Avvocato penalista

DIVORZIO ASSEGNO :VALIDI GLI ACCORDI TRA LE PARTI esclusione 570 cp

la Cassazione civile, per la quale l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio,
la Cassazione civile, per la quale l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio,

obblighi di assistenza familiare, le fattispecie previste dall’art. 570, comma secondo, cod. pen. costituiscono autonome figure di reato rispetto alle ipotesi contemplate al comma primo, sicché, per effetto della concessione di circostanze attenuanti, non è configurabile alcun giudizio di comparazione ex art. 69 cod. pen.

Per la configurabilità del reato di cui all’art. 570, comma primo, cod. pen., in caso di omesso versamento dell’assegno di mantenimento fissato dal giudice della separazione in favore del coniuge, il giudice non deve accertare l’esistenza di uno stato di bisogno dell’avente diritto o di una situazione di impossidenza dell’altro coniuge, ma deve verificare se tale inadempimento esprima la·volontà del soggetto obbligato di violare gli obblighi di assistenza inerenti alla qualità di coniuge e non esprima, invece, una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto anche in costanza di matrimonio. (Fattispecie in cui la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di condanna del ricorrente in quanto il giudice di merito non aveva valutato l’incidenza sull’esistenza dell’obbligo di reciproca contribuzione dei coniugi della successiva revoca dell’assegno di mantenimento stabilito con l’ordinanza presidenziale, potendo detta circostanza influire sul.tenore della vita coniugale e determinare delle modifiche delle rispettive situazioni reddituali).

La violazione degli obblighi di natura economica posti a carico del genitore separato, il disposto di cui all’ art. 12-sexies, legge 1 dicembre 1970, n. 898 (richiamato dall’ art. 3, legge 8 febbraio 2006 n. 54) si applica all’inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento in favore dei figli, minorenni o maggiorenni non indipendenti economicamente, stabilito con l’ordinanza del Presidente del tribunale. (In motivazione la Corte ha escluso che detto principio di diritto possa mutare a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 570-bis cod. pen., inserito dall’art. 2, d.lgs. 1 marzo 2018, n. 21, in quanto tale disposizione non ha apportato alcuna modifica rilevante sul tema).

Circa la violazione degli obblighi di assistenza familiare, l’obbligo morale sanzionato dall’art. 570, primo comma, cod. pen. e quello economico, sanzionato dal comma secondo della medesima disposizione, presuppongono la minore età del figlio non inabile al lavoro e vengono meno con l’acquisizione della capacità di agire da parte del minore conseguente al raggiungimento della maggiore età.

In caso di mancato versamento dell’assegno periodico che sia stato fissato per il mantenimento di figli nati da un cessato rapporto di convivenza correttamente viene ritenuto configurabile il reato previsto dall’art. 12 sexies della legge n. 898/1970, in forza del richiamo che a tale norma risulta operato dall’art. 3 della legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”.

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non sono configurabili i reati di cui agli artt.12-sexies legge 1 dicembre 1970, n.898 e 570 cod. pen. qualora gli ex coniugi si siano attenuti ad accordi transattivi conclusi in sede stragiudiziale pur quando questi non siano trasfusi nella sentenza di divorzio che nulla abbia statuito in ordine alle obbligazioni patrimoniali.

Sussiste concorso formale eterogeneo e non rapporto di consunzione, fra il delitto previsto dall’art. 12-sexies della legge 1 dicembre 1970, n. 898 (attualmente dall’art. 570-bis cod. pen.) e quello previsto dall’art. 570, comma 2, n. 2, cod. pen., in quanto il primo richiede esclusivamente la mancata corresponsione dell’assegno divorzile o di separazione, mentre il secondo presuppone che tale inadempimento abbia fatto mancare al beneficiario i mezzi di sussistenza.

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In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, lo stato di bisogno dei figli minori, in assenza di determinazioni del giudice civile relative al loro mantenimento, deve accertarsi tenendo conto delle ordinarie necessità e delle somme in precedenza versate dall’obbligato. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che il giudice di merito non aveva adeguatamente valutato che l’inadempimento si era protratto per meno di due mesi e che erano state comunque pagate le spese relative all’abitazione coniugale e le rette scolastiche).

In tema di reati contro la famiglia, il reato di omesso versamento dell’assegno periodico per il mantenimento, educazione e istruzione dei figli, previsto dell’art.12-sexies legge 1 dicembre 1970, n. 898 (richiamato dall’art. 3 della legge 8 febbraio 2006 n. 54), è configurabile non solo nel caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, ma anche in quello di violazione degli obblighi di natura economica derivanti dalla cessazione del rapporto di convivenza. (In motivazione, la Corte ha precisato che, alla luce di un’interpretazione sistematica della disciplina sul tema delle unioni civili e della responsabilità genitoriale nei confronti dei figli, introdotta dalla legge 20 maggio 2016, n. 76 e dal d.lgs. 28 dicembre 2013 n. 154, che ha inserito l’art. 337-bis. cod. civ., l’art.4, comma 2, legge n. 54 del 2006, in base al quale le disposizioni introdotte si applicano anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati, deve essere interpretato con riferimento a tutte le disposizioni previste dalla legge citata, comprese quelle che attengono al diritto penale sostnziale, in quanto una diversa soluzione determinerebbe una diversità di trattamento, accordando una più ampia e severa tutela penale ai soli figli di genitori coniugati rispetto a quelli nati fuori dal matrimonio).

 

DIVORZIO ASSEGNO :VALIDI GLI ACCORDI TRA LE PARTI

La problematica se accordi transattivi che riducono l’assegno siano validi per non configurare il reato di cui all’art 570 cp

 

. Rilevava la Corte territoriale come la colpevolezza dell’imputato fosse stata provata dalle attendibili dichiarazioni rese dalla persona offesa e come fosse irrilevante che gli ex coniugi avessero raggiunto una intesa per ridurre l’importo dell’assegno di mantenimento fissato dall’autorità giudiziaria, in quanto l’accordo non era stato recepito in alcun provvedimento giudiziale.

Nel valutare una fattispecie analoga a quella oggetto del presente procedimento, questa Corte ha già avuto modo di affermare che, in tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, non sono configurabili i reati di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, e art. 570 c.p., qualora gli ex coniugi si siano attenuti ad accordi transattivi conclusi in sede stragiudiziale pur quando questi non siano trasfusi nella sentenza di divorzio che nulla abbia statuito in ordine alle obbligazioni patrimoniali (Sez. 6, n. 36392 del 04/06/2019, L., Rv. 276833). Se è pacifico che le intese patrimoniali che siano state eventualmente raggiunte dalle parti in sede di separazione non incidono sulla determinazione dell’assegno di divorzio ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, modificato dalla L. n. 74 del 1987, art. 10, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate e diversificate situazioni, presupponendo l’assegno divorzile lo scioglimento del matrimonio (così, tra le altre, Cass. Civ., Sez. 1, n. 25010 del 30/11/2007, Rv. 600620), è anche vero che nella giurisprudenza civile di legittimità si è riconosciuta la liceità delle intese economiche raggiunte dalle parti dopo la presentazione della domanda di divorzio, poiché gli accordi si riferiscono ad un divorzio che le parti hanno già deciso di conseguire e non semplicemente prefigurato (Cass. civ., Sez. 1, n. 5244 del 11/06/1997, Rv. 505124): con la conseguenza che tale parametro esegetico debba valere, a maggior ragione, quando la sentenza di divorzio sia già intervenuta e gli accordi tra gli ex coniugi abbiano ad oggetto una modifica delle statuizioni patrimoniali contenute in quella decisione. È ragionevole, infatti, stimare che queste intese non possano produrre effetti vincolanti tra le parti solo laddove dovessero contenere clausole chiaramente lesive degli interessi dei beneficiari dell’assegno di mantenimento oppure condizioni contrarie all’ordine pubblico: in mancanza di tali circostanze, non si vede perché un accordo transattivo non possa produrre effetti obbligatori per le parti, anche prima e indipendentemente dal fatto che il suo contenuto sia stato recepito in un provvedimento dell’autorità giudiziaria. In questo senso si è espressa anche la Cassazione civile, per la quale l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio, ha natura negoziale e produce effetti senza necessità di essere sottoposto al giudice per l’omologazione (Cass. civ., Sez. 3, n. 24621 del 03/12/2015, Rv. 637914).

