Avvocato penalista

PENALE BOLOGNA MILANO: REATI TRANSANAZIONALI

PENALE BOLOGNA MILANO: REATI TRANSANAZIONALI Aggravante della c.d. transnazionalità ex art. 4 L. 146/2006

  • Si considera reato transnazionale il reato punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, qualora sia coinvolto un gruppo criminale organizzato, nonché:

  • avvocato penale tribunale di Bologna
    avvocato penale tribunale di Bologna
  • sia commesso in più di uno Stato;
  • ovvero sia commesso in uno Stato, ma una parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo avvenga in un altro Stato;

    CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall'autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato".
    CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall’autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato”.
  • ovvero sia commesso in uno Stato, ma in esso sia implicato un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato;
  • Segnatamente, la l. n. 146 del 2006, art. 4 è circostanza “speciale”, in quanto applicabile solo a determinati reati, ritenuti gravi siccome puniti con pena non inferiore nel massimo a quattro anni di reclusione e, ad un tempo, ad effetti speciali, in ragione dell’entità dell’aumento di pena previsto, superiori ad un terzo, ai sensi dell’art. 63, comma 3 c.p. Tale norma deve essere letta – chiosa il Collegio- in combinato disposto con l’art. 3. Ora, la lettura congiunta delle due norme, 3 e 4, precedentemente richiamate, consente di affermare che, per conformazione morfologica e strutturale, la transnazionalità non è elemento costitutivo di un’autonoma fattispecie delittuosa, destinata ad incrementare il già cospicuo novero di illeciti dell’universo penale. Si tratta, invece, di una peculiare modalità di espressione, o predicato, riferibile a qualsivoglia delitto(con esclusione, quindi, delle contravvenzioni) a condizione che lo stesso sia per ragioni oggettive sia per la sua riferibilità alla sfera di azione di un gruppo organizzato operante in più di uno Stato, assuma una proiezione transfrontaliera. Il reato transnazionale è dunque una nozione definitoria che si ricava dall’insieme degli elementi costitutivi di un comune delitto e di quelli specifici, positivamente previsti. In particolare, il citato articolo 3 ancora la qualificazione della transnazionalità a tre parametri: il primo è connesso alla gravità del reato, determinata in ragione della misura edittale di pena, dunque sulla base di un coefficiente di gravità non flessibile, bensì predeterminato sulla base della nozione di reato grave recepita dalla Convenzione, ai sensi della quale con tale nozione si intende la condotta sanzionabile con una pena privativa della libertà personale di almeno quattro anni nel massimo o con una pena più elevata.
  • Il secondo criterio prevede il coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato. Il terzo e ultimo parametro si sostanza, invece, di uno degli elementi che la norma prevede in forma alternativa: commissione del reato offerto da uno o più adepti del gruppo criminale organizzato, in adempimento del programma criminale dello stesso sodalizio, ovvero come vantaggio che al gruppo oggettivamente derivi, comunque, dall’attività delittuosa da altri posta in essere.
  • Il concetto di transnazionalità non risponde soltanto ad un’esigenza meramente descrittiva, ma è invece foriero di rilevanti effetti sul piano della disciplina sostanziale e processuale. Si intende fare riferimento, in particolare, alla previsione della responsabilità amministrativa degli enti di cui alla L. n. 146/2006, art. 10, che proprio nel caso di commissione di uno dei reati previsti dall’art. 3, sancisce l’applicabilità di particolari sanzioni amministrative in misura determinata; alla confisca obbligatoria anche per equivalente prevista dall’art. 11 della normativa; all’estensione dei poteri del pubblico ministero allo scopo di assicurare la confisca. In buona sostanza, si assiste ad una serie di effetti “a cascata” che valgono a conferire al reato transnazionale uno specifico rilievo rispetto ad identica forma delittuosa priva di siffatta caratterizzazione. L’art. 3 dunque non prevede sanzione alcuna. Invece il successivo art. 4 introduce una speciale aggravante per il reato “grave” che sia commesso con il “contributo” di un gruppo criminale organizzato, impegnato in attività criminali in più di uno Stato.
  • Sul punto, le Sezioni Unite affermano che uno degli indici della transnazionalità cd soggettiva è il coinvolgimento di un gruppo criminale organizzato transnazionale: per l’intervento selettivo del legislatore, ai fini dell’aggravamento di pena è necessario un più elevato coefficiente di coinvolgimento, ossia la prestazione di un contributo causale alla commissione del reato, giacché solo siffatta situazione, per discrezionale scelta del legislatore, è ritenuto di maggiore gravità ed allarme sociale. Il generico riferimento normativo a qualsiasi reato, purché ad esso si accompagni la previsione sanzionatoria, porta allora a ritenere che l’apporto causale di un gruppo siffatto possa spiegarsi nei confronti di qualsivoglia espressione e dunque anche di quella associativa. Non esiste motivo per ritenere l’incompatibilità della speciale aggravante con quest’ultimo reato.
  • Tanto premesso, è allora evidente che ai fini della configurazione della speciale aggravante in esame, non è affatto necessario che il reato in questione venga commesso all’estero, ben potendo restare circoscritto in ambito nazionale. Né è richiesto che del sodalizio criminoso facciano parte soggetti operanti in paesi diversi.
  • Nell’individuazione dell’ambito concettuale del contributo causale non può certamente sottacersi che dal punto di vista penale interno, contribuire alla realizzazione di un reato implica compartecipazione delittuosa e, dunque, concorso nella relativa commissione. Ma siffatta evenienza non collide con la sfera dell’art. 4 poiché le due ipotesi attengono a distinti versamenti concettuali: uno afferente al gruppo in sé, l’altro, all’eventuale partecipazione e responsabilità di taluni suoi componenti. In altre parole, il gruppo organizzato può aver contribuito alla costituzione del sodalizio delittuoso senza che tutti i suoi componenti possano poi ritenersi partecipi o concorrenti esterni del reato associativo commesso in ambito nazionale. Si tratta, per vero, di un principio mutuato dalla elaborazione giurisprudenziale in tema di associazione per delinquere, secondo cui la partecipazione ad una consorteria criminale non comporta,eo ipso, l’imputabilità a tutti i sodali dei reati-fine dalla stessa pianificati. Il riferimento non deve ritenersi poco pertinente ove si consideri che il gruppo criminale organizzato transnazionale può anche essere stato costituito in Italia ed avere qui sede operativa, restando, quindi soggetto alla giurisdizione nazionale. E’ dunque pacifico che in materia di reati associativi, il ruolo di partecipe rivestito da taluno nell’ambito della struttura organizzativa criminale non è di per sé solo sufficiente a far presumere la sua automatica responsabilità per ogni delitto compiuto da altri nel quadro del programma criminoso, giacché dei reati-fine rispondono soltanto coloro che materialmente o moralmente hanno dato un effettivo contributo, causalmente rilevante, volontario e consapevole all’attuazione della singola condotta criminosa, alla stregua dei comuni principi in tema di concorso di persone nel reato, essendo teoricamente esclusa dall’ordinamento vigente la configurazione di qualsiasi forma di anomala responsabilità di posizione o da riscontro d’ambiente.
  • Alla luce di tali principi, deriva che del contributo offerto da un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato, occorre postulare una necessaria autonomia tra la condotta che integra il reato comune e quella che vale a realizzare il contributo prestato dal gruppo transnazionale, giacché ove i due fatti si realizzassero reciprocamente all’interno di una sola condotta, mancherebbe la ragione d’essere per ipotizzare la diversa – e più grave- lesione del bene protetto. Si avrebbe, in tal caso, un’unica associazione per delinquere “transnazionale”, ossia una fattispecie complessa, secondo il paradigma dell’art. 84 c.p., comma 1, in cui la circostanza aggravante, corrispondente del resto, alla previsione della L. n. 146 del 2006, precedente all’art. 3 lett. c) verrebbe a porsi come elemento costitutivo del reato associativo transnazionale. Si tratterebbe, però, non già di un’autonoma fattispecie di reato bensì di una ordinaria associazione per delinquere cui inerisce lo speciale connotato della transnazionalità, con ogni conseguenziale applicazione. Occorre quindi verificare se e in che limiti il contributo di un gruppo organizzato transnazionale, che in sé potrebbe già presentare tutti i requisiti per realizzare la fattispecie di una associazione finalizzata alla commissione di determinati delitti, divenendo per ciò stesso perseguibile in base al quadro normativo vigente -possa rappresentare, a sua volta, quella autonoma condotta aggravatrice rispetto alla stessa fattispecie associativa. Ebbene, poiché quel contributo, ancorché realizzato in forma associativa, deve ontologicamente rappresentare una condotta materialmente scissa da quella che è necessaria per realizzare la fattispecie-base, se ne può dedurre che l’aggravante in questione non risulta compatibile con la figura dell’associazione per delinquere in tutti i casi in cui le due condotte associative coincidano sul piano strutturale e funzionale, dando luogo ad un’unica associazione transnazionale. Ove, invece, l’associazione per delinquere “basti a sé stessa” nel senso che i relativi associati o parte di essi ed il programma criminoso posto a fulcro del sodalizio realizzino il fatto-reato a prescindere da qualsiasi tipo di contributo esterno, ben può immaginarsi che, a tale condotta, altra (e autonoma) se ne possa affiancare, al fine di estendere le potenzialità l’agere del sodalizio in campo internazionale; con la conseguenza che, ove un siffatto contributo sia fornito da persone che in modo organizzato sono chiamate a prestare tale collaborazione, non potrà negarsi che il reato-base assuma dei connotati di intrinseca maggiore pericolosità, tale da giustificare l’applicazione dell’aggravante in questione. Il tutto, ovviamente, a prescindere dalla circostanza che il contributo offerto dal “gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato” renda poi quello stesso gruppo partecipe o concorrente nel reato associativo “comune”, posto che è proprio quel contributo a rappresentare ilquid pluris che giustifica la ratio aggravatrice, che non può certo ritenersi assorbita dalle regole ordinarie sul concorso nei reati.

Attentati alla sicurezza degli impianti di energia elettrica e del gas ovvero delle pubbliche comunicazioni-Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (1).

Attentati alla sicurezza degli impianti di energia elettrica e del gas ovvero delle pubbliche comunicazioni.

LIBRO SECONDO
DEI DELITTI IN PARTICOLARE

che nell’ipotesi in cui il fatto illecito si configuri come reato il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica; che la sofferenza morale cagionata dal reato non è necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, assumendo rilievo la sua durata ai fini della quantificazione del risarcimento; che, nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua un’autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata; che, in conclusione, è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore uomo si siano verificate.

Attenzione: Diritto penale breve vademecum-avvocato penalista Bologna

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 13 maggio 2009, n. 11059

(Pres. Preden – est. Amatucci)

Motivi della decisione

  1. Con i sette motivi di ricorso la sentenza è rispettivamente censurata:
  2. a) per violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 e 2729 c.c., 115 e 116 c.p.c. laddove aveva posto a base della decisione un’inesatta nozione di fatto notorio, violando anche le norme sulle presunzioni semplici e finendo col considerare notorio il danno stesso, che era invece il fatto da provare;
  3. b) per violazione e falsa applicazione degli artt. 2729 c.c., 115 e 116 c.p.c., nonché per omessa o insufficiente motivazione su punto decisivo nella parte in cui aveva ritenuto che dal fatto notorio della sottoposizione dei residenti nell’area contaminata a controlli sanitari ed a prescrizioni di comportamento potesse “certamente inferirsi, secondo l’id quod plerumque accidit, che in ciascuno dei soggetti anzidetti si sia determinato quel patema d’animo, ovvero quello stato di preoccupazione per la propria salute (esposta a pericolo di disastro ambientale, e quindi di turbamento, di tensione e di ansia – transeunte ancorché duraturo – che viene a configurare il danno morale” (pagina 9 della sentenza); si sostiene che in tema di prova per presunzioni il fatto ignoto da accertarsi deve profilarsi come la sola conseguenza logicamente possibile del fatto noto, o quantomeno in termini di ragionevole certezza e non di mera possibilità;
  4. c) per violazione e falsa applicazione dell’art. 2727 c.c. per avere, in violazione del divieto del praesumptum de praesumpto, dedotto in via presuntiva che danno vi fosse stato dalla presunzione che dai controlli sanitari fossero derivati agli attori “evidenti timori sia per la propria salute che per quella di soggetti diversi …” (pagina 6 della sentenza);
  5. d) per violazione e falsa applicazione degli artt. 2059 e 2697 c.c. per aver identificato il danno con la lesione dell’interesse, senza considerare che il danno, anche quello non patrimoniale, non è mai configurabile in re ipsa, ma è pur sempre conseguenza del fatto, che va dunque provato, e va inoltre personalizzato, come precisato nel precedente specifico costituito da Cass., sez. un., n. 2515/02;
  6. e) per violazione e falsa applicazione dell’art. 81 c.p.c. laddove, mediante il rilievo conferito alla notorietà degli inconvenienti in cui era incappata “tutta la popolazione residente nelle zone circostanti lo stabilimento ICMESA”, dato in realtà ingresso ad una class action, ignota al nostro ordinamento, dove invece vige il principio secondo il quale, fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, nessuno può far valere in nome proprio un diritto altrui;
  7. f) per violazione e falsa applicazione degli artt. 2059, 2043 e 2697 c.c. giacché, affermando che il fatto avrebbe determinato riflessi nella vita sociale e di relazione degli attori per i controlli sanitari cui sarebbero stati sottoposti per dieci anni con conseguenti limitazioni del normale svolgimento della vita, la corte territoriale avrebbe in realtà riconosciuto non il danno morale, che per sua natura consiste in un transeunte perturbamento, ma il danno “esistenziale”, che consistendo in un non facere esteriore, va più rigorosamente provato;
  8. g) per violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 1226, 2056 e 2059 c.c., in relazione all’art. 360, nn. 3 e 5, c.p.c., in relazione alla quantificazione uniforme del danno per tutti gli attori nel riconosciuto difetto di elementi per una differenziazione delle varie posizioni, a conferma della carenza di prova sopra rilevata ed a rivelazione di una carenza di motivazione in punto di effettuata liquidazione equitativa.
  9. – Le censure, che possono essere congiuntamente esaminate per la connessione che le connota, sono tutte infondate.

La corte d’appello ha dato analiticamente conto (alle pagine 5, 6 e 7 della sentenza impugnata) delle ragioni che avevano indotto il tribunale all’accoglimento della domanda, espressamente riferendo che tutti coloro, come gli attori, che risiedevano nelle zone delimitate come “B” ed “R”, come risulta dalla documentazione prodotta (così, testualmente, a pagina 5) vennero sottoposti, in quanto soggetti a rischio, a ripetuti controlli sanitari, sia nell’immediatezza dell’evento sia successivamente, per parecchi anni, almeno fino al 1984. Lo stesso concetto è nuovamente espresso a pagina 9, capoverso, dove si afferma essere notorio e comunque documentato che i controlli interessarono anche specificamente gli attori/appellati, nessuno di essi escluso.

Il fatto da cui la corte ha preso le mosse per la configurazione del danno non patrimoniale in capo agli attori (ravvisato nel patema d’animo indotto in ognuno dalla preoccupazione per il proprio stato di salute) è stato dunque ritenuto, al di là del riferimento al notorio, documentalmente provato, sicché manca il presupposto stesso delle censure mosse alla sentenza con i primi tre motivi.

Per il resto la sentenza è del tutto conforme a diritto dove afferma che il danno non patrimoniale consistente nel patema d’animo e nella sofferenza interna ben può essere provato per presunzioni e che la prova per inferenza induttiva non postula che il fatto ignoto da dimostrare sia l’unico riflesso possibile di un fatto noto, essendo sufficiente la rilevante probabilità del determinarsi dell’uno in dipendenza del verificarsi dell’altro secondo criteri di regolarità causale.

Né è stata fatta confusione di sorta tra interesse leso e danno derivatone, avendo la corte d’appello chiarito che il tribunale – in linea con la richiamata Cass., sez. un., n. 2515/02 – aveva ritenuto che l’art. 449 c.p. prevede un delitto colposo di pericolo presunto a carattere plurioffensivo, in quanto incidente sia sul bene pubblico immateriale ed unitario dell’ambiente che sulla sfera individuale dei singoli soggetti che si trovano in concreta relazione con i luoghi interessati dall’evento dannoso in ragione della loro residenza o frequentazione abituale; sicché l’interesse nella specie leso è quello rafforzato, e niente affatto adespota, proprio dei soggetti che si siano trovati, come tutti gli attori, in particolare relazione con l’ambiente inquinato da sostanze altamente tossiche. Da tale relazione è derivato il patema d’animo e la preoccupazione che la corte ha correttamente ritenuto costituire danno non patrimoniale risarcibile in quanto derivante da reato.

E tanto evidenzia l’infondatezza del quarto e del quinto motivo.

Quella del sesto discende dai principi recentemente enunciati da Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26972, che ha escluso l’autonomia della categoria del cosiddetto danno esistenziale, al contempo chiarendo che nell’ipotesi in cui il fatto illecito si configuri come reato il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua più ampia accezione di danno determinato da lesioni di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica; che la sofferenza morale cagionata dal reato non è necessariamente transeunte, ben potendo l’effetto penoso protrarsi anche per lungo tempo, assumendo rilievo la sua durata ai fini della quantificazione del risarcimento; che, nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, la formula “danno morale” non individua un’autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata; che, in conclusione, è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore uomo si siano verificate.

Comunque li abbia qualificati, la corte d’appello ha appunto risarcito tutti i pregiudizi che ha ragionevolmente ritenuto derivati dal reato, in linea con gli enunciati principi.

L’infondatezza del settimo motivo, infine, è connessa al rilievo che la corte d’appello ha ritenuto che, alla luce degli elementi che hanno caratterizzato la vicenda in questione (gravità del fatto e delle sue possibili conseguenze per la salute della popolazione residente nell’area inquinata, lungo periodo per cui si sono protratti i controlli di laboratorio ed il regime di vigilanza) l’importo di Euro 5.000 liquidato in via equitativa in favore di ciascuno degli attori corrispondesse ad una valutazione prudenziale, “se non addirittura minima” del danno morale in questione (a pagina 10 della sentenza, sub 2.3.). Il che non altro significa che, secondo l’apprezzamento di fatto compiuto dal giudice di merito con motivazione senz’altro adeguata, in nessun caso potesse ipotizzarsi, per ognuno, una valutazione equitativa del danno inferiore a quell’importo.

  1. – Il ricorso è respinto.

Le spese (in favore dei tre intimati che hanno depositato controricorso) seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese, che liquida in Euro 2.200, si cui 2.000 per onorari, oltre alle spese generali ed agli accessori di legge.

 

TITOLO VI
Dei delitti contro l’incolumità pubblica

Capo I
Dei delitti di comune pericolo mediante violenza

Art. 422.
Strage.

Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di più persone, con l’ergastolo.
Se è cagionata la morte di una sola persona, si applica l’ergastolo. In ogni altro caso si applica la reclusione non inferiore a quindici anni.

Art. 423.
Incendio.

Chiunque cagiona un incendio è punito con la reclusione da tre a sette anni.
La disposizione precedente si applica anche nel caso d’incendio della cosa propria, se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità pubblica.

Art. 423-bis.
Incendio boschivo.

Chiunque cagioni un incendio su boschi, selve o foreste ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento, propri o altrui, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni.
Se l’incendio di cui al primo comma è cagionato per colpa, la pena è della reclusione da uno a cinque anni.
Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate se dall’incendio deriva pericolo per edifici o danno su aree protette.
Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate della metà, se dall’incendio deriva un danno grave, esteso e persistente all’ambiente.

Art. 424.
Danneggiamento seguito da incendio.

Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 423-bis, al solo scopo di danneggiare la cosa altrui, appicca il fuoco a una cosa propria o altrui è punito, se dal fatto sorge il pericolo di un incendio, con la reclusione da sei mesi a due anni.
Se segue l’incendio, si applicano le disposizioni dell’articolo 423, ma la pena è ridotta da un terzo alla metà.
Se al fuoco appiccato a boschi, selve e foreste, ovvero vivai forestali destinati al rimboschimento, segue incendio, si applicano le pene previste dall’articolo 423-bis.

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Cfr. Cassazione penale, sez. I, sentenza 27 aprile 2010, n. 16295 in Altalex Massimario.

Art. 425.
Circostanze aggravanti.

Nei casi preveduti dagli articoli 423 e 424, la pena è aumentata se il fatto è commesso:
1) su edifici pubblici o destinati a uso pubblico, su monumenti, cimiteri e loro dipendenze;
2) su edifici abitati o destinati a uso di abitazione, su impianti industriali o cantieri, o su miniere, cave, sorgenti o su acquedotti o altri manufatti destinati a raccogliere e condurre le acque;
3) su navi o altri edifici natanti, o su aeromobili;
4) su scali ferroviari o marittimi, o aeroscali, magazzini generali o altri depositi di merci o derrate, o su ammassi o depositi di materie esplodenti, infiammabili o combustibili;
[5. su boschi, selve e foreste.] (1)

(1) Numero abrogato dall’art. 11, L. 21 novembre 2000, n. 353.

Art. 426.
Inondazione, frana o valanga.

Chiunque cagiona un’inondazione o una frana, ovvero la caduta di una valanga, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.

Art. 427.
Danneggiamento seguito da inondazione, frana o valanga.

Chiunque rompe, deteriora o rende in tutto o in parte inservibile chiuse, sbarramenti, argini, dighe o altre opere destinate alla difesa contro acque, valanghe o frane, ovvero alla raccolta o alla condotta delle acque, al solo scopo di danneggiamento, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di un’inondazione o di una frana, ovvero della caduta di una valanga, con la reclusione da uno a cinque anni.
Se il disastro si verifica, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.

Art. 428.
Naufragio, sommersione o disastro aviatorio.

Chiunque cagiona il naufragio o la sommersione di una nave o di un altro edificio natante, ovvero la caduta di un aeromobile, di altrui proprietà è punito con la reclusione da cinque a dodici anni.
La pena è della reclusione da cinque a quindici anni se il fatto è commesso distruggendo, rimuovendo o facendo mancare le lanterne o altri segnali, ovvero adoperando falsi segnali o altri mezzi fraudolenti.
Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi cagiona il naufragio o la sommersione di una nave o di un altro edificio natante, ovvero la caduta di un aeromobile, di sua proprietà, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica.

Art. 429.
Danneggiamento seguito da naufragio.

Chiunque, al solo scopo di danneggiare una nave, un edificio natante o un aeromobile, ovvero un apparecchio prescritto per la sicurezza della navigazione, lo deteriora, ovvero lo rende in tutto o in parte inservibile, è punito se dal fatto deriva pericolo di naufragio, di sommersione o di disastro aviatorio, con la reclusione da uno a cinque anni.
Se dal fatto deriva il naufragio, la sommersione o il disastro, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.

Art. 430.
Disastro ferroviario.

Chiunque cagiona un disastro ferroviario è punito con la reclusione da cinque a quindici anni.

Art. 431.
Pericolo di disastro ferroviario causato da danneggiamento.

Chiunque, al solo scopo di danneggiare una strada ferrata, ovvero macchine, veicoli, strumenti, apparecchi o altri oggetti che servono all’esercizio di essa, li distrugge in tutto o in parte, li deteriora o li rende altrimenti in tutto o in parte inservibili, è punito se dal fatto deriva il pericolo di un disastro ferroviario, con la reclusione da due a sei anni.
Se dal fatto deriva il disastro, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.
Per le strade ferrate la legge penale intende, oltre le strade ferrate ordinarie, ogni altra strada con rotaie metalliche, sulla quale circolino veicoli mossi dal vapore, dall’elettricità, o da un altro mezzo di trazione meccanica.

Art. 432.
Attentati alla sicurezza dei trasporti.

Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, pone in pericolo la sicurezza dei pubblici trasporti per terra, per acqua o per aria, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Si applica la reclusione da tre mesi a due anni a chi lancia corpi contundenti o proiettili contro veicoli in movimento, destinati a pubblici trasporti per terra, per acqua o per aria.
Se dal fatto deriva un disastro, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.

Art. 433.
Attentati alla sicurezza degli impianti di energia elettrica e del gas ovvero delle pubbliche comunicazioni.

Chiunque attenta alla sicurezza delle officine, delle opere, degli apparecchi o di altri mezzi destinati alla produzione o alla trasmissione di energia elettrica o di gas, per l’illuminazione o per le industrie, è punito, qualora dal fatto derivi pericolo alla pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni.
La stessa pena si applica a chi attenta alla sicurezza delle pubbliche comunicazioni telegrafiche o telefoniche, qualora dal fatto derivi pericolo per la pubblica incolumità.
Se dal fatto deriva un disastro, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.

Art. 433-bis
Attentato alla sicurezza delle installazioni nucleari (1)

Chiunque attenta alla sicurezza delle installazioni nucleari ovvero degli impianti, dei luoghi o dei mezzi adibiti alla produzione, alla conservazione o al trasporto di materie nucleari è punito, qualora dal fatto derivi pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da quattro a otto anni.
Se dal fatto deriva un disastro, la pena è della reclusione da cinque a venti anni

(1) Articolo inserito dall’art. 8, comma 1, L. 28 aprile 2015, n. 58.

Art. 434.
Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi.

Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni.
La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene.

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Cfr. Cassazione penale, sez. III, sentenza 29 febbraio 2008, n. 9418 e Cassazione penale, sez. I, sentenza 27 ottobre 2009, n. 41306 in Altalex Massimario.

Art. 435.
Fabbricazione o detenzione di materie esplodenti.

Chiunque, al fine di attentare alla pubblica incolumità, fabbrica, acquista o detiene dinamite o altre materie esplodenti, asfissianti, accecanti, tossiche o infiammabili, ovvero sostanze che servano alla composizione o alla fabbricazione di esse, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Art. 436.
Sottrazione, occultamento o guasto di apparecchi a pubblica difesa da infortuni.

Chiunque, in occasione di un incendio, di una inondazione, di una sommersione, di un naufragio, o di un altro disastro o pubblico infortunio, sottrae, occulta o rende inservibili materiali, apparecchi o altri mezzi destinati all’estinzione dell’incendio o all’opera di difesa, di salvataggio o di soccorso, ovvero in qualsiasi modo impedisce, od ostacola, che l’incendio sia estinto, o che sia prestata opera di difesa o di assistenza, è punito con la reclusione da due a sette anni.

Art. 437.
Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.

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Cfr. Cassazione penale, sez. I, sentenza 22 marzo 2017 n° 13937.

Capo II
Dei delitti di comune pericolo mediante frode

Art. 438.
Epidemia.

Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo. Se dal fatto deriva la morte di più persone, si applica la pena di morte. (1)

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(1) La pena di morte per i delitti previsti dal codice penale è stata abolita dall’art. 1 del D.Lgs.Lgt. 10 agosto 1944, n. 224.

Art. 439.
Avvelenamento di acque o di sostanze alimentari.

Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, è punito con la reclusione non inferiore a quindici anni.
Se dal fatto deriva la morte di alcuno, si applica l’ergastolo; e, nel caso di morte di più persone, si applica la pena di morte. (1)

_______________

(1) La pena di morte per i delitti previsti dal codice penale è stata abolita dall’art. 1 del D.Lgs.Lgt. 10 agosto 1944, n. 224.

Art. 440.
Adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari.

Chiunque, corrompe o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
La stessa pena si applica a chi contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, sostanze alimentari destinate al commercio.
La pena è aumentata se sono adulterate o contraffatte sostanze medicinali.

Art. 441.
Adulterazione o contraffazione di altre cose in danno della pubblica salute.

Chiunque adultera o contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, cose destinate al commercio, diverse da quelle indicate nell’articolo precedente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni o con la multa non inferiore a euro 309.

Art. 442.
Commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate.

Chiunque, senza essere concorso nei reati preveduti dai tre articoli precedenti, detiene per il commercio, pone in commercio, ovvero distribuisce per il consumo acque, sostanze o cose che sono state da altri avvelenate, corrotte, adulterate o contraffatte, in modo pericoloso alla salute pubblica, soggiace alle pene rispettivamente stabilite nei detti articoli.

Art. 443.
Commercio o somministrazione di medicinali guasti.

Chiunque detiene per il commercio, pone in commercio o somministra medicinali guasti o imperfetti è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 103.

Art. 444.
Commercio di sostanze alimentari nocive.

Chiunque detiene per il commercio, pone in commercio, ovvero distribuisce per il consumo sostanze destinate all’alimentazione, non contraffatte né adulterate, ma pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa non inferiore a euro 51.
La pena è diminuita se la qualità nociva delle sostanze è nota alla persona che le acquista o le riceve.

Art. 445.
Somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica.

Chiunque, esercitando, anche abusivamente, il commercio di sostanze medicinali, le somministra in specie, qualità o quantità non corrispondente alle ordinazioni mediche, o diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Art. 446.
Confisca obbligatoria.

In caso di condanna per taluno dei delitti preveduti negli articoli 439, 440, 441 e 442, se dal fatto è derivata la morte o la lesione grave o gravissima di una persona, la confisca delle cose indicate nel primo comma dell’articolo 240 è obbligatoria.

[Art. 447.
Agevolazione dolosa dell’uso di sostanze stupefacenti. (1)

Chiunque, senza essere concorso nel delitto preveduto dall’articolo precedente, adibisce o lascia che sia adibito un locale, pubblico o privato, a convegno di persone che vi accedano per darsi all’uso di sostanze stupefacenti, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire ventimila a quattrocentomila.
Si applica la reclusione fino a sei mesi o la multa da lire quarantamila a duecentomila a chi accede nei detti locali per darsi all’uso di sostanze stupefacenti.]

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(1) Articolo abrogato dall’art. 110 della Legge 22 dicembre 1975, n. 685.

Art. 448.
Pene accessorie. 

La condanna per taluno dei delitti preveduti da questo capo importa la pubblicazione della sentenza.
La condanna per taluno dei delitti preveduti dagli articoli 439, 440, 441 e 442 importa l’interdizione da cinque a dieci anni dalla professione, arte, industria, commercio o mestiere nonché l’interdizione dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per lo stesso periodo. La condanna comporta altresì la pubblicazione della sentenza su almeno due quotidiani a diffusione nazionale.

Capo III
Dei delitti colposi di comune pericolo

Art. 449.
Delitti colposi di danno.

Chiunque, al di fuori delle ipotesi previste nel secondo comma dell’articolo 423-bis, cagiona per colpa un incendio o un altro disastro preveduto dal capo primo di questo titolo, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
La pena è raddoppiata se si tratta di disastro ferroviario o di naufragio o di sommersione di una nave adibita a trasporto di persone o di caduta di un aeromobile adibito a trasporto di persone.

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Cfr. Cassazione civile, sez. III, sentenza 13 maggio 2009, n. 11059 in Altalex Massimario.

Art. 450.
Delitti colposi di pericolo.

Chiunque, con la propria azione od omissione colposa, fa sorgere o persistere il pericolo di un disastro ferroviario, di una inondazione, di un naufragio, o della sommersione di una nave o di un altro edificio natante, è punito con la reclusione fino a due anni.
La reclusione non è inferiore a un anno se il colpevole ha trasgredito ad una particolare ingiunzione dell’autorità diretta alla rimozione del pericolo.

Art. 451.
Omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro.

Chiunque, per colpa, omette di collocare, ovvero rimuove o rende inservibili apparecchi o altri mezzi destinati all’estinzione di un incendio , o al salvataggio o al soccorso contro disastri o infortuni sul lavoro, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 10 a euro 516.

Art. 452.
Delitti colposi contro la salute pubblica.

Chiunque commette, per colpa, alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 438 e 439 è punito:
1) con la reclusione da tre a dodici anni, nei casi per i quali le dette disposizioni stabiliscono la pena di morte;(1)
2) con la reclusione da uno a cinque anni, nei casi per i quali esse stabiliscono l’ergastolo;
3) con la reclusione da sei mesi a tre anni, nel caso in cui l’articolo 439 stabilisce la pena della reclusione.
Quando sia commesso per colpa alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 440, 441, 442, 443, 444 e 445 si applicano le pene ivi rispettivamente stabilite ridotte da un terzo a un sesto.

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(1) La pena di morte per i delitti previsti dal codice penale è stata abolita con l’art. 1, D.Lgs.Lgt. 10 agosto 1944, n. 224, che ad essa ha sostituito la pena           dell’ergastolo.

 

Morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale (1)

Se da uno dei fatti di cui all’articolo 452-bis deriva, quale conseguenza non voluta dal reo, una lesione personale, ad eccezione delle ipotesi in cui la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni; se ne deriva una lesione grave, la pena della reclusione da tre a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva la morte, la pena della reclusione da cinque a dieci anni.
Nel caso di morte di più persone, di lesioni di più persone, ovvero di morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l’ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, ma la pena della reclusione non può superare gli anni venti

TITOLO VI -bis
Dei delitti contro l’ambiente (1)

(1) Titolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-bis
Inquinamento ambientale (1)

E’ punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 100.000 chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili:
1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;
2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.
Quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-ter
Morte o lesioni come conseguenza del delitto di inquinamento ambientale (1)

Se da uno dei fatti di cui all’articolo 452-bis deriva, quale conseguenza non voluta dal reo, una lesione personale, ad eccezione delle ipotesi in cui la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni, si applica la pena della reclusione da due anni e sei mesi a sette anni; se ne deriva una lesione grave, la pena della reclusione da tre a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva la morte, la pena della reclusione da cinque a dieci anni.
Nel caso di morte di più persone, di lesioni di più persone, ovvero di morte di una o più persone e lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per l’ipotesi più grave, aumentata fino al triplo, ma la pena della reclusione non può superare gli anni venti.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-quater
Disastro ambientale (1)

Fuori dai casi previsti dall’articolo 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente:
1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.
Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata.

Art. 452-quinquies
Delitti colposi contro l’ambiente (1)

Se taluno dei fatti di cui agli articoli 452-bis e 452-quater è commesso per colpa, le pene previste dai medesimi articoli sono diminuite da un terzo a due terzi.
Se dalla commissione dei fatti di cui al comma precedente deriva il pericolo di inquinamento ambientale o di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-sexies
Traffico e abbandono di materiale ad alta radioattività (1)

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 10.000 a euro 50.000 chiunque abusivamente cede, acquista, riceve, trasporta, importa, esporta, procura ad altri, detiene, trasferisce, abbandona o si disfa illegittimamente di materiale ad alta radioattività.
La pena di cui al primo comma è aumentata se dal fatto deriva il pericolo di compromissione o deterioramento:
1) delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo;
2) di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.
Se dal fatto deriva pericolo per la vita o per l’incolumità delle persone, la pena è aumentata fino alla metà.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-septies
Impedimento del controllo (1)

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l’attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, negando l’accesso, predisponendo ostacoli o mutando artificiosamente lo stato dei luoghi, impedisce, intralcia o elude l’attività di vigilanza e controllo ambientali e di sicurezza e igiene del lavoro, ovvero ne compromette gli esiti, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Art. 452-octies
Circostanze aggravanti (1)

Quando l’associazione di cui all’articolo 416 è diretta, in via esclusiva o concorrente, allo scopo di commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo, le pene previste dal medesimo articolo 416 sono aumentate.
Quando l’associazione di cui all’articolo 416-bis è finalizzata a commettere taluno dei delitti previsti dal presente titolo ovvero all’acquisizione della gestione o comunque del controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, di appalti o di servizi pubblici in materia ambientale, le pene previste dal medesimo articolo 416-bis sono aumentate.
Le pene di cui ai commi primo e secondo sono aumentate da un terzo alla metà se dell’associazione fanno parte pubblici ufficiali o incaricati di un pubblico servizio che esercitano funzioni o svolgono servizi in materia ambientale.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-novies
Aggravante ambientale (1)

Quando un fatto già previsto come reato è commesso allo scopo di eseguire uno o più tra i delitti previsti dal presente titolo, dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, o da altra disposizione di legge posta a tutela dell’ambiente, ovvero se dalla commissione del fatto deriva la violazione di una o più norme previste dal citato decreto legislativo n. 152 del 2006 o da altra legge che tutela l’ambiente, la pena nel primo caso è aumentata da un terzo alla metà e nel secondo caso è aumentata di un terzo. In ogni caso il reato è procedibile d’ufficio.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-decies
Ravvedimento operoso (1)

Le pene previste per i delitti di cui al presente titolo, per il delitto di associazione per delinquere di cui all’articolo 416 aggravato ai sensi dell’articolo 452-octies, nonché per il delitto di cui all’articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di colui che si adopera per evitare che l’attività delittuosa venga portata a conseguenze ulteriori, ovvero, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, provvede concretamente alla messa in sicurezza, alla bonifica e, ove possibile, al ripristino dello stato dei luoghi, e diminuite da un terzo alla metà nei confronti di colui che aiuta concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella ricostruzione del fatto, nell’individuazione degli autori o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti.
Ove il giudice, su richiesta dell’imputato, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado disponga la sospensione del procedimento per un tempo congruo, comunque non superiore a due anni e prorogabile per un periodo massimo di un ulteriore anno, al fine di consentire le attività di cui al comma precedente in corso di esecuzione, il corso della prescrizione è sospeso.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-undecies
Confisca (1)

Nel caso di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale, per i delitti previsti dagli articoli 452-bis, 452-quater, 452-sexies, 452-septies e 452-octies del presente codice, è sempre ordinata la confisca delle cose che costituiscono il prodotto o il profitto del reato o che servirono a commettere il reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato.
Quando, a seguito di condanna per uno dei delitti previsti dal presente titolo, sia stata disposta la confisca di beni ed essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca.
I beni confiscati ai sensi dei commi precedenti o i loro eventuali proventi sono messi nella disponibilità della pubblica amministrazione competente e vincolati all’uso per la bonifica dei luoghi.
L’istituto della confisca non trova applicazione nell’ipotesi in cui l’imputato abbia efficacemente provveduto alla messa in sicurezza e, ove necessario, alle attività di bonifica e di ripristino dello stato dei luoghi.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-duodecies
Ripristino dello stato dei luoghi (1)

Quando pronuncia sentenza di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale per taluno dei delitti previsti dal presente titolo, il giudice ordina il recupero e, ove tecnicamente possibile, il ripristino dello stato dei luoghi, ponendone l’esecuzione a carico del condannato e dei soggetti di cui all’articolo 197 del presente codice.
Al ripristino dello stato dei luoghi di cui al comma precedente si applicano le disposizioni di cui al titolo II della parte sesta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di ripristino ambientale.

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

Art. 452-terdecies
Omessa bonifica (1)

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, essendovi obbligato per legge, per ordine del giudice ovvero di un’autorità pubblica, non provvede alla bonifica, al ripristino o al recupero dello stato dei luoghi è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni e con la multa da euro 20.000 a euro 80.000.

 

(1) Articolo inserito dall’art. 1, comma 1, L. 22 maggio 2015, n. 68, che ha inserito l’intero Titolo VI-bis, a decorrere dal 29 maggio 2015, ai sensi di quanto disposto dall’art. 3, comma 1 della medesima L. 68/2015.

 

Art. 452-quaterdecies.

Attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (1).

Chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa, o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti è punito con la reclusione da uno a sei anni.
Se si tratta di rifiuti ad alta radioattività si applica la pena della reclusione da tre a otto anni.
Alla condanna conseguono le pene accessorie di cui agli articoli 28, 30, 32-bis e 32-ter, con la limitazione di cui all’articolo 33.
Il giudice, con la sentenza di condanna o con quella emessa ai sensi dell’articolo 444 del codice di procedura penale, ordina il ripristino dello stato dell’ambiente e può subordinare la concessione della sospensione condizionale della pena all’eliminazione del danno o del pericolo per l’ambiente.
È sempre ordinata la confisca delle cose che servirono a commettere il reato o che costituiscono il prodotto o il profitto del reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca.

 

AFFIDAMENTO ALTERNATO FIGLI CORTE APPELLO DI BOLOGNA

AFFIDAMENTO ALTERNATO FIGLI CORTE APPELLO DI BOLOGNA

OSSERVA LA CORTE:

Il regime di collocamento alternato, nell’ambito dell’affidamento condiviso è quel particolare regime che è connaturato da continui spostamenti del figlio minore ora dal luogo in cui è collocato il padre ora dal luogo in cui è collocata la madre e per tale caratteristica, da cui può derivare il perturbamento all’equilibrio psico-fisico del minore oltre che affettivo, non è scelta consueta. Solo in casi particolari, in cui la conflittualità tra i genitori non permette di disporre il collocamento prevalente con regolamentazione del diritto di visita da parte del genitore non collocatario, il Giudice deve optare per la scelta meno gravosa per il minore. Perché si possa procedere all’instaurazione del regime di affidamento condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori è necessario che tra i genitori stessi vi sia un intenso rapporto di collaborazione nell’interesse della minore.

Il potere del giudice di merito di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive utilizzate negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati davanti al giudice, costituisce un potere valutativo discrezionale volto alla tutela di interessi diversi da quelli oggetto di contesa tra le parti, ed il suo esercizio d’ufficio, presentando carattere ordinatorio e non decisorio, si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. Sent. N. 14659/2015; v. anche cass. Sent. 3487/2009).

 

 

 

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

1^ SEZIONE CIVILE

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Riccardo Di Pasquale – Presidente relatore

dott. Rosario Lionello Rossino – Consigliere

dott. Andrea Lama – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nel procedimento camerale in grado di appello iscritto al n. r.g. 130/2017 promosso da:

XX , [ recte : coniuge separato (moglie) di YY ; NdRedattore ] , (c.f. …omissis…),

con il patrocinio dell’avv. Maria Elena Guarini 

Appellante ed appellata incidentale

contro

YY , [ recte : coniuge separato (marito) di XX ; NdRedattore ] , (c.f. …omissis…),

con il patrocinio dell’avv. Danilo Manfredi 

Appellato ed appellante incidentale

in punto a

“appello avverso la sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016

pubblicata in data 24.11.2016 – causa R.G. 3015/2013″

Con l’intervento del Procuratore Generale che si è riservato le conclusioni.

CONCLUSIONI

Per l’appellante: come da ricorso introduttivo

Per l’appellato: come da comparsa di risposta

La Corte

udita la relazione della causa fatta dal Consigliere dott. Riccardo Di Pasquale;

udita la lettura delle conclusioni prese dai procuratori delle parti;

letti ed esaminati gli atti ed i documenti del processo, ha così deciso: 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. – Con ricorso giudiziale depositato in data 19.07.2013 il Sig. YY chiedeva al Tribunale di Ravenna di pronunciare la separazione coniugale dalla moglie, Sig.ra XX, con domanda di addebito a carico della stessa.

Dal matrimonio, contratto in data (omissis).(omissis).2007 era nata una figlia, S(omissis) (omissis) il 15.12.2008.

Chiedeva inoltre, ritenuta l’inidoneità genitoriale della madre, l’affidamento esclusivo della figlia minore con facoltà della Sig.ra XX di vederla alla sua presenza con eventuale ausilio dei Servizi Sociali, l’assegnazione della casa coniugale, un contributo al mantenimento per la figlia minore da parte della Sig.ra XX per l’importo di euro 500,00 e la partecipazione per il 50% alle spese straordinarie.

Con comparsa di risposta depositata in data 30.09.2013 si costituiva la Sig.ra XX, chiedendo al Tribunale di Ravenna di pronunciare la separazione coniugale dal marito, Sig. YY, con domanda di addebito a carico dello stesso.

Chiedeva inoltre, ritenuta l’incapacità genitoriale del padre, l’affidamento esclusivo della figlia minore con facoltà di frequentazione in forma protetta con il Sig. YY; non si opponeva all’assegnazione della casa coniugale; chiedeva inoltre un contributo al mantenimento per la figlia minore da parte del Sig. YY per l’importo di euro 600,00 e la partecipazione per il 50% alle spese straordinarie oltre ad un contributo di euro 550,00 per le spese sostenute per reperire nuova abitazione.

Chiedeva inoltre la restituzione di beni mobili propri e della figlia minore conservati presso la casa familiare, oltre alla corresponsione di euro 3.000,00 quale somma per il mancato contributo al mantenimento da parte del padre.

Da ultimo chiedeva l’annullamento del provvedimento di revoca del passaporto della minore S(omissis) (omissis) con conseguente domanda di risarcimento dei danni per sé e per la minore ex artt. 2043-2059 c.c. per l’importo di euro 100.000,00.

All’udienza fissata per la comparizione personale delle parti il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati e adottava i provvedimenti provvisori.

Con ordinanza del 19.12.2013 il Giudice Istruttore, osservato che il Sig. YY risultava indagato per il reato di cui agli artt. 81 cpv. e 609 quater, commi 1 e 5 c.p. commesso nei confronti della figlia minore S(omissis) (omissis) integrava il provvedimento provvisorio del Presidente.

La causa veniva istruita a mezzo di due CTU volte ad accertare la capacità genitoriale di entrambe le parti con individuazione del miglior regime di affidamento in considerazione del superiore interesse della minore.

Il Tribunale decideva con sentenza n. 1379/2016. 

Accoglieva la domanda di separazione dei coniugi rigettando le rispettive domande di addebito della stessa.

In via definitiva disponeva l’affidamento condiviso della minore S(omissis) (omissis) ad entrambi i genitori con regolamentazione delle modalità di collocamento. Prevedeva il collocamento alternato settimanale a rotazione annuale dei periodi con la previsione che, nelle settimane in cui sarà collocata presso la madre, la minore trascorra la giornata di mercoledì, compreso il pernottamento, con il padre e che la medesima trascorra due pomeriggi la settimana, dall’uscita dalla scuola sino alle 19.00, con l’altro genitore rispetto a quello con il quale risulta collocata in quella settimana; inoltre con la previsione che S(omissis) durante le festività natalizie trascorra una settimana con ciascun genitore, alternando annualmente i periodi dal 25 dicembre al 31 dicembre al 6 gennaio; durante le festività pasquali trascorrerà metà periodo con ciascun genitore alternando annualmente il giorno di Pasqua e Lunedì dell’Angelo; durante le vacanze estive trascorrerà con ciascun genitore tre settimane, di cui al massimo due consecutive, previa comunicazione entro l’8 aprile all’altro genitore e consenso scritto per viaggi all’estero; la minore potrà mantenere i contatti con il genitore al momento non collocatario tramite telefono una volta al giorno possibilmente tra le 19.00 e le 20.00.

Disponeva il mantenimento diretto della minore da parte di ciascun genitore nei periodi di permanenza con gli stessi oltre al rimborso delle spese straordinarie in misura del 50%; disponeva inoltre la spettanza degli assegni familiari al genitore anagraficamente convivente con la minore.

Infine, assegnava la casa coniugale al Sig. YY dichiarando inammissibili tutte le ulteriori domande non già rinunciate dalle parti.

Disponeva l’integrale compensazione delle spese di lite tra le parti e poneva le spese di CTU a carico di entrambe le parti in misura del 50%.

  1. – Con atto di appello notificato in data 10.04.2017 la Sig.ra XX chiede, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016, di disporre l’affidamento condiviso della minore con collocamento presso la madre e regolamentazione del diritto di visita del padre, un contributo al mantenimento della minore da parte del padre per l’importo di euro 600,00 con decorrenza dalla domanda, rivalutabili annualmente secondo gli indici ISTAT con pagamento il primo di ogni mese a mezzo bonifico bancario; disporre che il Sig. YY contribuisca in misura del 50% alle spese straordinarie necessarie per la minore previa esibizione delle ricevute di spesa.

Chiede infine di disporre che gli assegni per il nucleo familiare siano attribuiti alla Sig.ra XX. Con vittoria di spese e compensi professionali si entrambi i gradi di giudizio.

Parte appellante lamenta l’errata valutazione delle circostanze di fatto e la violazione dell’articolo 337 ter c.c. circa la decisione del Tribunale di disporre un regime di affidamento condiviso con collocamento alternato settimanale a rotazione annuale.

Ritiene poi la violazione dell’articolo 337 ter c.c. sotto il profilo delle decisioni relative al contributo al mantenimento da parte dei genitori.

In data 11.12.2017 si è costituito il Sig. YY proponendo appello incidentale ex art. 343 c.p.c. chiedendo in via principale di respingere il gravame perché infondato in fatto ed in diritto; in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Ravenna n. 1379/2016 in via principale e incidentale di disporre l’affidamento condiviso della figlia minore ad entrambi i genitori, con collocamento alternato settimanale, a rotazione annuale dei periodi, con regolamentazione del diritto di visita della madre e disciplina della responsabilità genitoriale parzialmente diversa da quella prevista dal primo giudice; disporre che la residenza anagrafica della minore venga fissata presso il padre e che gli assegni familiari siano attribuiti al Sig. YY.

Chiede, in via principale e incidentale di disporre l’ordine di cancellazione di espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata in primo grado dalla Sig.ra XX e l’espunzione dal fascicolo di parte dei documenti 2, 3 e 4 con conseguente condanna al risarcimento dei danni ai sensi e per gli effetti del combinato disposto degli articoli 88 e 89 c.p.c. per l’importo di euro 20.000,00.

Con vittoria di spese e compensi di entrambi i gradi di giudizio.

La causa, trattata con il rito camerale, è stata trattenuta in decisione all’udienza del 22.12.2017.

Sul regime di affidamento e collocamento della minoreS(omissis) (omissis).

  1. – Ai sensi dell’articolo 337 terc.c. il figlio minore ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori[…]. Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all’articolo 337 bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati […].

Nel caso sottoposto all’attenzione della Corte, il Giudice di primo grado ha ampliamente istruito la causa al fine di emettere i provvedimenti riferiti all’affidamento della figlia minore.

La prima delle due CTU, eseguita dalla Dr.ssa Gloria Monti è stata espletata al fine di accertare la capacità genitoriali dei coniugi, il miglior regime di affidamento della minore ed esercizio del diritto di visita del genitore non affidatario e non collocatario. 

La seconda CTU, eseguita dal Dr. Pier Luigi Postacchini, volta ad accertare l’andamento del regime di collocamento della minore a far data dal 1.02.2015, l’idoneità dello stesso nell’esclusivo interesse della bambina ovvero in caso contrario, tenuto conto degli sviluppi della vicenda processuale nonché dello stato attuale della bambina, l’indicazione del migliore regime di affidamento, collocamento e visita per la stessa, nonché volta ad acclarare le capacità genitoriali dei due coniugi stante l’estrema conflittualità da sempre dagli stessi dimostrata.

Nel procedimento d’appello entrambe le parti criticano la decisione del Tribunale con riferimento al regime di collocamento prescelto proprio all’esito delle due consulenze tecniche d’ufficio; parte appellante lo deduce quale motivo di appello in via principale, parte appellata invece lo deduce in via incidentale.

È necessario premettere che il regime di affidamento condiviso prescelto dal Tribunale è coerente, oltre che con le disposizioni legislative anche con le due consulenze tecniche d’ufficio espletate esclusivamente al fine di comprendere quanto la conflittualità tra i due genitori potesse incidere sull’equilibrio psicofisico della minore.

Il Tribunale ha infatti correttamente accolto quanto rilevato dal consulente Dr. Postacchini che ha lasciato emergere la necessità di una leggera prevalenza della figura paterna rispetto a quella materna, nuovamente nell’esclusivo interesse della minore.

Alla luce dell’ampia istruttoria svolta non emergono infatti criticità relative al regime di affidamento prescelto, che neppure i genitori contestano.

  1. – Venendo al collocamento della minore il Tribunale ha preferito il regime del collocamento alternato escludendo quindi il ricorso al regime di collocamento prevalente presso uno dei due genitori considerato l’esclusivo interesse dalla minore S(omissis). Inoltre ha previsto una leggera prevalenza della figura paterna dietro suggerimento del consulente tecnico d’ufficio, Dr. Postacchini che ha potuto riferire sulla situazione in essere e proprio alla luce del metodo di collocamento allo stato di fatto in corso al momento della CTU.

Il regime di collocamento alternato, nell’ambito dell’affidamento condiviso è quel particolare regime che è connaturato da continui spostamenti del figlio minore ora dal luogo in cui è collocato il padre ora dal luogo in cui è collocata la madre e per tale caratteristica, da cui può derivare il perturbamento all’equilibrio psico-fisico del minore oltre che affettivo, non è scelta consueta. Solo in casi particolari, in cui la conflittualità tra i genitori non permette di disporre il collocamento prevalente con regolamentazione del diritto di visita da parte del genitore non collocatario, il Giudice deve optare per la scelta meno gravosa per il minore. Perché si possa procedere all’instaurazione del regime di affidamento condiviso con collocamento prevalente presso uno dei genitori è necessario che tra i genitori stessi vi sia un intenso rapporto di collaborazione nell’interesse della minore.

Nel caso all’attenzione della Corte ciò che emerge è un continuo e persistente conflitto tra i genitori che non consente a questo Collegio di mutare il regime di collocamento della minore S(omissis). Non può questo Collegio non riferirsi alle conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici d’ufficio: l’atteggiamento materno e quello paterno sono stati valutati dal CTU Dr.ssa Monti alla luce delle funzioni genitoriali. È emerso, per quanto riguarda la figura paterna, che il Sig. YY possiede una buona aderenza alla realtà, tale per cui costruisce il rapporto con la figlia tenendo conto delle sue esigenze e considerandola una persona in crescita che ha bisogno della vicinanza di padre e madre. Per ciò che attiene alla madre è emerso che la Sig.ra XX dimostra un’importante carenza, e non solo riguardo al padre (della minore), ma anche riguardo a tutta la famiglia paterna.

