Avvocato penalista

BANCAROTTA FALLIMENTO IMPRENDITORE BOLOGNA MILANO VENEZIA TREVISO RAVENNA FORLI  

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BANCAROTTA FALLIMENTO IMPRENDITORE BOLOGNA MILANO VENEZIA TREVISO RAVENNA FORLI  

 

BANCAROTTA FALLIMENTO IMPRENDITORE BOLOGNA MELANO VENEZIA TREVISO RAVENNA FORLI

 

Secondo principi consolidati, l’obbligo di immediata declaratoria delle cause di estinzione del reato, che discende in capo al giudice dall’art. 129 cod. proc.pen., opera anche in sede di rinvio (ex multis, Sez. 2, n. 9174 del 19/02/2008, Palladini, Rv. 239552-01), salva la «evidenza» di una causa di proscioglimento più favorevole, allorché appaiano, in modo incontestabile, circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la sua rilevanza penale ovvero la commissione del medesimo da parte dell’imputato.

La decisione, che il giudice deve prendere a quest’ultimo riguardo, appartiene più al concetto di constatazione, ossia di percezione immediata, che a quello di apprezzamento, ed è quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento ulteriore, o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274-01).

Nel ripercorrere, in modo completo e analitico, le risultanze probatorie di causa, la Corte territoriale ha ineccepibilmente escluso di poter operare una siffatta constatazione. E, invero, gli argomenti di segno contrario, esposti in ricorso – lungi dal palesare una verità processuale così chiara, manifesta ed obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione – riaprono scenari valutativi per l’appunto preclusi dal sopraggiungere della prescrizione.

 

 

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza . 869 depositata il 10 gennaio 2020

Fallimento ed altre procedure concorsuali – Bancarotta fraudolenta documentale – Prescrizione di una delle imputazioni – Riduzione della pena

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza 15 gennaio 2015 la Quinta Sezione penale della Corte di cassazione annullava, con rinvio, la sentenza di condanna emessa dalla Corte di appello di Milano a carico di D.R. e A.D.C., limitatamente, quanto a quest’ultimo, ai fatti di bancarotta fraudolenta documentale contestati ai capi A) e B) della rubrica, relativi ai distinti fallimenti di due società.

Rispetto a D.C., l’annullamento era disposto per ritenuto difetto di motivazione sulla circostanza che l’imputato, amministratore pro-tempore solo formale delle medesime società, avesse l’effettiva previa disponibilità delle scritture contabili oggetto delle incriminate condotte di omessa tenuta e consegna.

  1. Il giudice di rinvio, con la sentenza in epigrafe, accertava la prescrizione, medio tempore intervenuta, dei reati sopra indicati e, non ravvisando evidenza di innocenza, pronunciava conforme declaratoria, rideterminando in due anni e venti giorni di reclusione, nei confronti di D.C., la pena principale residua.
  2. Tale imputato propone ricorso per cassazione, con il ministero del difensore di fiducia, sulla base di tre motivi.

3.1. Con il primo e il secondo motivo, distintamente riferiti alle due imputazioni di bancarotta fraudolenta documentale, il ricorrente deduce violazione di legge e vizio della motivazione.

La Corte di appello, giudicando in sede di rinvio, avrebbe nuovamente mancato di motivare in modo adeguato sui profili oggetto di annullamento, in un contesto in cui l’estraneità dell’imputato ai fatti contestati emergerebbe ictu oculi.

3.2. Con il terzo motivo, il ricorrente deduce vizio della motivazione in ordine alla quantificazione della pena principale, che, in relazione all’unico reato superstite (la bancarotta fraudolenta di cui al capo A), sarebbe dovuta ammontare a solo due anni di reclusione.

Considerato in diritto

  1. I primi due motivi di ricorso sono manifestamente infondati.

Secondo principi consolidati, l’obbligo di immediata declaratoria delle cause di estinzione del reato, che discende in capo al giudice dall’art. 129 cod. proc.pen., opera anche in sede di rinvio (ex multis, Sez. 2, n. 9174 del 19/02/2008, Palladini, Rv. 239552-01), salva la «evidenza» di una causa di proscioglimento più favorevole, allorché appaiano, in modo incontestabile, circostanze idonee ad escludere l’esistenza del fatto, la sua rilevanza penale ovvero la commissione del medesimo da parte dell’imputato.

La decisione, che il giudice deve prendere a quest’ultimo riguardo, appartiene più al concetto di constatazione, ossia di percezione immediata, che a quello di apprezzamento, ed è quindi incompatibile con qualsiasi necessità di accertamento ulteriore, o di approfondimento (Sez. U, n. 35490 del 28/05/2009, Tettamanti, Rv. 244274-01).

Nel ripercorrere, in modo completo e analitico, le risultanze probatorie di causa, la Corte territoriale ha ineccepibilmente escluso di poter operare una siffatta constatazione. E, invero, gli argomenti di segno contrario, esposti in ricorso – lungi dal palesare una verità processuale così chiara, manifesta ed obiettiva, da rendere superflua ogni dimostrazione – riaprono scenari valutativi per l’appunto preclusi dal sopraggiungere della prescrizione.

  1. Fondato appare, invece, il terzo motivo di ricorso.

Dopo aver dichiarato la duplice prescrizione in ordine alle bancarotte documentali, la Corte territoriale ha rideterminato la pena, muovendo da quella base di tre anni di reclusione per la bancarotta patrimoniale relativa al primo fallimento; pena ridotta a due anni per le attenuanti generiche e aumentata – infine – a due anni e venti giorni «ex art. 81 c.p. in considerazione del secondo fallimento».

La Corte stessa non si è avveduta del fatto che, quanto alla bancarotta patrimoniale, D.C. era ab origine imputato, ed è stato ormai definitivamente condannato, solo in relazione al fallimento della prima società (v. capo A della rubrica, ove figurano entrambi gli addebiti di bancarotta patrimoniale e documentale). Per il secondo fallimento (capo B), l’unica imputazione era quella di bancarotta documentale (dichiarata prescritta).

Nessun aumento a titolo di continuazione poteva e doveva, dunque, essere apportato.

  1. In relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, potendo questa Corte direttamente provvedere – ai sensi dell’art. 620, comma 1, lett. I), cod. proc. pen. – alla rideterminazione della pena principale che, eliminato l’indebito aumento ex art. 81 cpv. cod. pen., deve essere conclusivamente fissata nella misura di due anni di reclusione.

Il ricorso deve essere dichiarato inammissibile nel resto.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla misura della pena che determina in anni 2 di reclusione. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

 

CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 05 dicembre 2019, n. 49757

Fallimento ed altre procedure concorsuali – Operazioni infragruppo – Consapevole “travaso” di risorse in favore di società del gruppo in dissesto – Assenza di “vantaggi compensativi” – Reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza emessa il 29/11/2018 la Corte di Appello di Trento, Sezione distaccata di Bolzano, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Bolzano del 21.3.2016 che aveva condannato S.R. alla pena di 3 anni e 2 mesi di reclusione, oltre alle pene accessorie, per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per avere, in qualità di legale rappresentante della S.B. s.r.l., fallita il 14.2.2012, distratto il patrimonio societario, corrispondendo alla S.B. s.a.s., anch’essa fallita, un importo di € 677.348,66 senza alcuna controprestazione, ha riconosciuto le attenuanti generiche, riducendo la pena ad anni 2 di reclusione, confermando nel resto la decisione di primo grado.

Secondo la ricostruzione dei fatti accertata, nonostante il credito vantato dalla S.B. s.a.s. fosse di € 494.861,25, l’omonima società di capitali versava l’importo di € 1.172.209,91, pagando € 441.209,91 per crediti di fornitori e dipendenti della S. s.a.s., ed accollandosi due mutui, di € 396.000,00 edi € 335.000,00, erogati alla S. s.a.s. dalla Cassa Rurale di Renon.

  1. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di S.R., Avv. B.M., deducendo due motivi.

2.1. Con un primo motivo denuncia la violazione di legge ed il vizio di motivazione: le due società – S.B. s.a.s. e S.B. s.r.l. – appartenevano ad uno stesso gruppo, in quanto la s.r.l. era stata costituita da S.R. e dalla S.B. s.a.s.; l’unica distrazione sarebbe costituita dall’accollo dei due mutui erogati alla s.a.s. dalla Cassa Rurale di Renon, che costituirebbe anche la causa del fallimento della s.r.l.; tuttavia, come accertato anche dalle sentenze di merito, la costituzione della s.r.l. e l’accollo dei mutui era finalizzato ad impedire il pignoramento dei mezzi da parte di Equitalia necessari al completamento dei lavori di costruzione di immobili, iniziati dalla s.a.s., e proseguiti dalla s.r.l.; lo scopo dell’operazione, dunque, era di completare i lavori degli immobili in costruzione, in modo da incassare le somme relative ai contratti stipulati dalla s.a.s. e ripianare la situazione patrimoniale complessiva del gruppo, con evidenti vantaggi per la s.a.s. e per la s.r.l.; la sentenza impugnata sarebbe dunque contraddittoria, in quanto l’operazione aveva una finalità imprenditoriale, e non distrattiva, essendo stato accertato che non vi è stata alcuna “uscita” verso terzi, nessun impiego estraneo alla dinamica imprenditoriale; la Corte territoriale, invece, pur ammettendo che l’iniziativa era funzionale al completamento dei lavori, ha affermato la distrazione, in quanto l’operazione non poteva portare alcuna utilità economica per la s.r.l.; tuttavia, la valutazione sarebbe stata effettuata erroneamente ex post, e non con giudizio ex ante-, del resto, la metà delle quote sociali era detenuta dalla s.a.s., i creditori erano i medesimi, e l’operazione era stata concordata con il sistema bancario.

Anche il dolo sarebbe stato affermato apoditticamente, in quanto l’operazione era finalizzata non già a pregiudicare i creditori, ma a perseguire una pur errata e imprudente scelta imprenditoriale volta a garantire la prosecuzione dei lavori e l’esistenza del gruppo S..

2.2. Con un secondo motivo deduce la violazione di legge ed il vizio di motivazione in relazione all’esclusione della riqualificazione nel reato di bancarotta semplice, nonostante fosse emerso che alcuna somma era uscita verso terzi, e che l’imprenditore aveva agito nell’interesse dell’impresa.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è infondato, ma deve essere rilevata l’illegalità delle pene accessorie ex art. 216, u.c., l. fall..
  2. Secondo la ricostruzione dei fatti accertata dalle sentenze di merito, essendo la S.B. s.a.s., già in difficoltà economiche dal 2008, gravata da un significativo indebitamento, che, nel 2010, rendeva impossibile la prosecuzione dell’attività imprenditoriale, per i rischi di pignoramento derivanti dai debiti verso l’Erario, il 12 agosto 2010 veniva costituita la S.B. s.r.l., di cui erano soci S.R. e la S.B. s.a.s., ciascuno al 50 %.

La società di capitali era un realtà una “scatola vuota”, priva di mezzi e con esiguo capitale sociale, costituita al solo scopo di “avere un veicolo senza debiti” per continuare l’adempimento dei contratti conclusi dalla società di persone; per evitare il pignoramento dei macchinari della s.a.s., necessari per l’esecuzione delle opere edilizie, e dunque per l’incasso dei corrispettivi, la S.B. s.r.l. trasferiva risorse alla società di persone, pagando i fornitori ed i dipendenti della stessa, ed accollandosi due mutui erogati dalla Cassa rurale di Renon.

  1. Tanto premesso, la tesi sostenuta dal ricorrente, secondo cui l’operazione era connotata da un chiaro ed univoco fine imprenditoriale, non già distrattivo, in quanto diretto al perseguimento degli interessi economici delle società del “gruppo”, non è fondata.

3.1. Invero, a prescindere dall’accertamento degli indici di concreta esistenza di un “gruppo societario” (Sez. 5, n. 31997 del 06/03/2018, Vannini, Rv. 273635: “In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale è configurabile un “gruppo di imprese” – rilevante ai fini della ipotizzabilità di eventuali “vantaggi compensativi” – anche tra enti che abbiano differente natura giuridica (società ed associazioni senza fini di lucro), purché tra loro si instauri un rapporto di direzione nonché di coordinamento e controllo delle rispettive attività facente capo al soggetto giuridico controllante”), va ribadito, nel solco della condivisa giurisprudenza di questa Corte, che, in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la natura distrattiva di un’operazione infra-gruppo può essere esclusa in presenza di vantaggi compensativi che riequilibrino gli effetti immediatamente negativi per la società fallita e neutralizzino gli svantaggi per i creditori sociali (Sez. 5, n. 16206 del 02/03/2017, Magno, Rv. 269702); tuttavia, per escludere la natura distrattiva di un’operazione infragruppo invocando il maturarsi di vantaggi compensativi, non è sufficiente allegare la mera partecipazione al gruppo, ovvero l’esistenza di un vantaggio per la società controllante, dovendo invece l’interessato dimostrare il saldo finale positivo delle operazioni compiute nella logica e nell’interesse del gruppo, elemento indispensabile per considerare lecita l’operazione temporaneamente svantaggiosa per la società depauperata (Sez. 5, n. 46689 del 30/06/2016, Coatti, Rv. 268675; Sez. 5, n. 8253 del 26/06/2015, dep. 2016, Moroni, Rv. 271149); non è dunque sufficiente allegare la natura intrinseca di operazione infra-gruppo, dovendo invece l’interessato fornire l’ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla società che subisce il depauperamento in favore degli interessi complessivi del gruppo societario cui essa appartiene (Sez. 5, n. 48518 del 06/10/2011, PI ebani, Rv. 251536).

3.2. Ciò posto, l’inquadramento della costituzione della S.B. s.r.l. e dei trasferimenti di risorse alla omonima società di persone nel quadro delle operazioni infra-gruppo non può ritenersi idoneo ad elidere il carattere distrattivo delle stesse, non avendo il ricorrente dimostrato il vantaggio compensativo ritratto dalla società di capitali, il “saldo finale positivo” delle operazioni.

Al riguardo, la Corte territoriale ha evidenziato che la costituzione della S.B. s.r.l. nel 2010, allorquando la società di persone era già in dissesto, non poteva recare alcuna utilità economica alla prima, che ha accumulato, in meno di due anni, un credito di quasi 700 mila euro nei confronti della s.a.s., senza alcuna concreta possibilità di recuperarlo, con conseguente depauperamento della società in danno dei creditori; la S.B. s.r.l., in altri termini, ha utilizzato le proprie entrate per coprire i debiti della società di persone, anziché per finanziare la propria attività imprenditoriale, accumulando una esposizione debitoria finale di oltre 2 milioni di euro, che l’ha condotta al fallimento.

Tale conclusione, del resto, risulta conforme al principio, già affermato da questa Corte, secondo cui, in tema di reati fallimentari, integra distrazione rilevante quale ipotesi di bancarotta fraudolenta il finanziamento erogato in favore di una società dello stesso gruppo che presenti una situazione economica tale da non potere corrispondere gli interessi, pur pattuiti, o garantire la conservazione della garanzia del credito e, dunque, in assenza di qualsiasi vantaggio compensativo per la società finanziatrice (Sez. 5, n. 10633 del 30/01/2019, Scambia, Rv. 276029; analogamente Sez. 5, n. 30212 del 11/04/2017, Donati, Rv. 270872, a proposito della concessione di pegno, in favore di società infragruppo, effettuata dalla società fallita per un importo notevolmente superiore al proprio debito, in situazione di difficoltà finanziaria e senza vantaggi compensativi).

  1. Le doglianze concernenti il dolo e la riqualificazione nel reato di bancarotta semplice sono altresì infondate.

Va, al riguardo, rammentato che, l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo sufficiente la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266805); sicché, in tema di bancarotta fraudolenta, ai fini della sussistenza del dolo previsto dagli artt. 216 e 223 legge fallimentare, è sufficiente l’accertamento della volontà dei singoli atti di sottrazione, di occultamento o di dissimulazione, senza che possa assumere rilievo, al fine di attenuare o giustificare le indicate operazioni, l’eventuale intento di salvaguardare l’avviamento economico e la capacità occupazionale, trasferendo beni e risorse verso altre società, ritenute maggiormente operative. La salvaguardia delle risorse sociali va infatti attuata all’interno del soggetto proprietario, nell’interesse dei creditori e dei terzi che hanno fatto affidamento sul patrimonio e sulla capacità operativa della singola società e non già del gruppo (Sez. 5, n. 13169 del 26/01/2001, Cardinali, Rv. 218390, in una fattispecie in cui, immediatamente prima e dopo la dichiarazione di fallimento, erano stati trasferiti beni e crediti della società fallita ad altre società facenti parte del medesimo gruppo).

Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha correttamente escluso il reato di bancarotta semplice, essendo emerso che l’imputato ha coscientemente distratto beni della società S.B. s.r.l., operando un consapevole “travaso” di risorse in favore della S.B. s.a.s., per salvarla dallo stato di dissesto in cui versava già dal 2010.

Ed il dolo delle condotte di distrazione prescinde, come si è già rilevato, dall’assenza della scopo di pregiudicare i creditori, o di conseguire un personale profitto, sì da rendere irrilevante la deduzione del ricorrente secondo cui la finalità dell’operazione era esclusivamente imprenditoriale, e non distrattiva.

Al contrario della bancarotta preferenziale, laddove l’elemento soggettivo del reato è costituito dal dolo specifico (consistente nella volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto, con l’accettazione della eventualità di un danno per gli altri secondo lo schema del dolo eventuale), in cui tale finalità non è ravvisabile allorché il pagamento sia volto, in via esclusiva o prevalente, alla salvaguardia della attività sociale o imprenditoriale ed il risultato di evitare il fallimento possa ritenersi più che ragionevolmente perseguibile (Sez. 5, n. 54465 del 05/06/2018, M, Rv. 274188, in una fattispecie relativa ad erogazioni di denaro effettuate in favore di una società a cui erano stati affidati lavori edili in subappalto, in modo da ottenere dalla committente il pagamento dei lavori in corso d’opera e garantire così la sopravvivenza finanziaria della società amministrata dall’imputato; Sez. 5, n. 16983 del 05/03/2014, Liori, Rv. 262904), nella bancarotta per distrazione l’elemento soggettivo è costituito dal dolo generico.

  1. Va rilevata d’ufficio l’illegalità delle pene accessorie irrogate al ricorrente.

Invero, la sentenza n. 222 del 05/12/2018 della Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 216, ultimo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui dispone: «la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa», anziché: «la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a dieci anni».

Si verte, dunque, in una ipotesi di pena illegale rilevabile d’ufficio dal giudice di legittimità, in quanto, indipendentemente dal fatto che le pene concretamente irrogate rientrino nella cornice edittale della norma così come manipolata dal giudice delle leggi, il procedimento di commisurazione si è basato su una norma dichiarata incostituzionale (cfr. Sez. U, n. 33040 del 26/02/2015, Jazouli, Rv. 264205; Sez. U, n. 37107 del 26/02/2015, Marcon, Rv. 264857).

Alla luce del dictum della Corte costituzionale, rileva il Collegio che, limitatamente alla durata delle pene accessorie di cui all’ultimo comma dell’art. 216 l. fall., la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Trento, che dovrà rideterminare detta durata sulla base degli ordinari criteri commisurativi (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Suraci).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla determinazione della durata delle pene accessorie di cui art. 216, ultimo comma, legge fall., con rinvio per nuovo esame sul punto alla Corte di Appello di Trento.

Rigetta nel resto il ricorso.

 

Riferimenti normativi

Art.216 R.D. n. 267/1942. Bancarotta fraudolenta.

“È punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore, che:

1) ha distratto, occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti;

2) ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari.

La stessa pena si applica all’imprenditore, dichiarato fallito, che, durante la procedura fallimentare, commette alcuno dei fatti preveduti dal n. 1 del comma precedente ovvero sottrae, distrugge o falsifica i libri o le altre scritture contabili.

È punito con la reclusione da uno a cinque anni il fallito, che, prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione.

Salve le altre pene accessorie, di cui al capo III, titolo II, libro I del codice penale, la condanna per uno dei fatti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”.

 

Le  più recenti pronunce di legittimità in materia di bancarotta fraudolentadocumentale:

Cassazione penale , sez. V, 01/10/2018, n. 53193

In tema di irregolare tenuta dei libri contabili, nel reato di bancarotta semplice l’illiceità della condotta è circoscritta alle scritture obbligatorie ed ai libri prescritti dalla legge, mentre nella fattispecie della bancarotta fraudolenta documentale l’elemento oggettivo della condotta ricomprende tutti i libri e le scritture contabili genericamente intesi anche se non obbligatori.

Cassazione penale , sez. V , 26/09/2018 , n. 1925

In materia fallimentare, la ricostruzione della documentazione contabile, attraverso il ricorso a una contabilità parallela in nero, creata per occultare condotte distrattive e di evasione di imposta, non esclude la bancarotta fraudolenta documentale. La necessità di acquisire i dati patrimoniali e finanziari dalla contabilità in nero è, infatti, la prova che la tenuta dei libri e delle altre scritture era tale da non rendere possibile un’affidabile ricostruzione del patrimonio o del movimento dì affari della società. A precisarlo è la Cassazione che ha respinto il ricorso dell’amministratore unico di una Srl dichiarata fallita e dl una sua collaboratrice per aver sottratto dalle casse sociali due milioni e 600mila euro e falsificato libri e scritture, creando una contabilità parallela e occulta. Per la Corte, in particolare, i semplici appunti, sia manoscritti che informatici, provenienti dall’imputato, specie se destinati a restare clandestini, non possono essere considerati scritture informali di supporto, ma solo documenti clandestini utilizzabili solo da chi, all’interno del gruppo, era a conoscenza dei ricavi in nero.