La problematica se accordi transattivi che riducono l’assegno siano validi per non configurare il reato di cui all’art 570 cp

. Rilevava la Corte territoriale come la colpevolezza dell’imputato fosse stata provata dalle attendibili dichiarazioni rese dalla persona offesa e come fosse irrilevante che gli ex coniugi avessero raggiunto una intesa per ridurre l’importo dell’assegno di mantenimento fissato dall’autorità giudiziaria, in quanto l’accordo non era stato recepito in alcun provvedimento giudiziale.

la Cassazione civile, per la quale l’accordo transattivo relativo alle attribuzioni patrimoniali, concluso tra le parti ai margini di un giudizio di separazione o di divorzio,

TENUITA DEL FATTO CORTE COSTITUZIONALE 2020

TENUITA DEL FATTO CORTE COSTITUZIONALE 2020 La norma censurata violerebbe gli evocati parametri nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto al reato di ricettazione attenuata da particolare tenuità previsto dall’art. 648, secondo comma, cod. pen.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA MILANO PAVIA TREVISO VICENZA

Sarebbe quindi irragionevole, alla luce dell’art. 3 Cost., che la causa di non punibilità di cui all’art. 131-bis cod. pen. non possa trovare applicazione a queste ipotesi di reato, così poco offensive, «nel mentre, rispetto a condotte per le quali è stato formulato un giudizio di disvalore ben più severo, tale esimente ben possa essere applicata». Il giudice a quo porta a comparazione i reati di furto, danneggiamento e truffa, che assume lesivi dello stesso bene giuridico della ricettazione, i quali rientrano nella sfera di applicazione dell’esimente di cui all’art. 131-bis cod. pen. in ragione di un massimo edittale di pena detentiva non superiore a cinque anni e che tuttavia hanno una pena minima di sei mesi di reclusione, «maggiore di ben dodici volte la pena minima prevista dal codice penale in riferimento al delitto di ricettazione attenuata». 

L’irragionevole esclusione di quest’ultimo reato dalla sfera applicativa della causa di non punibilità violerebbe anche l’art. 27, terzo comma, Cost., «atteso che la palese disparità di trattamento in parola è idonea a frustrare le esigenze rieducative correlate al trattamento sanzionatorio». 4.– Il Tribunale di Taranto ritiene di sollevare una questione non preclusa dalla sentenza n. 207 del 2017, con la quale questa Corte ha dichiarato infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis cod. pen., allora promosse in riferimento agli artt. 3, 13, 25 e 27 Cost., sempre per l’inapplicabilità dell’esimente della particolare tenuità del fatto al delitto di ricettazione attenuata di cui all’art. 648, secondo comma, cod. pen. Posto di voler «muovere da assunti differenti» rispetto alle pregresse questioni, l’odierno rimettente precisa che non intende invero sindacare – come il precedente – l’opzione discrezionale del legislatore circa il limite applicativo del massimo edittale di cinque anni, quanto censurare l’irragionevolezza della disparità di trattamento nell’applicazione dell’esimente, quale emerge dal confronto tra i minimi edittali di fattispecie omogenee.

Considerato che tale disparità di trattamento si trova già stigmatizzata proprio nella sentenza n. 207 del 2017 e che il monito a porvi rimedio dalla sentenza stessa rivolto al legislatore è rimasto inascoltato, il giudice a quo invoca un intervento «correttivo» di questa Corte, reso viepiù necessario dalla conformazione edittale della pena detentiva per la ricettazione attenuata, superiore nel massimo a cinque anni di reclusione e tuttavia pari nel minimo a soli quindici giorni. 5.– È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, che ha chiesto dichiararsi le questioni inammissibili. Si tratterebbe infatti di questioni già decise nel senso dell’infondatezza dalla citata sentenza n. 207 del 2017, della quale resterebbe intatta la ratio dell’insindacabilità delle opzioni sanzionatorie discrezionalmente esercitate dal legislatore. Considerato in diritto 1.– Il Tribunale ordinario di Taranto ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione.

LA CORTE COSTITUZIONALE dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 131-bis del codice penale, inserito dall’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 16 marzo 2015, n. 28, recante «Disposizioni in materia di non punibilità per particolare tenuità del fatto, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera m), della legge 28 aprile 2014, n. 67», nella parte in cui non consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ai reati per i quali non è previsto un minimo edittale di pena detentiva.

DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI NEL COMPUTER E CESTINO

REATO DI DETENZIONE PEDOPORNOGRAFIA :La condotta di chi detenga consapevolmente materiale pedopornografico, dopo esserselo procurato (art. 600 quater c.p.), configura un’ipotesi di reato commissivo permanente, la cui consumazione inizia con il procacciamento del materiale e si protrae per tutto il tempo in cui permane in capo all’agente la disponibilità del materiale.

METTERE I FILE NEL CESTINO NON ELIMINA CERTO IL REATO DI PEDOPORNOGRAFIA

AVVOCATO DIFENDE REATO PEDOPORNOGRAFIA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA RIMINI VENEZIA VICENZA

Integra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600 quater, c.p.) la cancellazione di “files” pedopornografici, “scaricati” da internet, mediante l’allocazione nel “cestino” del sistema operativo del personal computer, in quanto gli stessi restano comunque disponibili mediante la semplice riattivazione dell’accesso al “file”

(1)Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 600ter, consapevolmente si procura o detiene(2) materiale pornografico realizzato utilizzando minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a euro 1.549.

La pena è aumentata in misura non eccedente i due terzi ove il materiale detenuto sia di ingente quantità

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA -AVVOCATO PENALISTA ALTEDO- AVVOCATO PENALISTA BUDRIO, AVVOCATO PENALISTA SAN LAZZARO DI SAVENA

La condotta di chi detenga consapevolmente materiale pedopornografico, dopo esserselo procurato (art. 600 quater c.p.), configura un’ipotesi di reato commissivo permanente, la cui consumazione inizia con il procacciamento del materiale e si protrae per tutto il tempo in cui permane in capo all’agente la disponibilità del materiale. (Fattispecie nella quale la Corte, nel disattendere la richiesta del P.G. di parziale annullamento con rinvio per prescrizione, ha individuato il momento di cessazione della permanenza nell’esecuzione della perquisizione domiciliare all’esito della quale venne sequestrato il materiale che l’imputato, facente parte di comunità virtuali pedopornografiche operanti su internet, aveva scaricato in tempi diversi).

AVVOCATO DIFENDE REATO PEDOPORNOGRAFIA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA RIMINI VENEZIA VICENZA

ELEMENTI DEL REATO

Al fine di configurare il reato di cui all’art. 600 quater c.p. è necessario che si disponga o ci si procuri materiale pornografico ottenuto mediante lo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, atteso che nel nostro ordinamento, dal punto di vista generale, è lecita la detenzione di materiale pornografico stante la sua differenziazione da quello pedopornografico.

