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STALKING QUERELA REVOCABILE ?

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il cambiamento delle abitudini di vita può essere un sintomo della condotta illecita ma non è un requisito essenziale” è errata in considerazione della stessa lettera dell’art. 612 bis c.p. che prevede come, per configurare il delitto di atti persecutori, alla condotta, reiterata, di minaccia o molestia, debba derivare uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma: un perdurante e grave stato d’ansia o di paura, o il fondato timore per l’incolumità della vittima o di un suo prossimo congiunto o di una persona a questa legata da vincoli affettivi o, infine, il mutamento delle sue abitudini di vita. L’evento in questione si pone così come elemento essenziale del contestato reato e non appare sufficiente a colmare il vuoto motivazionale della Corte d’appello l’affermazione fatta dal giudice di prime cure circa la “realizzazione (in capo alla persona offesa) dell’evento costituito dal progressivo accumulo di disagio degenerato in uno stato di prostrazione psicologica della vittima”, sia perchè non si comprende se l’accennato “disagio” si sia trasfuso in uno degli eventi previsti dalla norma (pur apparendo prospettare “un perdurante e grave stato d’ansia”), sia perchè, pur in presenza di specifico motivo di appello, la Corte territoriale, come si è visto, non aveva fornito adeguata risposta ed anzi, meramente ipotizzando un diverso evento (“il mutamento delle abitudini di vita”), ne escludeva, tuttavia (ed erroneamente), la rilevanza.

STALKING QUERELA REVOCABILE ?

L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta, come si è detto, l’assorbimento delle censure sulla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, che va, infatti, investigato alla luce di quanto dovesse emergere, innanzitutto, dal dato fattuale, dalle condotte consumate e dall’evento cagionato. 2. Anche il terzo motivo è fondato posto che l’affermazione della Corte di merito, secondo cui “la remissione della querela non ha potuto produrre l’effetto estentivo del reato, poichè ricorrono minacce reiterate, a nulla rilevando secondo la legge il carattere di gravità, ma la ripetizione della condotta volta a spaventare la vittima”, confligge con la lettera della norma, l’art. 612 bis c.p., comma 4, che prevede come la querela sia irrevocabile solo quando le minacce reiterate concretino anche l’ipotesi prevista dall’art. 612 c.p., comma 2 e, quindi, “se la minaccia è grave o è fatta in uno dei modi indicati dall’art. 339” del medesimo codice. Così da far affermare a questa Corte: – è irrevocabile la querela presentata per il reato di atti persecutori quando la condotta sia stata realizzata con minacce reiterate e gravi (Sez. 5, n. 2299 del 17/09/2015, dep. 20/01/2016, Rv. 266043); – ed anche che, in tema di atti persecutori, quando la condotta sia realizzata mediante minacce gravi e reiterate, non spiega alcun effetto sulla regola di irrevocabilità della querela la modifica del regime di procedibilità del delitto di minaccia grave (art. 612 c.p., comma 2) introdotta dal D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36 (Sez. 5, n. 12801 del 21/02/2019, Rv. 275306). Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza anche sul punto della giudicata irrevocabilità della querela, non avendo la Corte territoriale valutato se le minacce reiterate consumate dall’imputato avessero altresì concretato le ipotesi previste dall’art. 612 c.p., comma 2. 3. In considerazione del titolo del reato e del rapporto personale fra le parti si dispone l’oscuramento dei dati identificativiSTALKING QUERELA REVOCABILE ?

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE V PENALE Ordinanza 14 gennaio – 6 febbraio 2020, n. 5092 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SABEONE Gerardo – Presidente – Dott. SCARLINI Enrico V. – rel. Consigliere – Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere – Dott. PISTORELLI Luca – Consigliere – Dott. CALASELICE Barbara – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: V.A., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 22/02/2019 della CORTE APPELLO di GENOVA; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore LOY MARIA FRANCESCA, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso. Svolgimento del processo 1.

STALKING? querela Revocabile? AVVOCATO ESPERTO
STALKING? querela Revocabile? AVVOCATO ESPERTO

 Con sentenza del 22 febbraio 2019, la Corte di appello di Genova, in parziale riforma della sentenza del locale Tribunale, disapplicando la recidiva e ritenendo le già concesse circostanze attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante del vincolo di coniugio, rideterminava la pena inflitta ad V.A. per il delitto di atti persecutori consumato ai danni della moglie separata D.G.L., dal (OMISSIS), nella misura indicata in dispositivo. 1.1.

 In risposta ai motivi di appello, la Corte di merito osservava che: – l’intervenuta remissione di querela era inefficace in considerazione della ripetizione delle minacce, non avendo rilievo alcuno la loro gravità; – il comportamento, talora inopportuno, della persona offesa non costituiva una scriminante della condotta dell’imputato; – il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa non concretava un elemento essenziale del contestato delitto. 2.

Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi. 2.1. Con il primo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità del prevenuto per il delitto di atti persecutori ascrittogli.

La Corte si era ricondotta alla motivazione del primo giudice non verificando così la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato. Facendo poi riferimento alle sole minacce inviate tramite messaggi telefonici non aveva affrontato il punto dell’evento che l’imputato avrebbe cagionato, il perdurante stato d’ansia, o il fondato timore per la propria incolumità o il mutamento delle abitudini di vita. Si sarebbe poi dovuto tenere anche conto del fatto che la persona non aveva mostrato particolare timore del prevenuto: quando era intervenuta in una udienza del procedimento di separazione, presente anche l’imputato, e quando aveva riferito al cognato come, nel corso del litigi coniugali, entrambi passassero alle vie di fatto. 2.2.

Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione e la violazione di legge in riferimento alla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. Il prevenuto non intendeva affatto perseguitare la moglie ma solo rivendicare le proprie esigenze abitative ed impedire, inoltre, che la figlia avuta con costei fosse costretta a frequentarne il nuovo compagno. 2.3. Con il terzo motivo lamenta il vizio di motivazione e la violazione di legge per non avere ritenuto la remittibilità della querela sulla sola base della ripetitività delle minacce senza valutarne la gravità, come invece richiede la norma, l’art. 612 bis c.p., comma 4, dovendosi inoltre tenere conto dell’assoluzione del prevenuto da tutte le condotte ascrittegli dal (OMISSIS).

Motivi della decisione Il ricorso proposto nell’interesse dell’imputato è fondato in relazione al primo ed al terzo motivo. I

l secondo motivo, sull’elemento soggettivo del delitto, è assorbito dall’accoglimento del primo motivo, sull’elemento oggettivo del reato. 1. Quanto al primo motivo di censura, infatti, l’affermazione della Corte territoriale secondo la quale “il cambiamento delle abitudini di vita può essere un sintomo della condotta illecita ma non è un requisito essenziale” è errata in considerazione della stessa lettera dell’art. 612 bis c.p. che prevede come, per configurare il delitto di atti persecutori, alla condotta, reiterata, di minaccia o molestia, debba derivare uno degli eventi alternativamente previsti dalla norma: un perdurante e grave stato d’ansia o di paura, o il fondato timore per l’incolumità della vittima o di un suo prossimo congiunto o di una persona a questa legata da vincoli affettivi o, infine, il mutamento delle sue abitudini di vita. L’evento in questione si pone così come elemento essenziale del contestato reato e non appare sufficiente a colmare il vuoto motivazionale della Corte d’appello l’affermazione fatta dal giudice di prime cure circa la “realizzazione (in capo alla persona offesa) dell’evento costituito dal progressivo accumulo di disagio degenerato in uno stato di prostrazione psicologica della vittima”, sia perchè non si comprende se l’accennato “disagio” si sia trasfuso in uno degli eventi previsti dalla norma (pur apparendo prospettare “un perdurante e grave stato d’ansia”), sia perchè, pur in presenza di specifico motivo di appello, la Corte territoriale, come si è visto, non aveva fornito adeguata risposta ed anzi, meramente ipotizzando un diverso evento (“il mutamento delle abitudini di vita”), ne escludeva, tuttavia (ed erroneamente), la rilevanza. L’accoglimento del primo motivo di ricorso comporta, come si è detto, l’assorbimento delle censure sulla ritenuta sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, che va, infatti, investigato alla luce di quanto dovesse emergere, innanzitutto, dal dato fattuale, dalle condotte consumate e dall’evento cagionato. 2. Anche il terzo motivo è fondato posto che l’affermazione della Corte di merito, secondo cui “la remissione della querela non ha potuto produrre l’effetto estentivo del reato, poichè ricorrono minacce reiterate, a nulla rilevando secondo la legge il carattere di gravità, ma la ripetizione della condotta volta a spaventare la vittima”, confligge con la lettera della norma, l’art. 612 bis c.p., comma 4, che prevede come la querela sia irrevocabile solo quando le minacce reiterate concretino anche l’ipotesi prevista dall’art. 612 c.p., comma 2 e, quindi, “se la minaccia è grave o è fatta in uno dei modi indicati dall’art. 339” del medesimo codice. Così da far affermare a questa Corte: – è irrevocabile la querela presentata per il reato di atti persecutori quando la condotta sia stata realizzata con minacce reiterate e gravi (Sez. 5, n. 2299 del 17/09/2015, dep. 20/01/2016, Rv. 266043); – ed anche che, in tema di atti persecutori, quando la condotta sia realizzata mediante minacce gravi e reiterate, non spiega alcun effetto sulla regola di irrevocabilità della querela la modifica del regime di procedibilità del delitto di minaccia grave (art. 612 c.p., comma 2) introdotta dal D.Lgs. 10 aprile 2018, n. 36 (Sez. 5, n. 12801 del 21/02/2019, Rv. 275306). Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza anche sul punto della giudicata irrevocabilità della querela, non avendo la Corte territoriale valutato se le minacce reiterate consumate dall’imputato avessero altresì concretato le ipotesi previste dall’art. 612 c.p., comma 2. 3. In considerazione del titolo del reato e del rapporto personale fra le parti si dispone l’oscuramento dei dati identificativi. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame ad altra Sezione della Corte di appello di Genova. Dispone che, in caso di diffusione del presente provvedimento, siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52. Così deciso in Roma, il 14 gennaio 2020. Depositato in Cancelleria il 6 febbraio 2020.

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Imola Lo studio si occupa della difesa di:
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Molinella Lo studio si occupa della difesa di:
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Monghidoro Lo studio si occupa della difesa di:
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Monte San Pietro Lo studio si occupa della difesa di:
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8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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9) Reati contro l’ammi

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MISURE CAUTELARI CARCERE INTERROGATORIO GARANZIA

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

PENALISTA CASSAZIONISTA

051 6447838

reati edilizi e prescrizione
reati edilizi e prescrizione

 

  1. Fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento, il giudice che ha deciso in ordine all’applicazione della misura cautelare, se non vi ha proceduto nel corso dell’udienza di convalida dell’arresto del fermo di indiziato di delitto, procede all’interrogatorio [64, 65, 141 bis] della persona in stato di custodia cautelare in carcere [285] immediatamente e comunque non oltre cinque giorni dall’inizio dell’esecuzione della custodia [297], salvo il caso in cui essa sia assolutamente impedita(1)(2).
  2. MISURE CAUTELARI CARCERE INTERROGATORIO GARANZIA

interrogatorio di garanzia aggravamento misura cautelare

interrogatorio di garanzia avvocato

dopo interrogatorio di garanzia cosa succede

sostituzione misura cautelare interrogatorio

interrogatorio di garanzia notifica

interrogatorio investigativo

interrogatorio difensivo

interrogatorio di garanzia facoltà di non rispondere

1-bis. Se la persona è sottoposta ad altra misura cautelare, sia coercitiva che interdittiva, l’interrogatorio deve avvenire non oltre dieci giorni dalla esecuzione del provvedimento o dalla sua notificazione. Il giudice, anche d’ufficio, verifica che all’imputato in stato di custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari sia stata data la comunicazione di cui all’articolo 293, comma 1, o che comunque sia stato informato ai sensi del comma 1-bis dello stesso articolo, e provvede, se del caso, a dare o a completare la comunicazione o l’informazione ivi indicate(3).

MISURE CAUTELARI CARCERE INTERROGATORIO GARANZIA

1-ter. L’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare deve avvenire entro il termine di quarantotto ore se il pubblico ministero ne fa istanza nella richiesta di custodia cautelare(4).

  1. Nel caso di assoluto impedimento, il giudice ne dà atto con decreto motivato e il termine per l’interrogatorio decorre nuovamente dalla data in cui il giudice riceve comunicazione della cessazione dell’impedimento o comunque accerta la cessazione dello stesso.
  2. Mediante l’interrogatorio il giudice valuta se permangono le condizioni di applicabilità e le esigenze cautelari [274] previste [388] dagli articoli 273, 274e 275. Quando ne ricorrono le condizioni, provvede, a norma dell’articolo 299, alla revoca o alla sostituzione della misura disposta(5).
  3. Ai fini di quanto previsto dal comma 3, l’interrogatorio è condotto dal giudice con le modalità indicate negli articoli 64e 65(6). Al pubblico ministero e al difensore, che ha obbligo di intervenire, è dato tempestivo avviso del compimento dell’atto(7).
    DIRITTO PENALE BOLOGNA
    DIRITTO PENALE BOLOGNA

4-bis. Quando la misura cautelare è stata disposta dalla corte di assise o dal tribunale, all’interrogatorio procede il presidente del collegio o uno dei componenti da lui delegato(8).

  1. Per gli interrogatori da assumere nella circoscrizione di altro tribunale, il giudice, o il presidente, nel caso di organo collegiale, qualora non ritenga di procedere personalmente, richiede il giudice per le indagini preliminari del luogo.
  2. L’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare da parte del pubblico ministero non può precedere l’interrogatorio del giudice.

AVVISO TEMPESTIVO AL DIFENSORE E NULLITA’

 È nullo l’interrogatorio ex art. 302 c.p.p. (rimanendone travolta la successiva ordinanza cautelare) qualora l’avviso al difensore non sia “tempestivo” ex art. 294 comma 4 c.p.p., avuto riguardo alla concreta possibilità Cassazione penale sez. V  17 ottobre 2013 n. 2253

 

per il difensore di essere fisicamente presente al compimento dell’atto e di svolgere un’adeguata assistenza difensiva (in applicazione del principio, la corte ha ritenuto non tempestivo l’avviso trasmesso via fax al difensore alle ore 11,33 del giorno in cui doveva espletarsi, alle ore 16,00, l’interrogatorio, considerata la distanza tra l’ufficio del tribunale di Siena e lo studio legale in Roma). Annulla senza rinvio Trib. Firenze, ord. 8 aprile 2013

In tema di misure cautelari, la brevità del termine intercorrente tra la notifica dell’avviso di deposito degli atti presso il giudice che ha emesso la misura ex art. 293 c.p.p. e la data fissata per l’espletamento dell’interrogatorio di garanzia non dà luogo ad alcuna forma di nullità, essendo preminente l’interesse a provocare un immediato contatto tra l’indagato e il giudice della cautela per la verifica dei presupposti per la privazione della libertà, in relazione al quale le esigenze della difesa di consultare approfonditamente gli atti depositati possono essere salvaguardate con la presentazione di una istanza di differimento dell’interrogatorio entro il termine inderogabile di cinque giorni ex art. 294 c.p.p. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto legittima l’ordinanza cautelare impugnata avendo i difensori eccepito solo la nullità dell’atto senza richiedere il differimento dell’interrogatorio). (Rigetta,

Afferma Cassazione penale sez. V  17 ottobre 2013 n. 2253 che in tema di interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare in carcere, la comunicazione dell’interrogatorio – tramite il quale il giudice valuta la permanenza delle condizioni di applicabilità delle esigenze cautelari – al Pubblico Ministero e al difensore, deve avvenire tempestivamente ex art. 294, comma 4, c.p.p.. Affinché tale avviso sia tempestivo è necessario che siano rispettate delle tempistiche tali da permettere concretamente al difensore di essere fisicamente presente al compimento dell’atto e di svolgere un’adeguata assistenza difensiva. Qualora tale tempestività non venga rispettata, l’interrogatorio è da intendersi viziato (nella specie la comunicazione era stata effettuata poco più di 4 ore prima dell’interrogatorio).

 

L’interrogatorio di garanzia previsto dall’art. 294 c.p.p. deve ritenersi incluso tra gli elementi Cassazione penale sez. V  17 ottobre 2013 n. 2253

favorevoli sopravvenuti, per i quali l’art. 309 comma 5 c.p.p. impone l’obbligo di trasmissione da parte dell’autorità procedente al Tribunale del riesame, soltanto quando abbia un contenuto oggettivamente favorevole all’indagato e non si limiti alla mera contestazione delle accuse; detta valenza dell’atto – ove si voglia sostenere che dalla sua mancata trasmissione derivi la caducazione della misura cautelare – deve essere specificatamente indicata dalla parte nel ricorso al Tribunale del riesame. Rigetta in parte, Trib. lib. Catania, 19/02/2013

In tema di interrogatorio “di garanzia” ex art. 294 c.p.p., mancando disposizioni “ad hoc”, deve ritenersi valido ed efficace, perché tempestivo, l’avviso che abbia posto il difensore nelle condizioni di intervenire (eventualmente a mezzo di un sostituto) o di chiedere che l’atto sia ritardato per il tempo strettamente necessario ad assicurare la sua presenza. (Nella specie, il tribunale del riesame, pur avendo rilevato che era stata dedotta l’intempestività dell’avviso, si era limitato ad affermare che il difensore dell’indagato era stato ritualmente avvisato e che non vi era “evidenza di alcuna compressione del diritto di difesa”: la Corte ha annullato con rinvio l’ordinanza sul rilievo che trattavasi di motivazione meramente apparente, perché non spiegava se il giudice avesse effettivamente valutato la tempestività dell’avviso e quali criteri di valutazione avesse inteso adottare).

In tema di riesame, i termini per la relativa richiesta decorrono dall’attestazione del difensore in calce al verbale dell’interrogatorio dell’imputato, effettuato ai sensi dell’art. 294 c.p.p., di avere ricevuto l’avviso del deposito dell’ordinanza cautelare e di avere preso cognizione del contenuto della stessa. Dichiara inammissibile, Trib. lib. Napoli, 04 dicembre 2012

Cass. pen. n. 18840/2018

La nullità dell’interrogatorio della persona sottoposta a misura cautelare ex art. 294 cod. proc. pen., nell’ipotesi di incompleto deposito degli atti presso la cancelleria del giudice a norma dell’art. 291, comma 3, cod. proc. pen., ha carattere intermedio ed è, pertanto, deducibile solo fino al compimento dell’atto. (Fattispecie relativa al mancato deposito di un faldone di atti contenenti alcune dichiarazioni, menzionate nella richiesta del pubblico ministero e riportate nell’ordinanza cautelare).

(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 18840 del 2 maggio 2018)

Cass. pen. n. 9904/2018

Qualora all’esito dell’udienza di convalida di cui all’art. 391 cod. proc. pen., il giudice per le indagini preliminari emetta un’ordinanza cautelare per un reato diverso da quello per cui si è proceduto all’arresto o al fermo, non è necessario un ulteriore interrogatorio dell’indagato, ai sensi dell’art. 294, comma 1, cod. proc. pen., a condizione che nell’udienza di convalida sia stato pienamente rispettato il contraddittorio tra le parti, attraverso la contestazione dell’ulteriore imputazione e l’accesso agli atti da parte della difesa, e, nel corso di detta udienza, l’indagato sia stato interrogato anche su tale diverso reato. (Fattispecie in cui l’indagato veniva tratto in arresto per il reato di tentata truffa e, all’esito dell’udienza di convalida nel corso della quale si avvaleva della facoltà di non rispondere, il giudice per le indagini preliminari non convalidava l’arresto nè emetteva alcun titolo cautelare per tale reato, ma applicava una misura cautelare in relazione ad altro episodio di truffa aggravata, commesso con modalità analoghe pochi giorni prima dell’arresto, accogliendo una specifica domanda del pubblico ministero, contenuta nella stessa richiesta di convalida ed oggetto di specifica contestazione all’indagato).

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 9904 del 5 marzo 2018)

Cass. pen. n. 54267/2017

In tema di impugnazione davanti al tribunale del riesame, non è deducibile l’inefficacia della misura cautelare personale correlata all’irregolarità dello svolgimento dell’interrogatorio di garanzia in quanto eventuali vizi della procedura che regola la fase dell’esame successivo all’emissione ed all’applicazione del vincolo cautelare non attengono né alla legittimità del titolo cautelare, né a quella della procedura di riesame, la cui regolarità non può non essere valutata dal tribunale adito. (In motivazione la Corte ha precisato che l’interrogatorio di garanzia ha efficacia nel procedimento di riesame limitatamente alla rilevanza dei contenuti dichiarativi, che rappresentano “elementi sopravvenuti” dei quali è necessario l’apprezzamento).

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 54267 del 1 dicembre 2017)

Cass. pen. n. 49995/2017

Nel caso in cui la misura cautelare sia eseguita nel corso del dibattimento, non è necessario procedere all’interrogatorio di garanzia ex art. 294 cod. proc. pen., in quanto il diretto contatto tra il giudice ed il soggetto sottoposto a custodia consente, nella pienezza del contraddittorio, la più ampia possibilità di controllo circa la sussistenza dei presupposti della cautela. (Fattispecie nella quale la misura cautelare era stata disposta dal giudice dell’udienza preliminare ed eseguita dopo l’inizio del dibattimento, nel corso del quale veniva dichiarata la nullità del decreto di rinvio a giudizio con conseguente regressione del procedimento in fase di udienza preliminare).

(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 49995 del 31 ottobre 2017)

Cass. pen. n. 41124/2016

L’interrogatorio di garanzia di persona sottoposta alla misura della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio o servizio va effettuato nei termini di cui al comma primo bis dell’art. 294 cod. proc. pen. anche quando la richiesta di misura interdittiva sia stata subordinata ad altra principale, avente ad oggetto misure cautelari coercitive.

(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 41124 del 30 settembre 2016)

Cass. pen. n. 1960/2015

In materia di mandato di arresto europeo, il termine di cinque giorni per procedere all’interrogatorio di garanzia dell’arrestato decorre dal momento di consegna dell’estradato alle autorità nazionali e non da quello dell’arresto in territorio estero.

(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 1960 del 16 gennaio 2015)

Cass. pen. n. 28270/2014

Nel caso di emissione di nuova misura cautelare custodiale conseguente ad una dichiarazione di inefficacia, ai sensi dei commi 5 e 10 dell’art. 309 c.p.p., di quella precedente, il giudice per le indagini preliminari non è tenuto ad interrogare l’indagato prima di ripristinare nei suoi confronti il regime custodiale né a reiterare l’interrogatorio di garanzia successivamente all’esecuzione della nuova misura, sempre che tale adempimento sia stato in precedenza regolarmente espletato e sempre che l’ultima ordinanza cautelare non contenga elementi nuovi e diversi rispetto alla precedente.

(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 28270 del 1 luglio 2014)

Cass. pen. n. 5162/2014

Qualora venga eseguita un’ordinanza applicativa della custodia in carcere in sostituzione di una misura non detentiva, a causa della violazione delle relative prescrizioni da parte dell’imputato, l’avviso dato dalla polizia giudiziaria ad un difensore di ufficio diverso da quello originariamente nominato non determina alcuna nullità, non essendo necessario procedere, in tale ipotesi, all’interrogatorio di garanzia. (In motivazione, la S.C. ha anche evidenziato che il titolare della difesa, tardivamente avvisato, aveva potuto impugnare in via differita l’ordinanza custodiale).

(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5162 del 3 febbraio 2014)

Cass. pen. n. 27833/2013

Non determina la nullità dell’interrogatorio della persona sottoposta a misura cautelare la ristrettezza del tempo concesso alla difesa per la consultazione degli atti – previamente depositati presso la cancelleria del giudice emittente – in relazione alla considerevole distanza tra il luogo ove gli atti risultano depositati e quello dove deve svolgersi l’interrogatorio. (In motivazione, la Corte ha rilevato che la ristrettezza del tempo per prendere visione degli atti depositati presso la cancelleria del G.i.p. competente avrebbe potuto essere superata con la richiesta difensiva di rinvio dell’interrogatorio, sia pure nel rispetto del termine inderogabile previsto dall’art. 294 c.p.p.).

(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 27833 del 26 giugno 2013)

Cass. pen. n. 9585/2013

Qualora il giudice che procede all’interrogatorio previsto dall’art. 294 cod. proc. pen. non abbia avuto conoscenza della nomina del difensore di fiducia effettuata dall’indagato con dichiarazione resa all’ufficio matricola, nel raccogliere a verbale la nomina suddetta non è tenuto a sospendere l’interrogatorio per avvisare il difensore nominato, atteso che tale obbligo sussiste soltanto ove la designazione intervenga in tempo utile e non anche ove essa sia contestuale al compimento dell’atto. (Fattispecie relativa ad avviso di fissazione di interrogatorio antecedente di cinque minuti la dichiarazione di nomina).

(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 9585 del 28 febbraio 2013)

Cass. pen. n. 15225/2011

In tema di misure cautelari personali, nel computo del termine di cinque giorni per l’espletamento del cosiddetto interrogatorio di garanzia non si tiene conto del giorno in cui è iniziata l’esecuzione della custodia.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 15225 del 14 aprile 2011)

Cass. pen. n. 18190/2009

É escluso che nel caso in cui la custodia cautelare venga disposta per la prima volta dopo la pronuncia della sentenza di condanna, sia necessario procedere all’interrogatorio di garanzia dell’imputato, previsto dall’art. 294 c.p.p.

(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 18190 del 4 maggio 2009)

Cass. pen. n. 36682/2007

Allorché il P.M. scelga di non comparire all’udienza di convalida del fermo

e trasmetta al giudice, contestualmente alla richiesta di convalida, quella di applicazione di misura cautelare personale con gli elementi su cui essa si fonda, e in udienza il giudice dia lettura integrale degli atti pervenutigli, le esigenze conoscitive della difesa risultano pienamente soddisfatte, sicché non ha luogo alcuna nullità dell’interrogatorio o dell’udienza per omissione del previo deposito di tali atti, salvo che la comunicazione da parte del giudice stesso degli elementi addotti dal P.M. sia ritenuta dalla difesa difettosa o incompleta, a seguito del relativo deposito — che deve comunque accompagnare la notificazione dell’ordinanza cautelare — o al più tardi con l’attivazione della procedura di riesame, nel qual caso si configura una nullità da dedurre, se relativa all’udienza, con il ricorso per cassazione e, se concernente l’interrogatorio, con istanza di scarcerazione e, in caso di decisione reiettiva, con l’appello a norma dell’art. 310 c.p.p.

