Avvocato penalista

VICENZA BANCAROTTA documentale – Irregolarità delle scritture obbligatorie

VICENZA BANCAROTTA documentale – Irregolarità delle scritture obbligatorie

VICENZA BANCAROTTA documentale – Irregolarità delle scritture obbligatorie

della relazione redatta ai sensi dell’art. 33 R.D. n. 267/1942 dal curatore fallimentare della società Ba.Ma., che illustra le vicende e le circostanze che hanno condotto al fallimento della società, individuando il momento in cui ne è emerso il dissesto e mettendo in evidenza i profili di responsabilità attinenti alla condotta degli amministratori di diritto e di fatto della società, con specifico riferimento alla tenuta della contabilità della società fallita e alla registrazione delle fatture emesse nei confronti dei clienti;

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ESCLUSIONE REATO BANCAROTTA

Quanto alla sentenza di fallimento della società, si ritiene di condividere l’orientamento affermatosi di recente in seno alla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. pen., sez. V, sent. n. 13910 del 22/3/2017) secondo cui la dichiarazione di fallimento, in quanto evento estraneo all’offesa tipica e alla sfera volitiva dell’agente, rappresenta una condizione estrinseca di punibilità: essa impone di sanzionare esclusivamente le condotte debitorie – già di per sé offensive degli interessi dei creditori – cui fa seguito la dichiarazione di fallimento della società, così restringendo l’area del penalmente rilevante in ossequio ai principi già espressi dalla Corte Costituzionale (cfr. C. Cost.. sent. n. 247 del 16/5/1989). Tale opzione ermeneutica appare in linea con quanto affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui la punibilità della condotta di bancarotta – già perfezionatasi – rimane subordinata alla dichiarazione di fallimento, che. consistendo in una pronuncia giudiziaria, si pone come elemento successivo e comunque esterno alla condotta stessa (cfr. Cass. pen., SS. UU., seni. n. 22474 del 31/3/2016).

VICENZA BANCAROTTA documentale – Irregolarità delle scritture obbligatorie

La bancarotta fraudolenta.

Svolta questa breve premessa, occorre soffermarsi sulla prima fattispecie ascritta all’imputata che concerne la bancarotta fraudolenta documentale, avvenuta in epoca precedente alla dichiarazione di fallimento della Or. s.r.l. (c.d. bancarotta prefallimentare) e commessa nella qualità di amministratore unico della società (c.d. bancarottaimpropria)..

Il delitto in contestazione ha natura di reato di pericolo concreto e, pertanto, la condotta tipica deve risultare idonea a mettere in pericolo le aspettative di soddisfacimento delle ragioni creditorie rendendo impossibile ricostruire il patrimonio della società e del suo esatto volume d’affari attraverso il ricorso alle scritture contabili obbligatorie, che rappresentano lo strumento principale attraverso cui si realizza il controllo dei creditori sull’attività della società debitrice.

Le condotte illecite ascritte alla Br. nell’ambito dell’odierno procedimento conseguono alla sua inesatta e distorta percezione della realtà finanziaria ed economica della società, indotta dalla costante ed ingegnosa opera di rassicurazione posta in essere a suo danno da Be.Mi., approfittando della fiducia in lui riposta dalla madre. Pertanto, l’errore sul fatto provocato da Be. esclude la sussistenza del dolo richiesto per la configurazione dei delitti in contestazione, sia sotto il profilo intenzionale sia sotto il profilo eventuale: la volontà del l’imputata, infatti, si è formata sulla base di informazioni inesatte, intenzionalmente preordinate a trarla in inganno, della cui falsità non poteva avvedersi, non avendo motivo di dubitare di quanto compiuto dal figlio Mi.. Essa non può quindi fondare un giudizio di responsabilità penale nei suoi confronti.

In conclusione, alla luce degli elementi fin qui evidenziati, è possibile escludere la sussistenza – dell’elemento soggettivo di tutte le fattispecie in contestazione, da cui discende una pronuncia di assoluzione dell’imputata in ordine a tutti i reati a lei ascritti perché il fatto non costituisce reato.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA

– Sezione Penale –

composto dai Signori:

Dott. Lorenzo Miazzi Presidente

Dott. Filippo Lagrasta Giudice est.

Dott. Veronica Salvadori Giudice

alla pubblica udienza del 18/05/2020

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

(art. 544 3 comma C.P.P.)

nel procedimento a carico di:

BR.IO. nata il (…) a Brogliano (VI), residente a Trissino (VI) via (…) – domicilio eletto c/o studio Avv. St.Be. del Foro di Vicenza;

libera – già presente

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto emesso in data 27/2/2019 dal GUP presso il Tribunale di Vicenza all’esito dell’udienza preliminare, Br.Io. è stata rinviata a giudizio per rispondere dei reati riportati in epigrafe.

All’udienza del 12/6/2019 è stata dichiarata l’assenza dell’imputata. L’istruttoria ha preso avvio alla successiva udienza del 9/12/2019 con l’audizione di Ba.Ma. e di Mi.Al. e con l’acquisizione della documentazione prodotta dal Pubblico Ministero (nello specifico, le dichiarazioni dei redditi presentate dalla Or. s.r.l. per i periodi di imposta 2013 e 2014, la relazione redatta dalla curatrice fallimentare ai sensi dell’art. 33 R.D. n. 267/1942. la visura camerale della società fallita, alcune tabelle riassuntive delle fatture contabilizzate e ulteriore documentazione contabile, tra cui alcune fatture).

L’imputata è comparsa all’udienza del 17/1/2020, rendendo l’esame; alla medesima udienza sono state ascoltate le testimonianze di Br.Al. e Be.Si. e sono state acquisite le visure storiche delle società Go. s.r.l. e GD. s.r.l., una dichiarazione scritta da Be.Mi. e due scritture private da lui stipulate con Fr.Ma., oltre a due fotografie dell’uomo. Dichiarato chiuso il dibattimento, il Pubblico Ministero ha brevemente discusso, concludendo per l’assoluzione dell’imputata.

Successivamente è intervenuta una causa di sospensione del procedimento – e, conseguentemente, del termine di prescrizione dei reati – in ragione del differimento ex lege della sua trattazione a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia da Covid-19, ai sensi degli art. 83, comma I. D.L. 17/3/2020, n. 18 e art. 36 D. L. 8/4/2020, n. 23.

Infine, il procedimento è ripreso all’udienza del 18/5/2020, con la discussione della difesa che ha concluso nei termini indicati in epigrafe; in assenza di repliche, il Tribunale ha pronunciato sentenza dando lettura del dispositivo.

2. PROVE RILEVANTI

Gli eventi che hanno originato le odierne incolpazioni devono essere ricostruiti sulla base:

– della sentenza n. 255/2015 del 22/12/2015 emessa dal Tribunale di Vicenza che attesta l’avvenuto fallimento della Or. s.r.l. e la nomina del curatore fallimentare nella persona di Ba.Ma.;

– della visura storica della Or. s.r.l. da cui emerge il ruolo rivestito dall’odierna imputata nell’ambito dell’organizzazione sociale e le cariche dalla stessa rivestite nel periodo compreso tra la costituzione della società il 28/9/1990 e il suo successivo fallimento, su istanza del creditore Co. s.p.a.;

– della relazione redatta ai sensi dell’art. 33 R.D. n. 267/1942 dal curatore fallimentare della società Ba.Ma., che illustra le vicende e le circostanze che hanno condotto al fallimento della società, individuando il momento in cui ne è emerso il dissesto e mettendo in evidenza i profili di responsabilità attinenti alla condotta degli amministratori di diritto e di fatto della società, con specifico riferimento alla tenuta della contabilità della società fallita e alla registrazione delle fatture emesse nei confronti dei clienti;

– delle affermazioni fatte nel corso del dibattimento da Ba.Ma., che ha riferito degli accertamenti contabili da lei svolti sull’affidabilità delle scritture contabili della società fallita e dei risultati emersi dal raffronto tra quanto in esse rappresentato e quanto appreso dai soggetti che avevano intrattenuto rapporti commerciali con la Or. s.r.l. in particolare negli anni 2013 e 2014;

– delle dichiarazioni rese da Mi.Al., all’epoca dei fatti in servizio presso la Guardia di Finanza di Thiene, da cui è possibile evincere l’esito delle verifiche compiute nei confronti della Or. s.r.l. con riferimento alle fatture registrate nella contabilità aziendale, alle discrepanze tra i dati in esse riportati e quelli acquisiti dai clienti della società nei confronti dei quali erano state emesse, e al conseguente minor importo dell’IVA determinata per gli esercizi 2013 e 2014;

– dalle tabelle riassuntive delle fatture contabilizzate dalla Or. s.r.l. in merito ai rapporti commerciali avuti con Ce.Fr. e Di. s.a.s.. che illustrano analiticamente le incongruenze riscontrate dalla Guardia di Finanza di Thiene e ricostruiscono con precisione il volume d’affari intercorso tra la Or. s.r.l. e i due clienti, evidenziando quale sarebbe stato il valore corretto dell’IVA da corrispondere all’Erario sulla base dei reali importi delle forniture in questione;

– dei redditi presentate dalla Or. s.r.l. per i periodi di imposta 2013 e 2014, dalle quali emerge l’avvenuto utilizzo delle fatture non corrette riportate nella contabilità della società per determinare un valore inferiore dei componenti attivi e, di conseguenza, per evadere PIVA relativa alla differenza così determinata tra il valore reale del volume di affari della società e quello dichiarato;

– delle testimonianze di VVVVVVVche hanno consentito di tratteggiare il ruolo in concreto assunto dall’imputata nell’amministrazione della società fallita, i poteri di fatto affidati a Be.Mi. e le modalità con cui egli si è ingerito direttamente nella gestione società fallita nonché il rapporto di assoluta fiducia che lo legava agli altri famigliaci inseriti nella compagine della Or. s.r.l., in particolare alla madre Br.Io.;

– del documento sottoscritto da Be.Mi. in data 20/2/2017 da cui si evincono le difficoltà che egli ha incontrato nel far fronte ai debiti assunti nei confronti di altri soggetti e il suo diretto coinvolgimento nella causazione del dissesto della società fallita;

– delle dichiarazioni rese da Br.Io. nel corso del proprio esame, dalle quali emerge come la stessa sia stata tratta in errore circa la correttezza di quanto rappresentato nelle scritture

contabili della società e nelle dichiarazioni fiscali presentate dalla Or. s.r.l. per gli anni 2013 e 2014, a causa della falsa rappresentazione della situazione finanziaria della società presentatale da Be.Mi., approfittando della piena fiducia riposta dall’imputata nell’operato del figlio.

3. RICOSTRUZIONE DEL FATTO

La Or. s.r.l. è stata costituita il 28/9/1990, con sede legale in Trissino (VI) e con oggetto sociale la lavorazione ed il commercio di metalli ed oggetti preziosi, di prodotti ed articoli di gioielleria, oreficeria e argenteria.

Il capitale sociale è stato inizialmente ripartito in parti uguali tra Br.Io., Br.Al. (sorella dell’imputata), Bi.Re. e Sc.An.: i quattro soci si erano conosciuti in precedenza, lavorando nell’ambito dell’oreficeria come dipendenti per altre aziende, e hanno deciso di utilizzare l’esperienza ed il know-how maturati nel settore, come conto terzisti. avviando in seguito una propria produzione di oreficeria nel 2005. Successivamente, Bi. e Sc. hanno ceduto le proprie quote a Be.Mi. e Be.Si., figli di Br.Io..

Fin dal principio, l’amministrazione della società è stata affidata ad un amministratore unico, individuato in Br.Io., che ha mantenuto la carica fino alla messa in liquidazione della società, avvenuta il 16/4/2015. Tuttavia, in concreto, la società era gestita da Be.Mi. che. grazie agli studi di ragioneria, forte della fiducia della madre e degli altri soci (che erano impegnati in via esclusiva nella produzione dei prodotti di oreficeria e gioielleria), intratteneva direttamente i rapporti commerciali con tutti i clienti della società e si occupava della fatturazione, della tenuta e della registrazione della contabilità aziendale.

Ad un certo punto, tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, alcuni assegni emessi dalla società in pagamento per alcuni acquisti di metalli preziosi hanno iniziato a tornare indietro protestati, rendendo evidente una situazione finanziaria di grave dissesto (emersa già a partire dal 2012). di cui la Br. e gli altri soci erano rimasti fino ad allora all’oscuro. L’imputata ha perciò deciso di porre la società in liquidazione volontaria ma dopo alcuni mesi, su ricorso della Co. S.p.A. con sentenza n. 255/2015 del 22/12/2015, il Tribunale di Vicenza ha dichiarato il fallimento della Or. s.r.l. e ne ha nominato curatore fallimentare Ba.Ma..

Dall’analisi delle scritture obbligatorie della società, la Ba. ha riscontrato alcune discordanze tra le fatture emesse dalla Or. s.r.l. nei confronti di Di. s.a.s. e quelle riportate nella contabilità aziendale: infatti, a documenti contabili riportanti la medesima numerazione progressiva, non corrispondevano né il nominativo del cliente nei confronti dei quali era intestata la fattura né l’importo complessivo della transazione commerciale. Analoghe discrepanze sono state accertate anche dalla Guardia di Finanza di Thiene che, nel corso della verifica aperta nei confronti della ditta individuale Ce.Fr. (altro cliente della società fallita), ha accertato che non vi era corrispondenza tra quanto rappresentato nella contabilità della Or. s.r.l. e le fatture emesse nei confronti di Ce. e da quest’ultimo esibite.

Sulla base delle diverse informazioni acquisite, la Guardia di Finanza ha compiuto un ricalcolo dei ricavi inerenti alle transazioni commerciali della società fallita, procedendo ad una rettificazione dei dati riportati nei bilanci per gli anni 2013 e 2014 che ha evidenziato una rilevante differenza in termini di IVA dovuta all’Erario: da un raffronto con quanto indicato nelle dichiarazioni dei redditi presentate dalla Or. s.r.l. per gli esercizi in questione, è così risultata un’evasione di imposta per un importo di 80.063,81 Euro per il 2013 e di 274.881,61 Euro per il 2014.

4. LA RESPONSABILITÀ DELL’IMPUTATA

In via preliminare, bisogna evidenziare che la difesa di Br.Io. non contesta la fondatezza delle ipotesi delittuose a lei ascritte, né sotto il profilo della condotta illecita né sotto il profilo della qualifica soggettiva rivestita dall’imputata nell’ambito della Or. S.r.l.. negando tuttavia la sussistenza di ogni profilo di dolo, sia diretto sia eventuale. Anche il Pubblico Ministero, in sede di discussione, ha condiviso l’assunto difensivo, ritenendo che le emergenze raccolte nel corso dell’istruttoria dibattimentale non consentano di affermare oltre ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità dell’imputata, in presenza di univoci elementi di prova circa l’esistenza di un errore sul fatto idoneo ad escludere l’esistenza dell’elemento soggettivo delle fattispecie contestate.

Innanzitutto, risulta è pacifico che Br.Io. ha sempre posseduto una quota di proprietà della società (inizialmente pari al 25% del capitale sociale e, in un secondo momento, pari al 33,33%, a seguito dell’uscita dalla compagine sociale di Bi.Re. e Sc.An.) e ha rivestito, fin dalla costituzione dell’azienda, l’incarico di amministratore unico, mantenendolo fino alla data della messa in liquidazione della società il 16/4/2015: tali circostanze emergono chiaramente dalla visura storica della società e dalla relazione ex art. 33 L. F. redatta dal curatore Ba.Ma., e sono inoltre state confermate direttamente dall’imputata nel corso del proprio esame.

Con riferimento al delitto di bancarotta fraudolenta documentale, risulta integrato l’elemento della successiva dichiarazione di fallimento della Or. s.r.l., comprovato dalla sentenza n. 255/2015 del 22/12/2015 emessa dal Tribunale di Vicenza. Quanto alla sentenza di fallimento della società, si ritiene di condividere l’orientamento affermatosi di recente in seno alla giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass. pen., sez. V, sent. n. 13910 del 22/3/2017) secondo cui la dichiarazione di fallimento, in quanto evento estraneo all’offesa tipica e alla sfera volitiva dell’agente, rappresenta una condizione estrinseca di punibilità: essa impone di sanzionare esclusivamente le condotte debitorie – già di per sé offensive degli interessi dei creditori – cui fa seguito la dichiarazione di fallimento della società, così restringendo l’area del penalmente rilevante in ossequio ai principi già espressi dalla Corte Costituzionale (cfr. C. Cost.. sent. n. 247 del 16/5/1989). Tale opzione ermeneutica appare in linea con quanto affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione, secondo cui la punibilità della condotta di bancarotta – già perfezionatasi – rimane subordinata alla dichiarazione di fallimento, che. consistendo in una pronuncia giudiziaria, si pone come elemento successivo e comunque esterno alla condotta stessa (cfr. Cass. pen., SS. UU., seni. n. 22474 del 31/3/2016).

La bancarotta fraudolenta.

Svolta questa breve premessa, occorre soffermarsi sulla prima fattispecie ascritta all’imputata che concerne la bancarotta fraudolenta documentale, avvenuta in epoca precedente alla dichiarazione di fallimento della Or. s.r.l. (c.d. bancarotta prefallimentare) e commessa nella qualità di amministratore unico della società (c.d. bancarottaimpropria)..

Il delitto in contestazione ha natura di reato di pericolo concreto e, pertanto, la condotta tipica deve risultare idonea a mettere in pericolo le aspettative di soddisfacimento delle ragioni creditorie rendendo impossibile ricostruire il patrimonio della società e del suo esatto volume d’affari attraverso il ricorso alle scritture contabili obbligatorie, che rappresentano lo strumento principale attraverso cui si realizza il controllo dei creditori sull’attività della società debitrice.

La sussistenza dell’elemento materiale risulta accertata sulla base di quanto riferito da Ba.Ma., sia nella propria relazione redatta ex art. 33 L. F. sia in sede di audizione dibattimentale.

Secondo quanto riferito nel corso del suo esame dalla curatrice, i libri contabili e le altre scritture obbligatorie della Or. s.r.l. sono state regolarmente conservate ed aggiornate fino alla data di fallimento: tuttavia, benché una loro analisi formale non permettesse di rilevare alcuna anomalia, il raffronto dei dati in essi rappresentati e quelli riportati nelle fatture emesse e materialmente consegnate ai clienti – con specifico riferimento ai rapporti commerciali con la ditta individuale Ce.Fr. e la Di. s.a.s. – ha fatto emergere una situazione sostanzialmente differente circa il valore delle componenti attive del bilancio per gli anni 2013 e 2014.

In particolare, la curatrice ha evidenziato che le fatture registrate nella contabilità aziendale erano differenti sia per nominativo del cliente, sia per importo fatturato sia per IVA applicata: dalle verifiche compiute dalla Ba. sui mastrini contabili, ad esempio, è emerso che la Di. s.a.s. risultava creditrice della Or. s.r.l. e non. invece, debitrice della stessa, come erroneamente si evinceva dai dati riportati nelle scritture obbligatorie della società.

Di convergente significato sono anche le dichiarazioni fatte da Mi.Al. che ha diffusamente riferito in merito all’attività di verifica fiscale condotta dalla Guardia di Finanza di Thiene sui rapporti commerciali tra Or. s.r.l. e la ditta individuale Ce.Fr.. Stando a quanto affermato dal teste, gli accertamenti in questione sono iniziati nell’ambito di un’attività di controllo del 2016 a carico della società di Ce., nata da un confronto dei dati presenti nello spesometro integrato, che avevano evidenziato delle sensibili incongruenze tra quanto indicato dalle due società relativamente alle annualità 2013 e 2014: Mi. ha spiegato che. in base a quanto riferito da Ce. (che ha trovato puntuale corrispondenza nei dati in possesso dell’amministrazione finanziaria, risultando quindi attendibile), è stato possibile accertare che la società fallita aveva effettuato vendite di materiale orafo a Ce. per un importo assai meno rilevante rispetto a quanto rappresentato nelle proprie scritture contabili e nel proprio bilancio di esercizio.

Le circostanze emerse nel corso dell’audizione di Mi. e della Ba. sono idonee a ritenere inattendibili i dati riportati sia nel libro giornale sia nel registro fatture IVA della Or. s.r.l. e, di conseguenza, sono sufficienti a comprovare la sussistenza dell’elemento materiale della fattispecie in esame, considerato che. in adesione al costante orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, configura un’ipotesi di bancarotta documentale anche la irregolare tenuta delle scritture obbligatorie: tale condotta, infatti, può essere ricondotta a quella specificata dalla norma incriminatrice con riguardo alla tenuta della contabilità “in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari”. In proposito, merita di essere precisato che ai fini dell’oggetto materiale della condotta illecita in parola rilevano non soltanto i libri contabili obbligatori – come nelle ipotesi di bancarotta semplice documentale – ma anche qualsiasi documento contabile relativo alla vita dell’impresa – ivi comprese le fatture di acquisto e di vendita – che consenta ai creditori di conoscere i tratti della sua gestione e sia perciò loro utile a esercitare il proprio controllo su di essa (cfr. Cass. pen., sez. 5, sent. n. 44886 del 9/11/2015).

Inoltre, per l’integrazione del reato non è necessario che non sia stato possibile ricostruire il patrimonio della società fallita facendo ricorso alle scritture contabili, essendo sufficiente che la condotta illecita contestata abbia ostacolato gli accertamenti da parte degli organi fallimentari, comportando difficoltà maggiori superabili solo con particolare diligenza (cfr. Cass. pen., sez. V, sent. n. 45174 del 11/11/2015).

I reati fiscali.

Quanto ai delitti di cui agli artt. 3 e 10 D. Lgs. n. 74/2000, la prova dell’elemento materiale delle fattispecie contestate si rinviene nelle testimonianze già richiamate di Mi. e della Ba. nonché nella documentazione acquisita, in particolare nelle tabelle che ricostruiscono il reale volume di affari generato dalla Or. s.r.l. e nelle dichiarazioni dei redditi che attestano il valore dell’IVA corrisposta all’Erario dalla società per gli anni 2013 e 2014.

Come già posto in rilievo, secondo quello che hanno riferito i due testimoni, nella contabilità della società fallita sono stati inseriti dei dati (almeno parzialmente) diversi rispetto alle fatture emesse nei confronti di alcuni clienti e a questi ultimi consegnate: tuttavia, all’interno della documentazione consegnata alla curatrice fallimentare, non sono stati rinvenuti gli originali dei documenti relativi alle operazioni in questione, riportanti i dati corrispondenti a quelli inseriti dai singoli clienti della società nella propria contabilità, in particolare con riferimento alle transazioni commerciali concluse con la ditta individuale Ce.Fr. e con la Di. s.a.s.

Ebbene, l’omessa consegna di tale documentazione da parte dell’imputata – nella sua qualità di amministratrice unica della Or. s.r.l. – è sufficiente ad integrare il reato di cui all’art. 10, D. Lgs. n. 74/2000, per la cui configurabilità è necessario l’occultamento ovvero la distruzione dei documenti contabili la cui istituzione e tenuta è obbligatoria per legge, elemento ulteriore rispetto al mero comportamento omissivo rappresentato dall’omessa tenuta delle scritture contabili (così Cass. pen., Sez. 5, sent. n. 35591 del 20/6/2017 e Cass. pen., Sez. 3, sent. n. 19106 del 2/3/2016). Nel caso di specie, la prova della condotta illecita ben può essere desunta dal recupero da parte della Guardia di Finanza di Thiene delle fatture emesse dalla società fallita nei confronti di alcuni clienti (nello specifico, della Di. s.a.s., della ditta individuale Ce.Fr., della ditta individuale Or.An. e della Le. s.r.l.): la presenza di tale documentazione contabile – di cui ha riferito Mi. e di cui si dà sinteticamente atto nelle tabelle riassuntive elaborate dalla Guardia di Finanza in sede di verifica – esclude l’omessa tenuta delle fatture da parte della Or. S.r.l..

La conservazione delle fatture è imposta, ai fini fiscali, dagli artt. 39, comma terzo, D.P.R. n. 633 del 1972, e 22, D.P.R. n. 600 del 1973, oltre che, a fini civilistici, dall’art. 2214. comma

2. c.c. È altrettanto noto che la fattura deve essere emessa in duplice esemplare di cui uno è consegnato dall’emittente all’altra parte (art. 21, comma 4, D.P.R. n. 633/1972). Risponde, dunque, a canoni di logica desumere dal rinvenimento delle fatture presso i clienti la prova del fatto che di quei documenti esistesse fisicamente una copia presso il soggetto che l’ha emessa; di conseguenza, può ragionevolmente desumersi dal mancato rinvenimento di tale copia presso la società fallita la dimostrazione della sua distruzione ovvero del suo occultamento, addebitale all’imputata su cui. in ragione del suo ruolo di amministratore unico, gravava l’obbligo di conservarla (cfr. Cass. pen., sez. 3, sent. n. 41683 del 2/3/2018).