CHIAMA SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL PENALE E‘ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

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PROCESSO PENALE AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

PROCESSO PENALE AVVOCATO PENALISTA MELANO

PROCESSO PENALE AVVOCATO PENALISTA VENEZIA

PROCESSO PENALE AVVOCATO PENALISTA RAVENNA

PROCESSO PENALE AVVOCATO PENALISTA FORLI

PROCESS PENALE AVVOCATO PENALISTA PAVIA

PROCESS PENALE AVVOCATO PENALISTA VICENZA

PROCESS PENALE AVVOCATO PENALISTA TREVISOIn tema di pornografia minorile, la sussistenza del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 3, deve essere esclusa nel caso di semplice utilizzazione di programmi di file sharing che comportino nella rete internet l’acquisizione e la condivisione con altri utenti dei files contenenti materiale pedopornografico, solo quando difettino ulteriori elementi indicativi della volontà dell’agente di divulgare tale materiale,

PROCESSo PENALE AVVOCATO PENALISTA PADOVA

PROCESSo PENALE AVVOCATO PENALISTA CESENA

SEDE UNICA STUDIO A BOLOGNA

Integra il delitto di cui all’art. 600-quater cod. proc. pen. l’accertato possesso di “files” pedopornografici successivamente cancellati dalla memoria accessibile del sistema operativo di personal computer, in quanto l’avvenuta cancellazione determina solo la cessazione CHIAMA SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL PENALE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA permanenza del reato e non, invece, un’elisione “ex tunc” della rilevanza penale della condotta per il periodo antecedente alla eliminazione dei “files” sino a quel momento detenuti.

In relazione al delitto di detenzione di materiale pedopornografico, previsto dall’art. 600 quater cod. pen., sebbene non sia ammissibile l’impiego dell’attività di contrasto a mezzo di agente provocatore disciplinata dall’art. 14 della legge 3 agosto 1998 n. 269, è tuttavia legittimo e utilizzabile come prova il sequestro probatorio del corpo di reato, o delle cose pertinenti al reato, eventualmente rinvenuti attraverso siti web “civetta”.

Integra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico la cancellazione di “files” pedopornografici, “scaricati” da internet, mediante l’allocazione nel “cestino” del sistema operativo del personal computer, in quanto gli stessi restano comunque disponibili mediante la semplice riattivazione dell’accesso al “file”, mentre solo per i “files” definitivamente cancellati può dirsi cessata la disponibilità e, quindi, la detenzione.

Integra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600 quater, c.p.) la cancellazione di “files” pedopornografici, “scaricati” da internet, mediante l’allocazione nel “cestino” del sistema operativo del personal computer, in quanto gli stessi restano comunque disponibili mediante la semplice riattivazione dell’accesso al “file”. (In motivazione la Corte ha precisato che solo per i “files” definitivamente cancellati può dirsi cessata la disponibilità e, quindi, la detenzione).

ART 600 QUATER CP

La nozione di sfruttamento sessuale del minore di anni diciotto, di cui alla previgente formulazione della norma in tema di detenzione di materiale pornografico (art. 600 quater c. p.), lungi dal caratterizzarsi esclusivamente sul piano economico, va intesa come connotante le condotte di approfittamento della condizione propria del minore. (Nella specie il ricorrente assumeva la diversità, tra loro, della originaria nozione di “sfruttamento” e della successiva nozione di “utilizzo” di persone minori impiegate dalla norma).

La condotta di chi detenga consapevolmente materiale pedopornografico, dopo esserselo procurato (art. 600 quater c.p.), configura un’ipotesi di reato commissivo permanente, la cui consumazione inizia con il procacciamento del materiale e si protrae per tutto il tempo in cui permane in capo all’agente la disponibilità del materiale. (Fattispecie nella quale la Corte, nel disattendere la richiesta del P.G. di parziale annullamento con rinvio per prescrizione, ha individuato il momento di cessazione della permanenza nell’esecuzione della perquisizione domiciliare all’esito della quale venne sequestrato il materiale che l’imputato, facente parte di comunità virtuali pedopornografiche operanti su internet, aveva scaricato in tempi diversi).

Non sono punibili a norma dell’art. 600 quater, c.p. (pornografia virtuale), i fatti commessi in data antecedente all’entrata in vigore della L. 6 febbraio 2006, n. 38, in quanto detta fattispecie, introdotta dall’art. 4 della citata legge, nell’attribuire rilievo anche all’ipotesi in cui il materiale pornografico, oggetto dei delitti di cui agli artt. 600 ter e 600 quater c.p., rappresenti immagini “virtuali”, ha portata innovativa e non meramente ricognitiva e chiarificatrice di significati già ricompresi in alcuna delle predette fattispecie incriminatrici.

La detenzione di materiale pornografico di cui all’art. 600 quater c.p. non riguarda il materiale prodotto dallo stesso soggetto agente, contemplando tale norma, di carattere residuale, tutte quelle condotte consistenti nel procurarsi o detenere materiale pornografico fuori delle ipotesi previste dall’art. 600 ter c.p. (In applicazione di tale principio la Corte ha escluso, in relazione all’art. 600 ter c.p., la configurabilità della circostanza aggravante di cui all’art. 61 n. 2 c.p. con riguardo al fine di detenere il materiale in precedenza prodotto).

È utilizzabile, in relazione al delitto di detenzione di materiale pedopornografico, il sequestro probatorio del computer contenente detto materiale, pur effettuato a seguito di autorizzazione di perquisizione in relazione alla diversa fattispecie criminosa di pornografia minorile, trattandosi di atto dovuto espletato dalla P.G. nell’ambito dei propri poteri e riguardando bene comunque pertinente al reato di detenzione suddetto.

prova del dolo del reato di detenzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-quater cod. pen.,

può desumersi dal solo fatto che quanto scaricato sia stato collocato in supporti informatici diversi (ad es, nel “cestino” del sistema operativo), evidenziando tale attività una selezione consapevole dei “file”, senza che abbia alcuna rilevanza il fatto che non siano stati effettivamente visionati.

ART 600 QUATER CP
ART 600 QUATER CP

La configurabilità della circostanza aggravante della “ingente quantità” nel delitto di detenzione di materiale pedopornografico (previsto dall’art. 600-quater, comma secondo, cod. pen.) impone al giudice di tener conto non solo del numero dei supporti informatici detenuti, dato di per sé indiziante, ma anche del numero di immagini, da considerare come obiettiva unità di misura, che ciascuno di essi contiene. (In motivazione, la Corte ha precisato che l’aggravante in esame risulta configurabile in ipotesi di detenzione di almeno un centinaio di immagini pedopornografiche).

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI 051 6447838

In tema di reato di detenzione di materiale pornografico, le condotte di procurarsi e detenere tale materiale non integrano due distinti reati ma rappresentano due diverse modalità di perpetrazione del medesimo illecito, sì che non possono concorrere tra loro, se riguardano lo stesso materiale; nell’ipotesi, invece, di materiale pedopornografico procurato in momenti diversi e poi detenuto, ricorre la continuazione tra i reati. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto immune da censure la configurazione della continuazione tra reati di cui all’art. 600-quater cod. pen. in una fattispecie in cui era contestata la detenzione di immagini, alcune procurate con accesso alla rete internet, ed altre contenute in diversi dischi fissi).

Bancarotta fraudolenta.
Bancarotta fraudolenta.

La configurabilità della circostanza aggravante della “ingente quantità” nel delitto di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600 quater, comma secondo, c.p.) impone al giudice di tener conto non solo del numero dei supporti detenuti, dato di per sé indiziante, ma anche del numero di immagini, da considerare come obiettiva unità di misura, che ciascuno di essi contiene. (Nella fattispecie la Corte ha ritenuto configurabile detta aggravante in una fattispecie di detenzione di 175 DVD contenenti numerosi files pedopornografici).