Cassazione penale, sez. V, 26/09/2018, n. 54490

In tema di bancarotta fraudolenta, mentre con riguardo a quella documentale per sottrazione o per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore apparente, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto.

 

 

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CIBERCRIME,  DETENZIONE MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO

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CIBERCRIME,  DETENZIONE MATERIALE PEDOPORNOGRAFICO

Va premesso che la nozione di pedopornografia è stata introdotta nel codice penale in adempimento degli obblighi contenuti in strumenti internazionali ratificati dall’Italia, in primis con la legge L. 3 agosto 1998 n. 269, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” che ha inserito le fattispecie degli artt. 600 ter e 600 quater c.p. nella sezione I del codice penale, tra i reati contro la personalità individuale. Successivamente con la legge 6 febbraio 2006, n.38, recante disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet, in attuazione di quanto previsto dalla decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio dell’Unione europea del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, sostituita in seguito dalla Direttiva 2011/92/UE del 13 dicembre 2011, le disposizioni sono state modificate ed è stato inserito anche il reato di cui il presente ricorso si occupa.

2. In riferimento alla nozione di pornografia minorile, questa Corte di Cassazione aveva sottolineato l’inesistenza di una definizione normativa, neppure rinvenibile nei lavori parlamentari dei due interventi normativi sopra menzionati (cfr. Sez. 3 n. 5874 del 9/1/2013, L., Rv 254420) lasciando all’interprete l’ambito di valutazione di tale qualificazione. In particolare, per quanto attiene la pornografia minorile è stato precisato (cfr. Sez. 3, n. 10981 del 4/3/2010, K., Rv. 246351) che tale nozione risulta ben più specifica del concetto di osceno, come definito nelle più datate sentenze della giurisprudenza di legittimità, e che rientra nel concetto di pornografia minorile il materiale rappresentativo che ritragga o rappresenti in maniera visiva un minore degli anni diciotto implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, quale può essere anche la semplice esibizione lasciva dei genitali o della regione pubica (altra giurisprudenza ha sottolineato l’idoneità di tale materiale ad eccitare le pulsioni erotiche del fruitore, per cui in esso vanno ricomprese non solo le immagini raffiguranti amplessi, ma anche corpi nudi con i genitali in mostra (cfr. Sez. 3, n. 8285/2010 del 09/12/2009, R., Rv. 246231).

3. Ciò in quanto tale nozione doveva essere rinvenuta nel contenuto del Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, sulla vendita dei bambini, la prostituzione e la pornografia rappresentante bambini, stipulato a New York il 6 settembre 2000, e ratificato dall’Italia con L. 11 marzo 2002, n. 46, laddove si intendeva per pornografia minorile “qualsiasi rappresentazione, con qualsiasi mezzo, di un bambino dedito ad attività sessuali esplicite, concrete o simulate, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali a fini soprattutto sessuali”, definizione che era stata del resto ribadita nella decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea n. 2004/68/GAI, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, secondo la quale si intendeva per “bambino” una persona d’età inferiore ai diciotto anni, e per “pornografia infantile” un materiale che ritrae o rappresenta visivamente: 1) “un bambino reale implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, fra cui l’esibizione lasciva dei genitali o dell’area pubica”; 2) “una persona reale che sembra essere un bambino, implicata o coinvolta nella suddetta condotta”; 3) “immagini realistiche di un bambino inesistente implicato o coinvolto nella suddetta condotta” Entrambe le definizioni quindi sottolineavano due elementi essenziali della pornografia: la rappresentazione di una figura umana e l’atteggiamento sessuale della figura rappresentata.

4. Nel quadro normativo e giurisprudenziale sopra delineato, che ha posto l’accento, nella individuazione di materiale pedopornografico, sul carattere lascivo della esibizione e quindi su atteggiamenti esplicitamente sessuali, è poi intervenuta la L. 1 ottobre 2012, n. 172 di ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, aperta alla firma a Lanzarote il 25 ottobre 2007, con la quale è stato introdotto l’ultimo comma dell’art. 600 ter c.p. che ha definitivamente cristallizzato la nozione come già elaborata dalla giurisprudenza. (si veda Sez. 3, n. 3110/2014 del 20/11/2013, C., non mass. sul punto). Tale definizione qui rileva sotto il primo profilo interpretativo e non come richiamo in punto di tassatività della fattispecie in quanto la definizione è stata introdotta successivamente al tempus commissi delicti del reato qui in esame.

5. D’altra parte, nel caso di cui trattasi, non è rilevante svolgere ulteriori approfondimenti sul carattere pornografico degli atteggiamenti e delle attività sessuali riprodotte nel materiale in sequestro, posto che sia il giudice di primo grado, che, nella sostanza, la stessa Corte di appello, hanno ritenuto che le rappresentazioni contenute nei files sequestrati riproducessero persone (minorenni e bambini) coinvolte in attività sessuali e quindi avessero natura pornografica. Rilevante, invece, ai fini del giudizio di fondatezza del ricorso risulta essere il tema relativo all’individuazione del bene giuridico protetto dalla fattispecie incriminatrice di pedopornografia virtuale specificamente ascritta all’imputato.

6. Va rilevato, innanzitutto che l’art. 600 quater.1 è stato introdotto nel codice penale con l’art. 4 della menzionata legge n.38 del 2006, in completamento del quadro di tutela penale contro la pedopornografia costituito dalle disposizioni incriminatrici di cui agli artt. 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pedopornografico), quadro di penalizzazione che si estende perciò alla c.d. pedo-pornografia virtuale, della quale viene formulata la seguente definizione: “Le disposizioni di cui agli articoli 600 ter e 600 quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”.

7. Sviluppando un’interpretazione omnicomprensiva della fattispecie imposta dallo strumento giuridico internazionale dapprima, e poi da quello europeo, è stata data alle fattispecie incriminatrici delle condotte di pedopornografia un’ampia interpretazione. Infatti si è ritenuto che il bene protetto non debba essere considerato necessariamente, ed in via esclusiva, la libertà sessuale del soggetto minore di età concretamente rappresentato e, quindi, individuato (seppure non necessariamente identificato con le generalità), da qualificare quale persona offesa; si è invece inclusa nella nozione di persona offesa dai reati in questione “i bambini e/o le bambine”, da intendersi quale categoria di persone destinatarie della tutela rafforzata della intimità sessuale, incluso il rispetto delle diverse fasi del loro sviluppo fisico e psicologico, da intendere come comprensivo dello sviluppo della loro sessualità.

VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE
VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI ASSISTENZA FAMIGLIARE

8. Pertanto è stata ritenuta superflua qualunque verifica circa il fatto che la condotta di rappresentazione pedopornografica avesse offeso i minori specificamente coinvolti nella rappresentazione, ossia risultasse concretamente diretta a “danneggiare” la loro libertà sessuale o personalità, ovvero che vi fosse stato un pericolo concreto per la personalità e sviluppo del minore rappresentato, essendo stata considerata dal legislatore la diffusione e la detenzione del materiale rappresentativo di minori implicati in attività a carattere sessuale – purché qualificato dal giudice di merito pedopornografico considerate condotte concretamente pericolose per i minori, in quanto volte a diffondere ed alimentare l’attrazione per manifestazioni di sessualità rivolte al coinvolgimento di minori, ossia di persone che, a cagione della loro minore età, non hanno – non solo per il nostro ordinamento, ma per la comunità internazionale, quella maturità psicologica necessaria ad esprimere un valido consenso né alle attività sessuali in esse rappresentate ed ancor meno a tali rappresentazioni.

 

9. Non risulta quindi corretto interpretare la disposizione sulla pedopornografia virtuale – come nella parte motiva della decisione qui impugnata – nel senso che quando la pedopornografia venga realizzata senza l’utilizzazione di “minori reali” non sussisterebbe alcun concreto pericolo per la personalità e lo sviluppo del “minore”, atteso che, come sopra evidenziato, il bene giuridico tutelato non è costituito unicamente dalla libertà sessuale del bambino le cui sembianze siano state impresse nella fotografia o siano state riprese nel filmato (e quindi non vi sarebbe stata alcuna offesa, costituita dal concreto pericolo per lo sviluppo della personalità individuale di quel minore implicato nell’attività sessuale rappresentata). Quello specifico minorenne, infatti, è vittima di reati ben più gravi, che ledono addirittura, anziché mettere solo in pericolo, tali beni giuridici: reati posti in essere mediante la c.d. “fisicità” dell’attività sessuale svolta in tali rappresentazioni, dei quali le immagini od i filmati costituiscono una semplice documentazione aggiuntiva, prodotta dal suo autore non già per un inconscio desiderio di fornire una prova confessoria delle proprie malefatte, ma, per l’appunto, per alimentare la propria e/o l’altrui soddisfazione nel mostrare la preda minorenne dell’attività sessuale, ovvero nel rappresentare la possibilità di porre in essere tale attività, quasi fosse una “normale” estrinsecazione delle pulsioni sessuali degli adulti.

10. I beni giuridici tutelati dalla fattispecie in oggetto sono invece da individuare nella intangibilità della personalità dei soggetti minorenni e nel rispetto dei tempi e modi di sviluppo della loro personalità, beni ai quali il legislatore ha inteso assegnare una tutela rafforzata, mediante la criminalizzazione di tutte quelle condotte che, rappresentandolo, esprimano la possibilità del coinvolgimento del minore in quelle attività sessuali in relazione alle quali, come già detto, i minori non sono in grado di prestare un valido consenso, tenuto conto del loro grado di sviluppo psicologico e di maturità relazionale.

avvocato difensore bologna reati difende tribunale appello cassazione
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11. La fattispecie oggetto del caso in esame (l’art. 600 quater 1 c.p.) ha reso ancor più evidente l’allontanamento del delitto in oggetto da ogni stretta correlazione con una determinata persona offesa, già evidenziata in precedenza in riferimento al concetto di materiale pornografico. Ma certamente tale disposizione deve essere interpretata anche tenendo conto della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, ratificata dall’Italia con la legge 18 marzo 2008, n. 48, contenente norme di adeguamento interno, che non ha apportato alcuna modifica alla fattispecie incriminatrice in esame, proprio perché la criminalizzazione già vigente della condotta di pedopornografia virtuale è stata valutata dal legislatore italiano “in compliance” con gli obblighi di incriminazione imposti dalla sottoscrizione dello strumento giuridico internazionale.

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE , SENTENZA 9 maggio 2017, n.22265 – Pres. Fiale – est. Rosi

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza dell’11 marzo 2014, il G.I.P. del Tribunale di Brescia aveva condannato Z.B. , all’esito di giudizio abbreviato, alla pena di otto mesi di reclusione ed Euro 2.000,00 di multa (pena sospesa), ritenendolo responsabile del reato di cui all’art. 600 quater i c.p., perché, utilizzando il programma emule, consapevolmente, si procurava e deteneva circa 95.000 immagini di pornografia virtuale, realizzate utilizzando immagini raffiguranti soggetti minori degli anni 18, con l’aggravante di aver detenuto un’ingente quantità di materiale pedo-pornografico, fatto commesso in (omissis) . Nella sentenza veniva dato atto del rinvenimento nelle unità di memoria del computer dell’imputato di numerosissimi files (valutati quale quantitativo ingente) contenenti – come il giudice di primo grado aveva ritenuto dimostrato dalla consulenza tecnica in atti – immagini di pornografia virtuale (nella foggia di disegni o rappresentazioni fumettistiche) che ritraevano “soggetti chiaramente minorenni (molti di loro in tenera età) intenti a subire pratiche ed atti sessuali che si dimostrano, in svariati casi, abiette e raccapriccianti (vi si ritraggono bambine denudate con le mani legate da lacci che le trattengono mentre vengono costrette a compiere od a subire penetrazioni ed altri atti sessuali)”.

2. In accoglimento del gravame proposto dall’imputato, la Corte d’appello di Brescia, con sentenza del 22 settembre 2015, ha assolto lo stesso dal reato ascrittogli per insussistenza del fatto, sul presupposto dell’irrilevanza penale del materiale rinvenuto, costituito da fumetti e cartoni animati che coinvolgevano, in atteggiamenti sessualmente espliciti, soggetti minorenni, ritenendo che l’immagine virtuale debba avere una qualità di rappresentazione tale da far apparire come vere situazioni non reali, ossia una qualità tecnica così sofisticata da dare l’apparenza di una situazione reale e da poter essere scambiata con una immagine fotografia di una situazione realmente verificatasi. I giudici di secondo grado hanno pertanto concluso che non tutte le rappresentazioni grafiche di minori raffigurati in atti sessuali sono illeciti penalmente rilevanti, pur essendo moralmente riprovevoli; nel caso di specie in tali rappresentazioni non apparivano effigiati minorenni, per così dire veri, ossia realmente esistenti e non erano state utilizzate immagini, o parti di immagini reali, di soggetti minori degli anni 18.

3. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Brescia, chiedendone l’annullamento. Con un unico motivo di impugnazione, è stata lamentata la violazione di legge in relazione all’art. 600 quater 1 c.p. circa la qualifica pedopornografica del materiale sequestrato all’imputato, ritenendo arbitraria l’interpretazione restrittiva della disposizione normativa, che ne escluderebbe l’applicabilità alle immagini fumettistiche, solo perché bidimensionali, essendo di contro la fattispecie destinata a punire la detenzione consapevole delle immagini virtuali che siano in grado, per la loro capacità di far apparire vere situazioni non reali, di alimentare la libidine sessuale verso i minori. Il legislatore avrebbe introdotto la disposizione tenendo conto della decisione quadro 2004/68/GAI, come sostituita dalla Direttiva 2011/92/UE.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato. Va premesso che la nozione di pedopornografia è stata introdotta nel codice penale in adempimento degli obblighi contenuti in strumenti internazionali ratificati dall’Italia, in primis con la legge L. 3 agosto 1998 n. 269, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” che ha inserito le fattispecie degli artt. 600 ter e 600 quater c.p. nella sezione I del codice penale, tra i reati contro la personalità individuale. Successivamente con la legge 6 febbraio 2006, n.38, recante disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo internet, in attuazione di quanto previsto dalla decisione quadro 2004/68/GAI del Consiglio dell’Unione europea del 22 dicembre 2003, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, sostituita in seguito dalla Direttiva 2011/92/UE del 13 dicembre 2011, le disposizioni sono state modificate ed è stato inserito anche il reato di cui il presente ricorso si occupa.

2. In riferimento alla nozione di pornografia minorile, questa Corte di Cassazione aveva sottolineato l’inesistenza di una definizione normativa, neppure rinvenibile nei lavori parlamentari dei due interventi normativi sopra menzionati (cfr. Sez. 3 n. 5874 del 9/1/2013, L., Rv 254420) lasciando all’interprete l’ambito di valutazione di tale qualificazione. In particolare, per quanto attiene la pornografia minorile è stato precisato (cfr. Sez. 3, n. 10981 del 4/3/2010, K., Rv. 246351) che tale nozione risulta ben più specifica del concetto di osceno, come definito nelle più datate sentenze della giurisprudenza di legittimità, e che rientra nel concetto di pornografia minorile il materiale rappresentativo che ritragga o rappresenti in maniera visiva un minore degli anni diciotto implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, quale può essere anche la semplice esibizione lasciva dei genitali o della regione pubica (altra giurisprudenza ha sottolineato l’idoneità di tale materiale ad eccitare le pulsioni erotiche del fruitore, per cui in esso vanno ricomprese non solo le immagini raffiguranti amplessi, ma anche corpi nudi con i genitali in mostra (cfr. Sez. 3, n. 8285/2010 del 09/12/2009, R., Rv. 246231).

3. Ciò in quanto tale nozione doveva essere rinvenuta nel contenuto del Protocollo Opzionale alla Convenzione sui diritti dell’infanzia, sulla vendita dei bambini, la prostituzione e la pornografia rappresentante bambini, stipulato a New York il 6 settembre 2000, e ratificato dall’Italia con L. 11 marzo 2002, n. 46, laddove si intendeva per pornografia minorile “qualsiasi rappresentazione, con qualsiasi mezzo, di un bambino dedito ad attività sessuali esplicite, concrete o simulate, o qualsiasi rappresentazione degli organi sessuali a fini soprattutto sessuali”, definizione che era stata del resto ribadita nella decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea n. 2004/68/GAI, relativa alla lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pornografia infantile, secondo la quale si intendeva per “bambino” una persona d’età inferiore ai diciotto anni, e per “pornografia infantile” un materiale che ritrae o rappresenta visivamente: 1) “un bambino reale implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, fra cui l’esibizione lasciva dei genitali o dell’area pubica”; 2) “una persona reale che sembra essere un bambino, implicata o coinvolta nella suddetta condotta”; 3) “immagini realistiche di un bambino inesistente implicato o coinvolto nella suddetta condotta” Entrambe le definizioni quindi sottolineavano due elementi essenziali della pornografia: la rappresentazione di una figura umana e l’atteggiamento sessuale della figura rappresentata.

4. Nel quadro normativo e giurisprudenziale sopra delineato, che ha posto l’accento, nella individuazione di materiale pedopornografico, sul carattere lascivo della esibizione e quindi su atteggiamenti esplicitamente sessuali, è poi intervenuta la L. 1 ottobre 2012, n. 172 di ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, aperta alla firma a Lanzarote il 25 ottobre 2007, con la quale è stato introdotto l’ultimo comma dell’art. 600 ter c.p. che ha definitivamente cristallizzato la nozione come già elaborata dalla giurisprudenza. (si veda Sez. 3, n. 3110/2014 del 20/11/2013, C., non mass. sul punto). Tale definizione qui rileva sotto il primo profilo interpretativo e non come richiamo in punto di tassatività della fattispecie in quanto la definizione è stata introdotta successivamente al tempus commissi delicti del reato qui in esame.

5. D’altra parte, nel caso di cui trattasi, non è rilevante svolgere ulteriori approfondimenti sul carattere pornografico degli atteggiamenti e delle attività sessuali riprodotte nel materiale in sequestro, posto che sia il giudice di primo grado, che, nella sostanza, la stessa Corte di appello, hanno ritenuto che le rappresentazioni contenute nei files sequestrati riproducessero persone (minorenni e bambini) coinvolte in attività sessuali e quindi avessero natura pornografica. Rilevante, invece, ai fini del giudizio di fondatezza del ricorso risulta essere il tema relativo all’individuazione del bene giuridico protetto dalla fattispecie incriminatrice di pedopornografia virtuale specificamente ascritta all’imputato.

6. Va rilevato, innanzitutto che l’art. 600 quater.1 è stato introdotto nel codice penale con l’art. 4 della menzionata legge n.38 del 2006, in completamento del quadro di tutela penale contro la pedopornografia costituito dalle disposizioni incriminatrici di cui agli artt. 600 ter (pornografia minorile) e 600 quater (detenzione di materiale pedopornografico), quadro di penalizzazione che si estende perciò alla c.d. pedo-pornografia virtuale, della quale viene formulata la seguente definizione: “Le disposizioni di cui agli articoli 600 ter e 600 quater si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali”.

7. Sviluppando un’interpretazione omnicomprensiva della fattispecie imposta dallo strumento giuridico internazionale dapprima, e poi da quello europeo, è stata data alle fattispecie incriminatrici delle condotte di pedopornografia un’ampia interpretazione. Infatti si è ritenuto che il bene protetto non debba essere considerato necessariamente, ed in via esclusiva, la libertà sessuale del soggetto minore di età concretamente rappresentato e, quindi, individuato (seppure non necessariamente identificato con le generalità), da qualificare quale persona offesa; si è invece inclusa nella nozione di persona offesa dai reati in questione “i bambini e/o le bambine”, da intendersi quale categoria di persone destinatarie della tutela rafforzata della intimità sessuale, incluso il rispetto delle diverse fasi del loro sviluppo fisico e psicologico, da intendere come comprensivo dello sviluppo della loro sessualità.

8. Pertanto è stata ritenuta superflua qualunque verifica circa il fatto che la condotta di rappresentazione pedopornografica avesse offeso i minori specificamente coinvolti nella rappresentazione, ossia risultasse concretamente diretta a “danneggiare” la loro libertà sessuale o personalità, ovvero che vi fosse stato un pericolo concreto per la personalità e sviluppo del minore rappresentato, essendo stata considerata dal legislatore la diffusione e la detenzione del materiale rappresentativo di minori implicati in attività a carattere sessuale – purché qualificato dal giudice di merito pedopornografico considerate condotte concretamente pericolose per i minori, in quanto volte a diffondere ed alimentare l’attrazione per manifestazioni di sessualità rivolte al coinvolgimento di minori, ossia di persone che, a cagione della loro minore età, non hanno – non solo per il nostro ordinamento, ma per la comunità internazionale, quella maturità psicologica necessaria ad esprimere un valido consenso né alle attività sessuali in esse rappresentate ed ancor meno a tali rappresentazioni.

9. Non risulta quindi corretto interpretare la disposizione sulla pedopornografia virtuale – come nella parte motiva della decisione qui impugnata – nel senso che quando la pedopornografia venga realizzata senza l’utilizzazione di “minori reali” non sussisterebbe alcun concreto pericolo per la personalità e lo sviluppo del “minore”, atteso che, come sopra evidenziato, il bene giuridico tutelato non è costituito unicamente dalla libertà sessuale del bambino le cui sembianze siano state impresse nella fotografia o siano state riprese nel filmato (e quindi non vi sarebbe stata alcuna offesa, costituita dal concreto pericolo per lo sviluppo della personalità individuale di quel minore implicato nell’attività sessuale rappresentata). Quello specifico minorenne, infatti, è vittima di reati ben più gravi, che ledono addirittura, anziché mettere solo in pericolo, tali beni giuridici: reati posti in essere mediante la c.d. “fisicità” dell’attività sessuale svolta in tali rappresentazioni, dei quali le immagini od i filmati costituiscono una semplice documentazione aggiuntiva, prodotta dal suo autore non già per un inconscio desiderio di fornire una prova confessoria delle proprie malefatte, ma, per l’appunto, per alimentare la propria e/o l’altrui soddisfazione nel mostrare la preda minorenne dell’attività sessuale, ovvero nel rappresentare la possibilità di porre in essere tale attività, quasi fosse una “normale” estrinsecazione delle pulsioni sessuali degli adulti.

