Avvocato penalista

AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA

AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA

RAVENNA FORLI CESENA

 

1)Quando muore  una persona il suo patrimonio viene trasmesso agli eredi. 

PER APPUNTAMENTO CON L’AVVOCATO PENALISTA

BOLOGNA

TELEFONA AL NUMERO 051 6447838[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

  1. Successioni ereditarie
  2. Successione del coniuge divorziato
  3. Successione del minorenne
  4. Accettazione dell’eredita
  5. Rinuncia all’eredita
  6. Impugnazione del testamento
  7. Divisione ereditaria
  8. Collazione

L’Avvocato successioni Bologna RAVENNA FORLI CESENA Sergio Armaroli con studio in Bologna si occupa di materia ereditaria e, in particolare:

  • nell’assistenza a redazione di testamentie legati
  •  
  • nonché ad atti di donazione;
  •  
  • cause di impugnazione dei testamenti;
  •  
  • nella redazione di inventari ed accettazione
  •  
  • eredità con beneficio d’inventario;
  •  
  • nella predisposizione e redazione delle denunce
  •  
  • di successione;

nelle divisioni ereditarie, individuazione delle quote spettanti ai singoli eredi, della quota disponibile e di eventuali lesioni

di legittima, predisposizione progetti divisionali e atti di divisione;

Attività di assistenza e consulenza nella redazione di testamenti, eredità, contenzioso tra eredi e divisione ereditarie,

impugnazioni delle successioni testamentarie. Assistenza nella fase di mediazione obbligatoria. Attività di negoziazione e problem solving.

  •  

2)In questo senso che si parla di successione, poiché, gli eredi succedono al defunto e, in particolare, nel suo patrimonio definito “eredità”.

3)L’erede subentra in tutti i rapporti del defunto, quindi, in quelli attivi ed in quelli passivi.

4)ed allora l’erede acquisterà il patrimonio del defunto che si fonderà con il suo diventando un patrimonio unico come se il soggetto defunto e l’erede fossero una persona sola.

n questa materia, le questioni principalmente trattate sono le seguenti:

  • Consulenza in materia di testamenti e legati
  • Consulenza e assistenza in materia di dichiarazione di successione e adempimenti connessi (liquidazione imposte, trascrizioni, volture catastali)
  • Cause di impugnazione dei testamenti e di riduzione per lesione di legittima
  • Controversie in materia di scioglimento della comunione ereditaria e divisione di beni caduti in successione
  • Questioni relative a eredità beneficiata o giacente
  • Altri istituti relativi alle successioni
  1. Successioni ereditarie
  2. Successione del coniuge divorziato
  3. Successione del minorenne
  4. Accettazione dell’eredita
  5. Rinuncia all’eredita
  6. Impugnazione del testamento
  7. Divisione ereditaria
  8. Collazione

Quando si apre una

successione ereditaria?

Alla morte del de cuius Per prima cosa viene individuato il momento preciso a cui retroagiscono gli effetti della trasmissione dei diritti ereditari e il momento dal quale decorrono i termini prescritti per l’espletamento delle varie formalità previste, tra le quali quelle di carattere fiscale.

In quale Luogo si apre la

successione ereditaria?

  • Il luogo dove si apre la successione è quello dell’ultimo domicilio del defunto ed è importante per l’individuazione degli uffici competenti per gli adempimenti previsti.
  • Pertanto è opportuno avere informazioni precise sugli effetti della successione ereditaria: possiamo esservi d’aiuto non solo, preventivamente, per fornire consigli a chi vuole che la propria successione segua determinate regole, ma anche, successivamente, per risolvere i problemi che si presentano ai congiunti, a seguito della morte del proprio caro.
  • L’avvocato successioni Bologna Sergio Armaroli possono informarvi sulle prime decisioni da effettuare quando avviene un decesso e, quanto ai profili patrimoniali, potrà portare a conoscenza delle regole sulla devoluzione della successione (le regole, in altri termini, in base alle quali sono individuati gli eredi), con particolare riferimento alla successione legittima (regolata solo dalla legge), e/o alla successione testamentaria (regolata dalla volontà di chi ha lasciato un testamento).
  • I soggetti coinvolti nella successione dovranno, poi, decidere se procedere alla accettazione o rinuncia all’eredità, oppure avere informazioni sulla disciplina applicabile in caso di eredità di un bene ereditato.

Qual è la differenza

fra eredità e legato?

La successione può essere a:

  • titolo universale (eredità): l’erede subentra nella titolarità o quota parte nella posizione giuridica patrimoniale del defunto (attività ed eventuali passività) e diventa erede soltanto con l’accettazione;
  • titolo particolare (legato): il legato subentra nella titolarità di uno o più diritti specifici (proprietà di un bene o di una somma di denaro). Si ha soltanto per disposizione testamentaria e non risponde dei debiti tranne per quelli connessi al bene legato.

FAMIGLIA

  • Diritto di famiglia convivenza
  • Convivenza
  • Unioni civili
  • Matrimonio
  • Tutela del patrimonio
  • Separazione dei coniugi
  • Divorzio
  • Alimenti legali
  • Filiazione e azioni di status

TUTELA PERSONE FRAGILI

  • Amministrazione di sostegno
  • Interdizione
  • Inabilitazione
  • Mantenimento del figlio maggiorenne con disabilità

SUCCESSIONI EREDITARIE

  1. Successioni ereditarie
  2. Successione del coniuge divorziato
  3. Successione del minorenne
  4. Accettazione dell’eredita
  5. Rinuncia all’eredita
  6. Impugnazione del testamento
  7. Divisione ereditaria
  8. Collazione

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PER APPUNTAMENTO CON L’AVVOCATO PENALISTA

BOLOGNA

TELEFONA AL NUMERO 051 6447838

RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE, BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA

RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE, BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA
RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE, BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA
RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE, BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA
RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE, BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA
  1. RISARCIMENTO MALASANITA’ EFFICACE,

BOLOGNA, ROVIGO PADOVA FERRARA

  OPERAZIONE MEDICA SBAGLIATA-

OSPEDALE RESPONSABILITA’ –

RISARCIMENTO BOLOGNA

MALASANITA’-RAVENNA FORLI

RISPOSTE ATTENTE E VELOCI CON

L’OBIETTIVO RISARCIMENTO

OBIETTIVO : Ottenere giustizia:

È questo l’obiettivo primario che spinge i miei assistiti ad agire.

RISARCIMENTO MALASANITÀ

avvocato penale Bologna
avvocato penale Bologna

 

Malasanità è un termine che fa riferimento ad una carenza delle prestazioni sanitarie rispetto ad uno standard qualitativo adeguato.

 

ESAME ACCURATO DELLA TUA POSIZIONE

INDICAZIONE DI MEDICO LEGALE PER PREPARERE

COME PROCEDERE

Trattativa –fase  stragiudiziale

Mi occupo QUALE AVVOCATO ESPERTO DI CASI DI RISARCIMENTO DI GRAVE MALASANITA’ solo di casi di malasanità con decessi e gravi invalidità.

Se vuoi ottenere un equo risarcimento danni a causa di un errore medico, ti seguiamo in tutta Italia.

L’art. 34 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e la sicurezza delle cure è parte integrante di questo diritto!

Gli errori medici o l’inadeguatezza delle prestazioni ospedaliere, sono alla base dei casi di malasanità, che ledono questo principio.

La loro natura può essere contrattuale (mancanza di risultato) o, extracontrattuale (conseguenze fisiche dell’errore): se risultano obiettivamente dimostrabili, è ipotizzabile un adeguato risarcimento.

Non sempre però un caso percepito come malasanità, è effettivamente tale.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA

 

 

. Il nostro Studio Legale è esperto in responsabilità medica e della struttura ospedaliera.

Lo studio avvocato Sergio Armaroli di Bologna  si occupa di assistenza legale alle vittime di malasanità per errori medici. Se pensi di aver subito un danno fisico dovuto ad un errore medico, se un tuo familiare è deceduto a causa di un errore commesso da un medico, rivolgiti a noi

 Colpa Medica
Quando a seguito a ricovero in ospedale o cure mediche il paziente avverta un peggioramento delle condizioni di salute, può trattarsi di errore con colpa medica. In questo bisogna rivolgersi a professionisti come malasanita.legal per una consulenza e per assistenza legale.

Necessario rivolgersi  aun avvocato esperto

perché la colpa medica può essere diversamente graduata e da ciò derivano conseguenze e possibilità di adottare diverse procedure.

Abbiamo colpa medica nel caso in cui a seguito di una terapia vi sia un peggioramento della condizione di salute, ma anche in caso di diagnosi sbagliata o in ritardo, errori durante un intervento chirurgico o commessi in seguito allo stesso.

Potrai procedere e richiedere i tuo idanni nel caso in cui vi sia colpa o dolo, ma se solo può essere configurata la colpa grave o il dolo si può procedere anche in sede penale per il reato di lesione colposa, ex art. 590 del codice penale, oppure per omicidio colposo, ex art. 589 del codice penale se dall’errore sia conseguita la morte del paziente.

Purtroppo anche a Bologna si verificano casi di malasanità

A Bologna abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale Maggiore Carlo Alberto Pizzardi di Bologna

Ospedale Bellaria Carlo Alberto Pizzardi di Bologna

Ospedale di Budrio 

Ospedale di Bentivoglio 

Ospedale Don Giuseppe Dossetti di Bazzano

Ospedale di San Giovanni in Persiceto

Ospedale civile di Vergato

Ospedale Costa di Porretta Terme

Ospedale Simiani di Loiano

Danno Biologico

L’integrità fisica e psichica è un bene costituzionalmente protetto (art.32 Cost.) e quindi in caso di danno dovuto ad errore medico il soggetto leso deve essere risarcito.

  1. Ci sono diverse tipologie di danno, qui si parla del danno biologico da inserire nella categoria del danno non patrimoniale. Il danno biologico rappresenta una menomazione, permanente o temporanea, all’integrità psicofisica di una persona. Lo stesso dà origine al diritto al risarcimento del danno nel caso in cui lo stesso sia imputabile a colpa o dolo.

 A ben vedere già da questa prima definizione è possibile dedurre che il danno risarcibile non è solo di natura fisica, ma anche di natura psicologica. In particolare è possibile far ricadere nella sfera del danno biologico anche quelle lesioni che vanno ad influenzare i rapporti interpersonali e la sfera dinamico relazionale del soggetto. In ogni caso il danno biologico per poter dar luogo ad un risarcimento deve essere passibile di valutazione medico legale, deve però essere precisato che la valutazione è indipendente da qualunque giudizio circa la menomazione della capacità reddituale, anche perché quest’ultima dovrebbe essere configurato come danno patrimoniale. Ciò vuol dire che deve essere riconosciuto anche a coloro che non svolgono un’attività lavorativa o produttiva.

Il danno biologico può derivare da vari fatti e tra questi vi è l’errore sanitario, spesso capita infatti che è proprio nelle strutture sanitarie che si hanno delle menomazioni psico fisiche.

Purtroppo anche a Ravenna  si verificano casi di malasanità

A Ravenna abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale Santa Maria delle Croci

Ospedale di Lugo 

Ospedale degli Infermi 

Purtroppo anche a Padova si verificano casi di malasanità

A Padova abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale Piove di Sacco

Ospedale di Conselve

Ospedale di Cittadella

Ospedale di Montagnana

Ospedali riuniti Padova Sud

Azienda ospedaliera di Padova

Ospedale Busonera di Padova

Ospedale di Camposampiero

Ospedale di Este

Ospedale Sant’Antonio

Purtroppo anche a Ferrara si verificano casi di malasanità

A Ferrara abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale del Delta di Lagosanto

Ospedale Fratelli Borselli di Bondano

Ospedale San Giuseppe di Copparo

Ospedale San Camillo di Comacchio

Ospedale Sant’Anna di Ferrara

Ospedale Mazzolani Vandini di Argenta

Ospedale SS Annunziata di Cento

Purtroppo anche a TREVISO si verificano casi di malasanità

A TREVISO abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale “Ca’ Foncello” di Treviso

Ospedale San Camillo di Treviso

Ospedale di Oderzo

Ospedale di Motta di Livenza

Ospedale di Montebelluna

Ospedale di Castelfranco veneto

Ospedale di Vittorio Veneto

Ospedale di Conegliano

Ospedale De Gironcoli di Conegliano

Perizie complete e richieste di risarcimento

I casi di malasanità sono più frequenti di quanto si immagini a volte: LAvvocato Sergio Armaroli  offre in particolare consulenze specializzate, avvalendosi di professionisti fidati ed assistendoti in tutto.

Questi frangenti sono spesso difficili anche dal punto di vista umano: mettiti subito in contatto con il nostro studio legale Bologna . Sapremo supportarti in un percorso a volte non facile, con discrezione e cortesia: affidati a noi.

L’imperizia e la disattenzione sono spesso i motivi principali che portano ai danni alle persone nelle strutture sanitarie. L’errore fa parte della vita professionale del medico, in particolare di chi lavora in sala operatoria o è addetto al primo soccorso, come chirurghi, anestesisti e paramedici.

A volte però questi errori hanno conseguenze molto dolorose e nei casi più drammatici possono portare al decesso: in questi casi è diritto del soggetto leso potersi rivolgere all’autorità giurisdizionale per ottenere il giusto risarcimento morale e materiale.

L’ATTIVITA’ SANITARIA IN EMILIA ROMAGNA E’ IRROGATA NELLE SEGUENTI STRUTTURE:

Ospedali di Fascia A1 AOSPU OSPEDALI RIUNITI – PR AOSPU POLICLINICO – MO AOSPU S.ORSOLA-MALPIGHI – BO AOSPU ARCISPEDALE S.ANNA – FE IRCCS – ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI Ospedali di Fascia A2 AUSL-PIACENZA OSPEDALE PIACENZA AUSL REGGIO EMILIA OSPEDALE S.MARIA NUOVA – RE AUSL REGGIO EMILIA IRCCS DI REGGIO EMILIA AOSPU -MODENA OSPEDALE CIVILE S.AGOSTINO – ESTENSE AUSL-BOLOGNA OSPEDALE MAGGIORE AUSL-BOLOGNA OSPEDALE BELLARIA AUSL-BOLOGNA SCIENZE NEUROLOGICHE BO AUSL-IMOLA OSPEDALE IMOLA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE RAVENNA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE FORLI’ AUSL-ROMAGNA OSPEDALE CESENA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE RIMINI AUSL-ROMAGNA I.R.S.T. SRL IRCCS AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE PRIVATO SALUS HOSPEDALEITAL – RE AUSL-MODENA OSPEDALE. PRIVATO HESPERIA HOSPITAL – MO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA TORRI – BO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA MARIA CECILIA – RA Ospedali di Fascia B AUSL-PARMA OSPEDALE FIDENZA AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE GUASTALLA AUSL-MODENA OSPEDALE CARPI AUSL-MODENA OSPEDALE MIRANDOLA AUSL-MODENA OSPEDALE CIVILE DI SASSUOLO S.P.A. AUSL-BOLOGNA OSPEDALE BENTIVOGLIO AUSL-FERRARA OSPEDALE DEL DELTA AUSL-FERRARA OSPEDALE CENTO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE LUGO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE FAENZA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE RICCIONE Ospedali di Fascia C AUSL-PIACENZA OSPEDALE CASTEL SAN GIOVANNI AUSL-PIACENZA OSPEDALE FIORENZUOLA D’ARDA AUSL-PARMA OSPEDALE BORGO VAL DI TARO AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE CORREGGIO AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE MONTECCHIO EMILIA AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE SCANDIANO AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE CASTELNOVO NE’ MONTI AUSL-MODENA OSPEDALE VIGNOLA AUSL-MODENA OSPEDALE PAVULLO NEL FRIGNANO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE BAZZANO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE PORRETTA TERME AUSL-BOLOGNA OSPEDALE VERGATO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE BUDRIO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE S. GIOVANNI IN PERSICETO AUSL-FERRARA OSPEDALE ARGENTA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE SANTARCANGELO DI ROMAGNA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE NOVAFELTRIA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE CATTOLICA AUSL-PIACENZA OSPEDALE. PRIVATO PIACENZA AUSL-PIACENZA OSPEDALE. PRIVATO S. ANTONINO – PC AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO CITTA’ DI PARMA AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO HOSPEDALEITAL PICCOLE FIGLIE – PR AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO HOSPEDALEITAL VAL PARMA AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE. PRIVATO SALUS HOSPEDALEITAL – RE AUSL-REGGIO EMILIA OSPEDALE. PRIVATO VILLA VERDE – RE AUSL-MODENA OSPEDALE. PRIVATO HESPERIA HOSPEDALEITAL – MO AUSL-MODENA OSPEDALE. PRIVATO PROF. FOGLIANI – MO AUSL-MODENA OSPEDALE. PRIVATO VILLA PINETA – MO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA CHIARA – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO PROF. NOBILI – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA ERBOSA – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO NIGRISOLI – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA LAURA – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA REGINA – BO AUSL-FERRARA OSPEDALE. PRIVATO QUISISANA – FE AUSL-FERRARA OSPEDALE. PRIVATO VILLA SALUS – FE AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO DOMUS NOVA – RA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO SAN FRANCESCO – RA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO S. PIER DAMIANO – RA AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA IGEA – FO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA SERENA – FO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO MALATESTA NOVELLO – CE AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO S. LORENZINO – CE AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO SOL ET SALUS – RN AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA MARIA – RN AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO PROF. E. MONTANARI – RN Strutture monospecialistiche psichiatriche AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO VILLA MARIA LUIGIA – PR AUSL-MODENA SPEDALE. PRIVATO VILLA IGEA – MO AUSL-MODENA OSPEDALE. PRIVATO VILLA ROSA – MO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO AI COLLI – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA BARUZZIANA – BO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA AZZURRA – RA Strutture monospecialistiche di riabilitazione e lungodegenza AUSL-PIACENZA OSPEDALE VILLANOVA SULL’ARDA AUSL-IMOLA OSPEDALE MONTECATONE AUSL-PIACENZA OSPEDALE. PRIVATO S.GIACOMO – PC AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO VILLA IGEA – PR AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO FONDAZIONE DON CARLO GNOCCHI – PR AUSL-PARMA OSPEDALE. PRIVATO CENTRO CARDINAL FERRARI – PR AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA BELLOMBRA – BO AUSL-BOLOGNA OSPEDALE. PRIVATO SANTA VIOLA – BO AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO LUCE SUL MARE – RN AUSL-ROMAGNA OSPEDALE. PRIVATO VILLA SALUS – RN

PURTROPPO ANCHE A RIMINI ABBIAMO I LVERIFICARSI DI CASI DI MALASANITA’

Purtroppo anche a Rimini si verificano casi di malasanità

A Rimini abbiamo ocme strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale “Franchini”di Santarcangelo di Romagna

Ospedale “G. Ceccarini”di Riccione

Ospedale “Cervesi” di Cattolica

Ospedale “Infermi” di Rimini

Ospedale Sacra Famiglia di Novafeltria

Purtroppo anche a Prato si verificano casi di malasanità

A Prato abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti

Nuovo ospedale di Prato

Purtroppo anche a Pistoia si verificano casi di malasanità

A Pistoia  abbiamo come strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti

Ospedale San Jacopo di Pistoia

Ospedale SS. Cosma e Damiano di Pescia

Ospedale Lorenzo Pacini di S. Marcello Pistoiese

Purtroppo anche a MANTOVA si verificano casi di malasanità

A Mantova  abbiamo ocme strutture sanitarie che erogano servizi sanitari le seguenti strutture ospedaliere:

Ospedale di Suzzara 

Ospedale di Asola

Poliambulatorio di Quistello

Presidio ospedaliero di Bozzolo

Ospedale Carlo Poma di Mantova

Ospedale Civile di Gonzaga

Ospedale di Pieve di Coriano

Ospedale Civile di Volta Mantovana 

Ospedale San Pellegrino di Castiglione delle Stiviere 

 

  1. Superata positivamente la prima fase in cui viene accertata, in m con l’ausilio di esperti medici legali, la eventuale fondatezza del caso verra’ formalizzata la richiesta danni da  inviare a Azienda Sanitaria e/o ai medici ritenuti responsabili.
  2. A volte basta una trattativa stragiudiziale per arrivare a un giusto risarcimento , ma se non trovo per Te l’accordo si procede con
  3. Mediazione civile
  4. Qualora alla trattativa non segua un accordo risarcitorio, procediamo al tentativo di conciliazione tramite la c.d. mediazione obbligatoria ex D.Lgs. 28/2010.

PERCHE’ LA MEDIAZIONE CIVILE?

PERCHE’ E’ DIVENTATA INDISPENSABILE PER POI FARE LA CAUSA .