Rilevava inoltre la Consulente il rischio serio di psicopatologia per la minore definendo la situazione della minore preoccupante.

In una visione di complesso si poneva invece il secondo CTU, Dr. Postacchini concludendo che la minore S(omissis) si trova esposta, in forma tale da pregiudicarne l’equilibrio psicologico, alla grave conflittualità tra i genitori. […] Per tali ragioni la minore necessita di un lavoro psicoterapico […].

Alla luce di tali conclusioni rassegnate dai consulenti tecnici che evidenziano l’innegabile conflittualità tra i genitori che si ripercuote negativamente sulla minore il Collegio ritiene di non dover modificare il regime di affidamento e collocamento disposto dal Tribunale.

  1. – Il Tribunale non ha dettato specifiche disposizioni sull’esercizio della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 337 bisco. 3 c.c.

Sul punto — fatto comunque salvo il potere di intervento d’ufficio da parte del giudice — vi sono richieste specifiche da parte dell’appellante incidentale YY.

Considerato il regime di affidamento adottato, ritiene la Corte che per le questioni di ordinaria amministrazione i genitori possano esercitare la responsabilità genitoriale separatamente.

Per le decisioni di maggiore interesse va confermata in generale la regola, dettata dalla citata norma, dell’assunzione di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle ispirazioni della figlia S(omissis), con due precisazioni.

Seguendo la condivisibili indicazioni del ctu Postacchini, per quanto riguarda le attività extrascolastiche, in caso di disaccordo tra i genitori, la decisione va rimessa non al giudice ma al padre di S(omissis) sig. YY. 

Per quanto riguarda la sola specifica scelta di sottoporre la minore a psicoterapia — scelta formalmente condivisa da entrambi i genitori ma di fatto non attuata — si ritiene di conferire specifico mandato ai Servizi Sociali, nell’ambito della prevista vigilanza loro affidata, come da successivo punto 7.

  1. – Alla luce di quanto emerso in tema di affidamento e collocamento della minore S(omissis), e delle difficoltà che la minore incontra nello svolgimento della propria personalità nell’ambito del contesto familiare, il Collegio ritiene di dover ammonire entrambi i genitori exart. 709 terc.p.c. ai sensi del quale in caso di gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino pregiudizio al minore od ostacolino il corretto svolgimento delle modalità dell’affidamento, può modificare i provvedimenti in vigore e può, anche congiuntamente: 1) ammonire il genitore inadempiente […].

Nel caso di specie l’atteggiamento di entrambi i genitori risulta pregiudizievole per la minore anche e soprattutto viste le inadempienze ai moniti rivolti da parte dei consulenti circa il percorso psicoterapico da far intraprendere a S(omissis) per consentirle di ristabilire un equilibrio nel contesto familiare reso difficoltoso dall’atteggiamento dei genitori.

  1. – Alla luce delle motivazioni enunciate ritiene il Collegio il necessario intervento dei Servizi Sociali affinché vigilino sull’andamento dell’affidamento e del regime di collocamento alternato.

Alla luce delle risultanze emerse dalle due CTU si ritiene necessario inoltre che i Servizi sociali, ai quali si affida specifico mandato in tal senso, avviino il percorso psicoterapico ritenuto idoneo per la minore S(omissis) (omissis) e desumibile quindi dalle indicazioni dei Consulenti tecnici al fine di consentirle un migliore superamento della fase legata alla separazione dei genitori.

  1. – L’appello incidentale è parzialmente fondato soltanto con riferimento alla lamentata omessa pronuncia.

L’appellato, Sig. YY fa valere vizio di omessa pronuncia in riferimento alla domanda proposta in primo grado e facente parte delle conclusioni rassegnate dal difensore all’ultima udienza di precisazione delle conclusioni avanti al Tribunale del 13.07.2016 aventi ad oggetto la cancellazione di espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado e l’espunzione dal fascicolo della difesa XX dei documenti 2 -3 -4.

Ai sensi dell’articolo 88 del codice di procedura civile, comma primo, le parti e i loro difensori hanno il dovere di comportarsi in giudizio secondo lealtà e probità.

L’articolo 89 c.p.c. precisa che negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive.

Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

Il potere del giudice di merito di ordinare la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive utilizzate negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati davanti al giudice, costituisce un potere valutativo discrezionale volto alla tutela di interessi diversi da quelli oggetto di contesa tra le parti, ed il suo esercizio d’ufficio, presentando carattere ordinatorio e non decisorio, si sottrae all’obbligo di motivazione e non è sindacabile in sede di legittimità (Cass. Sent. N. 14659/2015; v. anche cass. Sent. 3487/2009).

Si deve quindi provvedere alla cancellazione delle seguenti frasi, sconvenienti ed offensive, contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado dalla Sig.ra XX: pag. 19 : “Affidare la bambina ad un padre così morboso, spregiudicato e privo di freni etici e sessuali potrebbe significare dare in pasto l’agnello al lupo vorace! Un lupo che aumenta l’appetito con il passar degli anni della vittima (anche se figlia) e di cui rappresenta comunque un distorto e negativo modello genitoriale permanente di imprevedibili ma sicure conseguenze psicologiche deleterie“; dalla consorte, da cui contraeva infezioni all’apparato genitale.“; pag. 25 : “Proviamo a tradurre il YY-pensiero; se io – YY aggredisco, insulto, picchio mia moglie provocandole lesioni e mia moglie si rifugia con la figlia di quattro anni in casa dei nonni materni, io – YY – mi angoscio, mi addoloro e soffro così tanto da incolpare mia moglie di non avermi assistito moralmente nella mia sfolgorante veste di picchiatore!!“; pag. 26 : “Dobbiamo davvero constatare che il Sig. YY non controlla i suoi istinti e non si avvede nemmeno della realtà che egli produce con i propri atti.

Per ciò che attiene all’espunzione dei documenti dal fascicolo di parte di primo grado della Sig.ra XX il Collegio non può disporne l’espunzione non essendo previsto dall’ordinamento un simile potere in capo al Giudice sul quale incombe esclusivamente l’onere di valutare il materiale prodotto dalle parti ai fini della decisione con riferimento ai principi sanciti dal codice di procedura civile e secondo il suo prudente apprezzamento salvo che la legge disponga diversamente. In ordine ai documenti — prove precostituite — il potere del giudice è, infatti, limitato ad una valutazione delle loro rilevanza ai fini delle decisione, e non anche della loro ammissibilità — se tempestivamente prodotti —.

Non si ravvisano nel caso di specie i presupposti per il riconoscimento del risarcimento del danno; l’uso di espressioni sconvenienti od offensive negli atti difensivi obbliga la parte al risarcimento del danno solo quando esse siano del tutto avulse dall’oggetto della lite, ma non anche quando, pur non essendo strettamente necessarie rispetto alle esigenze difensive, presentino tuttavia una qualche attinenza con l’oggetto della controversia, e costituiscano perciò uno strumento per indirizzare la decisione del giudice ( Cass. Sent. n. 14552/2012, v. anche Cass. n. 1099/1977).

Nel caso di specie, seppure in violazione del dovere di buona fede imposto dal codice di procedura civile e dal codice deontologico forense nell’esercizio dell’attività professionale legale e difensiva, le espressioni utilizzate e i documenti prodotti avevano come fine quello di far emergere una situazione di criticità rispetto al comportamento paterno, poi smentite dalla decisione del giudice penale e dalle consulenze tecniche d’ufficio relative all’accertamento delle capacità genitoriali del Sig. YY.

Spese processuali.

  1. – La sostanziale soccombenza reciproca della parti giustifica le compensazione delle spese del presente grado.

PQM

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni contraria e diversa istanza disattesa:

I – rigetta l’appello principale proposto dalla Sig.ra XX, come da motivazione;

II – provvede sull’esercizio della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art. 337 bis co. 3 c.c., come da motivazione al punto 5;

III – ammonisce entrambi i genitori ex art. 709 ter c.p.c., come da motivazione al punto 6;

IV – accoglie parzialmente l’appello incidentale proposto dal Sig. YY con riferimento al vizio di omessa pronuncia relativo alla cancellazione delle espressioni contenute nella memoria di costituzione e risposta depositata nel giudizio di primo grado da parte della Sig.ra XX, ordinando ex art. 89 c.p.c. la cancellazione delle frasi come elencate in motivazione al punto 8;

V – rigetta ogni altra domanda;

VI – manda ai Servizi Sociali di Ravenna di vigilare sull’andamento dell’affidamento e del collocamento della minore S(omissis) (omissis) con specifico incarico di avviare il percorso psicoterapico della minore come indicato dai Consulenti tecnici d’ufficio;

VII – dichiara compensate le spese del presente grado di giudizio.

Si comunichi ai Servizi Sociali di Ravenna.

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima sezione Civile, il 22 dicembre 2017.

Il Presidente rel. estensore

dott. Riccardo Di Pasquale

FIGLI NATURALI : Convivenza, assistenza familiare, violazione degli obblighi, assegno di mantenimento       Capo IV Dei delitti contro l’assistenza familiare Art. 570. Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

FIGLI NATURALI : Convivenza, assistenza familiare, violazione degli obblighi, assegno di mantenimento

 

avvocato penalista bologna sergio armaroli
avvocato penalista bologna sergio armaroli

 

Capo IV
Dei delitti contro l’assistenza familiare

Art. 570.
Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032. (1)
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge.

  • Figlio maggiorenne abile al lavoro: l’omesso mantenimento non è reato, Cassazione penale, sez. VI, sentenza 11 gennaio 2019 n° 1342. 

Cassazione penale, sez. VI, sentenza 14 marzo 2018 n° 11635, Cassazione penale, sez. VI, sentenza 14 novembre 2017 n° 51913, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 24 luglio 2007, n. 30151, Cassazione Penale, SS.UU., sentenza 26 febbraio 2008, n. 8413, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 23 giugno 2008, n. 25591, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 27 agosto 2009, n. 33492, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 28 settembre 2009, n. 38127, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 9 novembre 2009, n. 42631, Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 12 novembre 2009, n. 43288 e Cassazione Penale, sez. VI, sentenza 2 febbraio 2010, n. 4395 in Altalex Massimario.

Art. 570-bis.

Violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio (1).

Le pene previste dall’articolo 570 si applicano al coniuge che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero vìola gli obblighi di natura economica in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.

(1) Articolo inserito dall’art. 2, comma 1, lett. c), D.Lgs. 1° marzo 2018, n. 21.
_______________

Cfr. Cassazione penale, sez. VI, sentenza 12 dicembre 2018 n° 55744, Tribunale, Treviso, sentenza 08 maggio 2018 n° 554, Cassazione penale, sez. VI, sentenza 13 giugno 2018 n° 27175

Art. 571.
Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina.

Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi.
Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni.

Art. 573.
Sottrazione consensuale di minorenni.

Chiunque sottrae un minore, che abbia compiuto gli anni quattordici, col consenso di esso, al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, ovvero lo ritiene contro la volontà del medesimo genitore o tutore, è punito, a querela di questo, con la reclusione fino a due anni. (1)
La pena è diminuita, se il fatto è commesso per fine di matrimonio; è aumentata, se è commesso per fine di libidine.
Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.

(1) Comma così modificato dall’art. 93, comma 1, lett. p), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 574.
Sottrazione di persone incapaci. 

Chiunque sottrae un minore degli anni quattordici, o un infermo di mente, al genitore esercente la responsabilità genitoriale, al tutore, o al curatore, o a chi ne abbia la vigilanza o la custodia, ovvero lo ritiene contro la volontà dei medesimi, è punito, a querela del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore o del curatore, con la reclusione da uno a tre anni. (1)
Alla stessa pena soggiace, a querela delle stesse persone, chi sottrae o ritiene un minore che abbia compiuto gli anni quattordici, senza il consenso di esso per fine diverso da quello di libidine o di matrimonio.
Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.

 

OSSERVA LA CASSAZIONE

La qualificazione giuridica del fatto, secondo risalente tradizione giurisprudenziale, è potere tipico del giudice, che può esercitarlo in ogni fase, purchè, secondo la disciplina di cui all’art. 521 c.p.p., il reato non ecceda la competenza del giudice che procede, il reato non sia attribuito al tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, oppure non riguardi un reato per il quale è prescritta l’udienza preliminare ed essa non si è tenuta, fermo il divieto di reformatio in peius. In relazione alla portata dell’art. 521 c.p.p., si sono registrati gli interventi esegetici di questa Corte che, a fronte di una previsione normativa rimasta formalmente invariata, ha posto la necessità di una sua interpretazione nel senso di assicurare all’imputato la garanzia del contraddittorio nella eventualità della diversa qualificazione giuridica del fatto, attuando la regola di sistema espressa dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Drassich c/Italia e dall’art. 111 Cost., comma 2, che investe non soltanto la formazione della prova, ma anche ogni questione che attiene la valutazione giuridica del fatto commesso (Sez. 6, n. 45807 del 12/11/2008, Drassich, Rv. 241754), pena, diversamente, la nullità a regime intermedio della sentenza (Sez. 1, n. 18590 del 29/04/2011 – dep. 11/05/2011, Corsi, Rv. 250275; Sez. 5, n. 6487 del 28/10/2011 – dep. 17/02/2012, Finocchiaro, Rv. 251730).

Ed invero il declamato principio di assorbimento vale, al fine di evitare il bis in idem sostanziale, nella disamina dei rapporti fra le fattispecie che determinano un concorso apparente di reati, in quanto, in situazioni nelle quali il genitore abbia fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori non assolvendo agli obblighi posti a suo carico da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, il delitto di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori implica anche l’omissione del versamento dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice civile (cfr. Sez. 6, n. 10772 del 20/02/2018, Rv. 272763-01; Sez. 6, n. 57273 del 10/11/2017, R., Rv. 271674-01; Sez. 6, n. 55064 del 13/09/2017, F. Rv. 271669-01;).

Ne consegue che il principio di assorbimento rileva solo nel caso in cui il genitore separato fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l’assegno di mantenimento, poiché, in tale ipotesi, egli commette un unico reato, quello previsto dall’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, nel quale è assorbita la violazione meno grave, mentre fuori del principio di assorbimento si pone l’ipotesi in cui si sia in presenza esclusivamente delle fattispecie di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, ovvero L. n. 54 del 2006, art. 3, votate altrimenti, secondo la soluzione fatta propria nel ricorso, ad una sostanziale inapplicabilità. Nè, in ragione della specifica fattispecie in esame, rilevano affermazioni ulteriori di questa Corte, in merito ai rapporti tra art. 570 c.p., comma 2, n. 2, e L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, in casi nei quali era oggetto di inadempimento il pagamento dell’assegno di divorzio, e, quindi, relativi ad ipotesi non sovrapponibili al caso in esame.

 

 

 

Cassazione Penale

sez. VI

Sentenza 12/12/2018, n. 55744

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAOLONI Giacomo – Presidente –

Dott. GIANESINI Maurizio – Consigliere –

Dott. MOGINI Stefano – Consigliere –

Dott. GIORDANO Emilia Anna – rel. Consigliere –

Dott. BASSI Alessandra – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

G.M., n. a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/1/2018 della Corte di appello di Milano;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Emilia Anna Giordano;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. DALL’OLIO Marco, che ha concluso chiedendo di dichiarare inammissibile il ricorso;

udito il difensore del ricorrente, avvocato Raffaele Bacchetta, che ha concluso riportandosi al ricorso e chiedendone l’accoglimento.

RITENUTO IN FATTO

  1. La Corte di appello di Milano ha confermato la condanna di G.M. alla pena di Euro seicento di multa per il delitto di cui alla L. n. 54 del 2006, art. 3, così diversamente qualificato il fatto contestato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere fatto mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minore, omettendo di versare l’assegno di mantenimento fissato in Euro 1.500,00 mensili, con condotta dal mese di novembre 2010 in permanenza. La Corte distrettuale ha escluso che ricorresse la denunciata violazione del principio di cui all’art. 521 c.p.p., per effetto della mutata qualificazione giuridica del fatto, ed ha richiamato, per ritenere insussistente un impedimento idoneo a scriminare la condotta, una precedente sentenza della Corte di appello di Milano, divenuta irrevocabile il 13 gennaio 2017 con la quale, in riforma della sentenza di assoluzione pronunciata in primo grado, per periodo immediatamente precedente a quello oggetto di contestazione, era stata affermata la responsabilità dell’imputato solo agli effetti civili.

2.Il ricorrente, con motivi di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p., denuncia vizio di applicazione della legge penale e vizio di motivazione della sentenza impugnata che non ha esaminato le censure difensive proposte con i motivi di gravame.

In particolare, deduce che, in presenza di sentenza di assoluzione intervenuta in primo grado in relazione al reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, non essendo stato provato lo stato di bisogno della minore e della condotta omissiva che abbia determinato il venire meno dei mezzi di sussistenza, a prescindere dall’ammontare del contributo al mantenimento stabilito, il giudice di appello, per giungere a condanna avrebbe dovuto adottare una motivazione rafforzata, viceversa carente. La Corte distrettuale ha, invero, erroneamente richiamato la sentenza irrevocabile del 13 gennaio 2017, incorrendo altresì in vizio di travisamento della prova, dal momento che anche detta sentenza aveva assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, perchè il fatto non sussiste e la riforma era limitata alle sole statuizioni civili, con applicazione di norme, anche di natura processuale e probatoria, relative esclusivamente all’inadempimento della prestazione civilistica.

Rileva, inoltre che, la L. n. 54 del 2006, art. 3, non è applicabile alla concreta fattispecie poichè il ricorrente non era mai stato coniugato con la madre della minore, beneficiaria dell’assegno di mantenimento, conclusione avvalorata dai principi stabiliti da una sentenza di questa Corte (la sentenza n. 2666 del 7 dicembre 2016) che ha ritenuto non applicabile la tutela della disciplina penalistica di cui all’art. 3, legge cit. alle assegnazioni patrimoniali che concernono figli di genitori non coniugati, garantite attraverso il ricorso alle azioni civili ovvero alla disciplina di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, ma, come anticipato, nel caso, ritenuta insussistente. Erroneamente, infine, la sentenza impugnata, richiamata quella irrevocabile nei confronti del medesimo imputato, aveva ritenuto non accertata l’impossibilità di adempiere alla prestazione. 

CONSIDERATO IN DIRITTO

1.Il ricorso deve essere rigettato.

2.Occorre sgomberare il campo da un equivoco al quale induce la formulazione dei motivi di ricorso, smentito dall’analisi delle statuizioni di merito e dalla chiara articolazione della sentenza impugnata. L’imputato era stato rinviato a giudizio per rispondere del reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per avere fatto mancare i mezzi di sussistenza alla figlia minore omettendo di versare l’assegno stabilito posto a suo carico dal Tribunale di Monza con sentenza n. 2270 del 2005. Il giudice di primo grado aveva qualificato la condotta come delitto di cui alla L. n. 54 del 2006, art. 3, pronuncia che non implica affatto, secondo la erronea ricostruzione difensiva, l’assoluzione dal reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2; assoluzione che può ravvisarsi solo in presenza di una espressa pronuncia del giudice che, per aspetti connessi alla ricostruzione dinamica della fattispecie, ravvisi la insussistenza di condotte penalmente illecite, ma non in presenza della mera esclusione di un connotato della fattispecie concreta (l’avere fatto mancare i mezzi di sussistenza), qualora elementi qualificanti della stessa (condotta, nesso causale, elemento psicologico del reato), siano idonei ad integrare la fattispecie penale, come ritenuta.

La previsione di cui all’art. 521 c.p.p., della quale il ricorrente lamenta la violazione, ha ad oggetto, come noto, la correlazione tra accusa e sentenza e regola il cd. ius variandi, cioè la “riqualificazione giuridica” del fatto, che si realizza attribuendo l’esatto nomen juris ad un episodio che rimane invariato nei suoi tratti caratterizzanti. La qualificazione giuridica del fatto, secondo risalente tradizione giurisprudenziale, è potere tipico del giudice, che può esercitarlo in ogni fase, purchè, secondo la disciplina di cui all’art. 521 c.p.p., il reato non ecceda la competenza del giudice che procede, il reato non sia attribuito al tribunale in composizione collegiale anziché monocratica, oppure non riguardi un reato per il quale è prescritta l’udienza preliminare ed essa non si è tenuta, fermo il divieto di reformatio in peius. In relazione alla portata dell’art. 521 c.p.p., si sono registrati gli interventi esegetici di questa Corte che, a fronte di una previsione normativa rimasta formalmente invariata, ha posto la necessità di una sua interpretazione nel senso di assicurare all’imputato la garanzia del contraddittorio nella eventualità della diversa qualificazione giuridica del fatto, attuando la regola di sistema espressa dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Drassich c/Italia e dall’art. 111 Cost., comma 2, che investe non soltanto la formazione della prova, ma anche ogni questione che attiene la valutazione giuridica del fatto commesso (Sez. 6, n. 45807 del 12/11/2008, Drassich, Rv. 241754), pena, diversamente, la nullità a regime intermedio della sentenza (Sez. 1, n. 18590 del 29/04/2011 – dep. 11/05/2011, Corsi, Rv. 250275; Sez. 5, n. 6487 del 28/10/2011 – dep. 17/02/2012, Finocchiaro, Rv. 251730).

Tornando al caso in esame, ritiene il Collegio che, correttamente la Corte di appello ha escluso la violazione del disposto di cui all’art. 521 c.p.p., in forza della diversa qualificazione giuridica delle condotte ascritte all’imputato con la sentenza di primo grado in presenza di un fatto rimasto sostanzialmente invariato nei suoi tratti caratterizzanti; qualificazione giuridica rispetto alla quale l’imputato ha potuto, in sede di impugnazione, difendersi adeguatamente. La soluzione dei giudici distrettuali è in linea con la giurisprudenza di questa Corte richiamata nella sentenza impugnata – riferita al rapporto tra la fattispecie strutturalmente prossima a quella in esame quale quella della L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, e il reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, sull’assunto che, pur presentando le due ipotesi criminose presupposti ed elementi strutturali diversi, la condotta presa in considerazione dall’art. 12 sexies, rientra nel più ampio paradigma di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, essendo nella prima ipotesi sufficiente accertare il fatto della volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione dell’assegno determinato dal tribunale e non occorrendo, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall’inadempimento consegua anche il far mancare i mezzi di sussistenza, elemento invece necessario ai fini della integrazione della seconda figura criminosa (Sez. 6, n. 7824 del 02/05/2000, Tuccitto, Rv. 220572).

Dalle precisazioni fin qui svolte discende la manifesta infondatezza dei motivi di ricorso articolati con riferimento non solo alla violazione dell’art. 521 c.p.p., ma anche alla necessità della motivazione rafforzata che il giudice avrebbe dovuto adottare in sede di condanna ed al richiamo al principio dell’assorbimento del reato di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, e, quindi della L. n. 54 del 2006, art. 3, in forza di quanto precisato da questa Corte.

Ed invero il declamato principio di assorbimento vale, al fine di evitare il bis in idem sostanziale, nella disamina dei rapporti fra le fattispecie che determinano un concorso apparente di reati, in quanto, in situazioni nelle quali il genitore abbia fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori non assolvendo agli obblighi posti a suo carico da provvedimenti dell’autorità giudiziaria, il delitto di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori implica anche l’omissione del versamento dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice civile (cfr. Sez. 6, n. 10772 del 20/02/2018, Rv. 272763-01; Sez. 6, n. 57273 del 10/11/2017, R., Rv. 271674-01; Sez. 6, n. 55064 del 13/09/2017, F. Rv. 271669-01;).

Ne consegue che il principio di assorbimento rileva solo nel caso in cui il genitore separato fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l’assegno di mantenimento, poiché, in tale ipotesi, egli commette un unico reato, quello previsto dall’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, nel quale è assorbita la violazione meno grave, mentre fuori del principio di assorbimento si pone l’ipotesi in cui si sia in presenza esclusivamente delle fattispecie di cui alla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, ovvero L. n. 54 del 2006, art. 3, votate altrimenti, secondo la soluzione fatta propria nel ricorso, ad una sostanziale inapplicabilità. Nè, in ragione della specifica fattispecie in esame, rilevano affermazioni ulteriori di questa Corte, in merito ai rapporti tra art. 570 c.p., comma 2, n. 2, e L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, in casi nei quali era oggetto di inadempimento il pagamento dell’assegno di divorzio, e, quindi, relativi ad ipotesi non sovrapponibili al caso in esame.

3.Ulteriore difficoltà, nella comprensione della vicenda in esame, discende dal rinvio ad una (o più) sentenze che hanno riguardato l’odierno ricorrente. Anche a tal riguardo il ricorrente richiama una precedente sentenza che ha assolto l’imputato dal reato di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, per fatto anteriormente commesso, sentenza che i giudici di appello evidenziano essere stata riformata con decisione del 22 giugno 2017 diversa da altra pronuncia del 13 gennaio 2017, oggetto di diffuso richiamo nella sentenza impugnata per smentire la ricorrenza di condizioni personali dell’imputato ostative all’adempimento impostogli dal giudice civile a favore della figlia minore. Ebbene, ritiene il Collegio che le deduzioni del ricorrente sono manifestamente infondate, in fatto, stante l’autonomia delle decisioni, e in diritto non ricorrendo alcun travisamento della prova nella lettura delle richiamate decisioni da parte del giudice di appello.

  1. Infondata è anche la deduzione difensiva secondo la quale i giudici di merito non hanno preso in considerazione la circostanza che il ricorrente non era mai stato sposato con la madre della minore, beneficiaria del trattamento economico stabilito dal giudice civile in quanto i genitori semplicemente convivevano e, pertanto, la insussistenza del reato di cui alla L. n. 54 del 2006, art. 3, perchè applicabile solo all’ipotesi di omesso versamento dell’assegno in favore di figli nati da genitori coniugati e, quindi, in relazione ad epiloghi del rapporto coniugale per separazione, divorzio o nullità del matrimonio.

La tesi sostenuta dall’imputato è stata affermata in una isolata decisione di questa Corte (Sez. 6, n. 2666 del 07/12/2016, B, Rv. 268968) ma è stata, tuttavia, superata da un più recente orientamento alla stregua del quale si è ritenuto che, in tema di reati contro la famiglia, è configurabile il reato di cui alla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, anche in caso di omesso versamento, da parte di un genitore, dell’assegno periodico disposto dall’autorità giudiziaria in favore dei figli nati fuori dal matrimonio (Sez. 6, n. 14731 del 22/02/2018, S, Rv. 272805; Sez. 6, n. 12393 del 31/01/2018, P, Rv. 272518; Sez.6, n. 25267 del 06/04/2017, S. Rv. 270030). Ciò alla luce della interpretazione sistematica della disciplina sul tema delle unioni civili e della responsabilità genitoriale nei confronti dei figli, introdotta dalla L. 20 maggio 2016, n. 76, e dal D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, che ha inserito l’art. 337 bis c.c., e, quindi, di una rilettura della L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2, in base al quale le disposizioni introdotte da tale legge si applicano anche ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati. Riferimento che deve essere ricondotto a tutte le disposizioni previste dalla legge citata, comprese quelle che attengono al diritto penale sostanziale, in quanto una diversa soluzione determinerebbe una incostituzionale diversità di trattamento, accordando una più ampia e severa tutela penale ai soli figli di genitori coniugati rispetto a quelli nati fuori dal matrimonio.

