Avvocato penalista

GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  

comma dell’art. 7 della legge 47/1985 il giudice che emetta sentenza di condanna per un reato previsto dall’art. 20 lett. b) della stessa legge è obbligato a ordinare la demolizione dell’opera abusiva "se ancora non sia stata altrimenti eseguita
comma dell’art. 7 della legge 47/1985 il giudice che emetta sentenza di condanna per un reato previsto dall’art. 20 lett. b) della stessa legge è obbligato a ordinare la demolizione dell’opera abusiva “se ancora non sia stata altrimenti eseguita
comma dell’art. 7 della legge 47/1985 il giudice che emetta sentenza di condanna per un reato previsto dall’art. 20 lett. b) della stessa legge è obbligato a ordinare la demolizione dell’opera abusiva "se ancora non sia stata altrimenti eseguita
comma dell’art. 7 della legge 47/1985 il giudice che emetta sentenza di condanna per un reato previsto dall’art. 20 lett. b) della stessa legge è obbligato a ordinare la demolizione dell’opera abusiva “se ancora non sia stata altrimenti eseguita
Attenzione: Diritto penale breve vademecum-avvocato penalista Bologna

 

GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALLATTIVITA

 

 

 

GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  Ai sensi della seconda disposizione i geometri sono abilitati al progetto e alla direzione di modeste costruzioni civili. Il pretore, a cui la corte territoriale ha totalmente aderito, si è diffuso con argomenti precisi e persuasivi per dimostrare che la ricostruzione della mansarda (in sostanza una “scatola” parzialmente in cemento armato, poggiante su un edificio preesistente non in cemento armato) non aveva dimensioni modeste e implicava calcoli non semplici ed equilibri statici non privi di pericolosità. [wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

ABUSI EDILIZI :CASS 2019 RESPONSABILITA’ PROPRITARIO DEL FONDO PENALE BOLOGNA  
ABUSI EDILIZI :CASS 2019 RESPONSABILITA’ PROPRITARIO DEL FONDO PENALE BOLOGNA

GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  : l’accertamento pretoriale non era necessario nel caso di specie, posto che esso riguarda un edificio in cemento armato che è pacificamente di tipo civile, e non di tipo rurale. Infatti, diversamente da quanto affermato da alcune pronunce delle sezioni penali di questa corte (v. Cass. Pen. Sez. 6, n. 3673 del 15.4.1993, ud. 2.2.1993, P.M. in proc. Romano, rv. 193676; Cass. Pen. Sez. III, n. 10125 del 26.11.1996, ud. 16.10.1996, Bormolini ed altro. Rv. 207712) i geometri non possono progettare o dirigere costruzioni in cemento armato di tipo civile, neppure di modesta entità: possono progettare o dirigere costruzioni in cemento armato, solo sono costruzioni accessorie di tipo rurale e non presentano particolari complessità: la lettera della legge non può lasciar dubbi al riguardo, considerato che l’unica disposizione che abilita i geometri alle opere di cemento armato fa riferimento alle costruzioni rurali o di industria agricola, mentre la disposizione che riguarda le costruzioni civili non menziona assolutamente le opere in cemento armato. In questo senso, del resto, è il costante insegnamento della giurisprudenza delle sezioni ivili, secondo cui: I geometri, in base alla normativa vigente (R.D. 16.11.1939 n. 2229; legge 5.11.1971 n. 1086 e legge 2.2.1974 n. 64) non possono progettare costruzioni in cemento armato, salvo che si tratti delle piccole costruzioni rurali indicate nell’art. 16 lett. m) del R.D. 11.2.1929 n. 274 (Cass. Civ. Sez. 2, n. 125 del 4.1.1995, Nanetti c. Vitali, rv. 489548).GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  

A norma dell’art. 16 lett. m) del R.D. 11 febbraio 1929 n. 274, la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l’adozione anche parziale di strutture in cemento armato, mentre in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo, solo con riguardo alle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone, restando quindi comunque esclusa la suddetta competenza nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione qualunque ne sia l’importanza è pertanto riservata solo agli ingegneri e architetti iscritti nei relativi albi professionali. (Cass. Civ. Sez. 2, n. 2861 del 2.4.1997, Tonini c. Segatta, rv. 50344. negli stessi termini Cass. Civ. Sez. 2, n. 5873 del 9.5.2000, Lameri c. Zangrandi, rv. 536295). GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  

 

REPUBBLICA ITALIANA  GEOMETRI DIRITTO PENALE LIMITI ALL’ATTIVITA’  

IN NOME DL POPOLO ITALIANO 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

TERZA SEZIONE PENALE 

abusi edilizi difesa avvocato esperto
abusi edilizi difesa avvocato esperto

SENTENZA

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 2.11.1999 la corte di appello di Brescia, parzialmente riformando quella resa dal pretore di Brescia il 22.10.1998, condannava XXXX XXXX alla pena di venti giorni di arresto e lire 10.000.000 di ammenda, quale colpevole del reato di cui all’art. 20 lett. b) legge 47/1985, per aver commissionato, senza concessione edilizia, lavori di sopraelevazione del tetto di una mansarda (parzialmente crollata a seguito di incendio), con conseguente aumento di volumetria; condannava XXXXX XXXXX alla pena di venti giorni di arresto e lire 10.000.000 di ammenda quale colpevole del reato di cui all’art. 20 lett. b) legge 47/1985, per avere diretto i suddetti lavori di sopraelevazione senza concessione edilizia; nonché alla pena di lire 1.000.000 di ammenda, quale colpevole del reato di cui agli artt. 2 e 13 legge 1086/1971, per avere eseguito i suddetti lavori in cemento armato, esorbitanti dalle sue competenze di geometra, e quindi senza progetto esecutivo valido. Con doppi benefici di legge per entrambi gli imputati. Con ordine di demolizione delle opere abusive.

2 – Il difensore degli imputati ha proposto ricorso per cassazione, deducendo tre motivi a sostegno. In particolare lamenta: erronea applicazione di legge penale, mancata assunzione di prova decisiva legittimamente ammessa, nonché violazione dell’art. 603 c.p.p. e manifesta illogicità di motivazione, giacché la sentenza impugnata aveva accertato l’innalzamento del solaio tra terzo e quarto piano senza una effettiva misurazione e senza rinnovare il dibattimento per espletare una perizia supplementare; e avrebbe inoltre illogicamente accertato la colpa degli imputati circa lo spostamento della linea di colmo della falda del tetto; erronea applicazione della legge penale e illogicità di motivazione, giacché erroneamente e illogicamente la corte di merito aveva ritenuto l’opera progettata dal XXXXXXXXX esorbitante dalle competenze di un geometra; erronea applicazione della legge penale e illogicità di motivazione, giacché la sentenza impugnata aveva ordinato la demolizione delle opere realizzate, erroneamente ritenendo che non vi fosse un contrasto attuale tra l’ordine giudiziario di demolizione e i provvedimenti adottati al riguardo dalla competente autorità amministrativa.

MOTIVI DELLA DECISIONE 

3 – Il primo motivo è infondato. Legittimamente la corte di appello ha ritenuto di non dover rinnovare la istruttoria dibattimentale per espletare una perizia ulteriore, dal momento che la relazione peritale in atti, chiarita a dibattimento nel contraddittorio delle parti, era stata esauriente e puntuale nell’accertare tutte le difformità realizzate rispetto alla costruzione preesistente e distrutta, e in particolare nell’accertare gli aumenti di volumetria e le coperture in laterocemento anziché in legno (modifiche vietate dalle norme comunali). Al riguardo, la motivazione di entrambe le sentenze dei giudici di merito è molto articolata e precisa e sfugge a qualsiasi censura di illogicità su tutti i punti della decisione. In particolare è incensurabile in punto di elemento psicologico della contravvenzione urbanistica, posto che gli imputati, usando la normale diligenza, avrebbero dovuto sapere che la ricostruzione della mansarda distrutta era difforme alla costruzione originaria sotto molti aspetti (compreso quello del colmo della falda del tetto). 

4 – Il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato, anche se la riguardo la motivazione dei giudici di merito va propriamente rettificata ex art. 619 c.p.p.. La competenza professionale dei geometri è determinata dall’art. 16 R.D. 11.2.1929 n. 274, e in particolare – per quanto interessa il caso di specie – dalle lettere l) ed m) dello stesso articolo. Secondo la prima disposizione i geometri sono abilitati a progettare e dirigere costruzioni rurali e per industrie agricole di limitata importanza, comprese piccole costruzioni implichino pericolo per l’incolumità delle persone. 

Ai sensi della seconda disposizione i geometri sono abilitati al progetto e alla direzione di modeste costruzioni civili. Il pretore, a cui la corte territoriale ha totalmente aderito, si è diffuso con argomenti precisi e persuasivi per dimostrare che la ricostruzione della mansarda (in sostanza una “scatola” parzialmente in cemento armato, poggiante su un edificio preesistente non in cemento armato) non aveva dimensioni modeste e implicava calcoli non semplici ed equilibri statici non privi di pericolosità. 

Peraltro, l’accertamento pretoriale non era necessario nel caso di specie, posto che esso riguarda un edificio in cemento armato che è pacificamente di tipo civile, e non di tipo rurale. Infatti, diversamente da quanto affermato da alcune pronunce delle sezioni penali di questa corte (v. Cass. Pen. Sez. 6, n. 3673 del 15.4.1993, ud. 2.2.1993, P.M. in proc. Romano, rv. 193676; Cass. Pen. Sez. III, n. 10125 del 26.11.1996, ud. 16.10.1996, Bormolini ed altro. Rv. 207712) i geometri non possono progettare o dirigere costruzioni in cemento armato di tipo civile, neppure di modesta entità: possono progettare o dirigere costruzioni in cemento armato, solo sono costruzioni accessorie di tipo rurale e non presentano particolari complessità: la lettera della legge non può lasciar dubbi al riguardo, considerato che l’unica disposizione che abilita i geometri alle opere di cemento armato fa riferimento alle costruzioni rurali o di industria agricola, mentre la disposizione che riguarda le costruzioni civili non menziona assolutamente le opere in cemento armato. In questo senso, del resto, è il costante insegnamento della giurisprudenza delle sezioni ivili, secondo cui: I geometri, in base alla normativa vigente (R.D. 16.11.1939 n. 2229; legge 5.11.1971 n. 1086 e legge 2.2.1974 n. 64) non possono progettare costruzioni in cemento armato, salvo che si tratti delle piccole costruzioni rurali indicate nell’art. 16 lett. m) del R.D. 11.2.1929 n. 274 (Cass. Civ. Sez. 2, n. 125 del 4.1.1995, Nanetti c. Vitali, rv. 489548). 

A norma dell’art. 16 lett. m) del R.D. 11 febbraio 1929 n. 274, la competenza dei geometri è limitata alla progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione di quelle che comportino l’adozione anche parziale di strutture in cemento armato, mentre in via di eccezione, si estende anche a queste strutture, a norma della lett. l) del medesimo articolo, solo con riguardo alle piccole costruzioni accessorie nell’ambito degli edifici rurali o destinati alle industrie agricole che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per le persone, restando quindi comunque esclusa la suddetta competenza nel campo delle costruzioni civili ove si adottino strutture in cemento armato, la cui progettazione e direzione qualunque ne sia l’importanza è pertanto riservata solo agli ingegneri e architetti iscritti nei relativi albi professionali. (Cass. Civ. Sez. 2, n. 2861 del 2.4.1997, Tonini c. Segatta, rv. 50344. negli stessi termini Cass. Civ. Sez. 2, n. 5873 del 9.5.2000, Lameri c. Zangrandi, rv. 536295). 

Tanto la progettazione quanto l’esecuzione di opere di conglomerato cementizio, semplice ed armato, riservata per legge agli ingegneri ed agli architetti, esulano dalla competenza professionale dei geometri, cui è riconosciuta esclusivamente la facoltà (ex art.16 lettera L del regolamento di cui al R.D. n. 2229 del 1939) di progettare lavori comportanti l’impiego di cemento armato – limitatamente a piccole costruzioni accessorie di edifici rurali ovvero adibiti ad uso di industrie agricole – di limitata importanza, di struttura ordinaria e che non richiedano, comunque, particolari operazioni di calcolo, tali, in definitiva, da non poter comportare, per loro destinazione, pericolo alcuno per l’incolumità delle persone . (Contra, Cass. Pen. Sez. 6, n. 93/03673, rv. 193676). (Cass. Civ. Sez. 2, n. 10365 del 22/10/1997, magnoli Mercuri c. Calvi, rv. 509103). Il R.D. 16 novembre 1939 n. 2229 esclude dalla competenza dei geometri – essendo di competenza di architetti ed ingegneri – i progetti di lavori comportanti l’impiego di cemento armato. Tale disciplina non è mutata dopo le leggi 5 novembre 1971 n. 1068 sulle opere in conglomerato cementizio e 2 febbraio 1974 n. 64 sulle costruzioni in zone sismiche. (Cass. Sez. Ci. N. 3046 del 30.3.1999, De Togni c. Serpelloni s.p.a., rv. 524741).

5 – Infine, anche l’ultimo motivo di ricorso è infondato e va respinto, giacché ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 7 della legge 47/1985 il giudice che emetta sentenza di condanna per un reato previsto dall’art. 20 lett. b) della stessa legge è obbligato a ordinare la demolizione dell’opera abusiva “se ancora non sia stata altrimenti eseguita”; ed è pacifico in atti, e nella stessa prospettazione del ricorso, che questa circostanza non si era verificata. Resta ovviamente salva la possibilità di revocare l’ordine in sede esecutiva, ove sopravvengano determinazioni contrarie da parte dell’autorità amministrativa competente 
(che non possono essere accertate in sede di legittimità). 

6 – Consegue per legge la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali. 

Considerato il contenuto dell’impugnazione, non si ritiene di dover irrogare anche la sanzione pecuniaria a favore della cassa ammende di cui all’art. 616 c.p.p.. 

P.Q.M. 

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

 

la prova oggetto dell’integrazione sia stata acquisita in violazione del principio di immutabilità del giudice

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la prova oggetto dell’integrazione sia stata acquisita in

violazione del principio di immutabilità del giudice

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 È affetta da nullità di ordine generale a regime intermedio la sentenza emessa all’esito del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria, qualora la prova oggetto dell’integrazione sia stata acquisita in violazione del principio di immutabilità del giudic

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

CASS. PEN. SEZ. III, SENT., (UD. 09-01-2019) 13-02-2019, N. 6930

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 È affetta da nullità di ordine generale a regime intermedio la sentenza emessa all’esito del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria, qualora la prova oggetto dell’integrazione sia stata acquisita in violazione del principio di immutabilità del giudice. (Annulla con rinvio, CORTE APPELLO PERUGIA, 12/01/2018)[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

La nullità di ordine generale, a regime intermedio, derivante dall’omessa dichiarazione, ai sensi dell’art. 42, comma 2, cod. proc. pen., della conservazione di efficacia degli atti compiuti dal giudice poi astenutosi o ricusato, se tempestivamente eccepita dalla difesa dell’imputato che vi abbia interesse avanti al diverso giudice incaricato della prosecuzione del giudizio, può essere emendata dal compimento dell’atto omesso da parte della stessa autorità che ha deciso sulla dichiarazione di astensione o ricusazione, che sia stata investita, in tal senso, dal nuovo giudice designato secondo le regole dell’ordinamento giudiziario. (Annulla con rinvio, CORTE APPELLO PERUGIA, 12/01/2018) 28

 

 

 

In particolare, il principio di immutabilità del giudice trova applicazione anche nel giudizio abbreviato subordinato ad un’integrazione probatoria su richiesta dell’imputato, limitatamente alle fasi della trattazione e della deliberazione della sentenza, non 31 invece a quella inerente alla decisione incidentale sull’ammissione del rito e delle sue modalità di svolgimento (Sez. 3, n. 37100 del 18/06/2015, Benassi, Rv. 264584; Sez. 5, n. 11938 del 09/02/2010, Mortillaro e aa., Rv. 246896; Sez. 6, n. 13111 del 22/01/2009, Accogli e a., Rv. 243831; Sez. 2, n. 33840 del 26/09/2006, Azzi, Rv. 234970). Analogo principio è stato affermato anche nel procedimento in camera di consiglio di cui all’art. 127 c.p.p. (Sez. 1, n. 4927 del 17/12/1991, dep. 1992, Ciacci, Rv. 188906) e ribadito nel giudizio di riesame (Sez. 3, n. 14755 del 02/03/2004, Di Fusco) e nel procedimento di sorveglianza (Sez. 1, n. 17146 del 05/04/20.16, Loi, Rv. 267242). Si tratta, invero, di un principio processuale di carattere generale che non può essere ritenuto inapplicabile nel giudizio abbreviato – come invece argomentato dai giudici di merito – sul rilievo che l’art. 525 c.p.p. non è richiamato dall’art. 442 c.p.p., comma 1, ove si fa rinvio soltanto agli artt. 529 ss. Coerentemente con la tecnica utilizzata dal legislatore per disciplinare il procedimento del giudizio abbreviato, la speciale – e stringata disciplina contiene sostanzialmente le norme che regolano in modo specifico il rito speciale. Con particolare riguardo alla fase della deliberazione della sentenza non si sono dunque espressamente richiamate le disposizioni contenute nel capo 1 del titolo 3 del libro sul giudizio – vale a dire gli artt. da 525 a 528 c.p.p. – perchè in larga parte riferite ad un processo celebrato avanti ad un giudice collegiale, mentre l’intera fase decisoria e post-decisoria, a cui nel libro settimo è dedicato l’intero titolo 3 (artt. da 525 a 548), viene compendiata, anche in forza del menzionato rinvio, nel solo art. 442 c.p.p.. E, a ben vedere, detta disposizione – che pure non prevede espressamente la nullità assoluta della sentenza non deliberata dal giudice che abbia partecipato all’intero giudizio abbreviato, sicchè, anche per il principio di tassatività di cui all’art. 177 c.p.p., questa conseguenza non può affermarsi – è sufficiente a garantire gli effetti del declinato principio, che, per quanto osservato, si riferiscono sostanzialmente all’immediatezza tra assunzione della prova e decision

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

Cass. Pen., sez. III, (ud. 9-01-2019) 13-02-2019, n.6930 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. RAMACCI Luca – Presidente – Dott. CORBETTA Stefano – Consigliere – Dott. REYNAUD Gianni F. – rel. Consigliere – Dott. ANDRONIO Alessandro Maria – Consigliere – Dott. ZUNICA Fabio – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: F.L.A., nata a (OMISSIS); avverso la sentenza del 12/01/2018 della Corte di appello di Perugia; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Gianni Filippo Reynaud; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore FIMIANI Pasquale, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso; udito il difensore della ricorrente, avv. Floria Carucci in sostituzione dell’avv. Antonino Marazzita, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso. Svolgimento del processo 1.

Con sentenza del 12 gennaio 2018, la Corte d’appello di Perugia ha confermato la pronuncia con la quale, all’esito di giudizio abbreviato condizionato, l’odierna ricorrente era stata condannata alla pena di anni uno e mesi quattro di reclusione e 500 Euro di multa, oltre pene accessorie di legge, per il reato previsto dalla L. 20 febbraio 1958, n. 75, artt. 3 e 4, per aver favorito e sfruttato la prostituzione di diverse donne che esercitavano il meretricio presso un albergo gestito dalla società di cui l’imputata era legale rappresentante ed un annesso club dalla medesima presieduto. 2.

Avverso la sentenza di appello, ha proposto ricorso il difensore dell’imputata, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1. 29 3.

Con il primo motivo, si deducono violazione dell’art. 42 c.p.p., comma 2, art. 525 c.p.p., comma 2, e art. 190-bis c.p.p., anche con riferimento agli artt. 178 e 179 dello stesso codice, nonchè vizio di motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui si disattendono le identiche censure già sollevate con il gravame.

Si lamenta, in particolare, che, nell’accogliere la dichiarazione di astensione del magistrato originariamente incaricato di trattare il procedimento come g.u.p., per aver il medesimo svolto il ruolo di componente del collegio in un procedimento connesso celebrato contro l’imputata, il presidente del tribunale non aveva indicato quali atti compiuti dal giudice poi astenutosi conservassero efficacia.

Avanti a quel giudice, che aveva ammesso la richiesta di giudizio abbreviato condizionato, erano stati infatti escussi i testimoni alla cui audizione l’imputata aveva condizionato la richiesta del rito e, nonostante l’opposizione della difesa all’utilizzabilità dei relativi verbali nel giudizio abbreviato proseguito avanti al diverso magistrato incaricato di sostituire il giudice astenuto, le prove non erano state rinnovate.

Nel disattendere le eccezioni di violazione di legge sollevate nel gravame osservando che il provvedimento presidenziale sull’efficacia degli atti era successivamente intervenuto, la sentenza avrebbe confuso la questione della declaratoria di “efficacia” degli atti, mai pronunciata da alcuno – e governata dall’art. 42 c.p.p., che prevedrebbe una sorta di presunzione di inefficacia degli atti compiuti dal giudice astenutosi – con la diversa questione della “utilizzabilità” degli stessi nel caso di mutamento del giudice, fattispecie regolata dall’art. 525 c.p.p., comma 2. 4. Con il secondo motivo, si deducono violazione dell’art. 525 c.p.p., comma 2, e vizio di motivazione per mancata declaratoria di inutilizzabilità delle prove assunte dal giudice poi astenutosi in mancanza del consenso del difensore alla loro rinnovazione mediante lettura ai sensi degli artt. 511 e 525 c.p.p..

Avrebbe errato la Corte nel ritenere – come già fatto dal giudice di primo grado – che l’art. 525 c.p.p. non si applichi al giudizio abbreviato, in quanto non richiamato dall’art. 442 dello stesso codice. Il principio di immutabilità del giudice, osserva la ricorrente citando conforme giurisprudenza di legittimità, si applica anche alla decisione del giudizio abbreviato, fatta salva l’ammissione del rito. 5. Con il terzo motivo si deduce mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui non riconosce che il fatto non sussiste ovvero che non costituisce reato, sul rilievo che non vi sarebbe stata abituale tolleranza della prostituzione nell’albergo gestito dalla ricorrente e, in ogni caso, che ella non ne fosse consapevole. Si lamenta, poi, che la sentenza, senza effettiva motivazione, reputi credibili le dichiarazioni rese da alcune delle ragazze escusse – da cui aveva ricavato un accordo in forza del quale esse esercitavano la prostituzione nelle camere dell’albergo e la ricorrente lo tollerava, fornendo biancheria e percependo dal cliente l’aggiuntivo compenso di 50 Euro – senza ritenere invece credibili, con apodittica motivazione, le diverse dichiarazioni rese da altre ragazze pur indicate come meretrici nel capo di imputazione e da alcuni dei presunti clienti. Da ultimo, si censura la sentenza per aver respinto senza effettiva motivazione la doglianza proposta con il gravame circa il mancato ricorso all’utilizzo di un interprete nel corso delle s.i.t. assunte dalle ragazze straniere, benchè alcune di loro avessero dichiarato, davanti al g.u.p., di non aver neppure compreso le domande loro rivolte dalla polizia giudiziaria, ciò che sarebbe stato confermato dall’agente S.. 6.

Con l’ultimo motivo di ricorso si deduce il vizio di motivazione in ordine al mancato accoglimento delle doglianze rassegnate con riguardo alla determinazione della pena nei minimi edittali, al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche in termini di equivalenza, piuttosto che di prevalenza, sulla contestata aggravante e sulla recidiva, al mancato riconoscimento dei doppi benefici di legge. Motivi della decisione 1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile perchè manifestamente infondato. La consultazione degli atti processuali – imposta dalla natura procedurale della doglianza – ha consentito al Collegio di verificare la correttezza del rilievo contenuto nella sentenza impugnata e la radicale infondatezza della contraria allegazione contenuta in ricorso, dove inspiegabilmente il fatto viene taciuto ed addirittura negato. Ed invero, la dichiarazione di efficacia di tutti gli atti istruttori compiuti dal giudice astenutosi è stata effettuata dal presidente del tribunale in data 27 febbraio 2014, in calce al verbale dell’udienza tenutasi quel giorno, chiuso alle ore 10.45, essendogli stati trasmessi quella stessa mattina gli atti a seguito dell’eccezione sull’inadempimento della prescrizione di cui all’art. 42 c.p.p., comma 2, sollevata dalla difesa.

  • Ciò premesso, la Corte territoriale ha respinto il motivo di gravame sollevato sul punto invocando il principio – ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità – secondo cui la mancata piena contestualità tra accoglimento dell’astensione e decisione in merito agli atti meritevoli di conservare efficacia non incide sul rispetto del dettato dell’art. 42 c.p.p., che fa riferimento ad una decisione intrinsecamente unitaria e coerente che ben può essere 30 adottata in una sequenza ravvicinata, ove questa sia giustificata da diversi tempi di ponderazione (Sez. 6, n. 20097 del 18/03/2003, Santeramo, Rv. 227211; Sez. 6, n. 23262 del 18/03/2003, Gissi, Rv. 225679; Sez. 6, n. 23261 del 18/03/2003, Matteucci, Rv. 225756). Il ricorrente non contesta l’assenza di giustificazioni circa la mancanza di contestualità, ma quand’anche come appare – si fosse trattato, nel primo provvedimento, di una mera omissione, non v’è ragione di impedire che la stessa sia sanata dal presidente del tribunale in tempo utile per chiarire se e quali atti siano ritenuti efficaci nel giudizio che prosegue avanti al diverso giudice incaricato della trattazione, come avvenuto nel caso di specie in limine all’udienza di prosecuzione del procedimento.
  • Ed invero, trattandosi della violazione di una disposizione che, in quanto finalizzata ad attestare, in prima battuta, l’eventuale inefficacia degli atti processuali compiuti dallo iudex suspectus, allorchè la posizione di possibile non imparzialità riguardi l’imputato, viene in rilievo un’ipotesi di nullità di ordine generale ai sensi dell’art. 178 c.p.p., lett. c), riconducibile al regime c.d. intermedio di cui all’art. 180 c.p.p.. All’udienza preliminare del 27 febbraio 2014, l’inosservanza è stata tempestivamente dedotta dalla difesa ai sensi dell’art. 182 c.p.p., comma 2, – così impedendosi la sanatoria, che altrimenti si sarebbe verificata giusta il disposto di cui all’art. 183, lett. a) ed il giudice procedente ha fatto sostanziale applicazione dell’art. 185 c.p.p. trasmettendo gli atti al presidente del tribunale perchè provvedesse a compiere l’atto omesso, come poi correttamente avvenuto senza che la nullità conseguente all’iniziale violazione avesse comportato l’invalidità derivata di altri atti processuali medio tempore compiuti. Va affermato, pertanto, il principio di diritto secondo cui alla nullità di ordine generale a regime intermedio conseguente all’omessa dichiarazione circa l’eventuale conservazione di efficacia degli atti compiuti dal giudice astenutosi o ricusato, prevista dall’art. 42 c.p.p., comma 2, se tempestivamente rilevata o eccepita dalla difesa dell’imputato che vi abbia interesse avanti al diverso giudice incaricato della prosecuzione del giudizio, ben può porsi rimedio con la trasmissione degli atti all’autorità che aveva deciso sulla dichiarazione di astensione o di ricusazione affinchè provveda a compiere l’atto omesso. 1.1.

 Va ancora rilevato che, come hanno precisato le Sezioni Unite di questa Corte, la valutazione di efficacia od inefficacia, operata dal giudice che decide sull’astensione o sulla ricusazione, pur autonomamente non impugnabile, è successivamente sindacabile, nel contraddittorio tra le parti, dal giudice della cognizione (Sez. U, n. 13626 del 16/12/2010, dep. 2011, Digiacomantonio e aa., Rv. 249299).

 

Nella motivazione di tale decisione si specifica ulteriormente che è il giudice che procede al giudizio che “ha una competenza generale in ordine alla valutazione di ammissibilità delle prove ed alla assunzione delle stesse e sarà, pertanto, tale giudice a verificare in ultima analisi anche la efficacia o meno degli atti a contenuto probatorio compiuti dallo iudex suspectus prima della autorizzazione alla astensione ed a determinare la definitiva inclusione o esclusione di tali atti dal fascicolo per il dibattimento, attività che deve necessariamente precedere la valutazione di utilizzabilità o meno delle prove” (se si tratti di giudizio abbreviato, il riferimento al fascicolo per il dibattimento andrà ovviamente inteso con riguardo al fascicolo del processo).

giudizio abbreviato condizionato, tuttavia, la prospettiva è indubbiamente diversa e più ampia, perchè il principio sancito dall’art. 442 c.p.p., comma 1-bis

In sostanza, indipendentemente dalla valutazione fatta dal presidente del tribunale, la lettura costituzionalmente orientata dell’art. 42 c.p.p., comma 2, affida al giudice incaricato della trattazione del procedimento in sostituzione di quello astenutosi o ricusato la competenza a decidere definitivamente e nel contraddittorio delle parti – quali atti, da quello compiuti, siano efficaci oppure no, ferma restando l’ulteriore valutazione della loro concreta utilizzabilità in omaggio al principio di oralità e immediatezza tra giudice che assume la prova e giudice che decide il processo (cfr., di recente, Sez. 6, n. 4694 del 24/10/2017, dep. 2018, Picone e a., Rv. 272195). Nel caso di specie, dal verbale di prosecuzione dell’udienza preliminare dello stesso 27 febbraio 2014 – riaperto alle ore 12.00 – emerge come il provvedimento con cui il presidente del tribunale aveva ritenuto efficaci tutti gli atti compiuti dal giudice astenutosi non abbia formato oggetto di contestazione da parte della difesa, nè il g.u.p. ha ritenuto di dover diversamente disporre, sicchè la questione sull’efficacia delle prove assunte dal precedente giudice nel giudizio abbreviato condizionato è stata definitivamente, e correttamente, risolta.

E’ invece fondato il secondo motivo di ricorso. Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di primo grado e da quello d’appello, l’orientamento maggioritario di questa Corte – condiviso dal Collegio, salvo quanto più oltre si dirà con riguardo all’impossibilità di estendere in via analogica la previsione di nullità speciale contenuta nel primo capoverso – è nel senso che i principi sanciti, per il giudizio dibattimentale, dall’art. 525 c.p.p. si applichino anche alla fase decisoria del giudizio abbreviato.

 In particolare, il principio di immutabilità del giudice trova applicazione anche nel giudizio abbreviato subordinato ad un’integrazione probatoria su richiesta dell’imputato, limitatamente alle fasi della trattazione e della deliberazione della sentenza, non 31 invece a quella inerente alla decisione incidentale sull’ammissione del rito e delle sue modalità di svolgimento (Sez. 3, n. 37100 del 18/06/2015, Benassi, Rv. 264584; Sez. 5, n. 11938 del 09/02/2010, Mortillaro e aa., Rv. 246896; Sez. 6, n. 13111 del 22/01/2009, Accogli e a., Rv. 243831; Sez. 2, n. 33840 del 26/09/2006, Azzi, Rv. 234970). Analogo principio è stato affermato anche nel procedimento in camera di consiglio di cui all’art. 127 c.p.p. (Sez. 1, n. 4927 del 17/12/1991, dep. 1992, Ciacci, Rv. 188906) e ribadito nel giudizio di riesame (Sez. 3, n. 14755 del 02/03/2004, Di Fusco) e nel procedimento di sorveglianza (Sez. 1, n. 17146 del 05/04/20.16, Loi, Rv. 267242). Si tratta, invero, di un principio processuale di carattere generale che non può essere ritenuto inapplicabile nel giudizio abbreviato – come invece argomentato dai giudici di merito – sul rilievo che l’art. 525 c.p.p. non è richiamato dall’art. 442 c.p.p., comma 1, ove si fa rinvio soltanto agli artt. 529 ss. Coerentemente con la tecnica utilizzata dal legislatore per disciplinare il procedimento del giudizio abbreviato, la speciale – e stringata disciplina contiene sostanzialmente le norme che regolano in modo specifico il rito speciale. Con particolare riguardo alla fase della deliberazione della sentenza non si sono dunque espressamente richiamate le disposizioni contenute nel capo 1 del titolo 3 del libro sul giudizio – vale a dire gli artt. da 525 a 528 c.p.p. – perchè in larga parte riferite ad un processo celebrato avanti ad un giudice collegiale, mentre l’intera fase decisoria e post-decisoria, a cui nel libro settimo è dedicato l’intero titolo 3 (artt. da 525 a 548), viene compendiata, anche in forza del menzionato rinvio, nel solo art. 442 c.p.p.. E, a ben vedere, detta disposizione – che pure non prevede espressamente la nullità assoluta della sentenza non deliberata dal giudice che abbia partecipato all’intero giudizio abbreviato, sicchè, anche per il principio di tassatività di cui all’art. 177 c.p.p., questa conseguenza non può affermarsi – è sufficiente a garantire gli effetti del declinato principio, che, per quanto osservato, si riferiscono sostanzialmente all’immediatezza tra assunzione della prova e decisione.

 

 

Ed invero, l’art. 442, comma 1-bis, c.p.p., nel prevedere che “ai fini della deliberazione il giudice utilizza gli atti contenuti nel fascicolo di cui all’art. 416, comma 2, la documentazione di cui all’art. 419, comma 3, e le prove assunte nell’udienza”, fa implicito riferimento, quanto a queste ultime, alle prove ritualmente acquisite dal medesimo giudice che ha condotto il procedimento. E’ proprio con riguardo all’immediatezza tra assunzione della prova e decisione del processo, del resto, che viene affermata l’immutabilità del giudice anche laddove non si tratti di giudizio dibattimentale: il principio di immutabilità del giudice ha riguardo alla identità fisica del giudice che assume la prova e decide (Sez. 3, n. 30416 del 01/07/2016, Bianco, Rv. 267353, relativa al giudizio abbreviato; in senso analogo, Sez. 4, n. 5273 del 21/09/2016, dep. 2017, Ferrentino e aa., Rv. 270383, che ha escluso la violazione del principio con riguardo un’udienza preliminare conclusasi con l’emissione del decreto che dispone il giudizio senza lo svolgimento di alcuna attività istruttoria; Sez. 5, n. 11938 del 09/02/2010, Mortillaro e aa., Rv. 246896, sempre relativa all’udienza preliminare). 2.1. La previsione di cui all’art. 442 c.p.p., comma 1-bis, interpretata nell’indicato senso, ha indubbiamente il medesimo significato di quella che comunemente si riconosce al disposto di cui all’art. 526 c.p.p., comma 1, vale a dire il divieto di utilizzo ai fini della deliberazione di prove diverse da quelle legittimamente acquisite nel corso del giudizio, anche con riguardo al fatto che si tratti di prove assunte davanti ad un giudice persona fisica diverso da quello che decide, ovvero da un collegio differentemente composto. In particolare – si è affermato – qualora si tratti di prove a carico, il mutamento del giudice nel corso del giudizio non dà necessariamente luogo alla nullità della sentenza, ma, qualora nella composizione antecedente a quella della deliberazione il collegio abbia acquisito una prova che si riveli priva di incidenza sulla motivazione della sentenza, il vizio rilevabile è quello della inutilizzabilità del mezzo di prova (Sez. 5, n. 44017 del 28/09/2005, De Stefano, Rv. 232809; Sez. 1, n. 37537 del 07/07/2004, Addis, Rv. 229791). Qualora, per contro, si tratti di prove richieste a discarico, nonostante l’ampiezza del diritto alla prova – anche costituzionalmente sancito (v. art. 111 Cost., comma 3) – è da rilevarsi che lo stesso dev’essere esercitato in armonia con le previsioni processuali che governano la materia (cfr. Sez. 2, n. 2350 del 21/12/2004, dep. 2005, Papalia e aa., Rv. 230717) e la possibilità di far valere l’eventuale violazione del diritto nel giudizio di legittimità è comunque subordinata al fatto che si tratti di prova decisiva ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. d), (cfr. Sez. 5, n. 32379 del 12/04/2018, Impellizzari, Rv. 273577; Sez. 2, n. 48630 del 15/09/2015, Picher e aa., Rv. 265323; Sez. 4, n. 6783 del 23/01/2014, Di Meglio, Rv. 259323). 2.2.

giudizio abbreviato condizionato, tuttavia, la prospettiva è indubbiamente diversa e più ampia, perchè il principio sancito dall’art. 442 c.p.p., comma 1-bis

Nel caso del giudizio abbreviato condizionato, tuttavia, la prospettiva è indubbiamente diversa e più ampia, perchè il principio sancito dall’art. 442 c.p.p., comma 1-bis, va coordinato con la previsione di cui all’art. 438, comma 5, del codice, che fa assurgere la prova alla cui assunzione l’imputato abbia subordinato la richiesta di essere giudicato con il rito semplificato – e che sia stata dal giudice ritenuta necessaria e compatibile con le finalità di economia processuale proprie di detto rito – ad imprescindibile condizione di legittimità di una decisione allo stato degli atti. Contrariamente a quanto di regola accade nella valutazione circa il controllo sulla legittimità della mancata assunzione della prova, 32 quando si tratti di prove a discarico cui sia stata subordinata, e accolta, la richiesta di giudizio abbreviato, salvo il caso di impossibilità per ragioni imprevedibili e sopraggiunte (cfr. Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Arte e aa., Rv. 253211; Sez. 2, n. 43876 del 07/10/2014, Seck, Rv. 260860), la mancata assunzione di una prova acquisibile si traduce in nullità certamente riconducibile all’ipotesi di ordine generale di cui all’art. 178 c.p.p., lett. c), (Sez. 2, n. 23605 del 12/03/2010, Doronzo e a., Rv. 247291). Detta nullità, se non sanata, si estende alla sentenza conclusiva del giudizio, emessa senza che sia stata offerta all’imputato la possibilità di far legittimamente assumere – e del pari legittimamente utilizzare – le prove che avevano condizionato la decisione allo stato degli atti. Anche in relazione a conclusioni raggiunte da questa Corte in casi simili (cfr. Sez. 5, n. 37551 del 25/06/2008, Spinola, Rv. 241953), va dunque affermato il principio secondo cui è affetta da nullità di ordine generale a regime intermedio la sentenza emessa all’esito del giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria, qualora la prova oggetto dell’integrazione non sia utilizzabile per essere stata acquisita in violazione del principio di immutabilità del giudice. 2.3. Nel caso di specie, dal verbale riassuntivo dell’udienza del 27 febbraio 2014, h. 12.00, si ricava che, a seguito dell’intervenuta decisione del presidente del tribunale sulla ritenuta efficacia degli atti istruttori assunti dal giudice astenutosi, la difesa dell’imputata ha immediatamente eccepito l’inutilizzabilità delle prove, dichiarando espressamente di non prestare il consenso alla rinnovazione delle stesse mediante semplice lettura degli atti avanti al nuovo giudice incaricato di trattare e decidere il procedimento, con ciò implicitamente – ma chiaramente – richiedendone la riassunzione orale da parte del medesimo. A seguito del rigetto dell’eccezione da parte del giudice, la conseguente sentenza è stata fatta oggetto di gravame anche su questo punto, avendo l’imputata, con il primo motivo d’appello (pag. 1), dedotto la “nullità della sentenza per mancata declaratoria di inutilizzabilità degli atti per mancanza del consenso del difensore alla rinnovazione degli stessi mediante lettura, ex artt. 511 e 525 c.p.p.: violazione del principio di immutabilità del giudice”. Al di là dell’inesatto richiamo alle menzionate disposizioni processuali regolanti il dibattimento, per quanto sopra osservato, le ragioni in fatto e diritto esposte erano fondate e chiare erano le doglianze rivolte al giudice del gravame di merito a sostegno dell’invocata nullità della sentenza di primo grado: “il nuovo GUP, dinanzi all’eccezione proposta dalla difesa, e al mancato consenso alla rinnovazione degli atti mediante lettura, anzichè dichiarare d’ufficio “utilizzabili” tutti gli atti assunti dinanzi al giudice precedente, avrebbe dovuto prendere atto del dissenso manifestato dallo scrivente difensore e provvedere a riassumere dinanzi a sè tutte le prove integrative assunte dinanzi al giudice precedente” (atto d’appello, pag. 6). 3. L’errato rigetto della doglianza di nullità della sentenza di primo grado comporta, pertanto, l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata, restando assorbiti gli ulteriori motivi. Nel caso di specie deve peraltro trovare applicazione la regola sancita nell’art. 623 c.p.p., lett. b). Per quanto osservato, infatti, ricorre il caso di accertamento di “una delle nullità indicate nell’art. 180 che non sia stata sanata e da cui sia derivata la nullità…della sentenza di primo grado” (art. 606 c.p.p., comma 4, ult. parte), sicchè, a mente di tale disposizione, la Corte d’appello avrebbe dovuto dichiarare la nullità della sentenza di primo grado ed il relativo, omesso, provvedimento va in questa sede adottato disponendosi la trasmissione degli atti al tribunale di Perugia, sezione g.i.p., per nuovo giudizio, come di regola affermato in casi analoghi (cfr. Sez. 3, n. 12234 del 04/02/2014, F., Rv. 258703; Sez. 6, n. 24271 del 30/05/2013, F., Rv. 256818; Sez. 3, n. 1948 del 28/11/2001, dep. 2002, Muscas, Rv. 221059). P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata e la sentenza di primo grado e rinvia al Tribunale di Perugia sezione g.i.p.. Così deciso in Roma, il 9 gennaio 2019. Depositato in Cancelleria il 13 febbraio 2019

 

l’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria sia revocabile?????

ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato
ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato

 

l’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato

ad integrazione probatoria sia revocabile?????

 

  • CASS. PEN. SEZ. UNITE, 19/07/2012, N. 41461

se l’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria sia revocabile nel caso in cui la condizione alla quale il rito è subordinato si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte ?

L’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato

ad integrazione probatoria non è revocabile nel caso in cui

l’acquisizione della prova dedotta in condizione divenga

impossibile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte,

atteso che il vincolo di subordinazione insito nella richiesta

condizionata è utilmente assolto con l’instaurazione del rito e

con l’ammissione della prova sollecitata dall’imputato. 

il giudice, in mancanza della prova evidente (nel senso della sua “constatazione” e non del suo “apprezzamento”) dell’innocenza, deve pronunciare declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione, senza procedere ad alcun approfondimento nella valutazione del materiale probatorio agli atti. Inoltre, intervenuta la causa estintiva del reato di cui all’imputazione, il giudice, all’esito dell’istruttoria dibattimentale e in presenza di un compendio probatorio insufficiente o contraddittorio, non può esercitare i poteri officiosi ex art. 507 26 cod. proc. pen. (possibilità ammessa anche per il giudice ritiratosi in camera di consiglio per la deliberazione della sentenza), ma deve dichiarare l’estinzione del reato enunciandone la causa nel dispositivo. Qualora, a fronte di una causa estintiva, si privilegiasse una formula liberatoria nel merito in presenza di una prova insufficiente o contraddittoria, si perverrebbe al risultato paradossale per cui la “evidenza” ex art. 129 cpv. cod. proc. pen. ricorrerebbe anche nel caso di ambiguità probatoria (art. 530 cod. proc. pen., comma 2). Si determinerebbe, in tal modo, una non consentita equiparazione tra due situazioni tra loro profondamente diverse: l’evidenza della innocenza dell’imputato, l’incertezza del quadro probatorio in ordine alla sua responsabilità. Le considerazioni sinora svolte consentono di affermare che la regola di giudizio dettata dall’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, rimane subordinata ad una situazione di evidenza probatoria risultante obiettivamente dagli atti nel momento in cui si verifica il fatto estintivo, mentre la regola probatoria contenuta nell’art. 530 cod. proc. pen., comma 2, (dovere di pronunciare sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova della responsabilità) è riferibile soltanto all’epilogo decisorio conseguente alla formazione e acquisizione delle prove nel contraddittorio fra le parti e ad un’approfondita valutazione di tutto il compendio probatorio acquisito (Sez. U, n. 35490 del 2009, Tettamanti, cit.). Questo approdo interpretativo appare connotato da intrinseca razionalità anche sotto i seguenti ulteriori profili

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

 

AVVOCATO PENALISTA SERGIO ARMAROLI CASSAZIONE PENALE BOLOGNA EFFICACE,

 

Qualora, in presenza di una causa estintiva del reato già maturata, si ammettesse la rilevabilità, da parte del giudice di legittimità, del vizio di motivazione della sentenza impugnata, il rinvio al giudice del merito sarebbe incompatibile con il principio dell’immediata applicabilità della causa estintiva e, in ogni caso, il giudice di merito destinatario del processo in sede di rinvio sarebbe obbligato a rilevarla e a dichiararla immediatamente (Sez. U, n. 17179 del 2002, Conti, cit.; Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, dep. 2002, Cremonese, Rv. 220511). In assenza di elementi “evidenti” dell’innocenza sostanziale dell’imputato (elementi positivi della sua estraneità rispetto all’addebito contestato o mancanza assoluta di prove a suo carico), l’obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato non contrasta con esigenze di tutela dei diritti fondamentali della persona che consentano di derogare alla regola generale dettata dall’art. 129 cod. proc. pen., comma 2. Infatti, attraverso la rinunzia alla causa di estinzione del reato, l’imputato può riespandere il suo diritto costituzionalmente garantito ad una decisione penale sul merito dell’addebito a lui mosso, provare la sua innocenza e tutelare la sua onorabilità. Si porrebbe, invece, in contrasto con i principi di razionalità, di ordine e di economia processuale ammettere che, pur in mancanza di una rinuncia alla causa estintiva, il processo debba proseguire per consentire, come prospettato dal ricorrente, che l’imputato possa, in ipotesi, giovarsi dell’efficacia preclusiva connessa alla sentenza penale dall’art. 653 cod. proc. pen., comma 1. Infine, in assenza di specifiche previsioni legislative di più ampia portata e avuto riguardo al peculiare ambito applicativo dell’art. 578 cod. proc. pen., non si può inferire da tale disposizione, grazie ad un’interpretazione di tipo analogico o estensivo, una regola generale che, pur in presenza di una causa estintiva del reato e in assenza di elementi obiettivi comprovanti, all’evidenza, l’innocenza dell’imputato, imponga al giudice una valutazione di merito del compendio probatorio ogniqualvolta alla sentenza penale si ricolleghino conseguenze sul piano della responsabilità disciplinare. Tali considerazioni, oltre ad essere rispettose del quadro costituzionale di riferimento (artt. 3, 24, 25, 111 Cost.) e dei principi del giusto processo (artt. 111, 117 Cost, art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo), non contrastano neppure con i criteri direttivi fissati dalla L. n. 81 del 1987, contenente la delega per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale. L’art. 2, comma 1, n. 1 stabilisce, infatti, l’esigenza di “massima semplificazione e di eliminazione di atti e di attività non essenziali” e il successivo punto n. 11 correla l’obbligo del proscioglimento nel merito, pur in presenza di una causa estintiva del reato, alla sussistenza dei relativi presupposti. Anche sotto questo profilo, dunque, la disciplina contenuta nell’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, appare rispettosa, da un lato, delle esigenze di razionalità del sistema processuale, di speditezza e di economia del giudizio e, dall’altro, delle esigenze di difesa, in quanto la prevalenza della causa estintiva del reato è ancorata a ben precisi e tipizzati presupposti e, in ogni caso, non può trovare applicazione in presenza di una contraria manifestazione di volontà espressa personalmente dall’imputato che voglia beneficiare di una decisione nel merito. 27 15.2. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di questi principi, in quanto, con ampio e puntuale richiamo delle emergenze processuali, ha argomentato l’insussistenza di elementi comprovanti all’evidenza l’estraneità dei ricorrenti agli addebiti loro mossi e ha richiamato, quali dati dimostrativi della loro responsabilità in ordine al reato previsto dall’art. 424 cod. pen. (così riqualificata l’originaria contestazione ex art. 423 cod. pen.) le prove dichiarative acquisite ( O., C., A., Re., F., S., C., G.), le risultanze documentali in ordine ai controlli subiti da O. ad opera della Polizia di Stato, le due relazioni di servizio redatte dai Carabinieri rispettivamente il 27 e il 28 giugno 1998 in ordine ai fatti accaduti la notte in cui si verificarono gli incendi, il contenuto delle schede di intervento redatte dai Vigili di fuoco, fatti intervenire su richiesta di appartenenti all’Arma dei Carabinieri, nonchè l’esito delle investigazioni svolte nell’immediatezza e compendiate nelle annotazioni redatte dalla Polizia di Stato il 29 e il 30 giugno 1998. Di conseguenza in ordine ai fatti contestati, ricondotti alla previsione della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 424 cod. pen., è stata correttamente pronunziata sentenza di non doversi procedere per prescrizione in assenza di atti espressi di rinuncia all’applicazione della causa estintiva manifestati personalmente dagli imputati

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

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Cass. pen. Sez. Unite, Sent., (ud. 19-07-2012) 24-10-2012, n. 41461 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LUPO Ernesto – Presidente – Dott. DE ROBERTO Giovanni – Consigliere – 10 Dott. MILO Nicola – Consigliere – Dott. MARASCA Gennaro – Consigliere – Dott. LOMBARDI Alfredo Maria – Consigliere – Dott. ROMIS Vincenzo – Consigliere – Dott. CONTI Giovanni – Consigliere – Dott. FIANDANESE Franco – Consigliere – Dott. CASSANO Margheri – rel. Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sui ricorsi proposti da: 1. B.G., nato a (OMISSIS); 2. D.G., nato a (OMISSIS); 3. M.S., nata a (OMISSIS); 4. R.S., nato a (OMISSIS); 5.

 P.M., nato a (OMISSIS); avverso la sentenza del 29/12/2009 della Corte di appello di Catania; visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi; udita la relazione svolta dal consigliere Margherita Cassano; udito il Pubblico ministero, in persona dell’Avvocato generale Dr. FEDELI Massimo, che ha concluso chiedendo dichiararsi manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dedotta e il rigetto dei ricorsi; uditi per gli imputati l’avv. Enrico Trantino per B., D., M. e R., e l’avv. Carmelo Calì per P., che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei rispettivi ricorsi. Svolgimento del processo 1. Il 29 dicembre 2009 la Corte di appello di Catania confermava la sentenza pronunziata in data 1 giugno 2006 dal locale Tribunale che, all’esito di giudizio abbreviato, aveva condannato P. M., vice-ispettore della Polizia di Stato, alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, per il reato di concussione continuata (commesso in (OMISSIS)), e aveva dichiarato l’estinzione per intervenuta prescrizione del reato di danneggiamento seguito da incendio (art. 424 cod. pen.), così derubricata l’originaria imputazione ex art. 423 cod. pen.. 2. In fase di appello, al processo a carico di P. veniva riunito, per ragioni di connessione oggettiva e soggettiva, quello instaurato nei confronti di B.G., D. G., M.S. e R.S., condannati, in primo grado, il 23 febbraio 2005, all’esito di giudizio abbreviato, in ordine al delitto di incendio (art. 423 cod. pen.). La Corte di appello, in riforma della decisione di primo grado, previa riqualificazione dell’originaria imputazione di incendio (art. 423 cod. pen.) in quella di danneggiamento 11 seguito da incendio (art. 424 cod. pen.), dichiarava non doversi procedere, per intervenuta prescrizione, con riferimento al suddetto reato. 3.

 Preliminarmente la Corte di appello respingeva le eccezioni proposte dagli imputati. Relativamente all’eccezione di nullità del verbale di sommarie informazioni rese dal teste O. nella fase delle indagini preliminari – sollevata dalla difesa di P. – in ragione della mancata compiuta identificazione del medesimo mediante un documento di identità, il giudice d’appello osservava che non sussisteva in proposito alcuna incertezza. Il verbale riportava, infatti, le generalità dichiarate dalla persona informata sui fatti, dava atto della sua provenienza e della sua residenza temporanea; al contempo le dichiarazioni rese dalle altre persone escusse confortavano tali dati e la effettiva conoscenza dei fatti di causa da parte di O.. Con riguardo all’ulteriore eccezione – anch’essa avanzata dalla difesa di P. – di inutilizzabilità, per violazione dell’art. 512 cod. proc. pen., delle dichiarazioni rese da O. (successivamente divenuto irreperibile) alla cui assunzione era stata subordinata la richiesta di rito semplificato, i giudici di merito osservavano che la suddetta disposizione non si applica nel giudizio abbreviato; diversamente opinando, all’imputato verrebbe attribuita la facoltà di paralizzare l’attitudine probatoria degli atti di indagine – alla cui utilizzazione ha prestato il consenso aderendo al rito speciale – mediante la sola apposizione della condizione della loro nuova assunzione, anche quando la stessa sia divenuta impossibile. La Corte territoriale riteneva del pari non fondata l’eccezione, proposta dalla difesa di P., riguardante la celebrazione del giudizio nelle forme del rito abbreviato, nonostante l’integrazione probatoria dedotta in condizione nella richiesta presentata ai sensi dell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, non potesse più essere utilmente assunta. In proposito osservava che, in realtà, l’imputato non aveva formulato alcuna domanda di retrocessione del rito, pur se a conoscenza dell’impossibilità di assumere la prova, accettando la prosecuzione del processo nelle forme del giudizio abbreviato anche a condizione probatoria insoddisfatta. I giudici d’appello respingevano, inoltre, le censure avanzate dalla difesa in ordine alla qualificazione dei fatti come concussione (art. 317 cod. pen.) e all’attendibilità delle prove dichiarative poste a fondamento della prova del suddetto reato, ritenendole intrinsecamente affidabili ed estrinsecamente riscontrate dagli altri elementi acquisiti al processo. Respingeva, infine, le ulteriori doglianze mosse da P. in merito al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e alla determinazione del trattamento sanzionatorio.

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Con riguardo all’appello presentato congiuntamente dagli altri imputati, la Corte territoriale respingeva l’unico motivo articolato a sostegno dell’impugnazione, concernente l’attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona informata sui fatti O. e, come già accennato, in assenza di elementi evidenti della loro innocenza, riteneva che la posizione degli imputati dovesse essere valutata secondo i parametri di economia processuale sanciti dall’art. 129 cod. proc. pen. e che, pertanto, dovesse essere dichiarato prescritto il delitto previsto dall’art. 424 cod. pen. alla stregua del quale era stato riqualificato il delitto di incendio (art. 423 cod. pen.) originariamente contestato. 4. Avverso la suddetta sentenza ricorrono, con separati atti, l’avv. Carmelo Calì, difensore di P., e l’av. Enrico Trantino, difensore degli altri quattro imputati. 4.1. P. articola cinque motivi di ricorso

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Con il primo motivo denunzia la nullità ex art. 142 cod. proc. pen. del verbale di sommarie informazioni rese dal sedicente O. in data 27 giugno 1998 a causa dell’omessa compiuta identificazione del medesimo ad opera dei soggetti verbalizzanti e la conseguente inutilizzabilità patologica delle dichiarazioni rese dal teste, nonchè l’insufficienza della motivazione resa sul punto dalla Corte territoriale che avrebbe altresì travisato le risultanze del verbale menzionato, affermando che l’ O. avrebbe indicato la propria residenza, mentre in realtà lo stesso nell’occasione si era dichiarato senza fissa dimora, come comprovato dal verbale allegato al ricorso.

Con la seconda censura eccepisce l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dal menzionato O. nel corso delle indagini preliminari per violazione dell’art. 512 cod. proc. pen. in relazione all’art. 438, comma 5, del citato codice, in quanto la prova era divenuta irripetibile per la sopravvenuta irreperibilità del teste, nel mentre l’audizione del medesimo era stata apposta come condizione alla richiesta di giudizio abbreviato presentata dall’imputato. In proposito il ricorrente osservava che, contrariamente a quanto sostenuto nel provvedimento impugnato, l’inutilizzabilità delle sommarie 12 informazioni non poteva ritenersi in qualche modo sanata dall’adesione al rito abbreviato, che non comporta un effetto abdicativo di tale portata, come si evince dal disposto dell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5 che impone al giudice di valutare la richiesta di abbreviato condizionato tenendo conto degli atti già acquisiti ed utilizzabili.

Nell’ambito del secondo motivo il ricorrente censura anche la mancata revoca del giudizio abbreviato una volta divenuto impossibile procedere all’acquisizione dell’integrazione probatoria richiesta, rilevando che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Corte territoriale, la difesa, all’udienza del 20 ottobre 2005, aveva avanzato espressa richiesta di retrocessione dal rito per il mancato avveramento della condizione. Osserva anche, sviluppando le argomentazioni già svolte, che l’impossibilità sopravvenuta dell’assunzione della prova doveva considerarsi prevedibile e, dunque, tale da portare all’applicazione, anche nel giudizio speciale, del disposto dell’art. 512 cod. proc. pen., atteso che lo stesso costituisce espressione del principio generale per cui l’imputato ha il diritto di confrontarsi con le prove d’accusa. Con il terzo motivo denuncia carenze motivazionali della sentenza impugnata in ordine alla ritenuta sussistenza della prova del reato di concussione continuata, nonostante le contraddizioni, rilevate nell’atto d’appello, nelle dichiarazioni rese dai testimoni d’accusa e poste dalla Corte territoriale e dal giudice di primo grado a fondamento dell’affermazione di responsabilità per tale reato.

Lamenta, altresì, il travisamento delle risultanze della deposizione (allegata al ricorso) della Re., assunta nel corso del giudizio abbreviato, e delle altre testimonianze acquisite

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Deduce, inoltre, il malgoverno delle regole di valutazione della prova, in quanto, alla luce della qualità di persona offesa dal reato rivestita dalla Re., la Corte territoriale avrebbe dovuto esercitare ogni controllo teso alla verifica della sua attendibilità secondo i tradizionali principi prudenziali fissati in proposito dalla giurisprudenza di legittimità. Con il quarto motivo eccepisce l’errata qualificazione del fatto come concussione, atteso che, in concreto, non sarebbe rilevabile alcun metus publicae potestatis (che la stessa teste Re. avrebbe escluso), ma al più una trattativa tra l’imputato e la prostituta per scambiare prestazioni sessuali in cambio di un atteggiamento favorevole sulla posizione irregolare di quest’ultima, che peraltro non avrebbe avuto seguito, atteso che la donna non si era recata all’appuntamento fissato dal P. per riscuotere la prestazione promessa. Con il quinto motivo il ricorrente eccepisce l’omessa decisione e la conseguente mancanza assoluta di motivazione sul motivo di gravame riguardante il reato di incendio doloso, riqualificato dal Tribunale di Catania come danneggiamento seguito da incendio e, quindi, dichiarato prescritto, nonchè ulteriori carenze motivazionali del provvedimento impugnato in ordine alla svalutazione degli elementi prospettati dalla difesa per fondare la richiesta di un più benevolo trattamento sanzionatorio.

Con un unico motivo B.G., D.G., M.S. e R.S. censurano il ricorso operato dalla Corte territoriale alla regola di giudizio stabilita dall’art. 129 cod. proc. pen..