10. I beni giuridici tutelati dalla fattispecie in oggetto sono invece da individuare nella intangibilità della personalità dei soggetti minorenni e nel rispetto dei tempi e modi di sviluppo della loro personalità, beni ai quali il legislatore ha inteso assegnare una tutela rafforzata, mediante la criminalizzazione di tutte quelle condotte che, rappresentandolo, esprimano la possibilità del coinvolgimento del minore in quelle attività sessuali in relazione alle quali, come già detto, i minori non sono in grado di prestare un valido consenso, tenuto conto del loro grado di sviluppo psicologico e di maturità relazionale.

11. La fattispecie oggetto del caso in esame (l’art. 600 quater 1 c.p.) ha reso ancor più evidente l’allontanamento del delitto in oggetto da ogni stretta correlazione con una determinata persona offesa, già evidenziata in precedenza in riferimento al concetto di materiale pornografico. Ma certamente tale disposizione deve essere interpretata anche tenendo conto della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica, fatta a Budapest il 23 novembre 2001, ratificata dall’Italia con la legge 18 marzo 2008, n. 48, contenente norme di adeguamento interno, che non ha apportato alcuna modifica alla fattispecie incriminatrice in esame, proprio perché la criminalizzazione già vigente della condotta di pedopornografia virtuale è stata valutata dal legislatore italiano “in compliance” con gli obblighi di incriminazione imposti dalla sottoscrizione dello strumento giuridico internazionale.

12. Proprio nel Rapporto esplicativo della Cyber Crime Convention è stata sottolineata la necessità di imporre agli Stati la criminalizzazione del possesso e distribuzione di immagini “realistiche”, ossia che rappresentino un minore impegnato in atteggiamenti sessuali espliciti, in quanto tali immagini possono essere utilizzate per sedurre dei soggetti minori od invitarli a partecipare ad attività sessuali. Inoltre è stata anche chiarita la ragione della severità con la quale deve essere perseguita ogni condotta di “pedopornografia telematica” in considerazione dell’incremento dell’uso dello scambio di files e del commercio elettronico (“It is widely believed that such materia and on-linepractices, such as the exchange of ídeas, fantasies and advice among paedophiles, play a role in supporting, encouraging or facilitatíng sexual offences against children”. In particolare al punto 101 del rapporto esplicativo viene chiarito il significato del termine “materiale pedopornografico” che può comprendere in alternativa: a) la rappresentazione di un abuso sessuale di un minore reale, ovvero b) l’immagine pornografica rappresentante una persona che appaia essere un minore impegnato in attività sessuali esplicite, ovvero c) le immagini che, sebbene realistiche non coinvolgono un minore realmente impegnato in attività sessuali esplicite. Tale ultimo scenario include immagini che sono alterate, come “such as morphed images of natura persons”, od anche generate per intero dal computer. L’interesse tutelato nelle tre situazioni è diverso: nella prima, si tratta di protezione contro l’abuso di minore; nelle seconda e terza, il focus afferisce più direttamente alla protezione contro un comportamento che, seppure non abbia necessariamente offeso uno specifico minore (quello riprodotto nel materiale pedopornografico, che potrebbe anche essere “non reale”) potrebbe essere usato “to encourage or seduce children into participating in such acts, and hence form part of a subculture favouring child abuse”.

13. Dalla lettura degli strumenti internazionali vincolanti per l’Italia e da quanto indicato nella disposizione in esame, risulta perciò evidente che la pedopornografia virtuale è realizzata senza impiegare di bambini reali – a prescindere da un rudimentale od avanzato impiego di fotomontaggi in fotografie o filmati – utilizzando la tecnologia digitale per lo sviluppo di immagini, tratte sia da soggetti reali – riprodotti con sviluppo in cartoon od immagini digitali (a mò di caricatura o di creazione di figure digitali in grado di suggerire la reale esistenza di persone che possano assomigliare ad esse) ed altresì diffondendo ovvero “scaricando” tali prodotti video od immagine, attraverso il web, sul proprio hardware od altro supporto informatico idoneo a contenere dati. La nozione di immagine del minore impegnato in attività sessuali comprende quindi non solo la riproduzione reale dello stesso in una situazione di “fisicità pornografica”, ma anche disegni, pitture, e tutto ciò che sia idoneo a dare allo spettatore l’idea che l’oggetto della rappresentazione pornografica sia un minore. Si tratta, dunque, di riproduzioni artificiali, che, sebbene realistiche, sono il puro frutto della tecnologia grafica e della fantasia sessuale dell’autore.

14. Non è sostenibile che si possa avere effettiva lesività della condotta solo se le immagini virtuali siano state create utilizzando altre immagini concernenti situazioni reali. D’altra parte nel comma 1 il legislatore ha fatto riferimento all’uso di immagini di minori senza specificare il carattere “reale” ossia riproduttivo di una situazione reale, delle stesse. Seguendo tale indirizzo interpretativo si dovrebbe criminalizzare unicamente la documentazione fotografica o video di atti sessuali commessi su minorenne o alla presenza dello stesso, per i quali esistono già le fattispecie di cui agli artt. 600 ter e quater c.p. prima menzionati.

15. Il delitto di pedopornografia virtuale è, perciò di un crimine di natura informatica del tutto peculiare in quanto la condotta penalmente è commessa con l’uso del mezzo informatico, sia perché il materiale illecito del quale è stata incriminata la produzione e diffusione è realizzato per mezzo delle tecnologie informatiche, sia perché le condotte (anche soltanto quella di detenzione) sono ottenute non già acquistando in edicola un fumetto pedopornografico, come sembra voler suggerire la lettura della sentenza impugnata, ma attraverso l’uso delle nuove forme di condivisione via internet di files-immagine o video-files. Si tratta altresì di un reato di pericolo concreto, offesa che deve essere valutata dal giudice di merito, in riferimento alla qualità pedopornografica del prodotto informatico realizzato ed alla sua capacità rappresentativa di soggetti minorenni coinvolti in attività sessuali.

16. Di conseguenza, qualunque interpretazione volta ad escludere la rilevanza penale delle condotte di detenzione (ed ancor più di diffusione) di tale materiale in forza della considerazione che non risultino rappresentati soggetti “realmente esistenti”, risulta, nella sostanza, interpretazione abrogatrice e contra legem della stessa fattispecie penale, che ha equiparato la pedopornografia virtuale, alla pedopornografia su supporto cartaceo. Il momento discriminante non sta, quindi, nella elaborazione sofisticata di immagini di carattere tridimensionale, ma nel fatto che l’elaborazione grafica effettuata, evochi la rappresentazione di situazioni reali, ossia di atteggiamenti sessuali che offrono lo svolgimento di attività sessuali nelle quali i bambini sono ridotti al rango di meri oggetti sessuali, di giocattoli sessuali con i quali e sui quali, compiere atti a valenza sessuale.

17. Per tale ragione non si può allora escludere l’applicabilità dell’art. 600 quateri c.p. alle rappresentazioni fumettistiche, dal momento che vi possono essere – come sembra emergere dalla lettura della sentenza di condanna di primo grado nel caso di specie – anche nei fumetti – soprattutto quando tali comics siano ottenute con tecnologia digitale di alta qualità – immagini la cui qualità di rappresentazione faccia apparire come vere situazioni, ed attività sessuali implicanti minori, che non hanno avuto alcuna corrispondenza con fatti della realtà. Questo deve essere infatti, a parere di questo Collegio, il significato da attribuire alla nozione di immagine virtuale pedopornografica, di cui al comma 2 della disposizione: la qualità di rappresentazione deve essere tale da far apparire come accadute o realizzabili nella realtà e quindi “vere”, ovvero verosimili, situazioni non reali, ossia frutto di immaginazione di attività sessuali coinvolgenti bambini/e.

18. In sintesi: è contrario alla disposizione del codice penale escludere la sussistenza del fatto ascritto, come deciso con la sentenza impugnata, solo perché le immagini ed i filmati contenuti nei files in sequestro rappresentavano soggetti minori “di fantasia”, ritenendo per ciò solo esclusa ogni riferibilità, seppure apparente, ad una situazione rappresentativa di accadimenti reali, pertanto la sentenza deve essere annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia per nuovo giudizio.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Corte d’appello di Brescia per nuovo giudizio.

 

 

 

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DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.

 

DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA

DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.
DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.

Quanto al profilo del dolo del reato, esso è, parimenti manifestamente infondato, sul rilievo che, stante la natura di dolo generico, Sez. 3, n. 40437 del 17/01/2018, A, Rv. 274059 – 01), la prova del dolo del reato di detenzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-quater c.p., può desumersi dal solo fatto che quanto scaricato sia stato collocato in supporti informatici diversi (Sez. 3, n. 48175 del 15/09/2017, B., Rv. 271150 – 01), non essendo necessaria la finalità di divulgazione.

DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.
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CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. III PENALE – SENTENZA 10 giugno 2019, n.25558 – Pres. Liberati – est. Gai

all’indomani delle modifiche legislative di cui alla L. n. 38 del 2006, il reato di cui all’art. 600-quater c.p. può configurarsi con due condotte: il procurarsi ed il detenere.

Prima della riforma, la norma puniva le condotte, tra loro alternative, del procurarsi, che implica qualsiasi modalità di procacciamento compresa la via telematica, e del disporre, che implica un concetto più ampio della detenzione, allo scopo di rendere la norma sicuramente applicabile anche al possesso di immagini pedopornografiche ottenute mediante l’accesso a siti internet opportunamente protetti. Tutte le attività, telematiche o non, idonee a fare ottenere il materiale pedopornografico al detentore integravano la nozione del procurarsi.

DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.
DOLO REATO PEDOPORNOGRAFIA   non essendo necessaria la finalità di divulgazione.

Ora la fattispecie prevede due modalità della condotta e segnatamente il procurarsi e il detenere. Detiene il materiale pedopornografico colui che in precedenza se l’è procurato. Non v’è dubbio che le due forme con cui può manifestarsi detenere ed il procurarsi, anche se sembrano tra loro alternative, hanno tuttavia un elemento comune che è costituito dalla detenzione sia pure momentanea del materiale pedopornografico in capo a colui che se lo procura.

Dai principi dianzi esposti, emerge che non si tratta di due reati diversi, ma di due diverse modalità di perpetrazione del medesimo reato e quindi le due condotte non possono concorrere tra di loro. Esse hanno un elemento comune, che è costituito dalla disponibilità ossia dalla detenzione del materiale pedopornografico. La condotta di procurarsi si consuma al momento dell’accesso sulla rete mentre quelle di detenzione ha carattere permanente e si consuma nel momento in cui perde la disponibilità – di norma – con il sequestro. Invero, il comportamento di colui il quale, dopo essersi procurato materiale pedopornografico, lo detiene, configura un reato commissivo permanente la cui consumazione inizia con il procacciamento del materiale e si perpetua per tutto il tempo in cui permane in capo all’agente la disponibilità del materiale e, quindi, l’illiceità della condotta (Sez. 3, n. 38221 del 25/05/2017, F., Rv. 270994 – 01; Sez. 3, n. 15719 del 23/02/2016, Belloni, Rv. 266581).

Nel caso in esame, il reato si è consumato al momento dell’accertamento e del sequestro avvenuto il 10/04/2008, momento nel quale è cessata la permanenza, a nulla rileva stabilire, come ritiene il ricorrente, il momento nel quale i file sarebbe stati scaricati, momento che rileverebbe nel caso di contestazione, ma non rileva nel caso de quo, di procacciamento. Tenuto conto del termine di cui agli artt. 157 – 161 c.p.p., la prescrizione del reato è maturata al 10/10/2015, in epoca successiva alla pronuncia della sentenza in grado di appello.

Ora, rammenta il Collegio che, in presenza di un ricorso inammissibile, è preclusa la dichiarazione di prescrizione del reato maturato dopo la pronuncia della sentenza in grado di appello (Sez. 5, n. 15599 del 19/11/2014, Zagarella, Rv. 263119). Un ricorso per cassazione inammissibile, per manifesta infondatezza dei motivi o per altra ragione, ‘non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell’art. 129 c.p.p.’ (Sez. 2, n. 28848 del 08/05/2013, Ciaffoni, Rv. 256463, Sez. U, n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv 217266; Sez. 4, n. 18641 del 20/01/2004, Tricomi).

  1. Tale è il ricorso con riguardo agli altri motivi che sono inammissibili per manifesta infondatezza/genericità.

Di carattere prettamente fattuale, è il secondo motivo di ricorso con cui si censura la condanna dell’imputato per la detenzione del materiale pedopornografico. Ed invero, oltre a riprodurre le medesime argomentazioni già esposte dinanzi ai giudici di merito, e da quei giudici vagliate e correttamente disattese, la censura in punto affermazione di responsabilità per il reato di cui all’art. 600 quater c.p., più che volta a denunciare vizi riconducibili al disposto di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b), mira a sollecitare nuovamente una valutazione alternativa delle risultanze processuali non praticabile in questa sede (S.U. n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv 226074).

La motivazione della sentenza di appello, a sostegno della affermazione della responsabilità, non presta il fianco a censure di illogicità e/o contraddittorietà.

La Corte d’appello ha, infatti, espressamente richiamato la sentenza di primo grado che, sul punto affermazione della responsabilità, aveva accertato la detenzione del suddetto materiale, rinvenuto in casa dell’imputato su supporti informatici (CD), dallo stesso scaricato dalla rete e masterizzato su detti supporti. In tale ambito, i giudici del merito hanno chiarito, in modo congruo, che, attraverso indagini di natura tecnica (cfr. pag. 2 sentenza Tribunale), la p.g. operante aveva dapprima accertato la condivisione di alcuni files pedopornografici del CD da parte di utenti connessi attraverso un server italiano, utenti tra cui compariva l’indirizzo IP 87.4.88.198, che risultava intestato al ricorrente, accertamento che si completava con il sequestro, presso la di lui abitazione, del materiale scambiato e detenuto sui supporti informatici di cui si è detto. Quanto al contenuto, alcun dubbio sulla natura pedopornografica delle immagini che ritraevano minori in pose che mettevano in evidenza le parti intime ed erano intenti ad intrattenere rapporti sessuali con adulti (consulenza tecnica G. ).

Il percorso logico attraverso il quale i Giudici del merito sono pervenuti all’affermazione della responsabilità è pertanto immune da vizio logico ed è conforme a diritto. A fronte di ciò il ricorrente sollecita una diversa ricostruzione dei fatti, non consentita in questa sede, e, per altro verso, non si confronta direttamente e specificatamente con il ragionamento dei giudici del merito che hanno ritenuto provata la detenzione sul rilievo del rinvenimento del materiale contenuti nei CD, materiale che proveniva da file di condivisione attraverso internet, e, in punto accertamento della minore età dei soggetti ritratti, argomentata sulla scorta di quanto emerso dalla consulenza, giudizio di fatto che non appare manifestamente infondato.

Manifestamente infondato è l’ulteriore profilo di censura con riguardo al rigetto della richiesta di perizia, avanzata dall’imputato in sede di richiesta di giudizio abbreviato condizionato, respinto dal giudice, a cui aveva fatto seguito la richiesta di essere giudicato con il rito abbreviato ‘secco’, sicché non può ora dolersi, il ricorrente, a fronte della scelta di essere giudicato ex art. 438 c.p.p., comma 1, del mancato espletamento della perizia per accertare l’età dei soggetti ritratti.

Quanto al profilo del dolo del reato, esso è, parimenti manifestamente infondato, sul rilievo che, stante la natura di dolo generico, Sez. 3, n. 40437 del 17/01/2018, A, Rv. 274059 – 01), la prova del dolo del reato di detenzione di materiale pedopornografico, di cui all’art. 600-quater c.p., può desumersi dal solo fatto che quanto scaricato sia stato collocato in supporti informatici diversi (Sez. 3, n. 48175 del 15/09/2017, B., Rv. 271150 – 01), non essendo necessaria la finalità di divulgazione. L’imputato deteneva in materiale in contestazione su supporti informatici scaricati dalla rete internet mediante programmi di condivisione.

  1. Di carattere generico è il motivo sul trattamento sanzionatorio, lamentandosi genericamente la violazione degli artt. 132 e 133 c.p. e il vizio di motivazione.

Deve rammentarsi che l’obbligo della motivazione in ordine alla entità della pena irrogata deve ritenersi sufficientemente osservato qualora il giudice dichiari di ritenere ‘adeguata’ o ‘congrua’ o ‘equa’ la misura della pena applicata o ritenuta applicabile nel caso concreto, la scelta di tali termini, infatti, è sufficiente a far ritenere che il giudice abbia tenuto conto, intuitivamente e globalmente, di tutti gli elementi previsti dall’art. 133 c.p., principio che deve essere riaffermato nel caso in cui, come quello in esame, la misura della pena irrogata è stata esplicitamente applicata in misura sotto la media edittale che consente di ritenere adeguata la motivazione mediante richiamo ad espressioni del tipo ‘pena congrua’, ‘pena equa’ o ‘congruo aumento’, come pure il richiamo alla gravita del reato o alla capacità a delinquere (Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv 256197; Sez. 4, n. 27959 del 18/06/2013, Pasquali, Rv. 258356). La determinazione della pena tra il minimo ed il massimo edittale rientra tra i poteri discrezionali del giudice di merito ed è insindacabile nei casi in cui la pena sia applicata in misura media e, ancor più, se prossima al minimo, anche nel caso il cui il giudicante si sia limitato a richiamare criteri di adeguatezza, di equità e simili, nei quali sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 c.p..

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  RECICLAGGIO AVVOCATO ESPERTO DIFESA BOLOGNA MILANO ANCONA TREVISO VICENZA

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È configurabile il reato di riciclaggio nell’ipotesi in cui oli non commestibili illecitamente prodotti all’estero vengono ricollocati sul mercato nazionale come olio extra vergine di oliva, attraverso illecite miscelazioni non rilevabili tramite le analisi ufficiali. (Principio affermato dalla Corte in tema di sequestro probatorio

In tema di riciclaggio, ove più siano le condotte consumative del reato, attuate in un medesimo contesto fattuale e con riferimento ad un medesimo oggetto, si configura un unico reato a formazione progressiva, che viene a cessare con l’ultima delle operazioni poste in essere. (Fattispecie nella quale la Corte ha ritenuto realizzata la condotta consumativa del reato per l’intero arco temporale di operatività di una società costituita al fine di ripulire denaro, beni ed altre utilità, risultate in origine riconducibili ad esponenti di primo piano di “Cosa Nostra”).

Circa le differenze tra le fattispecie di cui agli artt. 648 e 648 – bis, va chiarito che mentre nella ricettazione occorre il solo elemento della detenzione materiale del bene oggetto di delittuosa provenienza, nel riciclaggio, invece, l’elemento peculiare e caratterizzante è l’ulteriore, determinante momento della cd. “ripulitura” del bene e/o del denaro, attraverso una qualsivoglia condotta che risulti in grado di ostacolare l’ identificazione dell’origine e della provenienza degli stessi.

Non è configurabile il concorso fra i delitti di cui agli art. 648 bis o 648 ter c.p. e quello di associazione mafiosa, quando la contestazione di riciclaggio o reimpiego nei confronti dell’associato abbia ad oggetto denaro, beni o utilità provenienti proprio dal delitto di associazione mafiosa, operando in tal caso la clausola di riserva contenuta nelle predette disposizioni. (In motivazione la Corte ha precisato che può configurarsi il concorso tra i reati sopra menzionati nel caso dell’associato che ricicli o reimpieghi proventi dei soli delitti-scopo alla cui realizzazione egli non abbia fornito alcun contributo causale).

Il reato di riciclaggio, pur essendo a consumazione istantanea, è reato a forma libera e può anche atteggiarsi a reato eventualmente permanente quando il suo autore lo progetti e lo esegua con modalità frammentarie e progressive. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto configurabile la flagranza del delitto di riciclaggio con riferimento al rinvenimento presso un deposito di diverse autovetture provento di furto, private della targa ed occultate in un container, in quanto condotte tese ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei mezzi, prodromiche al successivo trasporto degli stessi presso il porto e la definitiva loro destinazione in paese extracomunitario).

(

Risponde del delitto consumato e non tentato di riciclaggio il soggetto sorpreso dalla polizia giudiziaria nell’atto di smontare un’autovettura rubata Cass. pen. n. 5505/2014

, in quanto l’art. 648 bis cod. pen. configura un’ipotesi di reato a consumazione anticipata. (In motivazione, la Corte ha giustificato l’indicata natura del reato sulla scorta dell’espressione contenuta nell’art. 648 bis “operazioni in modo da ostacolare l’identificazione della … provenienza” che non indica un evento etiologicamente connesso alla condotta, ma descrive le caratteristiche dell’atto punibile).

Il concorrente nel delitto associativo di stampo mafioso può essere Cass. pen. n. 27292/2013

chiamato a rispondere in quello di riciclaggio dei beni provenienti dall’attività associativa, sia quando il delitto presupposto sia da individuarsi nei delitti-fine, attuati in esecuzione del programma criminoso, sia quando esso sia costituito dallo stesso reato associativo, di per sé idoneo a produrre proventi illeciti.

Commette il delitto di riciclaggio colui che accetta di essere indicato come beneficiario economico di conti correnti Cass. pen. n. 24548/2013

accesi all’estero, formalmente intestati a società aventi sede in paradisi fiscali, ma in realtà appartenenti a terzi, e sui quali confluiscono i proventi di attività delittuosa, in quanto detta condotta, pur non concretizzandosi nel compimento di atti dispositivi, è comunque idonea ad ostacolare l’identificazione della provenienza del denaro.