L’impossibilità per il difensore dell’arrestato di avere tempestiva conoscenza della richiesta di misura cautelare e degli atti su cui si fonda, depositati unitamente alla richiesta di convalida dal pubblico ministero che si avvale della facoltà di non prendere parte all’udienza, determina una violazione del diritto di difesa per menomazione del contraddittorio, con la conseguente nullità d’ordine generale ed a regime intermedio dell’interrogatorio dell’arrestato, che determina, se tempestivamente rilevata, la perdita di efficacia della misura eventualmente applicata, e ciò in ragione dell’equiparazione dell’indicato interrogatorio a quello di garanzia ex art. 294 c.p.p.

Sancisce la Cassazione che Cass. pen. n. 26798/2005:

L’interrogatorio della persona sottoposta a misura cautelare, prescritto dall’art. 294 c.p.p.,

è viziato da nullità quando non sia stato preceduto dal deposito nella cancelleria del giudice, a norma del comma terzo dell’art. 293 stesso codice, dell’ordinanza applicativa, della richiesta del P.M. e degli atti con essa presentati. La nullità, a carattere intermedio e dunque deducibile solo fino al compimento dell’atto, comporta la perdita di efficacia della misura ai sensi dell’art. 302 c.p.p. (In motivazione la Corte ha precisato che la notifica dell’avviso al difensore circa l’intervenuto deposito degli atti non condiziona la validità dell’interrogatorio, ma la sola decorrenza del termine per l’eventuale impugnazione del provvedimento cautelare).

)

Cass. pen. n. 2011/2003

Il nuovo testo dell’art. 294, comma 1, c.p.p. — modificato dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 22 febbraio 1999, n. 29, conv. dall’art. 1 della legge 21 aprile 1999, n. 109,

 al fine di coprire urgentemente il vuoto normativo creato dal duplice intervento, additivo e demolitorio, sugli artt. 294 e 302 c.p.p., effettuato dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 77 del 1997 e n. 32 del 1999 — indica nel «giudice che ha deciso in ordine all’applicazione della misura cautelare» quello competente a procedere all’interrogatorio di garanzia, «fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento». Ne consegue, in forza di tale prorogatio competentiae, che — per le misure cautelari applicate nella fase delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare, ma eseguite dopo l’avvenuta trasmissione

Cass. pen. n. 2011/2003

 degli atti al giudice dibattimentale e fino alla dichiarazione di apertura del dibattimento — legittimamente procede all’interrogatorio di garanzia dell’imputato il Gip che ha emesso la misura.

L’invalidità dell’interrogatorio reso all’udienza di convalida del fermo o dell’arresto (nella specie, per mancato, tempestivo avviso al difensore), comporta, ai sensi dell’art. 302 c.p.p., la perdita di efficacia della misura cautelare

Cass. pen. n. 33339/2002

disposta all’esito della suddetta udienza, ove l’ordinanza applicativa di tale misura non sia seguita, nei termini, dall’effettuazione di nuovo, valido interrogatorio.

La nullità, per omesso avviso al difensore di fiducia, dell’interrogatorio dell’indagato reso in sede di udienza di convalida dell’arresto comporta, ex art. 302 c.p.p., la perdita di efficacia del provvedimento custodiale successivamente emesso, qualora il giudice non provveda a rinnovare validamente l’interrogatorio entro il termine previsto dall’art. 294 c.p.c.

In tema di interrogatorio di garanzia, qualora la misura cautelare sia aggravata ai sensi dell’art. 276 c.p.p. a seguito della trasgressione alle prescrizioni imposte, trova applicazione il comma 1 bis dell’art. 294 c.p.p. che impone, nei dieci giorni dalla esecuzione o dalla notificazione del provvedimento, l’interrogatorio della persona già sottoposta ad altra misura cautelare, e non l’art. 299 comma 3 ter c.p.p. che, nel disciplinare la diversa ipotesi di sostituzione di misura in melius, esige l’effettuazione dell’interrogatorio solo ove ricorrono taluni presupposti (richiesta dell’imputato e allegazione di nuove o diverse emergenze rispetto a quelle precedentemente valutate).

il comma 4 dell’art. 294 c.p.p. non indica alcun termine tassativo per l’avviso al difensore prima del compimento dell’atto, limitandosi a richiederne la tempestività, in modo da assicurare al difensore la possibilità di essere presente fisicamente allo svolgimento dell’atto e di poter svolgere un’assistenza difensiva adeguata. (In applicazione di tale principio, la Corte ha rigettato il ricorso con cui si deduceva la nullità dell’interrogatorio per esserne stato dato avviso al difensore solo due ore prima, ritenendo tempestiva la comunicazione in considerazione del fatto che l’incombente doveva svolgersi nel carcere della stessa città in cui risiedeva il difensore dell’imputato, il quale aveva avuto tutto il tempo di consultare la documentazione e di presenziare all’atto).

Le misure cautelari disposte, a norma dell’art. 27 c.p.p., da un giudice, dichiaratosi contestualmente o successivamente incompetente, non perdono efficacia per il mancato espletamento di un nuovo interrogatorio di garanzia da parte del giudice competente il quale abbia emesso nel termine stabilito una propria ordinanza, sempre che non siano stati contestati all’indagato o all’imputato fatti nuovi ovvero il provvedimento non sia fondato su indizi o su esigenze cautelari in tutto o in parte diversi rispetto a quelli posti a fondamento dell’ordinanza emessa dal giudice incompetente.

(

In tema di avviso al difensore di fiducia per l’interrogatorio di garanzia, nell’ipotesi di omonimia (per la presenza di più difensori dello stesso Foro con nome e cognome identici) spetta alla cancelleria provvedere alla notificazione nelle forme idonee a garantire la partecipazione del difensore di fiducia all’interrogatorio, eventualmente anche procedendo a notificare l’avviso ad entrambi i professionisti, non potendosi richiedere all’imputato di farsi carico di simile circostanza a lui non riferibile. Ne consegue che l’interrogatorio effettuato senza la presenza del difensore di fiducia, non avvisato, è viziato da nullità generale di ordine intermedio che, se tempestivamente dedotta, comporta l’immediata perdita di efficacia della misura cautelare.

(

Nel caso in cui il giudice per le indagini preliminari, delegato ad assumere l’interrogatorio di garanzia ai sensi dell’art. 294, comma 5 c.p.p., abbia proceduto in assenza del fascicolo processuale, perché non trasmessogli, non sussista alcuna invalidità delle attività da lui svolte allorché il giudice sia stato in grado di effettuare una chiara contestazione dell’addebito e degli elementi di prova a carico dell’indagato, nel rispetto delle disposizioni contenute negli artt. 64 e 65 c.p.p.

(

In tema di garanzie difensive, dopo l’interrogatorio dell’indagato effettuato ai sensi dell’art. 294 c.p.p. è superfluo l’invito a rendere un ulteriore interrogatorio ai sensi degli artt. 416, comma 1, e 375, comma 3, c.p.p., atteso che la ratio di tali disposizioni è quella di consentire all’indagato, portandolo a conoscenza della contestazione emergente dalle sommarie indagini svolte, di esporre le proprie difese attraverso l’interrogatorio che la legge gli dà facoltà di rendere, obiettivo già realizzatosi con l’interrogatorio reso ai sensi del citato art. 294 c.p.p.

(

Nell’ipotesi di arresto o fermo non convalidati, la contestazione nel corso dell’udienza camerale di reati diversi da quello per cui era avvenuto l’arresto e l’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare solo per questi ultimi, rende necessario un apposito interrogatorio di garanzia, non potendosi considerare idoneo a soddisfare le esigenze di difesa l’interrogatorio effettuato in occasione dell’udienza di convalida relativamente ad un diverso episodio.

In tema di interrogatorio di garanzia, l’impedimento del difensore non implica la necessità del differimento dell’interrogatorio, in quanto il disposto dell’art. 486, comma quinto, c.p.p., non si applica ai procedimenti in camera di consiglio che si svolgono con le forme dell’art. 127 c.p.p. (Fattispecie nella quale il difensore aveva allegato il proprio impedimento a presenziare all’interrogatorio nell’ora fissata dal giudice in quanto quello stesso giorno erano stati fissati gli interrogatori degli altri indagati, ristretti in carceri diversi, attinti dalla medesima ordinanza cautelare).


In tema di interrogatorio di garanzia, nel caso in cui l’atto debba essere assunto nella circoscrizione di altro tribunale, spetta al giudice all’uopo delegato, e non al giudice delegante, stabilire il giorno e l’ora dell’interrogatorio.

(

In tema di interrogatorio reso dalla persona colpita da ordinanza di custodia cautelare in carcere, nell’ipotesi in cui l’atto debba essere assunto nella circoscrizione di altro tribunale e lo stesso venga delegato al giudice per le indagini preliminari del luogo, quest’ultimo correttamente si limita a contestare i reati e gli elementi di prova precisati nell’ordinanza di custodia cautelare, senza procedere, quale giudice delegato, alla verifica di cui all’art. 294, comma terzo, c.p.p. (limitata — nel caso — ai presupposti di cui agli artt. 274 e 275 c.p.p., trattandosi di misura disposta ex art. 714, comma secondo, c.p.p.), e rimettendo tale valutazione al giudice delegante che può assumere decisioni in proposito con piena conoscenza della situazione processuale dell’indagato. Tanto può desumersi indirettamente dalla parallela disciplina della delega posta in essere da organo collegiale, disciplina che contempla la permanenza di quel potere decisorio in capo all’organo collegiale senza trasferirlo al componente da esso delegato, come può argomentarsi dall’art. 294, comma quinto, come modificato dall’art. 2 D.L. 22 febbraio 1999, n. 29, convertito in legge 21 aprile 1999, n. 109.

(

In tema di misure cautelari, il deposito in cancelleria dell’ordinanza dispositiva della misura stessa non deve necessariamente precedere l’interrogatorio ex art. 294 c.p.p., né deve aver luogo entro un termine predefinito. Ciò infatti, in astratto, non costituisce inevitabilmente lesione del diritto di difesa (il cui esercizio è comunque garantito dall’avviso previsto dallo stesso articolo e dalle modalità con le quali deve svolgersi l’interrogatorio). Nondimeno, l’eventuale pregiudizio del diritto di difesa, derivante dal fatto che l’ordinanza suddetta non sia stata depositata a disposizione dei difensori prima dell’interrogatorio, può risultare, in concreto, nel caso in cui consti positivamente una situazione in cui quegli stessi diritti risultino effettivamente conculcati. (Nella fattispecie, la Corte ha dichiarato infondato il motivo di ricorso in quanto la difesa aveva semplicemente rappresentato la difficoltà di esaminare, in ristretti termini di tempo, la voluminosa ordinanza custodiale).

Il termine di cinque giorni entro il quale, ai sensi dell’art. 294, comma 1, c.p.p., va effettuato l’interrogatorio di garanzia della persona sottoposta a custodia cautelare va computato secondo la regola generale di cui all’art. 172, comma 4, c.p.p., e quindi non tenendo conto del dies a quo ma soltanto del dies ad quem, non essendo applicabile la diversa regola dettata dall’art. 297, comma 1, c.p.p., la quale riguarda soltanto i termini di durata della custodia cautelare.

In tema di interrogatorio di garanzia, il termine di cinque giorni previsto dall’art. 294, comma primo, c.p.p., non attiene alla durata della custodia cautelare, ma all’attività del giudice, e si atteggia perciò come un normale termine processuale al quale si — applica la regola generale dell’art. 172, comma quarto, c.p.p., secondo la quale non si computa il giorno iniziale di decorrenza, e cioè, nella specie, il giorno in cui è iniziata l’esecuzione della custodia.

È legittima l’assunzione dell’esame di persona sottoposta alle indagini da parte di due magistrati del pubblico ministero appartenenti ad uffici diversi, qualora entrambi siano investiti della conduzione delle indagini in relazione alle modalità oggettive e soggettive dei fatti. (Nell’affermare il principio di cui in massima, la S.C. ha avuto anche modo di precisare che la presenza di ufficiali di P.G. all’assunzione di tale atto, nel corso delle indagini preliminari, non viola alcuna norma processuale).

Il ritardo nella trasmissione dei verbali di interrogatorio della persona sottoposta alle indagini non determina l’inefficacia del provvedimento coercitivo, in quanto l’atto in questione, non portando elementi a supporto della difesa, non può essere considerato atto sopravvenuto favorevole all’indagato.

In tema di rinnovazione, ex art. 27 c.p.p., di ordinanza applicativa di misura cautelare, disposta da giudice dichiaratosi incompetente, è da escludere la necessità di procedere anche a nuovo interrogatorio. Detta previsione, infatti, impone al giudice competente, cui siano stati trasmessi gli atti, di emettere, a pena di inefficacia della misura disposta dal giudice incompetente, una nuova ordinanza di custodia cautelare nel rispetto degli articoli 292, 317 e 321 c.p.p., ma non gli impone di procedere, nei cinque giorni dall’esecuzione della stessa, all’interrogatorio della persona ad essa assoggettata, non essendovi alcun richiamo agli adempimenti di cui ai successivi articoli 294 e 302 stesso codice. Ne consegue che la previsione di cui all’art. 27 c.p.p., deve essere letta nel senso della superfluità di un nuovo interrogatorio da parte del giudice competente il quale, in base al principio di carattere generale della conservazione degli atti assunti dal giudice incompetente, può legittimamente trarre dall’interrogatorio, reso dall’indagato nel rispetto dei diritti della difesa ed entro i termini previsti dall’art. 294 c.p.p., gli elementi per la conferma o meno della misura cautelare. Consegue, altresì, che il mancato ripetersi dell’interrogatorio non esonera affatto il giudice dall’obbligo di valutare il sussistere di tutti i presupposti di legge anche alla luce delle dichiarazioni rese dalla persona indagata al giudice dichiaratosi incompetente.

(

Si verifica lesione essenziale del diritto di difesa in sede di riesame quando, tra gli atti trasmessi dalla autorità procedente, manchino sia la trascrizione dell’interrogatorio fonoregistrato dell’indagato, sia il verbale in forma riassuntiva. Quest’ultimo, infatti, garantisce che l’interrogatorio si è verificato e che la registrazione è contenuta nei supporti magnetici allegati. La trascrizione della registrazione dell’interrogatorio, per altro, può essere omessa solo in presenza della verbalizzazione riassuntiva, con la conseguenza che la mancanza di entrambi gli atti, pur se al tribunale siano state trasmesse le sole «cassette», rende inutilizzabile un atto che ha funzione di garanzia e costituisce momento fondamentale della strategia difensiva.

In tema di interrogatorio della persona sottoposta a misura cautelare personale, l’art. 294, comma 2, c.p.p. prevede :

 che esso possa essere differito nel solo caso di impedimento assoluto dell’imputato a renderlo, accertato come tale e riportato in un decreto motivato del giudice affinché non vi siano motivi o ragioni di dubbio o di controversie riguardo alla sua sussistenza ed entità. Alla mancanza di tale decreto consegue la perdita di efficacia della misura ai sensi dell’art. 302 c.p.p.

La disposizione di cui all’art. 294, sesto comma, c.p.p., secondo la quale, a seguito della modifica apportata dall’art. 11 della legge n. 332 del 1995, l’interrogatorio della modifica apportata dall’art. 11 della legge n. 332 del 1995, l’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare da parte del pubblico ministero non può precedere l’interrogatorio del giudice, è riferibile esclusivamente all’ipotesi in cui l’indagato o l’imputato sia privato della libertà personale in seguito a provvedimento coercitivo del giudice, e non anche in seguito ad arresto in flagranza o a fermo. Ed invero il predetto art. 11 si è limitato a modificare il sesto comma dell’art. 294 citato senza introdurre alcuna innovazione nella disciplina dettata dal successivo art. 388, riguardante, appunto, l’interrogatorio dell’arrestato o del fermato da parte del pubblico ministero.

Attesa l’imprescindibile necessità, cui è finalizzato l’interrogatorio di garanzia previsto dall’art. 294 c.p.p., di assicurare un contatto diretto e immediato fra il giudice competente ed il soggetto privato della libertà personale, deve escludersi che detta necessità possa essere soddisfatta dal solo interrogatorio reso davanti al giudice poi dichiaratosi incompetente, dovendosi al contrario ritenere che l’incombente in questione debba essere rinnovato, a pena di perdita di efficacia della misura cautelare, da parte del giudice competente il quale abbia provveduto a riemettere l’ordinanza cautelare, ai sensi dell’art. 27 c.p.p.

Il verbale dell’interrogatorio «di garanzia» previsto dall’art. 294 c.p.p. fa parte in ogni caso degli «elementi sopravvenuti a favore della persona sottoposta a indagini», da trasmettere al tribunale del riesame, ai sensi dell’art. 309, comma 5, c.p.p.. La mancata trasmissione, tuttavia, non determina la perdita di efficacia della misura cautelare, ma piuttosto, dando luogo alla mancata cognizione, da parte del giudice del riesame, degli elementi potenzialmente rilevanti contenuti in detto verbale, comporta un difetto di motivazione dell’ordinanza con la quale lo stesso giudice confermi il provvedimento cautelare.

L’obbligo di procedere all’interrogatorio della persona sottoposta a custodia cautelare non opera quando gli atti sono stati trasmessi al giudice del dibattimento, in quanto gli artt. 294 e 302 c.p.p., come dichiarati costituzionalmente illegittimi dalla Corte cost. con sentenza n. 77 del 1997, hanno una sfera di efficacia che è stata estesa fino alla conclusione della udienza preliminare, ma non oltre. Ciò perché le esigenze che l’interrogatorio in vinculis mira a soddisfare sono assicurate nella fase dibattimentale dal contraddittorio e dalla possibilità per l’imputato di interloquire non soltanto attraverso l’esame, ma anche rendendo «in ogni stato del dibattimento le dichiarazioni che ritiene opportune» (artt. 494, comma 1, 523, comma 5, c.p.p.).

Nel caso in cui il giudice per le indagini preliminari, delegato a norma dell’art. 294 comma 5, c.p.p., ad assumere l’interrogatorio di garanzia abbia proceduto all’incombente privo del fascicolo procedimentale, perché non trasmessogli dall’autorità delegante, tale mancanza non comporta alcuna conseguenza sulla validità dell’atto qualora il giudice sia stato in grado di effettuare una chiara contestazione dell’addebito con la specificazione degli elementi di fatto su cui si basa l’accusa, compresa l’indicazione degli elementi di prova acquisiti, come richiesto dagli artt. 64 e 65 c.p.p.

È abnorme l’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che, dopo avere emesso provvedimento di custodia cautelare in carcere all’esito di udienza di convalida del fermo svoltasi senza previo avviso al difensore di fiducia, richiesto di declaratoria di inefficacia della misura per la mancanza di un valido interrogatorio nei cinque giorni di cui all’art. 294 c.p.p., abbia nuovamente disposto la custodia cautelare in carcere del fermato, pur avendo rilevato la nullità dell’atto compiuto, e senza avere prima provveduto alla sua scarcerazione e al suo previo interrogatorio di garanzia in stato di libertà.

Poiché l’obbligo di procedere all’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare è limitato alla fase delle indagini preliminari, l’efficacia della sentenza della Corte costituzionale n. 77 del 1997 – la quale ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 294, primo comma, c.p.p. nella parte in cui non prevede che, fino alla trasmissione degli atti al giudice del dibattimento, il giudice per le indagini preliminari proceda all’interrogatorio della persona in stato di custodia cautelare in carcere immediatamente e comunque non oltre cinque giorni dall’inizio dell’esecuzione della custodia, a pena di inefficacia della misura ai sensi dell’art. 302 dello stesso codice, anch’esso dichiarato incostituzionale – presuppone che al momento della pubblicazione della sentenza gli atti non siano stati ancora trasmessi al giudice del dibattimento ovvero che non sia iniziata la fase del giudizio. In caso contrario, tale fase, caratterizzata dalla pienezza del contraddittorio e dalla presenza della parte privata, produce effetti assorbenti delle esigenze che avrebbero potuto soddisfarsi con l’interrogatorio di garanzia.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4426 del 21 ottobre 1998)

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Camugnano Lo studio si occupa della difesa di:
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2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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Casalecchio di Reno Lo studio si occupa della difesa di:
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Casalfiumanese Lo studio si occupa della difesa di:
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Castel d’Aiano Lo studio si occupa della difesa di:
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Castel del Rio Lo studio si occupa della difesa di:
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Castel di Casio Lo studio si occupa della difesa di:
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Castel Guelfo di Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
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Castel Maggiore Lo studio si occupa della difesa di:
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Castel San Pietro Terme Lo studio si occupa della difesa di:
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Castello d’Argile Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Castenaso Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Castiglione dei Pepoli Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Crevalcore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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Dozza Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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Fontanelice Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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Gaggio Montano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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Galliera Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Granaglione Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Granarolo dell’Emilia Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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Grizzana Morandi Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
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Imola Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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Lizzano in Belvedere Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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Loiano Lo studio si occupa della difesa di:
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Malalbergo Lo studio si occupa della difesa di:
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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2) Reati contro il patrimonio
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
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Monterenzio Lo studio si occupa della difesa di:
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2) Reati contro il patrimonio
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Ozzano dell’Emilia Lo studio si occupa della difesa di:
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Pianoro Lo studio si occupa della difesa di:
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Pieve di Cento Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Porretta Terme Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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Sala Bolognese Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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San Benedetto Val di Sambro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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San Giorgio di Piano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
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San Giovanni in Persiceto Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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CENTO

CENTO Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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San Lazzaro di Savena Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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San Pietro in Casale Lo studio si occupa della difesa di:
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2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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9) Reati contro l’ammi

reati edilizi sanatoria
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reati edilizi procedibilità d’ufficio
tanda i reati urbanistico edilizi
reati edilizi vincolo paesaggistico
reati edilizi veranda
prescrizione reati edilizi zona vincolata

 

interrogatorio di garanzia aggravamento misura cautelare

interrogatorio di garanzia avvocato

dopo interrogatorio di garanzia cosa succede

sostituzione misura cautelare interrogatorio

interrogatorio di garanzia notifica

interrogatorio investigativo

interrogatorio difensivo

interrogatorio di garanzia facoltà di non rispondere

 

DECODIFICAZIONE AD USO PRIVATO DI PROGRAMMI TELEVISIVI

DECODIFICAZIONE AD USO PRIVATO DI PROGRAMMI TELEVISIVI AD ACCESSO CONDIZIONATO, RENDENDO VISIBILI I CANALI SKY SENZA IL PAGAMENTO DEL CANONE, INTEGRA IL REATO PREVISTO DALL’ARTICOLO 171­OCTIES DELLA LEGGE 633/1941 SUL DIRITTO D’AUTORE.[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

Secondo l’attuale normativa risponde del reato di cui all’art. 171-octies della L. n. 633 del 1941 chi guarda la TV satellitare senza il pagare il canone, indipendentemente dal mezzo utilizzato per l’elusione della protezione del canale. E’ quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 10 ottobre 2017, n. 46443. La L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171-ter, lett. f) bis, punisce colui il quale fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per la vendita o il noleggio o detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti, ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l’uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di cui all’art. 102- quater, ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con la finalità di rendere possibile o facilitare l’elusione di predette misure.
Acquistando questa tipologia di abbonamento il fruitore si trova a condividere con vere e proprie realtà criminali i propri dati personali, inclusi quelli anagrafici e bancari, lasciando pertanto traccia delle attività illecite effettuate ed esponendosi allo stesso tempo a rischi, anche informatici, di vario tipo.

Nel caso degli annunci delle IPTV guardando la posizione dell’utilizzatore finale oltre che rischiare la reclusione da sei mesi a tre anni per utilizzo dei file m3u pirati, rischia di vedersi contestato anche il reato di ricettazione.

la L. n. 633 del 1941, art. 171 octies sanziona chi “a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza, per uso pubblico e privato, apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato, effettuate via etere, via satellite o via cavo, in forma sia analogica, che digitale”. Invero i fatti previsti dalla norma di legge da ultimo riportata, introdotta dalla L. 18 agosto 2000, n. 248, art. 17, depenalizzati dalla successiva emanazione del D.Lgs. 15 novembre 2000, n. 373 (entrato in vigore il 30/12/’00), hanno riacquistato rilievo penale a seguito della modifica apportata, dalla L. 7 febbraio 2003, n. 22, art. 1, all’art. 6, comma 1 del detto decreto legislativo, con la previsione dell’applicabilità anche delle sanzioni penali e delle altre misure accessorie di cui alla L. n. 633 del 1941, artt. 171 bis e 171 octies e successive modifiche. Il raffronto tra le due norme rende palese che le condotte incriminate dall’art. 171, lett. f sono tra loro accomunate dalla finalità commerciale concretandosi l’illecito nella immissione sul mercato di prodotti o servizi atti ad eludere le misure tecnologiche di cui all’art. 102-quater, non essendo ivi compresa la condotta di chi invece utilizza i dispositivi che consentono l’accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del dovuto corrispettivo, condotta questa che è invece espressamente sanzionata dall’art. 171 octies, indipendentemente dall’utilizzo pubblico o privato che venga fatto dell’apparecchio atto alla decodificazione di trasmissioni audiovisive. Non ricorre, all’evidenza, nessun vizio integrante la violazione di legge: nè sotto il profilo dell’inosservanza, non avendo il giudice a quo applicato una determinata disposizione in relazione all’operata rappresentazione della norma, o applicato la norma sul presupposto dell’accertamento di un fatto diverso da quello contemplato dalla fattispecie incriminatrice; nè sotto il profilo della erronea applicazione, avendo la Corte di merito esattamente interpretato, alla luce dei principi fissati da questa Corte, la disposizione applicata. Correttamente i giudici palermitani hanno, invero, ricondotto nell’ambito della L. n. 633 del 1941, art. 171-octies la condotta incriminata, pacificamente consistita nella decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato e, dunque, protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso posto in essere da parte dell’emittente, senza che assumano rilievo le concrete modalità con cui l’elusione venga attuata, evidenziandone la finalità fraudolenta nel mancato pagamento del canone applicato agli utenti per l’accesso ai suddetti programmi.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE Sentenza 30 gennaio – 10 ottobre 2017, n. 46443 Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CAVALLO Aldo – Presidente – Dott. GALTERIO Donatella – rel. Consigliere – Dott. GENTILI Andrea – Consigliere – Dott. GAI Emanuela – Consigliere – Dott. CIRIELLO Antonella – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: I.F., nato a (OMISSIS) il (OMISSIS); avverso la sentenza in data 12.4.2016 della Corte di Appello di Palermo; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. GALTERIO Donatella; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CORASANITI Giuseppe che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso; udito il difensore, avv. FARINA Giuseppe, sostituto processuale dell’avv. FARINA Tommaso, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso. Svolgimento del processo 1.