Il principio affermato recentemente dalle Sezioni Unite – che hanno stabilito che “all’esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, in caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispetto alla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità, salvo che, in sede di appello, sopravvenuta una causa estintiva del reato, il giudice sia chiamato a valutare, per la presenza della parte civile, il compendio probatorio ai fini delle statuizioni civili, oppure ritenga infondata nel merito l’impugnazione del P.M. proposta avverso una sentenza di assoluzione in primo grado ai sensi dell’art. 530 cod. proc. pen., comma 2” (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273) – deve, infatti, essere esteso a tutte quelle situazioni in cui, accordando prevalenza alla causa estintiva, si determina (come nel caso di specie) un pregiudizio per l’imputato, in quanto il proscioglimento per intervenuta prescrizione non è sufficiente a sottrarre i ricorrenti (tutti agenti della Polizia di Stato) a conseguenze disciplinari. In subordine prospetta l’illegittimità costituzionale dell’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, nella parte in cui, maturata una causa estintiva del reato, limita il potere di proscioglimento nel merito al solo caso di evidenza di non colpevolezza, per il contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 111 e 112 Cost., con gli artt. 76 e 77 Cost. in riferimento all’eccesso di delega relativo alla direttiva n. 11 dell’art. 2 L. n. 81 del 1987, nonchè con gli art. 117 Cost. e art. 6 Cedu.

Il ricorso denunzia, Inoltre, carenze motivazionali dell’impugnata sentenza in ordine alla ritenuta attendibilità ed idoneità probatoria delle dichiarazioni del teste O.. 5. I ricorsi venivano assegnati alla Sesta sezione penale, che, con ordinanza del 30 marzo 2012, li rimetteva alle Sezioni Unite, rilevando la potenziale insorgenza di un contrasto interpretativo in merito alla questione, sollevato nel secondo 13 motivo del ricorso di P., della revocabilità del provvedimento di ammissione del giudizio abbreviato condizionato, qualora divenga impossibile assumere l’integrazione probatoria dedotta in condizione dall’imputato. In proposito i giudici rimettenti rilevano come sulla questione non sussista alcun contrasto interpretativo in atto, atteso che nella giurisprudenza di legittimità è costante l’affermazione per cui il giudice non ha il potere di revocare l’ordinanza di ammissione del rito alternativo solo perchè l’integrazione probatoria, cui l’imputato ha subordinato la relativa richiesta, non può aver luogo per circostanze imprevedibili, sebbene il problema sia stato sempre affrontato ex parte iudicis. Tale orientamento costituirebbe espressione del più generale principio – anch’esso pacifico nella giurisprudenza della Corte – della non revocabilità del giudizio abbreviato, salvo nei casi espressamente stabiliti dall’art. 441 bis cod. proc. pen., ancorchè, osserva ancora l’ordinanza di rimessione, si registrino in alcune isolate pronunzie affermazioni incidentali che sembrerebbero evocare la facoltà del giudice di disporre la retrocessione del rito con il consenso dell’imputato. I giudici rimettenti affermano, peraltro, di non poter condividere il principio dell’irrevocabilità del giudizio abbreviato, qualora, essendo stato lo stesso instaurato nella forma condizionata, divenga impossibile soddisfare la condizione probatoria apposta dall’imputato all’atto della richiesta. Rilevano come in tal senso non possa prescindersi dalla volontà dello stesso imputato non solo al momento dell’ammissione del rito, ma altresì in relazione alla sua prosecuzione nelle condizioni illustrate, in quanto il fondamento costituzionale del giudizio abbreviato risiede nella previsione dell’art. 111 Cost., comma 4, il quale autorizza la deroga al principio della formazione della prova nel contraddittorio delle parti proprio sul presupposto che l’imputato vi consenta (salvo, ovviamente, che non ricorrano le ulteriori Ipotesi configurate dalla disposizione menzionata)

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 Non di meno, osserva ancora l’ordinanza, la compatibilità del giudizio abbreviato con i principi sanciti dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo è stata riconosciuta dalla Corte di Strasburgo esclusivamente sulla base della spontanea rinunzia dell’imputato alle garanzie del rito ordinario. In tal senso, concludono i giudici rimettenti, la subordinazione della volontà di accettare il rito semplificato ad una integrazione probatoria assume natura essenziale e la mancata realizzazione di tale condizione, qualora non addebitabile allo stesso imputato, impedirebbe, in ossequio ai sopra ricordati principi, la prosecuzione del giudizio abbreviato senza il suo consenso, sia esso espresso o tacito.

Con decreto in data 6 aprile 2012, il Primo Presidente assegnava il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.

 Motivi della decisione 1. La questione di diritto devoluta alle Sezioni Unite può essere riassunta nei seguenti termini: “se l’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria sia revocabile nel caso in cui la condizione alla quale il rito è subordinato si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte”.

Sulla problematica sottoposta all’esame del Collegio non si registra un contrasto interpretativo. Con indirizzo esegetico univoco, infatti, la giurisprudenza di questa Corte ritiene che la sopravvenuta impossibilità di assunzione dell’integrazione probatoria, cui l’imputato abbia subordinato la richiesta di accesso al rito abbreviato condizionato, non incida sulla sua corretta instaurazione e sulla sua celebrazione, in quanto, alla luce delle regole generali che disciplinano l’istituto, non è configurabile un diritto dell’imputato ad ottenere, in questo caso, la retrocessione del giudizio nè, tanto meno, un potere del giudice di disporla (Sez. 1, n. 13544 del 22/01/2009, Xie, Rv. 243130; Sez. 2, n. 15117 del 02/04/2007, Polverino, Rv. 236391; Sez. 5, n. 40580 del 23/09/2002, Einaudi, Rv. 222970). Tale approdo ermeneutico muove dall’implicito presupposto che il vincolo discendente dalla condizione posta dall’imputato con la richiesta di accesso al giudizio abbreviato riguardi l’ammissione dell’integrazione probatoria invocata, ma che, una volta disposto il rito con la condizione chiesta dall’imputato, non possa configurarsi una sorta di retroattiva perdita di efficacia dell’atto d’impulso qualora la prova non venga concretamente assunta per cause indipendenti dalla volontà del giudice. Tale premessa generale viene desunta, in primo luogo, dall’interpretazione letterale e logico-sistematica dell’art. 438, comma 5, e art. 441 bis cod. proc. pen..

L’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, fa espressamente salva – anche nell’ipotesi di giudizio abbreviato condizionato – la utilizzabilità ai fini della prova degli atti di cui all’art. 442, comma 1 bis, fra i quali sono inclusi quelli indicati all’art. 416 cod. proc. pen., comma 2, (fascicolo contenente la notizia di reato, documentazione relativa alle indagini espletate, verbali di atti eventualmente compiuti davanti al g.i.p.). Pertanto, l’eventuale integrazione probatoria, oltre a non mutare la natura e le caratteristiche proprie del giudizio abbreviato, non esplica la sua influenza sulle acquisizioni già esistenti, 14 ma contribuisce ad arricchire il materiale probatorio di cui il giudice deve tener conto e può eventualmente incidere sulla valenza probatoria degli altri elementi già ottenuti, ma non sulla utilizzabilità di questi ultimi. Il mancato conseguimento del risultato probatorio dedotto in condizione non compromette, quindi, il valore del consenso prestato dall’imputato alla piena utilizzazione degli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.

L’art. 441 bis cod. proc. pen., a sua volta, indica tassativamente le ipotesi di revoca del provvedimento di ammissione del giudizio abbreviato, tra cui non è compreso il caso della sopravvenuta impossibilità, per circostanze imprevedibili, dell’assunzione dell’integrazione probatoria, cui l’imputato abbia subordinato la richiesta. In questa ipotesi non è, quindi, prevista dal sistema processuale l’adozione della revoca del provvedimento ammissivo del rito. Qualora, poi, la richiesta di giudizio abbreviato sia stata subordinata ad integrazione probatoria non può trovare applicazione l’art. 526 cod. proc. pen., comma 1 bis. Tale norma si riferisce esclusivamente al processo dibattimentale, come si desume dalla collocazione della disposizione nel libro settimo concernente il giudizio ordinario e dalla lettura coordinata della disposizione in esame con l’art. 438 cod proc. pen., caratterizzato dalla delineazione di un ambito particolarmente ristretto dell’integrazione che deve risultare compatibile con le finalità di economia processuale propria del procedimento (Sez. 5, n. 40580 del 2002, Einaudi, cit.).

Con specifico riguardo ad una delle decisioni in precedenza richiamate (Sez. 2, n. 15117 del 2007, Polverino), non pare condivisibile la lettura della stessa prospettata dall’ordinanza di rimessione che, estrapolandolo dall’intero contesto argomentativo, ha valorizzato il richiamo all’assenza di un potere unilaterale e officioso di revoca del giudizio condizionato da parte del giudice e all’eventuale attribuzione al solo imputato della valutazione di opportunità circa la retrocessione del rito. Lo sviluppo della motivazione, infatti, è incentrato sulla riaffermazione del principio di tassatività delle ipotesi di revoca del giudizio abbreviato e sulla considerazione che in ogni caso – anche qualora si volesse accogliere la tesi della possibilità di retrocessione per impossibilità sopravvenuta dell’integrazione probatoria (che la sentenza in esame sembra, peraltro, respingere) – sarebbe necessaria una manifestazione di volontà dell’imputato che, nella concreta fattispecie, era mancata.

Un’ulteriore decisione di questa Corte (Sez. 1, n. 17317 dell’11/03/2004, Pawlak, Rv. 228652), richiamata nell’ordinanza di rimessione, non ha espressamente affrontato la questione dell’ammissibilità della retrocessione del rito in caso di impossibilità o superfluità sopravvenuta della prova, ma si è limitata a ritenere abnorme il provvedimento con il quale il giudice dell’udienza preliminare, dopo avere ammesso gli imputati al rito abbreviato condizionato – valutando, quindi, l’integrazione probatoria richiesta e ritenendola implicitamente necessaria e compatibile con le finalità di economia processuale proprie del procedimento, come previsto dall’art. 435 cod. proc. pen., comma 5, – ha revocato unilateralmente l’ordinanza ammissiva del rito stesso in ragione di presunte difficoltà nell’ottenere la comparizione del testimone (residente all’estero) richiesto dall’imputato e del rischio di scadenza dei termini di fase della custodia cautelare. 3. Il Collegio ritiene che l’orientamento illustrato al paragrafo che precede debba essere confermato sulla base delle seguenti argomentazioni.

. L’introduzione, a seguito delle modifiche introdotte dalla L. 16 dicembre 1999, n. 479, di un modello “condizionato” di instaurazione del rito abbreviato accanto alla procedura fondata sulla richiesta di essere giudicati senza integrazione probatoria non ha inciso sulla natura dell’istituto che ha mantenuto una fisionomia unitaria, la cui caratteristica fondamentale e unificante è costituita dalla disponibilità manifestata dall’imputato all’utilizzo degli atti di indagine ai fini della decisione, accompagnata dalla contestuale rinuncia al contraddittorio dibattimentale. Pertanto il giudizio abbreviato “condizionato” e quello “semplice” rappresentano modalità differenziate di sviluppo di un unico modello processuale e non espressione di istituti diversi (Sez. 1, n. 38595 del 17/09/2003, Mores, Rv. 225997).

L’imputato, nel formulare la richiesta di accesso al rito “condizionato”, subordina l’efficacia della domanda all’assunzione di elementi di prova specificamente indicati, tanto che il giudice deve ammettere le prove sollecitate o, in alternativa, rigettare in toto la richiesta. Si può, pertanto, affermare che la domanda condizionata di rito abbreviato ha una struttura composita, in quanto comprende una richiesta principale, funzionale ad introdurre il rito, e una accessoria, volta all’ammissione di determinati mezzi di prova; il mantenimento della richiesta principale è subordinato all’accoglimento di quella accessoria. 15 La richiesta (come già detto) deve essere specificamente condizionata all’ammissione della prova integrativa e in presenza – come nel caso in esame -di una molteplicità dei mezzi proposti – all’assunzione di ciascuno tra essi. Qualora, infatti, l’imputato e il suo difensore considerino irrinunciabili solo alcune delle integrazioni sollecitate, la restante parte della domanda degrada a mera istanza di ammissione delle prove aggiuntive, che il giudice ben può respingere, pur disponendo la definizione del giudizio con il rito speciale. In ogni caso, la domanda dell’imputato deve essere analitica, dovendo indicare non solo il mezzo da utilizzarsi per l’integrazione probatoria, ma anche le circostanze di fatto sulle quali investigare. Solo in tal modo, infatti, il giudice è posto in condizione di compiere una compiuta valutazione circa la necessità dell’integrazione e può essere correttamente circoscritto il diritto del pubblico ministero alla controprova. 3.2.

Nell’ambito di questi principi generali, si tratta di stabilire se fatti imprevedibili e sopravvenuti alla introduzione del rito esplichino una qualche influenza sui presupposti costituenti l’oggetto della condizione dedotta dall’imputato per accedervi e sulla verifica effettuata dal giudice per ammetterlo. Il Collegio ritiene che al quesito debba essere data risposta negativa. L’ordinamento processuale non contempla la possibilità di revocare il giudizio abbreviato, già ammesso, al di fuori delle ipotesi espressamente regolate dalla legge. L’unico caso disciplinato in proposito dal legislatore è quello di cui all’art. 441 bis cod. proc. pen., comma 4, che prevede un’ipotesi di revoca obbligatoria dell’ordinanza su richiesta dell’imputato in presenza di nuove contestazioni ai sensi dell’art. 423 cod. proc. pen., comma 1.

Il carattere eccezionale della disposizione si ricava, in primo luogo, dalla sua esegesi letterale, evidenziante una precisa correlazione procedimentale tra nuova contestazione, conseguenti possibili determinazioni dell’imputato, provvedimento di revoca dell’ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato, fissazione (o prosecuzione) dell’udienza preliminare, preclusione alla riproposizione della richiesta del rito.

Da un punto di vista logico-sistematico è, inoltre, significativa la circostanza che nessuna delle disposizioni che precedono, anche topograficamente, l’art. 441 bis cod. proc. pen. si occupi dell’eventuale revoca dell’ordinanza introduttiva del giudizio abbreviato e che tale eventualità sia contemplata solo in presenza di nuove contestazioni formulate dal pubblico ministero all’esito dell’integrazione probatoria sollecitata dall’imputato o all’ipotesi dell’esercizio officioso di tale potere da parte del giudice. Il combinato disposto dell’art. 441 bis, comma 1, art. 438, comma 5, art. 441 cod. proc. pen., comma 5, rende, quindi, evidente che solo in questo caso può determinarsi una regressione del processo alla fase e allo stato in cui si trovava al momento della presentazione della richiesta di giudizio abbreviato. Il richiamo del canone ermeneutico ubi voluit dixit assume, quindi, in tale contesto, una precisa e significativa valenza: esso consente di affermare che il legislatore ha voluto prevedere casi tipi di revoca dell’ordinanza introduttiva del rito e ha voluto escludere la revocabilità del giudizio al di fuori della situazione esplicitamente regolata nell’art. 441 bis cod. proc. pen.. Quest’ultima disposizione è una norma di carattere eccezionale e, dunque, non suscettibile di generalizzazione o di applicazione in via analogica. Dall’interpretazione letterale dell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, si ricava, inoltre, univocamente che il vincolo di subordinazione insito nella domanda avanzata dall’imputato e oggetto della delibazione giudiziale attiene all’ammissione della integrazione probatoria e non alla effettiva assunzione delle ulteriori acquisizioni probatorie.

Di conseguenza il vincolo di subordinazione insito nella richiesta dell’imputato deve ritenersi utilmente assolto con l’instaurazione del rito e l’ammissione delle prove sollecitate dalla difesa; il relativo atto di impulso processuale non può essere influenzato dalle vicende correlate al distinto e successivo momento della effettiva assunzione della prova – che può essere influenzata da diversi fattori – e non può subire una retroattiva perdita di efficacia quando, per qualunque motivo, la prova non venga concretamente assunta. L’attenta lettura del complessivo quadro normativo consente di delineare il limite naturale delle ulteriori acquisizioni probatorie che, come si evince dall’incipit dell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5 (“ferma restando la utilizzabilità ai fini della prova degli atti indicati nell’art. 442, comma 1 bis”), debbono essere soltanto integrative, e non già sostitutive, del materiale già acquisito ed utilizzabile come base cognitiva, ponendosi, siccome circoscritte e strumentali ai fini della decisione di merito, quale essenziale e indefettibile supporto logico della stessa. La norma parla coerentemente di “integrazione probatoria”, evidenziando così, anche sul piano terminologico, il carattere aggiuntivo (“integrazione”) e non già sostitutivo, rispetto agli atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero, della prova che l’imputato intende far assumere nell’udienza preliminare.

L’impossibilità di revocare l’ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato, qualora l’integrazione probatoria cui è stata subordinata la domanda si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopravvenute, non si pone in conflitto neppure, sotto un profilo logico-sistematico, con la pregressa valutazione di necessità ai fini della decisione compiuta dal giudice nell’ambito dell’ordinanza che ammette il rito. L’ostacolo obiettivo all’acquisizione della prova opera, infatti, in ugual misura per il giudice dinanzi al quale si celebra il rito abbreviato e per quello del dibattimento dinanzi al quale – ammettendo la revocabilità dell’ordinanza introduttiva del rito in caso di impossibilità sopravvenuta dell’acquisizione probatoria per fattori imprevedibili – il giudizio dovrebbe svolgersi. Pertanto, l’eventuale retrocessione del processo, oltre a non porre rimedio a tale situazione, provocherebbe un’ingiustificata e irrazionale dilatazione dei tempi di definizione del processo che non sarebbe giustificata da maggiori garanzie dell’imputato. 3.3. Il sistema così ricostruito non contrasta con i principi generali e non menoma i diritti di difesa dell’imputato. Il valore probatorio dell’elemento da acquisire, cui fa riferimento l’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, va sussunto nell’oggettiva e sicura utilità/idoneità del probabile risultato probatorio ad assicurare il completo accertamento dei fatti rilevanti nel giudizio, nell’ambito dell’intero perimetro disegnato per l’oggetto della prova dalla disposizione generale di cui all’art. 187 cod. proc. pen..

La doverosità dell’ammissione della richiesta integrazione probatoria ne riflette il connotato di indispensabilità al fini della decisione e trova il suo limite nella circostanza che un qualsiasi aspetto di rilievo della regiudicanda non rimanga privo di solido e decisivo supporto logico-valutativo (Sez. U, n. 44711 del 27/10/2004, Wajib, Rv. 229173).

Ciò posto, è appena il caso di precisare che la richiesta condizionata non fornisce all’imputato il mezzo per un controllo sullo sviluppo della base cognitiva della decisione che dovrà essere assunta in esito al giudizio abbreviato. Da un lato, infatti, l’Imputato, nel momento in cui formula la domanda, accetta consapevolmente l’eventualità che la prova non possa essere assunta per cause che possono determinarsi anche nel giudizio ordinario: basti pensare, a questo proposito, alla sopravvenuta irreperibilità del teste (circostanza verificatasi nel caso in esame) oppure all’esercizio della facoltà di non rispondere di cui si avvalga l’imputato di reato connesso ex art. 210 cod. proc. pen..

Sotto altro profilo occorre ricordare che l’integrazione officiosa a norma dell’art. 441 cod. proc. pen., comma 5, può essere disposta dal giudice anche quando vi siano già state acquisizioni in accoglimento della domanda difensiva. Quindi, con la richiesta condizionata, l’imputato assume tanto il rischio che l’integrazione probatoria non sia in concreto esperibile quanto che nuove prove vengano assunte fuori del suo controllo. Inoltre, come osservato da un’autorevole dottrina, o l’assunzione della prova risulta effettivamente impossibile e, come tale, non determina alcuna lesione del diritto di difesa, poichè (come già accennato), l’impossibilità connoterebbe anche il giudizio celebrato nelle forme ordinarie, oppure la decisione del giudice di soprassedere all’assunzione della prova risulta illegittima e, in quanto tale, sindacabile in sede di gravame ed emendabile con l’assunzione della relativa prova in grado d’appello

Considerato, quindi, che le vicende concernenti l’effettiva acquisizione della prova dopo la rituale instaurazione del rito condizionato sono ininfluenti rispetto alla stabilità del giudizio, l’eventuale retrocessione del processo deve ritenersi non consentita e, quindi, illegittima, pur se sollecitata dallo stesso imputato. 4. Questo approdo ermeneutico trova un ulteriore avallo nell’orientamento espresso dalla giurisprudenza di questa Corte sulla più generale questione della revocabilità del provvedimento che introduce il rito abbreviato. Già prima della riforma che ha introdotto la possibilità per il giudice di integrare anche d’ufficio la base cognitiva per il giudizio, era prevalsa la tesi contraria a qualsiasi ipotesi di revoca dell’ordinanza introduttiva del rito abbreviato (Sez. 1, n. 5352 del 14/04/1993, Sammartino, Rv. 194216-194217) ed era oggetto di difformi valutazioni solo la sanzione processuale da collegare al provvedimento. La giurisprudenza di legittimità aveva tendenzialmente escluso che un’eventuale revoca del provvedimento di instaurazione del rito potesse essere ritenuto un atto abnorme, preferendo invece ritenere che all’illegittimità della revoca disposta dal giudice dovesse essere posto rimedio attraverso il recupero post-dibattimentale dello sconto di pena (Sez. 5, n. 3395 del 14/12/2004, dep. 2005, Di Ponio, Rv. 231408, relativa ad un giudizio abbreviato celebrato secondo le regole previgenti del rito; Sez. 5, n. 874 del 22/02/1999, Cusenza, Rv. 212930; Sez. 1, n. 3600 del 27/05/1996, Grassi, Rv 205683). 17

Successivamente alla riforma introdotta dalla L. n. 479 del 1999 l’irrevocabilità del provvedimento introduttivo del rito, salvo quando espressamente prevista, è stata costantemente ribadita da questa Corte. Con riguardo all’abbreviato instaurato nella modalità non condizionata si è precisato (Sez. 1, n. 25858 del 15/06/2006, Miccio, Rv 235260) che la possibilità di revocare l’ammissione al rito non insorge nemmeno nel caso in cui l’imputato abbia a sua volta revocato la relativa richiesta, trattandosi di facoltà non attribuitagli dall’ordinamento processuale se non nell’ipotesi disciplinata dall’art. 441 bis cod. proc. pen.. Quanto all’abbreviato condizionato il principio della non retrocedibilità del rito è stato affermato da molteplici decisioni (Sez. 1, n. 27578 del 23/06/2010, Azouz, Rv. 247733; Sez. 3, n. 9921 del 12/11/2009, dep. 2010, Majouri, Rv. 246326; Sez. 1, n. 32905 del 09/07/2008, De Silva, Rv 240683; Sez. 6, n. 21168 del 28/03/2007, Argese, Rv. 237081; Sez. 1, n. 33965 del 17/06/2004, Gurliaccio, Rv. 228707; Sez. 1, n. 17317 dell’11/03/2004, Pawlak, Rv. 228652) le quali fanno indistintamente riferimento alla mancata previsione, salvo che nell’ipotesi disciplinata dal citato art. 441-bis, del potere del giudice di disporre la revoca del provvedimento introduttivo del rito. Deve essere anche sottolineata la circostanza che le richiamate pronunzie hanno concluso nel senso illustrato sia nel caso in cui la revoca era stata disposta unilateralmente dal giudice sia nell’ipotesi in cui, invece, tale decisione era stata assunta su implicita sollecitazione dell’imputato che aveva dichiarato di rinunziare al rito (cfr., a quest’ultimo proposito, Sez. 1, n. 32905 del 09/07/2008, De Silva, Rv 240683). Un’ulteriore decisione (Sez. 2, n. 12954 del 09/03/2007, Butini, Rv 236388), nel ribadire che la revoca del giudizio abbreviato già ammesso non è in linea di principio consentita, ha però precisato come non possa fondatamente parlarsi d’illegittimità della revoca, quando l’ordinanza ammissiva del rito sia essa stessa illegittima per violazione di norme inderogabili (nel caso di specie si trattava della rilevata originaria intempestività della richiesta di accesso al rito). In tale ipotesi, infatti, la revoca interverrebbe a ripristinare la legalità processuale e non potrebbe essere, perciò, censurata sotto alcun profilo, nemmeno quale mera irregolarità. A proposito del vizio che affligge l’eventuale provvedimento di revoca del rito adottato dal giudice, con orientamento consolidato e di segno opposto a quello formatosi nella vigenza dello statuto originario del rito, si è ritenuto che l’ordinanza di revoca del giudizio abbreviato è affetta da abnormità (Sez. 3, n. 9921 del 2009, Majouri, cit; Sez. 1, n. 32905 del 2008, De Silva, cit; Sez. 6, n. 21168 del 2007, Argese, cit.; Sez. 1, n. 33965 del 2004, Gurliaccio, cit.; Sez. 1, n. 17317 del 2004, Pawlak, cit.). 5. La irrevocabilità dell’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria nel caso in cui, per circostanze imprevedibili e sopravvenute, l’integrazione non sia realizzabile, non contrasta, contrariamente a quanto argomentato nell’ordinanza di rimessione, con i principi della Carta fondamentale.

 A fronte dell’inequivoco dato normativo contenuto nell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, è di tutta evidenza che, nel momento in cui formula richiesta di giudizio abbreviato, sia pure “condizionata”, l’imputato – come “contropartita” ad una riduzione di pena nel caso di condanna – accetta l’utilizzabilità, ai fini della decisione di merito, dell’intero materiale probatorio raccolto nelle indagini preliminari fuori del contraddittorio tra le parti, senza alcuna eccezione. In tale ottica, la violazione dell’art. 111 Cost., comma 5, prospettata nell’ordinanza di rimessione è stata ritenuta manifestamente insussistente, posto che il consenso all’utilizzazione degli atti di indagine, insito nella richiesta di giudizio abbreviato, ricade nell’ambito delle ipotesi di deroga al principio di formazione della prova in contraddittorio considerata dal citato art. 111 Cost., comma 5, con la conseguente esclusione di ogni contrasto tra la nuova disciplina dell’abbreviato e i principi del “giusto processo” (Corte Cost., ord. n. 326 del 2001).

E’ stata ritenuta priva di consistenza anche la denuncia della presunta violazione dell’art. 3 Cost., stante la palese eterogeneità – quanto a presupposti e disciplina – dei due moduli processuali posti a confronto (rito ordinario, con piene garanzie dibattimentali, e rito abbreviato, che presuppone la rinuncia dell’imputato alle stesse in cambio di uno “sconto” di pena in caso di condanna). La Corte Costituzionale, pur non essendosi espressamente pronunciata sulla revocabilità del giudizio abbreviato, ha, però, affermato l’irrilevanza della sopravvenuta impossibilità “soggettiva” di assunzione della prova dedotta in condizione all’atto della richiesta del rito, ritenendo implicitamente come tale impossibilità non pregiudichi la sua prosecuzione e l’utilizzabilità ai fini della decisione di tutti gli atti in precedenza acquisiti ed integranti quello “stato degli atti” accettato dall’imputato nel momento in cui ha aderito al giudizio speciale.

Sembra, dunque, potersi dedurre 18 che anche per il giudice delle leggi la modalità di innesco del rito abbreviato descritta nell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, debba essere interpretata nel senso che la condizione apposta dall’imputato riguardi esclusivamente l’ammissione dell’integrazione probatoria richiesta, senza estendersi all’effettiva assunzione della medesima, qualora ciò non risulti possibile (giuridicamente o materialmente) per vicende sopravvenute e indipendenti dalla volontà del giudice. Un ulteriore avallo alla tesi della irrevocabilità dell’ordinanza introduttiva del rito abbreviato – sia pure con riguardo all’impianto originario dell’istituto – è fornito da un’altra decisione della Corte Costituzionale (sent. n. 318 del 1992) che, su tale presupposto, ha ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 440 cod. proc. pen. nella parte in cui non prevedeva la revocabilità dell’ordinanza ammissiva del giudizio abbreviato in caso di modifica dello stato degli atti conseguenti all’interrogatorio dell’imputato, in riferimento all’art. 25, comma 1, art. 101, comma 2, art. 111 Cost., comma 1. 6.

La soluzione interpretativa accolta dal Collegio si armonizza anche con i principi espressi dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo che, pur non affrontando ex professo la questione, ha affermato la complessiva compatibilità della disciplina contenuta negli artt. 438 e ss. cod. proc. proc. con la Convenzione. La domanda di accesso al giudizio abbreviato rappresenta, infatti, l’espressione di una scelta consapevole e ponderata caratterizzata dalla volontaria accettazione della riduzione delle garanzie conseguente all’adesione al rito speciale in cambio di una consistente riduzione della pena in caso di condanna: “l’istante, assistito da due difensori di fiducia, è stato indubitabilmente in grado di rendersi conto delle conseguenze della sua richiesta di adozione della procedura abbreviata” (Corte EDU 18/10/2006, Hermi c. Italia, p. 78).

Nelle sue decisioni la Corte attribuisce, inoltre, particolare rilievo alla circostanza che l’instaurazione del giudizio abbreviato comporta rilevanti limiti al diritto del pubblico ministero di appellare le sentenze di condanna (Corte EDU 18/10/2006, Hermi c. Italia, p. 78; Corte EDU, 17/09/2009, Scoppola c. Italia, p. 134 e ss.). Tali innegabili vantaggi insiti nella procedura richiesta dall’imputato giustificano, quindi, un’attenuazione delle garanzie processuali offerte dal diritto interno, quali, in particolare, la pubblicità del dibattimento, la possibilità di chiedere la produzione di elementi di prova e di ottenere la convocazione di testimoni (Corte EDU, 30/11/2000, Kwiatkowska c. Italia). Infatti, nell’ambito del giudizio abbreviato, la produzione di nuove prove, in linea di massima, è esclusa, poichè la decisione deve essere presa, salvo eccezioni, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo della procura (sent. Hermi, dt., p. 87). Al riguardo la Corte (sent. Scoppola, cit, p. 135 e ss.) osserva che “le garanzie sopra indicate costituiscono degli aspetti fondamentali del diritto a un processo equo sancito dall’art. 6 della Convenzione. Nè il testo nè lo spirito di questa disposizione impediscono che una persona vi rinunci spontaneamente In maniera espressa o tacita.

Tuttavia, per essere presa in considerazione sotto il profilo della Convenzione, tale rinuncia deve essere stabilita in maniera non equivoca ed essere accompagnata da un minimo di garanzie corrispondenti alla sua importanza (Poitrimol c. Francia, 23 novembre 1993, p. 31, serie A n. 277- A, e Hermi, già cit., p. 73). Inoltre, essa non deve essere contraria ad alcun interesse pubblico importante (Hcikansson e Sturesson c. Svezia, 21 febbraio 1990, p. 66, serie A n. 171-A, e Sejdovic, cit., p. 86)”.

E’ indubbio, infine, che, a fronte di una rinuncia spontanea ed inequivoca a talune garanzie processuali da parte dell’imputato, sorge in capo a questo un’aspettativa a che lo Stato agisca in buona fede e rispettando le sue scelte. Pertanto, non è consentita alcuna forma di riduzione unilaterale del contenuto dell’accordo sul rito (Corte EDU, sent. Scoppola, cit., p. 134 e ss. che ha ritenuta lesiva del diritto del fair trial la modifica unilaterale in peius dei benefici sostanziali). 7. Sulla base di tutte le considerazioni sinora svolte può, quindi, conclusivamente affermarsi il seguente principio di diritto: “l’ordinanza di ammissione al giudizio abbreviato condizionato ad integrazione probatoria non è revocabile nel caso in cui la condizione alla quale il rito è stato subordinato si riveli non realizzabile per circostanze imprevedibili e sopraggiunte”. 8. Nel caso di specie, dall’esame degli atti – consentito, trattandosi di denuncia di un error in procedendo ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1 lett. c), rispetto al quale la Corte di cassazione è “giudice anche del fatto” (Sez. U, n, 42792 del 31/10/2001, Pollastro, Rv. 220092) – risultano le seguenti circostanze. 19 All’udienza preliminare del 29 giugno 2004, celebrata dinanzi al Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catania e rinviata per impedimento di un coimputato, il difensore di P. formulava, nell’interesse del suo assistito, richiesta di ammissione al rito abbreviato condizionato ad integrazione probatoria. Alla successiva udienza del 5 ottobre 2004 i difensori di B., P., D., M., R. eccepivano la nullità delle dichiarazioni rese da O. nella fase delle indagini preliminari a seguito di sua omessa compiuta identificazione ai sensi degli artt. 131, 142 cod. proc. pen. e art. 115 disp. att. cod. proc. pen.; e sottolineavano la rilevanza della questione posta in relazione alla scelta dei riti alternativi. Il giudice riservava la decisione alla successiva udienza del 3 novembre 2004. In tale data rigettava l’eccezione proposta argomentando che l’omessa esibizione di un documento di riconoscimento da parte del soggetto escusso non determinava un’incertezza assoluta sulla sua identità, cui si poteva comunque risalire dagli atti di indagine compiuti. Subito dopo la lettura del provvedimento, i difensori di B., D., M., R., P. avanzavano richiesta di giudizio abbreviato che veniva subordinata, da parte del difensore dei primi quattro imputati, all’esame di O. e, da parte del legale di fiducia di P., anche all’escussione del teste Re..

Nel corso della medesima udienza il giudice respingeva la richiesta di integrazione probatoria, osservando che O. e Re. avevano reso ampie ed esaustive dichiarazioni nella fase delle indagini preliminari, che la difesa degli imputati non aveva precisato le circostanze in merito alle quali si rendeva necessario il loro ulteriore esame e che, pertanto, l’integrazione probatoria richiesta non appariva necessaria ai fini della decisione. Il provvedimento veniva confermato anche all’esito delle ulteriori argomentazioni sviluppate dalle difese degli imputati in ordine alla necessità di verificare l’attendibilità dei testi, di cui era stata rispettivamente sollecitata l’escussione alla luce delle ulteriori acquisizioni investigative. All’esito di tale decisione, B., D., M., R., sia personalmente sia tramite i loro difensori di fiducia, formulavano richiesta di giudizio abbreviato.

Al contrario P. e i suoi legali dichiaravano espressamente di non volere accedere ad alcun tipo di rito alternativo. Introdotta la fase dibattimentale, all’udienza del 30 giugno 2005 la difesa di P. reiterava la richiesta di giudizio abbreviato, subordinandola all’integrazione probatoria costituita dall’assunzione delle dichiarazioni di O. e Re. per le ragioni già illustrate nel corso dell’udienza preliminare. In tale sede il difensore precisava che, qualora i testi fossero risultati irreperibili, si sarebbe dovuti ritornare all'”attività ordinaria” (f. 40 del verbale stenotipico). Alla successiva udienza del 20 ottobre 2005, P. e il suo difensore venivano resi edotti della circostanza che era stata effettuata positivamente la sola citazione di Re. (in seguito effettivamente escussa).

Preso atto di ciò il legale di P., dopo avere premesso che l’irreperibilità di O. incideva sulla condizione cui aveva subordinato la richiesta di rito alternativo, non affermava di volere proseguire il giudizio nelle forme ordinarie, bensì dichiarava che, ferma restando la richiesta in precedenza formulata, dovevano ritenersi inutilizzabili le dichiarazioni rese da O. nella fase delle indagini preliminari.

Sulla base di questi elementi obiettivi è indubbio che P. e il suo difensore, una volta resi edotti della sopravvenuta irreperibilità di uno dei due testimoni ( O.), al cui esame avevano subordinato la richiesta di giudizio abbreviato condizionato, non hanno revocato la domanda di giudizio abbreviato in precedenza formulata nè hanno espressamente dichiarato di volere proseguire il giudizio nelle forme ordinarie, bensì hanno reiterato la volontà di accedere al rito semplificato, limitandosi a formulare rilievi circa l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese da O. nella fase delle indagini preliminari.

Tale eccezione non può essere ricondotta al paradigma del rito abbreviato condizionato, in quanto l’interpretazione letterale dell’art. 438 cod. proc. pen., comma 5, evidenzia in modo inequivoco che la subordinazione della richiesta di giudizio abbreviato riguarda esclusivamente l’integrazione probatoria e che non è prevista una richiesta di rito abbreviato sottoposta alla condizione sospensiva del riconoscimento della inutilizzabilità di una prova acquisita in fase di indagini preliminari (Sez. 4, n. 21803 del 26/05/2011, Ciotti, Rv. 250712). La mancata esplicita manifestazione, da parte dell’imputato e del suo difensore di fiducia, della volontà di celebrare il giudizio ordinario a seguito della sopravvenuta impossibilità dell’esame di uno dei testi cui era stata condizionata la domanda di giudizio abbreviato, la contestuale conferma della volontà di rito semplificato in precedenza manifestata e la sola formulazione di un’eccezione di inutilizzabilità delle dichiarazioni acquisite nella fase delle indagini preliminari costituiscono altrettanti elementi obiettivi ed univoci per affermare che, nel caso di specie, non si verte, certamente, in un’ipotesi di modifica unilaterale, da parte del giudice, della condizione processuale alla quale l’imputato aveva subordinato l’atto abdicativo. 20 Sotto tutti questi profili, dunque, le censure prospettate dalla difesa di P. in ordine alla mancata revoca del giudizio abbreviato, una volta accertata l’impossibilità di procedere all’integrazione probatoria cui era stata subordinata la domanda, non sono meritevoli di accoglimento. 9. Non sono fondate neppure le ulteriori doglianze proposte dal difensore di P. con riferimento alla utilizzazione delle dichiarazioni rese nella fase delle indagini da O. nella veste di persona informata dei fatti. Come già in precedenza accennato, il giudizio abbreviato viene definito con una decisione allo stato di atti contenenti prove non formatesi con il metodo dibattimentale. La richiesta di giudizio abbreviato è atto di rinuncia da parte dell’imputato alle garanzie del dibattimento, in particolare al contraddittorio nella formazione della prova, e consente di attribuire agli elementi raccolti nella fase delle indagini (oltre che nel giudizio abbreviato stesso) quel valore probatorio di cui essi sono normalmente sprovvisti nel giudizio che si svolge nelle forme ordinarie del dibattimento.

Tuttavia, tale atto processuale di tipo abdicativo non può essere inteso come rinuncia ad eccepire e a far rilevare l’esistenza di atti viziati da nullità assoluta o da “patologica” inutilizzabilità a fini di prova. Rientrano in tale categoria tanto le prove oggettivamente vietate, quanto le prove comunque formate o acquisite in violazione – o con modalità lesive – dei diritti fondamentali della persona tutelati dalla Costituzione e, perciò, assoluti e irrinunciabili, a prescindere dall’esistenza di un espresso o tacito divieto al loro impiego nel procedimento contenuto nella legge processuale (Sez. U, n. 16 del 21/06/2000, Tammaro, Rv.216246; Sez. U, n. 6 del 23/02/2000, D’Amuri, Rv. 215841, 215842; Sez. U, n. 21 del 13/07/1998, Gallieri, Rv. 211195-97; Sez. U, n. 9 del 25/03/1998, D’Abramo, Rv. 210800, 210803; Sez. U, n. 10 del 25/03/1998, Savino, Rv. 210804; Sez. U, n. 21 del 20/11/1996, dep. 1997, Glicora, Rv. 206954-55; Sez. U, n. 3 del 27/03/1996, Monteleone, Rv. 204811; Sez. U, n. 5021 del 27/03/1996, Sala, Rv. 204643, 204644). Al contrario, nel giudizio abbreviato non rileva l’inutilizzabilità “fisiologica” della prova, cioè quella coessenziale ai peculiari connotati del processo accusatorio, in virtù del quale il giudice non può utilizzare prove, pure assunte secundum legem, ma diverse da quelle legittimamente acquisite nel dibattimento secondo l’art. 526 cod. proc. pen., con i correlati divieti di lettura di cui all’art. 514 cod. proc. pen. In tal caso il vizio-sanzione dell’atto probatorio è neutralizzato dalla scelta di tipo abdicativo, che fa assurgere a dignità di prova gli atti d’indagine compiuti senza le forme del contraddittorio dibattimentale, così paralizzando l’operatività dell’ordinario regime di impermeabilità della fase dibattimentale agli elementi di prova raccolti nella fase procedimentale delle indagini preliminari. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di questo principio, ritenendo utilizzabili le dichiarazioni rese da O., persona informata sui fatti, potenziale testimone, alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero, anche se resosi successivamente irreperibile (Sez. 3, n. 7432 del 15/01/2002, Deda. Rv. 221489; Sez. 4, n. 42949 del 02/10/2001, Spaccavento, Rv. 220858). I limiti di lettura di atti per sopravvenuta impossibilità di ripetizione sono, quindi, destinati al dibattimento e non riguardano la fase delle indagini in quanto posti a presidio della formazione della prova in contraddittorio (cfr., con riferimento al giudizio abbreviato condizionato, Sez. 2, n. 15117 del 2007, Polverino, cit.; Sez. 5, n. 40580 del 2002, Einaudi, cit.; Sez. 5, n. 45994 del 08/07/2004, Fontana, Rv. 231391; Sez. 4, n. 599 del 28/02/1997, Campaci, Rv. 207255; Sez. 1, n. 4836 dell’11/12/1991, dep. 1992, Loiodice, Rv. 189132). Non si verte, quindi, in ipotesi di inutilizzabilità “patologica”, inerente cioè ad atti probatori assunti contra legem, il cui impiego è vietato in modo assoluto (Sez. U, n. 16 del 2000, Tammaro, cit.; v. anche Sez. U, n. 930 del 13/12/1995, dep. 1996, Clarke, Rv. 203427; cfr. anche, con riferimento ai rapporti tra rito speciale e disciplina dell’art. 513 cod. proc. pen. nel testo introdotto dalla L. n. 267 del 1997, Sez. 1, n. 29435 del 24/04/2003, Barone, Rv. 225034; Sez. 4, n. 1962 del 25/11/1998, dep. 1999, Orrù, Rv. 213228). Nel giudizio abbreviato non vige, quindi, il principio del contraddittorio affermato nell’art. 111 Cost., comma 4, secondo cui la colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore. Infatti, secondo il citato art. 111 Cost., comma 5, la legge può regolare casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato. Si tratta di una riserva di legge rafforzata, perchè stabilisce espressamente le possibili deroghe al principio del contraddittorio, destinate ad essere specificate con legge ordinaria. Mediante la disciplina del rito abbreviato e degli atti utilizzabili nell’ambito di esso ai fini della decisione, la legge processuale 21 regola appunto un’ipotesi in cui l’imputato, in cambio di una diminuzione di pena, accetta come prova quella formata senza contraddittorio, durante le indagini preliminari, davanti al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria. In altri termini, nel giudizio abbreviato è applicabile non l’art. 111 Cost., comma 4, che afferma il principio del contraddittorio nella formazione della prova, ma il comma 5 del citato articolo, che prevede una deroga al principio su consenso dell’imputato. Ciò è anche confermato dalla circostanza che il legislatore ordinario, nel dare attuazione a quel principio fa chiaramente riferimento al rito dibattimentale ordinario, in particolare laddove, nella L. 1 marzo 2001, n. 63, art. 26 richiama espressamente il fascicolo del dibattimento, in cui devono essere inserite le dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari per poter essere in qualche modo valutate a fini probatori. Nel rito abbreviato, invece, non si procede alla formazione di un fascicolo del dibattimento, ma si acquisisce per l’utilizzazione probatoria il fascicolo del pubblico ministero (art. 442, comma 1 bis, in relazione all’art. 416 cod. proc. pen., comma 2). I principi sinora illustrati ben si armonizzano, infine, con quelli enunciati dalla Corte Costituzionale che, chiamata a pronunziarsi sui rapporti tra il rito speciale e la disciplina dell’art. 513 cod. proc. pen. (nel testo introdotto dalla L. n. 267 del 1997), ha osservato che quest’ultima deve ritenersi ontologicamente estranea al giudizio abbreviato, che si svolge allo stato degli atti con conseguente riconoscimento della immediata e diretta utilizzabilità ai fini della prova di tutto quanto da essi risultante (sent. n. 361 del 1998; ord. n. 262 del 2001; ord. n. 358 del 2004). Per queste ragioni, deve essere disatteso il secondo motivo del ricorso con cui P. ha contestato la utilizzazione, nell’ambito del giudizio abbreviato, delle dichiarazioni rese da O. nella fase delle indagini preliminari. 10. Insussistente è pure la dedotta violazione dell’art. 142 cod. proc. pen. prospettata dalla difesa di P.. L’interpretazione letterale e logico-sistematica dell’art. 142 cod. proc. pen., avvalorata dall’analisi dei lavori preparatori, consente di affermare che il legislatore ha inteso comprimere al massimo la sfera delle situazioni con effetti invalidanti sul verbale, con relativa espansione delle mere irregolarità formali. La disposizione secondo la quale il verbale è nullo “se vi è incertezza assoluta sulle persone che sono intervenute” deve essere pertanto interpretata restrittivamente ed intesa nel senso che i requisiti indispensabili ai fini della legittimità di un verbale sono la certezza che l’ufficio che ha proceduto alla redazione sia stato effettivamente ricoperto e che siano stati assolti i compiti istituzionali (Sez. 3, n. 17801 del 20/01/2011, R., Rv. 249987; Sez. 2, n. 3513 del 22/05/1997, Acampora, Rv. 208074; Sez. 6, n. 936 del 31/03/1993, Irrera, Rv. 194379). Pertanto la nullità del verbale si verifica solo in quei casi nei quali vi è una incertezza assoluta, tale cioè da impedire qualsiasi possibilità di identificazione delle persone intervenute, ovvero una mancanza della sottoscrizione da parte del pubblico ufficiale che ha redatto il verbale (Sez. 5, n. 6399 del 06/11/2009, dep. 2010, Marcomini, Rv. 246057). Affinchè sussista incertezza assoluta sulla persona intervenuta, è necessario che l’identità del soggetto che partecipa all’atto non solo non sia documentata nella parte del verbale specificamente destinata a tale attestazione, ma non sia neppure desumibile da altri dati contenuti nello stesso nè da altri atti processuali richiamati dal verbale o che a questo siano, comunque, riconducibili. Nel caso in esame correttamente i giudici di merito hanno escluso la violazione dell’art. 142 cod. proc. pen., laddove hanno evidenziato, con specifico richiamo del compendio probatorio acquisito, che la circostanza che O.F.M.A. non fosse in grado di esibire un documento di riconoscimento in occasione del verbale delle sommarie informazioni rese il 27 giugno 1998 ad ufficiali di polizia giudiziaria della Squadra Mobile di Catania non determinava una incertezza assoluta sulla sua identità, essendo la stessa desumibile in maniera univoca dal complesso delle altre attività investigative svolte. 11. Non merita accoglimento il terzo motivo di ricorso con il quale la difesa di P. denuncia la violazione dei canoni di valutazione probatoria e carenza motivazionale della sentenza impugnata con riferimento al giudizio di complessiva attendibilità delle dichiarazioni rese da una delle persona offese dal reato ( Re.), nonchè la carenza, l’illogicità della motivazione e il travisamento della prova. 11.1. Il Collegio ritiene di dovere riaffermare in questa sede il principio, espresso da un consolidato indirizzo esegetico, per il quale le regole dettate dall’art. 192 cod. proc. pen., comma 3, non trovano applicazione relativamente alle dichiarazioni della parte offesa: queste ultime possono essere legittimamente poste da sole a base dell’affermazione di 22 penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della loro credibilità soggettiva e dell’attendibilità intrinseca del racconto (cfr. ex multis e tra le più recenti Sez. 4, n. 44644 del 18/10/2011, F., Rv. 251661; Sez. 3, n. 28913 del 03/05/2011, C, Rv. 251075; Sez. 3, n. 1818 del 03/12/2010, dep. 2011, L. C, Rv. 249136; Sez. 6, n. 27322 del 14/04/2008, De Ritis, Rv. 240524). Il vaglio positivo dell’attendibilità del dichiarante deve essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello generico cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone, di talchè tale deposizione può essere assunta da sola come fonte di prova unicamente se venga sottoposta a detto riscontro di credibilità oggettiva e soggettiva. Può essere opportuno procedere al riscontro di tali dichiarazioni con altri elementi qualora la persona offesa si sia anche costituita parte civile e sia, perciò, portatrice di una specifica pretesa economica la cui soddisfazione discenda dal riconoscimento della responsabilità dell’imputato (Sez. 1, n. 29372 del 24/06/2010, Stefanini, Rv. 248016; Sez. 6, n. 33162 del 03/06/2004, Patella, Rv. 229755). Costituisce, infine, principio incontroverso nella giurisprudenza di legittimità l’affermazione che la valutazione della credibilità della persona offesa dal reato rappresenta una questione di fatto che ha una propria chiave di lettura nel compendio motivazionale fornito dal giudice e non può essere rivalutata in sede di legittimità, salvo che il giudice non sia incorso in manifeste contraddizioni (cfr. ex plurimis Sez. 6, n. 27322 del 2008, De Ritis, cit.; Sez. 3, n. 8382 del 22/01/2008, Finazzo, Rv. 239342; Sez. 6, n. 443 del 04/11/2004, dep. 2005, Zamberlan, Rv. 230899; Sez. 3, n. 3348 del 13/11/2003, dep. 2004, Pacca, Rv. 227493; Sez. 3, n. 22848 del 27/03/2003, Assenza, Rv. 225232). Orbene, i giudici di merito – tenendo doverosamente ed accuratamente conto di tutti gli elementi emersi nel corso del processo – hanno spiegato, con iter argomentativo esaustivo, logico, correttamente sviluppato e saldamente ancorato all’esame delle singole emergenze processuali, le ragioni per le quali le dichiarazioni rese da Re., persona offesa dal reato, sono da ritenere intrinsecamente e oggettivamente attendibili e trovano univoci e significativi elementi di convergenza negli altri elementi investigativi acquisiti e, in particolare, nel contenuto della conversazione intercettata il 20 maggio 1998 tra l’agente Bi. ed una prostituta, nelle dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti ( O., Be., Z., A., C., G.), nelle schede di intervento dei Vigili del fuoco e nelle annotazioni di servizio redatte dai Carabinieri riguardanti le azioni di danneggiamento e incendio, costituenti la concretizzazione delle ritorsioni prospettate per la mancata adesione alle prestazioni sessuali richieste. 11.2. Con riguardo alle restanti censure, il Collegio osserva che sussiste il vizio di travisamento della prova quando sussista una incontrovertibile antinomia tra i risultati obiettivamente derivanti dalla prova assunta e le conseguenze che il giudice di merito ne abbia tratto. Tale vizio è configurabile soltanto quando l’accertata distorsione tra il risultato probatorio posto a base dell’argomentazione del giudice e l’atto processuale o probatorio (definito in termini di “contraddittorietà processuale” diversa e distinta da quella “logica”) disarticoli effettivamente l’intero ragionamento probatorio e, alla stregua dei parametri di rilevanza e decisività, renda illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato probatorio trascurato o travisato. Il vizio della prova travisata in tanto è sindacabile in sede di legittimità in quanto sia dimostrata da parte del ricorrente l’avvenuta rappresentazione al giudice della precedente fase di impugnazione degli elementi dai quali quest’ultimo avrebbe dovuto rilevare detto travisamento, sicchè la Corte possa, a sua volta, desumere dal testo del provvedimento impugnato se e come quegli elementi siano stati valutati (Sez. U, n. 45276 del 30/10/2003, Andreotti, Rv.226094, 226098; Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207941, 207946; cfr. inoltre, ex multis, Sez. 6, n. 8342 del 18/11/2010, dep. 2011, Greco, Rv. 249583; Sez. 6, n. 10951 del 15/03/2006, Casula, Rv. 233708, 233710). Alla luce dei principi sinora esposti, nel caso in esame il dedotto vizio non sussiste. Il ricorrente non deduce, infatti, una discrasia tra il contenuto delle prove e il risultato probatorio, bensì l’erronea valutazione di attendibilità e concludenza dell’elemento probatorio e, postulando un preteso travisamento del fatto sulla base di mirate estrapolazioni di singoli brani dei verbali delle prove dichiarative, sollecita, in realtà, la rilettura del quadro probatorio e, con esso, il sostanziale riesame nel merito, inammissibile in sede d’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione, allorquando la struttura razionale della sentenza impugnata abbia – come nella specie – una sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e sia saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica, alle risultanze del quadro probatorio, indicative univocamente della coscienza e volontà del ricorrente di costringere, mediante abuso della sua qualità di Ispettore di Polizia, varie prostitute extracomunitarie ad avere rapporti sessuali, prospettando loro, in caso di rifiuto, la revoca del permesso di soggiorno e gravi azioni di danneggiamento degli immobili ove si svolgeva l’attività di meretricio. 23 12. Non fondate sono anche le censure avanzate dalla difesa di P. in ordine alla qualificazione giuridica del fatto. 12.1. Elemento essenziale del delitto di concussione (art. 317 cod. pen.) è l’abuso dei poteri – cioè l’esercizio delle potestà funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale il pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio è stato investito – o l’abuso della qualità pubblica – ossia l’utilizzazione per tornaconto personale del ruolo che l’agente ha assunto nell’ambito dell’organizzazione amministrativa e, quindi, dell’ufficio – per effetto dei quali la volontà del soggetto passivo si determina sotto l’influenza del c.d. metus publicae potestatis (Sez. 6, n. 2972 del 10/10/1979, dep. 1980, Biagetti, Rv. 144524). Per tale deve intendersi, lo stato di paura o di timore ingenerato nel privato dalla situazione di preminenza di cui usufruisce il pubblico ufficiale. Il metus deve consistere non nella generica posizione di supremazia, sempre connaturata alla qualifica di pubblico ufficiale, bensì nel concreto abuso della veste pubblica, idoneo a far sì che la indebita promessa o dazione da parte del privato sia collegata alla pressione connessa a detto abuso e alla correlata posizione non paritaria con il pubblico ufficiale (Sez. 6, n. 21508 del 14/04/2008, Valentini, Rv. 240071; Sez. 6, n. 6073 del 20/11/2003, dep. 2004, Filippi, Rv. 227846; Sez. 6, n. 9389 del 18/04/1994, Russo, Rv. 199522). Lo stato di soggezione del soggetto passivo non deve tradursi necessariamente in un’eliminazione totale della sua volontà, essendo sufficiente che la stessa sia, comunque, condizionata dal metus publicae potestatis. Quest’ultimo, quindi, è configurabile non solo quando la volontà del privato sia coartata dall’esplicita minaccia di un danno ovvero fuorviata dall’inganno, ma altresì qualora venga repressa dalla posizione di preminenza del pubblico ufficiale, il quale, pur senza avanzare esplicite ed aperte pretese, di fatto agisca in modo da ingenerare nella vittima la fondata convinzione di dover sottostare alle decisioni del pubblico ufficiale per evitare il pericolo di subire un pregiudizio, inducendolo così a dare o promettere denaro o altra utilità (Sez. 6, n. 46514 del 23/10/2009, Tisci, Rv. 245335; Sez. 6, n. 5548 del 22/03/2000, Pifani, Rv.220557). Ai fini della configurabilità del metus è irrilevante la circostanza che sia stato lo stesso privato, in conseguenza del comportamento subdolo e malizioso del pubblico ufficiale, ad offrire al medesimo denaro od altra utilità (Sez. 6, n. 24401 dell’11/03/2008, Carrano, Rv. 240355). Le modalità della condotta di concussione sfuggono alla possibilità di una rigorosa delimitazione in chiave descrittiva attraverso predeterminate regole comunicative (Sez. 6, n. 2725 del 17/01/1994, Lentini, Rv. 197094), potendo tale condotta estrinsecarsi attraverso qualsiasi atteggiamento, anche implicito (Sez. 6, n. 2303 del 22/10/1997, dep. 1998, Nicolazzi, Rv. 209977), che sia comunque in grado, tenuto conto anche delle particolari condizioni in cui si svolge, di turbare o diminuire la libertà psichica dei soggetto passivo che ne sia destinatario (Sez. 6, n. 833 del 13/11/1986, dep. 1987, Grimaudo, Rv. 174933), indipendentemente dalla verifica della sua idoneità potenziale a produrre i medesimi effetti nei confronti di qualsiasi altro soggetto (Sez. 6, n. 6385 del 09/02/1996, Fatone, Rv. 205099). La circostanza che l’atto, oggetto del mercimonio, del pubblico ufficiale sia illegittimo e contrario ai doveri di ufficio non comporta, di per sè, la qualificazione giuridica del fatto come corruzione piuttosto che come concussione neppure quando il soggetto passivo versi già in una situazione di illiceità e sia consapevole dell’illegittimità dell’atto, in quanto, ai fini della sussistenza del delitto di cui all’art. 317 cod. pen., è sufficiente che rimanga inalterata la posizione di preminenza prevaricatrice del pubblico ufficiale sulla intimorita volizione del privato (Sez. 6, n. 8651 del 01/02/1993, Cardillo, Rv. 195529), indotta dall’abuso delle qualità o delle funzioni del primo (Sez. 6, n. 5991 del 09/03/1984, Avalle, Rv. 164976), tale da escludere che la volontà del secondo si sia liberamente determinata (Sez. 6, n. 6100 del 04/05/1983, Alfonso, Rv.159675). Il criterio discretivo tra la fattispecie di concussione e quella di corruzione deve essere individuato nel rapporto tra le volontà dei soggetti, che, nella corruzione, si configura come paritario ed implica la libera convergenza delle medesime verso la realizzazione di un comune obiettivo illecito, mentre nella concussione è caratterizzato dalla presenza di una volontà costrittiva o induttiva del pubblico ufficiale, condizionante la libera formazione di quella del privato, il quale si determina alla dazione, ovvero alla promessa, soggiacendo all’ingiusta pretesa del primo solo per evitare un pregiudizio maggiore (cfr. ex multis Sez. 6 n. 38650 del 05/10/2010, Di Stasi, Rv. 248522; Sez. 6, n. 2265 del 13/01/2000, Lattanzio, Rv. 215639; Sez. 6, n. 8651 del 01/02/1993, Cardillo, Rv.195530). 12.2. Nel caso in esame i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione dei principi in precedenza illustrati, ravvisando, nella relazione fra le cittadine extracomunitarie dedite ad attività di prostituzione e l’Ispettore di Polizia P., addetto alla verifica della regolarità delle presenze nel territorio dello Stato delle donne, una situazione di palese squilibrio prevaricatorio, tale da determinare nelle donne – destinatane della minaccia della revoca del permesso di soggiorno e di gravi azioni di danneggiamento degli immobili, ove veniva svolta l’attività di meretricio – uno stato di 24 soggezione idoneo a condizionarne le volontà (cfr., per un’analoga fattispecie, Sez. 6, n. 9528 del 09/01/2009, Romando, Rv. 243047). La sentenza impugnata è, pertanto, immune dai vizi denunziati, laddove ha qualificato il comportamento posto in essere dal P. come concussione e non come corruzione. 13. Manifestamente infondato è il dedotto vizio di mancanza della motivazione riguardante l’omesso proscioglimento ampio nel merito dell’imputato dal delitto di cui all’art. 424 cod. pen. in relazione al quale il giudice di primo grado, previa riqualificazione dell’originaria contestazione ex art. 423 cod. pen., aveva dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione. L’atto di appello era, infatti, sul punto privo del requisito di specificità (art. 581 cod. proc. pen., lett. c), atteso che la censura era stata semplicemente enunciata e la parte non aveva assolto all’onere di indicare, in modo chiaro e preciso, gli elementi posti a base dei rilievi difensivi al fine di consentire al giudice dell’impugnazione di individuare i rilievi mossi e di esercitare il proprio sindacato (cfr. ex plurimis Sez. 3, n. 5020 del 17/12/2009, dep. 2010, Valentini, Rv. 245907; Sez. 4, n. 24054 del 01/04/2004, Distante, Rv. 228586). 14. Non fondata è la doglianza con la quale la difesa di P. denuncia carenza della motivazione in ordine all’omessa concessione delle circostanze attenuanti generiche e alla dosimetria della pena. I giudici di merito, nel rispetto dei principi costantemente enunciati dalla giurisprudenza di legittimità, con motivazione immune da vizi logici e giuridici, hanno correttamente valorizzato, ai fini del diniego delle circostanze attenuanti generiche e della dosimetria della pena, la gravità delle condotte reiteratamente poste in essere dall’imputato, la intensità della inosservanza dei doveri inerenti alla pubblica funzione rivestita, il discredito derivato dalla violazione dei doveri di legalità, imparzialità, buon andamento della Pubblica amministrazione. 15. Non è meritevole di accoglimento neppure il ricorso proposto dagli imputati B., D., M., R.. Gli stessi lamentano la mancata estensione dei principi enunciati dalle Sezioni Unite di questa Corte (sent. n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244273, 244274) all’ipotesi in cui dall’immediata declaratoria di una causa di non punibilità ai sensi dell’art. 129 cod. proc. pen. possa conseguire un pregiudizio per l’imputato (nella fattispecie identificato nell’inidoneità di tale pronunzia a sottrarre i ricorrenti alla sanzione disciplinare); in via subordinata eccepiscono l’illegittimità costituzionale della norma da ultima richiamata. 15.1. La questione sottoposta all’esame del Collegio deve essere inquadrata sul più ampio sfondo dei principi enunciati dalla Corte Costituzionale e dalle Sezioni Unite di questa Corte La Corte costituzionale, con plurime decisioni, ha evidenziato che il principio della prevalenza delle formule assolutorie di merito su quelle dichiarative dell’estinzione del reato è razionalmente contemperato, anche a fini di economia processuale, con l’esigenza che appaia del tutto evidente dalle risultanze probatorie che “il fatto non sussiste” o che “l’imputato non lo ha commesso” o che “il fatto non costituisce reato” o “non è previsto dalla legge come reato”; tale esigenza dovendo necessariamente essere valutata in rapporto allo stato del procedimento (sent. n. 5 del 1975). Con specifico riferimento alla disciplina in tema di amnistia, la Corte costituzionale ha sottolineato la particolare valenza della rinunziabilità della causa estintiva che – costituendo esplicazione del diritto di difesa – è posta a tutela del diritto “di chi sia perseguito penalmente ad ottenere non già solo una qualsiasi sentenza che lo sottragga alla irrogazione della pena, ma precisamente quella sentenza che nella sua formulazione documenti la non colpevolezza” (ordd. nn. 300 e 362 del 1991). Le decisioni della Corte Costituzionale hanno inoltre evidenziato – sempre con riferimento alla rinunzia all’amnistia – che il diritto di difesa ricomprende non solo la pretesa al regolare svolgimento di un giudizio che consenta libertà di dedurre ogni prova a discolpa e garantisca piena esplicazione del contraddittorio, ma anche il diritto al riconoscimento della completa innocenza, da considerare il bene della vita costituente l’ultimo e vero oggetto della difesa, rispetto al quale le altre pretese al giusto procedimento assumono funzione strumentale (sentt. n. 175 del 1971 e n. 275 del 1990). In tale contesto hanno, altresì, argomentato che all’Interesse morale ad una sentenza di assoluzione con formula piena si affianca quello patrimoniale, in quanto l’assoluzione da amnistia lascia integra – oltre ad eventuali responsabilità amministrative – l’azione civile al risarcimento del danno, laddove “corrisponde all’interesse dell’imputato di ottenere dal 25 giudice penale una pronuncia che, ricorrendone i presupposti, renda improponibile l’azione civile” (sent. n. 175 del 1971). Le Sezioni Unite di questa Corte hanno, a loro volta, sottolineato che l’art. 129 cod. proc. pen. – norma riferita ai giudizio in senso tecnico in cui si instaura la piena dialettica processuale tra le parti e si dispone di tutti gli elementi per la scelta delle formule assolutorie più opportune, rispettando le legittime aspettative dell’imputato (sent. n. 3027 del 19/12/2001, Angelucci, Rv. 220555) – non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello già riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l’epilogo decisionale di proscioglimento nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo (artt. 425, 469, 529, 530 e 531 cod. proc. pen.), ma enuncia “una regola di condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone un esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del contraddittorio” (sent. n. 12283 del 25/01/2005, De Rosa, Rv. 230529- 31). In presenza di determinate e tassative condizioni, che svuotano di contenuto – per ragioni di merito – l’imputazione, o ne fanno venire meno – per la presenza di ostacoli processuali (difetto di condizioni di procedibilità) o per l’avverarsi di una causa estintiva – la effettiva ragion d’essere, il dovere dell’immediata declaratoria, anche d’ufficio, di determinate cause di non punibilità che il giudice “riconosce” come già acquisite agli atti costituisce, quindi, l’espressione di una “prescrizione generale di tenuta del sistema” (Sez. U, sent. n. 3027 Angelucci, cit.) ed è funzionale a garantire le esigenze di economia processuale, di speditezza del processo e ad attuare il principio del favor rei (Sez. U, n, 18 del 09/06/1995, Cardoni, Rv. 202374, 202375). Tali finalità si collocano sullo sfondo del più ampio principio di legalità, di cui l’art. 129 cod. proc. pen. rappresenta la proiezione sul piano processuale: la disposizione in esame, infatti, in presenza di una causa di non punibilità, vuole evitare il compimento di ulteriori attività processuali e vuole favorire una pronta definizione del giudizio, anche se fondato su elementi incompleti ai fini di un compiuto accertamento della verità da un punto di vista storico (Sez. U, n. 17179 del 27/02/2002, Conti, Rv.211401, 211403). La dizione letterale della rubrica dell’art. 129 cod. proc. pen. (“Immediata declaratoria”) non richiama una connotazione di “tempestività temporale” assoluta, ma vuole, piuttosto, significare che, qualora ne sussistano le condizioni, la disposizione opera, nel corso dell’intero iter processuale, con carattere di pregiudizialità su altri eventuali provvedimenti decisori suscettibili di adozione da parte del giudice (Sez. U, n. 17179 del 2002, Conti, cit.). Con riferimento all’interpretazione letterale dell’art. 129 cod. proc. pen. e alla nozione di “evidenza della prova” dell’innocenza dell’imputato in esso contenuta – ai fini della prevalenza della formula di proscioglimento sulla causa estintiva del reato – si è osservato che il giudice è legittimato a pronunciare sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, soltanto nei casi in cui le circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la sua rilevanza penale e la non commissione del medesimo da parte dell’imputato emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, al punto che la valutazione da compiersi in proposito appartiene più al concetto di “constatazione” (percezione ictu oculi), che a quello di “apprezzamento”, incompatibile, dunque, con qualsiasi necessità di accertamento o approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 2009, Tettamanti, cit.). L’inapplicabilità della formula di proscioglimento nel merito a fronte della dichiarazione immediata della causa di non punibilità nel caso di contraddittorietà o insufficienza della prova (art. 530 cod. proc. pen., comma 2) è desumibile, oltre che dall’argomento letterale in precedenza richiamato, dalla lettura logico-sistematica dell’art. 129 alla luce dell’art. 531 cod. proc. pen.. Quest’ultima disposizione, in presenza di una causa estintiva del reato, sancisce l’obbligo della pronunzia della sentenza di non doversi procedere, salvo che nel caso in cui dagli atti risulti evidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o, infine, che non è previsto dalla legge come reato (“salvo quanto disposto dall’art. 129, comma 2”). Solo all’esito dell’istruttoria dibattimentale, ossia al momento della valutazione del compendio probatorio acquisito, il giudice può disporre di tutti gli elementi per addivenire anche all’esatta qualificazione giuridica del fatto: pertanto, nel caso di ritenuta configurabilità di un reato diverso e meno grave rispetto a quello contestato, tale da risultare prescritto, il giudice, in mancanza della prova evidente (nel senso della sua “constatazione” e non del suo “apprezzamento”) dell’innocenza, deve pronunciare declaratoria di estinzione del reato per intervenuta prescrizione, senza procedere ad alcun approfondimento nella valutazione del materiale probatorio agli atti. Inoltre, intervenuta la causa estintiva del reato di cui all’imputazione, il giudice, all’esito dell’istruttoria dibattimentale e in presenza di un compendio probatorio insufficiente o contraddittorio, non può esercitare i poteri officiosi ex art. 507 26 cod. proc. pen. (possibilità ammessa anche per il giudice ritiratosi in camera di consiglio per la deliberazione della sentenza), ma deve dichiarare l’estinzione del reato enunciandone la causa nel dispositivo. Qualora, a fronte di una causa estintiva, si privilegiasse una formula liberatoria nel merito in presenza di una prova insufficiente o contraddittoria, si perverrebbe al risultato paradossale per cui la “evidenza” ex art. 129 cpv. cod. proc. pen. ricorrerebbe anche nel caso di ambiguità probatoria (art. 530 cod. proc. pen., comma 2). Si determinerebbe, in tal modo, una non consentita equiparazione tra due situazioni tra loro profondamente diverse: l’evidenza della innocenza dell’imputato, l’incertezza del quadro probatorio in ordine alla sua responsabilità. Le considerazioni sinora svolte consentono di affermare che la regola di giudizio dettata dall’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, rimane subordinata ad una situazione di evidenza probatoria risultante obiettivamente dagli atti nel momento in cui si verifica il fatto estintivo, mentre la regola probatoria contenuta nell’art. 530 cod. proc. pen., comma 2, (dovere di pronunciare sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova della responsabilità) è riferibile soltanto all’epilogo decisorio conseguente alla formazione e acquisizione delle prove nel contraddittorio fra le parti e ad un’approfondita valutazione di tutto il compendio probatorio acquisito (Sez. U, n. 35490 del 2009, Tettamanti, cit.). Questo approdo interpretativo appare connotato da intrinseca razionalità anche sotto i seguenti ulteriori profili. Qualora, in presenza di una causa estintiva del reato già maturata, si ammettesse la rilevabilità, da parte del giudice di legittimità, del vizio di motivazione della sentenza impugnata, il rinvio al giudice del merito sarebbe incompatibile con il principio dell’immediata applicabilità della causa estintiva e, in ogni caso, il giudice di merito destinatario del processo in sede di rinvio sarebbe obbligato a rilevarla e a dichiararla immediatamente (Sez. U, n. 17179 del 2002, Conti, cit.; Sez. U, n. 1021 del 28/11/2001, dep. 2002, Cremonese, Rv. 220511). In assenza di elementi “evidenti” dell’innocenza sostanziale dell’imputato (elementi positivi della sua estraneità rispetto all’addebito contestato o mancanza assoluta di prove a suo carico), l’obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato non contrasta con esigenze di tutela dei diritti fondamentali della persona che consentano di derogare alla regola generale dettata dall’art. 129 cod. proc. pen., comma 2. Infatti, attraverso la rinunzia alla causa di estinzione del reato, l’imputato può riespandere il suo diritto costituzionalmente garantito ad una decisione penale sul merito dell’addebito a lui mosso, provare la sua innocenza e tutelare la sua onorabilità. Si porrebbe, invece, in contrasto con i principi di razionalità, di ordine e di economia processuale ammettere che, pur in mancanza di una rinuncia alla causa estintiva, il processo debba proseguire per consentire, come prospettato dal ricorrente, che l’imputato possa, in ipotesi, giovarsi dell’efficacia preclusiva connessa alla sentenza penale dall’art. 653 cod. proc. pen., comma 1. Infine, in assenza di specifiche previsioni legislative di più ampia portata e avuto riguardo al peculiare ambito applicativo dell’art. 578 cod. proc. pen., non si può inferire da tale disposizione, grazie ad un’interpretazione di tipo analogico o estensivo, una regola generale che, pur in presenza di una causa estintiva del reato e in assenza di elementi obiettivi comprovanti, all’evidenza, l’innocenza dell’imputato, imponga al giudice una valutazione di merito del compendio probatorio ogniqualvolta alla sentenza penale si ricolleghino conseguenze sul piano della responsabilità disciplinare. Tali considerazioni, oltre ad essere rispettose del quadro costituzionale di riferimento (artt. 3, 24, 25, 111 Cost.) e dei principi del giusto processo (artt. 111, 117 Cost, art. 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo), non contrastano neppure con i criteri direttivi fissati dalla L. n. 81 del 1987, contenente la delega per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale. L’art. 2, comma 1, n. 1 stabilisce, infatti, l’esigenza di “massima semplificazione e di eliminazione di atti e di attività non essenziali” e il successivo punto n. 11 correla l’obbligo del proscioglimento nel merito, pur in presenza di una causa estintiva del reato, alla sussistenza dei relativi presupposti. Anche sotto questo profilo, dunque, la disciplina contenuta nell’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, appare rispettosa, da un lato, delle esigenze di razionalità del sistema processuale, di speditezza e di economia del giudizio e, dall’altro, delle esigenze di difesa, in quanto la prevalenza della causa estintiva del reato è ancorata a ben precisi e tipizzati presupposti e, in ogni caso, non può trovare applicazione in presenza di una contraria manifestazione di volontà espressa personalmente dall’imputato che voglia beneficiare di una decisione nel merito. 27 15.2. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione di questi principi, in quanto, con ampio e puntuale richiamo delle emergenze processuali, ha argomentato l’insussistenza di elementi comprovanti all’evidenza l’estraneità dei ricorrenti agli addebiti loro mossi e ha richiamato, quali dati dimostrativi della loro responsabilità in ordine al reato previsto dall’art. 424 cod. pen. (così riqualificata l’originaria contestazione ex art. 423 cod. pen.) le prove dichiarative acquisite ( O., C., A., Re., F., S., C., G.), le risultanze documentali in ordine ai controlli subiti da O. ad opera della Polizia di Stato, le due relazioni di servizio redatte dai Carabinieri rispettivamente il 27 e il 28 giugno 1998 in ordine ai fatti accaduti la notte in cui si verificarono gli incendi, il contenuto delle schede di intervento redatte dai Vigili di fuoco, fatti intervenire su richiesta di appartenenti all’Arma dei Carabinieri, nonchè l’esito delle investigazioni svolte nell’immediatezza e compendiate nelle annotazioni redatte dalla Polizia di Stato il 29 e il 30 giugno 1998. Di conseguenza in ordine ai fatti contestati, ricondotti alla previsione della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 424 cod. pen., è stata correttamente pronunziata sentenza di non doversi procedere per prescrizione in assenza di atti espressi di rinuncia all’applicazione della causa estintiva manifestati personalmente dagli imputati. Per tutte le ragioni sinora esposte, dunque, il ricorso di B., D., M., R. non merita accoglimento. Sulla base di quanto osservato deve essere dichiarata manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale – prospettata in subordine dai ricorrenti – dell’art. 129 cod. proc. pen., comma 2, per contrasto con gli artt. 3, 24, 25, 111, 112 e 117 Cost., in relazione anche all’art. 6 della CEDU, 76 e 77 in riferimento all’eccesso di delega relativo alla direttiva n. 11 della L. n. 81 del 1987, art. 2 nella parte in cui limita il potere di proscioglimento nel merito al solo caso di evidenza di non colpevolezza. 16. Al rigetto dei ricorsi degli imputati consegue di diritto la condanna degli stessi al pagamento delle spese processuali. P.Q.M. Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Così deciso in Roma, il 19 luglio 2012. Depositato in Cancelleria il 24 ottobre 2012