  • IN QUELLA SEDE UNA TERZA PERSONA APPUNTO IL MEDIATORE  CERCA DI TROVARE UN ACCORDO APPUNTO UNA MEDIAZIONE
  • A livello di risarcimento in sede civile, la legge n. 24/2017 ha introdotto significative modifiche in tema di responsabilità medica: le strutture sanitarie rispondono a titolo di responsabilità contrattuale; mentre i medici che operano a qualsiasi titolo presso una struttura sanitaria pubblica o privata sono responsabili solo per colpa ed ai sensi dell’art. 2043 del codice civile.
  •  
  • Diverse tipologie di danno risarcibili in conseguenza di responsabilità medica: errata diagnosi, errata terapia, omessa vigilanza. Il diritto al risarcimento si prescrive in 10 anni.
  • In via generale, i casi di responsabilità medica sono quelli che determinano la lesione alla salute psico-fisica in conseguenza della colpa del singolo medico, della carenza strumentale della struttura sanitaria oppure della mancanza di un valido consenso informato.

Ecco quali sono gli eventi più frequenti:

ANESTESIA

CHIRURGIA GENERALE

NEUROCHIRURGIA

ONCOLOGIA

ORTOPEDIA

OSTETRICIA E GINECOLOGIA

Ritieni di aver subito un danno da errata prestazione medica?

 

CESENA

OPERAZIONE MEDICA SBAGLIATA

RESPONSABILITA’ DEL MEDICO

MALASANITA’ AVVOCATO ESPERTO

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OPERAZIONE MEDICA SBAGLIATA RESPONSABILITA’ DEL MEDICO MALASANITA’ AVVOCATO ESPERTO

 

FATTO

 1La Corte di Appello di Genova, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la sentenza di condanna resa dal Tribunale di Savona in data 20.03.2014, nei confronti di A.G., in ordine al delitto di lesioni colpose. Al predetto, in cooperazione colposa con il primo operatore P., si contesta, nella sua qualità di secondo operatore, di avere provocato al paziente B.M. lesioni gravissime; ciò in quanto nel corso di intervento laparoscopico di rimozione di una cisti splenica, veniva erroneamente realizzata una nefrectomia con asportazione del rene sinistro in paziente monorene.

2La Corte territoriale ha rilevato che A. non contesta l’errore del primo chirurgo, che asportò il rene, poichè tratto in inganno dalla calcolosi a stampo che interessava l’organo. Il Collegio ha sottolineato che il profilo di colpa che si rinviene nella condotta dell’imputato è qualificabile come negligenza, per difetto di attenzione nella visione del campo operatorio. Ciò in quanto A. non si accorse del fatto che il primo operatore stava asportando il rene.

DECISUM

3La Corte regolatrice ha da ultimo chiarito che, in tema di colpa professionale, in caso di intervento chirurgico in equipe, il principio per cui ogni sanitario è tenuto a vigilare sulla correttezza dell’attività altrui, se del caso ponendo rimedio ad errori che siano evidenti e non settoriali, rilevabili ed emendabili con l’ausilio delle comuni conoscenza scientifiche del professionista medio, non opera in relazione alle fasi dell’intervento in cui i ruoli e i compiti di ciascun operatore sono nettamente distinti, dovendo trovare applicazione il diverso principio dell’affidamento per cui può rispondere dell’errore o dell’omissione solo colui che abbia in quel momento la direzione dell’intervento o che abbia commesso un errore riferibile alla sua specifica competenza medica, non potendosi trasformare l’onere di vigilanza in un obbligo generalizzato di costante raccomandazione al rispetto delle regole cautelari e di invasione negli spazi di competenza altrui (Sez. 4, n. 27314 del 20/04/2017, Puglisi, Rv. 27018901).

4Il principio ora richiamato risulta coerente con l’insegnamento giurisprudenziale in base al quale l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali, in quanto tali rilevabili con l’ausilio delle comuni conoscenze del professionista medio. L’assunto è stato espresso nel confermare la sentenza di condanna per il reato di omicidio colposo nei confronti, oltre che del ginecologo, anche delle ostetriche, in considerazione del fatto che l’errore commesso dal ginecologo nel trascurare i segnali di sofferenza fetale non esonerava le ostetriche dal dovere di segnalare il peggioramento del tracciato cardiotocografico, in quanto tale attività rientrava nelle competenze di entrambe le figure professionali operanti in equipe (Sez. 4, n. 53315 del 18/10/2016, Paita, Rv. 26967801).

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

‘In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l’onere di provare il nesso di causalità tra l’evento di danno (aggravamento della patologia preesistente ovvero insorgenza di una nuova patologia) e l’azione o l’omissione dei sanitari, non potendosi predicare, rispetto a tale elemento della fattispecie, il principio della maggiore vicinanza della prova al debitore, in virtù del quale, invece, incombe su quest’ultimo l’onere della prova contraria solo relativamente alla colpa ex art. 1218 c.c.’ (Cass., ord., 20/08/2018, n. 20812; Cass. 7/12/2017, n. 29315) e che ‘Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, causa del danno, sicchè, ove la stessa sia rimasta assolutamente incerta, la domanda deve essere rigettata’ (Cass. 15/02/2018, n. 3704; Cass. 26/07/2017, n. 18392).

Tali principi vanno ribaditi in questa sede; pertanto, va affermato che, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, è onere dell’attore, paziente danneggiato, provare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento, onere che va assolto dimostrando che la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del ‘più probabile che non’, la causa del danno, con la conseguenza che, se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il suddetto nesso tra condotta ed evento, la domanda dev’essere rigettata.

Va evidenziato che questa conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Cass., sez. un., 11/1/2008, n. 577, pure richiamata dalla ricorrente), secondo cui ‘in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante’.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA FORLI CESENA MILANO PAVIA TREVISO VICENZA

Questo principio venne, infatti, affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento ‘qualificato’, allegato dall’attore (ossia l’effettuazione di un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi ‘più probabili’, nel caso singolo di specie, la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2, e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..

La giurisprudenza tradizionalmente valuta il concetto di ‘imperizia’ nei reati colposi – addebitati a soggetti che rivestono determinate qualifiche dirigenziali e che prestano corrispondenti mansioni di elevata delicatezza, specializzazione e responsabilità – ‘in rapporto alla qualifica e all’attività svolta in concreto, le quali esigono l’osservanza delle regole e delle precauzioni doverose da parte della media dei soggetti rivestenti identica qualifica e svolgenti identiche mansioni’ (così Sez. 4, n. 12416 del 18/04/1986, Vollono, Rv. 174226).

Con particolare riguardo ai casi di responsabilità per delitti colposi in ambito sanitario, è noto che un risalente indirizzo seguito dalla Corte di legittimità (Sez. 4, n. 12249 del 05/11/1984 – dep. 1985, Pinedda, Rv. 171396; Sez. 4, n. 5241 del 11/01/1978, Gandini, Rv. 138892; Sez. 4, n. 1301 del 18/10/1978 – dep. 1979, Andria, Rv. 141044; Cass. Sez. 4, n. 5860 del 19/02/1981, Desiato, Rv. 149347) tendeva a distinguere la valutazione della responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria a seconda che egli avesse operato con imperizia, ovvero con negligenza o imprudenza: nel primo caso, si prendevano a riferimento i parametri indicati dall’art. 2236 cod.civ. (secondo il quale la responsabilità è limitata al dolo o alla colpa grave se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà); nel secondo caso si giudicava secondo gli ordinari parametri della responsabilità colposa in ambito penale. Secondo tale orientamento, che si poneva nel solco della nota sentenza n. 166/1973 della Corte costituzionale, il carattere colposo della condotta del sanitario doveva essere valutato nel ristretto ambito della colpa grave stabilito dall’art. 2236 cod. civ. quando l’addebito fosse mosso sotto il profilo dell’imperizia, mentre qualora la responsabilità del professionista trovasse la propria origine nella negligenza e nell’imprudenza i criteri per l’accertamento della colpa del medico dovevano essere comuni a quelli con i quali si valuta ogni condotta colposa.

Era dunque già presente, nella giurisprudenza di legittimità, una distinzione tra imperizia da un lato, e imprudenza e negligenza dall’altro, ai fini della determinazione dei criteri di valutazione della responsabilità colposa del sanitario, sia pure in un quadro normativo affatto diverso dall’attuale.

Nel tempo, il citato indirizzo cedette il posto ad un altro e più rigoroso orientamento, in cui si escludeva che lo statuto della colpa professionale del sanitario in ambito penalistico potesse articolarsi in modo differenziato rispetto alle generali previsioni riguardanti la colpa penale.

Si legge ad esempio, nella sentenza Lazzeri del 1991 (Sez 4, n. 4028 del 22/02/1991, Lazzeri, Rv. 187774), che la colpa professionale del sanitario ‘deve essere valutata con larghezza e comprensione per la peculiarità dell’esercizio dell’arte medica e per la difficoltà dei casi particolari, ma pur sempre nell’ambito dei criteri dettati per l’individuazione della colpa medesima dall’art. 43 del cod.pen.. Tale accertamento non può essere effettuato in base al disposto dell’art. 2236 del codice civile, secondo cui il prestatore d’opera è esonerato dall’obbligo del risarcimento dei danni, quando la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, tranne che nell’ipotesi di commissione del fatto con dolo o colpa grave. L’applicabilità di tale norma è esclusa dalla sistematica disciplina del dolo e della colpa in diritto penale per la quale il grado della colpa è previsto solo come criterio per la determinazione della pena, o come circostanza aggravante, e mai per determinare la stessa sussistenza dell’elemento psicologico del reato, sicché il minor grado della colpa non può avere in alcun caso efficacia scriminante’.

Tuttavia, più di recente, la Corte regolatrice ha riconosciuto che il principio civilistico di cui all’art. 2236 cod. civ. che assegna rilevanza soltanto alla colpa grave ‘può trovare applicazione in ambito penalistico come regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione di problemi di speciale difficoltà ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza, in quanto la colpa del terapeuta deve essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto. Ne consegue che non sussistono i presupposti per parametrare l’imputazione soggettiva al canone della colpa grave ove si tratti di casi non difficili e fronteggiabili con interventi conformi agli standard’ (Cass. Sez. 4, n. 4391 del 22/11/2011 – dep. 2012, Di Lella, Rv. 251941). In tal modo, da un lato, si recuperava la differenziazione tra la valutazione dell’imperizia (con riguardo a situazioni di peculiare difficoltà tecnico-operativa) e quella relativa ai restanti casi ‘non difficili’; dall’altro, si faceva riferimento a questi ultimi (da valutarsi secondo gli ordinari criteri di cui all’art. 43 cod.pen.) laddove essi fossero fronteggiabili ‘con criteri conformi agli standard’, ossia alle normali prassi sanitarie raccomandate per quello specifico intervento.

In seguito all’entrata in vigore della legge Balduzzi, accanto a sentenze nelle quali si ritiene necessario accertare ‘se vi sia stato un errore determinato da una condotta negligente o imprudente’ pur a fronte del rispetto di linee guida accreditate presso la comunità scientifica (Sez. 4, n. 18430 del 05/11/2013 – dep. 2014, Loiotila, Rv. 261294), ve ne sono altre secondo le quali la disciplina di cui all’art. 3 della legge Balduzzi, pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260739), o comunque in ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia (Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 266903).

Con l’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, il parametro dell’imperizia ha assunto, come si è visto, maggior rilievo. Dopo una travagliata vicenda interpretativa, la questione della corretta interpretazione da dare al citato art. 6 della legge 24/2017 (introduttivo dell’art. 590-sexies cod.pen.) è stata devoluta alle Sezioni Unite, le quali, con sentenza resa il 21 dicembre scorso (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, ric. Mariotti), hanno affermato il seguente principio di diritto: ‘L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:

  1. a) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da negligenza o imprudenza;
  2. b) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;
  3. c) se l’evento si è verificato per colpa (anche ‘lieve’) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche che non risultino adeguate alla specificità del caso concreto;
  4. d) se l’evento si è verificato per colpa ‘grave’ da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni, di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle specifiche difficoltà tecniche dell’atto medico’.

Naturalmente uno dei problemi che si pongono, in conseguenza di tale assetto interpretativo, è costituito dall’individuazione della legge penale più favorevole in relazione ai singoli casi concreti, anche risalenti ad epoca antecedente gli ultimi interventi legislativi, in base a quanto previsto dalle disposizioni sulla successione delle leggi penali nel tempo.

Alla stregua delle considerazioni che precedono e dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale che si è cercato di illustrare, appare di tutta evidenza che non poteva prescindersi da un accurato inquadramento della condotta del dott. M. non solo con riguardo al fatto che essa rispettasse o meno le linee guida o le buone pratiche, ma anche con riguardo al fatto che la stessa potesse qualificarsi come improntata a imperizia, o a negligenza, o a imprudenza.

Sebbene la Corte di merito abbia qualificato il comportamento dell’odierno ricorrente come imprudente, deve evidenziarsi che, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’imprudenza consiste nella realizzazione di un’attività positiva che non si accompagni nelle speciali circostanze del caso a quelle cautele che l’ordinaria esperienza suggerisce di impiegare a tutela dell’incolumità e degli interessi propri ed altrui (Sez. 4, Sentenza n. 16944 del 20/03/2015, Rota e altri, Rv. 263388); e nella specie la condotta tenuta dal dott. M. , più che un’attività positiva, sarebbe consistita – secondo la stessa Corte di merito – in un’omessa o incompleta diagnosi, accompagnata da una sottovalutazione della sintomatologia che la paziente presentava, dall’omessa prescrizione di accertamenti strumentali a fini diagnostici e dalla prescrizione di un presidio terapeutico generico (clistere). Ciò che sembra semmai ascrivibile in parte al profilo della negligenza, in parte, e sotto altro profilo, a quello dell’imperizia.

STRUTTURA SANITARIA

. La natura della responsabilità della struttura sanitaria 

La Cassazione ha costantemente inquadrato la responsabilità dell’ente ospedaliero nella responsabilità contrattuale, sul rilievo che l’accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (v. per es. Cass. n. 5939/1993; Cass. n. 4152/1995; Cass. n. 7336/1998; Cass. n. 589/1999; Cass. n. 3492/2002; Cass. n. 11316/2003; Cass. n. 10297/2004e da ultimo Cass. n.9085/2006).

  1. Il c.d. contratto di spedalità: contenuto e qualificazione giuridica.

A fondamento di detta responsabilità contrattuale, parte della giurisprudenza più risalente individuava un contratto avente il medesimo contenuto di quello stipulato con il professionista, pertanto un contratto d’opera professionale, con conseguente applicabilità del relativo regime (specialiter l’art.2236 c.c.).

Tale impostazione appariva, tuttavia, imprecisa (non ricorrendo in tale fattispecie il requisito della personalità proprio del contratto d’opera intellettuale) e comunque insufficiente a fotografare il complesso delle prestazioni alle quali è tenuta la struttura sanitaria per effetto del contratto con il paziente.

Ecco perché appare preferibile l’orientamento più recente della giurisprudenza (già in nuce in Cass., Sez. Un., n. 9556/2002), che pone a fondamento della responsabilità della struttura sanitaria la figura del contratto atipico c.d. di spedalità o di assistenza sanitaria.

Si è, in particolare, affermato che “Il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura privata (o ente ospedaliero) ha fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal Servizio Sanitario Nazionale o da altro Ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo “lato sensu” alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze. Ne consegue che la responsabilità della casa di cura (o dell’Ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale, e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 c.c., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, ai sensi dell’art. 1228 c.c., all’inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto ” (Cass., n. 13066/2004; e negli stessi termini Cass. n. 2042/2005).

Alla stregua di tale orientamento, dunque:

–  oggetto della obbligazione non è solo la prestazione del medico, ma una prestazione complessa definita di “assistenza sanitaria”, fondata sul contratto atipico individuato dalla sentenza Cassazione n. 13066/2004 in base allo schema della “locatio operis”, con obbligazione di risultato;

–  unitario è il criterio della responsabilità, sia per la casa di cura privata che pubblica, non essendo possibile differenziare la responsabilità in base alla natura del soggetto danneggiante, trattandosi di violazioni che incidono sul bene della salute, tutelato quale diritto fondamentale dalla nostra Carta costituzionale, senza possibilità di limitazioni di responsabilità o differenze risarcitorie a seconda della diversa natura (pubblica o privata) della struttura sanitaria;

–  parificato è il regime giuridico tra pubblico e privato, escludendosi per il medico operante all’interno della struttura sanitaria pubblica l’applicabilità della normativa prevista dagli artt. 22 e 23 del D.P.R. 10.1.1957 n. 3 con riguardo alla responsabilità degli impiegati civili dello Stato (la limitazione tout court della responsabilità dei dipendenti pubblici ai casi di dolo e colpa grave, ivi prevista, si risolverebbe, infatti in una ingiustificata disparità di trattamento tra medico pubblico e privato, a fronte dell’identità di prestazione effettuata: in entrambi i casi, dunque, troveranno applicazione le norme civilistiche di cui agli artt. 1176, 1218 e 2236 c.c.; cfr. Cass. n. 5939/1993 e negli stessi termini Cass. n. 4152/1995 e da ultimo Cass. n. 4058/2005);

 

ART 600 BIS CP CASS SEZ UNITE 51815/2018

trattamento sanzionatorio previsto per la produzione di materiale pedopornografico
trattamento sanzionatorio previsto per la produzione di materiale pedopornografico

ART 600 BIS CP CASS SEZ UNITE 51815/2018

processi corte appello penale bologna milano venezia firenze ancona
processi corte appello penale bologna milano venezia firenze ancona

Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 600-ter c.p., relativo alla produzione di materiale pornografico rappresentante minori, non è più necessario, con la più recente formulazione, il pericolo di diffusione

 

LA CASSAZIONE PENALE A SEZ UNITE AFFERMA IL SEGUENTE PRINCIPIO:

 

Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1), con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla L. 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE PREZZI CONCORDATI
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE PREZZI CONCORDATI

LIBRO SECONDO. Dei delitti in particolare – TITOLO DODICESIMO. Dei delitti contro la persona – CAPO TERZO. Dei delitti contro la libertà individuale – SEZIONE PRIMA. Dei delitti contro la personalità individuale
ARTICOLO 600 BIS
Prostituzione minorile

E’ punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 15.000 a euro 150.000 chiunque:

1) recluta o induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto;

2) favorisce, sfrutta, gestisce, organizza o controlla la prostituzione di una persona di età inferiore agli anni diciotto, ovvero altrimenti ne trae profitto.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di un corrispettivo in denaro o altra utilità, anche solo promessi, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 1.500 a euro 6.000.

Codice penale
Gazzetta Ufficiale Repubblica Italiana 26 ottobre 1930, n. 251
Codice penale [codice penale]
Approvato con R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398

LIBRO SECONDO. Dei delitti in particolare – TITOLO DODICESIMO. Dei delitti contro la persona – CAPO TERZO. Dei delitti contro la libertà individuale – SEZIONE PRIMA. Dei delitti contro la personalità individuale
ARTICOLO 602 TER
Circostanze aggravanti

La pena per i reati previsti dagli articoli 600, 601 primo e secondo comma e 602 è aumentata da un terzo alla metà: (4) a) se la persona offesa è minore degli anni diciotto;

  1. b) se i fatti sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi;
  2. c) se dal fatto deriva un grave pericolo per la vita o l’integrità fisica o psichica della persona offesa.

Se i fatti previsti dal titolo VII, capo III, del presente libro sono commessi al fine di realizzare od agevolare i delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602, le pene ivi previste sono aumentate da un terzo alla metà.

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, primo comma, e 600-ter, la pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso con violenza o minaccia. (2)

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, primo e secondo comma, 600-ter, primo comma, e 600-quinquies, la pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso approfittando della situazione di necessità del minore. (2)

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, primo e secondo comma, 600-ter e 600-quinquies, nonché dagli articoli 600, 601 e 602, la pena è aumentata dalla metà ai due terzi se il fatto è commesso in danno di un minore degli anni sedici. (2)

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, primo comma, e 600-ter, nonché, se il fatto è commesso in danno di un minore degli anni diciotto, dagli articoli 600, 601 e 602, la pena è aumentata dalla metà ai due terzi se il fatto è commesso da un ascendente, dal genitore adottivo, o dal loro coniuge o convivente, dal coniuge o da affini entro il secondo grado, da parenti fino al quarto grado collaterale, dal tutore o da persona a cui il minore è stato affidato per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza, custodia, lavoro, ovvero da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio nell’esercizio delle loro funzioni ovvero ancora se è commesso in danno di un minore in stato di infermità o minorazione psichica, naturale o provocata. (2)

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, primo comma, e 600-ter, nonché dagli articoli 600, 601 e 602, la pena è aumentata dalla metà ai due terzi se il fatto è commesso mediante somministrazione di sostanze alcoliche, narcotiche, stupefacenti o comunque pregiudizievoli per la salute fisica o psichica del minore, ovvero se è commesso nei confronti di tre o più persone. (2)

Nei casi previsti dagli articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quater.1 e 600-quinquies, la pena è aumentata:

  1. a) se il reato è commesso da più persone riunite;
  2. b) se il reato è commesso da persona che fa parte di un’associazione per delinquere e al fine di agevolarne l’attività;
  3. c) se il reato è commesso con violenze gravi o se dal fatto deriva al minore, a causa della reiterazione delle condotte, un pregiudizio grave. (3)

Le pene previste per i reati di cui al comma precedente sono aumentate in misura non eccedente i due terzi nei casi in cui gli stessi siano compiuti con l’utilizzo di mezzi atti ad impedire l’identificazione dei dati di accesso alle reti telematiche. (3)

Le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 114, concorrenti con le circostanze aggravanti di cui alla presente sezione, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle predette aggravanti.