(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 24548 del 5 giugno 2013)

Cass. pen. n. 22992/2013

L’alterazione dei numeri di telaio di un veicolo di illecita provenienza è condotta idonea ad integrare il delitto di riciclaggio.

Integra il delitto di riciclaggio Cass. pen. n. 3397/2013

il compimento di operazioni volte non solo ad impedire in modo definitivo,

 

ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità, attraverso un qualsiasi espediente che consista nell’aggirare la libera e normale esecuzione dell’attività posta in essere. (Nella specie, la Corte ha ritenuto configurabili i gravi indizi di reato in relazione ad una condotta consistita nella ricezione di somme di provenienza illecita su conti correnti personali e nella successiva effettuazione di operazioni bancarie comportanti ripetuti passaggi di denaro di importo corrispondente su conti di diverse società, oggettivamente finalizzate alla “schermatura” dell’origine delle disponibilità).

Il delitto di riciclaggio, che può essere occasionalmente commesso per mezzo della falsificazione di un documento, non assorbe il relativo delitto di falso documentale, Cass. pen. n. 2074/2013

 non essendo possibile considerare il primo delitto come reato complesso rispetto al secondo, anche alla luce dell’art. 84 c.p. (Fattispecie in tema di riciclaggio di autovettura e falsificazione dei relativi documenti di accompagnamento).

In tema di riciclaggio, le operazioni di ripulitura del denaro “sporco” Cass. pen. n. 43534/2012

 effettuate da esperti del settore bancario integrano l’aggravante del fatto commesso nell’esercizio di un’attività professionale, che, per la sua natura oggettiva, si estende a tutti i concorrenti del reato.

nel delitto associativo mafioso può essere chiamato a rispondere del delitto di riciclaggio dei beni provenienti dall’attività Il concorrente Cass. pen. n. 40354/2011

associativa, sia quando il delitto presupposto sia da individuarsi nei delitti fine, attuati in esecuzione del programma criminoso, sia quando esso sia costituito dallo stesso reato associativo, di per sé idoneo a produrre proventi illeciti.

(

Le fattispecie criminose di riciclaggio e reimpiego, pur a forma libera, Cass. pen. n. 39756/2011

richiedono che le condotte siano caratterizzate da un tipico effetto dissimulatorio, avendo l’obbiettivo di ostacolare l’accertamento o l’astratta individuabilità dell’origine delittuosa del denaro.

 

Questa Suprema Corte ha già chiarito che il delitto di riciclaggio si distingue da quello di ricettazione in relazione all’elemento materiale, che si connota per l’idoneità ad ostacolare l’identificazione della provenienza del bene e all’elemento soggettivo, costituito dal dolo generico di trasformazione della cosa per impedirne l’identificazione (Sez. 2, n. 30265 del 11/05/2017, Giamè, Rv. 270302: fattispecie nella quale è stato qualificata come riciclaggio la condotta, posta in essere dall’imputato e da correi, consistente nel ricevere assegni provento di delitto, nel contraffarli quanto al nome del beneficiario, nel fare aprire a terzi conti postali con false generalità su cui versava gli assegni, con monetizzazione dei titoli e prelievo della corrispondente somma di denaro).

6.2.1. Per realizzare la condotta di riciclaggio, non è necessario che sia efficacemente impedita la tracciabilità del percorso dei beni provento di reato, ma è sufficiente anche che essa sia solo ostacolata (Sez. 2, n. 26208 del 09/03/2015, Steinhauslin, Rv. 264369: in applicazione del principio, si è già ritenuto che integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi versa denaro di provenienza illecita sul conto corrente intestato a una società fiduciaria in difetto di un formale incarico da parte del titolare della somma movimentata, poichè, in tal modo, si realizza un ostacolo alla tracciabilità del percorso dei beni provento di reato).

6.2.2. Si è anche ritenuto che integri il delitto di riciclaggio, e non il meno grave delitto di ricettazione, la condotta di chi deposita in banca denaro di provenienza illecita poichè, stante la natura fungibile del bene, in tal modo esso viene automaticamente sostituito con “denaro pulito” (Sez. 6, n. 13085 del 03/10/2013, dep. 2014, Amato e altri, Rv. 259485: fattispecie relativa alla condotta di due donne che, occultando il rapporto coniugale con i capi di un sodalizio camorristico dedito al narcotraffico, avevano intestato alcuni milioni di Euro in denaro contante ad una società di gestione fiduciaria, ottenendo poi, con lo smobilizzo dell’investimento, l’emissione in loro favore di assegni circolari).

6.2.3. Non v’è dubbio, quindi, che integri il delitto di riciclaggio il compimento di operazioni volte, non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità (Sez. 2, n. 1422 del 14/12/2012, dep. 2103, Atzori, Rv. 254050: fattispecie attinente al versamento da parte dell’imputato su conti correnti intestati ai propri figli di n. 99 assegni circolari provento di truffa).

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Sentenza 12 febbraio – 26 febbraio 2019, n. 8473

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GALLO Domenico – Presidente –

Dott. DI PAOLA Sergio – Consigliere –

Dott. PELLEGRINO Andrea – rel. Consigliere –

Dott. SGADARI Giuseppe – Consigliere –

Dott. ARIOLLI Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

il reato di autoriciclaggio  la legge n. 186 del 15 dicembre 2014 ha introdotto, con decorrenza 1° gennaio 2015, il delitto di autoriciclaggio.
RECICLAGGIO AVVOCATO ESPERTO DIFESA BOLOGNA MILANO ANCONA TREVISO VICENZA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

C.L., n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. Silvestro Salvatore, di fiducia;

L.M.G., n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. SCORDO Antonio Salvatore, di fiducia;

N.D., n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. GIANNETTO Pietro, di fiducia;

T.G., n. a (OMISSIS), rappresentato ed assistito dall’avv. SILVESTRO Salvatore e dall’avv. GIANNETTO Pietro, di fiducia;

avverso la sentenza della Corte di appello di Messina, n. 1877/2017, in data 28/09/2017;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;

sentita la relazione della causa fatta dal Consigliere Dott. PELLEGRINO Andrea;

udita la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale Dott. ANIELLO Roberto che ha concluso chiedendo di dichiararsi l’inammissibilità di tutti i ricorsi;

sentita la discussione dell’avv. VENUTI Pietro, in sostituzione dell’avv. GIANNETTO Pietro per N.D. e T.G., che ha chiesto l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

Svolgimento del processo

  1. Con sentenza in data 28/09/2017, la Corte d’appello di Messina, in parziale riforma della pronuncia di primo grado resa dal Tribunale di Messina in data 05/12/2013, ritenuto assorbito il reato di riciclaggio di cui al capo D (attribuito a N.D., oltre che a T.G.) nel reato di riciclaggio di cui al capo C (solo alla medesima attribuita) rideterminava la pena nei confronti della N. nella misura di anni tre di reclusione ed Euro 1.200,00 di multa; riqualificato, nei confronti del T. il reato di cui al capo D, in quello previsto e punito dall’art. 648 c.p. rideterminava la pena nei confronti del sunnominato nella misura di anni uno, mesi otto di reclusione ed Euro 600,00 di multa; confermava nel resto la sentenza di primo grado che aveva condannato C.L. per i reati di cui ai capi A e B (entrambi riciclaggi in concorso, il secondo contestato ai sensi dell’art. 81 c.p.) alla pena complessiva di anni cinque di reclusione ed Euro 3.000,00 di multa e L.M.G. (imputato del solo capo A) alla pena di anni quattro di reclusione ed Euro 1.100,00 di multa.2. Avverso detta sentenza, nell’interesse rispettivamente di C.L., L.M.G., N.D. e T.G., vengono proposti distinti ricorsi per cassazione, i cui motivi vengono di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. c.p.p., per lamentare quanto di seguito esposto.3. Ricorso nell’interesse di C.L..Lamenta il ricorrente:– violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. e art. 624 c.p. (primo motivo);– violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al diniego di riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche (secondo motivo).3.1. In relazione al primo motivo, si censura il palese travisamento della prova ovvero del risultato della prova in cui è incorsa la Corte territoriale, atteso che l’unico indizio a carico del C. – quello cioè relativo alla sua presenza sui luoghi intento a spingere l’autovettura di provenienza furtiva ed il possesso dell’altra Smart. di provenienza delittuosa – non appare incompatibile con l’attività predatoria confessata dal C..3.2. In relazione al secondo motivo, si censura la sentenza impugnata la cui motivazione non spiega in alcun modo quali degli elementi indicati dall’art. 133 c.p. siano stati presi in esame nella determinazione della sanzione e, soprattutto, le ragioni per le quali non si sia attribuita alcuna rilevanza al tempo decorso dalla commissione del reato.4. Ricorso nell’interesse di L.M.G.. Lamenta il ricorrente:– violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 648 bis c.p. e art. 192 c.p.p. (primo motivo);

    – vizio di motivazione in relazione al diniego di riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche (secondo motivo).

    4.1. In relazione al primo motivo, si censura la sentenza impugnata che, con argomentazione apodittica ed illogica, pur ritenendo che il ricorrente si fosse solo prestato ad aiutare il C. a trainare con la propria autovettura un’altra auto, ha ritenuto ugualmente che lo stesso fosse comunque a conoscenza della provenienza furtiva del mezzo trainato.

    4.2. In relazione al secondo motivo, la sentenza impugnata nel richiamare la pronuncia di primo grado che aveva negato la concessione delle circostanze attenuanti generiche, ha omesso di fatto di adempiere al proprio obbligo di motivazione.

    5. Ricorso nell’interesse di N.D..

    Lamenta la ricorrente:

    – violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento all’art. 648 bis c.p. (primo motivo);

    violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. (secondo motivo);

    – violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento agli artt. 648 e 648 bis c.p. (terzo motivo);

    – vizio di motivazione in merito all’operato trattamento sanzionatorio ed al diniego di riconoscimento del beneficio della sospensione condizionale della pena (quarto motivo).

    5.1. In relazione al primo motivo, si evidenzia come la ricorrente non abbia mai posto in essere alcuna operazione al fine di rendere difficoltosa la ricostruzione ed il rinvenimento dei beni di provenienza delittuosa.

    5.2. In relazione al secondo motivo, si evidenzia come l’istruttoria dibattimentale abbia fatto emergere la totale estraneità della ricorrente ai fatti contestati, non avendo la stessa conoscenza del sequestro della vettura nè dell’accertamento fotografico effettuato sul mezzo; inoltre, vi è una palese discrasia tra la dichiarazione del teste Co.Vi. e la motivazione delle sentenze rese dalle Corti territoriali.

    5.3. In relazione al terzo motivo, si censura la sentenza impugnata che ha omesso di derubricare i fatti nella meno grave ipotesi di reato di ricettazione.

    5.4. In relazione al quarto motivo, si censura la sentenza impugnata che ha ridotto la pena solo a seguito dell’assorbimento della condotta di cui al capo D) in quella di cui al capo C), senza indicare i criteri oggettivi e soggettivi che hanno portato all’applicazione di quella pena; parimenti, la Corte territoriale non ha motivato sulle ragioni per cui ha rigettato la richiesta di concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

    6. Ricorso nell’interesse di T.G. a firma avv. Giannetto.

    Lamenta il ricorrente:

    – violazione di legge e vizio di motivazione in riferimento all’art. 648 c.p. (primo motivo);

    – violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. (secondo motivo);

    – violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’operato trattamento sanzionatorio e alla mancata concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena (terzo motivo).

    6.1. In relazione al primo motivo, si evidenzia come nei confronti del ricorrente non possa configurarsi il reato di ricettazione per mancanza degli elementi strutturali della condotta; lo stesso, infatti, non ha mai avuto il possesso della cosa, ma ha solo curato la compravendita del bene senza conoscerne la provenienza furtiva.

    6.2. In relazione al secondo motivo, si evidenzia come l’istruttoria dibattimentale (ed in particolare la testimonianza Co.) abbia fatto emergere la totale estraneità del T. ai fatti contestati, non potendo lo stesso conoscere la provenienza delittuosa dell’auto; il prezzo dell’auto (9.000,00 Euro) dallo stesso fissato appare sicuramente congruo per una vettura del genere nel c.d. mercato di seconda mano.

    6.3. In relazione al terzo motivo, si censura la sentenza impugnata che, con riferimento al trattamento sanzionatorio, ha omesso di indicare i criteri oggettivi e soggettivi che hanno portato all’applicazione di quella pena; parimenti, la Corte territoriale non ha motivato sulle ragioni per cui ha rigettato la richiesta di concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena.

    6bis. Ricorso nell’interesse di T.G. a firma avv. Silvestro.

    Lamenta il ricorrente:

    – violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. e all’art. 648 c.p. (motivo unico).

    6bis.1. In relazione alla censura proposta, si evidenzia come il ragionamento della Corte territoriale a sostegno della decisione adottata non risulta conforme i principi ermeneutici elaborati in tema di prova indiziaria. I giudici di secondo grado, nel ritenere che la condotta dell’imputato – che si era intromesso per favorire la stipula del contratto di compravendita dell’autovettura di provenienza illecita, reperendo l’acquirente, stabilendo il prezzo di vendita e curandone la materiale consegna – fosse sufficiente ad integrare la fattispecie incriminatrice dell’art. 648 c.p., sono incorsi nel medesimo errore di valutazione e di metodo dei giudici di prime cure. In ogni caso, si era omesso di considerare che il coimputato C. aveva espressamente affermato l’assoluta mancanza di colpevolezza del T. sulle caratteristiche dell’autovettura. Infine, appariva incomprensibile ritenere l’inusualità del comportamento del T. che, in buona fede, in maniera corretta ed in linea con la prassi commerciale, sentendosi obbligato dall’aver fatto acquistare il mezzo ed incassato il relativo prezzo, si fosse poi attivato per manlevare il Co., trasferendo la proprietà dell’autovettura e facendosi consegnare dal C. le somme che gli aveva “girato”.

Motivi della decisione

  1. I ricorsi di C.L., L.M.G. e N.D. sono inammissibili; il ricorso di T.G. va accolto limitatamente alla omessa pronuncia sulla sospensione condizionale della pena con conseguente rinvio per nuovo giudizio sul punto alla Corte di appello di Reggio Calabria; nel resto, il ricorso del T. si profila inammissibile.2. Preliminarmente il Collegio dà atto del rigetto dell’istanza di differimento dell’odierna udienza presentata dall’avv. Silvestro Salvatore per concomitante impegno professionale attesa l’intempestività della richiesta (pervenuta solo in data 08/02/2019) e l’indimostrato assunto dell’impossibilità di nominare sostituti processuali per la presente udienza.3. Come è noto, secondo la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte (cfr., Sez. 6, n. 10951 del 15/03/2006, Casula, Rv. 233708), anche alla luce della nuova formulazione dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), dettata dalla L. 20 febbraio 2006, n. 46, il sindacato del giudice di legittimità sul discorso giustificativo del provvedimento impugnato deve mirare a verificare che la relativa motivazione sia: a) “effettiva”, ovvero realmente idonea a rappresentare le ragioni che il giudicante ha posto a base della decisione adottata; b) non “manifestamente illogica”, ovvero sorretta, nei suoi punti essenziali, da argomentazioni non viziate da evidenti errori nell’applicazione delle regole della logica; c) non internamente “contraddittoria”, ovvero esente da insormontabili incongruenze tra le sue diverse parti o da inconciliabilità logiche tra le affermazioni in essa contenute; d) non logicamente “incompatibile” con altri atti del processo, dotati di una autonoma forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità così da vanificare o radicalmente inficiare sotto il profilo logico la motivazione (nell’affermare tale principio, la Corte ha precisato che il ricorrente, che intende dedurre la sussistenza di tale incompatibilità, non può limitarsi ad addurre l’esistenza di “atti del processo” non esplicitamente presi in considerazione nella motivazione o non correttamente interpretati dal giudicante, ma deve invece identificare, con l’atto processuale cui intende far riferimento, l’elemento fattuale o il dato probatorio che da tale atto emerge e che risulta incompatibile con la ricostruzione adottata dal provvedimento impugnato, dare la prova della verità di tali elementi o dati invocati, nonchè dell’esistenza effettiva dell’atto processuale in questione, indicare le ragioni per cui quest’ultimo inficia o compromette in modo decisivo la tenuta logica e l’interna coerenza della motivazione).3.1. Non è dunque sufficiente che gli atti del processo invocati dal ricorrente siano semplicemente “contrastanti” con particolari accertamenti e valutazioni del giudicante e con la sua ricostruzione complessiva e finale dei fatti e delle responsabilità nè che siano astrattamente idonei a fornire una ricostruzione più persuasiva di quella fatta propria dal giudicante.Ogni giudizio, infatti, implica l’analisi di un complesso di elementi di segno non univoco e l’individuazione, nel loro ambito, di quei dati che – per essere obiettivamente più significativi, coerenti tra loro e convergenti verso un’unica spiegazione – sono in grado di superare obiezioni e dati di segno contrario, di fondare il convincimento del giudice e di consentirne la rappresentazione, in termini chiari e comprensibili, ad un pubblico composto da lettori razionali del provvedimento. E’, invece, necessario che gli atti del processo richiamati dal ricorrente per sostenere l’esistenza di un vizio della motivazione siano autonomamente dotati di una forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione sia in grado di disarticolare l’intero ragionamento svolto dal giudicante e determini al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione. Il giudice di legittimità è, pertanto, chiamato a svolgere un controllo sulla persistenza o meno di una motivazione effettiva, non manifestamente illogica e internamente coerente, a seguito delle deduzioni del ricorrente concernenti “atti del processo”.3.2. Tale controllo, per sua natura, è destinato a tradursi in una valutazione, di carattere necessariamente unitario e globale, sulla reale “esistenza” della motivazione e sulla permanenza della “resistenza” logica del ragionamento del giudice.Al giudice di legittimità resta, infatti, preclusa, in sede di controllo sulla motivazione, la pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, preferiti a quelli adottati dal giudice di merito, perchè ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa. Queste operazioni trasformerebbero, infatti, la Corte nell’ennesimo giudice del fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispettino sempre uno standard di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla decisione. Può quindi affermarsi che, anche a seguito delle modifiche dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e) ad opera della L. n. 46 del 2006, art. 8, “mentre non è consentito dedurre il travisamento del fatto, stante la preclusione per il giudice di legittimità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, è invece, consentito dedurre il vizio di travisamento della prova, che ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale, considerato che in tal caso, non si tratta di reinterpretare gli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione, ma di verificare se detti elementi sussistano” (Sez. 5, n. 39048 del 25/09/2007, Casavola e altri, Rv. 238215).3.3. Pertanto, il sindacato di legittimità non ha per oggetto la revisione del giudizio di merito, bensì la verifica della struttura logica del provvedimento e non può quindi estendersi all’esame ed alla valutazione degli elementi di fatto acquisiti al processo, riservati alla competenza del giudice di merito, rispetto alla quale la Suprema Corte non ha alcun potere di sostituzione al fine della ricerca di una diversa ricostruzione dei fatti in vista di una decisione alternativa.Nè la Suprema Corte può trarre valutazioni autonome dalle prove o dalle fonti di prova, neppure se riprodotte nel provvedimento impugnato. Invero, solo l’argomentazione critica che si fonda sugli elementi di prova e sulle fonti indiziarie contenuta nel provvedimento impugnato può essere sottoposto al controllo del giudice di legittimità, al quale spetta di verificarne la rispondenza alle regole della logica, oltre che del diritto, e all’esigenza della completezza espositiva (Sez. 6, n. 40609 del 01/10/2008, Ciavarella, Rv. 241214).3.4. La medesima giurisprudenza di legittimità considera, inoltre, inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che si risolvono nella pedissequa reiterazione di quelli già dedotti in appello e motivatamente disattesi dal giudice di merito, dovendosi gli stessi considerare non specifici ma soltanto apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso (v., tra le tante, Sez. 5, n. 25559 del 15/06/2012, Pierantoni; Sez. 6, n. 22445 del 08/05/2009, PM in proc. Candita, Rv. 244181; Sez. 5, n. 11933 del 27/01/2005, Giagnorio, Rv. 231708). In altri termini, è del tutto evidente che a fronte di una sentenza di appello che ha fornito una risposta ai motivi di gravame, la pedissequa riproduzione di essi come motivi di ricorso per cassazione non può essere considerata come critica argomentata rispetto a quanto affermato dalla Corte d’appello: in questa ipotesi, pertanto, i motivi sono necessariamente privi dei requisiti di cui all’art. 581 c.p.p., comma 1, lett. c), che impone la esposizione delle ragioni di fatto e di diritto a sostegno di ogni richiesta (Sez. 6, n. 20377 del 11/03/2009, Arnone, Rv. 243838).

    Sulla base di questi principi vanno esaminati gli odierni ricorsi.

    4. Ricorso nell’interesse di C.L..

    4.1. Aspecifico e manifestamente infondato è il primo motivo.

    Il ricorrente, non senza evocare in larga misura censure in fatto non proponibili in questa sede, si è per lo più limitato a riprodurre le stesse questioni già devolute in appello e da quei giudici puntualmente esaminate e disattese, con motivazione del tutto coerente e adeguata che non è stata in alcun modo sottoposta ad autonoma e argomentata confutazione. E’ ormai pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa Suprema Corte come debba essere ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi che riproducono le medesime ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.

    La mancanza di specificità del motivo, infatti, va valutata e ritenuta non solo per la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità che conduce, a norma dell’art. 591 c.p.p., comma 1, lett. c), alla inammissibilità della impugnazione (in tal senso, Sez. 2, n. 29108 del 15/07/2011, Cannavacciuolo non mass.; conf., Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568; Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849; Sez. 2, n. 19951 del 15/05/2008, Lo Piccolo, Rv. 240109; Sez. 4, n. 34270 del 03/07/2007, Scicchitano, Rv. 236945; Sez. 1, n. 39598 del 30/09/2004, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, n. 15497 del 22/02/2002, Palma, Rv. 221693).