Il reato contestato alla Br. è punito a prescindere dall’entità del l’imposta evasa, e non potrebbe essere altrimenti visto che elemento costitutivo della fattispecie è proprio l’impossibilità di ricostruire il reddito o il volume d’affari della società derivante dalla distruzione o dall’occultamento dei documenti contabili ad essa relativi. In proposito, vale la pena di precisare che, come osservato dalla giurisprudenza di legittimità, tale impossibilità non deve essere intesa in senso assoluto: essa sussiste anche quando è necessario procedere all’acquisizione presso terzi della documentazione mancante o quando a tale ricostruzione si possa pervenire aliunde, come avvenuto nel caso di specie attraverso il ricorso allo strumento dello spessometro integrato e agli approfondimenti della Guardia di Finanza di Thiene (cfr. Cass. pen., sez. 3, sent. n. 36624 del 18/7/2012 e Cass. pen., sez. 3, sent. n. 39711 del 4/6/2009).

Venendo alle ipotesi delittuose di cui aH’art. 3 D. Lgs. n. 74/2000, sulla base della ricostruzione operata da Mi. risulta dimostrato l’inserimento nelle dichiarazioni dei redditi per gli esercizi 2013 e 2014 di elementi attivi (sensibilmente) non corrispondenti al vero, relativamente ai ricavi ottenuti dalla Or. S.r.l..

Secondo quanto riferito dal teste, la differenza riscontrata tra i valori riportati nelle dichiarazioni in questione (acquisite agli atti) e quelli calcolati dalla Guardia di Finanza sulla base dei dati delle fatture di vendita rinvenute presso la Di. S.a.s. e la ditta individuale Ce.Fr., corrisponde ad oltre il 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi; inoltre, l’utilizzo di tali dati non corrispondenti al vero ha determinato una evasione dell’IVA relativa alle operazioni commerciali in questione – trattandosi di operazioni in cui PIVA viene addebitata a titolo di rivalsa sull’acquirente – per un importo complessivo, superiore alla soglia di punibilità prevista dalla norma incriminatrice, pari a 80.063,81 Euro per il 2013 e a 274.881,61 Euro per il 2014. Queste circostanze risultano avvalorate dal confronto tra i valori riportati nelle tabelle riassuntive elaborate dalla Guardia di Finanza di Thiene e quelli inseriti nelle dichiarazioni dei redditi della società, e sono altresì confermate dalle dichiarazioni della curatrice fallimentare, che ha riferito in merito all’indicazione da parte della Or. s.r.l. di elementi attivi inferiori a quelli reali.

La sussistenza dell’elemento soggettivo

Nel corso del proprio esame, Br.Io. ha riconosciuto che, pur essendo formalmente investita della carica di amministratrice unica della società fallita fin dalla sua costituzione, ad occuparsi interamente della gestione della Or. s.r.l. era suo figlio Be.Mi. che, essendo ragioniere, seguiva in prima persona i rapporti con i fornitori e i clienti, la fatturazione degli acquisti e delle vendite di gioielleria e metalli preziosi nonché la tenuta e la registrazione della contabilità aziendale: la donna – il cui titolo di studio si ferma alla quinta elementare – ha spiegato di aver sempre riposto assoluta fiducia nell’operato del figlio, con cui aveva un rapporto di confidenza e di stima, al punto da non aver mai sentito la necessità di nominarlo amministratore della società al suo posto benché, di fatto, si limitasse a ratificarne le decisioni di gestione.

L’imputata ha precisato di aver comunque sempre esercitato un controllo sui documenti che il figlio le sottoponeva alla firma quale amministratrice della società, ma cionondimeno ha ammesso di non aver mai riscontrato alcuna irregolarità né incongruenza nei dati riportati nei bilanci della società – e nelle dichiarazioni fiscali da lei sottoscritte per conto della Or. s.r.l. – in quanto corrispondevano pienamente alla situazione economica e finanziaria che Mi. le descriveva, nel corso dei frequenti confronti che aveva con lui in merito alla direzione dell’azienda. In tali occasioni, Mi. appariva tranquillo e la rassicurava dicendole che tutto andava bene.

rappresentandole ricavi incoraggianti e un buon risultato economico, conseguito dalla società.

Stando a quanto raccontato dalla Br., la diversa situazione di grave dissesto in cui si trovava invece la società le è divenuta evidente soltanto quando, nel gennaio 2015. gli assegni emessi dalla Or. s.r.l. in pagamento degli acquisti fatti dai propri fornitori hanno iniziato ad essere protestati per carenza di liquidità: in quell’occasione, completamente sorpresa della ragione degli insoluti, aveva chiesto spiegazioni a Mi. – che gestiva all’epoca anche altre due società, la Go. s.r.l. e la GD. s.r.l. – il quale, dopo grandi insistenze, le aveva confessato di trovarsi in una situazione di grande difficoltà economica, alludendo al fatto di essersi fortemente indebitato con alcuni soggetti che gli avevano prestato denaro a tassi usurai e ai quali doveva moltissimi soldi.

In seguito a questo colloquio, la situazione è velocemente precipitata: all’epoca, infatti, la Or. s.r.l. aveva un’apprezzabile esposizione debitoria con alcuni istituti di credito che. una volta appresa la notizia del dissesto, hanno revocato i fidi concessi in precedenza ed esercitato le fideiussioni prestate a loro favore dall’imputata e dalla sorella Al., con la conseguenza di metterle sul lastrico. Inoltre, a seguito della messa in liquidazione della società e della successiva dichiarazione del suo fallimento, l’imputata ha appreso anche che il quantitativo d’oro avuto in prestito d’uso dalla società per le proprie lavorazioni – circa 9/10 kg – era sparito.

Dalla ricostruzione fornita dalla Br., quindi, emerge chiaramente che la donna ha effettivamente svolto un controllo e una verifica circa la correttezza dei dati delle fatture inserite nella contabilità sociale, nei bilanci e nelle dichiarazioni fiscali della Or. s.r.l.; tuttavia, la correttezza formale della documentazione e la sua congruenza rispetto alla ingannevole e rassicurante rappresentazione delle condizioni dell’azienda fornitale dal figlio Mi. (che di fatto amministrava la società), non le ha permesso di avvedersi della reale situazione di crisi in cui si trovava la Or. s.r.l. e, di conseguenza, della falsità dei dati utilizzati per nasconderla contabilmente.

La versione fornita dall’imputata è risultata precisa, intrinsecamente coerente e sincera, non apparendo per nulla influenzata dalla volontà di ridimensionare le proprie responsabilità ma anzi, al contrario, animata da un sentimento di autocolpevolizzazione, dovuto al rimorso per non essere. stata capace di impedire quanto accaduto (infatti, a seguito dell’emersione della crisi della società. Mi.Be. si è tolto la vita, lanciandosi nel vuoto da un viadotto stradale il 28/8/2017 e la famiglia dell’imputata ha perso ogni proprietà, per far fronte alle fideiussioni prestate alle banche).

Sul punto, le dichiarazioni dell’imputata meritano piena attendibilità in quanto risultano suffragate da plurimi elementi probatori raccolti nel corso dell’istruttoria.

Innanzitutto, ad illustrare il ruolo esercitato in via di fatto da Be.Mi. nella gestione dell’azienda, è stata la curatrice fallimentare Ba. che si è riferita a lui come ad un vero

factotum della società, spiegando che, in occasione dei colloqui svoltisi nel corso della procedura fallimentare con i creditori della Or. s.r.l. in vista dell’elaborazione dello stato passivo, tutti avevano dichiarato di aver intrattenuto ogni rapporto commerciale direttamente con Be..

Nello stesso senso, anche Be.Si. e Br.Al. hanno dichiarato che era Mi. ad aver assunto la gestione della società, fin dal 2005, occupandosi personalmente della gestione dei clienti e dei fornitori, dei rapporti con gli istituti di credito (avendo altresì la delega ad operare direttamente sui conti intestati alla Or. s.r.l. e a sottoscrivere assegni), oltre che della parte amministrativa.

Inoltre, entrambi hanno ricordato che la notizia circa la reale situazione della società era arrivata all’improvviso, nel 2015, dopo che alcuni assegni erano ritornati non pagati: fino ad allora, nessuno di loro – né il fratello Simone che lavorava all’interno dell’azienda né la zia Al. clic materialmente effettuava le registrazioni contabili per conto della società – si erano accorti delle difficoltà economiche in cui versava la Or. S.r.l..

Particolarmente significativa è risultata la testimonianza di Br.Al. che, essendosi occupata direttamente di registrare contabilmente le fatture della società che Be. le presentava, ha spiegato che le discrepanze rispetto alle fatture emesse nei confronti dei clienti erano emerse soltanto molto tempo dopo il fallimento, quando la curatrice l’aveva messa al corrente del fatto che non c’era corrispondenza tra quanto riportato nelle scritture obbligatorie della Or. s.r.l. e quanto accertato in sede di verifica della Guardia di Finanza di Thiene. Come già evidenziato dalla Ba., anche Al. ha spiegato che non era possibile avvedersi facilmente della falsità dei dati riportati nella contabilità aziendale, perché formalmente i numeri apparivano del tutto congrui rispetto all’attività svolta dalla società (rectius, al volume di affari che Be. faceva risultare) e corrispondevano alle false fatture di vendita presentate da Be..

Quanto alle costanti rassicurazioni circa il buon andamento della società fornite da Be.Mi., alla madre Iole e agli altri familiari coinvolti nell’azienda, sia Br.Al. sia Be.Si. hanno confermato che l’uomo ripeteva di continuo che le cose andavano bene, che la produzione dell’azienda era apprezzata dal mercato e si vendeva: anche quando gli assegni – erano stati protestati e la gravità della situazione aveva iniziato a venire a galla. Mi. aveva continuato a tranquillizzare tutti, convinto di riuscire a pagare i debiti con i fornitori e a risolvere I la crisi.

Il quadro che emerge dalle due deposizioni è assolutamente coerente con quanto riferito dall’imputata ed è chiaro nell’identificare in Be.Mi. non solo il vero amministratore della società – al di là della formalizzazione di tale ruolo, cui non si è mai dato seguito, visti i rapporti personali che legavano tutti i soggetti che partecipavano alla vita della società – ma anche il responsabile del ritardo con cui si è presa cognizione delle difficoltà economiche della società:

dalle dichiarazioni dei due testi risulta, infatti, che egli ha occultato sistematicamente la reale condizione finanziaria della Or. s.r.l., mascherandola contabilmente attraverso il ricorso a documenti falsi (l’esemplare delle fatture di vendita presentato alla zia Al. per la registrazione contabile, completamente diverso per importi e nominativo degli intestatari rispetto a quello autentico consegnato ai clienti), così da tranquillizzare i propri familiari, verosimilmente nell’illusoria convinzione di riuscire a risollevare le sorti della società prima che la verità diventasse nota a tutti.

L’accuratezza e la sistematicità con cui Be.Mi. ha costruito le proprie falsità sono state senz’altro idonee a trarre in inganno l’imputata circa lo stato di salute dell’azienda e la bontà della documentazione che il figlio sottoponeva al suo esame e alla sua firma, quale amministratrice unica della Or. s.r.l.: in tal senso, deve essere apprezzato altresì il forte legame affettivo e di fiducia che la univa a Mi. e che ha senz’altro generato nella Br. un affidamento particolarmente forte nella correttezza dell’operato del figlio. La conseguenza evidente di tale azione ingannatoria – realizzatasi, in particolare, attraverso l’utilizzo di documentazione contabile artificiosamente alterata – è stata quella di indurre in errore l’odierna imputata (e gli altri familiari) sulla veridicità dei fatti rappresentati nelle scritture contabili della società e sulla correttezza dei dati in esse riportati.

Le condotte illecite ascritte alla Br. nell’ambito dell’odierno procedimento conseguono alla sua inesatta e distorta percezione della realtà finanziaria ed economica della società, indotta dalla costante ed ingegnosa opera di rassicurazione posta in essere a suo danno da Be.Mi., approfittando della fiducia in lui riposta dalla madre. Pertanto, l’errore sul fatto provocato da Be. esclude la sussistenza del dolo richiesto per la configurazione dei delitti in contestazione, sia sotto il profilo intenzionale sia sotto il profilo eventuale: la volontà del l’imputata, infatti, si è formata sulla base di informazioni inesatte, intenzionalmente preordinate a trarla in inganno, della cui falsità non poteva avvedersi, non avendo motivo di dubitare di quanto compiuto dal figlio Mi.. Essa non può quindi fondare un giudizio di responsabilità penale nei suoi confronti.

In conclusione, alla luce degli elementi fin qui evidenziati, è possibile escludere la sussistenza – dell’elemento soggettivo di tutte le fattispecie in contestazione, da cui discende una pronuncia di assoluzione dell’imputata in ordine a tutti i reati a lei ascritti perché il fatto non costituisce reato.

In ragione del carico del ruolo collegiale, il deposito dei motivi della decisione è stato riservato al novantesimo giorno.

P.Q.M.

Visto l’art. 530 c.p.p.

assolve Br.Io. dai reati ascritti perché il fatto non costituisce reato. Termine di giorni 90 per il deposito della sentenza.

Così deciso in Vicenza il 18 maggio 2020.

Depositata in Cancelleria il 10 agosto 2020.

PENALE MILITARE AVVOCATO ESPERTO: INSUBORDINAZIONE REATO

PENALE MILITARE AVVOCATO ESPERTO: INSUBORDINAZIONE REATO

reato di insubordinazione con ingiuria continuata e aggravata (art. 189 c.p.m.p., comma 2 e art. 47 c.p.m.p., n. 2),

PENALE MILITARE AVVOCATO ESPERTO: INSUBORDINAZIONE REATO

reato di disobbedienza aggravata (art. 173 c.p.m.p., art. 47 c.p.m.p., n. 2),

CASSAZIONE ANNULLA CONDANNA

Non è, dunque, in discussione che, nel reato militare di insubordinazione con ingiuria, integra l’offesa all’onore e al prestigio ogni atto o parola di disprezzo verso il superiore nonchè l’uso di tono arrogante, perchè si tratta di comportamenti contrari alle esigenze della disciplina militare per la quale il soggetto di grado più elevato deve essere tutelato, non solo nell’espressione della sua personalità umana, ma anche nell’ascendente morale di cui ha bisogno per un degno esercizio dell’autorità del grado e della funzione di comando, dovendo considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla Costituzione (Sez. 1, n. 3971 del 28/11/2013, dep. 2014, De Chiara, Rv. 259013; Sez. 1, n. 7957 del 20/12/2006, dep. 2007, Frantuma, Rv. 236355).

E’, però, altrettanto chiaro che la condotta di insubordinazione deve inserirsi in un rapporto di effettiva – e non solo pretesa – subordinazione gerarchica, mentre, nel caso scrutinato, in relazione all’oggetto del contrasto fra il superiore e il subordinato, non è stato chiarito in modo adeguato – ciò che era invece necessario al fine di apprezzare la natura delle condotte contestate – il contesto, se attinente al rapporto di dipendenza funzionale del militare con l’autorità giudiziaria, oppure se riferibile anche al rapporto gerarchico, in cui F. ha tenuto le condotte stesse.

PENALE MILITARE AVVOCATO ESPERTO: INSUBORDINAZIONE REATO

Cassazione Penale

sez. I

Sentenza 18/07/2019, n. 31829

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI TOMASSI Maria Stefania – Presidente –

Dott. SIANI Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. CAPPUCCIO Daniele – Consigliere –

Dott. CAIRO Antonio – Consigliere –

Dott. RENOLDI Carlo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

F.A., nato a (OMISSIS);

avversolalentenza del 11/04/2018 della CORTE MILITARE APPELLO di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. VINCENZO SIANI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Procuratore Dr. FLAMINI Luigi Maria, che ha concluso chiedendo quanto segue:

Il P.G.M. conclude chiedendo il rigetto del ricorso.

udito il difensore l’avvocato RADICATI SANDRO si riporta al ricorso e ne chiede l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza in epigrafe, emessa il 24 ottobre – 29 novembre 2017, il Tribunale militare di Verona aveva giudicato F.A., Maresciallo Capo dei Carabinieri, in ordine ai seguenti reati:

– reato di insubordinazione con ingiuria continuata e aggravata (art. 189 c.p.m.p., comma 2 e art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella funzione di Comandante della Stazione Carabinieri di (OMISSIS), con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, offendeva il prestigio, l’onore e la dignità del Comandante della Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), Capitano Q.H.G., ponendo in essere le condotte elencate in rubrica, come da sette successivi alinea, contestate come atti di disprezzo della sua persona e della sua autorità, con l’aggravante di essere investito di un comando;

– reato di disobbedienza aggravata (art. 173 c.p.m.p., art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella suddetta qualità, espressamente rifiutava o ometteva di obbedire all’ordine di servizio di firmare per presa visione il provvedimento di avvio del procedimento disciplinare, oggetto di ripetute e inequivoche richieste del Capitano Q., fino al rifiuto formalizzato in apposito verbale; con l’aggravante suindicata;

fatti commessi in (OMISSIS) e (OMISSIS), agli inizi di (OMISSIS).

Il Tribunale aveva ritenuto F. responsabile dei reati a lui ascritti, riuniti in continuazione, e lo aveva condannato alla pena di anni uno di reclusione militare, con sospensione condizionale della pena stessa e non menzione.

Impugnata la decisione dall’imputato, la Corte di appello militare, con sentenza resa in data 11 aprile – 15 maggio 2018, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha assolto F. dal reato di insubordinazione continuata e aggravata – con riferimento agli episodi indicati al primo, secondo, terzo, limitatamente alla prima delle condotte descritte, quarto, quinto e sesto alinea – nonchè dal reato di disobbedienza aggravata, perchè il fatto non sussiste, e, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche prevalenti (sull’aggravante contestata e ritenuta), ha ridotto la pena inflittagli a quella di mesi cinque di reclusione militare, confermando nel resto.

All’esito del vaglio dei giudici di appello, sono state ritenute penalmente rilevanti le seguenti due condotte integrate da F.:

– dopo avere ostacolato il colloquio fra il Cap. Q. e il Brig. R., quando era stato richiesto dall’ufficiale di allontanarsi per potergli consentire di parlare con l’altro militare, aveva replicato al Cap. Q. che doveva essere lui a uscire perchè quello era il suo ufficio: “No, l’ufficio è mio, esca lei”;

– aveva rispedito al Cap. Q. in busta chiusa – per dimostrare di non volerne prendere visione – una missiva contenuta in un plico sigillato che il superiore gli aveva inviato, poi risultato essere un provvedimento di “esortazione ad un più diligente e corretto assolvimento dei compiti di comando riferiti al settore della Polizia Giudiziaria”.

2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso il difensore di F. chiedendone l’annullamento e affidando l’impugnazione a un unico, articolato motivo con cui lamenta violazione dell’art. 81 c.p., art. 189 c.p.m.p., comma 2, art. 47 c.p.m.p., n. 2, in ordine all’erronea interpretazione dei presupposti applicativi delle norme stesse, art. 42 c.p., in riferimento all’accertamento dell’elemento psicologico del reato, e art. 25 Cost., comma 2, per la mancata osservanza del principio di offensività.

Secondo il ricorrente, considerate le residue condotte ascrittegli come reato di insubordinazione con ingiuria, doveva trarsi la conclusione che i giudici di secondo grado, pur dopo aver largamente rimaneggiato il fatto ritenuto penalmente rilevante, avevano erroneamente assunto un ruolo improprio nel configurare come reato le condotte residue.

2.1. In riferimento alla condotta consistita nell’aver risposto all’ufficiale che lo aveva invitato a uscire dal suo ufficio – che invece doveva uscire lui perchè quello era il suo ufficio, era, per il ricorrente, da escludere la valenza offensiva della condotta, perchè era ben possibile che la risposta di F. fosse intesa ad accentuare lo sfogo contro quella che veniva da lui vissuta come una coartazione illegittima, nel contrasto di natura funzionale insorto con il superiore gerarchico in ordine alle indagini di polizia giudiziaria, con conseguente esclusione dell’elemento soggettivo, e perchè la risposta stessa non sembrava aver infranto la soglia del penalmente rilevante, non intravvedendosi in essa alcuna valenza offensiva, bensì una mera rimostranza e l’esercizio del diritto di critica da parte del sottufficiale; quest’ultimo non aveva fatto altro che manifestare in quella forma il suo dissenso rispetto alla posizione autoritaria assunta dall’ufficiale.

Pertanto – argomenta la difesa – i giudici di appello hanno errato nell’attribuire una carica offensiva e denigratoria alla mera rimostranza esternata dal sottufficiale, posto che la norma incriminatrice punisce condotte materiali di natura offensiva, non la mera disobbedienza, che non determina il travalicamento della soglia del penalmente punibile: in questo senso, la Corte militare di appello ha omesso di contestualizzare la condotta messa in essere da F., da valutarsi invece in stretta relazione con le indiscriminate pressioni legate ai continui interventi del superiore gerarchico nell’attività propria della sfera del militare subordinato.

2.2. Con riguardo, poi, alla condotta inerente al fatto di aver rispedito in busta chiusa, per dimostrare di non volerne prendere visione, una missiva contenente un plico sigillato che il superiore gli aveva inviato, poi risultato contenere un provvedimento di esortazione a un più diligente e corretto assolvimento dei compiti di comando riferiti al settore della polizia giudiziaria, secondo il ricorrente, i giudici di appello non hanno svolto un’analisi adeguata circa l’esistenza del dolo generico richiesto per l’integrazione del reato.

La Corte di appello militare ha sostenuto che le modalità dell’azione e la pubblicità degli strumenti utilizzati erano, da soli, tali da concretizzarsi nel chiaro disprezzo nei confronti del superiore procurandogli l’inaccettabile umiliazione di dover subire la restituzione di atti costituenti legittimo esercizio delle sue prerogative di comando, con conseguente mortificazione della sua dignità personale e indebolimento del proprio prestigio, ma – obietta la difesa- queste osservazioni si rivelano inconsistenti, quanto a dimostrazione del carattere offensivo del comportamento dell’imputato, perchè non tengono conto di un punto assolutamente centrale: il plico era formato da una busta gialla dal contenuto sconosciuto al mittente che aveva potuto scorgere soltanto l’indicazione generica riferita alla Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), senza alcuna indicazione della persona del Cap. Q..

Pertanto, sottolinea il ricorrente, questa situazione avrebbe dovuto essere valutata, non in astratto, ma in concreto, con riferimento a tutte le circostanze emergenti dagli atti, quali la personalità dell’agente, i suoi rapporti con la persona offesa, le ragioni che avevano indotto all’uso di determinate espressioni e a tutto il contesto ambientale; nè è stato operato un giudizio congruo circa l’effettiva offensività del comportamento ascritto, dal momento che la condotta dell’agente, per essere effettivamente antigiuridica, avrebbe dovuto investire concretamente la qualità della persona, la sfera dei suoi sentimenti e affetti, la sua personalità individuale: pertanto, non sussisteva nella condotta dell’imputato alcun riferimento offensivo all’onorabilità individuale del superiore, senza dire che non ogni condotta censurabile sul piano disciplinare poteva ricondursi anche alla norma penale incriminatrice dei delitto di ingiuria.

Oltre a ciò – segnala il ricorrente – la Corte di appello militare avrebbe dovuto considerare l’occasionalità della condotta serbata dall’imputato, fattore che, insieme agli altri, farebbe propendere per la carenza della necessaria idoneità a offendere e, quindi, per la mancata integrazione dell’elemento oggettivo del contestato reato di insubordinazione con ingiuria, dati i forti dubbi sul fatto che l’imputato fosse consapevole della contestata condotta.

3. Il Procuratore generale ha prospettato il rigetto dell’impugnazione, non potendo ritenersi fondata la complessiva doglianza prospettata dal ricorrente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è, per quanto di ragione, fondato, atteso che la motivazione posta a base della sentenza impugnata non appare adeguata al fine di sorreggere il giudizio di colpevolezza dell’imputato per le due residue condotte, imputategli ai sensi dell’art. 189 c.p.m.p. come altrettanti atti di insubordinazione aggravata, in relazione all’esigenza – rilevante per l’enucleazione e la valutazione del corrispondente profilo di responsabilità penale – di verifica approfondita della sussistenza o meno e, in caso affermativo, della rilevanza dell’interferenza fra gli episodi incriminati e lo svolgimento da parte del militare subordinato di indagini di polizia giudiziaria a lui direttamente demandate dall’autorità giudiziaria.

2. Giova puntualizzare che la Corte di appello militare, mentre ha considerato gli altri episodi non tali da integrare il delitto di insubordinazione con ingiuria e il delitto di disobbedienza aggravata, ha spiegato che, per contro, nei due episodi sopra descritti, la soglia del penalmente rilevante era stata consapevolmente varcata dall’imputato.

Nel primo, di fronte all’esplicita richiesta avanzata dal superiore, F. aveva dato una risposta tale da determinare un’evidente lesione della sfera morale e del prestigio professionale dell’ufficiale – per un surplus di disvalore collegato alla corrispondente carica offensiva e denigratoria, oltre che umiliante e mortificatrice – con la conseguenza che questi sarebbe stato costretto ad allontanarsi dall’ufficio dell’imputato per portare a termine il colloquio di servizio con il Brig. R..