(1) Il presente articolo è stato inserito dall’art. 3, L. 02.07.2010, n. 108 con decorrenza dal 30.07.2010.

(2) Il presente comma è stato aggiunto dall’art. 4, L. 01.10.2012, n. 172 con decorrenza dal 23.10.2012.

(3) Il presente comma è stato aggiunto dall’art. 1, comma 1, D.Lgs. 04.03.2014, n. 39 con decorrenza dal 06.04.2014.

(4) Il presente alinea è stato così modificato dall’art. 2, D.Lgs. 01.03.2018, n. 21 con decorrenza dal 06.04.2018. Si riporta di seguito il testo previgente:

“La pena per i reati previsti dagli articoli 600, 601 e 602 è aumentata da un terzo alla metà:”.

FATTO

M.D. è stato chiamato a rispondere: del reato di cui all’art. 61 c.p., n. 9), art. 81 c.p., art. 600 bis c.p., commi 2 e 3, perchè, in qualità di parroco della basilica di (OMISSIS), aveva indotto alla prostituzione alcuni ragazzi e, in particolare, aveva compiuto atti sessuali con quattro minori, di età compresa tra i 14 ed i 17 anni, facendoli denudare, per guardarli anche mentre visionavano video erotici, palpeggiando i loro organi genitali, masturbandoli e praticando loro dei rapporti orali, con le aggravanti di cui al richiamato terzo comma, rispetto a tre delle persone offese, e di aver commesso il fatto con l’abuso di potere e violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto (capo A); del reato di cui all’art. 61 c.p., n. 9), artt. 56 e 81 c.p., art. 600 bis c.p., commi 2 e 3, per aver tentato il compimento di atti sessuali con altri due minori, verso il corrispettivo di denaro ed altra utilità economica, in particolare, dopo averli denudati, aveva avvicinato la bocca ai genitali di uno, tentato di toccare i genitali di un altro, ed inviato messaggi telefonici in tema, non riuscendo nell’intento della consumazione del rapporto sessuale orale per il diniego opposto dagli stessi minori, con l’aggravante che uno dei due ragazzi aveva un’età inferiore agli anni 16 (capo B); del reato di cui all’art. 81, comma 2, art. 600 ter, comma 1, con riferimento all’art. 600 sexies c.p., comma 2, perchè, utilizzando minori di anni diciotto, aveva realizzato e prodotto materiale pornografico, o comunque aveva indotto minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche, in particolare, dietro compenso di danaro o altra utilità economiche come le ricariche telefoniche, a posare nudi per le foto da lui realizzate, aventi ad oggetto gli organi genitali, con le aggravanti di aver commesso i fatti in danno di minori e con l’abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro di culto (capo C).

I minori sono stati compiutamente identificati nei capi d’imputazione ed i fatti sono stati contestati come commessi in (OMISSIS) fino al (OMISSIS). Solo tre dei ragazzi si sono costituti nei gradi di merito come parti civili. I difensori delle parti civili non si sono presentati innanzi a questa Corte.

Il Tribunale di Sciacca, con sentenza del 12 giugno 2015, ha condannato l’imputato alla pena di anni 9, mesi 8 di reclusione, ritenuta la continuazione, oltre spese e pene accessorie; per il reato di cui al capo A), la condotta di prostituzione minorile nei confronti di una delle persone offese è stata qualificata come tentativo; per il capo B), è stato escluso il reato nei confronti di una delle persone offese; per il capo C), è stato escluso il reato di pornografia minorile nei confronti di una delle persone offese. L’imputato è stato assolto dai residui reati e condannato al risarcimento dei danni, oltre spese, a favore di due delle parti civili.

La Corte di appello di Palermo ha confermato la sentenza di primo grado.

I giudici – con conforme valutazione rispetto al Tribunale – hanno accertato che l’imputato ha ricevuto vari ragazzi minorenni in parrocchia e, con la scusa di un contratto con la televisione, vantando una parentela importante e predisponendo dei falsi moduli di ingaggio, verso corrispettivo, ha realizzato dei ritratti fotografici o video dei loro genitali e, in alcuni casi, li ha palpeggiati nelle parti intime o ha avuto con loro dei rapporti orali.

 

Ad un certo punto, alcuni dei ragazzi hanno raccontato i fatti ad un giovane che frequentava la chiesa perchè interessato ad intraprendere la via del sacerdozio, il quale ha provveduto a svolgere indagini in proprio, realizzando un video con il suo cellulare del percorso seguito per raggiungere la stanza in cui vi erano i dispositivi elettronici dell’imputato, computer e cellulare, trovando le foto e gli altri documenti compromettenti e sporgendo denuncia, subito dopo, all’autorità di polizia; le persone offese hanno confermato i fatti.

Avverso la sentenza di secondo grado l’avv. Antonino Agnello ha presentato sette motivi di ricorso, mentre l’avv. Giovanni Aricò ha presentato due motivi di ricorso. In data 9 novembre 2017, l’avv. Agnello ha presentato una memoria contenente un motivo nuovo.

VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE

MOTIVAZIONE SUPREMA CORTE

“Se, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1), con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, sia necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla L. 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.

  1. La soluzione di tale questione implica la necessità di una preliminare ricostruzione storico-sistematica dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale.

2.1. La nozione di pornografia minorile è stata introdotta dalla L. 3 agosto 1998, n. 269 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di schiavitù), la quale ha previsto una serie di nuove fattispecie di reato (gli art. 600 bis – prostituzione minorile; art. 600 ter – pornografia minorile; art. 600 quater – detenzione di materiale pedopornografico; art. 600 quinquies – iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile). Le nuove fattispecie sono state inserite nel Titolo XII della parte speciale dedicata ai Delitti contro la persona e, in particolare, nel Capo 3 (Dei delitti contro la libertà individuale), sezione 1 (Dei delitti contro la personalità individuale). L’articolato sistema di fattispecie incriminatrici introdotto dalla L. n. 269 del 1998 era ispirato ai principi sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo firmata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la L. 27 maggio 1991, n. 176 che, nell’art. 34, impegnava gli Stati aderenti a proteggere “il fanciullo” da ogni forma di violenza e sfruttamento sessuale e, quindi, dallo sfruttamento ai fini di prostituzione o di produzione di spettacoli o di materiale pornografico.

Nella formulazione originaria del 1998, l’art. 600 ter c.p., comma 1, così recitava: “Chiunque sfrutta minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da lire cinquanta milioni a lire cinquecento milioni”. E la disposizione si inscriveva in un contesto normativo finalizzato a tutelare “lo sviluppo fisico, psicologico, spirituale morale, sociale” dei minori (L. n. 269 del 1998, art. 1), reprimendo svariati comportamenti considerati idonei ad attentare all’integrità del bene giuridico protetto. Il primo comma dell’articolo, nella versione del 1998, contemplava, dunque, due sotto-fattispecie: a) quella dello sfruttamento di minori al fine di realizzare esibizioni pornografiche; b) quella dello sfruttamento di minori al fine di produrre materiale pornografico. Dunque, secondo il tenore letterale dell’articolo, la realizzazione di esibizioni pornografiche e la produzione di materiale pornografico costituivano il fine, oggetto di dolo specifico, della condotta di “sfruttamento dei minori di anni diciotto”.

2.2. Sulla disposizione, nella sua formulazione originaria, si sono pronunciate, con la richiamata sentenza n. 13 del 2000, le Sezioni Unite di questa Corte alle quali la Terza Sezione penale (con ordinanza del 13 febbraio 1999), aveva posto la seguente questione: “Se il fatto, punito dall’art. 600 ter, comma 1, di sfruttare minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico postuli, o non, lo scopo di lucro e/o l’impiego di una pluralità di minori”. La questione era sorta in conseguenza dell’orientamento dottrinale maggioritario, secondo il quale, al termine “sfruttare” andava riconnesso un significato lucrativo, quantomeno economico, con la conseguenza che dovevano escludersi tutte quelle attività che si risolvevano nell’appagamento di intimi e riservati fini perversi o nell’occasionale utilizzazione di un singolo minore per gli anzidetti scopi. A tale orientamento si contrapponeva un’opinione minoritaria per la quel era preferibile un’interpretazione della disposizione volta ad includere l’incriminazione di condotte illecite che prescindevano dal ritorno economico, sul rilievo che il bene protetto era la tutela dell’essere umano.

Le Sezioni Unite, ricordando che vi erano ragioni letterali, teleologiche e logico-sistematiche per opporsi ad un’interpretazione economicistica della nozione di sfruttamento, hanno affermato che, nonostante il legislatore avesse adoperato il termine “sfrutta”, che evoca immediatamente le nozioni di “utile” e di “rendimento”, la fattispecie della produzione di materiale pornografico non richiedeva lo scopo di lucro da parte del reo. In altri termini, la locuzione “sfruttamento del minore” non doveva intendersi come “sfruttamento per fini economici” dovendosi avere riguardo al bene interesse protetto dalla norma che, come desumibile dalla L. n. 269 della 1998, art. 1, era la “salvaguardia dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale” dei minori. Peraltro, si è osservato che, anche dal punto di vista strettamente semantico, lo sfruttamento implica l’attività di trarre da qualcuno un qualsiasi tipo di utilità che, non necessariamente, deve essere economica: “nell’art. 600 ter c.p. il legislatore ha adottato il termine “sfruttare” nel significato di utilizzare a qualsiasi fine (non necessariamente di lucro), sicchè sfruttare i minori vuol dire impiegarli come mezzo, anzichè rispettarli come fine e come valore in sè: significa insomma offendere la loro personalità, soprattutto nell’aspetto sessuale, che è tanto più fragile e bisognosa di tutela quanto più è ancora in formazione e non ancora strutturata”.

Ritenuto non necessario lo scopo di lucro per integrare il fatto tipico, la sentenza si è poi soffermata sulla struttura del reato, qualificandolo quale fattispecie di pericolo concreto. In altri termini, esso è integrato quando sussiste un pericolo concreto di diffusione del materiale prodotto, tale da introdurlo nel circuito della pedofilia. Secondo la pronuncia, “oltre alla preesistente tutela penale della libertà (di autodeterminazione e maturazione) sessuale del minore, viene introdotta una tutela penale anticipata, volta a reprimere quelle condotte prodromiche che mettono a repentaglio il libero sviluppo personale del minore, mercificando il suo corpo e immettendolo nel circuito perverso della pedofilia”. In tale quadro, non è configurabile il reato quando la produzione pornografica sia destinata a restare nella sfera strettamente privata dell’autore, occorrendo la sussistenza del pericolo concreto di diffusione del materiale pornografico prodotto, il cui accertamento è demandato, di volta in volta, al giudice. Ne consegue che, nell’ipotesi di materiale realizzato per essere conservato dall’autore e non diffuso, trova applicazione non la disposizione dell’art. 600 ter c.p., comma 1, ma quella dell’art. 600 quater, che sanziona la mera detenzione di materiale pedopornografico e che, nella sua formulazione originaria, aveva il seguente tenore: “Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 600 ter, consapevolmente si procura o dispone di materiale pornografico prodotto mediante lo sfruttamento sessuale dei minori degli anni diciotto è punito con la reclusione fino a tre anni o con la multa non inferiore a lire tre milioni”. Nell’ottica della rilevanza del requisito del pericolo di diffusione, le Sezioni Unite hanno precisato che è compito del giudice accertare di volta in volta la configurabilità del predetto pericolo, facendo ricorso ad elementi sintomatici della condotta quali l’esistenza di una struttura organizzativa anche rudimentale atta a corrispondere alle esigenze di mercato dei pedofili, il collegamento dell’agente con soggetti pedofili potenziali destinatari del materiale pornografico, la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari, l’utilizzo contemporaneo o differito nel tempo di più minori per la produzione del materiale pornografico – dovendosi considerare la pluralità di minori impiegati non elemento costitutivo del reato ma indice sintomatico della pericolosità concreta della condotta -, i precedenti penali, la condotta antecedente e le qualità soggettive del reo, quando siano connotati dalla diffusione commerciale di pornografia minorile nonchè gli altri indizi significativi suggeriti dall’esperienza. Hanno, di conseguenza, escluso la ricorrenza del concreto pericolo di diffusione del materiale in un’ipotesi in cui l’agente aveva realizzato e detenuto alcune fotografie pornografiche che ritraevano un minorenne, consenziente, per uso puramente “affettivo”, anche se perverso.

Successivamente, l’Italia ha ratificato, con la L. 11 marzo 2002, n. 46, il Protocollo opzionale alla Convenzione dei diritti del fanciullo, concernente la vendita di bambini, la prostituzione dei bambini e la pornografia rappresentante bambini, fatto a New York il 6 settembre 2000; protocollo nascente dall’esigenza degli Stati di contrastare, con strumenti sempre più articolati ed omogenei, anche dal punto di vista internazionale, i gravi fenomeni ivi menzionati. Questa legge ha, tra l’altro, impartito disposizioni processuali per la salvaguardia del minore vittima e testimone di tali reati, integrando sul punto la L. n. 66 del 1996.

Di fondamentale importanza per l’evoluzione normativa è stata, però, la Decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio del 22 dicembre 2003 relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile. Con tale atto normativo, l’Unione Europea ritiene lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile gravi violazioni dei diritti dell’uomo e del diritto fondamentale di tutti i bambini ad una crescita, un’educazione ed uno sviluppo armoniosi (par. 4 dei “considerando”), particolarmente pericolosa la pornografia infantile, a causa della diffusione a mezzo Internet (par. 5 dei “considerando”), sicchè l’importante opera portata avanti da organizzazioni internazionali deve essere integrata da quella dell’Unione Europea (par. 6 dei “considerando”) ed è necessario affrontare reati gravi quali lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia infantile con un approccio globale comprendente quali parti integranti elementi costitutivi della legislazione penale comuni a tutti gli Stati membri, tra cui sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive, e una cooperazione giudiziaria più ampia possibile (par. 7 dei “considerando”). In questo contesto, sono state dettate regole minime a cui gli Stati membri avrebbero dovuto attenersi, alle quali la disciplina italiana del 1998 già sostanzialmente si uniformava.

La L. 6 febbraio 2006, n. 38, art. 2 (Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet) ha apportato rilevanti modifiche al sistema introdotto dalla L. del 1998. In particolare, con l’art. 2, è intervenuta sull’art. 600 ter, norma centrale dell’intero sistema sanzionatorio, prevedendo una pluralità di fattispecie incriminatrici che, pur se autonome tra loro, sono ordinate secondo un criterio gerarchico rinvenibile sia nella degradante severità delle pene edittali, sia nel sistema delle cause di esclusione disciplinate nel terzo e nel quarto comma. Come emerge dai lavori parlamentari, l’intervento legislativo è espressione dell’esigenza di soddisfare le linee guida in materia di repressione della pedopornografia proprie della decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea 2004/68/GAI ed evidenzia la volontà del legislatore di “anticipare ulteriormente la già avanzata soglia di rilevanza penale stabilita dalla L. n. 269 del 1998”, richiamando l’interpretazione della nozione di “sfruttamento” data dalle Sezioni Unite (si veda la relazione di presentazione del disegno di legge della Camera dei deputati n. 4599, prodromico all’adozione della L. n. 38 del 2006). In tale quadro, la nuova condotta tipizzata è quella di “chi realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico, utilizzando minori degli anni diciotto ovvero induce i medesimi a partecipare ad esibizioni pornografiche”. Il verbo “utilizzare” ha quindi preso il posto di “sfruttare” ed è scomparso “il fine di”, prima previsto; tutto ciò comporta, sia che per la consumazione dei delitti occorre l’utilizzazione dei minori per la produzione di esibizioni o di materiale pornografico a prescindere da qualsiasi finalità lucrativa o commerciale, sia che per l’individuazione dell’elemento soggettivo deve farsi riferimento al dolo generico (occorre comunque la consapevolezza che i soggetti utilizzati siano minorenni) e non più al dolo specifico richiesto in passato.

L’art. 600 ter c.p. ha poi subito ulteriori interventi per effetto sia del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla L. 23 aprile 2009, n. 38, sia del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla L. 15 ottobre 2013, n. 119. Ma l’intervento più incisivo è stato quello successivamente operato con la L. 1 gennaio 2012, n. 172 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale fatta a Lanzarote il 25 ottobre 2007, nonchè norme di adeguamento dell’ordinamento interno), la quale ha interamente sostituito il testo originario dell’art. 600 ter e inserito gli attuali commi 6 e 7, quest’ultimo contenente la definizione di “pornografia minorile”. Anche tale legge ha avuto un iter particolarmente lungo e complesso e, come evidenziato nei lavori preparatori, trova la sua ratio giustificatrice, al pari dei precedenti interventi normativi, “nell’esigenza di armonizzare il precedente impianto normativo ai parametri fissati dalla Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali (Lanzarote, 25 ottobre 2007) e dalla Direttiva dell’Unione Europea 2011/93 (Ue) contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile”. Essa ha introdotto, con riferimento a quanto qui di interesse, due diverse ipotesi incriminatrici: 1) la realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici o la produzione degli stessi utilizzando i minori; 2) il reclutamento, l’induzione di minori a partecipare ad esibizioni o spettacoli pornografici e a trarre profitto da essi. In relazione alla prima delle due condotte, non sono state apportate novità significative rispetto alla formulazione previgente, se non per l’inserimento del riferimento agli “spettacoli di natura pornografica”, di cui, peraltro, non è stata fornita la definizione; cosicchè gli stessi sembrano rappresentare un tutt’uno con le “esibizioni” che, in costanza della previgente disciplina, dovevano intendersi come le rappresentazioni di natura pornografica realizzate in pubblico a cui potevano assistere una o più persone. La convenzione di Lanzarote e la successiva legge nazionale di ratifica hanno inciso, inoltre, sulle sanzioni, sui termini di prescrizione e su alcuni profili procedurali, non rilevanti in questa sede.

All’esito delle modifiche apportate, l’art. 600 ter c.p., comma 1, risulta attualmente così formulato: “E’ punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da Euro 24.000 a Euro 240.000 chiunque: 1) utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico; 2) recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto”. E la disposizione fornisce, all’ultimo comma, la definizione di pornografia minorile come “ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali”.

La Corte di cassazione, in modo pressochè univoco dopo l’arresto delle Sezioni Unite del 2000, ha continuato, nonostante le modifiche apportate negli anni agli articoli in esame, ad interpretare l’art. 600 ter, comma 1, non prescindendo mai dalla necessità dell’accertamento del pericolo concreto della diffusione del materiale prodotto; e tale elemento ha costituito il discrimine fra la fattispecie di cui sopra e quella residuale, di cui all’art. 600 quater c.p..

Quanto alle situazioni nelle quali si è ravvisato il pericolo concreto della diffusione, queste comprendono i casi in cui: oltre all’imponente apparato informatico e all’ingente materiale pedopornografico rinvenuto nella disponibilità dell’imputato, lo stesso abbia effettuato “con una macchina digitale numerose riprese fotografiche delle parti intime di una bimba, alla quale era stato celato il volto, foto che erano state scaricate nell’hard disk del computer in vista dell’uso diffusivo delle immagini pornografiche” (Sez. 3, n. 5774 del 21/01/2005, M., Rv. 230732); “i dati pedopornografici vengono immessi nella rete, atteso che tale immissione, pur collocandosi in un momento antecedente all’effettiva diffusione tra il pubblico del materiale vietato, è sufficiente ad integrare il reato, con natura di reato di pericolo concreto, stante la possibilità di accesso ai dati ad un numero indeterminato di soggetti” (Sez. 3, n. 25232 del 21/06/2005, P.M. in proc. B., Rv. 231814); parte del materiale, per la cui produzione erano state utilizzate contemporaneamente molte minorenni e per il cui utilizzo l’imputato aveva avuto il consenso di queste, è detenuto in auto ed in alcune occasioni è stato mostrato a terzi (Sez. 3, n. 1814 del 20/11/2007, dep. 2008, M., Rv. 238566); vi sono riprese fotografiche, “mediante telefono cellulare, di minore nudo” (Sez. 3, n. 49604 del 01/12/2009, M., Rv. 245749); il materiale pedopornografico è inserito nel social network Facebook (Sez. 3, n. 16340 del 12/03/2015, M., Rv. 263355); la videoripresa, coinvolgente una minore, è conservata dall’imputato nella memoria del telefono cellulare e successivamente sottoposta in visione a terzi (Sez. 3, n. 35295 del 12/04/2016, R., Rv. 267546); il materiale pedopornografico è inserito in una cartella informatica accessibile da parte di terzi attraverso l’uso di un programma di condivisione (Sez. 3, n. 33298 del 10/05/2016, M., Rv. 270418); le immagini pedopornografiche sono state inviate tramite l’applicazione WhatsApp di un telefono cellulare ai minori divenuti oggetto delle mire sessuali dell’imputato, quale strumento di persuasione e corruzione (Sez. 3, n. 37835 del 29/03/2017, D., Rv. 270906); l’imputato è “abituale intrattenitore di bambine via video”, esperto nell’uso del computer (Sez. 3, n. 16616 del 25/5/2015, T., Rv. 263116); l’imputato dispone di in computer, sul quale ha numerose immagini pedopornografiche, in parte scambiate con terzi (Sez. 3, n. 2681 dell’11/10/2011, n. 2681, dep. 2012, R., Rv. 251885) o inserite in una cartella di condivisione via Internet (ex multis, Sez. 3, 05/02/2009, n. 24788, R.; Sez. 3, n. 8285 del 9/12/2009, R., Rv. 246232).