 

GIUDIZIO ABBREVIATO RICHIESTA IN UDIENZA PRELIMINARE TERMINI???

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GIUDIZIO ABBREVIATO RICHIESTA IN UDIENZA

PRELIMINARE TERMINI???

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

 

  • CASS. PEN. SEZ. UNITE SENT., 27/03/2014, N. 20214

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 Il rigetto o la dichiarazione d’inammissibilità della richiesta di giudizio abbreviato non subordinata a integrazioni istruttorie, quando deliberati illegittimamente, pregiudicano, oltre alla scelta difensiva dell’imputato, la sua aspettativa di una riduzione premiale della pena. Ne consegue il diritto dell’imputato, che abbia vanamente rinnovato la richiesta del rito prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, di recuperare lo sconto sanzionatorio all’esito del giudizio. (Fattispecie in tema di richiesta di giudizio abbreviato formulata in udienza preliminare e dichiarata intempestiva in base a un’errata interpretazione del termine preclusivo). (Annulla in parte senza rinvio, App. Milano, 02/11/2012) Nell’udienza preliminare celebrata nei confronti di più imputati, il termine finale per la richiesta del giudizio abbreviato s’identifica con il momento nel quale il difensore di ciascuno di essi rassegna le proprie conclusioni definitive e non con quello nel quale l’ultimo difensore prende la parola. (Annulla in parte senza rinvio, App. Milano, 02/11/2012) Cass. pen. Sez. Unite, Sent., (ud. 27-03-2014) 15-05-2014, n. 20214

Diversamente opinando, si potrebbero ingenerare ulteriori motivi di confusione e di disparità di trattamento a seconda che l’espressione “formulazione delle conclusioni di tutte le parti” venga intesa separatamente (vale a dire per ciascun imputato) ovvero, per tutti gli imputati. Potrebbe, infatti, darsi il caso (soprattutto per procedimenti con più imputati) in cui, ad un’udienza preliminare completa, dove tutti abbiano concluso, in limine della camera di consiglio, uno o più imputati improvvisamente cambino opinione e riaprano interamente il discorso formulando una richiesta di rito abbreviato, cui potrebbe accodarsi anche qualche altro imputato. Ma potrebbe anche verificarsi l’ipotesi in cui, invece, si voglia ritenere ancora aperta la possibilità di chiedere il rito abbreviato solo a “quell’imputato per il quale il difensore non abbia ancora concluso”; in tal caso, però, si scivolerebbe su un piano di palese disparità di trattamento tra imputati essendo evidente che, poichè le discussioni difensive non possono essere simultanee, la scansione dei tempi di discussione (talvolta, necessariamente ripartita in giorni diversi) non avrebbe più – come è sempre stato – un obiettivo meramente pratico di pianificare gli interventi ma potrebbe diventare esso stesso strumento per nuove strategie difensive alla luce delle conclusioni che vengano, via via, rassegnate da altri. Il tutto, all’evidenza, finirebbe per delineare uno scenario sempre più confuso in cui il termine per accedere al rito abbreviato (scelta processuale di non poca rilevanza) non sarebbe più lo stesso per tutti i coimputati ma risulterebbe legato a profili arbitrari, casuali ed (eventualmente) ad astuzie difensive. Di recente si è poi espressa in favore dell’orientamento maggioritario, sia pure soltanto in via di obiter, Sez. 1, n. 348 del 18/12/2013, Di Paolo, osservando che in presenza di un dettato normativo che introduce una preclusione, 5 l’interpretazione – anche al fine di non ledere l’aspettativa all’esercizio della relativa facoltà – non può determinare l’anticipazione della scadenza del termine rispetto all’ordinario significato dei termini utilizzati dal legislatore. 3. Per addivenire alla soluzione della questione è opportuno richiamare brevemente le linee fondamentali del giudizio abbreviato. Come noto, si tratta di un procedimento introdotto nel vigente codice che rientra nel novero delle procedure semplificate alternative al dibattimento aventi finalità deflative, volte cioè a consentire la definizione con forme più agili e veloci di gran parte del contenzioso, consentendo in tal modo di rendere concretamente attuabile, nel sistema di obbligatorietà dell’azione penale che caratterizza il nostro ordinamento, la operatività del modello di processo accusatorio più garantista e correlativamente più complesso. La sua utilizzazione non ha avuto all’inizio i risultati sperati anche perchè l’istituto non era privo di incongruenze e criticità che ne ostacolavano un buon funzionamento

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

Numerose pronunce della Corte costituzionale, l’intervento del legislatore (L. 16 dicembre 1999, n. 479, c.d. legge Carotti) e successivi ulteriori arresti del giudice delle leggi ne hanno ridisegnato i contorni in termini assolutamente innovativi rispetto all’impianto originario, con il risultato di configurare, sempre nel contemperamento degli obiettivi di deflazione e garanzia, un vero e proprio diritto potestativo dell’imputato inserito nel contesto di un’udienza preliminare anch’essa rinnovata negli strumenti probatori a disposizione del giudice.

Si è così pervenuti all’attuale assetto normativo caratterizzato dalla contemporanea presenza di un giudizio abbreviato “non condizionato”, la cui ammissibilità non necessita del consenso del pubblico ministero e del vaglio discrezionale del giudice, cui è tuttavia riservato un potere di integrazione probatoria ex officio; e di un abbreviato “condizionato”, in cui la richiesta è invece condizionata appunto ad una integrazione probatoria che il giudice deve vagliare sotto i profili della necessarietà ai fini della decisione e della compatibilità con le finalità di economia processuale. 4. In questo quadro, i cui dettagli non è necessario approfondire, non essendo gli stessi rilevanti ai fini che ne occupano, si inserisce la questione della individuazione del termine finale entro cui, nel corso dell’udienza preliminare, può essere formulata la richiesta di ammissione al giudizio abbreviato; questione la cui rilevanza è evidente ove si consideri che in caso di richiesta presentata tardivamente si verifica la definitiva preclusione per l’imputato dei benefici del rito, secondo gli schemi della decadenza.

Punto di partenza è la norma di legge di riferimento e cioè l’art. 438 c.p.p., comma 2, secondo cui nell’udienza preliminare la richiesta di giudizio abbreviato può essere proposta, oralmente o per iscritto, “fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422”; disposizione del tutto coincidente con quella precedente alla novella del 1999, contenuta nell’allora vigente art. 439, comma 

La formula, pur nell’apparente semplicità, si è prestata a differenti interpretazioni atteso che, sul mero piano letterale, essa può comprendere e pertanto riferirsi all’intero periodo che va dal momento immediatamente antecedente la formulazione delle prime conclusioni, quelle del p.m., fino all’ultimo momento in cui termina la discussione e si cristallizzano le conclusioni rassegnate da tutte le parti, cioè quello della replica da parte del difensore che parla per ultimo. Per pervenire ad una corretta interpretazione è dunque necessaria una complessiva valutazione delle esigenze sottese alla disposizione e del contesto in cui la stessa si inserisce.

Le ipotesi messe in campo dalla giurisprudenza e approfondite dalla dottrina sono sostanzialmente tre, confrontandosi una tesi restrittiva, ispirata alla ritenuta esigenza di garantire una ordinata gestione dell’udienza preliminare, secondo cui la richiesta deve intervenire prima che venga conferita la parola al pubblico ministero e basata sulla convinzione che l’espressione usata dal legislatore sia atta ad indicare l’esordio della discussione; una intermedia, che ritiene indispensabile la conoscenza della posizione assunta dal pubblico ministero e pertanto delle sue conclusioni e riferisce il termine al momento della formulazione delle conclusioni da parte del difensore del singolo imputato; ed una terza, che allarga ulteriormente lo spazio, per consentire la massima osservanza al favor nei confronti delle potenzialità deflazionistiche del rito alternativo e di tenere conto delle posizioni espresse da tutti gli imputati e in particolare dell’evenienza rappresentata dalla possibile costituzione di un contumace dopo l’intervento di una o alcuna delle altre difese, e fa coincidere il termine con il momento in cui si esaurisce la discussione con la formulazione delle conclusioni di tutte le parti e, in particolare, nei processi soggettivamente cumulativi, dei difensori di tutti gli imputati. 5.

E’ opportuno preliminarmente chiarire che vanno tenuti distinti i due piani relativi, da un lato, alla corretta individuazione del termine di cui si discute e, dall’altro, agli accertamenti probatori consentiti nell’udienza preliminare e che precedono la richiesta. 6 E’ da considerare pacifico, nonostante un risalente precedente contrario (relativo peraltro ad un procedimento celebrato prima della legge Carotti) che la richiesta di giudizio abbreviato può essere formulata anche per la prima volta a seguito dell’attività di integrazione probatoria svolta dal giudice nell’udienza preliminare. Da tempo è stato invero opportunamente chiarito che già nel vigore del testo originario del codice ben erano consentite sia ai fini della richiesta di rinvio a giudizio sia ai fini di un eventuale pronuncia di sentenza di non luogo a procedere integrazioni probatorie nel corso dell’udienza preliminare ove il giudice ritenesse di non poter decidere allo stato degli atti, e che le stesse, se svolte prima della richiesta del giudizio abbreviato, erano pienamente utilizzabili anche in tale prospettiva, potendo addirittura giustificare la presentazione di una richiesta in precedenza non formulata dall’imputato che poteva aver ritenuto opportuno “accettare il rischio” che il giudice dichiarasse chiusa la discussione e precludesse così definitivamente l’accesso al giudizio abbreviato. L’integrazione istruttoria è seguita, come è logico, atteso il mutato quadro di riferimento che ne consegue, da una nuova discussione nel corso della quale le parti sono legittimate a formulare conclusioni che ben possono essere diverse da quelle precedenti; secondo una schema che può, in ipotesi, ripetersi anche più volte. Tale conclusione è conforme al chiaro dettato dell’art. 438 c.p.p., che sia al comma 2 (non modificato sul punto) che al comma 6 (introdotto dalla legge Carotti) richiama gli artt. 421 e 422, e dunque evidentemente anche il terzo periodo dell’art. 422, comma 3, dove è stabilito che a seguito dell’attività di integrazione probatoria, il pubblico ministero ed i difensori “formulano e illustrano le rispettive conclusioni”. Il meccanismo risulta oggi tanto più razionale dopo che la Corte costituzionale (sentenza n. 77 del 1994) ha reso praticabile l’incidente probatorio anche nell’udienza preliminare, e dopo che la legge Carotti ha notevolmente ampliato il campo dell’integrazione probatoria in essa assumibile, attribuendo esplicitamente al giudice un potere di iniziativa ex officio, e sono stati definitivamente chiariti i caratteri del giudizio abbreviato nel senso che la funzione acceleratoria del medesimo si esprime con riguardo alla esclusione della fase del dibattimento e non rispetto alla celebrazione più o meno dilatata dell’udienza preliminare (v. Corte cost. sent. n. 115 del 2001). Nè può trarsi elemento in contrario dal fatto che il testo dell’art. 438, comma 2, è rimasto invariato dopo la riforma del 1999, non essendosi provveduto a inserire in esso il richiamo anche all’art. 421 bis, dovendosi ritenere, come già è stato affermato (Sez. 1, n. 12887 del 19/02/2009, Iervasi, Rv. 243041, alla quale è conforme la dottrina unanime) che si tratta di una mera svista redazionale da parte del legislatore del 1999, che non implica la volontà di escludere la rilevanza della eventuale fase di integrazione delle indagini ai fini della possibilità di chiedere il giudizio abbreviato; una diversa conclusione sarebbe peraltro assurda atteso che con l’art. 421 bis il legislatore ha in realtà recepito il contenuto del precedente art. 422, comma 1, dando ad esso una più razionale e puntuale disciplina. 6.

processi corte appello penale bologna milano venezia firenze ancona
processi corte appello penale bologna milano venezia firenze ancona

Tale puntualizzazione non risolve tuttavia la specifica questione sulla quale le Sezioni Unite sono state chiamate a pronunciarsi: ritenere tempestiva la domanda di giudizio abbreviato presentata per la prima volta dopo l’integrazione ex artt. 421 bis o 422 c.p.p., non significa aver risolto la questione della individuazione dell’esatto ambito temporale in cui nell’udienza preliminare, prima o dopo la integrazione probatoria o investigativa, si verifica la scadenza del termine per la presentazione del giudizio abbreviato. Nell’affrontare la questione devono essere tenute presenti anche le ragioni sistematiche collegate al complessivo impianto codicistico. Le norme processuali sono, in via generale, scritte con riferimento all’ipotesi del procedimento che riguarda un singolo imputato, parte del rapporto con lo Stato, che con il processo assicura a lui, e nei procedimenti cumulativi a ciascuno e a tutti gli imputati, il miglior sistema di garanzie per accertare fatti e responsabilità; non assumono di norma rilevanza ai fini strettamente processuali i rapporti tra i vari imputati se non nei limiti in cui ciò è espressamente previsto. Anche nel disciplinare i procedimenti deflativi del dibattimento il legislatore del 1988, al pari di quello della novella del 1999, ha avuto come riferimento solo il caso che a chiedere la semplificazione delle forme processuali sia un singolo imputato. E’ inoltre opportuno richiamare l’attenzione sul fatto che lo svolgimento ordinario dell’udienza preliminare vede susseguirsi, secondo quanto risulta dal dettato normativo, diversi momenti, tra loro concettualmente distinti e separati, se pur nella pratica a volte ciò possa risultare meno evidente. Si possono distinguere la costituzione delle parti, l’ammissione di atti e documenti, la eventuale modifica dell’imputazione, le eventuali dichiarazioni spontanee o l’interrogatorio dell’imputato, l’esposizione dei difensori delle parti private, la replica per una sola volta del pubblico ministero e dei difensori, la decisione del giudice, che può essere definitiva o interlocutoria, quest’ultima ove il giudice ritenga necessaria l’attività di integrazione probatoria o investigativa; in tal caso si terrà una nuova udienza preliminare 7 con nuova discussione. Alla necessità di fare attenzione a tale scansione si è richiamata la Corte costituzionale, sia pure con riferimento ad una diversa questione (sent. n.117 del 2011 relativa alla posizione del pubblico ministero a seguito del deposito del fascicolo delle investigazioni difensive); e l’esigenza di rispettare un ordine nell’udienza preliminare è stata sottolineata dalla sentenza n. 18820 del 2011 della Terza Sezione, di cui sopra si è riferito. 7. Tanto premesso ritiene il Collegio che il richiamo alle conclusioni contenuto nell’art. 438, debba essere inteso con riferimento alla definitiva formulazione delle conclusioni di ogni singola parte. Una tale affermazione non solo non contrasta con il tenore letterale della norma e con le potenzialità deflative del rito ma appare anche maggiormente rispettosa dell’impianto sistematico del codice nonchè del diritto di difesa dell’imputato. Deve infatti escludersi che possa essere considerato momento preclusivo quello della formulazione delle conclusioni da parte del pubblico ministero; e ciò non solo e non tanto per il raffronto con altre disposizioni del codice in cui il legislatore non ha avuto difficoltà a specificare il diverso momento cui intendeva riferirsi; quanto e soprattutto per ragioni di ordine sostanziale che, specialmente dopo le modifiche introdotte con la citata legge del 1999, rendono imprescindibile l’esigenza che l’imputato abbia conoscenza delle conclusioni del pubblico ministero, il quale può tra l’altro anche modificare l’imputazione a norma dell’art. 423, prima di formulare o meno la richiesta del rito abbreviato. Le richieste finali dell’accusa assumono infatti un evidente rilievo ai fini della decisione dell’imputato di avanzare o meno la richiesta di giudizio abbreviato. Una conferma si rinviene dall’esame dei lavori parlamentari relativi all’approvazione della legge Carotti, da cui risulta che nel corso della seconda lettura del testo in esame da parte della Camera dei Deputati è stata abbandonata l’originaria espressione “appena concluse le formalità di apertura del dibattimento”, sostituendola con quella attuale. Deve altresì escludersi la tesi secondo cui momento finale, unico per tutti gli imputati, sarebbe quello in cui l’ultimo difensore prende la parola. Tale soluzione viene sostenuta con il richiamo alla opportunità di dare il massimo spazio possibile alle potenzialità deflative del rito e alla necessità di evitare disparità tra gli imputati, osservandosi che il soggetto il cui difensore interloquisce per primo avrebbe una conoscenza più limitata rispetto a quello il cui difensore interviene per ultimo, potendo questi ad esempio usufruire delle dichiarazioni o degli interrogatori di contumaci che decidessero, per scelta o perchè prima impossibilitati, di presentarsi dopo gli interventi di una o di alcune delle difese.

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONI UNITE PENALI Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. SANTACROCE Giorgio – Presidente – Dott. DE ROBERTO Giovanni – Consigliere – Dott. SIOTTO Maria Cristina – Consigliere – Dott. FRANCO Amedeo – Consigliere – Dott. CONTI Giovanni – Consigliere – Dott. PAOLONI Giacomo – Consigliere – Dott. BIANCHI Luisa – rel. Consigliere – Dott. BRUNO Paolo Antonio – Consigliere – Dott. MACCHIA Alberto – Consigliere – ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: F.M., nato in (OMISSIS); 2 avverso la sentenza del 02/11/2012 della Corte di appello di Milano; visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso; udita la relazione svolta dal consigliere Luisa Bianchi; udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott. DESTRO Carlo, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso; udito per il ricorrente l’avv. Maria Elena Concarotti, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso. Svolgimento del processo 1. Con sentenza del 17 aprile 2012 il Tribunale di Lecco riteneva F.M. responsabile del reato di cui all’art. 81 cpv. c.p., D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1 e 1 bis, perchè con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, e fuori dell’ipotesi dell’articolo 75 del predetto decreto, acquistava da B.L. e deteneva rilevanti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo cocaina che in seguito cedeva a Z.M. e H.N. e a terze persone rimaste sconosciute che la utilizzavano alcuni per svolgere autonoma attività di spaccio, altri per uso personale, fatto commesso in varie località negli anni 2008 e 2009; concesse le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di sei anni di reclusione e 40.000 Euro di multa. Interposto appello dal difensore dell’imputato in punto di mancata concessione del rito abbreviato, di affermazione della responsabilità e di trattamento sanzionatorio, la Corte di appello di Milano, con sentenza del 2 novembre 2012, confermava integralmente la sentenza gravata. 2. Ha presentato ricorso per cassazione l’imputato per mezzo del proprio difensore, avv. Maria Elena Concarotti, formulando tre motivi. Con il primo deduce erronea applicazione dell’art. 438 c.p.p., commi 1 e 2, per non avere la Corte territoriale concesso il recupero del rito abbreviato che era stato, si sostiene, tempestivamente e regolarmente richiesto. All’udienza preliminare celebrata il 19 dicembre 2011 il difensore dell’imputato, nel prendere la parola per formulare le conclusioni, aveva chiesto l’ammissione al rito abbreviato, richiesta rifiutata poichè considerata tardiva; la richiesta era stata reiterata prima dell’apertura del dibattimento di primo grado ed in quella sede nuovamente rigettata; infine la richiesta in oggetto era stata posta alla base dei motivi di appello ma il giudice di secondo grado aveva confermato quanto deciso dal Tribunale di Lecco e cioè che la richiesta era da considerare tardiva in quanto proposta dopo che nell’udienza preliminare aveva preso la parola il pubblico ministero per formulare le proprie conclusioni.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

Il difensore contesta tale decisione, richiamandosi alla prevalente giurisprudenza di legittimità (Sez. 1, n. 12887 del 2009 e n. 15982 del 2004) secondo cui la richiesta in questione può essere proposta fino al momento in cui il giudice dell’udienza preliminare dichiara chiusa la discussione.

Con un secondo motivo deduce mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione nella parte in cui si è ritenuto sussistere la penale responsabilità dell’imputato, laddove non vi sarebbe prova del comportamento addebitato.

Con il terzo motivo sostiene la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in punto di determinazione della pena, ritenuta eccessiva rispetto ai fatti commessi, non essendosi tenuto adeguato conto del comportamento tenuto dall’imputato, volto a chiarire i fatti, e del materiale probatorio disponibile. Dalla condotta accertata, anzi, poteva emergere al massimo una conoscenza dell’illecito traffico rientrante nell’ipotesi della connivenza non punibile, mentre il ritenuto concorso non è stato minimamente provato e motivato. 3. Con dichiarazione personale recante la data del 4 gennaio 2014, pervenuta alla Corte di cassazione il 10 successivo, il ricorrente dichiara di voler specificare che, come già precisato nell’interrogatorio reso durante le indagini preliminari, egli aveva solo tentato di intraprendere, senza peraltro riuscirvi, l’attività di spaccio di sostanze stupefacenti unicamente nella provincia di Bergamo dove risiedeva, e mai invece nelle province di Lecco o di Brescia; di essere pentito di tale comportamento avendone compreso il disvalore. 3 4. Il ricorso è stato assegnato alla Quarta Sezione penale, la quale, all’esito dell’udienza pubblica svoltasi il 16 gennaio 2014, ravvisando l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in relazione alla individuazione del termine finale entro cui nell’udienza preliminare deve essere formulata la richiesta di giudizio abbreviato, ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 618 c.p.p.. Riferisce la sezione rimettente che in proposito si confrontano due opposti orientamenti, uno più risalente e numericamente prevalente (Sez. 1, n. 755 del 14/11/2002, Tinnirello, Rv. 223251; Sez. 1, n. 15982 del 23/03/2004, Marzocca, Rv. 227761; Sez. 1, n. 12887 del 19/02/2009, Iervasi, Rv. 243041), secondo cui l’espressione “fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422”, impiegata dall’allora vigente art. 439 c.p.p., comma 2, per designare il momento preclusivo della richiesta di giudizio abbreviato in udienza preliminare è certamente idonea a ricomprendere l’intera fase della discussione prevista dall’art. 421, comma 2, fino al suo epilogo; l’altro, più restrittivo, sostenuto in realtà da un’unica articolata pronuncia (Sez. 3, n. 18820 del 31/03/2011, T., Rv. 250009) che consapevolmente si pone in contrasto con i precedenti contrari, ritiene che la richiesta di giudizio abbreviato nell’udienza preliminare può essere proposta sino al momento in cui il giudice conferisce la parola al pubblico ministero per la formulazione delle conclusioni. 5. Il Primo Presidente, con decreto del 12 febbraio 2014, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica. Motivi della decisione 1. Il quesito cui le Sezioni unite sono chiamate a rispondere è il seguente: “Se può ritenersi tempestiva la richiesta di giudizio abbreviato, proposta nel corso dell’udienza preliminare, prima che il giudice dichiari chiusa la discussione ma dopo le conclusioni del pubblico ministero”. 2. In proposito sussiste effettivamente un contrasto di giurisprudenza, atteso che secondo un primo orientamento, che l’ordinanza di rimessione definisce “più risalente, ma prevalente”, la risposta deve essere positiva, come affermato a partire dalla sentenza Sez. 1, n. 755 del 14/11/2002, Tinnirello, Rv. 223251, secondo la quale l’espressione “fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422” impiegata dall’allora vigente art. 439 c.p.p., comma 2, (riprodotta nel testo dell’art. 438 c.p.p., comma 2, come sostituito dalla L. 16 dicembre 1999, n. 479, art. 27) per designare il momento preclusivo della richiesta di giudizio abbreviato in udienza preliminare è “certamente idonea a ricomprendere l’intera fase della discussione prevista dal comma 2 dell’art. 421 fino al suo epilogo”. A sostegno di tale soluzione si è rilevato che il legislatore, quando ha voluto collegare delle decadenze al momento iniziale della discussione lo ha detto chiaramente, adottando le opportune, diverse, espressioni come nei casi della formulazione della richiesta di oblazione nelle contravvenzioni punite con pene alternative (art. 162 bis c.p., comma 5) e della rinuncia all’impugnazione da parte del pubblico ministero e delle parti private (art. 589 c.p.p., commi 1 e 3); si è richiamata inoltre la ratio deflazionistica del giudizio abbreviato che induce ad una interpretazione lata delle norme che ne regolano l’accesso. Si allineano alla sentenza Tinnirello, come ricorda la ordinanza di remissione, due pronunce risolutive dei conflitti di competenza sollevate da giudici dibattimentali, investiti del giudizio a seguito della declaratoria di inammissibilità di richieste di rito abbreviato, reputate intempestive dal giudice dell’udienza preliminare. Nel primo caso (Sez. 1, n. 15982 del 23/03/2004, Marzocca,i Rv. 227761) tali richieste erano state considerate tardive perchè presentate dopo che il pubblico ministero aveva preso le proprie conclusioni; e la Corte ha ritenuto invece che la richiesta fosse tempestiva in quanto l’espressione utilizzata dall’art. 438 “si riferisce all’intera fase della discussione fino al suo epilogo, di guisa che il termine finale per la rituale proposizione della richiesta è rappresentato dal momento in cui si esaurisce tale discussione”. Nel secondo (Sez. 1, n. 12887 del 19/02/2009, Iervasi, Rv. 243041) la tardività era collegata al fatto che la richiesta di giudizio abbreviato era stata presentata per la prima volta nell’udienza successiva all’attività di integrazione probatoria disposta dal giudice ex art. 421 bis c.p.p.; e la Corte ha chiarito che la richiesta può essere presentata fino al momento in cui viene dichiarata chiusa la discussione e quindi anche dopo l’eventuale emissione dei provvedimenti di integrazione delle indagini o delle prove, che non possono che precedere la chiusura della discussione. Nello stesso senso dell’ultima pronuncia si era già espressa, sia pure incidentalmente, Sez. 5, n. 6777 del 09/02/2006, Paolone, Rv. 4 233829, che, nel giudicare erronea la sentenza della corte territoriale nella parte in cui aveva ritenuto inutilizzabili la consulenza di parte e i documenti prodotti dall’imputato nel corso dell’udienza preliminare anteriormente alla richiesta di ammissione al giudizio abbreviato, rammenta che tale richiesta “può essere presentata anche dopo l’eventuale integrazione istruttoria disposta dal giudice dell’udienza preliminare ai sensi degli artt. 421 bis o 422 c.p.p.”. In senso diametralmente e consapevolmente opposto si è invece espressa Sez. 3, n. 18820 del 31/03/2011, T., Rv. 250009, che, in un caso in cui la richiesta di giudizio abbreviato era stata avanzata dopo che la discussione era già stata avviata e dopo che il p.m. ed alcuni difensori avevano già formulato richieste conclusive, ha reputato corretta la decisione dei giudici di merito che avevano ritenuto tardiva la richiesta, affermando il principio secondo cui quest’ultima “nell’udienza preliminare può essere proposta sino al momento in cui il giudice conferisca la parola al p.m. per la formulazione delle conclusioni”. A fondamento dell’opposta ricostruzione la pronuncia in esame postula anzitutto l’intenzione del legislatore di individuare anche all’interno dell’udienza preliminare, pur nella sua apparente informalità se raffrontata all’udienza dibattimentale, diverse fasi che in parte evocano la struttura di quest’ultima. E’ così possibile individuare “un momento iniziale di costituzione delle parti (art. 420), un momento di discussione (nel corso del quale il p.m. illustra le ragioni a sostegno della propria richiesta di rinvio a giudizio ed i difensori quelle opposte) ed un momento di conclusioni (in cui il pubblico ministero, prima, ed i difensori, poi, rassegnano le rispettive richieste finali)”; la scansione risponde all’esigenza, avvertita dal legislatore, “di dare ordine ad un rito (l’udienza preliminare) che non può, e non deve, risolversi in una generica ed informale discussione produttrice di confusione e di probabili iniquità” ed è altresì funzionale rispetto all’esigenza di individuare termini certi per le attività che comportano decadenze (costituzione di parte civile e richiesta di ammissione al rito abbreviato). E’ dunque necessario – prosegue la sentenza in esame – individuare senza equivoci il termine descritto con l’espressione “fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422”. L’ampio orientamento espresso dai precedenti della Corte, nel far riferimento al momento in cui si esaurisce la discussione con la formulazione delle conclusioni di tutte le parti ingenera il dubbio che tale momento vada a coincidere con quello in cui il giudice dichiara chiusa la discussione e si ritira in camera di consiglio per decidere. Ma, osserva la sentenza, se tale fosse stato l’intento del legislatore, “non ci sarebbe stato alcun motivo di usare questa espressione composita ed apparentemente ambigua ma si sarebbe piuttosto detto, come fatto chiaramente nell’art. 421, comma 4, che la facoltà di richiedere il rito abbreviato avrebbe potuto, e dovuto, essere esercitata prima che il giudice dichiari chiusa la discussione; se ciò non è avvenuto, è perchè, evidentemente, si è inteso … individuare un termine diverso ed un pò anticipato rispetto a quello della fine della discussione”. La disposizione in esame è, in realtà, prosegue la sentenza, “decisamente chiara” e risponde a precise esigenze di trasparenza sulle modalità di svolgimento del rito ed anche di par condicio (quando, ad esempio, si tratti di procedimento con più imputati). In tale ultima situazione, infatti, “considerata la possibilità, tutt’altro che remota, che vi siano imputati in posizioni differenti (sì che le scelte difensive dell’uno possono riverberare sull’altro) deve essere necessario che tutti siano posti nelle medesime condizioni e che quindi, per tutti, il termine-sbarramento, entro cui rappresentare le proprie strategie processuali, sia il medesimo. Ciò può avvenire solo se la lettura dell’art. 421, comma 2, sia quella che lo stesso tenore della norma suggerisce (tanto più se raffrontato al diverso linguaggio normativo nell’art. 421, comma 4) e cioè, che la linea di confine è data dal momento in cui il g.u.p. concede la parola al p.m. per formulare le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422”. Diversamente opinando, si potrebbero ingenerare ulteriori motivi di confusione e di disparità di trattamento a seconda che l’espressione “formulazione delle conclusioni di tutte le parti” venga intesa separatamente (vale a dire per ciascun imputato) ovvero, per tutti gli imputati. Potrebbe, infatti, darsi il caso (soprattutto per procedimenti con più imputati) in cui, ad un’udienza preliminare completa, dove tutti abbiano concluso, in limine della camera di consiglio, uno o più imputati improvvisamente cambino opinione e riaprano interamente il discorso formulando una richiesta di rito abbreviato, cui potrebbe accodarsi anche qualche altro imputato. Ma potrebbe anche verificarsi l’ipotesi in cui, invece, si voglia ritenere ancora aperta la possibilità di chiedere il rito abbreviato solo a “quell’imputato per il quale il difensore non abbia ancora concluso”; in tal caso, però, si scivolerebbe su un piano di palese disparità di trattamento tra imputati essendo evidente che, poichè le discussioni difensive non possono essere simultanee, la scansione dei tempi di discussione (talvolta, necessariamente ripartita in giorni diversi) non avrebbe più – come è sempre stato – un obiettivo meramente pratico di pianificare gli interventi ma potrebbe diventare esso stesso strumento per nuove strategie difensive alla luce delle conclusioni che vengano, via via, rassegnate da altri. Il tutto, all’evidenza, finirebbe per delineare uno scenario sempre più confuso in cui il termine per accedere al rito abbreviato (scelta processuale di non poca rilevanza) non sarebbe più lo stesso per tutti i coimputati ma risulterebbe legato a profili arbitrari, casuali ed (eventualmente) ad astuzie difensive. Di recente si è poi espressa in favore dell’orientamento maggioritario, sia pure soltanto in via di obiter, Sez. 1, n. 348 del 18/12/2013, Di Paolo, osservando che in presenza di un dettato normativo che introduce una preclusione, 5 l’interpretazione – anche al fine di non ledere l’aspettativa all’esercizio della relativa facoltà – non può determinare l’anticipazione della scadenza del termine rispetto all’ordinario significato dei termini utilizzati dal legislatore. 3. Per addivenire alla soluzione della questione è opportuno richiamare brevemente le linee fondamentali del giudizio abbreviato. Come noto, si tratta di un procedimento introdotto nel vigente codice che rientra nel novero delle procedure semplificate alternative al dibattimento aventi finalità deflative, volte cioè a consentire la definizione con forme più agili e veloci di gran parte del contenzioso, consentendo in tal modo di rendere concretamente attuabile, nel sistema di obbligatorietà dell’azione penale che caratterizza il nostro ordinamento, la operatività del modello di processo accusatorio più garantista e correlativamente più complesso. La sua utilizzazione non ha avuto all’inizio i risultati sperati anche perchè l’istituto non era privo di incongruenze e criticità che ne ostacolavano un buon funzionamento. Numerose pronunce della Corte costituzionale, l’intervento del legislatore (L. 16 dicembre 1999, n. 479, c.d. legge Carotti) e successivi ulteriori arresti del giudice delle leggi ne hanno ridisegnato i contorni in termini assolutamente innovativi rispetto all’impianto originario, con il risultato di configurare, sempre nel contemperamento degli obiettivi di deflazione e garanzia, un vero e proprio diritto potestativo dell’imputato inserito nel contesto di un’udienza preliminare anch’essa rinnovata negli strumenti probatori a disposizione del giudice. Si è così pervenuti all’attuale assetto normativo caratterizzato dalla contemporanea presenza di un giudizio abbreviato “non condizionato”, la cui ammissibilità non necessita del consenso del pubblico ministero e del vaglio discrezionale del giudice, cui è tuttavia riservato un potere di integrazione probatoria ex officio; e di un abbreviato “condizionato”, in cui la richiesta è invece condizionata appunto ad una integrazione probatoria che il giudice deve vagliare sotto i profili della necessarietà ai fini della decisione e della compatibilità con le finalità di economia processuale. 4. In questo quadro, i cui dettagli non è necessario approfondire, non essendo gli stessi rilevanti ai fini che ne occupano, si inserisce la questione della individuazione del termine finale entro cui, nel corso dell’udienza preliminare, può essere formulata la richiesta di ammissione al giudizio abbreviato; questione la cui rilevanza è evidente ove si consideri che in caso di richiesta presentata tardivamente si verifica la definitiva preclusione per l’imputato dei benefici del rito, secondo gli schemi della decadenza. Punto di partenza è la norma di legge di riferimento e cioè l’art. 438 c.p.p., comma 2, secondo cui nell’udienza preliminare la richiesta di giudizio abbreviato può essere proposta, oralmente o per iscritto, “fino a che non siano formulate le conclusioni a norma degli artt. 421 e 422”; disposizione del tutto coincidente con quella precedente alla novella del 1999, contenuta nell’allora vigente art. 439, comma 2. La formula, pur nell’apparente semplicità, si è prestata a differenti interpretazioni atteso che, sul mero piano letterale, essa può comprendere e pertanto riferirsi all’intero periodo che va dal momento immediatamente antecedente la formulazione delle prime conclusioni, quelle del p.m., fino all’ultimo momento in cui termina la discussione e si cristallizzano le conclusioni rassegnate da tutte le parti, cioè quello della replica da parte del difensore che parla per ultimo. Per pervenire ad una corretta interpretazione è dunque necessaria una complessiva valutazione delle esigenze sottese alla disposizione e del contesto in cui la stessa si inserisce. Le ipotesi messe in campo dalla giurisprudenza e approfondite dalla dottrina sono sostanzialmente tre, confrontandosi una tesi restrittiva, ispirata alla ritenuta esigenza di garantire una ordinata gestione dell’udienza preliminare, secondo cui la richiesta deve intervenire prima che venga conferita la parola al pubblico ministero e basata sulla convinzione che l’espressione usata dal legislatore sia atta ad indicare l’esordio della discussione; una intermedia, che ritiene indispensabile la conoscenza della posizione assunta dal pubblico ministero e pertanto delle sue conclusioni e riferisce il termine al momento della formulazione delle conclusioni da parte del difensore del singolo imputato; ed una terza, che allarga ulteriormente lo spazio, per consentire la massima osservanza al favor nei confronti delle potenzialità deflazionistiche del rito alternativo e di tenere conto delle posizioni espresse da tutti gli imputati e in particolare dell’evenienza rappresentata dalla possibile costituzione di un contumace dopo l’intervento di una o alcuna delle altre difese, e fa coincidere il termine con il momento in cui si esaurisce la discussione con la formulazione delle conclusioni di tutte le parti e, in particolare, nei processi soggettivamente cumulativi, dei difensori di tutti gli imputati. 5. E’ opportuno preliminarmente chiarire che vanno tenuti distinti i due piani relativi, da un lato, alla corretta individuazione del termine di cui si discute e, dall’altro, agli accertamenti probatori consentiti nell’udienza preliminare e che precedono la richiesta. 6 E’ da considerare pacifico, nonostante un risalente precedente contrario (relativo peraltro ad un procedimento celebrato prima della legge Carotti) che la richiesta di giudizio abbreviato può essere formulata anche per la prima volta a seguito dell’attività di integrazione probatoria svolta dal giudice nell’udienza preliminare. Da tempo è stato invero opportunamente chiarito che già nel vigore del testo originario del codice ben erano consentite sia ai fini della richiesta di rinvio a giudizio sia ai fini di un eventuale pronuncia di sentenza di non luogo a procedere integrazioni probatorie nel corso dell’udienza preliminare ove il giudice ritenesse di non poter decidere allo stato degli atti, e che le stesse, se svolte prima della richiesta del giudizio abbreviato, erano pienamente utilizzabili anche in tale prospettiva, potendo addirittura giustificare la presentazione di una richiesta in precedenza non formulata dall’imputato che poteva aver ritenuto opportuno “accettare il rischio” che il giudice dichiarasse chiusa la discussione e precludesse così definitivamente l’accesso al giudizio abbreviato. L’integrazione istruttoria è seguita, come è logico, atteso il mutato quadro di riferimento che ne consegue, da una nuova discussione nel corso della quale le parti sono legittimate a formulare conclusioni che ben possono essere diverse da quelle precedenti; secondo una schema che può, in ipotesi, ripetersi anche più volte. Tale conclusione è conforme al chiaro dettato dell’art. 438 c.p.p., che sia al comma 2 (non modificato sul punto) che al comma 6 (introdotto dalla legge Carotti) richiama gli artt. 421 e 422, e dunque evidentemente anche il terzo periodo dell’art. 422, comma 3, dove è stabilito che a seguito dell’attività di integrazione probatoria, il pubblico ministero ed i difensori “formulano e illustrano le rispettive conclusioni”. Il meccanismo risulta oggi tanto più razionale dopo che la Corte costituzionale (sentenza n. 77 del 1994) ha reso praticabile l’incidente probatorio anche nell’udienza preliminare, e dopo che la legge Carotti ha notevolmente ampliato il campo dell’integrazione probatoria in essa assumibile, attribuendo esplicitamente al giudice un potere di iniziativa ex officio, e sono stati definitivamente chiariti i caratteri del giudizio abbreviato nel senso che la funzione acceleratoria del medesimo si esprime con riguardo alla esclusione della fase del dibattimento e non rispetto alla celebrazione più o meno dilatata dell’udienza preliminare (v. Corte cost. sent. n. 115 del 2001). Nè può trarsi elemento in contrario dal fatto che il testo dell’art. 438, comma 2, è rimasto invariato dopo la riforma del 1999, non essendosi provveduto a inserire in esso il richiamo anche all’art. 421 bis, dovendosi ritenere, come già è stato affermato (Sez. 1, n. 12887 del 19/02/2009, Iervasi, Rv. 243041, alla quale è conforme la dottrina unanime) che si tratta di una mera svista redazionale da parte del legislatore del 1999, che non implica la volontà di escludere la rilevanza della eventuale fase di integrazione delle indagini ai fini della possibilità di chiedere il giudizio abbreviato; una diversa conclusione sarebbe peraltro assurda atteso che con l’art. 421 bis il legislatore ha in realtà recepito il contenuto del precedente art. 422, comma 1, dando ad esso una più razionale e puntuale disciplina. 6.

Tale puntualizzazione non risolve tuttavia la specifica questione sulla quale le Sezioni Unite sono state chiamate a pronunciarsi: ritenere tempestiva la domanda di giudizio abbreviato presentata per la prima volta dopo l’integrazione ex artt. 421 bis o 422 c.p.p., non significa aver risolto la questione della individuazione dell’esatto ambito temporale in cui nell’udienza preliminare, prima o dopo la integrazione probatoria o investigativa, si verifica la scadenza del termine per la presentazione del giudizio abbreviato. Nell’affrontare la questione devono essere tenute presenti anche le ragioni sistematiche collegate al complessivo impianto codicistico. Le norme processuali sono, in via generale, scritte con riferimento all’ipotesi del procedimento che riguarda un singolo imputato, parte del rapporto con lo Stato, che con il processo assicura a lui, e nei procedimenti cumulativi a ciascuno e a tutti gli imputati, il miglior sistema di garanzie per accertare fatti e responsabilità; non assumono di norma rilevanza ai fini strettamente processuali i rapporti tra i vari imputati se non nei limiti in cui ciò è espressamente previsto. Anche nel disciplinare i procedimenti deflativi del dibattimento il legislatore del 1988, al pari di quello della novella del 1999, ha avuto come riferimento solo il caso che a chiedere la semplificazione delle forme processuali sia un singolo imputato. E’ inoltre opportuno richiamare l’attenzione sul fatto che lo svolgimento ordinario dell’udienza preliminare vede susseguirsi, secondo quanto risulta dal dettato normativo, diversi momenti, tra loro concettualmente distinti e separati, se pur nella pratica a volte ciò possa risultare meno evidente. Si possono distinguere la costituzione delle parti, l’ammissione di atti e documenti, la eventuale modifica dell’imputazione, le eventuali dichiarazioni spontanee o l’interrogatorio dell’imputato, l’esposizione dei difensori delle parti private, la replica per una sola volta del pubblico ministero e dei difensori, la decisione del giudice, che può essere definitiva o interlocutoria, quest’ultima ove il giudice ritenga necessaria l’attività di integrazione probatoria o investigativa; in tal caso si terrà una nuova udienza preliminare 7 con nuova discussione.