FATTO

Con sentenza in data 12.4.2016 la Corte di Appello di Palermo ha confermato integralmente la sentenza di primo grado che aveva condannato I.F. alla pena di quattro mesi di reclusione ed Euro 2.000 di multa per avere in violazione della L. n. 633 del 1941, art. 171 octies installato un apparecchio con decoder regolarmente alimentato alla rete LAN domestica ed internet collegato con apparato TV e connessione all’impianto satellitare così rendendo visibili i canali televisivi del gruppo SKY Italia in assenza della relativa smart card. Avverso la suddetta sentenza ricorre in Cassazione l’imputato affidando il proprio ricorso ad un unico motivo con il quale deduce, in relazione al vizio di violazione di legge ed al vizio motivazionale, l’erronea qualificazione del fatto ai sensi della L. n. 633 del 1941, art. 171 octies, norma del tutto residuale riservata esclusivamente ad attività illecite a livello professionale, deponendo invece il riferimento ad un canone imposto per l’accesso alla visione dei programmi dell’emittente Sky e lo scopo di lucro sotto il profilo soggettivo da contrapporsi a quello fraudolento, assente nella fattispecie, per la riconducibilità della condotta nell’alveo normativo della L. n. 633 del 1941, art. 171 ter, comma 1, lett. f). Sostiene inoltre il ricorrente che nessuna spiegazione sia stata dalla sentenza, che fonda il verdetto di colpevolezza sul sistema del card sharing, ravvisabile in presenza del Kit sharing consistente in un decoder e in una smart card collegata, come l’imputato avesse potuto accedere alla visione dei canali Sky in assenza di una smart card, mai rinvenuta presso la propria abitazione, senza tenere conto della versione fornita dallo stesso, che aveva affermato di aver acquistato i codici di decodifica sul web. Motivi della decisione Il ricorso è inammissibile. Il ricorrente censura con l’unico motivo di ricorso svolto la sentenza impugnata sotto il profilo del vizio di violazione di legge e di carenza o illogicità motivazionale, tra loro all’evidenza contraddittori posto che da un canto si duole dell’erronea qualificazione giuridica del fatto e dall’altro lamenta il salto logico effettuato dall’accertamento del fatto, consistito nella decodifica del segnale satellitare Sky nella propria abitazione, all’applicazione della fattispecie di reato ascrittagli. Il vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), riguarda l’erronea interpretazione della legge penale sostanziale (ossia, la sua inosservanza) ovvero l’erronea applicazione della stessa al caso concreto (e, dunque, l’erronea qualificazione giuridica del fatto o la sussunzione del caso concreto sotto la fattispecie astratta), mentre il vizio motivazionale presuppone un’erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta, ipotesi, questa, mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Sez. 5, n. 47575 del 07/10/2016 – dep. 10/11/2016, P.M. in proc. Altoè e altri, Rv. 26840401). La ricostruzione in fatto operata dalla Corte territoriale non è contestata dal ricorrente, che censura invece l’erronea applicazione della L. n. 633 del 1941, art. 171-octies alla fattispecie concreta. Conseguentemente non è profilabile alcun vizio motivazionale tenuto conto che nel giudizio di cassazione il vizio di motivazione non è mai denunciabile con riferimento a questioni di diritto, poichè queste, se sono fondate e disattese dal giudice, motivatamente o meno, danno luogo al diverso motivo di censura costituito dalla violazione di legge, mentre, se sono infondate, il loro mancato esame non determina alcun vizio di legittimità della pronuncia (Sez. 1, n. 16372 del 20/03/2015 – dep. 20/04/2015, Rv. 263326). Così delimitato il perimetro dell’impugnazione, la censura svolta si appalesa, anche in punto di violazione di legge, manifestamente infondata. Va al riguardo rilevato che la L. 22 aprile 1941, n. 633, art. 171 ter, lett. f) bis, punisce colui il quale “fabbrica, importa, distribuisce, vende, noleggia, cede a qualsiasi titolo, pubblicizza per la vendita o il noleggio o detiene per scopi commerciali, attrezzature, prodotti o componenti, ovvero presta servizi che abbiano la prevalente finalità o l’uso commerciale di eludere efficaci misure tecnologiche di cui all’art. 102 quater, ovvero siano principalmente progettati, prodotti, adattati o realizzati con la finalità di rendere possibile o facilitare l’elusione di predette misure….”; e che, invece, la L. n. 633 del 1941, art. 171 octies sanziona chi “a fini fraudolenti produce, pone in vendita, importa, promuove, installa, modifica, utilizza, per uso pubblico e privato, apparati o parti di apparati atti alla decodificazione di trasmissioni audiovisive ad accesso condizionato, effettuate via etere, via satellite o via cavo, in forma sia analogica, che digitale”. Invero i fatti previsti dalla norma di legge da ultimo riportata, introdotta dalla L. 18 agosto 2000, n. 248, art. 17, depenalizzati dalla successiva emanazione del D.Lgs. 15 novembre 2000, n. 373 (entrato in vigore il 30/12/’00), hanno riacquistato rilievo penale a seguito della modifica apportata, dalla L. 7 febbraio 2003, n. 22, art. 1, all’art. 6, comma 1 del detto decreto legislativo, con la previsione dell’applicabilità anche delle sanzioni penali e delle altre misure accessorie di cui alla L. n. 633 del 1941, artt. 171 bis e 171 octies e successive modifiche. Il raffronto tra le due norme rende palese che le condotte incriminate dall’art. 171, lett. f sono tra loro accomunate dalla finalità commerciale concretandosi l’illecito nella immissione sul mercato di prodotti o servizi atti ad eludere le misure tecnologiche di cui all’art. 102-quater, non essendo ivi compresa la condotta di chi invece utilizza i dispositivi che consentono l’accesso ad un servizio criptato senza il pagamento del dovuto corrispettivo, condotta questa che è invece espressamente sanzionata dall’art. 171 octies, indipendentemente dall’utilizzo pubblico o privato che venga fatto dell’apparecchio atto alla decodificazione di trasmissioni audiovisive. Non ricorre, all’evidenza, nessun vizio integrante la violazione di legge: nè sotto il profilo dell’inosservanza, non avendo il giudice a quo applicato una determinata disposizione in relazione all’operata rappresentazione della norma, o applicato la norma sul presupposto dell’accertamento di un fatto diverso da quello contemplato dalla fattispecie incriminatrice; nè sotto il profilo della erronea applicazione, avendo la Corte di merito esattamente interpretato, alla luce dei principi fissati da questa Corte, la disposizione applicata. Correttamente i giudici palermitani hanno, invero, ricondotto nell’ambito della L. n. 633 del 1941, art. 171-octies la condotta incriminata, pacificamente consistita nella decodificazione ad uso privato di programmi televisivi ad accesso condizionato e, dunque, protetto, eludendo le misure tecnologiche destinate ad impedire l’accesso posto in essere da parte dell’emittente, senza che assumano rilievo le concrete modalità con cui l’elusione venga attuata, evidenziandone la finalità fraudolenta nel mancato pagamento del canone applicato agli utenti per l’accesso ai suddetti programmi. E’ poi evidente cha dalla ricondotta rilevanza penale del fatto nell’alveo della norma così individuata discenda, de plano, l’antigiuridicità della condotta ascritta all’imputato, non potendosi prendere in esame per le ragioni sopra esposte le ulteriori doglianze svolte sul piano motivazionale, peraltro sviluppate nell’orbita delle mere censure di merito. Non sussistendo pertanto i presupposti per invocare l’intervento di questa Corte, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile, con conseguente condanna del ricorrente, ai sensi dell’art. 616 c.p.p. al pagamento delle spese processuali e di una somma equitativamente liquidata in favore della Cassa delle Ammende. P.Q.M. Dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000 in favore della Cassa delle Ammende. Così deciso in Roma, il 30 gennaio 2017. Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2017

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AVVOCATO SERGIO ARMAROLI DI BOLOGNA DIFENSORE ESPERTO DI REATI DI BANCAROTTA

 Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

  1. Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia
    Assistenza giudiziale nell’ambito del prcedimento penale, con particolare riferimento ai seguenti reati:

Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido.

2)Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia  fallimentari e concorsuali in genere

3)Reati in materia di sicurezza e di igiene del lavoro

LO STUDIO LEGALE DELL’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA DIFENDE :

Bancarotta fraudolenta.

Art. 216

4)Reati in materia di intermediazione finanziaria

5)Reati tributari

6)Reati bancari

7)Reati contro la pubblica Amministrazione

8)Reati contro l’Amministrazione della Giustizia

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

Bancarotta semplice.

Art. 217

È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

Esenzioni dai reati di bancarotta (1)

Art. 217-bis.

1. Le disposizioni di cui all’articolo 216, terzo comma, e articolo 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all’articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis o del piano di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d), ovvero di un accordo di composizione della crisi omologato ai sensi dell’articolo 12 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nonche’ ai pagamenti e alle operazioni di finanziamento autorizzati dal giudice a norma dell’articolo 182-quinquies (2).

(1) Articolo inserito dall’articolo 48, comma 2-bis, del D.L. 31 maggio 2010, n. 78.

(2) Comma modificato dall’articolo 33, comma 1, lettera l-bis), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza indicata dal comma 3 del medesimo articolo 33 del suddetto D.L. n. 83 del 2012 e dall’articolo 18, comma 2-bis, del D.L. 18 ottobre 2012 n.179.

Ricorso abusivo al credito (1).

Art. 218

1. Gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un’attività commerciale che ricorrono o continuano a ricorrere al credito, anche al di fuori dei casi di cui agli articoli precedenti, dissimulando il dissesto o lo stato d’insolvenza sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.

2. La pena è aumentata nel caso di società soggette alle disposizioni di cui al capo II, titolo III, parte IV, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.

3. Salve le altre pene accessorie di cui al libro I, titolo II, capo III, del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 32 della legge 28 dicembre 2005, n. 262.

Circostanze aggravanti e circostanza attenuante.

Art. 219

Nel caso in cui i fatti previsti negli artt. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino alla metà.

Le pene stabilite negli articoli suddetti sono aumentate:

1) se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli indicati;

2) se il colpevole per divieto di legge non poteva esercitare un’impresa commerciale.

Nel caso in cui i fatti indicati nel primo comma hanno cagionato un danno patrimoniale di speciale tenuità, le pene sono ridotte fino al terzo.

Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito.

Art. 220

È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’art. 216

, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli artt. 16, nn. 3 e 49.

Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno.

Fallimento con procedimento sommario.

Art. 221

Se al fallimento si applica il procedimento sommario le pene previste in questo capo sono ridotte fino al terzo.

Fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice.

Art. 222

Nel fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice le disposizioni del presente capo si applicano ai fatti commessi dai soci illimitatamente responsabili.

REATI COMMESSI DA PERSONE DIVERSE DAL FALLITO

Fatti di bancarotta fraudolenta.

Art. 223

Si applicano le pene stabilite nell’art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo.

Si applica alle persone suddette la pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se:

1) hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile; (1)

2) hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società.

Si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216.

(1) Numero sostituito dall’articolo 4 del D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61.

Fatti di bancarotta semplice.

Art. 224

Si applicano le pene stabilite nell’art. 217 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali:

1) hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo;

2) hanno concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi ad essi imposti dalla legge.

Ricorso abusivo al credito.

Art. 225

Si applicano le pene stabilite nell’art. 218 agli amministratori ed ai direttori generali di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso il fatto in esso previsto.

Denuncia di crediti inesistenti.

Art. 226

Si applicano le pene stabilite nell’art. 220 agli amministratori, ai direttori generali e ai liquidatori di società dichiarate fallite, che hanno commesso i fatti in esso indicati.

Reati dell’institore.

Art. 227

All’institore dell’imprenditore, dichiarato fallito, il quale nella gestione affidatagli si è reso colpevole dei fatti preveduti negli artt. 216, 217, 218 e 220 si applicano le pene in questi stabilite.

Interesse privato del curatore negli atti del fallimento.

Art. 228

Salvo che al fatto non siano applicabili gli artt. 315, 317, 318, 319, 321, 322 e 323 del codice penale, il curatore che prende interesse privato in qualsiasi atto del fallimento direttamente o per interposta persona o con atti simulati è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa non inferiore a euro 206 (1).

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Accettazione di retribuzione non dovuta.

Art. 229

Il curatore del fallimento che riceve o pattuisce una retribuzione, in danaro o in altra forma, in aggiunta di quella liquidata in suo favore dal tribunale o dal giudice delegato, è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da euro 103 a euro 516 (1).

Nei casi più gravi alla condanna può aggiungersi l’inabilitazione temporanea all’ufficio di amministratore per la durata non inferiore a due anni.

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Omessa consegna o deposito di cose del fallimento.

Art. 230

Il curatore che non ottempera all’ordine del giudice di consegnare o depositare somme o altra cosa del fallimento, ch’egli detiene a causa del suo ufficio, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a euro 1.032 (1).

Se il fatto avviene per colpa, si applica la reclusione fino a sei mesi o la multa fino a euro 309 (2).

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

(2) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Coadiutori del curatore.

Art. 231

Le disposizioni degli artt. 228, 229 e 230 si applicano anche alle persone che coadiuvano il curatore nell’amministrazione del fallimento.

Domande di ammissione di crediti simulati o distrazioni senza concorso col fallito.

Art. 232

È punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 51 a euro 516, chiunque fuori dei casi di concorso in bancarotta anche per interposta persona presenta domanda di ammissione al passivo del fallimento per un credito fraudolentemente simulato (1).

Se la domanda è ritirata prima della verificazione dello stato passivo, la pena è ridotta alla metà.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque:

1) dopo la dichiarazione di fallimento, fuori dei casi di concorso in bancarotta o di favoreggiamento, sottrae, distrae, ricetta ovvero in pubbliche o private dichiarazioni dissimula beni del fallito;

2) essendo consapevole dello stato di dissesto dell’imprenditore distrae o ricetta merci o altri beni dello stesso o li acquista a prezzo notevolmente inferiore al valore corrente, se il fallimento si verifica.

La pena, nei casi previsti ai nn. 1 e 2, è aumentata se l’acquirente è un imprenditore che esercita un’attività commerciale.

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Mercato di voto.

Art. 233

Il creditore che stipula col fallito o con altri nell’interesse del fallito vantaggi a proprio favore per dare il suo voto nel concordato o nelle deliberazioni del comitato dei creditori, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 103 (1).

La somma o le cose ricevute dal creditore sono confiscate.

La stessa pena si applica al fallito e a chi ha contrattato col creditore nell’interesse del fallito.

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Esercizio abusivo di attività commerciale.

Art. 234

Chiunque esercita un’impresa commerciale, sebbene si trovi in stato di inabilitazione ad esercitarla per effetto di condanna penale, è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa non inferiore a euro 103 (1).

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Omessa trasmissione dell’elenco dei protesti cambiari (1).

Art. 235

Il pubblico ufficiale abilitato a levare protesti cambiari che, senza giustificato motivo, omette di inviare nel termine prescritto al presidente del tribunale gli elenchi dei protesti cambiari per mancato pagamento, o invia elenchi incompleti, è punito con la sanzione amministrativa da euro 258 a euro 1.549 (2).

La stessa pena si applica al procuratore del registro che nel termine prescritto non trasmette l’elenco delle dichiarazioni di rifiuto di pagamento a norma dell’articolo 13 , secondo comma, o trasmette un elenco incompleto.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 48 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

(2) A norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 28 dicembre 1993, n. 561 la sanzione originaria dell’ammenda è stata sostituita dalla sanzione amministrativa e l’importo è stato così elevato dall’articolo 2, comma 1, lettera b) della medesima legge.

TITOLO VI

DISPOSIZIONI PENALI

CAPO III

Disposizioni applicabili nel caso di concordato preventivo, accordi di ristrutturazione dei debiti, piani attestati e liquidazione coatta amministrativa (1) (2) (1) A norma dell’articolo 147, secondo comma del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 sono soppressi tutti i riferimenti all’amministrazione controllata contenuti nel presente Regio Decreto. (2) Rubrica sostituita dall’articolo 33, comma 1, lettera i), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza indicata dal comma 3 del medesimo articolo 33 del suddetto D.L. n. 83 del 2012.

Concordato preventivo e amministrazione controllata (1).

Art. 236

È punito con la reclusione da uno a cinque anni l’imprenditore, che, al solo scopo di essere ammesso alla procedura di concordato preventivo o di amministrazione controllata, siasi attribuito attività inesistenti, ovvero, per influire sulla formazione delle maggioranze, abbia simulato crediti in tutto o in parte inesistenti (2).

Nel caso di concordato preventivo o di amministrazione controllata, si applicano:

1) le disposizioni degli artt. 223 e 224 agli amministratori, direttori generali, sindaci e liquidatori di società;

2) la disposizione dell’art. 227 agli institori dell’imprenditore;

3) le disposizioni degli artt. 228 e 229 e al commissario del concordato preventivo o dell’amministrazione controllata;

4) le disposizioni degli artt. 232 e 233 ai creditori (3).

(1) A norma dell’articolo 147, secondo comma del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 sono soppressi tutti i riferimenti all’amministrazione controllata contenuti nel presente Regio Decreto.

(2) A norma dell’articolo 147, secondo comma del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 sono soppressi tutti i riferimenti all’amministrazione controllata contenuti nel presente Regio Decreto.

(3) A norma dell’articolo 147, secondo comma del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 sono soppressi tutti i riferimenti all’amministrazione controllata contenuti nel presente Regio Decreto.

 (Falso in attestazioni e relazioni) (1).

Articolo 236-bis

Il professionista che nelle relazioni o attestazioni di cui agli articoli 67, terzo comma, lettera d), 161, terzo comma, 182-bis, 182-quinquies e 186-bis espone informazioni false ovvero omette di riferire informazioni rilevanti, e’ punito con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da 50.000 a 100.000 euro.

Se il fatto e’ commesso al fine di conseguire un ingiusto profitto per se’ o per altri, la pena e’ aumentata.

Se dal fatto consegue un danno per i creditori la pena e’ aumentata fino alla meta’.

(1) Articolo inserito dall’articolo 33, comma 1, lettera l), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza indicata dal comma 3 del medesimo articolo 33 del suddetto D.L. n. 83 del 2012.

Liquidazione coatta amministrativa (1).

Art. 237

L’accertamento giudiziale dello stato di insolvenza a norma degli articoli 195 e 202 è equiparato alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni del presente titolo.

Nel caso di liquidazione coatta amministrativa, si applicano al commissario liquidatore ed alle persone che lo coadiuvano nell’amministrazione della procedura le disposizioni degli articoli 228, 229 e 230.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 99 del D.Lgs. 8 luglio 1999, n. 270.

TITOLO VI

DISPOSIZIONI PENALI

CAPO IV

DISPOSIZIONI DI PROCEDURA

Esercizio dell’azione penale per reati in materia di fallimento.

Art. 238

Per i reati previsti negli artt. 216, 217, 223 e 224 l’azione penale è esercitata dopo la comunicazione della sentenza dichiarativa di fallimento di cui all’art. 17.

È iniziata anche prima nel caso previsto dall’art. 7 e in ogni altro in cui concorrano gravi motivi e già esista o sia contemporaneamente presentata domanda per ottenere la dichiarazione suddetta.

ARTICOLO N.239

Articolo abrogato dall’articolo unico della legge 18 novembre 1964, n. 1217.

Costituzione di parte civile.

Art. 240

Il curatore, il commissario giudiziale e il commissario liquidatore possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per i reati preveduti nel presente titolo, anche contro il fallito.

I creditori possono costituirsi parte civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta quando manca la costituzione del curatore, del commissario giudiziale o del commissario liquidatore o quando intendono far valere un titolo di azione propria personale.

Riabilitazione.

Art. 241

La riabilitazione civile del fallito estingue il reato di bancarotta semplice. Se vi è condanna, ne fa cessare l’esecuzione e gli effetti. 

  1. La distrazione di somme da una società ammessa al concordato preventivo configura un’ipotesi di bancarotta fraudolenta postfallimentare in relazione alla quale la restituzione della somma distratta non realizza una forma di cosiddetta bancarotta “riparata”, poiché, per determinare l’insussistenza della materialità del reato, l’attività di segno contrario che annulla la sottrazione deve reintegrare il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento o del decreto che ammette il concordato preventivo, evitando che il pericolo per la garanzia dei creditori acuisca effettiva concretezza.
  • Le condotte distrattive compiute prima dell’ammissione al concordato preventivo di una società poi dichiarata fallita integrano il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale anche nel caso in cui l’agente abbia ottenuto l’ammissione al concordato preventivo, si sia adoperato per il buon esito della procedura, e questo non sia stato conseguito per fatti indipendenti dalla sua volontà, in quanto, laddove si verifichi il fallimento, ai fini della configurabilità del dolo, è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte.
  • In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la distrazione di un ramo di azienda è configurabile solo in caso di cessione avente ad oggetto, unitariamente, oltre che i singoli beni e rapporti giuridici, anche l’avviamento riferibile a tale autonoma organizzazione produttiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva annullato il sequestro preventivo di un intero complesso aziendale, che si ipotizzava costituisse l’oggetto di una cessione fittizia, rilevando come nella specie, pur essendovi una distrazione di veicoli, dei dipendenti, di denaro e di locali della società cedente successivamente fallita, non potesse configurarsi, in assenza della cessione dell’avviamento, una distrazione dell’intera azienda).
  • In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la soppressione, a seguito della modifica dell’art. 2478 c.c. recata dall’art. 18 del D.L. n. 185 del 2008 conv. nella l. n. 2 del 2009, dell’obbligo per le società a responsabilità limitata di tenere il libro dei soci, non incide sulla configurabilità del reato in relazione alle condotte tenute nel periodo precedente alla modifica normativa, posto che l’art. 216, comma primo n. 2, della l. fall. punisce la sottrazione, distruzione e falsificazione dei libri e delle scritture che il fallito è obbligato a tenere secondo la normativa vigente al momento della gestione della impresa, nel periodo antecedente al fallimento, al fine di consentire la ricostruzione del suo patrimonio e dei fatti gestionali a tutela del soddisfacimento degli interessi dei creditori, e che, quindi, le disposizioni del c.c. costitutive degli obblighi contabili si pongono esclusivamente come elemento normativo della fattispecie.
  • Sussiste il reato di bancarotta fraudolenta documentale non solo quando la ricostruzione del patrimonio si renda impossibile per il modo in cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza.
  • In tema di bancarotta per distrazione di beni ottenuti in “leasing”, ai fini della configurabilità del reato in capo all’utilizzatore poi fallito, è necessario che tali beni fossero nella sua effettiva disponibilità, in conseguenza dell’avvenuta consegna, e che di essi vi sia stata appropriazione, non rilevando la tipologia del contratto di “leasing” (traslativo o di godimento).
  • L’oggetto del reato di bancarotta fraudolenta documentale può essere rappresentato da qualsiasi documento contabile relativo alla vita dell’impresa, dal quale sia possibile conoscere i tratti della sua gestione, diversamente da quanto previsto per l’ipotesi di bancarotta semplice documentale, in relazione alla quale l’oggetto del reato è individuato nelle sole scritture obbligatorie.
  • In caso di fallimento, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione l’appropriazione indebita da parte dell’amministratore di somme di spettanza della società, ancorché l’amministratore vanti un credito nei confronti della società stessa, poiché la compensazione e, quindi, la eventuale sussistenza della bancarotta preferenziale, può essere invocata solo in presenza di un debito nei confronti della società maturato per cause lecite.
  • Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

    In tema di bancarotta fraudolenta documentale, per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili previste dall’articolo 216, primo comma n. 2 prima parte, l. fall. è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori.

    In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la restituzione del bene distratto a seguito di richiesta del curatore non esclude la sussistenza dell’elemento materiale del reato, essendosi questo già perfezionato al momento del distacco del bene dal patrimonio del fallito.
  1. In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale post-fallimentare impropria, la condotta distrattiva, non potendo essere compiuta interamente dall’amministratore, ad eccezione dei casi in cui la disponibilità dei beni dell’impresa fallita è conservata dallo stesso, si manifesta, di regola, nella forma del concorso di persone nel reato, poiché è necessario il contributo dei soggetti che, in quanto titolari di funzioni nella procedura concorsuale, sono in grado di adottare gli atti dispositivi dei beni del fallimento o di consentire il compimento della azioni distruttive. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva affermato il concorso nel reato dell’amministratore della società fallita, del curatore fallimentare e del giudice delegato, in relazione ad una transazione, autorizzata da quest’ultimo, con la quale, realizzandosi effetti pregiudizievoli per i creditori, erano state alienate l’azienda e gli immobili dell’impresa a due società gestite dallo stesso amministratore della fallita).
  1. La bancarotta fraudolenta per dissipazione richiede, per la sua configurabilità, sotto il profilo oggettivo, l’incoerenza assoluta, nella prospettiva delle esigenze dell’impresa, delle operazioni poste in essere e, sotto il profilo soggettivo, la consapevolezza dell’agente di diminuire il patrimonio dell’impresa per scopi a questa del tutto estranei.