Nel secondo, il gesto di restituire al superiore, tramite posta interna, sia la riservata personale, sia la comunicazione di avvio del procedimento disciplinare, aveva integrato quel profilo di ulteriore offesa della dignità e del prestigio dell’ufficiale, profilo – punito dalla norma contestata – reso evidente dalla gratuità assoluta del gesto e dalla pubblicità dello stesso correlata al mezzo di trasmissione prescelto per la restituzione del documento: elementi che, nella valutazione dei giudici di appello, attribuiscono al comportamento di F. una valenza e una connotazione di chiaro disprezzo nei confronti del superiore, con la volontà di procurargli l’inaccettabile umiliazione di essere costretto a subire la restituzione di atti costituenti il legittimo esercizio delle sue prerogative di comando.

2.1. I giudici di appello hanno anche constatato che il contrasto fra il cap. Q. e il mar. F. si era manifestato a seguito delle ripetute richieste rivolte dal superiore al subordinato, sia presso il Comando della Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), sia presso la Stazione dei Carabinieri di (OMISSIS), di fornire chiarimenti sul tema della conduzione da parte del secondo di determinate indagini di polizia giudiziaria, intendendo F. scegliere in modo autonomo le modalità di svolgimento di quel determinato settore dei propri compiti, intendendo invece Q. salvaguardare il suo potere-dovere di impartire e veder osservate, nell’ambito del rapporto gerarchico, le corrispondenti direttive nonchè di veder rispettati i suoi ordini.

In particolare, si dà atto nelle decisioni di merito che F. non aveva inteso deflettere dal compimento dell’indagine già intrapresa e riteneva di non doversi coordinare, per quelle attività di polizia giudiziaria, con i colleghi della Stazione di (OMISSIS), che invece Q. considerava essere competenti per territorio, per cui aveva ripetutamente dato indicazioni nel relativo senso. Era stato proprio il contrasto su questo argomento che aveva determinato la frattura nei rapporti fra i due militari, avendo Q. richiesto al sottoposto delucidazioni sull’attività svolta ed avendo invece F. risposto in modo del tutto oppositivo, anche con il comportamento e con gli atti oggetto di contestazione.

2.2. Tale essendo la scaturigine del contrasto su cui si sono innestate le due condotte incriminate, si profilava – per la verifica inerente alla potenzialità offensiva e ingiuriosa delle condotte, nel più ampio ambito del relativo accertamento, dato che tale potenzialità è contestata dal ricorrente anche sotto il profilo dell’ontologico significato dei rispettivi tratti fattuali – di indubbio rilievo il completo accertamento, nell’ambito dell’emerso contrasto, della natura dell’intervento del superiore gerarchico onde stabilire se esso fosse stato ispirato dalla volontà di compiere un – possibile e, se del caso, doveroso – atto di coordinamento amministrativo fra le unità dipendenti al fine dell’ottimale organizzazione del servizio, oppure se esso si fosse mosso nel senso di interloquire nella dialettica inquirente nell’ambito della quale F. stava effettuando determinate indagini di polizia giudiziaria.

Se lo scenario effettivo dovesse essere quello lumeggiato nel secondo dei casi prospettati, nemmeno sarebbe emerso a quale titolo il superiore intendesse introdursi nel rapporto di dipendenza funzionale, intercorrente in via diretta tra il mar. F. e l’autorità giudiziaria che gli aveva demandato l’espletamento del relativo compito.

Il tema, di sicura importanza, è stato sovente affrontato anche dall’elaborazione svolta dalla giurisprudenza costituzionale quando ha saggiato la conformità di diverse norme con l’art. 109 Cost.: tale disposizione stabilisce che l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria e, così, esprime il preciso, non equivocabile, significato di scolpire i due termini del rapporto di dipendenza funzionale, con riferimento all’autorità giudiziaria e alla polizia giudiziaria, in modo da escludere interferenze di altri poteri nella conduzione delle indagini, pur quando tali poteri promanino dalla medesima scala gerarchica dell’operatore di polizia incaricato della conduzione delle indagini: è proprio in virtù di questa salvaguardia assicurata dalla Carta fondamentale alla dipendenza funzionale che la direzione delle indagini risulta effettivamente riservata all’autonoma iniziativa e determinazione dell’autorità giudiziaria medesima.

Si è, sul punto, sottolineato che il rapporto di dipendenza funzionale non determina, a sua volta, una compressione dell’organico rapporto di dipendenza gerarchica, al pari delle sue articolazioni di ordine anche disciplinare, della polizia giudiziaria nei confronti del potere esecutivo e all’interno di essa, ma non tollera che – foss’anche per comprensibili esigenze di natura informativa ed organizzativa – nella dialettica propria del rapporto gerarchico si sviluppino forme di coordinamento investigativo alternative a quello condotto dalla competente autorità giudiziaria.

In tal senso deve essere sempre evitato il pericolo che ne risultino interferenze nella diretta conduzione delle indagini riservata all’autorità giudiziaria e che si determini una violazione o anche un’elusione di quello che, a giusta ragione, viene definito il “delicato equilibrio scolpito nella disposizione costituzionale in questione” (v. in questa precisa direzione Corte Cost., sent. n. 229 del 2018, la quale ha dichiarato che non spettava al Governo della Repubblica adottare il D.Lgs. n. 177 del 2016, art. 18, comma 5, 19 agosto 2016, n. 177, recante “Disposizioni in materia di razionalizzazione delle funzioni di polizia e assorbimento del Corpo forestale dello Stato”, nella parte in cui prevede che entro il termine ivi stabilito “al fine di rafforzare gli interventi di razionalizzazione volti ad evitare duplicazioni e sovrapposizioni, anche mediante un efficace e omogeneo coordinamento informativo, il capo della polizia-direttore generale della pubblica sicurezza e i vertici delle altre Forze di polizia adottano apposite istruzioni attraverso cui i responsabili di ciascun presidio di polizia interessato trasmettono alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme c.p.p.”, e ha conseguentemente annullato tale disposizione nella parte indicata).

2.3. Posto quanto precede, si rileva che la sentenza impugnata, pur avendo svolto diffuse considerazioni sull’offensività delle due condotte sopra indicate, ha concluso – al di là del rilievo disciplinare annesso alle condotte stesse – per la valenza ingiuriosa di esse, analizzando il contegno del subordinato senza, tuttavia, effettuare una compiuta disamina dell’ambito nel quale il contrasto fra i due militari era insorto.

Essendo il comportamento dell’imputato afferente al suo modo di svolgere le indagini di polizia giudiziaria, era infatti necessario approfondire se l’intervento del superiore si fosse risolto, in relazione a ciascuna delle circostanze di fatto prese in considerazione, nella trattazione di aspetti relativi al solo rapporto gerarchico, sotto il profilo degli atti di coordinamento interno di natura amministrativa, compatibili con le deleghe ricevute dall’autorità giudiziaria, oppure se esso avesse attinto la sfera della dipendenza funzionale, con questa – imponendo – tra l’altro – forme di coordinamento investigativo alternative e inconciliabili con i poteri di direzione e controllo riservati all’autorità giudiziaria.

La necessità di siffatta verifica era ineludibile, poichè, ove le condotte di F. si siano dispiegate in un ambito riservato al rapporto di dipendenza funzionale dell’imputato con l’autorità giudiziaria, sarebbe stato – e sarebbe rilevante l’accertamento della sussistenza o meno del titolo del superiore a intervenire in quell’ambito.

Sia la sede e la natura del colloquio fra il cap. Q. e il Brig. R., sia l’interlocuzione impostata dal cap. Q. con il mar. F. con l’esortazione ad espletare in modo più diligente e corretto i compiti di comando nel settore della polizia giudiziaria integrano, per vero, contesti in relazione ai quali la verifica della concreta offensività penale delle condotte ascritte all’imputato non avrebbe potuto essere effettuata in modo adeguato senza la previa definizione dell’ambito, fra quelli sopra precisati, in cui – e quindi del titolo, se legittimo o meno, per cui – il superiore aveva impostato le rispettive interlocuzioni con il militare subordinato.

2.4. Non è, dunque, in discussione che, nel reato militare di insubordinazione con ingiuria, integra l’offesa all’onore e al prestigio ogni atto o parola di disprezzo verso il superiore nonchè l’uso di tono arrogante, perchè si tratta di comportamenti contrari alle esigenze della disciplina militare per la quale il soggetto di grado più elevato deve essere tutelato, non solo nell’espressione della sua personalità umana, ma anche nell’ascendente morale di cui ha bisogno per un degno esercizio dell’autorità del grado e della funzione di comando, dovendo considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla Costituzione (Sez. 1, n. 3971 del 28/11/2013, dep. 2014, De Chiara, Rv. 259013; Sez. 1, n. 7957 del 20/12/2006, dep. 2007, Frantuma, Rv. 236355).

E’, però, altrettanto chiaro che la condotta di insubordinazione deve inserirsi in un rapporto di effettiva – e non solo pretesa – subordinazione gerarchica, mentre, nel caso scrutinato, in relazione all’oggetto del contrasto fra il superiore e il subordinato, non è stato chiarito in modo adeguato – ciò che era invece necessario al fine di apprezzare la natura delle condotte contestate – il contesto, se attinente al rapporto di dipendenza funzionale del militare con l’autorità giudiziaria, oppure se riferibile anche al rapporto gerarchico, in cui F. ha tenuto le condotte stesse.

3. L’emerso vizio della motivazione mina in modo decisivo la coerenza e logicità del discorso giustificativo e impone, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata, con conseguente rinvio alla Corte di appello militare per il nuovo giudizio, da compiersi nel rispetto del principio dianzi affermato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello militare, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 7 marzo 2019.

Depositato in Cancelleria, il 18 luglio 2019.

INSUBORDINAZIONE REATO MILITARE

656 CPP ORDINE CARCERAZIONE BOLOGNA SOSPENSIONE COME SI FA?

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ISTANZA DI SOSPENSIONE

656 CPP ORDINE CARCERAZIONE BOLOGNA SOSPENSIONE COME SI FA?

L’ordine di esecuzione contiene le generalità della persona nei cui confronti deve essere eseguito e quant’altro valga a identificarla, l’imputazione, il dispositivo del provvedimento e le disposizioni necessarie all’esecuzione. L’ordine è notificato al difensore del condannato.
3-bis. L’ordine di esecuzione della sentenza di condanna a pena detentiva nei confronti di madre di prole di minore età è comunicato al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo di esecuzione della sentenza.
4. L’ordine che dispone la carcerazione è eseguito secondo le modalità previste dall’articolo 277.
4-bis. Al di fuori dei casi previsti dal comma 9, lett. b), quando la residua pena da espiare, computando le detrazioni previste dall’articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354, non supera i limiti indicati dal comma 5, il pubblico ministero, prima di emettere l’ordine di esecuzione, previa verifica dell’esistenza di periodi di custodia cautelare o di pena dichiarata fungibile relativi al titolo esecutivo da eseguire, trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza affinchè provveda all’eventuale applicazione della liberazione anticipata. Il magistrato di sorveglianza provvede senza ritardo con ordinanza adottata ai sensi dell’articolo 69-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354. La presente disposizione non si applica nei confronti dei condannati per i delitti di cui all’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354.
4-ter. Quando il condannato si trova in stato di custodia cautelare in carcere il pubblico ministero emette l’ordine di esecuzione e, se ricorrono i presupposti di cui al comma 4-bis, trasmette senza ritardo gli atti al magistrato di sorveglianza per la decisione sulla liberazione anticipata.

ARTICOLO

Quando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico ministero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell’ordine è consegnata all’interessato.

2. Se il condannato è già detenuto, l’ordine di esecuzione è comunicato al Ministro di grazia e giustizia e notificato all’interessato.

656 CPP ORDINE CARCERAZIONE BOLOGNA SOSPENSIONE COME SI FA?

3. L’ordine di esecuzione contiene le generalità della persona nei cui confronti deve essere eseguito e quant’altro valga a identificarla, l’imputazione, il dispositivo del provvedimento e le disposizioni necessarie all’esecuzione. L’ordine è notificato al difensore del condannato.

3-bis. L’ordine di esecuzione della sentenza di condanna a pena detentiva nei confronti di madre di prole di minore età è comunicato al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni del luogo di esecuzione della sentenza(1).

656 CPP ORDINE CARCERAZIONE BOLOGNA SOSPENSIONE COME SI FA?

4. L’ordine che dispone la carcerazione è eseguito secondo le modalità previste dall’articolo 277.

4-bis. Al di fuori dei casi previsti dal comma 9, lett. b), quando la residua pena da espiare, computando le detrazioni previste dall’articolo 54 della legge 26 luglio 1975, n. 354, non supera i limiti indicati dal comma 5, il pubblico ministero, prima di emettere l’ordine di esecuzione, previa verifica dell’esistenza di periodi di custodia cautelare o di pena dichiarata fungibile relativi al titolo esecutivo da eseguire, trasmette gli atti al magistrato di sorveglianza affinché provveda all’eventuale applicazione della liberazione anticipata. Il magistrato di sorveglianza provvede senza ritardo con ordinanza adottata ai sensi dell’articolo 69 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354. La presente disposizione non si applica nei confronti dei condannati per i delitti di cui all’articolo 4 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354(2).

4-ter. Quando il condannato si trova in stato di custodia cautelare in carcere il pubblico ministero emette l’ordine di esecuzione e, se ricorrono i presupposti di cui al comma 4-bis, trasmette senza ritardo gli atti al magistrato di sorveglianza per la decisione sulla liberazione anticipata(2).

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4-quater. Nei casi previsti dal comma 4-bis, il pubblico ministero emette i provvedimenti previsti dai commi 1, 5 e 10 dopo la decisione del magistrato di sorveglianza(3).

5. Se la pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni, quattro anni nei casi previsti dall’articolo 47 ter, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, o sei anni nei casi di cui agli articoli 90 e 94 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, il pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e 9, ne sospende l’esecuzione. L’ordine di esecuzione e il decreto di sospensione sono notificati al condannato e al difensore nominato per la fase dell’esecuzione o, in difetto, al difensore che lo ha assistito nella fase di giudizio, con l’avviso che entro trenta giorni può essere presentata istanza, corredata dalle indicazioni e dalla documentazione necessarie, volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla detenzione di cui agli articoli 4747 ter e 50, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, e di cui all’articolo 94 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, ovvero la sospensione dell’esecuzione della pena di cui all’articolo 90 dello stesso testo unico. L’avviso informa altresì che, ove non sia presentata l’istanza o la stessa sia inammissibile ai sensi degli articoli 90 e seguenti del citato testo unico l’esecuzione della pena avrà corso immediato(4).

6. L’istanza deve essere presentata dal condannato o dal difensore di cui al comma 5 ovvero allo scopo nominato al pubblico ministero, il quale la trasmette, unitamente alla documentazione, al tribunale di sorveglianza competente in relazione al luogo in cui ha sede l’ufficio del pubblico ministero. Se l’istanza non è corredata dalla documentazione utile questa, salvi i casi di inammissibilità può essere depositata nella cancelleria del tribunale di sorveglianza fino a cinque giorni prima dell’udienza fissata a norma dell’art. 666, comma 3. Resta salva, in ogni caso, la facoltà del tribunale di sorveglianza di procedere anche d’ufficio alla richiesta di documenti o di informazioni, o all’assunzione di prove a norma dell’articolo 666, comma 5. Il tribunale di sorveglianza decide non prima del trentesimo e non oltre il quarantacinquesimo giorno dalla ricezione della richiesta(5).

7. La sospensione dell’esecuzione per la stessa condanna non può essere disposta più di una volta, anche se il condannato ripropone nuova istanza sia in ordine a diversa misura alternativa, sia in ordine alla medesima, diversamente motivata, sia in ordine alla sospensione dell’esecuzione della pena di cui all’articolo 90 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

8. Salva la disposizione del comma 8-bis, qualora l’istanza non sia tempestivamente presentata, o il tribunale di sorveglianza la dichiari inammissibile o la respinga, il pubblico ministero revoca immediatamente il decreto di sospensione dell’esecuzione. II pubblico ministero provvede analogamente quando l’istanza presentata è inammissibile ai sensi degli articoli 90 e seguenti del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, nonché, nelle more della decisione del tribunale di sorveglianza, quando il programma di recupero di cui all’articolo 94 del medesimo testo unico non risulta iniziato entro cinque giorni dalla data di presentazione della relativa istanza o risulta interrotto. A tal fine il pubblico ministero, nel trasmettere l’istanza al tribunale di sorveglianza, dispone gli opportuni accertamenti(6).

8-bis. Quando è provato o appare probabile che il condannato non abbia avuto effettiva conoscenza dell’avviso di cui al comma 5, il pubblico ministero può assumere, anche presso il difensore, le opportune informazioni, all’esito delle quali può disporre la rinnovazione della notifica.

ORDINE CARCERAZONE  SOSPENSIONE BOLOGNA

La legge 27 maggio 1998 n. 165, nel modificare l’art. 656 c.p.p.

e l’art. 47 dell’ordinamento penitenziario, con contestuale abrogazione dell’art. 47 bis del medesimo ordinamento, non ha tuttavia abrogato, né esplicitamente né implicitamente, la disciplina, che, per il caso di richiesta di affidamento in prova al servizio sociale da parte di tossicodipendenti o alcoldipendenti, è dettata dal combinato disposto degli artt. 91, comma 4, e 94, comma 2, del D.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309; disciplina in base alla quale, quando la detta richiesta sia stata presentata dopo l’avvenuta esecuzione dell’ordine di carcerazione, spetta al pubblico ministero disporre la scarcerazione del condannato in attesa della decisione del tribunale di sorveglianza. Deve pertanto escludersi che a tale adempimento, nell’ipotesi data, sia tenuto invece il magistrato di sorveglianza, secondo la regola dettata per l’affidamento in prova ordinario dal novellato art. 47, comma 4, dell’ordinamento penitenziario.

La disciplina relativa alla sospensione dell’ordine di carcerazione di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p., nella formulazione introdotta con la L. 27 maggio 1998 n. 165, può trovare applicazione esclusivamente nei confronti di condannati che non si trovino già detenuti in carcere e quindi non si applica, oltre che nei casi previsti dal comma 9, nei confronti di coloro che al momento dell’esecuzione si trovano in carcere in espiazione pena per fatto oggetto di condanna diversa da quella da eseguire.

Il termine di trenta giorni concesso al condannato per la presentazione dell’istanza volta ad ottenere una delle misure alternative alla detenzione, così come disposto nel quinto comma dell’art. 656 c.p.p., ha natura processuale. Ne consegue che si applicano le disposizioni in tema di sospensione dei termini processuali nel periodo feriale.

Alla stregua del testuale tenore dell’art. 656, comma 9, lett. b), c.p.p., è da escludere che il divieto di disporre la sospensione dell’esecuzione della pena operi, oltre che nel caso, ivi espressamente previsto, di condannato che si trovi in stato di custodia cautelare in carcere «per il fatto oggetto della condanna da eseguire», anche in quello di condannato il cui stato di custodia cautelare sia riferibile ad un fatto diverso.

Il divieto di reiterazione, per la stessa condanna, del provvedimento di sospensione dell’esecuzione in vista dell’eventuale concessione di misure alternative alla detenzione (nella specie: ai sensi degli artt. 90 e 91 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, in materia di programma terapeutico e socio-riabilitativo) è principio di portata generale, applicabile nei confronti del condannato, sia questo in stato di libertà che in stato di detenzione per espiazione pena.

In tema di esecuzione di pene detentive, quando il condannato si trova agli arresti domiciliari per il fatto oggetto della condanna, deve essere applicato il decimo comma dell’art. 656 c.p.p. e, nel caso in cui il tribunale di sorveglianza abbia negato l’applicazione della detenzione domiciliare, è preclusa l’operatività della disciplina stabilita dal precedente quinto comma dello stesso articolo, atteso che tale ultima disposizione — che consente la sospensione dell’esecuzione — si applica ai condannati in stato di libertà al momento del passaggio in giudicato della sentenza di condanna e la mancata applicazione della detenzione domiciliare esclude implicitamente l’esistenza dei presupposti per l’applicazione di misure alternative meno gravi. (Fattispecie precedente all’entrata in vigore della modifica del decimo comma dell’art. 656 c.p.p. ad opera dell’art. 10 D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito nella L. 19 gennaio 2001, n. 4).

La sospensione dell’ordine di carcerazione di cui al comma 5 dell’art. 656 c.p.p., come sostituito dall’art. 1 della legge 27 maggio 1998, n. 165, trova applicazione solo quando il condannato, al momento della formazione del giudicato, si trova in libertà, condizione che deriva sia dal non essere mai stato raggiunto da misura cautelare personale sia dalla avvenuta revoca di questa, ma che non può invece ritenersi sussistente quando il soggetto risulti destinatario di un provvedimento di custodia cautelare relativo al fatto per cui è intervenuta condanna, sebbene si trovi di fatto in libertà per essersi volontariamente sottratto all’esecuzione dello stesso o per essere evaso. (Nell’occasione la Corte Suprema ha rilevato che la prevista sospensione si basa su una presunzione di non attualità della pericolosità sociale di cui è indice lo stato di libertà voluto dal giudice e che nel caso del latitante o dell’evaso non è consentito al P.M. sostituire una propria valutazione a quella effettuata dal giudice del processo).

In tema di esecuzione di pena detentiva nei confronti di condannato che si trovi agli arresti domiciliari per il fatto oggetto della condanna da eseguire, l’art. 656, comma 10, c.p.p. (nel testo vigente anteriormente alle modifiche apportate dal decreto-legge 24 novembre 2000, n. 341, convertito nella legge n. 4 del 2001), che attribuisce al pubblico ministero il potere di sospendere l’esecuzione dell’ordine di carcerazione e di trasmettere gli atti al tribunale di sorveglianza per l’eventuale concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare, sussistendo le condizioni indicate nel precedente comma 5, non trova applicazione quando ricorrano le condizioni menzionate nel comma 9, e cioè nei confronti dei condannati per i delitti di cui all’art. 4 bis della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni, atteso che tra le due disposizioni vi è uno stretto collegamento testuale e che l’interpretazione letterale è sorretta anche da una convergente esegesi adeguata al dato costituzionale, pena la lesione dell’art. 3 Cost., riguardo ai detenuti agli arresti domiciliari, rispetto agli imputati a piede libero. (Fattispecie in tema di condanna per l’art. 628, commi 1 e 3, c.p., per la quale è stato escluso il beneficio).

Atteso il carattere derogatorio che deve attribuirsi alle disposizioni del comma 9 dell’art. 656 c.p.p. rispetto alla disciplina generale in tema di sospensione dell’esecuzione delle pene detentive brevi contenuta nei commi precedenti, e dovendosi quindi interpretare dette disposizioni con criterio restrittivo, è da escludere che possa essere considerato ostativo alla sospensione il fatto che il condannato si trovi in stato di custodia cautelare in carcere per fatto diverso da quello che forma oggetto della sentenza di condanna da eseguire.

Alla luce di una interpretazione complessiva e sistematica della disciplina dettata dall’art. 656 c.p.p. deve ritenersi che la sospensione automatica dell’esecuzione della pena sia esclusa quando il condannato sia già detenuto in espiazione di pena per altro titolo ovvero sia in stato di custodia cautelare in carcere per lo stesso fatto al quale si riferisce la condanna da eseguire, dovendosi invece dar luogo alla suddetta sospensione quando il condannato sia in stato di custodia cautelare per fatto diverso, atteso che in tal caso la sua condizione è equiparabile, ai fini dell’operatività dell’istituto in esame, a quella di chi si trovi in stato di libertà.

In materia di esecuzione di pene detentive, qualora debba trovare applicazione la disciplina dettata dall’art. 656, comma 10, c.p.p. per il caso del condannato che si trovi già in regime di arresti domiciliari relativamente al fatto oggetto della condanna da eseguire, e sia stata quindi disposta la sospensione dell’esecuzione con trasmissione degli atti al tribunale di sorveglianza ai fini dell’eventuale applicazione della detenzione domiciliare (fermo restando, nel frattempo, lo stato detentivo in atto), i provvedimenti interinali che, nell’attesa della decisione del tribunale di sorveglianza, siano stati adottati dal magistrato di sorveglianza, in forza del richiamo all’art. 47 ter dell’ordinamento penitenziario contenuto nell’ultima parte della citata disposizione normativa, sono da ritenere sottratti ad ogni genere di impugnazione.

Ai sensi dell’art. 656, comma 9, lett. a), c.p.p., deve escludersi l’operatività della sospensione obbligatoria dell’esecuzione della pena ogni qual volta questa sia stata inflitta per taluno dei delitti previsti dall’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario; il che trova ragionevole giustificazione — con esclusione, quindi, di ogni dubbio di incostituzionalità — ove si consideri che l’istituto della sospensione obbligatoria si fonda sulla presunzione di una ridotta pericolosità del condannato, quando ricorrano le condizioni di cui al comma 5 del citato art. 656, mentre per i delitti di cui all’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario vige l’opposta — se pur relativa — presunzione di pericolosità.