5.Occorre, cionondimeno, interrogarsi sulla tenuta di tale approdo a seguito della modifica normativa dell’art. 570 c.p., intervenuta con D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 63 del 22 marzo 2018 e in vigore dal 6 aprile 2018, con il quale si è data attuazione ad una delle deleghe contenute nella L. 23 giugno 2017, n. 103 (c.d. “legge Orlando”), e in particolare a quella – prevista dall’art. 1, comma 85, lett. q) della suddetta legge – relativa all’introduzione del principio della “riserva di codice” nel nostro ordinamento penale. In particolare il richiamato decreto ha innestato nel codice sostanziale una previsione, l’art. 570 bis c.p., rubricata “violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio” che, nel prosieguo sanziona, con le pene previste dall’art. 570 c.p., la condotta del “coniuge” che si sottrae all’obbligo di corresponsione di ogni tipologia di assegno dovuto in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio ovvero viola gli obblighi di natura economia in materia di separazione dei coniugi e di affidamento condiviso dei figli.

La norma ripropone, non in modo letterale, le previgenti disposizioni penali contenute alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, ed alla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, norme che, conseguentemente, sono state espressamente abrogate dal D.Lgs. n. 21 del 2018, art. 7, lett. b) e o).

La questione che si pone è se, sul piano della successione di leggi penali nel tempo, il nuovo art. 570 bis c.p., si sia effettivamente limitato ad un diverso collocamento ordinamentale di norme incriminatrici il cui contenuto non è stato oggetto di modifica, ovvero se vi siano profili di non perfetta sovrapponibilità tra l’attuale art. 570 bis c.p., ed i previgenti L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, ed L. n. 54 del 2006, art. 3, e, posto che vi siano, come tali modifiche incidano in relazione ai fatti compiuti prima della entrata in vigore della nuova disposizione. Se, sul piano semantico, la nuova previsione dell’art. 570 bis c.p., si pone in termini decisamente innovativi per l’ampio riferimento alla sanzione penale derivante dall’inadempimento di “ogni tipologia di assegno dovuto”, per altro aspetto – e per quel che qui rileva – si rivela dirompente rispetto alla fattispecie in esame per il riferimento, quale soggetto attivo del reato, al coniuge, riferimento che ripropone la problematica del coordinamento della disciplina penalistica con il contenuto della L. n. 54 del 2006, art. 4, che, a seguito della interpretazione fornitane da questa Corte, aveva esteso l’intera disciplina recata dalla legge anche ai procedimenti relativi ai figli dei genitori non coniugati.

  1. La lettura incentrata sul tenore letterale della norma, per l’inequivoco riferimento al coniuge, ha già indotto la giurisprudenza di merito, ove non ricorrano le condizioni per applicare la previsione di omessa prestazione dei mezzi di sussistenza al figlio minore ovvero inabile al lavoro di cui all’art. 570 c.p., comma 2, n. 2, a fare ricorso, per la violazione consistente nell’omessa corresponsione di assegno in favore di figli recate dalle decisioni giudiziarie in favore di figli nati fuori dal matrimonio, alla fattispecie di cui all’art. 570 c.p., comma 1. Al riguardo viene evidenziato che, da un lato, il soggetto attivo del reato di cui all’art. 570 c.p., è il genitore senza ulteriori specificazioni, giacché la norma è posta a tutela della famiglia in senso ampio e non solo di quella fondata sul vincolo del matrimonio, e, dall’altro, che la violazione degli obblighi di assistenza materiale nei confronti del figlio ben si può realizzare attraverso la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento fissato dal Tribunale civile.
  2. La interpretazione fondata sul dato letterale della disposizione di cui all’art. 570 bis c.p., che sottostà all’ opzione interpretativa illustrata, non costituisce, peraltro, l’unica opzione ermeneutica praticabile.

E’ necessario, in vero, concentrare l’attenzione, piuttosto che sul dato semantico, sulla natura e portata della delega conferita con la L. n. 103 del 2017, e, cioè, una delega di natura meramente compilativa che autorizzava la traslazione delle figure criminose già esistenti nel corpus del codice, senza contemplare alcuna modifica sostanziale delle stesse. E, che l’intenzione del legislatore delegato fosse esclusivamente quella di riordinare la materia, è desumibile anche dalla relazione ministeriale allo schema di decreto legislativo, in cui si afferma che il nuovo art. 570 bis c.p., “assorbe le previsioni di cui alla L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, e di cui alla L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, aggiungendo che la modifica, da un lato, non incide sul regime di procedibilità di ufficio, la cui corrispondenza a Costituzione è stata comunque ripetutamente affermata dalla Corte costituzionale (da ultimo con sentenza n. 220 del 2015), dall’altro, contempla le ipotesi (già previste mediante rinvio agli artt. 5 e 6 della stessa legge) di scioglimento, cessazione degli effetti civili, nullità del matrimonio oltre che quella dell’assegno dovuto ai figli nelle medesime evenienze”.

Secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia, qualora la delega abbia ad oggetto, come nella specie, il riordino ed il riassetto di norme preesistenti, queste finalità giustificano un adeguamento della disciplina al nuovo quadro normativo complessivo, conseguito dal sovrapporsi, nel tempo, di disposizioni emanate in vista di situazioni ed assetti diversi, ma non anche l’adozione di soluzioni innovative rispetto al sistema legislativo previgente che richiede la emanazione di principi e criteri direttivi idonei a circoscrivere la discrezionalità del legislatore delegato (Corte Cost., sentenza n. 170 del 2007 e n. 239 del 2003).

In tale quadro di riferimento si deve, dunque, collocare la formale abrogazione della L. n. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 12 sexies, e della L. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 3, non potendo ritenersi verificata, in conseguenza del meccanismo dell’abrogazione, anche un’abolizione delle corrispondenti figure di reato, transitate nel nuovo corpus normativo. Soprattutto, perché la riscrittura delle norme, peraltro non testuale, non ha formalmente investito la L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2, secondo il quale “le disposizioni della legge si applicano… nonchè ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati”. Ebbene, secondo l’interpretazione datane da questa Corte con la richiamata sentenza n. 25267 del 2017, la tutela penale recata dalla L. n. 54 del 2006, art. 3, e della disciplina recata dalla L. n. 898 del 1970, art. 12 sexies, in forza della disposizione di cui alla L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2, che svolgeva la funzione di norma di chiusura del sistema, riguardava anche i figli di genitori non coniugati avuto riguardo all’espresso riferimento (procedimenti relativi ai figli dei genitori non coniugati), obblighi di natura economica ridisciplinati dalla L. n. 54 del 2006, art. 1, quindi dagli artt. 155 e 155 sexies c.c.

Da qui, nella lettura della L. n. 54 del 2006, artt. 3 e 4, enunciata con le sentenze richiamate al punto 4. del Considerato in diritto, si è ritenuto che l’interpretazione sistematica dovesse deporre nel senso della totale equiparazione anche della disciplina penalistica posta a presidio dell’esatto adempimento delle obbligazioni statuite a carico dei genitori in favore dei figli anche all’esito della cessazione della convivenza e non solo nel caso di vicende patologiche del rapporto matrimoniale a monte. In ragione della mancata abrogazione della L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2, e dell’espresso riferimento contenuto ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati la disciplina penale relativa al mancato rispetto di una pronuncia giudiziale o di uno specifico accordo che impongono al genitore naturale l’obbligo di corrispondere una determinata somma di denaro per il mantenimento del figlio va, dunque, contestualizzata con riferimento alla cornice dettata nel codice civile che, nella rubrica dell’attuale Capo II del titolo IX recita “esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio ovvero all’esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio” e, all’art. 337 bis c.c., disciplinando l’ambito di applicazione stabilisce che, “in caso di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio e nei procedimenti relativi ai figli nati fuori del matrimonio, si applicano le disposizioni del presente capo”.

La esegesi letterale dell’art. 570 bis c.p., tra la posizione dei figli nati da genitori conviventi, rispetto alla prole nata in costanza di matrimonio, si pone in netta antitesi con la piena equiparazione realizzata nell’ambito del diritto civile (art. 337 bis c.c. e ss.). Sistema in cui gli obblighi dei genitori, nascendo dal rapporto di filiazione, non subiscono alcuna modifica a seconda che sia o meno intervenuto il matrimonio, in conformità, del resto, alla previsione dell’art. 30 Cost., comma 3.

In tale contesto, normativo attuale e di successione di disposizioni, si deve affermare che l’unica interpretazione sistematicamente coerente e costituzionalmente compatibile e orientata, è quella dell’applicazione dell’art. 570 bis c.p. – che si limita a spostare la previsione della sanziona penale all’interno del codice penale – anche alla violazione degli obblighi di natura economica che riguardano i figli nati fuori del matrimonio.

Tale lettura discende: dalla perdurante vigenza, in quanto norma non abrogata, della L. n. 54 del 2006, art. 4, comma 2; dal riferimento ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati contenuto nella disposizione; dalla disciplina positiva di detti procedimenti recati dall’art. 337 bis c.c. e ss., che, unitariamente e integralmente si applica, anche ai figli nati fuori dal matrimonio.

Si deve prendere atto che, successivamente al superamento del principio della indissolubilità del matrimonio, si sono succeduti molteplici mutamenti legislativi e giurisprudenziali tra loro eterogenei – questi ultimi spesso ispirati dalla giurisprudenza della Cedu -, che hanno profondamente inciso sulla valenza dell’istituto matrimoniale e sul fondamento e sulla fisionomia della famiglia.

Si pensi, in primo luogo, alla riforma attuata dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219, e dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, che ha reso unica la condizione dei figli, disponendo il loro inserimento nelle reti di parentela dei genitori a prescindere dalla sussistenza tra loro del matrimonio (artt. 74 e 258 c.c.), nonché ha generalizzato la regola secondo cui l’esercizio della responsabilità genitoriale spetta ad entrambi i genitori, indipendentemente dal fatto che tra loro sussistano legami di diritto o di fatto. I rapporti di filiazione sono stati dunque funzionalizzati al perseguimento dell’interesse dei figli, tanto che è stato abbandonato il modello della potestà, sostituito con quello della responsabilità, il quale ben si attaglia allo schema che privilegia l’interesse del minore, che è pur sempre individuale e non suscettibile di sacrificio in nome di un superiore interesse della famiglia.

Sempre con riferimento alla perdita di rilevanza del matrimonio, occorre considerare gli interventi legislativi in materia di negoziazione assistita (D.L. 12 settembre 2014, n. 132, convertito con modifiche dalla L. 10 novembre 2014, n. 162) e di “divorzio breve” (L. 6 maggio 2015, n. 55, Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonchè di comunione tra i coniugi), i quali hanno rimosso e/o attenuato il controllo giudiziale sulla crisi del matrimonio e reso più celere il conseguimento del divorzio. In particolare, per quanto riguarda i figli, la L. 10 dicembre 2012, n. 219, ha abolito le partizioni che contrassegnavano il rapporto di filiazione a seconda che i genitori fossero, o meno, uniti in matrimonio. Il che, nel suo complesso, rappresenta un rovesciamento della prospettiva costituzionale caratterizzata com’è(ra), da un lato, dalla connotazione della famiglia quale istituzione necessariamente fondata sul matrimonio e, dall’altro, dalla differenziazione della filiazione nel e fuori del matrimonio, che era ontologicamente differenziata da quest’ultima.

Una ulteriore torsione della interpretazione letterale dell’art. 570 bis c.p., consegue dal rilievo che le disposizioni recate dalla L. n. 8 febbraio 2006, n. 54, art. 4, relative alle disposizioni a favore dei figli in caso di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, per effetto della inammissibile selezione delle fattispecie incriminatrici operata dal legislatore delegato, sono transitate, contrariamente alla parte del disposto normativo richiamato, relativo ai figli dei genitori non coniugati, nella previsione dell’art. 570 bis c.p.

E, tale lettura, rende irrilevante la questione di illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost., sul presupposto che, del tenore letterale della fattispecie di cui all’art. 570 bis c.p., si determina “una irragionevole ed ingiustificata diversità di trattamento nell’ambito dei rapporti tra genitori e figli nati in costanza o al di fuori del matrimonio” (Tribunale Nocera Inferiore, Sezione penale, ordinanza del 26/4/2018). E, sotto altro profilo, quella di legittimità costituzionale, relativamente al D.Lgs. 1 marzo 2018, n. 21, art. 2, comma 1, lett. c), e art. 7, comma 1, lett. b) e o), nella parte in cui si ritiene abrogata la previsione incriminatrice della violazione degli obblighi di assistenza familiare da parte del genitore non coniugato, per contrasto con gli artt. 25 e 76 della Costituzione (Corte appello Trento, Sezione Penale, ordinanza 21/9/2018).

  1. Ritiene, conclusivamente, il Collegio che, alla stregua della lettura sistematica della disposizione di cui all’art. 570 bis c.p., non può attribuirsi alla fattispecie incriminatrice un ambito applicativo più ristretto rispetto a quello riferibile alla L. n. 56 del 2006, artt. 3 e 4, quali interpretati dall’ormai consolidato orientamento di questa Corte regolatrice (vedi le decisioni richiamate al precedente pgf. 4. del Considerato in diritto) con la conseguenza che non si applica alla fattispecie in concreto all’esame della Corte l’art. 2 c.p., comma 2, ricorrendo tutti i presupposti fattuali del reato di omesso adempimento degli obblighi di mantenimento in favore della figlia minore, nata da un rapporto di convivenza, obblighi posti a carico dell’imputato dalla sentenza civile del Tribunale di Monza. Le sentenze di merito hanno individuato la fonte dell’obbligo a carico dell’imputato, hanno illustrato il protratto inadempimento ed hanno escluso che fossero ravvisabili assoluti impedimenti all’esecuzione dell’obbligazione civilistica con argomenti fondati sulle condizioni patrimoniali dell’imputato e sulla mancata modifica delle obbligazioni civilistiche – che mai il ricorrente si era peritato di chiedere – e sulla base di elementi fattuali (la giovane età e l’abilità al lavoro; lo svolgimento di attività lavorativa) del tutto genericamente contrastati con l’odierno ricorso.
  2. Consegue al rigetto del ricorso la condanna al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 24 ottobre 2018.

Depositato in Cancelleria, il 12 dicembre 2018.

AVVOCATO ESPERTO PENALE TRIBUTARIO MILANO BOLOGNA VENEZIA  BERGAMO PAVIA  

PENALE TRIBUTARIO AVVOCATO ESPERTO MILANO BOLOGNA VENEZIA  BERGAMO PAVIA

  1. Reati tributari delle società

    – Violazioni del made in Italy

    – Consulenza preventiva

  2. Assistenza nella fase delle indagini e processuale

    Nel diritto tributario penale, cioè perla difesa dei reati tributari occorre la vicinanza e collaborazione assidua con dottori commercialisti molto utili per la preparazione della difesa tecnica nel processo penale tributario.

avvocato Bologna penale esperto
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ANALIZZIAMO IL FATTO

una frode fiscale, riconducibile al fenomeno delle “frodi carosello” realizzata mediante una serie di operazioni volte a realizzare attività economiche fittizie che, utilizzando lo strumento del deposito IVA all’interno del mercato dell’Unione Europea, dove la legislazione consente la neutralizzazione dell’imposta sul valore aggiunto all’impresa acquirente residente in Italia, e il ricorso a società cd. “cartiere”, prive cioè di operatività effettiva, costituite al solo scopo di emettere fatture che altri soggetti utilizzano, mirano ad evadere l’imposizione fiscale con il conseguimento di crediti di imposta. Con sentenza pronunciata in data 12.3.2013 il GIP presso il Tribunale di Livorno, aderendo alla ricostruzione dei fatti operata dall’accusa, ha così ricostruito lo schema delle operazioni commercial

 

 

IL PRINCIPIO

il prestanome che, accettando la carica ha anche accettato i rischi ad essa connessi, risponde comunque a titolo di dolo eventuale esponendosi alle conseguenze dell’operato dei gestori reali e dunque alla possibilità che questi pongano in essere, attraverso il paravento loro prestato con la carica ricoperta, attività non legali, in base alla posizione di garanzia di cui all’art.2392 cod. civ., in forza della quale l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi. (cfr. Cass. 26 gennaio, 2006 n. 7208; Cass. 26 novembre 1999 Dragomir Rv 215199; Sez. 3, n. 22919 del 06/04/2006 – dep. 04/07/2006, Furini, Rv. 234474; Sez. 3, n. 47110 del 19/11/2013 – dep. 27/11/2013, PG in proc. Piscicelli, Rv. 258080 che ha precisato che in tema di reati tributari il prestanome non risponde dei delitti in materia di dichiarazione previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, solo se è privo di qualunque potere o possibilità di ingerenza nella gestione della società). Sussiste pertanto la responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di utilizzo di false fatturazioni, afferenti cioè a prestazioni inesistenti, con l’amministratore di fatto non già ed esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società, ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente nel non avere impedito, ex art. 40, comma secondo, cod. pen., l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto, connaturati alla carica rivestita.

 

 

avvocato Bologna penale esperto
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Attenzione: Diritto penale breve vademecum-avvocato penalista Bologna

 

CORTE di CASSAZIONE, sez. penale, sentenza n. 18924 del 20 aprile 2017

RITENUTO IN FATTO

  1. Il presente procedimento trae origine da un’indagine svolta negli anni 2010-2012 dalla Guardia di Finanza che aveva portato all’emersione, così come contestato nei capi di imputazione, di una frode fiscale, riconducibile al fenomeno delle “frodi carosello” realizzata mediante una serie di operazioni volte a realizzare attività economiche fittizie che, utilizzando lo strumento del deposito IVA all’interno del mercato dell’Unione Europea, dove la legislazione consente la neutralizzazione dell’imposta sul valore aggiunto all’impresa acquirente residente in Italia, e il ricorso a società cd. “cartiere”, prive cioè di operatività effettiva, costituite al solo scopo di emettere fatture che altri soggetti utilizzano, mirano ad evadere l’imposizione fiscale con il conseguimento di crediti di imposta. Con sentenza pronunciata in data 12.3.2013 il GIP presso il Tribunale di Livorno, aderendo alla ricostruzione dei fatti operata dall’accusa, ha così ricostruito lo schema delle operazioni commerciali: la società svizzera P. con sede in Austria, i cui legali rappresentanti erano F. P. e la moglie K. S. importava, tramite la società Euroshopping merci cinesi che venI.o inviate a Livorno e qui messe secondo quanto dichiarato alla dogana a deposito IVA così da sottrarre temporaneamente la merce al pagamento del tributo; successivamente la merce veniva estratta da tre società a responsabilità limitata, la World Trade, la Elf e la Prinnatist, risultate,dagli accertamenti, non operative e di fatto gestite dal P., insieme alla moglie, la quale si limitava a collaborare come mera esecutrice delle decisioni assunte dal marito, mediante auto fatturazione; le suddette cartiere cedevano a loro volta la merce a tre società italiane, la I.tools (di cui era I.r. I. M.), la Bit Store (di cui era I.r. D. B.) e la H. M. Tools (della quale era I.r. V. D.R.), tra loro soggettivamente collegate essendone i legali rappresenti legati tra loro da rapporti di parentela, le quali portavano a credito l’IVA mai corrisposta alla società venditrice ed acquistavano la merce ad un prezzo concorrenziale, senza che sul loro costo venisse applicata l’IVA. Ha pertanto ritenuto la penale responsabilità, per quanto qui interessa, di tutti gli indagati per i reati di contrabbando doganale, falso in atto pubblico per induzione, soppressione di documenti ed evasione fiscale ai sensi degli artt. 2, 5, 8, 10 ed 11 d.lgs. 74/2000, infliggendo la pena della reclusione nella misura di 5 anni a F. P., di 3 anni a K. S. ed I. M., di 3 anni e 4 mesi a S. B., di 2 anni e 2 mesi a D. B. e di 1 anno e 10 mesi a V. e S. D.R. e ha contestualmente disposto la confisca per equivalente sui beni degli imputati senza limitazioni di valore. Con sentenza pronunciata il 18.5.2015 la Corte d’Appello ha integralmente confermato sia la penale responsabilità di tutti gli imputati sia il trattamento sanzionatorio, ed ha invece riformato la sentenza di primo grado contenendo la confisca per equivalente nei limiti degli importi complessivi delle imposte evase così come contestati. Avverso la suddetta sentenza tutti i suddetti imputati hanno proposto ognuno autonomamente, per il tramite dei rispettivi difensori, ricorso per Cassazione.
  2. F. P. e Kannila S. hanno articolato un unico ed identico motivo con il quale censurano la sentenza impugnata per vizio di motivazione sul punto relativo alla confisca sostenendo che pur essendo stata ridotta, rispetto alla pronuncia del primo giudice, agli importi complessivi delle imposte evase, di fatto non ne era stato indicato l’ammontare. In sintesi la censura si traduce nella violazione del principio, già affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n.24965 del 22.4.2015 secondo il quale il profitto, costituito dal risparmio economico derI.te dalla sottrazione degli importi evasi alla loro destinazione fiscale non coincide con l’importo indicato in fattura, dovendo invece essere individuato nel risultato contabile ricavabile da tutti gli elementi attivi e passivi indicati dal dichiarante, oltre al fatto che trattandosi di reati in concorso l’importo risultava in tal modo oltremodo elevato.
  3. D. B. ha censurato la sentenza per i seguenti motivi:

1) violazione di legge in relazione all’art. 110 c.p. e vizio motivazionale per essere stata la propria responsabilità fondata sul solo elemento oggettivo, ovverosia sulla posizione di intermediario nelle frodi carosello per il ruolo svolto all’interno della Bit Store ef sul presunto vantaggio economico ricavabile dal /f(- commercializzare merci prive di ricarico IVA senza che nulla fosse stato dedotto sull’elemento soggettivo, ovverosia sul dolo di concorso che postula la dimostrazione che il soggetto sia stato in grado di rappresentarsi l’evento nella sua portata illecita, non essendo sufficiente il mero richiamo all’interesse personale;

2) violazione di legge in relazione agli artt. 62-bis e 133 c.p. e vizio motivazionale per mancata dosimetria della pena inflitta sulla base delle stesse motivazioni a tutti gli imputati, arbitrariamente accomunati malgrado le diverse posizioni giuridiche, il diverso vissuto, essendo ad esempio l’imputato incensurato, ed il diverso ruolo rivestito.

  1. V. D.R. e S. D.R. hanno articolato un unico identico motivo con il quale censurano la sentenza impugnata sotto vari profili:

1) per essere stati ritenuti corresponsabili della frode fiscale esclusivamente sulla base del ruolo di legali rappresentanti dai medesimi ricoperto rispettivamente nella H. M. Tool e nella I.tools sul presupposto che l’eventuale disinteresse dell’amministratore alla gestione sociale da parte di terzi che operino in sua vece ponendo in essere operazioni illecite ne comporta in ogni caso la riconducibilità al legale rappresentante per violazione del dovere di vigilanza, sostenendosi invece che nessuna dimostrazione era stata data sui contatti commerciali tra la società importatrice delle merci dall’estero, le cartiere e gli imputati, onde non poteva ritenersi in alcun modo accertato che costoro fossero a conoscenza del meccanismo fraudolento ordito da terzi per evadere l’IVA, né tantomeno che fossero parte di un accordo con gli altri coimputati destinato a produrre utilità reciproca, essendosi sul punto soltanto valorizzati elementi del tutto neutri come nel caso della V. D.R. il rinvenimento in una casella di posta elettronica, di cui costei aveva negato la paternità, di una fattura emessa da Primatist indirizzata alla H. M. Tools;

2) in relazione all’affermazione secondo la quale le operazioni asseritamente illecite con i venditori intermedi (le cd. cartiere), operanti in regime di esenzione IVA, sarebbero operazioni non reali perché avvenute fra soggetti diversi da quelli effettivi, non potendo desumersi da fatture soggettivamente inesistenti la mancanza oggettiva della prestazione, senza che peraltro fosse stata tenuta in alcun conto la doglianza sollevata con i motivi di appello sulla circostanza che la coincidenza dei codici identificativi degli articoli provenienti dal venditore cinese con quelli rinvenuti presso le proprie società non costituiva, così come affermato dalla sentenza di primo grado, prova dell’identità della merce trattandosi invece di codici identificativi di una categoria omogenea di articoli comuni a tutti gli operatori;

3) in relazione alla mancata riduzione della pena in considerazione del ruolo marginale rivestito da entrambi nell’ambito delle operazioni incriminate.

  1. I. M. ha anch’egli svolto un unico pluriarticolato motivo con il quale contesta la sussistenza di un vizio motivazionale, declinato sub specie di motivazione omessa od illogica, sui seguenti punti:

1) sulla sussistenza di un accordo tra la società importatrice delle merci dall’estero, le cartiere e l’imputato, destinato a produrre utilità reciproca, del tutto neutro essendo l’unico elemento valorizzato al riguardo costituito dal rinvenimento in una casella di posta elettronica, di cui costui aveva negato la paternità, di una fattura emessa da Primatist indirizzata alla H. M. Tools;

2) sull’elemento soggettivo del reato, ovverosia sulla consapevolezza da parte propria di acquistare la merce dall’intermediario al fine di precostituire uno schermo atto ad eludere l’IVA, costituente dolo specifico;

3) sui codici identificativi delle merci;

4) sulla riconducibilità di fatture soggettivamente inesistenti alla fattispecie incriminata dall’art.2 d. Igs. 74/2000; 5) sulla richiesta riduzione della pena, sugli ultimi tre punti svolgendo contestazioni identiche a quelle articolate da V. e S. D.R..

  1. Anche S. B. ha articolato un unico motivo con il quale deducendo il vizio motivazionale ha contestato la mancata dimostrazione della propria responsabilità tratta dai soli contatti intrattenuti con il M., con il quale vi è pure un rapporto di parentela, ed ha altresì articolato censure di contenuto analogo a quelle svolte dal D.R. e dal M..