    La vendita sottocosto o, comunque, in perdita, di beni aziendali in tanto può costituire reato di bancarotta fraudolenta per distrazione in quanto abbia connotazioni di continuità e sistematicità.
  1. In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, posto che la penale rilevanza della distrazione per effetto di condotte riparatorie può essere esclusa solo a condizione che queste ultime si collochino in data successiva a quella della dichiarazione di fallimento, deve ritenersi che non si verifichi tale condizione qualora (come avvenuto nella specie), essendosi stipulato, prima del fallimento, un preliminare di compravendita vendita avente ad oggetto un bene immobile dell’impresa poi dichiarata fallita, con fittizio versamento, da parte del soggetto che figurava come promissario acquirente, di una somma a titolo di caparra, il curatore del fallimento abbia poi optato per l’esecuzione del contratto ed abbia quindi ottenuto la corresponsione dell’intero prezzo dell’immobile compravenduto.
  1. Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.
  1. In tema di bancarotta impropria da reato societario, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico. (Fattispecie relativa alla esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero circa la situazione economica e finanziaria della società con conseguente dissesto della medesima ed induzione in errore dei creditori).
  1. Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento.
  1. In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, anche l’esercizio di facoltà legittime, comprese nel contenuto di diritti riconosciuti dall’ordinamento, può costituire uno strumento di frode in danno dei creditori, in quanto la liceità di ogni operazione che incide sul patrimonio dell’imprenditore dichiarato fallito può essere affermata solo all’esito di un accertamento in concreto, in relazione alle conseguenze prodotte sulle ragioni del ceto creditorio. (Fattispecie in cui il titolare di una impresa individuale, prima della dichiarazione di fallimento, esercitando il diritto di recesso con riferimento a quote di partecipazione ad una società, di cui egli era titolare, ne aveva di fatto disposto il trasferimento alla moglie).
  1. Sussiste la responsabilità, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, del presidente del collegio sindacale qualora sussistano puntuali elementi sintomatici, dotati del necessario spessore indiziario, in forza dei quali l’omissione del potere di controllo – e, pertanto l’inadempimento dei poteri doveri di vigilanza il cui esercizio sarebbe valso ad impedire le condotte distrattive degli amministratori – esorbiti dalla dimensione meramente colposa per assurgere al rango di elemento dimostrativo di dolosa partecipazione, sia pure nella forma del dolo eventuale, per consapevole accettazione del rischio che l’omesso controllo avrebbe potuto consentire la commissione di illiceità da parte degli amministratori. (Nella specie la S.C. ha ritenuto elementi significativi le circostanze che l’imputato fosse, 1) espressione del gruppo di controllo della società, 2) avesse rilevante competenza professionale, e 3) avesse omesso, malgrado la situazione critica della società, ogni minimo controllo).
  1. È configurabile il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione quando il denaro oggetto della condotta é pervenuto alla società, poi dichiarata fallita, con sistemi illeciti, e conserva la sua tracciabilità, perché lo stesso, in quanto bene fungibile, si confonde con il patrimonio del fallito, è oggetto dello spossessamento previsto dall’art. 42 della l. fall., e, in relazione a tale “res”, l’originario titolare può vantare esclusivamente un diritto di credito azionabile a norma degli artt. 93 e ss. della legge fallimentare. (Fattispecie relativa a somme pervenute alla società fallita in pagamento di fatture emesse per operazioni inesistenti).
  1. In materia di bancarotta fraudolenta la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione ad opera dell’amministratore della destinazione dei beni suddetti, ma l’affermazione dell’imputato di aver impiegato i beni per finalità aziendali o di averli restituiti all’avente diritto, in assenza di una chiara smentita emergente dagli elementi probatori acquisiti, non può essere ignorata dal giudice che, in tal caso, non può limitarsi a rilevare l’assenza dei beni nel possesso del fallito. (Fattispecie relativa a beni concessi in “leasing” in relazione ai quali la società concedente non si era insinuata nel passivo fallimentare).
  • Integra il reato di bancarotta fraudolenta impropria patrimoniale l’affitto d’azienda al quale non consegua l’incasso dei canoni pattuiti da parte della società fallita, senza che sia addotta alcuna giustificazione in proposito.
  • Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta preferenziale è necessaria la violazione della “par condicio creditorum” nella procedura fallimentare (elemento oggettivo) e il dolo specifico costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l’accettazione della eventualità di un danno per gli altri (elemento soggettivo), con la conseguenza che la condotta illecita non consiste nell’indebito depauperamento del patrimonio del debitore ma nell’alterazione dell’ordine, stabilito dalla legge, di soddisfazione dei creditori. Pertanto, nel caso in cui il fallito provveda al pagamento di crediti privilegiati, la configurabilità del reato di bancarotta preferenziale presuppone il concorso di altri crediti con privilegio di grado prevalente o eguale rimasti insoddisfatti per effetto dei pagamenti “de quibus” e non già di qualsiasi altro credito.

    In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, nel caso in cui alla ammissione alla procedura di concordato preventivo segua la dichiarazione di fallimento, la prescrizione decorre dalla sentenza dichiarativa di fallimento e non dalla ammissione al concordato preventivo, stante la disuguaglianza tra le due procedure che non consente di intravedere nella successione delle vicende concorsuali la medesima connotazione e quella uniformità che può consentire l’assorbimento cronologico della seconda nella prima.
  • In tema di bancarotta fraudolenta documentale, il deposito nella procedura fallimentare delle scritture contabili in copia non è sufficiente ad evitare l’addebito di sottrazione delle stesse.

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11) Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia Reati contro la persona ed il patrimonio-

LA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia :è punita con la reclusione da tre a dieci anni, può realizzarsi in modi diversi: può essere bancarotta patrimoniale, quando ha ad oggetto il patrimonio della società che viene in tutto o in parte distratto dissipato o distrutto;
può essere bancarotta documentale, quando ha ad oggetto i libri e le altre scritture contabili tenuti in maniera tale da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio societario; può essere bancarotta preferenziale (punita con la pena minore da uno a cinque anni di reclusione) quando è commessa in favore di taluno dei creditori privilegiati nel pagamento.
In tutti i casi di bancarotta fraudolenta è richiesto che l’imprenditore abbia agito con l’intento di recare pregiudizio ai creditori, ovvero in violazione della c.d. par condicio creditorum.

 Bancarotta fraudolenta e amministratore di fatto – Cassazione penale sezione V, sentenza n. 43806 del 14 novembre 2013 

Normalmente l Bancarotta trae origine dalla relazione ex art. 33 (R.D. 16 marzo 1942 n.267) che il Curatore Fallimentare trasmette al Giudice Delegato della procedura concorsuale ed al PM presso la Procura della Repubblica territorialmente competente,

Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia   una difesa tempestiva sin dalla fase delle indagini preliminari, per contrastare, quando possibile, con validi argomenti di natura tecnico-contabile da veicolare con una qualificata consulenza di parte, la ricostruzione in chiave accusatoria offerta dal Curatore Fallimentare all’Ufficio del Pubblico Ministero in ordine alle cause del dissesto finanziario che hanno determinato lo stato di insolvenza dell’impresa,

Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia  dichiarazioni assunte dal curatore fallimentare e trasfuse nella relazione redatta ai sensi 33 L. fall., infatti, se rese da un indagato o da un imputato di reato connesso o collegato nel medesimo procedimento o in separato procedimento, devono essere valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità, ai sensi dell’art. 192, comma 3, c.p.p.. Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, mentre è inutilizzabile, quale prova a carico dell’imputato, la testimonianza indiretta del curatore fallimentare sulle dichiarazioni accusatorie resegli da un coimputato non comparso al dibattimento, e trasfuse dallo stesso curatore nella relazione redatta ai sensi dell’art. 33 L. fall., quando l’imputato o il suo difensore abbiano chiesto l’esame del predetto coimputato e questi vi si sia per libera scelta sottratto, sussistendo in tal caso la violazione dell’art. 526 c.p.p. (che prevede che la colpevolezza dell’imputato non possa essere provata sulla base delle dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre sottratto all’esame da parte dell’imputato o del suo difensore), nel caso in cui l’imputato o il suo difensore non abbiano chiesto l’esame del coimputato, la testimonianza indiretta del curatore fallimentare sulle dichiarazioni accusatorie resegli da un coimputato non comparso al dibattimento, e trasfuse dallo stesso curatore nella relazione redatta ai sensi dell’art. 33 L. fall., è utilizzabile quale prova a carico dell’imputato.

Nell’ambito del c.d. diritto penale criminale lo Studio si occupa soprattutto dei reati contro la persona, nonché dei reati contro il patrimonio.
Inoltre, i settori del diritto penale dell’economia, nei quali lo Studio può vantare una maggiore specializzazione, sono:

1)il diritto penale tributario (occupandosi di reati quali la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, l’omessa dichiomesso versamento delle imposte2) il diritto penale fallimentare (tutte le varie tipologie di bancarotta, etc.);

3)il diritto penale bancario (mancato adempimento degli obblighi di settore, abusivismo finanziario, etc.);

4)il diritto penale societario (false comunicazioni sociali, infedeltà patrimoniale, aggiotaggio, etc.).

Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267

Si riportano le disposizioni penali contenute nel Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 che riguardano la bancarotta e gli altri reati fallimentari:

Bancarotta fraudolenta.

Art. 21Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia 

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa.

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONEBancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia 

SEZIONE V PENALE

Sentenza 23 giugno – 1 agosto 2017, n. 38396

Muovendo, per una più agevole disamina delle censure proposte dai ricorrenti, da quelle articolate con il primo motivo del ricorso nell’interesse di F.A., esse sono manifestamente infondate. La sentenza impugnata e quella di primo grado, che si integra con quella conforme di appello (Sez. 2, n. 11220 del 13/11/1997 – dep. 05/12/1997, Ambrosino, Rv. 209145), hanno compiutamente delineato i plurimi elementi in base ai quali è stata riconosciuta a F. la qualifica di amministratore di fatto della fallita. Lungi dal far leva sul solo legame personale tra lo stesso F. e S.S., amministratore di diritto della fallita, i giudici di merito hanno valorizzato, in primo luogo, le dichiarazioni di due dipendenti della società, V.R., addetta alla contabilità, e P.G., responsabile delle vendite, i quali hanno concordemente riferito che F. gestiva sotto il profilo amministrativo e commerciale (OMISSIS) s.r.l.: sul punto, il ricorrente lamenta il difetto di contraddittorio e, di conseguenza, la ridotta valenza probatoria delle dichiarazioni in quanto acquisite attraverso la relazione ex art. 33 l. fall. nella quale erano confluite; la doglianza, tuttavia, è manifestamente infondata, posto che, come risulta dalla sentenza di primo grado con rilievo non contestato dal ricorrente, la relazione del curatore è stata acquisita su accordo della parti. A ciò si aggiunga, che le sentenze di merito hanno valorizzato ulteriori dati probatori, quali la procura conferita a favore di F. da S. ad operare su uno dei conti della fallita, elemento, questo, al quale è stata riconosciuta, nell’ambito del più ampio compendio probatorio (che valorizzava, ad esempio, anche il “collegamento” con un’altra società gestita dal ricorrente), valenza dimostrativa del ruolo gestorio svolto in seno a (OMISSIS) s.r.l., con motivazione in linea con il dato probatorio stesso e immune da cadute di conseguenzialità logica, il che rende ragione dell’inammissibilità della censura articolata al riguardo dal ricorso, volta a sollecitare a questa Corte un’inammissibile rivisitazione di merito del quadro probatorio.

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La motivazione della sentenza impugnata richiama plurime incongruenze e carenze nelle scritture e nei libri contabili, quali, in sintesi, l’assenza dei mastrini contabili relativi all’esercizio del 2004, la completa mancanza dell’inventario per l’ultimo esercizio, una serie di incongruenze nelle iscrizioni relative a immobilizzazioni di crediti, fondi imposte e debiti verso banche, l’irregolare iscrizione di crediti verso clienti per significativi importi (diversi nella proposta di concordato e nel bilancio al 31/08/2003), le discrasie dei conti di mastro: la constatata tenuta di registri e scritture in modo del tutto inidoneo alla ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della fallita rende ragione, nel percorso argomentativo della sentenza impugnata, della sussistenza della fattispecie di bancarotta fraudolenta documentale (e, segnatamente, del relativo elemento psicologico), il che esclude l’invocata riqualificazione del fatto in termini di bancarotta semplice.

A fronte della motivazione della sentenza impugnata, i ricorrenti ripropongono la tesi della limitazione temporale delle irregolarità contabili e del mancato accertamento della possibilità di ricostruire comunque il patrimonio e il movimento degli affari, ma sotto entrambi i profili, le censure risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849). Rilievo, questo, valido anche con riguardo all’elemento soggettivo del reato (e alla mancata riqualificazione del fatto quale bancarotta semplice), avendo congruamente la Corte di merito dato conto della ravvisabilità del dolo generico, ossia della consapevolezza, in capo agli imputati, dell’impossibilità di ricostruire le vicende del patrimonio della fallita per le rilevate incongruenze e carenze nelle scritture e nei libri contabili.

  1. Le censure relative al capo concernente l’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale e articolate con il primo motivo del ricorso nell’interesse di S. e con il secondo motivo del ricorso nell’interesse di F. devono, invece, essere accolte, nei termini di seguito indicati (restando assorbite le ulteriori doglianze relative alla configurabilità della bancarotta semplice). Il loro esame deve muovere dalla ricognizione degli orientamenti della giurisprudenza di questa Corte in ordine alla fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale sotto il profilo oggettivo e sotto quello del relativo elemento psicologico.

4.1 Secondo l’indirizzo giurisprudenziale del tutto consolidato, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061) e, d’altro canto, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214).

Le pronunce appena richiamate hanno ribadito il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, dal quale, in modo del tutto isolato, si era discostata Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493, affermando che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento, in qualità di evento del reato, deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo. Come questa Corte ha avuto modo più volte di osservare, molteplici sono gli argomenti che confermano l’orientamento consolidato, mettendo in luce i vari profili di infondatezza della ricostruzione offerta dalla sentenza Corvetta, argomenti che, in questa sede, è sufficiente ripercorrere in parte e in estrema sintesi (tanto più che, come si vedrà, l’impostazione della sentenza Corvetta ha trovato, di recente, nuova smentita in Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli): il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria L. Fall. , ex art. 223, comma 2; il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; la del tutto problematica ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi).

4.2. Ribadito, dunque, il consolidato assetto del rapporto tra fatto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e sentenza dichiarativa di fallimento delineato dalla giurisprudenza di legittimità, esso, nei termini di seguito meglio precisati, non determina, nè sotto il profilo oggettivo del reato, nè sotto quello soggettivo, alcun vulnus ai principi costituzionali dell’illecito penale.

Confermando indirizzo che disattende la ricostruzione di detto rapporto accolta dalla sentenza Corvetta, le Sezioni unite di questa Corte hanno di recente ribadito che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804). La rilevanza sub specie di bancarotta fraudolenta patrimoniale del fatto di distrazione indipendentemente dalla distanza temporale che lo separa dalla sentenza dichiarativa di fallimento non comporta, peraltro, nè l’indifferenza tout court di tale dato temporale, nè la ricostruzione della fattispecie in esame in termini, sostanzialmente, di reato di pericolo presunto.

Per un verso, infatti, “la disciplina relativa alla bancarotta fraudolenta patrimoniale è in grado, nella sua concreta applicazione, di selezionare i comportamenti in ragione del tempo che li separa dalla pronuncia giudiziale, dovendo il giudice pur sempre dar conto dell’effettiva offesa alla massa dei creditori (oggetto della tutela penale), quale portato del comportamento illecito (anche mediato e consequenziale, derivato dalla perdita di ricchezza e non compensato medio tempore da alcun riequilibrio economico)” (così, in motivazione, Sez. 5, n. 523/07 del 22/11/2006, Cito, Rv. 235694, in una fattispecie in cui “pur cronologicamente lontana dalla sentenza dichiarativa di fallimento, la sottrazione di ricchezza si ripercosse nel tempo direttamente sull’impoverimento dell’asse patrimoniale, con diretto danno per la massa creditoria”).

Per altro verso, è la concreta messa in pericolo della “conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima” (Corte Cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro dell’applicazione della norma incriminatrice; invero, “l’offesa provocata dal reato non può ridursi al mero impoverimento dell’asse patrimoniale dell’impresa, ma si restringe alla diminuzione della consistenza patrimoniale idonea a danneggiare le aspettative dei creditori” (Sez. 5, n. 16388 del 23/03/2011, Barbato, Rv. 250108, in motivazione). Un’offesa che, nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, è configurata secondo il paradigma del pericolo concreto: invero, la natura di reato di pericolo concreto “comporta che ogni condotta idonea concretamente – a pregiudicare la garanzia dei creditori rientra nel fuoco della norma” (Sez. 5, n. 18210 del 03/03/2015, Borella; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 13590 del 24/02/2015, Nardelli). Infatti, come messo in luce, all’esito di un’approfondita disamina della giurisprudenza di questa Corte e sulla base di coordinate interpretative condivise dal Collegio, da Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, “l’offensività della condotta è limitata ai fatti che creano un pericolo concreto”, ossia allorquando possa affermarsi che “la diminuzione della consistenza patrimoniale comporta uno squilibrio tra attività e passività”, risultando, pertanto, l’atto depauperativo idoneo a “creare un vulnus all’integrità della garanzia dei creditori in caso di apertura della procedura concorsuale”. Nella medesima linea interpretativa, si è affermato che la bancarotta fraudolenta patrimoniale è reato di pericolo concreto (Sez. 5, n. 38325 del 03/10/2013, Ferro, Rv. 260378, in motivazione; conf. Sez. 5, n. 33181 del 13/03/2014, Gatti Kraus; Sez. 5, n. 33527 del 19/02/2015, Giacomini; Sez. 5, n. 19548 del 09/01/2015, Merodi), rispetto al quale l’esito concorsuale va inteso come “come prospettiva nella quale deve essere valutata l’effettiva offensività della condotta” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, in motivazione): prospettiva, questa, che, per non svilire la capacità selettiva della configurazione della fattispecie come reato di pericolo concreto, non può prescindere dalla valutazione dell’attitudine del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori alla luce della specifica, complessiva condizione in cui versa l’impresa.

Espressione del riconoscimento alla bancarotta fraudolenta patrimoniale della natura di reato di pericolo concreto è, del resto, il costante indirizzo di questa Corte in tema di bancarotta “riparata”, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347), sicchè l’attività di segno contrario che annulli la sottrazione deve reintegrare il patrimonio dell’impresa prima della dichiarazione di fallimento, evitando che il pericolo per la garanzia dei creditori acquisisca effettiva concretezza (Sez. 5, n. 50289 del 07/07/2015, P.M. in proc. Mollica, Rv. 265903).

4.3. La natura di reato di pericolo concreto rivestita dalla fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale assume poi un particolare rilievo con riguardo alla configurazione dell’elemento psicologico del reato, nonchè, come si vedrà, alla definizione dei corrispondenti oneri motivazionali in capo al giudice di merito: profilo, quest’ultimo, che contribuisce, per un verso, a delineare ulteriormente l’approccio alla questione della distanza temporale tra fatti di bancarotta e sentenza dichiarativa di fallimento e, per altro verso, conferma la rispondenza della norma incriminatrice, così come interpretata dal diritto vivente, ai principi costituzionali in tema, segnatamente, di colpevolezza.

Al riguardo, in disparte le fattispecie di bancarotta fraudolenta mediante esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, per le quali è richiesta la sussistenza del dolo specifico rappresentato dallo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 45431 del 26/10/2004, Di Trapani, Rv. 230353), l’orientamento del tutto consolidato della giurisprudenza di questa Corte ancora una volta capace di render ragione dell’erroneità della prospettiva ricostruttiva accolta dalla sentenza Corvetta – è stato di recente ribadito dalle Sezioni unite, attraverso il principio di diritto in forza del quale l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266805): su un piano generale, infatti, “per integrare l’elemento psicologico del delitto in questione non occorre che l’impresa sia in stato di dissesto e che di tale stato sia consapevole l’agente” (Sez. 5, n. 29896 del 01/07/2002, Arienti, Rv. 222388; conf. Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010, Fiume, Rv. 246879). Fuori dall’ipotesi di esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, dunque, l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale va ravvisato nel “dolo generico, cioè nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che possano cagionare o cagionino danno ai creditori”, consapevolezza che “deve essere desunta da tutti gli elementi che caratterizzano la condotta dell’imputato con una analisi puntuale degli stessi” (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, Rv. 214863).

Ricostruito l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale in termini di dolo generico, i suoi specifici contenuti sono delineati dalla giurisprudenza di legittimità valorizzando la riconducibilità della fattispecie nel genus dei reati di pericolo concreto: il progressivo approfondimento della portata di tali contenuti ha condotto infatti questa Corte a ritenere che, per la sussistenza del dolo di bancarotta patrimoniale, sia necessaria “la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.). Lungi dall’esaurirsi nella rappresentazione e nella volizione del fatto distrattivo, dissipativo, etc., il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tali fatti rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori: in questa prospettiva, “la “fraudolenza”, intesa come connotato interno alla distrazione, implica, dal punto di vista soggettivo, che la condotta di tutti coloro che si predica concorrono nella attività distrattiva risulti perlomeno assistita dalla consapevolezza che si stanno compiendo operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare danno ai creditori” (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione). Consapevolezza, questa integrante il dolo di bancarotta in correlazione alla necessaria “fraudolenza” del fatto distrattivo, che non può comunque essere confusa con un dolo specifico, estraneo alla fattispecie in esame: invero, l’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione o per occultamento è il dolo generico e consiste nella “coscienza e volontà di compiere gli atti di distrazione o di occultamento, per i quali, sebbene abbiano la sostanza della frode, non è richiesto il fine specifico di recare pregiudizio ai creditori” (Sez. 5, n. 14905 del 25/02/1977, Marzollo, Rv. 137341). La pericolosità concreta del fatto di bancarotta patrimoniale, declinata in correlazione con la sua intrinseca “fraudolenza”, richiede che la relativa condotta “risulti assistita dalla consapevolezza di dare al patrimonio sociale o a talune attività una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori”, occorrendo, in altri termini, che l’agente, pur non perseguendo direttamente il danno dei creditori, “sia quantomeno in condizione di prefigurarsi una situazione di pericolo (…), anche remoto ma concreto” (Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413, in motivazione).

4.4. In questa prospettiva, anche le questioni che ruotano intorno, da un lato, alla distanza temporale, nella vicenda complessiva dell’imprenditore o dell‘impresa falliti, tra fatto – astrattamente – di bancarotta e sentenza dichiarativa di fallimento e, dall’altro, alla concreta pericolosità del fatto distrattivo non possono essere distolte dal piano della prova del reato di pericolo concreto e, segnatamente, del correlato elemento psicologico, nonchè dei relativi oneri motivazionali del giudice di merito. Invero, “la definizione del dolo generico del reato in termini di consapevolezza e volontà di determinare, col proprio comportamento distrattivo o dissipativo, un “pericolo di danno per i creditori” si traduce nel riconoscimento che “il reato in esame punisce non già, indifferentemente e sempre, qualsiasi atto in diminuzione del patrimonio della società ma soltanto e tutti quelli che quell’effetto sono idonei a produrre in concreto, con esclusione, pertanto, di tutte le operazioni o iniziative di entità minima o comunque particolarmente ridotta e tali, soprattutto se isolate o realizzate quando la società era in bonis, da non essere capaci di comportare una alterazione sensibile della funzione di garanzia del patrimonio” (Sez. 5, n. 35093 del 04/06/2014, P.G. in proc. Sistro, Rv. 261446); fatti, questi ultimi, che si rivelano in radice – già sotto il profilo dell’elemento oggettivo – insuscettibili di essere ascritti al paradigma della fraudolenza. All’estremo opposto, la casistica giurisprudenziale consegna, non sporadicamente, casi in cui la fattispecie concreta dà conto, in termini di immediata evidenza dimostrativa (e al di fuori di qualsiasi logica presuntiva), della “fraudolenza” del fatto di bancarotta patrimoniale e, dunque, non solo dell’elemento materiale, ma anche del dolo del reato in esame: ciò in ragione dei più vari fattori, quali, ad esempio, il collocarsi del singolo fatto in una sequenza di condotte di spoliazione dell’impresa poi fallita ovvero in una fase di già conclamata decozione della stessa.

Fuori dei casi “estremi” cui si è fatto cenno, la motivazione della decisione di merito deve dar conto – oltre che della connotazione del fatto in termini di pericolo concreto, secondo quanto già rilevato – della riconoscibilità del dolo generico sulla base di una puntuale analisi (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, cit.) della fattispecie concreta in tutte le sue peculiarità, rifuggendo da qualsiasi approccio astrattizzante e ricercando appunto nel caso di specie i possibili (positivi o negativi) “indici di fraudolenza” necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa funzionale ad assicurare la garanzia dei suoi creditori e, dall’altro, alla proiezione soggettiva di tale concreta messa in pericolo: “indici di fraudolenza” rinvenibili, ad esempio, nella disamina del fatto distrattivo, dissipativo, etc. alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’impresa e della congiuntura economica in cui la condotta pericolosa per le ragioni del ceto creditorio si è realizzata; nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’imprenditore o dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte nei fatti depauperativi; nella “distanza” (e, segnatamente, nell’irriducibile estraneità) del fatto generatore di uno squilibrio tra attività e passività rispetto a qualsiasi canone di ragionevolezza imprenditoriale: con la precisazione, in merito a quest’ultimo, possibile, “indice di fraudolenza”, che la riconducibilità della condotta ad una anomala gestione dei beni dell’impresa (cfr. Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.) viene in rilievo al solo fine dell’accertamento del dolo secondo i consueti canoni utilizzati, come subito si vedrà, dalla giurisprudenza e non certo per operare un sindacato sull’opportunità delle scelte discrezionali dell’imprenditore, sindacato precluso anche al giudice civile, come costantemente affermato in sede civile da questa Corte (Sez. 1, Sentenza n. 3409 del 12/02/2013, Rv. 625022; conf. Sez. 1, Sentenza n. 1783 del 02/02/2015, Rv. 634421; Sez. 1, Sentenza n. 3652 del 28/04/1997, Rv. 503948).

In ogni caso, mette conto sottolineare che, al di là di qualsiasi esemplicazione casistica (inevitabilmente esposta al rischio di accreditare, come si è detto, impropri approcci astrattizzanti), l’onere motivazionale relativo alla sussistenza del dolo generico di bancarotta fraudolenta patrimoniale è, nella sua essenza, del tutto analogo a quello che, in generale, è imposto al giudice penale nell’accertamento del dolo, accertamento che, per sua natura, deve far leva su dati esteriori e obiettivi, valutati, nella loro valenza dimostrativa, sulla base di massime di esperienza: ossia, su un modus procedendi, che “consiste nell’inferire da circostanze esteriori significative di un atteggiamento psichico l’esistenza di una rappresentazione e di una volizione, sulla base di regole di esperienza” (Sez. 6, n. 2800 del 08/02/1995, Rv. 200809, in motivazione), del quale la motivazione deve render ragione restando “saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica e delle massime di comune esperienza, al nucleo fondamentale delle risultanze del complessivo quadro probatorio” (Sez. U, n. 16 del 21/06/2000, Tammaro, in motivazione). Al richiamo ai consolidati canoni argomentativi e motivazionali in tema di accertamento del dolo, deve solo aggiungersi l’ulteriore puntualizzazione che, con riferimento alla bancarotta fraudolenta patrimoniale, la base conoscitiva costituita dai dati esteriori sui quali deve incentrarsi l’indicato modus procedendi deve essere orientata, come si è detto, alla ricerca dei possibili “indici di fraudolenza” espressivi della consapevolezza della concreta pericolosità, rispetto alle ragioni creditorie, del fatto di bancarotta, sicchè l’ampiezza di tale base deve essere inevitabilmente commisurata al grado di significatività di detti indici.