La speciale disciplina derogatoria e premiale, prevista in materia di misure alternative alla detenzione dall’art. 13 ter D.L. 15 gennaio 1991 n. 8, convertito in legge 15 marzo 1991 n. 82, per i collaboratori di giustizia, non comporta l’automatico obbligo per il pubblico ministero di sospendere l’esecuzione della pena detentiva, a prescindere dai limiti e dai divieti fissati dall’art. 656, commi quinto e nono, c.p.p., per l’esercizio della relativa potestà sospensiva. (Fattispecie nella quale l’interessato risultava essere stato condannato, per uno dei delitti di cui all’art. 4 bis della legge n. 354 del 1975, alla pena di otto anni di reclusione, onde, a norma dell’art.656, commi quinto e nono, c.p.p., non sussistevano i presupposti per la sospensione dell’esecuzione in attesa della pronuncia del tribunale di sorveglianza sulla domanda di affidamento in prova al servizio sociale proposta).

L’annullamento dell’ordine di carcerazione da parte del giudice dell’esecuzione non può trovare giustificazione nella circostanza che la pena, rideterminata a seguito della ritenuta continuazione a norma dell’art. 671 c.p.p., sia stata ridotta nei limiti previsti dall’art. 656, comma quinto, stesso codice. E invero la rideterminazione della pena comporta solo l’obbligo di comunicazione all’istituto di detenzione della nuova data di scadenza della pena, ma non può avere come conseguenza l’annullamento di un ordine di carcerazione legittimamente emesso, la sospensione della cui esecuzione può avvenire esclusivamente, ricorrendone i presupposti, a seguito di richiesta di misure alternative alla detenzione.

La disposizione di cui al quinto comma dell’art. 656 c.p.p. nella parte in cui consente al pubblico ministero di sospendere l’esecuzione della pena, è norma del tutto eccezionale rispetto al principio generale di immediata esecuzione dei giudicati di condanna stabilito dall’art. 665 c.p.p. Ne deriva che essa è di stretta interpretazione, e non è pertanto consentita la sua applicazione in via estensiva ad ipotesi non espressamente previste. (Nella fattispecie: soggetto escluso per il titolo del reato ma che ha collaborato con l’autorità di polizia o con l’autorità giudiziaria).

La disciplina dettata dall’art. 656, comma 10, c.p.p. (secondo cui, sussistendo le condizioni indicate nel precedente comma 5, qualora il condannato si trovi agli arresti domiciliari per il fatto oggetto della condanna da eseguire, il pubblico ministero sospende l’esecuzione dell’ordine di carcerazione e trasmette gli atti al tribunale di sorveglianza per l’eventuale concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare), non può trovare applicazione nel caso in cui la pena da eseguire sia cumulata con altre; e ciò senza che in contrario possa invocarsi il principio della scindibilità del cumulo ogni qual volta possa da ciò derivare un vantaggio per il condannato, atteso che la sospensione dell’ordine di carcerazione, ai sensi della disposizione normativa sopra citata, è funzionalmente preordinata al possibile conseguimento di una misura alternativa alla detenzione, e una tale misura non può operare su una soltanto delle pene concorrenti, ma esclusivamente sulla pena unica determinata sulla base di tutti i titoli contemporaneamente esecutivi nei confronti del medesimo soggetto.

Non spetta né al pubblico ministero competente all’emissione dell’ordine di carcerazione per delitti di cui all’art. 4 bis ord. pen., né al giudice dell’esecuzione davanti al quale sia stato proposto incidente, la valutazione, ai fini della sospensione dell’esecuzione, della sussistenza o meno dei requisiti richiesti dalla legge per l’ammissione in via di eccezione del condannato ai benefici penitenziari, essendo tale compito riservato esclusivamente al tribunale di sorveglianza e dovendo l’organo dell’esecuzione limitarsi alla mera constatazione della presenza dei titoli ostativi alla sospensione. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato la decisione del giudice dell’esecuzione il quale, investito dell’incidente avverso il provvedimento del pubblico ministero che aveva negato la sospensione dell’esecuzione a condannato per uno dei delitti di cui all’art. 4 bis ord. pen., aveva concesso la sospensione medesima sul presupposto dell’assenza di collegamenti del reo con la criminalità organizzata).

L’esclusione della sospensione dell’esecuzione, ai sensi dell’art. 656, comma 9, lett. a), c.p.p., nei confronti di chi sia stato condannato per taluno dei delitti previsti dall’art. 4 bis dell’ordinamento penitenziario, è da ritenere operante anche quando trattisi di soggetto ammesso allo speciale programma di protezione previsto per i «collaboratori di giustizia». La suddetta disposizione normativa non contiene, infatti, alcuna deroga analoga a quella prevista, in favore dei medesimi «collaboratori», con riguardo alla sola fruibilità dei benefici penitenziari, dall’art. 13 ter, comma 1, del D.L. 15 gennaio 1991 n. 8, convertito con modifiche in legge 15 marzo 1991 n. 82, né può, d’altra parte, estendersi la sfera di applicabilità di tale ultima disposizione al di fuori della materia strettamente penitenziaria per la quale essa è stata dettata; materia diversa da quella dell’esecuzione, pur se ad essa funzionalmente collegata.

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GoriziaAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
GrossetoAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
La Spezia AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
L’AquilaAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
LatinaAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
LeccoAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
LivornoAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
LodiAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
LuccaAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
MacerataAVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Mantova AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Massa-Carrara AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Milano AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Modena AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Monza e della Brianza AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Novara AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Parma AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pavia AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Perugia AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pesaro e Urbino AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pescara AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Piacenza AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pisa AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pistoia AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Pordenone AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Prato AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Ravenna AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Reggio Emilia AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Rieti AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Rimini AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Roma AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Rovigo AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Savona AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Siena AVVOCATO PENALISTA PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Sondrio INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA AVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Teramo INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Terni INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Torino INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Trento INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADAAVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADAAVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Treviso INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADAAVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Trieste INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Udine INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Varese INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Venezia INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Verbano-Cusio-Ossola
Vercelli INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADAAVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
Verona INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA
    INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GAMBE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA AVVOCATO PENALISTA   PROCESSO BANCAROTTA PROCESSO APPELLO CASSAZIONE PENALE   INCIDENTE STRADALE MORTALE DANNO PARENTI DANNO BIOLOGICO PERDITA ARTI DA INCIDENTE PERDITA GABE, LESIONE MIELICA LESIONI GRAVI DANNO STRADA

REVENGE PORN ART 612 TER CP

REVENGE PORN ART 612 TER CP

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video di cui al primo comma, li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro nocumento.

La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.

I commi 3 e 4 dell’art. 612-ter disciplinano una serie di circostanze aggravanti.

Il comma 3 prevede che la pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

Trattasi di circostanze comuni ad effetto comune che comportano un aumento di pena fino ad un terzo (ex art. 64, comma I, c.p.).

Il comma 4, invece, prevede un aumento di pena (da un terzo alla metà) se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di infermità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

In questo caso invece trattasi di circostanze aggravanti speciali ad effetto speciale che determinano un aumento di pena da un terzo alla metà.

AVVOCATO PER TUTELA CIVILE E PENALE CONSULENTI FINANZIARI

AVVOCATO PER TUTELA CIVILE E PENALE CONSULENTI FINANZIARI

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L’avvocato penalista Bologna Sergio Armaroli presta assistenza legale civile e penale ai consulenti finanziari che si trovano ad avere problematiche con la loro iscrizione all’albo e ricorsi avverso provvedimenti Consob.

La legge n. 262 del 28 dicembre 2005 (c.d. “legge sul risparmio”) è intervenuta in materia di istituzione e tenuta dell’albo dei promotori finanziari, modificando i commi 4, 5 e 6 dell’art. 31 del TUF. In particolare è stato previsto che l’albo dei promotori non sia più tenuto dalla Consob bensì da un Organismo costituito dalle associazioni professionali rappresentative dei promotori e dei soggetti abilitati. 

intrattengono,  direttamente,  indirettamente  o  per conto di terzi,

rapporti  di  natura  patrimoniale o professionale o di altra natura,

compresa quella familiare, con emittenti e intermediari, con societa’

loro  controllate,  controllanti o sottoposte a comune controllo, con

l’azionista o il gruppo di azionisti che controllano tali societa’, o

con  amministratori  o  dirigenti  di tali societa’, se tali rapporti

possono  condizionare  l’indipendenza  di  giudizio nella prestazione

della consulenza in materia di investimenti.

 

 

 

 

DECRETO 24 dicembre 2008, n. 206: Regolamento di disciplina dei requisiti di professionalita’, onorabilita‘, indipendenza e patrimoniali per l’iscrizione all’albo delle persone fisiche consulenti finanziari.

(Gazzetta Ufficiale n. 303 del 30 dicembre 2008) – In vigore dal 14 gennaio 2009.

                      IL MINISTRO DELL’ECONOMIA

                           E DELLE FINANZE

  Visto il decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  Visto   in   particolare   l’articolo  18-bis  del  citato  decreto

legislativo,  ai  sensi  del  quale il Ministro dell’economia e delle

finanze,  con  regolamento  adottato  sentite  la Banca d’Italia e la

Consob,  stabilisce  i  requisiti  di professionalita’, onorabilita’,

indipendenza  e  patrimoniali  da  possedersi  da parte delle persone

fisiche  per  la prestazione del servizio di consulenza in materia di

investimenti;

  Sentita la Banca d’Italia;

  Sentita la Consob;

  Visto l’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400;

  Udito il parere del Consiglio di Stato espresso nell’adunanza della

sezione consultiva per gli atti normativi in data 12 maggio 2008;

  Vista  la  nota prot. n. 11049 del 1 ottobre 2008, con la quale, ai

sensi  dell’articolo  17 della citata legge n. 400/1988, lo schema di

regolamento  e’  stato  comunicato  alla Presidenza del Consiglio dei

Ministri;

Adotta
il seguente regolamento:

         Art. 1.

       Definizioni

  1. Nel presente regolamento si intendono per:
  2. a) «Albo»:  l’albo delle persone fisiche consulenti finanziari di

cui all’articolo 18-bis, comma 2, del decreto legislativo 24 febbraio

1998, n. 58;

  1. b) «consulenti finanziari»: le persone fisiche di cui all’articolo

18-bis, comma 1, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  1. c) «consulenza  in  materia  di  investimenti»:  il  servizio  di

investimento  di  cui  all’articolo  1,  comma 5-septies, del decreto

legislativo 24 febbraio 1998, n. 58;

  1. d) «emittenti e intermediari»: gli emittenti prodotti finanziari,

i  soggetti abilitati di cui all’articolo 1, comma 1, lettera r), del

decreto   legislativo   24  febbraio  1998,  n.  58,  le  imprese  di

assicurazione,  gli agenti di cambio, le societa’ di cui all’articolo

60,  comma  4,  del  decreto  legislativo  23 luglio 1996, n. 415, la

societa’  Poste  Italiane  autorizzata alla prestazione di servizi di

investimento  ai  sensi  degli  articoli  2  e  12  del  decreto  del

Presidente  della  Repubblica  14  marzo  2001,  n. 144, e ogni altro

soggetto  che  intermedia  risorse  finanziarie  attraverso  prodotti

finanziari,  qualunque  sia  il  Paese  in cui tali soggetti hanno la

propria sede;

  1. e) «Organismo»:  l’organismo di cui all’articolo 18-bis, comma 2,

del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

1

Art. 2.

                    Requisiti di professionalita’

  1. Per l’iscrizione all’Albo e’ necessario un titolo di studio non

inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore, rilasciato a

seguito   di   corso  di  durata  quinquennale,  ovvero  quadriennale

integrato  dal  corso  annuale  previsto  dalla  legge o un titolo di

studio   estero  equipollente,  sulla  base  di  una  valutazione  di

equivalenza sostanziale a cura dell’Organismo.

  1. Ai  fini  dell’iscrizione all’Albo occorre, altresi’, possedere

un’adeguata   conoscenza   specialistica   in   materie   giuridiche,

economiche,  finanziarie  e tecniche, rilevanti nella prestazione del

servizio  di  consulenza  in  materia  di investimenti, e individuate

dall’Organismo. La conoscenza adeguata e’ accertata tramite una prova

valutativa  indetta  dall’Organismo,  secondo  le modalita’ da questo

stabilite.

  1. Sono esonerati dalla prova valutativa di cui al comma 2:
  2. a) i  promotori finanziari regolarmente iscritti al relativo albo

che, per uno o piu’ periodi di tempo complessivamente pari a due anni

nei  tre  anni  precedenti la richiesta di iscrizione all’Albo, hanno

esercitato  la  propria attivita’ professionale per conto di soggetti

abilitati   che  nei  medesimi  periodi  hanno  svolto  attivita’  di

consulenza in materia di investimenti;

  1. b) i  quadri  direttivi  di  terzo  e  quarto livello di soggetti

abilitati  che, per uno o piu’ periodi di tempo complessivamente pari

a  due  anni  nei  tre  anni  precedenti  la  richiesta di iscrizione

all’Albo,  sono stati addetti al servizio di consulenza in materia di

investimenti  ovvero  il  personale  preposto  ad una dipendenza o ad

un’altra  unita’  operativa  di  un  soggetto  abilitato,  o comunque

responsabile  della  stessa,  addetto  al  servizio  di consulenza in

materia di investimenti;

  1. c) gli agenti di cambio.
  2. Ai  fini dell’esonero dalla prova valutativa, i soggetti di cui

al   comma  3  producono  la  documentazione  attestante  l’esercizio

dell’attivita’  professionale.  La  documentazione  da  produrre  per

l’attestazione  del  possesso dei requisiti professionali di cui alle

lettere  a)  e  b)  del comma 3 deve includere la dichiarazione di un

rappresentante  del  soggetto abilitato attestante l’ufficio al quale

il  richiedente  l’iscrizione  all’Albo e’ stato addetto, le mansioni

ricoperte e il relativo periodo di svolgimento.

  1. Per  il  mantenimento  dell’iscrizione  all’Albo,  i consulenti

finanziari  sono tenuti all’aggiornamento professionale nelle materie

di  cui  al  comma  2,  nella misura e secondo le modalita’ stabilite

dalla  Consob con regolamento ai sensi dell’articolo 18-bis, comma 5,

lettera g), del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.

 

SEQUESTRO COMPUTER PER DICHIARAZIONE INFEDELE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

SEQUESTRO COMPUTER  PER DICHIARAZIONE INFEDELE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, poiche’ il sequestro delle apparecchiature informatiche e’ stato eseguito all’interno dei locali dello studio odontoiatrico, qualunque provvedimento ablatorio avrebbe dovuto seguire l’iter procedimentale garantito dalla predette norma processuali in materia di segreto professionale; in particolare nessuna richiesta di esibizione sarebbe stata avanzata all’ (OMISSIS), avendo gli operanti proceduto direttamente all’acquisizione probatoria in seguito alla perquisizione; la motivazione sul punto dei giudici del riesame sarebbe errata, atteso che l’affermazione secondo cui il personale operante avrebbe chiesto all’ (OMISSIS), prima dell’inizio delle operazioni, di consegnare cose e/o tracce pertinenti il reato per cui si procede, con rinunzia all’assistenza da parte di quest’ultimo cui seguiva la mancata consegna, in realta’ riguarderebbe qualsiasi tipologia di sequestro; i giudici del riesame, quindi, avrebbe rigettato il motivi di impugnazione ritenendo erroneamente che la procedura citata nel verbale 18/01/2016 fosse relativa agli adempimenti imposti dal combinato disposto delle richiamate norme processuali.

Sequestro di computer per evasione fiscale?

Si sapeva del sequestro di computer per material o ricerca di materiale pedopornografico ma adesso la giurisprudenza ammette il sequestro del computer per ricerca di elementi utili alla valutazione di evasione fiscale .

Il medico dentista era preoccupatoi e ricorreva ub cassazione sul oresupposto che mediant eil sequestro integrale dei sette computer in studio egli non poteva piu’ lavorare essendo i computer pieni di elementi dei clieti, quali prescrizioni ,radiografie archiviate e quant’altro.

Si poneva inoltre la questione della privacy circa i clienti, privacy che in ipotesi di reato non puo’ esswre eccepita all’autorita’ giudiziaria

Ora, se e’ ben vero che detto principio trova applicazione pacificamente anche in materia di misure cautelari reali (v., tra le tante: Sez. 3, n. 38411 del 07/10/2010 – dep. 29/10/2010, Isabella Valenzi, Rv. 248560), e’ tuttavia correttamente spiegata dal tribunale del riesame la ragione della totale ablazione dei computers presso lo studio del ricorrente, precisando i giudici del riesame (v. pag. 8 dell’ordinanza impugnata) che i fatti per cui si procede riguardano l’utilizzo di una componente nascosta del software in questione, che si attiverebbe mediante alcuni accorgimenti tecnici (la pen-drive e l’unita’ NAS), e che non e’ rintracciabile immediatamente (peraltro correttamente osservando i giudici del riesame che “d’altronde non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di un applicativo per la gestione parallela dei profitti in nero di un’attivita’ professionale”), sicche’ alla luce di quanto sopra appariva proporzionata l’ablazione dell’intero sistema informatico, occorrendo apprendere i supporti hardware per poterli sottoporre ad analisi informatica per la ricerca al loro interno del software da analizzare, a sua volta, per accertare il fatto oggetto di incolpazione provvisoria.

Al cospetto di tale apparato motivazionale, dunque, la dedotta violazione di legge e’ del tutto insussistente, avendo chiaramente spiegato i giudici del riesame la ragione della impossibilita’ di limitare il vincolo cautelare e, per converso, la necessito’ di estenderlo a tutti i computers, prestando quindi anche in questo caso il motivo di ricorso al vizio di genericita’ per aspecificita’ al pari di quanto gia’ esposto supra al § 6. Se, infatti, e’ certamente illegittimo, per violazione del principio di proporzionalita’ ed adeguatezza, il sequestro a fini probatori di un sistema informatico, quale e’ un personal computer, che conduca, in difetto di specifiche ragioni, ad una indiscriminata apprensione di tutte le informazioni ivi contenute (Sez. 6, n. 24617 del 24/02/2015 – dep. 10/06/2015, Rizzo, Rv. 264092), tuttavia, nel caso in esame, l’ablazione integrale dei computers esistenti presso lo studio odontoiatrico si appalesava necessaria – come ben chiarito dal tribunale del riesame – proprio per la necessita’ di eseguire sugli stessi delle attivita’ tecniche atteso l’utilizzo di una componente nascosta del software Mach3, che nella prospettazione accusatoria si attiverebbe mediante alcuni accorgimenti tecnici (la pen drive e l’unita’ NAS), non rintracciabile immediatamente, richiedendo percio’ una verifica hardware per singola unita’.

 ACHIAMA AFFIDATI

 

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 1159 del 11 gennaio 2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Con ordinanza emessa in data 4/02/2016, depositata in data 29/02/2016, il tribunale del riesame di Lodi rigettava la richiesta di riesame presentata ex articolo 324 c.p.p. nell’interesse dell’ (OMISSIS) avverso il decreto di sequestro di perquisizione e sequestro probatorio disposto dal P.M. presso il medesimo tribunale in data 8/01/2016 ed eseguito il 18/01 successivo; giova precisare per migliore intelligibilita’ dell’impugnazione, che il ricorrente e’ indagato per il reato di dichiarazione infedele (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 4) che sarebbe stato commesso dagli indagati (OMISSIS) e (OMISSIS), nella qualita’ di odontoiatri.

  2. Ha proposto ricorso per cassazione l’ (OMISSIS) n.q. di terzo non indagato, a mezzo del proprio difensore fiduciario – procuratore speciale cassazionista, deducendo quattro motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex articolo 173 disp. att. c.p.p..

2.1. Deduce, con il primo motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera c), per violazione dell’articolo 324 c.p.p., comma 6, in relazione all’articolo 127 c.p.p., comma 1 e articolo 178 c.p.p., comma 1, lettera c), per omessa notifica dell’avviso dell’udienza camerale al terzo non indagato e conseguente vizio di nullita’ assoluta.

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, dopo aver ricordato l’evoluzione giurisprudenziale sulla questione, che nel caso di specie sarebbe stato violato il diritto del medesimo, terzo non indagato, a ricevere la notifica dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale; il ricorrente, quale medico odontoiatra operante l’attivita’ nello studio presso cui e’ stato eseguito il sequestro dei sette computers da parte dell’a.g. determinerebbe un danno irrimediabile allo stesso ed ai pazienti, non potendo egli erogare alcuna prestazione sanitaria nei loro confronti in mancanza delle informazioni contenute negli apparati informatici sequestrati; la mancata notifica al ricorrente personalmente e non solo al difensore nominato, dunque, avrebbe determinato la violazione delle predette norme processuali con conseguente nullita’ assoluta dell’atto.

ì2.2. Deduce, con il secondo motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera b), sotto il profilo della violazione di legge per mancanza della motivazione o motivazione apparente.

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, il provvedimento impugnato si limiterebbe ad affermare che la concreta finalita’ probatoria del sequestro risulterebbe di tutta evidenza in relazione al proc.pen. che vede indagati i due (OMISSIS); diversamente, non essendo l’ (OMISSIS) coinvolto in alcun modo nel proc. pen. per cui si procede, sarebbe illegittimo l’aver disposto il sequestro di attrezzature professionali ubicate nello studio medico del ricorrente, essendo queste ultime non qualificabili ne’ come cose pertinenti al reato ne’ corpo di reato, non sarebbe pertanto ravvisabile l’esigenza probatoria della disposta misura cautelare, non essendo ravvisabile in particolare la presunzione secondo cui all’interno dei computers sottoposti a sequestro di pertinenza dell’ (OMISSIS) possano essere individuati indizi, tracce o addirittura elementi decisivi al fine di provare la colpevolezza dei due indagati, rispetto ai quali l’ (OMISSIS) e’ estraneo; la motivazione sarebbe quindi apparente ponendo il giudice la ratio della misura cautelare sulla base del fatto che l’ (OMISSIS), come i due indagati, utilizzi il programma Mach3 come software dei computers utilizzati nello studio medico e, considerando le principali funzioni di detto software, non sarebbe comprensibile il sequestro indiscriminato di tutti i macchinari tecnologici, finalizzato all’attivita’ medico – professionale dell’ (OMISSIS) in particolare e non di ogni detentore, all’interno dello studio, di p.c. che utilizzano il medesimo programma per elaboratore; si duole, ancora, dell’intrinseca contraddittorieta’ del ragionamento, poiche’, pur muovendo correttamente dalla previsione dell’articolo 253 c.p.p., l’ordinanza difetterebbe di qualsiasi riferimento ad una ragione di concretezza fondante il sequestro e, di fatto, mancherebbe del tutto la ragione per cui vi sarebbe relazione tra il reato di cui sono indagati i due (OMISSIS) e i beni sequestrati al terzo, attuale ricorrente; infine, ove si ritenesse che il sequestro sia stato disposto a fini esplorativi, se ne evidenzia l’illegittimita’, essendo infatti vietato.

2.3. Deduce, con il terzo motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera c), sotto il profilo della violazione di legge in relazione all’articolo 275 c.p.p., sotto il profilo della violazione del principio di proporzionalita’ della misura cautelare.

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, l’aver proceduto il PM alla totale ablazione dell’intero sistema informatico e di ogni supporto informatico violerebbe la norma processuale in questione; apparirebbe infatti evidente la banalita’ sotto il profilo tecnico dell’operazione che avrebbe dovuto compiere un tecnico all’uopo incaricato che non avrebbe giustificato detta ablazione integrale; premessa l’applicabilita’ di tale principio anche alla materia cautelare reale, osserva il ricorrente come la stessa legislazione del 2008, attuativa della Convenzione di Budapest sulla criminalita’ informatica, e’ esplicita nell’escludere che, di norma, possa ipotizzarsi un sequestro di interi sistemi informatici, come sarebbe desumibile dal combinato disposto dell’articolo 247 c.p.p., comma 1 bis e articolo 352 c.p.p., comma 1 bis, da cui emergerebbe come non sia possibile acquisire in modo indiscriminato un intero archivio elettronico, sol perche’ e’ facile l’accesso, l’effettuazione di copia e il trasferimento fisico rispetto alla massa di documenti cartacei corrispondenti pur in assenza di qualsiasi correlazione specifica con le indagini.

2.4. Deduce, con il quarto motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera c) sotto il profilo della violazione di legge in relazione al combinato disposto degli articoli 200 e 256 c.p.p..