    Invero, già il giudice di primo grado aveva riconosciuto l’assoluta falsità della ricostruzione proposta dal C., laddove lo stesso ha sostenuto di aver rubato personalmente le due autovetture per farne una insieme a quella della moglie: versione del tutto smentita dai fatti “… che evidenziano la completa separata trasformazione e messa in condizione di circolare della vettura di S. con i dati identificativi dell’auto della N. e la destinazione del tutto separata di quella della To., ancora munita del motore originale, ma già privata degli elementi identificativi fondamentali (targhe e numero di telaio). Non i pezzi di detta ultima Smart, pertanto, erano stati usati per ricomporre quella già allestita, ma questa era stata trasformata autonomamente, modificandone esclusivamente il colore ed apponendovi i dati identificativi (targhe e numero di telaio) della vettura della N.. Nè è credibile che l’altra vettura (quella della To.) fosse destinata all’abbandono, poichè lo esclude il fatto che all’atto del sequestro era già modificata con eliminazione di targhe e numero di telaio originali. Non vi sarebbe stato, infatti, alcun motivo di sottoporla a lavorazioni con l’asporto del numero di telaio per non farla identificare se l’abbandono fosse stato la sua destinazione, nè, ancor più, le sarebbe stato lasciato il motore originale grazie al quale era stata ricostruita la provenienza… Quanto da lui riferito… è ampiamente smentito dal rinvenimento delle vetture già prive dei dati identificativi ed una delle quali oggetto di furto consumato ben nove mesi prima. Il tutto resta ulteriormente confermato dalla distanza di tempo intercorso fra i due furti commessi in città in circostanze anche di luogo del tutto diverse. A ciò si aggiunge la genericità della descrizione delle modalità di sottrazione, indicate in modo identico, previa effrazione del vetro ed accensione del motore, il che nulla di specifico aggiunge alla nota prassi dei furti d’auto. Nulla di specifico ha, inoltre, riferito circa i luoghi in cui l’asporto dei due mezzi è avvenuto e sulle ragioni per cui avrebbe trattenuto una delle vetture ben nove mesi prima di attivarsi per il suo riassetto ai fini della rimessa in circolazione…” (cfr., per ulteriori considerazioni in merito, le pagg. 15 e 16 della sentenza impugnata).

    Inoltre la Corte territoriale, a corredo dell’inquadramento complessivo della vicenda, ha evidenziato come all’interno del garage del C. non solo fossero state rinvenute le due autovetture provento di furto ma anche numerosissime altre parti meccaniche di altre autovetture (prevalentemente Smart), di motocicli unitamente ad attrezzature varie atte allo smontaggio nonchè alla verniciatura di mezzi.

    Trattasi di motivazione complessiva del tutto congrua e priva di vizi logico-giuridici che, come tale, risulta insindacabile in questa sede.

    4.2. Manifestamente infondato è il secondo motivo.

    La sanzione è stata determinata partendo dal minimo edittale (con riferimento alla pena detentiva) e l’aumento ex art. 81 c.p. determinato tenendo conto del ruolo, della gravità delle condotte e delle intrinseche modalità dell’azione.

    Come è noto, la graduazione della pena, anche in relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 c.p.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013, dep. 2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre. Invero, una specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 c.p. le espressioni del tipo: “pena congrua”, “pena equa” o “congruo aumento”, come pure il richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596).

    5. Ricorso nell’interesse di L.M.G..

    5.1. Manifestamente infondato è il primo motivo.

    Nessuna incongruenza logica si rinviene nel decisum della Corte territoriale sull’affermazione della penale responsabilità del L.M., e segnatamente sulla ricorrenza dell’elemento soggettivo del reato di cui al capo A).

    Riconosce la Corte territoriale che l’aiuto prestato dal carrozziere L.M. al C. nulla toglie alle emergenze a suo carico, dovendosi considerare:

    – le “particolari” condizioni in cui si presentava l’auto da trainare (priva di sportelli, di tutta la carenatura esterna, del contachilometri, del lunotto e del parabrezza);

    – la singolarità dell’aiuto richiesto dal C. al L.M. (inimmaginabile che il C., ben conscio della provenienza illecita delle auto, avesse fermato un individuo per strada – di cui asseriva di non ricordare neppure il nome – per chiedergli di aiutarlo “pubblicamente” a spostare le auto);

    – l’irrilevanza del mancato comportamento di fuga del L.M. (“… costui… si trovava…” – evidenzia la Corte territoriale – “… alla guida della propria autovettura, si era creato un ingorgo, erano già arrivate le forze dell’ordine, non poteva certo scappare con l’auto mentre era intento ad effettuare l’operazione di traino. E tutto ciò senza contare poi, che se fosse fuggito a piedi, avrebbe dovuto lasciare sul posto la propria autovettura, il che avrebbe consentito la sua immediata identificazione”).

    Anche in questo caso, si è in presenza di evidenze probatorie con le quali il ricorrente omette sostanzialmente di confrontarsi.

    5.2. Manifestamente infondato è il secondo motivo.

    Le circostanze attenuanti generiche vengono negate dai giudici di appello in assenza di elementi concreti di segno positivo idonei a far rivisitare la statuizione di primo grado sul punto.

    Nella fattispecie, tale decisum è ampiamente giustificato, tanto più dopo la riforma dell’art. 62 bis c.p., disposta con il D.L. n. 23 maggio 2008, n. 92, convertito con modifiche nella L. 24 luglio 2008, n. 125, per effetto della quale, ai fini della concessione della diminuente, non è più sufficiente il solo stato di incensuratezza dell’imputato (Sez. 1, n. 39566 del 16/02/2017, Starace, Rv. 270986).

    6. Ricorso nell’interesse di N.D..

    6.1. Aspecifici e manifestamente infondati sono sia il primo che il secondo motivo, trattabili congiuntamente per le reciproche interazioni.

    Anche qui la ricorrente, non senza evocare in larga misura censure in fatto non proponibili in questa sede, si è per lo più limitata a riprodurre le stesse questioni già devolute in appello e da quei giudici puntualmente esaminate e disattese, con motivazione del tutto coerente e adeguata che non è stata in alcun modo sottoposta ad autonoma e argomentata confutazione.

    Scrivono i giudici di appello: “… che costei, non sapesse nulla della illecita attività posta in essere dal marito (ndr., C.L.) è affermazione del tutto indimostrata. La N., invero, proprietaria di un’autovettura, ha messo a disposizione del coniuge la carta di circolazione del proprio mezzo per poi “apparire” proprietaria di un’autovettura avente caratteristiche ben diverse da quella che le apparteneva e nella veste di apparente proprietaria la stessa, con la collaborazione di T., dopo che era stato sequestrato il garage e la Smart. della To., ben consci evidentemente della illecita provenienza della Smart. del S. e degli accertamenti che sarebbero stati svolti su detta auto, la vendevano al Co.”.

    6.2. Manifestamente infondato è il terzo motivo.

    Questa Suprema Corte ha già chiarito che il delitto di riciclaggio si distingue da quello di ricettazione in relazione all’elemento materiale, che si connota per l’idoneità ad ostacolare l’identificazione della provenienza del bene e all’elemento soggettivo, costituito dal dolo generico di trasformazione della cosa per impedirne l’identificazione (Sez. 2, n. 30265 del 11/05/2017, Giamè, Rv. 270302: fattispecie nella quale è stato qualificata come riciclaggio la condotta, posta in essere dall’imputato e da correi, consistente nel ricevere assegni provento di delitto, nel contraffarli quanto al nome del beneficiario, nel fare aprire a terzi conti postali con false generalità su cui versava gli assegni, con monetizzazione dei titoli e prelievo della corrispondente somma di denaro).

    6.2.1. Per realizzare la condotta di riciclaggio, non è necessario che sia efficacemente impedita la tracciabilità del percorso dei beni provento di reato, ma è sufficiente anche che essa sia solo ostacolata (Sez. 2, n. 26208 del 09/03/2015, Steinhauslin, Rv. 264369: in applicazione del principio, si è già ritenuto che integra il delitto di riciclaggio la condotta di chi versa denaro di provenienza illecita sul conto corrente intestato a una società fiduciaria in difetto di un formale incarico da parte del titolare della somma movimentata, poichè, in tal modo, si realizza un ostacolo alla tracciabilità del percorso dei beni provento di reato).

    6.2.2. Si è anche ritenuto che integri il delitto di riciclaggio, e non il meno grave delitto di ricettazione, la condotta di chi deposita in banca denaro di provenienza illecita poichè, stante la natura fungibile del bene, in tal modo esso viene automaticamente sostituito con “denaro pulito” (Sez. 6, n. 13085 del 03/10/2013, dep. 2014, Amato e altri, Rv. 259485: fattispecie relativa alla condotta di due donne che, occultando il rapporto coniugale con i capi di un sodalizio camorristico dedito al narcotraffico, avevano intestato alcuni milioni di Euro in denaro contante ad una società di gestione fiduciaria, ottenendo poi, con lo smobilizzo dell’investimento, l’emissione in loro favore di assegni circolari).

    6.2.3. Non v’è dubbio, quindi, che integri il delitto di riciclaggio il compimento di operazioni volte, non solo ad impedire in modo definitivo, ma anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità (Sez. 2, n. 1422 del 14/12/2012, dep. 2103, Atzori, Rv. 254050: fattispecie attinente al versamento da parte dell’imputato su conti correnti intestati ai propri figli di n. 99 assegni circolari provento di truffa).

    6.2.4. Ciò premesso in diritto, appare evidente che la Corte di appello, avendo accertato in relazione ai fatti contestati ai capi C e D (questi ultimi, non costituenti un autonomo reato di riciclaggio bensì una condotta successiva assorbita nei fatti di cui al capo C), il compimento da parte dell’imputata di operazioni all’evidenza consapevolmente volte ad impedire in modo definitivo, o comunque a rendere difficile, l’accertamento della provenienza dell’auto in oggetto, si è correttamente conformata al pacifico orientamento di questa Corte in tema di distinzione tra riciclaggio e ricettazione. E’ possibile, quindi, affermare, in relazione alle modalità della condotta ed alla qualità del bene riciclato, il seguente principio di diritto: “integra il delitto di riciclaggio il compimento di operazioni consapevolmente volte ad impedire in modo definitivo od anche a rendere difficile l’accertamento della provenienza del denaro, dei beni o delle altre utilità: tra di esse rientra la condotta di chi, ricevuta un’autovettura provento di furto sulla quale era stata applicata una targhetta con numero di telaio e targhe false, fornisca al soggetto che gli ha procurato l’auto una carta di circolazione riferibile ad altra autovettura (originariamente targata con il numero successivamente traslato sull’auto di provenienza furtiva) finendo così per risultare come apparente formale proprietario del veicolo di provenienza illecita”.

    6.3. Manifestamente infondato è il quarto motivo.

    La sanzione è stata determinata partendo dal minimo edittale della pena detentiva.

    Allorchè la pena, come nel caso in esame, non si discosti eccessivamente dai minimi edittali (più precisamente, si è partiti dal minimo edittale della pena detentiva e si è superato di poco – Euro 1.500, in luogo di Euro 1.032 – il minimo edittale della pena pecuniaria), l’obbligo motivazionale previsto dall’art. 125 c.p.p., comma 3, deve ritenersi assolto anche attraverso espressioni che (come avvenuto nella fattispecie: si veda pag. 17 della sentenza di primo grado) manifestino sinteticamente il giudizio di congruità della pena o richiamino sommariamente i criteri oggettivi e soggettivi enunciati dall’art. 133 c.p. (cfr., Sez. 3, n. 38251 del 15/06/2016, Rignanese, Rv. 267949; Sez. 4, n. 27959 del 18/06/2013, Pasquali, RV. 258356; Sez. 2, n. 28852 del 08/05/2013, Taurasi, Rv. 256464; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197; Sez. 1, n. 24213 del 13/03/2013, Pacchiarotti, Rv. 255825; Sez. 2, n. 36245 del 26/06/2009, Denaro, Rv. 245596; Sez. 6, n. 35346 del 12/06/2008, Bonarrigo, Rv. 241189; Sez. 3, n. 33773 del 29/05/2007, Ruggieri, Rv. 237402), con conseguenziale “giustificata” attenuazione dell’obbligo motivazionale (cfr., Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283; Sez. 2, n. 28852 del 08/05/2013, Taurasi, Rv. 256464).

    7. Ricorso nell’interesse di T.G. a firma avv. Giannetto.

    7.1. Manifestamente infondato sono sia il primo che il secondo motivo, trattabili congiuntamente per le reciproche interazioni.

    Il T. è stato condannato per il reato di ricettazione consistito nell’essersi intromesso per favorire la stipula del contratto di compravendita di autovettura di provenienza furtiva, reperendo l’acquirente, stabilendo il prezzo di vendita e curandone la materiale esecuzione attraverso la consegna all’acquirente.

    7.1.1. Come è noto, il delitto previsto dall’art. 648 c.p. configura, una struttura di reato a fattispecie plurima alternativa, che resta integrato dalla condotta di chi, al fine di procurare a sè o ad altri un profitto, non soltanto acquista, riceve od occulta beni provenienti da delitto, ma anche dalla condotta di chi “comunque” – avverbio evocativo, nel lessico del codice, di uno schema comportamentale a forma libera – si intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, così realizzando l’oggetto giuridico del reato che è quello di sanzionare condotte che, nelle varie forme previste dalla norma incriminatrice, “allontanano” il bene dal legittimo titolare, determinandone o contribuendo comunque a determinarne un circuito economico contra jus, a prescindere dalla responsabilità penale dei successivi percettori del bene stesso. Da qui, l’assunto secondo il quale il delitto di ricettazione, nella fattispecie commissiva della intromissione, si perfeziona per il solo fatto che l’agente si intrometta nel far acquistare, ricevere od occultare le cose di provenienza delittuosa, senza che sia necessario che l’intromissione medesima raggiunga il fine ulteriore che il soggetto si è proposto, giacchè è proprio attraverso quella condotta che si è intrinsecamente già realizzata l’offesa e la esposizione a pericolo del bene protetto dalla norma incriminatrice; con la conseguenza che, se tale scopo non si è realizzato, il delitto è consumato e non soltanto tentato. Nell’ipotesi della mediazione, quindi – che è quella che viene in discorso agli effetti dell’odierno giudizio – è sufficiente che il mediatore si adoperi in modo univoco per far acquistare la merce e non è dunque neppure necessario nè che metta in rapporto diretto le due parti, nè che la refurtiva venga effettivamente acquistata o ricevuta (cfr., Sez. 2, n. 7683 del 15/01/2016, Alessi e altri, Rv. 266215; Sez. 2, n. 28714 del 11/02/2011, P.G. in proc. Gueli, Rv. 249815; Sez. 2, n. 30062 del 16/06/2003, Moffa, Rv. 226569; Sez. 2, n. 19673 del 07/03/2003, Di Blasio, Rv. 224767; Sez. 2, n. 9573 del 05/06/1990, Lugano, Rv. 184787; Sez. 2, n. 8432 del 20/04/1988, Nocera, Rv. 178969).

    7.1.2. Fermo quanto precede, ha ritenuto la Corte territoriale che, sebbene nei confronti del T. non vi fossero elementi per ritenere che lo stesso avesse contribuito all’alterazione dei dati identificativi del mezzo, doveva ritenersi in termini di ragionevole certezza che lo stesso si fosse comunque intromesso nelle operazioni di compravendita del mezzo al Co. nella piena consapevolezza della sua provenienza furtiva. In tal senso, la Corte territoriale, ha avvalorato la propria giustificata conclusione richiamando una serie di elementi di ordine logico ed affermando che T. non risultava aver mai svolto attività di intermediazione nel settore della compravendita di autovetture; che lo stesso aveva rassicurato il compratore, per indurlo ad un immediato acquisto, sulle condizioni del mezzo (dicendogli che apparteneva ad una sua cugina), prospettandogli una comoda rateazione nel pagamento del prezzo. Ma non solo. Allorquando il Co. ebbe a manifestare la propria preoccupazione poichè la Polizia, fermando l’autovettura, aveva fatto presente che avrebbe sottoposto la stessa ad accertamenti per verificarne la provenienza, il T. aveva esortato il compratore a non preoccuparsi, dicendosi pronto a risolvere l’eventuale questione attraverso la vendita dell’autovettura Opel Corsa della moglie, questa volta facendo un regolare passaggio di proprietà dal notaio, all’evidente fine di “rabbonire l’acquirente per timore di venir coinvolto nell’indagine”, ad inequivoca ulteriore dimostrazione di come lo stesso fosse perfettamente a conoscenza della provenienza illecita della vettura oggetto di transazione. Nè è possibile ricavare elementi di estraneità ai fatti (ovvero di buona fede) del T. dalla circostanza che il C., nel tentativo di esonerare quest’ultimo da responsabilità, avesse sostenuto di aver restituito il prezzo ricevuto per la vendita a T. e che questi lo avesse trattenuto consegnando effettivamente al Co. l’auto della moglie. Sulla circostanza, rileva correttamente la Corte territoriale che appare “evidente che se T. avesse avuto da C. il denaro, lo avrebbe certamente restituito al Co. che pressava, piuttosto che proporgli l’acquisto dell’auto della moglie, per non dire che di tali passaggi di denaro non vi è alcuna traccia e che vieppiù il T. non ha mai offerto una valida plausibile ricostruzione alternativa a quella emersa nel corso dell’istruttoria dibattimentale”.

    7.2. Il terzo motivo è in parte fondato e in parte manifestamente infondato.

    7.2.1. Fondato è il motivo in relazione alla obliterata richiesta di riconoscimento della sospensione condizionale della pena. Obbligo di pronuncia, sulla concedibilità o meno del beneficio, che il giudice era tenuto ad assolvere (e, che nella fattispecie ha erroneamente omesso) in presenza di un’esplicita richiesta difensiva in tal senso (vedi atto di appello) e della mancanza di elementi (misura della pena ovvero precedenti penali o modalità della condotta ostative) che potessero consentire di ritenere implicitamente ma inequivocabilmente negata la richiesta. Invero, a conferma di questa conclusione, si pone anche un recente arresto della Suprema Corte a Sezioni Unite (ud. 25/10/2018, Pres. Carcano, Rel. Mazzei, Ric. Salerno, RG n. 48862/17, motivazione non ancora depositata) la quale, investita della questione se il giudice dell’appello debba rendere conto del concreto esercizio, positivo o negativo, del dovere attribuitogli dall’art. 597 c.p.p., comma 5, di applicare d’ufficio il beneficio della sospensione condizionale della pena in assenza di specifica richiesta, ha ritenuto – sulla base dell’informazione provvisoria resa nota – che, fermo il dovere di motivazione da parte del giudice, l’imputato non può dolersi della mancata applicazione della sospensione condizionale della pena, qualora non l’abbia richiesta: il tutto a conferma del fatto che solo l’omessa richiesta difensiva, legittima la “mancata risposta” e che, di contro, tale “silenzio” è privo di giustificazioni in presenza di esplicita richiesta.

    7.2.2. Manifestamente infondato è invece il motivo in relazione alla censura sull’operato trattamento sanzionatorio.

    Si è in presenza di pena, di poco superiore ai minimi edittali, determinata in osservanza dei criteri di cui all’art. 133 c.p.: sul punto si rimanda alle valutazioni operate nel precedente paragrafo 6.4. del considerato in diritto.

    7bis. Ricorso nell’interesse di T.G. a firma avv. Silvestro.

    7bis.1. Manifestamente infondato è l’unico motivo.

    Sul punto possono richiamarsi nell’integralità le valutazioni precedentemente esposte nei paragrafi 7.1., 7.1.1. e 7.1.2. del considerato in diritto.

    In ogni caso, va ricordato come, secondo il costante insegnamento di questa Corte Suprema (per tutte, Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone e altri), l’indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, perchè il sindacato demandato alla Corte di cassazione è limitato a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’intrinseca adeguatezza e congruità delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il proprio convincimento. In particolare come rilevato in premessa – non può integrare il vizio di legittimità, la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata come il ricorrente intende fare con il presente motivo di ricorso valutazione delle risultanze processuali perchè, appunto, la Corte di cassazione non può sovrapporre una propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi, ma invece può, e deve, saggiare la tenuta logica della pronuncia portata alla sua cognizione. Ciò, in quanto nel momento del controllo della motivazione, la Corte di cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga la migliore ricostruzione dei fatti, nè deve condividerne la giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se la giustificazione contenuta nella sentenza impugnata sia compatibile con il senso comune e con i limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento (Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003, dep. 2004, Elia ed altri, Rv. 229369). Nè la novella codicistica introdotta con la L. n. 46 del 2006, ammettendo l’indagine extratestuale per la rilevazione dell’illogicità manifesta e della contraddittorietà della motivazione, ha modificato la natura del sindacato della Corte di cassazione, il cui controllo rimane limitato alla struttura del discorso giustificativo del provvedimento impugnato e non può comportare una diversa lettura del materiale probatorio, anche se astrattamente plausibile, sicchè anche dopo la L. n. 46 del 2006 occorre invece che gli elementi probatori indicati in ricorso (ignorati, inesistenti o travisati, non solo diversamente valutati) siano per sè decisivi in quanto dotati di una intrinseca forza esplicativa tale da vanificare l’intero ragionamento del giudice del merito (Sez. 3, n. 37006 del 27/09/2006, Piras, Rv. 235508). Decisività che deve essere oggetto di specifica e non assertiva deduzione della parte, in esito al confronto con tutta la motivazione della decisione impugnata, pena l’immediata ‘contaminazionè del rilievo in termini di preclusa censura di merito. Il controllo di logicità della motivazione che sorregge la decisione di merito può, in secondo luogo, essere eseguito solo, come prima accennato, in riferimento ai tassativi vizi che esclusivamente rilevano in questo giudizio: la assenza di motivazione (anche nella forma della mera apparenza grafica), la “manifesta” illogicità e la contraddittorietà, così come previsto dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e): questo significa, ad esempio, che la mera “illogicità” della motivazione è irrilevante, perchè strutturalmente diversa dalla “manifesta illogicità”, vizio distinto dal precedente e unico rilevante. Infatti, l’illogicità della motivazione censurabile a norma dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), è solo quella evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile “ictu oculi” (Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv. 226074).