CONSIDERATO IN DIRITTO 

  1. I motivi articolati dal B., dal M., dai D.R. e dal B., traducendosi in censure sovrapponibili le une con le altre, possono essere esaminati congiuntamente. Ai fini di un puntuale inquadramento della questione occorre premettere che il sistema delle frodi carosello si configura come un meccanismo fraudolento volto ad evadere l’imposta sul valore aggiunto posto in essere attraverso una serie di operazioni commerciali aventi ad oggetto prestazione di servizi o cessione di merci con l’interposizione fittizia di società cartiere tra il venditore e l’acquirente finale al fine di ottenere crediti di imposta ai quali corrispondono profitti anche molto elevati. Attraverso tale meccanismo – intrinsecamente connesso al regime transitorio di applicazione dell’IVA agli scambi tra soggetti passivi di imposta aventi sede in differenti paesi dell’Unione Europea secondo il quale il cessionario della transazione intracomunitaria viene ai fini del computo dell’imposta a debito, stante la diversità delle aliquote vigenti nei differenti Stati membri, a sostituirsi al cedente accollandosi i relativi oneri tra cui il versamento dell’imposta sul valore aggiunto che potrà effettuare solo al momento in cui la stessa gli verrà corrisposta dai successivi acquirenti nazionali (D.L. 331/1993, convertito nella L.427/1993) – il venditore non versa l’IVA, ma attraverso il soggetto interposto che emette la fattura con l’IVA senza tuttavia versarla, la merce viene acquistata dal contribuente che invece la detrae. L’operazione illecita così descritta si realizza, come nel caso in esame, attraverso l’emissione di fatture per operazioni soggettivamente inesistenti con le quali si intendono quelle che riferiscono l’operazione a soggetti diversi da quelli effettivi, anch’esse ricomprese secondo la norma definitoria di cui all’art.1 d.lgs. 74/2000 nell’ambito delle “fatture per operazioni inesistenti”, avendo il legislatore inteso colpire non soltanto la mancanza assoluta dell’operazione, ma ogni tipo di divergenza tra realtà commerciale e risultanze documentali. La divergenza in siffatto sistema riguarda i soggetti reali dell’operazione tra i quali vengono interposti fittiziamente altri soggetti, le cd. società cartiere, alle quali è affidato il compito del “lavaggio” dell’IVA: pertanto per quanto concerne la operazione “apparente” non sorge tra le parti contraenti alcun obbligo di natura fiscale, non potendo il fittizio cedente pretendere il pagamento del prezzo e dell’IVA in rivalsa e, correlativamente, non insorgendo a favore del cessionario alcun diritto alla detrazione della imposta liquidata nella falsa fattura, mentre per quanto riguarda l’operazione “reale”, condotta con il terzo-interponente, trattandosi di operazione per la quale è stata omessa del tutto la fattura, alcun diritto alla detrazione IVA potrà evidentemente essere esercitato dal cessionario (Sez. 3, n. 42994 del 07/07/2015 – dep. 26/1.0/2015, De Angelis, Rv. 265154). Di tale meccanismo danno puntualmente conto i giudici di merito, saldandosi la motivazione della sentenza impugnata con quella di primo grado così da fornire un’unica e complessa trama argomentativa, a fronte della quale le censure mosse dai ricorrenti che ripropongono gli stessi motivi articolati con l’appello, si appalesano destituite di fondamento, oltre che in buona parte affette da genericità atteso che, così come prospettate, solo apparentemente denunciano, in assenza di un reale confronto argomentativo con le motivazioni sviluppate nella decisione censurata, un errore logico o giuridico determinato. Seguendo un coerente e rigoroso percorso motivazionale la sentenza impugnata chiarisce come il meccanismo criminoso fosse strutturato su più livelli per cui la merce, prima di giungere definitivamente alle cosiddette imprese destinatarie finali (nel caso di specie, la I., la H. M. Tools e la B. Store), è stata fatta oggetto di operazioni di compravendita, solo cartolari, eseguite in sequenza e finalizzate esclusivamente alla creazione in capo a queste ultime di un credito Iva utilizzato dalle medesime per compensare il debito Iva da versare mensilmente all’erario. Lo schema della frode prevedeva innanzitutto che la merce acquistata sul mercato cinese dalla società austriaca P., di cui erano rappresentanti in Italia il P. e la moglie K. S., venisse al momento di essere importata in Italia posizionata temporaneamente in deposito presso la Dogana di Livorno in regime di sospensione IVA, utilizzando cioè un meccanismo fiscale che consente di differire il pagamento dell’imposta al momento di estrazione della merce dal deposito, per poi venire estratta da tre società cartiere, la Primatist, la World Trade e la Elf, tutte riconducibili al P., che procedendo attraverso l’autofatturazione, operazione fiscalmente neutra essendo l’IVA ivi riportata sia a debito che a credito, acquistavano fittiziamente la merce senza corrispondere l’Iva. Attraverso questo passaggio la società importatrice, mera scatola vuota, si liberava, attraverso il deposito IVA dall’obbligo del pagamento della relativa imposta che trasferiva, previe false dichiarazioni di cessione delle merci in deposito, sulle tre società fittizie, le quali a loro volta neppure onoravano il pagamento dell’imposta su di esse transitato a seguito della cessione. Queste ultime infatti cedevano la merce alle società destinatarie finali – la I. Tools (di cui era legale rappresentante S. D.R.), la H. M. Tools (di cui era legale rappresentante V. D.R.) e la Bit Store Group (di cui era amministratore D. B.), tutte però di fatto o gestite (come avveniva per per la I. Tools e per la H. M.) o comunque coordinate dal B. e dal M. che si affiancavano per la Bit Store Group al B. – che la acquistavano ad un prezzo altamente competitivo in quanto privo di tributi e al contempo si precostituI. un credito tributario di fatto inesistente portando in detrazione l’IVA fittiziamente pagata dalle società cartiere sulle merci acquistate con fattura. Con argomentazioni, seppur sintetiche, ma comunque intrinsecamente logiche e puntuali, la Corte fiorentina ha ricostruito la dinamica delle operazioni come sopra illustrate per quanto concerne le posizioni del B. e del M., legati fra loro da legami di parentela, sulla base delle intercettazioni telefoniche intervenute tra costoro ed il P., che oltre ad essere il rappresentante della P. in Italia, era il gestore di fatto delle intermediarie, evidenzianti la sostanziale gestione di fatto da parte dei medesimi delle società H. M. ed I. Tools, per conto delle quali discutevano delle modalità di consegna delle merci importate dalla Cina tramite la P. presso la dogana di Livorno e della relativa distribuzione tra le due società ed anche la Bit Store, che invece coordinavano nell’ambito della intera operazione, nonchè dal controllo incrociato dei conti correnti bancari facenti capo alla Primatist e alle società destinatarie finali che evidenzia l’esatta corrispondenza tra i prezzi corrisposti da queste ultime alle società filtro a quelli girati dalla Primatist alla P. senza alcun ricarico. Per quanto concerne il B. i riscontri all’ipotesi accusatoria sono dati dai rapporti di fornitura in relazione alla commercializzazione della merce intercorsi a fasi alterne tra la Bit Store, di cui egli era amministratore, e le altre due società destinatarie finali (essendo stato accertato sulla base della documentazione contabile che in più di un’occasione ognuna delle tre società era a sua volta fornitrice dell’altra), nonché dai corrispettivi versati alle società cartiere per le merci sensibilmente inferiori a quelli di mercato. E’ evidente che è insita nella stessa gestione di fatto delle tre società, e conseguentemente nella regia e supervisione delle operazioni commerciali descritte, la piena consapevolezza in capo ai tre imputati del sistema fraudolento complessivo, di cui la prova principe è data dall’esiguità del prezzo di acquisto della merce rispetto a quello corrente, tale da consentirne la rivendita con amplissimi margini di guadagno, comunque corrispondenti all’entità dell’imposta sul valore aggiunto in tal modo evasa. Le operazioni congegnate attraverso le cd. “frodi carosello” consente, infatti alle tre società cessionarie collocate al termine della filiera di acquistare allo stesso prezzo dichiarato dalla società importatrice all’atto dell’importazione, in tal modo potendo immettere sul mercato beni altamente competitivi per quanto attiene al prezzo di rivendita in quanto non gravato dall’incidenza dell’imposta sul valore aggiunto. Univocamente con gli orientamenti pressoché unanimi della dottrina si è ritenuto, muovendo dal criterio funzionalistico in forza del quale il dato fattuale della gestione sociale deve prevalere sulla qualifica formalmente rivestita, l’irrilevanza dell’etichetta per privilegiare il concreto espletamento della funzione e la conseguente equiparazione degli amministratori di fatto a quelli formalmente investiti della carica, la quale trova conferma anche sul piano normativo nell’art.2639 c.c. che dispone per i reati societari previsti jieflé dal codice civile l’equiparazione al soggetto formalmente investito della qualifica o titolare della funzione prevista dalla legge di chi esercita in materia continuativa e significativa i poteri tipici inerenti alla qualifica o funzione. Sebbene dettata in materia di reati societari, tale norma è stata ritenuta la codificazione di un principio generale applicabile ad altri settori penali dell’ordinamento, così come in campo civile e tributario, la qual viene in tal modo ad incidere non solo sulla configurabilità del concorso dell’amministratore di fatto nei reati commissivi, ma anche in quelli omissivi propri, nel senso che autore principale del reato è proprio l’amministratore di fatto. In ogni caso limitatamente alla responsabilità dell’amministratore di fatto nei reati omissivi propri formalmente imputabili al prestanome, è stato ripetutamente affermato da questa Corte in relazione ai reati tributari previsti dal d. Igs. 74/2000 che l’amministratore di fatto risponde o quale autore principale, in quanto titolare effettivo della gestione sociale, (Sez. 3, n.38780 del 14/05/2015, Biffi, Rv. 264971), o comunque perchè equiparato a quello di diritto (Sez.4 n.24650 del 16/04/2015, Longoni, Rv. 263728, Sez. 3, n. 33385 del 05/07/2012, Gencarelli, Rv. 25326901). La sussistenza del dolo da partecipazione è stata del resto diffusamente argomentata dalla sentenza di primo grado, destinata a fondersi in un unicum inscindibile con la pronuncia d’appello, secondo la quale “la prova della combinazione dei consensi è in re ipsa”, traendo entrambe le parti (importatore da una parte e cessionari finali dall’altra) un utile diretto dal meccanismo frodatorio, il che è sufficiente ad escludere qualunque supposta ignoranza delle altrui condotte: intanto il P. importava in evasione di imposta in quanto sapeva, in forza di preventivi accordi, che alla fine della filiera, che si snodava attraverso l’estrazione delle merci dal deposito IVA da parte delle società interposte, si ponevano le tre società acquirenti cd.finali, come tali definite rispetto alla complessiva operazione in contestazione; a loro volta gli amministratori delle società acquirenti sapevano, in forza di pregressi accordi con l’importatore, che sarebbero ad essi giunte merci a prezzi estremamente vantaggiosi in quanto introdotte in Italia in evasione dell’IVA sull’importazione, e che avrebbero creato, come poi hanno fatto, un credito IVA fittizio da utilizzare in compensazione con l’IVA addebitata al cliente finale. Trova invece fondamento nell’art.40, 2° comma c.p. la responsabilità di S. e V. D.R., amministratori in carica rispettivamente della I. Tools e della H. M. Tools, ma a loro stessa detta meri prestanome del B. e del M. che amministravano in concreto le suddette società. Sul punto i giudici di merito hanno ritenuto che entrambi rispondano dei reati loro ascritti per avere assunto consapevolmente la veste di rappresentanti legali delle due società, così essendosi prestati a coprire, attraverso la violazione del dovere di vigilanza che incombeva loro per effetto della carica ricoperta, le condotte illecite dei reali amministratori. La linea argomentativa così sviluppata dalla sentenza impugnata, immune da qualsiasi caduta di consequenzialità logica e coerente al compendio probatorio di riferimento, non è in alcun modo scalfita dalle argomentazioni addotte in ricorso che si limitano a contestare in fatto l’inquadramento giuridico della fattispecie, concentrandosi del tutto vanamente gli sforzi difensivi sull’insussistenza di elementi probatori in ordine ai rapporti tra i due imputati con le società cartiere così come con la società importatrice dall’estero, e non invece sul mancato esercizio del dovere di controllo che competeva loro ex lege, argomento questo del tutto tralasciato, e che invece sarebbe stato l’unico spendibile al fine di sostenere che essi erano privi di qualunque potere di ingerenza nella gestione delle società dai medesimi formalmente amministrate. Non vi è perciò alcuna ragione per discostarsi dal principio generale condivisibilmente affermato da questa Corte secondo il quale il prestanome che, accettando la carica ha anche accettato i rischi ad essa connessi, risponde comunque a titolo di dolo eventuale esponendosi alle conseguenze dell’operato dei gestori reali e dunque alla possibilità che questi pongano in essere, attraverso il paravento loro prestato con la carica ricoperta, attività non legali, in base alla posizione di garanzia di cui all’art.2392 cod. civ., in forza della quale l’amministratore deve conservare il patrimonio sociale ed impedire che si verifichino danni per la società e per i terzi. (cfr. Cass. 26 gennaio, 2006 n. 7208; Cass. 26 novembre 1999 Dragomir Rv 215199; Sez. 3, n. 22919 del 06/04/2006 – dep. 04/07/2006, Furini, Rv. 234474; Sez. 3, n. 47110 del 19/11/2013 – dep. 27/11/2013, PG in proc. Piscicelli, Rv. 258080 che ha precisato che in tema di reati tributari il prestanome non risponde dei delitti in materia di dichiarazione previsti dal D.Lgs. n. 74 del 2000, solo se è privo di qualunque potere o possibilità di ingerenza nella gestione della società). Sussiste pertanto la responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di utilizzo di false fatturazioni, afferenti cioè a prestazioni inesistenti, con l’amministratore di fatto non già ed esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società, ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente nel non avere impedito, ex art. 40, comma secondo, cod. pen., l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto, connaturati alla carica rivestita. A fronte di tale ricostruzione dei fatti e della loro qualificazione giuridica, di nessuna rilevanza è stato ritenuto dalla Corte fiorentina, con argomentazione assolutamente pertinente, il codice identificativo che, quand’anche riferito al genere degli articoli acquistati e non ai singoli prodotti, non costituiva comunque argomentazione idonea ad escludere il dato dirimente, dimostrato dall’intero compendio probatorio acquisito, relativo alla concreta provenienza delle merci e al sistema fraudolento ad essa collegato. Del pari irrilevante – in linea con il principio consolidato secondo il quale il vizio motivazionale denunciabile in sede di legittimità deve essere comunque decisivo, ovverosia idoneo ad incidere sul compendio indiziario così da incrinarne la capacità dimostrativa – può ritenersi la fugace motivazione fornita dalla Corte di merito a proposito del disconoscimento da parte del B. e di V. D.R. dell’indirizzo di posta elettronica di due fatture emesse dalla Primatist nei confronti della H. M., in quanto priva di valore decisivo rispetto all’operazione complessiva, e ai numerosi riscontri probatori acquisti. In ordine, infine, alla contestata dosimetria del trattamento sanzionatorio è sufficiente rilevare che la determinazione in concreto della pena costituisce il risultato di una valutazione complessiva e non di un giudizio analitico sui vari elementi offerti dalla legge, sicché l’obbligo della motivazione da parte del giudice dell’impugnazione deve ritenersi compiutamente osservato, anche in relazione alle obiezioni mosse con i motivi d’appello, quando egli, accertata l’irrogazione della pena tra il minimo e il massimo edittale, affermi di ritenerla adeguata o non eccessiva. Ciò dimostra, infatti, che egli ha considerato sia pure intuitivamente e globalmente, tutti gli aspetti indicati nell’art. 133 cod. pen. ed anche quelli specificamente segnalati con i motivi d’appello, ritenendo ciò nondimeno di confermare le valutazioni del giudice di primo grado. (Cass. Sez. 6, sent. n. 10273 del 20.5.1989 dep. 12.7.1989 Rv 181825. Conf. mass. N. 155508; n. 148766; n. 117242). Anche sotto tale profilo la sentenza impugnata, che fa peraltro esplicito riferimento al diverso contributo causale apportato da ciascuno ed alla conseguente differenziazione del trattamento sanzionatorio, risulta quindi immune da censure.
  2. In relazione al motivo articolato dal P., insieme al quale va esaminato quello svolto dalla S. in quanto di identico contenuto, deve essere rilevato in primo luogo la genericità della censura svolta che si limita ad indicare in via astratta la non corrispondenza tra l’imposta evasa ed il profitto conseguito dagli stessi imputati che dovrebbe invece essere identificato “nel risultato contabile ricavabile dalla lettura complessiva di tutti gli elementi attivi e passivi indicati dal dichiarante”, senza alcuna indicazione delle cifre che evidenzierebbero la discrasia tra i due dati. Va tuttavia osservato che mentre gli elementi attivi sono chiaramente individuabili corrispondendo agli importi IVA analiticamente elencati nelle fatture riportate nell’imputazione, non viene invece indicato alcunché di specifico in ordine agli elementi passivi, che peraltro ,quand’anche dedotti,non avrebbero alcuna rilevanza sul piano fiscale tenuto conto che i soggetti emittenti le fatture risultano solo schermi fittiziamente interposti ai fini dell’incriminata operazione fraudolenta, ovverosia così come definite dalla stessa sentenza impugnata “società fittizie, non operative e che non avevano mai assolto alcun obbligo fiscale”. Il precedente giurisprudenziale invocato dal ricorrente (Sez. 3, 10.6.2015 n.24965) secondo il quale “il profitto illecito suscettibile di sequestro e di confisca, derI.te dalla fattura non è costituito dall’importo nella sua totalità, ma dall’ammontare dell’imposta che lo stesso consente di evadere, attraverso una indebita indicazione di elementi passivi fittizi nella dichiarazione annuale” non scalfisce la sentenza impugnata la quale, correttamente, non estende il sequestro all’importo totalizzato nella fattura ma lo limita unicamente all’imposta sul valore aggiunto evasa. Peraltro, il precedente richiamato afferiva alla ben diversa ipotesi in cui non soltanto parte dell’imposta evasa era stata pagata, ma in cui la dichiarazione annuale di imposta presentata dall’emittente consentiva di verificare gli elementi passivi da computare nel risultato contabile complessivo. Deve quindi in conclusione ritenersi che del tutto legittimamente la Corte territoriale abbia disposto la confisca per equivalente nei confronti di soggetti ritenuti responsabili di utilizzo di fatture inesistenti ai fini della dichiarazione di imposta sul valore aggiunto in misura corrispondente agli importi complessivi della imposta IVA evasa, con conseguente rigetto del motivo di ricorso in esame.
  3. I ricorsi proposti da tutti gli imputati devono essere, conseguentemente, rigettati. Segue a tale esito la condanna dei ricorrenti, a norma dell’art.616 c.p.p. al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M. 

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

REATI TRIBUTARI-ACCISE, ASSOCIAZIONE DELINQUERE REATI TRANSNAZIONALI AVVOCATO PENALE BOLOGNA MILANO TORINO UDINE

REATI TRIBUTARI-ACCISE, ASSOCIAZIONE DELINQUERE REATI TRANSNAZIONALI AVVOCATO PENALE BOLOGNA MILANO TORINO UDINE

Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – PENALISTA BOLOGNA MILANO

 

TORINO UDINE

REATO TRANSNAZIONALE

avvocato Bologna penale esperto
avvocato Bologna penale esperto

 

La quinta sezione penale con la sentenza in epigrafe chiarisce che in tema di transnazionalità, l’art. 3 L. 146/2006 postula il coinvolgimento nel reato transnazionale di un gruppo organizzato, non già necessariamente l’appartenenza a detto gruppo dell’autore del reato. È quindi sufficiente che al reato abbiano contribuito uno – o più – adepti del gruppo criminale organizzato in adempimento del programma criminale del sodalizio, perché il predicato della transnazionalità si estenda ai correi non aderenti al sodalizio. Tale interpretazione collide con la tesi avanzata dal ricorrente -intesa a contestare la transnazionalità del reato- e che da un lato opera una certa confusione tra il predicato della transnazionalità (art. 3 Convenzione di Palermo) e l’aggravante della transnazionalità (art. 4 stessa convenzione), dall’altro erroneamente afferma che a tale aggravante sarebbe collegato il sequestro per equivalente ex art. 11 della convenzione, che invece si applica ai reati di cui all’art. 3. In conclusione, la tesi prospettata, e cioè l’asserita mancanza del coinvolgimento nel reato di un gruppo criminale organizzato, è priva di fondamento. Il ricorrente sembra infatti esigere che tale coinvolgimento implichi necessariamente la diretta partecipazione all’associazione del beneficiario/concorrente nel reato fine, partecipazione nella specie insussistente in quanto S. non è indagato per il reato associativo. Presupposto, questo, non conforme all’interpretazione dell’art. 3.

 

 

AFFERMA LA CORTE 

Sul punto, scrutinando una questione analoga, la Corte ha già affermato che il delitto di associazione per delinquere (configurato, per altro, anche con riferimento alla presente regiudicanda cautelare) è idoneo a realizzare profitti illeciti sequestrabili – ai fini della successiva confisca per equivalente nei casi espressamente previsti dalla legge (nella specie L. 16 marzo 2006, n. 146, ex art. 11) – in via del tutto autonoma rispetto a quelli conseguiti attraverso i reatifine perpetrati in esecuzione del programma di delinquenza e la cui esecuzione è agevolata dall’esistenza di una stabile struttura organizzata e dal comune progetto criminale, con la precisazione che la determinazione del profitto confiscabile corrisponde alla sommatoria dei profitti conseguiti dall’associazione nel suo complesso per effetto della consumazione dei singoli reati – fine, che vanno pertanto accertati e attribuiti, sia pure nelle forme provvisorie tipiche della fase cautelare, ad uno o più associati (anche, se del caso, ignoti) e di tale profitto, in uno ai coimputati, ogni associato è chiamato a rispondere dal momento in cui ha aderito alla societas sceleris, senza che ciò possa comportare una duplicazione, anche parziale, del profitto confiscabile. A questo proposito è stato anche precisato che – qualora si ricorra, per la determinazione del profitto confiscabile, a calcolare le imposte evase in via presuntiva o indiziaria – è necessario che il G. cautelare dia espressamente conto dei criteri utilizzati per il relativo calcolo, che devono pertanto essere oggetto di specifica indicazione (Sez. 3, n. 26721 del 04/03/2015, Montella, Rv. 263945 e in motiv.).

 

 

OSSERVA LA CORTE

Quanto al terzo motivo di impugnazione che attinge la sola posizione di E. B., va ricordato che l’art. 11 della legge 16 marzo 2006, n. 146, rubricato «ipotesi speciali di confisca obbligatoria e confisca per equivalente», prevede che, «per i reati di cui all’art. 3 della presente legge, qualora la confisca delle cose che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato non sia possibile, il G. ordina la confisca di somme di denaro, beni od altre utilità di cui il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona fisica o giuridica, per un valore corrispondente a tale prodotto, profitto o prezzo».

L’ art. 3, lettera d), richiamato dal suddetto art. 11, nel definire, poi, la nozione di reato transnazionale, considera tale il «reato punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni», in cui «sia coinvolto un gruppo criminale organizzato», quando, tra l’altro, «sia commesso in uno Stato ma abbia effetti sostanziali in un altro Stato». Infine, il successivo art. 4, comma 1, prevede che «per i reati puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni nella commissione dei quali abbia dato il suo contributo un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato la pena è aumentata da un terzo alla metà».

Nell’interpretare il complesso di tali disposizioni, la Corte, nella sua più autorevole composizione, ha chiarito che «la transnazionalità non è un elemento costitutivo di un’autonoma fattispecie di reato, ma un predicato riferibile a qualsiasi delitto, a condizione che sia punito con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, sia riferibile ad un gruppo criminale organizzato, anche se operante solo in ambito nazionale e ricorra, in via alternativa, una delle seguenti situazioni: a) il reato sia commesso in più di uno Stato; b) il reato sia commesso in uno Stato, ma con parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo in un altro Stato; c) il reato sia commesso in uno Stato, con implicazione di un gruppo criminalè organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato; d) il reato sia commesso in uno Stato, con produzione di effetti sostanziali in altro Stato» (Sez. U., n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255038), precisando che il riconoscimento del carattere transnazionale non comporta alcun aggravamento di pena, ma produce gli effetti sostanziali e processuali previsti dalla legge n. 146 del 2006 agli articoli 10, 11, 12 e 13.

Ne consegue che, per l’adozione della misura cautelare del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente prevista dall’art. 11 della legge n. 146 del 2006, è sufficiente che sia contestata e configurabile la condizione di transnazionalità del delitto per cui si procede – come definita dall’art. 3 della medesima legge – proprio perché la transnazionalità non rappresenta un elemento costitutivo di una autonoma fattispecie di reato, ma un predicato riferibile a qualsiasi delitto che abbia i requisiti indicati dalla precedente disposizione normativa, sicché non è necessario che sia contestata e ricorra la speciale aggravante della transnazionalità, di cui all’art. 4, comma primo, della predetta Legge n. 146, costituendo tale circostanza soltanto uno degli eventuali sintomi del carattere transnazionale del delitto (Sez. 3, n. 25821 del 04/02/2016, Rombi, Rv. 267010; Sez. 5, n. 31687 del 31/10/2014, Magnoni, Rv. 264981), per la cui configurabilità occorre che la commissione del reato sia stata determinata o anche solo agevolata, in tutto o in parte, dall’apporto di un gruppo criminale organizzato, distinto da quello cui è riferibile il reato, impegnato in attività illecite in più di uno Stato (cfr. Sez. U., n. 18374 del 31/01/2013, Adami, cit.).

Per tale ragione, l’insussistenza dell’aggravante ad effetto speciale, di cui all’art. 4, comma primo, della Legge n. 146 del 2006, non impedisce l’adozione del vincolo reale ove il delitto per cui si procede sia comunque caratterizzato dalla condizione di transnazionalità, come definita alla luce del precedente art. 3.

In tale quadro, il Tribunale ha correttamente affermato che la presenza del gruppo criminale organizzato è indispensabile per la configurazione dell’aggravante ma è anche presupposto dell’attributo della transnazionalità, aggiungendo, in conformità a quanto ritenuto dal Gip e in aderenza all’insegnamento della Corte (Sez. 3, n. 23896 del 19/04/2016, Gonzales, Rv. 267440) che «di gruppo (‘criminale, n.d.r.) si può parlare solo quando si sia in presenza di “una organizzazione, seppur minimale” non occasionale né estemporanea caratterizzata da una certa “stabilità dei rapporti tra gli adepti”, finalizzata “alla realizzazione anche di un solo reato” (e qui sta il distinguo col reato associativo di cui all’art. 416 cod. pen.) “e al conseguimento di un vantaggio finanziario comunque materiale”» ed altresì ritenendo che «tali caratteristiche evidentemente non si rinvengono nelle ipotesi contestate ai capi 4 e 5, atteso che ivi si delinea un quadro di collaborazione tra soggetti posti in conflitto di interessi (alienanti, acquirenti e intermediari che favorivano l’incontro) che si compongono in ambito contrattuale e che, di conseguenza, pur qualche volta con l’obiettivo comune di lucrare indebitamente vantaggi patrimoniali consistenti nella elusione o evasione fiscale, sono destinati ad incontrarsi finché ciascuno di essi non individui interlocutori commerciali più affidabili e convenienti. Più che di stabile collaborazione, dunque, si configura un pactum sceleris (anche se con effetti reiterati) che, giuridicamente parlando, si qualifica in termini di mero concorso ai sensi dell’art. 110 cod. pen.».