4.5. Riassumendo le conclusioni fin qui raggiunte, le fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale hanno natura di reato di pericolo concreto, sicchè, per il loro perfezionamento, è esclusa la necessità di un nesso causale tra i fatti di bancarotta ed il successivo fallimento, laddove i fatti di bancarotta possono assumere rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando l’impresa non versava ancora in condizioni di insolvenza, come da ultimo ribadito da Sez. U Passarelli: in quanto reato di pericolo concreto è comunque necessario, da un lato, che il fatto di bancarotta abbia determinato un depauperamento dell’impresa e un effettivo pericolo per la conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa da valutare nella prospettiva dell’esito concorsuale e sulla base dell’idoneità del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori alla luce delle specifiche condizioni dell’impresa e, dall’altro, che tale effettivo pericolo non sia stato neutralizzato da una successiva attività “riparatoria” di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento.

Fuori dall’ipotesi di esposizione o riconoscimento di passività inesistenti, l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ma è sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che possano cagionare o cagionino danno ai creditori; in quanto afferente a un reato di pericolo concreto, caratterizzato dalla “fraudolenza” come connotato interno del fatto, il dolo generico della bancarotta fraudolenta patrimoniale richiede comunque la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, dissipativa, etc., da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la consapevole volontà del compimento di operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare un danno ai creditori. L’accertamento dell’elemento oggettivo del reato di pericolo concreto e del dolo generico deve basarsi sugli ordinari criteri, valorizzando, in particolare, la ricerca di “indici di fraudolenza” necessari a dar corpo alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa funzionale ad assicurare la garanzia dei suoi creditori e alla relativa proiezione soggettiva, ossia all’accertamento, in capo all’agente, della consapevolezza e della volontà della condotta in concreto pericolosa. Indici della cui valenza dimostrativa il giudice penale – fuori dei casi di immediata evidenza dell’estraneità o, viceversa, della riconducibilità del fatto al paradigma della fraudolenza – deve dar conto con motivazione che renda ragione della puntuale analisi della fattispecie concreta in tutte le sue peculiarità e delle massime di esperienza utilizzate nel procedimento valutativo.

4.6. Così ricostruita la natura giuridica della fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la conseguente individuazione, tra i requisiti della fattispecie, in particolare, del concreto pericolo per la conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, sotto il profilo oggettivo, e, sotto quello soggettivo, del dolo generico, consistente nella consapevolezza della pericolosità della condotta intesa come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale, delinea gli elementi significativi della fattispecie tipica che concorrono a contrassegnarne il disvalore in termini del tutto in linea con il principio di offensività e con quello di colpevolezza. Quanto al primo, infatti, deve ribadirsi che “reputare sufficiente – in sede di interpretazione ed applicazione della fattispecie – la constatazione in sè dell’atto distrattivo equivale ad aderire ad una ricostruzione di quella in termini di “pericolo presunto”” (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, cit.): al contrario, la necessaria valorizzazione – sul piano dell’interpretazione della norma incriminatrice e dell’applicazione della stessa attraverso la definizione degli oneri motivazionali del giudice di merito della pregnanza offensiva implicata dalla natura di reato di pericolo concreto (oltre che dallo stesso profilo di disvalore insito nelle definizioni normative delle condotte di distrazione, dissipazione, etc.) assicura al principio di offensività il suo necessario dispiegarsi anche quale “criterio interpretativo-applicativo affidato al giudice, tenuto ad accertare che il fatto di reato abbia effettivamente leso o messo in pericolo il bene o l’interesse tutelato” (Corte cost., sent. n. 265 del 2005; conf., ex plurimis, Corte cost., sent. n. 225 del 2008; nella stessa prospettiva, cfr. Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008, Di Salvia): esigenza, questa della valorizzazione del principio di offensività quale criterio-guida dell’interpretazione, all’evidenza imprescindibile con riferimento ad un reato di pericolo concreto quale quello in esame. Quanto al secondo, il principio di colpevolezza è salvaguardato dalla ricostruzione della fattispecie nei termini prospettati, posto che, come la giurisprudenza di questa Corte, ha avuto modo di osservare, “oggetto dell’addebito è l’atto lesivo del patrimonio posto a garanzia dei creditori, ritenuto tale per il suo carattere ingiustificato (nell’ottica della finalità assegnata al patrimonio societario) e destinato ad essere l’oggetto sul quale si parametra la consapevolezza e volontà dell’agente e la sua rimproverabilità” (Sez. 5, n. 35093 del 04/06/2014, P.G. in proc. Sistro, cit.).

Nè la configurazione della sentenza dichiarativa di fallimento in termini di condizione obiettiva di punibilità, proposta da una recente pronuncia di questa Corte (Sez. 5, n. 13910 del 08/02/17, Santoro, Rv. 269388, che richiama Sez. U. Passarelli) in contrasto con l’orientamento consolidato che la riconduce, sia pure in termini non in toto sovrapponibili, nel novero degli elementi costitutivi del reato (Sez. U., 25/01/1958, Mezzo; Sez. U, n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli; Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli; Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, P.M. in proc. Loy, nonchè, ex plurimis, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi), può sterilizzare “l’esigenza di una indagine sulla imputabilità soggettiva del pericolo concreto per la massa dei creditori”, non potendosi comunque “negare rilevanza all’indagine sulle implicazioni soggettive della qualificazione della bancarotta fraudolenta pre-fallimentare come reato di pericolo concreto” (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, cit.). Invero, come si è accennato, gli “elementi che concorrono a contrassegnare il disvalore della fattispecie”, per i quali è necessario un collegamento soggettivo all’agente (Corte cost., sent. n. 1085 del 1988) devono essere individuati nei connotati, nei termini indicati, della bancarotta fraudolenta per distrazione quale reato di pericolo concreto e nella correlata configurazione dei contenuti del dolo: connotati dell’elemento oggettivo e contenuti di quello soggettivo che, con la definizione dei corrispondenti oneri motivazionali del giudice di merito, rappresentano approdi interpretativi imprescindibili ai fini della piena aderenza del “diritto vivente” ai principi di offensività e di colpevolezza. Tali approdi, può aggiungersi, rendono ragione della posizione espressa dal giudice delle leggi in ordine alla natura e al ruolo della sentenza dichiarativa di fallimento quando pronunciandosi sulla questione di legittimità costituzionale del combinato disposto del D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 82, comma 2, (Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia) e L. Fall., art. 202, nella parte in cui prevede che la dichiarazione giudiziale dello stato d’insolvenza successiva al decreto di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa di una banca possa essere pronunciata anche dopo il decorso di un anno dalla data di emissione di tale decreto – ha rilevato, con riguardo alla possibile divaricazione temporale tra momento di realizzazione della condotta materiale dei reati di bancarotta e momento consumativo di tali reati posta a fondamento di una delle eccezioni, che “si tratta di situazione consequenziale alla scelta discrezionale del legislatore di configurare la sentenza di fallimento (o di accertamento dello stato di insolvenza di impresa) o come elemento costitutivo del reato (secondo la prevalente giurisprudenza), o come condizione obiettiva del reato, ovvero come condizione per la produzione dell’evento costituito dalla lesione o messa in pericolo dell’interesse tutelato dalla norma penale (secondo diverse impostazioni della dottrina)” (Corte cost., sent. n. 301 del 2005).

  1. Alla luce dei principi di diritto richiamati, le doglianze relative all’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale devono essere accolte, nei termini di seguito indicati.

In limine, è necessario rimarcare che i fatti distrattivi contestati agli imputati riguardano esclusivamente i beni strumentali indicati nell’imputazione (la cui esistenza prima del mancato rinvenimento da parte degli organi fallimentari, peraltro, non è contestata dagli imputati): solo tali beni, del resto, sono stati presi in considerazione dalla sentenza di primo grado nell’affermare la responsabilità degli imputati per il capo in esame. Pertanto, al di là delle incongruenze e delle carenze nelle scritture e nei libri contabili correttamente valorizzate, come si è visto, dalla Corte distrettuale con riguardo all’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale, restano privi di rilevanza i vari riferimenti della sentenza di appello a fatti distrattivi diversi da quelli contestati e ritenuti sussistenti dal Tribunale di Trani.

In ordine ai beni aziendali di cui all’imputazione, la Corte di appello, da un lato, ha richiamato quanto riferito da S. secondo cui detti beni erano stati ceduti in permuta ad un’azienda di cui non ricordava il nome, mentre, dall’altro, ha condiviso la valutazione difensiva circa il modesto valore dei beni distratti, rilevando, tuttavia, che non può presumersi una condotta di “leggerezza” in virtù dell’obsolescenza dei beni (peraltro di difficile comprensione in relazione a beni quali il climatizzatore), in quanto sarebbe stato interesse della società far risultare la permuta.

Nei termini indicati, la sentenza impugnata non è immune dal vizio motivazionale denunciato. A fronte dell’impugnazione della sentenza di primo grado che deduceva la totale assenza di frode richiamando, da una parte, un punto specifico della relazione del consulente tecnico del pubblico ministero in cui si evidenziava come i beni in questione non fossero più utilizzati nel ciclo produttivo per obsolescenza e, dall’altra, il modesto valore anche contabile degli stessi, la sentenza impugnata si sottrae alla necessaria valutazione del dato probatorio richiamato dagli appellanti e, più in generale, all’apprezzamento della riconoscibilità, nel fatto di cui all’imputazione, dei connotati del pericolo concreto: la motivazione resa dalla Corte distrettuale, dunque, è del tutto carente sul piano dell’accertamento di un vulnus all’integrità della garanzia dei creditori riconducibile allo squilibrio patrimoniale determinato dalla diminuzione patrimoniale relativa ai beni aziendali di cui all’imputazione (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta). Analoga carenza si registra con riguardo all’elemento psicologico: pur dovendosi escludere, alla luce dei rilievi svolti, che ai fini dell’integrazione della fattispecie di bancarotta fraudolenta per distrazione sia necessario, come sostenuto dai ricorrenti, il dolo specifico, manca, comunque, nella motivazione del giudice di appello – al quale era stato devoluto l’esame del punto in questione – qualsiasi rilievo circa la riconoscibilità, in capo agli imputati, di una consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e, soprattutto, di compiere atti idonei a cagionare danno ai creditori (Sez. 5, n. 12897 del 06/10/1999, Tassan Din, cit.).

Bancarotta semplice.

Art. 217

È punito con la reclusione da sei mesi a due anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che, fuori dai casi preveduti nell’articolo precedente:

1) ha fatto spese personali o per la famiglia eccessive rispetto alla sua condizione economica;

2) ha consumato una notevole parte del suo patrimonio in operazioni di pura sorte o manifestamente imprudenti;

3) ha compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento;

4) ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa;

5) non ha soddisfatto le obbligazioni assunte in un precedente concordato preventivo o fallimentare.

La stessa pena si applica al fallito che, durante i tre anni antecedenti alla dichiarazione di fallimento ovvero dall’inizio dell’impresa, se questa ha avuto una minore durata, non ha tenuto i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge o li ha tenuti in maniera irregolare o incompleta.

Salve le altre pene accessorie di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a due anni.

Esenzioni dai reati di bancarotta

Art. 217-bis.

  1. Le disposizioni di cui all’articolo 216, terzo comma, e articolo 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all’articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis o del piano di cui all’articolo 67, terzo comma, lettera d), ovvero di un accordo di composizione della crisi omologato ai sensi dell’articolo 12 della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nonche’ ai pagamenti e alle operazioni di finanziamento autorizzati dal giudice a norma dell’articolo 182-quinquies (2).

(1) Articolo inserito dall’articolo 48, comma 2-bis, del D.L. 31 maggio 2010, n. 78.

(2) Comma modificato dall’articolo 33, comma 1, lettera l-bis), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, con la decorrenza indicata dal comma 3 del medesimo articolo 33 del suddetto D.L. n. 83 del 2012 e dall’articolo 18, comma 2-bis, del D.L. 18 ottobre 2012 n.179.

Ricorso abusivo al credito (1).

Art. 218

  1. Gli amministratori, i direttori generali, i liquidatori e gli imprenditori esercenti un’attività commerciale che ricorrono o continuano a ricorrere al credito, anche al di fuori dei casi di cui agli articoli precedenti, dissimulando il dissesto o lo stato d’insolvenza sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.
  2. La pena è aumentata nel caso di società soggette alle disposizioni di cui al capo II, titolo III, parte IV, del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.
  3. Salve le altre pene accessorie di cui al libro I, titolo II, capo III, del codice penale, la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a tre anni.

(1) Articolo sostituito dall’articolo 32 della legge 28 dicembre 2005, n. 262.

Circostanze aggravanti e circostanza attenuante.

Art. 219

Nel caso in cui i fatti previsti negli artt. 216, 217 e 218 hanno cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità, le pene da essi stabilite sono aumentate fino alla metà.

Le pene stabilite negli articoli suddetti sono aumentate:

1) se il colpevole ha commesso più fatti tra quelli previsti in ciascuno degli articoli indicati;

2) se il colpevole per divieto di legge non poteva esercitare un’impresa commerciale.

Nel caso in cui i fatti indicati nel primo comma hanno cagionato un danno patrimoniale di speciale tenuità, le pene sono ridotte fino al terzo.

Denuncia di creditori inesistenti e altre inosservanze da parte del fallito.

Art. 220

È punito con la reclusione da sei a diciotto mesi il fallito, il quale, fuori dei casi preveduti all’art. 216, nell’elenco nominativo dei suoi creditori denuncia creditori inesistenti od omette di dichiarare l’esistenza di altri beni da comprendere nell’inventario, ovvero non osserva gli obblighi imposti dagli artt. 16, nn. 3 e 49.

Se il fatto è avvenuto per colpa, si applica la reclusione fino ad un anno.

Fallimento con procedimento sommario.

Art. 221

Se al fallimento si applica il procedimento sommario le pene previste in questo capo sono ridotte fino al terzo.

Fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice.

Art. 222

Nel fallimento delle società in nome collettivo e in accomandita semplice le disposizioni del presente capo si applicano ai fatti commessi dai soci illimitatamente responsabili.

REATI COMMESSI DA PERSONE DIVERSE DAL FALLITO

Fatti di bancarotta fraudolenta.

Art. 223

Si applicano le pene stabilite nell’art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo.

Si applica alle persone suddette la pena prevista dal primo comma dell’art. 216, se:

1) hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società, commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 2629, 2632, 2633 e 2634 del codice civile; (1)

2) hanno cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il fallimento della società.

Si applica altresì in ogni caso la disposizione dell’ultimo comma dell’art. 216.

(1) Numero sostituito dall’articolo 4 del D.Lgs. 11 aprile 2002, n. 61.

Fatti di bancarotta semplice.

Art. 224

Si applicano le pene stabilite nell’art. 217 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali:

1) hanno commesso alcuno dei fatti preveduti nel suddetto articolo;

2) hanno concorso a cagionare od aggravare il dissesto della società con inosservanza degli obblighi ad essi imposti dalla legge.

Ricorso abusivo al credito.

Art. 225

Si applicano le pene stabilite nell’art. 218 agli amministratori ed ai direttori generali di società dichiarate fallite, i quali hanno commesso il fatto in esso previsto.

Denuncia di crediti inesistenti.

Art. 226

Si applicano le pene stabilite nell’art. 220 agli amministratori, ai direttori generali e ai liquidatori di società dichiarate fallite, che hanno commesso i fatti in esso indicati.

Reati dell’institore.

Art. 227

All’institore dell’imprenditore, dichiarato fallito, il quale nella gestione affidatagli si è reso colpevole dei fatti preveduti negli artt. 216, 217, 218 e 220 si applicano le pene in questi stabilite.

Interesse privato del curatore negli atti del fallimento.

Art. 228

Salvo che al fatto non siano applicabili gli artt. 315, 317, 318, 319, 321, 322 e 323 del codice penale, il curatore che prende interesse privato in qualsiasi atto del fallimento direttamente o per interposta persona o con atti simulati è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa non inferiore a euro 206 (1).

La condanna importa l’interdizione dai pubblici uffici.

(1) L’importo di cui al presente comma è stato elevato dall’articolo 3 della legge 12 luglio 1961, n. 603 e successivamente dall’articolo 113, comma 1 della legge 24 novembre 1981, n. 689.

Bancarotta Fraudolenta Patrimoniale-Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia 

È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che: 

ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti; 

ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. 

  1. La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili. 
  2. È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

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L’oggetto materiale delle condotte è costituito dai beni dell’imprenditore dotati di valore economico, e dunque l’offesa si concretizza attraverso l’aggressione sul patrimonio del soggetto attivo. La bancarotta fraudolenta è un reato fallimentare che si configura ogni qualvolta un imprenditore o una società, dichiarati falliti con sentenza dall’autorità giudiziaria, compiano azioni imprudenti  e condotte volte ad impedire ai creditori di rifarsi sul patrimonio personale o sociale.

La dichiarazione giudiziale di fallimento costituisce l’elemento costitutivo della bancarotta fraudolenta.

Altro elemento caratterizzante la bancarotta fraudolenta è rappresentato dallo stato di insolvenza che si manifesta con inadempimenti od altri fatti esteriori che  dimostrano che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. L’imprenditore che si trova in stato d’insolvenza è dichiarato fallito.

Bancarotta documentale-Bancarotta fraudolenta Art. 216 l.f. milano treviso vicenza  bologna cremona mantova pavia 

La bancarotta documentale, invece, tutela l’interesse a conoscere l’entità del patrimonio del fallito attraverso la corretta tenuta dei libri e delle scritture contabili, per cui vengono ad essere sanzionate la sottrazione e la falsificazione delle scritture, nonché la loro tenuta in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari. Ai fini dell’integrazione della condotta di bancarotta fraudolenta documentale, secondo la Corte di Cassazione non è necessario  che il soggetto sia cosciente dello stato insolvenza dell’azienda, né che abbia agito al fine di cagionare danno ai creditori.
In sostanza  il delitto di bancarotta fraudolenta documentale è integrato non soltanto quando la ricostruzione delle vicende patrimoniali sia reso impossibile a causa delle modalità con cui le scritture contabili sono state tenute, ma anche quando gli accertamenti svolti dagli organi fallimentari siano stati intralciati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza.

 La bancarotta fraudolenta è prevista e punita dal Regio Decreto del 16 marzo 1942, è un reato di mero pericolo in cui l’eventuale verificarsi dell’evento rileva limitatamente ai fini della individuazione e valutazione della gravità del fatto. Ai fini dell’integrazione del reato, è sufficiente che si sia determinato un pericolo per le ragioni creditorie, non è richiesto un effettivo pregiudizio per i creditori, ma solo la messa in pericolo del loro interesse all’integrità della garanzia generica rappresentata dal patrimonio del debitore ai sensi dell’art. 2740 c.c. (Cass. Pen., Sez. V, Sentenza del 25.08.20056, n. 29431).
L’articolo 39 comma 2 lettera c), specifica che in caso di indisponibilità delle scritture contabili per causa di forza maggiore, l’ufficio
determinerà induttivamente il reddito avvalendosi altresì di presunzioni semplici. La giurisprudenza è altresì concorde nel ritenere esistente, in capo al contribuente, l’obbligo di adoperarsi, successivamente all’evento dannoso, per la ricostruzione dei dati e delle scritture perse.

“La bancarotta semplice e quella fraudolenta documentale si distinguono in relazione al diverso atteggiarsi dell’elemento soggettivo, che, ai fini dell’integrazione della bancarotta semplice L. Fall., ex art. 217, comma 2, può essere indifferentemente costituito dal dolo o dalla colpa, ravvisabili quando l’agente ometta, con coscienza e volontà o per semplice negligenza, di tenere le scritture contabili, mentre per la bancarotta fraudolenta documentale, L. Fall., ex art. 216, comma 1, n. 2), l’elemento psicologico deve essere individuato esclusivamente nel dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà dell’irregolare tenuta delle scritture, con la consapevolezza che ciò renda impossibile la ricostruzione delle vicende del patrimonio dell’imprenditore”; Sez. 5, n. 55065 del 14/11/2016, Incalza, Rv. 268867: “In tema di irregolare tenuta dei libri contabili nei reati fallimentari, a differenza del reato di bancarotta semplice in cui l’illiceità della condotta è circoscritta alle scritture obbligatorie ed ai libri prescritti dalla legge, l’elemento oggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta documentale riguarda tutti i libri e le scritture contabili genericamente intesi, ancorchè non obbligatori; in quest’ultima ipotesi, si richiede, inoltre, il requisito dell’impedimento della ricostruzione del volume d’affari o del patrimonio del fallito, elemento, invece, estraneo al fatto tipico descritto nella L. Fall., art. 217, comma 2. Diverso è, infine, l’elemento soggettivo, costituito nell’ipotesi di bancarotta semplice indifferentemente dal dolo o dalla colpa, mentre nell’ipotesi di cui alla L. Fall., art. 216, comma 1, n. 2, prima parte, dal dolo generico”)

Nel momento in cui un soggetto decide di esercitare un’attività commerciale è tenuto a compilare, tenere e conservare determinati libri contabili. La forma giuridica con cui si sceglie di svolgere l’attività d’impresa ha notevoli ripercussioni anche sulla complessità delle scritture e dei libri contabili previsti dall’ordinamento per finalità amministrative, legali e fiscali. Si rende quindi “responsabile del reato di bancarotta fraudolenta documentale l’imprenditore che falsifica, distrugge o sottrae i libri contabili al fine di procurarsi un ingiusto profitto, danneggiando nel contempo i suoi creditori” (Cassazione penale, n. 24059/2016).

Bancarotta documentale semplice e fraudolenta. La bancarotta fraudolenta non è l’unica ipotesi che configura il reato di bancarotta. Infatti, la giurisprudenza individua un’ulteriore ipotesi: quella della bancarotta semplice. Anch’essa, come la bancarotta fraudolenta, può essere: 

Propria (art. 217 della Legge Fallimentare); 

Impropria (art. 224 della Legge Fallimentare);

Documentale; 

Patrimoniale.

“Il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione si configura nel momento in cui l’imprenditore o l’amministratore della società sottrae, distrae, nasconde o distrugge beni e risorse finanziarie dal proprio patrimonio o da quello collettivo per arricchire se stesso, privando nel contempo i creditori di qualsiasi forma di garanzia patrimoniale su cui soddisfarsi” (Cassazione Penale, n. 18981/2016).

Bancarotta Preferenziale

la bancarotta preferenziale è il reato previsto dal comma terzo dell’art. 216 l. fall., un tempo noto come “favoreggiamento dei creditori”, per cui viene preferito il pagamento di un credito verso un determinato soggetto (c.d. pagamento preferenziale) o si simulano dei titoli di prelazione a carico di un creditore.

la dichiarazione di fallimento costituisca, rispetto al reato di bancarotta patrimoniale pre-fallimentare, condizione obiettiva (estrinseca) di punibilità, ai sensi dell’art. 44 c.p..

  1. Per affrontare, come è necessario, ab imis la problematica, occorre prendere le mosse dal consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo il quale la sentenza dichiarativa di fallimento rientra tra gli elementi integranti la fattispecie di reato.

Tale affermazione trova la sua origine presso questa Corte nella sentenza di Sez. U, n. 2 del 25/01/1958, Mezzo, Rv. 980040, nella quale si legge che, a differenza delle condizioni obiettive di reato, che presuppongono un reato già strutturalmente perfetto, la sentenza dichiarativa di fallimento costituisce una condizione di esistenza del reato o, per meglio dire, un elemento al cui concorso è collegata l’esistenza del reato, relativamente a quei fatti commissivi od omissivi anteriori alla sua pronuncia.

La giurisprudenza successiva ha tratto da tale indicazione la conseguenza che la dichiarazione di fallimento, pur essendo elemento costitutivo della fattispecie di bancarotta fallimentare prevista dall’art. 216 L. Fall., non ne rappresenta l’evento e non deve necessariamente essere collegata da nesso psicologico al soggetto agente (Sez. 5, n. 15850 del 26/06/1990, Bordoni, Rv. 185883, la quale ha aggiunto che il principio della responsabilità personale in materia penale non presuppone che tutti gli elementi della fattispecie siano dipendenti dall’atteggiamento psichico dell’agente), come pure da un nesso eziologico con la condotta (v., ad es., Sez. 5, n. 36088 del 27/09/2006, Corsatto, Rv. 235481). Dall’orientamento indicato si è discostata la sentenza n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, citata dal ricorrente, la quale, muovendo dalla premessa che, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento costituisce elemento essenziale del reato, in quanto evento dello stesso, ha ritenuto che esso deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.

Siffatta ricostruzione è rimasta isolata nella giurisprudenza di legittimità, (si vedano, infatti, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061).

In particolare, è stato reiteratamente affermato che il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407).

La critica alle conclusioni raggiunte da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta cit. possono sostanzialmente riassumersi nei seguenti rilievi: a) il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, comma 2, L. Fall.; b) il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; c) la, del tutto problematica, ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr. tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, Rv. 261988, in motivazione; Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi, Rv. 263805, in motivazione).

In particolare, si è ritenuto, da parte della giurisprudenza di legittimità sinora largamente prevalente, che la sentenza dichiarativa di fallimento integra una condizione di esistenza del reato, che ne segna il momento consumativo, senza, tuttavia, che le si possa attribuire la qualifica di evento, come se non fosse data via di uscita rispetto all’alternativa tra condizione obiettiva di punibilità ed evento del reato: al contrario, può certamente affermarsi che è facoltà del legislatore inserire nella struttura dell’illecito penale elementi costitutivi estranei alla cennata dicotomia (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi cit.). Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò, cit., dal canto suo, ha osservato che la qualificazione, da parte della citata sentenza n. 2 del 25/01/1958, della dichiarazione di fallimento come ‘condizione di esistenza del reato’ manifesti chiaramente l’intento di denotare una realtà diversa da quella dell’elemento costitutivo del reato, quanto meno nel significato proprio del termine, indicando essa una componente necessaria perchè il fatto sia penalmente rilevante, ma, come evidenziato dal termine condizione, distinta dai dati costitutivi della struttura essenziale del reato: di qui il riferimento ad una nozione di elemento costitutivo in senso assolutamente improprio, riferimento, questo, ripreso anche da Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, Geronzi cit.