In sintesi, la censura investe il provvedimento impugnato in quanto, sostiene il ricorrente, poiche’ il sequestro delle apparecchiature informatiche e’ stato eseguito all’interno dei locali dello studio odontoiatrico, qualunque provvedimento ablatorio avrebbe dovuto seguire l’iter procedimentale garantito dalla predette norma processuali in materia di segreto professionale; in particolare nessuna richiesta di esibizione sarebbe stata avanzata all’ (OMISSIS), avendo gli operanti proceduto direttamente all’acquisizione probatoria in seguito alla perquisizione; la motivazione sul punto dei giudici del riesame sarebbe errata, atteso che l’affermazione secondo cui il personale operante avrebbe chiesto all’ (OMISSIS), prima dell’inizio delle operazioni, di consegnare cose e/o tracce pertinenti il reato per cui si procede, con rinunzia all’assistenza da parte di quest’ultimo cui seguiva la mancata consegna, in realta’ riguarderebbe qualsiasi tipologia di sequestro; i giudici del riesame, quindi, avrebbe rigettato il motivi di impugnazione ritenendo erroneamente che la procedura citata nel verbale 18/01/2016 fosse relativa agli adempimenti imposti dal combinato disposto delle richiamate norme processuali.

  1. Con requisitoria scritta depositata preso la cancelleria di questa Corte in data 2/09/2016, il P.G. presso la S.C. di Cassazione ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso, in particolare rilevando, quanto alla dedotta violazione di legge riferita al difetto di motivazione sulla legittimita’ del sequestro probatorio e sulla sussistenza del fumus, detti profili sarebbero inammissibili e comunque confutati adeguatamente nell’impugnata ordinanza; quanto, poi, alla dedotta violazione della legge processuale per non essere stata eseguita la notifica al ricorrente quale terzo interessato non indagato, la stessa sarebbe priva di fondamento, per essere stata eseguita ritualmente la notifica al difensore fiduciario che, presente all’udienza, non aveva eccepito alcunche’ in relazione al difetto di notifica al suo assistito.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile.
  2. Quanto alla dedotta violazione della legge processuale di cui al primo motivo, per l’omessa notifica al terzo non indagato dell’avviso di fissazione dell’udienza camerale, fondate sono le deduzioni del P.G. nella sua requisitoria.

Ed invero, premesso che nel procedimento camerale ex articolo 324 c.p.p., comma 6 e articolo 355 c.p.p., comma 3 trovano applicazione le disposizioni dell’articolo 127 c.p.p., la disciplina processuale prevede che l’avviso della data comunicata per l’udienza e’ comunicato al PM e notificato al difensore e a chi ha proposto la richiesta; la formula e’ sostanzialmente analoga a quella che l’articolo 127 c.p.p., comma 1, prevede in generale per la disciplina dei procedimenti in camera di consiglio (“..ne fa dare avviso alle parti, alle persone interessate e ai difensori…”); nella giurisprudenza di questa Corte, peraltro, e’ pacifico l’orientamento – cui questo Collegio ritiene di dover dare continuita’ – secondo cui l’omesso avviso all’indagato (e, analogamente, il medesimo ragionamento puo’ essere condotto, a maggior ragione, per chi non lo e’, ma vanta esclusivamente un “interesse” concreto e qualificato a parteciparvi, come nel caso di specie si verifica per il terzo proprietario della res sequestrata, non indagato) della data fissata per l’udienza carnerale di riesame e’ causa di una nullita’ che, seppur non definita assoluta dall’articolo 127 c.p.p., comma 5, e non attinente ad una ipotesi in cui e’ obbligatoria la presenza del difensore, soggiace alla disciplina di cui agli articoli 180, 181 e 182 c.p.p..

Ne consegue che la omessa eccezione da parte del difensore di tale nullita’ a regime intermedio innanzi al tribunale del riesame impedisce la deducibilita’ del vizio in sede di legittimita’ (Sez. 2, n. 16781 del 08/04/2015 – dep. 22/04/2015, Ragaglia, Rv. 263762; Sez. 2, n. 3694 del 27/01/2016, Spinella, Rv. 265785).

Nel caso di specie all’udienza del 4/02/2016 risultava presente, come evidenziato dal P.G., il difensore di fiducia nominato dall’attuale ricorrente che, regolarmente sentito in contraddittorio, non ebbe ad eccepire la nullita’ predetta.

Cio’ preclude, pertanto, la sua deducibilita’ davanti a questa Corte di legittimita’.

  1. Analogo giudizio di inammissibilita’ investe il secondo motivo di ricorso, con cui si deduce violazione di legge e vizio motivazionale sotto il profilo della mancanza e dell’apparenza con riferimento alla concreta finalita’ probatoria del sequestro.

La censura si appalesa generica per aspecificita’.

Ed invero, e’ sufficiente la semplice lettura dell’impugnata ordinanza a rendere palese l’inammissibilita’ del motivo. I giudici del riesame, infatti, rispondono puntualmente e con motivazione che non puo’ certo ritenersi apparente o mancante (posto che l’”apparenza” della motivazione e’ ravvisabile soltanto quando sia del tutto avulsa dalle risultanze processuali o si avvalga di argomentazioni di puro genere o di asserzioni apodittiche o di proposizioni prive di efficacia dimostrativa, cioe’, in tutti i casi in cui il ragionamento espresso dal giudice a sostegno della decisione adottata sia soltanto fittizio e percio’ sostanzialmente inesistente: v. Sez. 5, n. 9677 del 5/03/2015, P.G. in proc. Vassallo, Rv. 263100; laddove e’ “mancante” la motivazione ove la stessa e’ assente su un punto decisivo della causa sottoposto al giudice di merito: v. Sez. 1, n. 9539 del 12/05/1999 – dep. 23/07/1999, Commisso ed altri, Rv. 215132), alla identica doglianza svolta in sede di riesame, chiarendo (v. pag. 7) come nel caso di specie sia di tutta evidenza come la ricerca del software Mach3 e della pen-drive e dell’unita’ NAS fosse necessaria per l’accertamento delle modalita’ di commissione del reato ipotizzato (Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 4); in particolare, i giudici del riesame, lungi dal restare silenti sulle doglianze difensive, confutano le medesime osservando come le dichiarazioni accusatorie rese dalla (OMISSIS) avessero avuto un primo riscontro nell’esito della perquisizione di cui al decreto 17/12/2015, riscontro che ha ragionevolmente indotto la PG a svolgere ulteriori accertamenti anche presso il terzo non indagato nel cui studio la denunciante ha affermato essere utilizzato il medesimo software con le medesime modalita’ di gestione parallela della contabilita’, donde il tribunale ha ritenuto del tutto congrua la decisione di disporre la perquisizione dello studio dell’ (OMISSIS), essendo il fine quello di ottenere il corpo del reato su cui dovranno essere condotti ulteriori accertamenti.

Trattasi, come detto, di motivazione del tutto congrua ed adeguata, rispetto alla quale il ricorrente censura un inesistente vizio di motivazione mancante e denuncia un altrettanto inesistente vizio di apparenza della motivazione, senza quindi confrontarsi con il percorso argomentativo della decisione che gia aveva confutato analoga censura, con cio’ incorrendo nel vizio di genericita’.

E’ infatti pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che deve considerarsi inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che ripropongono le stesse ragioni gia’ esaminate e ritenute infondate dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849).

Quanto, poi, alle considerazioni del ricorrente circa la intrinseca contraddittorieta’ del ragionamento svolto dal tribunale del riesame, sono prive di pregio, dimenticando l’ (OMISSIS) che, nel procedimento ex articolo 325 c.p.p., non e’ deducibile il vizio di contraddittorieta’ della motivazione (Sez. 5, n. 8434 del 11/01/2007 – dep. 28/02/2007, Ladiana ed altro, Rv. 236255), come del tutto disancorata dalla motivazione del provvedimento impugnato e’ l’affermazione secondo cui il sequestro sarebbe stato disposto a fini esplorativi, avendo infatti, come visto, il tribunale del riesame dato atto delle concrete esigenze probatorie che giustificavano, l’apprensione della res, sintetizzate nella chiara motivazione (v. pag. 8 dell’ordinanza impugnata) laddove si precisa che l’esigenza probatoria “consiste nel verificare il funzionamento di tale software e nell’ottenere un ulteriore riscontro delle dichiarazioni della denunciante”.

  1. Altrettanto inammissibile e’ la censura relativa alla presunta violazione del principio di proporzionalita’.

Ora, se e’ ben vero che detto principio trova applicazione pacificamente anche in materia di misure cautelari reali (v., tra le tante: Sez. 3, n. 38411 del 07/10/2010 – dep. 29/10/2010, Isabella Valenzi, Rv. 248560), e’ tuttavia correttamente spiegata dal tribunale del riesame la ragione della totale ablazione dei computers presso lo studio del ricorrente, precisando i giudici del riesame (v. pag. 8 dell’ordinanza impugnata) che i fatti per cui si procede riguardano l’utilizzo di una componente nascosta del software in questione, che si attiverebbe mediante alcuni accorgimenti tecnici (la pen-drive e l’unita’ NAS), e che non e’ rintracciabile immediatamente (peraltro correttamente osservando i giudici del riesame che “d’altronde non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di un applicativo per la gestione parallela dei profitti in nero di un’attivita’ professionale”), sicche’ alla luce di quanto sopra appariva proporzionata l’ablazione dell’intero sistema informatico, occorrendo apprendere i supporti hardware per poterli sottoporre ad analisi informatica per la ricerca al loro interno del software da analizzare, a sua volta, per accertare il fatto oggetto di incolpazione provvisoria.

Al cospetto di tale apparato motivazionale, dunque, la dedotta violazione di legge e’ del tutto insussistente, avendo chiaramente spiegato i giudici del riesame la ragione della impossibilita’ di limitare il vincolo cautelare e, per converso, la necessito’ di estenderlo a tutti i computers, prestando quindi anche in questo caso il motivo di ricorso al vizio di genericita’ per aspecificita’ al pari di quanto gia’ esposto supra al § 6. Se, infatti, e’ certamente illegittimo, per violazione del principio di proporzionalita’ ed adeguatezza, il sequestro a fini probatori di un sistema informatico, quale e’ un personal computer, che conduca, in difetto di specifiche ragioni, ad una indiscriminata apprensione di tutte le informazioni ivi contenute (Sez. 6, n. 24617 del 24/02/2015 – dep. 10/06/2015, Rizzo, Rv. 264092), tuttavia, nel caso in esame, l’ablazione integrale dei computers esistenti presso lo studio odontoiatrico si appalesava necessaria – come ben chiarito dal tribunale del riesame – proprio per la necessita’ di eseguire sugli stessi delle attivita’ tecniche atteso l’utilizzo di una componente nascosta del software Mach3, che nella prospettazione accusatoria si attiverebbe mediante alcuni accorgimenti tecnici (la pen drive e l’unita’ NAS), non rintracciabile immediatamente, richiedendo percio’ una verifica hardware per singola unita’.

  1. Infine, non miglior sorte merita l’ultimo motivo di ricorso, con cui si denuncia la violazione del combinato disposto degli articoli 200 e 256 c.p.p., trattandosi di sequestro eseguito in studio odontoiatrico nel quale vi sono dati coperti da segreto professionale.

Sul punto – a parte l’infondatezza del motivo derivante dalla motivazione dell’impugnata ordinanza, in cui si da atto che nel verbale 18/01/2016 gli operanti, prima di dare inizio alle operazioni di perquisizione, provvidero ad avvisare l’ (OMISSIS) ed a chiedergli di consegnare spontaneamente quanto ricercato – e’ sufficiente, al fine di evidenziare l’inammissibilita’ del relativo motivo, qui ricordare che, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, in assenza di formale opposizione del segreto d’ufficio o professionale alla richiesta di esibizione di documentazione ai sensi dell’articolo 256 c.p.p., comma 1, nulla impedisce all’autorita’ giudiziaria procedente di emanare un normale decreto di sequestro della documentazione in questione sulla base della norma generale di cui all’articolo 253 c.p.p., comma 1 e non dell’articolo 256 c.p.p., comma 2, la cui operativita’ e’ espressamente fondata nel presupposto che vi sia stata una formale opposizione del segreto, della cui fondatezza l’autorita’ giudiziaria procedente abbia motivo di dubitare (Sez. 2, n. 41786 del 06/10/2015 – dep. 16/10/2015, Micciche’ e altri, Rv. 264777). Trattasi di principio ovviamente applicabile anche alle apparecchiature informatiche, Come del resto reso palese dal riferimento contenuto nello stesso articolo 256 c.p.p., comma 1, ai “dati, informazioni e programmi informatici, anche mediante copia di essi su adeguato supporto, e ogni altra cosa esistente presso di esse”. Nella specie risulta dal verbale che l’ (OMISSIS) venne richiesto di consegnare spontaneamente quanto indicato nel decreto di perquisizione e sequestro e che, questi, peraltro avvisato di farsi assistere, nulla ebbe a consegnare, dandosi cosi’ luogo alla perquisizione da parte degli operanti, il tutto senza che l’ (OMISSIS) opponesse il segreto professionale.

Peraltro, quand’anche si volesse seguire la tesi dell’ (OMISSIS), la mancata richiesta di esibizione da parte degli operanti ex articolo 256 c.p.p. non integra, non essendo espressamente prevista, alcuna nullita’.

  1. Infine, ai fini della legittimita’ del sequestro ovvero dell’acquisizione delle apparecchiature informatiche, nessun rilievo assume la circostanza che esse contengano dati personali idonei a rivelare i rapporti professionali con i clienti dello studio, i quali, ai sensi del Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 26, possono essere oggetto di trattamento solo con il consenso scritto dell’interessato e previa autorizzazione del Garante. Tale limitazione non si pone infatti per l’autorita’ giudiziaria che indaga in ordine a fatti penalmente rilevanti, come si desume innanzi tutto dai principi generali del diritto processuale penale e quindi dalle disposizioni dello stesso Decreto Legislativo n. 196 del 2003, il quale all’articolo 18, comma 2, precisa che il trattamento di dati personali da parte di soggetti pubblici e’ consentito per lo svolgimento delle funzioni istituzionali ed all’articolo 26, comma 4, lettera c), stabilisce che i dati suddetti possono essere utilizzati, con l’autorizzazione del Garante, ove cio’ sia necessario ai fini dello svolgimento delle investigazioni difensive di cui alla L. 7 dicembre 2000, n. 397: la circostanza che non vi sia analoga disposizione per il pubblico ministero dimostra che per il rappresentante della pubblica accusa non sono posti limiti di sorta in materia di acquisizione di documenti o, come nel caso di specie, di apparecchiature informatiche, contenenti dati sensibili (v., con riferimento ai dati sanitari: Sez. 2, n. 1480 del 23/03/1999 – dep. 30/04/1999, Ferrari, Rv. 213307).
  2. Alla dichiarazione di inammissibilita’ del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonche’, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilita’, al versamento della somma, ritenuta adeguata, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende

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La Suprema Corte ci indica che  sono le problematiche da risolvere per la decisione del presente ricorso e per le quali, in presenza di contrasto nella giurisprudenza delle sezioni semplici di questa Corte, vi è stata rimessione a queste sezioni unite: 1) se l’ipotesi criminosa di cui all’art. 12 del D.L. 3.5.1991, n. 143, convertito con la legge 5.7.1991, n. 197, che prevede e punisce l’acquisizione di carte di credito, di pagamento o di altro documento analogo di provenienza illecita, sia speciale o meno rispetto al delitto di ricettazione; 2) se la condotta di indebito utilizzo dei documenti predetti, contemplata dalla medesima norma, assorba il reato di truffa.

In ordine alla prima questione, ad un orientamento che nega la sussistenza di ogni rapporto di specialità tra le due norme sul presupposto della piena autonomia delle ipotesi criminose poiché l’art. 12 coprirebbe spazi vuoti non coperti dall’art. 648 (Sez. II, 1.7.1994, P.M. c/Marrero Mieres; sez. II, 19.9.1997, Paissan; sez. II, 3.5.1999, P.G. c/Leone), fa riscontro altro indirizzo che ravvisa un rapporto di specialità tra le due norme, ritenendo speciale quella dell’art. 12 per l’elemento specializzante del particolare oggetto materiale (tra le altre Sez. II, 9.1.1998, P.G. c/Scandinaro; sez. II, 9.4.1999, Ramon; sez. V, 10.6.1998, P.M. c/Vallorani; sez. V, 21.11.2000, Amoroso).

Sul tema del concorso tra l’art. 12 prima parte e l’art. 640 c.p. alcune pronunce hanno sostenuto il concorso di reati sulla base della diversa obiettività giuridica e della presenza nella truffa di elementi quali il danno e il profitto, estranei all’altra figura criminosa (Sez. V, 28.2.95, Borelli; sez. V, 5.5.1995, Lazzaro; sez. V, 9.4.1999, P.G. c/Sorgente), altre hanno ritenuto che la nuova fattispecie, più grave, assorba la truffa (Sez. V, 1.10.1999, Melluccio).AVVOCATO PENALISTA FORLI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

AFFERMA LA SUPREMA CORTE:

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AVVOCATO PENALISTA FORLI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

E’ ben noto che il problema del concorso reale o apparente di norme incriminatrici è stato costantemente dibattuto in dottrina e in giurisprudenza. Il criterio della specialità, l’unico espressamente disciplinato (art. 15 c.p.) e l’unico secondo alcuni che avrebbe consentito di risolvere nel senso dell’apparenza il concorso di norme, ha dato luogo a diverse difficoltà interpretative e applicative (v. soprattutto il significato e il valore da attribuire all’espressione “stessa materia” – “stessa obiettività giuridica” (ex plurimis, Sez. Un. 13.9.1995, La Spina), ovvero “stesso fatto” (Sez. Un. 13.9.1982), o ancora “stesso aspetto della realtà” o “stesso settore dell’attività umana”) – ed ha consentito di approdare alla conclusione che in certe fattispecie l’adozione del principio di specialità non avrebbe portato a soluzioni razionalmente e giuridicamente soddisfacenti.

E’ questo il caso della c.d. specialità bilaterale, quando cioè entrambe le norme, al di là degli elementi comuni, contengono uno o più elementi specializzanti. Per risolvere tali fattispecie sono stati proposti vari criteri, quali la specialità dei corpi o complessi legislativi in cui la norma è posta (Sez. II, 9.4.1999, Ramon), o la specificità dei soggetti cui la norma è destinata, o ancora la prevalenza quantitativa o qualitativa degli elementi speciali dell’una norma rispetto all’altra. Ma è stato acutamente osservato che in realtà qui si è al di fuori dell’ambito del criterio di specialità, poiché non vi è subordinazione della norma speciale alla norma generale e non si è più in grado di determinare quale norma sia da applicare in quanto speciale rispetto all’altra. Finisce per esservi una interferenza tra norme che come tale potrebbe comportare, in contrasto con le esigenze razionali ed equitative, non un concorso apparente di norme bensì un concorso reale di norme e di reati.

Di qui dunque l’esigenza di far ricorso ad ulteriori criteri di soluzione del concorso di norme nel senso dell’apparenza, dettati dallo stesso legislatore, quando espressamente esclude il concorso reale di norme e quindi di reati, o, in assenza di una specifica previsione, desumibili dal sistema, che esprime in sé un’istanza-guida di giustizia materiale che non tollera l’addebito plurimo di un medesimo fatto tutte le volte che l’applicazione di una sola delle norme in cui è sussumibile il fatto ne esaurisca l’intero contenuto di disvalore sotto il profilo sia oggettivo sia soggettivo: è il c.d. ne bis in idem sostanziale, rispondente ad una esigenza equitativa insopprimibile.

E’ su questa base c.d. valutativa che si sono elaborati i criteri della sussidiarietà e della consunzione o assorbimento, in virtù del quale ultimo – lex consumens derogat lex consumptae – si determina un concorso apparente di norme quante volte l’applicazione della sola norma che prevede la pena più grave esaurisce l’intero disvalore del fatto.1 AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

Particolarmente significativo, quale linea di tendenza de iure condendo, quanto leggesi nella relazione al progetto preliminare di riforma del codice penale: “il principio secondo cui la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale costituisce regola comunemente riconosciuta da tutte le legislazioni penali europee: esso tradizionalmente si riferisce ai rapporti di c.d. specialità in astratto tra due o più norme penali. L’esperienza giurisprudenziale e dottrinale ha rivelato come il principio di specialità in astratto sia tuttavia inadeguato a rappresentare tutte le ipotesi in cui deve riconoscersi concorso apparente di norme coesistenti: l’elaborazione dei criteri di sussidiarietà, dell’assorbimento e della consunzione da un lato, della specialità in concreto e della specialità bilaterale nelle sue diverse specificazioni dall’altro, stanno a dimostrare l’esigenza di impedire che il soggetto agente, pur in assenza di situazioni di specialità in astratto, sia chiamato a rispondere della violazione di più norme penali quando comunque una di esse sia in grado di comprendere per intero il disvalore del fatto (c.d. ne bis in idem sostanziale).

“In questa prospettiva la Commissione, recependo quanto era già previsto dal progetto Pagliaro, ha ritenuto di prevedere nell’art. 4, a fianco del principio di specialità in astratto, che quando un medesimo fatto appare riconducibile a più disposizioni di legge si applica quella che ne esprime per intero il disvalore, chiamando in questo modo l’interprete a valutare se in mancanza appunto della prima ipotesi di concorso apparente di norme, una delle disposizioni in gioco sia in grado di rappresentare nella sua interezza la o le offese realizzate dal fatto posto in essere”.

In conclusione si può affermare che la soluzione del problema del discrimine tra concorso reale e concorso apparente di norme incriminatrici deve essere affidata all’uno o all’altro dei criteri elaborati (e già normativamente disciplinanti sia pure in forma non espressa), a seconda delle caratteristiche strutturali e ontologiche delle fattispecie criminose messe a confronto, prese singolarmente e nei rapporti reciproci.

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AVVOCATO PENALISTA FORLI CORTE APPELLO BOLOGNA AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 6, della legge n. 62 del 2005 ARTICOLO N.187 ter

le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 6, della legge n. 62 del 2005

  • ARTICOLO N.187 ter 

Manipolazione del mercato (1).

 

AVVOCATO PENALISTA
AVVOCATO PENALISTA

  • 187-ter
  1. Salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro centomila a euro venticinque milioni chiunque, tramite mezzi di informazione, compreso INTERNET o ogni altro mezzo, diffonde informazioni, voci o notizie false o fuorvianti che forniscano o siano suscettibili di fornire indicazioni false ovvero fuorvianti in merito agli strumenti finanziari (2).
  2. Per i giornalisti che operano nello svolgimento della loro attività professionale la diffusione delle informazioni va valutata tenendo conto delle norme di autoregolamentazione proprie di detta professione, salvo che tali soggetti traggano, direttamente o indirettamente, un vantaggio o un profitto dalla diffusione delle informazioni.
  3. Salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria di cui al comma 1 chiunque pone in essere:
  4. a) operazioni od ordini di compravendita che forniscano o siano idonei a fornire indicazioni false o fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo di strumenti finanziari;
  5. b) operazioni od ordini di compravendita che consentono, tramite l’azione di una o di più persone che agiscono di concerto, di fissare il prezzo di mercato di uno o più strumenti finanziari ad un livello anomalo o artificiale;
  6. c) operazioni od ordini di compravendita che utilizzano artifizi od ogni altro tipo di inganno o di espediente;
  7. d) altri artifizi idonei a fornire indicazioni false o fuorvianti in merito all’offerta, alla domanda o al prezzo di strumenti finanziari.
  8. Per gli illeciti indicati al comma 3, lettere a) e b), non può essere …

 

 

Corte cost., 7 aprile 2017, n. 68

 

Massima:

 

Sono inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 187-sexies del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, ai sensi degli articoli 8 e 21 della legge 6 febbraio 1996, n. 52), e 9, comma 6, della legge 18 aprile 2005, n. 62 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 2004), sollevate, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 7 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

 

Ricognizione:

L’art. 187sexies del d.lgs. n. 58 del 1998 (per come modificato dalla L. n. 62/2005) prevede che, in caso di condanna per un illecito amministrativo previsto dalla parte V, titolo Ibis (ad es. abuso di informazioni privilegiate), del medesimo testo normativo, ove non sia possibile confiscare il prodotto o il profitto dell’illecito e i beni utilizzati per commetterlo, sia disposta la confisca di somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente. L’art. 9, comma 6, della legge n. 62 del 2005 aggiunge che tale regime si applica anche alle violazioni commesse anteriormente all’entrata in vigore di tale legge, con cui sono state depenalizzate alcune figure di reato e sono stati introdotti corrispondenti illeciti amministrativi, salvo che il relativo procedimento penale non sia già stato definito.

Con sei ordinanze di analogo tenore, la Corte di cassazione ha sollevato questioni di legittimità costituzionale degli artt. 187sexies TUF e 9, comma 6, della legge 62/2005, in riferimento agli artt. 3, 25, comma 2, e 117, comma 1 Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 7 CEDU.

Il rimettente ha evidenziato che la misura in questione, in quanto confisca per equivalente, ha un contenuto sostanzialmente afflittivo, che eccede la finalità di prevenire la commissione di illeciti, perché si applica a beni del tutto privi di collegamento con l’illecito stesso. Ha dunque natura di sanzione penale ai sensi dell’art. 7 CEDU, al pari delle altre ipotesi di confisca di valore già conosciute dal nostro ordinamento.

