco un percorso al Ser.T e chiesto il trasferimento alla casa di reclusione di Castelfranco Emilia, dove riusciva a lavorare, sperando così di cominciare a contribuire ai suoi obblighi.

L.G., teste indotto dalla difesa, ha riferito di avere frequentato M.L. nel 2018 presso un bar di Cento, ove entrambi giocavano alle slot machine.

Alla luce delle risultanze probatorie orali e documentali appare integrata la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui contestato.

La deposizione della persona offesa, pienamente attendibile, è stata confermata dallo stesso imputato, che, oltre a riconoscere le circostanze relative all’omesso adempimento, ha dichiarato che L.E. è sempre stata una brava madre, attenta ai bisogni dei figli, cui dal 2018 ha provveduto in forma esclusiva.

D’altro canto M., fino a gennaio 2019, aveva un lavoro da cui ricavava un reddito non certo esiguo che, anziché destinare ai figli, quantomeno nella minima parte stabilita dal Tribunale, sperperava nel gioco d’azzardo.

Può, quindi, ritenersi integrato il reato contestato.

In ordine all’elemento oggettivo la norma prevede quale condotta sanzionabile il mero inadempimento dell’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento stabilito in sede civile.

Quanto all’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità del reato in esame, è sufficiente che il soggetto attivo abbia avuto la coscienza e volontà di sottrarsi senza giusta causa all’obbligo impostogli, nella consapevolezza del bisogno in cui versavano i familiari a cui era tenuto a versare l’assegno. Detta consapevolezza è emersa pienamente nel corso dell’esame dell’imputato.

Nel caso in esame, il totale inadempimento all’obbligo di contribuire al mantenimento della famiglia dal 2018 in poi – in assenza di alcuna valida giustificazione – è sintomatico del dolo.

Le circostanze rappresentate dall’imputato non sono, pertanto, tali da escludere l’elemento soggettivo del reato, né configurano una condizione di diminuita capacità di intendere e volere al momento del fatto, come meramente allegato dalla difesa.

Infatti, pur potendo darsi per provato che M. giocasse d’azzardo sulla base del suo esame e della testimonianza assunta, in assenza di documentazione o accertamenti medici risalenti all’epoca dei fatti, non è possibile ora – nemmeno con l’ausilio di una perizia medico legale – accertare uno stato di affievolita capacità di intendere e volere conseguente alla asserita ludopatia.

A tale scopo non si è ritenuta decisiva l’assunzione delle testimonianze della sorella e del fratello dell’imputato, indicati dalla sua difesa a prova contraria e non su circostanze specifiche, trattandosi di congiunti dell’imputato, che nulla di rilevante avrebbero potuto aggiungere rispetto al quadro probatorio granitico quanto all’integrazione del reato contestato, né in ordine al gioco d’azzardo rispetto alla testimonianza del L..

La deriva criminale del M. nel 2018, a causa della commissione di gravi reati offensivi del patrimonio per cui è tuttora ristretto in via definitiva, non è stata ricondotta dall’autorità giudiziaria procedente in alcun modo a patologie scemanti la sua capacità di intendere e volere in quel periodo, concomitante ai fatti per cui si procede.

Ai fini dell’accertamento di una patologia da dipendenza cronica dal gioco è necessaria una valutazione diagnostica da parte di uno specialista, a mezzo della quale si dimostri che tale patologia influenzi il comportamento di chi commette il reato e sia tale da renderlo incapace di intendere e di volere al momento in cui lo commette.

Deve, perciò, trattarsi di un disturbo idoneo a determinare e che abbia in effetti determinato una situazione di assetto psichico incontrollabile, totalmente o in grave misura che, incolpevolmente, rende l’agente incapace di esercitare il dovuto controllo dei propri atti, e conseguentemente indirizzarli, di percepire il disvalore sociale del fatto, di autonomamente e liberamente, autodeterminarsi.

Pertanto, il reato dovrà essere compiuto durante l’estrinsecarsi della patologia inabilitante, nonché essere legato da un rapporto di derivazione diretta con la patologia in questione.

Quanto alla ludopatia sono stati considerati reati causalmente connessi a tale disturbo i delitti contro il patrimonio, in quanto satisfattivi per le esigenze del soggetto ludopatico.

In relazione al reato per cui si procede il vizio del gioco costituiva presumibilmente solo la causa della mancata disponibilità economica necessaria per il versamento dei contributi, ma gli omessi versamenti, peraltro reiterati mensilmente, non erano condotte commesse in vista di un’immediata occasione di gioco rispetto alla quale fosse urgente il necessario approvvigionamento finanziario.

Ad avviso del decidente, in considerazione della tipologia di reato per cui si procede le azioni delittuose poste in essere sono state realizzate mediante condotte caratterizzate da connotati incompatibili con la spiegazione patologica del movente, non costituendo il vizio del gioco la pulsione della condotta delittuosa, né derivando dalle stesse un guadagno impiegabile per giocare d’azzardo.

Manca, quindi, la correlazione causale delle stesse con un eventuale – in quanto non accertato e difficilmente accertabile in questa sede – disturbo ludopatico.

Venendo ad esaminare il trattamento sanzionatorio, può escludersi la contestata recidiva in quanto le condanne divenute irrevocabili prima del reato per cui si procede riguardano fatti offensivi di beni diversi dal reato per cui si procede; possono riconoscersi le circostanze attenuante generiche, in considerazione del comportamento processuale dell’imputato, che ha ammesso i fatti ed ha mostrato di avere ora compreso l’illiceità delle sue condotte; ha, inoltre, intrapreso all’interno del carcere un percorso rieducativo. Visti i criteri di cui all’art. 133 c.p., si stima equa la condanna nella misura di mesi tre di reclusione, ritenendosi la pena detentiva nella misura comminata adeguata alla personalità dell’imputato ed all’entità degli omessi versamenti.

Segue la condanna al pagamento delle spese processuali.

I precedenti sono ostativi alla concessione della sospensione condizionale della pena.

L’imputato va condannato al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita, avente diritto in quanto affidatari dei figli minori al versamento del contributo mensile, che si liquidano fin da ora in Euro 4.000,00, di cui Euro 2.400 per danno patrimoniale derivante dagli omessi versamenti e Euro 1.600,00 per le spese indirette sostenute dalla parte civile a causa del mancato versamento e per danno morale conseguente alla precarietà delle condizioni in cui il nucleo familiare è stato ed è tuttora costretto a vivere, potendo fare affidamento sulle sole entrate derivanti dal lavoro a tempo parziale della L., non sufficiente per far fronte a tutte le esigenze di due figli minori, uno dei quali ipovedente.

Da ciò consegue che la condanna al risarcimento del danno deve essere dichiarata provvisoriamente esecutiva.

Infine M.L. deve essere condannato a rifondere le spese processuali sostenute dalla parte civile, che si liquidano – tenuto conto dell’impegno profuso e del risultato raggiunto in una causa non particolarmente complessa – in Euro 1.900,00 per onorari (Euro 400,00 per esame e studio, Euro 200,00 per la fase introduttiva, Euro 400,00 per la fase istruttoria e Euro 900,00 per la fase decisionale), oltre spese generali e oneri di legge, da versarsi in favore dello Stato ai sensi dell’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, in quanto la parte civile è ammessa al gratuito patrocinio.

P.Q.M.

Visti gli artt.533 e 535 c.p.p., dichiara M.L. responsabile del reato ascrittogli e, esclusa la contestata recidiva e riconosciute le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di mesi tre di reclusione, nonché al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 538 c.p.p., condanna l’imputato al risarcimento del danno patito dalla parte civile, che liquida in Euro 4.000, oltre interessi dalla data della decisione al saldo.

Visto l’art. 540 c.p.p. dichiara la condanna al risarcimento del danno provvisoriamente esecutiva.

Visto l’art. 110 D.P.R. n. 115 del 2002, condanna l’imputato al pagamento in favore dello Stato delle spese processuali sostenute dalla parte civile, che liquida in Euro 1.900 per onorari, oltre spese generali nella misura del 15% e oneri di legge.

Motivazione in giorni novanta.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 21 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 21 giugno 2021.

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA

FALSA TESTIMONIANZA CORTE APPELLO BOLOGNA
La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSTANZO Angelo – Presidente –

Dott. CALVANESE Ersilia – Consigliere –

Dott. GIORGI Maria Silvia – Consigliere –

Dott. ROSATI Martino – Consigliere –

Dott. SILVESTRI Pietro – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.R., nato a (OMISSIS) D.P.D., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza emessa dalla Corte di appello di Bologna il 18/02/2020; udita la relazione svolta dal Consigliere, Dr. Silvestri Pietro;

lette le conclusioni del Sostituto Procuratore Generale che ha chiesto che i ricorsi siano dichiarati inammissibili.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza, emessa all’esito del giudizio abbreviato, con cui G.R. e D.P.D. sono stati condannati per il reato di falsa testimonianza.

Agli imputati è contestato, deponendo come testimoni all’udienza del 19.12.2016 innanzi al Tribunale penale di Parma, di avere negato il vero, affermato il falso e taciuto, in tutto o in parte, ciò che sapevano in ordine ai fatti su cui erano sentiti.

Il processo in cui la falsa testimonianza sarebbe stata commessa aveva ad oggetto il reato di atti sessuali di gruppo, commesso il 12.9.2010 ed attribuito a C.F., Co.Fr. e P.V. in danno di D.S.D., conclusosi in primo grado con sentenza di condanna.

In particolare, G. avrebbe:

  1. a) affermato il falso dichiarando di averetrattenuto, successivamente al 2010, dopo un concerto, un rapporto sessuale orale di gruppo con D.S.D., P.V. e D.M., rapporto consumato in auto nel tragitto verso la abitazione della ragazza;
  2. b) dichiarato falsamente di avere assistito ad un rapporto sessuale tra la D.S. e S.A. nell’anno 2011 o 2012; c) dichiarato falsamente che Cavalca e la D.S. si erano continuati a frequentare dopo la sera del 12.9.2010 e di aver visto la ragazza in una prima occasione sulla bicicletta insieme a Cavalca e in una seconda occasione a casa di questi;
  3. d) risposto, alla domanda di precisare se avesse parlato della vicenda con gli imputati, di non ricordare, in ciò manifestando un evidente atteggiamento reticente.
  4. E’ stato proposto ricorso per cassazione da G.R. e sono stati articolati tre motivi.

2.1. Con il primo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al giudizio di penale responsabilità.

Si argomenta sulla circostanza sub d): diversamente da quanto ritenuto, se è vero che dopo il fatto reato vi furono incontri tra gli imputati del processo “madre” ed altri esponenti del collettivo Raf (rete antifascista), nel corso dei quali si sarebbe discusso del modo di fronteggiare l’accusa di violenza sessuale di gruppo, nondimeno non vi sarebbe la prova della partecipazione a detti incontri del ricorrente; la motivazione sarebbe viziata nella parte in cui si è ritenuto inverosimile che l’imputato potè non parlare con gli “amici” di una vicenda così significativa.

Si aggiunge che la ritenuta attendibilità della persona offesa nel processo avente ad oggetto il reato sessuale non potrebbe costituire la precondizione per il vaglio della falsità delle testimonianze rese dagli imputati nel i:(resente processo, atteso che, quanto al ricorrente, sulle circostanze su cui si assume questi abbia riferito il falso, la persona offesa del reato sessuale non sarebbe stata chiamata a riferire nel processo madre. In particolare, i giudici di appello non avrebbero valutato che:

  1. a) nel processo in esame la vittima della violenza sessuale si è costituita parte civile e ciò avrebbe dovuto indurre a valutare con rigore le dichiarazioni da essa rese e rimaste prive di riscontri;
  2. b) la donna avrebbe risposto in sede di indagini preliminari in modo non esaustivo;
  3. c) per ragioni di riservatezza la donna potrebbe avere riferito non secondo verità quanto alla circostanza sub a) (il rapporto sessuale orale di gruppo), mentre, per quel che riguarda le altre circostanze, è possibile che la donna possa avere avuto un ricordo proco preciso, spiegabile peraltro anche per la poca rilevanza delle circostanze fattuali; d) anche nel processo “madre” la persona offesa aveva riferito una versione dei fatti connotata da comprensibili criticità.

Sotto altro profilo, si sostiene che la deposizione di G. nel processo madre sarebbe stata del tutto inoffensiva, atteso il quadro probatorio esistente a carico degli imputati in quel processo; dunque una deposizione che, ove pure fosse stata falsa, non avrebbe avuto capacità di incidere sul convincimento del giudice.

Sulla base di tale assunto si ripercorre, argomentando, la motivazione della sentenza in ordine alla responsabilità degli imputati per il reato sessuale e si evidenzia come da essa emerga che il giudizio di colpevolezza sia stato fatto derivare: a) dai video registrati da uno degli imputati aventi ad oggetto il fatto-reato; b) dalle dichiarazioni della persona offesa.

Nè sarebbe fondato l’assunto secondo cui la deposizione di G. avrebbe potuto contribuire ad inficiare l’attendibilità della persona offesa, attesa, da una parte, la estraneità, rispetto al tema della decisone, di ciò che avvenne dopo i fatti, e, dall’altra, la decisività della prova documentale di cui si è detto, rispetto alla quale la deposizione della persona offesa avrebbe avuto solo un ruolo di “cornice”.

2.2. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge e vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

Si tratta di una questione dedotta in appello con un motivo aggiunto; la causa di non punibilità invocata sarebbe stata negata in ragione della rilevanza della falsa deposizione – in quanto idonea a manipolare un elemento essenziale della prospettazione accusatoria quale quello della mancanza di consenso della persona offesa – e delle modalità della condotta e dell’entità del dolo, comprovato dal messaggio di scuse che lo stesso imputato avrebbe inviato in un dato momento alla vittima.

Si assume tuttavia che G. non sarebbe stato a conoscenza delle reali dinamiche con cui la violenza di gruppo fu commessa e che anche il messaggio di scuse non presupporrebbe la effettiva conoscenza delle stesse.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione di legge e vizio di motivazione quanto alla dosimetria della pena ed al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche.

  1. E’ stato proposto ricorso anche nell’interesse di D.P.D..

E’ stato articolato un unico motivo con cui si lamenta vizio di motivazione quanto al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, negate in ragione della gravità del fatto.

Si tratterrebbe di una motivazione viziata, atteso che, da una parte, gli autori della falsa testimonianza non possono considerarsi gli autori della violenza sessuale e dall’altra, che nessun danno sarebbe stato prodotto alla persona offesa della violenza sessuale dalla falsa deposizione per cui si procede.

  1. Sono astate trasmesse memorie difensive nell’interesse degli imputati con cui sono stati ripresi e sviluppati ulteriormente gli argomenti trattati con i rispettivi ricorsi.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi, i cui motivi possono essere valutati congiuntamente, sono inammissibili.
  2. La Corte, anche richiamando la sentenza di primo grado, ha ricostruito puntualmente i fatti, valutato le prove e, in particolare, le dichiarazioni rese dalla persona offesa nel processo avente ad oggetto la violenza sessuale di gruppo ai suoi danni e spiegato: a) perchè le dichiarazioni della persona offesa nel processo di violenza sessuale debbano considerarsi assolutamente attendibili; b) perchè dette dichiarazioni siano confermate da molteplici ulteriori elementi di prova; c) perchè la deposizione resa da G. – che aveva visto i video documentativi di quel che accadde – in quel processo fu obiettivamente falsa, con particolare riguardo all’ipotizzato rapporto sessuale di gruppo ed al rapporto sessuale tra la persona offesa e S. (sul punto, lucidamente la Corte a pag. 20 della sentenza impugnata); d) quale fosse lo scopo perseguito dal ricorrente con le false dichiarazioni, quello cioè di screditare la vittima del reato ed avallare la possibilità che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato non dissenziente; e) come l’imputato avesse cercato di incidere sulla volontà della persona offesa invitandola a non riferire l’accaduto.
  3. Le censure dedotte rivelano la loro strutturale inammissibilità, perchè, da una parte, non si confrontano con la motivazione della sentenza, e, dall’altra, si sviluppano sul piano della ricostruzione fattuale e sono sostanzialmente volte a sovrapporre un’interpretazione delle risultanze probatorie diversa da quella recepita dai giudici di7′ merito, piuttosto che a far emergere un vizio della motivazione rilevante ai sensi dell’art. 606c.p.p..

Secondo i principi consolidati dalla Corte di cassazione la sentenza non può essere annullata sulla base di mere prospettazioni alternative che si risolvano in una rilettura orientata degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, ovvero nell’assunzione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, da preferire rispetto a quelli adottati dal giudice del merito, perchè considerati maggiormente plausibili, o perchè assertivamente ritenuti dotati di una migliore capacità esplicativa nel contesto in cui la condotta delittuosa si è in concreto realizzata (Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, rv. 265482; Sez. 6, n. 22256 del 26/04/2006, Bosco, rv. 234148).

  1. ha riproposto con il ricorso per cassazione la versione dei fatti dedotta in primo e secondo grado e disattesa dai Giudici del merito; compito del giudice di legittimità nel sindacato sui vizi della motivazione non è tuttavia quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito, ma quello di stabilire se questi abbiano esaminato tutti gli elementi a loro disposizione, se abbiano fornito una corretta interpretazione di essi, dando completa e convincente risposta alle deduzioni delle parti, e se abbiano esattamente applicato le regole della logica nello sviluppo delle argomentazioni che hanno giustificato la scelta di determinate conclusioni a preferenza di altre.

E’ possibile che nella valutazione sulla “tenuta” del ragionamento probatorio, la struttura motivazionale della sentenza di appello si saldi con quella precedente per formare un unico corpo argomentativo, atteso che le due decisioni di merito possono concordare nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, (cfr., in tal senso, tra le altre, Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Argentieri, rv. 2574595; Sez. 2, n. 5606 dell’8/2/2007, Conversa e altro, Rv. 236181; Sez. 1, n. 8868 dell’8/8/2000, Sangiorgi, rv. 216906; Sez. 2, n. 11220 del 5/12/1997, Ambrosino, rv. 209145).

Tale integrazione tra le due motivazioni si verifica, come nel caso di specie, allorchè i giudici di secondo grado esaminino le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con riferimenti alle determinazioni ed ai passaggi logico-giuridici della decisione di primo grado e, a maggior ragione, ciò è legittimo quando i motivi di appello non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione del primo giudice (Cfr. la parte motiva della sentenza Sez. 3, n. 10163 del 12/3/2002, Lombardozzi, Rv. 221116).

I giudici di appello, che pure hanno fatto riferimento alle argomentazioni sviluppate nella sentenza di primo grado, hanno fornito una valutazione analitica ed autonoma su punti specificamente indicati nell’impugnazione di appello, di talchè la motivazione risulta esaustiva ed immune dalle censure proposte.

La Corte di cassazione ha chiarito che sono censure di merito, inammissibili nel giudizio di legittimità, tutte quelle che attengono a “vizi” diversi dalla mancanza di motivazione, dalla sua “manifesta illogicità”, dalla sua contraddittorietà su aspetti essenziali perchè idonei a condurre ad una diversa conclusione del processo.

Inammissibili, in particolare, sono le doglianze che “sollecitano una differente comparazione dei significati probatori da attribuire alle diverse prove o evidenziano ragioni in fatto per giungere a conclusioni differenti sui punti dell’attendibilità, della credibilità, dello spessore della valenza probatoria del singolo elemento” (così, Sez. 6, n. 13809 del 17/03/2015, 0., rv. 262965).

  1. In tale contesto è inammissibile anche la censura relativa alla irrilevanza della falsa deposizione di G., per essere stata la prova della responsabilità degli imputati nel processo per atti sessuali completamente desumibile “aliunde”.

Nella giurisprudenza e nella stessa dottrina oli elementi della struttura del reato costituiti dalla pertinenza e dalla rilevanza dell’oggetto della falsa testimonianza, in correlazione con l’oggetto dell’accertamento giurisdizionale nel processo in cui è raccolta la dichiarazione, sono utilizzati come espressione di una stessa categoria precettiva o concettuale ovvero come una sorta di endiadi, con cui si metterebbe a fuoco una unitaria situazione processuale.

In realtà, la pertinenza e la rilevanza individuano -oltre che per la diversa matrice semantica- due elementi o requisiti ben diversi, ancorchè complementari o, se si preferisce, senz’altro sovrapponibili, ma soltanto in termini di sequenzialità logica e giuridica (Sez. 6, n. 2124 del 25/05/1989, Lombardo, Rv. 183352; Sez. 6, n. 4421 del 7/10/2004, dep. 2005, Messina, Rv. 231445; Sez. 6, n. 34467 del 17/04/2007, Ceravolo, Rv. 237840).

Si è correttamente evidenziato che la pertinenza è nozione che denota la riferibilità all’oggetto della testimonianza che si assume falsa, nella sua triplice modalità esecutiva, commissiva (affermare il falso, negare il vero) od omissiva (reticenza), ai fatti che il processo è destinato ad accertare e giudicare.

I fatti o le circostanze sui quali si manifesta la falsità dichiarazione devono riguardare, direttamente o indirettamente, l’oggetto del processo, cioè l’oggetto dell’accertamento giudiziale per cui è processo.

La rilevanza del falso testimoniale è, invece, nozione di carattere funzionale che attiene più specificamente alla efficacia probatoria di quegli stessi fatti e circostanze, e, dunque, alla idoneità, alla loro capacità di influire, deviandola dalla autentica e genuina verità processuale, sulla decisione del processo (Cos’, Sez. 6, n. 20656 del 22/11/2011, dep. 2012, De Gennaro, Rv. 252629).

Una falsa testimonianza in tanto è rilevante, in quanto sia pertinente all’oggetto del processo; una falsa testimonianza pertinente all’oggetto dell’accertamento processuale può essere rilevante o non rilevante ai fini della decisione nel processo a quo a seconda delle sue connotazioni, modali e descrittive, di incidenza sulla decisione e del coefficiente di tale incidenza.

Per consolidata giurisprudenza, il delitto di falsa testimonianza deve ritenersi sussistente ogni volta che i fatti sui quali il teste falso e reticente ha deposto siano pertinenti alla causa e suscettibili di avere efficacia probatoria, anche se in concreto la deposizione non ha influito sulla decisione del giudice.

E’ sufficiente, per la configurabilità del reato di falsa testimonianza, che il fatto prospettato con la deposizione sia, oltre che pertinente alla causa, suscettibile di portare, anche in astratto, un contributo alla decisione, cioè che sia obiettivamente idoneo a condizionare o fuorviare la decisione, non essendo necessario anche che il giudice risulti poi in concreto ingannato o tratto in errore dalla medesima (Sez. 6, n. 51032 del 05/12/2013, Mevoli, Rv. 258507; Sez. 6 n. 20656 del 22/11/2011, De Gennaro e altro, Rv. 252627).

Nel caso di specie, le dichiarazioni rese da G. erano obiettivamente idonee a comprovare l’ipotesi che il rapporto sessuale di gruppo fosse stato consumato con il consenso della vittima, dipinta come una donna incline a acconsentire alla consumazione di rapporti sessuali di gruppo, cioè ad avallare la tesi degli imputati.

  1. Inammissibili sono anche il secondo ed il terzo motivo del ricorso proposto da G. e l’unico motivo di ricorso proposto da D.P.. La Corte ha spiegato in modo impeccabile perchè non può essere riconosciuta la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto nonchè le ragioni poste a fondamento dell’entità del trattamento sanzionatorio e del mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della non menzione, attesa la obiettiva gravità dei fatti, la personalità e la spregiudicatezza mostrate.

Nulla di specifico è stato dedotto, essendosi limitati i ricorrenti a riproporre gli stessi argomento portati alla cognizione della Corte e da questa motivatamente disattesi 6. Alla dichiarazione d’inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende che si stima equo determinare nella misura di tremila Euro per per ciascuno

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila ciascuno in favore della Cassa delle ammende.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 3 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 agosto 2021

ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO PER ARRESTO IN FLAGRANZA

ARRESTO BOLOGNA AVVOCATO PER ARRESTO IN FLAGRANZA

    1. MISURE CAUTELARI PERSONALI

Cass. pen. Sez. III Sent., 06/10/2020, n. 35720 rv. 280581-01

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 06/10/2020) 14/12/2020, n. 35720

    1. MISURE CAUTELARI PERSONALI

Cass. pen. Sez. III Sent., 14/04/2016, n. 35296 rv. 268113Cass. pen., Sez. III, Sentenza, 14/04/2016, n. 35296 (rv. 268113)MISURE CAUTELARI PERSONALIParti: P.M. in Proc. EleziMISURE CAUTELARI – Reali – Impugnazioni – Riesame – Decisione – In genere – Modifiche in tema di motivazione delle ordinanze cautelari – Autonoma valutazione – Requisiti – Motivazione richiamando “per relationem” le argomentazioni del pubblico ministero – Ammissibilità – CondizioniIn tema di motivazione dei provvedimenti cautelari reali, la prescrizione della necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma primo, lett. c), cod. proc. pen., come modificato dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, è osservata anche quando il giudice ripercorra, motivando “per relationem”, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purché dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui egli li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura. (Annulla con rinvio, Trib. lib. Perugia, 29/07/2015)Fonti:CED Cassazione, 2016

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. III, Sent., (ud. 14/04/2016) 23/08/2016, n. 35296

in tema di motivazione delle ordinanze cautelari, successivamente all’introduzione delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, la previsione dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza non abbia carattere innovativo, nè miri ad introdurre un vacuo formalismo che imponga la riscrittura originale di ciascuna circostanza di fatto rilevante. Ciò che occorre è che dall’ordinanza emerga l’effettiva valutazione della vicenda da parte del giudicante. L’aggettivo autonoma è, infatti, riferito specificamente alla valutazione e non all’esposizione dei presupposti di fatto del provvedimento, sicchè, rispetto a quest’ultima, anche dopo la riforma, è consentito il rinvio – “per relationem” o per incorporazione – alla richiesta del pubblico ministero, mentre dall’atto dovrà emergere il giudizio critico del giudice sulle ragioni che giustificano l’applicazione della misura (cfr. ex multis Sez.1, n. 8323 del 15/12/2015 dep. 2016, Cosentino, Rv. 265951).

In altri termini, la necessità di autonoma valutazione da parte del giudice procedente è compatibile con un rinvio “per relationem” o per incorporazione della richiesta del pubblico ministero, che non si traduca in un mero recepimento del contenuto del provvedimento privo dell’imprescindibile rielaborazione critica (cfr. anche Sez. 5, n. 36917 del 20/6/2017, C., Rv. 271307; Sez. 2, n. 3289 del 14/12/2015 dep. 2016, Astolfi ed altri, Rv. 265807; Sez. 4, n. 31646 del 27/3/2018, Nuhaj ed altro, Rv. 273429).

Tale esigenza risulta soddisfatta anche quando il giudice ripercorra, motivando per relationem, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purchè dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura (Sez. 3, n. 35296 del 14/4/2016, Elezi, Rv. 268113).

In altri termini, in tema di misure cautelari personali, ricorre un’autonoma valutazione da parte del giudice ex art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, – anche in sede di gravame – quando venga richiamato in maniera più o meno estesa il provvedimento impugnato con la tecnica di redazione “per incorporazione”, con condivisione delle considerazioni già svolte da altri, poichè valutazione autonoma non vuol dire valutazione diversa o difforme, semprechè emerga dal provvedimento una conoscenza degli atti del procedimento e, se necessario, una rielaborazione critica degli elementi sottoposti a vaglio giurisdizionale, eventualmente con la graduazione o rigetto delle misure (Sez. 5, n. 70 del 24/9/2018 dep. 2019, Pedato, Rv. 274403).

E’ stato anche precisato che, in tema di motivazione delle misure cautelari, il difetto di originalità linguistica o espositiva del contenuto del provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari rispetto alla richiesta del pubblico ministero non implica automaticamente la violazione dell’obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, ma rileva soltanto come uno degli elementi da cui desumere l’insussistenza di un effettivo vaglio da parte del giudice (Sez. 3, n. 35720 del 6/10/2020, Cordioli, Rv. 280581).

Ed è stato anche chiarito che l’ordinanza cautelare adottata dal tribunale del riesame non richiede, a pena di nullità, l’autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, in quanto tale requisito è previsto dall’art. 292 c.p.p., comma 2, con riguardo alla sola decisione adottata dal giudice che emette la misura “inaudita altera parte”, essendo funzionale a garantire l’equidistanza tra l’organo requirente che ha formulato la richiesta e l’organo giudicante (così Sez. 6, n. 1016 del 22/10/2019 dep. 2020, Del Duca, Rv. 278122 che ha precisato che, con riferimento ai provvedimenti cautelari diversi dall’ordinanza genetica ex art. 292 c.p.p., possono farsi valere unicamente i vizi della motivazione o la motivazione assente o apparente; conf. Sez. 1, n. 8518/2021 e Sez. 5, n. 36391/2019).

  1. Nel solco dei ricordati principi, emerge con palmare evidenza l’infondatezza del primo motivo di ricorso, atteso che il criterio della valutazione della gravità indiziaria assume una valenza particolare e richieda un diverso onere motivazionale a fronte di un arresto in flagranza di reato.

In casi come quello in esame legittimamente il giudice della misura fonda le sue valutazioni di gravità indiziaria sulle risultanze del verbale di arresto e di perquisizione, ai fini della descrizione degli elementi di fatto e delle prove raccolte, e delle dichiarazioni raccolte in sede di udienza di convalida criticamente valutando tali dati fattuali riportati e dando conto esaustivamente delle ragioni di fondatezza della ricostruzione accusatoria, ma evidentemente in maniera che sarà tanto più sintetica quanto più sia evidente la flagranza dell’azione delittuosa in essere al momento dell’intervento delle forze dell’ordine.