  1. Le conclusioni operative rivenienti dalla consolidata giurisprudenza di questa Corte sono state di recente ribadite, sia pure con la significativa precisazione concettuale della quale si dirà (v, infra, p. 6), da Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804, le quali hanno rilevato che, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, sicchè, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti di distrazione assumono rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni di insolvenza.

E’, dunque, l’effettiva offesa alla conservazione dell’integrità del patrimonio dell’impresa, costituente la garanzia per i creditori della medesima (Corte cost., ord. n. 268 del 1989) che funge da parametro della concreta applicazione della norma incriminatrice e consente di configurare il reato in esame come di pericolo concreto.

Conferma di tale conclusione si trae dalla costante giurisprudenza di legittimità in tema di bancarotta cd. ‘riparata’, che si configura, determinando l’insussistenza dell’elemento materiale del reato, quando la sottrazione dei beni venga annullata da un’attività di segno contrario, che reintegri il patrimonio dell’impresa prima della soglia cronologica costituita dalla dichiarazione di fallimento, così annullando il pregiudizio per i creditori o anche solo la potenzialità di un danno (Sez. 5, n. 52077 del 04/11/2014, Lelli, Rv. 261347).

Sempre nella prospettiva del reato di pericolo concreto, si apprezzano anche gli approdi in tema di elemento psicologico, la cui sussistenza richiede la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi, cit.).

In definitiva, il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tale condotta rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori, in tal modo rivelando la fraudolenza degli atti posti in essere (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione).

  1. Questo essendo il panorama giurisprudenziale, si osserva che la qualificazione della dichiarazione di fallimento come elemento costitutivo improprio, per un verso, esprime il comprensibile tentativo di risolvere, attraverso un’agevole ricostruzione del momento consumativo del reato, una serie di problemi processuali (tra i quali spicca, per la sua importanza, quello della individuazione del locus commissi delicti, ai fini della dell’individuazione della competenza territoriale), ma, per altro verso, tradisce la difficoltà di giustificare l’irrilevanza dell’accertamento del nesso causale e psicologico tra la condotta dell’agente e la dichiarazione di fallimento (di qui l”improprietà’ del requisito) e soprattutto di spiegarne la compatibilità con i principi costituzionali in materia di personalità della responsabilità penale.

E’, infatti, evidente che il fallimento in quanto tale non costituisce oggetto di rimprovero per l’agente nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale. Certo, il legislatore potrebbe configurare elementi costitutivi estranei alla dicotomia evento – condizione obiettiva di punibilità, ma tale scelta dovrebbe essere esplicita, a fronte della disciplina codicistica di parte generale, e soprattutto dovrebbe accompagnarsi ad una – invece inesistente – puntualizzazione delle regole applicabili.

Peraltro, per quanti sforzi potrebbe fare tale ipotetico legislatore, non si vede in che modo potrebbe qualificare come elemento costitutivo di una fattispecie criminosa quello che è un provvedimento del giudice: la dichiarazione di fallimento, appunto.

  1. In tal modo evidenziata l’inadeguatezza della ricostruzione tradizionale a giustificare, anche sul piano della coerenza con il principio di responsabilità penale personale, le conclusioni raggiunte, se non a prezzo di artificiose forzature concettuali, occorre premettere che la questione che viene in rilievo nel presente procedimento riguarda i reati di bancarotta prefallimentare.

A tale tipologia di reati conviene in questa sede limitare la riflessione.

Invero, l’esigenza di una soluzione omogenea non ha alcuna base normativa e inverte i termini del problema, in quanto si fonda sul postulato indimostrato della necessaria parificazione delle ipotesi di bancarotta, che, al contrario, è smentito dalla disciplina positiva.

Al riguardo, Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, Loy, Rv. 249665 hanno puntualizzato che la bancarotta fraudolenta patrimoniale, quella fraudolenta documentale, quella preferenziale, le plurime e diverse ipotesi di bancarotta semplice, la bancarotta pre-fallimentare e quella post-fallimentare si concretizzano attraverso condotte diverse, determinano eventi diversi, hanno gradi di offensività non omologhi, sono sanzionate in modo differenziato, non tutte coincidono come tempo e luogo di consumazione (la bancarotta pre-fallimentare si consuma nel momento e nel luogo in cui interviene la sentenza di fallimento, mentre la consumazione di quella post-fallimentare si attua nel tempo e nel luogo in cui vengono posti in essere i fatti tipici).

Ora, iniziando a considerare, anche per la stretta pertinenza con l’oggetto del presente procedimento, il caso della bancarotta fraudolenta patrimoniale, è innegabile che l’oggettività giuridica si colga nell’esigenza di tutelare l’interesse patrimoniale dei creditori, a fronte degli atti con i quali l’imprenditore provochi un depauperamento dei mezzi destinati all’esercizio dell’attività economica, attraverso l’impiego di risorse per fini estranei all’attività stessa (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804).

A tal proposito, è bene ricordare che il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri (art. 2740 cod. civ.). A siffatta funzione di garanzia patrimoniale corrispondono, già su un piano generale, rimedi specifici posti dall’ordinamento per reagire all’inerzia del debitore nell’esercitare i diritti e le azioni che gli spettano nei confronti dei terzi (art. 2900 cod. civ.: azione surrogatoria) e per ottenere la declaratoria di inefficacia degli atti di disposizione del patrimonio con i quali il debitore stesso rechi pregiudizio alle ragioni dei creditori (art. 2901 cod. civ.: azione revocatoria).

A tali considerazioni concernenti, come si rilevava, la generalità dei debitori, devono poi aggiungersi le indicazioni normative specificamente riguardanti gli imprenditori, le quali trovano il loro fondamento costituzionale nell’art. 41 Cost., a mente del quale l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. E’ in tale contesto che si colloca il rilievo per il quale l’imprenditore, contrariamente a quanto si sostiene in ricorso (egli disponendo ad libitum dei beni aziendali porrebbe in essere ‘condotte in sè neutre ed anzi lecite, in quanto espressive della libertà dell’imprenditore di gestire i propri beni’), non è il dominus assoluto e incontrollato del patrimonio aziendale. Egli, pertanto, non ha una sorta di jus utendi et abutendi sui beni aziendali, i quali, viceversa, pur essendo strumentali al legittimo obiettivo del raggiungimento del profitto dell’imprenditore me esimo, sono finalisticamente vincolati, per così dire, ‘in negativo’, nel senso egli stessi non può farsi un utilizzo che leda o metta in pericolo gli interessi costituzionalmente tutelati cui sopra si è fatto cenno. Ed è in tale prospettiva che si inseriscono, ad es., gli obblighi strumentali di trasparenza finalizzati a rendere ostensibili la consistenza e le vicende delle risorse destinate all’attività economica.

Tenuto conto delle finalità della presente analisi e nella consapevolezza della più ampia portata dei doveri gravanti sull’imprenditore, è sufficiente, al riguardo, considerare gli obblighi di regolare tenuta delle scritture contabili e i doveri di rappresentazione, in modo veritiero e corretto, della situazione patrimoniale e finanziaria e del risultato economico dell’esercizio (art. 2423 cod. civ.), sui quali ha particolarmente insistito di recente la citata Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli. In altre parole, la libertà di intrapresa è disciplinata dal legislatore nella consapevolezza della pluralità di interessi che vengono coinvolti, quando l’attività economica organizzata si alimenta del credito e implica una rilevante responsabilità sociale per l’intero sistema produttivo e lavorativo.

Da tali premesse discende che l’offesa agli interessi patrimoniali dei creditori si realizza indubbiamente già con l’atto depauperativo dell’imprenditore.

E, infatti, non casualmente, in tema di misure cautelari personali, ai fini della valutazione delle esigenze di cui all’art. 274 c.p.p., in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta, il tempo trascorso dalla commissione del fatto viene determinato dalla giurisprudenza di questa Corte, avendo riguardo all’epoca in cui le condotte illecite sono state poste in essere e non al momento in cui è intervenuta la dichiarazionegiudiziale di insolvenza (v., ad es., Sez. 5, n. 9280 del 14/10/2014 – dep. 03/03/2015, Cassina, Rv. 263586).

A questo riguardo, può essere opportuno sviluppare la considerazione secondo cui, in realtà, le varie fattispecie di bancarotta pre-fallimentare sono chiamate a proteggere vari interessi, attesa la rilevata loro autonomia.

Accanto all’interesse dei creditori a conservare la garanzia patrimoniale, è ravvisabile l’interesse degli stessi a conoscere la consistenza del patrimonio e del movimento degli affari dell’imprenditore (bancarotta documentale), come pure l’interesse al rapido e paritetico trattamento nel caso di insolvenza (bancarotta preferenziale).

A fronte di tale costellazione di fattispecie e di interessi protetti, la premessa dalla quale si sono prese le mosse, ossia il carattere antigiuridico della condotta depauperativa incriminata dal reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, a prescindere dall’intervento della dichiarazione di fallimento, non è messa in discussione dalle specificità della bancarotta preferenziale.

Il fatto che quest’ultima presupponga un contesto di insolvenza (v., ad es., Sez. 5, n. 16983 del 05/03/2014, Liori, Rv. 262903; Sez. 5, n. 13318 del 14/02/2013, Viale, Rv. 254985; Sez. 5, n. 1793 del 10/11/2011 – dep. 17/01/2012, N., Rv. 252003) deriva dalle specifiche finalità perseguite dal legislatore, che, in questo caso, mira proprio ad evitare un pregiudizio per le ordinarie regole del concorso tra i creditori (del resto, per la configurabilità della bancarotta preferenziale è richiesta la sussistenza del dolo specifico, che, invece, non è necessario nel caso della bancarotta fraudolenta patrimoniale: Sez. 5, n. 31894 del 26/06/2009, Petrone, Rv. 244498).

Eppure, anche in questa ipotesi, il pagamento preferenziale eseguito in una situazione di insolvenza (al pari della simulazione di titoli di prelazione), nella misura in cui tende ad alterare le ordinarie quote di soddisfazione delle ragioni creditorie, comunque si qualifica come atto pregiudizievole e idoneo a legittimare l’esperimento degli ordinari rimedi civilistici (in particolare, l’azione revocatoria). Ne discende che, anche per questo profilo, resta confermato che l’offensività tipica dei fatti previsti dal legislatore sussiste a prescindere dalla dichiarazione di fallimento, la quale, precludendo all’imprenditore ogni margine di autonoma capacità di risoluzione della crisi, rende semplicemente applicabile (perchè ritenuta necessaria dal legislatore) la sanzione penale.

La miglior riprova di tale rilievo si coglie nel fatto che l’azione penale può essere esercitata, ai sensi dell’art. 238, comma 2, L. Fall., anche prima della dichiarazione di fallimento, in presenza degli indici qualificati della oggettiva situazione di insolvenza previsti dall’art. 7 L. Fall. o di altri gravi motivi.

  1. In definitiva, la dichiarazione di fallimento non aggrava in alcun modo l’offesa che i creditori soffrono per effetto delle condotte dell’imprenditore; anzi, se mai, garantisce una più efficace protezione delle ragioni dei creditori stessi.

In realtà, a tutto voler concedere, il mero aggravamento degli effetti dell’offesa può derivare dall’insolvenza, ossia dall’incapacità del debitore di adempiere le proprie obbligazioni. Ma è evidente che altro è l’insolvenza, altro è la dichiarazione di fallimento, che, infatti, potrebbe anche non seguire alla prima, quando l’imprenditore dimostri il possesso congiunto dei requisiti di cui all’art. 1, comma 2, L. Fall..

La dichiarazione di fallimento, in definitiva, in quanto evento estraneo all’offesa tipica e alla sfera di volizione dell’agente, rappresenta una condizione estrinseca di punibilità (e del resto, per quanto può rilevare l’intenzione storica del legislatore, nei termini della condizione obiettiva si era espressa la Relazione del Guardasigilli al R.D. n. 267 del 1942: par. 48), che restringe l’area del penalmente illecito, imponendo la sanzione penale solo in quei casi nei quali alle condotte del debitore, di per sè offensive degli interessi dei creditori, segua la dichiarazione di fallimento.

Siffatta ricostruzione appare, peraltro, in linea con la giurisprudenza della Corte costituzionale, la quale ha osservato che il fatto offensivo costituente reato è, in quanto tale, meritevole di pena, nel senso che sono in esso presenti i requisiti sufficienti per tracciare il confine tra la sfera del lecito e quella dell’illecito e per giustificare il ricorso alla sanzione criminale, con la conseguenza che la previsione normativa deve essere, pertanto, espressa e resa in forma determinata, per assicurare, attraverso la certezza dell’incriminazione, la libertà dei cittadini. Non in tutti i fatti meritevoli di pena è però rinvenibile anche un’esigenza effettiva di pena: la punibilità del reato può (allora) essere subordinata ad elementi di varia natura, nei quali si cristallizza una valutazione d’opportunità politica, estranea al contenuto dell’offesa e dipendente dal modo con cui è apprezzata la sua rilevanza in concreto per l’ordinamento. Tali elementi condizionanti fungono, in pratica, da filtro selettivo nel ricorso alla sanzione criminale per fatti pur (astrattamente) meritevoli di pena; ma, non concorrendo a definire il discrimine fra lecito ed illecito, non devono sottostare ad un’esigenza di determinatezza in funzione di garanzia della libertà (assicurata con la previsione di un’offesa dal contenuto tipico tassativamente definito), bensì in funzione della parità di trattamento tra gli autori del fatto illecito, la cui selezione repressiva non può porsi in contrasto con il principio d’uguaglianza (Corte cost. 16/05/1989, n. 247).

In tale prospettiva si comprende la considerazione secondo cui soltanto gli elementi estranei alla materia del divieto (come le condizioni estrinseche di punibilità che, restringendo l’area del divieto, condizionano, appunto, quest’ultimo o la sanzione alla presenza di determinati elementi oggettivi) si sottraggono alla regola della rimproverabilità ex art. 27 Cost., comma 1, (Corte cost. 13/12/1988, n. 1085).

Peraltro, la qualificazione della dichiarazione di fallimento come condizione obiettiva di punibilità rende più rispondente al principio di colpevolezza l’affermazione secondo cui tale dichiarazione assume valore, ai fini che qui interessano, per gli effetti giuridici che essa produce e non per i fatti da essa accertati (Sez. U, n. 19601 del 28/02/2008, Niccoli, Rv. 239398).

E del resto, la Corte costituzionale, con la sentenza 22/07/2005, n. 301, ha mostrato una posizione di neutralità rispetto alla qualificazione della scelta discrezionale del legislatore di configurare la sentenza di fallimento (o di accertamento dello stato di insolvenza di impresa) come elemento costitutivo del reato (secondo la prevalente giurisprudenza), o come condizione obiettiva del reato, ovvero come condizione per la produzione dell’evento costituito dalla lesione o messa in pericolo dell’interesse tutelato dalla norma penale (secondo diverse impostazioni della dottrina). In merito, si deve osservare che, pur nella consapevolezza della portata del giudizio demandato alla Corte nel caso di specie, non può sottacersi il significato di una puntualizzazione altrimenti singolare, se si fossero avvertiti in tale costruzione profili di evidente frizione con le regole costituzionali.

Ma, soprattutto, rispetto alla qualificazione della sentenza dichiarativa di fallimento come condizione di punibilità, va considerata l’esplicita presa di posizione di Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli cit., la quale, dopo avere ribadito, come già anticipato, alla stregua della costante giurisprudenza di questa Corte, che non si richiede alcun nesso (causale o psichico) tra la condotta dell’autore e il dissesto dell’impresa, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività, ha poi significativamente aggiunto che la condotta si Perfeziona con la distrazione, mentre la punibilità della stessa è subordinata alla dichiarazione di fallimento, che, ovviamente, consistendo in una pronunzia giudiziaria, si pone come evento successivo (in caso, appunto, di bancarotta distrattiva pre-fallimentare) e comunque esterno alla condotta stessa.

Si può dunque affermare che le stesse Sezioni Unite, con la ricordata sentenza Passarelli, pur non qualificando nominatim la dichiarazione di fallimento come condizione obiettiva di punibilità, tale ruolo le hanno, inequivocamente, assegnato (evento successivo ed estraneo cui è subordinata la punibilità), così superando l’antica sentenza n. 2 del 25/01/1958, Mezzo cit. e la più recente affermazione contenuta in Sez. U, n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli, Rv. 243587, che, aderendo alla giurisprudenza sino ad allora stratificatasi, ebbero a confermare la natura di elemento costitutivo del reato (e non di condizione obiettiva di punibilità) della dichiarazione di fallimento.

  1. Passando ad esaminare le implicazioni della ricostruzione qui accolta, si osserva che la qualificazione della dichiarazione di fallimento come condizione estrinseca di punibilità spiega, in termini coerenti con il sistema, le conclusioni raggiunte dalla giurisprudenza sopra ricordata e soprattutto la piena rispondenza di queste ultime alle regole costituzionali in tema di responsabilità penale (art. 27 Cost., comma 1).

Essa, peraltro, non è suscettibile di determinare alcun significativo mutamento nelle regole operative sin qui seguite.

Ciò è senz’altro vero, con riferimento alla disciplina della prescrizione, alla luce dell’art. 158 c.p., comma 2, a mente del quale, quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata.

  1. Quest’ultima previsione (al pari dell’art. 44 c.p.) sembra confermare, sul piano dogmatico, che la condizione obiettiva di punibilità viene vista dal legislatore come elemento estraneo al reato, inteso nella sua dimensione di condotta già espressiva in termini compiuti di disvalore e, per quanto sopra ricordato (in particolare, v. Corte cost. n. 247 del 1989), meritevole di pena, sebbene ancora non necessitante di quest’ultima, secondo le indicate valutazioni di opportunità. Tuttavia, lo stesso art. 158 c.p., comma 2, dimostra che, nel dettare la disciplina delle questioni che presuppongono la consumazione del reato, è proprio il verificarsi della condizione che assume rilievo determinante.

Siffatta considerazione consente di affermare che il concetto di consumazione del reato di cui all’art. 8 c.p.p., in assenza di vincolanti e diverse prescrizioni normative, deve appunto essere ricostruito nei termini di completa realizzazione della fattispecie incriminatrice (e si è sopra visto, come anche per Corte cost. n. 247 del 1989, la condizione obiettiva di punibilità rientri nella fattispecie). La conclusione, oltre a garantire una piena equiparazione delle soluzioni in tema di tempus e di locus commissi delicti, la cui diversificazione non avrebbe senso alcuno, è coerente con le finalità delle norme che assumono la consumazione del reato a presupposto della loro applicabilità, giacchè la condizione di punibilità, pur estranea, nella accezione che qui assume rilievo, all’offesa, comunque rappresenta il dato che giustifica l’intervento sanzionatorio dello Stato.

In altri termini, se pure è vero che, dal punto di vista dell’offesa, la massima gravità concreta del fatto si è raggiunta, in termini di disvalore, in epoca anteriore alla realizzazione della condizione, è però anche vero che, secondo quanto lo stesso legislatore mostra di ritenere, in presenza di una condizione di punibilità, occorre attribuire rilievo anche al momento (e quindi al luogo) in cui si realizza l’opportunità della punizione. E ciò, secondo quanto osservato in dottrina, anche per l’esigenza di uno snello ed efficace funzionamento del sistema giurisdizionale, in quanto la soluzione attribuisce l’accertamento delle condizioni che rendono opportuna l’applicazione della sanzione – e quindi il processo – al giudice del luogo in cui tali condizioni si sono verificate.

Del resto, in un precedente di questa Corte che ha avuto modo di occuparsi della questione, si è osservato che il reato non si esaurisce nella condotta umana imposta o vietata, ma comprende altresì tutte le componenti essenziali che integrano la fattispecie, ivi comprese le condizioni obiettive, non facenti parte del precetto, con la conseguenza che il reato stesso si consuma allorquando tutti i predetti elementi vengono realizzati e nel luogo e momento in cui si realizza l’ultima componente (Sez. 1, n. 888 del 11/05/1973, Tintinero, Rv. 124698). A proposito di tale decisione, che valorizza appunto il momento di realizzazione della fattispecie, va solo osservato che non deve trarre in inganno l’esclusione, affermata in motivazione, dell’operatività del principio ai casi di condizioni aventi natura estrinseca, giacchè, come reso palese dall’esame del testo e dalla esemplificazioni svolte (querela, richiesta e istanza), la Corte intendeva in realtà riferirsi, in quel caso, alle condizioni di procedibilità e non di punibilità.

Peraltro, non mancano indici che consentono di rinvenire nel sistema della legge fallimentare la volontà di radicare la competenza territoriale presso il tribunale del luogo nel quale è stato dichiarato il fallimento. A parte riferimenti normativi non più attuali (come l’originario art. 16, u.c., L. Fall., che consentiva al tribunale, con la sentenza dichiarativa di fallimento o con successivo decreto, di ordinare la cattura del fallito, per poi comunicare il provvedimento al procuratore della Repubblica, chiamato a curarne l’esecuzione), soccorrono riferimenti impliciti (come l’art. 17, comma 1, L. Fall. che si raccorda al successivo art. 238 del medesimo R.D. n. 267 del 1942; o quelli che si possono trarre dall’esigenza di concentrare nel medesimo circondario il luogo in cui devono essere depositate le scritture contabili e quello nel quale compiere l’accertamento dei fatti di penale rilevanza), tutti espressivi del medesimo principio di prossimità sul quale riposa la regola dettata dall’art. 8 c.p.p..

  1. Quanto poi ai profili dell’amnistia e dell’indulto (art. 79 Cost., comma 3, che si sovrappone all’art. 151 c.p., comma 3 e art. 174 c.p., comma 3), l’unitaria considerazione degli istituti e il fatto che, come puntualmente rilevato in dottrina, anche l’amnistia, che pure costituisce causa di estinzione del reato, ha riguardo non all’aspetto offensivo di quest’ultimo, ma alla sua punibilità, giustificano la conclusione in base alla quale assume valore determinante il momento del verificarsi della condizione obiettiva di punibilità (e anche questa conclusione è coerente con i risultati raggiunti dalla giurisprudenza di questa Corte: v. Sez. 5, n. 7814 del 22/03/1999, Di Maio, Rv. 213867).
  2. Vi è poi la questione del rapporto tra momento consumativo del reato e successione delle leggi penali nel tempo del quale si sono occupate, in ambito finitimo, le Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza Rizzoli cit., con riferimento all’intervenuta abrogazione dell’istituto dell’amministrazione controllata da parte del D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, art. 147 e delle sue implicazioni sull’art. 236, comma 2, n. 1, L. Fall..

Tuttavia, in tal caso le Sezioni Unite hanno puntualizzato che la soluzione raggiunta della abolitio criminis non involgeva la tematica della modifica ‘mediatà della fattispecie penale, vale a dire di quelle norme extrapenali richiamate dall’elemento normativo ‘amministrazione controllata, e ciò perchè il D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 147 non si è limitato ad intervenire sulla normativa ‘esternà relativa a tale istituto, ma ha eliminato ogni riferimento a questo presente nella disposizione incriminatrice, risultata, quindi, amputata di un suo elemento strutturale.

Per queste ragioni, questa Corte ha avuto modo di concludere per la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 150 del medesimo D.Lgs. n. 5 del 2006, secondo cui i ricorsi e le procedure fallimentari pendenti al momento della entrata in vigore del decreto indicato continuano ad essere definiti secondo la legge anteriore, nella parte in cui consente, in relazione ai ricorsi già presentati, la pronuncia dichiarativa di fallimento nei confronti di soggetti che, in applicazione del nuovo regime, non sarebbero assoggettabili a tale tipo di decisione, non rinvenendosi alcuna disparità di trattamento tra colui che, in base alla precedente normativa, si trovava in condizione di essere dichiarato fallito, e colui che, a seguito della disciplina sopravvenuta, non lo è più, posto che nella struttura delle fattispecie previste dagli artt. 216 e ss. L. Fall. la dichiarazione di fallimento assume rilevanza nella sua natura di provvedimento giurisdizionale e non per i fatti con essa accertati (Sez. 5, n. 19889 del 24/10/2013 – dep. 14/05/2014, Raponi, Rv. 259837).

Alle stesse conclusioni è giunta Sez. 5, n. 44838 del 11/07/2014 – dep. 27/10/2014, Nicosia, Rv. 261309, la quale, nel dichiarare la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dello stesso art. 150 cit., nella parte in cui non prevede l’abolitio criminis del reato di bancarotta del piccolo imprenditore – sottratto alla procedura fallimentare dal D.Lgs. n. 5 del 2006, in relazione a fatti commessi sotto la previgente normativa, ha aggiunto, in coerenza con la sentenza n. 24468 del 26/02/2009, Rizzoli cit., che la tecnica legislativa, servente rispetto alla volontà del legislatore, ha tradotto questa nel senso di disciplinare del tutto diversamente – ma razionalmente – la sorte assegnata alla procedura concorsua/e riguardante il fallimento del piccolo imprenditore e quella che riguardava l’amministratore di società in amministrazione controllata.

Disegno a matita di Don Chisciotte

“Vedi laggiù in fondo anche tu, amico Sancio, trenta o quaranta terribili giganti? Ho deciso di dar loro battaglia e ucciderli.”

— Don Chisciotte

E’ agevole intendere che siffatte conclusioni restano valide anche nel quadro della ricostruzione in questa sede accolta, giacchè l’interpretazione della nozione di fatto commesso, assunta dall’art. 2 c.p. e ricostruita in funzione della garanzia di irretroattività, se, da un lato, resta insensibile alle modifiche della disciplina dell’istituto del fallimento, assunto, come detto supra, come mero provvedimento giurisdizionale, dall’altro, non potrebbe non tenere conto dell’eventuale abrogazione di siffatto elemento strutturale (ed è appena il caso di rilevare che non sarebbe rilevante il mutamento del nomen o della disciplina, ma la radicale soppressione di un procedimento concorsuale finalizzato al soddisfacimento delle ragioni dei creditori).