Tra le poche di segno diverso, vi è l’affermazione, contenuta nella pronuncia Sez. 3, n. 27373 del 31/01/2012, Z. e altri, nella quale sostanzialmente si esclude che la condotta di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, richieda il pericolo di diffusione e, nel richiamare la sentenza n. 13 del 2000, si sostiene che la necessità di verifica del pericolo concreto è stata affermata “esaminando la formulazione del testo previgente (…) che conteneva la dizione “sfruttamento”, disposizione sostituita con la L. 6 febbraio 2006, n. 18″. Tale principio – continua la Corte – “attiene in via più diretta, semmai, alla ben diversa condotta di divulgazione di materiale pedopornografico (da chiunque altri prodotta) tipizzata al comma 3”.

E muove dal dubbio che la verifica in concreto del pericolo di diffusione sia ancora necessaria, pur non negando espressamente la natura di reato di pericolo della fattispecie in esame, la pronuncia Sez. 3, n. 16340 del 12/03/2015, M., Rv. 263355, là dove afferma che “non si può non rilevare che l’intervento dirimente delle S.U. da cui si origina la giurisprudenza di legittimità che allo stato governa l’interpretazione dell’art. 600 ter, comma 1 si colloca ormai in una data che può definirsi risalente, essendosi negli ultimi quindici anni espanso ad un livello all’epoca non percepibile e non prevedibile da chi non fosse particolarmente inserito nel settore, il fenomeno dei così detti social networks, ovvero l’intensa potenza comunicativa anche tra privati nella rete, pervenuta ad una sorta di ubiquità in re ipsa di quanto prende le mosse dall’utente di un tale apparato.

Laddove, pertanto, le S.U. chiedevano al giudice di merito di accertare di volta in volta la potenzialità concreta di diffusione pure mediante uno strumento telematico, l’odierno notorio insegna che l’inserimento di materiale entro un social network, come Facebook più non necessita, in realtà, alcuno specifico accertamento sulla potenzialità diffusiva. E parimenti anche il riferimento ad organizzazioni “rudimentali” o embrionali risulta ormai superato, ovvero anacronistico, tenuto conto della disponibilità quanto mai agevole che le strutture di comunicazione telematica sociale offrono oggi a chiunque se ne voglia avvalere, senza alcuna necessità di adoperarsi per porre in essere propri personali apparati. La “piazza telematica” è aperta a tutti e la sua idoneità a diffondere quanto tutti vi versano, incluso il materiale pornografico, ha raggiunto un livello notoriamente così elevato da esonerare la necessità di valutazione del concreto pericolo, nel momento in cui il materiale, appunto, è inserito entro un frequentatissimo social network, come è avvenuto nel caso di specie, in cui l’imputato lo ha veicolato su Facebook”.

Così ricostruito il quadro legislativo e giurisprudenziale, l’interpretazione proposta dall’orientamento largamente dominante, nel senso della necessità del requisito del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico, deve ritenersi superata dall’evoluzione normativa e, comunque, anacronistica, in quanto riferita a un contesto sociale e a un grado di sviluppo tecnologico – quelli della seconda metà degli anni ‘90 del secolo scorso – che sono radicalmente mutati negli ultimi anni.

BANCAROTTA FRAUDOLENTA AVVOCATO ESPERTO DIFENDE  BOLOGNA MILANO ROMA PERUGIA VICENZA E  TUTTA ITALIA 
BANCAROTTA FRAUDOLENTA AVVOCATO ESPERTO DIFENDE  BOLOGNA MILANO ROMA PERUGIA VICENZA E  TUTTA ITALIA

Deve prendersi atto del fatto che la richiamata sentenza del 2000 delle Sezioni Unite rispondeva all’esigenza, del tutto legittima, di evitare di trattare con eccessivo rigore sanzionatorio – essendo molto elevata la pena edittale prevista: reclusione da sei a dodici anni e multa da lire cinquanta milioni a lire cinquecento milioni – la realizzazione di materiale pornografico mediante l’utilizzazione di minori, avendo superato l’idea che lo sfruttamento punito dalla disposizione dovesse presentare risvolti economici e, dunque, avendo elaborato una nozione di “sfruttamento” sostanzialmente coincidente con quella di “utilizzazione”, poi fatta propria dal legislatore, con la riforma del 2006. Nella ricostruzione interpretativa di allora, per “compensare” l’ampliamento della nozione di sfruttamento, i casi nei quali la produzione del materiale pedopornografico era invece destinata ad una fruizione meramente privata, da parte dello stesso soggetto che aveva realizzato detto materiale, erano ricondotti all’ambito di applicazione dell’art. 600 quater, assai meno rigoroso sul piano sanzionatorio (reclusione fino a tre anni e multa non inferiore a lire tre milioni). E tale conclusione trovava spazio perchè non vi era una definizione chiara di pornografia minorile – come quella introdotta nel 2012 all’ultimo comma dell’art. 600 ter – che fosse imperniata sull’esigenza di tutela della dignità sessuale e dell’immagine del minore. Dunque, per attrazione di significato (rispetto alle previsioni dello stesso articolo riferite a “spettacoli” ed “esibizioni”), “produrre” materiale pornografico voleva dire “produrre materiale destinato alla fruizione da parte di terzi”, giacchè era insita nel concetto stesso di pornografia (elaborato all’epoca) la visione perversa da parte di una cerchia indeterminata di soggetti. L’introduzione, in via interpretativa, del requisito del pericolo di diffusione si giustificava, allora, perchè l’applicazione di un trattamento sanzionatorio così rigoroso richiedeva necessariamente che vi fosse qualcosa di più della semplice captazione dell’immagine pornografica del minore, in un contesto tecnologico nel quale la captazione non implicava necessariamente la successiva diffusione.

Se, però, il requisito del pericolo concreto di diffusione del materiale poteva fungere da guida per l’interprete all’inizio degli anni ‘2000, esso è diventato oggi anacronistico, a causa della pervasiva influenza delle moderne tecnologie della comunicazione, che ha portato alla diffusione di cellulari smartphone, tablet e computer dotati di fotocamera incorporata, e ha reso normali il collegamento a Internet e l’utilizzazione di programmi di condivisione e reti sociali. Mentre un tempo la disponibilità di un collegamento a Internet rappresentava un quid pluris, da verificare caso per caso, rispetto la disponibilità di una fotocamera o videocamera con la quale realizzare immagini o video pornografici, l’attuale situazione è caratterizzata dalla accessibilità generalizzata alle tecnologie della comunicazione, che implicano facilità, velocità e frequenza nella creazione, nello scambio, nella condivisione, nella diffusione di immagini e video ritraenti una qualsiasi scena, anche della vita privata. Ne deriva che il riferimento al presupposto del pericolo concreto di diffusione del materiale realizzato – come elaborato dalle Sezioni Unite del 2000 e dalla giurisprudenza successiva – ha oggi scarso significato, essendo ormai potenzialmente diffusiva qualsiasi produzione di immagini o video.

Il superamento dell’orientamento largamente maggioritario rappresenta, inoltre, la logica conseguenza dell’evoluzione legislativa sopra delineata. In particolare, deve rilevarsi che il legislatore del 2006 ha sostituito allo “sfruttamento” la “utilizzazione” del minore, sia nell’art. 600 ter sia nell’art. 600 quater c.p., razionalizzando il sistema e confermando, nella sostanza, il punto di arrivo di quella stessa giurisprudenza, secondo cui doveva escludersi che il concetto di sfruttamento fosse caratterizzato da risvolti economici, ma non ha ritenuto di inserire espressamente nel nuovo testo normativo il requisito del pericolo di diffusione. Tale scelta non può essere considerata neutra sul piano interpretativo, perchè – come ampiamente visto – l’evoluzione normativa interna è il risultato del progresso della normativa sovranazionale, nel senso di far rientrare nel perimetro dell’incriminazione ogni produzione di materiale pornografico, laddove il sistema ruota ormai intorno ai concetti di “pornografia” e di “utilizzo”. Dunque, mentre il previgente testo era connotato dalla lotta allo “sfruttamento” dei minori per finalità di pornografia, la novella del 2006 ha inteso ampliare la sfera di tutela, non limitandosi alla mera sostituzione del termine “sfrutta” con la parola “utilizza”, ma anche modificando i commi successivi, con l’aggiunta, nel secondo comma, dell’espressione “diffonde”, con la modifica del quarto comma e con l’aggiunta del quinto. Ne è così derivata una norma di più ampio respiro, che appare indirizzata a punire la generalità delle condotte che danno origine a materiale pornografico in cui vengono utilizzati soggetti minorenni e che ha trovato il suo logico completamento con l’introduzione, ad opera, della L. n. 172 del 2012, della definizione di “pornografia minorile”, riferita ad ogni rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore degli anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali. Proprio l’introduzione di tale definizione chiarisce che oggetto della tutela penale sono l’immagine, la dignità e il corretto sviluppo sessuale del minore; ciò che consente di ricostruire la fattispecie in esame in termini di illecito di danno, perchè l’utilizzazione del minore nella realizzazione di materiale pornografico compromette di per sè il bene giuridico consumando l’offesa che il legislatore mira ad evitare.

L’esclusione del requisito del pericolo di diffusione e della ricostruzione della fattispecie in termini di reato di danno, appare più coerente anche sul piano sistematico, se si considerano i rapporti tra l’art. 600 ter e il successivo art. 600 quater c.p.. Come già osservato, tale ultima disposizione ha l’evidente scopo di “chiudere” il sistema, in modo che siano sanzionate, sostanzialmente, tutte le possibili aggressioni al bene primario del libero e corretto sviluppo psicofisico del minore e, più in particolare, della sua sfera sessuale. In altri termini, esso rappresenta l’ultimo anello di una catena di condotte antigiuridiche, di lesività decrescente, che iniziano con la produzione e proseguono con la commercializzazione, cessione diffusione – punite dall’art. 600 ter – sanzionando il “procurarsi” o “detenere” materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto. Si tratta di condotte che non integrano due distinti reati (sul punto, Sez. 3, n. 38221 del 25/05/2017, F., Rv. 270994; Sez. 3, n. 43189 del 09/10/2008, T., Rv. 241425), ma rappresentano due diverse modalità di realizzazione del medesimo reato e, quindi, non possono concorrere tra loro se riguardano il medesimo materiale, ricorrendo la continuazione fra reati nel caso in cui il materiale pedopornografico sia stato procurato in momenti diversi e poi detenuto. L’attuale testo dell’articolo è stato introdotto dal legislatore del 2006 che al verbo “disporre” ha sostituito quello più preciso di “detenere”, con la conseguenza che la sua formulazione letterale comporta che non sia configurabile la fattispecie incriminatrice ogni qual volta il soggetto consulti o visioni materiale pornografico in possesso di altri o via Internet, mentre comprende pacificamente le ipotesi di memorizzazione del materiale nell’hard disk del computer, in cd-rom, dvd, o altri supporti. Ma ciò che più rileva, ai fini che qui interessano, è il carattere esplicitamente residuale (“al di fuori delle ipotesi previste dall’art. 600 ter”) della fattispecie – sottolineato dalle Sezioni Unite nel 2000 e ribadito, tra le altre, da Sez. 3, n. 2211 del 22/10/2014, dep. 2015, A., Rv. 261597; Sez. 3, n. 11997 del 02/02/2011, L., Rv. 249656 – la quale ha come presupposto che l’agente non sia stato precedentemente coinvolto nelle condotte sanzionate dall’art. 600 ter, come emerge dalla clausola di riserva prevista dallo stesso art. 600 quater. Tanto che, secondo la giurisprudenza di legittimità, la fattispecie in questione “richiede la mera consapevolezza della detenzione del materiale pedopornografico, senza che sia necessario il pericolo della sua diffusione ed infatti tale fattispecie ha carattere sussidiario rispetto alla più grave ipotesi delittuosa della produzione di tale materiale a scopo di sfruttamento” (Sez. 3, n. 20303 del 07/06/2006, P., Rv. 234699). Da tale ricostruzione derivava – come visto – l’orientamento tradizionale, secondo cui la realizzazione di materiale pedopornografico utilizzando minori di anni diciotto, in mancanza di un pericolo concreto di diffusione, era equiparata alla condotta di chi si procurava o deteneva materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto.

Come anticipato, l’opposta soluzione, nel senso dell’irrilevanza del pericolo di diffusione ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 600 ter c.p., risulta maggiormente coerente con il dato letterale, quale emerge dall’ultima formulazione di tale disposizione e del successivo art. 600 quater. Entrambe si riferiscono, infatti, al materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto, ma la prima delle due incrimina la produzione di detto materiale equiparandola alla realizzazione di esibizioni o spettacoli pornografici (primo comma, n. 1), mentre la seconda incrimina il procurarsi o detenere il materiale in questione. E la presenza di un evidente nucleo comune, rappresentato dall’utilizzazione di minori per la realizzazione di materiale pornografico, deve indurre l’interprete a svalutare il profilo della “produzione” del materiale. Dunque, alla luce dell’evoluzione del quadro normativo sopra delineata, il termine “produzione” – interpretato dalle Sezioni Unite nel 2000 come “produzione di materiale destinato ad essere diffuso nel mercato della pedofilia” – non ha più una sua autonomia di significato rispetto al termine “realizzazione”, utilizzato nello stesso n. 1) dell’art. 600 ter, comma 1, con riferimento alle esibizioni o spettacoli; con la conseguenza che la “produzione” altro non è che la “realizzazione di materiale pornografico”. Si verifica, così, un ampliamento dello spazio di operatività della clausola di salvaguardia fissata dall’art. 600 quater perchè tale disposizione e il precedente art. 600 ter hanno ad oggetto lo stesso materiale pornografico; con la conseguenza che il produttore di tale materiale risponderà della più grave fattispecie dell’art. 600 ter, mentre la meno grave fattispecie dell’art. 600 quater troverà spazio solo per i soggetti diversi dal produttore.

Un ulteriore argomento a favore dell’interpretazione qui delineata è rappresentato dall’introduzione, ad opera della L. n. 38 del 2006, art. 4, dell’art. 600 quater.1 (Pornografia virtuale), che accomuna le ipotesi sanzionatorie di cui ai due precedenti articoli, prevedendo che ciascuna di esse si applica – con pena diminuita di n terzo – anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, e precisa che per immagini virtuali si intendono quelle realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali. Si tratta, evidentemente, di una disposizione che muove dal presupposto dell’assoluta identità dell’oggetto materiale delle due fattispecie sanzionatorie alle quali si riferisce – il materiale pornografico realizzato utilizzando minori di anni diciotto – perchè con la sua formulazione, in cui si fa riferimento alla “realizzazione” ma non alla “produzione”, conferma la mancanza di autonomia concettuale della “produzione” rispetto alla realizzazione, con conseguente irrilevanza del presupposto del pericolo di diffusione, in quanto tradizionalmente riferito alla sola “produzione”.AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI

Devono essere ora valutate le conseguenze del superamento dell’orientamento giurisprudenziale dominante.

Sotto un primo profilo, viene in rilievo il rischio – già ampiamente evidenziato – di un’applicazione eccessivamente espansiva della norma penale, ben al di là di ipotesi che rispecchino la gravità sociale e lo spessore criminale del fenomeno della pedopornografia. Ci si deve porre, infatti, il problema della rilevanza penale della cd. “pornografia domestica”, ossia della condotta di chi realizza materiale pornografico in cui sono coinvolti minori che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale nei casi in cui tale materiale è prodotto e posseduto con il consenso di tali minori e unicamente a uso privato delle persone coinvolte.

In relazione a tali fatti deve essere indubbiamente valorizzato, al fine di evitare “ipercriminalizzazioni” non coerenti con le finalità proprie del diritto penale, il dato dell’appartenenza di tali condotte all’ambito “dell’autonomia privata sessuale”. Tengono espressamente conto di tale esigenza le fonti sovranazionali sopra richiamate. In particolare, l’art. 3, comma 2, della Decisione Quadro del Consiglio n. 2004/68/GAI del 22 dicembre 2003, il quale così dispone: “2. Uno Stato membro può prevedere che esulino dalla responsabilità penale le condotte connesse con la pornografia infantile: (…) b) di cui all’art. 1, lett. b), punti 1) e 2), in cui, trattandosi di produzione e possesso, immagini di bambini che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale siano prodotte e detenute con il loro consenso e unicamente a loro uso privato. Anche nei casi in cui sia stata stabilita l’esistenza del consenso, questo non può essere considerato valido se, ad esempio, l’autore del reato l’ha ottenuto avvalendosi della sua superiorità in termini di età, maturità, stato sociale, posizione, esperienza, ovvero abusando dello stato di dipendenza della vittima dall’autore”. Analoghe previsioni sono contenute nell’art. 20, comma 3, della Convenzione di Lanzarote, al legislatore statale la facoltà di escludere la rilevanza penale della produzione e del possesso di materiale pornografico in cui sono coinvolti minori che hanno raggiunto l’età del consenso sessuale, “quando tali immagini sono prodotte o detenute da questi ultimi con il loro consenso e unicamente a loro uso privato”. Sulla stessa linea si colloca la Direttiva dell’Unione Europea 2011/93 (Ue) contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori e la pornografia minorile, che ha sostituito la precedente Decisione Quadro del Consiglio n. 2004/68/GAI ed è stata attuata nell’ordinamento interno con il D.Lgs. 4 marzo 2014, n. 39, la quale attribuisce alla discrezionalità degli Stati membri decidere se attribuire o no rilevanza penale alla “produzione, all’acquisto o al possesso di materiale pedopornografico in cui sono coinvolti minori che abbiano raggiunto l’età del consenso sessuale nei casi in cui tale materiale è prodotto e posseduto con il consenso di tali minori e unicamente a uso privato delle persone coinvolte, purchè l’atto non implichi alcun abuso”.

La ricostruzione dogmatica operata dall’orientamento giurisprudenziale tradizionale, che qui si intende superare, forniva una soluzione del tutto parziale del problema, escludendo di fatto che la pornografia domestica potesse rientrare nel concetto di “produzione” di cui all’art. 600 ter, per la mancanza del pericolo di diffusione, ma riconducendola, pur sempre, all’ambito del penalmente rilevante, attraverso il richiamo all’applicabilità della fattispecie residuale del successivo art. 600 quater. Per contro, il nuovo inquadramento sistematico della fattispecie, sopra delineato, induce a valorizzare, allo scopo di evitare l’incriminazione di un comportamento evidentemente privo di rilevanza penale, il concetto cardine di “utilizzazione del minore”, enfatizzandone la portata dispregiativa, nel senso che esso implica una “strumentalizzazione” del minore stesso. Deve dunque intendersi per “utilizzazione” la trasformazione del minore, da soggetto dotato di libertà e dignità sessuali, in strumento per il soddisfacimento di desideri sessuali di altri o per il conseguimento di utilità di vario genere; condotta che rende invalido anche un suo eventuale consenso (ex plurimis, Sez. 3, n. 1783 del 17/11/2016, dep. 16/01/2017, C., Rv. 269412; Sez. 3, n. 1181 del 23/11/2011, dep. 16/01/2012, L., Rv. 251905). Si devono, insomma, distinguere le condotte di produzione aventi un carattere abusivo, per la posizione di supremazia rivestita dal soggetto agente nei confronti del minore o per modalità con le quali il materiale pornografico viene prodotto (ad esempio, minaccia, violenza, inganno) o per il fine commerciale che sottende la produzione, o per l’età dei minori coinvolti, qualora questa sia inferiore a quella del consenso sessuale. In altri termini, qualora le immagini o i video abbiano per oggetto la vita privata sessuale nell’ambito di un rapporto che, valutate le circostanze del caso, non sia caratterizzato da condizionamenti derivanti dalla posizione dell’autore, ma siano frutto di una libera scelta – come avviene, per esempio, nell’ambito di una relazione paritaria tra minorenni ultraquattordicenni – e siano destinate ad un uso strettamente privato, dovrà essere esclusa la ricorrenza di quella “utilizzazione” che costituisce il presupposto dei reati sopra richiamati.