Ebbene, nel caso che ci occupa il giudice della cautela appare avere assolto al suo onere motivazionale Davvero non si comprende quale autonoma valutazione sia mancata a fronte di un’indagata che, sottoposta a controllo, consegnava spontaneamente ai carabinieri operanti un involucro contenente 15 grammi di marijuana che deteneva in tasca e che successivamente, sottoposta a perquisizione personale, risultava occultare all’interno del reggiseno un altro involucro contenente ben 50 grammi lordi di cocaina e all’interno del pantalone un ennesimo involucro in cellophane contenente 0,5 grammi lordi di una sostanza sintetica solida in soluzione cristallina. E nel cui appartamento, all’esito della disposta perquisizione, venivano trovati in camera da letto, occultati in una scatola di legno chiusa a chiave due bilancini di precisione.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PICCIALLI Patrizia – Presidente –

Dott. PEZZELLA Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. RANALDI Alessandro – Consigliere –

Dott. BRUNO Mariarosaria – Consigliere –

Dott. CENCI Daniele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.L.E., nato a (OMISSIS);

avverso l’ordinanza del 11/12/2020 del TRIB. LIBERTA’ di TRENTO;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. VINCENZO PEZZELLA;

lette le conclusioni del PG Dr. ODELLO LUCIA, e del Difensore della ricorrente Avv. Valentina Rao.

Svolgimento del processo

  1. Con ordinanza dell’11/12/2020 il Tribunale di Trento rigettava la richiesta di riesame personale avverso l’ordinanza emessa in data 23/11/2020 con la quale il GIP del Tribunale di Trento applicava nei confronti di M.L.E., in esito all’udienza di convalida dell’arresto, la misura cautelare in carcere per il reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990art. 73.

  2. Ricorre la M., a mezzo del proprio difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173disp. att. c.p.p., comma 1.

Con un primo motivo lamenta inosservanza di norme processuali a pena di nullità con riguardo all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) e all’omesso annullamento, da parte del tribunale del riesame, dell’ordinanza genetica, che non poteva essere integrata, come avvenuto, sia in punto di gravi indizi di colpevolezza sia in punto delle esigenze cautelari.

Ci si duole che il tribunale distrettuale abbia ignorato il motivo di gravame con cui si era sostenuta la violazione, ad opera del GIP, del disposto di cui all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c), il quale, da un lato, prescrive l’obbligo di esporre e valutare autonomamente gli indizi a carico dell’individuo colpito dalla misura, nonchè di indicare gli elementi di fatto da cui gli stessi sono desunti e i motivi per i quali assumono rilevanza, e, dall’altro, impone analoga argomentazione circa le ragioni per le quali si ritenga sussistente taluna delle esigenze cautelari di cui all’art. 274.

Si ribadisce che, dalla lettura del provvedimento genetico e in merito, anzitutto, al profilo indiziario, emergerebbe null’altro che un semplice indefinito richiamo, rispettivamente, al verbale di arresto e di sequestro nonchè alle dichiarazioni “francamente” ammissive dell’indagata, senza alcuna esplicitazione delle ragioni per le quali il giudice della cautela ne abbia fatto propri i relativi contenuti o, comunque, li abbia considerati coerenti rispetto alla misura disposta. Nè potrebbe soccorrere, a tale carenza, l’inciso riportato subito dopo la suddetta elencazione delle fonti investigative e difensive (“ritenuto che detti elementi implichino gravità indiziaria”) che altro non è che una clausola di stile, idealmente riferibile a qualsiasi ipotesi indiziaria astratta, che nulla aggiunge al lacunoso percorso motivazionale del provvedimento afflittivo.

L’ordinanza genetica sarebbe, altresì, priva dell’indicazione delle ragioni alla base della ritenuta sussistenza del pericolo di recidiva da parte dell’indagata nonchè, ancor di più, di una loro autonoma valutazione.

L’omessa individuazione dei fattori indizianti che si possono desumere, rispettivamente, dal verbale di arresto e di sequestro e dalle dichiarazioni della prevenuta, nonchè la mancata esposizione dei motivi della loro rilevanza ai fini di un giudizio di probabile reità e, ancora, dei criteri di valutazione e delle massime di esperienza applicate per pervenire al risultato afflittivo, rendevano quindi nullo il provvedimento pronunciato, nei confronti della M. (sul punto si richiamano i precedenti di questa Corte costituiti da Sez. 5 n. 643/2018 e Sez. 2 n. 25513/2012).

Del pari, il provvedimento coercitivo sarebbe carente sia di autonoma valutazione dell’esigenza cautelare ritenuta nei confronti dell’od, vale a dire delle ragioni fondanti la limitazione della libertà personale nonchè della rilevanza, pertinenza e concludenza degli elementi posti alla base del giudizio sul periculum libertatis, sia dell’enunciazione dei criteri di scelta della misura applicata.

Si lamenta che il tribunale del riesame, adito ai sensi dell’art. 309 c.p.p., trovandosi a vagliare un provvedimento de libertate totalmente privo di motivazione (o, quantomeno, dotato di motivazione soltanto apparente), poichè mancante dell’esposizione e dell’autonoma valutazione degli indizi di colpevolezza e della specifica esigenza cautelare individuata a carico della, avrebbe dovuto, come richiesto e contrariamente a quanto fatto, annullare il titolo impugnato: ciò perchè affetto da un vizio genetico, in alcun modo emendabile dal giudice della cautela mediante integrazione (il richiamo è a Sez. 1 n. 5787/2016 nonchè a Sez. 5 n. 6230/2016 e a Sez. 5, n. 36391/2019).

Il giudice del gravame cautelare, invece, con affermazione priva di valenza giuridica, avrebbe giustificato l’operato del GUP tridentino affermando che la sinteticità delle argomentazioni da questi spese in ordine alla gravità indiziaria e alle esigenze cautelari fossero proporzionate all’evidenza della prova palesatasi in sede di convalida dell’arresto. Senonchè, dal testo del provvedimento genetico emergerebbe, invece, per il ricorrente, la mancata dimostrazione del fatto che il giudice della convalida abbia acquisito conoscenza del contenuto sostanziale e delle ragioni poste alla base degli atti di riferimento, che ne abbia meditato la portata e, poi, li abbia ritenuti coerenti con (e corrispondenti al) la decisione assunta nel caso di specie.

Così facendo – prosegue il ricorso- il tribunale del riesame avrebbe omesso di considerare la mancanza di una qualsiasi considerazione valutativa, da parte del GIP, circa il compendio investigativo e cautelare dal medesimo posto alla base dell’ordinanza coercitiva, rendendo impossibile l’instaurazione, proprio dinnanzi al Giudice distrettuale, di un effettivo contraddittorio avente ad oggetto la sussistenza dei presupposti fondanti la misura applicata.

Con un secondo motivo il difensore della ricorrente lamenta inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità, con riguardo all’art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis e art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo (circa l’avvenuta “esposizione e autonoma valutazione”, da parte del giudice delle concrete e specifiche ragioni per le quali l’esigenza cautelare non avrebbe potuto essere soddisfatta con altre misure) e conseguente erroneo esercizio del potere integrativo da parte del tribunale del riesame rispetto alla carenza genetica del provvedimento afflittivo.

Il ricorrente rileva come l’ordinanza genetica fosse totalmente silente circa l’esposizione e l’autonoma valutazione delle concrete e specifiche ragioni per le quali il pericolo di recidiva non avrebbe potuto essere fronteggiato mediante l’applicazione, anche cumulativa, di misure diverse dalla massima, ciò sebbene gli allora difensori di fiducia dell’indagata avessero chiesto applicarsi il divieto di dimora in Trentino Alto Adige o gli arresti domiciliari presso i genitori con disponibilità della madre e, ancora, la M. avesse indicato la propria residenza anagrafica in (OMISSIS) -, luogo questo sicuramente idoneo, in difetto di prova contraria, all’applicazione degli arresti domiciliari.

Il G.i.P. di Trento quindi, dopo essere rimasto insensibile a dette richieste difensive, applicava la custodia carceraria senza specificare o esporre alcunchè circa le ragioni dell’incapacità, da parte di misure diverse e più gradate, anche applicate cumulativamente, di scongiurare il pericolo di recidiva riconosciuto a carico della donna e il giudice del gravame cautelare, pur riconoscendo la totale fondatezza di quanto dedotto per iscritto dalla difesa, riteneva tuttavia di poter fare le veci del GIP tridentino e integrava (rectius redigeva) la motivazione, sul punto assolutamente inesistente.

Il tribunale adito, cioè, si asteneva dal pronunciare il doveroso annullamento dell’ordinanza impugnata e, anzi, si arrogava un potere certamente non proprio.

Con un terzo motivo il difensore della ricorrente lamenta inosservanza delle norme processuali stabilite a pena di nullità con riguardo all’art. 125, comma 3, letto in relazione all’art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo, bis e art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, in ragione dell’apparente esplicitazione, da parte dell’ordinanza impugnata, delle ragioni alla base della ritenuta inadeguatezza/inidoneità degli arresti domiciliari e delle altre misure coercitive/interdittive, ancorchè applicate cumulativamente, oltre che per la mancata “esposizione e autonoma valutazione” delle concrete e specifiche ragioni per le quali la ritenuta esigenza cautelare non avrebbe potuto essere soddisfatta con misure diverse dalla massima.

Si denuncia, altresì, contraddittorietà della motivazione in punto di mancata applicazione di una misura cautelare non custodiale o degli arresti domiciliari -. Il difensore della ricorrente si duole, in ogni caso, che anche il tribunale del riesame abbia fornito una motivazione soltanto apparente circa la propria scelta di confermare la misura carceraria, così omettendo di colmare tutti i “buchi” espositivi lasciati dal GIP all’interno dell’ordinanza del 23.11.2020, assolutamente silente in merito all’impossibilità di soddisfare ugualmente l’esigenza cautelare mediante l’applicazione di misure meno gravi.

Il tribunale avrebbe dovuto spiegare – e si sostiene che non l’abbia fatto – l’avvenuto rispetto del principio di adeguatezza, di cui al già sopra richiamato art. 275, comma 1 e 3, per poi soffermarsi, come previsto dal comma 3 bis del medesimo articolo, sulle ragioni per le quali riteneva inidonea la misura degli arresti domiciliari e, da ultimo e per completezza, ai sensi dell’art. 292, comma 2, lett. e bis, avrebbe dovuto esporre e valutare, in totale autonomia, i motivi per i quali le esigenze cautelari addossate alla M. non avrebbero potuto essere soddisfatte con misure diverse dalla massima.

Ebbene, si sostiene che la motivazione circa l’adeguatezza, nel caso di specie, della sola custodia carceraria non emerga, in alcun modo, nè dalla lettura delle ragioni con le quali il tribunale distrettuale rigettava la richiesta difensiva di applicare, nei confronti della prevenuta, misure meno afflittive, nè dal provvedimento complessivamente considerato. Senz’altro apparente e contraddittoria, sarebbe anzitutto, l’affermazione “(…) come già esposto, nessuna misura cautelare non custodiate è idonea a prevenire il pericolo di recidiva che riguarda non certo il classico spaccio da strada ma condotte organizzate di caratura infraregionale”. Tale inciso invero, oltre ad essere meramente assertivo/apodittico, poichè non fornirebbe alcuna reale motivazione circa quanto osta all’applicazione di misure non custodiali al fine di scongiurare il pericolo che la M. ripeta le condotte incriminate, localizzerebbe l’attività antigiuridica nel territorio di più regioni (così come, poi, sembrerebbe trasparire anche dalla affermazione “(…) il contesto di riferimento della ricorrente non è certo limitato a quello locale (…)”e, pertanto, decisamente in contrasto con quanto emerge dal provvedimento visto nel suo complesso, oltre che con ciò che risulta dagli atti investigativi/difensivi a sostegno della misura, secondo cui le cessioni di stupefacente sono avvenute esclusivamente presso l’abitazione dell’indagata, sita in (OMISSIS), in provincia di Trento, così come gli approvvigionamenti dello stesso. Lo stesso è a dirsi con riguardo a quanto affiora, in ordine ai traffici illeciti addebitati alla donna, dagli atti investigativi/difensivi a sostegno della misura applicatale, visto che dalla lettura dei verbali di perquisizione e di arresto emergono esclusivi riferimenti alla Regione del (OMISSIS).

L’ordinanza, infatti, nulla spiegherebbe – ci si duole- in ordine all’incapacità dell’obbligo di presentazione alla p.g., con eventuale cadenza giornaliera (e semmai congiunto all’obbligo di dimora nel Comune di (OMISSIS) (in provincia di Taranto) o, ancora, al divieto di dimora nella Regione (OMISSIS)), di fronteggiare il pericolo di recidiva e di interrompere i contatti fra la M. e la “rete” criminale di riferimento, chiaramente stanziata nelle sole Province di Trento e Bolzano.

Certamente viziata – conclude il ricorso- sarebbe, infine, la spiegazione dei motivi per i quali l’esecuzione, nei confronti della donna, degli arresti domiciliari presso l’abitazione tarantina della madre è stata ritenuta inadeguata al “contenimento del pericolo di recidiva e alla recisione dei legami con il traffico di stupefacenti”.

Chiede pertanto che questa Corte annulli l’ordinanza impugnata, con tutte le conseguenze di legge.

  1. Nei termini di legge hanno rassegnato le proprie conclusioni scritte per l’udienza senza discussione orale (D.L. 28 ottobre 2020, n. 137art. 23, comma 8), il P.G., che ha chiesto l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato, e il difensore della ricorrente, Avv. Valentina Rao, che ha insistito per l’accoglimento del ricorso.

Motivi della decisione

  1. I motivi sopra illustrati appaiono infondati e pertanto il proposto ricorso va rigettato.

  2. In premessa, va ricordato come questa Corte di legittimità abbia più volte evidenziato come, in tema di motivazione delle ordinanze cautelari, successivamente all’introduzione delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47, la previsione dell’autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza non abbia carattere innovativo, nè miri ad introdurre un vacuo formalismo che imponga la riscrittura originale di ciascuna circostanza di fatto rilevante. Ciò che occorre è che dall’ordinanza emerga l’effettiva valutazione della vicenda da parte del giudicante. L’aggettivo autonoma è, infatti, riferito specificamente alla valutazione e non all’esposizione dei presupposti di fatto del provvedimento, sicchè, rispetto a quest’ultima, anche dopo la riforma, è consentito il rinvio – “per relationem” o per incorporazione – alla richiesta del pubblico ministero, mentre dall’atto dovrà emergere il giudizio critico del giudice sulle ragioni che giustificano l’applicazione della misura (cfr. ex multis Sez.1, n. 8323 del 15/12/2015 dep. 2016, Cosentino, Rv. 265951).

In altri termini, la necessità di autonoma valutazione da parte del giudice procedente è compatibile con un rinvio “per relationem” o per incorporazione della richiesta del pubblico ministero, che non si traduca in un mero recepimento del contenuto del provvedimento privo dell’imprescindibile rielaborazione critica (cfr. anche Sez. 5, n. 36917 del 20/6/2017, C., Rv. 271307; Sez. 2, n. 3289 del 14/12/2015 dep. 2016, Astolfi ed altri, Rv. 265807; Sez. 4, n. 31646 del 27/3/2018, Nuhaj ed altro, Rv. 273429).

Tale esigenza risulta soddisfatta anche quando il giudice ripercorra, motivando per relationem, gli elementi oggettivi emersi nel corso delle indagini e segnalati dalla richiesta del pubblico ministero, purchè dia conto del proprio esame critico dei predetti elementi e delle ragioni per cui li ritenga idonei a supportare l’applicazione della misura (Sez. 3, n. 35296 del 14/4/2016, Elezi, Rv. 268113).

In altri termini, in tema di misure cautelari personali, ricorre un’autonoma valutazione da parte del giudice ex art. 292 c.p.p., comma 2, lett. c) bis, – anche in sede di gravame – quando venga richiamato in maniera più o meno estesa il provvedimento impugnato con la tecnica di redazione “per incorporazione”, con condivisione delle considerazioni già svolte da altri, poichè valutazione autonoma non vuol dire valutazione diversa o difforme, semprechè emerga dal provvedimento una conoscenza degli atti del procedimento e, se necessario, una rielaborazione critica degli elementi sottoposti a vaglio giurisdizionale, eventualmente con la graduazione o rigetto delle misure (Sez. 5, n. 70 del 24/9/2018 dep. 2019, Pedato, Rv. 274403).

E’ stato anche precisato che, in tema di motivazione delle misure cautelari, il difetto di originalità linguistica o espositiva del contenuto del provvedimento cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari rispetto alla richiesta del pubblico ministero non implica automaticamente la violazione dell’obbligo di autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, ma rileva soltanto come uno degli elementi da cui desumere l’insussistenza di un effettivo vaglio da parte del giudice (Sez. 3, n. 35720 del 6/10/2020, Cordioli, Rv. 280581).

Ed è stato anche chiarito che l’ordinanza cautelare adottata dal tribunale del riesame non richiede, a pena di nullità, l’autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, in quanto tale requisito è previsto dall’art. 292 c.p.p., comma 2, con riguardo alla sola decisione adottata dal giudice che emette la misura “inaudita altera parte”, essendo funzionale a garantire l’equidistanza tra l’organo requirente che ha formulato la richiesta e l’organo giudicante (così Sez. 6, n. 1016 del 22/10/2019 dep. 2020, Del Duca, Rv. 278122 che ha precisato che, con riferimento ai provvedimenti cautelari diversi dall’ordinanza genetica ex art. 292 c.p.p., possono farsi valere unicamente i vizi della motivazione o la motivazione assente o apparente; conf. Sez. 1, n. 8518/2021 e Sez. 5, n. 36391/2019).

  1. Nel solco dei ricordati principi, emerge con palmare evidenza l’infondatezza del primo motivo di ricorso, atteso che il criterio della valutazione della gravità indiziaria assume una valenza particolare e richieda un diverso onere motivazionale a fronte di un arresto in flagranza di reato.

In casi come quello in esame legittimamente il giudice della misura fonda le sue valutazioni di gravità indiziaria sulle risultanze del verbale di arresto e di perquisizione, ai fini della descrizione degli elementi di fatto e delle prove raccolte, e delle dichiarazioni raccolte in sede di udienza di convalida criticamente valutando tali dati fattuali riportati e dando conto esaustivamente delle ragioni di fondatezza della ricostruzione accusatoria, ma evidentemente in maniera che sarà tanto più sintetica quanto più sia evidente la flagranza dell’azione delittuosa in essere al momento dell’intervento delle forze dell’ordine.

Ebbene, nel caso che ci occupa il giudice della cautela appare avere assolto al suo onere motivazionale Davvero non si comprende quale autonoma valutazione sia mancata a fronte di un’indagata che, sottoposta a controllo, consegnava spontaneamente ai carabinieri operanti un involucro contenente 15 grammi di marijuana che deteneva in tasca e che successivamente, sottoposta a perquisizione personale, risultava occultare all’interno del reggiseno un altro involucro contenente ben 50 grammi lordi di cocaina e all’interno del pantalone un ennesimo involucro in cellophane contenente 0,5 grammi lordi di una sostanza sintetica solida in soluzione cristallina. E nel cui appartamento, all’esito della disposta perquisizione, venivano trovati in camera da letto, occultati in una scatola di legno chiusa a chiave due bilancini di precisione.

La stessa odierna ricorrente, peraltro, sia all’atto dell’arresto che in sede di convalida, affermava che lo stupefacente in questione era destinato a terzi, avendola acquistata a suo dire da un non meglio identificato “soggetto di colore” nei pressi dell’Ospedale di Bolzano per conto di un altro soggetto della Val di Fassa, di cui riferiva di non voler dire il nome per timore di ritorsioni, che avrebbe poi provveduto a pagarla.

Ebbene, a fronte di un quadro siffatto l’onere motivazionale da parte del giudice della cautela in punto di gravità indiziaria, ben può essere assolto richiamando i fatti, che nella loro evidenza parlano da soli.

Il GIP e poi il tribunale del riesame evidenziano che dalla lettura della C.N.R. dei c.c. di Cavalese del 21.11.2020 presente in atti con gli allegati, in particolare il verbale di arresto e il verbale di perquisizione e sequestro a carico della prevenuta, il verbale di perquisizione con esito negativo a carico di M.L.G., padre della prevenuta, il verbale di esame con narcotest della sostanza stupefacente sequestrata, emerge una ricostruzione dei fatti chiaramente e gravemente indiziante in relazione al reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990art. 73, comma 1.

Dagli atti, come già sinteticamente anticipato, si evince che alle 18.30 del 20.11.2020, nell’ambito di un servizio finalizzato alla repressione dello spaccio di stupefacenti sulla direttrice che collega le due Province di Bolzano e Trento, era stata fermata un’auto con a bordo M.L.G. alla guida e, al lato passeggero, M.L.E.. Considerato sospetto l’atteggiamento degli occupanti, gli operanti avevano proceduto a un controllo presso la Stazione di (OMISSIS), in quella sede la M. consegnava spontaneamente un involucro contenente 15 grammi di marjuana. All’esito della successiva perquisizione personale, sulla donna veniva rinvenuto un altro involucro in cellophane contenente 50 grammi di cocaina in stato solido e nella tasca dei pantaloni un involucro di cellophane contenente cristalli del peso di 0,5 grammi lordi. Le operazioni di ricerca si estendevano così presso l’appartamento nella disponibilità della M. in (OMISSIS), lì venivano ritrovati e sequestrati due bilancini di precisione.

In sede di convalida dell’arresto la M. ha dichiarato che la sua permanenza in Trentino doveva essere temporanea, acquistando droga aveva contratto un debito e, sotto minaccia, per saldano si era prestata al trasporto di droga, il referente era un ragazzo di colore di cui non ha rilevato l’identità perchè ne teme le reazioni, il suo progetto era quello di saldare il debito con il trasporto di droga e poi tornare a casa. Ha chiarito che il padre con lei in auto era del tutto estraneo al proposito criminoso.

Il GIP, in sede di applicazione della misura cautelare, ha valorizzato gli elementi emersi negli atti allegati alla C.N. R., soprattutto alla luce delle dichiarazioni chiaramente ammissive dell’addebito rese in interrogatorio, per affermare la sussistenza del quadro indiziario, ha poi sottolineato che i contatti dichiarati dalla donna con l’organizzazione dello spaccio di droga per la quale ha ammesso di trasportare la sostanza sequestrata provano un attuale e concreto pericolo di reiterazione del reato e ha applicato alla M. la custodia cautelare in carcere.

E nel confutare la doglianza difensiva con cui si chiedeva l’annullamento dell’ordinanza per mancanza di motivazione sulla gravità indiziaria e sulla sussistenza delle esigenze cautelari, il giudice del gravame cautelare -con una motivazione priva di aporie logiche e corretta in punto di diritto e che pertanto si sottrae alle proposte censure di legittimità- ha evidenziato che la motivazione del GIP, seppur stringata, non può certo dirsi nè inesistente nè apparente, e quindi come non si ponesse il tema dell’annullamento dell’atto impugnato automatico e doveroso, ex art. 309 c.p.p., comma 9, ultimo inciso per mancanza di autonoma valutazione, derivandone che il tribunale poteva legittimamente esercitare il proprio potere integrativo dell’ordinanza genetica.

Corretto è il rilievo che la sinteticità delle argomentazioni sui presupposti della misura è proporzionale all’evidenza della prova palesatasi al GIP in sede di convalida, laddove l’arresto effettuato nella fragranza della condotta di detenzione di diverse sostanze stupefacenti, unitamente ai bilancini di precisione ritrovati nella sua abitazione, e corroborato dalle dichiarazioni confessorie della M. in interrogatorio che ha ammesso di detenere la sostanza destinata allo spaccio avendo assunto consapevolmente il ruolo di trasportatore della stessa, non lasciano dubbi sulla sussistenza di un quadro indiziario evidente.

Peraltro, il riferimento alla “rete” di spaccio alla quale l’odierna ricorrente stessa ha ammesso essersi prestata per trasportare la sostanza è più che sufficiente – secondo il logico argomentare del giudice del gravame della cautela- a giustificare l’esistenza di un pericolo concreto e attuale di recidiva.

Nel provvedimento impugnato viene anche giustamente sottolineato il grado di purezza delle diverse sostanze stupefacenti sequestrate ritrovate addosso alla M. (cocaina per una stima di 249 dosi ricavabili e cannabis per 96 dosi ricavabili, come evidenziato dalle analisi di laboratorio effettuate e agli atti) e come una qualità di sostanza simile non poteva che essere destinata al taglio e confezionamento successivo. Ulteriore dato, a estremo riscontro della contestazione mossa alla M., viene individuato nelle dichiarazioni rese da L.M. nell’ambito del diverso procedimento a suo carico per il D.P.R. n. 309 del 1990art. 73, comma 1 (R.G.N. R. 3589/2020). L’uomo in data 19.9.2020, dopo la perquisizione personale e domiciliare che ha dato esito positivo per la cocaina, ha dichiarato chè la sostanza rinvenuta gli era stata ceduta poco prima dalla M. di Taranto che lavora presso il Pub (OMISSIS) di (OMISSIS) dalla quale l’aveva acquistata recandosi nella sua abitazione di (OMISSIS) e pagandola 300 Euro.

  1. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso, con il quale ci si duole che la motivazione autonoma in punto di inadeguatezza di misure alternative a quella carceraria poi adottata sarebbe stata assente nell’ordinanza generica della misura, di talchè il giudice del gravame cautelare avrebbe illegittimamente integrato quest’ultima.

Nel confutare argomentatamente quello che anche in quella sede era stato il secondo motivo di ricorso, il tribunale del riesame trentino sottolinea correttamente che non si versa in un caso di ordinanza annullabile ex art. 309 c.p.p., comma 9, nonostante la mancanza – su questo punto completa – di motivazione in relazione all’adeguatezza e alla proporzionalità della misura carceraria adottata. Tale omissione, infatti, non rientra nei casi richiamati dalla specifica previsione di censura, che parla esclusivamente della mancanza di autonoma valutazione sulla gravità indiziaria e sulle esigenze cautelari. In questo caso – si legge nel provvedimento impugnato- è vero che il GIP ha completamente omesso di argomentare sulla scelta della misura cautelare, tuttavia, non prevedendo anche in questo caso la censura dell’annullamento dell’ordinanza, correttamente il tribunale del riesame ha ritenuto di avere pieni poteri di integrazione della stessa.

Diversamente da quanto si sostiene in ricorso, l’ordinanza impugnata si colloca nell’alveo del costante dictum di questa Corte di legittimità – che va qui ribadito – secondo cui, anche a seguito delle modifiche apportate dalla L. 16 aprile 2015, n. 47 agli artt. 292 e 309 c.p.p., sussiste il potere-dovere del tribunale del riesame di integrare le insufficienze motivazionali del provvedimento impositivo della misura qualora questo sia assistito da una motivazione che enunci le ragioni della cautela, anche in forma stringata ed espressa “per relationem” in adesione alla richiesta cautelare, a meno che non si sia in presenza di una motivazione del tutto priva di vaglio critico dell’organo giudicante mancando, in tal caso, un sostrato su cui sviluppare il contraddittorio tra le parti (cfr. Sez. 6, n. 10590 del 13/12/2017, dep. 2018, Liccardo ed altri, Rv. 272596; conf. Sez. 5, n. 643 del 6/12/2017 dep. 2018, Pohl ed altri, Rv. 271925).

Più specificamente quanto alla situazione che propone l’odierno thema decidendi, è stato chiarito che il tribunale del riesame ha il potere-dovere di integrare le insufficienze motivazionali dell’ordinanza di custodia cautelare relative alla valutazione di inadeguatezza della misura degli arresti domiciliari con l’uso del braccialetto elettronico atteso che l’art. 309 c.p.p., comma 9 non prevede quale causa di annullamento dell’ordinanza cautelare la mancanza di indicazioni sull’adeguatezza della misura (così Sez. 2, n. 10150 del 24/2/2016, Clopotaru, Rv. 266190 relativa ad un caso in cui il GIP si era limitato a valutare l’inadeguatezza delle altre misure coercitive facendo riferimento all’assenza di una fissa dimora dell’indagato).

Nello stesso senso, in altra pronuncia, si è affermato che l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere che non specifichi le ragioni di inadeguatezza della misura degli arresti domiciliari con controllo elettronico, può essere integrata dall’ordinanza che decide sulla richiesta di riesame, sia perchè l’indicazione di tali ragioni non è prevista tra i requisiti essenziali dell’ordinanza indicati, a pena di nullità, dall’art. 292 c.p.p., sia perchè l’art. 275 c.p.p., nel prevedere l’onere motivazionale aggiuntivo, non indica alcuna sanzione in caso di inosservanza (così Sez. 2, n. 42557 del 4/7/2017, Micillo, Rv. 270773, in un caso in cui l’ordinanza applicativa della custodia cautelare in carcere si era limitata a motivare le ragioni per le quali le esigenze cautelari non potevano essere soddisfatte con altre misure).