 

Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – PENALISTA BOLOGNA MELANO TORINO UDINE REATO TRANSNAZIONALE
Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – PENALISTA BOLOGNA MELANO TORINO UDINE REATO TRANSNAZIONALE

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, sezione penale, sentenza n. 14044 depositata il 27 marzo 2018

Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – Flusso continuo di illegali importazioni carburanti da autotrazione – Sequestro preventivo per equivalente

Ritenuto in fatto

  1. Il Procuratore della Repubblica presso il tribunale ordinario di Udine ricorre per cassazione impugnando le ordinanze n. 65 del 2016, n. 3 del 2017 e n. 5 del 2017 emesse dal tribunale di Udine in funzione di Giudice del riesame con le quali il predetto Tribunale, accogliendo le istanze di riesame, annullava i capi del provvedimento impugnato relativi a R. G., S. S., E. B., F. A. e L. Z. in ordine al decreto di sequestro preventivo per equivalente emesso in relazione ai reati di associazione per delinquere (articolo 416, commi 1 e 2, del codice penale) per aver promosso, costituito ed organizzato una associazione a delinquere con ramificazioni in Italia e precisamente in Calabria (capo A: per S., B., e Z.), in Sicilia (capo B: per G. ed A.), in Campania (capo C: per S. e Z.), in Svizzera, Belgio, Austria, Germania, Polonia, Lituania e Lettonia, Bulgaria, Bosnia, Cipro e Malta, per tutti gli indagati, finalizzata a realizzare un flusso continuo di illegali importazioni sul territorio nazionale di prodotti energetici sottoposti ad accisa – in particolare gasolio per autotrazione e/o combustione e/o miscelazioni di tagli di idrocarburi – in evasione all’accisa e all’IVA, organizzando l’acquisto delle materie presso fornitori di diversi Paesi, la loro miscelazione e stoccaggio in Bosnia, Polonia, Belgio, Germania e Austria, il trasporto mediante ditte italiane e estere con i seguenti ruoli quanto alle rispettive associazioni criminali di appartenenza:

1) Z. L.: amministratore di fatto delle società di diritto cipriota Kayla Ltd L. e Rinaz Ltd di cui era direttore, nonché amministratore di fatto della svizzera LZ SWISS AG; svolgendo il ruolo di procacciatore e fornitore del prodotto petrolifero alle società svizzere BPS CHEMICAL e SGC SWISS AC; adoperandosi alla ricerca di contatti per l’acquisto delle materie prime da utilizzare per ottenere le illecite miscele di carburante; occupandosi della materiale realizzazione della miscela utilizzando depositi petroliferi dislocati in diversi paesi europei (Belgio, Germania, Bulgaria, Polonia, Austria e Germania); occupandosi infine della rivendita all’ingrosso del prodotto così ottenuto;

2) B. E.: rappresentante legale (dal 26/8/2014) dell’omonima ditta individuale e della ANABOS CONSULTING S.n.c., collaboratore dei C., occupandosi del lato amministrativo del traffico illecito, in particolare della ricezione e coordinamento degli ordinativi e distribuzione del prodotto;

3) S. S.: legale rappresentante della S.C.R. Trasporti S.r.l., vettore tra i più fidati di C., effettuando i trasporti dalle raffinerie del Nord Europa alla clientela del Sud Italia (eseguendo spesso il trasporto del prodotto in fusti o bulks);

4) G. R.: amministratore della G. Industry Transports & Buildings S.r.l. (fino al 20.03.2014), nonché amministratore di fatto delle società GREEN SYSTEM S.r.l. e Tutto Trasporti S.r.l. (con sede in Vittoria -RG-, contrada Serra Rovetto S.S. 115 km 3,0 s.n.c.) entrambe acquirenti del prodotto petrolifero, inoltre gestore di fatto della società maltese DYNAMIC LOGISTIC SOLUTIONS Ltd (legale rappresentante Giuseppe MELILLI); trattando gli acquisti di prodotto petrolifero con Flavio C. e Monika OBERKALMSTEINER (ma anche con altri fornitori stranieri);

5) A. Febronia: rappresentante legale della TUTTO TRASPORTI S.r.l. (fino al 31.07.2013) e della PASSION TRANSPORT S.r.l. (con sede in Vittoria – RG-, via Circonvallazione n. 131) (fino al 15.05.2014), moglie di R. G. e sua complice nell’approvvigionamento di prodotto illecito; gestendo, unitamente al marito, la società maltese DYNAMIC LOGISTIC SOLUTIONS Ltd.

Ai predetti (capo Al: per S., B., e Z.), (capo Bl: per G. ed A.) è stato poi attribuito il reato di cui agli articoli 81 cpv., 110 e 112, comma 1 n. 1) del codice penale, 40, commi 1, lettere b), d) e g), e 4 nonché articolo 49, comma 1 D.Lgs. 504 del 1995 perché, agendo in concorso tra loro nelle qualità e con i compiti indicati nei capi (A e B) delle rispettive provvisorie imputazioni, utilizzando varie ditte di logistica e trasporto, organizzavano plurimi trasporti da Paesi esteri (Belgio, Austria, Germania, Polonia, Lettonia, Bulgaria, Bosnia) di prodotti energetici sottoposti ad accisa, in particolare miscele non autorizzate di oli pesanti, gasolio per autotrazione e oli vegetali vari, documentalmente indicati come “olio lubrificante” e fiscalmente classificabili come tali, predisponendo o facendo approntare a corredo dei trasporti documentazione inappropriata o comunque fuorviante, al fine di mascherare sia la reale identità del prodotto scortato, rivelatosi carburante destinato a persone fisiche e giuridiche ubicate in Italia in assenza di documentazione fiscale idonea (documento E-AD), sia il reale destinatario, schermato da aziende di comodo (nazionali ed estere) figuranti cartolarmente come destinatari; il flusso di tale carburante – miscelato senza alcuna autorizzazione di cui all’articolo 21, comma 12, D.Lgs. 504 del 1995, ai sensi del comma 4 stesso articolo assimilabile al gasolio per autotrazione – è risultato documentalmente corrispondere, per il sodalizio delinquenziale calabrese e siciliano ai quantitativi indicati nei rispettivi capi della provvisoria imputazione con la ulteriore indicazione dell’ammontare delle imposte evase pari a Euro 2.259.459,93 (per l’accisa) e euro 1.302.574,43 (per l’iva) per l’associazione criminale calabrese e pari a Euro 1.456.587,78 (per l’accisa) e euro 806.764,52 (per l’iva) per l’associazione criminale siciliana.

Al solo B. è poi attribuito anche il reato di cui agli articoli 81 cpv., 110 e del codice penale, 40, commi 1, lettere b), d) e g), e 4, e 49, comma 1, D.Lgs. 504 del 1995 in concorso con F. C. e con J. B. per imposte evase pari a Euro 521.559,04 (per l’accisa) e euro 281.809,81 (per l’iva).

  1. Per l’annullamento delle impugnate ordinanze il pubblico ministero ricorrente articola quattro motivi di impugnazione, qui enunciati, ai sensi dell’articolo 173 delle disposizioni di attuazione al codice di procedura penale, nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo, dopo aver ampiamente riportato i risultati dell’attività investigativa, il ricorrente deduce la violazione della legge penale in relazione agli articoli 321 e 192, comma 2, cod. proc. pen. e 11 L.146 del 2006 (articolo 606, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale), sul rilievo che il Tribunale, nel ritenere che sarebbero stati provati soltanto sei episodi di traffico illecito di gasolio nei quali si sarebbe obiettivamente materializzata la divergenza tra realtà fattuale e realtà dichiarata, avrebbe addossato agli inquirenti un onus probandi eccessivo e sproporzionato per la fase cautelare, pervenendo alla conclusione di ritenere che nulla fosse emerso in ordine ad un ricorso sistematico e senza eccezioni al meccanismo fiscale fraudolento, nonostante avesse considerato che dai dati provenienti dalle intercettazioni telefoniche, dalle sommarie informazioni e dalla documentazione rinvenuta e sequestrata sarebbe senz’altro emerso un profilo indiziario in ordine alla sussistenza dell’illecito, tale da comportare sicuramente la configurazione di seri indizi di reato, affermando tuttavia che, siccome la ricostruzione del quantum oggetto della frode all’accisa sarebbe frutto di una ricostruzione presuntiva, non sarebbero emersi elementi tali da evidenziare la presenza del reato contestato in ogni singola operazione documentata in fattura od oggetto di comunicazioni telefoniche o dialoghi telefonici. Secondo il Tribunale il fatto che si parli di gasolio non sarebbe di per sé prova che tutte le operazioni ad esso relative fossero illecite, essendo indispensabile avere la prova che, in relazione a tutte quelle operazioni, i documenti di trasporto e le fatture avessero indicato un altro prodotto sottratto agli oneri fiscali previsti per il gasolio o avessero simulato una destinazione estera per opporre agli ipotetici controllori che si trattava di mero transito non sottoposto ad alcun onere.

Obietta il ricorrente che, in tal modo, il Collegio cautelare avrebbe adottato una regola di giudizio non consona alla fase cautelare, essendo in detta fase sufficiente la sola integrazione del fumus criminis, con la conseguenza che, per disporre la misura cautelare, non sarebbe necessario il rigoroso accertamento dei profitti conseguiti con l’attività criminosa perché, anche in ordine al quantum, sarebbe possibile un giudizio di approssimazione, in cui far convergere la valenza di tutti gli elementi indiziari gravi, precisi e concordanti raccolti nel corso delle indagini.

2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’erronea interpretazione della legge penale (articolo 606, comma 1, lettera b), del codice di procedura penale) in relazione agli articoli 5, 6, 8 e 9 D.Lgs.504 del 1995.

Osserva che il Tribunale – laddove ha ritenuto, nonostante le numerosissime telefonate intercettate nelle quali gli interlocutori dialogano di gasolio o nafta, che, in esse, si parli di gasolio non sarebbe di per sé prova che tutte le operazioni ad esso relative fossero illecite, anche perché sarebbe difficile che società esistenti, operative e che corrispondono le imposte fossero dedite al 100% ad attività illegale – non ha considerato che, se così fosse, gli interlocutori avrebbero dovuto riferirsi ad operazioni commerciali del tutto lecite e, quindi, ad operazioni che, accompagnate dalla documentazione e dalle autorizzazioni richieste dalla normativa di settore, avrebbero dovuto comprovare, almeno in astratto, la regolarità delle operazioni di cui vi sarebbe traccia nelle acquisizioni investigative, come richiesto dalla normativa che il pubblico ministero ricorrente sommariamente delinea nel motivo di ricorso.

Tuttavia nessuno degli interlocutori delle telefonate in cui si parla di gasolio/nafta, ma in generale nessuno dei soggetti economici emersi dal contesto investigativo sarebbe soggetto fiscalmente conosciuto né tantomeno autorizzato (perché privo dei requisiti, delle qualifiche, della licenza fiscale) dalle Amministrazioni fiscali nazionali ad immettere in consumo il prodotto idrocarburico.

Perciò, laddove essi parlano di gasolio sarebbe giocoforza ritenere che il prodotto dovesse essere illegalmente introdotto sul territorio nazionale “cartolarmente vestito” come olio (scortabile con semplice CMR ed assoggettato a disciplina di controllo meno stringente).

Inoltre nessun documento attestante importazioni di gasolio sarebbe stato mai trovato (né poteva essere trovato) nel corso delle perquisizioni effettuate nel settembre 2014 presso i domicili e le sedi delle aziende facenti capo agli indagati.

Rileva, a tal proposito, il ricorrente che, nel caso ipotetico in cui avessero commercializzato gasolio, avrebbero quantomeno dovuto conservare la “stampa” dell’E-AD, documento che mai è stato rinvenuto dalla Guardia di Finanza.

Da ciò la conseguenza che, laddove il Tribunale del riesame afferma che “ci sono fatture, comunicazioni telematiche ed intercettazioni in cui si parla di commercio di gasolio, ma non ci sono elementi che consentano di dire che ognuna di queste singole operazioni sia stata riportata in maniera impropria sui documenti di trasporto”, incorre in una violazione di legge per disapplicazione delle disposizioni di cui agli articoli 5, 6, 8 e 9 D.Lgs.504 del 1995.

2.3. Con il terzo motivo il ricorrente denunzia la violazione dell’art. 3 L.146 del 2006 con particolare riferimento all’ordinanza pronunciata sul riesame di E. B..

Sostiene il ricorrente che il Tribunale del riesame, nel prendere in esame i capi di imputazione D) ed E), avrebbe interpretato l’art.3 L.146 del 2006 per giungere ad escluderne l’applicabilità nel caso concreto atteso che, tra gli indagati, si configura un mero pactum sceleris che consentirebbe di qualificare i fatti in termini di mero concorso ai sensi dell’art.110 del codice penale e non come partecipazione ad una associazione per delinquere che richiederebbe una stabile organizzazione, requisito, quest’ultimo, che, secondo il ricorrente, sarebbe escluso dalla giurisprudenza di legittimità secondo la quale sarebbe sufficiente, ai fini dell’applicazione dell’articolo 3 L. 146 del 2006, un’organizzazione anche minimale finalizzata anche alla commissione di un solo reato, che il G.I.P. aveva individuato nelle società e depositi esteri che avevano operato in collaborazione con gli indagati e con altri soggetti economici, italiani ed esteri.

Aggiunge il ricorrente che, per provare il carattere transnazionale del reato, sarebbe arduo pretendere – sia nella fase cautelare che in quella processuale – la dimostrazione dell’esistenza di un “gruppo criminale organizzato” con tutte le caratteristiche dell’associazione a delinquere di cui all’art.416 del codice penale, sicché dovrebbe ritenersi sufficiente – a maggior ragione in fase cautelare – la dimostrazione dell’esistenza di un sodalizio criminale, ancorché operante all’estero e costituito da individui non ben identificati implicato nell’attività delinquenziale realizzata sul territorio nazionale.

Non sarebbe invece richiesto che di tale gruppo facciano parte anche le persone nei cui confronti si svolgono le indagini.

2.4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della violazione degli articolo 324, comma 7, e 309, comma 9, del codice di procedura penale nonché dell’articolo 111, comma 6, Cost. con riferimento all’ordinanza pronunciata sul riesame di L. Z..

Argomenta in proposito che il Tribunale del Riesame non avrebbe rispettato l’obbligo di motivare e decidere “anche sulla base degli elementi addotti dalle parti nel corso dell’udienza”, avendo omesso di prendere in considerazione alcuni elementi di prova addotti dal pubblico ministero all’udienza sul riesame proposto da L. Z. (di cui al verbale udienza del 02.02.2017).

Ed invero, sul conto della KAYLA Ltd ed a proposito del ruolo ricoperto dallo Z. in seno alla società cipriota ed al complesso sistema di frode alle accise, era stata portata all’attenzione del Collegio cautelare l’esito di una rogatoria indirizzata dal pubblico ministero alla Procura di Amburgo. Nella nota in data 14.10.2016, la Procura tedesca comunicava l’esistenza di un procedimento a carico, tra gli altri, di L. Z. per lo stesso genere di frode al regime delle accise (per circa 16 milioni di euro), il ruolo di Z. come socio fondatore della APL ENERGY GmbH (responsabile degli acquisti di carburante, amministrata da FLECKE Cari Cristian, detenuto in custodia cautelare) e in altre società come la RINAZ Ltd e la KAYLA Ltd, dolendosi pertanto che tali circostanze, decisive per la compiuta definizione del quadro cautelare, siano state del tutto pretermesse dal Tribunale del riesame che sarebbe pertanto incorso nel vizio di violazione dei legge denunciato.

  1. E. B., S. S. e L. Z. hanno presentato memorie con le quali deducono l’inammissibilità del ricorso presentato dal pubblico ministero sul presupposto che l’impugnazione svolge censure di merito nei confronti della motivazione, censure non consentite nel giudizio di legittimità in ordine alle impugnazioni cautelari reali, posto che non si denuncia, con il gravame, l’assenza o l’apparenza della motivazione bensì esclusivamente la sua pretesa contraddittorietà ed illogicità.

Sostengono che giustamente il Tribunale del riesame ha rilevato l’impossibilità di provvedere al sequestro preventivo per equivalente, dato che non era possibile separare le operazioni illecite da quelle lecite compiute dai vari indagati e, quindi, conseguentemente determinare l’entità del profitto percepito, la cui entità sarebbe stata calcolata presuntivamente senza alcun riscontro obiettivo ovvero indiziario inidoneo a sorreggere la determinazione del profitto stesso.

Z., in particolare, deduce come non vi fosse alcun atto di indagine che accertasse la sua responsabilità, essendogli state sequestrate somme:

(1) senza che vi fossero certi riscontri probatori,

(2) senza che vi fosse la prova circa la sussistenza del vincolo associativo, posto che il ricorrente non conosceva la maggior parte degli indagati,

(3) senza che vi fossero idonei accertamenti circa la qualità degli oli trasportati, né i presupposti per l’applicabilità dell’aggravante di cui all’articolo 4 della legge 146 del 2006, il tutto oltre all’incompetenza del tribunale di Udine per le ipotesi delittuose configurate a suo carico.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso del pubblico ministero è fondato nei limiti di cui alle considerazioni che seguono.
  2. I primi due motivi, essendo tra loro strettamente collegati, possono essere congiuntamente esaminati.

2.1. Il Collegio cautelare ha premesso come il nucleo comune a tutte le contestazioni riguardasse l’evasione delle accise su prodotti energetici e, in particolare, sul gasolio da autotrazione. Anche i reati associativi contestati ai capi A), B) e C) erano stati, infatti, configurati come finalizzati alla realizzazione di un flusso continuo illegale di prodotti energetici sottoposti ad accisa caratterizzato dall’indicazione, sui documenti di trasporto, di una sostanza diversa del prodotto di fatto trasportato (olio lubrificante invece di gasolio da autotrazione) oppure dall’indicazione di un destinatario diverso da quello reale, indicandosi mero olio lubrificante (non sottoposto ad alcun onere fiscale), che in realtà era gasolio o comunque sostanza idonea alla autotrazione (sottoposta invece all’accisa), oppure facendosi cartolarmente risultare la destinazione all’estero per la quale, in territorio italiano (territorio di mero transito), non era dovuta alcuna accisa.

Il tribunale del riesame ha precisato come le indagini si fossero sviluppate a seguito di alcuni interventi su strada che avevano portato ad un fermo amministrativo ed a cinque sequestri del veicolo trasportatore e del liquido trasportato.

In siffatti contesti, era emerso che il prodotto trasportato consisteva in miscele non autorizzate di gasolio, oli basici ed oli vegetali, che venivano composte in diverse aree di deposito site in diversi Paesi dell’Unione Europea e che venivano indicate sui documenti di trasporto come oli lubrificanti o protettivi.

2.2. Tanto premesso, il tribunale cautelare fonda il proprio convincimento partendo dal presupposto che, ai fini dell’integrazione del fumus criminis, necessiti la prova che tutte le operazioni relative all’importazione dei prodotti energetici fossero illecite.

Peraltro, dal testo dei provvedimenti impugnati, emerge come il Tribunale avesse richiesto, affinché fosse comprovata la illiceità delle operazioni, che, in relazione ad ognuna di esse, i documenti di trasporto e le fatture avessero “indicato un altro prodotto sottratto agli oneri fiscali previsti per il gasolio” o avessero “simulato una destinazione estera per opporre agli ipotetici controllori che si trattava di mero transito non sottoposto ad alcun onere”.

Tuttavia, il Tribunale – sebbene avesse, contraddittoriamente alle premesse, affermato che ci fosse “la prova dell’an ma non quella del quantum” – ha, dunque, adottato, come il ricorrente fondatamente lamenta, una regola di giudizio non consona alla fase cautelare perché, richiedendo la prova (evidentemente anche al fine di calcolare l’imposta evasa rispetto alla quale commisurare il profitto del reato) che tutte le operazioni relative all’importazione dei prodotti energetici fossero illecite, non ha tenuto conto che, ai fini dell’emissione del sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato, non occorre un compendio indiziario che si configuri come grave ai sensi dell’art. 273 cod. proc. pen., ma è soltanto necessario che il G. valuti la sussistenza del “fumus delieti” in concreto, verificando in modo puntuale e coerente gli elementi in base ai quali desumere l’esistenza del reato astrattamente configurato, in quanto la “serietà degli indizi” costituisce presupposto per l’applicazione delle misure cautelari reali (per tutte, Sez. 3, n. 37851 del 04/06/2014, Parrelli, Rv. 260945).

Se poi l’annullamento della misura cautelare reale fosse stata giustificata in considerazione dell’assenza di prova in ordine al quantum del profitto conseguito attraverso la costituzione del sodalizio criminoso e tramite il trasporto illecito dei prodotti energetici sottoposti ad accisa, la regola di giudizio, in fase cautelare, non muta, nel senso che, per l’applicazione della cautela, non è richiesto che il profitto del reato sia precisamente determinato ma è sufficiente che, sulla base di criteri oggettivi e concreti tenuto conto di tutte le evidenze disponibili, sia quantomeno determinabile, anche facendo uso della prova indiziaria e fermo restando che sul G. incombe, anche nel corso del procedimento cautelare, un rigoroso onere di motivazione in proposito.

Sul punto, scrutinando una questione analoga, la Corte ha già affermato che il delitto di associazione per delinquere (configurato, per altro, anche con riferimento alla presente regiudicanda cautelare) è idoneo a realizzare profitti illeciti sequestrabili – ai fini della successiva confisca per equivalente nei casi espressamente previsti dalla legge (nella specie L. 16 marzo 2006, n. 146, ex art. 11) – in via del tutto autonoma rispetto a quelli conseguiti attraverso i reatifine perpetrati in esecuzione del programma di delinquenza e la cui esecuzione è agevolata dall’esistenza di una stabile struttura organizzata e dal comune progetto criminale, con la precisazione che la determinazione del profitto confiscabile corrisponde alla sommatoria dei profitti conseguiti dall’associazione nel suo complesso per effetto della consumazione dei singoli reati – fine, che vanno pertanto accertati e attribuiti, sia pure nelle forme provvisorie tipiche della fase cautelare, ad uno o più associati (anche, se del caso, ignoti) e di tale profitto, in uno ai coimputati, ogni associato è chiamato a rispondere dal momento in cui ha aderito alla societas sceleris, senza che ciò possa comportare una duplicazione, anche parziale, del profitto confiscabile. A questo proposito è stato anche precisato che – qualora si ricorra, per la determinazione del profitto confiscabile, a calcolare le imposte evase in via presuntiva o indiziaria – è necessario che il G. cautelare dia espressamente conto dei criteri utilizzati per il relativo calcolo, che devono pertanto essere oggetto di specifica indicazione (Sez. 3, n. 26721 del 04/03/2015, Montella, Rv. 263945 e in motiv.).

Sotto tale aspetto, le ordinanze impugnate risultano viziate per violazione di legge, laddove erroneamente applicano alla regiudicanda cautelare regole di giudizio estranee alla fase incidentale di riferimento e laddove, limitandosi ad affermare la mancanza di prova circa il quantum, difettano in maniera assoluta di motivazione sull’eventuale sindacato circa i criteri di calcolo utilizzati per la determinazione del profitto confiscabile, perché delle due l’una: o il G. cautelare, pur in mancanza di sequestri del prodotto illecitamente commerciato, ha proceduto a determinare, in maniera logica ed adeguata, il profitto confiscabile (sulla base, ad esempio, della concludenza delle conversazioni intercettate, della verifica del trasporto effettuato, del mezzo utilizzato, della quantità di prodotto accertata sulla base di viaggi diversi ma conclusi con il sequestro del prodotto stesso) e, allora, la giustificazione della cautela deve ritenersi immune da qualsiasi rilievo ai fini cautelari oppure ha determinato il profitto confiscabile in maniera illogica e senza tenere conto di tutte le evidenze disponibili e, allora, la misura cautelare non può ritenersi legittimante emanata.

Essendo pertanto fondati, nei termini in precedenza precisati, i primi due motivi di gravame, le ordinanze impugnate devono essere annullate affinché il G. di rinvio, tenuto conto che il profitto confiscabile può essere tanto determinato quanto determinabile, proceda alle necessarie verifiche le quali, richiedendo accertamenti di merito, sono precluse nel giudizio di legittimità.

  1. Quanto al terzo motivo di impugnazione che attinge la sola posizione di E. B., va ricordato che l’art. 11 della legge 16 marzo 2006, n. 146, rubricato «ipotesi speciali di confisca obbligatoria e confisca per equivalente», prevede che, «per i reati di cui all’art. 3 della presente legge, qualora la confisca delle cose che costituiscono il prodotto, il profitto o il prezzo del reato non sia possibile, il G. ordina la confisca di somme di denaro, beni od altre utilità di cui il reo ha la disponibilità, anche per interposta persona fisica o giuridica, per un valore corrispondente a tale prodotto, profitto o prezzo».
Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – PENALISTA BOLOGNA MELANO TORINO UDINE REATO TRANSNAZIONALE
Reati tributari – Evasione – Prodotti energetici soggetti ad accise ed IVA – Associazione a delinquere – PENALISTA BOLOGNA MELANO TORINO UDINE REATO TRANSNAZIONALE

L’ art. 3, lettera d), richiamato dal suddetto art. 11, nel definire, poi, la nozione di reato transnazionale, considera tale il «reato punito con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni», in cui «sia coinvolto un gruppo criminale organizzato», quando, tra l’altro, «sia commesso in uno Stato ma abbia effetti sostanziali in un altro Stato». Infine, il successivo art. 4, comma 1, prevede che «per i reati puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni nella commissione dei quali abbia dato il suo contributo un gruppo criminale organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato la pena è aumentata da un terzo alla metà».

Nell’interpretare il complesso di tali disposizioni, la Corte, nella sua più autorevole composizione, ha chiarito che «la transnazionalità non è un elemento costitutivo di un’autonoma fattispecie di reato, ma un predicato riferibile a qualsiasi delitto, a condizione che sia punito con la reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni, sia riferibile ad un gruppo criminale organizzato, anche se operante solo in ambito nazionale e ricorra, in via alternativa, una delle seguenti situazioni: a) il reato sia commesso in più di uno Stato; b) il reato sia commesso in uno Stato, ma con parte sostanziale della sua preparazione, pianificazione, direzione o controllo in un altro Stato; c) il reato sia commesso in uno Stato, con implicazione di un gruppo criminalè organizzato impegnato in attività criminali in più di uno Stato; d) il reato sia commesso in uno Stato, con produzione di effetti sostanziali in altro Stato» (Sez. U., n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255038), precisando che il riconoscimento del carattere transnazionale non comporta alcun aggravamento di pena, ma produce gli effetti sostanziali e processuali previsti dalla legge n. 146 del 2006 agli articoli 10, 11, 12 e 13.