Alla necessità di fare attenzione a tale scansione si è richiamata la Corte costituzionale, sia pure con riferimento ad una diversa questione (sent. n.117 del 2011 relativa alla posizione del pubblico ministero a seguito del deposito del fascicolo delle investigazioni difensive); e l’esigenza di rispettare un ordine nell’udienza preliminare è stata sottolineata dalla sentenza n. 18820 del 2011 della Terza Sezione, di cui sopra si è riferito. 7. Tanto premesso ritiene il Collegio che il richiamo alle conclusioni contenuto nell’art. 438, debba essere inteso con riferimento alla definitiva formulazione delle conclusioni di ogni singola parte. Una tale affermazione non solo non contrasta con il tenore letterale della norma e con le potenzialità deflative del rito ma appare anche maggiormente rispettosa dell’impianto sistematico del codice nonchè del diritto di difesa dell’imputato.

avvocato Bologna penale esperto
avvocato Bologna penale esperto

Deve infatti escludersi che possa essere considerato momento preclusivo quello della formulazione delle conclusioni da parte del pubblico ministero; e ciò non solo e non tanto per il raffronto con altre disposizioni del codice in cui il legislatore non ha avuto difficoltà a specificare il diverso momento cui intendeva riferirsi; quanto e soprattutto per ragioni di ordine sostanziale che, specialmente dopo le modifiche introdotte con la citata legge del 1999, rendono imprescindibile l’esigenza che l’imputato abbia conoscenza delle conclusioni del pubblico ministero, il quale può tra l’altro anche modificare l’imputazione a norma dell’art. 423, prima di formulare o meno la richiesta del rito abbreviato. Le richieste finali dell’accusa assumono infatti un evidente rilievo ai fini della decisione dell’imputato di avanzare o meno la richiesta di giudizio abbreviato. Una conferma si rinviene dall’esame dei lavori parlamentari relativi all’approvazione della legge Carotti, da cui risulta che nel corso della seconda lettura del testo in esame da parte della Camera dei Deputati è stata abbandonata l’originaria espressione “appena concluse le formalità di apertura del dibattimento”, sostituendola con quella attuale. Deve altresì escludersi la tesi secondo cui momento finale, unico per tutti gli imputati, sarebbe quello in cui l’ultimo difensore prende la parola. Tale soluzione viene sostenuta con il richiamo alla opportunità di dare il massimo spazio possibile alle potenzialità deflative del rito e alla necessità di evitare disparità tra gli imputati, osservandosi che il soggetto il cui difensore interloquisce per primo avrebbe una conoscenza più limitata rispetto a quello il cui difensore interviene per ultimo, potendo questi ad esempio usufruire delle dichiarazioni o degli interrogatori di contumaci che decidessero, per scelta o perchè prima impossibilitati, di presentarsi dopo gli interventi di una o di alcune delle difese. L’osservazione non può essere condivisa. La conoscenza delle conclusioni degli altri imputati non è elemento cui può fondatamente riconoscersi l’efficacia di influenzare le scelte di ciascun imputato. La pretesa esigenza di parità pare impropriamente invocata, atteso che ciò che deve essere assicurato, trovando anche tutela costituzionale, è la parità tra le parti contrapposte del processo, e cioè tra accusa e difesa. Agli imputati devono invece essere garantiti uguali diritti e uguali opportunità, il che certamente avviene quando, rispettando le scansioni dell’udienza preliminare e l’ordine dei relativi interventi, agli stessi si riconosce il diritto di richiedere l’accesso al rito dopo le conclusioni del pubblico ministero. La necessità di tenere conto delle dichiarazioni del coimputato contumace, costituitosi a discussione già iniziata non può indurre ad accogliere una soluzione che si allontana dal modello fornito dal legislatore con le scansioni dell’udienza preliminare, finendo a spostare il termine in questione al momento in cui il giudice dichiara chiusa la discussione; ma precisazione delle conclusioni e dichiarazione di chiusura della discussione sono momenti letteralmente e concettualmente distinti, costituendo il primo atto di parte e il secondo atto del giudice, e non può essere ignorata la volontà del legislatore espressa con il riferimento letterale alle conclusioni. Peraltro l’eventualità della costituzione tardiva del contumace laddove la stessa si risolva nella introduzione nel processo di elementi nuovi, rilevanti anche per altri imputati, è situazione di cui, ove si verifichi, il giudice potrà eventualmente tenere conto o in sede di replica o autorizzando nuove conclusioni, analogamente a quanto è espressamente previsto dopo le integrazioni investigative e istruttorie. 8. Deve pertanto essere formulato il seguente principio di diritto: “Nell’udienza preliminare la richiesta di giudizio abbreviato può essere presentata dopo la formulazione delle conclusioni da parte del pubblico ministero e deve essere formulata da ciascun imputato al più tardi nel momento in cui il proprio difensore formula le proprie conclusioni definitive”. 8 9. I motivi di ricorso attinenti la responsabilità e il trattamento sanzionatorio sono infondati. 9.1. Sostiene la difesa che la ritenuta responsabilità si basa soltanto sul contenuto di una serie di intercettazioni telefoniche relative a una utenza cellulare dell’imputato da cui unico elemento certo desumibile sarebbe l’esistenza di contatti tra il ricorrente e B.L., Z.M. e H.N.; contatti dai quali sarebbe stata fatta discendere del tutto arbitrariamente la sua partecipazione alla rete di spaccio debellata con l’operazione “(OMISSIS)”; ma le intercettazioni di cui si discute riguarderebbero conversazioni che non provano nulla ovvero conversazioni in cui non è dimostrato che si parli del F., ovvero ancora conversazioni da cui non può in alcun modo discendere prova della sua responsabilità o che al più possono attestare una eventuale disponibilità di stupefacente da parte del F. in epoche pregresse ma irrilevanti ai fini della prova dei reati di cui è processo, perchè nelle stesse l’interessato afferma chiaramente di non avere nulla. Neppure la responsabilità potrebbe essere desunta dal fatto che dopo l’arresto della B. egli abbia parlato dell’avvenimento con altre persone, dimostrando ciò solo un comprensibile interessamento alle sorti della donna, ma non una sua responsabilità in merito al possesso e alla cessione di sostanze stupefacenti. Evidenzia ancora il ricorrente che non sono mai stati effettuati sequestri di stupefacenti a suo carico e nemmeno esistono sommarie informazioni che lo chiamano direttamente in causa, e che anche il possesso della somma di Euro 1.490 è privo di significato in mancanza di qualsiasi considerazione volta ad escludere che tale somma possa essere stata legittimamente posseduta dal ricorrente che in quel periodo lavorava. 9.2. Rileva il Collegio che tali doglianze mostrano chiaramente la loro natura di contestazioni non consentite, non essendo dalle stesse evidenziata una illogicità manifesta della giustificazione che i giudici di merito hanno fornito in ordine alla ritenuta responsabilità. Ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), i vizi della motivazione (anche il travisamento dei fatti deducibile sotto questo profilo) devono risultare “dal testo del provvedimento impugnato”, mentre non possono derivare da un controllo della Corte di cassazione sulla interpretazione e valutazione delle prove, che è compito del giudice di merito. Pur dopo le modifiche introdotte in tale disposizione dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, non è consentito sollecitare alla Corte di cassazione una rilettura degli elementi di fatto, atteso che tale valutazione è riservata in via esclusiva al giudice del merito; essendo il sindacato della Cassazione limitato alla sola legittimità, sì che esula dai poteri della stessa quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione. Nella specie, le censure sopra riferite non attengono, come imposto dalla legge, a manifeste carenze o illogicità della motivazione, rese immediatamente palesi dalla lettura della sentenza impugnata, ma si risolvono nella possibile diversa interpretazione degli elementi probatori senza tenere conto in particolare che già dalla sentenza di primo grado sono state dettagliatamente riportate le conversazioni intercettate e indicate le ragioni, poi confermate dal giudice di appello, per le quali si è ritenuta provata, senza possibilità di dubbio o equivoci, l’attivo interessamento dell’imputato nei diversi episodi di cessione di sostanze stupefacenti, tanto da trovare solida base il ritenuto concorso in una consolidata attività di vendita di stupefacente a varie persone; attività che è stata peraltro dallo stesso imputato sostanzialmente ammessa nell’interrogatorio reso il 10 dicembre 2011 al pubblico ministero, il cui contenuto, in questa sede, si vorrebbe sminuire. 9.3. Del tutto generica è la censura attinente alla quantificazione della pena, la cui determinazione nella misura base di sei anni e sei mesi di reclusione e 40.000 Euro di multa, assai prossima all’allora minimo edittale, risulta sufficientemente motivata dai giudici di merito. 10. La pena deve però essere ricalcolata, con la considerazione della riduzione di un terzo prevista dall’art. 442 c.p.p.. Nel codice sussiste una evidente lacuna circa i rimedi che l’ordinamento dovrebbe apprestare all’imputato a fronte dell’ordinanza negativa del giudice, se ingiustificata o illegittima, pur essendo la stessa idonea a pregiudicare non solo l’accesso al rito alternativo ma anche l’aspettativa di una riduzione premiale della pena; lacuna che è stata superata, con specifico riferimento all’abbreviato condizionato, attraverso un intervento additivo della Corte costituzionale, che con la sentenza n. 169 del 2003 ha consentito all’imputato di rinnovare la richiesta prima della dichiarazione di apertura del dibattimento; cui ha fatto seguito la sentenza Sez. U, n. 44711 del 27/10/2004, Wajib, che ha riconosciuto all’imputato il diritto al “recupero” della riduzione di pena anche quando, all’esito del dibattimento o nei successivi gradi di giudizio, si riconosca che il diniego al rito era stato ingiustificato. Ritiene il Collegio, come peraltro questa Corte ha già avuto modo di stabilire (Sez. 6, n. 14454 del 15/03/2013, Lomazzi, Rv. 254542; Sez. 5, n. 7127 del 01/12/2011, dep. 2012, Aracri, Rv. 251946), che un analogo meccanismo di recupero dello sconto di pena possa valere per il caso dell’abbreviato puro, stante l’analogia della situazione sostanziale 9 che viene in rilievo e la minor complessità del vaglio di ammissibilità rimesso al giudice che riguarda solo la valutazione dei presupposti formali di legittimazione e tempestività della domanda. Nella specie, la richiesta di ammissione al rito abbreviato, formulata dal difensore dell’imputato all’atto delle formulazioni delle proprie conclusioni, dopo che erano state già raccolte quelle del pubblico ministero, non poteva essere considerata tardiva; la stessa è stata reiterata prima dell’apertura del dibattimento di primo grado ed in quella sede nuovamente rigettata; infine la richiesta in oggetto è stata posta alla base dei motivi di appello, ma il giudice di secondo grado ha confermato quanto deciso dal Tribunale di Lecco. 11.

In conclusione la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio relativamente alla misura della pena; la quale, trattandosi di mero calcolo matematico, può essere rideterminata in questa sede ex art. 620 c.p.p., comma 1, lett. l), in quella di quattro anni di reclusione e 26.666 Euro di multa. Il ricorso nel resto è da rigettare. P.Q.M. Annulla la sentenza impugnata relativamente alla misura della pena, che ridetermina in anni quattro di reclusione e 26.666 Euro di multa. Rigetta nel resto il ricorso. Così deciso in Roma, il 27 marzo 2014. Depositato in Cancelleria il 15 maggio 2014

GIUDIZIO ABBREVIATO RICHIESTA IN UDIENZA PRELIMINARE TERMINI???
GIUDIZIO ABBREVIATO RICHIESTA IN UDIENZA PRELIMINARE TERMINI???GIUDIZIO ABBREVIATO RICHIESTA IN UDIENZA PRELIMINARE TERMINI???

PROSCIOGLIMENTO UDIENZA PRELIMINARE COME QUANDO PERCHE’????

PROSCIOGLIMENTO UDIENZA PRELIMINARE

COME QUANDO PERCHE’????

Senza dubbio, l’udienza preliminare costituisce uno snodo fondamentale del procedimento penale, in cui il controllo giurisdizionale sull’esercizio dell’azione penale ha una diretta influenza tanto sulle garanzie di difesa dell’imputato quanto sulle esigenze di economia processuale, risultando, pertanto, essenziale definire la portata del concetto di “filtro”, con cui si qualifica, tradizionalmente, l’udienza preliminare, corrispondendo ad un ampliamento dei poteri riconosciuti in capo al giudice un inevitabile effetto deflattivo dello sviluppo dibattimentale.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

BANCAROTTA FRAUDOLENTA AVVOCATO ESPERTO DIFENDE  BOLOGNA MILANO ROMA PERUGIA VICENZA E  TUTTA ITALIA 
BANCAROTTA FRAUDOLENTA AVVOCATO ESPERTO DIFENDE  BOLOGNA MILANO ROMA PERUGIA VICENZA E  TUTTA ITALIA

Il legislatore del 1988, nella sua intenzione di creare un momento processuale, successivo all’esercizio dell’azione penale, che fungesse da filtro rispetto ad imputazioni azzardate e consentisse, cosi’, di evitare dibattimenti inutili, nel parallelo intento di non replicare la figura del giudice istruttore, inconciliabile con il modello accusatorio, aveva privilegiato l’esigenza di prevedere un controllo giurisdizionale, che, nel delibare sul fondamento dell’accusa, non si traducesse in un intervento cosi’ penetrante da assumere compiti di supplenza rispetto alle lacune nei risultati delle indagini svolte dal pubblico ministero o alle carenze nell’esercizio della attivita’ difensiva. Ne era derivata, quindi un’udienza in cui la sola innocenza evidente dell’imputato, per il ricorrere di una delle cause assolutorie, consentiva al giudice dell’udienza preliminare di pronunciare sentenza di non luogo a procedere, rendendosi, quindi, impossibile il proscioglimento dell’imputato in quelle ipotesi per le quali sarebbe stata, invece, ammessa l’archiviazione a norma dell’articolo 125 disp. att. c.p.p..[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

Il legislatore, quindi, e’ intervenuto, dapprima con la L. n. 105 del 1993, quindi con la L. n. 479 del 1999, dettando nuove regole che hanno modificato profondamente la fisionomia strutturale dell’udienza preliminare, attribuendo al giudice nuovi e piu’ penetranti poteri istruttori e valutativi, come delineati dall’articolo 421-bis c.p.p. e articolo 422 c.p.p., comma 1, quindi prevedendo tra i presupposti legittimanti la sentenza di non luogo a procedere, la insufficienza, contraddittorieta’ o comunque non idoneita’ degli elementi acquisiti a sostenere l’accusa in giudizio.

ARRESTO

La Corte Costituzionale, a sua volta, nella sentenza n. 335 del 2002, ha affermato che “il nuovo articolo 425 chiama il giudice a una valutazione di merito sulla consistenza dell’accusa, consistente in una prognosi sulla sua possibilita’ di successo nella fase dibattimentale”

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

Sulla scia di tali affermazioni di principio, le Sezioni Unite hanno osservato che, “per effetto delle innovazioni introdotte con la L. 16 dicembre 1999, n. 479, l’udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione sul piano sia della qualita’ e quantita’ di elementi valutativi che vi possono trovare ingresso, sia dei poteri correlativamente attribuiti al giudice, cui ha corrisposto, quanto alla determinazione conclusiva, un apprezzamento del merito ormai privo di quei caratteri di sommarieta’ che prima della riforma erano tipici di una delibazione tendenzialmente circoscritta allo stato degli atti” (Sez. U, sentenza n. 31312 del 26/06/2002, D’Alterio, Rv. 222043). Nella successiva sentenza n. 39915 del 30/10/2002, Vottari, Rv. 222602, le stesse Sezioni Unite, investite della questione concernente i rapporti fra rinvio a giudizio e giudizio di gravita’ indiziaria a fini cautelari, hanno, poi, evidenziato che, “pur essendo innegabile che, all’interno di un disegno frammentario del legislatore, gli strappi acceleratori verso un vero e proprio giudizio di merito, rispetto all’originario carattere di momento di impulso meramente processuale, hanno influito sulla struttura dell’udienza preliminare, la regola di diritto per il rinvio a giudizio resta tuttavia qualificata dalla peculiarita’ dell’oggetto della valutazione e del correlato metodo di analisi.

Il radicale incremento dei poteri di cognizione e di decisione del giudice dell’udienza preliminare, pur legittimando quest’ultimo a muoversi implicitamente anche nella prospettiva della probabilita’ di colpevolezza dell’imputato, non lo ha tuttavia disancorato dalla fondamentale regola di giudizio per la valutazione prognostica, in ordine al maggior grado di probabilita’ logica e di successo della prospettazione accusatoria ed all’effettiva utilita’ della fase dibattimentale, di cui il legislatore della riforma persegue, espressamente, una significativa deflazione. Di talche’, gli epiloghi decisionali dell’udienza preliminare, quanto ai casi che risultino allo stato degli atti aperti a soluzioni alternative, si ricollocano specularmene nel solco delle coordinate gia’ tracciate dall’articolo 125 disp. att. c.p.p., per l’archiviazione, come logico completamento della riforma introdotta con la L. 8 aprile 1993, n. 105, recante la soppressione del presupposto della “evidenza”.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

 

 

 

Suprema Corte di Cassazione

Sezione V Penale

Sentenza 4 aprile – 4 luglio 2017, n. 32023

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere

Dott. SCOTTI Umberto – Consigliere

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere

Dott. CATENA Rossell – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Avellino;

avverso la sentenza emessa ai sensi dell’articolo 425 c.p.p., in data 29/09/2016 dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Avellino, con cui (OMISSIS) veniva prosciolto per non aver commesso il fatto dal reato di cui all’articolo 490 c.p., in relazione all’articolo 476 c.p..; in (OMISSIS);

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott.ssa Rossella Catena;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Corasaniti Giuseppe, che ha chiesto l’annullamento senza rinvio del provvedimento;

udito per l’imputato il difensore di fiducia, Avv.to (OMISSIS), che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con il provvedimento impugnato il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Avellino dichiarava non doversi procedere ex articolo 425 c.p.p. nei confronti di (OMISSIS) per non aver commesso il fatto, in relazione al reato di cui all’articolo 490 c.p., in relazione all’articolo 476 c.p., poiche’, avendo proposto ricorso al Giudice del Lavoro di Avellino avverso un provvedimento disciplinare irrogato a suo carico e, nell’ambito del procedimento instaurato, avendo presentato, tramite il suo difensore, al Giudice del Lavoro, istanza di sospensione della sanzione disciplinare, si recava nella mattina del 03/04/2013 presso la cancelleria del Giudice del Lavoro di Avellino e prendeva cognizione del provvedimento emanato dal giudice, che rigettava la richiesta di sospensione, e pronunciava, nei confronti del cancelliere (OMISSIS), la seguente espressione “perche’ non lo strappiamo”, si recava nuovamente nella predetta cancelleria il pomeriggio del 03/04/2013 e, dopo aver visionato nuovamente il predetto provvedimento, avendo avuto contezza dell’esatta collocazione del fascicolo, dopo essersi nuovamente allontanato, faceva ritorno nel predetto ufficio, sottraendo dal fascicolo il provvedimento emanato dal Giudice del Lavoro, ed in tal modo distruggeva, sopprimeva o occultava un atto pubblico; in (OMISSIS).
  2. Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Avellino ricorre per violazione di legge e vizio di motivazione, ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., lettera b) ed e), in relazione all’articolo 425 c.p.p., articolo 192 c.p.p., comma 2 e articoli 476 e 490 c.p.p., in quanto il giudicante avrebbe travalicato i limiti cognitivi stabiliti per l’udienza preliminare, avendo valutato i dati probatori offerti dal pubblico ministero non in riferimento all’aspetto prognostico dell’insostenibilita’ dell’accusa in giudizio o dell’impossibilita’ di integrare il compendio probatorio, bensi’ nella non consentita prospettiva della loro idoneita’ ad affermare od escludere la colpevolezza dell’imputato; la sentenza risulterebbe, inoltre, del tutto sfornita di motivazione in ordine all’insostenibilita’ dell’accusa in giudizio nei confronti dell’imputato ed all’insuscettibilita’ del compendio probatorio a subire mutamenti nella fase dibattimentale. In particolare, il giudice sarebbe entrato nel merito della valutazione delle singole prove e dei singoli indizi acquisiti nel corso delle indagini preliminari, pervenendo ad una vera e propria sentenza di assoluzione nel merito, precludendo alla futura assunzione delle prove in dibattimento la possibilita’ di dipanare i presunti punti oscuri della vicenda. Dalle risultanze investigative, infatti, era emerso che il (OMISSIS) gia’ nella mattina del 03/04/2013 si fosse recato presso la cancelleria del giudice del lavoro e, appreso del provvedimento a lui sfavorevole, avesse chiesto al cancelliere (OMISSIS) di strapparlo, quindi nel primo pomeriggio era tornato presso la cancelleria chiedendo di nuovo di poter visionare il fascicolo, poi si era allontanato dalla stanza, all’interno della quale, tuttavia, veniva di nuovo sorpreso poco dopo, come dichiarato dall’addetta alle pulizie e da una funzionaria della cancelleria; ne consegue che in dibattimento avrebbero dovuto essere esaminati la dott.ssa (OMISSIS) – che aveva invitato il (OMISSIS) ad allontanarsi, chiedendo all’addetta alle pulizie di chiudere a chiave la stanza -, il commesso (OMISSIS) – che era in compagnia del (OMISSIS), insieme al quale si era allontanato prendendo l’ascensore, mentre il (OMISSIS) si era diretto verso le scale – e la (OMISSIS) – che aveva visto il (OMISSIS) allontanarsi con il (OMISSIS) e poi lo aveva di nuovo visto, dopo poco, nell’anticamera della stanza n. (OMISSIS). Pur avendo il giudice qualificato serio il quadro indiziario costituito dall’essere tornato il (OMISSIS), dopo essersi allontanato con il commesso (OMISSIS), presso la stanza della cancelleria dov’era custodito il fascicolo, ha qualificato detta circostanza non univocamente significativa del fatto che il (OMISSIS) si sarebbe introdotto nella stanza della cancelleria appropriandosi del fascicolo, in tal modo travalicando i limiti del suo potere, esprimendo una valutazione prognostica di merito circa l’innocenza dell’indagato, e non una valutazione sui possibili sviluppi dell’accusa in sede dibattimentale, pur in presenza di un quadro indiziario valutato serio. Il Giudice dell’udienza preliminare, infatti, dopo aver affermato che gi elementi offerti dalla pubblica accusa non possiedono le caratteristiche previste dall’articolo 192 c.p.p., comma 2, avrebbe postulato in maniera contraddittoria un unico serio indizio a carico dell’imputato, giudicandolo inconferente, senza motivare in ordine all’impossibilita’ di un successivo approfondimento dibattimentale.

Inoltre, il Giudice dell’udienza preliminare si sarebbe spinto ad affermare l’inesistenza di una causale in funzione rafforzativa della valenza degli indizi, ritenendo che il (OMISSIS) avesse subito un danno dalla distruzione del provvedimento del giudice del lavoro, in quanto egli avrebbe conseguito in ritardo la sospensione del provvedimento disciplinare impugnato, senza considerare che gli sviluppi favorevoli all’imputato si sarebbero realizzati in un momento cronologicamente successivo rispetto alla consumazione del reato, ossia in data 03/04/2013, allorche’ il (OMISSIS) aveva avuto conoscenza di un provvedimento a lui sfavorevole emesso dal giudice del lavoro, per cui la causale della condotta deve riferirsi a detto momento storico, dovendosi far coincidere con l’intento di far sparire un provvedimento sfavorevole, non potendo il (OMISSIS), in quella fase, avere alcuna certezza di un successivo provvedimento, intervenuto in una successiva fase procedimentale, a seguito di una nuova istanza; detto elemento, al contrario, corroborerebbe il gesto del (OMISSIS) che, dopo la distruzione del primo provvedimento del Giudice del lavoro, aveva riproposto l’istanza nel tentativo di ottenere una seconda pronuncia a se’ favorevole, come poi di fatto verificatosi.

  1. In data 24/03/2017 e’ stata depositata in cancelleria memoria difensiva nell’interesse del (OMISSIS), con cui si richiede l’inammissibilita’ o il rigetto del ricorso del Procuratore della Repubblica.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso va dichiarato inammissibile.

  1. Non vi e’ dubbio che la sentenza impugnata sia connotata da una evidente componente di merito, palesandosi come eccentrica dalla tipologia di sentenza di impianto esclusivamente processuale, schema accreditato dalla giurisprudenza di legittimita’ piu’ volte richiamata in ricorso.

Tuttavia un’analisi dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale relativamente alla sentenza ex articolo 425 c.p.p., consente di comprendere l’esito dei piu’ recenti orientamenti espressi da questa Corte regolatrice sul punto.

Senza dubbio, l’udienza preliminare costituisce uno snodo fondamentale del procedimento penale, in cui il controllo giurisdizionale sull’esercizio dell’azione penale ha una diretta influenza tanto sulle garanzie di difesa dell’imputato quanto sulle esigenze di economia processuale, risultando, pertanto, essenziale definire la portata del concetto di “filtro”, con cui si qualifica, tradizionalmente, l’udienza preliminare, corrispondendo ad un ampliamento dei poteri riconosciuti in capo al giudice un inevitabile effetto deflattivo dello sviluppo dibattimentale.

Il legislatore del 1988, nella sua intenzione di creare un momento processuale, successivo all’esercizio dell’azione penale, che fungesse da filtro rispetto ad imputazioni azzardate e consentisse, cosi’, di evitare dibattimenti inutili, nel parallelo intento di non replicare la figura del giudice istruttore, inconciliabile con il modello accusatorio, aveva privilegiato l’esigenza di prevedere un controllo giurisdizionale, che, nel delibare sul fondamento dell’accusa, non si traducesse in un intervento cosi’ penetrante da assumere compiti di supplenza rispetto alle lacune nei risultati delle indagini svolte dal pubblico ministero o alle carenze nell’esercizio della attivita’ difensiva. Ne era derivata, quindi un’udienza in cui la sola innocenza evidente dell’imputato, per il ricorrere di una delle cause assolutorie, consentiva al giudice dell’udienza preliminare di pronunciare sentenza di non luogo a procedere, rendendosi, quindi, impossibile il proscioglimento dell’imputato in quelle ipotesi per le quali sarebbe stata, invece, ammessa l’archiviazione a norma dell’articolo 125 disp. att. c.p.p..

Il legislatore, quindi, e’ intervenuto, dapprima con la L. n. 105 del 1993, quindi con la L. n. 479 del 1999, dettando nuove regole che hanno modificato profondamente la fisionomia strutturale dell’udienza preliminare, attribuendo al giudice nuovi e piu’ penetranti poteri istruttori e valutativi, come delineati dall’articolo 421-bis c.p.p. e articolo 422 c.p.p., comma 1, quindi prevedendo tra i presupposti legittimanti la sentenza di non luogo a procedere, la insufficienza, contraddittorieta’ o comunque non idoneita’ degli elementi acquisiti a sostenere l’accusa in giudizio.

La Corte Costituzionale, a sua volta, nella sentenza n. 335 del 2002, ha affermato che “il nuovo articolo 425 chiama il giudice a una valutazione di merito sulla consistenza dell’accusa, consistente in una prognosi sulla sua possibilita’ di successo nella fase dibattimentale”.

Sulla scia di tali affermazioni di principio, le Sezioni Unite hanno osservato che, “per effetto delle innovazioni introdotte con la L. 16 dicembre 1999, n. 479, l’udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione sul piano sia della qualita’ e quantita’ di elementi valutativi che vi possono trovare ingresso, sia dei poteri correlativamente attribuiti al giudice, cui ha corrisposto, quanto alla determinazione conclusiva, un apprezzamento del merito ormai privo di quei caratteri di sommarieta’ che prima della riforma erano tipici di una delibazione tendenzialmente circoscritta allo stato degli atti” (Sez. U, sentenza n. 31312 del 26/06/2002, D’Alterio, Rv. 222043). Nella successiva sentenza n. 39915 del 30/10/2002, Vottari, Rv. 222602, le stesse Sezioni Unite, investite della questione concernente i rapporti fra rinvio a giudizio e giudizio di gravita’ indiziaria a fini cautelari, hanno, poi, evidenziato che, “pur essendo innegabile che, all’interno di un disegno frammentario del legislatore, gli strappi acceleratori verso un vero e proprio giudizio di merito, rispetto all’originario carattere di momento di impulso meramente processuale, hanno influito sulla struttura dell’udienza preliminare, la regola di diritto per il rinvio a giudizio resta tuttavia qualificata dalla peculiarita’ dell’oggetto della valutazione e del correlato metodo di analisi

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI

FORLI PAVIA MILANO VICENZA TREVISO

CHIAMA 051 6447838

Il radicale incremento dei poteri di cognizione e di decisione del giudice dell’udienza preliminare, pur legittimando quest’ultimo a muoversi implicitamente anche nella prospettiva della probabilita’ di colpevolezza dell’imputato, non lo ha tuttavia disancorato dalla fondamentale regola di giudizio per la valutazione prognostica, in ordine al maggior grado di probabilita’ logica e di successo della prospettazione accusatoria ed all’effettiva utilita’ della fase dibattimentale, di cui il legislatore della riforma persegue, espressamente, una significativa deflazione. Di talche’, gli epiloghi decisionali dell’udienza preliminare, quanto ai casi che risultino allo stato degli atti aperti a soluzioni alternative, si ricollocano specularmene nel solco delle coordinate gia’ tracciate dall’articolo 125 disp. att. c.p.p., per l’archiviazione, come logico completamento della riforma introdotta con la L. 8 aprile 1993, n. 105, recante la soppressione del presupposto della “evidenza”.

  1. Sulla scia delle affermazioni di principio espresse dalle Sezioni Unite, la giurisprudenza delle sezioni semplici e’ a lungo rimasta ancorata ad una lettura della disciplina dell’udienza preliminare secondo cui la decisione demandata al giudice mantiene, anche a seguito della novella del 1999, natura processuale e non di merito, precisandosi che il criterio di valutazione per il giudice non sia l’innocenza dell’imputato, ma l’inutilita’ del dibattimento, anche in presenza di elementi di prova contraddittori od insufficienti, di talche’ il giudice deve pronunziare sentenza di non luogo a procedere solo quando sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio (Sez. 5, sentenza n. 41162 del 19/06/2014, P.M. in proc. L., Rv. 262109; Sez. 6, n. 33921 del 17/07/2012, Rolla, Rv. 253127; Sez. 2, n. 48831 del 14/11/2013, Maida, Rv. 257645).

Detto indirizzo giurisprudenziale, che puo’ essere considerato maggioritario, risulta anche di recente ribadito da Sez. 5, n. 26756 del 26/02/2016, Miglietta, Rv. 267189 – in cui e’ stato affermato che, attesa la funzione di “filtro” svolta dall’udienza preliminare, ai fini della pronuncia della sentenza di non luogo a procedere, il giudice deve valutare, sotto il solo profilo processuale, se gli elementi probatori acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque inidonei a sostenere l’accusa in giudizio, esprimendo un giudizio prognostico circa l’inutilita’ del dibattimento, senza poter formulare un giudizio sulla colpevolezza dell’imputato – e da Sez. 2, n. 15942 del 07/04/2016, e altro, Rv. 266443 che ha ribadito come il giudice debba valutare, ai fini della sentenza ex articolo 425 c.p.p., sotto il solo profilo processuale, se gli elementi acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in dibattimento, senza poter effettuare una complessa ed approfondita disamina del merito del materiale probatorio, ne’ formulare un giudizio sulla colpevolezza dell’imputato, essendogli inibito il proscioglimento in tutti i casi in cui gli elementi di prova acquisiti a carico di quest’ultimo si prestino a valutazioni alternative, aperte o, comunque, tali da poter essere diversamente valutati in dibattimento anche alla luce delle future acquisizioni probatorie.

  1. In epoca recente, tuttavia, la giurisprudenza di questa Corte regolatrice si e’ discostata dall’orientamento tradizionale, inaugurando un filone di arresti che, ha, in sostanza, riconosciuto alla valutazione del giudice dell’udienza preliminare la duplice natura processuale e di merito.

Si e’, quindi, affermato il principio secondo cui, nel delibare la legittimita’ dell’esercizio dei poteri decisori da parte del giudice dell’udienza preliminare, si deve prescindere da distinzioni astratte tra valutazioni processuali e valutazioni di merito, e si deve, piuttosto, avere riguardo – cosi’ come per le decisioni emesse all’esito del dibattimento – alla completezza ed alla congruita’ della motivazione stessa, in relazione all’apprezzamento dell’aspetto prognostico dell’insostenibilita’ dell’accusa in giudizio, sotto il profilo della insuscettibilita’ del compendio probatorio a subire mutamenti nella fase dibattimentale (Sez. 5, sentenza n. 2516 del 14/09/2016, dep. 18/01/2017, P.M. in proc. Belotti, Rv. 269009; Sez. 6, n. 17385 del 24/02/2016, Tali e altri, Rv. 267074; Sez. 6, sentenza n. 17951 del 13/10/2015, dep. 29/04/2016, P.M. P.C. in proc. Barone ed altri, Rv. 267310; Sez. 6, sentenza n. 3726 del 29/09/2015, dep. 27/01/2016, Digaetano, Rv. 266132; Sez. 6, sentenza n. 376 del 29/09/2015, Sez. 6, sentenza n. 48928 del 11/11/2015, Fascetto, Rv. 265478).

E’ stato, pertanto, espressamente affermato come non possa essere condivisa, in diritto, l’affermazione per la quale sarebbe preclusa al giudice, in esito alla udienza preliminare, ogni valutazione afferente la fondatezza nel merito della prospettazione accusatoria.

Cio’ in quanto, come argomentato dalla prima pronuncia di contenuto innovativo rispetto all’orientamento tradizionale – Sez. 6, n. 33763 del 30/04/2015, Quintavalle, Rv. 264427 – proprio a seguito della novella del 1999 la regola di giudizio della udienza preliminare implica la valutazione di esistenza di un corpo indiziario da qualificare come “serio” e, quindi, di una seria prospettiva di un risultato positivo per l’accusa nel dibattimento.

Il mutamento di prospettiva e’ basato sul comma aggiunto nel 1999 allo stesso articolo 425 c.p.p., che, soprattutto se letto rispetto al diritto vivente su cui si andava ad innestare, e’ testuale e funzionale all’ampliamento dell’ambito di valutazione del giudice per l’udienza preliminare, richiedendo la esistenza di un minimo probatorio e, quindi, l’apprezzamento di una consistenza dell’ipotesi di accusa: “il giudice pronuncia sentenza di non luogo a procedere anche quando gli elementi acquisiti risultano insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio”.

La interpretazione letterale del comma aggiunto dell’articolo 425 c.p.p., implica che la preclusione al rinvio a giudizio e’ conseguenza innanzitutto della “insufficienza” del materiale probatorio. Mentre l’espressione “elementi… contraddittori” potrebbe anche leggersi quale impossibilita’ di sviluppo dibattimentale, “elementi… insufficienti”, che certamente non esclude che possa esservi uno sviluppo dibattimentale, non significa altro che quello che e’ il suo immediato significato, ossia la scarsita’ del materiale probatorio.

Se, quindi, bastasse il carattere “aperto” degli elementi acquisiti, ovvero la possibilita’ che in dibattimento si raccolgano prove utili – che al momento dell’udienza preliminare non vi sono -, tale disposizione non avrebbe alcuna ragione d’essere, potendo disporsi il proscioglimento solo per i casi limite della accertata innocenza, delle imputazioni macroscopicamente impossibili e dei casi in cui il materiale a carico non giustifichi neanche la prospettazione di commissione del reato.

Quanto alla espressione “o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio”, appare evidente che la stessa, per come collocata nel contesto complessivo, non si raccorda a “insufficienza” o a “contraddittorieta’” per completarne il senso nel caso concreto, bensi’ impone che quando gli elementi siano sufficienti ed univoci, non si possa rinviare a giudizio nei casi in cui, pur a fronte di tali elementi, non vi sia alcuna prospettiva di ulteriore sviluppo per giungere alla prova piena del fatto.

A detto dato testuale si aggiungono, poi, altri elementi significativi: la disposizione di cui all’articolo 421 bis c.p.p., che, disciplinando l’ordinanza per l’integrazione delle indagini, implica la completezza delle indagini stesse, ossia la necessita’ di acquisire un quadro probatorio minimo per il rinvio a giudizio; la regolamentazione dei poteri di integrazione probatoria di cui all’articolo 422 c.p.p., che possono essere esercitati al solo fine di giungere al proscioglimento.

La necessita’ di completamento delle indagini ha ragione d’essere solo se, a fronte di elementi a carico insufficienti, il giudice sia tenuto al proscioglimento. Se non fosse necessario ottenere tale quadro probatorio minimo non vi sarebbe, pertanto, necessita’ della integrazione delle indagini.

Ne consegue che la duplice esigenza, di evitare l’inutile prosecuzione di procedimenti fondati su basi poco consistenti e di realizzare un effetto deflattivo di dibattimenti superflui, non puo’ che incidere sulla natura della sentenza di cui all’articolo 425 c.p.p., qualificandola come sentenza di merito su di un aspetto processuale.

Cio’ significa che il giudice e’ chiamato ad una valutazione sulla sostanza degli elementi dedotti dal pubblico ministero a sostegno della richiesta ex articolo 416 c.p.p., eventualmente integrati ai sensi degli articoli 421-bis e 422 c.p.p., dunque ad espletare un giudizio di merito, e, nondimeno, tale giudizio ha ad oggetto, non la fondatezza dell’accusa – cioe’ la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato (salvo il caso in cui essa sia evidente) -, bensi’ la capacita’ di siffatti elementi – perche’ sufficienti, non insanabilmente contraddittori o idonei – di dimostrare la sussistenza di una minima probabilita’ che, all’esito del dibattimento, sia affermata la colpevolezza dell’imputato.

In altri termini, il giudice e’ tenuto a verificare che la piattaforma degli elementi conoscitivi, costituiti dalle prove gia’ raccolte e da quelle che potranno essere verosimilmente acquisite nello sviluppo processuale – secondo una valutazione prognostica ispirata a ragionevolezza -, sia munita di una consistenza tale da far ritenere probabile la condanna e da dimostrare, pertanto, l’effettiva, seppure potenziale, utilita’ del passaggio alla fase dibattimentale.

A detto piu’ recente orientamento il Collegio ritiene di aderire, valutando lo stesso piu’ coerente con la considerazione delle indicate esigenze di tutela della persona – al fine di evitare che chiunque possa essere sottoposto ad inutili ed onerose attivita’ processuali – e di deflazione della medesima attivita’ processuale sostanziando la funzione di filtro effettivo dell’udienza preliminare che, altrimenti, finirebbe per essere svilita a quella di mero passaggio cartolare, la cui utilita’ procedimentale, pertanto, non sarebbe facilmente ravvisabile.

  1. Venendo all’esame del caso concreto, alla luce dei principi esaminati, si deve ritenere che il giudice abbia fatto buon governo dei poteri esercitabili nella sede processuale rappresentata dall’udienza preliminare, avendo considerato la potenzialita’ dello sviluppo dibattimentale alla luce del contenuto delle dichiarazioni rese dai soggetti escussi a s.i.t..

In particolare, in sentenza si afferma come nessuno avesse visto il (OMISSIS) sottrarre dal fascicolo della causa di lavoro l’istanza difensiva in calce alla quale era stato vergato il provvedimento di rigetto, essendo costituito l’unico indizio serio a carico del (OMISSIS) dal fatto di essere stato visto, dopo essersi allontanato in un primo momento dai locali della cancelleria con il commesso (OMISSIS), da solo nell’anticamera di accesso alle stanze della cancelleria, circostanza non univocamente significativa del fatto che egli vi si fosse introdotto e si fosse, quindi, appropriato del documento.

A fronte di detto passaggio motivazionale, il pubblico ministero, in sostanza, ha basato l’argomentazione principale del ricorso sul fatto che in dibattimento avrebbero dovuto essere esaminati la dott.ssa (OMISSIS) – che aveva invitato il (OMISSIS) ad allontanarsi, chiedendo all’addetta alle pulizie di chiudere a chiave la stanza -, il commesso (OMISSIS) – che era in compagnia del (OMISSIS), insieme al quale si era allontanato prendendo l’ascensore, mentre il (OMISSIS) si era diretto verso le scale – e la (OMISSIS), addetta alle pulizie – che aveva visto il (OMISSIS) allontanarsi con il (OMISSIS) e poi lo aveva di nuovo visto, dopo poco, nell’anticamera della stanza n. (OMISSIS).

La doglianza, tuttavia, appare priva di un logico sviluppo a sostegno del ricorso, in quanto, essendo incontestato il contenuto delle dichiarazioni rese dai citati soggetti escussi a s.i.t., non si comprende in che senso l’evoluzione dibattimentale avrebbe potuto determinare un quadro probatorio di impianto contenutistico diverso da quelli rappresentato, atteso che, non avendo il pubblico ministero indicato alcuna ragione per considerare inattendibili i detti soggetti, non appare chiaro in base a quale previsione gli stessi, una volta esaminati quali testi i dibattimento, avrebbero dovuto affermare circostanze diverse da quelle indicate, pervenendosi, quindi, alla individuazione di specifici elementi a carico del (OMISSIS), allo stato ritenuto insussistenti dal giudice e non prevedibilmente acquisibili, in base ad una motivazione che non presenta profili di illogicita’.

Ne consegue pertanto, la declaratoria di inammissibilita’ del ricorso del pubblico ministero.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica.

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Zola Predosa avvocato penale, avvocato penalista , studio avvocato penale

OMICIDIO COLPOSO ART 589 CP

OMICIDIO COLPOSO ART 589 CP

OMICIDIO COLPOSO ART 589 CP. CHIUNQUE  cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Se il fatto è commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro(1) la pena è della reclusione da due a sette anni.
Se il fatto è commesso nell’esercizio abusivo di una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato o di un’arte sanitaria, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.
[Si applica la pena della reclusione da tre a dieci anni se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale da:
1) soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni;
2) soggetto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope.](4)
Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone [582], si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni quindici(5).

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

 

 