Il principio, dunque, è che, in tema di riesame delle ordinanze cautelari personali, le ipotesi di insufficienza di motivazione non incidente sull'”an” ma solo sulla scelta della misura, non rientrano nel divieto di cui all’art. 309 c.p.p., comma 9, (così Sez. 3, n. 19700 del 6/2/2018, C., Rv. 272875 che ha ritenuto che il tribunale può integrare il provvedimento genetico privo di motivazione in ordine alle esigenze cautelari di particolare rilevanza di cui all’art. 275 c.p.p., comma 4).

  1. Infondato è anche il terzo motivo di ricorso, con il quale si censura in ogni caso il provvedimento impugnato nella motivazione con cui ha escluso l’adeguatezza, ai fini delle esigenze cautelari che ci occupano, delle meno afflittive misure proposte dalla difesa (obbligo di presentazione alla P.G., divieto di dimora in (OMISSIS) o arresti domiciliari in Puglia).

In punto di adeguatezza della misura, va ricordato che la consolidata giurisprudenza di legittimità valorizza l’importanza dei principi generali di proporzionalità e adeguatezza delle misure coercitive (art. 275 c.p.p., comma 1), che impongono di prescegliere la misura più adatta a soddisfare le esigenze di cautela e, nel contempo, meno inutilmente invasiva della persona dell’indagato. Vale infatti la regola secondo cui, in materia di misure cautelari, a fronte della tipizzazione da parte del legislatore di un “ventaglio” di misure di gravità crescente, il criterio di “adeguatezza” di cui all’art. 275 c.p.p., comma 1, dando corpo al principio del “minore sacrificio necessario” (anche ribadito dalla Corte costituzionale, nella sentenza 22 luglio 2011 n. 231), impone al giudice di scegliere la misura meno afflittiva tra quelle astrattamente idonee a tutelare le esigenze cautelari ravvisabili nel caso di specie (cfr. Sez. Sez. Un., n. 20769 del 28/4/2016, Lovisi, Rv. 266650). Pertanto, nel provvedimento restrittivo è necessario indicare non soltanto gli elementi di fatto dai quali le esigenze cautelari sono desunte, ma anche le concrete e specifiche ragioni per le quali tali esigenze non possono essere soddisfatte con misure diverse dal carcere; prescrizione quest’ultima che assume particolare rilevanza ove coordinata con il disposto dell’art. 275 c.p.p., comma 3, primo periodo, che sottolinea la funzione residuale e “quasi eccezionale” della misura cautelare della custodia in carcere (così le citate SS.UU. Lovisi).

Il giudice si deve soffermare quindi sul profilo dell'”adeguatezza” della misura cautelare in concreto prescelta, anche se, ovviamente, qualora venisse applicata, perchè ritenuta “adeguata”, la misura della custodia in carcere, non è necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati, nonchè dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che, nella singola fattispecie, fanno ragionevolmente ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo superata ed assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità Ciò risulta in continuità con quanto pacificamente affermato anche in precedenza dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte che in tema di scelta e adeguatezza delle misure cautelari, ai fini della motivazione del provvedimento di custodia in carcere, non è necessaria un’analitica dimostrazione delle ragioni che rendono inadeguata ogni altra misura, ma è sufficiente che il giudice indichi, con argomenti logico-giuridici tratti dalla natura e dalle modalità di commissione dei reati nonchè dalla personalità dell’indagato, gli elementi specifici che inducono ragionevolmente a ritenere la custodia in carcere come la misura più adeguata al fine di impedire la prosecuzione dell’attività criminosa, rimanendo in tal modo assorbita l’ulteriore dimostrazione dell’inidoneità delle altre misure coercitive (Sez. 6, n. 17313 del 20/4/2011, Cardoni, Rv. 250060; conf. Sez. 1, n. 45011 del 26/9/2003, Villani, Rv. 227304).

In altra pronuncia era stato condivisibilmente sottolineato che in tema di criteri di scelta delle misure cautelari, è immune da censure la decisione con cui il giudice di merito rigetti l’istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, sulla base di elementi specifici inerenti al fatto, alle sue motivazioni ed alla personalità del soggetto che indichino quest’ultimo come propenso all’inosservanza dell’obbligo di non allontanarsi dal domicilio, in violazione delle cautele impostegli, trattandosi di soggetto violento e proclive a reati commessi mediante l’uso di violenza personale; e questo ancorchè la previsione di cui all’art. 275 c.p.p. non ponga a carico del giudice l’obbligo di una motivazione analitica sull’inadeguatezza di ogni altra misura cautelare (nella specie arresti domiciliari), essendo a tal fine sufficiente e necessario che egli dimostri che l’unica misura adeguata ad impedire la prosecuzione dell’attività criminosa è la permanenza in carcere (Sez. 5, n. 9494 del 19/10/2005 dep. il 2006, Pannone, Rv. 233884).

Ebbene, se questi sono i principi giuridici di riferimento, va osservato che nel caso che ci occupa, il tribunale del riesame dà atto nel provvedimento impugnato che la misura carceraria si è resa necessaria proprio alla luce delle dichiarazioni della M. che ha ammesso di essere parte di una organizzazione di soggetti per i quali ha assunto il ruolo di trasportatore di stupefacente e perciò di intermediario, evidentemente godendo della loro fiducia vista la responsabilità che implica il compito assegnatole.

La sua collocazione in un ambiente di spaccio organizzato, ad ampio raggio considerando che il viaggio durante il quale è stata fermata coinvolgeva almeno due province, è riscontrata -secondo la logica motivazione del provvedimento impugnato- oltre che dalle evidenze agli atti e dalle dichiarazioni confessorie, dalle informazioni rese dal L., risultando così necessario recidere ogni possibilità di contatto della M. con il crimine organizzato nella quale è inquadrata e tale fine di tutta evidenza non può essere raggiunto con’ una misura cautelare non detentiva.

Il tribunale trentino precisa che nessuna misura cautelare non custodiale è idonea a prevenire un pericolo di recidiva che riguarda non certo il classico spaccio da strada ma condotte organizzate di caratura infraregionale. E dà conto di avere ritenuto che la pericolosità e la spregiudicatezza della ricorrente nel prestarsi con una certa disinvoltura al traffico di stupefacenti, in relazione alla gravità delle condotte provate in atti, è tale da far superare anche la sua formale incensuratezza, e la misura custodiale meno afflittiva degli arresti domiciliari a casa della madre in provincia di Taranto non appare altresì adeguata al contenimento della recidiva e alla recisione dei legami con il traffico di stupefacenti perchè si è constatato da una parte che il contesto di riferimento della ricorrente non è certo limitato a quello locale, dall’altra che la M. ha una storia di legami con il mondo degli stupefacenti anche nella sua terra d’origine, ciò essendo provato dalla segnalazione del 24/8/2015 della Guardia di Finanza di Taranto ex art. 75 D.P.R. n. 309 del 1990 per possesso di cocaina.

Il provvedimento impugnato dà dunque conto di avere valutato in maniera congrua e logica la natura del reato per cui si procede, le circostanze concrete della sua realizzazione e la personalità dell’indagata, ed all’esito di avere ritenuto che l’unica misura idonea fosse quella della custodia cautelare in carcere.

  1. Al rigetto del ricorso consegue, ex lege, la condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Vanno dati gli avvisi di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1 ter.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Manda alla Cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 94 disp. att. c.p.p., comma 1-ter.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 aprile 2021

CODICE DI PROCEDURA PENALE

PARTE SECONDA

LIBRO QUINTO

INDAGINI PRELIMINARI E UDIENZA PRELIMINARE

TITOLO VI

Arresto in flagranza e fermo

Art. 379.

Determinazione della pena.

  1. Agli effetti delle disposizioni di questo titolo, la pena è determinata a norma dell’articolo 278.

Art. 380.

Arresto obbligatorio in flagranza.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni e nel massimo a venti anni.

  2. Anche fuori dei casi previsti dal comma 1, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono all’arresto di chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti non colposi, consumati o tentati:

  3. a) delitti contro la personalità dello Stato previsti nel titolo I del libro II del codice penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni o nel massimo a dieci anni;

a bis) delitto di violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti previsto dall’articolo 338 del codice penale; (12

  1. b) delitto di devastazione e saccheggio previsto dall’articolo 419 del codice penale;

  2. c) delitti contro l’incolumità pubblica previsti nel titolo VI del libro II del codice penale per i quali è stabilita la pena della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni o nel massimo a dieci anni;

  3. d) delitto di riduzione in schiavitù previsto dall’articolo 600, delitto di prostituzione minorile previsto dall’articolo 600-bis, primo comma, delitto di pornografia minorile previsto dall’articolo 600-ter, commi primo e secondo, anche se relativo al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1, (1) e delitto di iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile previsto dall’articolo 600-quinquies del codice penale;

d.1) delitti di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro previsti dall’articolo 603-bis, secondo comma, del codice penale; (11)

d-bis) delitto di violenza sessuale previsto dall’articolo 609-bis, escluso il caso previsto dal terzo comma, e delitto di violenza sessuale di gruppo previsto dall’articolo 609-octies del codice penale; (2)

d-ter) delitto di atti sessuali con minorenne di cui all’articolo 609-quater, primo e secondo comma, del codice penale; (13)

  1. e) delitto di furto quando ricorre la circostanza aggravante prevista dall’articolo 4 della legge 8 agosto 1977, n. 533, o taluna delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 625, primo comma, numeri 2), prima ipotesi, 3) e 5), nonché 7-bis) del codice penale, salvo che ricorra, in questi ultimi casi, la circostanza attenuante di cui all’articolo 62, primo comma, numero 4), del codice penale; (3)

e-bis) delitti di furto previsti dall’articolo 624-bis del codice penale, salvo che ricorra la circostanza attenuante di cui all’articolo 62, primo comma, numero 4), del codice penale; (4)

  1. f) delitto di rapina previsto dall’articolo 628 del codice penale e di estorsione previsto dall’articolo 629 del codice penale;

    f-bis) delitto di ricettazione, nell’ipotesi aggravata di cui all’articolo 648, primo comma, secondo periodo, del codice penale; (6)

  2. g) delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110;

  3. h) delitti concernenti sostanze stupefacenti o psicotrope puniti a norma dell’articolo 73 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubbblica 9 ottobre 1990, n. 309, salvo che per i delitti di cui al comma 5 del medesimo articolo; (7)

  4. i) delitti commessi per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine costituzionale per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel minimo a quattro anni o nel massimo a dieci anni;

  5. l) delitti di promozione, costituzione, direzione e organizzazione delle associazioni segrete previste dall’articolo 1 della legge 25 gennaio 1982, n. 17 , delle associazioni di carattere militare previste dall’articolo 1 della legge 17 aprile 1956, n. 561, delle associazioni, dei movimenti o dei gruppi previsti dagli articoli 1 e 2, della legge 20 giugno 1952, n. 645, delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’art. 3, comma 3, della L. 13 ottobre 1975, n. 654;

l-bis) delitti di partecipazione, promozione, direzione e organizzazione della associazione di tipo mafioso prevista dall’articolo 416-bis del codice penale;

l-ter) delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori, previsti dall’articolo 572 e dall’articolo 612-bis del codice penale; (5)

m) delitti di promozione, direzione, costituzione e organizzazione della associazione per delinquere prevista dall’articolo 416 commi 1 e 3 del codice penale, se l’associazione è diretta alla commissione di più delitti fra quelli previsti dal comma 1 o dalle lettere a), b), c), d), f), g), i) del presente comma;

m-bis) delitti di fabbricazione, detenzione o uso di documento di identificazione falso previsti dall’articolo 497-bis del codice penale;(8)

m-ter) delitti di promozione, direzione, organizzazione, finanziamento o effettuazione di trasporto di persone ai fini dell’ingresso illegale nel territorio dello Stato, di cui all’articolo 12, commi 1 e 3, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni (9).

m-quater) delitto di omicidio colposo stradale previsto dall’articolo 589-bis, secondo e terzo comma, del codice penale. (10)

m-quinquies) delitto di resistenza o di violenza contro una nave da guerra, previsto dall’articolo 1100 del codice della navigazione (14).

  1. Se si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza è eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

(1) Le parole: “anche se relativo al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1”, sono state inserite dall’art. 12, comma 1, della L. 6 febbraio 2006, n. 38.
(2) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, lett. b) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni nella L. 23 aprile 2009, n. 38
(3) Lettera sostituita dall’art. 3, comma 25, lett. a) della L. 15 luglio 2009, n. 94. Successivamente la presente lettera è stata così modificata dall’art. 8, comma 2, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(4) Lettera aggiunta dall’art. 10, comma 2, della L. 26 marzo 2001, n. 128
(5) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, lett. c), D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119, a decorrere dal 16 ottobre 2013, ai sensi di quanto disposto dall’art. 2, comma 4 del suddetto D.L. 93/2013.
(6) Lettera inserita dall’art. 8, comma 2, D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.
(7) Lettera così modificata dall’art. 2, comma 1, lett. h), D.L. 23 dicembre 2013, n. 146, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 febbraio 2014, n. 10.
(8) Lettera aggiunta dall’art. 2, comma 1-ter, lett. a), D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(9) Lettera aggiunta dall’art. 3-bis, comma 2, D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(10) Lettera aggiunta dall’art. 1, comma 5, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.
(11) Lettera inserita dall’art. 4, comma 1, L. 29 ottobre 2016, n. 199, a decorrere dal 4 novembre 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 12, comma 1 della suddetta L. 199/2016.
(12) Lettera inserita dall’art. 2, comma 1, L. 3 luglio 2017, n. 105, a decorrere dal 22 luglio 2017.
(13) Lettera aggiunta dalla lettera e) del comma 1 dell’art. 5, L. 1° ottobre 2012, n. 172.
(14)  Lettera aggiunta dall’art. 3-bis, comma 1, D.L. 14 giugno 2019, n. 53, convertito, con modificazioni, dalla L. 8 agosto 2019, n. 77, a decorrere dal 10 agosto 2019.

Per approfondimenti vedi la guida sull’arresto in flagranza e il fermo

Art. 381.

Arresto facoltativo in flagranza.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di un delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione superiore nel massimo a tre anni ovvero di un delitto colposo per il quale la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

  2. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno altresì facoltà di arrestare chiunque è colto in flagranza di uno dei seguenti delitti:

  3. a) peculato mediante profitto dell’errore altrui previsto dall’articolo 316 del codice penale;

  4. b) corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio prevista dagli articoli 319 comma 4 e 321 del codice penale;

  5. c) violenza o minaccia a un pubblico ufficiale prevista dall’articolo 336 comma 2 del codice penale;

  6. d) commercio e somministrazione di medicinali guasti e di sostanze alimentari nocive previsti dagli articoli 443 e 444 del codice penale;

  7. e) corruzione di minorenni prevista dall’articolo 530 del codice penale;

  8. f) lesione personale prevista dall’articolo 582 del codice penale;

f-bis) violazione di domicilio prevista dall’art. 614, primo e secondo comma, del codice penale; (1)

  1. g) furto previsto dall’articolo 624 del codice penale;

  2. h) danneggiamento aggravato a norma dell’articolo 635 comma 2 del codice penale;

  3. i) truffa prevista dall’articolo 640 del codice penale;

  4. l) appropriazione indebita prevista dall’articolo 646 del codice penale;

l-bis) offerta, cessione o detenzione di materiale pornografico previste dagli articoli 600-ter, quarto comma, e 600-quater del codice penale, anche se relative al materiale pornografico di cui all’articolo 600-quater.1 del medesimo codice; (2)

  1. m) alterazione di armi e fabbricazione di esplosivi non riconosciuti previste dagli articoli 3 e 24 comma 1 della legge 18 aprile 1975, n. 110;

m-bis)  (3)

m-ter) falsa attestazione o dichiarazione a un pubblico ufficiale sulla identità o su qualità personali proprie o di altri, prevista dall’articolo 495 del codice penale; (4)

m-quater) fraudolente alterazioni per impedire l’identificazione o l’accertamento di qualità personali, previste dall’articolo 495-ter del codice penale. (4)

m-quinquies) delitto di lesioni colpose stradali gravi o gravissime previsto dall’articolo 590-bis, secondo, terzo, quarto e quinto comma, del codice penale. (5)

  1. Se si tratta di delitto perseguibile a querela, l’arresto in flagranza può essere eseguito se la querela viene proposta, anche con dichiarazione resa oralmente all’ufficiale o all’agente di polizia giudiziaria presente nel luogo. Se l’avente diritto dichiara di rimettere la querela, l’arrestato è posto immediatamente in libertà.

  2. Nelle ipotesi previste dal presente articolo si procede all’arresto in flagranza soltanto se la misura è giustificata dalla gravità del fatto ovvero dalla pericolosità del soggetto desunta dalla sua personalità o dalle circostanze del fatto.

4-bis. Non è consentito l’arresto della persona richiesta di fornire informazioni dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero per reati concernenti il contenuto delle informazioni o il rifiuto di fornirle.

(1) Lettera inserita dall’art. 3, comma 25, lett. b) della L. 15 luglio 2009, n. 94
(2) Lettera inserita dall’art. 12, comma 2, della L. 6 febbraio 2006, n. 38.
(3) Lettera abrogata dall’art. 2, comma 1-ter, lett, b), D.L. 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla L. 17 aprile 2015, n. 43.
(4) Lettera aggiunta dall’art. 2, comma 1, lett. b-bis), del D.L. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modificazioni nella L. 24 luglio 2008, n. 125.
(5) Lettera aggiunta dall’art. 1, comma 5, lett. b), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

Art. 382.

Stato di flagranza.

  1. E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

  2. Nel reato permanente lo stato di flagranza dura fino a quando non è cessata la permanenza.

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Giurisprudenza 

Art. 383.

Facoltà di arresto da parte dei privati.

  1. Nei casi previsti dall’articolo 380 ogni persona è autorizzata a procedere all’arresto in flagranza, quando si tratta di delitti perseguibili di ufficio.

  2. La persona che ha eseguito l’arresto deve senza ritardo consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria la quale redige il verbale della consegna e ne rilascia copia.

Art. 384.

Fermo di indiziato di delitto.

  1. Anche fuori dei casi di flagranza, quando sussistono specifici elementi che, anche in relazione alla impossibilità di identificare l’indiziato, (1) fanno ritenere fondato il pericolo di fuga, il pubblico ministero dispone il fermo della persona gravemente indiziata di un delitto per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel minimo a due anni e superiore nel massimo a sei anni ovvero di un delitto concernente le armi da guerra e gli esplosivi o di un delitto commesso per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico. (2)

  2. Nei casi previsti dal comma 1 e prima che il pubblico ministero abbia assunto la direzione delle indagini, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria procedono al fermo di propria iniziativa.

  3. La polizia giudiziaria procede inoltre al fermo di propria iniziativa qualora sia successivamente individuato l’indiziato ovvero sopravvengono specifici elementi, quali il possesso di documenti falsi, che rendano fondato il pericolo che l’indiziato sia per darsi alla fuga (3) e non sia possibile, per la situazione di urgenza, attendere il provvedimento del pubblico ministero.

(1) Le parole: “anche in relazione alla impossibilità di identificare l’indiziato” sono state inserite dall’art. 11 della L. 26 marzo 2001, n.128
(2) Le parole: “ o di un delitto commesso… “ fino alla fine del comma sono state aggiunte dall’art. 13, comma 3, lett. a) del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 155
(3) Le parole: “specifici elementi, quali il possesso di documenti falsi, che rendano fondato il pericolo che l’indiziato sia per darsi alla fuga” sono state così sostituite alle precedenti parole dall’art. 13, comma 3, lett. b) del D.L. 27 luglio 2005, n. 144, convertito con modificazioni nella L. 31 luglio 2005, n. 155

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Cfr. Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 29 luglio 2009, n. 31296 in Altalex Massimario.

Per approfondimenti vedi la guida sull’arresto in flagranza e il fermo

Art. 384-bis

(Allontanamento d’urgenza dalla casa familiare) (1)

  1. Gli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di disporre, previa autorizzazione del pubblico ministero, scritta, oppure resa oralmente e confermata per iscritto, o per via telematica, l’allontanamento urgente dalla casa familiare con il divieto di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa, nei confronti di chi è colto in flagranza dei delitti di cui all’articolo 282-bis, comma 6, ove sussistano fondati motivi per ritenere che le condotte criminose possano essere reiterate ponendo in grave ed attuale pericolo la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa. La polizia giudiziaria provvede senza ritardo all’adempimento degli obblighi di informazione previsti dall’articolo 11 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, e successive modificazioni.

    2. Si applicano in quanto compatibili le disposizioni di cui agli articoli 385 e seguenti del presente titolo. Si osservano le disposizioni di cui all’articolo 381, comma 3. Della dichiarazione orale di querela si dà atto nel verbale delle operazioni di allontanamento.

(1) Articolo inserito dall’art. 2, comma 1, lett. d), D.L. 14 agosto 2013, n. 93 convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119.

Art. 385.

Divieto di arresto o di fermo in determinate circostanze.

  1. L’arresto o il fermo non è consentito quando, tenuto conto delle circostanze del fatto, appare che questo è stato compiuto nell’adempimento di un dovere o nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in presenza di una causa di non punibilità.

Art. 386.

Doveri della polizia giudiziaria in caso di arresto o di fermo.

  1. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria che hanno eseguito l’arresto o il fermo o hanno avuto in consegna l’arrestato, ne danno immediata notizia al pubblico ministero del luogo ove l’arresto o il fermo è stato eseguito. Consegnano all’arrestato o al fermato una comunicazione scritta, redatta in forma chiara e precisa e, se questi non conosce la lingua italiana, tradotta in una lingua a lui comprensibile, con cui lo informano:

    a) della facoltà di nominare un difensore di fiducia e di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato nei casi previsti dalla legge;

    b) del diritto di ottenere informazioni in merito all’accusa;

    c) del diritto all’interprete ed alla traduzione di atti fondamentali;

    d) del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere;

    e) del diritto di accedere agli atti sui quali si fonda l’arresto o il fermo;

    f) del diritto di informare le autorità consolari e di dare avviso ai familiari;

    g) del diritto di accedere all’assistenza medica di urgenza;

    h) del diritto di essere condotto davanti all’autorità giudiziaria per la convalida entro novantasei ore dall’avvenuto arresto o fermo;

    i) del diritto di comparire dinanzi al giudice per rendere l’interrogatorio e di proporre ricorso per cassazione contro l’ordinanza che decide sulla convalida dell’arresto o del fermo. (3)

1-bis. Qualora la comunicazione scritta di cui al comma 1 non sia prontamente disponibile in una lingua comprensibile all’arrestato o al fermato, le informazioni sono fornite oralmente, salvo l’obbligo di dare comunque, senza ritardo, comunicazione scritta all’arrestato o al fermato.(4)

  1. Dell’avvenuto arresto o fermo gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria informano immediatamente il difensore di fiducia eventualmente nominato ovvero quello di ufficio designato dal pubblico ministero a norma dell’articolo 97.

  2. Qualora non ricorra l’ipotesi prevista dall’articolo 389 comma 2, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del pubblico ministero al più presto e comunque non oltre ventiquattro ore dall’arresto o dal fermo. Entro il medesimo termine trasmettono il relativo verbale, anche per via telematica, salvo che il pubblico ministero autorizzi una dilazione maggiore. Il verbale contiene l’eventuale nomina del difensore di fiducia, l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo in cui l’arresto o il fermo è stato eseguito e l’enunciazione delle ragioni che lo hanno determinato nonché la menzione dell’avvenuta consegna della comunicazione scritta o dell’informazione orale fornita ai sensi del comma 1-bis. (2)

  3. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria pongono l’arrestato o il fermato a disposizione del pubblico ministero mediante la conduzione nella casa circondariale o mandamentale del luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito, salvo quanto previsto dall’articolo 558. (1)

  4. Il pubblico ministero può disporre che l’arrestato o il fermato sia custodito, in uno dei luoghi indicati nel comma 1 dell’articolo 284 ovvero, se ne possa derivare grave pregiudizio per le indagini, presso altra casa circondariale o mandamentale.

  5. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria trasmettono il verbale di fermo anche al pubblico ministero che lo ha disposto, se diverso da quello indicato nel comma 1.

  6. L’arresto o il fermo diviene inefficace se non sono osservati i termini previsti dal comma 3.

(1) Le parole: “salvo quanto previsto dall’articolo 558” sono state aggiunte dal D.L. 22 dicembre 2011, n. 211, convertito con L. 17 febbraio 2012, n. 9.
(2) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett. a-bis), D.L. 1° luglio 2013, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla L. 9 agosto 2013, n. 94 e, successivamente, dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 3), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.
(3) Comma così sostituito dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 1), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.
(4) Comma inserito dall’art. 1, comma 1, lett. e), n. 2), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.

Art. 387.

Avviso dell’arresto o del fermo ai familiari.

  1. La polizia giudiziaria, con il consenso dell’arrestato o del fermato, deve senza ritardo dare notizia ai familiari dell’avvenuto arresto o fermo.

Art. 387-bis.

Adempimenti della polizia giudiziaria nel caso di arresto o di fermo di madre di prole di minore età (1).

  1. Nell’ipotesi di arresto o di fermo di madre con prole di minore età, la polizia giudiziaria che lo ha eseguito, senza ritardo, ne dà notizia al pubblico ministero territorialmente competente, nonché al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo dell’arresto o del fermo.

(1) Articolo inserito dall’art. 15-bis, comma 2, lett. a), D.L. 4 ottobre 2018, n. 113, convertito, con modificazioni, dalla L. 1° dicembre 2018, n. 132, a decorrere dal 4 dicembre 2018.

Art. 388.

Interrogatorio dell’arrestato o del fermato.

  1. Il pubblico ministero può procedere all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, dandone tempestivo avviso al difensore di fiducia ovvero, in mancanza, al difensore di ufficio.

  2. Durante l’interrogatorio, osservate le forme previste dall’articolo 64, il pubblico ministero informa l’arrestato o il fermato del fatto per cui si procede e delle ragioni che hanno determinato il provvedimento comunicandogli inoltre gli elementi a suo carico e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, le fonti.

Art. 389.

Casi di immediata liberazione dell’arrestato o del fermato.

  1. Se risulta evidente che l’arresto o il fermo è stato eseguito per errore di persona o fuori dei casi previsti dalla legge o se la misura dell’arresto o del fermo è divenuta inefficace a norma degli articoli 386 comma 7 e 390 comma 3, il pubblico ministero dispone con decreto motivato che l’arrestato o il fermato sia posto immediatamente in libertà.

  2. La liberazione è altresì disposta prima dell’intervento del pubblico ministero dallo stesso ufficiale di polizia giudiziaria, che ne informa subito il pubblico ministero del luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito.

Art. 390.

Richiesta di convalida dell’arresto o del fermo.

  1. Entro quarantotto ore dall’arresto o dal fermo il pubblico ministero, qualora non debba ordinare la immediata liberazione dell’arrestato o del fermato , richiede la convalida al giudice per le indagini preliminari competente in relazione al luogo dove l’arresto o il fermo è stato eseguito.

  2. Il giudice fissa l’udienza di convalida al più presto e comunque entro le quarantotto ore successive dandone avviso, senza ritardo, al pubblico ministero e al difensore.

  3. L’arresto o il fermo diviene inefficace se il pubblico ministero non osserva le prescrizioni del comma 1.

3-bis. Se non ritiene di comparire, il pubblico ministero trasmette al giudice, per l’udienza di convalida, le richieste in ordine alla libertà personale con gli elementi su cui le stesse si fondano.

Art. 391.

Udienza di convalida.

  1. L’udienza di convalida si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del difensore dell’arrestato o del fermato.

  2. Se il difensore di fiducia o di ufficio non è stato reperito o non è comparso, il giudice provvede a norma dell’articolo 97 comma 4. Il giudice altresì, anche d’ufficio, verifica che all’arrestato o al fermato sia stata data la comunicazione di cui all’articolo 386, comma 1, o che comunque sia stato informato ai sensi del comma 1-bis dello stesso articolo, e provvede, se del caso, a dare o a completare la comunicazione o l’informazione ivi indicate.(1)

  3. Il pubblico ministero, se comparso, indica i motivi dell’arresto o del fermo e illustra le richieste in ordine alla libertà personale. Il giudice procede quindi all’interrogatorio dell’arrestato o del fermato, salvo che questi non abbia potuto o si sia rifiutato di comparire; sente in ogni caso il suo difensore.

  4. Quando risulta che l’arresto o il fermo è stato legittimamente eseguito e sono stati osservati i termini previsti dagli articoli 386 comma 3 e 390 comma 1, il giudice provvede alla convalida con ordinanza. Contro l’ordinanza che decide sulla convalida, il pubblico ministero e l’arrestato o il fermato possono proporre ricorso per cassazione.

  5. Se ricorrono le condizioni di applicabilità previste dall’articolo 273 e taluna delle esigenze cautelari previste dall’articolo 274, il giudice dispone l’applicazione di una misura coercitiva a norma dell’articolo 291. Quando l’arresto è stato eseguito per uno dei delitti indicati nell’articolo 381, comma 2, ovvero per uno dei delitti per i quali è consentito anche fuori dai casi di flagranza, l’applicazione della misura è disposta anche al di fuori dei limiti di pena previsti dagli articoli 274, comma 1, lettera c), e 280.

  6. Quando non provvede a norma del comma 5, il giudice dispone con ordinanza la immediata liberazione dell’arrestato o del fermato.