    Per concludere, altrettanto irrilevanti, perchè diverse da quelle tassativamente e solo previste dalla lett. e) sono, a titolo esemplificativo, le censure che attribuiscono alla motivazione di essere incongrua, non plausibile, non persuasiva, non esaustiva, insufficiente o insoddisfacente. Si tratta, infatti, di ‘difettì e vizi che, ancorchè in ipotesi effettivamente presenti nella motivazione del provvedimento impugnato, sono irrilevanti nel giudizio di legittimità, che non possono pertanto efficacemente essere ivi introdotti, proprio perchè esclusivamente “tipici” dell’apprezzamento di stretto merito.

    8. Alla pronuncia consegue:

    – la declaratoria di inammissibilità dei ricorsi di C.L., L.M.G. e N.D.;

    – la condanna di C.L., L.M.G. e N.D., ex art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali nonchè al versamento, in favore della Cassa delle ammende, di una somma che, considerati i profili di colpa emergenti dai ricorsi, si determina equitativamente in Euro duemila per ciascuno;

    – l’annullamento della sentenza impugnata nei confronti di T.G. limitatamente alla omessa pronuncia sulla sospensione condizionale della pena con conseguente rinvio per nuovo giudizio sul punto alla Corte di appello di Reggio Calabria;

    – la declaratoria di inammissibilità nel resto del ricorso di T.G..

P.Q.M.


Dichiara inammissibili i ricorsi di C.L., L.M.G. e N.D. che condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila ciascuno a favore della Cassa delle ammende. Annulla la sentenza impugnata nei confronti di T.G. limitatamente alla omessa pronuncia sulla sospensione condizionale della pena e rinvia per nuovo giudizio sul punto alla Corte di appello di Reggio Calabria; dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

Così deciso in Roma, il 12 febbraio 2019.

Depositato in Cancelleria il 26 febbraio 2019.

CODICE ROSSO NORME COSA PREVEDE –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA              

CODICE ROSSO NORME COSA PREVEDE –AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA – Obbligo di riferire la notizia del reato-   Art. 2

                     Assunzione di informazioni Art. 3

                    Atti diretti e atti delegati Modifica all’articolo 165 del codice penale in materia di sospensione

                       condizionale della pena

 

 

 

 

 

LEGGE 19 luglio 2019, n. 69

Modifiche al codice penale, al codice di  procedura  penale  e  altre

disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica

e di genere. (19G00076)

(GU n.173 del 25-7-2019)

 Vigente al: 9-8-2019

  La  Camera  dei  deputati  ed  il  Senato  della  Repubblica  hanno

approvato;

                   IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

                              Promulga

la seguente legge:

                               Art. 1

              Obbligo di riferire la notizia del reato

  1. All’articolo 347, comma 3, del codice di procedura penale, dopo

le parole: « nell’articolo 407, comma 2, lettera a), numeri da  1)  a

6) » sono inserite le seguenti: « , del presente codice, o di uno dei

delitti previsti dagli articoli 572,  609-bis,  609-ter,  609-quater,

609-quinquies, 609-octies,  612-bis  e  612-ter  del  codice  penale,

ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies  del  codice  penale  nelle

ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2,

5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del  medesimo

codice penale, ».

                               Art. 2

                     Assunzione di informazioni

  1. Dopo il comma 1-bis dell’articolo 362 del codice  di  procedura

penale e’ aggiunto il seguente:

  «1-ter. Quando si procede per i  delitti  previsti  dagli  articoli

572,  609-bis,  609-ter,  609-quater,  609-quinquies,  609-octies   e

612-bis del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e  583-quinquies

del codice penale nelle ipotesi aggravate  ai  sensi  degli  articoli

576, primo comma, numeri 2, 5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1,  e

secondo comma, del medesimo  codice,  il  pubblico  ministero  assume

informazioni dalla persona offesa e da chi  ha  presentato  denuncia,

querela o istanza, entro il termine  di  tre  giorni  dall’iscrizione

della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze

di tutela di minori di  anni  diciotto  o  della  riservatezza  delle

indagini, anche nell’interesse della persona offesa».

                               Art. 3

                    Atti diretti e atti delegati

  1. Dopo il comma 2 dell’articolo 370 del codice di procedura penale

sono inseriti i seguenti:

  «2-bis. Se si tratta di uno dei  delitti  previsti  dagli  articoli

572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis

e  612-ter  del  codice  penale,  ovvero   dagli   articoli   582   e

583-quinquies del codice penale  nelle  ipotesi  aggravate  ai  sensi

degli articoli 576, primo comma, numeri  2,  5,  5.1,  e  577,  primo

comma, numero 1, e secondo comma, del  medesimo  codice,  la  polizia

giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli  atti  delegati

dal pubblico ministero.

  2-ter. Nei casi di cui al comma 2-bis, la polizia giudiziaria  pone

senza ritardo a disposizione del pubblico ministero la documentazione

dell’attivita’ nelle forme e con le modalita’ previste  dall’articolo

357».

Art. 4

Introduzione dell’articolo 387-bis del codice penale  in  materia  di

  violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare

  e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla  persona

  offesa

  1. Dopo l’articolo 387 del codice penale e’ inserito il seguente:

  «Art. 387-bis (Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla

casa familiare e del divieto di avvicinamento ai  luoghi  frequentati

dalla persona offesa). – Chiunque, essendovi  legalmente  sottoposto,

violi gli obblighi  o  i  divieti  derivanti  dal  provvedimento  che

applica le misure cautelari di cui agli articoli  282-bis  e  282-ter

del codice di procedura penale  o  dall’ordine  di  cui  all’articolo

384-bis del medesimo codice e’ punito con la reclusione da sei mesi a

tre anni».

                               Art. 5

                Formazione degli operatori di polizia

  1. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente

legge, la Polizia di Stato, l’Arma dei  carabinieri  e  il  Corpo  di

Polizia  penitenziaria  attivano  presso  i  rispettivi  istituti  di

formazione  specifici  corsi  destinati  al  personale  che  esercita

funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria in  relazione

alla prevenzione e al perseguimento dei reati di cui agli articoli 1,

2 e 3 o che interviene nel trattamento  penitenziario  delle  persone

per essi condannate. La frequenza dei corsi e’  obbligatoria  per  il

personale individuato dall’amministrazione di appartenenza.

  1. Al fine di assicurare l’omogeneita’ dei corsi di cui al comma 1,

i relativi contenuti sono definiti con  decreto  del  Presidente  del

Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri  per  la  pubblica

amministrazione, dell’interno, della giustizia e della difesa.

Art. 6

Modifica all’articolo 165 del codice penale in materia di sospensione

                       condizionale della pena

  1. All’articolo 165 del codice penale, dopo  il  quarto  comma  e’

inserito il seguente:

  «Nei casi di condanna per i  delitti  di  cui  agli  articoli  572,

609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies,  609-octies  e  612-bis,

nonche’ agli articoli 582 e 583-quinquies nelle ipotesi aggravate  ai

sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2,  5  e  5.1,  e  577,

primo comma, numero 1, e secondo comma, la  sospensione  condizionale

della pena e’ comunque subordinata alla  partecipazione  a  specifici

percorsi di recupero presso enti o associazioni che  si  occupano  di

prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati

per i medesimi reati».

  1. Dall’attuazione delle disposizioni di cui al comma 1 non devono

derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.  Gli

oneri derivanti dalla partecipazione ai  corsi  di  recupero  di  cui

all’articolo 165 del codice penale, come modificato dal citato  comma

1, sono a carico del condannato.

Art. 7

Introduzione dell’articolo 558-bis del codice penale  in  materia  di

                costrizione o induzione al matrimonio

  1. Dopo l’articolo 558 del codice penale e’ inserito il seguente:

  «Art. 558-bis (Costrizione o induzione al matrimonio). –  Chiunque,

con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio

o unione civile e’ punito con la reclusione da uno a cinque anni.

  La  stessa  pena  si  applica  a  chiunque,   approfittando   delle

condizioni  di  vulnerabilita’  o  di  inferiorita’  psichica  o   di

necessita’ di una  persona,  con  abuso  delle  relazioni  familiari,

domestiche, lavorative o  dell’autorita’  derivante  dall’affidamento

della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza

o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

  La pena e’ aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore

di anni diciotto.

  La pena e’ da due a sette  anni  di  reclusione  se  i  fatti  sono

commessi in danno di un minore di anni quattordici.

  Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando  il

fatto e’ commesso all’estero da cittadino  italiano  o  da  straniero

residente in Italia ovvero  in  danno  di  cittadino  italiano  o  di

straniero residente in Italia».

Art. 8

Modifica all’articolo 11 della  legge  11  gennaio  2018,  n.  4,  in

  materia di misure in favore degli orfani per  crimini  domestici  e

  delle famiglie affidatarie

  1. All’articolo 11 della legge 11 gennaio 2018, n. 4, il comma 1 e’

sostituito dal seguente:

  «1. La dotazione del Fondo di cui all’articolo 2,  comma  6-sexies,

del  decreto-legge  29  dicembre  2010,  n.  225,   convertito,   con

modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10,  come  modificato

dall’articolo 14 della legge 7 luglio 2016, n. 122,  e’  incrementata

di 2 milioni di euro per ciascuno  degli  anni  2017  e  2018,  di  5

milioni di euro per l’anno 2019 e  di  7  milioni  di  euro  annui  a

decorrere dall’anno 2020, per le seguenti finalita’ a valere su  tale

incremento:

  1. a) una quota pari a 2 milioni di euro annui a decorrere dall’anno

2017 e’ destinata all’erogazione di borse di studio in  favore  degli

orfani per crimini domestici e  al  finanziamento  di  iniziative  di

orientamento, di formazione  e  di  sostegno  per  l’inserimento  dei

medesimi nell’attivita’ lavorativa ai sensi delle disposizioni  della

presente legge, assicurando che almeno il 70 per cento di tale  somma

sia destinato agli interventi in favore dei minori  e  che  la  quota

restante,  ove  ne  ricorrano  i  presupposti,  sia  destinata   agli

interventi in favore  dei  soggetti  maggiorenni  economicamente  non

autosufficienti;

  1. b) una quota pari a 3 milioni di euro per  l’anno  2019  e  a  5

milioni di euro annui a decorrere dall’anno  2020  e’  destinata,  in

attuazione di quanto disposto dall’articolo 5, comma 4, della legge 4

maggio 1983, n. 184, a misure di sostegno e  di  aiuto  economico  in

favore delle famiglie affidatarie, secondo criteri di equita’ fissati

con apposito decreto del Ministro dell’economia e delle finanze entro

trenta  giorni  dalla  data  di  entrata  in  vigore  della  presente

disposizione».

  1. Alla copertura dei  maggiori  oneri  derivanti  dall’attuazione

delle disposizioni di cui al comma 1, pari a 3 milioni  di  euro  per

l’anno 2019 e a 5 milioni di euro annui a decorrere  dall’anno  2020,

si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento  del

fondo speciale di parte  corrente  iscritto,  ai  fini  del  bilancio

triennale 2019-2021, nell’ambito del programma «Fondi  di  riserva  e

speciali»  della  missione  «Fondi  da  ripartire»  dello  stato   di

previsione del Ministero dell’economia e  delle  finanze  per  l’anno

2019, allo scopo parzialmente utilizzando  l’accantonamento  relativo

al medesimo Ministero.

                               Art. 9

Modifiche agli articoli 61, 572 e 612-bis del codice penale,  nonche’

  al codice delle leggi antimafia e delle misure di  prevenzione,  di

  cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159

  1. All’articolo 61, numero 11-quinquies,  del  codice  penale,  le

parole: «, contro la liberta’ personale nonche’ del  delitto  di  cui

all’articolo 572,» sono  sostituite  dalle  seguenti:  «e  contro  la

liberta’ personale,».

  1. All’articolo 572 del codice penale sono apportate  le  seguenti

modificazioni:

  1. a) al primo comma, le parole: «da due a sei anni» sono sostituite

dalle seguenti: «da tre a sette anni»;

  1. b) dopo il primo comma e’ inserito il seguente:

    «La pena e’ aumentata fino alla meta’ se il fatto e’ commesso  in

presenza o  in  danno  di  persona  minore,  di  donna  in  stato  di

gravidanza o di  persona  con  disabilita’  come  definita  ai  sensi

dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n.  104,  ovvero  se  il

fatto e’ commesso con armi»;

  1. c) e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:

    «Il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti di  cui

al presente articolo si considera persona offesa dal reato.».

  1. All’articolo 612-bis, primo comma, del codice penale, le parole:

«da sei mesi a cinque anni» sono sostituite dalle  seguenti:  «da  un

anno a sei anni e sei mesi».

  1. All’articolo 4, comma 1, lettera i-ter), del codice delle leggi

antimafia  e  delle  misure  di  prevenzione,  di  cui   al   decreto

legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole: «del delitto di  cui

all’articolo 612-bis» sono sostituite dalle seguenti: «dei delitti di

cui agli articoli 572 e 612-bis».

  1. All’articolo  8,  comma  5,  del  codice  di  cui  al   decreto

legislativo 6 settembre 2011, n. 159, le parole  da:  «di  cui»  fino

alla fine del comma sono sostituite  dalle  seguenti:  «di  cui  agli

articoli 1, comma 1, lettera c), e 4, comma  1,  lettera  i-ter),  il

divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente

dalle persone cui occorre prestare protezione o da minori».

Art. 10

Introduzione dell’articolo 612-ter del codice penale  in  materia  di

  diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti

  1. Dopo l’articolo  612-bis  del  codice  penale  e’  inserito  il

seguente:

  «Art. 612-ter (Diffusione illecita di immagini o video sessualmente

espliciti). – Salvo  che  il  fatto  costituisca  piu’  grave  reato,

chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna,  cede,

pubblica  o  diffonde  immagini  o  video  a  contenuto  sessualmente

esplicito, destinati a rimanere  privati,  senza  il  consenso  delle

persone rappresentate, e’ punito con la reclusione da uno a sei  anni

e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

  La stessa pena  si  applica  a  chi,  avendo  ricevuto  o  comunque

acquisito le immagini o i video di cui  al  primo  comma,  li  invia,

consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso  delle  persone

rappresentate al fine di recare loro nocumento.

  La pena e’ aumentata se i fatti sono commessi  dal  coniuge,  anche

separato o divorziato, o da persona che  e’  o  e’  stata  legata  da

relazione affettiva alla  persona  offesa  ovvero  se  i  fatti  sono

commessi attraverso strumenti informatici o telematici.

  La pena e’ aumentata da  un  terzo  alla  meta’  se  i  fatti  sono

commessi in danno di persona in condizione di inferiorita’  fisica  o

psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza.

  Il delitto e’ punito a querela della persona offesa. Il termine per

la proposizione della querela e’ di sei  mesi.  La  remissione  della

querela  puo’  essere  soltanto  processuale.  Si  procede   tuttavia

d’ufficio nei casi di cui al quarto comma, nonche’ quando il fatto e’

connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio».

                               Art. 11

            Modifiche all’articolo 577 del codice penale

  1. All’articolo 577 del codice penale sono apportate  le  seguenti

modificazioni:

  1. a) al primo comma, numero 1, dopo le parole: «o il  discendente»

sono  inserite  le  seguenti:  «anche  per  effetto  di  adozione  di

minorenne» e le parole: «o contro la persona legata al  colpevole  da

relazione  affettiva  e  con  esso   stabilmente   convivente»   sono

sostituite  dalle  seguenti:  «o  contro   la   persona   stabilmente

convivente con il colpevole o ad esso legata da relazione affettiva»;

  1. b) al secondo comma, dopo le parole: «l’altra parte  dell’unione

civile, ove cessata,» sono inserite le seguenti: «la  persona  legata

al  colpevole  da  stabile  convivenza  o  relazione  affettiva,  ove

cessate,» e dopo le parole: «la sorella,» sono inserite le  seguenti:

«l’adottante o l’adottato nei casi regolati dal titolo VIII del libro

primo del codice civile,»;

  1. c) dopo il secondo comma e’ aggiunto il seguente:

    «Le circostanze attenuanti,  diverse  da  quelle  previste  dagli

articoli 62, numero 1, 89, 98 e 114, concorrenti con  le  circostanze

aggravanti di cui al primo comma, numero 1, e al secondo  comma,  non

possono essere ritenute prevalenti rispetto a queste».

Art. 12

Modifiche al codice penale in materia  di  deformazione  dell’aspetto

  della  persona  mediante  lesioni  permanenti  al   viso,   nonche’

  modifiche all’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354

  1. Dopo l’articolo 583-quater del codice  penale  e’  inserito  il

seguente:

  «Art.  583-quinquies  (Deformazione  dell’aspetto   della   persona

mediante lesioni permanenti al viso). – Chiunque  cagiona  ad  alcuno

lesione personale dalla quale derivano la deformazione o  lo  sfregio

permanente del viso e’ punito con la reclusione da otto a quattordici

anni.

  La condanna ovvero l’applicazione della  pena  su  richiesta  delle

parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale per il

reato di cui al presente articolo comporta l’interdizione perpetua da

qualsiasi  ufficio   attinente   alla   tutela,   alla   curatela   e

all’amministrazione di sostegno».

  1. All’articolo 576, primo comma, numero 5, del codice penale, dopo

la parola: «572,» e’ inserita la seguente: «583-quinquies,».

  1. All’articolo 583, secondo comma, del codice penale, il numero 4

e’ abrogato.

  1. All’articolo 585, primo  comma,  del  codice  penale,  dopo  la

parola: «583-bis» e’ inserita la seguente: «, 583-quinquies».

  1. All’articolo 4-bis della legge 26 luglio  1975,  n.  354,  sono

apportate le seguenti modificazioni:

  1. a) al comma 1-quater, dopo le parole: «per i delitti di cui agli

articoli » e’ inserita la seguente: «583-quinquies,»;

  1. b) al comma 1-quinquies, dopo le parole: «per i delitti  di  cui

agli articoli» e’ inserita la seguente: «583-quinquies,».

Art. 13

Modifiche agli articoli 609-bis, 609-ter, 609-quater,  609-septies  e

                    609-octies del codice penale

  1. All’articolo 609-bis, primo comma, del codice penale le parole:

«da cinque a dieci anni» sono sostituite dalle seguenti:  «da  sei  a

dodici anni».

  1. All’articolo  609-ter  del  codice  penale  sono  apportate  le

seguenti modificazioni:

  1. a) al primo comma:

      1) all’alinea, le parole: «La pena e’ della reclusione da sei a

dodici anni se i fatti di cui all’articolo 609-bis»  sono  sostituite

dalle seguenti: «La pena stabilita dall’articolo 609-bis e’ aumentata

di un terzo se i fatti ivi previsti»;

      2) il numero 1) e’ sostituito dal seguente:

      «1) nei confronti di  persona  della  quale  il  colpevole  sia

l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il tutore»;

      3) il numero 5) e’ sostituito dal seguente:

      «5) nei confronti di persona  che  non  ha  compiuto  gli  anni

diciotto»;

  1. b) il secondo comma e’ sostituito dal seguente:

    «La pena stabilita dall’articolo 609-bis e’ aumentata della meta’

se i fatti ivi previsti sono commessi nei confronti  di  persona  che

non ha compiuto gli anni quattordici. La pena  e’  raddoppiata  se  i

fatti di cui all’articolo 609-bis  sono  commessi  nei  confronti  di

persona che non ha compiuto gli anni dieci».

  1. All’articolo 609-quater del codice  penale  sono  apportate  le

seguenti modificazioni:

  1. a) dopo il secondo comma e’ inserito il seguente:

    «La pena e’ aumentata se il compimento degli atti sessuali con il

minore che non abbia compiuto gli anni quattordici avviene in  cambio

di denaro o di qualsiasi altra utilita’, anche solo promessi»;

  1. b) al terzo comma, le parole: «tre anni» sono  sostituite  dalle

seguenti: «quattro anni».

  1. All’articolo 609-septies del codice penale  sono  apportate  le

seguenti modificazioni:

  1. a) al primo comma,  le  parole:  «articoli  609-bis,  609-ter  e

609-quater» sono  sostituite  dalle  seguenti:  «articoli  609-bis  e

609-ter»;

  1. b) al secondo  comma,  la  parola:  «sei»  e’  sostituita  dalla

seguente: «dodici»;

  1. c) al quarto comma, il numero 5) e’ abrogato.
  2. All’articolo 609-octies del codice  penale  sono  apportate  le

seguenti modificazioni:

  1. a) al secondo comma, le parole: «da  sei  a  dodici  anni»  sono

sostituite dalle seguenti: «da otto a quattordici anni»;

  1. b) al terzo comma, le parole: «La pena e’ aumentata se  concorre

taluna delle» sono sostituite dalle seguenti: «Si applicano le».