Dunque, il discrimine fra il penalmente rilevante e il penalmente irrilevante in questo campo non è il consenso del minore in quanto tale, ma la configurabilità dell’utilizzazione, che può essere esclusa solo attraverso un’approfondita valutazione della sussistenza in concreto dei presupposti sopra delineati; e deve a tal fine ricordarsi che, in ogni caso, il carattere pornografico o meno di immagini ritraenti un minore, costituisce apprezzamento di fatto demandato al giudice di merito e, pertanto, sottratto al sindacato di legittimità se sorretto da una motivazione immune da vizi logici e giuridici (Sez. 3, Sentenza n. 38651 del 09/06/2017, R., Rv. 270827).

Non osta a tale conclusione la circostanza che il legislatore interno, nell’attuazione delle richiamate discipline sovranazionali in materia, non abbia ritenuto di fissare espresse esclusioni rispetto alla generalizzata rilevanza penale della pornografia minorile, pur consentite da tali discipline. Deve infatti ribadirsi che è lo stesso concetto di “utilizzazione”, cui fanno riferimento sia l’art. 600 ter sia l’art. 600 quater c.p., che circoscrive l’area del penalmente rilevante, perchè presuppone la ricorrenza di un differenziale di potere tra il soggetto che realizza le immagini e il minore rappresentato, tale da generare una strumentalizzazione della sfera sessuale di quest’ultimo. E anzi, tale ricostruzione interpretativa trova conferma nella struttura del sistema che il legislatore ha inteso creare, nell’ambito del quale, al severissimo trattamento sanzionatorio previsto per la produzione di materiale pedopornografico, si somma un cospicuo apparato di circostanze aggravanti – originariamente contenuto nell’art. 600 sexies, abrogato dalla L. n. 172 del 2012, art. 4, comma 1, lett. i), e oggi nell’art. 602 ter – tra le quali assume particolare significatività, per quanto qui rileva, quella prevista dal quinto comma di tale articolo, in forza della quale la pena è aumentata dalla metà ai due terzi se il fatto è commesso in danno di un minore degli anni sedici. Si tratta, infatti, di sanzioni che, per la loro entità, sarebbero ingiustificabili, alla stregua del principio costituzionale di ragionevolezza, qualora si volessero ritenere applicabili al fenomeno della “pornografia minorile domestica”.

Un’altra possibile conseguenza del superamento dell’orientamento espresso dalla sentenza n. 13 del 2000 e dalla successiva giurisprudenza di legittimità è quella individuata nell’ordinanza della Terza Sezione penale.

In essa si richiama, quale elemento a sostegno della rimessione alle Sezioni Unite, la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani che ha censurato l’overruling interpretativo i malam partem per violazione dell’art. 7 CEDU (si richiamano, tra le più recenti Corte EDU, Sez. 3, 17 ottobre 2017, Navalnyye c. Russia, e Grande Camera, 21 ottobre 2013, Del Rio Prada c. Spagna). Si precisa, inoltre, che non constano precedenti nazionali sulle ricadute della giurisprudenza di Strasburgo nel nostro sistema in subiecta materia, mentre nel caso dell’overruling in bonam partem, le Sezioni Unite, con la sentenza n. 18288 del 21/01/2010, P.G. in proc. Beschi, Rv. 246651, hanno affermato che il mutamento di giurisprudenza, intervenuto con decisione delle Sezioni Unite della Corte di cassazione, integrando un nuovo elemento di diritto, rende ammissibile la riproposizione, in sede esecutiva, della richiesta di applicazione dell’indulto in precedenza rigettata: la Corte ha precisato, in particolare, che tale soluzione è imposta dalla necessità di garantire il rispetto dei diritti fondamentali della persona in linea con i principi della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il cui art. 7 include nel concetto di legalità sia il diritto di produzione legislativa che quello di derivazione giurisprudenziale. La Corte costituzionale, però, con la sentenza n. 230 del 2012, in un caso in cui il giudice aveva dubitato della legittimità costituzionale dell’art. 673 c.p.p. nella parte in cui non prevedeva la possibilità della revoca del giudicato a seguito di mutamento della giurisprudenza, ha ritenuto non manifestamente irrazionale che il legislatore, per un verso, valorizzasse, anche in ossequio ad esigenze di ordine costituzionale, la funzione nomofilattica della Corte di cassazione, e delle Sezioni Unite in particolare postulando, con ciò, che la giurisprudenza successiva si uniformasse “tendenzialmente” alle decisioni di queste ultime – e, dall’altro, omettesse di prevedere la revoca delle condanne definitive pronunciate in relazione a fatti che, alla stregua di una sopravvenuta diversa decisione dell’organo della nomofilachia, non erano previsti dalla legge come reato, col risultato di consentire trattamenti radicalmente differenziati di autori di fatti analoghi. Secondo la Corte costituzionale, in altri termini, nel nostro ordinamento, nonostante l’orientamento della Corte di Strasburgo, il cosiddetto diritto vivente non può avere la stessa funzione della legge, sicchè non è idoneo a mettere in discussione il giudicato, soggiungendosi, peraltro, che la citata sentenza delle Sezioni Unite n. 18288 del 2010 e la sentenza Sez. 2, n. 19716 del 06/05/2010, Merlo, Rv. 247113, non avevano mancato di porre adeguatamente in risalto il netto iato che separava gli istituti esaminati, riconducibili più correttamente all’ambito delle preclusioni, rispetto al giudicato vero e proprio.

Fatta questa premessa, deve rilevarsi che, in riferimento alla questione qui in esame, il problema dell’overruling in malam partem non viene comunque in rilievo, essendo ormai generalizzato – come visto – il pericolo di diffusione del materiale realizzato utilizzando minorenni; con la conseguenza che l’esclusione di tale pericolo quale presupposto per la sussistenza del reato non determina in concreto un ampliamento dell’ambito di applicazione della fattispecie penale, essendo completamente mutato il quadro sociale e tecnologico di riferimento ed essendo parallelamente mutato anche il quadro normativo sovranazionale e nazionale. Risulta significativo, a tal fine, che già la sentenza delle Sezioni Unite del 2000 individuasse una serie di elementi sintomatici liberamente apprezzabili dal giudice, anche disgiuntamente, ai fini della verifica della sussistenza del pericolo di diffusione tra i quali “la disponibilità materiale di strumenti tecnici di riproduzione e/o trasmissione, anche telematica idonei a diffondere il materiale pornografico in cerchie più o meno vaste di destinatari”. E una tale disponibilità, che all’epoca di quella pronuncia era tutt’altro che scontata e doveva essere oggetto di specifico accertamento, è oggi assolutamente generalizzata, essendo la riproducibilità e trasmissibilità di immagini e video immediata conseguenza della loro produzione.

A ciò deve aggiungersi che, pur con il superamento del presupposto del pericolo di diffusione ritenuto necessario dalla giurisprudenza tradizionale, la disposizione dell’art. 600 ter c.p. risulta comunque circoscritta nel suo ambito di applicazione dall’interpretazione restrittiva del concetto di “utilizzazione”, tale da escludere la c.d. “pornografia domestica”.

  1. Si deve dunque affermare il seguente principio di diritto: “Ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 600 ter c.p., comma 1, n. 1), con riferimento alla condotta di produzione di materiale pedopornografico, non è più necessario, viste le nuove formulazioni della disposizione introdotte a partire dalla L. 6 febbraio 2006, n. 38, l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale”.
  2. Venendo al caso di specie, deve rilevarsi che il ricorso è inammissibile.

6.1. Quanto alle censure (sub 2.1.a, 2.3, 2.9 del “Ritenuto in fatto”), riferite all’omessa motivazione della sentenza impugnata sui motivi nuovi in appello, in ordine alla mancanza del pericolo di diffusione del materiale pedopornografico presuntivamente prodotto, non solo deve richiamarsi il principio di diritto appena affermato, ma deve ulteriormente rilevarsi che, nel caso di specie, la sussistenza di un tale pericolo emerge in modo inequivocabile dall’analitica motivazione della sentenza impugnata; ciò che rende irrilevante la mancanza di un’espressa statuizione della Corte d’appello sulla relativa doglianza. Non risulta, infatti, condivisibile l’affermazione della sezione rimettente secondo cui la promessa di un contratto con la televisione e la presentazione di falsi moduli di richiesta di immagini da parte dell’imputato erano solo espedienti per attirare i ragazzi alla relazione omosessuale o al soddisfacimento di esigenze voyeuristiche, in mancanza di altri elementi indiziari. Deve in particolare osservarsi che, dalla descrizione dei fatti, quale emerge dalla sentenza di secondo grado, il pericolo di diffusione del materiale appare evidente, per l’esistenza di almeno quattro indici sintomatici, tra quelli individuati dall’orientamento interpretativo tradizionale, a partire dalla sentenza n. 13 del 2000: 1) la pluralità delle vittime; 2) la disponibilità di apparecchiature elettroniche concretamente idonee alla diffusione, avendo la stessa difesa, in sede di appello, sostenuto che il computer dell’imputato era sprovvisto di password e soggetto a potenziali accessi di terzi; 3) la presenza sul computer dell’imputato anche di immagini a contenuto pornografico gay, evidentemente scaricate da Internet, indice di un suo collegamento in rete; 4) la negativa personalità dell’imputato, quale emerge dalla predisposizione di materiale falso relativo ad eventuali audizioni cui i minori avrebbero voluto partecipare.

Ne deriva la manifesta infondatezza della doglianza formulata, essendo comunque configurabile in concreto il reato contestato, sia facendo applicazione dell’orientamento giurisprudenziale – da intendersi superato – che richiede il pericolo di diffusione quale presupposto dello stesso, sia facendo applicazione del principio di diritto enunciato con la presente sentenza; con l’ulteriore conseguenza – già anticipata sub 4.2. – della non configurabilità in concreto di un overruling in malam partem.

6.2. Parimenti inammissibili sono i successivi rilievi difensivi (riportati sub 2.1.b nel “Ritenuto in fatto”), riferiti a pretesi vizi della motivazione su singoli elementi valorizzati ai fini dell’accertamento della responsabilità penale. Con essi la difesa opera, infatti, un arbitrario tentativo di parcellizzare il quadro istruttorio, che appare inidoneo ad intaccare la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata. Infatti, quest’ultima si pone in totale continuità con quella di primo grado nel valorizzare: le convergenti dichiarazioni accusatorie delle persone offese e i riscontri rappresentati dalle dichiarazioni di altri soggetti; il materiale rinvenuto nella disponibilità dell’imputato e, in particolare, i file prelevati dal suo computer, la cui corrispondenza al materiale pedopornografico effettivamente prodotto dallo stesso imputato è dimostrata sulla base delle testimonianze delle persone ivi rappresentate, oltre che dell’accertamento tecnico effettuato (pagg. 81 e ss. della sentenza); i documenti falsi prodotti dallo stesso imputato allo scopo di ingannare le vittime (pagg. 80-81).

Del tutto irrilevanti risultano, a fronte di un quadro istruttorio correttamente ritenuto chiaro e univoco dai giudici di merito, le doglianze difensive relative all’omesso sequestro dei telefoni delle persone offese e del denunciante, all’omessa verifica dei tabulati telefonici, nonchè alla pretesa mancata corrispondenza fra il contenuto di uno dei CD e le sommarie informazioni rese dal denunciante e al pericolo di contaminazione dei reperti.

6.3. Analoghe considerazioni valgono anche in relazione alle censure riportate sub 2.1.c) nel “Ritenuto in fatto”, relative alla valutazione delle dichiarazioni accusatorie delle persone offese, che rappresentano, per lo più, la generica riproposizione di rilievi critici già esaminati e motivatamente disattesi dai giudici di primo e secondo grado.

E’ sufficiente qui richiamare le corrette considerazioni svolte dalla Corte d’appello in ordine alla sostanziale genuinità delle convergenti versioni accusatorie fornite dalle vittime, caratterizzate da minimali e marginali incongruenze, e ampiamente riscontrate nei file ritrovati dal teste L.M., nei quali – come già evidenziato – i soggetti rappresentati si sono riconosciuti. Essi sono stati, inoltre, ritenuti pienamente capaci a testimoniare, sulla base delle articolate e motivate valutazioni operate dai consulenti tecnici; valutazioni rispetto alle quali la consulente della difesa ha formulato deduzioni critiche palesemente errate, anche perchè in larga parte riferite al diverso profilo dell’attendibilità delle deposizioni, il cui accertamento è riservato al giudice. La sentenza ripercorre nel dettaglio (pagg. 51-69) la descrizione degli episodi delittuosi riferita dalle persone offese, evidenziando con chiarezza i profili sui quali le stesse si riscontrano reciprocamente, in particolare quanto all’insidiosità e alla pervicacia dimostrate dall’imputato nell’avvicinare sessualmente i diversi soggetti coinvolti. A ciò devono aggiungersi i numerosi ulteriori riscontri, la cui complessiva valenza nell’economia motivazione del provvedimento impugnato non è stata adeguatamente contestata, neanche in via di mera prospettazione, con il ricorso per cassazione.

6.4. Inammissibili, per le stesse ragioni, sono le doglianze riferite a pretesi vizi della motivazione in ordine alla testimonianza e all’apporto offerto dal denunciante L.M., che sarebbe stato ritenuto attendibile, nonostante avesse girato il filmino volto a precostituire la prova del reato con una condotta da considerarsi ai limiti dell’illecito (sub 2.1.d nel “Ritenuto in fatto”), così giungendo a formare una prova inutilizzabile (sub 2.4).

Si tratta, ancora una volta, di rilievi, del tutto parziali e generici, che hanno per oggetto valutazioni di fatto sottratte al sindacato di questa Corte. Ma, anche a prescindere da tale assorbente considerazione, deve osservarsi che la Corte d’appello ha fornito un’adeguata motivazione sia circa la plausibilità del modo di operare di L.M., sia circa i numerosi riscontri esterni della genuinità del materiale da lui reperito (pagg. 93-101), consistente – come visto – nei file e nei moduli stampati falsi predisposti dall’imputato e da questo utilizzati per millantare conoscenze nell’ambito del mondo dello spettacolo allo scopo di attirare i minorenni dei quali intendeva approfittare. Nè sussistono profili di inutilizzabilità delle prove reperite da L.M., essendo la prospettazione difensiva sul punto basata su generiche asserzioni circa l’illecita intromissione dello stesso nella sfera privata dell’imputato.

6.5. Quanto al motivo (sub 2.1.e del “Ritenuto in fatto”) con cui si deducono vizi della motivazione sull’analisi della perizia relativa al computer dell’imputato e della consulenza di parte, è sufficiente richiamare le considerazioni già svolte circa la riscontrata convergenza fra il contenuto dei file realizzati dall’imputato e il riconoscimento degli stessi operato dai soggetti coinvolti. La difesa ripropone sul punto, in base a mere indimostrate asserzioni, la tesi del complotto ai danni dell’imputato, richiamando quegli stessi elementi che erano già stati ritenuti poco pregnanti dai giudici di merito, con conforme valutazione, quali la conoscenza tra le persone offese e il preteso conflitto esistente fra il denunciante e l’imputato. Si tratta di rilievi la cui genericità e ripetitività rende superfluo ogni riferimento alla motivazione della sentenza impugnata, pur ampia e analitica anche su tali profili (pagg. 102-108).

6.5. Le considerazioni già svolte inducono a ritenere inammissibile anhe il motivo di ricorso (sub 2.2 del “Ritenuto in fatto”) riferito alla mancata rinnovazione dell’audizione del denunciante, la cui esigenza sarebbe sorta all’esito della perizia informatica. E’ sufficiente qui richiamare le conformi valutazioni dei giudici di primo e secondo grado circa la valenza decisiva del riconoscimento e degli ulteriori riscontri sulla genuinità, che rende superfluo ogni ulteriore accertamento sull’operato del teste L.M. nell’attività di indagine da lui svolta e sull’effettiva provenienza dei file dal computer dell’imputato, posto che gli stessi erano stati certamente da lui realizzati.

 

  INFORTUNI SUL LAVORO :MORTE – RESPONSABILITA’ DATORE

INFORTUNI SUL LAVORO :MORTE –RESPONSABILITA’ DATORE

 

 

  1. In realtà il problema che la difesa aveva sollevato era quello dell’incidenza causale della condotta imprudente del lavoratore e su cui la corte di appello non ha fornito risposta.

 

 

  1. LA TESI DIFENSIVA

 

 

  1. la condotta del lavoratore era assolutamente imprevedibile atteso che la possibilità che il medesimo si mettesse a svolgere un lavoro a quattro metri di altezza in piedi sul bordo di un cestello mobile all’interno del quale avrebbe dovuto posizionarsi e che dunque avrebbe dovuto proteggerlo,
  2. era assolutamente impensabile ed imprevedibile per l’ A., di guisa che il fatto che egli non avesse predisposto misure idonee a tutelare il lavoratore per tale ipotesi non poteva in alcun modo essergli addebitato.

 

  1. E’ questo il profilo che doveva formare oggetto di specifica analisi da parte del giudice dell’appello e che avrebbe dovuto comportare, a parere della difesa, proprio alla luce di una corretta interpretazione dei principi giurisprudenziali, l’assoluzione dell’imputato tanto più che la stessa normativa in tema di infortuni sul lavoro impone anche ai lavoratori di prendersi cura e della propria ed altrui sicurezza e salute (L. n. 626 del 1994, art. 5);

 

  1. nè può ritenersi che il datore di lavoro sia responsabile perchè con la propria presunta condotta omissiva ha posto essere le premesse fattuali dell’imprudenza commessa dal lavoratore,

 

  1. E’ questo il profilo che doveva formare oggetto di specifica analisi da parte del giudice dell’appello e che avrebbe dovuto comportare, a parere della difesa, proprio alla luce di una corretta interpretazione dei principi giurisprudenziali, l’assoluzione dell’imputato tanto più che la stessa normativa in tema di infortuni sul lavoro impone anche ai lavoratori di prendersi cura e della propria ed altrui sicurezza e salute (L. n. 626 del 1994, art. 5);
  2.  
  3. nè può ritenersi che il datore di lavoro sia responsabile perchè con la propria presunta condotta omissiva ha posto essere le premesse fattuali dell’imprudenza commessa dal lavoratore, attesa l’efficacia interruttiva del nesso di causalità che il nostro ordinamento riconosce alle cause sopravvenute da sole sufficiente a cagionare l’evento. Il S., sapendo di non avere nessuna cintura, si è messo in una condizione di equilibrio assai precario mettendo egli stesso in pericolo la propria incolumità.2) violazione ed erronea applicazione della legge penale con riferimento alla L. n. 626 del 1994, artt. 1 e 7. Il ricorrente si duole che la Corte abbia fatto applicazione di principi che riguardano la responsabilità del datore di lavoro senza tenere presente che A. era semplicemente presidente del consiglio di amministrazione della Gruppo del Tirreno srl, committente dei lavori, ulteriormente subappaltati nella parte che qui rileva, alla O.ME.CAST snc di cui era dipendente il S.. I meri dati fattuali richiamati dalla Corte di appello non sono sufficienti a far ritenere A. responsabile dell’infortunio atteso che sarebbe stato necessario approfondire il tema della esistenza da parte sua di un potere decisionale e di spesa.3) Si sarebbe in ogni caso dovuto tenere conto della condotta imprudente del lavoratore almeno ai fini del trattamento sanzionatorio, valutando il concorso di colpa almeno ai fini della concessione delle attenuanti generiche in regime di prevalenza su cui la Corte di appello ha sostanzialmente omesso la motivazione.2.2 Nell’interesse di Am.Pi. il ricorso, sempre affidato al difensore di fiducia avv.to Giovanni Aricò, formula motivi corrispondenti a quelli sub 1 e 3 del ricorso A. sottolineando, in particolare, la possibilità per il giudice di appello di rilevare di ufficio la prevalenza delle attenuanti.

 

 

  1. attesa l’efficacia interruttiva del nesso di causalità che il nostro ordinamento riconosce alle cause sopravvenute da sole sufficiente a cagionare l’evento.
  1. Il S., sapendo di non avere nessuna cintura, si è messo in una condizione di equilibrio assai precario mettendo egli stesso in pericolo la propria incolumità.