  7. Le ordinanze previste dai commi precedenti, se non sono pronunciate in udienza, sono comunicate o notificate a coloro che hanno diritto di proporre impugnazione. Le ordinanze pronunciate in udienza sono comunicate al pubblico ministero e notificate all’arrestato o al fermato, se non comparsi. I termini per l’impugnazione decorrono dalla lettura del provvedimento in udienza ovvero dalla sua comunicazione o notificazione. L’arresto o il fermo cessa di avere efficacia se l’ordinanza di convalida non è pronunciata o depositata anche quarantotto ore successive al momento in cui l’arrestato o il fermato è stato posto a disposizione del giudice.

(1) Comma così modificato dall’art. 1, comma 1, lett. f), D.Lgs. 1° luglio 2014, n. 101, a decorrere dal 16 agosto 2014, ai sensi di quanto disposto dall’art. 4, comma 1, del medesimo D.Lgs. 101/2014.

Art. 617 bis Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche

  • Art. 617 bis Installazione di apparecchiature atte ad intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche

  • Chiunque, fuori dei casi consentiti dalla legge, installa apparati, strumenti, parti di apparati o di strumenti al fine di intercettare od impedire comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche tra altre persone è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

  • La pena è della reclusione da uno a cinque anni se il fatto è commesso in danno di un pubblico ufficiale nell’esercizio o a causa delle sue funzioni ovvero da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato 2.

  • Dispositivo dell’art. 617 sexies Codice Penale

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di arrecare ad altri un danno, forma falsamente ovvero altera o sopprime, in tutto o in parte, il contenuto, anche occasionalmente intercettato, di taluna delle comunicazioni relative a un sistema informatico o telematico o intercorrenti tra più sistemi(2), è punito, qualora ne faccia uso o lasci che altri ne facciano uso, con la reclusione da uno a quattro anni(3.

La pena è della

Cass. pen. n. 31135/2007

Integra il delitto di intercettazione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche (art. 617 quater, comma primo, c.p.) la condotta di colui che si avvalga di mezzi atti ad eludere i meccanismi di sicurezza preordinati ad impedire l’accesso di estranei alle comunicazioni. (In applicazione di questo principio la S.C. ha escluso che abbiano rilievo la circostanza che l’autore di siffatta condotta rivesta la qualità di amministratore di sistema connessa alla qualità di responsabile dei servizi informatici, abilitato pertanto ad inserirsi nel sistema, perché tale qualità non lo abilita, comunque, ad accedere — come accaduto nella fattispecie — alla casella di posta elettronica del singolo account protetta da apposita password nonché la agevole identificabilità quale autore e installatore del programma di intercettazione dello stesso amministratore di sistema).

Cass. pen. n. 4011/2006

La previsione di cui all’art. 617 quater, comma secondo, c.p. — nel sanzionare la condotta di chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo di informazione al pubblico, in tutto o in parte il contenuto delle comunicazioni di cui al primo comma — non richiede quale presupposto del reato l’intercettazione fraudolenta delle comunicazioni (sanzionata dall’art. 617 quater, comma primo), in quanto la ratio della tutela penale è quella di evitare che siano divulgate con qualsiasi mezzo di informazione al pubblico comunicazioni cosiddette «chiuse» destinate a rimanere segrete, delle quali l’agente sia comunque venuto a conoscenza.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente –

Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere –

Dott. ROMANO Michele – rel. Consigliere –

Dott. SESSA Renata – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

P.G., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 07/05/2019 della Corte di appello di Roma;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Michele Romano;

sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dr. Tassone Kate, che ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perchè i reati sono estinti per prescrizione e che i motivi di ricorso siano dichiarati inammissibili;

sentite le conclusioni del difensore del ricorrente, avv. Pietro Pomanti, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza del 31 maggio 2017 del Tribunale di Roma che ha affermato la penale responsabilità di P.G. per i delitti di cui all’art. 616c.p.p., commi 1 e 4, artt. 617-bis617-quater c.p., tutti unificati dal vincolo della continuazione, e, applicate le attenuanti generiche, lo ha condannato alla pena di mesi otto e giorni venti di reclusione, nonchè al risarcimento del danno in favore della moglie F.F., costituitasi parte civile.

In particolare, al P. si contesta di avere installato e configurato un programma informatico tramite il quale egli fraudolentemente aveva intercettato e preso cognizione di messaggi, fotografie e e-mail indirizzate alla moglie (capo a), nonchè di avere preso cognizione di comunicazioni pervenute alla moglie tramite posta elettronica per poi utilizzarne il contenuto nella causa civile intentata innanzi al Tribunale di Roma (capo b).

  1. Avverso detta sentenza ricorre P.G., a mezzo dei suoi difensori, chiedendone l’annullamento ed affidandosi a cinque motivi.

2.1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 51 c.p. in relazione all’art. 616 c.p., commi 1 e 4, dell’art. 192 c.p.p. e dell’art. 9, par. 2, lett. f), regolamento U.E. n. 679 del 2016, nonchè la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione.

Con il primo motivo di appello il P. aveva dedotto che erroneamente il Tribunale non aveva applicato la causa di giustificazione di cui all’art. 51 c.p. in relazione al delitto di cui all’art. 616 c.p., commi 1 e 4, per la violazione, sottrazione e soppressione di corrispondenza, in quanto l’imputato aveva commesso il fatto allo scopo di difendersi innanzi all’autorità giudiziaria.

Sul punto la Corte territoriale ha affermato che l’imputato non si è limitato a produrre in giudizio una corrispondenza privata di cui aveva occasionalmente preso conoscenza, ma ha fraudolentemente carpito la corrispondenza attraverso l’installazione di uno specifico programma e tale comportamento, in quanto violava uno dei diritti fondamentali della persona, non poteva trovare giustificazione nell’esercizio del diritto di difesa.

Tuttavia, tale motivazione appare in contrasto con quanto asserito nei due precedenti paragrafi della motivazione. In essi si afferma che la captazione fraudolenta della corrispondenza, avvenuta attraverso la installazione del programma informatico a ciò diretto, non lascia dubbi sulla sussistenza materiale dei reati e sul dolo, emergendo evidente la volontà dell’imputato di venire a conoscenza della corrispondenza elettronica della moglie, poichè altrimenti non si sarebbe spiegata la installazione del server che consentiva la captazione. La captazione non può trovare giustificazione nell’esigenza di controllare la figlia minore, poichè detta esigenza non giustifica la sottoposizione a controllo anche della corrispondenza della moglie in un periodo in cui era in corso la separazione giudiziale. La Corte, tuttavia, ha affermato pure che la consulenza tecnica del Pubblico ministero non era stata in grado di stabilire a quanto tempo prima risalisse la installazione e da quanto tempo venisse attuata l’illecita captazione. Questo rilievo contrasta con la intenzione dell’imputato di carpire fraudolentemente la corrispondenza della moglie e rende la motivazione carente ed illogica, perchè se non è possibile stabilire a quando risalisse l’istallazione del programma informatico, neppure può ritenersi smentita la tesi difensiva e quindi non può ritenersi provata oltre ogni ragionevole dubbio la natura fraudolenta della captazione.

Nella stessa sentenza impugnata si afferma che la istallazione del programma informatico rispondeva ad un’esigenza di tutela della figlia minore che era comune ad entrambi i genitori.

Nè poteva in contrario obiettarsi che l’esigenza di tutelare la minore non giustificasse che anche la corrispondenza della moglie fosse oggetto di intercettazione, in quanto il programma informatico non consentiva di distinguere tra i diversi utilizzatori del computer sul quale era stato installato.

Inoltre, l’art. 9, par. 2, lett. f), regolamento U.E. n. 679 del 2016 prevede che il divieto di trattamento dei dati personali stabilito dell’art. 9, par. 1, dello stesso regolamento non si applichi ove il trattamento sia necessario per accertare, esercitare, difendere un diritto in sede giudiziaria.

Del resto, evidenzia il ricorrente, questa Suprema Corte ha già affermato che la nozione di giusta causa, ai sensi dell’art. 616 c.p., comma 2, non è fissata dalla legge e la sua identificazione è rimessa al giudice, che deve valutare la liceità, sotto il profilo etico e sociale, dei motivi che hanno indotto il soggetto a tenere un certo comportamento (Sez. 5, n. 52075 del 29/10/2014, Lazzarinetti, Rv. 263226; Sez. 5, n. 8838 del 10/07/1997, Reali, Rv. 208613).

In particolare, secondo il ricorrente, il giudice deve operare un bilanciamento tra contrapposti interessi ed assolvere se la rivelazione risulti necessaria.

In tal senso si è già espressa questa Corte di cassazione laddove ha affermato che la produzione di documenti ottenuti illecitamente, tramite la lesione di un diritto fondamentale, può essere scriminata per giusta causa, ai sensi dell’art. 616 c.p., comma 2, laddove costituisca l’unico mezzo per contestare le pretese della controparte e l’imputato riesca a dar prova della circostanza (Sez. 5, n. 35383 del 29/03/2011, Solla, Rv. 250925).

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta violazione dell’art. 616 c.p.p., commi 1 e 4, artt. 617-bis e 617-quater c.p. nonchè carenza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza dei reati previsti dalle disposizioni appena citate.

A fronte del secondo motivo di appello, diretto a contestare la sussistenza dei reati ascritti al ricorrente, la Corte territoriale aveva sostenuto che era irrilevante che l’imputato avesse acquistato i computer installati nell’abitazione coniugale e che sempre egli avesse creati gli account della figlia e della moglie, in quanto era comunque stato accertato che il computer sul quale era avvenuta l’intercettazione era usato dalla moglie che esclusivamente tramite esso apriva, leggeva ed inviava la sua corrispondenza elettronica.

Tale assunto era illogico a fronte dell’affermazione, anch’essa contenuta in motivazione, che la consulenza tecnica del Pubblico ministero non era stata in grado di stabilire a quanto tempo prima risalisse la installazione e da quanto tempo venisse attuata l’illecita captazione e che al momento della denuncia era già pendente il giudizio per la separazione personale dei coniugi e tale circostanza dimostrava il dolo.

Se il giudice non era in grado di stabilire l’epoca di installazione del programma informatico, questa poteva essere avvenuta anche prima della crisi coniugale ed esclusivamente allo scopo di tutelare la figlia minorenne.

Risultava, quindi, violato l’art. 192 c.p.p. e la Corte di appello aveva omesso di motivare la propria decisione, nonostante lo specifico motivo di appello.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 15art. 616 c.p., commi 1 e 4, artt. 617-bis e 617-quater c.p. e la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine al mancato assorbimento dei reati di cui agli artt. 616 e 617-bis c.p. nel delitto previsto dall’art. 617-quater c.p..

Con l’atto di appello era stato invocato detto assorbimento, ma la Corte territoriale aveva risposto che quest’ultimo delitto non presentava elementi di specialità rispetto agli altri che quindi concorrono con esso e non ne sono assorbiti. In particolare, i giudici di secondo grado avevano affermato che andava disattesa la tesi secondo la quale i tre reati sarebbero in rapporto di continenza perchè la realizzazione dell’uno sarebbe stata impossibile senza la realizzazione dell’altro.

Il ricorrente sostiene che poichè la corrispondenza informatica è tale se viene inoltrata e ricevuta per mezzo di un sistema informatico, la Corte di appello ha violato l’art. 15 c.p. poichè il bene giuridico tutelato dagli artt. 616617-bis e 617-quater c.p. era il medesimo ed identico era l’oggetto delle varie norme, che regolavano la stessa materia.

Sostiene il P. che la Corte di cassazione ha affermato che il reato progressivo è un reato complesso in senso lato e il rapporto di continenza deve essere stabilito in via interpretativa dal giudice e l’assorbimento del reato minore in quello maggiore ha luogo solo laddove sia impossibile realizzare il reato maggiore senza realizzare quello minore e, nel caso di specie, non avrebbero potuto essere contestate al P. le violazioni di cui agli artt. 616 e 617-quater c.p. se non fosse stato installato il software riferibile al delitto di cui all’art. 617-bis c.p..

Le Sezioni Unite hanno affermato che in caso di concorso di norme penali che regolano la stessa materia, il criterio di specialità (art. 15 c.p.) richiede che, ai fini della individuazione della disposizione prevalente, il presupposto della convergenza di norme può ritenersi integrato solo in presenza di un rapporto di continenza tra le norme stesse, alla cui verifica si deve procedere mediante il confronto strutturale tra le fattispecie astratte configurate e la comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle (Sez. U, n. 1235 del 28/10/2010 – dep. 2011, Giordano, Rv. 248864).

Conseguentemente, in applicazione dei principi sopra esposti, doveva ritenersi operante l’assorbimento.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente deduce, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), la violazione degli artt. 157159 e 160 c.p. e dell’art. 129 c.p.p..

I reati erano ormai estinti per prescrizione già nel momento in cui era stata pronunciata la sentenza di appello.

I reati erano stati contestati come commessi in data 12 agosto 2011 e conseguentemente il termine massimo di prescrizione, essendo pari ad anni sette e mesi sei, era maturato in data 12 febbraio 2019. La sentenza di appello era stata emessa il 7 maggio 2019.

Inoltre, non essendo stato possibile collocare nel tempo l’installazione del software che consentiva l’intercettazione dei messaggi, andava applicato il principio in dubio pro reo anche al termine iniziale della prescrizione.

2.5. Con il quinto motivo il ricorrente si duole della violazione dell’art. 539 c.p.p. e della mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla condanna generica al risarcimento del danno ed al riconoscimento della provvisionale in favore della parte civile.

Per la condanna generica al risarcimento del danno era necessario che fosse accertata la potenzialità lesiva del fatto ed il nesso causale tra il reato ed il pregiudizio lamentato dalla parte civile, mentre nel caso di specie la sentenza non motivava su detti presupposti.

Inoltre era la stessa persona offesa che aveva voluto la installazione del software allo scopo di controllare la figlia minore.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso appare fondato per le ragioni di seguito esposte.

  2. Deve preliminarmente rilevarsi l’insussistenza, nel caso di specie, del delitto di divulgazione di corrispondenza di cui all’art. 616c.p., commi 1 e 4.

Nel processo di legittimità, dalla disposizione di cui all’art. 609 c.p.p., comma 2, deriva che la Corte possa rilevare la sussistenza dei presupposti per l’applicabilità dell’art. 129 c.p.p. solo se dalla sentenza impugnata emergano elementi che depongano in maniera evidente in tal senso, costituendo tale condizione necessaria espressione dei limiti di cognizione propri di tale giudizio (Sez. 3, n. 394 del 25/09/2018 – dep. 2019, Gilardi, Rv. 27456701). (Conforme n. 109 del 1968, Rv. 108484).

La questione sulla qualificazione giuridica del fatto rientra tra quelle su cui la Corte di cassazione può decidere ex art. 609 c.p.p. e, pertanto, può essere dedotta per la prima volta in sede di giudizio di legittimità, purchè l’impugnazione non sia inammissibile e per la sua soluzione non siano necessari accertamenti di fatto (Sez. 2, n. 17235 del 17/01/2018, Tucci, Rv. 272651; Sez. 1, n. 13387 del 16/05/2013 – dep. 2014, Rossi, Rv. 259730; Sez. 2, n. 45583 del 15/11/2005, De Juli, Rv. 232773).

In particolare, è necessario che la diversa qualificazione giuridica del fatto sia possibile sulla base della stessa motivazione della sentenza impugnata.

Peraltro, quando, come nel caso di specie, ricorre una doppia conforme, avendo la Corte di appello richiamato la motivazione della sentenza di primo grado e adottato gli stessi criteri di valutazione delle prove e di ricostruzione del fatto, le due sentenze possono essere lette congiuntamente, integrandosi reciprocamente e dando vita ad risultato organico ed inscindibili.

Pertanto, ai fini della qualificazione giuridica del fatto e dell’art. 129 c.p.p. questa Corte di cassazione può fondarsi anche sulla motivazione della sentenza di primo grado e sull’accertamento del fatto in essa contenuto.

Secondo quanto accertato dal giudice di primo grado e confermato dalla Corte di appello, l’odierno ricorrente ha utilizzato un programma informatico che gli consentiva di intercettare quanto veniva inviato alla casella di posta elettronica della moglie. Il programma entrava in funzione quando la moglie si connetteva ad internet riprendendo e filmando i contenuti dei messaggi di posta elettronica che venivano inviati al computer dell’imputato, che poteva visionarli in diretta. In sostanza, il P., tramite detto programma, era in grado di intercettare le e-mail inviate dalla o alla moglie durante la loro trasmissione.

Deve allora osservarsi che le fattispecie punite dagli artt. 616 e 617-quater c.p. hanno ambiti operativi ben definiti dalla diversa configurazione dell’oggetto materiale della condotta, anche indipendentemente dalle specifiche connotazioni modali che la caratterizzano nell’art. 617-quater e che invece non sono previste nell’art. 616.

Mentre nell’ambito dell’art. 617-quater c.p. il termine corrispondenza non comprende ogni forma di comunicazione, ma assume un significato più ristretto, riferibile alla comunicazione nel suo momento “dinamico” ossia in fase di trasmissione – come si ricava anche dai termini impiegati per definire la condotte alternative a quella di intercettazione, ossia “impedisce” e “interrompe” -, nell’art. 616 c.p., il termine “corrispondenza” risulta invece funzionale ad individuare la comunicazione umana nel suo profilo “statico” e cioè il pensiero già comunicato o da comunicare fissato su supporto fisico o altrimenti rappresentato in forma materiale, come si ricava anche in questo caso dai termini impiegati per descrivere le altre condotte tipizzate alternativamente a quella di illecita cognizione (sottrarre, distrarre, sopprimere e distruggere) (vedi in proposito Sez. 5, n. 12603 del 02/02/2017, Segagni, Rv. 26951701 che pone a raffronto l’art. 616 c.p. e l’art. 617 c.p.).

Nel caso di specie, secondo la ricostruzione del fatto operata dai giudici del merito, il P. ha intercettato le e-mail che venivano inviate alla moglie e che a questa venivano inviate nel momento in cui la loro trasmissione era in corso, cosicchè, in applicazione del principio sopra esposto, non risulta applicabile l’art. 616, comma 1, c.p., nè il comma 4 della medesima disposizione, che si riferisce alla divulgazione della corrispondenza di cui al comma 1, ossia di quella “statica”.

Nè può ritenersi sussistente il reato di cui all’art. 617-quater c.p., comma 2 che punisce la divulgazione del contenuto della comunicazione intercettata, poichè a tal fine è necessario che la divulgazione del contenuto della comunicazione intercettata avvenga mediante “qualsiasi mezzo d’informazione al pubblico”, mentre nel caso di specie la divulgazione è avvenuta mediante la produzione delle e-mail in un giudizio di separazione personale dei coniugi pendente tra l’imputato e la persona offesa, modalità che è inidonea a rivelare il contenuto della comunicazione alla generalità dei terzi (vedi Sez. 5, n. 11965 del 30/01/2018, C, Rv. 272669, che per lo stesso motivo ha escluso l’applicabilità del comma 2 dell’art. 617 c.p.).

Deve, quindi, concludersi per la penale irrilevanza, nel caso di specie, della successiva divulgazione delle comunicazioni già oggetto di intercettazione.

Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio relativamente al reato di cui al capo b) perchè il fatto non sussiste. Il primo motivo di ricorso resta assorbito.

  1. Il secondo motivo di ricorso, con il quale si lamenta la illogicità della motivazione, è fondato.

Gli artt. 617-bis e 617-quater c.p. richiedono entrambi che le condotte in essi descritte siano attuate “fraudolentemente”, ossia con modalità tali da rendere non percettibile o riconoscibili le condotte stesse, che avvengono all’insaputa del soggetto che è parte della comunicazione; se l’agente ha reso manifesta la volontà di installare lo strumento che consente di intercettare la comunicazione e quindi di procedere all’intercettazione delle comunicazioni, prima che l’azione sia posta in essere, il reato è escluso.

L’odierno ricorrente ha sostenuto con il suo appello (vedi 3 e 4 dell’atto di appello) che l’installazione del programma che consentiva l’intercettazione delle attività di navigazione in internet era conosciuta alla moglie, in quanto attuata di comune accordo molti anni prima allo scopo di controllare la navigazione su internet della figlia minore per impedire che la stessa potesse utilizzare il computer per accedere a contenuti inappropriati, considerata la sua età; il programma informatico installato non consentiva di distinguere tra i vari utenti del sistema.

La Corte di appello, nel rigettare la tesi difensiva, afferma che la natura fraudolenta dell’installazione del programma keylogger e della successiva attività di intercettazione emerge dall’intento dell’imputato di venire a conoscenza della corrispondenza elettronica privata della moglie, non potendo la intercettazione della corrispondenza informatica della moglie, peraltro attuata in un periodo in cui tra i due coniugi pendeva il giudizio di separazione personale, trovare giustificazione nell’intento di controllare l’attività informatica della figlia minore.

Tuttavia, la stessa Corte di appello afferma contraddittoriamente che non è possibile stabilire quando sia stato installato detto programma e quando sia iniziata l’attività di intercettazione, circostanza, questa, che confligge con le ragioni addotte dalla stessa Corte di appello per affermare che le condotte di cui agli artt. 617-bis e 617-quater c.p. sono state attuate fraudolentemente e che sussiste il dolo dei delitti contemplati dalle disposizioni appena citate, non risultando esclusa la finalità indicata dal ricorrente.

  1. Stante la fondatezza del ricorso in ordine ai delitti contestati al capo a), deve rilevarsi, ai sensi dell’art. 129c.p.p., comma 1, che i reati sono ormai estinti per prescrizione.

Non ricorrendo la evidenza di alcuna delle ipotesi di cui all’art. 129 c.p.p., comma 2, in relazione a tali delitti, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali.

Quanto agli effetti civili, in relazione ai reati di cui al capo a), la sentenza deve essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, che provvederà alla regolamentazione tra le parti delle spese processuali del grado di legittimità.

Il terzo, il quarto ed il quinto motivo di ricorso restano assorbiti.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente al reato di cui all’art. 616 c.p. perchè il fatto non sussiste. Annulla la stessa sentenza senza rinvio agli effetti penali relativamente agli altri reati per essere gli stessi estinti per prescrizione e con rinvio agli effetti civili al giudice civile competente per valore in grado di appello. In caso di dìffusìone del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 29 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2020

REATI INFORMATICI DIFENSORE ESPERTO BOLOGNA

REATI INFORMATICI DIFENSORE ESPERTO BOLOGNA CHIAMA 051 6447838
Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, è punito con la reclusione fino a tre anni.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni:

1) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;

2) se il colpevole per commettere il fatto usa violenza sulle cose o alle persone, ovvero se è palesemente armato;

3) se dal fatto deriva la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Qualora i fatti di cui ai commi primo e secondo riguardino sistemi informatici o telematici di interesse militare o relativi all’ordine pubblico o alla sicurezza pubblica o alla sanità o alla protezione civile o comunque di interesse pubblico, la pena è, rispettivamente, della reclusione da uno a cinque anni e da tre a otto anni.

Nel caso previsto dal primo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa; negli altri casi si procede d’ufficio 2.

Art. 615 quater c.p. – Detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici

Chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o di arrecare ad altri un danno, abusivamente si procura, riproduce, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei all’accesso ad un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, o comunque fornisce indicazioni o istruzioni idonee al predetto scopo, è punito con la reclusione sino ad un anno e con la multa sino a 5.164 euro.

La pena è della reclusione da uno a due anni e della multa da 5.164 euro a 10.329 euro se ricorre taluna delle circostanze di cui ai numeri 1) e 2) del quarto comma dell’articolo 617-quater.

 
La fattispecie: la norma penale è posta a presidio del bene giuridico della riservatezza del gestore di sistema informatico o telematico. Sono punite le condotte di acquisizione, riproduzione, diffusione, comunicazione o consegna di mezzi volti ad introdursi abusivamente nel sistema informatico o telematico altrui (condotte prodromiche a quella di accesso o mantenimento abusivo nel sistema informatico o telematico ex art. 615 ter c.p.).

Art. 615 ter c.p. (Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico)

Elemento oggettivo.

Sez. U, Sentenza n. 4694 del 27/10/2011 (dep. 07/02/2012) Rv. 251269

Integra il delitto previsto dall’art. 615 ter cod. pen. colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema.

La sentenza prende la posizione di cui alla massima, diversificandosi dai precedenti delle sezioni semplici (v. n. 2534 del 2008 – rv. 239105n. 26797 del 2008 – rv. 240497) pur senza risolvere espressamente alcun contrasto.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente –

Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere –

Dott. SESSA Renata – Consigliere –

Dott. MOROSINI Elisabetta Maria – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.A., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15/11/2018 della CORTE APPELLO di TORINO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere BRANCACCIO MATILDE;

letta la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale MIGNOLO OLGA che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con la decisione in epigrafe, la Corte d’Appello di Napoli ha confermato la sentenza del Tribunale di Torino del 30.10.2017 con cui G.A. è stata condannata alla pena di 15 giorni di reclusione in relazione al reato di cui all’art. 615-terc.p., per aver modificato ed utilizzato la password di accesso al cassetto fiscale della sorella L., aperto presso l’Agenzia delle Entrate, al fine di continuare a gestire il patrimonio familiare pur dopo la cessazione della delega ad agire per conto di costei e i dissidi insorti tra loro (in particolare, per registrare le locazioni relative agli immobili di famiglia).

  2. Ha proposto ricorso l’imputata tramite il difensore, avv. Bertano, deducendo con l’unico motivo il vizio di manifesta illogicità e carenza della motivazione nella parte in cui non ha tenuto conto del valore fondamentale di un elemento di prova atto ad escludere il reato: il fax del 31.7.2006 con cui le password necessarie ad accedere al sistema informatico fiscale erano state inviate da G.L. alla sorella A., al fine di consentirle di operare per conto di entrambe sul patrimonio comune.

Il consenso ad utilizzarle, così come l’assenso alla delega gestionale sull’intero patrimonio di loro proprietà, non erano mai stati revocati.

Le password, peraltro, non erano di uso esclusivo della persona offesa ma di entrambe le sorelle.

  1. Il Sostituto Procuratore Generale MIGNOLO Olga ha chiesto che venga dichiarata l’inammissibilità del ricorso che propone censure in fatto.

3.1. La parte civile ha inviato a mezzo pec conclusioni scritte con cui chiede venga dichiarata l’inammissibilità del ricorso e nota spese.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile per essere stato proposto secondo direttrici di sindacato sottratte al giudice di legittimità.

  2. Come è noto, da tempo la Corte di cassazione ha chiarito che i vizi motivazionali ed argomentativi di una pronuncia di merito possono essere dedotti in sede di legittimità purchè ricompresi entro un orizzonte preciso e ben delimitato, diretto a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo del provvedimento impugnato, potendo ritenersi inadeguato, con conseguenze di annullamento, soltanto quell’impianto motivazionale che sia afflitto da manifesta illogicità.

Esula, pertanto, dai poteri della Corte di cassazione quello consistente nella “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui verifica è, invece ed in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (ex multis Sez. 6, n. 27429 del 4/7/2006, Lobriglio, Rv. 234559; Sez. 6, n. 47204 del 7/10/2015, Musso, Rv. 265482 vedi anche Sez. U, n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074; Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794; cfr. altresì Sez. 2, n. 30918 del 7/5/2015, Falbo, Rv. 264441; Sez. U, n. 6402 del 30/4/1997, Dessimone, Rv. 207944; Sez. 5, n. 39048 del 25/9/2007, Casavola, Rv. 238215; Sez. 2, n. 7380 del 11/1/2007, Messina, Rv. 235716; Sez. 6, n. 25255 del 14/2/2012, Minervini, Rv. 253099; Sez. 6, n. 13809 del 17/3/2015, 0., Rv. 262965).

2.1. Ebbene, nel caso di specie, la ricorrente, piuttosto che addurre reali aporie argomentative o distonie del percorso logico-giustificativo che ha guidato la Corte territoriale nella ricostruzione della responsabilità per il reato contestato, ha incentrato le proprie censure difensive sulla valenza della pregressa autorizzazione ad operare ricevuta dalla persona offesa, che, anni prima, con un fax inviatole il 31.7.2006, le aveva comunicato le password necessarie ad accedere al sistema informatico fiscale di sua pertinenza, consentendole in tal modo di operare per conto di entrambe sull’importante patrimonio familiare, a prescindere dalla formale intestazione dei cespiti immobiliari.

E tuttavia, il ricorso non si confronta con quanto è stato riportato nel provvedimento impugnato a fondamento dell’ipotesi di accusa: la consegna alla sorella delle password di accesso al proprio cassetto fiscale da parte della persona offesa era avvenuta in epoca risalente ad anni prima della data del reato contestato (appunto, nel 2006), mentre l’autorizzazione è stata revocata, senza dubbio, quando la password venne cambiata nell’anno 2010 da G.L., in seguito a forti dissapori sorti con la sorella, per via della gestione di un conto corrente comune, dal quale l’imputata ha riferito che erano risultati prelievi anomali da parte della stessa persona offesa, il che aveva determinato l’insorgere di reciproche azioni giudiziarie sia in sede civile che penale.

Nonostante la modifica della password, segnale inequivoco di revoca dell’autorizzazione ad operare concessa all’imputata, e logicamente ritenuto tale dalla Corte d’Appello, ed i rapporti oramai pacificamente pessimi tra le due sorelle – per la stessa ammissione della ricorrente – la persona offesa, nel 2011, ha dichiarato di aver subito l’ingerenza indebita poi oggetto dell’imputazione, allorchè si rese conto che il 3 agosto di quell’anno erano state cambiate le password al suo cassetto fiscale e, successivamente, che il 4.8.2011 era stato stipulato, in particolare, a suo nome ed a sua insaputa, un contratto di locazione, cui ne era seguito anche un altro, su immobili di sua proprietà, da parte dell’imputata; contratti che erano stati sottoscritti palesemente dalla ricorrente con il proprio nome.