                               Art. 14

Modifiche alle norme di attuazione, di  coordinamento  e  transitorie

  del codice di procedura penale e agli articoli 90-bis e 190-bis del

  codice di procedura penale

  1. Dopo l’articolo 64 delle norme di attuazione, di coordinamento e

transitorie del  codice  di  procedura  penale,  di  cui  al  decreto

legislativo 28 luglio 1989, n. 271, e’ inserito il seguente:

  «Art. 64-bis (Trasmissione obbligatoria di provvedimenti al giudice

civile). – 1. Ai fini della decisione dei procedimenti di separazione

personale dei coniugi o delle cause relative ai figli minori di  eta’

o all’esercizio della potesta’ genitoriale, copia delle ordinanze che

applicano misure cautelari personali o ne dispongono la  sostituzione

o la revoca, dell’avviso di conclusione delle  indagini  preliminari,

del provvedimento con il quale e’ disposta  l’archiviazione  e  della

sentenza emessi nei confronti di una  delle  parti  in  relazione  ai

reati previsti dagli  articoli  572,  609-bis,  609-ter,  609-quater,

609-quinquies, 609-octies,  612-bis  e  612-ter  del  codice  penale,

nonche’ dagli articoli 582 e 583-quinquies del  codice  penale  nelle

ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2,

5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo  comma,  del  codice

penale e’ trasmessa senza ritardo al giudice civile procedente».

  1. All’articolo  90-bis,  comma  1,  lettera  p),  del  codice  di

procedura penale, le parole: «e alle case  rifugio»  sono  sostituite

dalle seguenti: «, alle case rifugio e ai servizi di assistenza  alle

vittime di reato».

  1. All’articolo 190-bis, comma  1-bis,  del  codice  di  procedura

penale, le parole: «anni  sedici»  sono  sostituite  dalle  seguenti:

«anni diciotto».

Art. 15

Modifiche agli articoli 90-ter, 282-ter, 282-quater, 299  e  659  del

                     codice di procedura penale

  1. All’articolo 90-ter del codice di procedura penale e’ aggiunto,

in fine, il seguente comma:

  «1-bis. Le comunicazioni previste al comma 1 sono sempre effettuate

alla persona offesa e al suo difensore, ove nominato, se  si  procede

per  i  delitti  previsti  dagli  articoli  572,  609-bis,   609-ter,

609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis  del  codice  penale,

nonche’ dagli articoli 582 e 583-quinquies del  codice  penale  nelle

ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2,

5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo  comma,  del  codice

penale».

  1. Al comma 1 dell’articolo 282-ter del codice di procedura penale

sono aggiunte, in fine,  le  seguenti  parole:  «,  anche  disponendo

l’applicazione delle  particolari  modalita’  di  controllo  previste

dall’articolo 275-bis».

  1. Al comma 1 dell’articolo 282-quater  del  codice  di  procedura

penale,  dopo  le  parole:  «alla  parte  offesa»  sono  inserite  le

seguenti: «e, ove nominato, al suo difensore».

  1. Al comma 2-bis dell’articolo 299 del codice di procedura penale,

le parole: «al difensore della  persona  offesa  o,  in  mancanza  di

questo, alla persona offesa» sono sostituite  dalle  seguenti:  «alla

persona offesa e, ove nominato, al suo difensore».

  1. Dopo il comma 1 dell’articolo 659 del codice di procedura penale

e’ inserito il seguente:

  «1-bis. Quando  a  seguito  di  un  provvedimento  del  giudice  di

sorveglianza deve essere disposta la scarcerazione del condannato per

uno dei  delitti  previsti  dagli  articoli  572,  609-bis,  609-ter,

609-quater, 609-quinquies, 609-octies e 612-bis  del  codice  penale,

nonche’ dagli articoli 582 e 583-quinquies del  codice  penale  nelle

ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2,

5 e 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo  comma,  del  codice

penale, il pubblico ministero che cura l’esecuzione ne da’  immediata

comunicazione, a mezzo della polizia giudiziaria, alla persona offesa

e, ove nominato, al suo difensore».

                               Art. 16

      Modifica all’articolo 275 del codice di procedura penale

  1. All’articolo 275, comma 2-bis, del codice di procedura  penale,

dopo la parola: «612-bis» e’ inserita la seguente: «, 612-ter».

Art. 17

Modifiche all’articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354,  in

  materia di trattamento  psicologico  per  i  condannati  per  reati

  sessuali, per maltrattamenti contro familiari o  conviventi  e  per

  atti persecutori

  1. All’articolo 13-bis della legge 26 luglio 1975,  n.  354,  sono

apportate le seguenti modificazioni:

  1. a) al comma 1, le  parole:  «nonche’  agli  articoli  609-bis  e

609-octies del medesimo codice,  se  commessi  in  danno  di  persona

minorenne » sono sostituite dalle seguenti: « nonche’  agli  articoli

572,  583-quinquies,  609-bis,  609-octies  e  612-bis  del  medesimo

codice»;

  1. b) e’ aggiunto, in fine, il seguente comma:

    «1-bis. Le persone condannate per i delitti di  cui  al  comma  1

possono essere ammesse a  seguire  percorsi  di  reinserimento  nella

societa’ e di recupero presso enti o associazioni che si occupano  di

prevenzione, assistenza psicologica e recupero di soggetti condannati

per i medesimi reati, organizzati previo accordo tra i suddetti  enti

o associazioni e gli istituti penitenziari»;

  1. c) la  rubrica  e’  sostituita  dalla   seguente:   «Trattamento

psicologico per i condannati per reati sessuali,  per  maltrattamenti

contro familiari o conviventi e per atti persecutori».

Art. 18

Modifica all’articolo 5-bis del decreto-legge 14 agosto 2013, n.  93,

  convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119,

  in materia di riequilibrio territoriale dei centri antiviolenza

  1. All’articolo 5-bis, comma 2, lettera d), del decreto-legge  14

agosto 2013, n. 93, convertito, con  modificazioni,  dalla  legge  15

ottobre 2013, n. 119, le parole da: «, riservando un terzo» fino alla

fine della lettera sono soppresse.

Art. 19

Modifiche al decreto legislativo 9 novembre  2007,  n.  204,  recante

  attuazione della direttiva 2004/80/CE relativa all’indennizzo delle

  vittime di reato

  1. Al decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 204, sono  apportate

le seguenti modificazioni:

  1. a) all’articolo  1,  le  parole:  «la  procura  generale   della

Repubblica  presso  la  corte  d’appello»  sono  sostituite,  ovunque

ricorrono, dalle seguenti: «la procura  della  Repubblica  presso  il

tribunale»;

  1. b) all’articolo 3, comma 1, le parole: «procura  generale  della

Repubblica presso la corte d’appello» sono sostituite dalle seguenti:

«procura della Repubblica presso il tribunale»;

  1. c) all’articolo 4, le parole: «procura generale della Repubblica

presso la corte d’appello» sono sostituite, ovunque ricorrano,  dalle

seguenti: «procura della Repubblica presso il tribunale»;

  1. d) all’articolo 7, comma 1, le parole: «delle  procure  generali

presso le corti d’appello» sono  sostituite  dalle  seguenti:  «delle

procure della Repubblica presso i tribunali».

Art. 20

Modifica all’articolo 11 della  legge  7  luglio  2016,  n.  122,  in

  materia di indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali

  violenti

  1. All’articolo 11, comma 2, della legge 7 luglio  2016,  n.  122,

dopo le parole: «secondo comma, del codice penale» sono  inserite  le

seguenti:  «nonche’  per  il  delitto  di  deformazione  dell’aspetto

mediante lesioni permanenti al viso di cui all’articolo 583-quinquies

del codice penale».

                               Art. 21

                 Clausola di invarianza finanziaria

  1. Dall’attuazione delle disposizioni di cui alla  presente  legge

non devono derivare nuovi o maggiori oneri  a  carico  della  finanza

pubblica.  Le  amministrazioni  interessate  provvedono  ai  relativi

adempimenti  con  le  risorse  umane,   strumentali   e   finanziarie

disponibili a legislazione vigente.

  La presente legge, munita del sigillo dello Stato,  sara’  inserita

nella  Raccolta  ufficiale  degli  atti  normativi  della  Repubblica

italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla

osservare come legge dello Stato.

    Data a Roma, addi’ 19 luglio 2019

                             MATTARELLA

Visto, il Guardasigilli: Bonafede

 

STALKING, TEMUTO REATO MOLTO DIFFUSO CONSISTE IN CONDOTTE REITERATE

STALKING, TEMUTO REATO MOLTO DIFFUSO CONSISTE IN CONDOTTE REITERATE atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di “condotte reiterate”, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari

STALKING, TEMUTO REATO MOLTO DIFFUSO CONSISTE IN CONDOTTE REITERATE

atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di “condotte reiterate”, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari

STALKING, TEMUTO REATO MOLTO DIFFUSO CONSISTE IN CONDOTTE REITERATE atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale - in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di "condotte reiterate", omogenee od eterogenee tra loro, con cui l'autore minaccia o molesta la vittima - ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari

 

 

 

 

Quella di atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di “condotte reiterate”, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari (Sez. 5, n. 39519 del 05/06/2012, G., Rv. 254972): a) cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero b) ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero, ancora, c) costringere (la vittima) ad alterare le proprie abitudini di vita.

  1. Nella fattispecie in esame, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la Corte territoriale ha evidenziato come sulla base dello stesso narrato della p.o. emerga il determinarsi quantomeno dell’evento dello stato di ansia e tensione della vittima. Tale stato, prescinde dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, Rv. 260412). In particolare, più volte questa Corte ha evidenziato come, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015 Rv. 265530; Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017, Rv. 269621), essendo sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – nella specie costituiti da minacce, molestie insulti alla persona offesa, inviati anche con post e messaggi – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis c.p. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 c.p.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica (Sez. 5, n. 18646 del 17/02/2017 Rv. 270020).

La prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, poi, ben può essere ricavata oltre che dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014), elementi questi tutti adeguatamente rappresentati nella sentenza impugnata.

  1. Va infine evidenziato che l’ulteriore aspetto segnalato dal ricorrente, circa i momenti di avvicinamento della vittima all’imputato, è stato correttamente ritenuto

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE Sentenza 6 novembre 2019, n. 45141

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MORELLI Francesca – Presidente – Dott. PEZZULLO Rosa – rel. Consigliere – Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Consigliere – Dott. ROMANO Michele – Consigliere – Dott. BORRELLI Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sul ricorso proposto da:

D.P., nato a (OMISSIS);

SENTENZA

avverso la sentenza del 30/11/2015 della CORTE APPELLO di ROMA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. PEZZULLO ROSA;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. BIRRITTERI LUIGI, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità;

udito il difensore della parte civile si associa alle conclusioni del Procuratore Generale e si riporta alle proprie conclusioni scritte che deposita unitamente alla nota spese.

Svolgimento del processo

1.Con sentenza in data 30.11.2015 la Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Roma il 5.5.2015 nella parte in cui D.P. veniva condannato alla pena di mesi dieci di reclusione per i reati di cui all’art. 612 bis c.p., comma 1, per avere con condotte reiterate, offeso, molestato e minacciato P.B., nonchè i suoi familiari e persone a lei vicine, e di cui all’art. 595 c.p., art. 61 c.p., n. 2 e art. 81 c.p., offendendo la reputazione della predetta attraverso post pubblici, riducendo la provvisionale ad Euro 5.000,00.

2.Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a

mezzo del suo difensore di fiducia, lamentando con unico motivo la ricorrenza del vizio di cui all’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), per inosservanza o erronea applicazione dell’art. 612 bis c.p. con specifico riferimento alla insussistenza degli eventi di danno previsti dalla norma e per mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in punto di ricorrenza dei medesimi eventi; invero, la sentenza impugnata risulta viziata nella parte in cui, con motivazione carente, ha concluso per la sussistenza del grave e perdurante stato d’ansia e del cambiamento delle abitudini di vita della p.o., P.B., senza considerare ciò che è emerso dall’istruttoria, ossia la sussistenza di numerosissime conversazioni intrattenute dalla p.o. con l’imputato e solo in una occasione la p.o. ha provveduto ad impedire al D. ogni interferenza con i suoi profili facebook, attraverso la procedura di “banning”; i comportamenti della p.o., ivi compreso quello dell’aver concesso il suo numero telefonico all’imputato, non si presentano consoni ad una p.o., gravemente e reiteratamente minacciata e molestata, anche tenendo conto degli episodi del (OMISSIS), che, correttamente interpretati danno conto del mantenimento di contatti di vario tipo della p.o. con l’imputato.

Motivi della decisione
Il ricorso è inammissibile, siccome manifestamente infondato.

1.Va premesso che le censure sviluppate dal ricorrente – in merito all’insussistenza nella fattispecie degli eventi di danno di cui all’art. 612 bis c.p. – si traducono in prevalenza in censure di fatto inammissibili in sede di legittimità. I motivi di ricorso, infatti, pur essendo formalmente riferiti a vizi riconducibili alle categorie dei vizi di violazione di legge e di motivazione, ex art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) ed e), sono in realtà diretti a richiedere a questa Corte un sindacato sul merito delle valutazioni effettuate dai giudici d’appello (Rv. 203767, 207944, 214794), laddove esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone).

2.Tanto precisato, si osserva che la Corte territoriale con motivazione logica, ampia ed esaustiva, priva di contraddizioni, sulla base della compiuta disamina delle risultanze acquisite ed, in particolare, delle dichiarazioni della parte offesa, P.B., ha correttamente ricondotto i fatti di cui al capo a) contestato all’imputato nella fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p., stante le continue molestie operate nei confronti della stessa, anche mediante messaggi e post diffusi sui social network nei confronti dalla vittima ed il numero infinito di espressioni aspramente offensive e minacciose adoperate in danno della P.. 3. Invero, sulla base delle dichiarazioni della p.o., logiche e coerenti, riscontrate da specifici episodi, nonchè dalle dichiarazioni degli amici della stessa vittima, la Corte territoriale ha dato ampiamente conto della sussistenza degli eventi di danno previsti dall’art. 612 bis c.p. e segnatamente dello stato di ansia, tensione e paura, indotto nella vittima da parte dell’imputato, in considerazione peraltro del lungo arco temporale (oltre sette anni) in cui il predetto ha posto in essere il comportamento persecutorio che ha impedito alla vittima di svolgere una vita normale, anche sotto il profilo delle relazioni personali, insinuando la paura che nelle ore di relax all’improvviso si materializzasse l’imputato.

Inoltre, per effetto di tali condotte la P. è stata costretta a modificare le proprie abitudini di vita, ricorrendo spesso all’aiuto di amici per farsi accompagnare a casa, temendo le intrusioni del D., essendo stata costretta ad installare un blocco in entrata nelle chiamate in arrivo dei propri apparecchi telefonici ed a giustificare continuamente, presso i propri contatti anche di lavoro, le continue intrusioni diffamatorie del D. sui social network.

  1. Quella di atti persecutori è strutturalmente una fattispecie di reato abituale – in quanto primo elemento del fatto tipico è il compimento di “condotte reiterate”, omogenee od eterogenee tra loro, con cui l’autore minaccia o molesta la vittima – ad evento di danno, che prevede più eventi in posizione di equivalenza, uno solo dei quali è sufficiente ad integrarne gli elementi costitutivi necessari (Sez. 5, n. 39519 del 05/06/2012, G., Rv. 254972): a) cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero b) ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva, ovvero, ancora, c) costringere (la vittima) ad alterare le proprie abitudini di vita.
  2. Nella fattispecie in esame, contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, la Corte territoriale ha evidenziato come sulla base dello stesso narrato della p.o. emerga il determinarsi quantomeno dell’evento dello stato di ansia e tensione della vittima. Tale stato, prescinde dall’accertamento di un vero e proprio stato patologico e non richiede necessariamente una perizia medica, potendo il giudice argomentare la sussistenza degli effetti destabilizzanti della condotta dell’agente sull’equilibrio psichico della persona offesa, anche sulla base di massime di esperienza (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014, Rv. 260412). In particolare, più volte questa Corte ha evidenziato come, ai fini della configurabilità del reato di atti persecutori, non è necessario che la vittima prospetti espressamente e descriva con esattezza uno o più degli eventi alternativi del delitto, potendo la prova di essi desumersi dal complesso degli elementi fattuali altrimenti acquisiti e dalla condotta stessa dell’agente (Sez. 5, n. 47195 del 06/10/2015 Rv. 265530; Sez. 5, n. 17795 del 02/03/2017, Rv. 269621), essendo sufficiente che gli atti ritenuti persecutori – nella specie costituiti da minacce, molestie insulti alla persona offesa, inviati anche con post e messaggi – abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell’equilibrio psicologico della vittima, considerato che la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612 bis c.p. non costituisce una duplicazione del reato di lesioni (art. 582 c.p.), il cui evento è configurabile sia come malattia fisica che come malattia mentale e psicologica (Sez. 5, n. 18646 del 17/02/2017 Rv. 270020).

La prova dell’evento del delitto, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, poi, ben può essere ricavata oltre che dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014), elementi questi tutti adeguatamente rappresentati nella sentenza impugnata.

  1. Va infine evidenziato che l’ulteriore aspetto segnalato dal ricorrente, circa i momenti di avvicinamento della vittima all’imputato, è stato correttamente ritenuto

irrilevante dalla Corte territoriale al fine della sussistenza del reato contestato.

Ed invero più volte questa Corte ha evidenziato come nell’ipotesi di atti persecutori commessi nei confronti della ex convivente, l’attendibilità e la forza persuasiva delle dichiarazioni rese dalla vittima del reato non sono inficiate dalla circostanza che all’interno del periodo di vessazione la persona offesa abbia vissuto momenti transitori di attenuazione del malessere in cui ha ripristinato il dialogo con il persecutore (Sez. 5, n. 5313 del 16/09/2014 Rv. 262665 – 01, atteso che l’ambivalenza dei sentimenti provati dalla persona offesa nei confronti dell’imputato non rende di per sè inattendibile la narrazione delle afflizioni subite, imponendo solo una maggiore prudenza nell’analisi delle dichiarazioni in seno al contesto degli elementi conoscitivi a disposizione del giudice (Sez. 6, n. 31309 del 13/05/2015 Rv. 264334), attenzione questa che risulta essere stata adeguatamente prestata, per quanto è dato evincere dalla motivazione della sentenza impugnata.

  1. Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende, nonchè alla rifusione delle spese della parte civile, liquidate in complessivi Euro 2500,00, oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle Ammende, nonchè alla rifusione delle spese di difesa della parte civile nel presente grado di giudizio che liquida in complessivi Euro 2.500 oltre accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Così deciso in Roma, il 17 settembre 2019. Depositato in Cancelleria il 6 novembre 2019

OCCORRE REAGIRE ALLO STALKING? 582 e 585 c.p.

OCCORRE REAGIRE ALLO STALKING? 582 e 585 c.p. e art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo A); artt. 110 e 581 c.p., art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo B); art. 61 c.p., n. 11-ter, art. 110 c.p. e art. 612-bis c.p., comma 3,       OCCORRE REAGIRE ALLO STALKING? 582 e 585 c.p. e art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo A); artt. 110 e 581 c.p., art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo B); art. 61 c.p., n. 11-ter, art. 110 c.p. e art. 612-bis c.p., comma 3,

DENUNCIATE SEMPRE LO STALKING NON SIUBITELO -OCCORRE REAGIRE ALLO STALKING? 582 e 585 c.p. La contestazione suppletiva effettuata nel dibattimento di primo grado dal pubblico ministero, sulla base degli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari (come rilevato dalla corte territoriale), aveva, infatti, ad oggetto, da un lato, le circostanze aggravanti previste dall’art. 585 c.p. e art. 61 c.p., n. 11 ter, dall’altro il delitto di cui all’art. 61 c.p., n. 11 ter e art. 110 c.p. e art. 612 bis c.p., comma 3, (confluito nel capo C dell’imputazione), che rientra nell’ipotesi prevista dall’art. 12 c.p., lett. b), trattandosi di reato unificato sotto il vincolo della continuazione con gli altri reati originariamente contestati agli imputati nei capi A) e B) dell’imputazione, in quanto sorretti dal medesimo disegno criminoso (come riconosciuto dai giudici di merito). Entrambe le fattispecie sono espressamente richiamate dal disposto dell’art. 517 c.p.p., comma 1, che, ove, come nel caso in esame, non ne sia stata fatta menzione nel decreto che dispone il giudizio, autorizza il pubblico ministero a contestare all’imputato il reato connesso o la circostanza aggravante, purchè la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore. Al riguardo appare sufficiente ribadire il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di istruzione dibattimentale, la contestazione di un reato concorrente o di una circostanza aggravante è consentita sulla base anche dei soli elementi già acquisiti in fase di indagini preliminari, non soltanto perchè non vi è alcun limite temporale all’esercizio del potere di modificare l’imputazione in dibattimento, ma anche perchè, da un lato, nel caso di reato concorrente, il procedimento dovrebbe retrocedere alla fase delle indagini preliminari e, dall’altro, nel caso di circostanza aggravante, la mancata contestazione nell’imputazione originaria risulterebbe irreparabile, essendo la medesima insuscettibile di formare oggetto di un autonomo giudizio penale (cfr. Cass., Sez. 2, 8.1.2009, n. 3192, rv. 242672). La legittimità della contestazione suppletiva ex art. 517 c.p.p., va ovviamente valutata al momento in cui essa viene formulata come ipotesi di accusa, da sottomettere poi al vaglio del giudizio alla stessa stregua della contestazione principale. E’ in tale momento che tra il reato contestato in via principale e quello contestato in via suppletiva deve esistere la connessione prevista dall’art. 12 c.p.p., lett. b), (cfr. Cass., Sez. 3, 7.3.1994, n. 6153, rv. 199195), connessione che, come si è detto, è stata ritenuta sussistente da entrambi i giudici di merito. Sicchè per la legittimità della contestazione di una circostanza aggravante o di un reato connesso non è richiesto, in base al disposto dell’art. 517 c.p.p. anche il consenso dell’imputato, essendo sufficiente la sussistenza di un reato contestato in via principale, di una circostanza aggravante ad esso relativa ovvero di un rapporto di connessione quale previsto dall’art. 12 c.p.p., lett. b) tra la contestazione principale e quella suppletiva, la genesi di quest’ultima o della circostanza aggravante dall’approfondimento dibattimentale del materiale investigativo (cfr. Cass., Sez. 3, 8.4.1998, n. 6443, rv. 210970).