La responsabilità per il reato di detenzione di materiale pedopornografico è esclusa in capo al soggetto che detto materiale abbia prodotto, sempre che questi sia concretamente punibile per la condotta di produzione. (Fattispecie di ritenuta applicabilità del reato di detenzione a fronte della non ricorribilità del reato di produzione per mancanza del pericolo di diffusione).

Integra il reato di detenzione di materiale pedopornografico (art. 600 – quater, c.p.) la semplice visione di immagini pedopornografiche “scaricate” da un sito internet, poichè, per un tempo anche limitato alla sola visione, le immagini sono nella disponibilità dell’agente. (Nella specie, trattavasi di fatto commesso prima delle modifiche introdotte dalla L. 26 febbraio 2006, n. 38).


In tema di reato di detenzione di materiale pornografico, le condotte di procurarsi e detenere tale materiale non integrano due distinti reati ma rappresentano due diverse modalità di perpetrazione del medesimo reato, sì che non possono concorrere tra loro.DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

In tema di pornografia minorile, mentre è configurabile il concorso formale tra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico e quello di divulgazione di notizie finalizzate allo sfruttamento di minori, diversamente il concorso è escluso tra il delitto di cessione di materiale pedopornografico e quello di detenzione dello stesso materiale, in quanto la condotta di detenzione rappresenta un antefatto non punibile rispetto a quella di cessione, rimanendo assorbita in quest’ultima.DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

Integra il reato previsto dall’art. 600 quater c.p. (detenzione di materiale pornografico utilizzando minori degli anni diciotto), la condotta consistente nel procurarsi materiale pedopornografico «scaricato» (cosiddetta operazione di “download”) da un sito internet a pagamento, in quanto il comportamento di chi accede al sito e versa gli importi richiesti per procurarsi il materiale pedopornografico offende la libertà sessuale e individuale dei minori coinvolti come il comportamento di chi lo produce. (In motivazione la Corte, nell’enunciare il predetto principio, ha altresì dichiarato manifestamente infondata la questione di costituzionalità della norma sanzionatoria sollevata dalla difesa per presunta violazione degli artt. 2, 3, 24, 25, 27 e 111 Cost.).

Nel reato di detenzione di materiale pornografico l’elemento oggettivo consiste nelle condotte, tra loro alternative, del procurarsi, che implica qualsiasi modalità di procacciamento compresa la via telematica, e del disporre, che implica un concetto più ampio della detenzione, mentre l’elemento soggettivo, costituito dal dolo diretto, consiste nella volontà di procurarsi o detenere materiale pornografico proveniente dallo sfruttamento dei minori. (Fattispecie relativa al reato di cui all’art. 600 quater c.p. prima delle modifiche operate dall’art. 3 L. n. 38 del 2006, e in cui la volontà di detenzione è risultata integrata dal rinvenimento di «files» pornografici scaricati e salvati nel computer dell’imputato benché successivamente lo stesso avesse cancellato parte di essi).

Nel reato di detenzione di materiale pornografico l’elemento oggettivo consiste nelle condotte, tra loro alternative, del procurarsi, che implica qualsiasi modalità di procacciamento compresa la via telematica, e del disporre, che implica un concetto più ampio della detenzione, mentre l’elemento soggettivo, costituito dal dolo diretto, consiste nella volontà di procurarsi o detenere materiale pornografico proveniente dallo sfruttamento dei minori. (Fattispecie relativa al reato di cui all’art. 600 quater c.p. prima delle modifiche operate dall’art. 3 L. n. 38 del 2006, e in cui la volontà di detenzione è risultata integrata dal rinvenimento di « files» pornografici scaricati e salvati nel computer dell’imputato benché successivamente lo stesso avesse cancellato parte di essi).DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

L’indulto previsto dall’art. 1, comma secondo, n. 16, della L. 31 luglio 2006, n. 241, non si applica alle pene inflitte per il delitto di detenzione di materiale pornografico di cui all’art. 600 quater, c.p., in quanto la limitazione dell’esclusione del beneficio dell’indulto alla sola ipotesi aggravata costituita dalla detenzione di materiale pornografico di ingente quantità, prevista nell’art. 600 quater, comma secondo, c.p., deve essere riferita alla sola fattispecie di reato costituita dalla detenzione di materiale pornografico di natura virtuale prevista dall’art. 600 quater n. 1, c.p., e non anche all’ipotesi di detenzione di materiale pornografico di natura reale contemplata dall’art. 600 quater, c.p.DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

In tema di reati relativi alla pornografia minorile, mentre il delitto di cui all’art. 600 ter, comma primo, c.p., ha natura di reato di pericolo concreto, la fattispecie di cui all’art. 600 quater c.p. (anche nella formulazione applicabile al caso di specie, anteriore a quella introdotta con la legge n. 38 del 2006), richiede la mera consapevolezza della detenzione del materiale pedo-pornografico, senza che sia necessario il pericolo della sua diffusione ed infatti tale fattispecie ha carattere sussidiario rispetto alla più grave ipotesi delittuosa della produzione di tale materiale a scopo di sfruttamento.DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

In relazione al delitto di detenzione di materiale pedopornografico, i risultati delle intercettazioni disposte in un diverso procedimento sono utilizzabili nell’ambito delle indagini preliminari, al fine di acquisire ulteriori fonti probatorie mediante una perquisizione ed il relativo sequestro del materiale. In tal caso, il sequestro risulta legittimo anche se i decreti emessi dal P.M. siano stati adottati ipotizzando la fattispecie criminosa di cui all’art. 600 ter c.p., diversa da quella per la quale l’indagato è sottoposto ad indagini (art. 604 quater c.p.), trattandosi di cose obiettivamente sequestrabili e soggette a confisca obbligatoria, con conseguente applicazione del principio male captum bene retentum

In tema di reati contro la libertà sessuale, non può essere svolta attività di contrasto attraverso l’agente provocatore per l’accertamento di elementi di prova in ordine al reato di detenzione di materiale pedopornografico e conseguentemente gli elementi di prova acquisiti sono inutilizzabili in ogni stato e grado del procedimento ai sensi dell’art. 191 c.p.p., ivi compresa la fase delle indagini preliminari. (La Corte ha altresì affermato che la situazione è mutata per effetto dell’entrata in vigore dell’art. 10 della legge 11 agosto 2003, n. 228, il quale fa salva al comma secondo la disciplina dettata dall’art. 14 della legge 3 agosto 1998, n. 269).DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CASSAZIONE PENALE

 

DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI NEL COMPUTER E CESTINO

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La motivazione della sentenza impugnata è solida ed immune da vizi logici, soprattutto sull’elemento psicologico, nonché in linea con la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui anche la presenza dei file nella cartella spostata nel cestino integra il reato contestato (Cass., Sez. 3, n. 24345/15, Rv 264307, Cagnazzo, secondo cui “integra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico la cancellazione di “files” pedopornografici, “scaricati” da internet, mediante l’allocazione nel “cestino” del sistema operativo del personal computer, in quanto gli stessi restano comunque disponibili mediante la semplice riattivazione dell’accesso al “file”, mentre solo per i “files” definitivamente cancellati può dirsi cessata la disponibilità e, quindi, la detenzione”; si veda anche nello stesso senso la successiva Cass., Sez. 3, n. 11044/17, Rv 269170, S.).