 

INFORTUNI SUL LAVORO :MORTE –RESPONSABILITA’ DATORE

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE 

ESEMPIO DI RESPONSABILITA’ PENALE OGGETTIVA, CIOE’ RESPONSABILE

IL FATTO

1 A.A. con ricorso redatto personalmente formula un unico motivo con cui deduce violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b in relazione agli artt. 40, 41, 43 e 589 c.p.. Il ricorrente riporta nelle 67 pagine che compongono il ricorso la sentenza di primo grado e i motivi di appello dal medesimo formulati e sostiene che la corte di appello ha errato nel valutare la responsabilità del medesimo, in quanto committente; cita al riguardo la sentenza di questa Corte (n.3563 del 2012) che in una fattispecie del tutto analoga ha annullato con rinvio la sentenza che aveva affermato la responsabilità del committente; lamenta che non si è tenuto conto del comportamento abnorme dello stesso lavoratore, interruttivo del nesso di causalità; precisa che le proprie argomentazione attengono ad una diversa ricostruzione in diritto dei principi applicabili nella specie e non già al vizio di travisamento della prova di cui alla novellata art. 606, lett. e). Il medesimo imputato, con ricorso affidato al proprio difensore avv.to Giovanni Aricò, formula i seguenti motivi di ricorso.

MOTIVI RICORSO:

Attenzione: Diritto penale breve vademecum-avvocato penalista Bologna

violazione ed erronea applicazione della legge penale con riferimento agli artt. 40 e 41 c.p.. Secondo il ricorrente la sentenza è viziata da un errore di diritto laddove ritiene che la condotta imprudente del lavoratore fa venire meno la responsabilità del datore di lavoro solo se lo stesso ha adempiuto a tutti i suoi doveri; in tal caso, invero, sottolinea il ricorrente, verrebbero meno i presupposti stessi della responsabilità e sarebbe inconcepibile la stessa formulazione di una imputazione.

In realtà il problema che la difesa aveva sollevato era quello dell’incidenza causale della condotta imprudente del lavoratore e su cui la corte di appello non ha fornito risposta. Ribadisce il difensore che la condotta del lavoratore era assolutamente imprevedibile atteso che la possibilità che il medesimo si mettesse a svolgere un lavoro a quattro metri di altezza in piedi sul bordo di un cestello mobile all’interno del quale avrebbe dovuto posizionarsi e che dunque avrebbe dovuto proteggerlo, era assolutamente impensabile ed imprevedibile per l’ A., di guisa che il fatto che egli non avesse predisposto misure idonee a tutelare il lavoratore per tale ipotesi non poteva in alcun modo essergli addebitato. E’ questo il profilo che doveva formare oggetto di specifica analisi da parte del giudice dell’appello e che avrebbe dovuto comportare, a parere della difesa, proprio alla luce di una corretta interpretazione dei principi giurisprudenziali, l’assoluzione dell’imputato tanto più che la stessa normativa in tema di infortuni sul lavoro impone anche ai lavoratori di prendersi cura e della propria ed altrui sicurezza e salute (L. n. 626 del 1994, art. 5); nè può ritenersi che il datore di lavoro sia responsabile perchè con la propria presunta condotta omissiva ha posto essere le premesse fattuali dell’imprudenza commessa dal lavoratore, attesa l’efficacia interruttiva del nesso di causalità che il nostro ordinamento riconosce alle cause sopravvenute da sole sufficiente a cagionare l’evento. Il S., sapendo di non avere nessuna cintura, si è messo in una condizione di equilibrio assai precario mettendo egli stesso in pericolo la propria incolumità.

  1. violazione ed erronea applicazione della legge penale con riferimento alla L. n. 626 del 1994, artt. 1 e 7. Il ricorrente si duole che la Corte abbia fatto applicazione di principi che riguardano la responsabilità del datore di lavoro senza tenere presente che A. era semplicemente presidente del consiglio di amministrazione della Gruppo del Tirreno srl, committente dei lavori, ulteriormente subappaltati nella parte che qui rileva, alla O.ME.CAST snc di cui era dipendente il S.. I meri dati fattuali richiamati dalla Corte di appello non sono sufficienti a far ritenere A. responsabile dell’infortunio atteso che sarebbe stato necessario approfondire il tema della esistenza da parte sua di un potere decisionale e di spesa.Si sarebbe in ogni caso dovuto tenere conto della condotta imprudente del lavoratore almeno ai fini del trattamento sanzionatorio, valutando il concorso di colpa almeno ai fini della concessione delle attenuanti generiche in regime di prevalenza su cui la Corte di appello ha sostanzialmente omesso la motivazione.Nell’interesse di Am.Pi. il ricorso, sempre affidato al difensore di fiducia avv.to Giovanni Aricò, formula motivi corrispondenti a quelli sub 1 e 3 del ricorso A. sottolineando, in particolare, la possibilità per il giudice di appello di rilevare di ufficio la prevalenza delle attenuanti.
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  4. In realtà il problema che la difesa aveva sollevato era quello dell’incidenza causale della condotta imprudente del lavoratore e su cui la corte di appello non ha fornito risposta.
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  7. Ribadisce il difensore che la condotta del lavoratore era assolutamente imprevedibile atteso che la possibilità che il medesimo si mettesse a svolgere un lavoro a quattro metri di altezza in piedi sul bordo di un cestello mobile all’interno del quale avrebbe dovuto posizionarsi e che dunque avrebbe dovuto proteggerlo, era assolutamente impensabile ed imprevedibile per l’ A., di guisa che il fatto che egli non avesse predisposto misure idonee a tutelare il lavoratore per tale ipotesi non poteva in alcun modo essergli addebitato.
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  10. E’ questo il profilo che doveva formare oggetto di specifica analisi da parte del giudice dell’appello e che avrebbe dovuto comportare, a parere della difesa, proprio alla luce di una corretta interpretazione dei principi giurisprudenziali, l’assoluzione dell’imputato tanto più che la stessa normativa in tema di infortuni sul lavoro impone anche ai lavoratori di prendersi cura e della propria ed altrui sicurezza e salute (L. n. 626 del 1994, art. 5); nè può ritenersi che il datore di lavoro sia responsabile perchè con la propria presunta condotta omissiva ha posto essere le premesse fattuali dell’imprudenza commessa dal lavoratore, attesa l’efficacia interruttiva del nesso di causalità che il nostro ordinamento riconosce alle cause sopravvenute da sole sufficiente a cagionare l’evento. Il S., sapendo di non avere nessuna cintura, si è messo in una condizione di equilibrio assai precario mettendo egli stesso in pericolo la propria incolumità.2) violazione ed erronea applicazione della legge penale con riferimento alla L. n. 626 del 1994, artt. 1 e 7. Il ricorrente si duole che la Corte abbia fatto applicazione di principi che riguardano la responsabilità del datore di lavoro senza tenere presente che A. era semplicemente presidente del consiglio di amministrazione della Gruppo del Tirreno srl, committente dei lavori, ulteriormente subappaltati nella parte che qui rileva, alla O.ME.CAST snc di cui era dipendente il S.. I meri dati fattuali richiamati dalla Corte di appello non sono sufficienti a far ritenere A. responsabile dell’infortunio atteso che sarebbe stato necessario approfondire il tema della esistenza da parte sua di un potere decisionale e di spesa.3) Si sarebbe in ogni caso dovuto tenere conto della condotta imprudente del lavoratore almeno ai fini del trattamento sanzionatorio, valutando il concorso di colpa almeno ai fini della concessione delle attenuanti generiche in regime di prevalenza su cui la Corte di appello ha sostanzialmente omesso la motivazione.2.2 Nell’interesse di Am.Pi. il ricorso, sempre affidato al difensore di fiducia avv.to Giovanni Aricò, formula motivi corrispondenti a quelli sub 1 e 3 del ricorso A. sottolineando, in particolare, la possibilità per il giudice di appello di rilevare di ufficio la prevalenza delle attenuanti.

    LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE

Diritto

  1. I ricorsi non meritano accoglimento.

E’ opportuno prendere in esame preliminarmente il secondo motivo di ricorso formulato nell’interesse di A.A. con il quale si contesta la ritenuta responsabilità sotto il profilo della sussistenza della posizione di garanzia; richiamandosi alla posizione di legale rappresentante della società Gruppo del Tirreno, committente dei lavori di costruzione del capannone nella cui realizzazione si era verificato l’incidente, il ricorrente sostiene che la qualità di committente di lavori appaltati ad altri non consentiva che fosse ritenuto responsabile dell’infortunio avvenuto a S., dipendente addirittura di un’impresa sub-appaltatrice; nè poteva comunque essere ritenuta sussistente una sua posizione di garanzia non essendo stata approfondita la tematica relativa alla esistenza a suo favore di un potere decisionale o di spesa, questione che la Corte di appello neppure ha preso in esame. Il motivo è infondato, valendo al riguardo le puntuali osservazioni svolte dai giudici di merito che hanno correttamente ricondotto la responsabilità dell’ A. alla ingerenza dallo stesso svolta nei lavori di cui trattasi. E’ stato accertato in fatto che A. A., oltre ad essere legale rappresentante della società committente Gruppo del Tirreno, della quale peraltro era socio anche Am.Pi. al contempo titolare e responsabile della sicurezza per la Omecast sud, appaltatrice del lavoro di pannellatura, era anche titolare della zincheria Zinco Lasa, adiacente al capannone in costruzione, i cui dipendenti collaboravano alla realizzazione del capannone; che l’autocarro con piattaforma mobile usato dal S. per effettuare la pannellatura del capannone si trovava da tempo nella disponibilità della Zinco Lasa e da A. era stato messo a disposizione per il lavoro anzidetto;

che il lavoratore infortunato, S., pur dipendente dell’ Am. era stato da questi inviato in Sardegna e indirizzato all’ A.; che era stato un dipendente di A. appartenente alla Zinco Lasa, tale L.L., ad istruire il S. sul lavoro da svolgere e sull’utilizzo del “merlo” collocato sul furgone mobile;

che, una volta avvenuto l’incidente, lo stesso A. si era recato immediatamente sul luogo dell’infortunio. E’ evidente in tale situazione, e correttamente in tal senso si sono espressi i giudici di entrambi i gradi di giudizio, che la posizione di A. non può essere ricondotta a quella di semplice committente di lavori dati in appalto, atteso che la commistione tra le attività degli imputati e la presenza dell’ A. ai vari livelli sopra riferiti nell’attività concretamente svolta dal lavoratore infortunato, dimostrano una sua partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell’opera che, secondo un principio costantemente espresso da questa Corte (da ultimo sez. 4, 7.12.2011 n.14407Rv. 253295) comporta che anch’egli rimanga destinatario degli obblighi assunti dall’appaltatore compreso quello di controllare direttamente le condizioni di sicurezza del cantiere; principio quest’ultimo che non si pone affatto in contrasta con quanto affermato dalla sentenza n. 3563 del 2012 di questa Corte che anzi ha espressamente richiamato l’ingerenza del committente nell’esecuzione dei lavori oggetto dell’appalto quale indice della permanenza in capo al committente della posizione di garanzia. Deve ancora aggiungersi che avendo fondato la responsabilità di A. sul suo diretto coinvolgimento nei lavori di costruzione del capannone, non vi era ragione di indagare la sussistenza o meno di un potere decisionale o di spesa, circostanza di fatto che può assumere rilevanza ai fini della delega di funzioni, ma del tutto irrilevante nella presente situazione.

Per il resto i ricorsi possono essere congiuntamente esaminati attesa la sostanziale identità delle questioni sollevate relativamente all’interruzione del nesso di causalità per effetto del comportamento abnorme del lavoratore. E’ pacifico che il comportamento tenuto dallo stesso S., che per eseguire il proprio lavoro era salito in piedi sul parapetto del cestello operando così in equilibrio precario e privo di protezione, è stato sicuramente imprudente, come peraltro riconosciuto dai giudici di merito, ma ciò non ostante lo stesso non può considerarsi abnorme e imprevedibile e come tale interruttiva del nesso di causalità.

Occorre in proposito ribadire che secondo un principio assolutamente consolidato della giurisprudenza di legittimità, il datore di lavoro è responsabile anche degli infortuni ascrivibili a imperizia, negligenza ed imprudenza del lavoratore, salvo i casi della assoluta abnormità del comportamento di quest’ultimo. Esiste infatti in capo al datore di lavoro una posizione di garanzia che gli impone di apprestare tutti gli accorgimenti, i comportamenti e le cautele necessari a garantire la massima protezione del bene protetto, la salute e l’incolumità del lavoratore appunto, posizione che esclude che il datore di lavoro possa fare affidamento sul diretto, autonomo, rispetto da parte del lavoratore delle norme precauzionali, essendo invece suo compito non solo apprestare tutti i presidi a tutela della sicurezza dei luoghi, degli impianti o macchinari utilizzati e adoperarsi perchè la concreta esecuzione del lavoro avvenga nel rispetto di quelle modalità. In particolare è stato già affermato (Cass. sez. 4, 27.11.96 n.952 m.u.206990; sez. 4, 3.6.2004 n. 40164, Giustiniani rv 229564) che “Il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità’ solo quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore che o sia stato posto in essere da quest’ultimo del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli – e, pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore di lavoro – o rientri nelle mansioni che gli sono proprie ma sia consistito in qualcosa di radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro”.

Tanto premesso in linea teorica, del tutto corretto è l’accertamento che hanno compiuto i giudici di merito circa la non abnormità del comportamento del S.. Il medesimo è stato spinto ad operare nella precaria posizione di cui si è detto per la necessità di poter effettuare il lavoro che gli era stato ordinato di compiere, dal momento che il mezzo messogli a disposizione da A. non consentiva in alcun modo un sufficiente avvicinamento alla parete su cui si doveva operare e solo sporgendosi dal parapetto del cestello era possibile raggiungere, in profondità la parete su cui si dovevano fissare i pannelli e battere con una tavoletta di legno per sistemarli a dovere; e per lavorare in sicurezza avrebbe dovuto essere assicurato mediante cinture di sicurezza con dispositivo anticaduta che però non gli erano state fornite; è evidente la colpa dell’ A., da considerarsi per la sua accertata ingerenza, diretto responsabile dell’attività del lavoratore inviato da Am., lavoratore al quale affidava un mezzo assolutamente inidoneo a svolgere il lavoro che doveva effettuare per l’impossibilità di avvicinarsi sufficientemente alla parete; ed è altresì evidente quella, peraltro neppure contestata, di Am., datore di lavoro di S., che lo aveva inviato a svolgere le opere oggetto del subappalto senza una specifica competenza ( S. era manovale), senza fornirlo delle cinture di sicurezza necessarie, senza alcun previo controllo delle concrete modalità nelle quali avrebbe dovuto operare, senza una diretta sorveglianza dell’attività svolta. L’imprudenza della manovra posta in essere dal medesimo non elimina nè la colpa nè, soprattutto, il nesso di causalità, rientrando la stessa nel novero delle violazioni comportamentali che i lavoratori perpetrano quando ritengono di dover comunque assicurare il risultato loro richiesto e nella convinzione di avere la capacità di poter affrontare anche situazioni pericolose senza incorrere in rischi reali. Una tale situazione ben è prevedibile dal datore di lavoro tenuto proprio a impedire che il lavoro si svolga in condizioni di pericolosità e a neutralizzare, attraverso gli opportuni accorgimento, la possibilità di scelte imprudenti. Nè la situazione può considerarsi modificata in seguito all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81 del 2008 che all’art. 20 ha sottolineato la necessità che il lavoratore si prenda cura della propria sicurezza descrivendo i comportamenti dagli stessi dovuti, atteso che una tale previsione certamente non ha fatto venire meno gli obblighi di protezione a carico del datore di lavoro, obblighi in virtù dei quali allorchè l’infortunio risulti determinato – come nella specie – da assenza o inidoneità delle misure di sicurezza, non è possibile attribuire efficienza causale esclusiva alla condotta del lavoratore che abbia dato occasione all’evento, rilevando le rispettive posizioni solo ai fini di un eventuale concorso di colpa.

artt. 40, 41, 43 e 589 c.p.
artt. 40, 41, 43 e 589 c.p.
   INFORTUNI SUL LAVORO :MORTE – RESPONSABILITA’ DATORE
  INFORTUNI SUL LAVORO :MORTE – RESPONSABILITA’ DATORE

BANCAROTTA FRAUDOLENTA ,2020: ANNULLATE PENE ACCESSORIE

BANCAROTTA FRAUDOLENTA ,2020: ANNULLATE PENE ACCESSORIE

BANCAROTTA FRAUDOLENTA, 2020:

ANNULLATE PENE ACCESSORIE

 

DA  SENTENZA Cassazione Penale

sez. V

Sentenza 16/01/2020, n. 1556[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

1)I ricorrenti postulano l’inconducenza delle rilevate carenze documentali per aver legittimamente optato per l’adozione di un sistema di contabilità semplificata, trascurando di confrontarsi con il principio di diritto, reiteratamente riaffermato dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui, in tema di reati fallimentari, il regime tributario di contabilità semplificata, previsto per le cosiddette imprese minori, non comporta l’esonero dall’obbligo di tenuta dei libri e delle scritture contabili previsto dall’art. 2214 c.c., con la conseguenza che il suo inadempimento può integrare – ove preordinato a rendere impossibile la ricostruzione del patrimonio dell’imprenditore – la fattispecie incriminatrice del reato di bancarotta fraudolenta documentale (Sez. 5, n. 52219 del 30/10/2014, Ragosa, Rv. 262198, N. 656 del 2014 Rv. 257958).

2)Si è, in tal senso, anche di recente, precisato come, in materia di scritture contabili, sia necessario innanzitutto considerare la normativa civilistica, espressione del valore attribuito alla regolare e corretta tenuta della contabilità e della rilevazione periodica della situazione patrimoniale dell’ente societario. Tali adempimenti, infatti, consentirebbero non soltanto un controllo ab interno per l’imprenditore, il quale può avere contezza dell’andamento della propria impresa, ma anche ab externo a garanzia dei soggetti terzi che con l’impresa stessa entrano in contatto.

3)Diversa è, invece, la ratio fondante la fissazione di peculiari regimi in sede tributaria,

 dove gli obblighi contabili imposti sono, invece, principalmente finalizzati a consentire all’amministrazione finanziaria di esercitare le verifiche sulla corretta determinazione del reddito d’impresa, in stretta relazione con le modalità tipiche con cui l’evasione può essere realizzata. Tale differenza funzionale tra le due normative comporta la non derogabilità o modificabilità delle disposizioni civilistiche, dati i fini esclusivamente tributari della normativa fiscale. Qualora si ritenesse che il regime di contabilità semplificata ex D.P.R. n. 600 del 1973, art. 18 consenta all’imprenditore di tenere le scritture contabili solo in relazione a quelle previste dal medesimo testo normativo, si ammetterebbe, implicitamente, un’abrogazione dell’art. 2214 c.c. e ss., tesi questa che, per i motivi sopra sinteticamente esposti, non può trovare accoglimento. E’ bene inoltre evidenziare come la stessa lettera dell’art. 18 faccia salvi “gli obblighi di tenuta delle scritture previste da disposizioni diverse dal presente decreto”, con inclusione nell’eccezione anche dell’art. 2214 c.c. (Sez. 3, n. 24152 del 08/04/2019, Bitetti, Rv. 276273).

Donde il rilievo difensivo che richiama, ancora una volta, un insussistente esonero dalla tenuta delle scritture

 

è, da un lato, manifestamente infondato, avendo la Corte territoriale fatto corretta applicazione dell’enunciato principio; dall’altro generico, nella misura in cui non si confronta con la ricostruzione delle connesse fattispecie fallimentari e con le dissimulazioni patrimoniali rimaste insondabili anche grazie all’omessa consegna al curatore delle scritture obbligatorie, ampiamente argomentate nella avversata sentenza.[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

4)I ricorrenti operano una scomposizione delle singole condotte distrattive, offrendone una ricostruzione alternativa che risulta, da un lato, ampiamente contrastata nella sentenza impugnata e che, d’altro canto, finisce con il richiedere alla Corte di legittimità una rilettura in di fatto dell’intera vicenda societaria, collocando la doglianza oltre l’orizzonte cognitivo demandato alla presente sede.

Integra, invero, il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale la cessione di un ramo di azienda senza corrispettivo o con corrispettivo inferiore al valore reale;

 nè assume rilievo, al riguardo, il dettato dell’art. 2560 c.c., comma 2, in ordine alla responsabilità dell’acquirente rispetto ai pregressi debiti dell’azienda, costituendo tale garanzia un “post factum” della già consumata distrazione (Sez. 5, n. 34464 del 14/05/2018, Innocenti, Rv. 273644, N. 17956 del 2013).