Ne consegue che, per l’adozione della misura cautelare del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente prevista dall’art. 11 della legge n. 146 del 2006, è sufficiente che sia contestata e configurabile la condizione di transnazionalità del delitto per cui si procede – come definita dall’art. 3 della medesima legge – proprio perché la transnazionalità non rappresenta un elemento costitutivo di una autonoma fattispecie di reato, ma un predicato riferibile a qualsiasi delitto che abbia i requisiti indicati dalla precedente disposizione normativa, sicché non è necessario che sia contestata e ricorra la speciale aggravante della transnazionalità, di cui all’art. 4, comma primo, della predetta Legge n. 146, costituendo tale circostanza soltanto uno degli eventuali sintomi del carattere transnazionale del delitto (Sez. 3, n. 25821 del 04/02/2016, Rombi, Rv. 267010; Sez. 5, n. 31687 del 31/10/2014, Magnoni, Rv. 264981), per la cui configurabilità occorre che la commissione del reato sia stata determinata o anche solo agevolata, in tutto o in parte, dall’apporto di un gruppo criminale organizzato, distinto da quello cui è riferibile il reato, impegnato in attività illecite in più di uno Stato (cfr. Sez. U., n. 18374 del 31/01/2013, Adami, cit.).

Per tale ragione, l’insussistenza dell’aggravante ad effetto speciale, di cui all’art. 4, comma primo, della Legge n. 146 del 2006, non impedisce l’adozione del vincolo reale ove il delitto per cui si procede sia comunque caratterizzato dalla condizione di transnazionalità, come definita alla luce del precedente art. 3.

In tale quadro, il Tribunale ha correttamente affermato che la presenza del gruppo criminale organizzato è indispensabile per la configurazione dell’aggravante ma è anche presupposto dell’attributo della transnazionalità, aggiungendo, in conformità a quanto ritenuto dal Gip e in aderenza all’insegnamento della Corte (Sez. 3, n. 23896 del 19/04/2016, Gonzales, Rv. 267440) che «di gruppo (‘criminale, n.d.r.) si può parlare solo quando si sia in presenza di “una organizzazione, seppur minimale” non occasionale né estemporanea caratterizzata da una certa “stabilità dei rapporti tra gli adepti”, finalizzata “alla realizzazione anche di un solo reato” (e qui sta il distinguo col reato associativo di cui all’art. 416 cod. pen.) “e al conseguimento di un vantaggio finanziario comunque materiale”» ed altresì ritenendo che «tali caratteristiche evidentemente non si rinvengono nelle ipotesi contestate ai capi 4 e 5, atteso che ivi si delinea un quadro di collaborazione tra soggetti posti in conflitto di interessi (alienanti, acquirenti e intermediari che favorivano l’incontro) che si compongono in ambito contrattuale e che, di conseguenza, pur qualche volta con l’obiettivo comune di lucrare indebitamente vantaggi patrimoniali consistenti nella elusione o evasione fiscale, sono destinati ad incontrarsi finché ciascuno di essi non individui interlocutori commerciali più affidabili e convenienti. Più che di stabile collaborazione, dunque, si configura un pactum sceleris (anche se con effetti reiterati) che, giuridicamente parlando, si qualifica in termini di mero concorso ai sensi dell’art. 110 cod. pen.».

Nel pervenire a tale conclusione, il tribunale cautelare ha tuttavia ancorato, come fondatamente lamenta l’Ufficio ricorrente, l’elemento costituito dall’esistenza di un “gruppo criminale organizzato” alla presenza di una stabile organizzazione che invece non è richiesta per l’integrazione della fattispecie declinata dall’art. 3 della legge n. 146 del 2006 e che costituisce indice diverso (ed ulteriore) rispetto alla stabilità dei rapporti fra gli adepti (dovendo i concorrenti nel reato essere partecipi non di un’associazione per delinquere – che una stabile organizzazione, sia pure tendenziale, richiede – ma di un gruppo criminale che, invece, può prescindere da una stabile organizzazione esigendo soltanto una stabilità di rapporti tra i compartecipi), tacendo del tutto in ordine all’esistenza e alla consistenza di un tale requisito (se cioè vi fosse o meno una stabilità di rapporti fra gli adepti, come pure lo stesso Tribunale si era fatto carico di precisare) ed incorrendo pertanto nel vizio di violazione di legge denunciato per omessa motivazione su un punto decisivo del tema cautelare, vizio che pure deve essere rimosso dal G. del rinvio sulla base del principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite della Corte secondo il quale il gruppo criminale organizzato, cui fanno riferimento gli artt. 3 e 4 della I. n. 146 del 2006, è configurabile, secondo le indicazioni contenute nell’art. 2, punti a) e c) della Convenzione delle Nazioni unite contro il crimine organizzato del 15 novembre 2000 (cosiddetta convenzione di Palermo), in presenza dei seguenti elementi: a) stabilità di rapporti fra gli adepti; b) minimo di organizzazione senza formale definizione di ruoli; c) non occasionalità o estemporaneità della stessa; d) costituzione in vista anche di un solo reato e per il conseguimento di un vantaggio finanziario o di altro vantaggio materiale, avuto riguardo al fatto che il gruppo criminale organizzato è certamente un “quid pluris” rispetto al mero concorso di persone, ma si diversifica anche dall’associazione a delinquere di cui all’art. 416 cod. pen. che richiede un’articolata organizzazione strutturale, seppure in forma minima od elementare, tendenzialmente stabile e permanente, una precisa ripartizione di ruoli e la pianificazione di una serie indeterminata di reati (Sez. U, n. 18374 del 31/01/2013, cit., Rv. 255034).

  1. Né sono fondate le eccezioni mosse dagli indagati dirette a denunciare l’inammissibilità dei ricorsi del pubblico ministero per avere il ricorrente lamentato vizi della motivazione, sollevando censure precluse nel giudizio di legittimità in relazione alle impugnazioni cautelari reali.

Sulla questione sollevata, va ricordato che, in tema di impugnazione di misure cautelari reali, l’omesso esame di punti decisivi per l’accertamento del fatto, sui quali fonda la conferma, la riforma o l’annullamento del provvedimento di sequestro, si traduce in una violazione di legge per mancanza di motivazione, censurabile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 325, comma primo cod. proc. pen. (Sez. 3, n. 28241 del 18/02/2015, Baronio, Rv. 264011).

  1. Il quarto motivo deve ritenersi assorbito.

P.Q.M.

Annulla le ordinanze impugnate e rinvia al Tribunale di Udine.

Il reato di estorsione contrattuale o patrimonialeIl reato di estorsione contrattuale o patrimoniale

Il reato di estorsione contrattuale o patrimoniale

Il reato di estorsione contrattuale o patrimoniale

si realizza quando al soggetto passivo sia imposto di porsi in rapporto negoziale di natura patrimoniale con l’agente, con la sottoscrizione di una transazione fondata non su una sua libera scelta contrattuale ma sulla necessità di non subire un danno patrimoniale di rilevante entità. In tal caso l’elemento dell’ingiusto profitto con altrui danno è implicito nel fatto stesso che il contraente-vittima sia costretto al rapporto in violazione della propria autonomia negoziale, impedendogli di perseguire i propri interessi economici nel modo da lui ritenuto più opportuno.
Ed è proprio per tale motivo che questa Corte, nell’ipotesi di concorso in uno dei reati di cui agli artt. 624 ss cod. pen. fra un quisque de popolo ed un soggetto che sia legato alla persona offesa da uno di quei rapporti di parentela previsto nell’art. 649 cod. pen., ha ritenuto che la suddetta causa di non punibilità, pur applicandosi al congiunto della parte offesa, essendo di natura strettamente personale, non si estende al concorrente ex combinato disposto degli artt. 70/1 n. 2 e 119 cod. pen. (Cass. 26386/2009 Rv. 244385; Cass. 23152/2011 Rv. 250569).

FLAGRANZA REATO CONVALIDA ARRESTO , FLAGRANZA REATO, QUASI FLAGRANZA,CONSULENZA DIRITTO PENALE BOLOGNA
FLAGRANZA REATO CONVALIDA ARRESTO , FLAGRANZA REATO, QUASI FLAGRANZA,CONSULENZA DIRITTO PENALE BOLOGNA
Il reato di estorsione contrattuale o patrimonialeIl reato di estorsione contrattuale o patrimoniale
Il reato di estorsione contrattuale o patrimonialeIl reato di estorsione contrattuale o patrimoniale

I suddetti principi di diritto consentono, quindi, di trarre la seguente conclusione: ai fini della responsabilità penale per il delitto di favoreggiamento è del tutto irrilevante che il colpevole del reato presupposto sia stato dichiarato non punibile ai sensi dell’art. 649 cod. pen., in quanto la sorte del reato presupposto influisce sul delitto di favoreggiamento solo quando ne risulti accertata l’obiettiva insussistenza. Poiché la non punibilità ex art. 649 cod. pen. presuppone la sussistenza del reato presupposto in tutti i suoi elementi costitutivi, il favoreggiamento continua ad essere ugualmente punibile.
Ed è ciò che si è verificato proprio nel caso di specie: la R. è stata ritenuta responsabile (in concorso con terzi rimasti ignoti che, ove fossero stati identificati, avrebbero risposto del reato commesso) del furto a danno del marito: per tale motivo, però, non si è proceduto nei suoi confronti ex art. 649 cod. pen..
Il F. , però, si è reso colpevole del reato di favoreggiamento reale del provento del suddetto furto: di conseguenza, egli ne risponde perché il reato presupposto è comunque stato commesso (non solo dalla R. ma anche da altre persone rimaste ignote che, se identificate, avrebbero comunque risposto del furto) ed è da ritenersi integro sotto tutti i profili.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III
SENTENZA 13 novembre 2015, n. 45313
Fatto
Con sentenza del 24/02/2015, la Corte di Appello di Catanzaro confermava la sentenza con la quale, in data 07/04/2011, il Tribunale di Cosenza, aveva ritenuto R.I. e F.G. colpevoli rispettivamente dei delitti di estorsione aggravata a danno di A.G. e di favoreggiamento reale.
In particolare, la R. è stata ritenuta responsabile del “reato p. e p. dagli artt. 61 n.7 e 629 c.p. perché, mediante minaccia consistita nel rappresentare ad A.G. , suo coniuge in corso di separazione legale, di essere nella disponibilità di un computer assemblato di colore grigio antracite nonché di n. 5 hard-disk esterni di cui n.2 marca Lacie da 250 Cyb e n.3 marca Iomega di cui n.2 da 320 Gb e n. 1 da 160 Gb di sua proprietà oggetto di furto in suo danno denunciato in data 04.01.2008 e che l’unico modo per rientrarne in possesso sarebbe stato quello di sottoscrivere un’istanza congiunta per la trasformazione del procedimento di separazione fra coniugi da giudiziale in consensuale, nella quale i coniugi si accordavano sotto il profilo economico nel senso che la R. versava all’A. , contestualmente alla sottoscrizione della predetta istanza, mediante assegno circolare la somma di Euro 50.000,00 in luogo dei 100.000,00 Euro richiesti inizialmente dall’A. , costringendo quest’ultimo a sottoscrivere l’istanza predetta per ottenere la restituzione del computer e degli hard disk come sopra indicati oggetto di furto, si procurava l’ingiusto profitto pari ad Euro 50.000,00 con correlativo danno per la persona offesa, con l’aggravante di aver cagionato alla persona offesa un danno patrimoniale di rilevante gravità. In (omissis) ”.

Il F. , tratto a giudizio per il reato di ricettazione, in concorso con la R. , del suddetto computer, è stato ritenuto colpevole del reato di favoreggiamento reale, previa riqualificazione giuridica del fatto.
Contro la suddetta sentenza, entrambi gli imputati, a mezzo del comune difensore, hanno proposto un unico ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:
2.1. violazione degli artt. 56-629 cod. pen.: la difesa della R. , con tre motivi, ha sostenuto che:
a) il delitto di estorsione, non sarebbe configurabile perché la minaccia, come aveva scritto la stessa Corte, era stata solo ‘velata’ e, quindi, inidonea a coartare la volontà dell’A. che perseverò nella richiesta dei 50.000,00 Euro. In altri termini, mancherebbe il nesso di causalità fra la minaccia e la sottoscrizione dell’atto di separazione consensuale (motivo sub 3);
b) a tutto concedere, sarebbe configurabile il delitto di tentata estorsione e non quello consumato (motivi sub 1-2).
La difesa, infatti, rileva che la semplice sottoscrizione della transazione, non sarebbe condizione sufficiente per l’esistenza del ricorso (e del rapporto negoziale sotteso) che, in assenza dell’elemento costitutivo dell’ufficialità del deposito presso la cancelleria del giudice competente, sarebbe del tutto inesistente giuridicamente. Quindi, ad avviso della difesa, nessun ingiusto profitto era mai stato conseguito dall’imputata perché mai si era perfezionato l’accordo transattivo con la parte civile costituita.
Inoltre, nessun danno patrimoniale sarebbe stato inferto alla parte civile in quanto “pur avendo sottoscritto la bozza di modificazione delle condizioni di separazione, non è stata, in concreto, privata del quantum pattuito, in forza del mancato incasso del titolo di credito corrispondente, sottoposto a sequestro su disposizione dell’autorità giudiziaria. La mancata corresponsione dell’importo contemplato nell’assegno ha impedito, nel contempo, l’acquisizione, da parte dell’odierna ricorrente, dell’ingiusto profitto derivante dalla sottoscrizione della bozza di modificazione [….]”.
2.2. violazione degli artt. 379-624-649 cod. pen.: in relazione alla posizione del F. , la difesa ha rilevato che, secondo quanto sostenuto dalla stessa Corte, l’imputato si era reso colpevole del reato di favoreggiamento reale per avere aiutato la R. ad assicurarle il profitto del reato presupposto ossia quello di furto. Quindi, “venendo meno la perseguibilità del reato di cui all’art. 624 cod. pen. per la R. , ai sensi della scriminante compendiata nell’art. 649 cod. pen., non può che venire meno il conseguente delitto di favoreggiamento reale per l’avv.to F. ”. Errata, stante la ricostruzione dei fatti così come effettuata dalla stessa Corte, sarebbe l’affermazione della medesima Corte che aveva ritenuto che l’imputato si era reso colpevole del delitto di favoreggiamento reale “non solo e non tanto in relazione al furto, quanto all’evidenza, rispetto al delitto di estorsione, pienamente realizzato in forma consumata e punibile”.
2.3. Con memoria depositata in data 17/10/2015, il nuovo difensore di entrambi gli imputati, ha ulteriormente illustrato, quanto alla R. , il terzo motivo, stigmatizzando un preteso travisamento della prova, che consentirebbe di ritenere integrato, al più, il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Quanto al F. , è stato ulteriormente ribadito quanto già dedotto dal precedente difensore.
Con memoria depositata il 28/10/2015, il difensore della parte civile A. , ha rilevato – allegando la relativa documentazione – che, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente R. , l’istanza congiunta di separazione consensuale sottoscritta dall’A. non solo fu depositata in data 19/02/2008 ma, sulla base di essa, il Tribunale, in data 27/02/2008, omologò la separazione poi annullata dallo stesso tribunale, per i fatti per cui è processo, con sentenza del 21/07/2011. La difesa, ha, quindi, concluso chiedendo che il ricorso fosse dichiarato inammissibile.
Diritto
Il ricorso è infondato per le ragioni di seguito indicate.
La Corte territoriale, dopo avere indicato gli elementi di prova sulla base dei quali il primo giudice aveva ritenuto la colpevolezza di entrambi gli imputati (confessione della R. ; dichiarazioni della persona offesa, e degli altri testi escussi; esiti della registrazione previamente autorizzata dalla Questura informata dall’A. delle conversazioni svoltesi nello studio dell’avv. F. , legale della R. nel giudizio di separazione, tra i tre soggetti coinvolti) ha ricostruito la vicenda per cui è processo, nei seguenti termini: “Era emerso, in particolare, che la R. , aveva commissionato a complici rimasti ignoti, la sottrazione dall’appartamento del marito del suo computer e dell’intero archivio lavorativo di questi, allo scopo di indurre il coniuge ad accettare una separazione alle condizioni economiche dalla stessa proposte, attraverso il proprio legale, in risposta alla esosa somma richiesta con la domanda riconvenzionale, avanzata in giudizio dall’A. ; la R. attraverso telefonate e sms aveva fatto capire al coniuge, che per poter rientrare in possesso del suo computer, avrebbe dovuto sottoscrivere l’accordo transattivo della separazione da lei proposto, che prevedeva la dazione di 50 mila Euro, invece che degli oltre 100 mila richiesti dall’A. . In tale concatenazione di eventi, conclusisi con la sottoscrizione dell’accordo, il primo giudice vedeva per la costrizione della parte offesa, costretta ad accettare condizioni economiche sfavorevoli nella transazione della vertenza della separazione tra coniugi, coartata nella sua libertà negoziale, la consumazione della c.d. estorsione negoziale”.
Quindi, devono darsi per pacifiche le seguenti circostanze:
a) fra i coniugi A. -R. , era in corso una causa di separazione giudiziale altamente conflittuale nella quale l’A. aveva chiesto l’addebito della separazione alla R. ed una somma pari ad Euro 100.000,00, richieste alle quali la R. non intendeva aderire;
b) ad un certo punto, la R. ordinò (a terzi rimasti sconosciuti) il furto del computer e degli hard disk di proprietà del marito sui quali questi aveva memorizzato tutto l’archivio della propria attività lavorativa di fotografo;
c) dopo il furto, la R. , attraverso telefonate e sms, contattò il marito facendogli capire che, per poter rientrare in possesso del suo computer, avrebbe dovuto sottoscrivere l’accordo transattivo della separazione da lei proposto, che prevedeva la dazione di 50 mila Euro, invece che degli oltre 100 mila da lui richiesti;
d) l’A. , in effetti, pur di rientrare in possesso del materiale rubatogli, sottoscrisse l’accordo di separazione consensuale limitandosi ad accettare la somma di Euro 50.000,00 invece che dei 100.000,00 Euri inizialmente richiesti;
e) a seguito dell’indagine penale, vennero sottoposti a sequestro sia il verbale di separazione consensuale sia gli assegni che la R. aveva consegnato al marito in adempimento delle pattuizioni.
Questa pacifica ricostruzione dei fatti, consente, fin da subito, di disattendere la doglianza proposta dal nuovo difensore in ordine a un preteso travisamento della prova in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale, per un duplice motivo:
a) perché non dedotto dal precedente difensore;
b) perché, per consolidata giurisprudenza di questa Corte, qualora ci si trovi innanzi ad una c.d. doppia conforme (doppia pronuncia di uguale segno) il vizio di travisamento della prova può essere rilevato in sede di legittimità solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato è stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado. Infatti, in considerazione del limite del devolutum (che impedisce che si recuperino, in sede di legittimità, elementi fattuali che comportino la rivisitazione dell’iter costruttivo del fatto, salvo il caso in cui il giudice d’appello, per rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a contenuto probatorio non esaminati dal primo giudice) il sindacato di legittimità, deve limitarsi alla mera constatazione dell’eventuale travisamento della prova, che consiste nell’utilizzazione di una prova inesistente o nell’utilizzazione di un risultato di prova incontrovertibilmente diverso, nella sua oggettività, da quello effettivo. Inoltre, non è possibile dedurre come motivo il ‘travisamento del fatto’, giacché è preclusa la possibilità per il giudice di legittimità di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito.
In ordine alla posizione della R. – pacifici i fatti di cui la medesima si rese protagonista – non resta che valutare le censure di diritto dedotte sotto il duplice profilo dedotto: a) carenza l’elemento oggettivo della minaccia; b) qualificazione del fatto come tentativo.
3.1. La prima doglianza (carenza l’elemento oggettivo della minaccia) è infondata.
Sul punto è sufficiente considerare che, come conclama tutto lo sviluppo cronologico della vicenda e come risulta dall’univoco esito delle risultanze probatorie (cfr pag. 7-8 sentenza impugnata), l’A. si decise a sottoscrivere la scrittura privata con la quale accettava la separazione consensuale (rinunciando, quindi, a quella giudiziale già in corso) e la minor somma di Euro 50.000,00 solo ed esclusivamente perché, privato dell’intero archivio informatico, in pratica, ove non ne fosse rientrato in possesso, sarebbe restato irrimediabilmente danneggiato nella sua attività professionale (fotografo).
La censura difensiva, per dimostrare l’assenza della minaccia, fa leva su due elementi: a) la minaccia sarebbe stata solo ‘velata’ e, quindi, vaga ed astratta; b) se così non fosse stato, l’A. non avrebbe comunque preteso la somma di Euro 50.000,00.
Al che è sufficiente replicare che la ricorrente, per confutare la motivazione addotta dalla Corte territoriale è ricorsa alla nota tecnica retorica del frazionamento degli indizi al fine di meglio confutarli, come dimostra il vano tentativo di far leva su un avverbio (‘velatamente’) utilizzato dalla Corte territoriale (pag. 11) completamente estrapolato da ogni contesto, oppure l’irrilevante circostanza della sottoscrizione da parte dell’A. della scrittura.
Ma, tale tecnica è stata reiteratamente censurata da questa Corte che ha escluso la possibilità di un’analisi orientata ad esaminare in modo separato ed atomistico i singoli atti: infatti, le linee dei paradigmi valutativi della prova indiziaria sono state ribadite dalle Sezioni Unite che hanno evidenziato che il metodo di lettura unitaria e complessiva dell’intero compendio probatorio non si esaurisce in una mera sommatoria degli indizi e non può, perciò, prescindere dalla operazione propedeutica che consiste nel valutare ogni prova indiziaria singolarmente, ciascuna nella propria valenza qualitativa, tendente a porre in luce i collegamenti e la confluenza in un medesimo contesto dimostrativo (Cass. Sez. Un. 12 luglio 2005, n. 33748, rv. 231678).
In altri conclusivi termini, si può affermare che ci si trova di fronte ad un caso quasi di scuola di estorsione perché tutte le risultanze probatorie indicano, in modo convergente ed univoco, che l’A. sottoscrisse la scrittura privata predisposta secondo i desiderata della moglie (separazione consensuale; riduzione della somma pretesa dall’A. da Euro 100.000,00 ad Euro 50.000,00) solo perché costei, in possesso del suo archivio informatico, lo aveva minacciato che non glielo avrebbe più restituito: e che la minaccia della R. fosse concreta e non vaga o astratta, come sostiene la difesa, lo si desume dal fatto che l’imputata, pur di raggiungere il suo illecito obiettivo, non aveva esitato a (far) commettere il furto dell’intero archivio informatico del marito del cui valore, per le sorti professionali del coniuge, era evidentemente ben consapevole.
Il comportamento tenuto dalla R. (far rubare l’archivio al marito e, poi, chiedergli, per riconsegnarglielo, di sottoscrivere una transazione alle proprie condizioni), integra infatti gli estremi della minaccia estorsiva essendo perfettamente assimilabile alla condotta del ladro che chiede del denaro alla vittima per restituirgli il bene rubato (ex plurimis Cass. 6818/2013 riv 254501).
Sotto altro profilo, la fattispecie in esame corrisponde all’ipotesi di reato che questa Corte ha classificato come estorsione contrattuale o patrimoniale che si realizza quando al soggetto passivo sia imposto di porsi in rapporto negoziale di natura patrimoniale con l’agente. Il che è quanto esattamente avvenuto nella fattispecie in quanto la decisione dell’A. di sottoscrivere la transazione non fu dovuta ad una sua libera scelta contrattuale ma solo al fine di evitare di rimanere privo dell’archivio informatico e, quindi, di subire un danno professionale probabilmente irreparabile.
Se, quindi, il reato perpetrato dalla R. va qualificato come estorsione contrattuale, perde ogni rilevanza la pretesa assenza di un danno da parte dell’A. (che avrebbe perseverato nella richiesta dei 50.000,00 Euro: sul punto, però, la ricorrente tace sul fatto che la richiesta era del doppio) proprio perché, l’elemento dell’ingiusto profitto con altrui danno è implicito nel fatto stesso che il contraente-vittima sia costretto al rapporto in violazione della propria autonomia negoziale, impedendogli di perseguire i propri interessi economici nel modo da lui ritenuto più opportuno: ex plurimis Cass. 10463/2001 218433; Cass. 46058/2008 Rv. 241924; Cass. 48461/2013 Rv. 258168.
Secondo il nuovo difensore, nella condotta tenuta dalla R. (‘fruizione del computer del marito per tentare di resistere ad armi pari alle pretese economiche inopinate e spropositate dell’A. ‘, peraltro avanzate sulla scorta dei documenti trafugati) sarebbe ipotizzabile il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, in quanto il suddetto fine era perfettamente lecito e concretamente tutelabile.
Ora, a parte che la Corte, in ordine alla pretesa illecita acquisizione della documentazione fiscale riguardante l’imputata, da parte dell’A. , ha rilevato che “era rimasta una mera asserzione dell’imputata” (pag. 8 sentenza), è da escludere che possa ipotizzarsi l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Infatti, la condotta tenuta dalla R. fu finalizzata ad ottenere da parte dell’A. la sottoscrizione di una transazione alle sue condizioni: il che esclude, a priori, la configurabilità dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, non essendo ipotizzabile che si possa ricorrere all’autorità giudiziaria per ottenere una transazione su una controversia in corso alle proprie esclusive condizioni.
3.2. Anche le ulteriori doglianze finalizzate alla qualificazione giuridica della condotta come tentativo, sono manifestamente infondate.
Come si è detto, la condotta tenuta dalla R. va qualificata come estorsione contrattuale, che si realizza quando al soggetto passivo sia imposto di porsi in rapporto negoziale di natura patrimoniale con l’agente, sicché l’elemento dell’ingiusto profitto con altrui danno è implicito nel fatto stesso che il contraente-vittima sia costretto al rapporto in violazione della propria autonomia negoziale.
Ora, nel caso di specie, il reato deve ritenersi consumato proprio perché il contratto di transazione fu regolarmente sottoscritto da tutte le parti e la R. , in adempimento delle obbligazioni assunte, consegnò all’A. gli assegni pattuiti restituendogli contestualmente anche tutto il materiale rubato (cfr pag. 8 sentenza impugnata): la circostanza che, successivamente, tutta l’operazione fu ‘bloccata’ dall’intervento degli organi inquirenti che sottoposero a sequestro tutta la suddetta documentazione, è, chiaramente, un post factum che nulla toglie e nulla aggiunge al reato che era già stato consumato al momento della sottoscrizione della transazione, della consegna del denaro a mezzo di assegni e della restituzione del computer e degli hard disk.
Peraltro, l’affermazione della difesa che ha posto a base della censura la circostanza di fatto secondo la quale la scrittura di separazione consensuale non fu utilizzata, è stata smentita dalla costituita parte civile che ne ha dimostrato la falsità (cfr supra parte narrativa p.3).
Anche la censura proposta dal F. è infondata.
La doglianza ruota tutta su questo solo concetto: poiché il favoreggiamento reale si riferiva al reato presupposto del furto e non a quello dell’estorsione, come aveva erroneamente ritenuto la Corte territoriale, allora l’imputato avrebbe dovuto essere assolto in quanto il reato presupposto commesso dalla R. (furto) era non punibile ex art. 649 cod. pen. essendo stato commesso a danno del coniuge dal quale non era separata.
In punto di fatto, va premesso che la Corte territoriale, in effetti, ha disatteso la medesima censura con una motivazione non del tutto lineare essendosi limitata a rilevare che “il favoreggiamento invero sussiste non solo e non tanto in relazione al furto, quanto all’evidenza rispetto al reato di estorsione, pienamente realizzato in forma consumata e punibile” (pag. 13 sentenza impugnata).
In realtà, per come il fatto è stato ricostruito dalla stessa Corte territoriale, l’imputato si rese colpevole del reato di favoreggiamento reale per avere aiutato la R. ad assicurarsi il prodotto del furto (al quale egli non aveva concorso) e non del provento dell’estorsione perché, altrimenti, avrebbe dovuto essere giudicato colpevole, in concorso, del suddetto reato (cfr sul punto, pag. 15 della sentenza impugnata, in cui la Corte ha respinto l’appello proposto dal Procuratore Generale diretto a far ritenere l’imputato concorrente nel reato di estorsione).
Il fatto materiale, risulta ampiamente dalla sentenza impugnata a pag, 12 e non è stato messo in discussione nel ricorso principale: di conseguenza, la censura con la quale, il nuovo difensore, nella memoria depositata il 17/10/2015, ha confutato la suddetta decisione, va ritenuta inammissibile non essendo consentito con le memorie dedurre nuovi motivi.
In punto di diritto, va osservato quanto segue.
La ratio del delitto di favoreggiamento (sia personale che reale), consiste nella tutela dell’interesse al regolare svolgimento delle indagini dell’Autorità al fine dell’accertamento dei reati, e postula la commissione di fatti apprezzabili penalmente, cioè di fatti che, nella loro struttura ontologica, integrino la fattispecie prevista dalla norma penale, tanto da comportare l’attività di investigazione dell’Autorità: Cass. 4039/1994 Rv. 197970.
Partendo da questo pacifico presupposto, la giurisprudenza, ha, quindi, ritenuto che il reato di favoreggiamento non è configurabile solo quando risulti accertata l’obiettiva insussistenza del reato presupposto: ex plurimis Cass. 6751/2013 Rv. 258996; Cass. 35419/2014 Rv. 260553.
Al contrario, è del tutto pacifico che le cause soggettive di non punibilità e la mancanza delle condizioni di procedibilità del reato presupposto, consentono la ravvisabilità del reato di favoreggiamento: ex plurimis Cass. 13820/1989 Rv. 182204; SSUU 8/2001 Rv. 218769.
In ordine, poi, alla natura giuridica dell’ipotesi prevista dall’art. 649 cod. pen., la dottrina prevalente ritiene che la medesima preveda una causa personale di esenzione dalla pena.
Infatti, nonostante il reato sia perfettamente integro sotto tutti i profili (sia soggettivi che oggettivi) il legislatore, in modo insindacabile, per intuitive ragioni di politica criminale (evitare di acuire, nell’ambito dei rapporti famigliari contrasti derivanti dal processo penale) ha ritenuto che determinati reati (art. 624 ss), se commessi a danno di determinate persone (stretti congiunti), non debbano essere puniti.
Il reato, però, rimane integro in tutti i suoi elementi, sicché, della suddetta causa di non punibilità (rectius: di esenzione della pena), non può beneficiare anche chi sia estraneo al rapporto di parentela, proprio perché si tratta di una esenzione dalla pena derivante da una particolare situazione personale, di stretta interpretazione che non può essere applicata analogicamente né estesa oltre i casi tassativamente previsti.
Ed è proprio per tale motivo che questa Corte, nell’ipotesi di concorso in uno dei reati di cui agli artt. 624 ss cod. pen. fra un quisque de popolo ed un soggetto che sia legato alla persona offesa da uno di quei rapporti di parentela previsto nell’art. 649 cod. pen., ha ritenuto che la suddetta causa di non punibilità, pur applicandosi al congiunto della parte offesa, essendo di natura strettamente personale, non si estende al concorrente ex combinato disposto degli artt. 70/1 n. 2 e 119 cod. pen. (Cass. 26386/2009 Rv. 244385; Cass. 23152/2011 Rv. 250569).
I suddetti principi di diritto consentono, quindi, di trarre la seguente conclusione: ai fini della responsabilità penale per il delitto di favoreggiamento è del tutto irrilevante che il colpevole del reato presupposto sia stato dichiarato non punibile ai sensi dell’art. 649 cod. pen., in quanto la sorte del reato presupposto influisce sul delitto di favoreggiamento solo quando ne risulti accertata l’obiettiva insussistenza. Poiché la non punibilità ex art. 649 cod. pen. presuppone la sussistenza del reato presupposto in tutti i suoi elementi costitutivi, il favoreggiamento continua ad essere ugualmente punibile.
Ed è ciò che si è verificato proprio nel caso di specie: la R. è stata ritenuta responsabile (in concorso con terzi rimasti ignoti che, ove fossero stati identificati, avrebbero risposto del reato commesso) del furto a danno del marito: per tale motivo, però, non si è proceduto nei suoi confronti ex art. 649 cod. pen..
Il F. , però, si è reso colpevole del reato di favoreggiamento reale del provento del suddetto furto: di conseguenza, egli ne risponde perché il reato presupposto è comunque stato commesso (non solo dalla R. ma anche da altre persone rimaste ignote che, se identificate, avrebbero comunque risposto del furto) ed è da ritenersi integro sotto tutti i profili.
La censura, pertanto, dev’essere respinta alla stregua del seguente principio di diritto: “ai fini della responsabilità penale per il delitto di favoreggiamento è del tutto irrilevante che il colpevole del reato presupposto sia stato dichiarato non punibile ai sensi dell’art. 649 cod. pen., in quanto la sorte del reato presupposto influisce sul delitto di favoreggiamento solo quando ne risulti accertata l’obiettiva insussistenza”.
In conclusione, l’impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione in solido delle spese sostenute dalla costituita parte civile.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonché alla rifusione in solido a favore della parte civile A.G. delle spese del presente grado di giudizio che liquida in Euro 3.000,00 oltre spese forfettarie nella misura del 15%, CPA ed IVA.

DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK

FACEBOOK ,DIFFAMAZIONE, DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK

La diffamazione su Facebbok resta ed è una cosa  assai insidiosa.

CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall'autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato".
CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall’autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato”.

Infatti mediante facebook una persona ha normalmente  sul proprio profilo le persone che gli interessano, normalmente infatti si chiede l’amicizia a persone conosciute e che spesso sono amici anche nella vita reale.

Per la prova della diffamazione serve quanto riportato sulla propria pagina o sulla pagina di altre persone,

 “il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico” ma la “consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza anche soltanto di due persone“.

Per gli ermellini, dunque, “i giudici di secondo grado non hanno adeguatamente indicato le ragioni logico-giuridiche per le quali il limitato numero delle persone in grado di identificare il soggetto passivo della frase a contenuto diffamatorio determini l’esclusione della prova della volontà dell’imputato di comunicare con più persone in grado di individuare il soggetto interessato“.

REATI AMBIENTALI DIRITTO PENALE AMBIENTALE DISASTRO AMBIENTALE, INQUINAMENTO AMBIENTALE,TRAFFICO E ABBANDONO DI MATERIALE AD ALTA RADIOATTIVITA’ ,IMPEDIMENTO DEL CONTROLLI
REATI AMBIENTALI DIRITTO PENALE AMBIENTALE DISASTRO AMBIENTALE, INQUINAMENTO AMBIENTALE,TRAFFICO E ABBANDONO DI MATERIALE AD ALTA RADIOATTIVITA’ ,IMPEDIMENTO DEL CONTROLLI
  1. La questione sottoposta allo scrutinio di legittimità esige che sia richiamata la lezione ermeneutica impartita da questa Corte che, nei suoi numerosi arresti, ha ricondotto alla categoria dell’abnormità non solo il provvedimento che, per la sua singolarità, non sia inquadrabile nell’ambito dell’ordinamento processuale, ma anche quello che, pur essendo in astratto manifestazione di legittimo potere, si esplichi al di fuori dei casi consentiti e delle ipotesi previste, al di là di ogni ragionevole limite (Sez. U, n. 11 del 09/07/1997 – dep. 31/07/1997, Quarantelli, Rv. 20822101; Sez. 6, n. 2121 del 11/06/1998 – dep. 21/07/1998, Villacidro, Rv. 211315; Sez. 1, n. 4023 del 11/06/1996 – dep. 25/07/1996, Settegrana, Rv. 20535801; Sez. 5, n. 182 del 13/01/1994 – dep. 11/02/1994, Marino, Rv. 197091). Siffatta fenomenologia patologica può riguardare, quindi, tanto il profilo strutturale, allorchè, per la sua singolarità, il provvedimento emesso si ponga, appunto fuori del sistema organico della legge processuale, quanto il profilo funzionale, quando, pur se non estraneo al sistema normativo, determini la stasi del processo e l’impossibilità di proseguirlo, provocando, ad esempio, una indebita regressione del procedimento in grado di alterarne l’ordinata sequenza logico-cronologica (Sez. U, n. 5307 del 20/12/2007 – dep. 01/02/2008, P.M. in proc. Battistella, Rv. 23824001; Sez. U, n. 17 del 10/12/1997 – dep. 12/02/1998, Di Battista, Rv. 20960301; Sez. 3, n. 2853 del 14/07/1995 – dep. 08/09/1995, Beggiato ed altri, Rv. 20540601; Sez. 5, n. 1465 del 11/03/1994 – dep. 18/04/1994, P.M. in proc. Luchino ed altro, Rv. 19799901).
  2. Così delineato, in termini generali, il problema, poichè, dunque, l’abnormità non inerisce a quei provvedimenti che, ancorchè eventualmente adottati in violazione di specifiche norme, rientrano tra gli atti tipici dell’ufficio che li adotta (Sez. 2, n. 5180 del 05/11/1999 – dep. 15/12/1999, Saraceno, Rv. 21518401), l’ordinanza impugnata non può essere qualificata come abnorme, costituendo, piuttosto, l’espressione del potere – attribuito al giudice dell’udienza preliminare – di controllo sulla qualificazione giuridica del fatto: potere che rimane legittimamente esercitato pur se in maniera non corretta in conseguenza dell’erronea interpretazione di una norma giuridica. Tale conclusione, cui il Collegio ritiene di prestare adesione, si appalesa, peraltro, in linea con quanto stabilito da questa Corte nella decisione di casi del tutto sovrapponibili, nei quali è stato formulato il principio di diritto secondo cui non è abnorme il provvedimento con cui il giudice dell’udienza preliminare dispone la restituzione degli atti al pubblico ministero, ancorchè sull’erroneo presupposto della qualificazione del fatto come reato procedibile a citazione diretta (Sez. 5, n. 30834 del 3/07/2014 – dep. 11/07/2014, P.M. Trib. Salerno, non mass.; Sez. 1, n. 47766 del 06/11/2008 -dep. 23/12/2008, Lungari, Rv. 242747): “tanto perchè il giudice dell’udienza preliminare, come ogni altro giudice di fronte alla richiesta delle parti, ha il potere-dovere, quale espressione indefettibile del principio di legalità e della funzione di ius dicere, di dare al fatto contestato una diversa definizione o qualificazione giuridica, riconducendo così la fattispecie concreta allo schema legale che le è proprio. E ciò in forza della valenza generale della regola contenuta nell’art. 521 c.p.p., comma 1, secondo l’insegnamento della Corte costituzionale e delle Sezioni unite di questa Corte di legittimità” (Sez. 6, n. 41037 del 20/10/2009 – dep. 26/10/2009, Betti, Rv. 24503301).
  3. Nel merito della questione, stima, peraltro, questa Corte che il giudice dell’udienza preliminare non abbia neppure qualificato erroneamente il fatto contestato all’imputato. Infatti, se, come ripetutamente affermato nella giurisprudenza di legittimità, anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595 c.p., comma 3, poichè questa modalità di comunicazione di un contenuto informativo suscettibile di arrecare discredito alla reputazione altrui, ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, perchè attraverso questa “piattaforma virtuale” gruppi di soggetti valorizzano il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un numero indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione (Sez. 5, n. 8328 del 13/07/2015 – dep. 01/03/2016, Martinez, non massimata sul punto), tuttavia, proprio queste peculiari dinamiche di diffusione del messaggio screditante, in una con la loro finalizzazione alla socializzazione, sono tali da suggerire l’inclusione della pubblicazione del messaggio diffamatorio sulla bacheca “facebook” nella tipologia di “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”, che, ai fini della tipizzazione della circostanza aggravante di cui all’art. 595 c.p., comma 3, il codificatore ha giustapposto a quella del “mezzo della stampa” (Sez. 1, n. 24431 del 28/04/2015 – dep. 08/06/2015, Conflitto di competenza, Rv. 26400701).
  4. L’interpretazione proposta dal Collegio si pone, peraltro, in linea di continuità con la soluzione cui sono pervenute le Sezioni Unite di questa Corte, che, nella sentenza n. 31022 del 29/01/2015 – dep. 17/07/2015, Fazzo e altro, Rv. 26409001, dopo avere affermato la legittimità di una interpretazione evolutiva e costituzionalmente orientata del termine “stampa” – così da estendere alle testate giornalistica telematiche le guarentigie di rango costituzionale e di livello ordinario assicurate a quelle tradizionali in formato cartaceo – hanno ritenuto necessario chiarire che l’esito di tale operazione ermeneutica non può riguardare tutti in blocco i nuovi mezzi, informatici e telematici, di manifestazione del pensiero (forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, pagine Facebook), ma deve rimanere circoscritto a quei soli casi che, per i profili, strutturale e finalistico, che li connotano, sono riconducibili nel concetto di “stampa” inteso in senso più ampio. Il più autorevole Consesso ha, quindi, spiegato che: “Deve tenersi ben distinta l’area dell’informazione di tipo professionale, veicolata per il tramite di una testata giornalistica on line, dal vasto ed eterogeneo ambito della diffusione di notizie ed informazioni da parte di singoli soggetti in modo spontaneo”, ed ha concluso, quindi, con il precisare che: “Anche il social-network più diffuso, denominato Facebook, non è inquadrabile nel concetto di “stampa””, essendo: “un servizio di rete sociale, basato su una piattaforma software scritta in vari linguaggi di programmazione, che offre servizi di messaggistica privata ed instaura una trama di relazioni tra più persone all’interno dello stesso sistema“.

violazione di domicilio,CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 22 giugno 2017, n.31345

violazione di domicilio,CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 22 giugno 2017, n.31345

PRESENZA DI PERSONE NEL DOMICILIO

applicare è rappresentato dall’accertamento della prevedibile presenza di persone nel luogo di svolgimento di atti della vita privata, a prescindere dall’orario (notte o giorno) e dalla chiusura o meno dell’esercizio (Sez. 5, n. 10747 del 17/11/2015, Casalanguida, Rv. 267560; Sez. 5, n. 18211 del 10/03/2015, Hadovic, Rv. 263458; Sez. 5, n. 55040 del 20/10/2016, Rover, Rv. 268409; Sez. 4, n. 12256 del 26/01/2016, Cisulli, Rv. 266701; Sez. 5, n. 10440 del 21/12/2015, Fernandez, Rv. 266807).

violazione di domicilio, CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 22 giugno 2017, n.31345

Articolo 614 codice penale: violazione di domicilio

La violazione di domicilio si concretizza secondo l’articolo 614 del c.p. quando ci introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si introduce clandestinamente o con l’inganno.

Norma di riferimento: 

L’articolo 614 del Codice penale stabilisce che “chiunque si introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si introduce clandestinamente o con l’inganno” compie una violazione di domicilio”.

Come riconosciuto anche dal rimettente, in questo ambito l’orientamento prevalente nella giurisprudenza di legittimità è quello estensivo, ossia quello che, partendo dalla considerazione che il concetto di privata dimora sia più ampio di quello di abitazione, vi ricomprende tutti i luoghi al cui interno un soggetto possa vantare un generico ius excludendi (vale a dire l’astratta possibilità di inibire l’accesso al pubblico, anche solo in determinati orari) e in cui egli si trattenga per compiere, anche in maniera transitoria e contingente, atti della vita privata, tra i quali pacificamente rientrano anche le attività lavorative di natura professionale, commerciale o imprenditoriale; il delitto di cui all’art. 624-bis c.p. è stato così configurato anche in relazione a furti commessi in luoghi quali un ristorante in orario di chiusura, un bar-tabacchi, sempre in orario di chiusura, un cantiere edile allestito all’interno del cortile di un immobile, un’edicola, uno studio odontoiatrico, una farmacia in orario di apertura, 

A giudizio delle Sezioni Unite, tuttavia, un simile ampliamento della nozione di privata dimora contrasta sia con il dato letterale, sia con la ratio, sia con un’interpretazione sistematica della norma incriminatrice de qua.

L’aver il legislatore adoperato l’espressione ‘privata dimora’ ha una indubbia valenza sul piano interpretativo.

‘Dimora’, secondo i dizionari della lingua italiana, è, invero, il luogo in cui una persona, che non vi risiede in modo stabile, attualmente abita e permane.

CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall'autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato".
CASSAZIONE SEZ UNITE ALCOLTEST, AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA RAVENNA RIMINI CESENA FORLI SEQUESTRO VEICOLO DI TERZI ESCLUSIONE:non è confiscabile fa vettura condotta in stato di ebbrezza dall’autore dei reato, utilizzatore del veicolo in relazione a contratto di leasing, se il concedente, proprietario del mezzo, sia estraneo al reato”.

La parola, derivata dal latino morari, implica il fermarsi, trattenersi, soggiornare.

Basterebbe già questo per escludere dalla nozione di dimora tutti i casi in cui ci si trovi in un luogo in modo del tutto occasionale (anche se per svolgere atti della vita privata) e senza avere alcun rapporto (tranne la presenza fisica) con il luogo medesimo.

Per di più occorre considerare che, nella descrizione della fattispecie di cui all’art. 624-bis cod. pen., l’espressione ‘privata dimora’ è preceduta dalle parole ‘in un edificio o in altro luogo destinato in tutto o in parte (…)’.

Deve trattarsi, quindi, di un luogo ‘destinato’ a privata dimora: il che rafforza il significato dell’espressione.

violazione di domicilio,CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 22 giugno 2017, n.31345
violazione di domicilio,CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 22 giugno 2017, n.31345

Il riferimento della norma è, allora, ad un luogo che sia stato adibito (in modo apprezzabile sotto il profilo cronologico) allo svolgimento di atti della vita privata, non limitati questi ultimi soltanto a quelli della vita familiare e intima (propri dell’abitazione).

Va aggiunto ancora che, significativamente, la rubrica dell’art. 624-bis è intitolata ‘Furto in abitazione’ e il riferimento è in linea con il significato restrittivo della nozione di privata dimora in precedenza evidenziato.

In essa vanno, conseguentemente, ricompresi i luoghi che, ancorché non destinati allo svolgimento della vita familiare o domestica, abbiano, comunque, le ‘caratteristiche’ dell’abitazione.

2.2. L’indirizzo interpretativo sopra richiamato, inoltre, nel dare rilievo al ‘luogo in sé’, si limita a far riferimento allo svolgimento in esso di atti della vita privata, siano essi lavorativi, professionali o di altro genere, senza ulteriori approfondimenti.

Si ritiene, cioè, configurabile il reato di furto in abitazione, disciplinato dall’art. 624-bis cod. pen., tutte le volte in cui l’azione delittuosa venga commessa in un luogo nel quale si svolgano atti della vita privata, a prescindere dall’orario e dalla presenza di persone (tra le altre, Sez. 2, n. 24763 del 26/05/2015, Mori, Rv. 264283; Sez. 5, n. 6210 del 24/11/2015, Tedde, Rv. 265875; Sez. 5, n. 428 del 30/06/2015, Feroleto, Rv. 265694).

In altre decisioni, invece, rendendosi evidentemente conto della portata troppo estensiva, nella interpretazione della norma, del generico riferimento ai luoghi in cui si svolgano atti della vita privata, si cerca di delimitarne l’applicazione.

Si afferma, invero, che non commette il reato di furto in abitazione il soggetto che si introduca all’interno di un esercizio commerciale in orario notturno, trattandosi di un locale non adibito a privata dimora in ragione del mancato svolgimento di attività commerciali che caratterizza le ore di chiusura (Sez. 4, n. 11490 del 24/01/2013, Pignalosa, Rv. 254854).

Secondo altre pronunce il criterio discretivo da applicare è rappresentato dall’accertamento della prevedibile presenza di persone nel luogo di svolgimento di atti della vita privata, a prescindere dall’orario (notte o giorno) e dalla chiusura o meno dell’esercizio (Sez. 5, n. 10747 del 17/11/2015, Casalanguida, Rv. 267560; Sez. 5, n. 18211 del 10/03/2015, Hadovic, Rv. 263458; Sez. 5, n. 55040 del 20/10/2016, Rover, Rv. 268409; Sez. 4, n. 12256 del 26/01/2016, Cisulli, Rv. 266701; Sez. 5, n. 10440 del 21/12/2015, Fernandez, Rv. 266807).

Tali soluzioni risultano non condivisibili, in quanto si fa dipendere l’applicazione di un trattamento sanzionatorio più grave (previsto dal legislatore per il reato di furto in abitazione, al fine di apprestare una più intensa tutela al luogo in cui l’azione delittuosa viene commessa) da elementi estranei alla fattispecie e, per di più, vaghi, incerti ed accidentali (di carattere temporale o di effettivo esercizio dell’attività ivi svolta).

L’esigenza di maggior tutela dei luoghi destinati a privata dimora non viene meno solo perché il furto è commesso in orario notturno o diurno, in orario di apertura o di chiusura, oppure in presenza o in assenza di persone.

È stato, in proposito, incisivamente osservato che lo ‘spostamento del baricentro della previsione normativa dal luogo del commesso reato al momento della consumazione’ determinerebbe una inaccettabile ‘tutela ad intermittenza’ (Sez. 5, n. 428 del 2015, cit.).

2.3. Che il luogo destinato a privata dimora debba avere determinate ‘caratteristiche’, che non possono essere certamente quelle del mero svolgimento in esso di atti della vita privata, è confermato dal dato sistematico nella sua evoluzione.

Il Codice Zanardelli faceva riferimento, in ordine al reato di violazione di domicilio (art. 157), ‘all’abitazione altrui o alle appartenenze di essa’.

Dopo però che la dottrina maggioritaria, sotto la vigenza di quel codice, aveva già ritenuto che il termine abitazione andasse interpretato estensivamente come ogni luogo adibito ad uso domestico, nel quale si fossero compiuti atti caratteristici della vita privata, il codice Rocco, nell’art. 614, introduceva la nozione di ‘altro luogo di privata dimora’, affiancandola a quella di abitazione, e nella Relazione si precisava che la tutela apprestata dalla norma riguardava ‘tutti i luoghi che servano, in modo permanente o transitorio, alla esplicazione della vita privata’.

Per il reato di furto la tutela (più intensa in termini di trattamento sanzionatorio) rimaneva, però, limitata alla sola abitazione: l’art. 625, primo comma, n. 1, cod. pen., prevedeva, infatti, come circostanza aggravante, ‘se il colpevole, per commettere il furto, si introduce o si trattiene in un edificio o in altro luogo destinato ad abitazione’.

Con la legge 26 marzo 2001, n. 128, venne inserito nel codice penale l’art. 624-bis.

Previa abrogazione dell’art. 625, primo comma, n. 1, cod. pen., è stata introdotta una ipotesi autonoma di reato definita in rubrica come ‘Furto in abitazione e furto con strappo’, con l’evidente scopo di ampliare la tutela penale non solo sotto il profilo patrimoniale, ma anche personale.

E ciò è tanto vero che l’approvazione della legge n. 128 del 2001 era stata preceduta dalla presentazione al Parlamento, da parte del Governo, del disegno di legge n. 5925, nel quale il reato di furto in abitazione, attraverso la previsione nel codice penale di un art. 614-bis, era stato inserito nel Libro II, Titolo XII (‘Delitti contro la persona’), al fine di rafforzare ‘la tutela del domicilio non tanto nella sua consistenza oggettiva, quanto nel suo essere proiezione spaziale della persona, cioè ambito primario ed imprescindibile alla libera estrinsecazione della personalità individuale’.

Tale originaria impostazione non poteva non riflettersi nella formulazione del ‘nuovo’ art. 624-bis, pur mantenendosi la collocazione dello stesso nei reati contro il patrimonio.

Si è visto già come, a fronte della rubrica che fa riferimento al furto in abitazione, il testo normativo ricomprende qualsiasi luogo destinato in tutto in parte a privata dimora o nelle pertinenze di esso.

L’ampliamento dell’ambito di applicabilità della ‘nuova’ fattispecie anche a luoghi che non possano considerasi abitazione in senso stretto risulta dettato, da un lato, dalla necessità di superare le incertezze manifestatesi in giurisprudenza in ordine alla definizione della nozione di abitazione e, dall’altro, di tutelare l’individuo anche nel caso in cui compia atti della sua vita privata al di fuori dell’abitazione.

Sebbene, infatti, tale concetto debba sicuramente ritenersi più esteso di quello di abitazione, il significato letterale della norma di per sé esclude tutti i casi in cui la presenza in un luogo del soggetto debba ritenersi del tutto occasionale, ossia manchi un rapporto stabile tra il luogo e l’individuo (dal punto di vista etimologico, osserva infatti la Corte, la parola “dimora” richiama inevitabilmente il permanere, soggiornare, trattenersi in un determinato luogo); in favore di tale interpretazione depone anche il requisito della “destinazione” del luogo “a privata dimora”, che implica che tale rapporto debba essere quantomeno apprezzabile sotto il profilo cronologico.

L’esigenza di un’interpretazione restrittiva della norma, infine, si ricava anche dalla rubrica della fattispecie incriminatrice, che per l’appunto fa riferimento al “furto in abitazione”: dal che si comprende come anche nella nozione di dimora vadano ricompresi solo i luoghi che, benché non destinati allo svolgimento della vita familiare o domestica, abbiano comunque le “caratteristiche” dell’abitazione.

Il reato a norma del terzo comma è perseguibile a querela di parte a meno che non si verifichino le circostanze aggravanti previste dal comma 4 dell’articolo 614 c.p.. Tali circostanze si applicano nel caso in cui il fatto sia commesso con violenza sulle cose o alle persone e se l’agente è palesemente armato.