Tali circostanze di fatto hanno condotto i giudici d’appello a ritenere – coerentemente alla sentenza di primo grado – del tutto prive di fondamento le giustificazioni dell’imputata, volte a sostenere la sua buona fede, e dunque l’assenza del dolo del reato, in quanto ella sarebbe stata convinta di essere ancora delegata ad operare per conto della sorella L..

Peraltro, anche il fatto che gli ulteriori procedimenti penali a carico della ricorrente, sorti sempre da denunce della persona offesa, si sarebbero conclusi con assoluzioni non è stato ritenuto rilevante dalla Corte d’Appello in ragione del plausibile argomento che essi riguardavano contestazioni scollegate da quella in esame ed aventi ad oggetto condotte di appropriazione indebita.

Con tale solida struttura argomentativa il ricorso non si confronta realmente, limitandosi a sostenere le proprie ragioni difensive in modo incoerente con i risultati dibattimentali, secondo uno schema deduttivo inammissibile, per le ragioni anzidette, e per la genericità estrinseca derivata dalla aspecificità (sul tema, cfr., tra le altre, Sez. 2, n. 11951 del 29/1/2014, Lavorato, Rv. 259425; Sez. 5, n. 28011 del 15/2/2013, Sammarco, Rv. 255568; Sez. 2, n. 19951 del 15/5/2008, Lo Piccolo, Rv. 240109; vedi, altresì, più di recente, Sez. 2, n. 42046 del 17/7/2019, Boutartour).

  1. La configurabilità del reato di cui all’art. 615-terc.p., che punisce chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, si rivela anch’essa pacificamente desumibile dalle pronunce di merito.

Deve premettersi, in estrema sintesi, qualche cenno alla struttura del reato, osservando anzitutto che costituisce un sistema informatico quel complesso organico di elementi fisici (hardware) ed astratti (software) che compongono un apparato di elaborazione dati, come definito dalla Convenzione di Budapest, ratificata dalla L. n. 48 del 2008 nei termini di “qualsiasi apparecchiatura o gruppo di apparecchiature interconnesse o collegate, una o più delle quali, in base ad un programma, compiono l’elaborazione automatica di dati” (cfr., sul tema, Sez. U, n. 40963 del 20/07/2017, Andreucci, Rv. 270497).

Si è, poi, chiarito, grazie all’intervento delle Sezioni Unite, con due distinte pronunce, che integra il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p., colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema” (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011, dep. 2012, Casani, Rv 251269); integrando tale principio con l’affermazione, altresì, che configura il delitto previsto dall’art. 615-ter c.p., la condotta di colui il quale, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita (così, sull’ipotesi aggravata prevista dal comma 2 della disposizione in esame, nell’ipotesi di fatto commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, Savarese, Rv. 271061-01).

In seguito, la giurisprudenza di legittimità ha anche precisato che i principi espressi dalle Sezioni Unite hanno valenza generale e possono essere esportati anche in ambito di rapporto di lavoro privatistico (Sez. 5, n. 18284 del 25/3/2019, Zumbo, Rv. 275914; Sez. 5, n. 565 del 29/11/2018, dep. 2019, Landi Di Chiavenna, Rv. 274392).

Detti principi, essendo la fattispecie criminosa congegnata come un reato comune (in ragione, anzitutto, della lettera normativa, che al comma 1 punisce “chiunque”, e tramutandosi in reato proprio soltanto l’ipotesi aggravata soggettivamente dalle qualifiche espresse dal comma 2, n. 1, della citata disposizione dell’art. 615-ter), devono essere, altresì, traslati anche in ambiti tutti privati e familiari, dei quali costituisce esempio il caso concreto sottoposto al Collegio.

Ed infatti, anche nella fattispecie in esame, vi è stato un accesso abusivo al sistema informatico dell’Agenzia delle Entrate ed ai luoghi, virtuali, di esclusiva riferibilità del contribuente-soggetto privato titolare e protetti da password, costituiti dal cd. cassetto fiscale, e cioè un servizio informatico che consente la consultazione delle proprie informazioni fiscali, come i dati anagrafici e delle dichiarazioni fiscali; i dati di rimborsi e dei versamenti effettuati tramite modelli F24 ed F23; gli atti del registro ed i propri dati patrimoniali.

Tale “servizio informatico fiscale”, definito cassetto fiscale, rientra nell’alveo della nozione di domicilio informatico, alla cui inviolabilità è diretta la tutela penale del precetto previsto dall’art. 615-ter c.p..

La ricorrente si è introdotta nel cassetto fiscale della vittima, utilizzando indebitamente password ottenute in vece della titolare di detto “cassetto” (e verosimilmente ivi si è trattenuta per compiere registrazioni, ma la contestazione di reato attiene alla sola condotta di accesso abusivo), senza il consenso di costei, ignorando deliberatamente la volontà palese della persona offesa di non autorizzarla più ad operare in sua delega.

E la consapevolezza di tale mancanza di consenso – unitamente al dolo generico utile ad integrare il coefficiente soggettivo del reato (nel senso che il soggetto agente deve avere la coscienza e la volontà di accedere ad un sistema informatico o telematico provvisto di misure di sicurezza contro non avendone legittimo titolo) – è stata tratta, come si è già chiarito, da elementi concreti di indiscutibile valenza: l’interruzione dei rapporti e l’astio manifesto tra le due sorelle a partire dall’anno 2010, con la conseguente modifica delle password di ingresso al cassetto fiscale già in possesso della ricorrente dal 2006 da parte della persona offesa; l’essersi procurata l’imputata password di nuovo conio all’insaputa della sorella (che non era riuscita ad entrare in ragione di tale modifica proditoria); infine, l’aver operato nel sistema informatico per la registrazione del contratto di locazione, immediatamente dopo essersi procurata le nuove chiavi d’accesso.

Del resto, finanche qualora volesse parzialmente accedersi alla tesi difensiva, secondo cui la ricorrente si è introdotta nel cassetto fiscale della sorella in virtù della concessione in passato, da parte sua, delle password di ingresso, configurerebbe comunque reato accedervi abusivamente, in un tempo successivo, in contrasto con la volontà della vittima, ad esempio perchè, come nel caso di specie, l’imputata ben sapeva di aver interrotto con costei i rapporti di affectio familiare in seguito ad intense dispute personali e di gestione del patrimonio comune.

Questa Sezione ha già chiarito, infatti, ancora una volta in ambito di relazioni private ed endofamiliari (in una fattispecie concreta che rivela punti di contatto con quella in esame), che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’art. 615-ter c.p., non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio (Sez. 5, n. 2905 del 2/10/2018, B., Rv. 274596).

In conclusione, deve affermarsi il seguente principio di diritto: configura il reato previsto dall’art. 615-ter c.p., la condotta di chi si introduca nel “cassetto fiscale” altrui, contenuto nel sistema informatico dell’Agenzia delle Entrate, utilizzando password modificate e contro la volontà del titolare.

Rimane irrilevante, come già sottolineato, l’aspetto diacronico dell’autorizzazione a conoscere ed utilizzare le password di accesso a tale sistema informatico, in passato ottenuta dall’agente, sulla base del rapporto all’epoca instaurato con la titolare del diritto, e poi successivamente revocata, tramite comportamenti espressivi di tale volontà.

  1. Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso segue, ai sensi dell’art. 616c.p.p., la condanna del ricorrente che lo ha proposto al pagamento delle spese processuali nonchè, ravvisandosi profili di colpa relativi alla causa di inammissibilità (cfr. sul punto Corte Cost. n. 186 del 2000), al versamento, a favore della Cassa delle Ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare in Euro 3.000.

4.1. Deve farsi luogo, altresì, alla condanna della ricorrente anche alla rifusione delle spese sostenute nel giudizio di cassazione dalla parte civile, tenuto conto delle conclusioni scritte e della nota spese; la quantificazione congrua può ritenersi quella di Euro 2.500 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel presente giudizio dalla parte civile, liquidate in Euro 2.500,00 oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 15 febbraio 2021.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PEZZULLO Rosa – Presidente –

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere –

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

Dott. RICCARDI Giuseppe – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.M., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 13/12/2019 della Corte di Appello di Torino;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE RICCARDI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MIGNOLO Olga, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso;

udito il difensore delle parti civili, Avv. Andrea Balducci, che ha concluso chiedendo la conferma della sentenza e depositando nota spese;

udito il difensore, Avv. Andrea Bertolino, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza emessa il 13/12/2019 la Corte di Appello di Torino ha confermato l’affermazione di responsabilità pronunciata dal Tribunale di Aosta il 03/10/2018 nei confronti di M.M. per i reati di cui all’art. 615 terc.p., commi 1, 2 nn. 1 e 3, (capo 1) e art. 361c.p., comma 2, per essersi introdotto, abusando della qualità di pubblico ufficiale appartenente alla Guardia di Finanza di Aosta, nei sistemi informatici della Anagrafe Tributaria e dell’ACI, impossessandosi di migliaia di notizie concernenti la sfera privata di superiori e colleghi di grado, e per avere redatto più scritti anonimi indirizzati alla Procura Militare di (OMISSIS) con cui attribuiva ai colleghi – il Capitano R.O., il Mar. V.C. e il Mar. D. – reati di peculato e falso, omettendo di darne immediata comunicazione all’A.G..

  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di M.M., Avv. Andrea Bertolino, che ha dedotto i seguenti motivi, qui enunciati, ai sensi dell’art. 173disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione al reato di cui all’art. 615 ter c.p..

Sotto un primo profilo deduce che la Corte territoriale non abbia affrontato la questione dedotta con l’atto di appello concernente il mutamento sfavorevole della giurisprudenza in materia di accesso abusivo a sistema informatico: invero, i fatti contestati al M. riguardano un periodo che va dal 2013 al 16 giugno 2017, mentre la sentenza ‘Savaresè delle Sezioni Unite risale all’8 settembre 2017, allorquando le condotte abusive contestate all’imputato si erano ormai completamente definite; l’intera condotta contestata al Brig. M. riguarda, dunque, comportamenti che all’epoca non costituivano reato ai sensi dell’interpretazione giurisprudenziale affermata dalla Corte di Cassazione; infatti, M. non ha mai operato una forzatura del sistema per entrarvi, in quanto il brigadiere era accreditato, e pertanto autorizzato con specifiche abilitazioni concesse dai comandanti di reparto in relazione alle funzioni ricoperte ad accedere alla banca dati per effettuare aggiornamento schedari.

Il M., dunque, non ha mai carpito abusivamente password o credenziali da soggetti terzi e non ha mai utilizzato i dati acquisiti per altre finalità, come del resto evidenziato dalla assoluzione dal reato di utilizzazione di segreti d’ufficio contestato al capo 2. L’imputato ha operato nel rispetto di quei parametri che la giurisprudenza costante non riconosceva all’epoca come reato; la condotta del M. è pacificamente da ricondurre interamente ad un orientamento giurisprudenziale consolidato e definito al momento della cessazione della condotta abusiva e non era ragionevolmente prevedibile che l’interpretazione della norma penale potesse mutare in senso sfavorevole. Deduce al riguardo una violazione dell’art. 7 CEDU per l’applicazione del mutamento sfavorevole della giurisprudenza.

Sotto altro profilo deduce la violazione di legge in relazione alla nozione di sistema protetto di cui all’art. 615 ter c.p.: in particolare sostiene che i numerosi accessi contestati presso la banca dati dell’ACI non potessero essere ritenuti abusivi in quanto i dati degli intestatari dei veicoli sono pubblici ed è consentito a qualsivoglia soggetto terzo, previo il pagamento di una somma, poter accedere al registro ACI. Il problema non è il fatto che il M. abbia fatto accesso al sistema dell’ACI evitando di pagare l’irrisoria somma che invece avrebbe dovuto versare qualora avesse fatto accesso da privato, ma che il sistema informatico ACI è un sistema aperto, e quindi non protetto, sicchè non consente la possibilità di contestare il reato di cui all’art. 615 ter, non essendo necessaria alcuna forzatura o particolari qualifiche per poter prendere visione del proprietario di un autoveicolo o motoveicolo, ed essendo sufficiente pagare un diritto di accesso.

Sotto un terzo profilo deduce il vizio di motivazione in relazione alla corretta individuazione del numero di accessi abusivi operati dall’imputato: sostiene che la sentenza di impugnata abbia individuato 1968 accessi abusivi, mentre il CD ROM acquisito contenente il numero preciso dell’elenco degli accessi abusivi al sistema informatico indica 770 accessi; il vizio logico avrebbe dispiegato effetti sul trattamento sanzionatorio, in quanto rapportato al numero degli accessi abusivi contestati.

2.2. Con un secondo motivo deduce la violazione di legge in relazione all’art. 361 c.p., comma 2: sostiene che il reato sussista soltanto quando il pubblico ufficiale abbia appreso con certezza la sussistenza di un reato, ed ometta o ritardi denunciare tali circostanze alle competenti autorità, incorrendo altrimenti nella contestazione di calunnia; nel caso di specie, il M. non poteva avere certezza assoluta sulla sussistenza di comportamenti delittuosi posti in essere da suoi superiori o colleghi della Guardia di finanza, trattandosi di meri sospetti non confermati dai dati certi; sicchè il ricorrente si è limitato semplicemente a fare una segnalazione, ma non gli si può contestare che in quel momento fosse giuridicamente obbligato a presentare una denuncia ai sensi dell’art. 361 c.p..

Motivi della decisione

  1. Il ricorso è inammissibile.

  2. Il primo motivo è manifestamente infondato.

2.1. Con riferimento al primo profilo di doglianza, è assorbente rilevare che la condotta criminosa accertata, per le sue connotazioni abusive, sarebbe stata penalmente rilevante anche alla stregua dell’orientamento giurisprudenziale precedente alla sentenza ‘Savaresè delle Sezioni Unite.

Invero, le Sezioni Unite ‘Casanì avevano affermato il principio secondo cui integra il delitto previsto dall’art. 615 ter c.p., colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011, dep. 2012, Casani, Rv. 251269).

Nel caso in esame, è stato accertato che M., abusando della password e della matricola meccanografica a lui assegnate in qualità di militare della Guardia di Finanza, accedeva alle banche dati della Guardia di Finanza (Anagrafe Tributaria, ACI), ma senza alcuna autorizzazione, e senza che ricorresse alcuna ragione di servizio, in quanto, non essendo egli assegnato a funzioni operative, non era legittimato ad accedere ad alcuna banca dati.

L’assenza di autorizzazione ad accedere alle banche dati – requisito propedeutico alla stessa assenza di ragioni di servizio – preclude qualsivoglia rilevanza al “mutamento giurisprudenziale” affermatosi con la sentenza “Savarese” delle Sezioni Unite, secondo cui integra il delitto previsto dall’art. 615 ter c.p., comma 2, n. 1, la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che, pur essendo abilitato e pur non violando le prescrizioni formali impartite dal titolare di un sistema informatico o telematico protetto per delimitarne l’accesso, acceda o si mantenga nel sistema per ragioni ontologicamente estranee rispetto a quelle per le quali la facoltà di accesso gli è attribuita (Sez. U, n. 41210 del 18/05/2017, Savarese, Rv. 271061, che ha ritenuto immune da censure la condanna di un funzionario di cancelleria, il quale, sebbene legittimato ad accedere al Registro informatizzato delle notizie di reato – c.d. Re.Ge. – conformemente alle disposizioni organizzative della Procura della Repubblica presso cui prestava servizio, aveva preso visione dei dati relativi ad un procedimento penale per ragioni estranee allo svolgimento delle proprie funzioni, in tal modo realizzando un’ipotesi di sviamento di potere).

Invero, la sentenza ‘Savaresè ha affermato la rilevanza penale della condotta abusiva ai casi di sviamento del potere, in cui l’accesso avvenga ad opera di chi, pur abilitato e pur non violando le prescrizioni formali, si introduca nel sistema informatico per ragioni estranee a quelle per le quali gli è attribuita la facoltà.

Nel caso in esame, invece, oltre alle ragioni estranee – alle quali ha attribuito rilevanza la sentenza “Savarese” -, non ricorre il requisito dell’autorizzazione ad accedere alle banche dati, in quanto l’imputato, pur astrattamente abilitato, in ragione del possesso della password e della matricola meccanografica, non era autorizzato a consultare le banche dati in dotazione della Guardia di Finanza, non essendo assegnato a compiti operativi (ipotesi di assenza del potere): invero, lo sviamento del potere presuppone la sussistenza del potere di accedere al sistema informatico; e tale potere di accesso non era riconosciuto all’imputato.

Va dunque affermato il seguente principio di diritto:

“In tema di accesso abusivo a sistema informatico, il reato di cui all’art. 615 ter c.p., è integrato non soltanto quando non ricorre il requisito dell’autorizzazione ad accedere alle banche dati, in quanto l’autore, pur astrattamente abilitato all’accesso, non è autorizzato in concreto a consultare le banche dati del sistema informatico (ipotesi di assenza del potere), ma altresì quando l’accesso sia eseguito per ragioni estranee a quelle per le quali gli è attribuita la facoltà (ipotesi di sviamento del potere, che presuppone la sussistenza del potere di accedere al sistema informatico)”.

Pertanto, la fattispecie rientra nell’ambito dell’interpretazione, precedente alla sentenza ‘Savaresè, che attribuiva rilevanza alla sola assenza del potere, secondo cui integra il reato colui che, pur essendo abilitato, acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, rimanendo invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011, dep. 2012, Casani, Rv. 251269), restando irrilevante che l’imputato non abbia forzato il sistema, nè carpito fraudolentemente password altrui, trattandosi di condotta che avrebbe integrato l’ulteriore reato di cui all’art. 615 quater c.p..

2.1.1. Peraltro, anche la doglianza con cui si sostiene la irretroattività del mutamento sfavorevole di giurisprudenza è manifestamente infondata.

Nel rammentare che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 230 del 2012, sia pur con riferimento al mutamento giurisprudenziale (c.d. overruling) favorevole, nell’affermare la refrattarietà del principio dell’intangibilità del giudicato, ha evidenziato i caratteri propri della ‘legalità costituzionalè e le sue differenze rispetto alla c.d. ‘legalità convenzionalè, va osservato che questa Corte, proprio con riferimento ad una fattispecie in tema di accesso abusivo ad un sistema informatico, ha escluso la sussistenza di un “overruling” ad opera della sentenza delle Sezioni unite “Savarese” e la conseguente violazione dell’art. 7 CEDU, chiarendo che non sussiste la violazione dell’art. 7 CEDU – così come conformemente interpretato dalla giurisprudenza della Corte EDU – qualora l’interpretazione della norma incriminatrice applicata al caso concreto sia ragionevolmente prevedibile nel momento in cui la violazione è stata commessa, atteso che l’irretroattività del mutamento giurisprudenziale sfavorevole presuppone il ribaltamento imprevedibile di un quadro giurisprudenziale consolidato (c.d. “overruling”) (Sez. 5, n. 47510 del 09/07/2018, Dilaghi, Rv. 274406); invero, in tema di successione di leggi penali nel tempo, l’art. 7 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – così come interpretato dalla giurisprudenza della Corte EDU – non consente l’applicazione retroattiva dell’interpretazione giurisprudenziale più sfavorevole di una norma penale solo quando il risultato interpretativo non era ragionevolmente prevedibile nel momento in cui la violazione è stata commessa (Sez. 5, n. 37857 del 24/04/2018, Fabbrizzi, Rv. 273876, con riferimento ad una fattispecie di accesso abusivo ad un sistema informatico, nella quale la Corte ha ritenuto insussistente la violazione dei principi convenzionali in relazione all’overruling operato dalle Sezioni Unite in epoca successiva alla condotta).

2.2. La seconda doglianza, con cui si sostiene il carattere aperto della banca dati ACI, è manifestamente infondata.

Giova premettere che integra il delitto di introduzione abusiva in un sistema informatico o telematico l’accesso ad un sistema che sia protetto da un dispositivo costituito anche soltanto da una parola chiave (cosiddetta “password”) (Sez. 2, n. 36721 del 21/02/2008, Buraschi, Rv. 242084), rilevando la condotta di colui che acceda o si mantenga in un sistema informatico o telematico protetto, violando le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare dell’elaboratore per delimitarne oggettivamente l’accesso (Sez. 2, n. 52680 del 20/11/2014, Morleo, Rv. 261548).

Nel caso in esame, il servizio di consultazione della banca dati ACI è rilasciato alle pubbliche amministrazioni, ai concessionari di pubblici servizi, agli enti e/o soggetti in possesso di specifici requisiti (enti territoriali, enti pubblici, forze di polizia, ecc.); la banca dati ACI è sì consultabile da un privato, ma, per delimitarne oggettivamente l’accesso, il servizio è condizionato al pagamento di una tariffa; l’accesso dell’imputato alla banca dati ACI non è tuttavia avvenuto in qualità di privato, previo pagamento della tariffa – che ne delimita oggettivamente l’accesso – alla quale è condizionata la fruizione del servizio di consultazione, bensì quale pubblico ufficiale, che ha consultato abusivamente la banca dati dalla postazione di servizio della Guardia di Finanza, sfruttando la gratuità del servizio riconosciuto al Corpo militare, in assenza di autorizzazione, e violando le condizioni e i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare dell’elaboratore per delimitarne oggettivamente l’accesso.

2.3. Il terzo profilo di doglianza, concernente il numero degli accessi abusivi, oltre ad essere privo di concreto rilievo ai fini della qualificazione della fattispecie concreta, è del tutto generico, in quanto si limita a sostenere che il CD ROM acquisito agli atti indicherebbe soltanto 770 accessi, anzichè 1968, come affermato nella sentenza impugnata; tuttavia, omette di assolvere all’onere di specificità del motivo, non allegando neppure (quanto meno) un estratto del documento rilevante, e non si confronta con la sentenza impugnata, che, nel motivare sulla medesima censura proposta in appello, ha chiarito che il riferimento a 844 persone oggetto di accessi abusivi era contenuto, secondo l’allegazione difensiva, nella CNR, atto estraneo al fascicolo dibattimentale, e dunque inutilizzabile, e che, al contrario, erano stati accertati ben 1968 accessi al sistema informatico dell’Anagrafe Tributaria nel periodo dal 1.1.2012 al 20.7.2017 oggetto di monitoraggio, esclusi, dunque, gli accessi eseguiti nel breve periodo (circa 8 mesi) in cui M. era stato autorizzato, in quanto assegnato allo schedario del Comando Regionale.

  1. Il secondo motivo, concernente il delitto di omessa denuncia, è manifestamente infondato, oltre che generico.

E’ infatti consolidato l’insegnamento di questa Corte secondo cui integra il delitto di omessa denuncia di reato di cui all’art. 361 c.p., la condotta del pubblico ufficiale che ometta, ovvero ritardi, la denuncia di un reato perseguibile d’ufficio, quando egli è in grado di individuarne gli elementi ed acquisire ogni altro dato utile per la formazione della denuncia stessa (Sez. 6, n. 49833 del 03/07/2018, Pesci, Rv. 274310; Sez. 6, n. 27508 del 07/05/2009, Rizzo, Rv. 244528); l’omissione o il ritardo del pubblico ufficiale nel denunciare i fatti di reato idonei ad integrare il delitto di cui all’art. 361 c.p., si verifica solo quando il p.u. sia in grado di individuare, con sicurezza, gli elementi di un reato, mentre, qualora egli abbia il semplice sospetto di una possibile futura attività illecita, deve, ricorrendone le condizioni, semplicemente adoperarsi per impedire l’eventuale commissione del reato ma non è tenuto a presentare denuncia (Sez. 5, n. 26081 del 04/04/2008, Martinelli, Rv. 241165).

Ciò posto, l’esposto anonimo inviato dal M. alla Procura Militare competente, lungi dall’esporre un “mero sospetto” che un suo superiore e altri colleghi della Guardia di Finanza realizzassero condotte illecite o scorrette, aveva descritto in modo preciso e dettagliato i comportamenti illeciti di V., R. e D., denunciando che il V., in orario di servizio e con autovetture militari, aveva accompagnato il Cap. R. e il Mar. D. a Torino per sostenere esami universitari, aveva indebitamente usufruito di ore di straordinario, si era indebitamente assentato dal servizio, indicando dettagliatamente i giorni, i luoghi e le condotte poste in essere, nonchè le fonti di prova; pertanto, il contenuto dell’esposto anonimo era perfettamente sovrapponibile a quello di una denuncia ex art. 331 c.p.p., che il M., pur essendovi obbligato, non aveva mai inviato, nè al proprio superiore, nè all’A.G. competente.

  1. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso consegue la condanna al pagamento delle spese processuali e la corresponsione di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende, somma che si ritiene equo determinare in Euro 3.000,00, nonchè alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili costituite che vanno liquidate in complessivi Euro 5000,00, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende. Condanna, inoltre, l’imputato alla rifusione delle spese di rappresentanza e difesa sostenute nel presente giudizio dalle parti civili costituite che liquida in complessivi Euro 5000,00 oltre accessori di legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 30 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2021