  1. Generici e di natura eminentemente fattuale appaiono i motivi di impugnazione di entrambi i ricorrenti, sintetizzati nelle pagine che precedono sub n. 2) (ricorso P.) e sub n. 1); n. 2); n. 3) (ricorso N.).

Con essi, infatti, i ricorrenti propongono una mera rivalutazione, secondo una prospettiva, peraltro, parziale, fondata su di un’atomistica valutazione delle risultanze processuali, del compendio probatorio operata dal giudice di secondo grado, non consentita in questa sede, stante la preclusione, per il giudice di legittimità, di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, e considerato che, in tal caso, si demanderebbe alla Cassazione il compimento di una operazione estranea al giudizio di legittimità, quale è quella di reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (cfr. ex plurimis, Cass., sez. 6, 22/01/2014, n. 10289).

La genericità dei motivi di ricorso si apprezza anche sotto altro profilo, in quanto essi, riproponendo acriticamente le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame (con la cui motivazione sul punto i ricorrenti non si confrontano puntualmente), devono considerarsi non specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 27.1.2005, n. 11933, rv. 231708; Cass., sez. 5, 12.12.1996, n. 3608, rv. 207389). La corte territoriale, del resto, con motivazione articolata ed immune da vizi, ha fornito esauriente e logica risposta a tutti i rilievi difensivi, ponendo a fondamento della sua decisione la narrazione della persona offesa, sottoposta a penetrante e specifica verifica, sotto il profilo della credibilità personale e dell’attendibilità delle sue dichiarazioni; individuando, pur non essendo necessario, anche importanti elementi di riscontro alla narrazione di quest’ultima; specificamente disattendendo tutti gli argomenti spesi dalla difesa al riguardo. Del tutto condivisibile appare il percorso argomentativo seguito dal giudice di secondo grado anche con riferimento alla ritenuta sussistenza dei reati in precedenza indicati, sottolineando, con particolare riguardo al delitto di cui all’art. 612 bis c.p., la pluralità delle condotte vessatorie poste in essere dai due imputati in danno del L.B., per tutto il periodo dell’anno scolastico in cui egli frequentò la scuola, costringendolo, prima, ad interrompere la frequenza scolastica ed, alla fine, ad abbandonare la scuola, eventi che, avendo determinato un’evidente alterazione delle condizione di vita del minore, integrano, come correttamente ritenuto dal giudice di appello, la fattispecie incriminatrice, di cui all’art. 612 bis c.p., unitamente all’accertato stato di ansia e di paura per la propria incolumità fisica, insorto nel minore. Puntuale è la motivazione della corte territoriale anche con riferimento ai concorrenti reati di lesioni volontarie e di percosse, avendo desunto la sussistenza del primo reato, dall’accertata presenza sulla persona del minore di lividi ed ematomi (di cui ha riferito il padre L.B.M.), alterazioni che, come è noto, richiedendo un processo di reintegrazione, anche di breve durata, devono considerarsi “malattia”, ai sensi e per gli effetti dell’art. 582 c.p. (cfr. Cass., sez. 6, 13.1.2010, n. 10986, rv. 246679; Cass., sez. 5, 29.9.2010, n. 43763, rv. 248778), nonché la responsabilità del N. anche per tale reato dalle dichiarazioni della persona offesa.

  1. Manifestamente infondati sono, infine, i rilievi sulla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Ed invero la corte territoriale, da un lato, ha correttamente individuato nella presenza a carico del P. di un precedente penale, l’ostacolo alla concessione delle invocate circostanze ex art. 62 bis c.p., facendo, pertanto, corretto uso dei criteri fissati dall’art. 133 c.p., conformemente all’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, che giustifica il diniego delle attenuanti generiche anche solo sulla base dell’esistenza di precedenti penali (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172), dall’altro, con riferimento ad entrambi gli imputati, ha evidenziato la mancanza di elementi da valutare positivamente ai fini della concessione delle attenuanti ex art. 62 bis, c.p., la cui presenza è sempre necessaria, posto che la meritevolezza del relativo adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo l’affermata insussistenza (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172). Sotto tale ultimo profilo il giudice di secondo grado ha sottolineato non solo la gravità dei fatti posti in essere in danno del L.B., ma anche l’assenza di un processo di maturazione e di rivisitazione critica del proprio operato da parte degli imputati, i quali, continuando ad affermare che la persona offesa è stata vittima di scherzi, dimostrano di non avere compreso la gravità della propria condotta.     Cassazione Penale sez. V Sentenza 11/06/2018, n. 26595 REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE  Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente – Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere – Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Consigliere – Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere – Dott. AMATORE Roberto – Consigliere – ha pronunciato la seguente: SENTENZA sul ricorso proposto da: P.S., nato il (OMISSIS); N.F., nato il (OMISSIS); avverso la sentenza del 27/01/2017 della CORTE APP.SEZ.MINORENNI di CATANIA; visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso; udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALFREDO GUARDIANO; Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. PINELLI MARIO MARIA STEFANO: Stimando infondati i ricorsi, il PG ne chiede l’inammissibilità. Udito il difensore avv. Leotta S.; Il difensore presente evidenzia le doglianze mosse nei confronti della sentenza impugnata e ne chiede l’annullamento. RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Catania, sezione penale minori, confermava la sentenza con cui il tribunale per i minorenni di Catania, in data 17.11.2015, aveva condannato P.S. e N.F., ciascuno alle pene ritenute di giustizia, in relazione ai reati di cui agli artt. 582 e 585 c.p. e art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo A); artt. 110 e 581 c.p., art. 61 c.p., n. 11-ter, (capo B); art. 61 c.p., n. 11-ter, art. 110 c.p. e art. 612-bis c.p., comma 3, (capo C), loro in rubrica rispettivamente ascritti.
  2. Avverso la sentenza della corte di appello di Catania, di cui chiedono l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione entrambi gli imputati, con autonomi atti di impugnazione.

2.1. Il P., in particolare, lamenta: 1) l’inosservanza di norme processuali previste a pena di nullità, con riguardo al reato contestato al capo C) dell’imputazione, per violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa, in quanto il pubblico ministero, all’esito dell’escussione del teste L.B.M. (padre della persona offesa), ha proceduto alla contestazione suppletiva delle circostanze aggravanti di cui all’art. 61 c.p., n. 11-ter e art. 585 c.p., nonchè alla contestazione di un fatto nuovo, e cioè del reato di atti persecutori di cui all’art. 612-bis c.p., in violazione dell’art. 518 c.p.p., a mente del quale il pubblico ministero può procedere alla contestazione di un fatto nuovo nel corso del dibattimento solo quando vi sia il consenso dell’imputato presente che, nel caso di specie, non è stato prestato. Rileva, al riguardo, il ricorrente che il reato di atti persecutori contestato al capo C) dell’imputazione, integra un fatto ulteriore rispetto a quelli originariamente contestati, che non si sostituisce ad essi, ma vi si aggiunge quale autonomo thema decidendum ed è perciò qualificabile come fatto nuovo, che, dunque, non poteva essere contestato, in mancanza del consenso dell’imputato, giusta la previsione dell’art. 518 c.p., comma 2; 2) mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, avendo la corte travisato totalmente le risultanze dibattimentali. Più precisamente, con riguardo al reato di lesioni personali volontarie, contestato al capo A) dell’imputazione, il ricorrente rileva che la persona offesa ha riferito di non aver riportato neanche un graffio a seguito della presunta aggressione. Risulta, dunque, illogica ed errata la mancata riqualificazione del fatto nel reato di cui all’art. 581 c.p.; in relazione al reato di percosse di cui al capo B) dell’imputazione, il ricorrente deduce che, alla luce della deposizione resa da F.E. (compagno di classe della persona offesa e degli imputati) l’episodio verificatosi in data (OMISSIS) non configura un’aggressione ma un mero litigio tra ragazzi, scatenato dal fatto che la persona offesa, colpita accidentalmente da alcune gocce di limone con cui stavano giocando i suoi compagni, ha reagito aggredendoli fisicamente con dei calci. Peraltro, il ricorrente sottolinea che non vi è prova di una sua partecipazione a tale episodio, posto che la persona offesa ha parlato di una tale ” Pl.” e non di ” P.”; infine, in relazione al reato di stalking di cui al capo C), il ricorrente evidenzia che le risultanze dibattimentali non dimostrano la sussistenza di reiterate condotte vessatorie e moleste e, dunque, la sussistenza della condotta di cui all’art. 612-bis c.p., essendo emerso: che le presunte aggressioni non furono tre ma soltanto due, in quanto l’episodio in cui gli imputati avrebbero spremuto del limone addosso alla persona offesa fu contestuale alla presunta aggressione del (OMISSIS); che, in ogni caso, quel giorno non vi è stata alcuna aggressione nei confronti di L.B.P., anzi era stato proprio lui, infastidito dal fatto di essere stato colpito accidentalmente da alcune gocce di limone con cui stavano giocando i suoi compagni, a reagire aggredendoli fisicamente con dei calci; che il video, registrato con un telefonino, dell’episodio verificatosi prima delle vacanze di Natale, peraltro mai proiettato in classe alla presenza di un insegnante, non mostra una aggressione ai danni della persona offesa, ma scene di drammatizzazione con le quali i ragazzi mimavano calci e pugni al compagno; che i fatti di cui sopra non hanno ingenerato uno stato di ansia o di timore, tanto è vero che il padre della persona offesa ha dichiarato che le ragioni per le quali il figlio ha lasciato l’istituto scolastico non furono le condotte degli odierni imputati, bensì la circostanza che i genitori della persona offesa avevano deciso di denunziare la scuola; 3) vizio di motivazione, in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, giacchè il giudice dell’appello avrebbe omesso di fornire adeguata ed esaustiva risposta alle doglianze difensive, non considerando che il P. ha ammesso che, pur non avendo alcun intento persecutorio nei confronti del compagno di classe, vi sono state delle spinte e degli insulti tra lui e la persona offesa, in tal modo dimostrando, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, una rivisitazione critica delle proprie scelte ed un processo di maturazione che lo ha indotto ad assumersi le proprie responsabilità, senza tacere che il giudice di secondo grado avrebbe dovuto prendere in considerazione il documentato disagio psichico nel quale versa l’imputato e la difficile situazione familiare che lo stesso vive a causa della grave patologia da cui risulta affetta la madre. 2.2. Il N., dal suo canto, eccepisce: 1) travisamento della prova e contraddittorietà della motivazione, in quanto il giudice di appello ha fondato il suo convincimento su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale, ritenendo dimostrato il pestaggio in danno della persona offesa, esclusivamente sulla base delle dichiarazioni di quest’ultima (di cui il ricorrente contesta l’attendibilità, trattandosi di soggetto affetto da lieve ritardo cognitivo, che avrebbe dovuto essere sottoposto a perizia psichiatrica, ingiustamente negata dal giudice di appello) e dei suoi genitori, confondendo la pantomima di una aggressione con una reale aggressione, posto che i testi estranei uditi in udienza hanno dichiarato che i compagni di classe scherzavano con la persona offesa come scherzano fra di loro e che l’episodio di dicembre era stato una drammatizzazione, una scena mimata di una aggressione, senza tacere che non vi è alcuna prova della diffusione del video dal presunto contenuto rappresentativo di un’aggressione subita dal L.B.P.; 2) violazione di legge, difettando la dimostrazione della sussistenza egli elementi integrativi del reato di “stalking”, con particolare riferimento al perdurante e grave stato di ansia o di paura, richiesto dalla norma incriminatrice, tanto è vero che dalla deposizione del padre della persona offesa, L.B.M., trapela che il reale motivo per cui il figlio non venne più mandato a scuola non erano gli scherzi dei suoi compagni di classe, ma la denuncia presentata contro la scuola; 3) vizio di motivazione, in quanto la corte territoriale, da un lato, non ha tenuto conto di quanto riferito dal teste F.E., circa l’assenza del N. all’episodio del (OMISSIS); dall’altro, omette di considerare il particolare contesto in cui si sono svolti i fatti, un istituto scolastico, in cui frequenti erano gli scherzi reciproci fra gli alunni che lo frequentavano, ai quali partecipava anche il L.B., con un ruolo non sempre di vittima di tali scherzi, per cui il giudice avrebbe dovuto verificare se, nel caso della reciprocità degli atti di molestie, vi sia una posizione di ingiustificata predominanza di uno dei contendenti, tale da consentire e qualificare le iniziative minacciose e moleste come atti di natura persecutoria e le reazioni della vittima esplicazioni di un meccanismo di difesa volto a sopraffare la paura; 4) vizio di motivazione e violazione di legge, con riferimento alla mancata concessione delle attenuanti generiche, in quanto la mancata partecipazione al torneo di calcetto ed il dialogo aperto in classe con l’insegnante di educazione motoria, nonchè coordinatore della classe, hanno fatto comprendere al N. l’inopportunità del suo comportamento, per cui, contrariamente a quanto sostenuto dal giudice di appello, non vi sono ostacoli al riconoscimento delle attenuanti generiche, anche in considerazione del fatto che, pur essendo l’ambiente scolastico tale da indurre tutta la classe a quei comportamenti, solo tre ragazzi sono stati sottoposti ad un processo penale.  CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. I ricorsi vanno dichiarati inammissibili per le seguenti ragioni.
  2. Manifestamente infondato appare il primo motivo di ricorso articolato dal P., dovendo trovare applicazione nel caso in esame il disposto dell’art. 517 c.p.p., che rende inapplicabile la previsione normativa di cui all’art. 518 c.p.p..

La contestazione suppletiva effettuata nel dibattimento di primo grado dal pubblico ministero, sulla base degli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari (come rilevato dalla corte territoriale), aveva, infatti, ad oggetto, da un lato, le circostanze aggravanti previste dall’art. 585 c.p. e art. 61 c.p., n. 11 ter, dall’altro il delitto di cui all’art. 61 c.p., n. 11 ter e art. 110 c.p. e art. 612 bis c.p., comma 3, (confluito nel capo C dell’imputazione), che rientra nell’ipotesi prevista dall’art. 12 c.p., lett. b), trattandosi di reato unificato sotto il vincolo della continuazione con gli altri reati originariamente contestati agli imputati nei capi A) e B) dell’imputazione, in quanto sorretti dal medesimo disegno criminoso (come riconosciuto dai giudici di merito). Entrambe le fattispecie sono espressamente richiamate dal disposto dell’art. 517 c.p.p., comma 1, che, ove, come nel caso in esame, non ne sia stata fatta menzione nel decreto che dispone il giudizio, autorizza il pubblico ministero a contestare all’imputato il reato connesso o la circostanza aggravante, purchè la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore. Al riguardo appare sufficiente ribadire il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui in tema di istruzione dibattimentale, la contestazione di un reato concorrente o di una circostanza aggravante è consentita sulla base anche dei soli elementi già acquisiti in fase di indagini preliminari, non soltanto perchè non vi è alcun limite temporale all’esercizio del potere di modificare l’imputazione in dibattimento, ma anche perchè, da un lato, nel caso di reato concorrente, il procedimento dovrebbe retrocedere alla fase delle indagini preliminari e, dall’altro, nel caso di circostanza aggravante, la mancata contestazione nell’imputazione originaria risulterebbe irreparabile, essendo la medesima insuscettibile di formare oggetto di un autonomo giudizio penale (cfr. Cass., Sez. 2, 8.1.2009, n. 3192, rv. 242672). La legittimità della contestazione suppletiva ex art. 517 c.p.p., va ovviamente valutata al momento in cui essa viene formulata come ipotesi di accusa, da sottomettere poi al vaglio del giudizio alla stessa stregua della contestazione principale. E’ in tale momento che tra il reato contestato in via principale e quello contestato in via suppletiva deve esistere la connessione prevista dall’art. 12 c.p.p., lett. b), (cfr. Cass., Sez. 3, 7.3.1994, n. 6153, rv. 199195), connessione che, come si è detto, è stata ritenuta sussistente da entrambi i giudici di merito. Sicchè per la legittimità della contestazione di una circostanza aggravante o di un reato connesso non è richiesto, in base al disposto dell’art. 517 c.p.p. anche il consenso dell’imputato, essendo sufficiente la sussistenza di un reato contestato in via principale, di una circostanza aggravante ad esso relativa ovvero di un rapporto di connessione quale previsto dall’art. 12 c.p.p., lett. b) tra la contestazione principale e quella suppletiva, la genesi di quest’ultima o della circostanza aggravante dall’approfondimento dibattimentale del materiale investigativo (cfr. Cass., Sez. 3, 8.4.1998, n. 6443, rv. 210970).

  1. Generici e di natura eminentemente fattuale appaiono i motivi di impugnazione di entrambi i ricorrenti, sintetizzati nelle pagine che precedono sub n. 2) (ricorso P.) e sub n. 1); n. 2); n. 3) (ricorso N.).

Con essi, infatti, i ricorrenti propongono una mera rivalutazione, secondo una prospettiva, peraltro, parziale, fondata su di un’atomistica valutazione delle risultanze processuali, del compendio probatorio operata dal giudice di secondo grado, non consentita in questa sede, stante la preclusione, per il giudice di legittimità, di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, e considerato che, in tal caso, si demanderebbe alla Cassazione il compimento di una operazione estranea al giudizio di legittimità, quale è quella di reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (cfr. ex plurimis, Cass., sez. 6, 22/01/2014, n. 10289). La genericità dei motivi di ricorso si apprezza anche sotto altro profilo, in quanto essi, riproponendo acriticamente le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame (con la cui motivazione sul punto i ricorrenti non si confrontano puntualmente), devono considerarsi non specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 27.1.2005, n. 11933, rv. 231708; Cass., sez. 5, 12.12.1996, n. 3608, rv. 207389). La corte territoriale, del resto, con motivazione articolata ed immune da vizi, ha fornito esauriente e logica risposta a tutti i rilievi difensivi, ponendo a fondamento della sua decisione la narrazione della persona offesa, sottoposta a penetrante e specifica verifica, sotto il profilo della credibilità personale e dell’attendibilità delle sue dichiarazioni; individuando, pur non essendo necessario, anche importanti elementi di riscontro alla narrazione di quest’ultima; specificamente disattendendo tutti gli argomenti spesi dalla difesa al riguardo. Del tutto condivisibile appare il percorso argomentativo seguito dal giudice di secondo grado anche con riferimento alla ritenuta sussistenza dei reati in precedenza indicati, sottolineando, con particolare riguardo al delitto di cui all’art. 612 bis c.p., la pluralità delle condotte vessatorie poste in essere dai due imputati in danno del L.B., per tutto il periodo dell’anno scolastico in cui egli frequentò la scuola, costringendolo, prima, ad interrompere la frequenza scolastica ed, alla fine, ad abbandonare la scuola, eventi che, avendo determinato un’evidente alterazione delle condizione di vita del minore, integrano, come correttamente ritenuto dal giudice di appello, la fattispecie incriminatrice, di cui all’art. 612 bis c.p., unitamente all’accertato stato di ansia e di paura per la propria incolumità fisica, insorto nel minore. Puntuale è la motivazione della corte territoriale anche con riferimento ai concorrenti reati di lesioni volontarie e di percosse, avendo desunto la sussistenza del primo reato, dall’accertata presenza sulla persona del minore di lividi ed ematomi (di cui ha riferito il padre L.B.M.), alterazioni che, come è noto, richiedendo un processo di reintegrazione, anche di breve durata, devono considerarsi “malattia”, ai sensi e per gli effetti dell’art. 582 c.p. (cfr. Cass., sez. 6, 13.1.2010, n. 10986, rv. 246679; Cass., sez. 5, 29.9.2010, n. 43763, rv. 248778), nonché la responsabilità del N. anche per tale reato dalle dichiarazioni della persona offesa.

  1. Manifestamente infondati sono, infine, i rilievi sulla mancata concessione delle attenuanti generiche.

Ed invero la corte territoriale, da un lato, ha correttamente individuato nella presenza a carico del P. di un precedente penale, l’ostacolo alla concessione delle invocate circostanze ex art. 62 bis c.p., facendo, pertanto, corretto uso dei criteri fissati dall’art. 133 c.p., conformemente all’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimità, che giustifica il diniego delle attenuanti generiche anche solo sulla base dell’esistenza di precedenti penali (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172), dall’altro, con riferimento ad entrambi gli imputati, ha evidenziato la mancanza di elementi da valutare positivamente ai fini della concessione delle attenuanti ex art. 62 bis, c.p., la cui presenza è sempre necessaria, posto che la meritevolezza del relativo adeguamento, in senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo l’affermata insussistenza (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172). Sotto tale ultimo profilo il giudice di secondo grado ha sottolineato non solo la gravità dei fatti posti in essere in danno del L.B., ma anche l’assenza di un processo di maturazione e di rivisitazione critica del proprio operato da parte degli imputati, i quali, continuando ad affermare che la persona offesa è stata vittima di scherzi, dimostrano di non avere compreso la gravità della propria condotta. A fronte di siffatta motivazione, che non appare nè contraddittoria, nè manifestamente illogica, i ricorrenti oppongono una diversa lettura del comportamento da essi serbato, svolgendo, dunque, considerazioni di merito, non consentite in questa sede. Va, infine, disposta l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento, ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, comma 5.  P.Q.M. Dichiara inammissibili i ricorsi. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge. Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2018. Depositato in Cancelleria, il 11 giugno 2018.