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 17 maggio 2017, n. 39458
Presidente Amoresano – Relatore Macrì

Ritenuto in fatto

  1. La Corte d’Appello di Bologna con sentenza in data 4.11.2016 ha confermato la sentenza in data 19.2.2013 del Giudice per le indagini preliminari di Bologna che aveva condannato B.A. , concesse le circostanze attenuanti generiche, alla pena di mesi 2, giorni 20 di reclusione, oltre pene accessorie e spese, pena sospesa (da intendersi anche quella accessoria secondo la precisazione aggiuntiva della Corte territoriale) e non menzione, confisca e distruzione di quanto in sequestro, per il reato di cui al capo b), art. 600 quater c.p., perché consapevolmente si era procurato ed aveva detenuto all’interno del personal computer il materiale pedopornografico di cui al capo a), da cui era stato assolto perché il fatto non sussiste, e cioè un file video prodotto mediante l’utilizzo di minori di anni 18, in (omissis) .
    2. Con il primo motivo, il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e), c.p.p., in relazione all’elemento psicologico. Osserva che nel caso dell’art. 600quater c.p., il legislatore aveva inteso circoscrivere la punibilità alle sole condotte di procacciamento e detenzione sorrette da dolo diretto o intenzionale, escludendo la rilevanza penale del dolo eventuale. Nel caso di specie, gli unici elementi certi erano stati l’utilizzo da parte dell’imputato del programma di file-sharing “e-mule” ed il fatto che all’interno del personal computer erano stati rinvenuti dei file di contenuto pedopornografico. Tali elementi non erano sufficienti, di per sé, a far ritenere provata la volontà di procacciamento e detenzione del materiale trovatosi nel computer. Come riferito nel verbale d’interrogatorio del 26.10.2010 ed all’udienza del 19.2.2013 innanzi al Giudice per l’udienza preliminare di Bologna, non era sua intenzione scaricare il materiale pedopornografico, ma materiale pornografico, e si era trattato di un mero errore. Una volta scaricato il materiale, era lo stesso programma che salvava automaticamente e non era stata offerta la prova che il materiale fosse stato coscientemente salvato. Secondo la difesa, la creazione della cartella in cui erano i file poteva essere stata creata apposta per inviare in quell’occasione il download di e-mule; dai dettagli dei file positivi indicati nella relazione si evinceva che erano stati scaricati tramite un download mediante il programma emule con una connessione di lunga durata dalle 19,53 del 6.9.2009 alle 00,28 dell’8.9.2010 con un unico accesso il 9.1.2010; da tale data a quella della perquisizione e del sequestro, 22.2.2010, i file non erano stati più spostati o visionati; se era vero che i file erano sul computer, era vero anche che egli non poteva esserne il detentore perché non ne aveva mai usufruito.
    Con il secondo motivo, deduce la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b), c.p.p., in relazione alla mancata applicazione degli art. 131bis c.p. e 129 c.p.p.. La Corte territoriale avrebbe dovuto applicare d’ufficio l’art. 131bis c.p., senza necessità dell’istanza di parte e del suo esplicito consenso, bastando la non opposizione.
    Nei motivi aggiunti, insiste sulla mancanza di motivazione in merito all’applicazione dell’art. 131bis c.p. Argomenta che l’esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto ha natura sostanziale ed è applicabile ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del d. Lgs. 28/15, ivi quelli pendenti in sede di legittimità, nei quali la Suprema Corte può rilevare d’ufficio ex art. 609, comma 2, c.p.p., la sussistenza delle condizioni di applicabilità dell’istituto, fondandosi sulle emergenze processuali e sulla motivazione della decisione impugnata. Premette che l’applicazione dell’art. 131bis c.p. non è stata chiesta dall’imputato nel ricorso in appello, pur essendo possibile, ma in ogni caso la questione è rilevabile d’ufficio perché la norma ha portata generale e sistemica. Contesta l’orientamento di parte della giurisprudenza di legittimità secondo cui la questione dell’art. 131bis c.p. non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, ostandovi il disposto dell’art. 609, comma 3, c.p.p., se il predetto articolo era già in vigore alla data di deliberazione della sentenza d’appello, perché la ponderazione sull’esistenza dei presupposti essenziali per l’applicabilità della causa di non punibilità, è caratterizzata da un’intrinseca ed insuperabile natura di merito, siccome a) l’applicazione della norma pone una questione di qualificazione giuridica del fatto e non può inibirsi alla Corte una diversa qualificazione, quando le sue componenti sono accertate in sede di merito; b) non è precluso al giudice di legittimità di adottare una pronuncia di annullamento senza rinvio quando non è richiesta una valutazione sul fatto estranea al sindacato di legittimità; c) le stesse Sezioni Unite n. 13681/16, Rv 266593, Tushaj, sembrano implicitamente avallare tale assunto laddove affermano che “quando non sia in questione l’applicazione della sopravvenuta legge più favorevole ai sensi dell’art. 609, comma 2, c.p.p., l’inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità e rilevabilità d’ufficio della causa di non punibilità”. Pertanto, in applicazione dell’art. 129 c.p.p., in presenza di un ricorso ammissibile, la causa di non punibilità di cui all’art. 131bis c.p. può essere rilevata d’ufficio, anche se non dedotta nel corso del giudizio d’appello, ove pure ciò fosse stato possibile, quando i presupposti per la sua applicazione siano immediatamente rilevabili dagli atti e non siano, quindi, necessari, ulteriori accertamenti fattuali a tal fine. Il rilievo d’ufficio non è invece possibile quando occorrono ulteriori indagini di merito, mentre, nella specie, basta una semplice valutazione della corrispondenza del fatto, nel suo minimum di tipicità, al modello legale di una fattispecie incriminatrice. Nel caso in esame, la Corte territoriale aveva rappresentato che la condotta dell’imputato era marginale, avendo ad oggetto solo la detenzione del materiale pornografico, la scarsissima entità del dolo, l’incensuratezza e la giovane età.
    La sentenza inoltre aveva motivato in modo illogico, laddove aveva valorizzato il dolo basandosi esclusivamente sulla denominazione dei file detenuti; la condotta delittuosa era stata occasionale; il fatto era certamente di particolare tenuità.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è manifestamente infondato.
    3.1. La Corte territoriale, dopo aver confermato l’accertamento in fatto del Giudice di prime cure che i 13 file a contenuto pedopornografico recavano nomi che indiscutibilmente ed inequivocabilmente rendevano edotti del loro contenuto, ha osservato che chi scarica i file da un programma di file-sharing, quale e-mule, procede, nell’ambito della ricerca impostata, a selezionare i singoli file da scaricare, sicché è del tutto evidente che l’imputato, consapevolmente, aveva scelto di scaricare dei file dall’inequivoco contenuto pedopornografico. Inoltre, dalla relazione della Polizia postale era emerso che i 13 file erano stati rinvenuti all’interno di una cartella che non era quella dei file in arrivo dal programma e-mule, poiché i file, dopo scaricati, erano stati spostati in un’altra cartella e quindi “lavorati”, operazione che aveva reso l’imputato vieppiù edotto del contenuto del materiale scaricato da e-mule. Il ricorrente sostiene che la creazione della cartella si giustificava per il download dei file ma era certo che non ne avesse usufruito, quindi non poteva esserne considerato detentore.
    Tale assunto difensivo è fallace. La motivazione della sentenza impugnata è solida ed immune da vizi logici, soprattutto sull’elemento psicologico, nonché in linea con la giurisprudenza di questa Corte, secondo cui anche la presenza dei file nella cartella spostata nel cestino integra il reato contestato (Cass., Sez. 3, n. 24345/15, Rv 264307, Cagnazzo, secondo cui “integra il delitto di detenzione di materiale pedopornografico la cancellazione di “files” pedopornografici, “scaricati” da internet, mediante l’allocazione nel “cestino” del sistema operativo del personal computer, in quanto gli stessi restano comunque disponibili mediante la semplice riattivazione dell’accesso al “file”, mentre solo per i “files” definitivamente cancellati può dirsi cessata la disponibilità e, quindi, la detenzione”; si veda anche nello stesso senso la successiva Cass., Sez. 3, n. 11044/17, Rv 269170, S.).
    3.2. Quanto alla mancata applicazione dell’art. 131bis c.p., lo stesso ricorrente ha ammesso di non averne fatto richiesta nella sede appropriata dell’appello. Va data continuità all’orientamento di questa Corte per il quale, in tema di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto, la questione dell’applicabilità dell’art. 131-bis cod. pen. non può essere dedotta per la prima volta in cassazione, ostandovi il disposto di cui all’art. 606, comma terzo, cod. proc. pen., se il predetto articolo era già in vigore alla data della deliberazione della sentenza impugnata, né sul giudice di merito grava, in difetto di una specifica richiesta, alcun obbligo di pronunciare comunque sulla relativa causa di esclusione della punibilità (si veda tra le ultime, Cass., Sez. 3, n. 19207/17, Rv 269913, Celentano).
  2.  
  3. La conclusione è in linea con la stessa sentenza a Sezioni Unite, invocata dal ricorrente, la n. 13681/16, Rv 266554, Tushaj, ove si afferma che l’inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità della questione per la prima volta in questa sede nonché il rilievo d’ufficio. Ed invero, va richiamata in termini la sentenza Sez. 6, n. 7606/17, Rv 269164, secondo cui la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere rilevata d’ufficio, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se non dedotta nel corso del giudizio di appello pendente alla data di entrata in vigore della norma, a condizione che i presupposti per la sua applicazione siano immediatamente rilevabili dagli atti e non siano necessari ulteriori accertamenti fattuali a tal fine. Il che certamente non è nel caso di specie, in cui la Corte territoriale ha ritenuto già mite la pena inflitta in primo grado, in considerazione del numero di file scaricati e della mancanza di qualsivoglia resipiscenza da parte dell’imputato.
    3.3. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