SPIARE CON SKIPE L’ AMANTE REATO CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SPIARE CON SKIPE L’ AMANTE REATO CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

A ciò può aggiungersi il riferimento a fortiori al principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui, in tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio (Sez. 5, n. 2905 del 02/10/2018 – dep. 2019, Rv. 274596

SEZIONE QUINTA PENALE[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

(ud. 21/05/2019) 26-07-2019, n. 34141

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. MAZZITELLI Caterina – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. CAPUTO Angelo – rel. Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.E., parte civile;

nel procedimento a carico di:

G.S., nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 09/07/2018 della CORTE APPELLO di MILANO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere, Dott. ANGELO CAPUTO;

Uditi in pubblica udienza il Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione, Dott.ssa De Masellis Mariella, che ha concluso per l’annullamento con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello;

per la parte civile, l’avv. CI, in sostituzione dell’avv. GG, che si è associato alle conclusioni del Procuratore Generale, depositando conclusioni e nota spese;

per l’imputato, l’avv. IM, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. Nei confronti di G.S. veniva esercitata l’azione penale per i reati di accesso abusivo al profilo Skype di R.E. e di violazione di corrispondenza (art. 616 c.p., commi 1 e 3) per aver preso cognizione delle comunicazioni “in chat” avvenute sul profilo Skype della stessa R. con un terzo utente ed averle successivamente rivelate, senza giusta causa, mediante deposito della stampa delle stesse nel procedimento civile di separazione della medesima R..

Con sentenza deliberata, all’esito del giudizio abbreviato, il 20/03/2015, il Tribunale di Monza assolveva G. dal reato sub A), perchè il fatto non sussiste, e dal reato sub B), perchè il fatto non costituisce reato. Investita del gravame della parte civile R.E., la Corte di appello di Milano, con sentenza deliberata in data 09/07/2018, ha confermato la sentenza di primo grado.

  1. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Milano ha proposto ricorso per cassazione R.E., attraverso il difensore e procuratore speciale avv. Giovanni Garbagnati, articolando tre motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

2.1. Il primo motivo denuncia erronea applicazione dell’art. 615-ter c.p.. La norma incriminatrice punisce non solo l’accesso abusivo a un sistema informatico, ma anche il mantenimento nello stesso contro la volontà del titolare, sicchè il fatto che, in ipotesi, il computer della ricorrente fosse già aperto su Skype e che fosse collocato nella stanza da pranzo (ossia in un luogo comune) costituiscono circostanze del tutto inconferenti, essendo rilevante solo il dato che l’imputato si sia pacificamente trattenuto all’interno di un sistema telematico protetto da misure di sicurezza, navigando nel profilo Skype della ricorrente, leggendo e stampando pagine e pagine di conversazioni, pur sapendo di non essere autorizzato a farlo ed anzi nella piena consapevolezza della contraria volontà della moglie. Del pari irrilevante – oltre che del tutto ipotetico – sarebbe l’assunto secondo cui la persona offesa potrebbe aver imprudentemente scelto di registrare la propria password, posto che decisiva è la presenza di una misura di sicurezza, non la sua complessità o efficacia e l’accesso a Skype è protetto da una misura di sicurezza ulteriore rispetto a quella che consentiva di utilizzare il computer della persona offesa. E’ inverosimile che la persona offesa abbia lasciato il computer in modo tale da rendere visibili le immagini presenti nel profilo Skype e alla portata dei bambini, laddove è falsa l’affermazione secondo cui l’imputato si sarebbe limitato a fotografare lo schermo essendo pacifico che quelle prodotte in sede civile non sono foto scattate con il telefonino.

2.2. Il secondo motivo denuncia erronea applicazione dell’art. 616 c.p., comma 2. Erroneamente è stata ritenuta giusta causa il deposito della corrispondenza nel giudizio civile, posto che esso non era l’unico mezzo a disposizione dell’imputato per esercitare il proprio diritto di difesa nel giudizio di separazione, essendo a tal fine sufficiente scattare con il proprio telefonino dall’esterno una fotografia della schermata, senza introdursi abusivamente nel programma e ivi trattenersi invito domino, o comunque potendo rivolgersi subito all’autorità giudiziaria con un’istanza di acquisizione ai sensi dell’art. 609-sexies c.p.c. e art. 670 c.p.c., n. 2.

2.3. Il terzo motivo denuncia erroneo mancato riconoscimento del reato di cui all’art. 616 c.p., comma 2, posto che la sussistenza di una giusta causa della rivelazione comunque non esclude la responsabilità dell’agente in ordine alla condotta di presa cognizione che ne è il presupposto.

  1. In data 02/05/2019, il difensore di G.S., avv. IM, ha depositato una memoria in merito ai motivi di ricorso.

3.1. Quanto al primo motivo, la Corte di appello ha fatto leva sull’assoluta mancanza di elementi probatori circa la violazione da parte dell’imputato di disposizioni o presidi del titolare voti ad impedire, regolare o limitare l’ingresso e il mantenimento nel sistema Skype, laddove l’imputato ha ribadito l’involontaria e casuale presa di cognizione della conversazione Skype sul computer, che si trovava sul tavolo del salotto della casa coniugale, acceso sulla conversazione della piattaforma di messaggistica Skype, senza password di blocco/accesso.

3.2. Quanto al secondo motivo, la natura del documento prodotto in sede civile (copia di una conversazione avvenuta sulla piattaforma Skype, ossia su un software di messaggistica istantanea della controparte e risalente nel tempo), connota di fatto di “irrepetibilità” il documento stesso, rendendo ogni modalità alternativa di acquisizione meramente teorica, ma impraticabile nel caso concreto.

3.3. Quanto al terzo motivo, neppure in astratto è configurabile la diversa figura di reato di cui all’art. 616 c.p., comma 1, relativa alla presa di cognizione di corrispondenza chiusa, in quanto la conversazione/corrispondenza rinvenuta dall’imputato era già aperta su Skype.

Motivi della decisione

  1. Il ricorso deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.
  2. Il primo motivo deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.

A fronte dello specifico motivo di appello che denunciava come l’imputato si fosse “volontariamente intrattenuto nel programma Skype della moglie scorrendo l’intera conversazione” tenuta con un terzo, la Corte distrettuale, senza neppure valutare se il fatto così come descritto dalla parte civile appellante implicasse una trasformazione radicale, nei suoi elementi essenziali, della fattispecie concreta nella quale si riassume l’ipotesi astratta prevista dalla legge, così da configurare un’incertezza sull’oggetto dell’imputazione foriero di un reale pregiudizio dei diritti della difesa (Sez. U, n. 36551 del 15/07/2010, Carelli, rv 248051; Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di Francesco, rv 205620), si è limitata a richiamare la sentenza di primo grado, condividendone il rilievo in forza del quale la tesi secondo cui l’imputato sarebbe entrato nel profilo Skype della moglie utilizzando abusivamente la password ha uguale plausibilità della tesi prospettata dall’imputato secondo cui egli aveva trovato causalmente la chat “aperta”, urtando casualmente nella sala il tavolo sul quale si trovava il computer portatile della persona offesa, il che aveva fatto comparire sul monitor le conversazioni delle chat, il quanto il computer era già aperto su Skype. Nei termini indicati, sussiste il vizio denunciato, poichè l’argomentazione dei giudici di merito risulta fondata su una lettura della fattispecie incriminatrice dalla quale viene, in buona sostanza, amputata la condotta di illecito mantenimento, che può perfezionarsi anche in presenza di una casuale iniziale introduzione nel sistema informatico (Sez. U, n. 4694 del 27/10/2011 – dep. 2012, Casani; conf. Sez. U, n. 17325 del 26/03/2015, Rocco). La motivazione della decisione di appello, dunque, risulta del tutto carente in ordine alla ravvisabilità, nella condotta dell’imputato, di un illecito mantenimento nel sistema informatico.

L’ulteriore affermazione della sentenza di primo grado ripresa nella sentenza di appello secondo cui non può escludersi che la persona offesa avesse “registrato” la password per non doverla riscrivere in occasione di ogni accesso non esclude che il sistema informatico in questione fosse munito di misura di sicurezza a protezione dello ius excludendi.

A ciò può aggiungersi il riferimento a fortiori al principio di diritto affermato da questa Corte secondo cui, in tema di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, non rileva la circostanza che le chiavi di accesso al sistema informatico protetto siano state comunicate all’autore del reato, in epoca antecedente rispetto all’accesso abusivo, dallo stesso titolare delle credenziali, qualora la condotta incriminata abbia portato ad un risultato certamente in contrasto con la volontà della persona offesa ed esorbitante l’eventuale ambito autorizzatorio (Sez. 5, n. 2905 del 02/10/2018 – dep. 2019, Rv. 274596).

Nè in senso contrario può argomentarsi, come propone la memoria nell’interesse di G., sulla base dell’ulteriore rilievo dei giudici di merito secondo cui la presenza della password è stata solamente allegata dalla querelante e non dimostrata: in primo luogo, la scarna indicazione del giudice di appello non lascia intendere se la mancata prova circa la “presenza” della password vada riferita solo al momento in cui l’imputato fece accesso al computer (ma, in questo caso, l’argomento coinciderebbe con quello appena esaminato della previa “registrazione” della password, sicchè è sufficiente rinviare a quanto già rilevato) ovvero, più in generale, alla carenza di misure di sicurezza nel sistema informatico in questione. In questa seconda ipotesi, tuttavia, mette conto richiamare quanto dedotto dal ricorso, ossia che “è pacifico e incontestato che l’accesso a Skype, mediante il quale si sono svolte le conversazioni tra l’odierna ricorrente e il suo presunto amante captate dall’odierno imputato, sia protetto da una misura di sicurezza ulteriore rispetto a quella che nel caso di specie consentiva la fruizione del computer” della parte civile.

In effetti, la sentenza di primo grado, alla quale diffusamente rinvia quella di appello, evidenziava, per un verso, che la querelante aveva affermato di “essere titolare di un profilo personale sulla piattaforma Skype, protetto da codice identificativo e da password” e, per altro verso, che lo stesso imputato aveva riferito di non essere “mai stato autorizzato ad entrare nel profilo personale” della moglie e che, come sottolinea la Corte distrettuale, il computer “era già aperto su Skype”.

Ora, quanto al primo riferimento, mette conto ribadire che, ai fini della decisione del giudizio abbreviato, la querela può essere utilizzata come mezzo di prova anche in relazione al suo contenuto, in quanto la scelta dell’imputato di procedere con tale rito alternativo rende utilizzabili tutti gli atti, legalmente compiuti o formati, che siano stati acquisiti al fascicolo del pubblico ministero(Sez. 5, n. 46473 del 22/04/2014, D’Amico, Rv. 261006), il che priva di consistenza l’affermazione dei giudici di merito circa la mera allegazione della misura di sicurezza; quanto agli ulteriori riferimenti, i giudici di merito non si sono puntualmente confrontati con la valenza ad essi associabile in punto esistenza o meno di misure di sicurezza a presidio del computer e/o del profilo Skype. Complessivamente valutata, la motivazione della sentenza impugnata sul punto risulta comunque priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e ragionevolezza necessari a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice (Sez. U, n. 25932 del 29/05/2008, Ivanov, Rv. 239692).

  1. Anche il secondo motivo deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.

Sul punto, la sentenza impugnata ha ribadito la sussistenza della “giusta causa” in quanto l’imputato non decise di divulgare “indiscriminatamente le conversazioni e le foto intime e compromettenti della moglie, ma in quanto era stato il coniuge a citarlo in giudizio per ottenere la separazione giudiziale”, limitando la diffusione ad una causa di separazione, nella quale, attraverso tali elementi di prova, intendeva ottenere la separazione con addebito della controparte. Nei termini indicati, la nozione di “giusta causa” ex art. 616 c.p., comma 2, viene delineata dal giudice di appello in termini del tutto astrattizzanti in quanto correlati esclusivamente allo scopo perseguito (l’utilizzazione nel giudizio civile di separazione tra i coniugi) e, simmetricamente, privi di qualsiasi valutazione in ordine al “mezzo” attraverso il quale la corrispondenza telematica era stata conosciuta: sotto questo profilo, il vizio rilevato in relazione al capo concernente l’accesso abusivo al sistema informatico si riflette anche sulla valutazione in merito alla “giusta causa”, sicchè anche per questa parte la sentenza impugnata deve essere annullata.

  1. Pertanto, assorbito il terzo motivo, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, al quale va inoltre devoluto il regolamento delle spese sostenute nel presente giudizio di legittimità. L’inerenza della vicenda a rapporti familiari impone, in caso di diffusione della presente sentenza, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi.

P.Q.M.
Annulla la sentenza impugnata e rinvia al giudice civile competente per valore in grado di appello. Spese della parte civile al definitivo.

In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, il 21 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 luglio 2019

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Tribunale Bologna Corte Appello Bologna Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

Art 415 bis cpp, interrogatorio, arresto,

 

Tribunale   Ravenna Corte Appello Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

Art 415 bis cpp, interrogatorio, arresto,

 

Tribunale Forli Corte Appello Bologna Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

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Tribunale Rimini Corte Appello Bologna Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

Art 415 bis cpp, interrogatorio, arresto,

 

Tribunale Cesena  Corte Appello Bologna Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

Art 415 bis cpp, interrogatorio, arresto,

Tribunale Rimini Corte Appello Bologna Cassazione Roma ,difesa, querela, processo, reati societari, reati tributari, reati penali, reati contro la persona, reati fallimentari ,

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SEPARARSI A BOLOGNA!! COME QUANDO PERCHE’?

SEPARARSI A BOLOGNA!! COME QUANDO PERCHE’?
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La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio(

 

Secondo Cass. civ. n. 3925/2018

Le reiterate violenze fisiche e morali, inflitte da un coniuge all’altro, costituiscono violazioni talmente gravi dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sé sole, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti la intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore di esse. Il loro accertamento esonera il giudice del merito dal dovere di procedere alla comparazione, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, col comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti che, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei.

 

 Il Collegio deve, poi, con riguardo al nesso di causalità, ribadire il principio secondo cui le violenze fisiche nel rapporto coniugale costituiscono violazioni talmente gravi ed inaccettabili dei doveri nascenti dal matrimonio da fondare, di per sè sole -quand’anche concretantisi in un unico episodio di percosse-, non solo la pronuncia di separazione personale, in quanto cause determinanti l’intollerabilità della convivenza, ma anche la dichiarazione della sua addebitabilità all’autore, e da esonerare il giudice del merito dal dovere di comparare con esse, ai fini dell’adozione delle relative pronunce, il comportamento del coniuge che sia vittima delle violenze, trattandosi di atti – lesivi, pure, della pari dignità della persona-i quali, in ragione della loro estrema gravità, sono comparabili solo con comportamenti omogenei (cfr. Cass. n. 7321 del 2005 e n. 11844 del 2006), e cui va riconnessa incidenza causale preminente rispetto a preesistenti cause di crisi dell’affectio coniugalis (cfr. Cass. n. 7388 del 2017, in motivazione).

Separazione personale dei coniugi – Addebitabilità – Aggressione e violazione dei diritti della persona – Comparazione come reazione alla condotta dell’altro coniuge – Esclusione. (Cc, articoli 151) 
In tema di addebitabilità della separazione personale, ove i fatti accertati a carico di un coniuge costituiscano violazione di norme di condotta imperative e inderogabili, traducendosi nell’aggressione a beni e diritti fondamentali della persona quali l’incolumità e l’integrità fisica, morale sociale dell’altro coniuge così da oltrepassare quella soglia minima di solidarietà e di rispetto comunque necessaria e doverosa per la personalità del partner, essi sono insuscettibili di essere giustificati come ritorsione e reazione al comportamento di quest’ultimo, sottraendosi anche alla comparazione con tale comportamento, la quale non può costituire un mezzo per escludere l’addebitabilità nei confronti del coniuge che quei fatti ha posto in essere. 

Separazione giudiziale – Imposizione di principi o di particolare mentalità di un coniuge – Violazione dei doveri del matrimonio – Sufficienza per l’addebito – Sussiste. (Cc, articoli 143, 144, 147 e 151) 
Al fine dell’addebitabilità della separazione, il comportamento di un coniuge, rivolto a imporre i propri particolari principi o la propria particolare mentalità, può assumere rilevanza solo se si traduca in violazione dei doveri discendenti dal matrimonio, o comunque sia inconciliabile con i doveri medesimi, atteso che, in caso contrario, e per quanto detti principi o mentalità siano criticabili, si resta nell’ambito delle peculiarità caratteriali, le quali valgono a spiegare le difficoltà del rapporto, ed eventualmente l’errore originariamente commesso nella reciproca scelta, ma non integrano situazioni d’imputabilità della crisi, nel senso previsto dall’articolo 151, comma 2, del codice civile. 

 

 

Secondo Cass. civ. n. 16909/2015 la separazione consensuale è un negozio di diritto familiare avente un contenuto essenziale

 

 

 il consenso reciproco a vivere separati, l’affidamento dei figli, l’assegno di mantenimento ove ne ricorrano i presupposti – ed un contenuto eventuale, che trova solo occasione nella separazione, costituito da accordi patrimoniali del tutto autonomi che i coniugi concludono in relazione all’instaurazione di un regime di vita separata (nella specie vendita della casa familiare e attribuzione del ricavato a ciascun coniuge in proporzione al denaro investito nel bene stesso). Ne consegue che questi ultimi non sono suscettibili di modifica (o conferma) in sede di ricorso “ad hoc” ex art. 710 c.p.c. o anche in sede di divorzio, la quale può riguardare unicamente le clausole aventi causa nella separazione personale, ma non i patti autonomi, che restano a regolare i reciproci rapporti ai sensi dell’art. 1372 c.c.

 

OBBLIGO FEDELTA’ Cass. civ. n. 16859/2015

 

In tema di separazione tra coniugi, l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale.

(Cassazione civile, Sez. VI-1, ordinanza n. 16859 del 14 agosto 2015)

 

 

 

LA SEPARAZIONE PUO’ BEN DIPENDERE DALLA DISUAFEZIONE DEL MATRIMONIO ANCHE SOLO DI UNA PARTE

Cass. civ. n. 8713/2015

 

 

Ai sensi dell’art. 151 c.c. la separazione dei coniugi deve trovare causa e giustificazione in una situazione di intollerabilità della convivenza, intesa come fatto psicologico squisitamente individuale, riferibile alla formazione culturale, alla sensibilità e al contesto interno della vita dei coniugi, purché oggettivamente apprezzabile e giuridicamente controllabile; a tal fine non è necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere da una condizione di disaffezione al matrimonio di una sola delle parti, che renda incompatibile la convivenza e che sia verificabile in base ai fatti obiettivi emersi, ivi compreso il comportamento processuale, con particolare riferimento alle risultanze del tentativo di conciliazione, a prescindere da qualsivoglia elemento di addebitabilità. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva escluso ogni addebito alla moglie, dando conto dello stato di depressione in cui ella era piombata, sfociato in un tentativo di suicidio, così ampiamente motivando sull’intollerabilità della convivenza coniugale).

 

 

 

 

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, ed al fine della addebitabilità della separazione,

 

 

 vertendosi in materia di diritti indisponibili, le ammissioni di una parte non possono assumere valore di confessione in senso stretto, a norma dell’art. 2730 cod. civ., ma possono essere utilizzate – unitamente ad altri elementi probatori – quali presunzioni ed indizi liberamente valutabili, sempre che esprimano non opinioni o giudizi o stati d’animo personali, ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, estrapolando acriticamente alcune frasi da una lettera inviata dal marito alla moglie nella quale il primo riconosceva di non essere stato un buon marito, vi ravvisava una sostanziale confessione della violazione dei doveri coniugali, con conseguente venir meno, ai fini della pronuncia di addebito, della rilevanza causale della violazione del dovere di fedeltà da parte della moglie).

In tema di separazione tra coniugi, la situazione di intollerabilità della convivenza va intesa in senso soggettivo, non essendo necessario che sussista una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco di una sola delle parti, verificabile in base a fatti obiettivi, come la presentazione stessa del ricorso ed il successivo comportamento processuale, (e, in particolare alle negative risultanze del tentativo di conciliazione), dovendosi ritenere, in tali evenienze, venuto meno quel principio del consenso che, con la riforma attuata attraverso la legge 19 maggio 1975, n. 151, caratterizza ogni vicenda del rapporto coniugale.

 

La dichiarazione di addebito della separazione implica la imputabilità al coniuge del comportamento, volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri del matrimonio, cui sia ricollegabile l’irreversibile crisi del rapporto fra coniugi. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva ritenuto, da un lato, che la condotta, consistente in furti di danaro ai familiari ed ai terzi ed in acquisti particolarmente frequenti e fuori misura di beni mobili, configurasse violazione dei doveri matrimoniali, e, dall’altro lato, che il disturbo della personalità del coniuge, caratterizzato da un impulso compulsivo all’acquisto, non escludesse la capacità di intendere e di volere e l’imputabilità di detti comportamenti).

 

 

L’allontanamento di uno dei coniugi dalla casa familiare costituisce, in difetto di giusta causa:

 

violazione dell’obbligo di convivenza e la parte che, conseguentemente, richieda la pronuncia

Cass. civ. n. 25966/2016

 di addebito della separazione ha l’onere di provare il rapporto di causalità tra la violazione e l’intollerabilità della convivenza, gravando, invece, sulla controparte la prova della giusta causa.

 

 

CAMBIO DI CULTO DI UNO DEI CONIUGI la separazione consensuale

 

In tema di separazione personale tra coniugi, il mutamento di fede religiosa, e la conseguente partecipazione alle pratiche collettive del nuovo culto, configurandosi come esercizio dei diritti garantiti dall’art. 19 Cost., non può di per sé considerarsi come ragione di addebito della separazione, a meno che l’adesione al nuovo credo religioso non si traduca in comportamenti incompatibili con i concorrenti doveri di coniuge e di genitore previsti dagli artt. 143 e 147 c.c., in tal modo determinando una situazione di improseguibilità della convivenza o di grave pregiudizio per l’interesse della prole. (Nella specie, la S.C. ha escluso l’addebitabilità della separazione al marito in ragione della adesione di quest’ultimo alla confessione religiosa dei Testimoni di Geova, non potendo attribuirsi rilievo all’impegno assunto in sede di celebrazione del matrimonio religioso di conformare l’indirizzo della vita familiare ed educare i figli secondo i dettami della religione cattolica, estraneo alla disciplina civilistica del vincolo).la separazione consensuale

l’allontanamento dal domicilio coniugale, in quanto violazione dell’obbligo coniugale di convivenza, può costituire causa di addebito della separazione, a meno che sia avvenuto per giusta causa, che può essere rappresentata dalla stessa proposizione della domanda di separazione, di per sé indicativa di pregresse tensioni tra i coniugi e, quindi, dell’intollerabilità della convivenza, sicché, in caso di allontanamento e di richiesta di addebito, spetta al richiedente, e non all’altro coniuge, provare non solo l’allontanamento dalla casa coniugale, ma anche il nesso di causalità tra detto comportamento e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

 

 

La relazione di un coniuge con estranei Cass. civ. n. 8929/2013:

 

 rende addebitabile la separazione ai sensi dell’art. 151 cod. civ quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si sostanzi in un adulterio, comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge.

 

 

OBBLIGO FEDELTA’ la separazione consensuale

Grava sulla parte che richieda, per l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà, l’addebito della separazione all’altro coniuge l’onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre è onere di chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell’infedeltà nella determinazione dell’intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà

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ART 421 CPP SVOLGIMENTO UDIENZA PRELIMINARE

Nel giudizio abbreviato è ammissibile la richiesta dell'imputato di sottoporsi ad interrogatorio ai sensi dell'art. 421 secondo comma c.p.p.
Nel giudizio abbreviato è ammissibile la richiesta dell’imputato di sottoporsi ad interrogatorio ai sensi dell’art. 421 secondo comma c.p.p.

ART 421 CPP SVOLGIMENTO UDIENZA PRELIMINARE

  1. Conclusi gli accertamenti relativi alla costituzione delle parti, il giudice dichiara aperta la discussione(1).

  2. Il pubblico ministero espone sinteticamente i risultati delle indagini preliminarie gli elementi di prova che giustificano la richiesta di rinvio a giudizio. L’imputato puó rendere dichiarazioni spontanee e chiedere di essere sottoposto all’interrogatorio, per il quale si applicano le disposizioni degli articoli 64 e 65. Su richiesta di parte, il giudice dispone che l’interrogatorio sia reso nelle forme previste dagli articoli 498 e 499. Prendono poi la parola, nell’ordine, i difensori della parte civile, del responsabile civile, della persona civilmente obbligata per la pena pecuniariae dell’imputatoche espongono le loro difese. Il pubblico ministero e i difensori possono replicare una sola volta.

  3. Il pubblico ministero e i difensori formulano e illustrano le rispettive conclusioni [4392] utilizzando gli atti contenuti nel fascicolo trasmesso a norma dell’articolo 416comma 2 nonché gli atti e i documenti  ammessi dal giudice prima dell’inizio della discussione .

  4. Se il giudice ritiene di poter decidere allo stato degli atti, dichiara chiusa la discussione.

Nell’udienza preliminare, la richiesta di giudizio abbreviato può essere presentata dopo la formulazione delle conclusioni da parte del pubblico ministero, ma non oltre il momento in cui il difensore dell’imputato formula le proprie conclusioni definitive. (In motivazione, la Corte ha precisato che,

Nel giudizio abbreviato è ammissibile la richiesta dell’imputato di sottoporsi ad interrogatorio ai sensi dell’art. 421 secondo comma c.p.p., purché sia avanzata prima dell’inizio della discussione per non alterare le regole del contraddittorio in relazione agli elementi di difesa apportati dall’imputato, sui quali deve essere ammessa la facoltà delle altre parti di prendere la parola.

La cassazione precisa che Cass. pen. n. 33819/2001

se nel corso dell’udienza preliminare il fatto addebitato risulti diverso, ai sensi del comma 1 dell’art. 423 c.p.p. rispetto a quello riportato nell’originaria imputazione, il P.M. ha la facoltà di modificare il capo d’imputazione in ogni momento fino a quando non abbia presentato al Gip le proprie conclusioni, a nulla rilevando che sin dall’apertura dell’udienza l’imputato abbia chiesto l’immediato proscioglimento a norma dell’art. 129 stesso codice. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato una decisione che aveva disposto il proscioglimento immediato degli imputati per prescrizione sulla base della originaria formulazione dell’accusa senza tener conto della modifica del capo d’imputazione ritualmente effettuata dal P.M. nel corso dell’udienza preliminare).