Ne dovrebbe seguire l’applicazione dello statuto costituzionale della pena, tracciato dagli artt. 25, comma 2, e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 7 della CEDU, oltre che dell’art. 3 Cost., nella parte in cui prevedono che la confisca per equivalente si applica anche alle violazioni commesse anteriormente all’entrata in vigore della legge n. 62 del 2005, che l’ha introdotta.

La Corte costituzionale non intende discostarsi dalla premessa argomentativa da cui muove il rimettente, confermando la natura penale, ai sensi dell’art. 7 CEDU, della misura de quo.

Ciò sulla scorta della considerazione che la confisca non si presenta sempre di eguale natura e in unica configurazione, ma assume, in dipendenza delle diverse finalità che la legge le attribuisce, diverso carattere, che può essere di pena come anche di misura non penale. Mentre la confisca ordinaria, avente ad oggetto i beni legati al reato da un nesso di pertinenzialità, assolve a una funzione essenzialmente preventiva, la confisca per equivalente, che raggiunge beni di altra natura, palesa una connotazione prevalentemente afflittiva ed ha, dunque, una natura eminentemente sanzionatoria.

Ebbene, la confisca per equivalente prevista dall’art. 187sexies impugnato condivide il tratto essenziale proprio delle altre ipotesi di confisca di valore finora vagliate dalla giurisprudenza costituzionale.

Nel caso di specie, pertanto, la confisca per equivalente, nonostante sia prevista dalla legge come conseguente a un illecito amministrativo, va considerata una “pena”, come tale assistita da tutte le garanzie prescritte al riguardo dagli artt. 25, comma 2 e 117 Cost., nonché dall’art. 7 della CEDU, perché punire a qualsivoglia titolo la persona per un fatto privo di antigiuridicità quando è stato commesso significa violare il cuore dell’affidamento che l’individuo è legittimato a riporre nello Stato quanto all’esercizio della potestà pubblica in forme prive di arbitrarietà e irrazionalità.

Ciò nondimeno, deve ritenersi che le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 6, della legge n. 62 del 2005 siano inammissibili, perché basate su un erroneo presupposto interpretativo.

È fuori di dubbio che sia vietato al legislatore sanzionare con effetto retroattivo un fatto che non era illecito quando fu commesso, e parimenti introdurre anche per il passato una sanzione che si aggiunge al trattamento sanzionatorio già previsto dalla legge.

Il giudice a quo imposta l’odierna questione di legittimità costituzionale secondo la medesima traccia logica, postulando che una nuova pena retroattiva sia stata introdotta nell’ordinamento, e non considera che la vicenda normativa di cui si tratta ha dato luogo a un fenomeno giuridico di più ampia portata, che muta i termini della questione. Infatti, il fatto addebitato ai ricorrenti nel processo principale quando fu commesso costituiva reato, ai sensi dell’art. 180 del d.lgs. n. 58 del 1998, nel testo originario. A seguito della depenalizzazione disposta dall’art. 9, comma 2, lettera a), della legge n. 62 del 2005, esso è stato espunto dall’area di ciò che rileva penalmente, tramutandosi in illecito amministrativo, ed ha in tal modo conservato la sua antigiuridicità.

Il passaggio dal reato all’illecito amministrativo è vicenda non infrequente nell’ordinamento, che talora il legislatore governa con un’apposita norma transitoria. Con riguardo alla confisca per equivalente originata dall’art. 187sexies del d.lgs. n. 58 del 1998 una norma transitoria di questo tenore è stata adottata appunto con l’art. 9, comma 6, impugnato.

Con tale norma, il legislatore non ha privato il fatto di antigiuridicità, e ha continuato a riprovarlo per mezzo della sanzione amministrativa, considerando quest’ultima in sé più favorevole della precedente pena, benché connotata dalla confisca di valore. Ed è in questa prospettiva che ha sottoposto al nuovo e ritenuto più mite trattamento sanzionatorio l’autore della violazione commessa quando era punita come reato.

L’art. 7 CEDU disciplina anche il fenomeno della successione di leggi penali nel tempo e lo risolve nel senso della necessaria applicazione della lex mitior, sicché, ai fini del rispetto delle garanzie accordate da tale norma, il passaggio dal reato all’illecito amministrativo, quando quest’ultimo conserva natura penale, permette l’applicazione retroattiva del nuovo regime punitivo ove, come nel caso di specie, risulti più mite di quello precedente.

In definitiva, il giudice rimettente ha omesso di considerare che la natura penale, ai sensi dell’art. 7 della CEDU, del nuovo regime punitivo previsto per l’illecito amministrativo comporta un inquadramento della fattispecie nell’ambito della successione delle leggi nel tempo; da ciò deriva la legittimità costituzionale dell’applicazione retroattiva del nuovo trattamento sanzionatorio in quanto più favorevole rispetto a quello applicabile in passato.

Pertanto, i giudici della consulta dichiarano inammissibili le questioni di legittimità costituzionale.

 

Art 570 bis cp no reato figlio maggiorenne che puo’ lavorare

Art 570 bis cp no reato figlio maggiorenne che puo’ lavorare

NIENTE REATO PER NON DARE SUSSITENZA ALFIGLIO MAGGIORENNE CHE PUO’ LAVORARE

l’inabilità al lavoro rilevante ai sensi del citato art. 570, comma 2, impone al genitore l’obbligo di corrispondere i mezzi di sussistenza anche al figlio maggiorenne va intesa,

in base alla definizione contenuta nella L. n. 118 del 1971, artt. 2 e 12, come totale e permanente inabilità lavorativa

https://avvocato-penalista-bologna.it/frode-informatica-art-640-ter-cp-avvocato-penalista-bologna/

Ne discende che non integra il reato in parola la mancata corresponsione dei mezzi di sussistenza a figli maggiorenni non inabili a lavoro, anche se studenti: l’onere di prestare i mezzi di sussistenza, penalmente sanzionato, ha infatti un contenuto soggettivamente e oggettivamente più ristretto di quello delle obbligazioni previste dalla legge civile, potendo sussistere la fattispecie delittuosa di cui all’art. 388 c.p., qualora ricorrano i requisiti previsti da tale norma (segnatamente il compimento di atti fraudolenti diretti ad eludere gli obblighi di cui trattasi) (Sez. 6, n. 895 del 25/11/1993 – dep. 1994, Cavallaro, Rv. 196946).

2.2. D’altra parte, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, l’inabilità al lavoro rilevante ai sensi del citato art. 570, comma 2, impone al genitore l’obbligo di corrispondere i mezzi di sussistenza anche al figlio maggiorenne va intesa, in base alla definizione contenuta nella L. n. 118 del 1971, artt. 2 e 12, come totale e permanente inabilità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto insussistente il reato, in quanto al figlio maggiorenne, a cui l’imputato aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza, era stata riconosciuta una riduzione permanente della capacità lavorativa inferiore al 75%). (Sez. 6, n. 23581 del 13/02/2013, L. P, Rv. 256258).

Art 570 bis cp no reato figlio maggiorenne che puo’ lavorare

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Sentenza 12 dicembre 2018 – 11 gennaio 2019, n. 1342

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETRUZZELLIS Anna – Presidente –

Dott. TRONCI Andrea – Consigliere –

Dott. COSTANZO Angelo – Consigliere –

Dott. BASSI Alessandra – rel. Consigliere –

Dott. COSTANTINI Antonio – Consigliere –

Art 570 bis cp no reato figlio maggiorenne che puo’ lavorare

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA


sul ricorso proposto da:

L.M., nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27/05/2016 della Corte d’appello di Ancona;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Alessandra Bassi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. DALL’OLIO Marco, che ha concluso chiedendo che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Svolgimento del processo

1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte d’appello di Ancona ha confermato la sentenza del 23 settembre 2014, con cui il Tribunale di Ascoli Piceno ha condannato alla pena di legge L.M. per il reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere omesso di versare le somme stabilite dal giudice in favore della figlia.

2. Con atto a firma del difensore di fiducia, L.M. ricorre avverso il provvedimento e ne chiede l’annullamento per i motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p..

2.1. Con il primo motivo, la difesa eccepisce la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione per avere la Corte d’appello erroneamente omesso di riqualificare il fatto ai sensi dell’art. 388 c.p.;

2.2. Con il secondo e terzo motivo, il ricorrente deduce la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione, per avere i giudici di merito errato nell’applicare il disposto dell’art. 570 c.p.. A sostegno delle doglianze si evidenzia, per un verso, che l’imputato non ha mai tenuto alcun comportamento contrario all’ordine ed alla morale della famiglia, nè si è mai sottratto agli obblighi di assistenza relativi alla responsabilità genitoriale; per altro verso, che la Corte d’appello ha ritenuto integrato il reato sebbene la figlia maggiorenne abbia abbandonato il domicilio domestico, per libera scelta, a seguito del decesso della madre. La difesa sottolinea inoltre come l’inadempimento abbia riguardato tre sole mensilità, rispetto alle quali avrebbe dovuto essere applicata la causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis c.p.; come, all’epoca del fatto, la persona offesa fosse maggiorenne ed avesse raggiunto una condizione di autosufficienza economica, sicchè faceva difetto lo stato di bisogno; come l’imputato si trovasse in condizione di non poter adempiere agli obblighi ignorando il luogo di dimora della figlia – persona offesa.

2.3. Con il quarto motivo, l’impugnante rileva la violazione di legge penale ed il vizio di motivazione in relazione all’art. 124 c.p., per avere la Corte d’appello erroneamente omesso di dichiarare l’improcedibilità del reato per tardività della querela.

Motivi della decisione


1. Il ricorso è fondato in relazione al secondo ed assorbente motivo, con il quale il ricorrente si duole della ritenuta integrazione del reato contestato sul presupposto che la figlia beneficiaria dell’assegno di mantenimento fosse ormai maggiorenne all’epoca dei fatti.

2. Giova rilevare come, secondo il chiaro enunciato normativo, l’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, punisca – con le pene stabilite dal primo comma applicate congiuntamente – colui il quale “fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore ovvero inabili al lavoro (…)”.

2.1. Ne discende che non integra il reato in parola la mancata corresponsione dei mezzi di sussistenza a figli maggiorenni non inabili a lavoro, anche se studenti: l’onere di prestare i mezzi di sussistenza, penalmente sanzionato, ha infatti un contenuto soggettivamente e oggettivamente più ristretto di quello delle obbligazioni previste dalla legge civile, potendo sussistere la fattispecie delittuosa di cui all’art. 388 c.p., qualora ricorrano i requisiti previsti da tale norma (segnatamente il compimento di atti fraudolenti diretti ad eludere gli obblighi di cui trattasi) (Sez. 6, n. 895 del 25/11/1993 – dep. 1994, Cavallaro, Rv. 196946).

2.2. D’altra parte, come questa Corte ha avuto modo di chiarire, l’inabilità al lavoro rilevante ai sensi del citato art. 570, comma 2, impone al genitore l’obbligo di corrispondere i mezzi di sussistenza anche al figlio maggiorenne va intesa, in base alla definizione contenuta nella L. n. 118 del 1971, artt. 2 e 12, come totale e permanente inabilità lavorativa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto insussistente il reato, in quanto al figlio maggiorenne, a cui l’imputato aveva fatto mancare i mezzi di sussistenza, era stata riconosciuta una riduzione permanente della capacità lavorativa inferiore al 75%). (Sez. 6, n. 23581 del 13/02/2013, L. P, Rv. 256258).

2.3. Sulla scorta di quanto sopra, risulta di tutta evidenza l’insussistenza dei presupposti dell’incriminazione in oggetto.

Come si evince dalla sentenza, alla data dell’inizio del delitto permanente (17 ottobre 2009, giusta contestazione), la figlia era ormai maggiorenne (essendo nata il 4 dicembre 1985); d’altra parte, dalla ricostruzione in fatto tratteggiata in motivazione, risulta chiaro che la ragazza non era inabile al lavoro, tanto che svolgeva un lavoro con contratto part-time (v. pagina 4 della sentenza).

3. La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata senza rinvio, perchè il fatto non sussiste.

P.Q.M.


annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.

Così deciso in Roma, il 12 dicembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 gennaio 2019.

Legge 18 aprile 2005, n. 62 Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee (Legge comunitaria 2004) (G.U. n. 96 del 27 aprile 2005)

 Legge 18 aprile 2005, n. 62
Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee
(Legge comunitaria 2004)
(G.U. n. 96 del 27 aprile 2005)
ACONSU

Art. 1. Delega al Governo per l’attuazione di direttive comunitarie

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione alle direttive comprese negli elenchi di cui agli allegati A e B.

2. I decreti legislativi sono adottati, nel rispetto dell’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro con competenza istituzionale prevalente per la materia, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e con gli altri Ministri interessati in relazione all’oggetto della direttiva.

3. Gli schemi dei decreti legislativi recanti attuazione delle direttive comprese nell’elenco di cui all’allegato B, nonché, qualora sia previsto il ricorso a sanzioni penali, quelli relativi all’attuazione delle direttive elencate nell’allegato A, sono trasmessi, dopo l’acquisizione degli altri pareri previsti dalla legge, alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di essi sia espresso il parere dei competenti organi parlamentari. Decorsi quaranta giorni dalla data di trasmissione, i decreti sono emanati anche in mancanza del parere. Qualora il termine per l’espressione del parere parlamentare di cui al presente comma, ovvero i diversi termini previsti dai commi 4 e 8, scadano nei trenta giorni che precedono la scadenza dei termini previsti ai commi 1 o 5 o successivamente, questi ultimi sono prorogati di novanta giorni.

4. Gli schemi dei decreti legislativi recanti attuazione delle direttive 2003/10/CE, 2003/20/CE, 2003/35/CE, 2003/42/CE, 2003/59/CE, 2003/85/CE, 2003/87/CE, 2003/99/CE, 2003/122/Euratom, 2004/8/CE, 2004/12/CE, 2004/17/CE, 2004/18/CE, 2004/22/CE, 2004/25/CE, 2004/35/CE, 2004/38/CE, 2004/39/CE, 2004/67/CE e 2004/101/CE sono corredati della relazione tecnica di cui all’articolo 11-ter, comma 2, della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni. Su di essi è richiesto anche il parere delle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari. Il Governo, ove non intenda conformarsi alle condizioni formulate con riferimento all’esigenza di garantire il rispetto dell’articolo 81, quarto comma, della Costituzione, ritrasmette alle Camere i testi, corredati dei necessari elementi integrativi di informazione, per i pareri definitivi delle Commissioni competenti per i profili finanziari che devono essere espressi entro venti giorni, fatto salvo quanto previsto dal comma 5-bis.

5. Entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore di ciascuno dei decreti legislativi di cui al comma 1, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi fissati dalla presente legge, il Governo può emanare, con la procedura indicata nei commi 2, 3 e 4, disposizioni integrative e correttive dei decreti legislativi emanati ai sensi del comma 1.
(comma così modificato dall’articolo 16, comma 2, legge n. 29 del 2006)

5-bis. Entro tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1, adottati per l’attuazione delle direttive 2004/39/CE, relativa ai mercati degli strumenti finanziari, e 2004/25/CE, concernente le offerte pubbliche di acquisto, il Governo, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi di cui all’articolo 2 e con la procedura prevista dal presente articolo, può emanare disposizioni integrative e correttive al fine di tenere conto delle eventuali disposizioni di attuazione adottate dalla Commissione europea secondo la procedura di cui, rispettivamente, all’articolo 64, paragrafo 2, della direttiva 2004/39/CE, e all’articolo 18, paragrafo 2, della direttiva 2004/25/CE.
(comma introdotto dall’articolo 16, comma 1, legge n. 29 del 2006)

6. In relazione a quanto disposto dall’articolo 117, quinto comma, della Costituzione, i decreti legislativi eventualmente adottati nelle materie di competenza legislativa delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano entrano in vigore, per le regioni e le province autonome nelle quali non sia ancora in vigore la propria normativa di attuazione, alla data di scadenza del termine stabilito per l’attuazione della normativa comunitaria e perdono comunque efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore della normativa di attuazione adottata da ciascuna regione e provincia autonoma nel rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e, nelle materie di competenza concorrente, dei princìpi fondamentali stabiliti dalla legislazione dello Stato. A tale fine i decreti legislativi recano l’esplicita indicazione della natura sostitutiva e cedevole delle disposizioni in essi contenute.

7. Il Ministro per le politiche comunitarie, nel caso in cui una o più deleghe di cui al comma 1 non risulti ancora esercitata trascorsi quattro mesi dal termine previsto dalla direttiva per la sua attuazione, trasmette alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica una relazione che dia conto dei motivi addotti dai Ministri con competenza istituzionale prevalente per la materia a giustificazione del ritardo. Il Ministro per le politiche comunitarie ogni quattro mesi informa altresì la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sullo stato di attuazione delle direttive da parte delle regioni e delle province autonome.

8. Il Governo, quando non intende conformarsi ai pareri parlamentari di cui al comma 3, relativi a sanzioni penali contenute negli schemi di decreti legislativi recanti attuazione delle direttive comprese negli allegati A e B, ritrasmette con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni i testi alla Camera dei deputati ed al Senato della Repubblica per il parere definitivo che deve essere espresso entro venti giorni.

Art. 2. Princìpi e criteri direttivi generali della delega legislativa

1. Salvi gli specifici princìpi e criteri direttivi stabiliti dalle disposizioni di cui al capo II ed in aggiunta a quelli contenuti nelle direttive da attuare, i decreti legislativi di cui all’articolo 1 sono informati ai seguenti princìpi e criteri direttivi generali:

a) le amministrazioni direttamente interessate provvedono all’attuazione dei decreti legislativi con le ordinarie strutture amministrative;
b) ai fini di un migliore coordinamento con le discipline vigenti per i singoli settori interessati dalla normativa da attuare, sono introdotte le occorrenti modificazioni alle discipline stesse, fatte salve le materie oggetto di delegificazione ovvero i procedimenti oggetto di semplificazione amministrativa;
c) salva l’applicazione delle norme penali vigenti, ove necessario per assicurare l’osservanza delle disposizioni contenute nei decreti legislativi, sono previste sanzioni amministrative e penali per le infrazioni alle disposizioni dei decreti stessi. Le sanzioni penali, nei limiti, rispettivamente, dell’ammenda fino a 103.291 euro e dell’arresto fino a tre anni, sono previste, in via alternativa o congiunta, solo nei casi in cui le infrazioni ledano o espongano a pericolo interessi costituzionalmente protetti. In tali casi sono previste: la pena dell’ammenda alternativa all’arresto per le infrazioni che espongano a pericolo o danneggino l’interesse protetto; la pena dell’arresto congiunta a quella dell’ammenda per le infrazioni che rechino un danno di particolare gravità. La sanzione amministrativa del pagamento di una somma non inferiore a 103 euro e non superiore a 103.291 euro è prevista per le infrazioni che ledano o espongano a pericolo interessi diversi da quelli sopra indicati. Nell’ambito dei limiti minimi e massimi previsti, le sanzioni sopra indicate sono determinate nella loro entità, tenendo conto della diversa potenzialità lesiva dell’interesse protetto che ciascuna infrazione presenta in astratto, di specifiche qualità personali del colpevole, comprese quelle che impongono particolari doveri di prevenzione, controllo o vigilanza, nonché del vantaggio patrimoniale che l’infrazione può recare al colpevole o alla persona o all’ente nel cui interesse egli agisce. In ogni caso sono previste sanzioni identiche a quelle eventualmente già comminate dalle leggi vigenti per le violazioni omogenee e di pari offensività rispetto alle infrazioni alle disposizioni dei decreti legislativi;
d) eventuali spese non contemplate da leggi vigenti e che non riguardano l’attività ordinaria delle amministrazioni statali o regionali possono essere previste nei decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione alle direttive nei soli limiti occorrenti per l’adempimento degli obblighi di attuazione delle direttive stesse; alla relativa copertura, nonché alla copertura delle minori entrate eventualmente derivanti dall’attuazione delle direttive, in quanto non sia possibile fare fronte con i fondi già assegnati alle competenti amministrazioni, si provvede a carico del fondo di rotazione di cui all’articolo 5 della legge 16 aprile 1987, n. 183, per un ammontare complessivo non superiore a 50 milioni di euro;
e) all’attuazione di direttive che modificano precedenti direttive già attuate con legge o con decreto legislativo si procede, se la modificazione non comporta ampliamento della materia regolata, apportando le corrispondenti modificazioni alla legge o al decreto legislativo di attuazione della direttiva modificata;
f) i decreti legislativi assicurano in ogni caso che, nelle materie oggetto delle direttive da attuare, la disciplina sia pienamente conforme alle prescrizioni delle direttive medesime, tenuto anche conto delle eventuali modificazioni comunque intervenute fino al momento dell’esercizio della delega;
g) quando si verifichino sovrapposizioni di competenze fra amministrazioni diverse o comunque siano coinvolte le competenze di più amministrazioni statali, i decreti legislativi individuano, attraverso le più opportune forme di coordinamento, rispettando i princìpi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza e le competenze delle regioni e degli altri enti territoriali, le procedure per salvaguardare l’unitarietà dei processi decisionali, la trasparenza, la celerità, l’efficacia e l’economicità nell’azione amministrativa e la chiara individuazione dei soggetti responsabili;
h) i decreti legislativi assicurano che sia garantita una effettiva parità di trattamento dei cittadini italiani rispetto a quelli degli altri Stati membri dell’Unione europea, facendo in modo di assicurare il massimo livello di armonizzazione possibile tra le legislazioni interne dei vari Stati membri ed evitando l’insorgere di situazioni discriminatorie a danno dei cittadini italiani nel momento in cui gli stessi sono tenuti a rispettare, con particolare riferimento ai requisiti richiesti per l’esercizio di attività commerciali e professionali, una disciplina più restrittiva di quella applicata ai cittadini degli altri Stati membri.

Art. 3. Delega al Governo per la disciplina sanzionatoria di violazioni di disposizioni comunitarie

1. Al fine di assicurare la piena integrazione delle norme comunitarie nell’ordinamento nazionale, il Governo, fatte salve le norme penali vigenti, è delegato ad adottare, entro due anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, disposizioni recanti sanzioni penali o amministrative per le violazioni di direttive comunitarie attuate in via regolamentare o amministrativa, ai sensi della legge 22 febbraio 1994, n. 146, della legge 24 aprile 1998, n. 128, e della presente legge, e di regolamenti comunitari vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge, per i quali non siano già previste sanzioni penali o amministrative.

2. La delega di cui al comma 1 è esercitata con decreti legislativi adottati ai sensi dell’articolo 14 della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri competenti per materia. I decreti legislativi si informeranno ai princìpi e criteri direttivi di cui all’articolo 2, comma 1, lettera c).

3. Gli schemi di decreto legislativo di cui al presente articolo sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere da parte dei competenti organi parlamentari con le modalità e nei termini previsti dai commi 3 e 8 dell’articolo  1.

Art. 4. Oneri relativi a prestazioni e controlli

1. Gli oneri per prestazioni e controlli da eseguire da parte di uffici pubblici nell’attuazione delle normative comunitarie sono posti a carico dei soggetti interessati, ove ciò non risulti in contrasto con la disciplina comunitaria, secondo tariffe determinate sulla base del costo effettivo del servizio. Le suddette tariffe sono predeterminate e pubbliche.

2. Le entrate derivanti dalle tariffe di cui al comma 1, qualora riferite all’attuazione delle direttive di cui agli allegati A e B della presente legge, nonché di quelle da recepire con lo strumento regolamentare, sono attribuite alle amministrazioni che effettuano le prestazioni ed i controlli, mediante riassegnazione ai sensi del regolamento di cui al d.P.R. 10 novembre 1999, n. 469.

Art. 5. Delega al Governo per il riordino normativo nelle materie interessate dalle direttive comunitarie

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 1, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, testi unici delle disposizioni dettate in attuazione delle deleghe conferite per il recepimento di direttive comunitarie, al fine di coordinare le medesime con le norme legislative vigenti nelle stesse materie, apportando le sole modificazioni necessarie a garantire la semplificazione e la coerenza logica, sistematica e lessicale della normativa.

2. I testi unici di cui al comma 1 riguardano materie o settori omogenei. Fermo restando quanto disposto al comma 5, le disposizioni contenute nei testi unici non possono essere abrogate, derogate, sospese o comunque modificate, se non in modo esplicito mediante l’indicazione puntuale delle disposizioni da abrogare, derogare, sospendere o modificare.

3. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui al comma 3 dell’articolo 1, entro il termine di diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro per la funzione pubblica, il Ministro della giustizia e il Ministro dell’interno, un testo unico in materia di disposizioni finalizzate a prevenire l’utilizzazione del sistema finanziario a scopo di riciclaggio, inteso a riordinare la legislazione vigente in materia e ad apportarvi le modifiche necessarie in conformità dei seguenti princìpi:

a) garantire la semplificazione e la coerenza logica, sistematica e lessicale della normativa;
b) garantire l’economicità, l’efficienza e l’efficacia del procedimento ove siano previste sanzioni amministrative per la violazione della normativa antiriciclaggio.