  1. DETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI
  2. La conclusione è in linea con la stessa sentenza a Sezioni Unite, invocata dal ricorrente, la n. 13681/16, Rv 266554, Tushaj, ove si afferma che l’inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità della questione per la prima volta in questa sede nonché il rilievo d’ufficio. Ed invero, va richiamata in termini la sentenza Sez. 6, n. 7606/17, Rv 269164, secondo cui la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere rilevata d’ufficio, in presenza di un ricorso ammissibile, anche se non dedotta nel corso del giudizio di appello pendente alla data di entrata in vigore della norma, a condizione che i presupposti per la sua applicazione siano immediatamente rilevabili dagli atti e non siano necessari ulteriori accertamenti fattuali a tal fine. Il che certamente non è nel caso di specie, in cui la Corte territoriale ha ritenuto già mite la pena inflitta in primo grado, in considerazione del numero di file scaricati e della mancanza di qualsivoglia resipiscenza da parte dell’imputato.
    3.3. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che il ricorso debba essere dichiarato inammissibile, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento. Tenuto, poi, conto della sentenza della Corte costituzionale in data 13 giugno 2000, n. 186, e considerato che non vi è ragione di ritenere che il ricorso sia stato presentato senza “versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità”, si dispone che il ricorrente versi la somma, determinata in via equitativa, di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Incidente-stradale-risarcimento-MORTALE
Incidente-stradale-risarcimento-MORTALE
Bologna Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Imola Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Casalecchio di Reno Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
San Lazzaro di Savena Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Valsamoggia Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
San Giovanni in Persiceto Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Castel San Pietro Terme Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Zola Predosa Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Budrio Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Castel Maggiore Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Pianoro Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Medicina Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Molinella Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Castenaso Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Sasso Marconi Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Ozzano dell’Emilia Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Crevalcore Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Calderara di Reno Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
San Pietro in Casale Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Anzola dell’Emilia Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Granarolo dell’Emilia Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Monte San Pietro Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Argelato Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Malalbergo Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Minerbio Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
San Giorgio di Piano Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Sala Bolognese Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Vergato Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Sant’Agata Bolognese   
Pieve di Cento Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Baricella Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penaleDETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI 
Alto Reno Terme Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penaleDETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI 
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Dozza Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penaleDETENZIONE FILE PEDOPORNOGRAFICI 
Castello d’Argile Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Monzuno Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
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Castiglione dei Pepoli Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Bentivoglio Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Galliera Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Gaggio Montano Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Mordano Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Castel Guelfo di Bologna Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Loiano Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
San Benedetto Val di  Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale Sambro 
Grizzana Morandi 
Monghidoro Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Casalfiumanese Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Castel di Casio Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Borgo Tossignano Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
Lizzano in Belvedere Avvocato penalista, denunce querele, tribunale penale avvocato, appello penale, querela, cassazione penale, parere penale, reato penale, avvocato penale 
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ASSEGNO DIVORZILE BOLOGNA? SICURO? COME? QUANDO? PERCHE’?

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ASSEGNO DIVORZILE

È noto che la Cassazione a Sezioni Unite nel 2018 è intervenuta sul tema, offrendo con la sentenza n. 18287 dell’ 11.7.2018 una rilettura fedele del dato normativo, che si pone sostanzialmente come una “terza via” rispetto al diritto vivente formatosi a partire dalle prime pronunce del 1990 così come anche rispetto all’arresto del 2017.ASSEGNO DIVORZILE

Partendo da un attento esame del dato normativo di cui all’art. 5 Legge divorzio, nella sua formulazione originaria e poi nella sua versione ultima, come modificata dall’intervento legislativo del 1987, le Sezioni Unite hanno richiamato il proprio iniziale pronunciamento del 1990 (sentenza Cass. civ. Sez. Un. n. 11490/1990), nel quale era stato affermato che l’assegno divorzile aveva carattere esclusivamente assistenziale, dal momento che il presupposto per la sua concessione doveva essere rinvenuto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, da intendersi come insufficienza degli stessi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed altre utilità disponibili, a conservargli un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio“. In linea generale, avendo, appunto, l’assegno di divorzio funzione eminentemente assistenziale, la sua attribuzione era subordinata alla sussistenza di una situazione di squilibrio reddituale tra i coniugi, per effetto del quale uno dei due si trovi privo di mezzi adeguati per provvedere al proprio mantenimento, o nell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. La sussistenza di tale presupposto condizionava il sorgere del diritto all’assegno divorzile, mentre tutti gli altri criteri, costituiti dalle condizioni dei coniugi, dalle ragioni della decisione, dal contributo personale ed economico di ciascuno alla conduzione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune, e dal reddito di entrambi, erano destinati ad operare solo se l’accertamento dell’unico elemento attributivo si fosse risolto positivamente, ed incidevano soltanto sulla quantificazione dell’assegno stesso (cfr., ex multis, oltre alla richiamata Cass. Sez. Un. n. 11490/1990, anche Cass. civ. 12 marzo 1992 n. 3019).

ASSEGNO DIVORZILE

Per quanto concerne il concetto di “adeguatezza” impiegato dal legislatore, esso andava inteso, secondo l’interpretazione fatta propria dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, in relazione all’interesse giuridicamente tutelato a conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che fosse necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto, il quale poteva essere anche economicamente autosufficiente, rilevando l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle condizioni economiche del medesimo che, in via di massima, dovevano essere ripristinate, in modo da ristabilire un certo equilibrio.