ART 615 QUATER

Corte di Cassazione, sez. II penale, 20 maggio 2019 (ud. 14 gennaio 2019), n. 21987/2019 – Pres. Ugo De Crescienzo, Rel. Sergio Beltrani Ritenuto in fatto 1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte d’appello di Brescia ha in ampia parte confermato la sentenza con la quale, in data 5.12.2016, il Tribunale di Brescia aveva dichiarato A.P., in atti generalizzato, colpevole dei reati ascrittigli al capo B) delle imputazioni (reati di cui agli artt. 640 ter, 615 ter e 615 quater c.p.) e F.S. , in atti generalizzata, colpevole dei reati ascrittile al capo A) delle imputazioni (reati di cui agli artt. 640 ter e 615 quater c.p.), condannandoli entrambi alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, e F. alle statuizioni civili in favore della p.c. AR.. In parziale riforma, la Corte d’appello ha riconosciuto all’imputata F. il beneficio delle non menzione. 1.1. Le contestazioni evocano due distinte condotte, poste in essere in pari data e con analoghe modalità, ovvero mediante l’utilizzo di codici di accesso a conti correnti bancari fraudolentemente carpiti mediante l’invio di e-mail che sollecitavano l’invio di dati riservati relativi ad un rapporto di c.c. bancario; in tal modo, gli imputati si procuravano fraudolentemente le parole chiave ed i dati riservati di accesso al sistema informatico della banca riferibili alle pp.00. dei reati a ciascuno di essi separatamente contestati, vi accedevano abusivamente, intervenendo sui dati riservati inerenti al singolo rapporto bancario, e successivamente procedevano alla ricarica di carte di credito delle quali avevano rispettivamente disponibilità, ciascuno ottenendo in tal modo un ingiusto profitto. 2. Contro tale provvedimento, gli imputati hanno proposto ritualmente distinti ricorsi, denunziando i seguenti motivi, enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1: (A. ) violazione di leggi sostanziali e processali e vizi di motivazione: I – in ordine all’affermazione di responsabilità relativa ai reati di cui al capo B) ed alla qualificazione giuridica delle condotte accertate (in particolare lamentando che il reato di cui all’art. 615 quater c.p., sarebbe assorbito negli altri due reati contestati all’imputato); II – in ordine alla contestata e ritenuta recidiva; III – in ordine all’entità degli aumenti di pena per la continuazione; IV – in ordine alla conclusiva quantificazione della pena ed al diniego delle circostanze attenuanti generiche; (F. ) violazione di leggi sostanziali e processali e vizi di motivazione: I – in ordine all’affermazione di responsabilità relativa ai reati di cui al capo A); II – in ordine alla qualificazione giuridica delle condotte accertate (in particolare lamentando che il reato di cui all’art. 615 quater c.p., sarebbe assorbito nel reato di cui all’art. 640-ter c.p., pure contestato all’imputata); III – in ordine alla conclusiva quantificazione della pena ed al diniego delle circostanze attenuanti generiche. 3. All’odierna udienza pubblica, è stata verificata la regolarità degli avvisi di rito; all’esito, la parte presente ha concluso come da epigrafe, ed il collegio, riunito in camera di consiglio, ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza. Considerato in diritto La sentenza impugnata va annullata senza rinvio, nei confronti di A.P., limitatamente al reato di cui all’art. 615 quater c.p., che è assorbito dal reato di cui all’art. 615 ter c.p.; va, conseguentemente, eliminato l’aumento di pena irrogato in continuazione per il reato di cui all’art. 615 quater c.p.. Nel resto, il ricorso è inammissibile. Il ricorso di F.S. è integralmente inammissibile. 1. Le doglianze degli imputati riguardanti l’accertamento dei fatti contestati sono del tutto prive della specificità necessaria ex art. 581 c.p.p., (in difetto del compiuto riferimento alle argomentazioni contenute nel provvedimento impugnato), sollecitano una non consentita rivalutazione di risultanze fattuali già conformemente valorizzate dai due giudici del merito, in difetto di documentati travisamenti, e comunque risultano manifestamente infondate. 1.1. La Corte di appello – con argomentazioni giuridicamente corrette, nonché esaurienti, logiche e non contraddittorie, e, pertanto, esenti da vizi rilevabili in questa sede – ha motivato le contestate affermazioni di responsabilità valorizzando (f. 6 s. della sentenza impugnata) le analogie tra le condotte ascritte a ciascuno degli imputati (all’epoca dei fatti, conviventi), e documentalmente accertate, per effetto delle quali le somme di denaro de quibus risultano conclusivamente confluite su due carte di credito prepagate, una intestata all’A. , l’altra alla F. , entrambe “accese” immediatamente prima che le accertate condotte fossero poste in essere, ed entrambe successivamente oggetto di tardive denunzie di smarrimento. 1.2. Nel complesso, quindi, la Corte di appello ha riesaminato e valorizzato lo stesso compendio probatorio già sottoposto al vaglio del Tribunale e, dopo avere preso atto delle censure dell’appellante, è giunta alla medesima conclusione in termini di sussistenza della responsabilità dell’imputato che, in concreto, si limita a reiterare le doglianze già incensurabilmente disattese dalla Corte di appello e riproporre la propria diversa “lettura” delle risultanze probatorie acquisite, fondata su mere ed indimostrate congetture, senza documentare nei modi di rito eventuali travisamenti degli elementi probatori valorizzati. 2. Quanto alla qualificazione giuridica dei fatti accertati, la Corte d’appello ha ritenuto che i reati di cui agli artt. 640 ter e 615 ter c.p., commessi dall’A. , potessero concorrere, correttamente conformandosi all’orientamento per il quale integra anche il reato di frode informatica (art. 640 ter c.p.), e non già soltanto quello di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.), la condotta di introduzione nel sistema informatico delle Poste italiane S.p.A. mediante l’abusiva utilizzazione dei codici di accesso personale di un correntista e di trasferimento fraudolento, in proprio favore, di somme di denaro depositate sul conto corrente del predetto (Sez. 2, sentenza n. 9891 del 24/02/2011, rv. 249675, D.; Sez. 5, sentenza n. 1727 del 30/09/2008, dep. 2009, rv. 242938, R.). 2.1. Ad analoghe conclusioni, per trasparente identità di ratio, può pervenirsi in ordine ai rapporti tra i reati di frode informatica e detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (art. 615 quater c.p.), commessi dalla F. . 3. A conclusioni diverse deve, al contrario, pervenirsi in ordine ai rapporti tra i reati di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico (art. 615 ter c.p.) e detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici (art. 615 quater c.p.), commessi dall’A.. 3.1. Deve premettersi che all’imputato è stato in parte qua unicamente contestato di essersi procurato fraudolentemente le parole chiave ed i dati riservati di accesso al sistema informatico della banca della p.o.. 3.1.1. L’art. 615 quater c.p., incrimina con identica sanzione un ampio novero di condotte (“procurarsi”, “riprodurre”, “diffondere”, “comunicare” o “consegnare” a terzi), tutte singolarmente integranti il reato di detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici o telematici, e tutte aventi natura giuridica di reato di pericolo (poiché il relativo disvalore è incentrato su condotte prodromiche rispetto ad un eventualmente successivo accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico), di mera condotta, per la cui integrazione non assume rilievo l’effettivo utilizzo del mezzo d’accesso ad un sistema informatico o telematico protetto de quo, essendo sufficiente la mera idoneità dei dati carpiti a consentire detto accesso. 3.1.2. La disposizione ha, quindi, struttura di c.d. norma a più fattispecie, chiara apparendo l’intenzione del Legislatore di prevedere distinte fattispecie alternative di reato, integrate da elementi materiali differenti quanto alla condotta tra loro distinte, che possono concorrere. 3.1.3. Ciò premesso, è noto al collegio che un orientamento abbastanza risalente e rimasto isolato (Sez. 2, n. 36721 del 21/02/2008, B., rv. 242084, in motivazione) ha ritenuto che i reati di cui agli artt. 615 ter e 615 quater c.p., potrebbero concorrere. In proposito, si è osservato che, “dal momento che il delitto di accesso abusivo è strutturato come reato di pericolo, la norma di cui all’art. 615-quater delinea una fattispecie di pericolo necessariamente indiretto: dalla condotta diretta a procurare a sé o ad altri il codice di accesso al sistema informatico altrui deriva, infatti, il pericolo sia di una successiva, immediata introduzione abusiva nel sistema stesso (che è situazione di per sé pericolosa per la riservatezza dei dati e/o dei programmi che vi sono contenuti), sia di una ulteriore condotta di diffusione del codice (in favore di soggetti) che potranno, a loro volta, servirsene per realizzare un accesso abusivo oppure cederlo a terzi”. 3.1.4. Il collegio ritiene, al contrario, che i due reati non possano concorrere. 3.1.4.1. I delitti di cui agli artt. 615 ter e 615 quater c.p., sono collocati entrambi tra quelli contro l’inviolabilità del privato domicilio (meramente residuale appare la disarmonia conseguente alla previsione dell’aggravante di cui all’art. 615 ter, comma 3, che tutela domicili non privati, ma considerati piuttosto per la loro dimensione pubblicistica), avendo il Legislatore ritenuto che i sistemi informatici costituiscano “un’espansione ideale dell’area di rispetto pertinente al soggetto interessato, garantito dallo art. 14 Cost., e penalmente tutelata nei suoi aspetti più essenziali e tradizionali agli artt. 614 e 615 c.p.” (cfr. Relazione sul disegno di legge che ha introdotto i predetti reati). 3.1.4.2. In particolare, l’incriminazione dell’accesso abusivo al sistema informatico altrui (art. 615 ter) è sostanzialmente finalizzata a contrastare il rilevante fenomeno degli hackers, e cioè di quei soggetti che, servendosi del proprio elaboratore, collegato con la rete telefonica, riescono a entrare in comunicazione con i diversi sistemi informatici che a quella stessa rete sono collegati, aggirando le misure di protezione predisposte dal titolare del sistema. Con l’art. 615 quater, il Legislatore ha inteso, inoltre, rafforzare la tutela e la segretezza dei dati e dei programmi contenuti in un elaboratore, già assicurata dall’incriminazione dell’accesso e della permanenza in un sistema informatico o telematico prevista dal citato art. 615 ter. 3.1.4.3. I predetti reati sono, quindi, posti a tutela del medesimo bene giuridico, ovvero il c.d. “domicilio informatico”, che l’art. 615 quater, protegge in misura meno ampia (ovvero limitatamente alla riservatezza informatica del soggetto) e l’art. 615 ter, più incisivamente, operando un più ampio riferimento al domicilio informatico tout court, da intendere, in linea con quanto emergente dalla Raccomandazione del Consiglio d’Europa n. 9 del 1989, quale “spazio ideale di esclusiva pertinenza di una persona fisica o giuridica”, delimitabile prendendo come parametro il domicilio delle persone fisiche, ed al quale risulta estensibile la tutela della riservatezza della sfera individuale, che costituisce bene costituzionalmente protetto. Lo stesso orientamento innanzi menzionato riconosce che l’art. 615 quater, “reprime una serie di condotte prodromiche alla (possibile) realizzazione del delitto di accesso abusivo in un sistema informatico o telematico, protetto da misure di sicurezza, e, quindi, pericolose per il bene giuridico tutelato attraverso l’art. 615 ter c.p.”. 3.1.4.4. Proprio da tali (pacificamente condivise) connotazioni emerge, a parere del collegio con evidenza, che il reato di cui all’art. 615 quater costituisce necessario antefatto del reato di cui all’art. 615 ter, poiché le due fattispecie criminose si pongono in stretta connessione, tutelando entrambe il medesimo bene giuridico, ovvero il domicilio informatico, passando da condotte meno invasive a condotte più invasive, poiché indiscriminate, che, sotto un profilo naturalistico, necessariamente presuppongono le prime. 3.1.4.5. In generale, l’antefatto non punibile ricorre nei casi in cui la commissione di un reato meno grave costituisce ordinariamente strumento per la commissione di un reato più grave Esso (come la progressione criminosa ed il postfatto non punibile) non costituisce fattispecie autonomamente disciplinata, poiché rientra tra i casi di concorso apparente di norme da risolvere ai sensi dell’art. 15 c.p., attraverso una operazione interpretativa che impone la considerazione “congiunta” di due fattispecie tipiche, resa oggettivamente evidente dal fatto che per una di esse, destinata ad essere assorbita nell’altra, sia prevista una sanzione più lieve. La giurisprudenza di questa Corte ha, in proposito, già chiarito che, nei casi in cui, al contrario, detta operazione interpretativa sembrerebbe sortire esito inverso, ovvero comportare l’assorbimento della fattispecie più grave in quella meno grave, l’assorbimento andrebbe negato, “dovendosi ravvisare un intento di consentire, attraverso un effettivo autonomo apprezzamento del disvalore delle ipotesi criminose, il regime del concorso dei reati. Invero, l’avere sottoposto a più benevolo trattamento il fatto/reato che potrebbe per la sua struttura essere assorbente, sta a dimostrare che della fattispecie eventualmente assorbibile non si è tenuto conto: pertanto la norma che la punisce è applicabile in concorso con l’altra, senza incorrere in duplicità di addebito” (Sez. U, n. 23427 del 09/05/2001, rv. 218770, che ha, per tali ragioni, negato la possibilità di assorbire, quale antefatto non punibile, il delitto di ricettazione – punito più gravemente – in quello di commercio di prodotti con segni contraffatti). 3.1.4.6. Ad esempio, questa Corte (Sez. 2, sentenza n. 6955 del 15/04/1998, rv. 211104; Sez. 5, sentenze n. 431 del 30/06/2015, dep. 2016, rv. 265585 e n. 19047 del 19/02/2010, rv. 247250) è ferma nel ritenere che possa verificarsi l’assorbimento della contravvenzione del possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso (art. 707 c.p.) nel delitto di furto aggravato dalla violenza sulle cose (art. 625 c.p., comma 1, n. 2) quando ricorra un nesso di immediatezza e strumentalità tra il possesso degli arnesi atto allo scasso ed il loro uso; perché si verifichi questa situazione, occorre che: 1) gli strumenti siano stati effettivamente usati per la commissione del furto; 2) il loro possesso sia stato limitato all’uso momentaneo necessario per l’effrazione; 3) non vi sia stato distacco temporale e spaziale tra la commissione del furto e l’accertamento del possesso degli arnesi; 4) tali arnesi non siano di natura e quantità tali da assumere una rilevanza giuridica autonoma rispetto all’ambito di consumazione del delitto circostanziato. 3.1.4.7. Inoltre, in tema di furto di documenti, è stato escluso il concorso tra il reato di furto (art. 624 c.p.) e quello di falso per soppressione (art. 490 c.p.) nei casi in cui vi sia contestualità cronologica tra sottrazione e distruzione, e l’azione sia stata compiuta all’unico scopo di eliminare la prova di un diritto, in quanto, in tal caso, la sottrazione deve essere considerata come un antefatto non punibile, destinato ad essere assorbito nella condotta unitaria finalisticamente individuata dallo scopo unico che anima ab initio la coscienza e volontà dell’agente, e che caratterizza la fattispecie di cui all’art. 490 (Sez. V, n. 13836 del 11/12/2013, dep. 2014, Rv. 260200). 3.1.4.8. In virtù di tali considerazioni, deve concludersi che il meno grave – quoad poenam – delitto di cui all’art. 615 quater, non possa concorrere con quello, più grave, di cui all’art. 615 ter, del quale costituisce naturalisticamente un antecedente necessario, sempre che quest’ultimo – come nel caso di specie – sia contestato, procedibile (la fattispecie di reato prevista dall’art. 615 ter, comma 1, non aggravata, è, diversamente dalle fattispecie aggravate di cui ai commi 2 e 3, procedibile a querela di parte; il reato di cui all’art. 615 quater è sempre procedibile d’ufficio) ed integrato nel medesimo contesto spazio-temporale in cui fu perpetrato l’antefatto, ed in danno della medesima persona fisica (titolare del bene protetto). 3.1.4.9. Nei confronti dell’imputato A.P. (l’unico al quale erano stati contestati e ritenuti i reati di cui agli artt. 615 ter e 615 quater c.p.) va quindi dichiarato l’assorbimento del reato di cui all’art. 615 quater in quello di cui all’art. 615 ter, e va conseguentemente disposta l’eliminazione dell’aumento di pena operato in continuazione per il reato assorbito. 4. Le comuni doglianze inerenti alla conclusiva determinazione, per ciascuno, del trattamento sanzionatorio, sono del tutto generiche (in difetto del compiuto riferimento alle argomentazioni contenute nel provvedimento impugnato) nonché manifestamente infondate, in considerazione dei rilievi con i quali la Corte di appello – con argomentazioni giuridicamente corrette, nonché esaurienti, logiche e non contraddittorie, e, pertanto, esenti da vizi rilevabili in questa sede – ha motivato le contestate statuizioni, valorizzando la premessa ed indiscutibile gravità dei fatti, i plurimi e specifici precedenti dell’A. , e l’assenza di elementi sintomatici della necessaria meritevolezza per la F. (irrilevante risultando ex lege la mera incensuratezza), nel complesso comunque pervenendo all’irrogazione di una pena estremamente mite, perché ben lontana dai possibili limiti edittali massimi, ed anzi prossima a quelli minimi. 5. La declaratoria d’inammissibilità totale del ricorso di F.S. comporta, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché – apparendo evidente dal contenuto dei motivi che ella ha proposto il ricorso determinando la causa d’inammissibilità per colpa (Corte Cost., sentenza 13 giugno 2000, n. 186) e tenuto conto dell’entità della predetta colpa, desumibile dal tenore della rilevata causa d’inammissibilità – della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende a titolo di sanzione pecuniaria. P.Q.M. Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di A.P. limitatamente all’aumento di pena per il reato di cui all’art. 615 quater c.p., che elimina. Dichiara inammissibile il ricorso nel resto. Dichiara inammissibile il ricorso di F.S. che condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila alla Cassa delle ammende.

REATI INFORMATICI DIFENSORE ESPERTO BOLOGNA CHIAMA 051 6447838

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bancarotta fraudolenta impropria da reato societario

bancarotta fraudolenta impropria da reato societario

La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1), che la nuova formulazione degli artt. 2621 e 2622 c.c., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero” – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

La medesima Sezione, poi, con la pronuncia n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492, ha ribadito l’affermazione di parziale abrogazione riferita ai reati di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., ritenendo, tuttavia, escluse da tale effetto abrogativo l’esposizione di crediti materialmente falsi, perchè indicati con un valore difforme dal dato reale o perchè descritti come certi, laddove, invece, essi avevano natura solo potenziale, in quanto oggetto di contenzioso.

D’altra parte, la stessa sentenza Crespi aveva escluso dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perchè originati da contratti fittizi, nonchè l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, così come l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti; ciò in quanto trattasi di ipotesi, tutte, riferibili a condotte sussumibili nella categoria dei falsi materiali e non già di quelli cd. “valutativi”.

  1. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’art. 2638c.c.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione “fatti materiali non rispondenti al vero”) appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo art. 2638, così manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti (“fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero”). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura più restrittiva della portata della norma incriminatrice.

D’altra parte, si osserva che la recente modifica della fattispecie omissiva dell’art. 2621 c.c., rende manifesta la volontà del legislatore di circoscrivere l’area del penalmente perseguibile alle sole condotte non integranti “falsi valutativi”. E ciò si deduce, secondo le ricordate sentenze, anche dal fatto che il nuovo testo non fa più riferimento ad “informazioni”, come nel previgente articolato (che recava: “ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge”), ma, ancora una volta, a “fatti materiali rilevanti”, la cui comunicazione è imposta dalla legge e la cui omissione determina la punibilità della condotta. Dunque:

l’espunzione delle “valutazioni” dalla disposizione normativa non può non essere priva di significato, anche – e soprattutto perchè la valutazione è connaturata al concetto di informazione, termine quest’ultimo che, non a caso, è stato espressamente sostituito nella nuova formulazione normativa.

Invero l’incidente probatorio altro non è che una “anticipazione” del momento dibattimentale. Esso dunque si svolge con i tempi, le modalità, le cadenze e le procedure del dibattimento, assicurando il contraddittorio tra le parti e mirando alla raccolta di vere e proprie prove. Tanto ciò è vero che gli atti che tale fase procedimentale riflettono confluiscono, ai sensi dell’art. 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento. E’ allora evidente che l’assunzione della perizia in incidente probatorio deve avvenire con le modalità ex art. 392 c.p.p., comma 1, lett. f), art. 220 c.p.p. e ss., con la conseguenza che non vi è alcuna ragione di esaminare – nuovamente – il perito in dibattimento prima di acquisire il suo elaborato, il quale è già stato acquisito. Invero il predente giurisprudenziale segnalato dal ricorrente (Sez. 6, n. 40971 del 26/09/2008, Camber) non è affatto pertinente; va viceversa fatto riferimento a Sez. 4, 04/04/1997, Minestrina, Rv 207483, esattamente in termini, in base alla quale, in tema di incidente probatorio, quantunque l’art. 401 c.p.p., comma 5, richiami le forme di assunzione delle prove stabilite per il dibattimento, non può ritenersi applicabile l’art. 511 c.p.p., comma 3, all’udienza del procedimento incidentale probatorio. Ciò in quanto di “lettura di atti” ex art. 511 c.p.p., ha senso parlare solo per le attività svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalità attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi in contraddittorio tra le parti (nella fattispecie la Corte ha respinto l’assunto difensivo secondo cui è inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di mancato preliminare esame orale dei periti, giusta la disposizione dell’art. 511 c.p.p., comma 3).

  1. Conclusivamente il ricorso dello I. va rigettato, in quanto complessivamente infondato.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente –

Dott. FIALE Aldo – Consigliere –

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere –

Dott. BIANCHI Luisa – Consigliere –

Dott. FUMO Maurizio – rel. Consigliere –

Dott. DIOTALLEVI Giovanni – Consigliere –

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere –

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere –

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi proposti da:

  1. P.M., nato a (OMISSIS);
  2. I.E., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 24/03/2014 della Corte di appello dell’Aquila;

visti gli atti, la sentenza impugnata e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal componente Maurizio Fumo;

udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato generale Dott. STABILE Carmine, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;

uditi i difensori del ricorrente I., avv.ti Cristiana Valentini e Massimo Manieri, che hanno concluso per l’accoglimento del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. La Corte di appello dell’Aquila, con sentenza in data 24 marzo 2014, ha parzialmente riformato la pronunzia di primo grado nei confronti di P.M. ed I.E., imputati entrambi di bancarotta fraudolenta distrattiva e documentale e, il solo P., di bancarotta da reato societario, per i quali le pene sono state rideterminate in melius.

1.1. Il giudice di primo grado aveva dichiarato i predetti colpevoli dei reati rispettivamente loro ascritti ai capi A ( P.:

artt. 216, primo comma, nn. 1 e 2, 219, primo comma e secondo comma, n. 1, 223 l. fall), B ( P.: L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1, con riferimento all’art. 2621 c.c.); C ( I.: L. Fall.art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2L. Fall., art. 223) e D (entrambi: L. Fall. art. 216, comma 1, n. 2, art. 219, commi 1 e 2, art. 223).

1.2. La vicenda riguarda il fallimento della s.p.a. L’Aquila Calcio, dichiarato con sentenza del (OMISSIS).

Secondo quanto si legge in sentenza, P., nella sua qualità di amministratore della società L’Aquila Calcio, dal 12 aprile 1999 al 30 gennaio 2004, e I., quale amministratore di fatto dal luglio 2003, distraevano somme di denaro, sia prelevandole direttamente (invero alcuni prelevamenti di cassa – si assume – non avevano giustificazione), sia emettendo sine titulo assegni della s.p.a., sia incassando assegni destinati alla società, ma non lasciando traccia del relativo importo nelle scritture contabili (utilizzando la somma per scopi estranei a quelli aziendali), sia appostando in bilancio falsi esborsi. E invero il Tribunale aquilano, prima, e la Corte di appello, poi, hanno evidenziato, tra l’altro (con particolare riferimento alla posizione di P.), la falsità di una fattura, apparentemente emessa dalla società Alcatraz per la copertura del manto erboso del campo di calcio.

Secondo i giudici di merito, si era trattato di una prestazione inesistente. Inoltre, non veniva annotato in contabilità il rilevante importo di Euro 327.775, per altro da considerare come contropartita di spese, a loro volta, non documentate. Vi erano poi stati bonifici a favore della ditta Elledi per servizi eseguiti non per conto della fallita, bonifici effettuati in realtà per estinguere debiti personali del P..

Sempre il P., poi, si legge in sentenza, poneva in essere false comunicazioni sociali, in modo da ingannare i destinatari delle stesse (e al fine di conseguire l’ingiusto profitto pari alle consumate distrazioni), cagionando oltretutto, in tal modo, il dissesto della società, conseguenza diretta – dunque della condotta falsificatoria (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1, e art. 2621 c.c.), consistita: a) nel riportare, tra i costi di produzione del bilancio 2003, voci fittizie, per un importo di Euro 513.675,62; b) nell’informare il pubblico dell’avvenuta ricostituzione del capitale sociale della società L’Aquila Calcio contrariamente al vero – per l’importo di Euro 1.217.675,00, ricostituzione, in realtà, mai avvenuta per tale entità, dal momento che venivano fittiziamente indicate come ricomprese in tale “operazione” anche somme già indicate quali “anticipazioni soci” negli anni 2001, 2002 e 2003, per un ammontare complessivo di Euro 288.217,2.

1.3. Gli imputati sono stati riconosciuti colpevoli anche di bancarotta fraudolenta documentale, poichè tenevano le scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione del movimento degli affari, annotando crediti inesistenti, facendo risultare fittizie operazioni di anticipazioni soci, omettendo di annotare introiti ed altro. Invero, si legge nella sentenza di primo grado, confermata sul punto, in appello, che venivano sistematicamente annotati, a far tempo dal bilancio 2001, crediti inesistenti; altre false annotazioni venivano effettuate per mascherare singole condotte distrattive di prelevamento di somme di denaro.

  1. I. e P. ricorrono per cassazione avverso la sentenza d’appello.
  2. Gli avvocati Massimo Manieri e Cristiana Valentini, nell’interesse dello I., articolano quattro motivi.

3.1. Censurano, innanzitutto, la mancata assunzione di prove decisive. Invero il Tribunale aveva, a suo tempo, ammesso l’esame di tutti gli imputati, ma non vi aveva poi proceduto. Gli altri coimputati, a vario titolo prosciolti, dovevano essere considerati “testimoni puri” e il contributo di conoscenza che avrebbero potuto offrire per la ricostruzione della complessa vicenda processuale non avrebbe dovuto essere ignorato. Viene anche denunciato vizio di motivazione della sentenza di secondo grado, la quale non fornisce risposta adeguata, poichè si limita a rilevare che gli imputati erano rimasti contumaci. Ma tale circostanza non precludeva la possibilità che gli stessi fossero citati in giudizio per rendere o negare il consenso all’esame dibattimentale. Ai sensi dell’art. 603 c.p.p., la invocata decisione della Corte territoriale avrebbe dovuto essere considerata propedeutica alla richiesta di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

3.2. Con il secondo motivo, si deduce travisamento degli atti e mancanza di motivazione, essendo state erroneamente valutate le dichiarazioni della teste F.; da tali dichiarazioni non poteva certo dedursi il ruolo di amministratore di fatto in capo allo I.. Peraltro, anche i contributi provenienti dagli altri testi sarebbero stati non correttamente interpretati dai giudici del merito, come risulta evidente dal raffronto del testo della decisione impugnata con i verbali della istruzione dibattimentale. Invero, il solo testimone B. ebbe a dichiarare di essere stato assunto direttamente da I., come medico sociale della squadra di calcio.

3.3. Con il terzo motivo, si assume che la condotta attribuita allo I. non sarebbe comunque integrativa degli estremi della figura dell’amministratore di fatto. I difensori fanno, in particolare, riferimento: a) a quanto la Corte distrettuale crede di poter desumere dal verbale assembleare del 31 ottobre 2003 (in cui si dava atto dell’intervenuto passaggio delle quote sociali dal P. allo I. e della sua attività di controllo del bilancio), atteso che la prima circostanza è del tutto neutra e la seconda è pienamente giustificata dall’interesse del futuro acquirente circa le reali condizioni della società della quale si accingeva ad acquisire quote; b) al fatto che, da un certo momento in poi, lo stesso fosse apostrofato dai dipendenti come “presidente” della società e che tale qualifica apparisse anche sul sito internet della stessa, atteso che è noto che, in determinati contesti socio-culturali, si abbonda nell’attribuire titoli onorifici e si indulge nelle iperboli encomiastiche; c) alla sottoscrizione da parte sua di un importante contratto di sponsorizzazione per la società sportiva, quasi che solo il presidente o il dominus della compagine possano attivarsi in tal senso.

In sintesi: tali emergenze non sarebbero per nulla significative di attività di gestione da parte del ricorrente.

3.4. Con il quarto motivo, si denunzia l’inutilizzabilità, ovvero la nullità, della perizia contabile, acquisita al fascicolo del dibattimento, poichè tale acquisizione non era stata preceduta dal necessario esame del perito, nonostante quest’ultimo fosse stato ascoltato in sede di incidente probatorio.

3.5. In data 15 febbraio 2016 è stata depositata dalla difesa di I. uno scritto intestato “motivi nuovi”, con il quale si ribadisce l’asserito “completo travisamento” delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale, soprattutto nella valutazione della prova testimoniale a carico del ricorrente, segnalando ulteriormente alcune incongruenze tra quanto risultante dai verbali di udienza e quanto desunto dalla sentenza d’appello circa il ruolo di amministratore di fatto di I.. Invero, i testi M., R. e Ia. ebbero a chiarire di essere stati assunti ben prima che il ricorrente entrasse in contatto con la squadra di calcio. Il solo B., come premesso, ha affermato di essere stato assunto dallo I., precisando tuttavia che ciò era avvenuto in quanto l’imputato era in procinto di acquistare la società.

  1. Nell’interesse del P. sono stati proposti due ricorsi.

4.1. L’avvocato Antonio Valentini deduce un unico motivo, con il quale sostiene, da un lato, che la sentenza impugnata non avrebbe adeguatamente considerato che il ricorrente aveva lasciato la gestione della società oltre un anno prima della dichiarazione di fallimento, di talchè non gli si poteva addebitare alcun fatto di bancarotta fraudolenta; dall’altro, che il giudice di appello avrebbe operato una erronea valutazione della sussistenza dell’elemento psicologico, mancando l’indicazione della consapevolezza che il fatto distrattivo fosse commesso in danno dei creditori.

4.2. L’avvocato Fabrizio Giancarli, a sua volta, deduce violazione di legge processuale per quel che riguarda le notifiche del decreto di citazione in appello e dell’estratto contumaciale della sentenza di secondo grado, evidenziando, che il ricorrente aveva, in un primo tempo, eletto domicilio presso il proprio difensore di fiducia, per poi – subito dopo la condanna ad opera della sentenza di primo grado – revocare detta elezione. Tuttavia le notifiche sopra indicate erano state erroneamente eseguite presso il primo domicilio, e cioè presso lo studio dell’avv. Giancarli. Ciò ha determinato, secondo il ricorrente, nullità assoluta ed insanabile.

  1. I ricorsi sono stati assegnati ratione materiae alla Quinta Sezione penale, la quale, all’udienza del 2 marzo 2016, ha rilevato che, tra i reati per i quali è intervenuta condanna del P. e in relazione ai quali è stato proposto ricorso, vi è anche quello previsto e punito dal combinato disposto della L. Fall.art. 223, comma 2, e art. 2621 c.c., (capo B della imputazione), sulla cui eventuale, sopravvenuta, parziale abrogazione è di recente sorto un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimità.

Per tale ragione, con ordinanza depositata in data 4 marzo 2016, la Quinta Sezione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione in ordine al seguente quesito:

“Se, in tema di false comunicazioni sociali, la modifica con cui la L. 27 maggio 2015, n. 69art. 9, che ha eliminato, nell’art. 2621 c.c., l’inciso ancorchè oggetto di valutazioni, abbia determinato un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie, ovvero se tale effetto non si sia verificato”.

5.1. L’ordinanza passa in rassegna gli arresti giurisprudenziali contrapposti, che hanno dato luogo al contrasto (peraltro interno alla medesima Quinta Sezione e concentrato nei primi mesi dopo l’entrata in vigore del nuovo testo normativo). Da un lato, si pongono le sentenze n. 33774 del 16/06/2015, ric. Crespi, Rv. 264868 e n. 6916 del 08/01/2016, ric. Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv.

265492; dall’altro, la sentenza n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, ric. Giovagnoli, Rv. 265491.

Secondo le prime due pronunzie, che sottolineano la incidenza del dato letterale, la significativa eliminazione dell’inciso predetto ha determinato l’abrogazione parziale del reato di falso in bilancio con riferimento ai così detti falsi “valutativi” (o “estimativi”). Si sarebbe dunque verificata una vera e propria successione di leggi penali con effetto abrogativo e l’esplicito riferimento ai “fatti materiali” contenuto nell’art. 2621 cod. civ. starebbe ulteriormente a provare che il legislatore ha voluto escludere dal perimetro della repressione penale le attestazioni conseguenti a processi intellettuali di carattere, appunto, valutativo.

Secondo la sentenza Giovagnoli (che, temporalmente, si interpone tra le due sopra citate e che predilige un criterio ermeneutico di tipo storico-sistematico), la soppressione dell’inciso deve ritenersi priva di conseguenze, atteso che esso era, già nelle precedenti “versioni” della norma incriminatrice, da considerare non essenziale, in quanto semplicemente atto a meglio descrivere e specificare ad abundantiam la condotta di reato.