OMICIDIO COLPOSO ART 589 CP

    1. La stessa tesi difensiva che pone l’accento sulla mancanza o scarsa illuminazione di quel tratto di strada finisce per avvalorare ulteriormente la prospettazione accusatoria secondo cui l’automobilista avrebbe dovuto procedere con una velocità ancora maggiormente prudenziale.
      Va peraltro ricordato che, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia – valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente – è rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata moti-vazione (ex pluribus, Sez. 4, 10 febbraio 2009, Pulcini).
      Il caso in esame obbliga a questo punto a fare qualche riferimento, al cosiddetto principio dell’affidamento -complessa questione teorica, ricca di implicazioni applicative- evocato in ricorso a favore dell’imputato assumendosi che, ancorché abbia posto in essere una condotta pacificamente violativa del Codice della Strada in ragione dell’alta velocità a cui procedeva, non fosse per lui concretamente prevedibilità l’attraversamento pedonale di un gruppo di persone, a quell’ora della sera, su una strada del genere, nonostante esistesse all’uopo un apposito sottopassaggio pedonale.
      La tesi non è fondata.
    2. Va ricordato, infatti, che il principio dell’affidamento, in tema di circolazione stradale, trova un temperamento, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità (cfr. ex multis la recente Sez. 4, n. 5691 del 2/2/2016, Tettamanti, Rv. 265981, relativa ad un caso in cui la Corte ha confermato la sentenza impugnata ritenendo la responsabilità dell’imputato che, alla guida della propria vettura, aveva effettuato un repentino cambio dalla corsia di sorpasso a quella di destra senza segnalare per tempo la sua intenzione, andando così a collidere con un motociclo che sopraggiungendo dietro di lui aveva tentato, imprudentemente, di sorpassarlo a destra). Nell’affermare il medesimo principio, con altra condivisibile pronuncia (Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010), questa Corte aveva annullato la sentenza con la quale era esclusa la responsabilità del guidatore per omicidio colposo di un pedone, il quale, sceso dalla portiera anteriore dell’autobus in sosta lungo il lato destro della carreggiata, era passato davanti all’automezzo ed era stato investito dall’imputato, che aveva rispettato il limite di velocità ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e, segnatamente, della presenza in sosta del pullman).
      Il Collegio ritiene pienamente condivisibile il percorso motivazionale di cui alla citata sentenza 5691/2016.
      Il principio di affidamento -come si ricordava in quella pronuncia- costituisce applicazione del principio del rischio consentito: dover continuamente tener conto delle altrui possibili violazioni della diligenza imposta avrebbe come risultato di paralizzare ogni azione, i cui effetti dipendano anche dal comportamento altrui. Al contrario, l’affidamento è in linea con la diffusa divisione e specializzazione dei compiti ed assicura il migliore adempimento delle prestazioni a ciascuno richieste.
    3. Nell’ambito della circolazione stradale tale principio è dunque sotteso ad assicurare la regolarità della circolazione, evitando l’effetto paralizzante di dover agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze.
      Il principio di affidamento, d’altra parte, sarebbe da connettere pure al carattere personale e rinnproverabile della responsabilità colposa, circoscrivendo entro limiti plausibili ed umanamente esigibili l’obbligo di rapportarsi alle altrui condotte.
      Pertanto -come ricorda ancora la sentenza 5691/2016- esso è stato efficacemente definito come una vera e propria pietra angolare della tipicità colposa.
      Pacificamente, la possibilità di fare affidamento sull’altrui diligenza viene meno quando l’agente è gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere – ed è il caso che ci occupa- che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività.
      Un’analisi della costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità in materia consente di individuarvi una tendenza, in ambito stradale, a escludere o limitare al massimo la possibilità di fare affidamento sull’altrui correttezza.
      In tal senso vanno lette, ad esempio, le pronunce in cui si è affermato che, poiché le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza, proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano determinate da altrui comportamenti irresponsabili, la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente. Coerentemente con tale assunto, è stata perciò, ad esempio, confermata l’affermazione di responsabilità in un caso in cui la ricorrente aveva dedotto che, giunta con l’auto in prossimità dell’incrocio a velocità moderata e, comunque, nei limiti della norma e della segnaletica, aveva confidato che l’autista del mezzo che sopraggiungeva arrestasse la sua corsa in ossequio all’obbligo di concedere la precedenza (cfr. Sez. 4, n. 4257 del 28/3/1996, Lado, Rv. 204451). E, ancora, sulle medesime basi si è affermato, che anche nelle ipotesi in cui il semaforo verde consente la marcia, l’automobilista deve accertarsi della eventuale presenza, anche colpevole, di pedoni che si attardino nell’attraversamento in quanto il conducente favorito dal diritto di precedenza deve comunque non abusarne, non trattandosi di un diritto assoluto e tale da consentire una condotta di guida negligente e pericolosa per gli altri utenti della strada, anche se eventualmente in colpa (Sez. 4, n. 12879 del 18/10/2000, Cerato, Rv. 218473); e che l’obbligo di calcolare le altrui condotte inappropriate deve giungere sino a prevedere che il veicolo che procede in senso contrario possa improvvisamente abbagliare, e che quindi occorre procedere alla strettissima destra in modo da essere in grado, se necessario, di fermarsi immediatamente (Sez. 4, n. 8359 del 19/6/1987, Chini, Rv. 176415).
      6. Come rileva, ancora, la richiamata e condivisibile sentenza 5691/2016 di questa Corte, si tratta, allora, di comprendere se l’atteggiamento rigorista abbia una giustificazione o debba essere invece temperato con l’introduzione, entro limiti ben definiti, del principio di affidamento.
    4. [wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]
      Senza dubbio quello della circolazione stradale è un contesto meno definito di quello del lavoro in equipe (con riferimento alla colpa professionale dei medici), ove il principio in parola trova pacifica applicazione.
      Si configura, infatti, un’impersonale, intensa interazione che mostra frequenti violazioni delle regole di prudenza.
      D’altra parte, il Codice della strada presenta norme che sembrano estendere al massimo l’obbligo di attenzione e prudenza, sino a comprendere il dovere di prospettarsi le altrui condotte irregolari.
      Tra questi vanno ricordati: 1. l’art. 141, di cui all’odierna imputazione, che impone di regolare la velocità in relazione a tutte le condizioni rilevanti, in modo che sia evitato ogni pericolo per la sicurezza; e di mantenere condizioni di controllo del veicolo idonee a fronteggiare ogni “ostacolo prevedibile”; 2. l’art. 145, che pone la regola della “massima prudenza” nell’impegnare un incrocio; 3. l’art. 191, che prescrive la massima prudenza nei confronti dei pedoni, sia che si trovino sugli appositi attraversamenti, sia che abbiano comunque già iniziato l’attraversamento della carreggiata.
      Tali norme – è stato condivisibilmente rilevato nel recente arresto giurisprudenziale di questa Corte di legittimità più volte citato, alla cui articolata motivazione si rimanda- tratteggiano obblighi di vasta portata, che riguardano anche la gestione del rischio connesso alle altrui condotte imprudenti. D’altra parte, le condotte imprudenti nell’ambito della circolazione stradale sono tanto frequenti che esse costituiscono un rischio tipico, prevedibile, da governare nei limiti del possibile.
      Costituisce, tuttavia, ius receptum di questa Corte, sin dalla giurisprudenza più risalente nel tempo, il principio che nell’ambito della circolazione stradale che qui interessa, si debba tenere conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l’agente abbia avuto qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in concreto (Sez. 4, n. 14188 del 18/9/1990, Petrassi, Rv. 185559; Sez. 4, n. 6173 del 9/5/1983, Togliardi, Rv. 159688; Sez. 5, n. 6783 del 2/2/1978, Piscopo, Rv. 139204).
      Successivamente questa Corte ha ripetutamente chiarito (Sez. 4, n. 37606 del 6/7/2007, Rinaldi, Rv. 237050; Sez. 4, n. 12361 del 7/2/2008; Biondo, Rv. 239258) che l’esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento si pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poiché in tale ambito la prevedibilità dell’evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; ma anche nell’ambito della colpa specifica la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma rileva pure in relazione al profilo squisitamente soggettivo, al rimprovero personale, imponendo un’indagine rapportata alle diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto.
      Certamente tale spazio valutativo è pressoché nullo nell’ambito delle norme rigide la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma nell’ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per il cauto apprezzamento in ordine alla concreta prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dell’agente modello. Non può essere escluso del tutto, in altri termini, che contingenze particolari possano rendere la condotta inosservante non soggettivamente rinnproverabile a causa, ad esempio, della imprevedibilità della condotta di guida dell’altro soggetto coinvolto nel sinistro. Tuttavia, tale ponderazione non può essere meramente ipotetica, congetturale, ma deve di necessità fondarsi su emergenze concrete e risolutive, onde evitare che l’apprezzamento in ordine alla colpa sia tutto affidato all’imponderabile soggettivismo del giudice.
    5. Cass. pen. n. 25552/2017
      In tema di responsabilità colposa da sinistri stradali, l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità, in relazione alle caratteristiche del veicolo ed alle condizioni ambientali, va inteso nel senso che il conducente deve essere in grado di padroneggiare il veicolo in ogni situazione, tenendo altresì conto di eventuali imprudenze altrui, purché ragionevolmente prevedibili. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto ragionevolmente prevedibile la presenza, di sera, in una strada cittadina poco illuminata, in un punto situato nei pressi di una fermata della metropolitana, di persone intente all’attraversamento pedonale nonostante l’insistenza “in loco” di apposito sottopassaggio).
      (Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 25552 del 23 maggio 2017)
      Corte di Cassazione Penale, Sezione IV, sentenza numero 25552 del 23/05/2017
      Circolazione Stradale – Omicidio stradale – omicidio colposo plurimo – guida in violazione agli artt. 141 e 142 CDS
    6. RITENUTO IN FATTO
    7. 1. La Corte di Appello di … Omissis …, pronunciando nei confronti dell’odierno ricorrente … Omissis …, con sentenza del 29.6.2016, confermava la sentenza del GIP del Tribunale di … Omissis …, emessa in data 24.7.2015, appellata dall’imputato, con condanna al pagamento delle spese del grado.
      Il GIP del Tribunale di … Omissis …, all’esito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato … Omissis … responsabile dei seguenti reati:
      A) del delitto p. e p. dall’art. 589 commi 1, 2 e 4 cod. pen. poiché cagionava, per colpa, la morte di più persone e cioè dei pedoni … Omissis …, di anni 29, donna in stato di gravidanza, e … Omissis … … Omissis …, di anni 5, avvenuta in seguito alle lesioni riportate nell’investimento da parte dell’autovettura Citroen C3 Picasso targata … Omissis … da lui condotta; fatto accaduto per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e nell’inosservanza delle norme sulla disciplina della circolazione stradale, con particolare riferimento alle circostanze: • di non avere, avuto riguardo alle caratteristiche ed alle condizioni della strada e ad ogni altra circostanza di qualsiasi natura, regolato la velocità del veicolo in modo da evitare ogni pericolo per la sicurezza delle persone e di non avere, più in particolare, regolato la velocità in maniera idonea, in considerazione dell’ora notturna e della insufficiente visibilità dovuta alle condizioni atmosferiche, in violazione dell’art. 141 co. 1 e 3 del Codice della Strada; • di avere circolato ad una velocità superiore ai 100 Km/h in una strada nella quale il limite imposto dall’autorità competente è di 50 Km/h, in violazione dell’art. 142 co. 9 del Codice della Strada.
      Avendo di conseguenza cagionato l’evento secondo la seguente dinamica: l’autovettura Citroen C3 Picasso targata … Omissis …, da lui condotta, percorreva, lungo il margine sinistro della carreggiata, il viale … Omissis … della città di … Omissis … (strada a doppio senso di circolazione, a due carreggiate separate, una per ogni senso di marcia), proveniente dall’intersezione con la via … Omissis … e con direzione di marcia verso piazzale … Omissis … quando, giunto all’altezza del palo dell’illuminazione pubblica n. 7611, investiva con la parte anteriore sinistra del veicolo i pedoni predetti (madre e figlio), che stavano attraversando la carreggiata predetta, benché in loco insistesse apposito sottopassaggio pedonale, con direzione di movimento da destra verso sinistra, rispetto alla direzione di marcia del veicolo; in forza all’urto ricevuto, entrambi i pedoni venivano proiettati in avanti, terminando la loro traiettoria nello spazio insistente tra due barriere in cemento armato di tipo “New Jersey”, poste al centro della strada, per dividere le due carreggiate. Soccorsi e trasportati presso l’Ospedale “San Paolo” di … Omissis …, i predetti pedoni decedevano entrambi poco dopo l’investimento in seguito ad un “complesso traumatismo contusivo produttivo di lesioni scheletriche e viscerali multiple”. Con le aggravanti di avere commesso il fatto con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale e di avere causato la morte di più persone. Commesso in … Omissis … in data 20 ottobre 2013
      B) delitto p. e p. dall’art. 17 co. 11. 194/1978, poiché, nelle medesime circostanze di luogo, di tempo e con le modalità di cui al capo che precede, cagionava a … Omissis …, per colpa, l’interruzione della gravidanza, in quanto, in seguito all’investimento, il feto da lei portato in grembo decedeva per un “complesso traumatismo contusivo produttivo di emorragia subaracnoidea, lesioni polmonari, lesioni cardiache ed epatiche, nonché distacco completo di placenta”, e veniva estratto dall’utero già morto, con taglio cesareo di emergenza, dai sanitari dell’ospedale “San Paolo” di … Omissis ….
      Commesso in data 20 ottobre 2013 in … Omissis …;
      Il Luciano veniva condannato, ritenuto il concorso formale tra i reati e applicata la riduzione per il rito, alla pena di anni 2 e mesi 4 di reclusione, oltre alla pena accessoria della sospensione della patente di guida per anni 1 e mesi 4 e al risarcimento del danno i favore della parte civile, da liquidarsi in separato procedimento, con una provvisionale di € 60.000,00.
      2. Avverso tale provvedimento ha proposto ricorso per Cassazione, a mezzo dei propri difensori di fiducia, … Omissis …, deducendo, i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.:
      a. Nullità della sentenza ex art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 42, 43, 589 cod. pen., 17 L. 194/1978 per mancanza, contraddittorietà o, comunque, manifesta illogicità della motivazione.
      Il ricorrente deduce che la sentenza impugnata avrebbe affermato la penale responsabilità dell’imputato sulla base di argomentazioni illogiche e assertive, avendo ritenuto la prevedibilità della presenza dei pedoni e la visibilità degli stessi e ritenendo la violazione della regola cautelare, da parte dell’imputato, sufficiente ad affermarne la responsabilità. Il ragionamento operato dai giudici di merito sarebbe, in tal senso, del tutto aprioristico, in quanto non sarebbe stata accertata la concreta prevedibilità dell’evento. Il Luciano avrebbe potuto vedere e evitare le persone offese, secondo la ricostruzione operata in sentenza, giacché i pedoni procedevano da destra verso sinistra e l’investimento avveniva alla fine dell’attraversamento, l’illuminazione stradale sarebbe stata sufficiente e lo stesso imputato ammetteva di non aver visto le vittime ma di aver sentito un forte urto e di avere visto esplodere il cristallo anteriore sinistro dell’auto.
      Tali deduzioni si fonderebbero, però, su un enorme travisamento di prova.
      Dalle numerose deposizioni degli agenti intervenuti emergerebbe, infatti, l’assoluta mancanza di illuminazione, così come dalle ricostruzioni operate dai consulenti emergerebbe la condotta estremamente imprudente delle vittime, che tentavano un repentino ed improvviso attraversamento.
      I giudici avrebbero dovuto, quindi, accertare se le circostanze fattuali fossero tali da consentire all’agente di prevedere l’evento e adottare i comportamenti necessari a prevenirne la realizzazione. Tale accertamento non sarebbe stato compiuto.
      Anche in relazione alla prevedibilità dell’aborto della giovane, il ragionamento della sentenza apparrebbe assertivo e giuridicamente scorretto ritenendo la prevedibilità dell’evento per il semplice fatto che si trattava di una giovane donna. Nello specifico sarebbe illogico —secondo la tesi del ricorrente- ritenere che l’imputato, scorgendo al buio la sagoma di una donna che attraversava la strada, avrebbe dovuto intuirne la giovane età e valutare la probabilità che fosse in stato interessante e adottare quindi le contromisure per prevenire il rischio di procurarle un aborto.
      La sentenza partirebbe dalla premessa indimostrata che viaggiando nei limiti di velocità tutto ciò fosse possibile.
      Tra l’altro, aggiunge il … Omissis …, la circostanza che la vittima fosse incinta aggraverebbe ancor di più la responsabilità della stessa di aver ignorato la presenza di un sottopasso di attraversamento.
      Censurabile sarebbe, in definitiva, il ragionamento dei giudici che fonda la colpa solo sull’avvenuta violazione della norma preventiva ignorando i dati acquisiti nel processo avvaloranti il ragionevole dubbio che l’evento si sarebbe verificato anche osservando la condotta prescritta.
      b. Nullità della sentenza ex art. 606, lett. b) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli artt. 62 bis e 133 cod. pen., per carenza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in punto di mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.
      Ci si duole che entrambe le sentenza di merito abbiano escluso la concessione delle attenuanti generiche facendo ricorso a clausole di stile, senza nessun riferimento ai parametri previsti dall’art. 133 cod. proc. pen. e al grado di colpa, operando solo un cenno all’incensuratezza dell’imputato ritenuta insufficiente a mitigare il trattamento punitivo.
      Ad avviso del ricorrente, invece, la stessa dinamica, caratterizzata da un evidente concorso di colpa delle vittime, avrebbe dovuto determinare una più attenta valutazione. Né potrebbe considerarsi sufficiente il generico riferimento alla gravità del fatto che non sarebbe, di per sé, ostativo al riconoscimento del beneficio. Infine il comportamento collaborativo dell’imputato, vittima a sua volta dell’evento e privo di precedenti penali, avrebbe dovuto formare oggetto di valutazione, espressamente richiesta nei motivi di appello.
      Chiede, pertanto, annullarsi la sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I motivi sopra illustrati sono fondati quanto all’affermazione di responsabilità per il reato di aborto colposo sub B) ed in ordine alla dedotta contraddittorietà della motivazione in punto di diniego delle circostanze attenuanti generiche, mentre sono infondati per il resto.
2. Ad avviso del Collegio si palesano infondate le doglianze relative all’affermazione di responsabilità per il delitto di omicidio colposo plurimo di cui al capo A).
Ed invero, sul punto entrambe le sentenze di merito -che trattandosi di doppia conforme affermazione di responsabilità vanno lette come un tutt’uno- offrono una motivazione logica e congrua con la quale i motivi di ricorso, che costituiscono una riproposizione tout court di quelli di appello, non si confrontano.
Si tratta di motivi che, ancorché rubricati come vizi motivazionali, richiedono in concreto una rivalutazione del fatto, evidentemente non consentita in questa sede.
Sul punto va ricordato, infatti, che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo, restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, cfr. vedasi Sez. 3, n. 12110 del 19/3/2009 n. 12110 e n. 23528 del 6.6.2006).
Ancora, la giurisprudenza ha affermato che l’illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu °culi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. 3, n. 35397 del 20/6/2007; Sez. Unite n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794).
Più di recente è stato poi ribadito come ai sensi di quanto disposto dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), il controllo di legittimità sulla motivazione non attiene né alla ricostruzione dei fatti né all’apprezzamento del giudice di merito, ma è circoscritto alla verifica che il testo dell’atto impugnato risponda a due requisiti che lo rendono insindacabile: a) l’esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato; b) l’assenza di difetto o contraddittorietà della motivazione o di illogicità evidenti, ossia la congruenza delle argomentazioni rispetto al fine giustificativo del provvedimento. (sez. 2, n. 21644 del 13.2.2013, Badagliacca e altri, rv. 255542)
Il sindacato demandato a questa Corte sulle ragioni giustificative della decisione ha dunque, per esplicita scelta legislativa, un orizzonte circoscritto.
Non c’è, in altri termini, come di fatto richiesto nel presente ricorso, la possibilità di andare a verificare se la motivazione corrisponda alle acquisizioni processuali. E ciò anche alla luce del vigente testo dell’art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. come modificato dalla I. 20.2.2006 n. 46.
Il giudice di legittimità non può procedere ad una rinnovata valutazione dei fatti ovvero ad una rivalutazione del contenuto delle prove acquisite, trattandosi di apprezzamenti riservati in via esclusiva al giudice del merito.
Il ricorrente non può, come nel caso che ci occupa limitarsi a fornire una versione alternativa del fatto (l’assoluta imprevedibilità della presenza dei pedoni), senza indicare specificamente quale sia il punto della motivazione che appare viziato dalla supposta manifesta illogicità e, in concreto, da cosa tale illogicità vada desunta.
Com’è stato rilevato nella citata sentenza 21644/13 di questa Corte, la sentenza deve essere logica “rispetto a sé stessa”, cioè rispetto agli atti processuali citati. In tal senso la novellata previsione secondo cui il vizio della motivazione può risultare, oltre che dal testo del provvedimento impugnato, anche da “altri atti del processo”, purché specificamente indicati nei motivi di gravame, non ha infatti trasformato il ruolo e i compiti di questa Corte, che rimane giudice della motivazione, senza essersi trasformato in un ennesimo giudice del fatto.
3. La premessa di cui sopra serve a meglio comprendere come il travisamento della prova sia altro rispetto a quello che si deduce nel presente ricorso.
Avere introdotto la possibilità di valutare i vizi della motivazione anche attraverso gli “atti del processo” costituisce invero il riconoscimento normativo della possibilità di dedurre in sede di legittimità il cosiddetto “travisamento della prova” che è quel vizio in forza del quale il giudice di legittimità, lungi dal procedere ad una (inammissibile) rivalutazione del fatto (e del contenuto delle prove), prende in esame gli elementi di prova risultanti dagli atti per verificare se il relativo contenuto è stato o meno trasfuso e valutato, senza travisamenti, all’interno della decisione.
In altri termini, vi sarà stato “travisamento della prova” qualora il giudice di merito abbia fondato il suo convincimento su una prova che non esiste (ad esempio, un documento o un testimone che in realtà non esiste) o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale (alla disposta perizia è risultato che lo stupefacente non fosse tale ovvero che la firma apocrifa fosse dell’imputato). Oppure dovrà essere valutato se c’erano altri elementi di prova inopinatamente o ingiustamente trascurati o fraintesi. Ma -occorrerà ancora ribadirlo- non spetta comunque a questa Corte Suprema “rivalutare” il modo con cui quello specifico mezzo di prova è stato apprezzato dal giudice di merito, giacché attraverso la verifica del travisamento della prova.
Per esserci stato “travisamento della prova” occorre che sia stata inserita nel processo un’informazione rilevante che invece non esiste nel processo oppure si sia omesso di valutare una prova decisiva ai fini della pronunzia.
In tal caso, però, al fine di consentire di verificare la correttezza della motivazione, va indicato specificamente nel ricorso per Cassazione quale sia l’atto che contiene la prova travisata o omessa.
Il mezzo di prova che si assume travisato od omesso deve inoltre avere carattere di decisività. Diversamente, infatti, si chiederebbe al giudice di legittimità una rivalutazione complessiva delle prove che, come più volte detto, sconfinerebbe nel merito.
4. Se questa, dunque, è la prospettiva ermeneutica cui è tenuta questa Suprema Corte, le censure che il ricorrente rivolge al provvedimento impugnato si palesano manifestamente infondate, non apprezzandosi nella motivazione della sentenza della Corte d’Appello di … Omissis … alcuna illogicità che ne vulneri la tenuta complessiva.
Il ricorrente non contesta il travisamento di una specifica prova, ma sollecita a questa Corte una diversa lettura dei dati processuali non consentito in questa sede di legittimità.
I giudici del gravame di merito con motivazione specifica, coerente e logica hanno, infatti, dato conto di come risulta acclarata e ben motivata sin dal primo grado la responsabilità quanto al reato di cui al capo A) del … Omissis …, che procedeva, nelle ore serali, a velocità doppia rispetto a quella consentita e del tutto sconsiderata rispetto alle condizioni della strada, bagnata ed illuminata in maniera giudicata sufficiente dalla Polizia Municipale, in prossimità di centro abitato e di interscambio di mezzi pubblici. Tanto è vero che lo stesso conducente non si avvedeva assolutamente della presenza dei pedoni, nemmeno al momento dell’urto.
La stessa tesi difensiva che pone l’accento sulla mancanza o scarsa illuminazione di quel tratto di strada finisce per avvalorare ulteriormente la prospettazione accusatoria secondo cui l’automobilista avrebbe dovuto procedere con una velocità ancora maggiormente prudenziale.
Va peraltro ricordato che, per assunto pacifico, la ricostruzione di un incidente stradale nella sua dinamica e nella sua eziologia – valutazione delle condotte dei singoli utenti della strada coinvolti, accertamento delle relative responsabilità, determinazione dell’efficienza causale di ciascuna colpa concorrente – è rimessa al giudice di merito ed integra una serie di apprezzamenti di fatto che sono sottratti al sindacato di legittimità se sorretti da adeguata moti-vazione (ex pluribus, Sez. 4, 10 febbraio 2009, Pulcini).
5. Il caso in esame obbliga a questo punto a fare qualche riferimento, al cosiddetto principio dell’affidamento -complessa questione teorica, ricca di implicazioni applicative- evocato in ricorso a favore dell’imputato assumendosi che, ancorché abbia posto in essere una condotta pacificamente violativa del Codice della Strada in ragione dell’alta velocità a cui procedeva, non fosse per lui concretamente prevedibilità l’attraversamento pedonale di un gruppo di persone, a quell’ora della sera, su una strada del genere, nonostante esistesse all’uopo un apposito sottopassaggio pedonale.
La tesi non è fondata.
Va ricordato, infatti, che il principio dell’affidamento, in tema di circolazione stradale, trova un temperamento, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità (cfr. ex multis la recente Sez. 4, n. 5691 del 2/2/2016, Tettamanti, Rv. 265981, relativa ad un caso in cui la Corte ha confermato la sentenza impugnata ritenendo la responsabilità dell’imputato che, alla guida della propria vettura, aveva effettuato un repentino cambio dalla corsia di sorpasso a quella di destra senza segnalare per tempo la sua intenzione, andando così a collidere con un motociclo che sopraggiungendo dietro di lui aveva tentato, imprudentemente, di sorpassarlo a destra). Nell’affermare il medesimo principio, con altra condivisibile pronuncia (Sez. 4, n. 12260 del 9/1/2015, Moccia ed altro, Rv. 263010), questa Corte aveva annullato la sentenza con la quale era esclusa la responsabilità del guidatore per omicidio colposo di un pedone, il quale, sceso dalla portiera anteriore dell’autobus in sosta lungo il lato destro della carreggiata, era passato davanti all’automezzo ed era stato investito dall’imputato, che aveva rispettato il limite di velocità ma non aveva provveduto a moderarla in ragione delle condizioni spazio-temporali di guida e, segnatamente, della presenza in sosta del pullman).
Il Collegio ritiene pienamente condivisibile il percorso motivazionale di cui alla citata sentenza 5691/2016.
Il principio di affidamento -come si ricordava in quella pronuncia- costituisce applicazione del principio del rischio consentito: dover continuamente tener conto delle altrui possibili violazioni della diligenza imposta avrebbe come risultato di paralizzare ogni azione, i cui effetti dipendano anche dal comportamento altrui. Al contrario, l’affidamento è in linea con la diffusa divisione e specializzazione dei compiti ed assicura il migliore adempimento delle prestazioni a ciascuno richieste.
Nell’ambito della circolazione stradale tale principio è dunque sotteso ad assicurare la regolarità della circolazione, evitando l’effetto paralizzante di dover agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze.
Il principio di affidamento, d’altra parte, sarebbe da connettere pure al carattere personale e rinnproverabile della responsabilità colposa, circoscrivendo entro limiti plausibili ed umanamente esigibili l’obbligo di rapportarsi alle altrui condotte.
Pertanto -come ricorda ancora la sentenza 5691/2016- esso è stato efficacemente definito come una vera e propria pietra angolare della tipicità colposa.
Pacificamente, la possibilità di fare affidamento sull’altrui diligenza viene meno quando l’agente è gravato da un obbligo di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi; o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere – ed è il caso che ci occupa- che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività.
Un’analisi della costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità in materia consente di individuarvi una tendenza, in ambito stradale, a escludere o limitare al massimo la possibilità di fare affidamento sull’altrui correttezza.
In tal senso vanno lette, ad esempio, le pronunce in cui si è affermato che, poiché le norme sulla circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza, proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano determinate da altrui comportamenti irresponsabili, la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente. Coerentemente con tale assunto, è stata perciò, ad esempio, confermata l’affermazione di responsabilità in un caso in cui la ricorrente aveva dedotto che, giunta con l’auto in prossimità dell’incrocio a velocità moderata e, comunque, nei limiti della norma e della segnaletica, aveva confidato che l’autista del mezzo che sopraggiungeva arrestasse la sua corsa in ossequio all’obbligo di concedere la precedenza (cfr. Sez. 4, n. 4257 del 28/3/1996, Lado, Rv. 204451). E, ancora, sulle medesime basi si è affermato, che anche nelle ipotesi in cui il semaforo verde consente la marcia, l’automobilista deve accertarsi della eventuale presenza, anche colpevole, di pedoni che si attardino nell’attraversamento in quanto il conducente favorito dal diritto di precedenza deve comunque non abusarne, non trattandosi di un diritto assoluto e tale da consentire una condotta di guida negligente e pericolosa per gli altri utenti della strada, anche se eventualmente in colpa (Sez. 4, n. 12879 del 18/10/2000, Cerato, Rv. 218473); e che l’obbligo di calcolare le altrui condotte inappropriate deve giungere sino a prevedere che il veicolo che procede in senso contrario possa improvvisamente abbagliare, e che quindi occorre procedere alla strettissima destra in modo da essere in grado, se necessario, di fermarsi immediatamente (Sez. 4, n. 8359 del 19/6/1987, Chini, Rv. 176415).
6. Come rileva, ancora, la richiamata e condivisibile sentenza 5691/2016 di questa Corte, si tratta, allora, di comprendere se l’atteggiamento rigorista abbia una giustificazione o debba essere invece temperato con l’introduzione, entro limiti ben definiti, del principio di affidamento.
Senza dubbio quello della circolazione stradale è un contesto meno definito di quello del lavoro in equipe (con riferimento alla colpa professionale dei medici), ove il principio in parola trova pacifica applicazione.
Si configura, infatti, un’impersonale, intensa interazione che mostra frequenti violazioni delle regole di prudenza.
D’altra parte, il Codice della strada presenta norme che sembrano estendere al massimo l’obbligo di attenzione e prudenza, sino a comprendere il dovere di prospettarsi le altrui condotte irregolari.
Tra questi vanno ricordati: 1. l’art. 141, di cui all’odierna imputazione, che impone di regolare la velocità in relazione a tutte le condizioni rilevanti, in modo che sia evitato ogni pericolo per la sicurezza; e di mantenere condizioni di controllo del veicolo idonee a fronteggiare ogni “ostacolo prevedibile”; 2. l’art. 145, che pone la regola della “massima prudenza” nell’impegnare un incrocio; 3. l’art. 191, che prescrive la massima prudenza nei confronti dei pedoni, sia che si trovino sugli appositi attraversamenti, sia che abbiano comunque già iniziato l’attraversamento della carreggiata.
Tali norme – è stato condivisibilmente rilevato nel recente arresto giurisprudenziale di questa Corte di legittimità più volte citato, alla cui articolata motivazione si rimanda- tratteggiano obblighi di vasta portata, che riguardano anche la gestione del rischio connesso alle altrui condotte imprudenti. D’altra parte, le condotte imprudenti nell’ambito della circolazione stradale sono tanto frequenti che esse costituiscono un rischio tipico, prevedibile, da governare nei limiti del possibile.
Costituisce, tuttavia, ius receptum di questa Corte, sin dalla giurisprudenza più risalente nel tempo, il principio che nell’ambito della circolazione stradale che qui interessa, si debba tenere conto degli elementi di spazio e di tempo, e di valutare se l’agente abbia avuto qualche possibilità di evitare il sinistro: la prevedibilità ed evitabilità vanno cioè valutate in concreto (Sez. 4, n. 14188 del 18/9/1990, Petrassi, Rv. 185559; Sez. 4, n. 6173 del 9/5/1983, Togliardi, Rv. 159688; Sez. 5, n. 6783 del 2/2/1978, Piscopo, Rv. 139204).
Successivamente questa Corte ha ripetutamente chiarito (Sez. 4, n. 37606 del 6/7/2007, Rinaldi, Rv. 237050; Sez. 4, n. 12361 del 7/2/2008; Biondo, Rv. 239258) che l’esigenza della prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento si pone in primo luogo e senza incertezze nella colpa generica, poiché in tale ambito la prevedibilità dell’evento ha un rilievo decisivo nella stessa individuazione della norma cautelare violata; ma anche nell’ambito della colpa specifica la prevedibilità vale non solo a definire in astratto la conformazione del rischio cautelato dalla norma, ma rileva pure in relazione al profilo squisitamente soggettivo, al rimprovero personale, imponendo un’indagine rapportata alle diverse classi di agenti modello ed a tutte le specifiche contingenze del caso concreto.
Certamente tale spazio valutativo è pressoché nullo nell’ambito delle norme rigide la cui inosservanza da luogo quasi automaticamente alla colpa; ma nell’ambito di norme elastiche che indicano un comportamento determinabile in base a circostanze contingenti, vi è spazio per il cauto apprezzamento in ordine alla concreta prevedibilità ed evitabilità dell’esito antigiuridico da parte dell’agente modello. Non può essere escluso del tutto, in altri termini, che contingenze particolari possano rendere la condotta inosservante non soggettivamente rinnproverabile a causa, ad esempio, della imprevedibilità della condotta di guida dell’altro soggetto coinvolto nel sinistro. Tuttavia, tale ponderazione non può essere meramente ipotetica, congetturale, ma deve di necessità fondarsi su emergenze concrete e risolutive, onde evitare che l’apprezzamento in ordine alla colpa sia tutto affidato all’imponderabile soggettivismo del giudice.
L’esigenza di una indagine concreta, si è pure affermato dalla giurisprudenza da ultimo indicata, non viene meno neppure quando, come nella circolazione stradale, la condotta inosservante di altri soggetti non costituisce in sé una contingenza imprevedibile, si è chiarito che lo spazio per l’apprezzamento che giunga a ritenere imprevedibile la condotta di guida inosservante dell’altro conducente è ristretto e va percorso con particolare cautela. Ciò nonostante, l’esigenza di preservare la già evocata dimensione soggettiva della colpa (id est la concreta rimproverabilità della condotta) ha condotto questa Corte ad enunciare che, come si è prima esposto, le particolarità del caso concreto possono dar corpo ad una condotta realmente imprevedibile.
7. Alla prima ampia configurazione della responsabilità la giurisprudenza più recente ha dunque costantemente apposto il limite della imprevedibilità (cfr. Sez. 4, n. 41029 del 24/9/2008, Moschiano, Rv. 241476 che ha ritenuto integrare il reato di lesioni colpose la condotta del conducente di un veicolo che investa un pedone in autostrada quando quest’ultimo già si trovi sulla carreggiata nel momento in cui l’agente abbia percepito la sua presenza, atteso che in tale situazione appare prevedibile la pur imprudente intenzione dello stesso pedone di attraversare la carreggiata ed è dunque dovere del conducente porre comunque in atto le manovre necessarie ad evitare il suo investimento; in motivazione la Corte ha precisato che diversamente, qualora il pedone fosse stato fermo sulla piazzola di sosta, la particolare conformazione dell’autostrada quale sede destinata al traffico veloce avrebbe consentito legittimamente al conducente di escludere l’intenzione del pedone di attraversare la carreggiata, trattandosi di comportamento in tali condizioni non prevedibile) che talvolta si è richiesto essere assoluta (così Sez. 4, n. 26131 del 3/6/2008, Garzotto, Rv. 241004 che ha escluso la colpa generica del conducente dell’autovettura coinvolta in un sinistro stradale cui era seguita la morte della persona trasportata, poiché si è ritenuto che il conducente dell’altra autovettura aveva provocato imprevedibilmente l’incidente, ponendosi alla guida in stato d’etilismo acuto che non gli consentiva di controllare adeguatamente la marcia del proprio veicolo).
In altra più recente pronuncia, in senso maggiormente condivisibile, si è ritenuto che le imprudenze altrui fossero ragionevolmente prevedibili (così Sez. 4, n. 46818 del 25/6/2014, Nuzzolese, Rv. 261369 in una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto circostanza prevedibile l’ingombro della carreggiata da parte di un altro veicolo in un incrocio cittadino).
Va dunque, ad avviso del Collegio, riaffermato il principio che l’obbligo di moderare adeguatamente la velocità in relazione alle caratteristiche del veicolo e alle condizioni ambientali deve essere inteso nel senso che il conducente deve essere non solo sempre in grado di padroneggiare assolutamente il veicolo in ogni evenienza, ma deve anche prevedere le eventuali imprudenze altrui e tale obbligo trova il suo limite naturale unicamente nella ragionevole prevedibilità degli eventi, oltre il quale non è consentito parlare di colpa.
8. Se questi sono i principi giuridici di riferimento, va perciò osservato come, nel caso che ci occupa, nella situazione di fatto di una strada cittadina poco illuminata, di sera, nei pressi di una fermata della metropolitana, appaia adeguatamente supportato il giudizio di “ragionevole prevedibilità” della condotta delle vittime ed è, proprio in riferimento al contesto in cui è avvenuto il fatto che si rileva una plausibilità della motivazione della sentenza impugnata.
Con motivazione logica e congrua il tribunale prima e la Corte territoriale poi confutano la tesi difensiva volta a determinare l’inevitabilità del sinistro stradale, evidenziando come il Luciano abbia disatteso il rispetto di una fondamentale regola cautelare quale quella statuita in seno al citato art. 141 CDS.
Ricordato, attraverso il conferente richiamo alla sentenza 12260/2015 di questa Corte di legittimità, che, come detto, il principio dell’affidamento, nello specifico campo della circolazione stradale, trova opportuno temperamento nell’opposto principio secondo il quale l’utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché rientri nel limite della prevedibilità, i giudici del merito affermano condivisibilmente come, nel caso di investimento di un pedone, perché possa essere affermata la colpa esclusiva di costui per la sua morte, è necessario che il conducente del veicolo investitore si sia trovato, per motivi estranei ad ogni suo obbligo di diligenza, nella oggettiva impossibilità di avvistare il pedone e di osservarne tempestivamente i movimenti, attuati in modo rapido ed inatteso e, inoltre, che prudenza sia riscontrabile nel comportamento del conducente il quale ha, peraltro, l’obbligo di ispezionare la strada costantemente, mantenere sempre il controllo del veicolo e prevedere tutte le situazioni di pericolo che la comune esperienza comprende (così questa Sez. 4, nella sentenza n. 44651 del 12.10.2005).
A carico del conducente è posto un precetto fondamentale sintetizzato – come ricordano i giudici del merito – nell’obbligo di attenzione che questi deve avere al fine di avvistare il pedone, così da potere porre in essere efficacemente i necessari) accorgimenti atti a prevenire il rischio di un investimento. E a tali obblighi il conducente è tenuto anche per la prevenzione di eventuali comportamenti irregolari dello stesso pedone, vuoi genericamente imprudenti, vuoi violativi degli obblighi comportamentali specifici dettati dall’articolo 190 del codice della strada.
Rispetto a tale motivata, logica e coerente pronuncia il ricorrente chiede una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione. Ma per quanto sin qui detto un siffatto modo di procedere è inammissibile perché trasformerebbe questa Corte di legittimità nell’ennesimo giudice del fatto.
9. Diverse sono le conclusioni quanto alla doglianza riguardante l’affermazione di responsabilità per il reato di cui al capo B in relazione al quale, ad avviso del Collegio, deve pervenirsi ad un annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non costituisce reato.
Con tale capo d’imputazione veniva contestato al … Omissis … il reato di cui all’art. 17 co. 1 della I. 22 maggio 1978 n. 194 in materia di interruzione della gravidanza, norma che punisce con la reclusione da tre mesi a due anni il procurato aborto colposo, ovvero “chiunque cagiona ad una donna per colpa l’interruzione della gravidanza”.
Si tratta di un reato comune, punito a titolo di colpa, che si realizza quando il colpevole provoca l’interruzione della gravidanza, in qualunque epoca del suo decorso, cagionando la perdita del prodotto del concepimento, senza che abbia rilievo, qualora risulti dimostrato il rapporto causale tra la condotta colposa e l’interruzione della gravidanza, che l’aborto sia stato interno (con ritenzione nell’utero) o esterno (con espulsione)
L’interruzione colposa della gravidanza è, dunque, la conseguenza di una condotta illecita che abbia i caratteri della colpa e da cui derivi, come evento non voluto ma prevedibile ed evitabile con un comportamento diverso, l’aborto.
Per l’esistenza di tale reato -secondo la dottrina- è indifferente che la gravidanza sia conosciuta o colposamente ignorata dal colpevole.
In tale figura di reato la colpa può cadere su tutti gli elementi del fatto tipico, commissivo od omissivo, ovvero sui presupposti (la circostanza che la donna sia incinta), sull’oggetto del reato o sulla condotta.
Nel caso che ci occupa, indiscusso il carattere colposo della condotta di guida, il thema decidendi attiene al giudizio di prevedibilità che, in quel determinato contesto di tempo e di luogo, potesse essere presente una donna incinta.
Ebbene, sul punto, appare fondata la doglianza circa l’inadeguatezza della risposta motivazionale in punto di elemento soggettivo del reato fornita dal provvedimento impugnato, che, dopo che il giudice di primo grado non aveva motivato sul punto, “liquida” la specifica doglianza con l’affermazione secondo cui era “…peraltro prevedibile, in quanto del tutto probabile, che una donna in età giovanile che attraversi la strada possa essere incinta”.
Non è dato di sapere, infatti, a quale massima di esperienza, calata nel caso concreto, il collegio giudicante il gravame del merito ancori tale dato probabilistico. In realtà, invece, dall’esame delle sentenze di merito non emerge esservi alcun elemento noto (quale potrebbe essere stato, ad esempio, se l’incidente fosse avvenuto nelle immediate adiacenze di un ospedale o di una clinica o di uno store che vendesse prodotti per la prima infanzia) da cui possa inferirsi tale giudizio probabilistico.
S’impone, pertanto, in relazione a tale reato, l’annullamento dell’impugnata decisione, dovendo l’imputato essere mandato assolto perché il fatto non costituisce reato. Ne consegue l’eliminazione dalla pena base della relativa pena di sei mesi di reclusione da ridursi per il rito (il giudice di primo grado, infatti, era partito da una pena base per il più grave reato sub A di anni due e mesi due di reclusione, aumentata per l’ipotesi di cui all’ultimo comma dell’art. 589 cod. pen. ad anni tre di reclusione, ulteriormente aumentata per il concorso formale con il reato sub B ad anni 3 e mesi sei di reclusione, ridotta per il rito prescelto ad anni due e mesi quattro di reclusione).
10. Fondato, ad avviso del Collegio, è anche il dedotto vizio motivazionale in relazione al punto concernente il diniego delle circostanze attenuanti generiche.
La Corte territoriale, sul punto, offre una motivazione contraddittoria laddove afferma che: “…nonostante i predetti pedoni avrebbero potuto prendere il sottopassaggio esistente per attraversare la strada, comunque il comportamento del conducente del veicolo investitore è stato di rilevante gravità, per l’eclatante violazione del limite di velocità e la mancanza della dovuta attenzione alle condizioni della strada. Pertanto, anche considerati tutti gli altri elementi a lui favorevoli, quale ad es. l’incensuratezza ed il comportamento processuale, le attenuanti generiche, se pur ritenute concedibili non potrebbero che essere subvalenti, rispetto all’aggravante contestata, -in considerazione della rilevanza di questa, e quindi corretta appare in tal senso la valutazione del primo giudice, che deve essere confermata”.
I giudici del gravame del merito, infatti, operano una commistione tra la concedibilità delle circostanze attenuanti generiche ed il giudizio di comparazione delle stesse, che impone l’annullamento della sentenza impugnata con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di Appello di … Omissis ….
Il giudice del rinvio, in ogni caso, in ragione dell’eliminazione della pena finale di mesi quattro di reclusione (mesi sei di reclusione ridotti per il rito) in relazione al venir meno del reato sub B), pervenendosi ad una pena finale di anni due di reclusione, per la quale è astrattamente concedibile il beneficio della sospensione condizionale della pena, dovrà anche operare anche una valutazione sul punto, evidentemente preclusa a questa Corte di legittimità importando una valutazione di merito.
11. Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la sentenza impugnata va dunque annullata senza rinvio relativamente al reato di cui al capo B perché il fatto non costituisce reato, di cui va eliminata la pena.
La medesima sentenza va inoltre annullata quanto al capo A) limitatamente al punto concernente la concessione delle attenuanti generiche ed alla eventuale concessione della sospensione condizionale della pena con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di … Omissis ….
La sentenza impugnata, infine, va dichiarata irrevocabile, ai sensi dell’art. 624 cod. proc. pen., quanto all’affermazione di responsabilità per il reato di cui al capo A.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata relativamente al reato di cui al capo B perché il fatto non costituisce reato ed elimina la relativa pena.
Annulla la medesima sentenza quanto al capo A) limitatamente al punto concernente la concessione delle attenuanti generiche ed alla eventuale concessione della sospensione condizionale della pena con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di … Omissis ….
Visto l’art. 624 c.p.p. dichiara irrevocabile l’affermazione di responsabilità quanto al reato di cui al capo A.
Così deciso in Roma il 27 aprile 2017

Cass. pen. n. 20340/2017
In tema di omicidio colposo, la fattispecie disciplinata dall’art. 589 u.c. (morte di più persone, ovvero morte di una o più persone e lesioni di una o più persone) non costituisce un’autonoma figura di reato complesso, né dà luogo alla previsione di circostanza aggravante rispetto al reato previsto dall’art. 589, comma primo, cod. pen., ma prevede un’ipotesi di concorso formale di reati, unificati solo “quoad poenam”, con la conseguenza che ogni fattispecie di reato conserva la propria autonomia e distinzione.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 20340 del 28 aprile 2017)
Cass. pen. n. 18090/2017
In tema di infortuni sul lavoro, ai sensi dell’art. 299, D.Lgs. n. 81 del 2008, la posizione di garanzia grava anche su colui che, non essendone formalmente investito, eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti al datore di lavoro e ad altri garanti ivi indicati, sicchè l’individuazione dei destinatari degli obblighi posti dalle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro deve fondarsi non già sulla qualifica rivestita, bensì sulle funzioni in concreto esercitate, che prevalgono, quindi, rispetto alla carica attribuita al soggetto, ossia alla sua funzione formale. (Fattispecie in cui la S.C. ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva affermato la responsabilità dell’imputato per il decesso di un lavoratore perchè assumendo il compito di organizzare e dirigere un sopralluogo, per conto del datore di lavoro, aveva assunto anche l’obbligo di garantire la sicurezza dei partecipi).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 18090 del 10 aprile 2017)

DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE

DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE- DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE

SPACCIO STUPEFACENTI CORTE COSTITUZIONALE ART 73 LIMITE MINIMO 8 ANNI ANTICOSTITUZIONALE
SPACCIO STUPEFACENTI CORTE COSTITUZIONALE ART 73 LIMITE MINIMO 8 ANNI ANTICOSTITUZIONALE

DANNO NON PATRIMONIALE
DANNO NON PATRIMONIALE

Corte di Cassazione, sezione terza civile, Sentenza 11 novembre 2019, n. 28989 DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE

Nella specie, una volta comprovata la riconducibilita’ causale del danno alla salute al fatto della struttura sanitaria che aveva accettato il ricovero della (OMISSIS), incombeva su detta struttura l’onere di fornire la prova della riconducibilita’ dell’inadempimento a una causa autonoma ad essa struttura non imputabile, in coerenza al principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimita’, in forza del quale, in tema di responsabilita’ contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalita’ tra l’insorgenza di una nuova malattia e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l’impossibilita’ della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento e’ stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza (cfr. Sez. 3, Ordinanza n. 26700 del 23/10/2018, Rv. 651166 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 18392 del 26/07/2017 (Rv. 645164 – 01).
11.

Nella specie, una volta comprovata la riconducibilita’ causale del danno alla salute al fatto della struttura sanitaria che aveva accettato il ricovero della (OMISSIS), incombeva su detta struttura l’onere di fornire la prova della riconducibilita’ dell’inadempimento a una causa autonoma ad essa struttura non imputabile, in coerenza al principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimita’, in forza del quale, in tema di responsabilita’ contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalita’ tra l’insorgenza di una nuova malattia e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l’impossibilita’ della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento e’ stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza (cfr. Sez. 3, Ordinanza n. 26700 del 23/10/2018, Rv. 651166 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 18392 del 26/07/2017 (Rv. 645164 – 01).
11.

Sentenza 11 novembre 2019, n. 28989

Data udienza 3 luglio 2019

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere

Dott. RUBINO Lina – Consigliere

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere

Dott. DELL’UTRI Marco – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso 24793-2017 proposto da:
AZIENDA POLICLINICO UMBERTO I DI ROMA in persona del Commissario Straordinario e legale rappresentante pro tempore Dott. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che la rappresenta e difende;
– ricorrente –
contro
(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che li rappresenta e difende;
– controricorrenti –
e contro
(OMISSIS), (OMISSIS);
– intimati –
avverso la sentenza n. 1819/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 20/03/2017;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/07/2019 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FRESA MARIO che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito l’Avvocato (OMISSIS) per delega; udito l’Avvocato (OMISSIS).

FATTI DI CAUSA

  1. Con sentenza resa in data 20/3/2017, la Corte d’appello di Roma, in accoglimento dell’appello proposto da (OMISSIS), in proprio e in qualita’ di genitore esercente la responsabilita’ genitoriale sulla minore (OMISSIS), e in parziale riforma della decisione di primo grado, ha condannato l’Azienda Policlinico Umberto I di Roma al risarcimento, in favore degli appellanti (originari attori), dei danni dagli stessi subiti a seguito del decesso di (OMISSIS) (coniuge e madre degli attori), contestualmente confermando il rigetto della medesima domanda nei confronti dei medici dell’azienda sanitaria convenuta, (OMISSIS) e (OMISSIS).
    2. A fondamento della decisione assunta, la corte territoriale ha evidenziato l’avvenuta dimostrazione, a seguito delle indagini tecniche svolte nel corso del giudizio, della riconducibilita’ del decesso della (OMISSIS) all’incidenza di un’infezione da stafilococco aureo contratta dalla paziente nel corso del ricovero presso la struttura ospedaliera dell’azienda sanitaria convenuta, senza che a tale processo causale avesse contribuito l’eventuale condotta degli altri medici chiamati in giudizio.
    3. Cio’ posto, la corte d’appello ha provveduto alla liquidazione del danno rivendicato dagli originari attori, nella misura specificamente indicata in sentenza.
    4. Avverso la decisione d’appello, l’Azienda Policlinico Umberto I di Roma ha proposto ricorso per cassazione sulla base di sei motivi d’impugnazione.
    5. (OMISSIS) e (OMISSIS) resistono con controricorso.
    6. Nessun altro intimato ha svolto difese in questa sede.
    7. L’Azienda Policlinico Umberto I di Roma ha depositato memoria.

RAGIONI DELLA DECISIONE

  1. Con il primo motivo, l’azienda ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112 c.p.c. (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale erroneamente ascritto la responsabilita’ della struttura sanitaria in relazione a condotte verificatesi nel periodo compreso tra il 9 e il 16 novembre 2007, la’ dove la domanda originariamente proposta dagli attori era stata limitata alle condotte della struttura sanitaria convenuta poste in essere in occasione dell’accesso della paziente al pronto soccorso in data 9/11/2007, con la conseguente decisione della causa in violazione del principio di obbligatoria corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
    2. Il motivo e’ inammissibile.
    3. Secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, l’interpretazione operata dal giudice di appello, riguardo al contenuto e all’ampiezza della domanda giudiziale, e’ assoggettabile al controllo di legittimita’ limitatamente alla valutazione della logicita’ e congruita’ della motivazione e, a tal riguardo, il sindacato della Corte di cassazione comporta l’identificazione della volonta’ della parte in relazione alle finalita’ dalla medesima perseguite, in un ambito in cui, in vista del predetto controllo, tale volonta’ si ricostruisce in base a criteri ermeneutici assimilabili a quelli propri del negozio, diversamente dall’interpretazione riferibile ad atti processuali provenienti dal giudice, ove la volonta’ dell’autore e’ irrilevante e l’unico criterio esegetico applicabile e’ quello della funzione obiettivamente assunta dall’atto giudiziale (Sez. L, Sentenza n. 17947 del 08/08/2006, Rv. 591719 – 01; Sez. L, Sentenza n. 2467 del 06/02/2006, Rv. 586752 – 01).
    4. Peraltro, il giudice del merito, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non e’ tenuto a uniformarsi al tenore letterale degli atti nei quali esse sono contenute, ma deve, per converso, avere riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante (Sez. 3, Sentenza n. 21087 del 19/10/2015, Rv. 637476 – 01).
    5. Nella specie, l’odierna ricorrente, lungi dallo specificare i modi o le forme dell’eventuale scostamento del giudice a quo dai canoni ermeneutici legali che ne orientano il percorso interpretativo (anche) della domanda giudiziale, risulta essersi limitata ad argomentare unicamente il proprio dissenso dall’interpretazione fornita dal giudice d’appello, cosi’ risolvendo le censure proposte ad una questione di fatto non proponibile in sede di legittimita’; e tanto, al di la’ dall’assorbente rilievo concernente il carente assolvimento degli oneri di puntuale e completa allegazione del ricorso, di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6 e articolo 369 c.p.c., n. 4, con particolare riferimento all’omessa integrale allegazione degli atti processuali indispensabili ai fini dell’esatta ricostruzione del contenuto della domanda originariamente proposta dagli attori.
    6. Con il secondo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’articolo 40 c.p., comma 2 e degli articoli 1218, 1228, 1175 e 1375 c.c. (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente affermato la sussistenza di un nesso di derivazione causale tra il fatto della struttura sanitaria convenuta e il decesso della (OMISSIS), sulla base di un’inadeguata valutazione degli elementi di prova complessivamente acquisiti nel corso del giudizio e delle contraddittorie risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, giungendo ad affermare erroneamente la responsabilita’ della struttura sanitaria, ai sensi dell’articolo 1228 c.c., nonostante l’avvenuta attestazione dell’insussistenza di alcun illecito colposo dei medici della medesima struttura.
    7. Il motivo e’ infondato.
    8. Dev’essere preliminarmente disattesa la censura avanzata dalla ricorrente con riguardo alla contestazione del ragionamento probatorio contenuto nella sentenza impugnata in relazione alla ricostruzione del nesso di causalita’ tra il fatto della struttura sanitaria e il decesso della (OMISSIS), trattandosi della pretesa ridiscussione nel merito del significato rappresentativo degli elementi di prova complessivamente richiamati dal giudice d’appello, secondo i termini di un’operazione critica radicalmente inammissibile in sede di legittimita’.
    9. Cio’ posto, varra’ osservare come la corte territoriale abbia deciso sulla domanda degli originari attori allineandosi con puntualita’ al consolidato insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, ai sensi del quale l’accettazione di un degente presso una struttura ospedaliera comporta l’assunzione di una prestazione strumentale e accessoria – rispetto a quella principale di somministrazione delle cure mediche, necessarie a fronteggiare la patologia del ricoverato – avente ad oggetto la salvaguardia della sua incolumita’ fisica e patrimoniale, quantomeno dalle forme piu’ gravi di aggressione (Sez. 3, Sentenza n. 19658 del 18/09/2014, Rv. 632999 – 01).
    10. Nella specie, una volta comprovata la riconducibilita’ causale del danno alla saluteal fatto della struttura sanitaria che aveva accettato il ricovero della (OMISSIS), incombeva su detta struttura l’onere di fornire la prova della riconducibilita’ dell’inadempimento a una causa autonoma ad essa struttura non imputabile, in coerenza al principio, consolidato nella giurisprudenza di legittimita’, in forza del quale, in tema di responsabilita’ contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalita’ tra l’insorgenza di una nuova malattia e l’azione o l’omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l’impossibilita’ della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l’inesatto adempimento e’ stato determinato da un impedimento imprevedibile ed inevitabile con l’ordinaria diligenza (cfr. Sez. 3, Ordinanza n. 26700 del 23/10/2018, Rv. 651166 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 18392 del 26/07/2017 (Rv. 645164 – 01).
    11. Avendo dunque gli attori comprovato la sussistenza di un preciso nesso di derivazione causale tra il fatto della struttura sanitaria convenuta e l’insorgenza della patologia che condusse la (OMISSIS) al decesso, e non avendo detta struttura dimostrato la riconducibilita’ dell’inadempimento, o dell’impossibilita’ dell’adempimento, a una causa ad essa non imputabile, del tutto correttamente il giudice a quo ha sancito la responsabilita’ risarcitoria della struttura sanitaria convenuta per l’inadempimento contrattuale ad essa concretamente ascritto.
    12. Con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di fatti decisivi controversi (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5), per avere la corte territoriale omesso di considerare il complesso delle circostanze di fatto analiticamente richiamate in ricorso che avrebbero, ove esaminate, contribuito a escludere il riconoscimento del nesso di causalita’ tra la condotta ascritta alla struttura sanitaria convenuta e il decesso della (OMISSIS).
    13. Il motivo e’ inammissibile.14. Osserva il Collegio come al caso di specie (relativo all’impugnazione di una sentenza pubblicata dopo la data del 11/9/12) trovi applicazione il nuovo testo dell’articolo 360 c.p.c., n. 5 (quale risultante dalla formulazione del Decreto Legge n. 83 del 2012, articolo 54, comma 1, lettera b), conv., con modif., con la L. n. 134 del 2012), ai sensi del quale la sentenza e’ impugnabile con ricorso per cassazione “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti”.
    15. Secondo l’interpretazione consolidatasi nella giurisprudenza di legittimita’, tale norma, se da un lato ha definitivamente limitato il sindacato del giudice di legittimita’ ai soli casi d’inesistenza della motivazione in se’ (ossia alla mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, alla motivazione apparente, al contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili o alla motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile), dall’altro chiama la Corte di cassazione a verificare l’eventuale omesso esame, da parte del giudice a quo, di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestuale), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (cioe’ che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), rimanendo escluso che l’omesso esame di elementi istruttori, in quanto tale, integri la fattispecie prevista dalla norma, la’ dove il fatto storico rappresentato sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorche’ questi non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie astrattamente rilevanti (cfr. Cass. Sez. Un., 22/9/2014, n. 19881; Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014, Rv. 629830).
    16. Cio’ posto, occorre rilevare l’inammissibilita’ della censura in esame, avendo la ricorrente propriamente trascurato di circostanziare gli aspetti dell’asserita decisivita’ della mancata considerazione, da parte della corte territoriale, delle occorrenze di fatto analiticamente richiamate in ricorso e asseritamente dalla stessa trascurate, e che avrebbero al contrario (in ipotesi) condotto a una sicura diversa risoluzione dell’odierna controversia.
    17. Converra’ pertanto rilevare come, attraverso l’odierna censura, la ricorrente altro non prospetti se non una rilettura nel merito dei fatti di causa secondo il proprio soggettivo punto di vista, ancora una volta in coerenza ai tratti di un’operazione critica come tale inammissibilmente prospettata in questa sede di legittimita’.
    18. Con il quarto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli articoli 1226, 2056 e 2059 c.c., nonche’ degli articoli 115 e 116 c.p.c. e degli articoli 1218 e 2697 c.c. (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente liquidato, in favore degli attori, una somma a titolo di risarcimento del danno morale soggettivo dopo aver gia’ riconosciuto, in favore degli stessi soggetti, il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale, con la conseguente indebita duplicazione degli importi risarcitori riferiti a un medesimo pregiudizio, e per avere altresi’ riconosciuto, in favore degli attori, l’importo massimo previsto dalle tabelle utilizzate per la liquidazione del danno derivante dalla perdita del rapporto parentale, nonostante la sopravvivenza di altri congiunti e il mancato venir meno dell’intero nucleo familiare dei danneggiati.
    19. Il motivo e’ fondato.
    20. Osserva il Collegio come, seguendo l’iter motivazionale dipanato nella sentenza impugnata, la corte territoriale abbia liquidato, in favore degli attori, un risarcimento a titolo di danno da perdita del rapporto parentale unitamente a un risarcimento a titolo di danno morale soggettivo per lo stesso fatto, procedendo, dunque, dopo la liquidazione del primo danno, a un’ulteriore maggiorazione a titolo di danno morale, in tal modo pervenendo a una vera e propria duplicazione, ossia a una doppia considerazione della stessa lesione di interessi, consistente nel peculiare patimento che affligge una persona per la perdita del rapporto parentale.
    21. Varra’ al riguardo richiamare la testuale previsione di Cass. Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972 (punto 4.8) secondo cui: “determina duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiche’ la sofferenza patita nel momento in cui la perdita e’ percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ed unitariamente ristorato”.
    22. La conclusione e’ stata riaffermata, con nettezza, tra le altre, da Sez. 3, Sentenza n. 25351 del 17/12/2015, Rv. 638116 – 01 (v. altresi’ Cass. 8 luglio 2014, n. 15491; Cass. 23 settembre 2013, n. 21716) in cui si ribadisce come, ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale da perdita di persona cara, la congiunta attribuzione del danno morale (non altrimenti specificato) e del danno da perdita del rapporto parentale costituisce indebita duplicazione di risarcimento, poiche’ la sofferenza patita nel momento in cui la perdita e’ percepita (sul piano morale soggettivo), e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita (sul piano dinamico-relazionale), rappresentano elementi essenziali dello stesso complesso e articolato pregiudizio, destinato ad essere risarcito, si’ integralmente, ma anche unitariamente.
    Allo stesso modo, in virtu’ del principio di unitarieta’ e onnicomprensivita’ del risarcimento del danno non patrimoniale, deve escludersi che al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza del fatto illecito di un terzo possano essere liquidati sia il danno da perdita del rapporto parentale che il danno esistenziale, poiche’ il primo gia’ comprende lo sconvolgimento dell’esistenza, che ne costituisce una componente intrinseca (Sez. 3, Ordinanza n. 30997 del 30/11/2018, Rv. 651667 – 01).
    23. Le richiamate esigenze di integralita’ e di unitarieta’ del risarcimento, in particolare, trovano radice nella piu’ recente elaborazione della giurisprudenza di questa stessa Terza Sezione, la’ dove e’ intervenuta a delimitare i contorni del compito liquidatorio del giudice in caso di danno non patrimoniale, precisando come la considerazione separata delle componenti del pur sempre unitario concetto di danno non patrimoniale, in tanto e’ ammessa, in quanto sia evidente la diversita’ del bene o interesse oggetto di lesione (Cass. 9 giugno 2015, n. 11851; Cass. 8 maggio 2015, n. 9320).
    24. Tali principi hanno trovato ulteriore conferma nelle conclusioni cui, da ultimo, e’ pervenuta questa Corte, la’ dove ha stabilito, in tema di danno non patrimoniale da lesione della salute, come costituisca duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno dinamico-relazionale, atteso che con quest’ultimo si individuano pregiudizi di cui e’ gia’ espressione il grado percentuale di invalidita’ permanente (quali i pregiudizi alle attivita’ quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale). Non costituisce invece duplicazione la congiunta attribuzione del danno biologico e di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perche’ non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico-legale del grado di percentuale di invalidita’ permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di se’, la paura, la disperazione). Ne deriva che, ove sia dedotta e provata l’esistenza di uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione (Sez. 3, Ordinanza n. 7513 del 27/03/2018, Rv. 648303 – 01, successivamente confermata da Sez. 3, Ordinanza n. 23469 del 28/09/2018, Rv. 650858 – 02).
    25. Cio’ posto, in caso di risarcimento del danno da perdita, o da lesione, del rapporto parentale, ferma la possibilita’ per la parte interessata di fornire la prova di tale danno con ricorso alla prova presuntiva, e in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realta’ dei rapporti di convivenza e alla gravita’ delle ricadute della condotta (cfr. Sez. 3, Ordinanza n. 11212 del 24/04/2019, Rv. 653591 – 01), spettera’ al giudice il compito di procedere alla verifica, sulla base delle evidenze probatorie complessivamente acquisite, dell’eventuale sussistenza di uno solo, o di entrambi, i profili di danno non patrimoniale in precedenza descritti (ossia, della sofferenza eventualmente patita, sul piano morale soggettivo, nel momento in cui la perdita del congiunto e’ percepita nel proprio vissuto interiore, e quella, viceversa, che eventualmente si sia riflessa, in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana attiva del soggetto che l’ha subita). E’ in tale quadro che emergera’, con intuitiva evidenza, il significato e il valore dimostrativo dei meccanismi presuntivi che, al fine di apprezzare la gravita’ o l’entita’ effettiva del danno, richiamano il dato della maggiore o minore prossimita’ formale del legame parentale (coniuge, convivente, figlio, genitore, sorella, fratello, nipote, ascendente, zio, cugino) secondo una progressione che, se da un lato, trova un limite ragionevole (sul piano presuntivo e salva la prova contraria) nell’ambito delle tradizionali figure parentali nominate, dall’altro non puo’ che rimanere aperta alla libera dimostrazione della qualita’ di rapporti e legami parentali che, benche’ di piu’ lontana configurazione formale (o financo di assente configurazione formale: si pensi, a mero titolo di esempio, all’eventuale intenso rapporto affettivo che abbia a consolidarsi nel tempo con i figli del coniuge o del convivente), si qualifichino (ove rigorosamente dimostrati) per la loro consistente e apprezzabile dimensione affettiva e/o esistenziale.
    Cosi’ come ragionevole apparira’ la considerazione, in via presuntiva, della gravita’ del danno in rapporto alla sopravvivenza di altri congiunti o, al contrario, al venir meno dell’intero nucleo familiare del danneggiato; ovvero, ancora, dell’effettiva convivenza o meno del congiunto colpito con il danneggiato (cfr., in tema di rapporto tra nono e nipote, Sez. 3, Sentenza n. 21230 del 20/10/2016, Rv. 642944 – 01. V. ancora Sez. 3, Sentenza n. 12146 del 14/06/2016, Rv. 640287 – 01), o, infine, di ogni altra evenienza o circostanza della vita (come, ad es., l’eta’ delle parti del rapporto parentale) che il prudente apprezzamento del giudice di merito sara’ in grado di cogliere.
    26. Rimangono, in ogni caso, fermi i principi che presiedono all’identificazione delle condizioni di apprezzabilita’ minima del danno, nel senso di una rigorosa dimostrazione (come detto, anche in via presuntiva) della gravita’ e della serieta’ del pregiudizio e della sofferenza patita dal danneggiato, tanto sul piano morale-soggettivo, quanto su quello dinamico-relazionale, si’ che, ad esempio, nel caso di morte di un prossimo congiunto, un danno non patrimoniale diverso e ulteriore rispetto alla sofferenza morale (rigorosamente comprovata) non puo’ ritenersi sussistente per il solo fatto che il superstite lamenti la perdita delle abitudini quotidiane, ma esige la dimostrazione di fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, che e’ onere dell’attore allegare e provare; tale onere di allegazione, peraltro, va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche (Sez. 3, Sentenza n. 21060 del 19/10/2016, Rv. 642934 – 02; Sez. 3, Sentenza n. 16992 del 20/08/2015, Rv. 636308 – 01).
    Rimane, infine, altresi’ ferma la netta distinzione tra il descritto danno da perdita, o lesione, del rapporto parentale e l’eventuale danno biologico che detta perdita o lesione abbiano ulteriormente cagionato al danneggiato, atteso che la morte di un prossimo congiunto puo’ causare nei familiari superstiti, oltre al danno parentale, consistente nella perdita del rapporto e nella correlata sofferenza soggettiva, anche un danno biologico vero e proprio, in presenza di una effettiva compromissione dello stato di salute fisica o psichica di chi lo invoca, l’uno e l’altro dovendo essere oggetto di separata considerazione come elementi del danno non patrimoniale, ma nondimeno suscettibili – in virtu’ del principio della onnicomprensivita’” della liquidazione – di liquidazione unitaria (Sez. 3, Sentenza n. 21084 del 19/10/2015, Rv. 637744 – 01).
    27. Cio’ posto, dovendo procedersi – in forza dell’accoglimento del motivo in esame e della conseguente cassazione, sul punto, della sentenza impugnata – all’integrale rielaborazione dei calcoli per la liquidazione del danno relativo alla perdita del rapporto parentale, la successiva censura, riferita al riconoscimento del massimo importo tabellare, deve ritenersi assorbita.
    28. Con il quinto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’articolo 112 c.p.c. (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4), per avere la corte territoriale erroneamente riconosciuto, in favore degli attori, il risarcimento del danno tanatologico iure haereditatis, nella specie dagli stessi non concretamente rivendicato, con la conseguente violazione del principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato.
    29. Con il sesto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli articoli 1126, 2056 e 2059 c.c. (in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente affermato la sussistenza del diritto degli attori al risarcimento del danno tanatologico iure haereditatis, in contrasto con i piu’ recenti arresti della giurisprudenza delle Sezioni Unite della Corte di cassazione.
    30. Il sesto motivo e’ fondato e idoneo ad assorbire la rilevanza del quinto.
    31. Osserva il Collegio come, sulla base dell’articolazione argo-mentativa seguita nella sentenza impugnata, il giudice a quo abbia obiettivamente riconosciuto la liquidazione, in favore degli attori, di un danno, iure haereditario, per la perdita, da parte della de cuius, del bene della vita in se’ considerato, ossia di un danno in se’ diverso, tanto dal danno alla salute, quanto dal c.d. danno biologico terminale e dal c.d. danno morale terminale (c.d. catastrofale) e, dunque, indipendente dalla consapevolezza che il danneggiato possa averne avuto.
    32. Cio’ posto, la decisione cosi’ compendiata deve ritenersi errata, dovendo nella specie trovare applicazione i principi sul punto statuiti da questa Corte, secondo cui, in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente e’ costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicche’, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilita’ iure haereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo – della mancanza di utilita’ di uno spazio di vita brevissimo (Sez. U, Sentenza n. 15350 del 22/07/2015, Rv. 635985 – 01).
    Viceversa, nel caso in cui tra la lesione e la morte si interponga un apprezzabile lasso di tempo, tale periodo giustifica il riconoscimento, in favore del danneggiato, del c.d. danno biologico terminale, cioe’ il danno biologico stricto sensu (ovvero danno al bene salute), al quale, nell’unitarieta’ del genus del danno non patrimoniale, puo’ aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie (“danno morale terminale”), ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica (agonia) derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus, se nel tempo che si dispiega tra la lesione ed il decesso la persona si trovi in una condizione di “lucidita’ agonica”, in quanto in grado di percepire la sua situazione e in particolare l’imminenza della morte, essendo quindi irrilevante, a fini risarcitori, il lasso di tempo intercorso tra la lesione personale e il decesso nel caso in cui la persona sia rimasta “manifestamente lucida” (Sez. 3 -, Sentenza n. 26727 del 23/10/2018, Rv. 650909 – 01).
    In ogni caso, rimane esclusa l’indennizzabilita’ ex se del danno non patrimoniale da perdita della vita; e tale esclusione non vale a contraddire il riconoscimento del “diritto alla vita” di cui all’articolo 2 CEDU, atteso che tale norma (pur di carattere generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene-vita) non detta specifiche prescrizioni sull’ambito e i modi in cui tale tutela debba esplicarsi, ne’, in caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni derivanti da fatto illecito, impone necessariamente l’attribuzione della tutela ri-sarcitoria, il cui riconoscimento in numerosi interventi normativi ha comunque carattere di specialita’ e tassativita’ ed e’ inidoneo a modificare il vigente sistema della responsabilita’ civile, improntato al concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in se’ considerato (Sez. L, Sentenza n. 14940 del 20/07/2016, Rv. 640733 – 01).
    33. Sulla base delle argomentazioni che precedono, rilevata la fondatezza del quarto e del sesto motivo, la complessiva infondatezza dei primi tre e l’assorbimento del quinto, dev’essere pronunciata la cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti, con il conseguente rinvio alla Corte d’appello di Roma, cui e’ altresi’ rimesso di provvedere alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimita’.

P.Q.M.

Accoglie il quarto e il sesto motivo; rigetta i primi tre; dichiara assorbito il quinto; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti, e rinvia alla Corte d’appello di Roma, cui e’ altresi’ rimesso di provvedere alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimita’.

In caso di diffusione omettere le generalità e gli altri dati identificativi dei soggetti interessati nei termini indicati.

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Molinella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castenaso AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sasso Marconi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Ozzano dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Crevalcore AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Calderara di Reno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Pietro in Casale AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE   
Anzola dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENAL  
Granarolo dell’Emilia AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monte San Pietro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Argelato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Malalbergo AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Minerbio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Giorgio di Piano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Sala Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALDANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE
Vergato AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALDANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE
Sant’Agata Bolognese AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALDANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE
Pieve di Cento AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE
Baricella AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Alto Reno Terme AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Marzabotto AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Dozza AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castello d’Argile AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monzuno AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monterenzio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castiglione dei Pepoli AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Bentivoglio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Galliera AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Gaggio Montano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Mordano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel Guelfo di Bologna AVVOCATO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Loiano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
San Benedetto Val di Sambro
Grizzana Morandi AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Monghidoro AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Casalfiumanese AVVOCATO ESPERTO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel di Casio AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Borgo Tossignano AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Lizzano in Belvedere AVVOCATO ESPERTO DIVISIONI EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Fontanelice AVVOCATO ESPERTO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel d’Aiano AVVOCATO ESPERTO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Camugnano AVVOCATO ESPERTO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE
Castel del Rio AVVOCATO ESPERTO DANNO NON PATRIMONIALE: BIOLOGICO CASO MORTE EREDITARIE,IMPUGNAZIONI TESTAMENTI, CONSULENZE LEGALI, PARERI, DIRITTO CIVILE ,DIRITTO PENALE

 

DISCARICHE ABUSIVE ,RIFIUTI, PENALE

DISCARICHE ABUSIVE ,RIFIUTI, PENALE

L’art. 256, comma 3, d.lgs. 152/2006 introduce, in materia di gestione dei rifiuti, una fattispecie di reato volta a punire chiunque realizza o gestisce una discarica abusiva.

L’ultimo periodo della citata disposizione aggiunge che «Alla sentenza di condanna o alla sentenza emessa ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, consegue la confisca dell’area sulla quale è realizzata la discarica abusiva se di proprietà dell’autore o del compartecipe al reato, fatti salvi gli obblighi di bonifica o di ripristino dello stato dei luoghi».

division of property

Fuori dai casi sanzionati ai sensi dell’articolo 29 quattuordecies, comma 1, chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione di cui agli articoli 208, 209, 210, 211, 212, 214, 215 e 216 è punito:

    1. a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;

  1. b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da duemilaseicento euro a ventiseimila euro se si tratta di rifiuti pericolosi.