In tema di giudizio abbreviato, la natura atipica del rito, mirato alla deflazione Cass. pen. n. 6821/2000

 della pendenza giudiziaria attraverso la definizione del giudizio allo stato degli atti, impone di ritenere inammissibile la richiesta di interrogatorio avanzata dall’imputato al Gup ai sensi dell’art. 421 secondo comma c.p.p. (Alla stregua di tale principio, e rigettando il ricorso avverso l’ordinanza reiettiva emessa dal giudice dell’udienza preliminare, la Corte ha peraltro rilevato come l’applicazione del citato secondo comma dell’art. 421 c.p.p. comporterebbe il richiamo alle disposizioni in tema di esame testimoniale ex artt. 498 e 499 c.p.p., incompatibili con il giudizio abbreviato

NUOVE CONTESTAZIONI DEL PM

Seil P.M. effettui una contestazione suppletiva nei confronti di un imputato dopo l’intervento del difensore di questo, alla parte viene Cass. pen. n. 29313/2015

 riconferito il diritto di concludere e, conseguentemente, di formulare la richiesta di rito abbreviato).

Nel giudizio abbreviato è ammissibile la richiesta dell’imputato di sottoporsi ad interrogatorio ai sensi dell’art. 421, comma secondo, c.p.p., purché sia avanzata prima dell’inizio della discussione per non alterare le regole del contraddittorio in relazione agli elementi di difesa apportati dall’imputato stesso, sui quali deve essere ammessa la facoltà delle altre parti di prendere la parola.

(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1937 del 21 gennaio 2011)

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UDIENZA PRELIMINARE ART 420 CPP COME QUANDO PERCHE’?

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UDIENZA PRELIMINARE ART 420 CPP COME QUANDO PERCHE’?

 

UDIENZA PRELIMINARE ART 420 CPP COME QUANDO PERCHE’?

3AVVOCATO PENALISTA SERGIO ARMAROLI CASSAZIONE PENALE BOLOGNA EFFICACE,

 

  1. L’udienza si svolge in camera di consiglio con la partecipazione necessaria del pubblico ministero e del difensore dell’imputato (1).
  2. Il giudice procede agli accertamenti relativi alla costituzione delle parti ordinando la rinnovazione degli avvisi, delle citazioni, delle comunicazioni e delle notificazioni di cui dichiara la nullità(2).
  3. Se il difensore dell’imputato non è presente il giudice provvede a norma dell’articolo 97, comma 4.
  4. Il verbale dell’udienza preliminare è redatto di regola in forma riassuntiva a norma dell’articolo 140, comma 2; il giudice, su richiesta di parte, dispone la riproduzione fonografica o audiovisiva ovvero la redazione del verbale con la stenotipia.

 (1) L’udienza preliminare si svolge in camera di consiglio, quindi non è pubblica, e l’imputato non deve essere necessariamente presente, potendo questi liberamente scegliere di non presenziare all’udienza

(2) In caso di necessaria rinnovazione degli avvisi invalidi, è necessario rinviare l’udienza.

Non lede il diritto di difesa l’esercizio da parte Cass. pen. n. 33435/2006

 del pubblico ministero, ex art. 130 disp. att. c.p.p., del potere di formare il fascicolo di cui all’art. 416, comma secondo, c.p.p. mediante l’inserimento soltanto degli atti che si riferiscono alle persone ed alle imputazioni per cui richiede il rinvio a giudizio, a meno che non risulti da concreti elementi, recuperati anche attraverso investigazioni difensive, che la selezione abbia sottratto alla integrale discovery atti rilevanti per gli interessi della difesa. (La Corte aggiunge che, in ogni caso, la sanzione per la violazione dell’obbligo di cui all’art. 416, secondo comma, c.p.p. è esclusivamente quella dell’inutilizzabilità degli atti non trasmessi, non essendo prevista la nullità dell’udienza preliminare e del decreto di rinvio a giudizio).

 

Secondo la cassazione Cass. pen. n. 22048/2006

l’imputato contumace che tramite il suo difensore, che lo rappresenta ai sensi dell’art. 420 quater, comma secondo, c.p.p., esterni la sua volontà di comparire per ottenere la revoca dell’ordinanza dichiarativa della contumacia, in caso sia legittimamente impedito, ha diritto ad ottenere il rinvio dell’udienza ex art. 420 ter c.p.p., e la lettura dell’ordinanza di rinvio, effettuata in udienza alla presenza del difensore, sostituisce la notificazione all’imputato della data dell’udienza.

La mancata comparizione dell’imputato all’udienza senza indicare alcun legittimo impedimento e senza che il giudice verifichi i presupposti atti a legittimarne la dichiarazione di contumacia — limitandosi ad annotare nel verbale di udienza che l’imputato è «libero assente» — costituisce una anomalia tale da rendere impossibile stabilire se si tratti di mancata presenza dovuta a oggettiva impossibilità di comparire o di volontaria sottrazione al contraddittorio, con la conseguenza che tale incertezza non può che essere intesa in senso favorevole all’imputato non comparso e non dichiarato ritualmente contumace. Ne consegue che, in tal caso, il rinvio conseguente all’impedimento accertato del difensore implica necessariamente la nuova citazione non solo del difensore fiduciario impedito, ma anche dell’imputato assente.

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La rinuncia a comparire in udienza da parte del detenuto produce i suoi effetti indipendentemente dalla causa della detenzione, atteso che l’imputato detenuto Cass. pen. n. 22504/2002

 nel caso in cui non voglia presenziare al dibattimento deve necessariamente esprimere in maniera esplicita il suo rifiuto, altrimenti il giudice ha l’obbligo di ordinare la sua traduzione, sia nel caso in cui egli sia detenuto per altro che nel caso in cui sia detenuto per il processo in corso. (Nella specie la Corte ha ritenuto che all’imputato, detenuto per altra causa, che aveva rinunciato a comparire non doveva essere notificata per estratto la sentenza di condanna, in quanto la sua posizione non era assimilabile a quella del contumace).

 

ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

art 417 cpp rinvio a giudizio
Cyber crime, online piracy and internet web hacking concept: macro view of metal handcuffs on laptop notebook keyboard with selective focus effect

ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

 

 

  1. La richiesta di rinvio a giudiziocontiene:
  2. a) le generalità dell’imputatoo le altre indicazioni personali che valgono a identificarlo nonché le generalità della persona offesa dal reato qualora ne sia possibile l’identificazione;
  3. b) l’enunciazione, in forma chiara e precisa, del fatto, delle circostanze aggravanti e di quelle che possono comportare l’applicazione di misure di sicurezza, con l’indicazione dei relativi articoli di legge (1);
  4. c) l’indicazione delle fonti di prova acquisite [187];
  5. d) la domanda al giudice di emissione del decreto che dispone il giudizio [429];
  6. e) la data e la sottoscrizione

 

Reati contro l’ordine pubblico – Delitti – Associazione per delinquere – Misura di sicurezza

 

BCorte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|30 gennaio 2020| n. 4115

Massima ufficiale

Reati contro l’ordine pubblico – Delitti – Associazione per delinquere – Misura di sicurezza – Condanna per il reato di cui all’art. 416 – Bis cod. pen. – Applicazione della misura di sicurezza ai sensi dell’art. 417cod. pen. – Accertamento della pericolosità in concreto – Necessità – Esclusione – Presunzione semplice di pericolosità – Sussistenza – Superabilità – Condizioni.

In tema di associazione di tipo mafioso, l’applicazione della misura di sicurezza prevista, in caso di condanna, dall’art. 417 cod. pen., non richiede l’accertamento in concreto della pericolosità del soggetto, dovendosi ritenere operante una presunzione semplice, desunta dalle caratteristiche del sodalizio criminoso e dalla persistenza nel tempo del vincolo criminale di mutua solidarietà, che può essere superata quando siano acquisiti elementi dai quali si evinca l’assenza di pericolosità in concreto.  [wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

 

ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

 

Reati contro l’ordine pubblico – Delitti – Associazione per delinquere – Misura di sicurezza – Condanna per il reato di cui all’art. 416 – Bis cod. pen.

 

Corte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|30 gennaio 2020| n. 4115

Massima ufficiale

Reati contro l’ordine pubblico – Delitti – Associazione per delinquere – Misura di sicurezza – Condanna per il reato di cui all’art. 416 – Bis cod. pen. – Applicazione della misura di sicurezza ai sensi dell’art. 417cod. pen. – Accertamento della pericolosità in concreto – Necessità – Esclusione – Presunzione semplice di pericolosità – Sussistenza – Superabilità – Condizioni.

 

In tema di associazione di tipo mafioso, l’applicazione della misura di sicurezza prevista, in caso di condanna, dall’art. 417 cod. pen., non richiede l’accertamento in concreto della pericolosità del soggetto, dovendosi ritenere operante una presunzione semplice, desunta dalle caratteristiche del sodalizio criminoso e dalla persistenza nel tempo del vincolo criminale di mutua solidarietà, che può essere superata quando siano acquisiti elementi dai quali si evinca l’assenza di pericolosità in concreto.

2AVVOCATO PENALISTA SERGIO ARMAROLI CASSAZIONE PENALE BOLOGNA EFFICACE,

Misure cautelari – Reali – Sequestro conservativo – In genere – Sequestro conservativo

 

Corte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|28 gennaio 2020| n. 3504

Massima ufficiale

Misure cautelari – Reali – Sequestro conservativo – In genere – Sequestro conservativo – Valutazione del “quantum” – Preclusione derivante dal rinvio a giudizio – Esclusione – Ragioni.ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

In tema di sequestro conservativo, il “quantum” della somma da vincolare deve essere oggetto di specifica valutazione da parte del giudice che autorizza il sequestro, anche qualora sia intervenuto il rinvio a giudizio, in quanto non si tratta di tema coperto dalla preclusione derivante dall’intervenuto vaglio in ordine al “fumus” del reato.

 

 

Impugnazioni – Provvedimenti impugnabili – Provvedimenti abnormi – Giudice dell’udienza preliminare

Corte di Cassazione|Sezione 2|Penale|Sentenza|11 settembre 2019| n. 37601

Codice RV: 277085|Data udienza 6 giugno 2019

Massima ufficiale

Impugnazioni – Provvedimenti impugnabili – Provvedimenti abnormi – Giudice dell’udienza preliminare – Erronea dichiarazione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio per omessa notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari – Restituzione degli atti al pubblico ministero – Atto abnorme – Esclusione – Ragioni.

 

Non è abnorme il provvedimento con cui il giudice dell’udienza preliminare dichiari erroneamente la nullità della richiesta di rinvio a giudizio per omessa notifica dell’avviso di conclusione delle indagini di cui all’art. 415-bis cod. proc. pen., in realtà ritualmente eseguita, disponendo la trasmissione degli atti al pubblico ministero, poiché il contenuto dell’atto non è avulso dal sistema, ma espressione dei poteri riconosciuti al giudice dall’ordinamento, ed i suoi effetti non sono tali da pregiudicare in concreto lo sviluppo successivo del processo, potendo il pubblico ministero disporre la rinnovazione della notificazione del predetto avviso.

 

Misure cautelari – Reali – Impugnazioni – Riesame – In genere – Inefficacia del sequestro – Rinnovazione – Obbligo di motivazione rafforzataART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

Corte di Cassazione|Sezione 6|Penale|Sentenza|25 novembre 2019| n. 47883

Codice RV: 277566|Data udienza 25 settembre 2019

Massima ufficiale

Misure cautelari – Reali – Impugnazioni – Riesame – In genere – Inefficacia del sequestro – Rinnovazione – Obbligo di motivazione rafforzata – Eccezionali esigenze cautelari – Esclusione – Rinvio operato dall’art. 324, comma 7, cod. proc. pen. – Ambito applicativo – Individuazione.

In tema di riesame reale, a seguito della declaratoria d’inefficacia del provvedimento di sequestro, la misura può essere rinnovata senza onere di motivazione “rafforzata” in ordine alla sussistenza di eccezionali esigenze cautelari. (In motivazione la Corte ha precisato che il rinvio disposto dal comma 7 dell’art. 324 cod. proc. pen. alle disposizioni contenute nell’art. 309, comma 10, cod. proc. pen., deve intendersi tuttora riferito alla formulazione originaria del predetto articolo, e non a quella successiva alla novella di cui alla legge 8 aprile 2015, n. 47). ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

Secondo cass Cass. pen. n. 5307/2008 è affetto da abnormità il provvedimento con cui il giudice dell’udienza preliminare dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero per genericità o indeterminatezza dell’imputazione, senza avergli previamente richiesto di precisarla, poiché, alla luce del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, è configurabile il vizio dell’abnormità in ogni fattispecie di indebita regressione del procedimento in grado di alterarne l’ordinata sequenza logico-cronologica

Non è abnorme il provvedimento del giudice dell’udienza preliminare che dichiari la nullità della richiesta di rinvio a giudizio, in virtù dell’imprecisa enunciazione Cass. pen. n. 36009/2001 del fatto contestato (ex art. 18 della legge 16 dicembre 1999, n. 479 che ha modificato la formulazione dell’art. 417, lett. b, c.p.p.) disponendo conseguentemente la restituzione degli atti al pubblico ministero per quanto di competenza. Rientra, infatti, nei poteri del giudice dell’udienza preliminare verificare l’adempimento, da parte del P.M., della prescrizione di legge introdotta con la novella predetta, in ordine alla enunciazione in forma chiara e precisa del fatto, di guisa che l’esercizio di detto potere, per quanto opinabile nella sua concreta esplicazione, non può comunque ritenersi extra ordinem al punto da determinare l’abnormità del provvedimento.La contestazione dell’imputazione in forma alternativa, quando la stessa trovi relazione e riferimento nella condotta alternativa dell’imputato che sia tale da esigere un esame più completo della vicenda, è legittima. Anche con il decreto  Cass. civ. n. 7623/1998

La contestazione dell’imputazione in forma alternativa, quando la stessa trovi relazione e riferimento nella condotta alternativa dell’imputato che sia tale da esigere un esame più completo della vicenda, è legittima. Anche con il decreto  Cass. civ. n. 7623/1998

che dispone il giudizio è consentito formulare contestazioni alternative in presenza di una condotta dell’imputato che sia tale da richiedere un approfondimento della attività dibattimentale per la definitiva qualificazione dei fatti contestati. Tale metodo risponde ad una esigenza della difesa, atteso che l’incolpato da un lato è messo in condizione di conoscere esattamente le linee direttrici sulle quali si svilupperà il dibattimento, e dall’altro non si vede costretto a rispondere della sola ipotesi criminosa più grave, rinviandosi poi all’esito del dibattimento la risoluzione della questione attraverso la successiva riduzione dell’imputazione originaria, secondo lo schema previsto dall’art. 521 c.p.p.ART 417 CPP RICHIESTA RINVIO A GIUDIZIO DEL PM

L’iscrizione nel registro delle notizie di reato del nome della persona alla quale questo è attribuito, per gli effetti che ne derivano  Cass. pen. n. 4795/1996 ai fini del computo del termine di durata delle indagini e della utilizzabilità degli atti compiuti, postula la completa identificazione della stessa, non essendo sufficiente al riguardo la semplice indicazione del nome e del cognome. Ciò si ricava, tra l’altro, dall’art. 417, comma 1, lett. a), c.p.p., che, tra i requisiti formali della richiesta di rinvio a giudizio, indica le «generalità dell’imputato o le altre indicazioni personali che valgano a identificarlo».

 

 

https://avvocato-penalista-bologna.it/
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ART 416 CPP DOPO IL 415 BIS CPP, LEGGI CON MASSIMA ATTENZIONE

ART 416 CPP DOPO IL 415 BIS CPP, LEGGI CON MASSIMA ATTENZIONE
ART 416 CPP DOPO IL 415 BIS CPP, LEGGI CON MASSIMA ATTENZIONE

ART 416 CPP DOPO IL 415 BIS CPP, LEGGI CON MASSIMA ATTENZIONE

 La richiesta di rinvio a giudizio è depositata dal pubblico ministero nella cancelleria del giudice (1). La richiesta di rinvio a giudizio è nulla se non è preceduta dall’avviso previsto dall’articolo 415bis, nonché dall’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio ai sensi dell’articolo 375, comma 3, qualora la persona sottoposta alle indagini abbia chiesto di essere sottoposta ad interrogatorio entro il termine di cui all’articolo 415bis, comma 3.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

  1. Con la richiesta è trasmesso il fascicolo contenente la notizia di reato, la documentazione relativa alle indaginiespletate [357-373] e i verbali degli atti compiuti davanti al giudice per le indagini preliminari [294, 401] (2). Il corpo del reatoe le cose pertinenti al reato [253] sono allegati al fascicolo, qualora non debbano essere custoditi altrove [259].

2-bis. Qualora si proceda per i reati di cui all’articolo 589, secondo comma, e 589 bis del codice penale, la richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero deve essere depositata entro trenta giorni dalla chiusura delle indagini preliminari .

La nullità della richiesta di rinvio a giudizio, prevista dall’art. 416, comma 1, c.p.p. (nel testo novellato dall’art. 2, comma 2, della legge 16 luglio 1997 n. 234) per il caso in cui detta richiesta non sia preceduta dall’invito a presentarsi per rendere l’interrogatorio, non è configurabile quando, provvedutosi validamente all’effettuazione dell’invito, l’interrogatorio non abbia poi, di fatto, avuto luogo. (Nella specie, per rifiuto della persona sottoposta a indagini di rispondere in assenza del difensore).

 

Il P.M., a norma dell’art. 416, secondo comma, c.p.p., nel momento in cui formula la richiesta di rinvio a giudizio, ha l’obbligo di allegare l’intera documentazione raccolta nel corso delle indagini preliminari, non essendogli consentito di esercitare un potere di selezione su tale materiale. Tuttavia la norma citata introduce una netta distinzione fra «la documentazione relativa alle indagini espletate e i verbali degli atti compiuti davanti al giudice per le indagini preliminari» da un lato e «il corpo del reato» dall’altro. Ed invero, mentre i primi debbono essere allegati al fascicolo del dibattimento, gli altri lo sono solo qualora non «debbano essere custoditi altrove». Ne consegue che, quando il corpo di reato o le cose ad esso pertinenti presentano una apprezzabile mole d’ingombro, non sono allegati al fascicolo, ma vengono altrove custoditi.

Gli artt. 416 c.p.p. e 130 att. c.p.p., delegando al P.M. l’onere di formare il fascicolo da trasmettere al giudice per le indagini preliminari insieme con la richiesta di rinvio a giudizio degli imputati, attribuiscono in via esclusiva al potere delibativo dell’organo di accusa il compito di individuare e allegare quegli atti che attengono, strettamente, ai soggetti e all’oggetto del rinvio a giudizio, con la conseguenza che non può ipotizzarsi, a carico dello stesso P.M., alcun obbligo di allegazione di atti che riguardino persone estranee a tale oggetto ovvero afferiscano a indagini diverse o ancora in corso di sviluppo. (In motivazione, la S.C. ha osservato che l’obbligo del P.M. di trasmissione, nei limiti sopra precisati, dell’intera documentazione raccolta nel corso delle indagini è presidiato, in caso di inosservanza, solo dalla sanzione dell’inutilizzabilità degli atti non trasmessi, non essendo prevista un’autonoma sanzione di invalidità per il mancato deposito degli atti, indipendentemente dalla loro utilizzazione).

L’imputato, qualora lamenti l’inosservanza, da parte del pubblico ministero, dell’obbligo di trasmettere, con la richiesta di rinvio a giudizio, tutti gli atti d’indagine concernenti la posizione oggetto di detta richiesta (come sancito dalla Corte costituzionale con sentenza n. 145 del 1991), non può limitarsi a indicare l’atto o gli atti che gli risultano non trasmessi, ma deve anche adempiere all’onere – derivantegli dal principio generale della rilevanza che è sotteso, governandola, all’intera materia della prova – di allegarne o richiamarne il contenuto al fine di consentire al giudice di valutarne, appunto, la rilevanza con riguardo ad un qualunque aspetto della posizione soggettiva del deducente; e ciò fermo restando che, in ogni caso, la mancata trasmissione di atti non può mai dar luogo a nullità dell’udienza preliminare e del decreto di rinvio a giudizio, ma implica soltanto l’inutilizzabilità degli atti non trasmessi. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la S.C. ha rigettato il ricorso dell’imputato, giudicando in primo grado con rito abbreviato, il quale aveva sostenuto la nullità dell’udienza preliminare e degli atti successivi sull’assunto che, qualora egli avesse avuto tempestiva conoscenza dell’atto d’indagine di cui lamentava la mancata trasmissione da parte del pubblico ministero, avrebbe potuto determinarsi a compiere scelte processuali diverse da quella adottata)

La violazione dell’obbligo del P.M. di trasmettere al giudice per le indagini preliminari l’intera documentazione raccolta nel corso delle indagini è sanzionata esclusivamente dall’inutilizzabilità degli atti non trasmessi. (Fattispecie relativa alla mancata trasmissione al G.i.p. di un verbale di dichiarazioni rese da un chiamante in correità).

(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4707 del 14 aprile 1999)

secondo la ass. pen. n. 937/2002 qualora

l’invito a presentarsi per rendere interrogatorio, che a norma dell’art. 416, comma 1, c.p.p. (nel testo novellato dal’art. 2, comma 2, della legge 16 luglio 1997 n. 234 e antecedente alla modifica apportata dalla legge 16 dicembre 1999, n. 479) deve precedere la richiesta di rinvio a giudizio, ha la finalità di rendere possibile all’indagato di esporre le sue difese in ordine all’imputazione prima dell’esercizio dell’azione penale, onde essere eventualmente in grado di evitare il rinvio a giudizio. Ne consegue Cass. pen. n. 937/2002

che non spiega alcuna conseguenza invalidante l’omissione di questa formalità nel caso in cui l’imputato ha chiesto ed ottenuto di essere giudicato con rito abbreviato, poiché, con l’accettazione di un giudizio allo stato degli atti, egli non tende a impedire la devoluzione del processo al giudice del dibattimento, ma vuole solo difendersi dall’accusa davanti al giudice per l’udienza preliminare.

L’omissione dell’invito all’imputato a presentarsi per rendere l’interrogatorio ai sensi dell’art. 375 c.p.p. non dà luogo alla nullità della richiesta di rinvio a giudizio prevista dall’art. 416, comma 1, c.p.p. (nella formulazione introdotta dall’art. 2 della legge 16 luglio 1997 n. 234 e antecedente alle ulteriori modifiche apportate dall’art. 17 della legge 16 dicembre 1999 n. 479), qualora l’imputato, sottoposto a misura cautelare, abbia a suo tempo reso l’interrogatorio «di garanzia» ai sensi dell’art. 294 c.p.p. e non abbia poi chiesto di essere nuovamente interrogato ovvero non siano stati compiuti dal pubblico ministero ulteriori atti d’indagine dai quali derivasse, ai fini del completamento del contraddittorio tra accusa e difesa, la necessità di una rinnovazione dell’atto.

La suprema corte con sentenza numero Cass. pen. n. 23385/2001

Afferma che riguardo garanzie difensive, dopo l’interrogatorio dell’indagato effettuato ai sensi dell’art. 294 c.p.p. è superfluo l’invito a rendere un ulteriore interrogatorio ai sensi degli artt. 416, comma 1, e 375, comma 3, c.p.p., atteso che la ratio di tali disposizioni è quella di consentire all’indagato, portandolo a conoscenza della contestazione emergente dalle sommarie indagini svolte, di esporre le proprie difese attraverso l’interrogatorio che la legge gli dà facoltà di rendere, obiettivo già realizzatosi con l’interrogatorio reso ai sensi del citato art. 294 c.p.p.

L’art. 416, comma 1, c.p.p., nella parte in cui prevede, a pena di nullità, che la richiesta di rinvio a giudizio debba essere preceduta dall’invito a comparire per rendere l’interrogatorio, rivolto alla persona sottoposta a indagini la quale abbia avanzato richiesta in tal senso, non può dirsi osservato qualora la richiesta anzidetta sia stata inoltrata al giudice prima ancora della data stabilita per l’interrogatorio, nulla rilevando in contrario che l’imputato abbia poi avuto modo di esplicitare le sue difese in sede di udienza preliminare.

E SE  IL PM NON TRASMETTE TUTTI GLI ATTI ?

L’inosservanza dell’obbligo del P.M. di depositare tutti gli atti di indagine con la richiesta di rinvio a giudizio comporta la sola conseguenza della inutilizzabilità degli atti non trasmessi tempestivamente, non essendo prevista una sanzione autonoma Cass. pen. n. 5500/1998

 di nullità degli atti, indipendentemente dalla loro utilizzabilità.

l’inutilizzabilità degli atti, non trasmessi al giudice dell’udienza preliminare ai sensi dell’art. 416, comma secondo, c.p.p., è una sanzione di carattere generale che non è limitata ad una sola fase processuale, ma può essere rilevata di ufficio in ogni stato e grado del procedimento. Purtuttavia detti atti possono essere acquisiti, e conseguentemente utilizzati:

La suprema corte afferma che Cass. pen. n. 5364/1997in materia di prove, l’inutilizzabilità degli atti, non trasmessi al giudice dell’udienza preliminare ai sensi dell’art. 416, comma secondo, c.p.p., è una sanzione di carattere generale che non è limitata ad una sola fase processuale, ma può essere rilevata di ufficio in ogni stato e grado del procedimento. Purtuttavia detti atti possono essere acquisiti, e conseguentemente utilizzati, dal giudice del dibattimento ex art. 507 c.p.p., attesa la natura sostanziale di tale norma che è diretta alla ricerca della verità, indipendentemente dalle vicende processuali che determinano la decadenza della parte al diritto alla prova. (Nella fattispecie, il giudice di primo grado aveva disposto l’acquisizione agli atti, in forza dell’art. 507 c.p.p., di tabulati relativi a conversazioni telefoniche che non erano stati prodotti per l’udienza preliminare; la corte d’appello aveva poi ritenuto che i tabulati stessi non potevano essere utilizzati ai fini della decisione non essendo stati depositati dal P.M. per l’udienza preliminare. La Suprema Corte, in applicazione del principio di cui in massima, ha annullato con rinvio la sentenza della corte di merito facendo obbligo al giudice del rinvio di riesaminare il materiale probatorio anche sulla base delle risultanze dei suddetti tabulati che l’impugnata sentenza aveva escluso dal novero delle prove utilizzabili ai fini della decisione).