Il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale sussiste, difatti, anche in presenza di un’iniziativa economica in sè legittima, che si riferisca ad una impresa in stato pre-fallimentare, producendo riflessi negativi per i creditori (Sez. 5, n. 24024 del 01/04/2015, Bellachioma, Rv. 263943) e, nel caso in disamina, l’iniziativa economica è consistita nella cessione di un ramo di azienda di un’impresa in stato fallimentare, effettuata per un prezzo solo in minima parte corrisposto e che ha, pertanto, reso la cedente priva di beni e della possibilità di proseguire utilmente l’attività, con conseguente sottrazione di ogni garanzia per i crediti non compresi nel trasferimento.

La bancarotta fraudolenta per dissipazione ha, infatti, natura di reato di pericolo concreto a dolo generico. In relazione a tale reato non ha, pertanto, incidenza nè la finalità perseguita in via contingente dal soggetto – e pertanto sono per l’appunto manifestamente infondate le numerose censure del ricorrente tese a valorizzare tale profilo – nè si richiede uno specifico intento di arrecare un pregiudizio economico ai creditori, essendo sufficiente la consapevolezza della mera possibilità di danno che possa derivare alle ragioni creditorie.

L’argomentazione rassegnata al riguardo appare del tutto rispondente agli indicatori declinati dalla giurisprudenza più recente (Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Sgaramella, Rv. 270763) ai fini della delibazione tanto della concreta pericolosità della condotta dissipativa che riguardo la consapevolezza di siffatta pericolosità: si tratta di indici dotati di immediata evidenza dimostrativa, al di fuori di qualsiasi logica presuntiva, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’agente ha operato, avuto riguardo alla continuità soggettiva delle parti; nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra cessione e realizzo rispetto ai canoni di ragionevolezza imprenditoriale, rilevanti anche nella fase liquidatoria, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori e, nella specie, la liquidazione, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa.[wpforms id=”14148″ title=”true” description=”true”]

Di guisa che la condotta ascritta agli imputati, per come ricostruita nelle sentenze di merito, appare caratterizzata da plurimi indici di fraudolenza tra quelli indicati, sia pur a titolo esemplificativo, dalla sentenza Sgaramella e da un’indubbia idoneità depressiva della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c., in presenza dell’adeguata giustificazione di un previo concerto tra società unitariamente gestite, finalizzato alla sottrazione agli organi della curatela di beni aziendali e del relativo controvalore.

La deduzione svolta riguardo la destinazione delle somme prelevate alla remunerazione dei dipendenti è generica e, comunque, non risolutiva in relazione all’entità dei prelievi.

Già la formulazione della censura avvince indistintamente nella medesima doglianza rilievi inerenti la valutazione della prova a discarico e pretesi travisamenti che, tuttavia, non s’appalesano idonei a superare il dato dell’assoluta mancanza di documentazione della destinazione delle risorse al pagamento dei dipendenti, risultando sul punto incensurabile, in quanto logicamente esplicata, la valutazione operata dalla Corte territoriale, che ha ritenuto non rispondente a collaudate massime d’esperienza ed a minime cautele aziendali la sistematica corresponsione degli stipendi per contanti, con conseguente esposizione, per anni, al rischio di azioni giudiziarie.

Nè l’argomento difensivo riesce a disarticolare il percorso giustificativo dell’avversata sentenza laddove pretende di inferire dalla mancata insinuazione al passivo dei dipendenti la soddisfazione delle relative obbligazioni, in presenza di una abnorme sproporzione tra disavanzo fallimentare (per oltre sei milioni di Euro) ed attivo (non specificato), che rende del tutto logico ritenere la plausibilità di valutazioni di convenienza, tali da determinare la desistenza di creditori diversi dall’Erario e da Enasarco nella procedura concorsuale.

Donde l’inammissibilità delle esplicate censure.

La giurisprudenza della Cassazione è del tutto consolidata nel ritenere come le operazioni dolose di cui alla L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2, possano, invero, consistere nel sistematico inadempimento delle obbligazioni fiscali e previdenziali, frutto di una consapevole scelta gestionale da parte degli amministratori della società, da cui consegue il prevedibile aumento della sua esposizione debitoria nei confronti dell’erario e degli enti previdenziali (Sez. 5, n. 24752 del 19/02/2018, De Mattia, Rv. 273337, N. 12426 del 2014 Rv. 259997, N. 29586 del 2014 Rv. 260492, N. 47621 del 2014 Rv. 261684, N. 15281 del 2017 Rv. 270046).

In tal senso, le operazioni dolose di cui alla L. Fall., art. 223, comma 2, n. 2, attengono alla commissione di abusi di gestione o di infedeltà ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio della carica ricoperta, ovvero ad atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della impresa e postulano una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato (Sez. 5, n. 15281 del 08/11/2016 – dep. 2017, Bottiglieri, Rv. 270046, Sez. 5, n. 47621 del 25/09/2014, Prandini, Rv. 261684, N. 17408 del 2014 Rv. 259998, N. 29586 del 2014 Rv. 260492).

Donde del tutto razionalmente la Corte territoriale ha ritenuto corretta la qualificazione di operazione dolosa data al protratto, esteso e sistematico inadempimento delle obbligazioni tributarie e contributive che, aumentando ingiustificatamente l’esposizione nei confronti degli enti previdenziali e dell’Erario, rendeva in concreto del tutto prevedibile il conseguente dissesto della società.

Con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del R.D. n. 267 del 1942, art. 216, u.c., nella parte in cui dispone che “la condanna per uno dei delitti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa” e siffatta declaratoria – avente efficacia ex tunc ai sensi della L. costituzionale n. 87 del 1953, art. 30 – trova applicazione nell’ambito del presente procedimento in quanto, sebbene questione non investita dal ricorso, la durata delle sanzioni accessorie come determinata nella sentenza impugnata si qualifica in termini di (sopravvenuta) illegalità della pena, apprezzabile ex officio in sede di legittimità (S.U. n. 33040 del 26 febbraio 2015, Jazouli, Rv. 264207).

Nella sentenza additiva richiamata, la Consulta ha esplicitamente escluso l’applicabilità dello strumento di commisurazione (cor)relativa declinato dall’art. 37 c.p. che, in ipotesi di pena accessoria indeterminata, ne determina la durata nella stessa misura della pena principale, ritenendo il relativo meccanismo non adeguato ad assicurare la necessaria autonoma quantificazione in considerazione della specifica e non sovrapponibile funzione del diverso ordine di pene sia in relazione al diverso carico di afflittività rispetto ai diritti fondamentali della persona, che della diversa finalità.

Siffatta interpretazione non è stata ritenuta vincolante in una prima applicazione giurisprudenziale (Sez. 5, 7 dicembre 2018 in proc. 23648/2016, Piermartiri, informazione provvisoria n. 16/2018), mentre altro orientamento (Sez. 5, 13 dicembre 2018 in proc. 3703/2018, Retrosi; Sez. 5, n. 5882 del 6 febbraio 2019, Rv. 274413) si è determinato nel senso di dover rimettere al giudice del merito la determinazione discrezionale dell’entità delle pene accessorie ex art. 216 u.c..

Alla stregua del contrasto, manifestatosi nell’immediatezza della pronuncia della Consulta, è stata rimessa alle Sezioni Unite

la questione “se le pena accessorie previste per il reato di bancarotta fraudolenta dalla L. Fall., art. 216, u.c., come riformulato ad opera della sentenza n. 222 del 5/12/2018 della Corte costituzionale con sentenza dichiarativa di illegittimità costituzionale, mediante l’introduzione della previsione della sola durata massima “fino a dieci anni” debbano considerarsi pena con durata non predeterminata e quindi ricadere nella regola generale di computo di cui all’art. 37 c.p. (che prevede la commisurazione della pena accessoria non predeterminata alla pena principale inflitta), con la conseguenza che è la stessa Cassazione a poter operare la detta commisurazione con riferimento ai processi pendenti; ovvero se, per effetto, della nuova formulazione, la durata delle pene accessorie debba invece considerarsi predeterminata entro la forbice data, con la conseguenza che non trova applicazione l’art. 37 c.p. ma, di regola, la rideterminazione involge un giudizio di fatto di competenza del giudice del merito, da effettuarsi facendo ricorso ai parametri di cui all’art. 133 c.p.”.

Con sentenza n. 28910 del 28 febbraio 2019, le Sezioni Unite di questa Corte hanno statuito come “le pene accessorie previste dalla L. Fall., art. 216, nel testo riformulato dalla sentenza n. 222 della Corte costituzionale, così come le altre pene accessorie per le quali la legge indica un termine di durata non fissa, devono essere determinate in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’art. 133 c.p.”.

In applicazione dell’enunciato principio di diritto, la verifica dei parametri di commisurazione della pena accessoria, in quanto sanzione predeterminata, in riferimento al carico di afflittività rispetto ai diritti fondamentali della persona (libertà di iniziativa economica) ed alla finalità (non (solo) rieducativa) della medesima, resta assegnata alla discrezionalità del giudice del merito.

BANCAROTTA REATO :PROVA

BANCAROTTA REATO :PROVA
BANCAROTTA REATO :PROVA

 

BANCAROTTA REATO :PROVA

BOLOGNA MILANO FIRENZE TREVISO VICENZA

PADOVA ROVIGO RAVENNA CESENA FORLI

SEI IMPUTATO DI BANCAROTTA?

AFFIDATI A  UN AVVOCATO ESPERTO

CHIAMA L’AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

051 6447838

Poiché il fallimento determinato da operazioni dolose configura un’eccezionale ipotesi di fattispecie a sfondo preterintenzionale, l’onere probatorio dell’accusa si esaurisce nella dimostrazione della consapevolezza e volontà della natura dolosa dell’operazione alla quale segue il dissesto, nonché dell’astratta prevedibilità di tale evento quale effetto dell’azione antidoverosa, non essendo necessarie, ai fini dell’integrazione dell’elemento soggettivo, la rappresentazione e volontà dell’evento fallimentare.

 

In tema di reati fallimentari, le rettifiche contabili attuate ai sensi della legge 27 dicembre 2002, n. 289 in materia di condono, anche se effettuate per manipolare le scritture contabili, rendere più difficile l’attività ricostruttiva degli organi fallimentari e nascondere le attività distrattive poste in essere, non possono integrare di per sé una condotta di bancarotta per distrazione, se ad esse non segue un effettivo depauperamento delle garanzie patrimoniali per i creditori.

Integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la condotta dell’amministratore che prelevi dalle casse sociali somme a lui spettanti come retribuzione, se tali compensi sono solo genericamente indicati nello statuto e non vi sia stata determinazione di essi con delibera assembleare, perchè, in tal caso, il credito è da considerarsi illiquido, in quanto, sebbene certo nell’”an”, non è determinato anche nel “quantum”. (In motivazione, la Corte ha chiarito che non è giustificabile alcuna autoliquidazione dei compensi dell’amministratore).ì

Integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la restituzione da parte dell’amministratore della società emittente fatture per operazioni inesistenti del corrispettivo versato dal simulato acquirente, transitato nel patrimonio della società e restituito decurtato dal compenso pattuito per l’emittente anche il temporaneo ingresso nel patrimonio della fallita di beni che in forza di un patto illecito vengano restituiti al dante causa determina, invero, un incremento dello stesso che espande le garanzie dei creditori, con la conseguenza che la restituzione costituisce atto ingiustificato idoneo a integrare la condotta di distrazione.

 

Non sussiste violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza nel caso in cui il giudice di appello, in parziale riforma della sentenza di condanna di primo grado relativa al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, riqualifichi il fatto come bancarotta preferenziale, in quanto l’atto dispositivo tipico di tale fattispecie criminosa costituisce una “species” del più ampio “genus” di sottrazioni di risorse del patrimonio della società, che caratterizza la bancarotta per distrazione.

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, ai fini della configurabilità del concorso dell’amministratore privo di delega per omesso impedimento dell’evento, è necessario che, nel quadro di una specifica contestualizzazione delle distrazioni in rapporto alle concrete modalità di funzionamento del consiglio di amministrazione, emerga la prova, da un lato, dell’effettiva conoscenza di fatti pregiudizievoli per la società o, quanto meno, di “segnali di allarme” inequivocabili dai quali desumere l’accettazione del rischio – secondo i criteri propri del dolo eventuale – del verificarsi dell’evento illecito e, dall’altro, della volontà – in guisa di dolo indiretto – di non attivarsi per scongiurare detto evento.

 

 

La fattispecie della bancarotta fraudolenta patrimoniale è reato di pericolo concreto, sicché, per il suo perfezionamento, è esclusa la necessità di un nesso causale tra i fatti di bancarotta ed il successivo fallimento, laddove i fatti di bancarotta possono assumere rilievo in qualsiasi momento siano stati commessi e, quindi, anche se la condotta si è realizzata quando l’impresa ancora non versava in condizioni di insolvenza. In quanto reato di pericolo concreto è comunque necessario che il fatto di bancarotta abbia determinato un effettivo depauperamento dell’impresa e un effettivo pericolo per la integrità del patrimonio dell’impresa, da valutare nella prospettiva dell’esito concorsuale e dell’idoneità del fatto distrattivo ad incidere sulla garanzia dei creditori.

L’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte.

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la distrazione di un ramo di azienda è configurabile solo in caso di cessione avente ad oggetto, unitariamente, oltre che i singoli beni e rapporti giuridici, anche l’avviamento riferibile a tale autonoma organizzazione produttiva. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta l’ordinanza del Tribunale del riesame che aveva annullato il sequestro preventivo di un intero complesso aziendale, che si ipotizzava costituisse l’oggetto di una cessione fittizia, rilevando come nella specie, pur essendovi una distrazione di veicoli, dei dipendenti, di denaro e di locali della società cedente successivamente fallita, non potesse configurarsi, in assenza della cessione dell’avviamento, una distrazione dell’intera azienda).

(

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, la soppressione, a seguito della modifica dell’art. 2478 c.c. recata dall’art. 18 del D.L. n. 185 del 2008 conv. nella l. n. 2 del 2009, dell’obbligo per le società a responsabilità limitata di tenere il libro dei soci, non incide sulla configurabilità del reato in relazione alle condotte tenute nel periodo precedente alla modifica normativa, posto che l’art. 216, comma primo n. 2, della l. fall. punisce la sottrazione, distruzione e falsificazione dei libri e delle scritture che il fallito è obbligato a tenere secondo la normativa vigente al momento della gestione della impresa, nel periodo antecedente al fallimento, al fine di consentire la ricostruzione del suo patrimonio e dei fatti gestionali a tutela del soddisfacimento degli interessi dei creditori, e che, quindi, le disposizioni del c.c. costitutive degli obblighi contabili si pongono esclusivamente come elemento normativo della fattispecie.

In caso di fallimento, integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione l’appropriazione indebita da parte dell’amministratore di somme di spettanza della società, ancorché l’amministratore vanti un credito nei confronti della società stessa, poiché la compensazione e, quindi, la eventuale sussistenza della bancarotta preferenziale, può essere invocata solo in presenza di un debito nei confronti della società maturato per cause lecite.

Il termine di prescrizione del reato di bancarotta preferenziale prefallimentare decorre dal momento in cui interviene la sentenza dichiarativa di fallimento.

In tema di bancarotta fraudolenta documentale, per la configurazione delle ipotesi di reato di sottrazione, distruzione o falsificazione di libri e scritture contabili previste dall’articolo 216, primo comma n. 2 prima parte, l. fall. è necessario il dolo specifico, consistente nello scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizio ai creditori.

In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, la restituzione del bene distratto a seguito di richiesta del curatore non esclude la sussistenza dell’elemento materiale del reato, essendosi questo già perfezionato al momento del distacco del bene dal patrimonio del fallito.

In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale post-fallimentare impropria, la condotta distrattiva, non potendo essere compiuta interamente dall’amministratore, ad eccezione dei casi in cui la disponibilità dei beni dell’impresa fallita è conservata dallo stesso, si manifesta, di regola, nella forma del concorso di persone nel reato, poiché è necessario il contributo dei soggetti che, in quanto titolari di funzioni nella procedura concorsuale, sono in grado di adottare gli atti dispositivi dei beni del fallimento o di consentire il compimento della azioni distruttive. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da vizi la sentenza che aveva affermato il concorso nel reato dell’amministratore della società fallita, del curatore fallimentare e del giudice delegato, in relazione ad una transazione, autorizzata da quest’ultimo, con la quale, realizzandosi effetti pregiudizievoli per i creditori, erano state alienate l’azienda e gli immobili dell’impresa a due società gestite dallo stesso amministratore della fallita).

 

PENALE MILITARE: PENE E ESECUZIONE DELLA PENA 

PENALE MILITARE: ESECUZIONE DELLA PENA

PRINCIPIO BASE:

La detenzione ordinata in via disciplinare dall’Autorità militare in attesa del procedimento penale è equiparata, agli effetti della decorrenza della pena, alla carcerazione sofferta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile

VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE

CHI VIGILA SULL’ ESECUZIONE DI PENA DETENTIVA DEI MILITARI:

L’esecuzione della pena militare detentiva è vigilata dal giudice.

I regolamenti militari approvati con decreto del Presidente della Repubblica stabiliscono l’ordinamento degli stabilimenti militari di pena, e provvedono relativamente ai modi di esecuzione della pena militare detentiva e alla vigilanza relativa. 

Capo I
DELLE SPECIE DI PENE MILITARI, IN GENERALE

Art. 22. Pene militari principali: specie. 

Le pene militari principali sono: 

  1. la morte; (1)
  2. la reclusione militare
    La legge penale militare determina i casi, nei quali, per i reati militari, si applicano le pene comuni dell’ergastolo e della reclusione. (2)

(1) Pena già soppressa “per i delitti preveduti nel codice penale” (D.lgs. 10 agosto 1944, n. 224), “per i delitti previsti dalle leggi  speciali, diverse da quelle militari di guerra” (D.lgs. 22 gennaio 1948, n. 21) e, infine, abolita, anche per i delitti previsti dal codice penale militare di guerra e dalle leggi militari di guerra e sostituita dalla pena massima prevista dal codice penale (L. 13 ottobre 1994, n. 589).
(2) La Corte Costituzionale ha dichiarato, con sentenza n 284 del 1995, l’illegittimità costituzionale dell’art. 53 L. 24 novembre 1981, n.689 “nella parte in cui non prevede l’applicabilità delle sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi ai reati militari”.

PENALE MILITARE: PENE E ESECUZIONE DELLA PENA 
PENALISTA BOLOGNA

Art. 23. Denominazione e classificazione della reclusione militare. 

Sotto la denominazione di pene detentive o restrittive della libertà personale è compresa, oltre le pene indicate nel primo comma dell’articolo 18 del codice penale, anche la reclusione militare. 

Art. 24. Pene militari accessorie: specie. 

Le pene militari accessorie sono:

  1. la degradazione; 
  2. la rimozione; 
  3. la sospensione dall’impiego; 
  4. la sospensione dal grado; 
  5. la pubblicazione della sentenza di condanna. 

 

 Art. 63. Esecuzione delle pene comuni inflitte ai militari in servizio permanente.

Nella esecuzione delle pene inflitte ai militari in servizio permanente alle armi, per reati preveduti dalla legge penale comune, compresi quelli indicati nell’articolo 264 (1) di questo codice, si osservano le norme seguenti:

  1. la pena di morte (2)è eseguita mediante fucilazione nella schiena, previa degradazione;
  2. la pena dell’ergastolo e quella della reclusione, se la condanna importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici, sono eseguite nei modi comuni, con degradazione del condannato secondo le norme stabilite dalla legge e dai regolamenti militari; 
  3. alla pena della reclusione, se la condanna non importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici, è sostituita la reclusione militare per eguale durata, ancorché la reclusione sia inferiore a un mese; 
  4. alla pena della multa, non eseguita per insolvibilità del condannato, è sostituita la reclusione militare per non oltre tre anni, computandosi un giorno di reclusione militare per ogni cinquemila lire, o frazione di cinquemila lire, di multa (3)
  5. alla pena dell’arresto è sostituita la reclusione militare, computandosi un giorno di reclusione militare per due di arresto; 
  6. alla pena dell’ammenda, non eseguita per insolvibilità del condannato, è sostituita la reclusione militare per non oltre un anno, computandosi un giorno di reclusione militare per ogni cinquemila lire, o frazione di cinquemila lire, di ammenda (3)

Art. 60. Detenzione ordinata in via disciplinare. Equiparazione alla custodia cautelare.

La detenzione ordinata in via disciplinare dall’Autorità militare in attesa del procedimento penale è equiparata, agli effetti della decorrenza della pena, alla carcerazione sofferta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile. (1)

Art. 61. Vigilanza sulla esecuzione della pena militare detentiva. Ordinamento degli stabilimenti militari di pena.

L’esecuzione della pena militare detentiva è vigilata dal giudice.

I regolamenti militari approvati con decreto del Presidente della Repubblica stabiliscono l’ordinamento degli stabilimenti militari di pena, e provvedono relativamente ai modi di esecuzione della pena militare detentiva e alla vigilanza relativa. 

Art. 62. Infermità psichica sopravvenuta al condannato.