Le pene di cui al comma 1 si applicano ai titolari di imprese ed ai responsabili di enti che abbandonano o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee in violazione del divieto di cui all’articolo 192, commi 1 e

VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE

La contestazione del reato in relazione al quale è stata affermata la responsabilità del ricorrente riguarda una condotta di abbandono di rifiuti speciali non pericolosi: ciò si desume sia dal richiamo all’art. 192, comma 1, d.lgs. 152/2006 (che vieta l’abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo), sia dalla stessa descrizione della condotta, che fa riferimento a un abbandono dei rifiuti provenienti dalla attività di costruzione e demolizione e di miscele bituminose; la responsabilità dell’imputato è stata affermata, in relazione a tale condotta, per la sua veste di direttore dei lavori della S.r.l. Abacus, committente dei lavori di miglioramento e messa in sicurezza della mobilità nel Comune di Città della Pieve.
Va dunque osservato che, come peraltro evidenziato dal ricorrente con il primo motivo di ricorso, questa Corte ha già affermato che il direttore dei lavori di un cantiere non è, per ciò solo, responsabile della violazione della normativa sui rifiuti, non essendo ravvisabile a suo carico, a differenza di quanto avviene in materia edilizia, alcun obbligo di vigilanza e denuncia (Sez. 3, n. 44457 del 21/10/2009, Leone, Rv. 245269, relativa a fattispecie in tema di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti all’interno di un cantiere edile).
Il committente di lavori edili, al pari dell’appaltante nell’ipotesi del subappalto, e il direttore dei lavori non hanno alcun obbligo giuridico di intervenire nella gestione dei rifiuti prodotti dalla ditta appaltatrice o subappaltatrice, né di garantire che la stessa venga effettuata correttamente (Sez. 3, n. 25041 del 25/05/2011, Spagnuolo, Rv. 250676, relativa a una ipotesi di deposito incontrollato di materiali di risulta edile, provenienti dai lavori di recupero abitativo del sottotetto di un immobile, in violazione delle disposizioni sul deposito temporaneo), perché l’obbligo di garanzia in relazione all’interesse tutelato e al corretto espletamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti connessi all’attività edificatoria incombe sull’appaltatore dei lavori (Sez. 3, n. 35692 del 05/04/2011, Taiuti, Rv. 251224, relativa a una ipotesi di deposito incontrollato di rifiuti; cfr. anche Sez. 3, n. 11029 del 05/02/2015, D’Andrea, Rv. 263754; v. anche Sez. 3, Sentenza n. 40618 del 22/09/2004, Bassi, Rv. 230181).
Ai sensi dell’art. 256, comma 2, d.lgs. 152/2006, dell’abbandono o del deposito incontrollato di rifiuti rispondono, dunque, salvi i casi di concorso, i titolari di imprese e i responsabili di enti che abbandonano
o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, in violazione del divieto di cui all’articolo 192, commi 1 e 2.

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA MILANO PAVIA PADOVA ROVIGO VICENZA TREVISO CHIAMA SUBITO 051 6447838
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI
CESENA MILANO PAVIA PADOVA ROVIGO VICENZA
TREVISO CHIAMA SUBITO
051 6447838

Nel caso in esame la responsabilità dell’imputato è stata, invece, impropriamente affermata perché ritenuto titolare di una posizione di garanzia, ritenendolo obbligato a vigilare sul corretto espletamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti provenienti dai lavori stradali affidati dalla S.r.l. Abacus a terzi, di cui l’imputato era il direttore per conto della committente, che furono eseguiti dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici per conto della suddetta Abacus.
Tale affermazione non è, però, corretta, non sussistendo detta posizione di garanzia, incombente solamente sui titolari delle imprese o degli enti che producano i rifiuti o eseguano i lavori, con la conseguente erroneità della affermazione di responsabilità dell’imputato, fondata sul rilievo di una insussistente posizione di garanzia.
Non è stato, poi, accertato un concorso dell’imputato in tale condotta, essendo solamente stata evidenziata dal Tribunale la sua consapevolezza del compimento di tale attività di abbandono (o deposito incontrollato) dei rifiuti provenienti dalla attività di sistemazione del fondo stradale, affidati ad altre imprese, del resto derivante dalla sua veste di direttore dei lavori, da cui non può, però, trarsi la prova di una sua partecipazione attiva a tale condotta, che non era obbligato a prevenire, e di cui non può quindi rispondere come garante.
Ne consegue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per non avere l’imputato commesso il fatto, non essendo stato accertato un apporto concorsuale del direttore dei lavori alla realizzazione della attività illecita contestata né potendo lo stesso trarsi dalle considerazioni svolte dal Tribunale riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, non essendo stata accertata una condotta attiva del ricorrente.

Cassazione Penale, Sez. 3, 26 settembre 2018, n. 41699 – Raccolta e smaltimento dei rifiuti provenienti dai lavori stradali 

Presidente: LAPALORCIA GRAZIA Relatore: LIBERATI GIOVANNI Data Udienza: 08/05/20 Fatto

  1. Con sentenza del 3 maggio 2017 il Tribunale di Terni ha dichiarato M.S. responsabile del reato di cui all’art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs. 152/2006(ascrittogli per avere, quale direttore dei lavori della S.r.l. Abacus, nell’ambito della esecuzione di lavori stradali, abbandonato in assenza di autorizzazione rifiuti speciali non pericolosi, costituiti da rifiuti misti dell’attività di costruzione e demolizione e miscele bituminose), condannandolo alla pena di euro 4.000,00 di ammenda. 

    2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

    2.1. Con un primo motivo ha denunciato violazione e falsa applicazione degli artt. 110 e 40, comma 2, cod. pen., e 256, comma 1, e 192, comma 1, d.lgs. 152/2006, e contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione.

    Ha esposto che, benché l’imputazione facesse riferimento al reato di cui all’art. 256, comma 1, lett. a), d.lgs. 152/2006, il rinvio all’art. 192 del medesimo d.lgs. 152/2006 lasciava supporre che la condotta contestata fosse quella di cui al secondo comma dell’art. 256 d.lgs. 152/2006, cioè l’abbandono o il deposito incontrollato di rifiuti sul suolo, che costituisce reato proprio, che può essere commesso dal titolare di imprese o dai responsabili di enti, qualifica che l’imputato non possedeva, in quanto era il direttore dei lavori dall’esecuzione dei quali era derivata la produzione dei rifiuti, ma non anche l’esecutore degli stessi.

    Il Tribunale aveva, quindi, erroneamente affermato la sua responsabilità, quale direttore dei lavori, per non avere impedito la condotta di abbandono dei rifiuti, nonostante il consolidato orientamento interpretativo della giurisprudenza di legittimità circa l’insussistenza di un obbligo a carico del committente o del direttore dei lavori di intervenire nella gestione dei rifiuti prodotti dalla impresa appaltatrice, o di garantire che la stessa sia effettuata correttamente, non essendo stato accertato alcun coinvolgimento diretto del ricorrente o un qualsiasi contributo commissivo nelle operazioni di illecita gestione dei rifiuti derivanti dal cantiere. Per tali ragioni risultava, inoltre, insussistente l’elemento soggettivo del reato, non essendogli stato mosso alcun rimprovero o individuati suoi comportamenti negligenti o, comunque, colposi.

    Ha, inoltre, esposto che nel progetto esecutivo dei lavori stradali in questione era stato previsto che i materiali inerti di risulta fossero riutilizzati come sottoprodotti per la realizzazione del rilevato stradale, riutilizzo poi regolarmente avvenuto, come dimostrato dal computo metrico e dalla contabilità finale dei lavori; proprio in vista e strumentalmente a tale riutilizzo i materiali di risulta delle opere di demolizione erano stati temporaneamente depositati all’interno dell’area di cantiere e in un fondo adiacente, previa acquisizione della disponibilità della stessa. Il compito di selezionare, tra i residui della attività di scavo, i materiali che possano essere considerati sottoprodotti e riutilizzati senza preventivo trattamento, spetta, poi, all’appaltatore. Egli, inoltre, avendo rilevato nel corso di un sopralluogo la presenza nei siti di stoccaggio anche di materiale bituminoso e plastico, aveva emesso immediatamente un ordine di servizio, indirizzato all’impresa appaltatrice e al responsabile del procedimento, con cui aveva ordinato l’immediata rimozione del materiale da smaltire come rifiuto, autorizzando il solo impiego di quello inerte utile per l’utilizzo in cantiere; tale disposizione era stata ribadita in un successivo sopralluogo, effettuato congiuntamente agli agenti di polizia giudiziaria e al personale dell’ARPA, cosicché doveva essere esclusa qualsiasi forma di concorso nella attività illecita contestata e anche qualsiasi addebito di negligenza.

    2.2. Con un secondo motivo ha lamentato violazione dell’art. 133 cod. pen. e ulteriore contraddittorietà e illogicità manifesta della motivazione, nella parte relativa alla determinazione della pena, riguardo alla quale il Tribunale, pur avendo qualificato la condotta come colposa, aveva, contraddittoriamente, fatto riferimento alla intensità del dolo dell’agente.

    2.3. Con un terzo motivo ha denunciato violazione degli artt. 62 bis, 163 e 164 cod. pen. e ulteriore contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, nella parte in cui non erano state riconosciute le circostanze attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena, senza illustrarne con chiarezza i motivi, indicati in ragioni di ordine pratico non meglio esplicitate dal Tribunale.

Diritto

  1. Il primo motivo di ricorso è fondato.

    2. La contestazione del reato in relazione al quale è stata affermata la responsabilità del ricorrente riguarda una condotta di abbandono di rifiuti speciali non pericolosi: ciò si desume sia dal richiamo all’art. 192, comma 1, d.lgs. 152/2006 (che vieta l’abbandono e il deposito incontrollati di rifiuti sul suolo e nel suolo), sia dalla stessa descrizione della condotta, che fa riferimento a un abbandono dei rifiuti provenienti dalla attività di costruzione e demolizione e di miscele bituminose; la responsabilità dell’imputato è stata affermata, in relazione a tale condotta, per la sua veste di direttore dei lavori della S.r.l. Abacus, committente dei lavori di miglioramento e messa in sicurezza della mobilità nel Comune di Città della Pieve.

    Va dunque osservato che, come peraltro evidenziato dal ricorrente con il primo motivo di ricorso, questa Corte ha già affermato che il direttore dei lavori di un cantiere non è, per ciò solo, responsabile della violazione della normativa sui rifiuti, non essendo ravvisabile a suo carico, a differenza di quanto avviene in materia edilizia, alcun obbligo di vigilanza e denuncia (Sez. 3, n. 44457 del 21/10/2009, Leone, Rv. 245269, relativa a fattispecie in tema di abbandono e deposito incontrollato di rifiuti all’interno di un cantiere edile).

    Il committente di lavori edili, al pari dell’appaltante nell’ipotesi del subappalto, e il direttore dei lavori non hanno alcun obbligo giuridico di intervenire nella gestione dei rifiuti prodotti dalla ditta appaltatrice o subappaltatrice, né di garantire che la stessa venga effettuata correttamente (Sez. 3, n. 25041 del 25/05/2011, Spagnuolo, Rv. 250676, relativa a una ipotesi di deposito incontrollato di materiali di risulta edile, provenienti dai lavori di recupero abitativo del sottotetto di un immobile, in violazione delle disposizioni sul deposito temporaneo), perché l’obbligo di garanzia in relazione all’interesse tutelato e al corretto espletamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti connessi all’attività edificatoria incombe sull’appaltatore dei lavori (Sez. 3, n. 35692 del 05/04/2011, Taiuti, Rv. 251224, relativa a una ipotesi di deposito incontrollato di rifiuti; cfr. anche Sez. 3, n. 11029 del 05/02/2015, D’Andrea, Rv. 263754; v. anche Sez. 3, Sentenza n. 40618 del 22/09/2004, Bassi, Rv. 230181).

    Ai sensi dell’art. 256, comma 2, d.lgs. 152/2006, dell’abbandono o del deposito incontrollato di rifiuti rispondono, dunque, salvi i casi di concorso, i titolari di imprese e i responsabili di enti che abbandonano o depositano in modo incontrollato i rifiuti ovvero li immettono nelle acque superficiali o sotterranee, in violazione del divieto di cui all’articolo 192, commi 1 e 2.

    Nel caso in esame la responsabilità dell’imputato è stata, invece, impropriamente affermata perché ritenuto titolare di una posizione di garanzia, ritenendolo obbligato a vigilare sul corretto espletamento delle operazioni di raccolta e smaltimento dei rifiuti provenienti dai lavori stradali affidati dalla S.r.l. Abacus a terzi, di cui l’imputato era il direttore per conto della committente, che furono eseguiti dalle imprese appaltatrici e subappaltatrici per conto della suddetta Abacus.

    Tale affermazione non è, però, corretta, non sussistendo detta posizione di garanzia, incombente solamente sui titolari delle imprese o degli enti che producano i rifiuti o eseguano i lavori, con la conseguente erroneità della affermazione di responsabilità dell’imputato, fondata sul rilievo di una insussistente posizione di garanzia.

    Non è stato, poi, accertato un concorso dell’imputato in tale condotta, essendo solamente stata evidenziata dal Tribunale la sua consapevolezza del compimento di tale attività di abbandono (o deposito incontrollato) dei rifiuti provenienti dalla attività di sistemazione del fondo stradale, affidati ad altre imprese, del resto derivante dalla sua veste di direttore dei lavori, da cui non può, però, trarsi la prova di una sua partecipazione attiva a tale condotta, che non era obbligato a prevenire, e di cui non può quindi rispondere come garante.

    Ne consegue l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per non avere l’imputato commesso il fatto, non essendo stato accertato un apporto concorsuale del direttore dei lavori alla realizzazione della attività illecita contestata né potendo lo stesso trarsi dalle considerazioni svolte dal Tribunale riguardo alla sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, non essendo stata accertata una condotta attiva del ricorrente.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata per non avere l’imputato commesso il fatto.
Così deciso il 8/5/2018

BANCAROTTA PREFERENZIALE ANNULLATO NON LUOGO PROCEDERSI GIP BRESCIA CASSAZIONE

BANCAROTTA PREFERENZIALE ANNULLATO NON LUOGO PROCEDERSI GIP BRESCIA CASSAZIONE
BANCAROTTA PREFERENZIALE ANNULLATO NON LUOGO PROCEDERSI GIP BRESCIA CASSAZIONE
https://avvocato-penalista-bologna.it/
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BANCAROTTA PREFERENZIALE ANNULLATO NON LUOGO PROCEDERSI GIP BRESCIA CASSAZIONE BANCAROTTA PREFERENZIALE 

 

PRINCIPIO SENTENZA  BANCAROTTA PREFERENZIALE  

La funzione dell’udienza preliminare resta quindi pur sempre quella di verificare l’esistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda di giudizio formulata dal P.M. Come hanno sottolineato le Sezioni unite di questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 39915 del 30/10/2002, Vottari, in motivazione), anche l’obiettivo arricchimento, qualitativo e quantitativo, dell’orizzonte prospettico del giudice, rispetto all’epilogo decisionale, attraverso gli strumenti di integrazione probatoria previsti dagli artt 421 -bis e 422 bis cod. proc. pen., non attribuisce infatti allo stesso il potere di giudicare in termini di anticipata verifica della innocenza – colpevolezza dell’imputato, poiché la vantazione critica di sufficienza, non contraddittorietà e comunque di idoneità degli elementi probatori, secondo il dato letterale del novellato terzo comma dell’art. 425, “è sempre e comunque diretta a determinare, all’esito di una delibazione di tipo prognostico, divenuta più stabile per la tendenziale completezza delle indagini, la sostenibilità dell’accusa in giudizio e, con essa, l’effettiva, potenziale, utilità del dibattimento”.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

RAVENNA FORLI CESENA VICENZA PAVIA MILANO

BRESCIA DESENZANO

DIFENDE 

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BANCAROTTA PREFERENZIALE

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 05 dicembre 2013, n. 48802 BANCAROTTA PREFERENZIALE 

Fallimento ed altre procedure concorsuali – Criterio di proporzionalità dei creditori – Pagamenti prioritario alle banche a discapito di altri creditori – Bancarotta preferenziale – Sussiste

 

FATTO

1)Con sentenza dei 18/01/2013 il G.i.p. del Tribunale di Brescia ha dichiarato non luogo a procedere nei confronti di G.S. e C.G., cui era contestato, rispettivamente nella qualità di amministratore unico e di liquidatrice della R. s.r.l. di avere eseguito pagamenti in favore di tre banche in epoca in cui la società già versava in stato di dissesto (in particolare, pagamenti per euro 177.560,00 erano riferibili al primo, mentre pagamenti per euro 197.882,07, eseguiti durante l’amministrazione liquidatola, erano riferibili alla G.).

2)Il G.i.p., dopo avere sottolineato che, oltre ai pagamenti in favore delle banche, erano stati eseguiti versamenti anche in favore di altri soggetti per oltre 100.000,00 euro, ha ritenuto che, pur non essendo stato rispettato il criterio di proporzionalità tra i vari creditori, la condotta degli agenti non era finalizzata a favorirne alcuni, ma solo a tentare di proseguire nell’attività d’impresa, attraverso consistenti apporti di capitale personale ad opera dello S..

RICORSO PROCURATORE GENERALE BANCAROTTA PREFERENZIALE 

Il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Brescia ha proposto ricorso per cassazione, lamentando violazione dell’art. 216, comma terzo, I. fall, e vizi motivazionali, per avere il giudice esaminato in modo superficiale le ragioni che avevano indotto gli imputati a ripianare, anche e soprattutto durante la fase della liquidazione, le passività sodali, non essendo dato rinvenire negli atti elementi dai quali desumere il convincimento, espresso in sentenza, dell’esistenza di un possibile scenario di riequilibrio o di ripresa finanziaria della società.

DIRITTO

Anche di recente, questa Corte si è espressa nel senso che il giudice dell‘udienza preliminare ha il potere di pronunciare la sentenza di non luogo a procedere, ai sensi dell’art. 425, comma terzo, cod. proc. pen., solo quando l’insufficienza e la contraddittorietà degli elementi acquisiti rivestano caratteristiche tali da non poter essere ragionevolmente superabili nel giudizio (Sez. 6, n. 10849 del 12/01/2012, Petramaia, Rv. 252280).

La funzione dell’udienza preliminare resta quindi pur sempre quella di verificare l’esistenza dei presupposti per l’accoglimento della domanda di giudizio formulata dal P.M. Come hanno sottolineato le Sezioni unite di questa Corte (Sez. U, Sentenza n. 39915 del 30/10/2002, Vottari, in motivazione), anche l’obiettivo arricchimento, qualitativo e quantitativo, dell’orizzonte prospettico del giudice, rispetto all’epilogo decisionale, attraverso gli strumenti di integrazione probatoria previsti dagli artt 421 -bis e 422 bis cod. proc. pen., non attribuisce infatti allo stesso il potere di giudicare in termini di anticipata verifica della innocenza – colpevolezza dell’imputato, poiché la vantazione critica di sufficienza, non contraddittorietà e comunque di idoneità degli elementi probatori, secondo il dato letterale del novellato terzo comma dell’art. 425, “è sempre e comunque diretta a determinare, all’esito di una delibazione di tipo prognostico, divenuta più stabile per la tendenziale completezza delle indagini, la sostenibilità dell’accusa in giudizio e, con essa, l’effettiva, potenziale, utilità del dibattimento”.

Ciò posto in linea generale, deve ribadirsi che è certamente esatto che la bancarotta preferenziale (art 216, comma terzo, L. fall.), sul piano oggettivo richiede la violazione della par conditio creditorum nella procedura fallimentare e, sul piano soggettivo, la ricorrenza della forma peculiare del dolo, costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore (o ai creditori) soddisfatto, con l’accettazione dell’eventualità di un danno per altri, finalità che deve risultare primario interesse perseguito dal debitore, con la conseguenza che la strategia di alleggerire la pressione dei creditori, in vista di un ragionevolmente presumibile riequilibrio finanziario e patrimoniale, è incompatibile con il delitto, soprattutto alla luce della riforma, introdotta dal D.Lvo 269 del 2007, dell’azione revocatoria e specialmente dell’art. 67, comma terzo, L. fall. (Sez. 5, n. 31168 del 20/05/2009, Scala, Rv. 244490).

E, tuttavia, nel caso di specie, emerge proprio dai dati fattuali indicati nella sentenza impugnata che i pagamenti, in ampia parte intervenuti anche durante la fase liquidatoria e in una situazione di insolvenza solo attenuata dalle iniziative in esame (basti pensare ai debiti per euro 12.000,00 nei confronti dei dipendenti e per oltre euro 40.000,00 nei confronti della società Equitalia), sono stati indirizzati non a colmare passività assistite da titoli di prelazione prevalenti (come dimostrato proprio dai mancato soddisfacimento delle ragioni dei lavoratori), ma a sanare essenzialmente debiti nei confronti delle banche e senza, peraltro, che siano note le garanzie che assistevano questi ultimi.

In definitiva, mentre emerge con sicurezza una volontà di preferire alcuni creditori con correlativo danno per i restanti, rimasti insoddisfatti, non è dato cogliere negli atti processuali evidenziati alcuna ragionevole prospettiva di ripresa economica, da attuarsi attraverso un equilibrato e paritario trattamento delle posizioni dei creditori stessi.

Ne discende che la sentenza va annullata con rinvio al Tribunale di Brescia per nuovo esame.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Brescia per nuovo esame.

BANCAROTTA PREFERENZIALE 

Invero, la nozione di distrazione è definita, dalla giurisprudenza di questa Corte, richiamando ora il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), che può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, nè la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela (Sez. 5, n. 44891 del 09/10/2008 – dep. 02/12/2008, P.M. in proc. Quattrocchi, Rv. 241830; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 30830 del 05/06/2014 – dep. 11/07/2014, P.M. in proc. Di Febo, Rv. 260486), ora la specifica offensività insita nel distogliere attività alla loro naturale funzione di garanzia dei creditori (Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006 – dep. 02/03/2006, De Rosa, Rv. 233413, in motivazione) e, dunque, il fatto diretto ad impedire che un bene del fallito sia utilizzato per il soddisfacimento dei diritti della massa dei creditori (Sez. 5, n. 10220 del 19/09/1995 – dep. 09/10/1995, Guerrini, Rv. 203006): definizione, quest’ultima, che rende ragione dell’attribuzione, nella giurisprudenza di legittimità, alla nozione di distrazione di una funzione anche “residuale”, tale da ricondurre ad essa qualsiasi fatto diverso dall’occultamento, dalla dissimulazione, etc. determinante la fuoriuscita del bene dal patrimonio del fallito che ne impedisca l’apprensione da parte degli organi del fallimento (Sez. 5, n. 8755 del 23/03/1988 – dep. 08/08/1988, Fabbri, Rv. 179047; conf. Sez. 5, n. 7359 del 24/05/1984 – dep. 24/09/1984, Pompeo, Rv. 165673), il che rinvia comunque alla definizione degli altri fatti di bancarotta delineati dalla norma incriminatrice. In questa prospettiva, l’occultamento consiste in ogni manovra dell’imprenditore diretta a far credere non esistenti, in tutto o in parte, i suoi beni, che invece esistono, ossia ogni manovra diretta a separare in tutto o in parte tali beni impedendo di conoscere dove siano, mentre la dissimulazione consiste in qualsiasi forma di inganno diretta ad occultare la conoscenza di uno stato esistente, che si verifica normalmente sotto forma di negozi giuridici solo apparenti, mediante i quali si celano negozi reali compiuti in frode ai creditori, ovvero ben architettate operazioni dannose rivestite dell’abito apparente della legalità (Sez. 5, n. 8177 del 14/03/1974 – dep. 12/11/1974, Mele, Rv. 128364): integra, dunque, la fattispecie di dissimulazione nella bancarotta fraudolenta l’attività diretta a diminuire fittiziamente il patrimonio del fallito, mentre non è necessario che sia realmente conseguito il risultato al quale tende detta attività, bastando semplicemente la condotta volta alla dissimulazione (Sez. 5, n. 6681 del 19/04/1988 – dep. 06/06/1988, Ferlicca, Rv. 178538; conf. Sez. 5, n. 30442 del 22/08/2006 – dep. 14/09/2006, Preziosa).

 

 

 

BANCAROTTA PREFERENZIALE 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 10 luglio- 19 ottobre 2017, n. 48203

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. CATENA Rossella – Consigliere –

Dott. MICCOLI Grazia – Consigliere –

Dott. CAPUTO Angelo – rel. Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorsi presentati da:

M.A., n. il (OMISSIS);

C.C., n. il (OMISSIS);

S.M., n. il (OMISSIS);

F.R.J., n. il (OMISSIS);

MA.AN., n. il (OMISSIS);

ME.MO., n. il (OMISSIS);

P.A., n. il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 17/02/2015 della Corte di appello di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita nella pubblica udienza del 10/07/2017 la relazione svolta dal Consigliere Dott. Angelo Caputo;

Uditi: il Sostituto Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte di cassazione Dott.ssa MARINELLI F., che ha concluso per l’annullamento senza rinvio nei confronti di C.C., l’inammissibilità del ricorso di S.M. e il rigetto degli altri ricorsi;

l’avv. N. Staglioli Cerino (per la parte civile), che ha concluso per l’inammissibilità e, in subordine, il rigetto dei ricorsi, depositando conclusioni e nota spese; l’avv. A. Di Perna (per F.R.J.), l’avv. G. Insolera e, in sostituzione dell’avv. A. Alessandri, l’avv. S. Lonati (per Ma.An.), l’avv. Amerigo Festa (per M.A., Ma.Mo. e P.A.), l’avv. M. Imbimbo (per Me.Mo.), l’avv. M. A. Tortora, in sostituzione dell’avv. R. A. Mancuso (per S.M.), l’avv. P. Coppola (per M.A.), che hanno concluso per l’accoglimento dei ricorsi.

Svolgimento del processo

  1. Nei confronti di M.A., quale gestore di fatto di Bristol Hotel s.r.l. (dichiarata fallita il 09-10/12/1996), C.C., Me.Mo., S.M., Ma.An. (gestore di società anche estere utilizzate da M.A. per la distrazione del patrimonio di Bristol Hotel s.r.l.) e F.R.J. sono state formulate le imputazioni, relative a Bristol Hotel s.r.l., di seguito indicate:

1) bancarotta fraudolenta per distrazione in relazione a:

  1. a) terreno sito in (OMISSIS) ceduto il 06/11/1995 a Dian Trading Import/Export, di cui era amministratore unico C.C., terreno poi rivenduto il 10/12/1996 a S.M.;
  2. b) abitazione e terreni alienati il 24/10/1995 a Immobiliare G.M.D. s.r.l., di cui era amministratore unico Me.Mo., beni rivenduti da F.R.J. (subentrato il 10/04/1996 a Me.Mo.) in parte, il 16/07/1996, a TMT Italia s.p.a., di cui era amministratore unico L.M. e in parte, il 21/12/1996, a S.M.;
  3. c) terreno e fabbricato alienati il 07/11/1995 ad Azienda Agrigola San Nicola Varco, di cui era amministratore unico Me.Mo. e poi rivenduto il 03/12/1996 da F.R.J. (subentrato il 10/04/1996 a Me.Mo.) a S.M.;
  4. d) otto appartamenti e relativi garages siti in (OMISSIS) alienati il 27/12/1995 a G.P.F. Trading Limited s.r.l., rappresentata dall’amministratore unico R.A. (coimputato deceduto), poi sostituito dal 10/04/1996 nella carica da F.R.J.;
  5. e) quattro appartamenti siti in (OMISSIS) alienati il 10/04/1996 a TMT Unitrading s.a. (con sede a (OMISSIS)), rappresentata dall’amministratore unico F.R.J.;
  6. f) autovettura alienata il 09/05/1995 in favore di P.E.;
  7. g) imbarcazione alienata 08/02/1996 in favore di Pa.Pi. e successivamente ceduta il 27/01/1997 a TMT Italia s.p.a.;
  8. h) attrezzi e mobili per circa 27 milioni di lire non meglio specificati alienati 02/05/1996 a G.M.D. Immobiliare s.r.l.;
  9. i) attrezzature non meglio specificate per circa 55 milioni di lire alienate il 12/07/1996 a Impresa A. V.;
  10. j) mobili e arredi non meglio specificati per 1 milione di lire alienati il 12/07/1996 a Pe.Fe.;

2) bancarotta fraudolenta documentale;

con le aggravanti di aver cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità e della pluralità dei fatti di bancarotta.

In un diverso procedimento, nei confronti di P.A. sono state formulate, quale amministratore unico dal 17/04/1987 al 07/06/1995 di Bristol Hotel s.r.l. dichiarata fallita con sentenza del 09-10/12/1996, le seguenti imputazioni:

1) bancarotta fraudolenta documentale;

2) causazione del fallimento per operazioni dolose, consistite nel rilasciare fidejussioni a garanzia delle obbligazioni di Departures s.p.a., gestita dal coniuge M.A., per crediti pari a circa 70 miliardi di lire, esorbitanti rispetto al capitale e al patrimonio della società.

1.1. Con sentenza deliberata il 18/12/2007, il Tribunale di Salerno, per quanto è qui di interesse, aveva dichiarato:

M.A. colpevole dei reati ascrittigli, con esclusione delle circostanze attenuanti generiche;

C.C. colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale limitatamente al fatto sub a), con assoluzione dalle altre imputazioni e con le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate;

Me.Mo., colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale limitatamente alle condotte sub b) e sub c) e con le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate;

S.M., colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale limitatamente ai fatti sub a), b) e c), con assoluzione dalle altre imputazioni e con le circostanze attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti contestate;

Ma.An. colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale limitatamente ai fatti sub b), c), d) e), g) e h), con assoluzione dalle altre imputazioni, con esclusione delle circostanze attenuanti generiche.

F.R.J., colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale limitatamente ai fatti sub b), c), d), e) e h), con assoluzione dalle altre imputazioni e con le circostanze attenuanti generiche equivalenti sulle aggravanti contestate;

Gli imputati venivano inoltre condannanti al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio, in favore del fallimento Bristol Hotel s.r.l. costituitosi parte civile.

Con sentenza deliberata, nel diverso procedimento, il 16/07/2009, P.A. era stata dichiarata colpevole dei reati ascritti e, esclusa la circostanza aggravante della pluralità dei fatti di bancarotta e con le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, era stata condannata alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separato giudizio, in favore della parte civile.

1.2. Investita delle impugnazioni degli imputati, la Corte di appello di Salerno, riunito il procedimento relativo a P.A., con sentenza deliberata il 17/02/2015, ha dichiarato prevalenti le circostanze attenuanti generiche già applicate a F.R.J., riformando in melius nei suoi confronti la determinazione della pena e confermando, nel resto, le due sentenze di primo grado.

1.3. Investita dei ricorsi di alcuni coimputati, questa Corte, su eccezione delle difese (che avevano anche rappresentato la mancata notificazione dell’estratto contumaciale ad alcuni coimputati, quali P.A., la quale, dopo la sospensione dell’esecutività della sentenza e la notificazione dell’estratto contumaciale, aveva proposto ricorso per cassazione di cui si chiedeva la riunione), rilevava che la notificazione dell’estratto contumaciale non era stata effettuata nei confronti di C.C. e di Ma.An. (solo i cui difensori avevano proposto ricorso), sicchè disponeva trasmettersi copia degli atti alla Corte di appello di Salerno per i necessari adempimenti, rinviando il processo a nuovo ruolo. Per esigenze di sintesi, nell’esposizione dei motivi di ricorso saranno omesse le deduzioni difensive relative alla questione appena richiamata.

  1. Avverso l’indicata sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto ricorso per cassazione M.A., attraverso i difensori avv. A. Festa e avv. P. Coppola, articolando nove motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

2.1. Il primo motivo denuncia vizi di motivazione ed erronea applicazione della legge penale. I giudici di merito non hanno chiarito se le alienazioni siano state fatte in assenza di corrispettivo ovvero siano state effettive, ma a prezzo vile con distrazione in parte del valore dei beni. L’imputazione fa riferimento a cessioni in epoca immediatamente prossima alla dichiarazione di fallimento, ma la prima vendita risale a 19 mesi e l’ultima a 5 mesi prima di detta dichiarazione, all’epoca della quale residuava un solo immobile del valore di 82 milioni di lire, sicchè, ammontando il passivo a poche decine di migliaia di euro, sembrerebbe che con i cespiti siano venuti meno anche i debiti. Secondo la Corte di appello lo stato di insolvenza sarebbe risalente giacchè il primo ricorso di fallimento è del settembre del 1994, ma tale ricorso fu oggetto di desistenza, mentre erroneamente la Corte di appello fa riferimento all’indisponibilità del capitale. L’obbligo di rendere dichiarazione recante l’indicazione analitica delle modalità di pagamento è stato introdotto solo con il D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35 conv. con L. 4 agosto 2006, n. 268, laddove la mancata approvazione delle cessioni da parte dell’assemblea della società rafforzava, non indeboliva, i creditori. Tutte le cessioni si palesavano come cessioni infragruppo in quanto avvenute a favore di altre società del gruppo M., il che, di per sè, non è illecito, e solo i cespiti sub a), b) e c) sono stati rivenduti.

2.2. Il secondo motivo denuncia vizi di motivazione ed erronea applicazione delle legge processuale. A fronte della lettura alternativa dei fatti secondo cui la società aveva ceduto gli immobili a società collegate, che pagano o si accollano i debiti contratti per l’acquisto, non è stato dimostrato il carattere distrattivo delle cessioni.

2.3. Il terzo motivo denuncia erronea applicazione della legge penale. Erroneamente la Corte di appello ha ritenuto che, in pendenza di una situazione di insolvenza, qualsiasi cessione abbia carattere distrattivo, poichè una cessione a un prezzo corretto non è mai distrattiva.

2.4. Il quarto motivo denuncia vizi di motivazione. L’affermazione della sentenza impugnata secondo cui gli atti notarili di compravendita sarebbero generici, non indicando i mezzi di pagamento, e dimostrerebbero l’inesistenza di regolamenti cambiari, laddove all’epoca dei fatti la tecnica di redazione degli atti notarili era quella di dare quietanza del prezzo e il rilascio di effetti ben può essere avvenuto prima del rogito: i beni sono stati acquisiti in epoca non lontana dal fallimento, le cessioni sono annotate nelle scritture e appaiono avvenute nello sforzo di azzerare la debitoria.

2.5. Il quinto motivo denuncia vizi di motivazione. L’affermazione della sentenza impugnata circa l’oscurità delle scritture è liquidatoria a fronte degli specifici motivi di appello, che evidenziavano annotazioni precise e dettagliate, laddove non emerge la ricostruzione dei fatti in ordine all’esistenza delle cambiali, alla circostanza che esse siano state oggetto di accollo e alle ragioni per le quali i creditori/cedenti non si sono insinuati al passivo. La Corte di appello non ha confutato alcuno dei fatti storici esposti nella contabilità, nè sono stati sentiti i venditori degli immobili in ordine ai tempi e all’effettività del pagamento in loro favore o acquisiti gli estratti conto bancari dei vari soggetti interessati.

2.6. Il sesto motivo denuncia vizi di motivazione. La Corte di appello non ha valutato gli elaborati dei consulenti tecnici della difesa e ha disatteso la richiesta di una perizia tecnico-contabile, laddove la pretesa sottrazione del libro soci e delle “pezze d’appoggio” è stata smentita già in istruttoria, la pretesa irregolarità della contabilità era stata contestata con un motivo di appello, che aveva evidenziato come nelle relazioni del c.t. del P.M. fosse stato ricostruito l’andamento degli affari.

2.7. Il settimo motivo denuncia, in ordine all’applicazione della circostanza aggravante della gravità del danno e al disconoscimento dell’attenuante della speciale tenuità, erronea applicazione della F.Fall., art. 219 e vizi di motivazione. A fronte di uno stato passivo di scarsa entità, i giudici di merito non hanno ricostruito le distrazioni contestate, laddove il concetto di danno presuppone che taluno sia stato leso nelle sue consistenze o aspettative patrimoniali.

2.8. L’ottavo motivo denuncia vizi di motivazione per omesso esame dei motivi di appello. La Corte distrettuale non ha esaminato i motivi di appello in ordine agli atti di alienazione dei beni della società Hotel Bristol, alla loro qualificazione come atti distrattivi e al diniego della riconducibilità dei fatti al reato di della bancarotta preferenziale.

Quanto alla conoscenza dell’insolvenza, si era eccepito che la Banca Popolare dell’Irpinia aveva presentato il ricorso per fallimento nel maggio – e non nel marzo – del 1996, che il decreto ingiuntivo ad istanza della Banca era stato notificato alla società solo a gennaio del 1996 e non fu preceduto da alcuna contestazione o richiesta di somme, sicchè le richieste della Banca erano manifestazioni di pretese, non emersione di uno stato di insolvenza, visto il mancato riconoscimento del credito in provvedimenti giudiziari (come confermato dalla mancata ammissione al passivo fallimentare e dalla revoca del decreto ingiuntivo in danno di Hotel Bristol); pertanto, la maggior parte delle vendite avvenne prima delle avvisaglie di qualsiasi contenzioso e, in ogni caso, all’atto delle alienazioni gli amministratori non conoscevano la fideiussione per 70 miliardi di lire sulla quale BPI fondava le sue pretese. Quanto agli altri creditori, vi era una quasi totale sovrapposizione dei debiti accertati con le liquidità di cassa, tanto più che l’immobile comunque presente nel patrimonio aveva un valore di circa 80 milioni di lire, secondo la stima del consulente del curatore. La società non si trovava in stato di sofferenza o di insolvenza al momento della richiesta di fallimento della Rhoss e dopo le alienazioni permaneva in cassa una consistenza ben maggiore di quella necessaria agli adempimenti degli obblighi verso i residui creditori. La costituzione del pegno sulle quote in favore di un terzo non diminuiva la consistenza patrimoniale, ma limitava la titolarità e l’esercizio dei diritti correlativi dei soci, e quindi del loro patrimonio, ma non di quello della società. Le prime vendite, anteriori al 1996, perseguirono anche l’obiettivo di reperire risorse destinate al ripiano dei debiti, laddove il perfezionamento dell’intesa con Ma.An. era volto a reperire proventi utili a sistemare definitivamente le debitorie contratte, tanto più che è pacifico che i due si conobbero a febbraio del 1996, ossia dopo le prime alienazioni del dicembre del 1995.

Quanto all’oggettiva distrazione dei beni, l’atto di appello aveva dedotto che i proventi relativi alle alienazioni non furono distratti, ma utilizzati per pagare i debiti pregressi, così integrando, al più, l’ipotesi della bancarotta preferenziale, sottolineando il dato inconfutabile della mancanza di creditori vantanti ragioni derivanti dagli acquisti dei beni da parte della società.

Quanto alla questione delle scatole vuote e del patto di non utilizzo della fideiussione, l’appello aveva dedotto, da un lato, la mancanza di elementi dai quali dedurre l’incertezza di connotazione delle attività svolte e l’illegittima provenienza dei proventi della società fallita e, dall’altro, che le posizioni debitorie principali del gruppo (Departures e Cooperativa San Giuseppe) erano assistite da garanzie reali privilegiate rilasciate alla Banca su beni immobili per un valore di oltre 40 miliardi, il che dimostra il valore nullo della fideiussione di Hotel Bristol nel rilascio delle assistenze e che queste erano state deliberate sulla base di consistenze serie e non fittizie, smentendo l’argomento delle aperture di credito effettuate sulla base di garanzie inadeguate. Erano state dedotte l’irragionevolezza delle conclusioni della sentenza di primo grado circa la verosimiglianza del rilascio della fideiussione da parte di P.A. “in bianco”, ma con l’accordo di non attivarla e l’incompatibilità logica di far confluire i beni verso una società con la conoscenza dell’esposizione debitoria, sicchè la società non aveva conoscenza, nel suo piano di riorganizzazione proprietaria e delle debitorie, delle pretese della BPI. 2.9. Il nono motivo denuncia, in ordine all’elemento psicologico dei fatti di bancarotta per distrazione, inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 40 e 43 c.p. e dell’art. 27 Cost. , nonchè vizi di motivazione con riguardo al rilascio e al riempimento della fideiussione e alla conoscenza della stessa all’atto delle alienazioni e al diniego di assunzione di una prova decisiva. L’atto di appello aveva sollecitato l’esame delle vicende concernenti il rilascio della fideiussione per 70 miliardi di lire a firma di P.A., amministratore di Hotel Bristol, il 03/12/1993 a garanzia delle obbligazioni di Departures, al fine di escludere che la società e i suoi amministratori fossero a conoscenza dell’esistenza della garanzia al momento del compimento degli atti di alienazione e dello stato di insolvenza dichiarato, posto che tale fideiussione costituisce l’esito finale di attività illecite ed illegali da parte dei funzionari e dei vertici dell’istituto bancario in danno di Hotel Bristol, sicchè la vendita degli immobili non sarebbe stata sorretta dalla consapevolezza di recare danno ai creditori sociali, ma avrebbe avuto fini leciti. La decisione della Corte di appello sulla questione del dolo è in contrasto con l’interpretazione costituzionalmente orientata accolta dalla giurisprudenza di legittimità con la sentenza n. 47502 del 2012 e, in ogni caso, avrebbe dovuto valutare i profili di illegittimità, invalidità e inefficacia della fideiussione, frutto di un’attività illecita e dolosa attuata con modalità subdole e truffaldine che avrebbero senz’altro escluso la decozione della società. In ordine alla contraddittorietà delle diverse versioni rese, in particolare, dalla P.A., la Corte di appello non ha correttamente valutato i contenuti del ricorso in opposizione a decreto ingiuntivo e delle denunce presentate alla Procura di Avellino nel 1996 e nel 1999. L’esame delle fonti di prova consegnava una ricostruzione dei fatti secondo cui le fideiussioni furono rilasciate da Departures, Medil, Valsata e M.A. sotto pressioni qualificate dal denunciante come vere e proprie estorsioni, mentre quelle rilasciate da Hotel Bristol e da P.A. derivarono dall’inganno e dalla frode dei funzionari bancari. La Corte di appello ha inoltre trascurato che alla data del rilascio delle firme i coniugi M. – P.A. erano separati e che nel corso dell’incontro presso la Banca di Battipaglia, come conferma Me.Mo., la P.A. non avrebbe dovuto rilasciare alcuna fideiussione, ma solo apporre firme per sistemare la propria posizione personale. La Corte di appello sostiene la tesi della funzionalità dell’iniziale (e più credibile) denuncia per estorsione alla non contestabilità della riconduzione delle vicenda a M.A., ma se fosse stato più credibile denunciare l’estorsione, non si vede perchè P.A. avrebbe dovuto precisare la sua versione denunciando una truffa. La sentenza impugnata, inoltre, non ha valutato le deduzioni difensive circa l’inesistenza di un credito della BPI (unico ricorrente per la declaratoria di fallimento) a causa dei diversi profili di invalidità e di inefficacia del documento fideiussorio, profili da ricondursi ad un vero e proprio abuso dei funzionari della BPI consistito nell’acquisizione della sottoscrizione in proprio nome da parte della P.A. di moduli fideiussori “in bianco”: al riguardo, era stata denunciata la falsità delle indicazioni dei vari funzionari di BPI, anche alla luce del documento che indicava una fideiussione di Hotel Bristol pari a 35 miliardi di lire e delle dichiarazioni menzognere del teste c., chiedendo la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale per l’acquisizione di tutti i moduli fideiussori in originale e segnalando le analogie delle vicende relative alla fallita con quelle concernenti Medil. Su tali punti, la Corte di appello ha omesso di motivare.

  1. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto ricorso per cassazione P.A., attraverso il difensore avv. A. Festa, articolando sei motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. c.p.p., comma 1.

3.1. Il primo motivo denuncia mancata assunzione di una prova decisiva e vizi di motivazione in ordine al rilascio di una fideiussione per 70 miliardi a firma della ricorrente, ma costituente l’esito di attività illecite di funzionari bancari. La Corte di appello ha disatteso le censure proposte con il gravame, omettendo la reale confutazione delle deduzioni e delle emergenze di fatto e logiche sulle quali si basavano. Quanto alle prospettata contraddittorietà delle diverse versioni rese al riguardo, la Corte di appello non ha correttamente visionato i contenuti dell’opposizione al decreto ingiuntivo e ha omesso di esaminare il contenuto delle denunce presentate dalla ricorrente e da M.A. e delle deposizioni rese nei due giudizi riuniti in appello, laddove la tesi della subita estorsione si riferiva alla maggior parte delle posizioni coinvolte, ma non a quella relativa all’Hotel Bristol. Quanto all’affermazione che la ricorrente agiva sotto l’egida del marito, la Corte distrettuale non ha considerato che alla data del rilascio delle firme i coniugi erano separati, nè le circostanze relative all’incontro all’esito del quale si era chiarito che la ricorrente avrebbe dovuto prestare garanzia solo per la propria posizione personale, laddove del tutto paradossale è la tesi della funzionalità dell’iniziale denuncia per estorsione alla non contestabilità della riconduzione delle vicende ad M.A.. La sentenza impugnata ha inoltre omesso di esaminare le deduzioni difensive circa l’abuso commesso dai funzionari bancari a proposito della compilazione di moduli sottoscritti dalla ricorrente in bianco e a nome proprio, nonchè i vari elementi indicati a sostegno di detta deduzione e, in particolare, la relazione interna del 03/12/1993 in cui si indicava che a quella data l’istituto bancario era già in possesso di una fideiussione pari a 35 miliardi di lire (il che rende del tutto implausibile il rilascio della ulteriore fideiussione) e gli accertamenti del consulente della difesa circa l’illegittimità delle fideiussioni omnibus, nonchè le varie incongruenze nell’operato della banca. In modo contraddittorio la Corte di appello conclude per la mancanza di prova dell’abusivo riempimento del foglio fideiussorio, laddove la sentenza di primo grado nei confronti dei coimputati aveva ritenuto che vi fosse stato un accordo tra banca e amministratori della fallita. Illegittimamente è stata rigettata la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, trattandosi di prova decisiva al fine di stabilire la successione delle diciture e della sottoscrizione.

3.2. Il secondo motivo denuncia, con riferimento all’imputazione di causazione del fallimento per operazioni dolose, mancanza di motivazione in ordine al nesso di causalità, avendo la Corte di appello omesso di motivare circa la sostanziale inesistenza del credito vantato dalla Banca Popolare dell’Irpinia (confermata dalla revoca del decreto ingiuntivo), l’interferenza di fattori causali relativi alle condotte qualificate distrattive di altri amministratori (come rilevato dalla Corte di appello di Salerno in sede civile).

3.3. Il terzo motivo denuncia vizi di motivazione in ordine all’elemento psicologico, avendo la Corte di appello omesso di motivare circa la dedotta impossibilità per l’imputata di prevedere il fallimento e la capienza delle possidenze immobiliari delle principali società debitrici della banca.

3.4. Il quarto motivo denuncia vizi di motivazione in ordine all’elemento psicologico. La Corte di appello ha affermato in modo apodittico che le società per le quali fu rilasciata garanzia erano in condizioni di difficoltà e ha omesso di esaminare le censure difensive in ordine all’operazione di investimento fatta dalla società Departures, al fatto che il rilascio della fideiussione non aveva avuto alcun rilievo e che nel 1991 Hotel Bristol non aveva partecipato all’atto complesso stipulato, il che è segno dell’estraneità della garanzia personale all’erogazione.

3.5. Il quinto motivo denuncia, con riferimento all’imputazione di bancarotta documentale, vizi di motivazione. La Corte di appello ha sostanzialmente eluso le censure proposte con il gravame circa la pretesa sottrazione del libro soci e delle pezze d’appoggio, che è stata subito smentita in istruttoria, la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari offerta dalle difese e dai relativi consulenti, il mancato espletamento dell’invocata perizia contabile, la pretesa irregolarità della contabilità contestata sulla base del rilievo dell’adeguatezza della tecnica del giornalmastro, l’apodittico riferimento all’oscurità delle scritture, l’erronea prospettazione del dubbio sull’esistenza degli effetti in quanto non indicati nel rogito, posto che il relativo obbligo è stato introdotto nel 2006; la stessa relazione del consulente del P.M. dava atto di aver ricostruito l’andamento degli affari.

3.6. Il sesto motivo denuncia erronea applicazione della L. Fall., art. 219 e art. 223, comma 2, n. 2, e vizi di motivazione in ordine all’applicazione dell’aggravante della gravità del danno e al diniego dell’attenuante della speciale tenuità. La circostanza aggravante della gravità del danno non può essere applicata alle fattispecie di cui alla L. Fall., art. 223, laddove la sentenza impugnata non individua l’efficacia eziologica dei fatti ascritti alla ricorrente rispetto alle diminuzioni di valori, tanto più che in modo contradittorio si ricostruisce il contributo causale degli altri coimputati. I giudici di merito non hanno ricostruito le singole distrazioni e il conseguente valore complessivo dei beni sottratti.

  1. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto ricorso per cassazione C.C., attraverso il difensore avv. E. Giovine, denunciando – nei termini di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1, – erronea applicazione della legge penale e vizi di motivazione. La Corte di appello non ha preso in considerazione le doglianze proposte con l’atto di appello, con il quale si era evidenziata la mancanza di prova circa la conoscenza in capo a C.C. dell’attività svolta da Bristol Hotel (il cui fallimento è intervenuto 18 mesi dopo il trasferimento a favore di Dian Trading) e delle fideiussioni dalla stessa rilasciate. I giudici di merito non hanno tenuto conto del fatto che quando C.C. ha dismesso la carica di amministratore della società, la stessa era in bonis e svolgeva regolare attività commerciale.
  2. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno, nonchè avverso l’ordinanza reiettiva della richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale del 13/05/2014, ha proposto ricorso per cassazione Me.Mo., attraverso i difensori avv. A. Festa e avv. M. Imbimbo, articolando otto motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

5.1. Il primo motivo denuncia, con riferimento alle imputazioni sub b) e c) del capo 1), erronea applicazione degli artt. 43 e 110 c.p.p. e vizi di motivazione. All’imputato, diciannovenne all’epoca dei fatti, è attribuito il dolo di concorso con il padre M.A. e altri, in mancanza della contestazione anche di un ruolo di amministratore di fatto; la sentenza di appello lo descrive sostanzialmente come un emissario del padre, laddove le rivendite dei beni di cui ai capi b) e c) sono avvenute a distanza di tempo dall’acquisto.

5.2. Il secondo motivo lamenta, con riferimento alla circostanza aggravante della gravità del danno e al diniego dell’attenuante della speciale tenuità, erronea applicazione della L. Fall., art. 219 e vizi di motivazione. La circostanza aggravante è stata ritenuta nonostante la pacifica scarsa entità del passivo (con attivi residui in grado di coprirlo), laddove il riferimento al valore complessivo dei beni sottratti è motivato sulla base dell’illogico assunto secondo cui le vendite avvenute sarebbero ipso iure distrattive in quanto asseritamente effettuate in condizioni di insolvenza, laddove neppure è chiarito se si sia in presenza di una distrazione di beni o di valore, con una ingiustificata svalutazione delle scritture contabili.

5.3. Il terzo motivo lamenta vizi di motivazione ed erronea applicazione della L. Fall., art. 216, artt. 2652 e 2643 c.c., D.L. 2 luglio 2006, n. 223, art. 35, comma 22, conv. con L. 4 ottobre 2006. La motivazione dei giudici di merito non chiarisce se, in relazione alle cessioni di cui all’imputazione, non è stato pagato alcun corrispettivo ovvero è stato pagato un prezzo vile. Dei vari argomenti addotti dalla sentenza impugnata, due sono affetti da errori di diritto (la società non è proprietaria del proprio capitale, l’obbligo di tracciare i pagamenti è successivo ai fatti), tre sono smentiti in fatto dalla sentenza impugnata (le cessioni non sono intervenute immediatamente prima del fallimento, non hanno riguardato tutti gli immobili, non sono intervenute in un breve volgere di tempo dalle prime, il primo ricorso di fallimento fu tacitato soddisfacendo il creditore), due sono di valenza opposta (il patrimonio residuo era congruo rispetto alla debitoria, i vizi delle cessioni avrebbero danneggiato gli acquirenti, anzichè favorirli), l’ultimo non prova nulla (le cessioni infragruppo non sono necessariamente distrattive). La società fallita aveva acquistato immobili e contratto debiti e successivamente ha ceduto gli immobili a società collegate, che hanno pagato o si sono accollate i debiti contratti per l’acquisto, sicchè l’effetto è stato quello di distribuire la debitoria all’interno del gruppo e, qualora non si dimostri il carattere distrattivo delle cessioni, la strategia imprenditoriale è lecita.

5.4. Il quarto motivo lamenta erronea applicazione della L. Fall., art. 216. A fronte delle molteplici deduzioni articolate con il gravame, la Corte di appello ritiene erroneamente che in pendenza di una situazione di insolvenza qualsiasi cessione avrebbe carattere distrattivo, laddove una cessione a un prezzo corretto non è mai distrattiva.

5.5. Il quinto motivo denuncia vizi di motivazione. A fronte del rilievo dei giudici di merito circa l'”oscurità” delle annotazioni contabili, non si spiega per quale ragione esso sia addebitato al ricorrente, che non era nè socio nè amministratore della fallita. La motivazione della sentenza impugnata è solo apparente, richiamando l’inattendibilità delle scritture contabili alla luce degli atti notarili, ma omettendo di considerare che il rilascio degli effetti cambiari può essere intervenuto prima del fallimento, mentre le acquisizioni sono intervenute in epoca non lontana dal fallimento, il che rende illogico l’intento distrattivo e inverosimile la falsificazione contabile, e le cessioni sono state annotate nelle scritture risultano finalizzate ad azzerare la debitoria. Le operazioni sono state ritenute cessioni infragruppo, ma ciò non le rende di per sè distrattive, mentre la rubrica richiama la perizia estimativa di una banca, in ordine alla quale i giudici di merito non motivano. La Corte di appello non ha motivato in ordine ai molteplici, specifici motivi di gravame, senza spiegare perchè, a fronte di annotazioni precise e dettagliate, le stesse sarebbero oscure o ambigue, tanto più che nessuno dei fatti storici annotati è stato confutato, nè è stata svolta alcuna istruttoria al riguardo. La stessa consulenza tecnica del P.M. si è appuntata su una modalità di annotazione in partita doppia di rilievo al più formale e comunque contestata dai vari consulenti delle difese. A conferma dell’inadeguatezza della motivazione si consideri che la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari è stata offerta dalle difese e dai relativi consulenti, non è stata disposta l’invocata perizia contabile, la pretesa sottrazione del libro soci e delle pezze d’appoggio è stata subito smentita in istruttoria, la pretesa irregolarità della contabilità era stata contestata con articolata censura e la stessa relazione del consulente del P.M. aveva ricostruito l’andamento degli affari.

5.6. Il sesto motivo lamenta inosservanza degli artt. 420-ter, 178 e 180 c.p.p. in relazione all’ordinanza che dispose la revoca dell’esame dell’imputato a fronte del legittimo impedimento a comparire dello stesso.

5.7. Il settimo motivo denuncia vizi di motivazione. La Corte di appello ha omesso di motivare in ordine alle specifiche deduzioni relative alla ritenuta insolvenza della società prima delle alienazioni e, in particolare, alla ricostruzione del passivo (non sussistendo alcun debito IVA), al valore dei beni e ai passaggi di proprietà degli stessi prima in favore di soggetti familiari, poi al gruppo Ma.An.. Il gravame aveva inoltre censurato la sentenza di primo grado con riguardo alle risorse impegnate per gli acquisti degli immobili, ma anche sul punto la sentenza impugnata è priva di motivazione.

5.8. L’ottavo motivo denuncia inosservanza o erronea applicazione degli artt. 40 e 43 c.p. , L. Fall., art. 216 e art. 27 Cost., in relazione all’elemento psicologico del reato di bancarotta per distrazione, richiamando Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493.

5.9. Con memoria depositata il 03/07/2017, la difesa del ricorrente deduce l’erronea considerazione, ai fini della sospensione del corso della prescrizione, dei rinvii disposti a norma dell’art. 479 c.p.p. e dell’art. 132 bis disp. att. c.p.p. e D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 2 ter conv., con modif., con L. 24 luglio 2008, n. 125 .

  1. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto personalmente ricorso per cassazione S.M., articolando due motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

Il primo motivo denuncia vizi di motivazione: la sentenza impugnata ha analizzato i vari episodi contestati al ricorrente attribuendogli il concorso in assenza di prova circa la partecipazione a qualsiasi atto interno alla società fallita e circa la consapevolezza dell’esistenza di detta società e del relativo stato di decozione al momento degli acquisti degli immobili.

Il secondo motivo denuncia erronea applicazione della L. Fall., artt. 216 e 219: la sentenza impugnata non ha motivato in ordine alla consapevolezza, in capo al ricorrente, dell’intera operazione e del significato agevolativo della propria condotta, non emergendo alcun contatto diretto con gli attori principali della vicenda e la consapevolezza che i trasferimenti degli immobili celavano operazioni di fraudolenta dismissione del patrimonio della fallita.

  1. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto ricorso per cassazione Ma.An., attraverso i difensori avv. A. Alessandri e G. Insolera, articolando otto motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

7.1. Il primo motivo denuncia erronea applicazione dell’art. 110 c.p. e L. Fall., art. 216 in relazione ai capi b), c), d) e g). Le condotte addebitate al ricorrente sono successive all’effettiva fuoriuscita del beni dal patrimonio della società fallita, mentre Ma.An. e M. si sono conosciuti dopo i trasferimenti dei beni da Bristol alle altre società riconducibili a M. o, con riguardo all’imbarcazione, a P.A.; solo tali trasferimenti “infragruppo” possono rilevare come condotte distrattive, laddove le successive cessioni delle quote sociali a vantaggio delle società del ricorrente non possono rappresentare autonome ipotesi di distrazione. Nè è stato provato un accordo tra M. e Ma.An. precedente alle prime distrazioni, elemento, questo, al quale i giudici di merito non hanno riconosciuto alcun rilievo.

7.2. Il secondo motivo denuncia vizio di motivazione in relazione ai capi b), c), d) e g). La Corte di appello non ha esaminato lo specifico motivo di appello che denunciava l’autonoma e decisiva rilevanza della prima fuoriuscita dei cespiti dal patrimonio della Bristol e l’impossibilità di configurare il concorso di Ma.An..

7.3. Il terzo motivo denuncia vizi di motivazione in relazione al concorso di Ma.An. nei fatti di distrazione di cui ai capi b), c), d) e g) contestati ad M.A. e altri imputati. Dalla sentenza di primo grado emerge che Ma.An. è stato coinvolto dopo i primi trasferimenti infragruppo e che il coinvolgimento serviva ad allontanare i beni dal “gruppo M.”: da tali fatti non si può ricavare il coinvolgimento del ricorrente nei primi trasferimenti se non sulla base di un non ipotizzato e comunque non provato previo concerto rispetto al successivo intervento post delictum. Ma.An. ha acquistato le quote delle società che avevano in precedenza rilevato i cespiti della Bristol, i cui beni, pertanto, non hanno subito alcun trasferimento, essendo rimasti nel patrimonio delle medesime società che li avevano direttamente acquistati da Bristol e, dunque, identificabili e rintracciabili esattamente come se l’intervento di Ma.An. non ci fosse stato. Le sentenze di merito non esaminano la deposizione del teste mo., secondo cui Ma.An. e M. si sono conosciuti nel febbraio del 1996 (ossia un anno dopo l’uscita dei beni da Bristol), nè quella del Maresciallo della Guardia di finanza b., che ha attestato l’avvenuto pagamento a M. delle quote da parte di Ma.An.. Analoghe censure riguardano il capo g), a proposito del quale è stata ignorata la prova del pagamento da parte di Ma.An. del corrispettivo della cessione della barca.