5.2. L’ordinanza in questione, che si interroga anche sugli effettivi confini concettuali del “falso valutativo”, ribadisce, infine, che le anomalie di bilancio, attraverso le quali – secondo la ipotesi di accusa, condivisa dai giudici del merito – si è consentito alla società fallita di evitare l’adozione delle necessarie deliberazioni di messa in liquidazione e scioglimento, coinvolgono inevitabilmente la questione dell’interpretazione del nuovo dettato dell’art. 2621 c.c., in quanto, se si aderisse al primo orientamento giurisprudenziale, dovrebbe rilevarsi, immediatamente, da parte della Corte di cassazione, una causa di esclusione del reato, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., destinata ad emergere – in ogni caso – in sede di esecuzione ex art. 673 c.p.p..

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 4 marzo 2016, ha assegnato i ricorsi alle Sezioni Unite, destinando per la trattazione la odierna udienza.
  2. Risulta depositata successivamente al predetto provvedimento, in data 30 marzo 2016, altra sentenza della Quinta Sezione penale (n. 12793, ric. Beccari e altri, deliberata il 2 marzo scorso), che riprende e approfondisce il percorso argomentativo della sentenza Giovagnoli.
  3. Il Procuratore generale ha fatto pervenire memoria scritta, con la quale, argomentando articolatamente, conclude per il rigetto dei ricorsi.
  4. E’ stata irritualmente presentata dai difensori di I. ulteriore memoria difensiva, datata 31 marzo 2016 e quindi intempestiva.

Motivi della decisione

  1. Appare necessario, ancor prima di esaminare le censure specificamente proposte con i ricorsi del P. e dello I., affrontare il quesito per il quale i ricorsi stessi sono stati rimessi alle Sezioni Unite penali della Corte di cassazione.

Invero, pur se il delitto di bancarotta da reato societario non è stato oggetto di specifiche censure da parte dei difensori del P., non di meno, come correttamente si osserva nell’ordinanza di rimessione, l’accertamento della eventuale, parziale eliminazione della rilevanza penale del così detto falso valutativo nell’ambito della fattispecie criminosa di cui all’art. 2621 cod. civ., comporterebbe, quale conseguenza della abolitio criminis, la immediata declaratoria di annullamento senza rinvio in parte qua, senza possibilità di ulteriori approfondimenti.

1.2. Il quesito, dunque, ben può essere sintetizzato come segue:

“se, in tema di false comunicazioni sociali, abbia ancora rilievo il falso valutativo”.

Si tratta di chiarire se la modifica con cui la L. 27 maggio 2015, n. 69art. 9, che ha eliminato, nell’art. 2621 c.c., e nell’art. 2622 c.c., (limitatamente alla ipotesi commissiva), l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”, abbia determinato, o non, un effetto parzialmente abrogativo della fattispecie.

  1. Allo scopo, è indispensabile, innanzitutto, richiamare i termini in cui il contrasto si è manifestato.
  2. La Quinta Sezione, con la sentenza n. 33774 del 16/06/2015, Crespi, Rv. 264868, ha affermato, in tema di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario (L. Fall.art. 223, comma 2, n. 1), che la nuova formulazione degli artt. 26212622c.c., introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha determinato – eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed inserendo il riferimento, quale oggetto anche della condotta omissiva, ai “fatti materiali non rispondenti al vero” – una vera e propria successione di leggi, con effetto abrogativo, limitato, ovviamente, alle condotte di falsa valutazione di una realtà effettivamente sussistente.

La medesima Sezione, poi, con la pronuncia n. 6916 del 08/01/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige, Rv. 265492, ha ribadito l’affermazione di parziale abrogazione riferita ai reati di cui agli artt. 2621 e 2622 c.c., ritenendo, tuttavia, escluse da tale effetto abrogativo l’esposizione di crediti materialmente falsi, perchè indicati con un valore difforme dal dato reale o perchè descritti come certi, laddove, invece, essi avevano natura solo potenziale, in quanto oggetto di contenzioso.

D’altra parte, la stessa sentenza Crespi aveva escluso dall’effetto parzialmente abrogativo l’esposizione di crediti inesistenti perchè originati da contratti fittizi, nonchè l’esposizione di crediti concernenti i ricavi di competenza dell’esercizio successivo, così come l’esposizione di crediti relativi ad una fattura emessa a fronte di operazioni inesistenti; ciò in quanto trattasi di ipotesi, tutte, riferibili a condotte sussumibili nella categoria dei falsi materiali e non già di quelli cd. “valutativi”.

  1. Entrambe le sentenze sopra indicate valorizzano innanzitutto il dato testuale della nuova disposizione normativa, confrontato con il precedente testo di legge e con quello dell’art. 2638c.c.. Esse assumono che “la scomparsa” dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” (che, nel previgente testo, ineriva alla espressione “fatti materiali non rispondenti al vero”) appare altamente significativa, atteso che, oltretutto, il legislatore ha mantenuto fermo l’inciso nel successivo art. 2638, così manifestando uno specifico intento, mirato ad escludere la rilevanza penale delle stesse nella sola ipotesi delle false comunicazioni sociali e non anche nel reato di ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza. Si osserva poi che la nuova versione non si limita alla semplice elisione del predetto inciso, ma richiede che i fatti materiali siano anche rilevanti (“fatti materiali rilevanti, non rispondenti al vero”). Non si tratterebbe, dunque, della semplice applicazione del criterio dell’ubi voluit dixit, atteso che proprio l’aggiunta dell’aggettivazione “rilevanti” vincola ulteriormente l’interprete ad una lettura più restrittiva della portata della norma incriminatrice.

D’altra parte, si osserva che la recente modifica della fattispecie omissiva dell’art. 2621 c.c., rende manifesta la volontà del legislatore di circoscrivere l’area del penalmente perseguibile alle sole condotte non integranti “falsi valutativi”. E ciò si deduce, secondo le ricordate sentenze, anche dal fatto che il nuovo testo non fa più riferimento ad “informazioni”, come nel previgente articolato (che recava: “ovvero omettono informazioni la cui comunicazione è imposta dalla legge”), ma, ancora una volta, a “fatti materiali rilevanti”, la cui comunicazione è imposta dalla legge e la cui omissione determina la punibilità della condotta. Dunque:

l’espunzione delle “valutazioni” dalla disposizione normativa non può non essere priva di significato, anche – e soprattutto perchè la valutazione è connaturata al concetto di informazione, termine quest’ultimo che, non a caso, è stato espressamente sostituito nella nuova formulazione normativa.

4.1. Peraltro, secondo la tesi “abrogazionista”, ulteriore elemento indicativo, utilizzabile quale canone ermeneutico deriverebbe dalla “parallela” lettura della normativa in tema di frode fiscale (L. n. 516 del 1982, art. 4, lett. t), e succ. L. n. 154 del 1991), nella quale l’inserimento della espressione “fatti materiali” rispondeva all’intento – pacificamente ammesso – di evitare conseguenze penali derivanti da “valutazioni”; e ciò in ragione della possibilità di errore o di interpretazioni opinabili, in conseguenza della complessità della normativa tributaria.

In particolare, poi, nella sentenza n. 6916 del 2016 si osserva che l’aggettivo “materiali”, riferito ai “fatti non rispondenti al vero”, oggetto delle false comunicazioni sociali, non va inteso semplicemente come antitetico al termine “immateriali”, in quanto, in realtà, esso sottintende un’accezione riconducibile alla stretta oggettività dei fatti, vale a dire ad un dato che, in quanto tale, è estraneo ai risultati valutativi. Si argomenta: il legislatore ha indicato i fatti penalmente rilevanti utilizzando l’espressione “fatti materiali rilevanti”. Dunque: “materialità” e “rilevanza” dei fatti, a meno di non voler ritenere la precisazione normativa del tutto superflua, devono necessariamente stare a significare concetti distinti e non impropri sinonimi.

4.2. Conclusivamente si sostiene nella pronunzia da ultimo indicata che la soppressione dell’inciso più volte ricordato “ha ridotto l’estensione incriminatrice della norma alle appostazioni contabili che attingono fatti economici materiali, escludendone quelle prodotte da valutazioni, pur se moventi da dati oggettivi”.

  1. Tra le due sentenze sopra citate (n. 33774 del 2015, Crespi e n. 6916 del 2016, Banca Alto Adige) si colloca la pronunzia di segno contrario, sempre della Quinta Sezione, n. 890 del 12/11/2015, dep. 2016, Giovagnoli, Rv. 265491, secondo la quale, viceversa, vi è piena sovrapponibilità, quanto alle condotte punibili, tra il testo della disposizione di cui all’art. 2621c.c., nella sua formulazione antecedente alla novella del 2015, e quello successivo. Si sostiene che il falso “valutativo” è tuttora penalmente rilevante, nonostante la L. n. 69 del 2015, abbia eliminato dal testo della disposizione l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”. Invero l’esclusivo riferimento ai “fatti materiali”, oggetto di falsa rappresentazione, non ha avuto l’effetto di escludere dal perimetro della repressione penale gli enunciati valutativi, i quali, viceversa, ben possono esser definiti falsi, quando si pongano in contrasto con criteri di valutazione normativamente determinati, ovvero tecnicamente indiscussi.

5.1. Secondo l’assunto di tale sentenza, la precedente fisionomia della fattispecie delle false comunicazioni sociali ha subito un complessivo e significativo riordino; invero, a fronte delle due distinte, precedenti ipotesi (la prima, prevista dall’originario art. 2621 cod. civ., in termini di reato contravvenzionale; la seconda come delitto di danno), sono state configurate distinte tipologie di reato, a seconda che si tratti di società non quotate (odierno art. 2621 c.c.) o quotate (odierno art. 2622 c.c.). Si tratta, in entrambi i casi, di delitti di pericolo, connotati da dolo specifico e punibili di ufficio.

Si fa poi menzione della introduzione di due nuovi articoli, e cioè gli artt. 2621 bis e 2621 ter c.c.. L’art. 2621 bis, prevede, al comma 1, una pena ridotta (reclusione da sei mesi a tre anni), nel caso in cui i fatti di cui all’art. 2621, siano di lieve entità, “tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta”; il medesimo regime sanzionatorio è previsto dal comma 2, per i fatti di cui allo stesso art. 2621 c.c. – salvo che costituiscano più grave reato – se riguardanti società che non superino i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267art. 1, comma 2, stabilendo che, in ipotesi siffatta, la procedibilità è a querela da parte della società, dei soci, dei creditori o degli altri destinatari della comunicazione sociale. L’art. 2621 ter, stabilisce, invece, la non punibilità, ex art. 131 bis c.p., per particolare tenuità del fatto, qualora il giudice valuti “in modo prevalente, l’entità dell’eventuale danno cagionato alla società, ai soci o ai creditori conseguente ai fatti di cui agli artt. 2621 e 2621 bis”.

5.2. Dopo un sintetico excursus storico, la sentenza Giovagnoli, in un’ottica “prospettica” della volontà della legge (eventualmente non coincidente con la intenzione del legislatore), affronta il problema in chiave strettamente sistematica, muovendo, comunque, dal canone ermeneutico di riferimento, individuato nell’art. 12 “preleggi”. Al proposito, si afferma che l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” si sostanzia in una proposizione di natura tipicamente concessiva, introdotta da congiunzione “ancorchè”, notoriamente equivalente ad altre tipiche e similari (“sebbene”, “benchè”, “quantunque”, “anche se” ecc.). Le si attribuisce, conseguentemente, finalità “ancillare”, con funzione esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale. In altre parole, si sostiene che il legislatore dell’epoca volle semplicemente significare che, nei “fatti materiali” oggetto di esposizione nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali, dirette ai soci o al pubblico, erano (sono) da intendersi ricompresi anche quelli “oggetto di valutazione”.

Si tratterebbe, dunque, di una mera specificazione/chiarificazione, la cui soppressione lascerebbe intatta la portata della norma incriminatrice.

5.3. D’altra parte, si sostiene nella sentenza in questione, “materialità” e “rilevanza” dei fatti economici da rappresentare in bilancio sono semplicemente connotazioni gemelle ed esprimono l’esigenza della corretta informazione cui è tenuto il redattore. I termini predetti non andrebbero assunti nella loro accezione comune, in quanto si tratta di espressioni del linguaggio contabile, derivanti dalla terminologia anglosassone (in un’ottica di adeguamento, anche lessicale, alla normativa Europea e sovrannazionale in genere).

“Materialità”, pertanto, altro non vuol significare che essenzialità, nel senso che, nella redazione del bilancio, devono essere riportati (e valutati) solo dati informativi essenziali, cioè significativi ai fini dell’informazione: quelli utili e necessari per garantire la “rappresentazione veritiera e corretta della situazione patrimoniale, finanziaria ed economica della società e del risultato economico di esercizio” (art. 2423 c.c.).

“Rilevanza”, a sua volta, è concetto relativo (di origine comunitaria: cfr. art. 2, punto 16, della Direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, direttiva recepita nel nostro ordinamento con decreto legislativo 14/08/2015, n. 136, entrato in vigore il 16/09/2015), in quanto essa deve essere apprezzata in rapporto alla funzione precipua dell’informazione, cui sono preordinati i bilanci e le altre comunicazioni sociali, dirette ai soci ed al pubblico. Vale a dire che l’informazione, per essere giudicata corretta, non deve essere tale da influenzare, in modo distorto, le decisioni dei destinatari, non deve, cioè, essere ingannevole e fuorviante. Dunque, l’informazione è rilevante “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori sulla base del bilancio dell’impresa”, con la precisazione che “la rilevanza delle singole voci è giudicata nel contesto di altre voci analoghe”.

5.4. D’altronde, la L. 27 maggio 2015, n. 69, recante “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio”, si iscrive nell’ambito di una “strategia anticorruzione”, atteso che proprio il falso in bilancio viene considerato come un “reato-spia” dei fenomeni corruttivi. Invero, attraverso l’appostazione contabile di false fatturazioni vengono costituiti i cc.dd. “fondi neri”, che ben possono essere destinati al pagamento di tangenti o alla consumazione di altre attività contra legem. Escludere dal novero dei falsi punibili quello valutativo significherebbe frustrare le finalità della legge, volte a perseguire ogni illecita attività, preordinata ad alimentare o ad occultare il fenomeno della corruzione.

5.5. Quanto al fatto che l’inciso più volte ricordato (“ancorchè oggetto di valutazione”) sia stato conservato nel corpo dell’art. 2638 c.c., mentre è stato eliminato dall’art. 2621, la sentenza n. 890 del 2016 contesta in radice la lettura proposta dalle sentenze nn. 33774/2015 e 6916/2016 (ubi voluit dixit), trattandosi di due fattispecie (artt. 2621 e 2638) non comparabili per natura ed obiettività giuridica e per le finalità, non omologhe, che perseguono. A voler seguire l’opposta tesi, si profilerebbe una opzione interpretativa probabilmente incostituzionale, in quanto la redazione del medesimo bilancio, recante falsi valutativi, sarebbe penalmente irrilevante se il documento è diretto ai soci ed al pubblico e sarebbe, viceversa, penalmente rilevante se rivolto alle autorità pubbliche di vigilanza.

  1. Come premesso, dopo il decreto del Primo Presidente, che assegnava il ricorso alle Sezioni Unite e prima della odierna udienza, è stata depositata il 30 marzo 2016 altra sentenza, deliberata dalla Quinta Sezione in data 2 marzo (ricorrenti: Beccari e altri), che si allinea con la pronunzia Giovagnoli, ulteriormente argomentando sul punto.

Dopo aver riassunto i termini della questione e dopo aver ricordato le contrapposte pronunzie, la sentenza prende posizione nel senso della permanente rilevanza penale del falso valutativo, osservando che “negare la possibilità che il falso possa realizzarsi mediante valutazioni significa negare lo stesso veicolo con il quale si realizza il falso, posto che il bilancio si struttura di per sè necessariamente anche in un procedimento valutativo, i cui criteri sono indicati dalla legge, come chiaramente evincibile dal disposto di cui all’art. 2426 c.c.”. Viene tuttavia precisato che non qualsiasi difformità dal modello legale di bilancio determina – quasi si tratti di un meccanismo automatico – la falsità del bilancio stesso. Si deve, viceversa, fare riferimento alla idoneità del dato falsamente esposto ad indurre concretamente in errore il lettore del documento “in una dimensione di significativa valorizzazione della qualità del falso”. In ciò, d’altra parte, e non in altro, consisterebbe quel requisito della “rilevanza” preteso dal legislatore del 2015.

6.1. Quanto all’aggettivazione “materiali” (riferita a “fatti”), la sentenza de qua concorda con quanto sostenuto nella sentenza Giovagnoli, sostenendo che si tratta di espressione priva di un reale valore innovativo e atta ad “escludere dalla sfera della punibilità le sole opinioni di natura soggettiva, i pronostici, le previsioni, i progetti, le dichiarazioni di intenti ecc.”.

6.2. Non significativa, viceversa, per la questione in discussione appare altra sentenza della Quinta Sezione (n. 37570 del 08/07/2015, Fiorini, Rv. 265020), la quale, pur affermando la sussistenza di un rapporto di continuità normativa della nuova fattispecie di cui all’art. 2622 c.c., con quella previgente (e la conseguente successione di leggi penali ai sensi dell’art. 2 c.p.), fa riferimento alla condotta di mancata esposizione in bilancio di poste attive effettivamente esistenti nel patrimonio sociale e, dunque, a una ipotesi di falso omissivo certamente non valutativo, ma consistente in una vera e propria preterizione della annotazione di una voce di bilancio.

  1. Allo scopo di affrontare – con la doverosa sistematicità – la problematica sottoposta all’esame delle Sezioni Unite, è necessario procedere ad una, sia pur sintetica, ricognizione della stratificazione normativa che, nel corso degli anni, ha connotato la fattispecie del falso in bilancio, concentrando, innanzitutto, l’attenzione sull’adozione della formula verbale utilizzata per descrivere l’oggetto della condotta di falsificazione.

7.1. Nel codice di commercio del 1882 (Zanardelli) era utilizzata l’espressione “fatti falsi”; il legislatore del 1942 preferì indicare la falsità con una litote (“fatti non rispondenti al vero”), espressione rimasta in vigore sino al 2002, quando, con il D.Lgs. n. 61 del 2002, fu sostituita da “fatti materiali non rispondenti al vero, ancorchè oggetto di valutazioni” (adottata, come si è visto, anche nella formulazione del delitto di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza, di cui all’art. 2638 c.c.); infine, la L. n. 69 del 2015, ha preferito “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, eliminando l’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni” ed aggiungendo l’aggettivo “rilevanti” al sintagma “fatti materiali”. La legge da ultimo evocata ha anche eliminato il riferimento alla omissione di “informazioni” la cui comunicazione sia imposta per legge, espressione sostituita, a sua volta, dalla previsione della omissione della comunicazione (ancora una volta) di “fatti materiali” sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria, quando tale comunicazione sia dovuta per legge.

7.2. Per altro, finalità dichiarata di tale ultimo intervento legislativo è stata quella di ripristinare una significativa risposta sanzionatoria ai fatti di falsità in bilancio, ritenendosi non adeguato l’assetto repressivo introdotto dal D.Lgs. n. 61 del 2002, connotato dalla introduzione, accanto alla ipotesi delittuosa (art. 2622), di una figura contravvenzionale (art. 2621 c.c., nella precedente versione, con conseguente, considerevole, abbreviazione del termine di prescrizione), dalla procedibilità a querela (prevista, nell’ipotesi delittuosa, in relazione alle società non quotate, ai sensi dell’art. 2622, comma 1), oltre che da scelte tecniche quantomeno innovative, quali il sistema delle “soglie di rilevanza”, scandite da precisi riferimenti percentuali, al di sotto delle quali la falsità realizzata diveniva, per previsione legislativa, “quantità trascurabile”.

7.3. Ebbene, la riforma introdotta dalla L. 27 maggio 2015, n. 69, ha perseguito il dichiarato fine di tendere al ripristino della “trasparenza societaria”, eliminando la precedente bipartizione tra contravvenzione di pericolo (art. 2621, nella versione precedente) e delitto di danno (art. 2622) e sostituendola con la previsione di una fattispecie “generale” delittuosa (di pericolo) per le società non quotate (art. 2621), e con la introduzione di una ipotesi “speciale” (sempre delittuosa), concernente le false comunicazioni sociali delle società quotate, punita più severamente (art. 2622 c.c.).

Vengono poi previsti un’ipotesi “minore” ed un caso di irrilevanza penale (artt. 2621 bis e 2621 ter c.c.).

Risultano così significativamente rideterminati tanto la condotta punibile, quanto l’elemento psicologico che deve sostenerla; viene poi ripristinata la procedibilità d’ufficio (salvo che per le falsità minori, realizzate in seno a “società che non superano i limiti indicati dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267art. 1, comma 2″, che, ai sensi dell’art. 2621 bis c.c., comma 2, rimangono procedibili a querela). Sono state inoltre eliminate le “soglie di rilevanza” ed è stata, infine, inasprita la risposta sanzionatoria (con conseguente applicabilità di misure cautelari – coercitive ed interdittive – ed adottabilità di mezzi di ricerca della prova particolarmente penetranti, quali le intercettazioni telefoniche e ambientali).

7.4. All’esito del ricordato intervento riformatore, la condotta, pertanto, risulta essere quella di colui (amministratore, direttore generale, dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, sindaco o liquidatore) il quale, “nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge”, espone “fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, ovvero omette “fatti materiali rilevanti, la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

In particolare, è da notare che i “fatti materiali” (senza ulteriore specificazione) costituiscono l’oggetto della sola condotta (commissiva) di esposizione, contemplata dall’art. 2622 c.c.;

viceversa, i fatti materiali “rilevanti” costituiscono l’oggetto tipico dell’omessa esposizione nel medesimo art. 2622 c.c., e rappresentano anche l’oggetto della condotta tipica – sia nella forma commissiva, sia nella forma omissiva – nell’art. 2621 c.c..

Scomparse le ipotesi contravvenzionali, il delitto di cui all’art. 2622 c.c., (relativo alle società che emettono strumenti finanziari ammessi alla negoziazione nel mercato regolamentato italiano o di altro paese aderente alla Unione Europea), punito con pena ben più elevata rispetto al passato (così come il reato-base ex art. 2621), si è trasformato da fattispecie di danno in fattispecie di pericolo, e come reato di pericolo è stata plasmata la fattispecie ex art. 2621 c.c.. Ciò non toglie, ovviamente, che la alterazione del bilancio ben possa causare anche un immediato danno (si pensi ad esempio al dettato dell’art. 2433 c.c., per il quale, come è noto, non possono essere pagati dividendi se non per utili realmente conseguiti). Sono poi state abolite le soglie di punibilità, ma è stato introdotto il requisito della “rilevanza” della alterazione di bilancio. Per quel che riguarda l’elemento soggettivo, l’avverbio “consapevolmente” precisa e delimita ulteriormente il dolo, che si atteggia certamente come diretto. Sul versante processuale, l’aumento della pena edittale comporta la possibilità di far ricorso a più incisivi e penetranti mezzi di ricerca della prova (in pratica, alle intercettazioni).

Può allora dirsi che ratio della norma è – riconoscibilmente – la tutela tanto della veridicità, quanto della completezza (che, d’altronde, della veridicità costituisce un presupposto) dell’informazione societaria, sempre avendo come referente finale le potenziali ripercussioni negative delle falsità sulle sfere patrimoniali della società, dei soci, dei creditori e del pubblico.

  1. Come si è visto, le quattro sentenze sopra illustrate (nn. 33774/2015, Crespi; 890/2015, dep. 2016, Giovagnoli; 6916/2016, Banca Popolare dell’Alto Adige; 12793/2016, Beccari) concentrano la loro attenzione, innanzitutto, sul dato letterale della norma, operando, in particolare, un’analisi comparativa tra il testo attualmente vigente (dopo la modifica operata dalla legge 69/2015) e quello immediatamente precedente. Grande rilievo viene attribuito alla soppressione dell’inciso “ancorchè oggetto di valutazioni”, nonchè alla sostituzione, con riferimento alla condotta omissiva, del termine “informazioni”.

Al proposito, va subito detto che eccessiva appare l’enfatizzazione di tale strumento ermeneutico, atteso che l’interpretazione letterale altro non è che un (indispensabile) “passaggio” funzionale verso la completa ed esaustiva intelligenza del comando legislativo. E invero, è certamente corretto l’assunto per il quale, in base all’art. 12 “preleggi”, “nell’applicare la legge, non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole, secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore”; tuttavia non può certo negarsi che proprio l’intenzione del legislatore deve essere “estratta” dall’involucro verbale (“le parole”), attraverso il quale essa è resa nota ai destinatari e all’interprete. Che poi detta intenzione non si identifichi con quella dell’Organo o dell’Ufficio che ha predisposto il testo, ma vada ricercata nella volontà statuale, finalisticamente intesa (come correttamente sostiene la sentenza Giovagnoli) è fuor di dubbio.

8.1. Quando, come nel caso in esame, un nuovo testo normativo prende il posto di uno precedente, operando, non un’aggiunta o una sostituzione di un’espressione verbale ad un’altra, ma una mera soppressione di una frase (peraltro, sintatticamente subordinata), è di tutta evidenza che uno sforzo ermeneutico che si arrestasse, appunto, all’involucro verbale e si risolvesse in un’analisi lessicale non potrebbe dare risultati soddisfacenti. E invero, poichè sarebbe paradossale chiedersi quale sia il significato proprio di parole soppresse, non resta che interrogarsi sul significato della frase come risulta dopo la soppressione. Nessuna norma può essere presa in considerazione isolatamente, ma va valutata come componente di un “insieme”, tendenzialmente unitario e le cui “parti” siano reciprocamente coerenti.

8.2 Se dunque, per una corretta interpretazione delle norme, non è sufficiente verba earum tenere, sed vim ac potestatem, allora appare necessario, concentrandosi sul caso in scrutinio, soffermarsi, principalmente, a riflettere, da un lato, sul complessivo impianto dell’assetto societario come tracciato nel codice civile (e in parte ridisegnato dalla L. n. 69 del 2015), in una visione logico- sistematica della materia, dall’altro, sulle conseguenze derivanti dall’una o dall’altra interpretazione, non essendo dubbio che la valutazione di tali conseguenze costituisce una sorta di controprova della (correttezza della) necessaria interpretazione teleologica.

  1. Orbene, in ragione di quanto sopra premesso, sembra opportuno, anzichè partire dalla esegesi testuale (e comparativa) degli articolati normativi che si sono succeduti nel tempo, affrontare il problema, innanzitutto, sotto l’aspetto sistematico, vale a dire in una visione – organica e tendenzialmente unitaria e coerente – dell’intera materia societaria in tema di bilancio e del sottosistema delle norme penali poste a tutela della corretta redazione del predetto documento, partendo dal presupposto – non contestabile – che l’oggetto della tutela penale è da individuarsi nella “trasparenza societaria”.

Il codice civile regolamenta la redazione del bilancio nella Sezione Nona, Capo Quinto, Titolo Quinto, Libro Quinto. Vengono in particolare rilievo gli artt. da 2423 a 2427. Il legislatore non solo si fa carico di indicare la struttura e il contenuto del bilancio, ma detta i criteri di redazione dello stesso e – per quel che in questa sede maggiormente interessa – impone canoni di valutazione e indica quale debba essere il contenuto della nota integrativa. Di talchè non può che sottoscriversi, alla luce del descritto impianto normativo, l’affermazione in base alla quale il bilancio, in tutte le sue componenti (stato patrimoniale, conto economico, rendiconto finanziario, nota integrativa), è un documento dal contenuto essenzialmente valutativo; un documento in cui confluiscono dati certi (es. il costo di acquisto di un bene), dati stimati (es. il prezzo di mercato di una merce) e dati congetturali (es. le quote di ammortamento). Il bilancio è dunque un documento composito e complesso, la cui lettura e intelligenza presuppone una specifica preparazione, che abbraccia la conoscenza dei criteri (tanto legali, quanto tecnici) vigenti per la sua redazione. Il redattore di tale documento, a sua volta, non può non operare valutazioni. Si tratta peraltro di valutazioni “guidate” dai suddetti criteri. Vale a dire che egli necessariamente deve effettuare una stima ponderale delle singole componenti del bilancio, attribuendo – alla fine un valore in denaro a ciascuna di esse. Solo la “traduzione” in valuta (oggi in Euro: art. 2423 c.c., u.c.) consente la comparazione di entità eterogenee, quali possono essere, ad esempio, un immobile, un macchinario o una materia prima. E tale reductio ad unitatem è (ritenuta) indispensabile per descrivere lo “stato di salute” di un operatore economico. Invero non si può seriamente dubitare che la funzione del bilancio sia essenzialmente una funzione informativa/comunicativa. Attraverso il bilancio, si forniscono, infatti, notizie sulla consistenza e sulle prospettive di un’azienda e ciò, evidentemente, non solo a garanzia dei diretti (e attuali) interessati, vale a dire i soci e i creditori, ma anche a tutela dei futuri ed ipotetici soggetti che potrebbero entrare in contatto con la predetta azienda. Si pensi solo, a titolo di esempio, a una banca richiesta di aprire una linea di credito o ai potenziali investitori, eventualmente interessati all’acquisto di azioni, obbligazioni e quant’altro. Ebbene, i destinatari della informazione (i lettori del bilancio) devono essere posti in grado di effettuare le loro valutazioni, vale a dire di valutare un documento, già in sè di contenuto essenzialmente valutativo. Ma tale “valutazione su di una valutazione” non sarebbe possibile (ovvero sarebbe assolutamente aleatoria) se non esistessero criteri – obbligatori e/o largamente condivisi – per eseguire tale operazione intellettuale. Tali criteri esistono e sono, in gran parte, imposti dallo stesso legislatore nazionale (cfr. i già citati art. 2423 c.c. e ss.), dalle direttive Europee (cfr. Direttiva 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio ai bilanci consolidati e alle relative relazioni di talune tipologie di imprese, recepita dal D.Lgs. 18 agosto 2015, n. 139), ovvero sono frutto della elaborazione dottrinale nelle materie di competenza (e sono ufficializzate ad opera di soggetti “certificatori”: Organismo italiano di contabilità e, a livello sovrannazionale, International Financial Reporting Standard).