Nel caso preveduto dall’articolo 148 del codice penale, il ricovero del condannato in un manicomio comune, anziché in un ospedale psichiatrico giudiziario, può essere disposto anche se la pena inflitta sia la reclusione militare per durata inferiore a tre anni. 

Art. 63. Esecuzione delle pene comuni inflitte ai militari in servizio permanente.

Nella esecuzione delle pene inflitte ai militari in servizio permanente alle armi, per reati preveduti dalla legge penale comune, compresi quelli indicati nell’articolo 264 (1) di questo codice, si osservano le norme seguenti:

  1. la pena di morte (2)è eseguita mediante fucilazione nella schiena, previa degradazione;
  2. la pena dell’ergastolo e quella della reclusione, se la condanna importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici, sono eseguite nei modi comuni, con degradazione del condannato secondo le norme stabilite dalla legge e dai regolamenti militari; 
  3. alla pena della reclusione, se la condanna non importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici, è sostituita la reclusione militare per eguale durata, ancorché la reclusione sia inferiore a un mese; 
  4. alla pena della multa, non eseguita per insolvibilità del condannato, è sostituita la reclusione militare per non oltre tre anni, computandosi un giorno di reclusione militare per ogni cinquemila lire, o frazione di cinquemila lire, di multa (3)
  5. alla pena dell’arresto è sostituita la reclusione militare, computandosi un giorno di reclusione militare per due di arresto; 
  6. alla pena dell’ammenda, non eseguita per insolvibilità del condannato, è sostituita la reclusione militare per non oltre un anno, computandosi un giorno di reclusione militare per ogni cinquemila lire, o frazione di cinquemila lire, di ammenda (3)

2) X Pena già soppressa “per i delitti preveduti nel codice penale” (D.lgs. 10 agosto 1944, n. 224), “per i delitti previsti dalle leggi  speciali, diverse da quelle militari di guerra” (D.lgs. 22 gennaio 1948, n. 21) e, infine, abolita, anche per i delitti previsti dal codice penale militare di guerra e dalle leggi militari di guerra e sostituita dalla pena massima prevista dal codice penale (L. 13 ottobre 1994, n. 589).
(2) La Corte Costituzionale ha dichiarato, con sentenza n 284 del 1995, l’illegittimità costituzionale dell’art. 53 L. 24 novembre 1981, n.689 “nella parte in cui non prevede l’applicabilità delle sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi ai reati militari”.

Art. 64. Esecuzione delle pene comuni inflitte ai militari in servizio temporaneo.

Nella esecuzione delle pene inflitte ai militari in servizio temporaneo alle armi, per reati preveduti dalla legge penale comune, si osservano le norme seguenti:

  1. se trattasi dei reati indicati nell’articolo 264, si applicano le disposizioni dell’articolo precedente (1); 
  2. se trattasi di altro reato, si applicano le disposizioni dei nn. 1 e 2 dell’articolo precedente, se la condanna importa la interdizione perpetua dai pubblici uffici; 
  3. in ogni altro caso, la pena si sconta alla cessazione del servizio alle armi per ferma di leva o per richiamo dal congedo.

Art. 65. Esecuzione delle pene militari inflitte alle persone che non hanno, o che hanno perduto, la qualità di militare, o che prestano di fatto servizio alle armi.

Nei casi preveduti dall’articolo 16, per la esecuzione delle pene militari si osservano le norme seguenti:

  1. la pena di morte (1)è eseguita secondo le norme stabilite dall’articolo 25;
  2. alla pena della reclusione militare è sostituita la pena della reclusione per eguale durata.
    Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando, per un reato militare, sia pronunciata condanna contro chi ha cessato di appartenere alle forze armate dello Stato, contro gli assimilati ai militari, gli iscritti ai corpi civili militarmente ordinati e le altre persone estranee alle forze predette.

 

PENALE MILITARE: INSUBORDINAZIONE

REATO MILITARE DI INSUBORDINAZIONE DEVE ESSERE CONSIDERATO CHE la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla

REATO MILITARE DI INSUBORDINAZIONE DEVE ESSERE CONSIDERATO CHE considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dallanel reato militare di insubordinazione con ingiuria, integra l’offesa all’onore e al prestigio ogni atto o parola di disprezzo verso il superiore nonchè l’uso di tono arrogante, perchè si tratta di comportamenti contrari alle esigenze della disciplina militare per la quale il soggetto di grado più elevato deve essere tutelato, non solo nell’espressione della sua personalità umana, ma anche nell’ascendente morale di cui ha bisogno per un degno esercizio dell’autorità del grado e della funzione di comando, dovendo considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla

Costituzione (Sez. 1, n. 3971 del 28/11/2013, dep. 2014, De Chiara, Rv. 259013; Sez. 1, n. 7957 del 20/12/2006, dep. 2007, Frantuma, Rv. 236355).

E’, però, altrettanto chiaro che la condotta di insubordinazione deve inserirsi in un rapporto di effettiva – e non solo pretesa – subordinazione gerarchica, mentre, nel caso scrutinato, in relazione all’oggetto del contrasto fra il superiore e il subordinato, non è stato chiarito in modo adeguato – ciò che era invece necessario al fine di apprezzare la natura delle condotte contestate – il contesto, se attinente al rapporto di dipendenza funzionale del militare con l’autorità giudiziaria, oppure se riferibile anche al rapporto gerarchico, in cui F. ha tenuto le condotte stesse.

CHIAMA SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL PENALE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

051 6447838

PENALE MILITARE: INSUBORDINAZIONE- disobbedienza aggravata (art. 173 c.p.m.p., art. 47 c.p.m.p., n. 2), reato di insubordinazione con ingiuria continuata e aggravata (art. 189 c.p.m.p., comma 2 e art. 47 c.p.m.p., n. 2),

FATTO

– reato di insubordinazione con ingiuria continuata e aggravata (art. 189 c.p.m.p., comma 2 e art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella funzione di Comandante della Stazione Carabinieri di (OMISSIS), con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, offendeva il prestigio, l’onore e la dignità del Comandante della Compagnia Carabinieri di (OMISSIS), Capitano Q.H.G., ponendo in essere le condotte elencate in rubrica, come da sette successivi alinea, contestate come atti di disprezzo della sua persona e della sua autorità, con l’aggravante di essere investito di un comando;

– reato di disobbedienza aggravata (art. 173 c.p.m.p., art. 47 c.p.m.p., n. 2), perchè, nella suddetta qualità, espressamente rifiutava o ometteva di obbedire all’ordine di servizio di firmare per presa visione il provvedimento di avvio del procedimento disciplinare, oggetto di ripetute e inequivoche

richieste del Capitano Q., fino al rifiuto formalizzato in apposito verbale; con l’aggravante suindicata;

fatti commessi in (OMISSIS) e (OMISSIS), agli inizi di (OMISSIS).

. In riferimento alla condotta consistita nell’aver risposto all’ufficiale che lo aveva invitato a uscire dal suo ufficio – che invece doveva uscire lui perchè quello era il suo ufficio, era, per il ricorrente, da escludere la valenza offensiva della condotta, perchè era ben possibile che la risposta di F. fosse intesa ad accentuare lo sfogo contro quella che veniva da lui vissuta come una coartazione illegittima, nel contrasto di natura funzionale insorto con il superiore gerarchico in ordine alle indagini di polizia giudiziaria, con conseguente esclusione dell’elemento soggettivo, e perchè la risposta stessa non sembrava aver infranto la soglia del penalmente rilevante, non intravvedendosi in essa alcuna valenza offensiva, bensì una mera rimostranza e l’esercizio del diritto di critica da parte del sottufficiale; quest’ultimo non aveva fatto altro che manifestare in quella forma il suo dissenso rispetto alla posizione autoritaria assunta dall’ufficiale.

Pertanto – argomenta la difesa – i giudici di appello hanno errato nell’attribuire una carica offensiva e denigratoria alla mera rimostranza esternata dal sottufficiale, posto che la norma incriminatrice punisce condotte materiali di natura offensiva, non la mera disobbedienza, che non determina il travalicamento della soglia del penalmente punibile: in questo senso, la Corte militare di appello ha omesso di contestualizzare la condotta messa in essere da F., da valutarsi invece in stretta relazione con le indiscriminate pressioni legate ai continui interventi del superiore gerarchico nell’attività propria della sfera del militare subordinato.

MOTIVAZIONE E DECISIONE

La necessità di siffatta verifica era ineludibile, poichè, ove le condotte di F. si siano dispiegate in un ambito riservato al rapporto di dipendenza funzionale dell’imputato con l’autorità giudiziaria, sarebbe stato – e sarebbe rilevante l’accertamento della sussistenza o meno del titolo del superiore a intervenire in quell’ambito.

Sia la sede e la natura del colloquio fra il cap. Q. e il Brig. R., sia l’interlocuzione impostata dal cap. Q. con il mar. F. con l’esortazione ad espletare in modo più diligente e corretto i compiti di comando nel settore della polizia giudiziaria integrano, per vero, contesti in relazione ai quali la verifica della concreta offensività penale delle condotte ascritte all’imputato non avrebbe potuto essere effettuata in modo adeguato senza la previa definizione dell’ambito, fra quelli sopra precisati, in cui – e quindi del titolo, se legittimo o meno, per cui – il superiore aveva impostato le rispettive interlocuzioni con il militare subordinato.

2.4. Non è, dunque, in discussione che, nel reato militare di insubordinazione con ingiuria, integra l’offesa all’onore e al prestigio ogni atto o parola di disprezzo verso il superiore nonchè l’uso di tono arrogante, perchè si tratta di comportamenti contrari alle esigenze della disciplina militare per la quale il soggetto di grado più elevato deve essere tutelato, non solo nell’espressione della sua personalità umana, ma anche nell’ascendente morale di cui ha bisogno per un degno esercizio dell’autorità del grado e della funzione di comando, dovendo considerarsi che la fattispecie di insubordinazione di cui all’art. 189 c.p.m.p. tutela non solo la dignità e l’onore del superiore, ma l’integrità e l’effettività del rapporto gerarchico, che è si coordina con la necessità del mantenimento della compattezza delle forze armate e del ruolo ad esse assegnato dalla

Costituzione (Sez. 1, n. 3971 del 28/11/2013, dep. 2014, De Chiara, Rv. 259013; Sez. 1, n. 7957 del 20/12/2006, dep. 2007, Frantuma, Rv. 236355).

E’, però, altrettanto chiaro che la condotta di insubordinazione deve inserirsi in un rapporto di effettiva – e non solo pretesa – subordinazione gerarchica, mentre, nel caso scrutinato, in relazione all’oggetto del contrasto fra il superiore e il subordinato, non è stato chiarito in modo adeguato – ciò che era invece necessario al fine di apprezzare la natura delle condotte contestate – il contesto, se attinente al rapporto di dipendenza funzionale del militare con l’autorità giudiziaria, oppure se riferibile anche al rapporto gerarchico, in cui F. ha tenuto le condotte stesse.

  1. L’emerso vizio della motivazione mina in modo decisivo la coerenza e logicità del discorso giustificativo e impone, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata, con conseguente rinvio alla Corte di appello militare per il nuovo giudizio, da compiersi nel rispetto del principio dianzi affermato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di appello militare, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 7 marzo 2019. Depositato in Cancelleria il 18 luglio 2019.

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PENALE MILITARE: vilipendio alla nazione italiana di cui all’art. 82 Codice Militare di pace

PENALE MILITARE: vilipendio alla nazione italiana di cui all’art. 82 Codice Militare di pace

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I PENALE – SENTENZA 13 agosto 2019, n.35988 – 

FATTO

dopo aver pubblicato, sul proprio profilo Facebook, una fotografia di una nave da guerra e la scritta ‘Fincantieri: collaborazione con l’India per sette fregate Stealth Imola Oggi’, aveva commesso il reato scrivendo sulla pagina del suddetto profilo una frase che le sentenze avevano ritenuto di significato offensivo in danno dell’Italia, perché quest’ultima era stata indicata nel testo incriminato come uno «Stato di merda».

REATO DI VILIPENDIO

L’elemento soggettivo del delitto di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel dolo generico, con conseguente irrilevanza dei motivi particolari che possano aver indotto l’autore a commettere consapevolmente il fatto vilipendioso addebitato (Sez. 1, n. 6144 del 07/03/1979 – deo. 06/07/1979, Gatti, Rv. 142461). È stato chiarito, inoltre, che il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.) e, correlativamente, quello di associarsi liberamente in partiti politici (art. 49 Cost.) per manifestare determinate ideologie, al fine di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, trovano un limite non superabile nella esigenza di tutela del decoro e del prestigio delle istituzioni, per cui l’uso di espressioni di offesa, disprezzo, contumelia costituisce vilipendio punibile ex art 290 cod. pen. (Sez. 1, n. 14226 del 29/06/1977 – dep. 11/11/1977, Venza, Rv. 137274). Il diritto di critica e libera manifestazione del pensiero supera il suo limite giuridico costituito dal rispetto del prestigio delle istituzioni repubblicane e decampa, quindi, nell’abuso del diritto, cioè nel fatto reato costituente il delitto di vilipendio, allorché la critica trascenda nel gratuito oltraggio, fine a se stesso (Sez. 1, n. 5864 del 01/02/1978 – dep. 19/05/1978, Salviucci, Rv. 139007).

 

In riferimento al requisito di pubblicità del messaggio, la giurisprudenza della Corte di legittimità è ormai costante nel ritenere che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca Facebook integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (Sez. 1, n. 24431 del 24/04/2015 – dep. 08/06/2015, Rv. 264007). 1.2. I giudici del merito hanno tenuto conto dei principi di diritto sopra richiamati, qualificando correttamente il fatto giudicato e ravvisando il dolo

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ESTORSIONE AMANTE CHE CHIEDE SOLDI DIETRO MINACCIA DI RIVELARE RELAZIONE

ESTORSIONE REATO

ESTORSIONE AMANTE CHE CHIEDE SOLDI DIETRO

MINACCIA DI RIVELARE RELAZIONE

ESTORSIONE ARTICOLO NORMATIVA E GIURISPRUDENZA

ESTORSIONE NORMATVA E GIURISPRUDENZA

 

art. 629 Codice Penale

Chiunque, mediante violenza [581] o minaccia(1), costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno(3), è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000

 

La pena è della reclusione da sette a venti anni e della multa da da euro 5.000 a euro 15.000(5), se concorre taluna delle circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente.

 

Massime relative all’art. 629 Codice Penale

Cass. pen. n. 21707/2019

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In tema di estorsione cd. “ambientale”, integra la circostanza aggravante del metodo mafioso di cui all’art. 7, d.l. 13 maggio 1991, n. 152, conv. nella legge 12 luglio 1991, n. 203 (ora art. 416-bis.1 cod. pen.), la condotta di chi, pur senza fare uso di una esplicita minaccia, pretenda dalla persona offesa il pagamento di somme di denaro per assicurarle protezione, in un territorio notoriamente soggetto all’influsso di consorterie mafiose, senza che sia necessario che la vittima conosca l’estorsore e la sua appartenenza ad un clan determinato. (Nella specie, la Corte ha ritenuto sussistere la circostanza aggravante nella richiesta ad un commerciante di denaro a fronte di protezione, dopo che il negozio era stato danneggiato varie volte, in un quartiere ad alta densità mafiosa).

 

Cass. pen. n. 17427/2019

 

La condotta di violenza, la quale, cumulativamente od alternativamente con quella di minaccia, costituisce il nucleo essenziale del delitto di estorsione, è in esso interamente assorbita quando non provoca alcuna lesione personale (come nel caso in cui l’agente si limiti ad immobilizzare la vittima o a percuoterla ovvero esplichi solo la violenza c.d. reale); in caso contrario, devono trovare applicazione le norme sul concorso di reati. (Fattispecie di tentata estorsione, nella quale la Corte ha ritenuto dovessero essere assorbiti i reati di percosse ascritti all’imputato).

Cass. pen. n. 17288/2019

 

Integra il delitto di estorsione e non quello di violenza privata la condotta consistente nel richiedere al soggetto passivo somme di denaro con la minaccia di rivelare al coniuge di quest’ultimo il pregresso rapporto extraconiugale con l’agente, in quanto condotta che, oltre a concretizzare la prospettazione di un male ingiusto, perché attinente ad aspetti della vita della persona offesa non divulgabili senza il consenso di questa, è, altresì, preordinata al conseguimento di un ingiusto profitto. (Fattispecie in cui la Corte ha escluso la configurabilità fra le parti di una relazione di tipo familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU, rilevante al fine di elidere il carattere di ingiustizia del profitto, attesa l’occasionalità, all’epoca dei fatti, degli incontri fra la persona offesa e l’imputata, che aveva intrapreso una nuova relazione di convivenza).

 

Cass. pen. n. 40899/2018

 

Integra il reato di estorsione l’ottenimento della rinuncia a far valere il credito conseguente all’adempimento di una prestazione contrattuale mediante l’implicita intimidazione esercitata dal debitore che, pur senza compiere atti di violenza o minaccia, abbia già esibito, al momento della costituzione del rapporto, la propria appartenenza ad un’associazione mafiosa.

 

 

Cass. pen. n. 21789/2019

 

In tema di estorsione, non integra il reato la condotta del datore di lavoro che, al momento dell’assunzione, prospetti agli aspiranti dipendenti l’alternativa tra la rinunzia a parte della retribuzione e la perdita dell’opportunità di lavoro, in quanto, pur sussistendo un ingiusto profitto per il primo, costituito dal conseguimento di prestazioni d’opera sottopagate, non v’è prova che l’ottenimento di un impiego rechi un danno ai lavoratori rispetto alla preesistente situazione di disoccupazione. (In motivazione, la Corte ha precisato che deve invece ritenersi sussistente il reato nel caso in cui il datore di lavoro, nella fase esecutiva del contratto, corrisponda ai lavoratori, sotto minaccia della perdita del posto di lavoro, uno stipendio ridotto rispetto a quanto risultante in busta paga, essendo in tal caso evidente il danno recato ai predetti).

 

  • LA CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA CONDANNAVA  UNA DONNA CHE AVEVA AVUTO UNA RELAZIONE CON UN UOMO E ALLA FINE MINCCIAVA DI RIVELARE TUTTO ALLA MOGLIE DELL’UOMO SE QUESTI NON GLI AVESSE DATO UNA SOMMA DI DANARO!!
  • Il difensore dell’imputata ricorreva in Cassazione facendo presente che dalle dichiarazioni della sua assistita è emersa l’inconsapevolezza dell’illegittimità della sua condotta. Nel giudicare la Corte d’Appello ha valutato solo l’aspetto materiale del comportamento, trascurando quello psicologico.
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  •  La donna ha infatti dovuto affrontare una dolorosa interruzione di gravidanza durante la sua relazione con la persona offesa.
  • Da qui la convinzione che il denaro promesso, ma poi versatole solo in parte, rappresentasse una sorta di “risarcimento” per le sofferenze subite.

LA CASSAZIONE  RITIENE CHE NON SI POTEVA FARE UN TRAVISAMENTO DEL FATTO ,CIOE’ LA CORTE AFFERMA CHE ALLA STESSA VIENE RICHIESTO ERRONEAMENTE UNA NUOVA VALUTAZIONE DEI FATTI E UN ANUOVA VALUTAZIONE DELLE PROVE, UNA NUOVA VALUTAZIONE DEGLI ELEMENTI FATTUALI GIA’ AMPLIAMENTI VALUTATI DALLA CORTE DI APPELLO GIUDICANTE.

Reato di estorsione

  1. L’estorsione è reato plurioffensivo risultando leso sia il patrimonio che la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo. Il reato si consuma nel momento in cui l’agente consegue per sé o per altri l’ingiusto profitto con correlativo altrui danno. E’ possibile configurarsi il tentativo di estorsione l’evento desiderato dall’agente non segue alla violenza o alla minaccia.
  2. Per quanto concerne l’elemento soggettivo, la giurisprudenza ritiene necessario il dolo specifico mentre la dottrina ritiene sufficiente il dolo generico; il dolo specifico consiste nella coscienza e volontà del fatto allo scopo di conseguire un ingiusto profitto con altrui danno.

  • Estorsione.
  • Chiunque, mediante violenza [392 c. 2, 581 c. 2] o minaccia [612], costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000 [317, 401, 640 c. 2 n. 2; 380 c. 2 lett. f) c.p.p.] (1).
  • La pena è della reclusione da sette a venti anni e della multa da euro 5.000 a euro 15.000, se concorre taluna delle circostanze indicate nell’ultimo capoverso dell’articolo precedente [347 c. 3, 407 c. 2 lett. a) n. 2 c.p.p.; 112 att. c.p.p.] (2) (3) (4).

CHIAMA SOLO DI PERSONA POSSIAMO DISCUTERE  LA TUA POSIZIONE IN MODO APPROFONDITO IL PENALE E’ UNA COSA MOLTO SERIA E DELICATA

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