7.4. Il quarto motivo denuncia erronea applicazione della L. Fall., art. 216 in relazione al capo e). L’imputazione sub e) rappresenta l’unica transazione diretta (relativa a quattro appartamenti nel Comune di (OMISSIS)) tra Bristol e TMT: essa non può essere qualificata come distrattiva perchè si trattava di immobili che la fallita aveva già venduto sulla carta – ricevendone il corrispettivo controvalore e iscrivendo a bilancio il relativo debito – e che TMT ha proceduto a pagare al creditore/acquirente, determinando l’estinzione del debito di Bristol, il cui patrimonio non è stato in alcun modo intaccato, sicchè non può configurarsi il reato in esame qualora l’uscita di un bene dal patrimonio della fallita sia accompagnata dal pagamento di un debito di pari valore, precedentemente iscritto a bilancio.

7.5. Il quinto motivo denuncia vizi di motivazione in relazione al concorso di Ma.An. nei fatti di distrazione di cui al capo e) contestato a M.A. e altri imputati. La Corte di appello non ha esaminato la doglianza articolata con il gravame relativa alla neutralità dell’operazione in questione rispetto alla consistenza patrimoniale di Bristol, che aveva venduto gli immobili in fase di costruzione a tale s., il quale aveva versato il complessivo prezzo di acquisto in due tranches, risultando pertanto debitrice di quest’ultimo; la successiva cessione degli immobili a Ma.An. non prevedeva alcun flusso in entrata per Bristol, ma l’estinzione del debito nei confronti di s. (che aveva già pagato le villette), sicchè la cessione è stata interamente bilanciata dalla cancellazione del debito, di pari valore, già assunto nei confronti di s..

7.6. Il sesto motivo denuncia mancanza di motivazione in relazione al concorso di Ma.An. nei fatti di distrazione di cui al capo h). La Corte di appello non ha esaminato la doglianza articolata con il gravame in relazione all’assenza, già nella sentenza di primo grado, di qualsiasi elemento che consentisse di ravvisare una condotta distrattiva, il mancato accertamento dei beni di cui si trattava e della loro effettiva cessione, la partecipazione di Ma.An. all’operazione e la conoscenza da parte sua della stessa, l’effettiva acquisizione della disponibilità dei beni.

7.7. Il settimo motivo denuncia vizi di motivazione in relazione all’esclusione della richiesta subordinata di qualificazione dei fatti ascritti a Ma.An. a norma della L. Fall., art. 232. I giudici di merito non hanno mai accertato l’esistenza di un accordo tra Ma.An. e M. relativo alla distrazione dei beni della fallita, limitandosi ad affermare, da un lato, la consapevolezza in capo al primo che il secondo versava in una situazione di difficoltà economica e, dall’altro, la provenienza (mediata o immediata) dei beni da Bristol e la prossimità temporale tra acquisti e fallimento, elementi, questi, compatibili, con la ricettazione fallimentare.

7.8. L’ottavo motivo denuncia erronea applicazione della L. Fall., art. 219, comma 1, e vizi di motivazione. La giurisprudenza di legittimità richiamata dalla sentenza impugnata deve essere contestualizzata, nel senso che la circostanza aggravante richiede sempre la verificazione di un danno, che è elemento accessorio delle fattispecie di bancarotta, costituite come reato di pericolo: presupposto logico di quella giurisprudenza è la sussistenza di un danno di rilevante gravità, rispetto al quale si sancisce l’esigenza di ricondurlo ai singoli fatti, così da accertare se anch’essi abbiano concorso in maniera rilevante al passivo totale e, in caso, fondare l’applicazione dell’aggravante.

Con atto a firma di Ma.An., il ricorrente, oltre a richiamare i motivi articolati con l’atto a firma dei difensori, articola due ulteriori motivi.

7.9. Il nono motivo denuncia vizio di motivazione in ordine al diniego dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche. Illogicamente la Corte di appello motiva sul punto correlando l’intensità del dolo all’entità delle distrazioni, laddove – posto che il ricorrente ha rilevato non già quote della Bristol, bensì di tre società del gruppo che avevano in precedenza acquisito beni dalla Bristol – il fatto che alcune società del gruppo M. fossero in difficoltà non significa che lo fossero tutte. La sentenza impugnata non ha ricostruito l’intensità del dolo di ciascuno dei coimputati e, poichè a tutti – a parte M.A. – sono state riconosciute le attenuanti generiche, ha operato un’ingiustificata disparità di trattamento in danno del ricorrente.

7.10. Il decimo motivo denuncia erronea applicazione della legge penale in ordine al calcolo del termine di prescrizione del reati e, segnatamente, erronea applicazione degli artt. 132 bis disp. att. c.p.p. e D.L. n. 92 del 2008, art. 2 ter conv. con L. n. 122 del 2008 e conseguente nullità delle ordinanze del 15/06/2010 e del 22/09/2011, nonchè erronea applicazione dell’art. 159 c.p. e art. 479 c.p.p. con conseguente nullità dell’ordinanza del 18/12/2012 e il mancato annullamento delle ordinanze del Tribunale che avevano erroneamente disposto la sospensione del corso della prescrizione. Erroneamente è stata disposto il rinvio del processo a norma dell’art. 132 bis disp. att. c.p.p., non applicabile ricadendo la posizione del ricorrente nella previsione della lett. d) della disposizione citata. Erroneamente la Corte di appello ha ritenuto che la sospensione del procedimento ex art. 479 c.p.p. integri un’ipotesi di sospensione della prescrizione ex art. 159 c.p. , comma 1, n. 2.

7.11. Con atto a firma dell’imputato depositato il 23/06/2017, il ricorrente articola un motivo nuovo con il quale denuncia erronea applicazione dell’art. 159 c.p. in relazione al rinvio disposto dal Tribunale di Salerno all’udienza del 20/02/2000, rinvio che, essendo stato determinato dall’impossibilità di trattare il processo, non comportava alcuna sospensione del corso della prescrizione o, comunque, una sospensione non superiore ai 60 giorni se considerata come dipendente dalla richiesta di rinvio per legittimo impedimento professionale di uno dei difensori.

  1. Avverso la medesima sentenza della Corte di appello di Salerno ha proposto ricorso per cassazione F.R.J., attraverso il difensore avv. A. Di Perna articolando cinque motivi di seguito enunciati nei limiti di cui all’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1.

8.1. Il primo motivo denuncia vizi di motivazione in ordine all’elemento psicologico del reato. La Corte di appello non fornisce alcuna motivazione in ordine alla condotta del ricorrente, con la conseguenza che l’affermazione di responsabilità è rimasta priva della individuazione e della individualizzazione della condotta stessa, sotto il profilo del dolo, limitandosi a procedere per ipotesi alternative e non chiarendo se le alienazioni coinvolgenti il ricorrente abbiano o meno determinato il dissesto (che, al contrario, risulta causato dalla fideiussione rilasciata da P.A.). In nessun passaggio la sentenza impugnata afferma che l’intraneus abbia messo a conoscenza l’extraneus di un proprio progetto depauperativo e che il secondo lo abbia accettato e ne fosse almeno a conoscenza.

8.2. Il secondo motivo denuncia vizi di motivazione in ordine all’aggravante del danno di rilevante entità. La Corte di appello afferma contraddittoriamente, da un lato, che il l’effettivo pregiudizio ai creditori rileva ai fini della circostanza aggravante in esame e, dall’altro, che l’entità del danno va commisurata al valore complessivo dei beni sottratti all’esecuzione concorsuale.

8.3. Il terzo motivo denuncia vizi di motivazione in ordine all’invocata riqualificazione del fatto quale ricettazione pre-fallimentare. La sentenza impugnata omette di motivare in ordine alla prospettata configurabilità della fattispecie di ricettazione pre-fallimentare (il che comporterebbe l’estinzione per prescrizione del reato, salvo che si ritenga necessario soddisfare l’obbligo di motivazione), limitandosi a riepilogare la struttura astratta dei due reati, laddove non è emersa l’esistenza di alcun accordo tra fallito e terzo, nè sono state indicate le condotte a titolo di dolo del ricorrente.

8.4. Il quarto motivo ripropone l’eccezione di nullità – già avanzata in primo grado e respinta dal Tribunale con ordinanza in pari data – ex art. 416 c.p.p. nella formulazione vigente alla data della richiesta di rinvio a giudizio per omissione dell’invito all’imputato a rendere interrogatorio. Erroneamente la Corte di appello ha fatto riferimento alla nullità per mancato avviso della facoltà di chiedere interrogatorio a norma dell’art. 415 bis c.p.p., così omettendo di motivare in ordine all’eccezione, laddove la nullità ex art. 416 c.p.p. nella formulazione vigente all’epoca apparteneva alla sfera dell’intervento dell’imputato e potrebbe rientrare nel concetto di omessa citazione dell’imputato, sicchè saremmo in presenza di una nullità a regime intermedio deducibile fino alla deliberazione della sentenza di primo grado.

8.5. Il quinto motivo denuncia inosservanza delle norme processuali, reiterando l’impugnazione delle ordinanze della Corte di appello in data 15/06/2010 e 22/09/2011, nella parte in cui hanno dichiarato la sospensione dei termini di prescrizione. L’art. 132 bis disp. att. c.p.p. stabilisce che siano a trattazione prioritaria i processi nel corso dei quali (come nel caso di specie) gli imputati siano stati sottoposti a misure cautelari personali, sicchè era il presente processo a dover essere trattato in via prioritaria. Con riguardo all’ordinanza del 22/09/2011, inoltre, il processo non venne trattato per anomala composizione del Collegio, sicchè la sospensione del termine di prescrizione è illegittima.

Con atto depositato il 14/06/2017, il difensore di F.R.J. articola due motivi aggiunti.

8.6. Il primo motivo nuovo denuncia l’insussistenza del reato. La sentenza impugnata non ha motivato in ordine alla certezza, in capo all’extraneus, della conoscenza del pericolo concreto necessario per l’integrazione della fattispecie incriminatrice, tanto più che il passivo accertato è stato pari a circa 113 milioni di lire.

8.7. Il secondo motivo nuovo invoca l’esclusione della circostanza aggravante del danno di rilevante gravità, alla luce dell’entità dello stato passivo, con conseguente declaratoria di estinzione del reato per prescrizione. In ordine alla sospensione del processo di primo grado ex art. 479 c.p.p. , la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, con riguardo ai relativi periodi, non può operare la sospensione della prescrizione ai sensi dell’art. 159 c.p. , sicchè l’esclusione di tali periodi comporta la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

Motivi della decisione

  1. La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio nei confronti di C.C. per essere il reato a lui ascritto estinto per morte dell’imputato, intervenuta, come da certificazione acquisita, il 28/09/2016. Nei confronti degli altri ricorrenti, la sentenza impugnata deve essere annullata per le ragioni e nei termini di seguito indicati.
  2. In premessa, è opportuno muovere dalle varie questioni poste dai ricorrenti in ordine alla prescrizione e alle relative cause di sospensione. Il secondo motivo dell’atto di impugnazione sottoscritto da Ma.An. e il motivo aggiunto dallo stesso proposto (parr. 7.10 e 7.11 del Ritenuto in fatto) e il quinto motivo ricorso nell’interesse di F.R.J. e il secondo motivo nuovo dallo stesso proposto (par. 8.5 e 8.7. del Ritenuto in fatto) devono essere in parte accolti.

2.1. Non meritano accoglimento le censure relative alle sospensioni del corso della prescrizione correlate a rinvii del procedimento disposti a norma dell’art. 132 bis disp. att. c.p.p.. Invero, come questa Corte ha già avuto modo di chiarire, “la norma invocata non impedisce affatto il differimento della trattazione dei processi considerati dalla legge a trattazione prioritaria; al contrario l’art. 132 bis disp. att. c.p.p. prevede che nella formazione dei ruoli di udienza e nella trattazione dei processi venga assicurata la priorità assoluta ai processi aventi le caratteristiche indicate nella norma stessa sulla base di provvedimenti organizzativi adottati dal dirigenti degli uffici giudicanti e ciò può rendere necessario disporre dei rinvii anche per i processi rientranti nelle categorie per le quali è prevista la trattazione prioritaria” (Sez. 2, n. 44806 del 06/11/2012 – dep. 15/11/2012, Ndiaye, Rv. 253649; Sez. 5, n. 22878 del 15/05/2014 – dep. 30/05/2014; Sez. 5, n. 6537 del 16/01/2014 – dep. 10/02/2014, Roberto; Sez. 2, n. 16419 del 04/04/2013 – dep. 11/04/2013, Catanzaro). In analoga – per così dire, “simmetrica” – prospettiva, la giurisprudenza di legittimità ritiene che la sospensione del termine di prescrizione, disposta a norma del D.L. 23 maggio 2008, n. 92, art. 2 ter convertito in L. 24 luglio 2008, n. 125 , produca i suoi effetti anche se l’imputato non poteva beneficiare dell’indulto concesso con la L. 31 luglio 2006, n. 241 , qualora l’imputato medesimo non si sia opposto nè abbia impugnato l’ordinanza che la ha deliberata (Sez. 6, n. 35225 del 21/05/2013 -dep. 21/08/2013, Lo Russo, Rv. 256093; conf. Sez. 5, n. 32665 del 11/03/2015 – dep. 24/07/2015, Bove). Pertanto, la riconducibilità del procedimento in esame ad una delle ipotesi considerate a trattazione prioritaria non precludeva il differimento del processo ex art. 132 bis disp. att. c.p.p., sicchè le censure articolate al riguardo dai ricorrenti non meritano accoglimento.

2.1.1. Nè a conclusioni diverse può giungersi sulla base delle deduzioni articolate nella memoria proposta nell’interesse di Me.Mo. e depositata il 03/07/2017. Quanto alla riconducibilità del processo ad una delle ipotesi considerate a trattazione prioritaria, si è già escluso che essa sia ostativa al rinvio, mentre privo di consistenza è il riferimento al limite edittale di cui alla L. n. 241 del 2006, art. 1 tanto più ove si pensi alla pena irrogata allo stesso ricorrente (anni 2 e mesi 6 di reclusione). Quanto alla pendenza in grado di appello, questa Corte ha già affermato il principio di diritto in forza del quale la sospensione del termine di prescrizione, prevista dal D.L. n. 92 del 2008, art. 2-ter convertito in L. n. 125 del 2008 , per la durata del rinvio della trattazione del processo ai sensi dell’art. 132-bis disp. att. c.p.p. , può essere disposta anche dal giudice d’appello. (Sez. 5, n. 22878 del 15/05/2014 – dep. 30/05/2014, Rv. 259886). A ciò si aggiunga, peraltro, il rilievo della tardività della memoria, posto che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, il termine di quindici giorni per il deposito delle memorie difensive, previsto dall’art. 611 c.p.p. relativamente al procedimento in camera di consiglio, è applicabile anche ai procedimenti in udienza pubblica e la sua inosservanza esime la Corte di Cassazione dall’obbligo di prendere in esame le stesse (Sez. 1, n. 19925 del 04/04/2014 – dep. 14/05/2014, Cutrì e altro, Rv. 259618; conf., ex plurimis, Sez. 3, n. 50200 del 28/04/2015 – dep. 22/12/2015, Ciotti, Rv. 265935).

2.2. E’ invece, fondata la censura proposta dal ricorso nell’interesse di F. in ordine alla sospensione disposta all’udienza del 22/09/2011: in quell’occasione, infatti, il processo fu rinviato per anomala composizione del Collegio ed “anche” a norma dell’art. 132 bis disp. att. c.p.p., ma, come affermato dalla giurisprudenza di questa Corte in tema di prescrizione del reato, nel caso di concomitante presenza di due fatti legittimanti il rinvio del dibattimento, l’uno riferibile all’imputato o al difensore, l’altro ad esigenze di tipo processuale – nel caso esaminato, relative all’acquisizione della prova, ma analogo rilievo vale per l’ipotesi, ricorrente nel caso di specie, di anomala composizione del Collegio giudicante – la predominante valenza di quest’ultima preclude l’operatività del disposto dell’art. 159 c.p. e la conseguente sospensione nel corso della prescrizione (Sez. 5, n. 49647 del 02/10/2009 – dep. 28/12/2009, Delli Santi, Rv. 245823; conf., ex plurimis, Sez. 6, n. 41557 del 05/10/2005 – dep. 17/11/2005, Mele, Rv. 232835). Pertanto, ai fini del computo del periodo complessivo di sospensione del corso della prescrizione, non può tenersi conto di quella disposta all’udienza del 22/09/2011.

2.3. A tale conclusione deve giungersi anche con riguardo al rinvio disposto in primo grado all’udienza del 22/02/2000, rinvio che fu disposto anche per impossibilità di trattazione del processo per ragioni attinenti alla complessità dell’istruttoria e al ruolo gravante sul Tribunale.

2.4. Sono, infine, parzialmente fondate le censure relative alle sospensioni del corso della prescrizione disposte a norma dell’art. 479 c.p.p. in relazione alla pendenza del giudizio civile relativo alla sentenza dichiarativa di fallimento. Al riguardo, infatti, questa Corte ha affermato il principio di diritto, condiviso dal Collegio, in forza del quale il termine di prescrizione non può essere sospeso per effetto della sospensione disposta a norma dell’art. 479 c.p.p. , in quanto detta sospensione non è imposta dalla legge, ma è disposta in via facoltativa e non rientra tra “fra le cause di sospensione del termine di prescrizione elencate tassativamente nell’art. 159 c.p. , non essendo compresa, in particolare, neppure fra “i provvedimenti di deferimento della questione ad altro giudizio” che sono quelli di devoluzione alla Corte costituzionale o ad altro giudice (come quello europeo) per la soluzione di questioni pregiudiziali” (Sez. 5, n. 32815 del 23/05/2016 – dep. 27/07/2016, Barilà; conf. Sez. 6, n. 44261 del 18/06/2013 – dep. 30/10/2013, Rv. 256864).

Deve tuttavia rilevarsi che alcune delle sospensioni in questione sono state disposte in accoglimento di richieste delle difese degli imputati (la sospensione disposta all’udienza del 06/04/2004 del procedimento principale di primo grado e quella disposta all’udienza del 03/05/2006 del procedimento di primo grado nei confronti di P.A.; la sospensione disposta nel giudizio di appello all’udienza del 18/12/2012), sicchè, pur basandosi dette richieste sulla disciplina di cui all’art. 479 c.p.p. , si verte comunque nell’ipotesi di sospensione del corso della prescrizione prevista dall’art. 159 c.p.p. , comma 1, n. 3), ossia della sospensione del procedimento o del processo “su richiesta dell’imputato o del suo difensore”. Disposizione, questa, che, come chiarito dalla concorde giurisprudenza di questa Corte, “è stata sempre interpretata nel senso che il rinvio dell’udienza, accordato su richiesta del difensore, determina la sospensione dei termini di prescrizione del reato” (Sez. U, n. 15427 del 31/03/2016 – dep. 13/04/2016, Cavallo, Rv. 267042), a prescindere dalle ragioni che la stessa parte ha posto a fondamento della richiesta, salvo che esse consistano in un legittimo impedimento della parte o del difensore (Sez. 3, n. 41349 del 28/05/2014 – dep. 06/10/2014, Zappalorti, Rv. 260753; conf. Sez. 7, n. 8124 del 25/01/2016 – dep. 29/02/2016, Nascio, Rv. 266469) e ancorchè il provvedimento di rinvio del procedimento su richiesta dell’imputato o del difensore sia stato illegittimamente adottato (Sez. 3, n. 26409 del 08/05/2013 -dep. 18/06/2013, Rv. 255579; Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014 – dep. 02/02/2015, Torchio, Rv. 262914).

Pertanto, fuori dei casi appena richiamati, anche alla luce dell’autonomia dei vari provvedimenti di sospensione (arg. ex art. 479 c.p.p. , comma 3), ai fini del computo del periodo complessivo di sospensione del corso della prescrizione, non può tenersi conto delle sospensioni disposte nel giudizio di primo grado del procedimento principale alle udienze del 14/12/2004, del 16/12/2005 e del 11/07/2006.

2.5. Alla luce dei rilievi svolti in precedenza, nel procedimento principale a carico di M.A. ed altri devono essere considerate le seguenti sospensioni del corso della prescrizione nel giudizio di primo grado: dal 20/05/2003 al 25/06/2003 e dal 25/06/2003 al 02/12/2003 (astensione degli avvocati: sospensione di 36 e di 160 giorni); dal 02/12/2003 al 06/04/2004 (su richiesta difensori ex I. 134/2003: 126 giorni); dal 06/04/2004 al 14/12/2004 (alla luce di quanto sopra rilevato: 252 giorni); dal 28/11/2006 al 20/12/2006 (impedimento professionale di un difensore: 22 giorni), per complessivi 596 giorni.

Nel giudizio di primo grado a carico di P.A. devono essere considerate le seguenti sospensioni del corso della prescrizione: dal 03/05/2006 all’11/10/2006 (alla luce di quanto sopra rilevato: giorni 161); dal 11/10/2006 al 05/03/2007 (astensione avvocati: giorni 145), per complessivi 306 giorni.

Nel giudizio di appello nei confronti degli imputati del procedimento principale devono essere considerate le seguenti sospensioni del corso della prescrizione: dal 15/06/2010 al 28/01/2011 (ex art. 132 bis disp. att. c.p.p.: 227 giorni; dal 18/12/2012 al 19/11/2013 (alla luce di quanto sopra rilevato: 336 giorni) per complessivi 563 giorni.

Nel procedimento di appello nei confronti di P.A., riunito a quello principale all’udienza del 18/12/2012, devono essere considerate le seguenti sospensioni del corso della prescrizione: dal 30/11/2010 all’11/02/2011, dal 11/02/2011 al 04/10/2011 e dal 04/10/2011 al 22/05/2012 (ex art. 132 bis disp. att. c.p.p.: 73, 235 e 231 giorni); dal 18/12/2012 al 19/11/2013 (alla luce di quanto sopra rilevato: 336 giorni) per complessivi 875 giorni.

2.6. Per gli imputati nei cui confronti sono state applicate le circostanze attenuanti generiche con giudizio di prevalenza rispetto alla ritenuta circostanza aggravante di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, – S.M., F.R.J. e Me.Mo.- è più favorevole la disciplina della prescrizione anteriore a quella introdotta dalla L. n. 251 del 2005 , in quanto il termine di prescrizione, con l’aumento per le interruzioni, è pari ad anni 15, corrispondenti al 10/12/2011, di per sè solo successivo alla sentenza di primo grado: anche aggiungendo a tale termine la sospensione complessiva pari a 1.159 giorni (596 + 563), il termine è decorso al più tardi in data 11/02/2015: pertanto, nei confronti dei predetti ricorrenti, la sentenza impugnata deve essere annullata, agli effetti penali, senza rinvio, per essere i reati a ciascuno ascritti estinti per prescrizione, mentre i ricorsi devono essere esaminati a norma dell’art. 578 c.p.p..

Per M.A., Ma.An. e P.A. (nei confronti dei quali le circostanze attenuanti generiche sono state escluse, i primi due, o ritenute equivalenti alla circostanza aggravante L. Fall. , ex art. 219, comma 1, la terza) è più favorevole la disciplina introdotta dalla L. n. 251 del 2005 , sicchè il termine di prescrizione, con l’aumento per le interruzioni, è pari ad anni 18 e mesi 9, corrispondenti al 10/09/2015: aggiungendo a tale termine la sospensione complessiva pari a 1.159 giorni (596 + 563) per M.A. e per Ma.An., il termine non matura prima del 12/11/2018, mentre aggiungendo la sospensione complessiva pari a 1.181 giorni (306 + 875) per P.A., il termine non matura prima del 04/12/2018.

  1. Sempre in premessa, rileva la Corte che le sentenze di merito non danno conto, in termini di necessaria univocità, della qualificazione dei fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale ascritti agli imputati del procedimento principale. Ora, come questa Corte ha avuto modo di affermare, la questione della qualificazione giuridica del fatto rientra nel novero di quelle su cui la Corte di Cassazione può decidere ex art. 609 c.p.p., comma 2, (Sez. 1, n. 13387 del 16/05/2013 – dep. 21/03/2014, Rossi, Rv. 259730) e il suo esame è consentito quando, come nel caso di specie alla luce di quanto si osserverà, essa incida sul thema decidendum devoluto alla Corte, costituendo un passaggio logico essenziale ai fini della decisione del ricorso (Sez. 6, n. 2702 del 19/10/1990 – dep. 16/11/1990, Sica, Rv. 185762, in tema di rilevabilità ex officio da parte della Corte di Cassazione del carattere abnorme di un provvedimento).

3.1. I fatti sono delineati dalle conformi sentenze di merito in termini che delineano una molteplicità di tipologie di vicende.

La prima tipologia è caratterizzata da plurime, successive cessioni di beni; a tale tipologia di vicende devono essere ricondotti i seguenti fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui al primo capo di imputazione del procedimento principale (n. 756/99: C.C. ed altri): i fatti sub a) (per i quali sono stati condannati M.A. e S.M., oltre a C.C.), relativi a un terreno sito in (OMISSIS) ceduto dalla fallita il 06/11/1995 a Dian Trading Import/Export, di cui era amministratore unico C.C. e poi rivenduto il 10/12/1996 a S.M.; i fatti sub g) (per i quali sono stati condannati M.A. e Ma.An.), relativi ad una imbarcazione alienata in data 08/02/1996 in favore di Pa.Pi. e successivamente ceduta il 27/01/1997 a TMT Italia s.p.a..

Una diversa tipologia di vicende è caratterizzata dalla alienazione dei beni ad una società, seguita dalla cessione delle quote e dalla successione nelle cariche amministrative della società alle quali la fallita aveva ceduto i beni e da una successiva alienazione; rientrano in questa tipologia i fatti sub b) (per i quali sono stati condannati M.A., S.M., F.R.J., Me.Mo. e Ma.An.), relativi a immobili alienati dalla fallita il 24/10/1995 a Immobiliare G.M.D. s.r.l., di cui era amministratore unico Me.Mo. e poi rivenduti da F.R. (subentrato il 10/04/1996 a Me.Mo.) in parte, il 16/07/1996, a TMT Italia s.p.a., di cui era amministratore unico L.M. (moglie di Ma.An., coimputata assolta in primo grado) e in parte, il 21/12/1996, a S.M.; i fatti sub c) (per i quali sono stati condannati M.A., S.M., F., Me.Mo. e Ma.An.), relativi ad immobili alienati dalla fallita il 07/11/1995 ad Azienda Agrigola San Nicola Varco, di cui era amministratore unico Me.Mo. e poi rivenduti il 03/12/1996 da F. (subentrato il 10/04/1996 a Me.Mo.) a S.M..

Una terza tipologia di vicende è caratterizzata dalla alienazione dei beni ad una società, seguita dalla cessione delle quote e dalla successione nelle cariche amministrative della società alle quali la fallita aveva ceduto i beni; rientrano in tale tipologia i fatti sub d) (per i quali sono stati condannati M.A., F. e Ma.An.), relativi all’alienazione di otto appartamenti e relativi garages siti in (OMISSIS) alienati dalla fallita il 27/12/1995 a G.P.F. Trading Limited s.r.l., rappresentata dall’amministratore unico R.A. (coimputato deceduto), poi sostituito dal 10/04/1996 nella carica da F.. Altra tipologia è caratterizzata da un’unica alienazione di beni, come, ad esempio, per i fatti sub e) (per i quali sono stati condannati M.A., F. e Ma.An.) relativi a quattro appartamenti siti in (OMISSIS) alienati il 10/04/1996 a TMT Unitrading s.a. (con sede a (OMISSIS)), rappresentata dall’amministratore unico F.R.J..

3.2. In ordine ai fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la sentenza di primo grado, diffusamente richiamata da quella di appello, ha fatto riferimento ora a “un vorticoso giro di passaggi in scatole vuote funzionali a rendere sempre più evanescente la originaria ed effettiva titolarità e ad impedire la soddisfazione di eventuali creditori”, ora a trasferimenti di immobili che “solo formalmente ne attribuivano la titolarità in capo” al cessionario ( S.M.), ma “in sostanza essi ricadevano nella disponibilità effettiva di M., che ne gestiva tutti i passaggi servendosi di prestanome di volta in volta individuati al fine di “ripulire” la provenienza e preservarli dall’aggressione ai creditori”; con specifico riguardo alla posizione di Ma.An. (ma con rilievo che, nel percorso argomentativo del giudice di primo grado, assume valenza più ampia), si è rimarcato il “carattere fittizio dei trasferimenti” effettuati “in favore di società formalmente amministrate dal figlio o dai parenti prossimi” di M.A., “effettivo dominus” delle società: invero, sottolinea ancora la sentenza di primo grado, “le vere finalità dei trasferimenti immobiliari conseguenti alla cessione delle quote societarie erano quelle di evitare l’aggressione degli immobili da parte dei creditori”, cancellando il legame del patrimonio immobiliare di Bristol Hotel s.r.l. con la stessa società, legame “solo in parte affievolito con il precedente passaggio, facilmente riconoscibile e sanzionabile in executivis, a società formalmente appartenenti a stretti congiunti dello stesso M.A. (il figlio Me.Mo. ed il cugino R.A.”, così assicurando, attraverso i nuovi trasferimenti, “una ulteriore “ripulitura” dei beni”. La stessa sentenza di appello ha evidenziato, con riguardo alle posizioni di C.C., di S.M. e di Me.Mo., che i tre erano privi di qualsiasi esperienza imprenditoriale, di autonomia decisionale e patrimoniale, erano dipendenti in tutto e per tutto dal volere di M.A. e, di conseguenza, avevano chiara, in quanto assolutamente evidente anche considerando che la dismissione dei cespiti avveniva immediatamente dopo il relativo acquisto, la natura fittizia delle operazioni.

3.3. Il carattere fittizio – del resto richiamato nella stessa imputazione delle alienazioni di cui ai molteplici dei capi di imputazione rende ragione della incerta qualificazione dei relativi fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale sub specie di distrazione, così come ritenuto dalle sentenze di merito, sulla scorta delle imputazioni, ovvero di dissimulazione. Invero, la nozione di distrazione è definita, dalla giurisprudenza di questa Corte, richiamando ora il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), che può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, nè la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela (Sez. 5, n. 44891 del 09/10/2008 – dep. 02/12/2008, P.M. in proc. Quattrocchi, Rv. 241830; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 30830 del 05/06/2014 – dep. 11/07/2014, P.M. in proc. Di Febo, Rv. 260486), ora la specifica offensività insita nel distogliere attività alla loro naturale funzione di garanzia dei creditori (Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006 – dep. 02/03/2006, De Rosa, Rv. 233413, in motivazione) e, dunque, il fatto diretto ad impedire che un bene del fallito sia utilizzato per il soddisfacimento dei diritti della massa dei creditori (Sez. 5, n. 10220 del 19/09/1995 – dep. 09/10/1995, Guerrini, Rv. 203006): definizione, quest’ultima, che rende ragione dell’attribuzione, nella giurisprudenza di legittimità, alla nozione di distrazione di una funzione anche “residuale”, tale da ricondurre ad essa qualsiasi fatto diverso dall’occultamento, dalla dissimulazione, etc. determinante la fuoriuscita del bene dal patrimonio del fallito che ne impedisca l’apprensione da parte degli organi del fallimento (Sez. 5, n. 8755 del 23/03/1988 – dep. 08/08/1988, Fabbri, Rv. 179047; conf. Sez. 5, n. 7359 del 24/05/1984 – dep. 24/09/1984, Pompeo, Rv. 165673), il che rinvia comunque alla definizione degli altri fatti di bancarotta delineati dalla norma incriminatrice. In questa prospettiva, l’occultamento consiste in ogni manovra dell’imprenditore diretta a far credere non esistenti, in tutto o in parte, i suoi beni, che invece esistono, ossia ogni manovra diretta a separare in tutto o in parte tali beni impedendo di conoscere dove siano, mentre la dissimulazione consiste in qualsiasi forma di inganno diretta ad occultare la conoscenza di uno stato esistente, che si verifica normalmente sotto forma di negozi giuridici solo apparenti, mediante i quali si celano negozi reali compiuti in frode ai creditori, ovvero ben architettate operazioni dannose rivestite dell’abito apparente della legalità (Sez. 5, n. 8177 del 14/03/1974 – dep. 12/11/1974, Mele, Rv. 128364): integra, dunque, la fattispecie di dissimulazione nella bancarotta fraudolenta l’attività diretta a diminuire fittiziamente il patrimonio del fallito, mentre non è necessario che sia realmente conseguito il risultato al quale tende detta attività, bastando semplicemente la condotta volta alla dissimulazione (Sez. 5, n. 6681 del 19/04/1988 – dep. 06/06/1988, Ferlicca, Rv. 178538; conf. Sez. 5, n. 30442 del 22/08/2006 – dep. 14/09/2006, Preziosa).

3.4. A fronte dei richiamati, plurimi riferimenti ad attività negoziali solo apparenti in quanto preordinate a dissimulare la consistenza patrimoniale della fallita, di segno contrario risultano – oltre, come si è detto, al tenore letterale dell’imputazione e a numerosi passaggi delle sentenze di merito, che delineano i fatti oggetto di imputazione in termini di distrazione – alcuni riferimenti al fatto, ad esempio, che Ma.An. e F., per il tramite delle varie società, acquisirono “sostanzialmente l’intero patrimonio immobiliare della Bristol Hotel s.r.l.”, svolgendo “un ruolo determinante nella attività di svuotamento dell’intero patrimonio” della fallita ed offrendo “un robusto e decisivo contributo alle attività distrattive organizzate da M. in pregiudizio dei creditori”.

Nei termini indicati, la motivazione delle conformi sentenze di merito, come si è anticipato, non è idonea a dar conto della qualificazione di molti dei fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale contestati, ossia del presupposto necessario ai fini dell’esame di alcune delle questioni prospettate dai ricorrenti. Ad esempio, il secondo motivo del ricorso proposto nell’interesse di Ma.An. lamenta il mancato esame, da parte del giudice di appello, del motivo di gravame incentrato sull’autonoma e decisiva rilevanza della prima fuoriuscita dei cespiti dalla fallita, questione, questa, alla quale si ricollega anche il primo motivo che lamenta l’erronea applicazione della legge penale in reazione alla configurabilità quali autonome condotte distrattive delle condotte successive all’effettiva fuoriuscita dei beni dal patrimonio della fallita: al riguardo, la qualificazione dei fatti in questione sub specie di distrazioni, che presuppone, di regola, il distacco del bene dalla fallita, ovvero come dissimulazione, che presuppone invece il carattere simulato dell’alienazione, è suscettibile di assumere rilievo ai fini in esame. Rilievi di segno analogo sono riferibili anche alle censure proposte da vari ricorrenti in ordine alle caratteristiche delle alienazioni, se in assenza di corrispettivo o a prezzo di corrispettivo inadeguato.

Sotto questo profilo, dunque, la sentenza impugnata presenta un generale profilo di inadeguatezza della motivazione alla luce delle censure proposte dagli appellanti, inadeguatezza il cui superamento implica apprezzamenti di merito in ordine a ciascuno dei vari fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale di cui al procedimento principale – preclusi a questa Corte e, pertanto, necessariamente rimessi ai giudici del rinvio.

  1. Sul punto, si tornerà esaminando i singoli ricorsi, esame che può prendere le mosse dalle doglianze relative all’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale ascritta a M.A. e ad P.A.. Il quinto e il sesto motivo del ricorso nell’interesse di M.A. e il quinto motivo del ricorso nell’interesse di P.A., che possono quindi essere esaminati congiuntamente, non meritano accoglimento.

4.1. La Corte distrettuale ha rilevato, a parte la mancata appostazione della voce concernente la fideiussione prestata a favore della Banca Popolare dell’Irpinia nei bilanci sociali, come le annotazioni contabili relative sia agli acquisti, sia alle cessioni dei beni fossero effettuate con ritardo (a volte alla fine dell’anno solare di riferimento) e con formule assolutamente oscure che non consentivano di comprendere il tipo di operazioni cui si riferivano e, soprattutto, le modalità di pagamento del prezzo di acquisto e di incasso del corrispettivo della vendita: al momento dell’acquisto veniva fatto riferimento ad effetti passivi “emessi” (senza specificarne natura, importo e scadenza), che poi al momento della vendita risultavano “ritirati”; il corrispettivo delle vendite, osserva ancora la sentenza impugnata, non era riportato come movimento in conto cassa o in conto banca, ma era contabilizzato sotto la voce “creditori e debitori vari” nel modo appena descritto, generico e oscuro, con una sorta di compensazione delle operazioni di acquisto che non trovava riscontro documentale negli atti di compravendita (con la limitata eccezione degli immobili di Monocalzati); le operazioni di acquisto e di vendita erano annotate senza neppure indicare i conti da movimentare e i movimenti (sia quelli in entrata, sia quelli in uscita) erano tutti riportati sotto quello generico “creditori e debitori”. Il curatore, sottolinea la Corte di appello, ha sintetizzato lo stato delle scritture contabili evidenziando l’impossibilità di ricostruire esattamente le movimentazioni finanziarie essendo esse indicate sotto una voce generica del libro giornale (“debitori e creditori”). Osserva ancora la sentenza impugnata che dalle scritture contabili non è risultato possibile stabilire, in ordine ai trasferimenti dei beni prima entrati e poi usciti dal patrimonio sociale della fallita, in che modo queste transazioni siano avvenute, se e in che modo abbiano importato prima l’uscita e/o poi l’incasso di denaro, se e in quale modo siano avvenuti gli accolli dei debiti ed eventuali compensazioni: circostanze, queste, intrinseche alla tenuta della contabilità, che la rendono del tutto inattendibile ai fini della ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari della fallita. Tale modo di tenuta della contabilità, ha osservato ancora la Corte distrettuale, era funzionale al modo di agire “imprenditoriale” di M., teso alla creazione di “scatole vuote” in cui far transitare immobili e attività acquistati con modalità di incerta connotazione (e, peraltro, neppure funzionali all’attività sociale della fallita). L’imputazione, osserva conclusivamente il giudice di appello, non si riferisce, dunque, all’aver basato la contabilità sul sistema della partita doppia attraverso il giornalmastro, ma nel descritto modo anomalo in cui è stata effettuata la contabilizzazione delle operazioni, modalità che rendevano incerte e controvertibili circostanze essenziali per la ricostruzione della movimentazione degli affari, modalità, a loro volta, funzionali, alla commissione dei fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

4.2. Ciò premesso, il quinto motivo del ricorso nell’interesse di M. non merita accoglimento. Esso riporta diffusamente l’atto di appello nella parte in cui ricostruiva analiticamente le annotazioni relativa a molteplici acquisti/vendite, lamentando la mancata, puntuale disamina del dedotto da parte del giudice di appello. La sentenza impugnata, tuttavia, pur non avendo preso in considerazione, con la stessa analiticità, le censure dell’appellante, ha rilevato che i consulenti della difesa hanno sì prospettato di avere ricostruito le operazioni oggetto di contestazione, ma sulla base della chiave interpretativa da essi stessi propugnata, ossia che si trattasse di compensazione di debiti assunti all’atto dell’acquisto: chiave interpretativa che non trova alcun riscontro documentale. Al riguardo, dunque, deve rilevarsi che l’analitica disamina contenuta nell’atto di appello è valutata dalla sentenza impugnata come collegata ad una chiave di lettura “asserita” dalla difesa, ma contraddetta dai dati documentali: il che rende ragione dell’infondatezza delle censure.

Conclusione, questa, da riferire anche alle ulteriori doglianze: i rilievi circa l’esistenza o meno dei fatti storici (cambiali, prima di tutto) trascurano di considerare che l’imputazione e i dati probatori valorizzati dai giudici di merito si riferiscono proprio all’impossibilità di ricostruire il patrimonio e il movimento degli affari, laddove il riferimento alle annotazioni in “partita doppia” omette di confrontarsi con le articolate argomentazioni della sentenza impugnata e quello alla mancata assunzione delle testimonianze dei venditori evoca, al più, inammissibile questioni di merito.

Alla medesima conclusione deve giungersi con riguardo al sesto motivo: le consulenze della difesa sono state valutate nei termini sopra indicati dalla sentenza impugnata, il che rende altresì ragione dell’inconsistenza del riferimento alla tecnica del giornalmastro (puntualmente esaminato e disatteso con congrua motivazione dalla Corte distrettuale), mentre la censura relativa al mancato espletamento di una perizia d’ufficio è del tutto generica. La sentenza impugnata non fa riferimento alla sottrazione del libro soci e delle pezze d’appoggio, sicchè inconferente è la deduzione difensiva sul punto, mentre del tutto generica è la censura basata sulla ricostruzione del consulente del P.M., comunque non decisiva a fronte degli argomentati rilievi del giudice di appello.

4.3. Anche il quinto motivo del ricorso nell’interesse di P.A. non merita accoglimento. Su un piano generale, si deve rilevare che il motivo non articola travisamenti della prova, ma, attraverso la prospettazione di illogicità o carenze del percorso argomentativo dei giudici di merito, deduce, in più punti, questioni di merito, volte a sollecitare una rivisitazione, esorbitante dai compiti del giudice di legittimità, della valutazione del compendio conoscitivo che la Corte distrettuale ha operato, sostenendola con motivazione coerente con i dati probatori richiamati ed immune da vizi logici: vengono in rilievo, in tal senso, i riferimenti alla ricostruzione offerta dai consulenti della difesa (a proposito della quale, peraltro, la ricorrente omette di confrontarsi con gli specifici rilievi formulati sul punto dalla Corte di appello) e ai motivi di appello incentrati sulla tecnica del giornalmastro (anch’essi, peraltro, oggetto di specifica confutazione da parte della sentenza impugnata). Quanto ai primi, mette conto osservare che la diffusa riproposizione operata dalla ricorrente delle prospettazioni dei consulenti non si confronta con il rilievo decisivo della sentenza impugnata circa la totale assenza di riscontri rispetto alla chiave interpretativa assunta dai consulenti stessi a fondamento della ricostruzione proposta. Per il resto, i rilievi circa l’indicazione in contabilità degli effetti cambiari e la redazione degli atti notarili isolano un aspetto della complessiva ricostruzione offerta dalla sentenza impugnata, omettendo di confrontarsi con il complesso degli elementi in forza dei quali è stata ritenuta l’impossibilità di ricostruire i movimenti finanziari della fallita, nonchè il tipo di operazioni annotate in contabilità e le modalità di pagamento del prezzo di acquisto e di incasso del corrispettivo delle alienazioni, laddove le ulteriori deduzioni circa la sottrazione delle pezze di appoggio e del libro soci risultano, come si è già rilevato, del tutto inconferenti. La Corte di appello, inoltre, ha puntualmente ricostruito i fatti di bancarotta documentale posti in essere nel periodo in cui la ricorrente rivestiva la carica amministrativa, il che priva di consistenza la relativa censura.

4.4. Il rigetto dei motivi afferenti all’imputazione di bancarotta fraudolenta documentale non consente, comunque, la declaratoria di irrevocabilità del relativo capo a norma dell’art. 624 c.p.p. , comma 2: infatti, come si vedrà, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio quanto alla sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, sicchè, fermi restando gli effetti del rigetto ai fini civili, è solo all’esito dell’esame, da parte del giudice del rinvio, di tale punto che potrà essere valutato il perfezionamento o meno (anche alla data della deliberazione della presente sentenza) della fattispecie estintiva del reato per prescrizione.

  1. Il nono motivo del ricorso nell’interesse di M.A. e il primo motivo del ricorso nell’interesse di P.A. possono essere esaminati congiuntamente, attenendo entrambi alle fideiussioni di 70 miliardi di lire rilasciate alla Banca Popolare dell’Irpinia in data 02/12/1993 dalla fallita in favore di Departures s.p.a.: fideiussioni, queste, che, oltre a costituire l’oggetto dell’imputazione di causazione del fallimento per operazioni dolose nei confronti della P.A., vengono evocate nel ricorso M. soprattutto sotto il profilo della riconoscibilità dell’elemento psicologico dei reati contestati al capo 1) del procedimento principale, ma, può aggiungersi, sono rilevanti già sul piano della stessa ravvisabilità del pericolo concreto nelle alienazioni di cui alle imputazioni di bancarotta fraudolenta patrimoniale (e ciò a prescindere dalla puntuale qualificazione dei relativi fatti); esse, inoltre, nel percorso motivazionale dei giudici di merito si collocano all’origine delle vicende relative ai vari fatti di bancarotta ascritti agli imputati, rappresentandone l’antefatto storico-giuridico, sicchè le relative censure devono essere esaminate in via prioritaria rispetto alle altre afferenti alle imputazioni di bancarotta fraudolenta patrimoniale e della stessa imputazione di operazioni dolose. I motivi non meritano accoglimento.

5.1. La Corte di appello ha disatteso la prospettazione difensiva circa il “rilascio inconsapevole” delle fideiussioni, rimarcando come non vi sia alcuna prova che la sottoscrizione delle garanzie sia apocrifa, che sia stata estorta dai funzionari della Banca Popolare dell’Irpinia (come, secondo i giudici di merito, inizialmente sostenuto dalla difesa), che P. abbia sottoscritto moduli in bianco poi abusivamente “riempiti” dai funzionari della banca, come confermato da vari elementi ed argomenti. Al riguardo, la Corte di appello – richiamando anche le conformi pronunce di primo grado – ha evidenziato, in primo luogo, la contraddittorietà delle tesi sostenute sul punto dalle difese: mentre P. ha infine riconosciuto di avere sottoscritto le fideiussioni in questione, in sede civile – e, segnatamente, nell’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dalla Banca Popolare dell’Irpinia – la stessa aveva affermato che la sottoscrizione della fideiussione le era stata estorta (“… tutte le richiamate fideiussioni sono state estorte dalla Banca Popolare dell’Irpinia…”). D’altra parte, ha osservato ancora il giudice di appello, pochi mesi dopo il rilascio della fideiussione, ossia il 01/07/1994, P. aveva sottoscritto un atto di costituzione in pegno delle quote della fallita in favore della Banca Popolare dell’Irpinia: anche a questo proposito la difesa ha sostenuto la tesi della sottoscrizione “inconsapevole”, ma, sottolinea la sentenza impugnata, si è trattato di un atto pubblico rogato da un notaio, il che conferma l’inconsistenza della tesi difensiva, la sua inverosimiglianza e l’assoluta mancanza di prove a sostegno di essa. Il giudice di appello richiama poi il rilascio da parte della P.A., anche in proprio, del marito M.A. e di altre società del “gruppo” di altre fideiussioni di pari importo a quella oggetto di contestazione in favore Departures: da qui il rilievo che dette fideiussioni erano funzionali alla “sistemazione contingente” degli interessi del gruppo. Richiamata l’inattendibilità delle dichiarazioni del coimputato Me.Mo. (figlio degli imputati), che, anzi, ha negato che la madre intrattenesse rapporti con la banca diversi da quelli relativi alla fallita, così contraddicendo l’allegazione difensiva della P.A., la Corte di appello ha rimarcato come ella – indipendentemente dallo stato dei rapporti in quel periodo specifico – agisse “sotto l’egida” del marito M.A., vero e indiscusso dominus della costellazione di società e di attività indicate, per comodità espositiva, come c.d. Gruppo M.: la mancanza di autonomia della P.A. nella gestione di Bristol Hotel s.r.l. e la riconducibilità di tutte le operazioni relative a detta gestione allo stesso M., rende del tutto inverosimile, rileva ancora la Corte distrettuale, che P. potesse autonomamente determinarsi a sottoscrivere dei moduli in bianco.

Rilievi di segno analogo sono delineati dalle conformi sentenze di primo grado. Quella deliberata nel procedimento principale, in particolare, ha sottolineato i collegamenti e le cointeressenze tra le società che prestavano le fideiussioni e quelle a favore delle quali le garanzie erano prestate, le une e le altre riconducibili a M.A., il che rende ragione della funzionalità di tutte le operazioni alla mutua e reciproca garanzia di società formalmente facenti capo a soggetti diversi, ma sostanzialmente nella titolarità di un solo “burattinaio”, ossia, appunto, M.A.. Il giudice di primo grado – oltre a richiamare la testimonianza di c.d., funzionario della Banca Popolare dell’Irpinia, che ha riferito dell’invio delle fideiussioni alla P.A., anche quale responsabile di Bristol Hotel – ha fatto riferimento alle raccomandate del 22/06/1992 indirizzate dalla banca alla fallita, a P. e a M. (e debitamente recapitate ai destinatari) con le quali si comunicava l’importo pari a 70 miliardi di lire delle fideiussioni, in ossequio al disposto di cui alla L. n. 154 del 1992, art. 10: il che, nel percorso argomentativo del giudice di merito, conferma che nessun abuso fu posto in essere dalla banca, che la materiale stipula delle fideiussioni del 02/12/1993 altro non rappresentava se non la formalizzazione di una decisione già assunta e di cui gli imputati erano stati portati a conoscenza, in assenza di alcuna contestazione da parte loro. Del resto, all’esito delle indagini scaturite dalle denunce degli imputati, il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Avellino, con decreto del 28/04/2000, ha disposto l’archiviazione del procedimento.

5.2. A fronte degli elementi valorizzati dai giudici di merito e delle valutazioni, immuni da cadute di conseguenzialità logico-argomentativa, articolate sulla base di essi, i ricorrenti, su un piano generale, muovono dalla considerazione dei vari elementi di prova in una prospettiva atomistica ed indipendente dal necessario raffronto con il complessivo compendio probatorio valorizzato dalle concordi pronunce di merito (Sez. 6, n. 45249 del 08/11/2012 – dep. 20/11/2012, Cimini, Rv. 254274), laddove è solo l’esame di tale compendio entro il quale ogni elemento è contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione (Sez. 2, n. 18163 del 22/04/2008 – dep. 06/05/2008, Ferdico, Rv. 239789), posto che nella valutazione complessiva ciascun indizio si somma e si integra con gli altri, così che l’insieme può assumere quel pregnante ed univoco significato dimostrativo che consente di ritenere provato il fatto (Sez. U, n. 6682 del 04/02/1992 – dep. 04/06/1992, P.M., p.c., Musumeci ed altri, Rv. 191230).

5.3. Ciò premesso, il primo motivo del ricorso nell’interesse di P.A. non merita accoglimento.

La ricorrente critica il rilievo della Corte di appello circa la contraddittorietà delle versioni fornite nelle diverse sedi richiamando, per un verso, quanto dedotto in sede di opposizione al decreto ingiuntivo in ordine al rilascio in bianco delle fideiussioni e il contenuto delle denuncia della P.A., nella quale la stessa assumeva di essere truffata: tuttavia, il dato tratto dall’opposizione al decreto ingiuntivo e puntualmente richiamato dalla sentenza impugnata (pag. 75: “… tutte le richiamate fideiussioni sono state estorte dalla Banca Popolare dell’Irpinia…”) non è oggetto di denuncia di travisamento dell’informazione probatoria che dallo stesso il giudice di merito ha ricavato, essendosi la ricorrente limitata ad addurre altri dati contrastanti con esso, il che, all’evidenza, non inficia il rilievo della Corte di appello circa la contraddittorietà delle versioni fornite dalle difese nelle varie sedi. Rilievo, questo, riferibile anche alla denuncia presentata da M. pure richiamata dal motivo in esame, mentre le deduzioni circa il contenuto delle deposizioni dibattimentali non scalfiscono la valenza del dato documentale valorizzato dalla sentenza impugnata.

Inammissibile è la doglianza che investe il rilievo della sentenza impugnata secondo cui P. agiva sotto l’egida del marito M.A.: la valutazione sul punto del giudice di appello non può essere disgiunta dalla considerazione del complesso delle operazioni fideiussorie relative a quello che il giudice di appello ha indicato come c.d. gruppo M., sicchè sul punto il ricorso risulta del tutto carente della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849). Gli ulteriori rilievi del ricorso volti ad accreditare la tesi dell’abusivo riempimento in bianco da parte dei funzionari bancari degli atti fideiussori incentrati, in particolare, sulla relazione interna del giugno 1994 e sulla deduzione di una pregressa fideiussione per il valore di 35 miliardi di lire omettono di confrontarsi con gli specifici elementi valorizzati dai giudici di merito, elementi tratti da dati probatori anteriori (le raccomandate del 22/06/1992, incontrovertibilmente ricevute dagli imputati) e successivi (la sottoscrizione, in data 01/07/1994, di un atto di costituzione in pegno delle quote della fallita in favore della Banca Popolare dell’Irpinia) al perfezionamento delle fideiussioni in questione, risolvendosi – anche alla luce della già evidenziata lettura frazionata del compendio probatorio – in censure inidonee a disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011 – dep. 15/11/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516). Privi di consistenza sono i riferimenti all’estraneità della fideiussione all’oggetto sociale della fallita, posto che, come evidenziato dalla Corte distrettuale, Bristol Hotel s.r.l. era una delle “scatole vuote” del c.d. Gruppo M. all’interno delle quali transitavano beni immobili acquistati e che, come sottolineato dalla sentenza di primo grado, i vari acquisti di immobili esulavano completamente dall’oggetto sociale della fallita.

Nel resto, le censure risultano manifestamente inconferenti (ad esempio, quella relativa all’invalidità delle fideiussioni omnibus, a fronte della ricostruzione dei giudici di merito circa la riconducibilità della fideiussione in questione alle modifiche normative intervenute in materia, così come quella concernente la prospettata discrasia tra le conclusioni del giudice di primo e quello di appello, che ha svolto argomentazioni funzionali a dar conto dell’infondatezza dei motivi di gravame) ovvero (quelle relative a prospettate incongruenze nell’operato della banca creditrice) integranti doglianze di merito, volte a sollecitare una rivisitazione, esorbitante dai compiti del giudice di legittimità, della valutazione del materiale probatorio che la Corte distrettuale ha operato, sostenendola con motivazione coerente con i dati probatori richiamati ed immune da vizi logici. Del tutto generica è la invocata rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, il cui oggetto – l’acquisizione delle fideiussioni – non risulta puntualmente correlato alla finalità probatoria perseguita, tanto più che, come dedotto dallo stesso ricorrente, uno degli originali delle stesse è stato acquisito in primo grado.

5.4. Anche il nono motivo del ricorso nell’interesse di M.A. non merita accoglimento. Esso riprende in larga misura censure già esaminate a proposito del ricorso nell’interesse di P.: pertanto, quanto alla diffusa riproposizione delle deduzioni circa le attività illecite attribuite a funzionari della Banca Popolare dell’Irpinia (comprese quelle relative alle dichiarazioni del teste c.), alla doglianza incentrata sui rapporti tra i due ricorrenti all’epoca e alle censure in merito alla contraddittorietà delle versioni fornite nelle diverse sedi dalle difese valgono i rilievi già esposti nei precedenti paragrafi. Con particolare riferimento alla doglianza incentrata sulla fideiussione pari a 35 miliardi di lire, deve rilevarsi che la Corte distrettuale fa riferimento a “plurime garanzie fideiussorie” e alla circostanza che garanzie del medesimo importo erano state rilasciate anche dalle persone fisiche e da altre società del gruppo, rilievo con il quale il ricorrente non si confronta specificamente, il che, considerato il contesto di intreccio tra le plurime posizioni debitorie e di garanzia di persone fisiche e giuridiche, attribuisce alla censura profili di genericità. A ciò si aggiunga che la sentenza di primo grado richiama la fideiussione per 35 miliardi prestata da Departures in favore della Banca Popolare dell’Irpinia a garanzia delle obbligazioni di Società Agricola San Giuseppe (pure rientrante nel reticolo societario di M.), aggiungendo che, in forza della fideiussione del 02/12/1993, la fallita era garante – oltre che delle esposizioni debitorie dirette di Departures – anche, quale fideiussore del fideiussore, delle esposizioni che tale società aveva nei confronti della Cooperativa Agricola San Giuseppe: rilievo, questo, che conferma l’aspecificità della doglianza. Le ulteriori doglianze incentrate su deduzioni logiche (in particolare, sulla credibilità della prospettazione della tesi dell’estorsione) o su “parallelismi” con altre vicende articolano, al più, questioni di merito, laddove le dichiarazioni del figlio Me.Mo. sono state ritenute inattendibili dai giudici di merito con valutazione incensurabile sul piano logico-argomentativo. La censura sulla mancata rinnovazione dell’istruzione dibattimentale è del tutto generica e, comunque, manifestamente infondata posto che, secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte, il giudice d’appello ha l’obbligo di motivare espressamente sulla richiesta di rinnovazione del dibattimento solo nel caso di suo accoglimento, mentre, ove ritenga di respingerla, può anche motivarne implicitamente il rigetto, evidenziando la sussistenza di elementi sufficienti ad affermare o negare la responsabilità dell’imputato (Sez. 6, n. 11907 del 13/12/2013 – dep. 12/03/2014, Coppola, Rv. 259893; conf.: Sez. 6, n. 30774 del 16/07/2013 – dep. 17/07/2013, Trecca, Rv. 257741): il che vale a fortiori nel caso di specie considerando quanto già rilevato in ordine all’acquisizione di uno degli originali della fideiussione in primo grado.

5.5. Il nono motivo del ricorso nell’interesse di M.A., infine, richiama l’orientamento espresso da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493, secondo cui, nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento, in qualità di evento del reato, deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo. Anche sotto questo profilo il ricorso non merita accoglimento, dovendosi ribadire il consolidato orientamento in forza del quale l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266805). Del resto, come questa Corte ha avuto modo più volte di osservare, molteplici sono gli argomenti che confermano l’orientamento consolidato, mettendo in luce i vari profili di infondatezza della ricostruzione offerta dalla sentenza Corvetta, argomenti che, in questa sede, è sufficiente ripercorrere in parte e in estrema sintesi: il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria L. Fall. , ex art. 223, comma 2; il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; la del tutto problematica ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi).

  1. Gli ulteriori motivi (primo, secondo, terzo, quarto e ottavo) proposti dal ricorso nell’interesse di M.A. in ordine ai fatti di bancarotta patrimoniale sono solo in parte fondati.