9.1. In sintesi: tutta la normativa civilistica presuppone e/o prescrive il momento valutativo nella redazione del bilancio, anzi ne detta (in gran parte) i criteri, delineando un vero e proprio metodo convenzionale di valutazione. Basti riflettere sulla esistenza di voci quali “ammortamenti”, “svalutazioni”, “crediti”, “partecipazioni”, “costi di sviluppo” ecc..

D’altra parte, l’art. 2423 c.c., al comma 3, cita esplicitamente, accanto alla “rilevazione”, la “valutazione” dei dati da riportare in bilancio. Il medesimo articolo, poi, nell’imporre al redattore del bilancio la elaborazione di un documento che rappresenti “in modo veritiero e corretto” tanto la situazione patrimoniale e quella finanziaria della società, quanto il risultato economico dell’esercizio, consente, inoltre, da un lato (comma 3), di trascurare “i dati irrilevanti” ai fini della predetta rappresentazione, dall’altro (comma 4), di discostarsi, “in casi eccezionali”, dai criteri valutativi fissati per legge (negli articoli seguenti), se ciò possa essere di ostacolo proprio a quella esposizione veritiera e corretta dell’assetto societario. Ma, è il caso di notare subito, tale deroga non solo deve essere giustificata dalla situazione contingente, ma deve trovare esauriente spiegazione nella nota integrativa (art. 2427 c.c.), la quale ha la funzione di “motivare la deroga e deve indicarne l’influenza sulla rappresentazione della situazione patrimoniale, finanziaria e del risultato economico”. Inoltre, “gli eventuali utili derivanti dalla deroga devono essere iscritti in una riserva non distribuibile, se non in misura corrispondente al valore recuperato”. Se dunque la nota integrativa rappresenta la chiave di lettura del bilancio e la esplicitazione dei criteri (e della eventuale deroga a tali criteri) di redazione dello stesso, non può esservi alcun dubbio sulla natura prevalentemente (e quasi esclusivamente) valutativa del predetto documento contabile.

E dunque, “sterilizzare” il bilancio con riferimento al suo contenuto valutativo significherebbe negarne la funzione e stravolgerne la natura.

9.2. Una volta chiarito ciò, appare evidente la fallacia della opzione ermeneutica che intende contrapporre “i fatti materiali”, da esporsi in bilancio, alle valutazioni, che pure nel bilancio compaiono; e ciò per l’ottima ragione che un bilancio non contiene “fatti”, ma “il racconto” di tali fatti. Vale a dire: un fatto, per quanto “materiale”, deve comunque, per trovare collocazione in un bilancio, essere “raccontato” in unità monetarie e, dunque, valutato (o se si vuole apprezzato). Solo ciò che è già espresso in Euro (la giacenza di cassa, il saldo di un conto corrente bancario) non necessita di tale conversione, non occorrendo omologare ciò che corrisponde alla unità di misura prevista dal legislatore.

9.3. Per la tesi abrogazionista, “materiale” sarebbe sinonimo di “oggettivo” (e comunque di “a-valutativo”). Così certamente non è, per le ragioni che si sono appena esposte. Si può anche far ricorso a un ulteriore dato testuale, atteso che l’invariato (e già menzionato) art. 2638 c.c. (“ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”) prevede esplicitamente la condotta del soggetto attivo che esponga “fatti materiali non rispondenti al vero, ancorchè oggetto di valutazioni, sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria ecc.”. Dunque, per il legislatore, un “fatto materiale” ben può essere (e quasi sempre è) oggetto di valutazione in sede di bilancio.

D’altra parte, già sotto la vigenza della precedente normativa, questa Corte di legittimità non aveva mai dubitato della valenza meramente concessiva del sintagma “ancorchè oggetto di valutazioni”.

Conseguentemente il reato di cui all’art. 2638 c.c., fu ritenuto (con la sentenza Sez. 5, n. 44702 del 28/09/2005, Mangiapane, Rv. 232535) sussistente anche nel caso in cui la falsità fosse contenuta in giudizi estimativi delle poste di bilancio, “atteso che dal novero dei “fatti materiali” indicati dalla attuale norma incriminatrice come possibile oggetto di falsità vanno escluse soltanto le previsioni o congetture prospettate come tali, vale a dire quali apprezzamenti di carattere squisitamente soggettivo e l’espressione, riferita agli stessi fatti, “ancorchè oggetto di valutazioni”, va intesa in senso concessivo, per cui, in ultima analisi, l’oggetto della vigente norma incriminatrice viene a corrispondere a quello della precedente, che prevedeva come reato la comunicazione all’autorità di vigilanza di fatti non corrispondenti al vero”. Nel caso allora in esame, invero, la Quinta Sezione annullò la decisione di merito che aveva escluso la configurabilità del reato in una ipotesi in cui la falsità era stata ravvisata nella dolosa sopravvalutazione della posta di bilancio di un istituto bancario, relativa ai crediti vantati nei confronti della clientela per avvenuta concessione di mutui e risultati, in effetti, di difficile o impossibile recupero (nello stesso senso, più recentemente, Sez. 6, n. 17290 del 13/01/2006, Marino, Rv 234533; Sez. 5, n. 49362 del 07/12/2012, Banco, in motivazione).

La norma (art. 2638 c.c.) è rimasta invariata, per cui delle due l’una: o la cancellazione dal testo dell’art. 2621 c.c., della espressione “ancorchè oggetto di valutazioni” comporta che essa sia considerata tamquam non esset anche nell’art. 2638, (ma non si vede come ciò possa essere), ovvero, considerata la natura meramente concessiva/specificativa del sintagma e dunque – sostanzialmente – la sua superfluità, la scomparsa delle ricordate quattro parole dal testo dell’art. 2621 c.c. (e dall’art. 2622, e la sua non riproduzione nell’art. 2621 bis) non comporta una diversa (rispetto a quella previgente) configurazione della norma incriminatrice.

D’altronde, la giurisprudenza antecedente alla riforma del 2015 era costante nel ritenere la sostanziale superfluità dell’inciso in questione (oltre alle sentenze sopra citate, si veda, sia pure implicitamente, Sez. 5, n. 8984 del 18/05/2000, Patrucco, Rv 217767;

Sez. 5, n. 40833 del 07/07/2004, Preantoni, Rv 230258). Andrebbe allora chiarito perchè mai la sua soppressione, nella nuova formulazione, dovrebbe in qualche modo vincolare l’interprete, quando (in precedenza) la sua presenza non lo vincolava.

Quanto al parallelo con la normativa fiscale, è agevole replicare, condividendo autorevole dottrina, che detto “accostamento” ha perso significato, atteso che, già quando entrò in vigore la riforma del falso in bilancio introdotta dal D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61 (poi modificato dalla L. 28 dicembre 2005, n. 262art. 30), la L. 7 agosto 1982, n. 516, art. 4, lett. t), era stato sostituito dal D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74art. 7, comma 2, (“Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma della L. 25 giugno 1999, n. 205art. 9“), che ha sancito, anche in campo tributario, la rilevanza penale delle valutazioni che differiscano di oltre il 10 per cento rispetto a quelle corrette.

9.4. Una volta chiarita la irrilevanza della soppressione dell’inciso, perde rilievo, a sua volta, anche la questione su cosa si debba intendere per “materialità” del fatto, espressione atecnica che non può essere intesa come antitetica alla soggettività delle valutazioni. Infatti, in bilancio vanno certamente esposti tutti quei “fatti” passibili di “traduzione” in termini contabili e monetari e, dunque, gli elementi di composizione del patrimonio aziendale, come valutati dal redattore del bilancio secondo i parametri – legali e scientifici – che lo stesso deve rispettare.

E, sotto tale aspetto, non può non convenirsi con l’assunto delle sentenze Giovagnoli e Beccari, per le quali, se si accedesse alla tesi della non punibilità del falso valutativo, si sarebbe in pratica al cospetto di una interpretatio abrogans del delitto di false comunicazioni sociali e il corpus normativo denominato “Disposizioni in materia di delitti contro la pubblica amministrazione, di associazioni di tipo mafioso e di falso in bilancio” finirebbe per presentare una significativa falla nella sua trama costitutiva, prestandosi a una lettura depotenziata proprio nella parte che dovrebbe essere una delle più qualificanti: quella della trasparenza aziendale, quale strumento di contrasto alla economia sommersa e all’accumulo di fondi occulti, destinati non raramente ad attività corruttive.

9.5. Per altro, nel panorama giurisprudenziale di legittimità, la figura del falso valutativo è solidamente incardinata e i suoi confini (oltre che il suo contenuto) sono sufficientemente tracciati.

La giurisprudenza della Suprema Corte, ed in particolare quella della Quinta Sezione penale, ha già avuto modo di chiarire che è certamente possibile ipotizzare la falsità di enunciati valutativi, sia in tema di falso ideologico ex art. 479 c.p., sia in tema di falsa perizia ex art. 373 c.p.. Analoghe statuizioni, come si è visto, erano state enunciate anche in tema di false comunicazioni sociali, alla luce della normativa previgente (per tutte si può ricordare la già menzionata sentenza Patrucco del 2000, per la quale, nell’espressione “fatti non rispondenti al vero”, vanno ricomprese anche “le stime di entità economiche non precisamente calcolabili”). E ciò quando la attestazione sia resa in un contesto implicante la necessaria accettazione di parametri di valutazione normativamente determinati o tecnicamente indiscussi (ex plurimis, Sez. 5, n. 15773 del 24/01/2007, Marigliano, Rv. 236550; Sez. 5, n. 7067 del 12/01/2011, Sabolo, Rv. 249836; Sez. 5, n. 35104 del 22/06/2013, Baldini, Rv 25712; Sez. 6, n. 8588 del 06/12/2000, dep. 2001, Ciarletta, Rv. 219039; Sez. 1, n. 45373 del 10/06/2013, Capogrosso, Rv. 257895).

9.6. Si sostiene in particolare nella sentenza Andronico (Sez. 5, n. 3552 del 09/02/1999, Rv. 213366) che la valutazione – se fa obbligatorio riferimento a criteri vincolanti e predeterminati – è un modo di rappresentare la realtà non dissimile dalla descrizione o dalla constatazione, sebbene l’ambito di una sua possibile qualificazione in termini di verità o di falsità sia variabile e risulti, di regola, meno ampio, dipendendo “dal grado di specificità e di elasticità dei criteri di riferimento”. Nella sentenza in questione viene in sostanza operata una equiparazione tra la falsità di un enunciato valutativo fondato su false premesse e la falsità di un enunciato (parimenti valutativo) che sia in aperta contraddizione con criteri di valutazione indiscussi e indiscutibili.

Con la sentenza Marigliano, poi (Sez. 5, n. 15773 del 24/01/2007, Rv.

236550), in tema di “falsità medica”, la Corte ha avuto modo di chiarire che la diagnosi compiuta dal sanitario ben può configurarsi come errata o addirittura falsa (a seconda dell’elemento psicologico che la supporta), in quanto tale valutazione è elaborata in contesti implicanti l’accettazione di parametri valutativi normativamente determinati o tecnicamente certi; e dunque sarà falsa (ovvero errata) se da tali parametri si discosti; ciò in quanto, laddove il giudizio faccia riferimento a criteri predeterminati, esso è certamente un modo di rappresentare la realtà, analogo alla descrizione o alla constatazione. Conseguentemente può dirsi falso l’enunciato valutativo che contraddica criteri indiscussi o indiscutibili e/o sia fondato su premesse contenenti false attestazioni.

Il predetto orientamento, peraltro, appare autorevolmente condiviso da una recente sentenza di queste Sezioni Unite (n. 51824 del 25/09/2014, Giudici, non mass. sul punto), che, a seguito della sentenza Corte cost. n. 163 del 2014, citando puntualmente la giurisprudenza sopra ricordata, afferma che “le norme positive ammettono talora la configurabilità del falso ideologico, anche in enunciati valutativi e qualificatori, come avviene, ad esempio, nell’art. 2529 cod. civ. (valutazione esagerata dei conferimenti e degli acquisti delle società)”, quando, si fa “riferimento a criteri predeterminati”. In tali casi, “anche in relazione ai giudizi di natura squisitamente tecnico-scientifica, può essere svolta una valutazione in termini di verità – falsità”.

Particolare rilievo assume la recente sentenza Sez. F., n. 39843 del 04/08/2015, Di Napoli, Rv. 264364, in tema di falso ideologico in atto pubblico e in particolare di provvedimenti urbanistici di tipo abilitativo e con riferimento alla omessa indicazione – da parte di funzionari e dirigenti comunali – della reale consistenza delle opere, della loro incidenza sulla realtà territoriale e della normativa correttamente applicabile nel caso concreto. La Corte opera, innanzitutto, una importante distinzione tra due ipotesi.

Nella prima, il pubblico ufficiale, chiamato ad esprimere un giudizio, è libero anche nella scelta dei criteri di valutazione;

nella seconda (che era poi quella, in materia urbanistica, in concreto sottoposta al vaglio dei giudici di legittimità), sussiste, viceversa, un riferimento (eventualmente anche implicito) a previsioni normative, le quali dettano criteri di valutazione. Nel primo caso, la attività di apprezzamento del pubblico ufficiale è assolutamente discrezionale e, conseguentemente, il documento che contiene il giudizio non è destinato a provare la verità di alcun fatto; nel secondo, viceversa, si è in presenza di un esercizio di discrezionalità tecnica, che vincola la valutazione ad una verifica di conformità della situazione fattuale a parametri predeterminati.

Ne deriva che l’atto potrà risultare falso se detto giudizio di conformità non sia rispondente ai parametri cui esso è (anche implicitamente) vincolato.

9.7. A ben vedere, insomma, l’atto valutativo comporta necessariamente un apprezzamento discrezionale del valutatore, ma si tratta – nel caso dei bilanci, non meno che in quello della materia urbanistica – di una discrezionalità tecnica.

Ebbene, le scienze contabilistiche appartengono senz’altro al novero delle scienze a ridotto margine di opinabilità; pertanto la “valutazione” dei fatti oggetto di falso investe la loro “materialità”. Ciò senza trascurare il fatto che gran parte dei parametri valutativi sono stabiliti per legge. Ne consegue che la redazione del bilancio è certamente attività sindacabile anche con riferimento al suo momento valutativo; e ciò appunto in quanto tali valutazioni non sono “libere”, ma vincolate normativamente e/o tecnicamente.

  1. Le varie fattispecie di false comunicazioni sociali integrano, ad evidenza, reati di pura condotta. Per esplicito dettato normativo, inoltre, tale condotta che dà luogo ad una attività falsificatoria del redattore del bilancio, deve riguardare fatti (materiali) rilevanti quali oggetto del comportamento commissivo ed omissivo dell’art. 2621c.c. (e, per richiamo, anche quella di cui all’art. 2621 bis), mentre, per quel che riguardale le false comunicazioni sociali delle società quotate (art. 2622), la rilevanza viene in rilievo solo per la condotta omissiva, essendo, viceversa, comunque sempre penalmente perseguibile – in tal caso – la condotta commissiva (anche se il “fatto” esposto non sia ritenuto “rilevante”, trattandosi, evidentemente, di una valutazione eseguita, in astratto, dal legislatore e non demandata al giudice).

10.1. Va dunque, per completezza, definito il concetto di “rilevanza” ai fini del falso in bilancio. Esso, come evidenziato, tra le altre, dalla sentenza Giovagnoli, ha la sua riconoscibile origine nella normativa comunitaria (art. 2 punto 16 Direttiva UE 2013/34/UE, relativa ai bilanci di esercizio, ai bilanci consolidati ed alle relative relazioni e tipologie di imprese, recepito con D.Lgs. 14 agosto 2015, n. 136), che definisce rilevante l’informazione “quando la sua omissione o errata indicazione potrebbe ragionevolmente influenzare le decisioni prese dagli utilizzatori, sulla base del bilancio dell’impresa”.

Il requisito risulta aver sostituito il previgente parametro della idoneità “ad indurre in errore i destinatari” (oltre alle soglie percentuali di punibilità) in relazione alla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società. Ma, a ben vedere, la idoneità ad indurre in errore, altro non è che il riflesso soggettivo della rilevanza della alterazione (conseguente a una condotta commissiva od omissiva) dei dati di bilancio e si risolve nella efficacia decettiva o fuorviante dell’informazione omessa o falsa. Il falso insomma deve essere tale da alterare in misura apprezzabile il quadro d’insieme e deve avere la capacità di influire sulle determinazioni dei soci, dei creditori o del pubblico.

Da questo punto di vista, la rilevanza altro non è che la pericolosità conseguente alla falsificazione; il che suggella, se pur ce ne fosse bisogno, la natura, appunto di reato di pericolo (concreto) delle “nuove” false comunicazioni sociali.

10.2 Eliminato quindi ogni riferimento a soglie percentuali di rilevanza (chiaro indice di un criterio valutativo agganciato al dato quantitativo), la nuova normativa affida al giudice la valutazione – in concreto – della incidenza della falsa appostazione o della arbitraria preterizione della stessa; dovrà dunque il giudice operare una valutazione di causalità ex ante, vale a dire che dovrà valutare la potenzialità decettiva della informazione falsa contenuta nel bilancio e, in ultima analisi, dovrà esprimere un giudizio prognostico sulla idoneità degli artifizi e raggiri contenuti nel predetto documento contabile, nell’ottica di una potenziale induzione in errore in incertam personam. Tale rilevanza, proprio perchè non più ancorata a soglie numeriche predeterminate, ma apprezzata dal giudicante in relazione alle scelte che i destinatari dell’informazione (soci, creditori, potenziali investitori) potrebbero effettuare, connota la falsità di cui agli artt. 26212621 bis 2622 c.c.. Essa, dunque, deve riguardare dati informativi essenziali, idonei a ingannare e a determinare scelte potenzialmente pregiudizievoli per i destinatari. Ed è ovvio, in base a ciò che si è premesso, che tale potenzialità ingannatoria ben può derivare, oltre che dalla esposizione in bilancio di un bene inesistente o dalla omissione di un bene esistente, dalla falsa valutazione di un bene che pure è presente nel patrimonio sociale.

L’alterazione di tali dati, per altro, non deve necessariamente incidere solo sul versante quantitativo, ben potendo anche il c.d.

“falso qualitativo” avere una attitudine ingannatoria e una efficacia fuorviante nei confronti del lettore del bilancio. Invero, la impropria appostazione di dati veri, l’impropria giustificazione causale di “voci”, pur reali ed esistenti, ben possono avere effetto decettivo (ad esempio: mostrando una situazione di liquidità fittizia) e quindi incidere negativamente su quel bene della trasparenza societaria, che si è visto costituire il fondamento della tutela penalistica del bilancio.

  1. Poichè poi il soggetto attivo (gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci, i liquidatori) deve avere agito “consapevolmente” ed “al fine di conseguire per sè o per altri un ingiusto profitto”, il delitto è connotato da dolo specifico.
  2. A conclusione delle argomentazioni sopra svolte, si deve – dunque affermare che, pur dopo le modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2015, (anche) in tema di false comunicazioni sociali, il falso valutativo mantiene il suo rilievo penale. Precisamente deve essere enunciato il seguente principio di diritto:

“Sussiste il delitto di false comunicazioni sociali, con riguardo alla esposizione o alla omissione di fatti oggetto di valutazione, se, in presenza di criteri di valutazione normativamente fissati o di criteri tecnici generalmente accettati, l’agente da tali criteri si discosti consapevolmente e senza darne adeguata informazione giustificativa, in modo concretamente idoneo ad indurre in errore i destinatari delle comunicazioni”.

  1. Tanto premesso, si può passare all’esame delle singole censure formulate nell’interesse dei ricorrenti.
  2. Manifestamente infondata è la prima censura del ricorso I.. Invero gli attuali imputati ( I. e P.) hanno tenuto una condotta processuale in aperta contraddizione con la richiesta formulata dai difensori del primo, i quali si lamentano del fatto che gli stessi non siano stati esaminati in dibattimento. I ricorrenti, invero, non si sono mai presentati in dibattimento innanzi ai loro giudici (nè in primo, nè in secondo grado), neanche per rendere spontanee dichiarazioni ai sensi dell’art. 494c.p.p..

Nè nei loro confronti avrebbe potuto essere disposto accompagnamento ai sensi dell’art. 132 del medesimo codice. Macchinosa (oltre che fantasiosa) è poi la procedura suggerita nel ricorso, in base alla quale i due avrebbero dovuto essere citati per rendere o negare il consenso al loro esame; esame richiesto – come si è appena anticipato – dai difensori dello stesso I.. Ma a tale richiesta è stata negata qualsiasi attualità dalla stessa condotta di I. (e del suo coimputato). E’ evidente, invero, che, per facta concludentia, tanto I., quanto P. hanno mostrato di non avere interesse ad essere esaminati in dibattimento.

14.1. Per altro, dalla lettura del suddetto primo motivo, si evince che i difensori di I. avrebbero voluto che fossero ascoltati tutti gli originari imputati (dunque tanto quello assolto con formula piena, quanto gli altri, nei cui confronti è stata dichiarata la prescrizione dei reati loro ascritti). La richiesta, si legge, fu formulata innanzi al giudice di primo grado in data 3 giugno 2010 ed accolta nella medesima data. Ad essa tuttavia il Tribunale non dette corso. Ma, a dire il vero, tale richiesta (di audizione di tutti gli originari imputati) non risulta riportata con i motivi di appello, ma solo “ripresa” in una “memoria riassuntiva della discussione orale” nel corpo della quale, per vero, non si chiariva l’incidenza sul decisum della omessa audizione. Peraltro singolare appare che solo in sede di discussione innanzi al giudice di appello ci si ricordi di richieste istruttorie formulate in primo grado. D’altro canto, neanche con il ricorso per cassazione viene chiarito quale sarebbe la rilevanza di tale (omesso) atto istruttorio, atteso che ci si limita a sostenere che “l’esame dei vari imputati avrebbe certamente addotto una serie di dati conoscitivi difficilmente ignorabili”. Dunque la decisività della prova richiesta e non raccolta non viene minimamente individuata e la censura – conseguentemente – appare affetta da palese genericità.

  1. La seconda e la terza censura del ricorso I., cui si ricollegano i “motivi nuovi”, sono infondate. Invero la Corte di appello ha ritenuto che lo stesso fosse amministratore di fatto della società fallita sulla base di plurimi e significativi indici.
  2. infatti: a) veniva individuato sul sito web ufficiale della società come Presidente di “L’Aquila Calcio”; b) veniva chiamato “presidente” da dipendenti ed atleti; c) aveva concluso un importante contratto di sponsorizzazione per la squadra di calcio; d) si occupava del pagamento degli stipendi; e) aveva aperto un conto corrente sui cui confluivano gli importi degli abbonamenti, importi che gestiva direttamente; f) aveva conferito un incarico ad un avvocato per conto della società; g) aveva certamente assunto personalmente il dott. B. quale medico della società calcistica (e poco conta che ciò abbia fatto nella prospettiva di divenire il dominus di “L’Aquila Calcio”, atteso che la proprietà va certamente tenuta distinta dall’amministrazione). A fronte di tale convergente quadro probatorio, il ricorso, per un verso, sostiene la non corretta lettura delle dichiarazioni della teste F., per l’altro, suggerisce una diversa lettura delle dichiarazioni degli altri testi (ma non del B.), per altro verso ancora, sostiene che gli elementi sopra elencati (da “a” a “g”) non avrebbero significato univoco. Orbene, è evidente che, mentre, da un lato, l’offerta di una diversa interpretazione del materiale probatorio (testi R., M. e Ia.) è improponibile in sede di giudizio di legittimità, dall’altro, appare metodologicamente erroneo l’approccio che si vorrebbe tenere nei confronti degli altri dati processuali; approccio certamente viziato da una impostazione “atomistica”, che non considera i singoli elementi (anche) nella loro globalità e non ne apprezza, quindi, per così dire, “la direzione” univoca. Correttamente, viceversa, hanno operato i giudici del merito, i quali hanno ritenuto – non illogicamente – che una tale significativa convergenza di dati non potesse avere altra spiegazione se non quella in base alla quale I., da un certo momento in poi, era divenuto gestore della società.
  3. Infondata è anche la quarta censura del ricorso del predetto.

Invero l’incidente probatorio altro non è che una “anticipazione” del momento dibattimentale. Esso dunque si svolge con i tempi, le modalità, le cadenze e le procedure del dibattimento, assicurando il contraddittorio tra le parti e mirando alla raccolta di vere e proprie prove. Tanto ciò è vero che gli atti che tale fase procedimentale riflettono confluiscono, ai sensi dell’art. 431 c.p.p., direttamente nel fascicolo del dibattimento. E’ allora evidente che l’assunzione della perizia in incidente probatorio deve avvenire con le modalità ex art. 392 c.p.p., comma 1, lett. f), art. 220 c.p.p. e ss., con la conseguenza che non vi è alcuna ragione di esaminare – nuovamente – il perito in dibattimento prima di acquisire il suo elaborato, il quale è già stato acquisito. Invero il predente giurisprudenziale segnalato dal ricorrente (Sez. 6, n. 40971 del 26/09/2008, Camber) non è affatto pertinente; va viceversa fatto riferimento a Sez. 4, 04/04/1997, Minestrina, Rv 207483, esattamente in termini, in base alla quale, in tema di incidente probatorio, quantunque l’art. 401 c.p.p., comma 5, richiami le forme di assunzione delle prove stabilite per il dibattimento, non può ritenersi applicabile l’art. 511 c.p.p., comma 3, all’udienza del procedimento incidentale probatorio. Ciò in quanto di “lettura di atti” ex art. 511 c.p.p., ha senso parlare solo per le attività svolte prima del giudizio, con riferimento a quelle formalità attraverso le quali gli atti medesimi proprio nel giudizio vengono immessi in contraddittorio tra le parti (nella fattispecie la Corte ha respinto l’assunto difensivo secondo cui è inutilizzabile la perizia raccolta in sede di incidente probatorio nel caso di mancato preliminare esame orale dei periti, giusta la disposizione dell’art. 511 c.p.p., comma 3).

  1. Conclusivamente il ricorso dello I. va rigettato, in quanto complessivamente infondato.
  2. Identica sorte va riservata ai ricorsi proposti nell’interesse del P..

18.1. Per quel che riguarda la censura formulata dal primo difensore (avv. Antonio Valentini), è il caso di ricordare che i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualsiasi momento essi siano stati commessi e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza. Non si richiede alcun nesso (causale o psichico) tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività (tra le più recenti: Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv 261683). La condotta, in altre parole, si perfeziona con la distrazione, mentre la punibilità della stessa è subordinata alla dichiarazione di fallimento, che, ovviamente, consistendo in una pronunzia giudiziaria, si pone come evento successivo (in caso, appunto, di bancarotta distrattiva prefallimentare) e comunque esterno alla condotta stessa.

18.2. Quanto all’elemento psicologico della bancarotta distrattiva esso consiste nel dolo generico per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (tra le tante: Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv 261348).

18.3. Per quel che attiene alla bancarotta documentale, non sono state proposte, con il ricorso per cassazione, specifiche censure.

  1. Quanto alla censura formulata dal secondo difensore del P. (avv. Fabrizio Giancarli), essa è, a sua volta, infondata. La revoca della elezione di domicilio presso il difensore, avvenuta, secondo quel che si legge nel ricorso, dopo la sentenza di primo grado e prima della citazione in appello, ha determinato che detta citazione fosse effettuata (come le precedenti) presso il predetto difensore. Non si sostiene tuttavia che, in presenza di una notificazione non omessa, ma effettuata con modalità difformi da quelle previste, il P. non abbia avuto cognizione dell’atto, ed è noto che la nullità assoluta e insanabile prevista dall’art. 179c.p.p., ricorre soltanto nel caso in cui la notificazione della citazione sia stata omessa o quando, essendo stata eseguita in forme diverse da quelle prescritte, risulti inidonea a determinare la conoscenza effettiva dell’atto da parte dell’imputato; la medesima nullità non ricorre invece nei casi in cui vi sia stata esclusivamente la violazione delle regole sulle modalità di esecuzione, alla quale consegue la applicabilità della sanatoria di cui all’art. 184cod. proc. pen. (Sez. U, n. 119 del 27/10/2004, dep. 2005, Palumbo, Rv 229539, 229541).

Nel caso in esame, dalla lettura del processo verbale di dibattimento in appello, si rileva che il difensore di fiducia presente (l’avv. Antonio Valentini, anche in sostituzione dell’avv. Fabrizio Giancarli) nulla fece rilevare circa la pretesa irregolarità della notifica della citazione, nè rappresentò che il suo assistito non avesse avuto cognizione della stessa.

  1. Consegue al rigetto dei ricorsi di I. e P. la condanna di ciascuno di essi al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 31 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 maggio 2016