Ad una tale affermazione di principio, rimasta sostanzialmente ferma per quasi un trentennio, si era recentemente contrapposto altro innovativo orientamento, cui aveva dato avvio la sezione prima civile della Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017 (seguita poi, tra le altre, da Cass. civ. Sez. I, 11.05.2017, n. 11538; Cass. civ. Sez. I, 16.05.2017, n. 12196; Cass. civ. Sez. II, 23.03.2018, n. 1630), che, pur condividendo e facendo propria la premessa sistematica della rigida distinzione tra criterio attributivo (fondato sulla verifica della sussistenza della inadeguatezza di mezzi del coniuge richiedente, di cui all’ultima parte dell’art. 5, comma 6, Legge Divorzio) e criterio determinativo (fondato sugli elementi di cui alla prima parte della norma citata), aveva individuato, quale parametro della inadeguatezza dei mezzi del coniuge istante, non più il tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, quanto piuttosto la “non autosufficienza economica” dello stesso, evidenziando come solo all’esito del positivo accertamento di tale presupposto potevano essere esaminati i criteri determinativi dell’assegno indicati nella prima parte della norma. Le Sezioni Unite del 2018 hanno sottoposto a revisione critica entrambi gli orientamenti richiamati, evidenziando, da un lato, che il criterio attributivo dell’assegno cristallizzato nella sentenza n. 11490/1990 – fondato, come sopra evidenziato, sul mantenimento del tenore di vita matrimoniale – si espone, oggettivamente, ad un forte rischio di creare indebite rendite di posizione, dall’altro, che l’impostazione prospettata dalla sentenza n. 11504/2017, nel suo attribuire esclusivo rilievo alla astratta condizione economico-patrimoniale soggettiva dell’ex-coniuge richiedente, sconta il fatto di essere del tutto scollegata dalla relazione matrimoniale che pure c’è stata tra i coniugi, e che ha determinato scelte di vita, frutto di decisioni libere e condivise, che possono aver impresso alle condizioni personali ed economiche dei coniugi un corso irreversibile.

L’accertamento relativo all’inadeguatezza dei mezzi ed all’incapacità di procurarseli per ragioni oggettive deve, dunque, essere saldamente ancorato alle caratteristiche ed alla ripartizione dei rispettivi ruoli endofamiliari, i quali, alla luce del principio solidaristico che permea la formazione sociale della famiglia, di rilievo costituzionale, costituiscono attuazione della rete di diritti e doveri fissati dall’art. 143 codice civile.

ASSEGNO DIVORZILE

Questo accertamento “non è conseguenza di una inesistente ultrattività dell’unione matrimoniale, definitivamente sciolta tanto da determinare modifica irreversibile degli status personali degli ex coniugi” ma diviene necessario in quanto è la stessa norma regolatrice del diritto all’assegno che attribuisce rilievo alle scelte e ai ruoli della vita familiare; tale rilievo ha “l’esclusiva funzione di accertare se la condizione di squilibrio economico patrimoniale sia da ricondurre eziologicamente alle determinazioni comuni ed ai ruoli endofamiliari, in relazione alla durata del matrimonio e all’età del richiedente“, di modo che, ove la disparità reddituale abbia questa specifica radice causale e sia accertato, con assolvimento di un onere probatorio che le Sezioni Unite richiedono espressamente sia “rigoroso”, “che lo squilibrio economico patrimoniale conseguente al divorzio derivi dal sacrificio di aspettative professionali e reddituali fondate sull’assunzione di un ruolo consumato esclusivamente o prevalentemente all’interno della famiglia e dal conseguente contributo fattivo alla formazione del patrimonio comune e a quello dell’altro coniuge“, di tale specifica caratteristica della vita familiare si tenga conto “nella valutazione della inadeguatezza dei mezzi e dell’incapacità del coniuge richiedente di procurarseli per ragioni oggettive“. In buona sostanza, dunque, “la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio si compone di un contenuto perequativo-compensativo che discende direttamente dalla declinazione costituzionale del principio di solidarietà e che conduce al riconoscimento di un contributo che, partendo dalla comparazione delle condizioni economico-patrimoniali dei due coniugi, deve tener conto non soltanto del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da garantire l’autosufficienza, secondo un parametro astratto ma, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali ed economiche eventualmente sacrificate, in considerazione della durata del matrimonio e dell’età del richiedente. Il giudizio di adeguatezza ha, pertanto, anche un contenuto prognostico riguardante la concreta possibilità di recuperare il pregiudizio professionale ed economico derivante dall’assunzione di un impegno diverso. Sotto questo specifico profilo il fattore età del richiedente è di indubbio rilievo al fine di verificare la concreta possibilità di un adeguato ricollocamento sul mercato del lavoro“.

In definitiva, le Sezioni Unite affermano che “l’eliminazione della rigida distinzione tra criterio attributivo e criteri determinativi dell’assegno di divorzio e la conseguente inclusione, nell’accertamento cui il giudice è tenuto, di tutti gli indicatori contenuti nell’art. 5. c. 6 in posizione equiordinata, consente, … senza togliere rilevanza alla comparazione della situazione economico-patrimoniale delle parti, di escludere i rischi d’ingiustificato arricchimento derivanti dalla adozione di tale valutazione comparativa in via prevalente ed esclusiva, ma nello stesso tempo assicura tutela in chiave perequativa alle situazioni, molto frequenti, caratterizzate da una sensibile disparità di condizioni economico-patrimoniali ancorché non dettate dalla radicale mancanza di autosufficienza economica ma piuttosto da un dislivello reddituale conseguente alle comuni determinazioni assunte dalle parti nella conduzione della vita familiare“.

Il parametro dell’adeguatezza dunque contiene in sé una funzione equilibratrice e non solo assistenziale-alimentare. La piena ed incondizionata reversibilità del vincolo coniugale non esclude il rilievo pregnante che tale scelta, unita alle determinazioni comuni assunte in ordine alla conduzione della vita familiare, può imprimere sulla costruzione del profilo personale ed economico-patrimoniale dei singoli coniugi, non potendosi trascurare che l’impegno all’interno della famiglia può condurre all’esclusione o limitazione di quello diretto alla costruzione di un percorso professionale-reddituale.

Il legislatore impone sì di accertare preliminarmente l’esistenza e l’entità dello squilibrio determinato dal divorzio mediante l’obbligo della produzione dei documenti fiscali dei redditi delle parti, anche attraverso il potenziamento dei poteri istruttori officiosi attribuiti al giudice, nonostante la natura prevalentemente disponibile dei diritti in gioco e, all’esito di tale preliminare e doveroso accertamento, può venire già in evidenza il profilo strettamente assistenziale dell’assegno, qualora una sola delle parti non sia titolare di redditi propri e sia priva di redditi da lavoro. Possono, tuttavia, riscontrarsi più situazioni comparative caratterizzate da una sperequazione nella condizione economico patrimoniale delle parti, di entità variabile. Secondo la Suprema corte, quindi deve essere prescelto un criterio integrato che si fondi sulla concretezza e molteplicità dei modelli familiari attuali.

Le Sezioni Unite del 2018, sulla base delle approfondite argomentazioni sino a qui testualmente riportate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, sono quindi pervenute all’affermazione del seguente principio di diritto enunciato conclusivamente, da leggere alla luce di quanto spiegato al paragrafo 10 della decisione stessa: “Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la legge n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto“.