4. Dall’attuazione del comma 3 non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

5. Per le disposizioni adottate ai sensi del presente articolo si applica quanto previsto al comma 6 dell’articolo 1.

6. Il presente articolo non si applica alla materia della sicurezza e igiene del lavoro.

Art. 6. Abrogazione della legge 11 gennaio 2001, n. 7, sul settore fieristico

1. La legge 11 gennaio 2001, n. 7, sul settore fieristico, è abrogata, in esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 15 gennaio 2002 nella causa C439/99.

Art. 7. Modifica dell’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato 30 maggio 1995, n. 342, in materia di ordinamento della professione di consulente in proprietà industriale

1. In esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 febbraio 2003 nella causa C131/01, l’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’industria, del commercio e dell’artigianato 30 maggio 1995, n. 342, recante l’ordinamento della professione di consulente in proprietà industriale e la formazione del relativo Albo, è sostituito dal seguente:
«Art. 2. – (Requisiti per l’iscrizione all’Albo)
1. Può essere iscritta all’Albo dei consulenti in proprietà industriale abilitati qualsiasi persona fisica che:
a) abbia il godimento dei diritti civili nel proprio ordinamento nazionale e sia persona di buona condotta civile e morale;
b) sia cittadino italiano ovvero cittadino degli Stati membri dell’Unione europea ovvero cittadino di Stati esteri nei cui confronti vige un regime di reciprocità;
c) abbia la residenza ovvero un domicilio professionale in Italia salvo che si tratti di cittadino di Stati che consentano ai cittadini italiani l’iscrizione a corrispondenti albi senza tale requisito;
d) abbia superato l’esame di abilitazione di cui all’articolo 6 o abbia superato la prova attitudinale prevista per i consulenti in proprietà industriale all’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 115.
2. Sono altresì ammessi all’attività di rappresentanza professionale di fronte all’Ufficio italiano brevetti e marchi, con carattere di temporaneità, previa dichiarazione all’Ufficio italiano brevetti e marchi e al Consiglio dell’Ordine, i cittadini di Stati membri dell’Unione europea in possesso delle qualifiche professionali richieste dallo Stato membro nel quale essi esercitano stabilmente e legalmente la professione corrispondente a quella di consulente in proprietà industriale.
3. La prestazione di servizi di cui al comma 2 comporta l’iscrizione temporanea e automatica all’Albo dei consulenti in proprietà industriale al fine di assicurare l’applicazione delle disposizioni relative al godimento dei diritti e all’osservanza degli obblighi previsti dall’ordinamento professionale, in quanto compatibili.
4. Per l’iscrizione temporanea non si applicano i requisiti di cui alle lettere c) e d) del comma 1. Gli iscritti a titolo temporaneo non partecipano all’assemblea degli iscritti all’Albo e non possono essere eletti quali componenti del Consiglio dell’Ordine. L’iscrizione decade con il decorso del periodo per il quale l’iscrizione è stata effettuata.
5. La prestazione di servizi di cui al comma 2 è effettuata utilizzando, in lingua originale, o il titolo professionale, se esistente, o il titolo di formazione prevista dallo Stato membro di cui allo stesso comma.
6. L’iscrizione è effettuata dal Consiglio dell’Ordine su presentazione di un’istanza accompagnata dai documenti comprovanti il possesso dei requisiti di cui al comma 1 ovvero includente le autocertificazioni previste per legge. L’avvenuta iscrizione è prontamente comunicata dal Consiglio dell’Ordine all’Ufficio italiano brevetti e marchi».

Art. 8. Modifiche all’articolo 5 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 538, in materia di distribuzione all’ingrosso dei medicinali per uso umano

1. All’articolo 5 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 538, dopo il comma 4 sono aggiunti i seguenti:
«4-bis. L’autorità competente che ha concesso l’autorizzazione di cui al comma 1, qualora modifichi, sospenda o revochi la stessa, in quanto sono venuti meno i requisiti sulla cui base detta autorizzazione è stata concessa, informa immediatamente il Ministero della salute inviando copia del provvedimento di sospensione o revoca.
4-ter. Il Ministero della salute, acquisita copia dei provvedimento di sospensione o revoca di cui al comma 4-bis, adottati dalle regioni e dalle province autonome o dalle autorità da loro delegate, ne informa la Commissione europea e gli altri Stati membri.
4-quater. Su richiesta della Commissione europea o di uno Stato membro, il Ministero della salute fornisce qualunque informazione utile relativa all’autorizzazione di cui al presente articolo
».

Art. 9. Recepimento della direttiva 2003/6/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, relativa all’abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato – abusi di mercato – e delle direttive della Commissione di attuazione 2003/124/CE, 2003/125/CE e 2004/72/CE
(omissis)

Art. 10. Delega al Governo per il recepimento della direttiva 2003/89/CE in materia di indicazione degli ingredienti contenuti nei prodotti alimentari

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2003/89/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 10 novembre 2003, che modifica la direttiva 2000/13/CE, in materia di indicazione degli ingredienti contenuti nei prodotti alimentari. Con specifico riferimento alla disciplina relativa all’indicazione degli ingredienti che possono provocare allergie o intolleranze, come individuati dall’allegato III-bis della direttiva 2003/89/CE, il Governo nell’adozione del suddetto decreto legislativo si conforma ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) stabilire, anche mediante rinvio ad un decreto del Ministro della salute, sulla base dei sistemi di rilevazione analitica disponibili, la soglia al di sopra della quale deve essere indicata in etichetta la presenza dei suddetti ingredienti;
b) qualora sia accertato, sulla base dei migliori studi scientifici disponibili a livello internazionale, che la soglia di tossicità degli ingredienti di cui all’alinea, per i soggetti affetti da allergia o intolleranza, sia superiore a quella di cui alla lettera a), nelle etichette dei prodotti alimentari può essere indicato che i suddetti ingredienti sono presenti, ma in misura inferiore alla soglia di tossicità;
c) stabilire le procedure di autocertificazione che le imprese devono adottare per la verifica della presenza degli ingredienti di cui all’alinea nei propri prodotti, in relazione alle materie prime ed ai processi di lavorazione utilizzati;
d) stabilire la disciplina relativa
all’indicazione delle informazioni di cui al presente comma in etichetta, al fine di garantire l’agevole leggibilità delle medesime da parte dei consumatori.

Art. 11. Modifica all’articolo 5 della legge 16 febbraio 1913, n. 89, in materia di accesso alla professione notarile

1. All’articolo 5 della legge 16 febbraio 1913, n. 89, è aggiunto, in fine, il seguente comma:
«I requisiti di cui ai numeri 4º e 5º del primo comma possono essere sostituiti dal possesso del decreto di riconoscimento professionale emanato in applicazione del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 115».

Art. 12. Delega al Governo per la piena attuazione della direttiva 91/414/CEE del Consiglio, del 15 luglio 1991, concernente i prodotti fitosanitari

1. Al fine di pervenire alla piena attuazione della direttiva 91/414/CEE del Consiglio, del 15 luglio 1991, recante norme in materia di immissione in commercio dei prodotti fitosanitari, il Governo è delegato, fatte salve le norme penali vigenti, ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi recanti sanzioni penali o amministrative per violazioni al regolamento di cui al d.P.R. 23 aprile 2001, n. 290.

2. Nell’esercizio della delega di cui al comma 1, il Governo si attiene ai princìpi ed ai criteri direttivi generali indicati dall’articolo 2, comma 1, lettera c).

3. Gli schemi di decreto legislativo di cui al presente articolo sono trasmessi alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica per l’espressione del parere da parte dei competenti organi parlamentari con le modalità e nei termini previsti dal comma 3 dell’articolo 1.

Art. 13. Delega al Governo per la revisione della disciplina in materia di fertilizzanti

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi di riordino e revisione della disciplina in materia di fertilizzanti, di cui alla legge 19 ottobre 1984, n. 748, in conformità ai seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) adeguamento e ammodernamento delle definizioni di «concime» e delle sue molteplici specificazioni, di «fabbricante» e di «immissione sul mercato», ai sensi dell’articolo 2 del regolamento (CE) n. 2003/2003 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003;
b) utilizzo della forma delle indicazioni obbligatorie come stabilita dall’articolo 6 del citato regolamento (CE) n. 2003/2003 per i concimi immessi sul mercato con l’indicazione «concimi CE»;
c) individuazione delle misure ufficiali di controllo per valutare la conformità dei concimi, ai sensi dell’articolo 29, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 2003/2003;
d) revisione delle sanzioni da irrogare in base ai princìpi di effettività, proporzionalità e dissuasività, ai sensi dell’articolo 36 del regolamento (CE) n. 2003/2003.

2. Per le disposizioni adottate ai sensi del presente articolo si applica quanto previsto al comma 6 dell’articolo 1.

Art. 14. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, che istituisce un sistema per lo scambio di quote di emissioni dei gas a effetto serra nella Comunità e  che modifica la direttiva 96/61/CE del Consiglio

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e delle attività produttive, un decreto legislativo di recepimento della direttiva 2003/87/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 ottobre 2003, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) considerare la sicurezza energetica nazionale e la salvaguardia della competitività del sistema industriale nazionale incentivando, nell’ambito del processo di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica, la diffusione di impianti e tecnologie finalizzati all’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, secondo quanto previsto dalle direttive comunitarie in materia;
b) evitare effetti distorsivi sulla concorrenza tra le imprese;
c) assicurare la trasparenza e il pieno accesso del pubblico alle informazioni relative all’assegnazione delle quote e ai risultati del controllo delle emissioni, fatti salvi unicamente i limiti previsti dalla direttiva 2003/4/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2003, sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale;
d) prevedere sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive per le violazioni della normativa in materia di emissioni e scambio delle relative quote, assicurando anche la pubblicità delle infrazioni stesse e delle relative sanzioni;
e) assicurare la coerenza del piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione, previsto all’articolo 9 della direttiva da recepire, con il piano di azione nazionale per la riduzione dei livelli di emissione dei gas serra e per l’aumento del loro assorbimento, mediante il riconoscimento e la valorizzazione dei livelli di efficienza già raggiunti dal sistema industriale nazionale, con particolare riferimento al settore elettrico, e tenendo conto sia del rapporto costo ed efficacia delle diverse opzioni tecnologiche per la riduzione delle emissioni per le attività contemplate nell’allegato I della direttiva, sia delle potenzialità di abbattimento dei costi di riduzione delle emissioni, attraverso l’impiego dei meccanismi di progetto del Protocollo di Kyoto, Clean Development Mechanism e Joint Implementation, secondo quanto previsto dall’articolo 30, paragrafo 3, della direttiva, sia del contenimento dei costi amministrativi per le imprese anche mediante l’utilizzo delle tecnologie informatiche;
f) conformare il piano nazionale di assegnazione delle quote di emissione, di cui alla lettera e), al piano di azione nazionale per la riduzione dei livelli di emissione di gas a effetto serra e per l’aumento del loro assorbimento, preventivamente revisionato, secondo le modalità stabilite dalla delibera del CIPE del 19 dicembre 2002, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22 marzo 2003, allo scopo di individuare livelli massimi di emissione consentiti ai settori coinvolti nella direttiva nel periodo 2008-2012; tali livelli devono tenere conto sia degli obiettivi conseguibili, sia dell’efficienza già raggiunta dal sistema produttivo nazionale nel confronto con gli altri Stati membri dell’Unione europea;
g) valorizzare, attraverso opportune iniziative, gli strumenti di programmazione negoziata al fine di rendere efficaci dal punto di vista economico e ambientale le misure di attuazione della direttiva.

2. Il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, di concerto con il Ministero delle attività produttive, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, individua, con proprio decreto, il formato e le modalità di comunicazione dei dati necessari ai fini dell’attuazione della direttiva 2003/87/CE, da parte dei gestori degli impianti in esercizio rientranti nelle categorie di attività elencate nell’allegato I della citata direttiva, nonché le modalità di
informazione e di accesso del pubblico.

3. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Art. 15. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 96/92/CE.

1. Al fine di completare il processo di liberalizzazione del settore elettrico, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi, per dare attuazione alla direttiva 2003/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica e che abroga la direttiva 96/92/CE, e ridefinire conseguentemente tutti gli aspetti connessi della normativa sul sistema elettrico nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano secondo i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione e nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere che l’apertura del mercato anche ai clienti civili si attui secondo i tempi previsti dalla direttiva 2003/54/CE ed in condizioni di trasparenza e di reciprocità, promuovendo idonee misure per la riduzione dei costi dell’energia e per la fornitura del servizio di ultima istanza;
b) assicurare ai clienti un’informazione chiara sulle condizioni della fornitura, l’accesso non discriminatorio alle reti di distribuzione e al servizio di misura prevedendone la separazione almeno amministrativa dalle attività di produzione e di vendita dell’energia elettrica;
c) promuovere la realizzazione di un mercato concorrenziale dell’offerta di energia elettrica che tenga conto delle esigenze di diversificazione delle fonti e delle aree di approvvigionamento e della sostenibilità sotto il profilo ambientale, con la chiara identificazione degli obblighi di servizio pubblico imposti nell’interesse economico generale ed in maniera omogenea, efficiente e non discriminatoria alle imprese che operano nel settore, evitando effetti distorsivi dovuti a ritardi nello sviluppo delle reti dell’energia elettrica e del gas naturale;
d) definire indirizzi e priorità che, nel rispetto delle regole di libera concorrenza, sono impartiti per la loro attuazione all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e al Gestore della rete di trasmissione nazionale ai fini della gestione degli scambi e dello sviluppo delle interconnessioni con altri Paesi; garantire, attraverso l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, la regolazione unitaria delle condizioni tecnico-economiche di accesso alle reti di trasmissione e distribuzione, secondo criteri di efficienza, qualità del servizio e non discriminazione;
e) monitorare il funzionamento della borsa dell’energia elettrica e della contrattazione bilaterale, anche definendo idonee misure per la promozione della concorrenza tra operatori;
f) sviluppare l’impiego delle nuove fonti rinnovabili di energia e della cogenerazione attraverso strumenti di mercato, prevedendo il riordino degli interventi esistenti con misure anche differenziate per tipologie di impianto e introducendo meccanismi di incentivazione basati su gare per la promozione delle soluzioni tecnologiche più avanzate e ancora lontane dalla competitività commerciale, e ferma restando, alla scadenza delle convenzioni in essere, la cessazione, senza possibilità di proroghe, di ogni incentivazione per gli impianti funzionanti con fonti assimilate alle rinnovabili;
g) definire la durata delle concessioni per le grandi derivazioni d’acqua a scopo idroelettrico, in relazione all’eliminazione di clausole di preferenza nel rinnovo delle concessioni, anche allo scopo di porre le imprese nazionali in linea con la media europea, e alla realizzazione da parte delle stesse imprese di adeguati interventi di ammodernamento degli impianti;
h) prevedere che il Ministero delle attività produttive, in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, organizzi e progetti strumenti operativi per migliorare la sicurezza del sistema elettrico nazionale e l’economicità delle forniture, salvaguardando la competitività del sistema produttivo nazionale nell’ambito del contesto europeo;
i) promuovere lo sviluppo e la diffusione degli impianti di produzione di energia elettrica di potenza inferiore a 1 MW attraverso la semplificazione e la riduzione degli adempimenti previsti per la loro realizzazione, ivi comprese le procedure di valutazione di impatto ambientale;
l) promuovere la penetrazione delle imprese nazionali sui mercati esteri dell’energia anche agevolando la definizione di accordi tra imprese italiane ed estere e di iniziative di collaborazione e di partecipazione in programmi europei per lo sviluppo di nuove tecnologie e sistemi per la produzione dell’energia elettrica, ivi incluse le tecnologie nucleari, nonché lo svolgimento di attività di realizzazione e di esercizio di impianti, ivi compresi gli impianti elettronucleari, localizzati all’estero.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 16. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 98/30/CE

1. Al fine di completare il processo diliberalizzazione del mercato del gas naturale, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi per dare attuazione alla direttiva 2003/55/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 giugno 2003, relativa a norme comuni per il mercato interno del gas naturale e che abroga la direttiva 98/30/CE, e per integrare e aggiornare conseguentemente le disposizioni vigenti concernenti tutte le componenti rilevanti del sistema del gas naturale, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) accrescere la sicurezza degli approvvigionamenti, promuovendo la realizzazione di nuove infrastrutture di approvvigionamento, trasporto e stoccaggio di gas naturale in sotterraneo, il potenziamento di quelle esistenti, anche mediante la semplificazione dei procedimenti autorizzativi, e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento;
b) stabilire norme affinché il mercato nazionale del gas risulti sempre più integrato nel mercato interno europeo del gas naturale, promuovendo la formazione di un’offerta concorrenziale e l’adozione di regole comuni per l’accesso al sistema del gas europeo, e garantendo effettive condizioni di reciprocità nel settore con le imprese degli altri Stati membri dell’Unione europea, soprattutto se in posizione dominante nei rispettivi mercati nazionali, anche individuando obiettive e non discriminatorie procedure per il rilascio di autorizzazioni o concessioni, ove previsto dalle norme vigenti;
c) prevedere lo sviluppo delle capacità di stoccaggio di gas naturale in sotterraneo necessarie per il funzionamento del sistema nazionale del gas, in relazione allo sviluppo della domanda e all’integrazione dei sistemi europei del gas naturale, definendo le componenti dello stoccaggio relative alla prestazione dei servizi essenziali al sistema e quelle funzionali al mercato;
d) integrare le disposizioni vigenti in materia di accesso al sistema nazionale del gas naturale relativamente alle nuove importanti infrastrutture e all’aumento significativo della capacità di quelle esistenti, e alle loro modifiche che consentano lo sviluppo di nuove fonti di approvvigionamento, per assicurarne la conformità alla disciplina comunitaria;
e) promuovere una effettiva concorrenza, anche rafforzando le misure relative alla separazione societaria, organizzativa e decisionale tra le imprese operanti nelle attività di trasporto, distribuzione e stoccaggio e le imprese operanti nelle attività di produzione, approvvigionamento, misura e commercializzazione, promuovendo la gestione delle reti di trasporto del gas naturale da parte di imprese indipendenti;
f) incentivare le operazioni di aggregazione territoriale delle attività di distribuzione del gas, a vantaggio della riduzione dei costi di distribuzione, in base a criteri oggettivi, trasparenti e non discriminatori, prevedendo meccanismi che tengano conto degli investimenti effettuati e incentivi, anche di natura fiscale, per la rivalutazione delle attività delle imprese concessionarie, anche a favore dell’efficienza complessiva del sistema;
g) stabilire misure per lo sviluppo di strumenti multilaterali di scambio di capacità e di volumi di gas, al fine di accrescere gli scambi e la liquidità del mercato nazionale, avviando ad operatività, con l’apporto dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, la borsa nazionale del gas, anche considerando i risultati della prima esperienza di funzionamento del punto virtuale di scambio;
h) rafforzare le funzioni del Ministero delle attività produttive in materia di indirizzo e valutazione degli investimenti in nuove infrastrutture di approvvigionamento affinché gli stessi siano commisurati alle previsioni di sviluppo della domanda interna di gas nonché in materia di sicurezza degli approvvigionamenti, prevedendo strumenti per migliorare la sicurezza del sistema nazionale del gas, l’economicità delle forniture, anche promuovendo le attività di esplorazione e di sfruttamento di risorse nazionali e la costruzione di nuove interconnessioni con altri Paesi e mercati.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 17. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2004/67/CE del Consiglio, del 26 aprile 2004, concernente misure volte a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale

1. Al fine di garantire un adeguato livello di sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale, il Governo è delegato ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi per dare attuazione alla direttiva 2004/67/CE del Consiglio, del 26 aprile 2004, concernente misure volte a garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas naturale, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) stabilire norme per la sicurezza degli approvvigionamenti trasparenti e non discriminatorie cui devono conformarsi i soggetti operanti nel sistema nazionale del gas, specificandone i ruoli e le responsabilità;
b) stabilire misure atte ad assicurare un adeguato livello di sicurezza per i clienti civili nelle eventualità di una parziale interruzione degli approvvigionamenti o di avversità climatiche o di altri eventi eccezionali, nonché la sicurezza del sistema elettrico nazionale nelle stesse circostanze;
c) stabilire gli obiettivi minimi indicativi in relazione al contributo alla sicurezza degli approvvigionamenti che deve essere fornito dal sistema nazionale degli stoccaggi di gas naturale in sotterraneo;
d) definire strumenti ed accordi con altri Stati membri per l’utilizzo condiviso, qualora le condizioni tecniche, geologiche e infrastrutturali lo consentano, di stoccaggi di gas naturale in sotterraneo tra più Stati;
e) stabilire procedure per la redazione e l’aggiornamento dei piani di emergenza nazionali per il sistema del gas naturale, per il loro coordinamento a livello di Unione europea e per la gestione di emergenze dei sistemi nazionali del gas naturale di uno o più Stati membri;
f) prevedere che il Ministero delle attività produttive predisponga ogni tre anni il programma pluriennale per la sicurezza degli approvvigionamenti di gas naturale e che tale programma venga presentato al Parlamento prevedendo strumenti per migliorare la sicurezza del sistema nazionale del gas e misure per lo sviluppo delle capacità di stoccaggio di gas naturale in sotterraneo.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica

Art. 18. Obblighi a carico dei detentori di apparecchi contenenti policlorodifenili e policlorotrifenili, ivi compresi i difenili mono e diclorurati di cui all’allegato, punto 1, del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 216, soggetti ad inventario ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, nonché a carico dei soggetti autorizzati a ricevere detti apparecchi ai fini del loro smaltimento

1. Lo smaltimento degli apparecchi contenenti policlorodifenili e policlorotrifenili, ivi compresi i difenili mono e diclorurati di cui all’allegato, punto 1, del d.P.R. 24 maggio 1988, n. 216, di seguito denominati: «PCB», soggetti ad inventario ai sensi dell’articolo 3 del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, e dei PCB in essi contenuti è effettuato nel rispetto del seguente programma temporale:

a) la dismissione di almeno il 50 per cento degli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2005;
b) la dismissione di almeno il 70 per cento degli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2007;
c) la dismissione di tutti gli apparecchi detenuti alla data del 31 dicembre 2002 avviene entro il 31 dicembre 2009;
d) i trasformatori che contengono fluidi con una percentuale di PCB compresa tra lo 0,05 per cento e lo 0,005 per cento in peso possono essere smaltiti alla fine della loro esistenza operativa nel rispetto delle condizioni stabilite dall’articolo 5, comma 4, del citato decreto legislativo n. 209 del 1999.

2. Gli apparecchi dismessi ed i PCB in essi contenuti sono conferiti, entro le scadenze di cui al comma 1, a soggetti autorizzati a riceverli ai fini del loro smaltimento.

3. I soggetti autorizzati, ai sensi del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, allo stoccaggio ed al trattamento di rifiuti costituiti da apparecchi contenenti PCB e dai PCB in essi contenuti avviano allo smaltimento finale detti rifiuti entro sei mesi dalla data del loro conferimento.

4. Fermi restando gli obblighi di cui al decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 209, e le sanzioni previste dalla normativa vigente, il mancato smaltimento finale nei tempi previsti dal comma 3 è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 50.000.

5. Le comunicazioni previste dall’articolo 3 del citato decreto legislativo n. 209 del 1999 sono integrate con l’indicazione del programma temporale di cui al comma 1, nonché con l’indicazione dell’intero percorso di smaltimento degli apparecchi contenenti PCB e dei PCB in essi contenuti.

Art. 19. Delega al Governo per il recepimento della direttiva 2001/42/CE, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente

1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, un decreto legislativo di recepimento della direttiva 2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere l’applicazione della valutazione ambientale strategica ai piani e programmi che possono avere effetti significativi sull’ambiente, nonché alle loro modifiche;
b) garantire l’informazione, lo svolgimento di consultazioni e l’accesso al pubblico, nonché la valutazione del risultato delle consultazioni e la messa a disposizione delle informazioni sulla decisione;
c) assicurare la valutazione delle opzioni alternative;
d) garantire la partecipazione al processo decisionale delle istituzioni preposte alla tutela ambientale e paesaggistica;
e) attuare forme di monitoraggio sugli effetti ambientali dei piani e dei programmi, anche al fine della tempestiva individuazione degli effetti negativi e della adozione delle misure correttive;
f) garantire adeguate consultazioni nei casi in cui un piano o un programma possa avere effetti sull’ambiente di un altro Stato membro;
g) assicurare la complementarietà con gli altri strumenti di valutazione d’impatto ambientale, ove previsti;
h) prevedere forme di coordinamento con piani e strumenti di pianificazione urbanistica e di gestione territoriale esistenti;
i) garantire la definizione di scadenze temporali definite ed adeguate per il procedimento.