6.1. La Corte distrettuale ha confutato l’argomento difensivo secondo cui gli atti di alienazione erano intervenuti prima della notifica del decreto ingiuntivo di Banca Popolare dell’Irpinia (gennaio 1996) e quindi non potevano dirsi orientati a frustrare le ragioni creditorie, sulla base di plurimi argomenti. Rileva, in primo luogo, il giudice di appello, che gli atti di alienazione erano prossimi, coevi o addirittura successivi alla dichiarazione di fallimento e che presentavano un contenuto singolare almeno per ciò che riguarda le modalità di pagamento: invero, nessuno degli atti di vendita indicava l’esistenza e l’entità del debito contratto da Bristol Hotel s.r.l. per l’acquisto dei vari cespiti (nè la permanenza del debito al momento della cessione del medesimo cespite), garanzie reali o personali eventualmente prestate dalla debitrice o da terzi, l’accollo del debito pregresso da parte dell’acquirente, laddove, al contrario, gli atti pubblici di trasferimento riportavano sempre che il prezzo di vendita concordato era già stato ricevuto dalla venditrice, ossia da Bristol Hotel s.r.l., che, proprio per questo, rilasciava quietanza liberatoria di saldo con rinuncia all’ipoteca legale. Rileva inoltre la sentenza impugnata che i relativi dati contabili erano inaffidabili, sia con riguardo all’acquisto dei cespiti, sia con riguardo alla cessione degli stessi, mentre il carattere fraudolento delle alienazioni trova conferma nei collegamenti personali e societari esistenti tra la cedente Hotel Bristol s.r.l. e i soggetti acquirenti (sia immediati, che successivi) e nella retrocessione di alcuni dei beni ceduti a soggetti – persone fisiche o giuridiche – collegati ad M.A., tanto più, osserva ancora la Corte di appello, che lo stato di sofferenza si era già manifestato il 30/09/1994 con l’istanza di fallimento di Rhoss s.p.a. (istanza, precisa la sentenza di primo grado, relativa a un credito superiore ai 40 milioni di lire fondato su una sentenza irrevocabile, per il quale solo il 05/07/1996 intervenne la desistenza a fronte dell’avvenuto deposito giudiziario di una somma pari a 35 milioni). L’argomento difensivo secondo cui gli atti di cessione non avevano recato pregiudizio ai creditori, perchè gli acquirenti, quale adeguato corrispettivo, avevano assunto il debito a suo tempo contratto da Hotel Bristol per l’acquisto dei singoli cespiti (sicchè, al più, sarebbe configurabile una bancarotta preferenziale) è confutato dalla sentenza impugnata richiamando il già evidenziato contenuto singolare degli atti di alienazione e sottolineando come sia inverosimile e fuori da qualsiasi logica la tesi difensiva che presuppone l’accollo di un debito di cui non vi è alcuna traccia. Rimarcato il carattere del tutto oscuro dei dati contabili, il giudice di appello sottolinea come lo stesso atto di acquisto da parte di Hotel Bristol degli immobili in (OMISSIS) (fatti sub d) dell’imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale) riporti che solo una parte del prezzo veniva corrisposto in titoli (senza alcuna specificazione della loro natura, scadenza e importo di ciascuno) mentre altra, consistente, parte pari a 600 milioni di lire, viene indicata come versata in contanti. La tesi della bancarotta preferenziale, osserva ancora il giudice di appello, è smentita dai dati documentali richiamati, ossia dal contenuto dei singoli atti traslativi. Nella parte relativa alle imputazioni a carico della P.A., la sentenza impugnata, inoltre, ha, come si è visto, evidenziato l’estraneità dell’attività e delle operazioni della fallita al proprio oggetto sociale, il suo costituire una “scatola vuota” che ha finito con l’assumere la funzione di contenitore di beni immobili (significativamente mai adibiti ad attività turistico-ricreative) e di organismo utilizzato per la prestazione di garanzie nell’ambito di operazioni di credito definite dalla Corte di appello civile “spericolate”.

Ulteriori elementi sono valorizzati dalla sentenza di primo grado, che si integra con quella conforme di appello (Sez. 2, n. 11220 del 13/11/1997 – dep. 05/12/1997, Ambrosino, Rv. 209145), ove si rimarca come nessun incasso sia mai stato contabilizzato, neppure delle somme indicate nelle scritture di trasferimento. Rileva ancora il Tribunale di Salerno che alla fine del 1995 (ma l’avvio delle procedure di rientro da parte della Banca Popolare dell’Irpinia delle esposizioni del “gruppo” M. è ovviamente anteriore) la banca, sotto la spinta delle ispezioni della Banca d’Italia, fu costretta ad agire per far valere le garanzie fideiussorie prestate, tra le altre, da Bristol Hotel, sicchè si rese necessario per M. adottare le “contromisure volte a contrastare il pericolo che l’intero patrimonio immobiliare” andasse “disperso” (ossia, divenisse oggetto delle azioni esecutive dei creditori): in tale contesto si collocano “i trasferimenti succedutisi in maniera vorticosa” inizialmente in favore di società facenti formalmente capo a membri della famiglia (come Me.Mo.) o congiunti (come il cugino R.A.) o a uomini di fiducia ( C.C.) e successivamente, “per offuscarne ulteriormente la provenienza”, ad altri soggetti cooptati nel circuito criminoso (in particolare, Ma.An. e F.), trasferimenti tutti “funzionali a paralizzare l’azione della Banca e ad evitare, in generale, l’aggressione da parte dei creditori”, che, sottolinea il giudice di primo grado, non si esaurivano nella Banca Popolare dell’Irpinia, ma comprendevano, oltre a Rhoss s.p.a., gli uffici finanziari per mancato versamento dell’IVA per 130 milioni, il Banco di Napoli, M.E. quale amministratore di Dalmar, società venditrice degli immobili di (OMISSIS), la Camera di Commercio. La sentenza di primo grado ha, inoltre, esaminato, disattendendola, la tesi difensiva incentrata sulla prospettazione del rilascio di effetti emessi quale corrispettivo degli acquisiti da parte dei Bristol Hotel s.r.l., effetti poi ritirati presso i venditori dalla società che avevano poi successivamente rilevato gli immobili da Bristol Hotel e avevano provveduto al pagamento: al riguardo, la sentenza di primo grado rileva che, a parte la vicenda dei fabbricati di (OMISSIS), la tesi è del tutto priva di riscontro, poichè per gli acquisti degli altri beni da parte della società poi fallita non risulta contabilmente alcun pagamento e, quanto ai fabbricati di (OMISSIS), il dato contabile è oscuro non potendosi comprendere il significato dell’espressione “ritirati dall’acquirente”, di che tipo di effetti si tratti, chi li abbia sottoscritti, se, quando e da chi siano stati ritirati. Sottolinea ancora il Tribunale di Salerno che gli effetti non sono mai stati sottoposti all’esame degli organi fallimentari o dell’autorità giudiziaria.

6.2. A fronte degli elementi valorizzati e degli argomenti sviluppati dalle conformi sentenze di merito, il primo motivo è solo in parte fondato.

Quanto alle doglianze relative all’epoca delle alienazioni e al rapporto delle stesse con lo stato di insolvenza di Hotel Bristol s.p.a., i giudici di merito hanno fatto riferimento alla manifestazione di insolvenza connessa all’avvio delle azioni di recupero da parte della Banca Popolare dell’Irpinia (in epoca anteriore alla fine del 1995), nonchè all’istanza di fallimento di Rhoss s.p.a. del 30/09/1994, istanza rispetto alla quale la desistenza è intervenuta a quasi due anni di distanza (il 05/07/1996): nei termini indicati, la collocazione operata dalla sentenza impugnata delle operazioni di cui all’imputazione in una fase in cui le manifestazioni di insolvenza si erano già realizzate non è inficiata, sul piano logico-argomentativo, dai rilievi del ricorrente. Del resto, la sentenza di primo grado nel processo principale (p. 44) richiama le dichiarazioni rese da Ma.An., secondo cui M.A., nel proporre le varie operazioni di acquisizione poi realizzate, gli aveva rappresentato di trovarsi in “gravi difficoltà economiche”.

Nè meritano accoglimento le censure relative all’individuazione dei corrispettivi delle alienazioni: fermi i rilievi formulati supra in ordine alla problematica ricostruzione di alcuni dei fatti di bancarotta patrimoniale in termini distrattivi, la sentenza impugnata ha richiamato plurimi elementi a sostegno del carattere fraudolento dei fatti di bancarotta, quali il contenuto singolare degli atti di vendita nessuno dei quali indicava l’esistenza e l’entità del debito contratto da Bristol Hotel s.r.l. per l’acquisto dei vari cespiti (nè la permanenza del debito al momento della cessione del medesimo cespite), le garanzie reali o personali eventualmente prestate dalla debitrice o da terzi, l’accollo del debito pregresso da parte dell’acquirente, laddove, al contrario, detti atti riportavano che il prezzo di vendita concordato era già stato ricevuto dalla venditrice: è dunque il rilievo dello specifico contenuto degli atti traslativi a rendere ragione, nel percorso argomentativo della Corte distrettuale, dell’infondatezza della tesi difensiva. A ciò si aggiunga che alla considerazione del contenuto singolare degli atti di vendita (che, di per sè solo considerato, priva di consistenza l’argomento del ricorrente circa gli obblighi nella stipula degli atti notarili introdotti dalla normativa del 2006), i giudici di merito affiancano ulteriori rilievi, quali la mancata esibizione, in qualsiasi sede, degli effetti utilizzati per le cessioni, la mancata contabilizzazione di alcun incasso (neppure delle somme indicate nelle scritture di trasferimento), l’inserirsi delle varie alienazioni nella “vorticosa” sequela di trasferimenti tra soggetti – individui e società – più o meno direttamente riferibili ad M.A.: il motivo, complessivamente valutato, omette di confrontarsi con l’apparato logico-argomentativo esibito dalle conformi sentenze di merito, risultando, per un verso, carente della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012 – dep. 16/05/2012, Pezzo, Rv. 253849) e, per altro verso, basato su un’erronea lettura atomistica del compendio probatorio. Il che, in particolare, priva di consistenza le censure, comunque del tutto generiche, circa la riconducibilità delle operazioni in questione al genus delle operazioni infragruppo. Nè in senso contrario può argomentarsi sulla base delle ulteriori doglianze del ricorrente: quella che investe la considerazione della Corte di appello circa la sopravvenuta indisponibilità del capitale della fallita a seguito del pegno sulle relative quote concesso alla Banca Popolare dell’Irpinia è all’evidenza inidonea a disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011 – dep. 15/11/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516), tanto più che il rilievo dei giudici di merito (in particolare, della sentenza di primo grado) circa la cessione delle quote che consentiva alla banca di partecipare alle assemblee che dovevano deliberare le cessioni deve essere posto in correlazione con la mancata approvazione assembleare che si registrava nella prassi di Bristol Hotel s.r.l., prassi che, quindi, vanificava il diritto della banca a partecipare alle assemblee della società: priva di fondamento, dunque, è l’affermazione del ricorrente secondo cui tale prassi sarebbe stata di giovamento ai creditori.

A diversa conclusione deve giungersi, invece, con riguardo alle censure relative alle connotazioni dei fatti di bancarotta (alienazioni simulate, senza il pagamento di alcun corrispettivo ovvero alienazioni effettive, ma a prezzo inferiore a quello congruo), censure che chiamano immediatamente in causa la questione relativa alla qualificazione dei fatti di bancarotta come distrattivi o come dissimulatori esaminata al par. 3: sotto questo profilo, la doglianza è fondata, poichè le sentenze di merito delineano un’alternativa irrisolta tra le due ricostruzioni dei fatti, funzionali, come si detto, alla qualificazione degli stessi. Resta, inoltre, assorbito il terzo motivo, che investe la qualificazione dei fatti in termini distrattivi e, dunque, anch’esso la questione ora richiamata.

6.3. Fermo quanto appena rilevato nonchè le conclusioni raggiunte in ordine alle imputazioni sub e) e h) in sede di esame del ricorso nell’interesse di Ma.An., il secondo motivo è inammissibile per genericità: il ricorrente omette di confrontarsi con il compendio probatorio e con l’apparato argomentativo esibito dai giudici di merito, sicchè, fatta salva, appunto, la necessità di una più puntuale ricostruzione dei singoli fatti in ordine al carattere simulato o meno delle alienazioni, la tesi difensiva basata sulla lettura alternativa secondo cui la società aveva ceduto gli immobili a società collegate, che pagano o si accollano i debiti contratti per l’acquisto, risulta, proprio sul punto concernente il pagamento o l’accollo dei debiti da parte dei soggetti acquirenti, fondata su una lettura atomistica e frazionata dei dati valorizzati dai giudici di merito. Del pari inammissibile è il quarto motivo, che, oltre a riproporre gli argomenti – già disattesi – incentrati sulla tecnica di redazione degli atti notarili e sulla normativa del 2006, ripropone la tesi esaminata dal giudice di appello: da un lato, si afferma che il rilascio di effetti “può ben essere avvenuto prima del rogito”, così, dunque, facendo leva, sostanzialmente, su una congettura comunque del tutto priva di correlazione critica con gli elementi e con gli argomenti valorizzati dai giudici di merito; dall’altro, si assume la regolare annotazione nelle scritture contabili, evenienza, questa, esclusa dai giudici di merito con motivazione in linea con i dati probatori richiamati ed esente da cadute di conseguenzialità logica.

6.4. L’ottavo motivo articola promiscuamente censure diverse, pur se riconducibili alla sussistenza dei fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale contestati. Non meritano accoglimento le censure relative alla conoscenza dell’insolvenza, posto che, con motivazione esente da vizi logico-argomentativi, la Corte di appello ha collocato le vendite nel contesto delle operazioni di rientro avviate dalla Banca Popolare dell’Irpinia dopo l’ispezione della Banca d’Italia: rilievo, questo, rafforzato dalle già richiamate dichiarazioni di Ma.An. in ordine alle “gravi difficoltà economiche” in cui, a dire di Me.An., quest’ultimo si trovava. Del tutto generiche sono poi le doglianze incentrate sulla liquidità di cassa e sul valore dell’unico immobile rimasto nel patrimonio della fallita, mentre per quelle relative al rilascio delle fideiussioni valgono i rilievi sopra formulati a proposito del nono motivo di ricorso. Le censure relative al rilievo concernente la provenienza delle disponibilità del ricorrente investe un profilo all’evidenza non incidente sul nucleo essenziale della ratio decidendi mentre quelle afferenti al dedotto patto di non utilizzo deducono, al più, inammissibili questioni di merito.

La censura relativa al dedotto mancato riconoscimento in sede giudiziaria del credito sotteso alla fideiussione non merita accoglimento. La conclusione delle conformi sentenze di merito circa le fideiussioni sottoscritte da P.A. per conto della fallita (anche nella veste di fideiussore di altre società del c.d. gruppo M.) e in favore della Banca Popolare dell’Irpinia rende ragione, di per sè sola, dell’esistenza di una – assai rilevante – posizione debitoria di Hotel Bristol s.r.l. nel contesto in cui furono perfezionate le varie alienazioni in esame, laddove i provvedimenti giudiziari resi nella varie sedi civili sono dedotti dal ricorrente in termini del tutto generici, senza alcuna puntuale indicazione delle ragioni ad essi sottostanti. Nei termini indicati, la censura proposta perde di autonoma valenza rispetto alle conclusioni raggiunte in ordine all’infondatezza delle doglianze relative alla formazione delle fideiussioni, tanto più che le garanzie reali provenienti da altre società del gruppo non rendevano “nullo” il valore delle fideiussioni della fallita, tanto è vero che analoghe fideiussioni erano state chieste anche alle persone fisiche. La posizione debitoria di Hotel Bristol s.r.l. nei confronti della Banca Popolare dell’Irpinia – alla quale si ricollegano le fideiussioni prestate – è del tutto idonea ad integrare gli “indici di fraudolenza” necessari a dar corpo alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio della società funzionale, a sua volta, ad assicurare la garanzia dei suoi creditori. Rilievo, questo afferente al piano della sussistenza della fattispecie di bancarotta fraudolenta patrimoniale, che, come si vedrà, non esclude la rilevanza delle vicende del rapporto tra la fallita e la Banca Popolare dell’Irpinia sul diverso piano della sussistenza della fattispecie circostanziale di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1. In questo senso, anche le ulteriori censure circa le garanzie reali dalle quali sarebbero stati assistiti i debiti delle altre società del c.d. gruppo M. non colgono nel segno, posto che comunque non inficiano le conclusioni dei giudici di merito in ordine alle fideiussioni che gravavano sulla fallita.

Devono invece essere accolte, le censure relative al rapporto con Ma.An.: viene in rilievo, anche al riguardo, la questione relativa alla specifica qualificazione dei vari fatti di bancarotta in esame, questione decisiva allo scopo di valutare la rilevanza dell’epoca alla quale risale il rapporto stesso. Restano assorbite le ulteriori doglianze circa la distrazione dei beni in questione.

  1. Il settimo motivo del ricorso nell’interesse di M.A., relativo all’aggravante del danno di rilevante gravità (e all’attenuante di cui alla L. Fall., art. 219, u.c.), deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.

Mentre il più risalente orientamento della giurisprudenza di questa Corte ancorava la sussistenza della fattispecie circostanziale di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, alla sola entità del passivo (Sez. 5, n. 5927 del 21/11/1989 – dep. 24/04/1990, Piras, Rv. 184139), l’orientamento oggi del tutto prevalente è nel senso che, mentre la bancarotta fraudolenta patrimoniale è reato di pericolo e non richiede – nell’azione del fallito – la dimostrazione di un danno reale ai creditori, essendo integrata anche soltanto con la mera messa in pericolo degli interessi creditori, senza necessità di un pregiudizio, questo – ove sussistente in termini di rilevante gravità – può integrare l’aggravante in esame (Sez. 5, n. 11633 del 08/02/2012 – dep. 26/03/2012, Lombardi Stronati, Rv. 252307). In questa prospettiva, si è affermato che, ai fini dell’applicazione, della L. Fall., art. 219, “la valutazione del danno va effettuata con riferimento non all’entità del passivo o alla differenza tra attivo e passivo, bensì alla diminuzione patrimoniale cagionata direttamente ai creditori dal fatto di bancarotta; pertanto, il giudizio relativo alla particolare tenuità – o gravità – del fatto non si riferisce al singolo rapporto che passa tra fallito e creditore ammesso al concorso, nè a singole operazioni commerciali o speculative dell’imprenditore decotto, ma va posta in relazione alla diminuzione – non percentuale ma globale – che il comportamento del fallito ha provocato nella massa attiva che sarebbe stata disponibile per il riparto, ove non si fossero verificati gli illeciti” (Sez. 1, n. 12087 del 10/10/2000 – dep. 23/11/2000, Di Muni, Rv. 217403; conf. Sez. 5, n. 8690 del 27/04/1992 -dep. 04/08/1992, Bertolotti, Rv. 191565). Infatti, la L. Fall., art. 219 “in funzione aggravante o attenuante considera il danno patrimoniale, il quale, ancorchè misurato al tempo del fallimento, è solo quello che consegue ai fatti di bancarotta” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi). Tale orientamento si è poi consolidato ribadendo il principio di diritto in forza del quale, in tema di reati fallimentari, l’entità del danno provocato dai fatti configuranti bancarotta patrimoniale va commisurata al valore complessivo dei beni che sono stati sottratti all’esecuzione concorsuale, piuttosto che al pregiudizio sofferto da ciascun partecipante al piano di riparto dell’attivo, ed indipendentemente dalla relazione con l’importo globale del passivo (Sez. 5, n. 49642 del 02/10/2009 – dep. 28/12/2009, Olivieri, Rv. 245822; conf. Sez. 5, n. 8037 del 03/06/1998 -dep. 07/07/1998, Urso G, Rv. 211637; Sez. 5, n. 13285 del 18/01/2013 – dep. 21/03/2013, Pastorello, Rv. 255063). Affermazione, quest’ultima relativa alla configurabilità della circostanza aggravante sulla base dell’entità del danno provocato dal fatto di bancarotta e indipendentemente dalla relazione con l’importo globale del passivo, che merita una puntualizzazione: essa, infatti, mette in luce come la circostanza aggravante possa essere integrata anche in presenza di un danno derivante dal fatto di bancarotta che, pur essendo, in sè considerato, di rilevante gravità, rappresenti una frazione “non rilevante” del passivo globalmente considerato. La medesima affermazione, tuttavia, non può essere intesa – come mostra di aver fatto la Corte distrettuale – nel senso che la circostanza aggravante sia configurabile in presenza di un fatto di bancarotta pur, in sè, di rilevante gravità quanto al valore dei beni sottratti all’esecuzione concorsuale, senza, tuttavia, che il pregiudizio in capo ai creditori, complessivamente considerato sia esso stesso di rilevante gravità: un’interpretazione del genere, invero, priverebbe la circostanza di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, della sua connotazione di fattispecie di danno e non di pericolo. Se, dunque, per la particolare condizione patrimoniale della fallita, da un fatto di bancarotta patrimoniale di rilevante gravità non è derivato un danno – anch’esso – di rilevante gravità, la fattispecie circostanziale non può dirsi integrata.

Rilevata la carenza motivazionale della sentenza impugnata, la verifica circa la riconoscibilità, nel caso di specie, dei requisiti della circostanza aggravante implica accertamenti di merito (con riguardo, in particolare, all’incidenza del credito della Banca Popolare dell’Irpinia connesso alla fideiussione per 70 miliardi di lire – in base al quale è stato dichiarato il fallimento di Bristol Hotel – in relazione al pregiudizio, complessivamente considerato, in capo ai creditori) preclusi a questa Corte, sicchè, anche in parte qua, la sentenza deve essere annullata con rinvio.

Come si è anticipato a proposito dell’imputazione di bancarotta documentale, l’annullamento con rinvio quanto alla sussistenza della circostanza aggravante di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, preclude qualsiasi verifica in ordine alla eventuale irrevocabilità di tutti i capi relativi ai fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale (e, può anticiparsi, in ordine all’imputazione di fallimento causato da operazioni dolose ascritta a P.).

  1. Gli ulteriori motivi proposti dal ricorso nell’interesse di P.A. sono solo in parte fondati.

8.1. In premessa, mette conto segnalare che la sentenza impugnata ha ricostruito le vicende del giudizio civile relativo alla declaratoria di fallimento di Hotel Bristol s.r.l., anche richiamando i dati riportati dalla sentenza di primo grado. Da quest’ultima si apprende che l’opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento del 09-10/12/1996 era stata, in un primo momento, accolta dal Tribunale di Salerno con sentenza del 03/12/2003, pronuncia, questa, poi riformata dalla Corte di appello con sentenza depositata il 14/11/2006, che aveva dunque rigettato l’opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento: la Corte di appello, infatti, aveva ritenuto la sussistenza di tutti i presupposti per la declaratoria di fallimento, rilevando, in particolare, che, a differenza di quanto sostenuto dal Tribunale, la garanzia azionata dalla banca non era nè invalida, nè inefficace e tanto mento poteva ritenersi che fosse stata estorta alla P.A.. Dalla sentenza impugnata, poi, si apprende che la citata sentenza della Corte di appello di Salerno del 06/06/2006, depositata il 14/11/2006, è divenuta irrevocabile a seguito della sentenza n. 19551 del 26/08/2013 di questa Corte, il che, osserva la sentenza in esame, ha definitivamente sancito la legittimità della dichiarazione di fallimento.

8.2. Ciò premesso, il secondo motivo non merita accoglimento. La tesi circa la sostanziale inesistenza del credito vantato oblitera gli esiti – definitivi – della vicenda civile relativa alla declaratoria di fallimento, laddove, in ordine ai requisiti oggettivi del reato e, segnatamente, al nesso di casualità, la Corte distrettuale ha rilevato che la garanzia prestata con la fideiussione del 02/12/1993 era assolutamente esorbitante rispetto non solo al capitale sociale, ma anche all’effettivo patrimonio di Bristol Hotel s.r.l. e, nei fatti, rispondeva solo alla logica speculativa imposta dai collegamenti e dagli intrecci esistenti tra la società stessa e le altre società e le persone fisiche tutte riconducibili ad M.A.; d’altra parte, l’attività di Bristol Hotel, nella piena consapevolezza di P.A. che ne era amministratore, aveva finito per assolvere alla funzione di “contenitore” di beni immobili utilizzati per la prestazione di garanzie nell’ambito di operazioni di credito definito dalla Corte di appello in sede civile “spericolate”: risulta, pertanto, evidente, rileva ancora la sentenza impugnata, la sussistenza del rapporto di causalità tra l’operazione posta in essere dall’imputata e il successivo fallimento della società, determinato proprio dalla messa in esecuzione, da parte della Banca Popolare dell’Irpinia, della garanzia prestata. Nei termini indicati, la motivazione della sentenza impugnata è esente dai vizi denunciati: la riconducibilità, sotto il profilo eziologico, del fallimento alla fideiussione in favore del creditore istante rilasciata, per conto della società, dall’imputata è univocamente dimostrata dai rilievi delle concordi sentenze di merito, mentre la prospettata valenza delle condotte distrattive ascritte ad altri amministratori non neutralizza, già sul piano logico, il dato rappresentato dal fatto che, come incisivamente affermato dalla sentenza di primo grado, l’operazione ascritta a P. ha determinato il dissesto della società, costituendo il debito fideiussorio l’unico posto a base della dichiarazione di fallimento. Anche il terzo e il quarto motivo, che, attenendo entrambi all’elemento psicologico del reato, possono essere esaminati congiuntamente, non meritano accoglimento. La sentenza impugnata ha dato conto del carattere del tutto esorbitante della garanzia fideiussoria nonchè degli intrecci e dei collegamenti esistenti tra società e individui facenti capo ad M.A., nonchè della funzionalizzazione delle stesse ad operazioni di credito “spericolate”, il che rende ragione della riconoscibilità dell’elemento psicologico del reato.

8.3. Il sesto motivo, relativo alle circostanze (aggravanti e attenuanti) del danno L. Fall. , ex art. 219, è solo in parte fondato.

8.3.1. La ricorrente, in primo luogo, censura, sia pure in termini privi di particolare approfondimento, l’applicabilità della circostanza aggravante del danno di rilevante gravità alle fattispecie L. Fall. , ex art. 223. La censura è manifestamente infondata, in quanto, superando l’indirizzo espresso da un’isolata pronuncia di segno contrario (Sez. 5, n. 8829 del 18/12/2009 – dep. 05/03/2010, Truzzi, Rv. 246154), del tutto consolidato è, nella giurisprudenza di questa Corte il principio di diritto in forza del quale, in tema di reati fallimentari, la circostanza aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, è applicabile alle ipotesi di bancarotta impropria previste dalla L. Fall., art. 223, commi 1 e 2 (Sez. 5, n. 17690 del 18/02/2010 – dep. 07/05/2010, Cassa Di Risparmio Di Rieti S.p.a. e altri, Rv. 247320; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 2903 del 22/03/2013 – dep. 22/01/2014, P.G. e Venturato, Rv. 258446, in relazione a fattispecie L. Fall. , ex art. 223, comma 2, Sez. 5, n. 10791 del 25/01/2012 – dep. 19/03/2012, Bonomo e altro, Rv. 252009; Sez. 5, n. 18695 del 21/01/2013 – dep. 26/04/2013, Liori, Rv. 255839; Sez. 5, n. 38978 del 16/07/2013 – dep. 20/09/2013, Fregnan, Rv. 257762).

8.3.2. Le censure relative alla sussistenza, nel caso di specie, degli elementi costitutivi della fattispecie circostanziale, invece, devono essere accolte per le ragioni indicate al par. 7 a proposito del ricorso di M.A., assorbenti rispetto agli ulteriori rilievi della ricorrente.

  1. Il ricorso proposto nell’interesse di Me.Mo. è solo in parte fondato.

9.1. Il sesto motivo, dal quale occorre prendere le mosse in ordine di priorità logico-giuridica, è inammissibile. In premessa, mette conto rilevare che, adducendo l’impedimento dell’imputato a comparire all’udienza del 18/12/2007, la difesa aveva chiesto non già il rinvio dell’udienza stessa, ma solo il differimento dell’esame dello stesso Me.Mo., mentre le censure articolate attraverso il motivo in esame investono, da un lato, l’ordinanza dibattimentale resa all’udienza del 18/12/2007 che aveva revocato l’ammissione di tale mezzo di prova e, dall’altro, la valutazione della Corte di appello, che ha rigettato la richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale indispensabile per poter procedere all’esame dell’imputato. Ciò premesso, il motivo è inammissibile, posto che il ricorrente neppure deduce di avere immediatamente eccepito la nullità della revoca dell’ordinanza ammissiva, che resta altrimenti sanata (Sez. 5, n. 51522 del 30/09/2013 – dep. 20/12/2013, Abatelli, Rv. 257891; conf., ex plurimis, Sez. 2, n. 9761 del 10/02/2015 – dep. 06/03/2015, Rizzello, Rv. 263210).

9.2. Il quinto motivo, complessivamente valutato, è inammissibile, per carenza di specificità. Esso, infatti, presenta una caotica esposizione delle doglianze, dal tenore confuso e scarsamente perspicuo (Sez. 2, n. 7801 del 19/11/2013 – dep. 19/02/2014, Hussien, Rv. 259063), articolando plurime censure relative a fatti di bancarotta (ad esempio, l’imputazione di bancarotta documentale, quella di bancarotta patrimoniale di cui punto d), concernente gli otto appartamenti ubicati a (OMISSIS)) per i quali il ricorrente non ha riportato condanna, il che rende ragione della complessiva aspecificità del motivo.

9.3 L’ottavo motivo non merita accoglimento: esso si fonda sull’orientamento espresso da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, le cui argomentazioni sono già state confutate nell’esame del nono motivo del ricorso nell’interesse di M.A..

9.4. Il primo motivo, che attiene alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, deve essere accolto, nei termini di seguito indicati. Nella ricostruzione delle conformi sentenze di merito, Me.Mo. risponde quale concorrente extraneus del reato di bancarotta e, segnatamente, quale acquirente dei cespiti cui ai capi b) e c) a titolo di amministratore, rispettivamente di Immobiliare G.M.D. s.r.l. e di Azienda Agricola San Nicola Varco, cespiti poi rivenduti da F. subentrato in entrambe le cariche.

Al riguardo, questa Corte ha avuto modo più volte di affermare il principio di diritto in forza del quale, in tema di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo del concorrente extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società (Sez. 5, n. 12414 del 26/01/2016 – dep. 23/03/2016, Morosi, Rv. 267059; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 9299 del 13/01/2009 – dep. 02/03/2009, Poggi Longostrevi, Rv. 243162; Sez. 5, n. 16579 del 24/03/2010 – dep. 29/04/2010, Fiume, Rv. 246879). I contenuti del dolo del concorrente extraneus non differiscono dunque da quelli dell’intraneus, rispetto ai quali le Sezioni unite di questa Corte hanno di recente ribadito che l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, nè lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266805). Ricostruito l’elemento psicologico della bancarotta fraudolenta patrimoniale in termini di dolo generico, i suoi specifici contenuti sono delineati dalla giurisprudenza di legittimità valorizzando la riconducibilità della fattispecie nel genus dei reati di pericolo concreto: il progressivo approfondimento della portata di tali contenuti ha condotto infatti questa Corte a ritenere che, per la sussistenza del dolo di bancarotta patrimoniale, sia necessaria “la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice” (Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi). Lungi dall’esaurirsi nella rappresentazione e nella volizione del fatto distrattivo, dissipativo, dissimulatorio etc., il dolo di bancarotta investe anche la pericolosità di tali fatti rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori: in questa prospettiva, “la “fraudolenza”, intesa come connotato interno alla distrazione, implica, dal punto di vista soggettivo, che la condotta di tutti coloro che si predica concorrono nella attività distrattiva risulti perlomeno assistita dalla consapevolezza che si stanno compiendo operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare danno ai creditori” (Sez. 5, n. 9807 del 13/02/2006, Caimmi, Rv. 234232, in motivazione). Consapevolezza, questa integrante il dolo di bancarotta in correlazione alla necessaria “fraudolenza” del fatto distrattivo, che non può comunque essere confusa con un dolo specifico, estraneo alla fattispecie in esame: invero, l’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione o per occultamento è il dolo generico e consiste nella “coscienza e volontà di compiere gli atti di distrazione o di occultamento, per i quali, sebbene abbiano la sostanza della frode, non è richiesto il fine specifico di recare pregiudizio ai creditori” (Sez. 5, n. 14905 del 25/02/1977, Marzollo, Rv. 137341). La pericolosità concreta del fatto di bancarotta patrimoniale, declinata in correlazione con la sua intrinseca “fraudolenza”, richiede che la relativa condotta “risulti assistita dalla consapevolezza di dare al patrimonio sociale o a talune attività una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori”, occorrendo, in altri termini, che l’agente, pur non perseguendo direttamente il danno dei creditori, “sia quantomeno in condizione di prefigurarsi una situazione di pericolo (…), anche remoto ma concreto” (Sez. 5, n. 7555 del 30/01/2006, De Rosa, Rv. 233413, in motivazione). Se, dunque, sul piano dei contenuti del dolo la posizione del concorrente extraneus non differisce da quella dell’intranues, gli oneri motivazionali del giudice di merito, saldamente ancorati alla fattispecie concreta, possono risultare più gravosi in punto accertamento della consapevolezza di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori. E’ solo, dunque, sul terreno della adeguatezza della motivazione della decisione di merito che, sempre facendo puntuale riferimento alla fattispecie concreta, il dolo dell’extraneus può richiedere approfondimenti, appunto, motivazionali ulteriori rispetto a quelli relativi alla posizione dell’amministratore della fallita.

I rilievi che precedono rendono ragione della lacuna motivazionale della sentenza impugnata in merito alla sussistenza del dolo del reato contestato, fatto oggetto di specifica censura articolata con il gravame. Sul punto, il giudice di appello rimarca che, ai fini del dolo della bancarotta fraudolenta patrimoniale, non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, affermazione, questa, di per sè senz’altro esatta, che, tuttavia, non esaurisce la portata dell’accertamento rimesso al giudice di merito: come si è visto, in quanto afferente a un reato di pericolo concreto, caratterizzato dalla “fraudolenza” come connotato interno del fatto, tale accertamento deve dar conto della rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta distrattiva, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, della consapevole volontà del compimento di operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare un danno ai creditori, ossia, nel caso di specie, ai creditori della società alienante. D’altra parte, la Corte distrettuale sottolinea, anche con specifico riferimento alla posizione di Me.Mo., nonchè a quella di S.M. (e a quella di C.C.), la natura fittizia delle operazioni compravendita delle quali erano parti apparenti, il che ripropone la già esaminata questione dell’esatta configurazione dei fatti di bancarotta patrimoniale contestati, sicchè, anche sotto questo profilo la sentenza impugnata deve essere annullata. Da questo punto di vista, il terzo motivo, nella parte in cui denuncia la carente ricostruzione, da parte dei giudici di merito, dei connotati delle operazioni sotto il profilo della mancanza di corrispettivo ovvero della corresponsione di un prezzo vile, evoca il problema sopra evidenziato in ordine alla qualificazione del fatto in termini di distrazione ovvero di dissimulazione. Pertanto, assorbite le ulteriori doglianze (comprese quelle articolate con il quarto e il settimo motivo), la sentenza deve essere annullata.

9.4. Valgono per il secondo motivo i rilievi già formulati supra in ordine alla circostanza aggravante di cui alla L. Fall., art. 219, comma 1, che, peraltro, con riguardo alla posizione del ricorrente, come si è visto, non è decisiva ai fini dell’immediata declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

  1. Anche nei confronti di S.M. – “secondo acquirente” dei cespiti sub a), b) e c) – la sentenza impugnata deve essere annullata nei termini di seguito indicati.

10.1. Come si è detto, la sentenza di appello dedica alcuni rilievi alla posizione di S.M. (assimilata a quelle di C.C. e di Me.Mo.) evidenziando che era consapevole di “ricevere beni per centinaia di milioni di lire dall’amministratore di fatto di Bristol Hotel”: i tre erano (come dagli stessi ammesso) erano privi di qualsiasi esperienza imprenditoriale, di autonomia decisionale e patrimoniale, erano dipendenti in tutto e per tutto dal volere di M.A. e, di conseguenza, avevano chiara, in quanto assolutamente evidente anche considerando che la dismissione dei cespiti avveniva immediatamente dopo il relativo acquisto, la natura fittizia delle operazioni di compravendita delle quali erano parti apparenti. La sentenza di primo grado (pag. 42) evidenzia come l’imputato fosse un prestanome di M., un agricoltore che non aveva alcuna possibilità economica di acquistare nel giro di poche settimane vari cespiti, cessioni avvenute senza corrispettivi.

10.2. Ciò premesso, il primo e il secondo motivo investono prevalentemente la configurabilità, nel caso di specie, del dolo, rispetto alla quale, riguardando la qualificazione del fatto, è comunque prioritaria la questione generale della configurabilità della fattispecie distrattiva ovvero di quella dissimulatoria. Peraltro, anche nella prospettiva accolta dai giudici di merito, che hanno qualificato in termini di distrazione i vari trasferimenti dei cespiti oggetto dei fatti di bancarotta patrimoniale, i rilievi svolti in precedenza in ordine alla motivazione del dolo del concorrente extraneus valgono a fortiori per gli imputati aventi causa, come S.M., non dalla fallita, ma dai “primi acquirenti” degli immobili.

  1. Il ricorso proposto nell’interesse di Ma.An. deve essere accolto nei termini di seguito indicati.

11.1. In ordine al primo, al secondo e al terzo motivo – tutti relativi ai capi b), c), d) e g) – viene in rilievo la questione della qualificazione dei fatti di bancarotta in termini di distrazioni o dissimulazioni. Nei motivi di gravame come risulta dalla stessa sintesi offertane dalla sentenza di appello – la difesa dell’imputato aveva dedotto, sia pure con riferimento ai capi b), c) e d) (ma, alla luce di quanto rilevato, con argomentazioni riferibili anche al capo g), che le alienazioni degli immobili di Bristol Hotel in favore di altre società del “gruppo M.” erano avvenute nel 1995, quando non erano iniziati i rapporti tra M.A. e Ma.An. e che il trasferimento ad altra società, per quanto appartenente al medesimo gruppo, già di per sè valeva ad impedire che i beni potessero confluire nell’attivo fallimentare, sicchè la fuoriuscita dei cespiti dal patrimonio della fallita non consentiva ai creditori di questa di aggredire i beni, il che esclude che Ma.An. abbia potuto, nel 1996, contribuire alla realizzazione dei fatti distrattivi. Alle specifiche doglianze dell’appellante la Corte distrettuale non ha dato congrua risposta, riproponendo, come si è visto la ricostruzione anfibologica delle vicende delineata, sotto il profilo della configurabilità delle contestate distrazioni, dalla sentenza di primo grado, il che, per un verso, come si è anticipato, preclude l’univoca qualificazione dei fatti di bancarotta in esame in termini di distrazione o di dissimulazione e, per altro verso, rende ragione del necessario accoglimento delle censure del ricorrente, che, ora in chiave di error in iudicando, ora lamentando vizi motivazionali, fanno leva sul rilievo della non configurabilità di autonome ipotesi di distrazione in relazione a condotte successive alla dedotta fuoriuscita dei beni dal patrimonio della fallita (primo motivo) e su dati probatori allegati come rilevanti ai fini della ricostruzione dei fatti e della prova del concorso (terzo motivo), nonchè sul mancato esame, da parte del giudice di appello, del motivo di gravame incentrato sulla prospettata autonoma e decisiva rilevanza della prima fuoriuscita dei beni dal patrimonio di Bristol Hotel (secondo motivo). Motivi, questi, che, pertanto devono essere accolti, restando assorbito il settimo motivo.

11.2. Anche il quarto e il quinto motivo devono essere accolti. Essi investono l’imputazione di bancarotta patrimoniale sub e), ossia la cessione, il 10/04/1996, di quattro appartamenti siti in (OMISSIS) a TMT Unitrading s.a., rappresentata dall’amministratore unico F.R.J.. Sul punto specifico, la sentenza di primo grado aveva esaminato la deduzione difensiva secondo cui, negli anni precedenti (1993 e 1994), Bristol Hotel aveva incassato l’importo complessivo di 780 milioni di lire da tale s.: alla data della cessione degli appartamenti, ha rilevato ancora il Tribunale di Salerno, nella contabilità della società fallita risultava la voce “giroconto caparra villette” per l’importo di 770 milioni di lire, ma, come evidenziato dal consulente del pubblico ministero, alla data del 10/04/1996 non è risultata alcuna movimentazione finanziaria effettiva dimostrativa del fatto che Bristol Hotel abbia incassato somme di denaro da tale compravendita, mentre tutte le annotazioni relative a somme incassate a titolo di caparra confirmatoria sono precedenti al trasferimento degli immobili alla società di Ma.An. e, comunque, del tutto generiche. Nei motivi di gravame come risulta dalla stessa sintesi offertane dalla sentenza di appello – la difesa dell’imputato aveva, tra l’altro, dedotto l’insussistenza dell’elemento materiale, in quanto, a fronte della pregressa vendita e dei versamenti registrati a nome di s.a., la cessione in esame era stata accompagnata dalla cessione del debito gravante sull’immobile, tanto è vero che s., originario creditore di Bristol Hotel, non aveva chiesto di essere ammesso al passivo. Le specifiche censure articolate con il gravame non sono state esaminate dalla Corte di appello, sicchè sussiste il vizio di mancanza di motivazione in quanto le argomentazioni addotte dal giudice a fondamento dell’affermazione di responsabilità dell’imputato sono prive di completezza in relazione a specifiche doglianze formulate con i motivi di appello e dotate del requisito della decisività (Sez. 5, n. 2916 del 13/12/2013 – dep. 22/01/2014, Dall’Agnola, Rv. 257967), vizio che, che, non essendo fondato su motivi esclusivamente personali al ricorrente Ma.An., è estensibile ex art. 587 c.p.p. , comma 1, ai coimputati M.A. e F.R.J..

11.3. Il sesto motivo, relativo all’imputazione di bancarotta patrimoniale sub h), deve parimenti essere accolto. Mentre la sentenza di primo grado si limitava a segnalare che la somma di circa 23 milioni dichiarata per la vendita dei beni non era stata rinvenuta, il gravame – nella stessa sintesi offertane dalla sentenza impugnata – denunciava le carenze motivazionali della sentenza di primo grado, anche con riguardo a quanto dichiarato da Ma.An., che aveva riferito trattarsi di un insieme di utensileria mai ricevuto. Anche sul punto, la sentenza impugnata omette qualsiasi riferimento al motivo di appello, che anch’esso estensibile ai coimputati M.A. e F.R.J. – deve essere accolto.

11.4. Anche l’ottavo motivo deve essere accolto, per le ragioni indicate supra al par. 7.

11.5. L’accoglimento dei motivi relativi alle varie imputazioni per le quali il ricorrente è stato dichiarato responsabile nei gradi di merito impone di ritenere assorbito il nono motivo relativo al diniego dell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche, diniego la cui statuizione dovrà essere valutata all’esito dell’esame delle censure relative alle diverse imputazioni.

  1. Anche il ricorso proposto nell’interesse di F.R.J. deve essere accolto, nei termini di seguito indicati.

12.1. Muovendo, in ordine di priorità logico-giuridica, dal quarto motivo, esso non merita accoglimento. La Corte di appello ha osservato (con rilievo non contestato, in fatto, dal ricorrente) che l’eccezione di nullità per omesso invito a presentarsi per rendere interrogatorio a norma dell’art. 375 c.p.p. (nella formulazione all’epoca vigente dell’art. 416 c.p.p. ), non era stata proposta all’udienza preliminare, sicchè, trattandosi di nullità a regime intermedio, opera la preclusione di cui all’art. 182 c.p.p. , comma 2. Escluso che detta nullità sia riconducibile nel genus di quelle assolute (cfr., ex plurimis, Sez. 3, n. 44159 del 01/10/2003 – dep. 19/11/2003, Duraccio, Rv. 226696, nonchè, con riguardo all’analoga disciplina ex art. 415 bis c.p.p., Sez. 2, n. 32901 del 09/05/2007 – dep. 14/08/2007, P.G. in proc. Batacchi, Rv. 237489), l’ulteriore tesi del ricorrente secondo cui l’eccezione poteva essere proposta fino alla sentenza di primo grado è smentita da quanto affermato dalle Sezioni unite di questa Corte, secondo cui “devono essere tenuti distinti i limiti temporali di deducibilità delle nullità a regime intermedio di cui all’art. 180 c.p.p. da quelli per la formulazione dell’eccezione di cui all’art. 182 c.p.p. , comma 2: nel primo caso si individua uno spazio procedimentale nell’ambito del quale od oltre il quale è possibile “dedurre” o rilevare le nullità, nel secondo caso, invece, si stabilisce una correlazione temporale tra il compimento di un atto nullo e la relativa “eccezione” di parte; ciò significa non solo che in questo secondo caso la mancanza dell’eccezione consente al giudice di non “rilevare” la nullità di ordine generale, perchè essa deve intendersi sanata, ma anche che, pur non essendo ancora decorso lo spazio temporale di cui al citato art. 180, la nullità, essendo stata sanata, non può più essere “dedotta”” (Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011 – dep. 01/06/2011, Scibè).

12.1. Trovandosi il ricorrente in posizione del tutto analoga a quella di Ma.An., l’annullamento disposto nei confronti di quest’ultimo in ordine ai capi b), c) e d) estende ex art. 587 c.p.p. i propri effetti anche alla posizione di F.. Alla medesima conclusione deve giungersi, come già anticipato, con riguardo alle residue imputazione sub e) ed h). Restano quindi assorbiti il primo e il terzo motivo del ricorso principale, nonchè il primo motivo nuovo.

12.2. Per le doglianze relative alla circostanza aggravante L. Fall. , ex art. 219, comma 1, (secondo motivo del ricorso principale e, in parte, secondo motivo nuovo) valgono le ragioni – e le conclusioni – indicate supra al par. 7.

  1. Pertanto, nei confronti di C.C., la sentenza impugnata deve essere annullata senza per estinzione del reato per morte dell’imputato.

Nei confronti di M.A., Ma.An. e P.A., la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio per nuovo esame alla competente Corte di appello di Napoli.

Nei confronti degli altri ricorrenti ( Me.Mo., S.M. e F.R.J.), invece, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio agli effetti penali, per essere i reati estinti per prescrizione, e, agli effetti civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello. Nei confronti di tali ricorrenti, infatti, nulla resta da accertare agli effetti penali e il nuovo esame devoluto al giudice civile competente per valore in grado di appello involge solo profili attinenti alla responsabilità civile: soluzione, questa, imposta dal favor separationis che ispira l’assetto codicistico dei rapporti tra azione civile e azione penale (Sez. U, n. 40109 del 18/07/2013 – dep. 27/09/2013, Sciortino). Nè il rinvio anche per tali posizioni al giudice penale può trovare giustificazione nella considerazione che, investita la Corte di appello in sede penale, dell’esame delle posizioni per le quali non è decorso il termine di prescrizione, il relativo esame potrebbe condurre all’accertamento dell’insussistenza del fatto: osserva il Collegio che, al riguardo, vale il rilievo, formulato con riferimento ad una diversa questione, dalle Sezioni unite, ossia che “ammettere una riapertura del tema penale solo per effetto della incidenza che su esso potrebbe in via di mera ipotesi determinare la rivisitazione dell’accertamento sulla responsabilità civile (o, meglio, con riguardo al caso in esame, la rivisitazione dell’accertamento sulla responsabilità penale dei coimputati: n.d.r.) equivarrebbe a stravolgere finalità e meccanismi decisori della giustizia penale in dipendenza da interessi civilistici ancora sub judice, che devono essere invece isolati e portati all’esame del giudice naturalmente competente ad esaminarli”. La giurisprudenza di questa Corte, del resto, in presenza di più coimputati per i medesimi reati e della rinuncia di uno solo di essi alla prescrizione, ha annullato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di appello in sede penale, per l’imputato rinunciante alla prescrizione, e con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello per i coimputati nei confronti dei quali i reati erano stati dichiarati estinti per prescrizione (Sez. 6, n. 51527 del 15/10/2013 – dep. 20/12/2013, Ioverno e altri).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio nei confronti di C.C. per essere il reato a lui ascritto estinto per morte dell’imputato;

annulla la stessa sentenza senza rinvio agli effetti penali nei confronti di Me.Mo., S.M. e F.R.J. per essere i reati a ciascuno rispettivamente ascritti estinti per intervenuta prescrizione, nonchè, agli effetti civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello;

annulla la sentenza impugnata nei confronti di M.A., Ma.An. e P.A., con rinvio per nuovo esame alla Corte di appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 10 luglio 2017.

Depositato in Cancelleria il 19 ottobre 2017

 

FRODE FISCALE: reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false

FRODE FISCALE: reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false
FRODE FISCALE: reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false
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FRODE FISCALE: reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false

reati tributari – dichiarazione fraudolente – fatture false

il fatto che la operativa E., a fronte dell’indicato importo delle fatture emesse dalla operativa Z., abbia pagato solamente l’importo complessivo di 350.495,99 euro e, ciononostante, la Z. non intraprese alcuna azione per recuperare il credito e, anzi, continuò ad emettere fatture, pur non ricevendo quanto richiesto; d) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolto dalla Z.

il reato di autoriciclaggio  la legge n. 186 del 15 dicembre 2014 ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2015, il delitto di autoriciclaggio. AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

RAVENNA FORLI CESENA VICENZA PAVIA MILANO

DIFENDE 

CHIAMA 051 6447838 PRENDI UN APPUNATAMENTO 

Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 222 depositata l’ 8 gennaio 2020

 

FATTO

 

Con l’impugnata sentenza, la Corte di appello di Roma confermava la decisione resa dal Tribunale di Roma e appellata dall’imputato, che, riconosciute le circostanze cui all’art. 62 -bis cod. pen., aveva condannato C.A. alla pena ritenuta di giustizia, condizionalmente sospesa, per il delitto di cui all’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, per avere, nella sua qualità di legale rappresentante della E. società cooperativa a r.l., al fine di evadere le imposte, indicato nella dichiarazione dei redditi (modello unico SC2011) inerente il periodo di imposta 2010 (e nella dichiarazione integrativa presentata il 19/09/2012) elementi passivi fittivi, avvalendosi di fatture per operazioni in parte inesistenti (55 emesse dalla Z. società cooperativa a r.l., 60 emesse dalla A. società cooperativa a r.I.), per complessivi 1.777.424,17 euro di imponibile, e 355.484,84 euro di iva; veniva altresì confermata la confisca per equivalente pari all’importo dell’iva evasa.

MOTIVAZIONE

Diversamente da quanto ritenuto dal ricorrente, il giudizio di penale responsabilità non si fonda né esclusivamente sul contenuto dei contratti sottoscritti da E. con Z. e A. il 04/01/2010, e neppure su mere presunzioni tributarie, ma su una serie di elementi di fatto concordanti e convergenti, attestanti la falsità delle fatture in esame, emesse a fronte di prestazioni non eseguite e di pagamenti non effettuati, pur trattandosi di servizi per i quali l’emissione della fattura è obbligatoria solo al momento del pagamento della fattura o di eventuali acconti.

  1. Invero, premesso che il numero delle fatture e gli importi corrispondentiindicati nel capo d’imputazione non sono oggetto di contestazione – né lo sono stati nei precedenti gradi di giudizio – la Corte territoriale, quanto alla fittizietà delle fatture emesse da Z., ha valorizzato: a) il fatto che nel 2010 la società abbia avuto fra i quattro e gli otto dipendenti, per un costo complessivo per lavoro dipendente di circa 70 mila euro, e costi esclusivamente per servizi di circa 14 mila euro, a fronte di fatture emesse, relative al contratto di somministrazione di servizi per l’E., per un importo complessivo di 1.577.425 euro; b) la circostanza che, per la maggior parte delle fatture, era indicata una modalità di pagamento (“rimessa diretta”) diversa da quelle contrattualmente pattuita(pagamento a cadenza bimestrale entro il 30 del mese); c) il fatto che la operativa E., a fronte dell’indicato importo delle fatture emesse dalla operativa Z., abbia pagato solamente l’importo complessivo di 350.495,99 euro e, ciononostante, la Z. non intraprese alcuna azione per recuperare il credito e, anzi, continuò ad emettere fatture, pur non ricevendo quanto richiesto; d) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolto dalla Z. in esecuzione de contratto, né vi sono elementi che attestino la presenza dei dipendenti della Z. sul luogo di svolgimento delle prestazioni; e) la circostanza che la Z. ha esposto, in sede di dichiarazione IVA annuale relativa all’anno 2010, un debito di 245.431 euro non versato e un volume d’affari di 1.234.469 euro, quindi inferiore a quanto fatturato nei contri dell’E.; f) il fatto che la Z. era amministrata da F. C., fratello dell’imputato, e aveva la sede legale adiacente a quella della sede legale di E..

Analoghi elementi sono stati ravvisati in relazione alle fatture emesse dalla cooperativa A., avendo la Corte territoriale evidenziato: a) il fatto che nel 2010 la cooperativa aveva avuto alla proprie dipendenze nove lavoratori e aveva emesso nei confronti di E., per l’esecuzione del contratto di prestazione di servizi del 04/01/2010, fatture per un importo complessivo di 987.000 euro, di cui 822.500 euro per imponibile; b) la circostanza che la società era amministrativa da P.C., moglie dell’imputato, ed aveva la sede legale presso il medesimo indirizzo della E., tanto che, all’atto della verifica fiscale avvenuta nel maggio 2014, la P.C. aveva ricevuto i funzionari presso la cooperativa E.; c) dalla contabilità della A. risultavano sostenuti costi per servizi pari a 19 mila euro, per lavoro dipendente pari a quasi 70 mila euro e per materia prime per 966 euro, a fronte di fatture emesse, relative al contratto di somministrazione di servizi per l’E., per un importo complessivo di 987.000 euro; d) la E., a fronte dell’indicato importo, aveva pagato la somma di 20 mila euro, e, anche in tal caso, la A. non solo non adì le vie legali per il recupero del credito, ma proseguì ad emettere fatture nei confronti dell’E.; e) la circostanza che le due società non abbiano esibito alcuna documentazione extracontabile relativi ai servizi asseritamente svolti dall’A. in esecuzione del contratto, né sono stati accertati elementi che attestassero la presenza dei dipendenti dell’A. sul luogo di svolgimento delle prestazioni; f) il fatto che, in sede di dichiarazione Iva annuale relativa all’anno 2010, l’A. espose un debito di 162.698 euro non versato.

Orbene, con motivazione non manifestamente illogica, la Corte territoriale ha correttamente valutato gli elementi poc’anzi indicati, evidenziando, in primo luogo, la circostanza che le fatture risultano essere emesse anche per pagamenti non effettuati dall’E., pur trattandosi di servizi per i quali la fattura va obbligatoriamente emessa solo al momento del pagamento della stessa o di acconti; inoltre, la Corte ha parimenti valorizzato il fatto che, nonostante il mancato pagamento delle fatture, le due cooperative abbiano continuato ad emettere fatture nei confronti della E., senza porre in essere azioni dirette alla riscossione dei crediti, e considerando che tali crediti costituivano la quasi totalità delle entrate delle società fatturanti. Tale condotta è stata perciò correttamente ritenuta non solo sintomatica dell’inesistenza delle pretese creditorie, in quanto corrispondenti a servizi non eseguiti, ma anche del tutto illogica, perché entrambe le cooperative non avevano mai versato l’iva corrispondente alle fatture emesse nell’anno 2010 e, dunque, avrebbero dovuto agire per la riscossione dei crediti per onorare i propri debiti fiscali, se le operazioni sottostanti fossero state effettivamente svolte.

La Corte d’appello, inoltre, ha parimenti dato risalto alla manifesta sproporzione non solo tra il numero di dipendenti delle due cooperative (Z. aveva avuto alle proprie dipendenze dai i quattro e gli otto lavoratori, A. nove) e quelle di E. (che in quello stesso periodo impiegava circa 130 dipendenti) – di talché appare del tutto illogica la scelta di affidare ad A. la gestione amministrativa del personale di E., ma anche tra la forza lavoro di Z. e di A. e le prestazioni asseritamente effettuate, non avendo le due cooperative prestatrici di servizi la capacità di produrre i rispettivi fatturati annui per i lavori figurativamente affidati dalla E..

La Corte territoriale ha escluso, con motivazione esente da illogicità manifeste, che tale sproporzione sia spiegabile con l’impiego, da parte delle due cooperative sociali, nella misura di almeno il 30%, di persone appartenenti a categorie svantaggiate (nella specie, ex detenuti), e quindi assunte a costi inferiori, logicamente spiegando che il risparmio di costi (calcolato, appunto, sul 30% del personale) è del 30-40% rispetto al costo di un altro lavoratore, sicché, stante il numero molto esiguo di lavoratori impiegati (meno di una decina complessivamente), parimenti esiguo è il risparmio di spesa, che quindi non spiega la manifesta sproporzione tra il costo per il personale sostenuto dalla due cooperative e il rispettivo fatturato.

La Corte territoriale, inoltre, ha evidenziato come nel 2010 la Z. abbia dichiarato di non avere sostenuto costi per prodotti o materiale, indicando il valore zero alla voce beni strumentali, mentre l’A. abbia dichiarato costi per materia prime per soli 996 euro: una circostanza, questa, che non spiega con quali mezzi le cooperative avrebbe potuto effettuare i lavori rispettivamente loro affidati dalla E. per importo significativi (1.577.425 euro in un caso, 987.000 euro nell’altro).

A conclusiva conferma della fittizietà delle fatture, la Corte d’appello ha indicato sia la circostanza che nessuna delle tre cooperative abbia esibito documentazione extra-contabile che suffragasse l’effettiva esecuzione delle prestazioni relative ai contratti in esame e la presenza dei dipendenti delle due cooperative nei luoghi di lavori pattuiti, sia i collegamenti personali fra gli amministratori delle tre cooperative (il fratello dell’imputato era amministratore di Z. ed ex presidente del consiglio di amministrazione di E., mentre la moglie dell’imputato era amministratrice di A. e, al momento della verifica fiscale, delegata a ricevere gli accertatori per conto di E.).

In conclusione, il censurato percorso argomentativo è privo di illogicità e aderente alle risultanze processuale, sicché supera il vaglio di legittimità.

Quanto alla determinazione dell’imposta, la Corte d’appello ha correttamente osservato che gli importi indicati nell’imputazione sono già depurati, rispetto agli importi fatturati dalla Z. e dalla A. verso la E., delle somme corrisposte a fronte dell’emissione di fatture e che sono state sottratte dall’imponibile complessivo; gli importi così calcolati corrispondono perciò alle fatturazioni da consideransi non veritiere, perché relative a prestazioni non effettuate, e alla conseguente iva evasa.

Con riguardo al trattamento sanzionatorio, la Corte d’appello, con apprezzamento fattuale esente da illogicità manifeste, ha confermato la pena inflitta in primo grado, pari a un anno e tre mesi di reclusione – assumendo, come pena base, quella di un anno e nove mesi di reclusione: ben al di sotto della pena mediana prevista dall’art. 2 d.lgs. n. 74 del 2000, poi ridotta per le generiche – in considerazione della gravità del fatto, desumibile dall’entità dell’imposta evasa in un solo anno e dal numero di fatture illecitamente utilizzate.

Manifestamente infondato è anche il quindi motivo.

La Corte territoriale, infatti, ha confermato la confisca per equivalente di euro 355.484,84 euro, somma che, come si è sopra anticipato, corrisponde all’entità dell’imposta effettivamente evasa, essendo stata calcolata sull’imponibile da cui era stata decurtate le somme effettivamente versate quale pagamento di alcune fatture.

L’argomentazione secondo cui, successivamente, la E. ha raggiunto un accordo di adesione con l’amministrazione finanziaria, versando “parecchie rate”, è dedotta in maniera generica, non essendo provato né l’accordo, né l’avvenuto pagamento di una o più rate, né il relativo ammontare, fermo restando che il ricorrente potrà adire il giudice dell’esecuzione per ottenere una riduzione della confisca, comprovando l’effettivo pagamento del debito tributario.