Al fine del calcolo dell’assegno di divorzio di cui all’articolo 5 della L. 1 dicembre 1970, n. 898 occorre dunque tenere in considerazione non il tenore di vita, ma diversi fattori, attraverso un criterio c.d. “composito” che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto (si veda, tra le successive pronunce della Suprema Corte intervenute dopo le Sezioni Unite, Cass. civ. Sez. I, ordinanza 23.01.2019, n. 1882 nella quale si è ribadito che “il riconoscimento dell’assegno di divorzio in favore dell’ex coniuge, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, ai sensi dell’art. 5, comma 6, della legge n. 898/1970, richiede, ai fini dell’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi dell’ex coniuge istante, e dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, l’applicazione dei criteri contenuti nella prima parte della norma, i quali costituiscono, in posizione equiordinata, i parametri cui occorre attenersi per decidere sia sull’attribuzione sia sulla quantificazione dell’assegno. Il giudizio, premessa la valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, avrà ad oggetto, in particolare, il contributo fornito dal richiedente alla condizione della vita familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché di quello personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla du

Le rilevanti modificazioni sociali che hanno inciso sulla rappresentazione simbolica del legame matrimoniale e sulla disciplina giuridica dell’istituto” hanno, dunque, indotto le Sezioni Unite del 2018 ad offrire una nuova soluzione interpretativa, fondata sulla necessità di “abbandonare la rigida distinzione tra criteri attributivi e determinativi dell’assegno di divorzio, alla luce di una interpretazione dell’art. 5, comma 6, più coerente con il quadro costituzionale di riferimento costituito … dagli artt. 2, 3 e 29 Cost.“. Alla compiuta spiegazione della “soluzione interpretativa adottata” la Suprema Corte ha dedicato l’intero paragrafo 10 della sentenza qui riportata. Scrivono le Sezioni Unite che “l’art. 5 comma 6 attribuisce all’assegno di divorzio una funzione assistenziale, riconoscendo all’ex coniuge il diritto all’assegno di divorzio quando non abbia mezzi “adeguati” e non possa procurarseli per ragioni obiettive. Il parametro dell’adeguatezza ha, tuttavia, carattere intrinsecamente relativo ed impone una valutazione comparativa che entrambi gli orientamenti illustrati [delle Sezioni Unite del 1990 e della sezione I civile del 2017] traggono al di fuori degli indicatori contenuti nell’incipit della norma“, esegesi in quanto tali non soddisfacenti, che hanno imposto un radicale ripensamento.

 

La domanda di assegno divorzile deve essere valutata alla luce del principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite n. 18287/2018: “Ai sensi della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di rocurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto”.

Ritiene il Tribunale che, seppure la Cassazione abbia maggiormente valorizzato il criterio compensativo-perequativo, non sia tuttavia venuta meno la funzione anche assistenziale dell’assegno divorzile. Il criterio puramente assistenziale troverà quindi applicazione quanto la situazione reddituale e patrimoniale del coniuge debole non consenta allo stesso, senza sua colpa, di raggiungere una esistenza libera e dignitosa, che può tendenzialmente parametrarsi alla retribuzione media dei dipendenti.

In aggiunta al criterio assistenziale, dovranno tenersi in considerazione i criteri compensativo e perequativo se, pur raggiungendo il coniuge più debole il livello minimo tale da consentirgli una vita dignitosa, la sperequazione tra le condizioni economiche tragga origine dalle scelte matrimoniali condivise che abbiano portato al sacrificio di aspettative reddituali o professionali anche in relazione alla durata del matrimonio, all’effettiva potenzialità delle capacità lavorative future parametrate all’età e alla conformazione del mercato del lavoro.

In particolare, il criterio compensativo richiede di valutare le occasioni mancate e i sacrifici sopportati dal coniuge debole nell’interesse della famiglia; quello perequativo richiede di valutare il risparmio conseguito o le risorse economiche aggiuntive ottenute dalla famiglia grazie al contributo dal coniuge richiedente. L’applicazione di tali criteri dovrà evitare la duplicazione dei titoli presi in considerazione.

 

Superando la rigida distinzione tra criteri attributivi e criteri determinativi dell’assegno divorzile, le Sezioni Unite del 2018 hanno rimarcato la necessità di una valutazione equiordinata di tutti gli indicatori dell’art. 5 L. div. (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, contributo personale ed economico alla vita familiare, reddito delle parti, durata del matrimonio, età del richiedente), individuando la ratio della attribuzione dell’emolumento in questione nella solidarietà post coniugale, che, in presenza di una disparità economico-patrimoniale causalmente riconducibile a scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise in costanza di matrimonio, diviene fattore ri-equilibratore dell’apporto dato dal coniuge richiedente al menage familiare, ferma restando l’indiscussa non ultrattività del vincolo matrimoniale.

Nella ricostruzione ermeneutica dell’istituto delineata dalle Sezioni Unite del 2018, dunque, l’assegno divorzile ha riacquisito le plurime funzioni sue proprie, ovvero quella assistenziale (in caso di assenza di reddito e di mezzi in capo al coniuge richiedente), quella compensativa (correlata al contributo dato dal richiedente alla formazione del “capitale invisibile” della famiglia, costituito dalle capacità professionali e di reddito che uno dei coniugi abbia conseguito in costanza di matrimonio anche grazie all’apporto fornito ed ai sacrifici sopportati dall’altro, tenuto conto della durata del matrimonio), quella perequativa (quale ristoro dei sacrifici e delle rinunce condivise cui il coniuge richiedente è andato irreversibilmente incontro, anche tenuto conto dell’età), e, infine, quella risarcitoria (qualora sia da individuare nel coniuge “forte”, ovvero quello in posizione economica migliore, la parte cui è da ascrivere la responsabilità della definitiva crisi coniugale).

È sulla base delle approfondite argomentazioni qui sinteticamente richiamate, ritenute coerenti anche con il quadro normativo europeo ed extraeuropeo, che le Sezioni Unite del 2018 sono pervenute, quindi, all’affermazione del principio di diritto enunciato conclusivamente,: “Ai sensi dell’art. 5 c. 6 della I. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la I. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto

ASSEGN OA FAVORE FOGLIO MAGGIORENNE

In materia dì assegno di mantenimento in favore del figlio maggiorenne non indipendente economicamente, “… il giudice del merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo … caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei beneficiari; tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura,tenendo conto che il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni ed aspirazioni (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori), com’è reso palese dal collegamento inscindibile tra gli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione” (principio enunciato da Cass. Sez. I, 20/08/2014 n.18076, richiamato anche nell’ordinanza della Sez. VI, 12/03/2018 n.5883).

In tale arresto i giudici di legittimità spiegano, altresì, che “… la valutazione delle circostanze che giustificano la ricorrenza o il permanere dell’obbligo dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni, va effettuata dal giudice del merito, necessariamente, ‘caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescente in rapporto all’età dei beneficiari’, in guisa da escludere che la tutela della prole, sul piano giuridico, possa essere protratta oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, al di là dei quali si risolverebbe, com’è stato evidenziato in dottrina, in ‘forme di vero e proprio parassitismo di ex giovani ai danni dei loro genitori sempre più anziani’ (v. Cass. n. 12477/2004, n. 4108/1993). Se è vero che il giudice di merito non può prefissare in astratto un termine finale di persistenza dell’obbligo di mantenimento, il genitore obbligato è tenuto ad allegare e, ove sia contestato, a dimostrare (anche in via presuntiva) di averlo posto nelle condizioni di raggiungere l’indipendenza economica, sfruttando al meglio le capacità e le competenze acquisite a conclusione del percorso formativo compiuto in sintonia con le sue aspirazioni e attitudini, salva ovviamente la possibilità per il figlio di dimostrare le specifiche ragioni, di tipo personale o economico-sociale (riferite al settore professionale prescelto), che gli hanno impedito di inserirsi nel mondo del lavoro e che giustificano la sua richiesta di prolungamento dell’obbligo genitoriale .

 

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