2. All’attuazione del presente articolo si provvede nell’ambito degli ordinari stanziamenti di bilancio e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 20. Delega al Governo per la piena attuazione della direttiva 96/82/CE, come modificata dalla direttiva 2003/105/CE, sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose

1. Per dare organico e corretto recepimento alla direttiva 96/82/CE sul controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, il Governo è delegato ad adottare, entro il 1º luglio 2005, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, un decreto legislativo per recepire la direttiva 2003/105/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2003, che modifica la citata direttiva 96/82/CE, nonché per introdurre, contestualmente, le disposizioni correttive necessarie per superare i rilievi formulati dalla Commissione europea nell’ambito della procedura d’infrazione 2003/2014 avviata per recepimento non conforme della predetta direttiva 96/82/CE, apportando a tali fini le necessarie modifiche al decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 21. Disposizioni per l’attuazione della direttiva 2004/8/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia e che modifica la direttiva 92/42/CEE

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro delle attività produttive, di concerto con i Ministri degli affari esteri, della giustizia, dell’economia e delle finanze e dell’ambiente e della tutela del territorio, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2004/8/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia e che modifica la direttiva 92/42/CEE, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) individuare le misure di promozione e sviluppo della cogenerazione ad alto rendimento, basate sulla domanda di calore utile e sul risparmio di energia primaria, secondo obiettivi di accrescimento della sicurezza dell’approvvigionamento energetico e dell’efficienza energetica, nonché di tutela dell’ambiente;
b) assicurare la coerenza delle misure di promozione e sviluppo della cogenerazione di cui alla lettera a) con il quadro normativo e regolatorio nazionale sul mercato interno dell’energia elettrica e con le misure per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, garantendo altresì la stabilità del quadro normativo per gli investimenti effettuati;
c) prevedere l’avvio di un regime di garanzia d’origine dell’elettricità prodotta dalla cogenerazione ad alto rendimento e, in coordinamento con le amministrazioni territoriali interessate, l’istituzione di un sistema nazionale per l’analisi delle potenzialità della cogenerazione e per il monitoraggio sulle realizzazioni e sull’efficacia delle misure adottate, anche ai fini di cui agli articoli 6 e 10 della direttiva 2004/8/CE;
d) agevolare l’accesso alla rete dell’elettricità da cogenerazione ad alto rendimento e semplificare gli adempimenti amministrativi e fiscali, a parità di gettito complessivo, per la realizzazione di unità di piccola cogenerazione e di microcogenerazione.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 22. Delega al Governo per l’attuazione della direttiva 2004/22/CE relativa agli strumenti di misura

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, un decreto legislativo per il recepimento della direttiva 2004/22/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa agli strumenti di misura, secondo i seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) prevedere la prescrizione dell’utilizzo, per le funzioni di misura di cui all’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva, di tutti i dispositivi e sistemi con funzioni di misura definiti agli allegati specifici MI-001, MI-002, MI-003, MI-004, M1-005, MI-006, MI-007, MI-008, MI-009 e MI-010;
b) prevedere, per tutti gli strumenti di misura di cui agli allegati della direttiva, la valutazione della conformità, come previsto dall’articolo 9 della direttiva stessa;
c) prevedere l’obbligo dell’utilizzo di strumenti di misura recanti la marcatura di conformità, di cui all’articolo 7 della direttiva, nel caso la funzione della misura investa motivi di interesse pubblico, sanità pubblica, sicurezza pubblica, ordine pubblico, protezione dell’ambiente, tutela dei consumatori, imposizione di tasse e diritti, lealtà delle transazioni commerciali;
d) prevedere per il Ministero delle attività produttive la qualità di autorità competente per gli adempimenti connessi alla designazione, nel rispetto dei criteri previsti dall’articolo 12 della direttiva, nonché alla relativa notifica, agli Stati membri e alla Commissione europea, degli organismi nazionali abilitati ai compiti previsti dai moduli di valutazione della conformità, di cui all’articolo 9 della direttiva;
e) prevedere che gli strumenti di misura, soggetti a controlli metrologici legali, non conformi alle prescrizioni della direttiva, non possono essere commercializzati né utilizzati per le funzioni di cui alla lettera c);
f) prevedere che, qualora venga accertata l’indebita apposizione della marcatura «CE», nel rispetto delle disposizioni previste dall’articolo 21 della direttiva, vengano introdotte misure finalizzate a stabilire l’obbligo di:

1) conformarsi alle disposizioni comunitarie in materia di marcatura «CE»;
2) limitare o vietare l’utilizzo o la commercializzazione dello strumento di misura non conforme;
3) ritirare dal mercato, ove necessario, lo strumento non conforme;

g) prevedere sanzioni amministrative volte a dissuadere la commercializzazione e la messa in servizio di strumenti di misura non conformi alle disposizioni della direttiva;
h) prevedere l’armonizzazione della disciplina dei controlli metrologici legali intesi a verificare che uno strumento di misura sia in grado di svolgere le funzioni cui è destinato.

2. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Art. 23. Disposizioni in materia di rinnovo dei contratti delle pubbliche amministrazioni per la fornitura di beni e servizi

1. L’ultimo periodo dell’articolo 6, comma 2, della legge 24 dicembre 1993, n. 537, e successive modificazioni, è soppresso.

2. I contratti per acquisti e forniture di beni e servizi, già scaduti o che vengano a scadere nei sei mesi successivi alla data di entrata in vigore della presente legge, possono essere prorogati per il tempo necessario alla stipula dei nuovi contratti a seguito di espletamento di gare ad evidenza pubblica a condizione che la proroga non superi comunque i sei mesi e che il bando di gara venga pubblicato entro e non oltre novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

3. (abrogato dall’articolo 28 della legge n. 13 del 2007)

Art. 24. Modificazioni alla legge 11 febbraio 1994, n. 109, recante legge quadro in materia di lavori pubblici, al decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 157, recante attuazione della direttiva 92/50/CEE in materia di appalti pubblici di servizi, ed al d.P.R. 21 dicembre 1999, n. 554, recante regolamento di attuazione della legge n. 109 del 1994 e al decreto legislativo 20 agosto 2002, n. 190, in materia di infrastrutture e insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale
(abrogato dall’articolo 256 del decreto legislativo n. 163 del 2006)

Art. 25. Delega al Governo per l’attuazione della direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi

1. Il Governo è delegato ad adottare, con le modalità di cui all’articolo 1, uno o più decreti legislativi volti a definire un quadro normativo finalizzato al recepimento della direttiva 2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali, e della direttiva 2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

a) compilazione di un unico testo normativo recante le disposizioni legislative in materia di procedure di appalto disciplinate dalle due direttive coordinando anche le altre disposizioni in vigore nel rispetto dei princìpi del Trattato istitutivo dell’Unione europea;
b) semplificazione delle procedure di affidamento che non costituiscono diretta applicazione delle normative comunitarie, finalizzata a favorire il contenimento dei tempi e la massima flessibilità degli strumenti giuridici;
c) conferimento all’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, in attuazione della normativa comunitaria, dei compiti di vigilanza nei settori oggetto della presente disciplina; l’Autorità, caratterizzata da indipendenza funzionale e autonomia organizzativa, si dota, nei modi previsti dal proprio ordinamento, di forme e metodi di organizzazione e di analisi dell’impatto della normazione per l’emanazione di atti di competenza e, in particolare, di atti amministrativi generali, di programmazione o pianificazione. I compiti di cui alla presente lettera sono svolti nell’ambito delle competenze istituzionali dell’Autorità, che vi provvede con le strutture umane e strumentali disponibili sulla base delle disposizioni normative vigenti e senza nuovi o maggiori oneri per il bilancio dello Stato;
d) adeguare la normativa alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 7 ottobre 2004 nella causa C-247/02.

2. I decreti legislativi previsti dal comma 1 sono emanati sentito il parere della Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, che si pronunzia entro trenta giorni; decorso tale termine i decreti legislativi sono emanati anche in mancanza di detto parere.

3. Entro due anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi previsti dal comma 1 possono essere emanate disposizioni correttive ed integrative nel rispetto delle procedure di cui all’articolo 1, commi 2, 3 e 4.

4. In attesa dell’emanazione dei decreti legislativi di cui al comma 1, al settore postale si applica la disciplina di cui al decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 158, e successive modificazioni.

Art. 26. Modificazioni all’articolo 3, comma 29, della legge 28 dicembre 1995, n.  549, recante misure di razionalizzazione della finanza pubblica

1. All’articolo 3, comma 29, primo periodo, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, le parole: «in misura non inferiore a lire 2 e non superiore a lire 20 per i rifiuti dei settori minerario, estrattivo, edilizio, lapideo e metallurgico; in misura non inferiore a lire 10 e non superiore a lire 20 per gli altri rifiuti speciali; in misura non inferiore a lire 20 e non superiore a lire 50 per i restanti tipi di rifiuti» sono sostituite dalle seguenti: «in misura non inferiore ad euro 0,001 e non superiore ad euro 0,01 per i rifiuti ammissibili al conferimento in discarica per i rifiuti inerti ai sensi dell’articolo 2 del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio 13 marzo 2003, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 21 marzo 2003; in misura non inferiore ad euro 0,00517 e non superiore ad euro 0,02582 per i rifiuti ammissibili al conferimento in discarica per rifiuti non pericolosi e pericolosi ai sensi degli articoli 3 e 4 del medesimo decreto».

Art. 27. Procedura per il recupero degli aiuti di Stato dichiarati illegittimi dalla decisione 2003/193/CE della Commissione, del 5 giugno 2002

1. In attesa della definizione dei ricorsi promossi innanzi alla Corte di giustizia delle Comunità europee, il recupero degli importi delle imposte non corrisposte in conseguenza del regime di esenzione fiscale reso disponibile, per effetto degli articoli 3, comma 70, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, e 66, comma 14, del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, in favore delle società per azioni a partecipazione pubblica maggioritaria, esercenti servizi pubblici locali
costituite ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142, si effettua secondo le disposizioni del presente articolo, in attuazione della decisione 2003/193/CE della Commissione, del 5 giugno 2002.

2. Il recupero delle minori imposte corrisposte è eseguito, fatto salvo quanto stabilito dalle presenti disposizioni, secondo i princìpi e le ordinarie procedure di accertamento e riscossione dei tributi. Entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, gli enti locali individuano i beneficiari del regime di esenzione di cui al comma 1 e ne comunicano gli estremi alle Direzioni regionali dell’Agenzia delle entrate territorialmente competenti in funzione dei relativi domicili fiscali.

3. Entro il termine di cui al comma 2, i beneficiari di cui al medesimo comma, indipendentemente dalla comunicazione ivi prevista, presentano alle Direzioni regionali dell’Agenzia delle entrate territorialmente competenti una dichiarazione dei redditi dei periodi d’imposta nei quali il regime di esenzione è stato fruito, con l’autoliquidazione delle imposte dovute. Il modello è presentato anche in caso di autoliquidazione negativa.

4. Il recupero non si applica nelle ipotesi in cui i singoli casi rientrano nella categoria de minimis e in quelle nelle quali, per ragioni attinenti al caso specifico, le esenzioni non rientrano nell’ambito di applicazione della decisione della Commissione di cui al comma 1.

5. L’Agenzia delle entrate provvede, in deroga alle disposizioni di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 27 luglio 2000, n. 212, e all’articolo 43 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, in materia di termini per l’effettuazione degli accertamenti, entro e non oltre sei mesi successivi al termine di cui al comma 2, alla notifica di avvisi di accertamento contenenti la determinazione delle imposte corrispondenti all’aiuto vietato, e dei relativi interessi secondo quanto disposto dall’articolo 3, terzo comma, della decisione di cui al comma 1. La motivazione, oltre agli elementi previsti dalla legge, si basa sulle operazioni compiute ai sensi del comma 2 e deve indicare le ragioni per le quali la decisione è applicabile nei confronti del destinatario. Non si fa luogo, in ogni caso, all’applicazione di sanzioni per violazioni di natura tributaria comunque connesse alle procedure disciplinate dalle presenti disposizioni. Le imposte dovute sono riscosse secondo le ordinarie procedure, anche mediante compensazione senza limitazioni quantitative. È fatta in ogni caso salva la restituzione, anche mediante compensazione, delle imposte corrisposte ai sensi delle presenti disposizioni in ogni caso di annullamento, perdita di efficacia o inapplicabilità della decisione della Commissione di cui al comma 1.

6. Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate sono stabilite le modalità applicative delle presenti disposizioni. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per le politiche comunitarie, sono stabilite le linee guida per una corretta valutazione dei casi di non applicazione delle norme di cui al comma 4.

7. Le maggiori entrate derivanti dalle presenti disposizioni affluiscono in apposita contabilità speciale intestata al Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento per le politiche fiscali. Il conto speciale è impignorabile.

8. In attuazione della decisione della Commissione di cui al comma 1, sono definite ai commi successivi le modalità per il recupero delle somme relative a prestiti a tassi agevolati concessi dalla Cassa depositi e prestiti Spa, ai sensi dell’articolo 9-bis del decreto-legge 1º luglio 1986, n. 318, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 1986, n. 488, alle società per azioni a prevalente capitale pubblico, istituite ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142.

9. Il recupero è effettuato dal Ministero dell’economia e delle finanze.

10. Le società per azioni a prevalente capitale pubblico che hanno ottenuto la concessione di mutui dalla Cassa depositi e prestiti Spa a decorrere dal 1º gennaio 1994 e fino al 31 dicembre 1998, o quelle attualmente titolari, a seguito di trasformazioni, di fusioni o di altre operazioni, dei finanziamenti indicati, sono tenute, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, a comunicare al Ministero dell’economia e delle finanze il numero identificativo dei mutui ottenuti. Il Ministero dell’economia e delle finanze, avvalendosi della Cassa depositi e prestiti Spa, ridetermina i piani di ammortamento di ciascun mutuo in base ai tassi di interesse indicati dalla Commissione e quantifica i benefici goduti in relazione a ciascuno di essi, risultanti dalla differenza tra il tasso applicato per ciascuna operazione di prestito e il tasso di riferimento indicato dalla Commissione.

11. Il Ministero dell’economia e delle finanze provvede, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ad eccezione delle fattispecie rientranti nella categoria de minimis e degli ulteriori casi che per ragioni attinenti al caso specifico non rientrano nell’ambito di applicazione della decisione della Commissione di cui al comma 1, a richiedere espressamente il pagamento delle somme equivalenti ai benefici goduti nei riguardi delle società di cui al comma 10, calcolate a far data dalla prima rata di ammortamento e fino all’ultima rata scaduta prima della richiesta di pagamento, maggiorate degli interessi calcolati sulla base del tasso di riferimento utilizzato per il calcolo dell’equivalente sovvenzione nell’ambito degli aiuti a finalità regionale. Contestualmente, il Ministero dell’economia e delle finanze invia alle società di cui al comma 10 il nuovo piano di ammortamento per ciascun mutuo, che sarà vincolante, per le stesse, a partire dalla prima rata immediatamente successiva alla richiesta di pagamento. Il pagamento deve essere effettuato entro trenta giorni dalla richiesta e versato su apposita contabilità speciale intestata al Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento del tesoro. Il conto speciale è impignorabile. Con decreto del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Ministro per le politiche comunitarie, sono stabilite le linee guida per una corretta valutazione delle eccezioni ed esenzioni dall’applicazione delle presenti disposizioni.

12. In caso di mancato versamento nei termini stabiliti è dovuta, oltre agli interessi di cui al comma 11, una sanzione pari allo 0,5 per cento per semestre o sua frazione, calcolata sulle somme dovute.

13. Le società interessate possono chiedere, prima della scadenza del termine per il pagamento, al Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento del tesoro, Direzione VI, la rateizzazione in non più di ventiquattro mesi delle somme dovute, maggiorate degli interessi al saggio legale. Salvo rifiuto motivato, la rateizzazione si intende accordata.

14. Il Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento del tesoro, in caso di mancato o incompleto versamento, provvede, anche avvalendosi dell’Agenzia delle entrate, alla riscossione coattiva degli importi dovuti ai sensi dell’articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46.

15. Alle società che omettono di effettuare la comunicazione di cui al comma 10, in aggiunta agli interessi di cui al comma 11, è applicata una sanzione pari al 30 per cento delle somme dovute.

16. È fatta in ogni caso salva la restituzione, anche mediante compensazione, delle somme corrisposte ai sensi del comma 11 in ogni caso di annullamento, perdita di efficacia o inapplicabilità della decisione della Commissione di cui al comma 1.

Art. 28. (abrogato dall’articolo 6, comma 3, legge n. 168 del 2005)

Art. 29. Modifiche al decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, in materia di sicurezza dei lavoratori, in esecuzione della sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 10 aprile 2003, nella causa C-65/01

1. All’articolo 36 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
«8-quinquies. Il datore di lavoro adegua ai requisiti di cui al paragrafo 2-bis dell’allegato XV le attrezzature di lavoro già messe a disposizione dei lavoratori alla data del 31 dicembre 1996 e non soggette a norme nazionali di attuazione di direttive comunitarie concernenti requisiti di sicurezza di carattere costruttivo.
8-sexies. Fino a quando non siano completati gli adeguamenti richiesti per dare attuazione alle disposizioni del comma 8-quinquies, il datore di lavoro adotta misure alternative che garantiscano un livello di sicurezza equivalente.
8-septies. Le modifiche apportate alle macchine definite all’articolo 1, comma 2, del regolamento di cui al d.P.R. 24 luglio 1996, n. 459, a seguito dell’applicazione delle disposizioni del comma 8-quinquies, non configurano immissione sul mercato ai sensi dell’articolo 1, comma 3, secondo periodo, del predetto regolamento
».

2. All’allegato XV del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, dopo il paragrafo 2 è aggiunto il seguente:
«2-bis. Ulteriori prescrizioni minime di carattere generale per le attrezzature di lavoro.
2-bis.1 La persona esposta deve avere il tempo e/o i mezzi di sottrarsi rapidamente ad eventuali rischi causati dalla messa in moto e/o dall’arresto dell’attrezzatura di lavoro.
2-bis.2 La rimessa in moto di un’attrezzatura dopo un arresto, indipendentemente dalla sua origine, e il comando di una modifica rilevante delle condizioni di funzionamento di un’attrezzatura (velocità, pressione, eccetera) devono poter essere effettuati soltanto mediante un’azione volontaria su un organo di comando concepito a tale fine, salvo che la rimessa in moto o la modifica rilevante delle condizioni di funzionamento dell’attrezzatura non presenti alcun pericolo per il lavoratore esposto.
2-bis.3 L’ordine di arresto dell’attrezzatura di lavoro deve essere prioritario rispetto agli ordini di messa in moto. Ottenuto l’arresto dell’attrezzatura di lavoro, o dei suoi elementi pericolosi, l’alimentazione degli azionatori deve essere interrotta.
2-bis.4 Se gli elementi mobili di un’attrezzatura di lavoro presentano rischi di contatto meccanico che possono causare incidenti, essi devono essere dotati di protezioni o di sistemi protettivi che:

a) devono essere di costruzione robusta;
b) non devono provocare rischi supplementari;
c) non devono essere facilmente elusi o resi inefficaci;
d) devono essere situati ad una sufficiente distanza dalla zona pericolosa;
e) non devono limitare più del necessario l’osservazione del ciclo di lavoro
».

3. Il datore di lavoro adegua le attrezzature ai sensi del comma 8-quinquies dell’articolo 36 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, introdotto dal comma 1 del presente articolo, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

4. All’attuazione del presente articolo si provvede a carico del fondo di rotazione di cui all’articolo 5 della legge 16 aprile 1987, n. 183, nei limiti delle risorse indicate all’articolo 2, comma 1, lettera d), della presente legge.

Art. 29-bis. Attuazione della direttiva 2003/41/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 giugno 2003, relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali
(articolo introdotto dall’articolo 18 della legge n. 29 del 2006)

1. Il Governo, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, acquisito il parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, è delegato ad adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, un decreto legislativo recante le norme per il recepimento della direttiva 2003/41/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 3 giugno 2003, relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali.

2. Entro due anni dalla data di entrata in vigore del decreto legislativo di cui al comma 1, il Governo, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi previsti dal comma 3, e con la procedura stabilita per il decreto legislativo di cui al comma 1, può emanare disposizioni integrative e correttive del medesimo decreto legislativo.

3. L’attuazione della direttiva 2003/41/CE è informata ai princìpi in essa contenuti in merito all’ambito di applicazione della disciplina, alle condizioni per l’esercizio dell’attività e ai compiti di vigilanza, nonché ai seguenti princìpi e criteri direttivi specifici:

a) disciplinare, anche mediante l’attribuzione dei relativi poteri e competenze regolamentari e organizzative alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione, di cui all’articolo 16, comma 2, del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, i seguenti aspetti:

1) l’integrazione delle attribuzioni di vigilanza, in particolare quelle che prevedono l’adozione delle misure dirette a conseguire la corretta gestione delle forme pensionistiche complementari e ad evitare o sanare eventuali irregolarità che possano ledere gli interessi degli aderenti e dei beneficiari, incluso il potere di inibire o limitare l’attività;
2) l’irrogazione di sanzioni amministrative di carattere pecuniario, da parte della Commissione di vigilanza sui fondi pensione, nel rispetto dei princìpi della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni, nonché dei seguenti criteri direttivi: nell’ambito del limite minimo di 500 euro e massimo di 25.000 euro, le suindicate sanzioni sono determinate nella loro entità, tenendo conto della diversa potenzialità lesiva dell’interesse protetto che ciascuna infrazione presenta in astratto, di specifiche qualità personali del colpevole, comprese quelle che impongono particolari doveri di prevenzione, controllo o vigilanza, nonché del vantaggio patrimoniale che l’infrazione può recare al colpevole o alla persona o ente nel cui interesse egli agisce; deve essere sancita la responsabilità degli enti ai quali appartengono i responsabili delle violazioni, per il pagamento delle sanzioni, e regolato il diritto di regresso verso i predetti responsabili;
3) la costituzione e la connessa certificazione di riserve tecniche e di attività supplementari rispetto alle riserve tecniche da parte dei fondi pensione che direttamente coprono rischi biometrici o garantiscono un rendimento degli investimenti o un determinato livello di prestazioni;
4) la separazione giuridica tra il soggetto promotore e le forme pensionistiche complementari con riguardo alle forme interne a enti diversi dalle imprese bancarie e assicurative;
5) l’esclusione dell’applicazione della direttiva 2003/41/CE alle forme pensionistiche complementari che contano congiuntamente meno di cento aderenti in totale, fatta salva l’applicazione dell’articolo 19 della direttiva e delle misure di vigilanza che la Commissione di vigilanza sui fondi pensione ritenga necessarie e opportune nell’esercizio dei suoi poteri. In ogni caso deve prevedersi il diritto di applicare le disposizioni della direttiva su base volontaria, ferme le esclusioni poste dall’articolo 2, paragrafo 2, della stessa direttiva;

b) disciplinare, anche mediante l’attribuzione dei relativi poteri e competenze regolamentari alla Commissione di vigilanza sui fondi pensione, l’esercizio dell’attività transfrontaliera, da parte delle forme pensionistiche complementari aventi sede nel territorio italiano ovvero da parte delle forme pensionistiche complementari ivi operanti, in particolare individuando i poteri di autorizzazione, comunicazione, vigilanza, anche con riguardo alla vigente normativa in materia di diritto del lavoro e della sicurezza sociale, nonché in materia di informazione agli aderenti;
c) disciplinare le forme di collaborazione e lo scambio di informazioni tra la Commissione di vigilanza sui fondi pensione, le altre autorità di vigilanza, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il Ministero dell’economia e delle finanze, sia nella fase di costituzione che nella fase di esercizio delle forme pensionistiche complementari, regolando, in particolare, il divieto di opposizione reciproca del segreto d’ufficio fra le suddette istituzioni;
d) disciplinare le forme di collaborazione e lo scambio di informazioni fra le istituzioni nazionali, le istituzioni comunitarie e quelle degli altri Paesi membri, al fine di agevolare l’esercizio delle rispettive funzioni.

4. Il Governo, al fine di garantire un corretto ed integrale recepimento della direttiva 2003/41/CE, provvede al coordinamento delle disposizioni di attuazione della delega di cui al comma 1 con le norme previste dall’ordinamento interno, in particolare con le disposizioni del decreto legislativo 21 aprile 1993, n. 124, recante i princìpi fondamentali in materia di forme pensionistiche complementari, eventualmente adattando le norme vigenti in vista del perseguimento delle finalità della direttiva medesima.

5. Dall’attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

6. Si applica la procedura di cui all’articolo 1, comma 3.

Art. 30. Recepimento dell’articolo 5, paragrafo 2, della direttiva 85/337/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1985, in materia di valutazione di impatto ambientale
(abrogato dall’articolo 48 del decreto legislativo n. 152 del 2006)

Allegato A – (Articolo 1, commi 1 e 3)

(omissis)

Allegato B – (Articolo 1, commi 1 e 3)

(omissis)

2001/42/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, concernente la valutazione degli effetti di determinati piani e programmi sull’ambiente.

2004/17/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, che coordina le procedure di appalto degli enti erogatori di acqua e di energia, degli enti che forniscono servizi di trasporto e servizi postali.

2004/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 31 marzo 2004, relativa al coordinamento delle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, di forniture e di servizi.

(omissis)

2004/35/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale.

(omissis)