Avvocato penalista

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Struttura sanitaria – Prestazioni dovute in base al contratto di spedalità – Inadempimento o inesatto adempimento – Responsabilità risarcitoria – Natura contrattuale – Conseguenze RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

Struttura sanitaria – Prestazioni dovute in base al contratto di spedalità – Inadempimento o inesatto adempimento – Responsabilità risarcitoria – Natura contrattuale – Conseguenze RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Struttura sanitaria - Prestazioni dovute in base al contratto di spedalità - Inadempimento o inesatto adempimento - Responsabilità risarcitoria - Natura contrattuale – Conseguenze RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI Struttura sanitaria – Prestazioni dovute in base al contratto di spedalità – Inadempimento o inesatto adempimento – Responsabilità risarcitoria – Natura contrattuale – Conseguenze RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI

 

Giova quindi rilevare in diritto che, in tema di responsabilità della struttura sanitaria secondo l’insegnamento consolidato della giurisprudenza, avallato dalle Sezioni Unite della Cassazione (Cass. n. 9556/2002 e Cass. n. 577/2008), il rapporto che lega la struttura sanitaria (pubblica o privata) al paziente trova propria fonte in un contratto obbligatorio atipico (cd. contratto di “spedalità” o di “assistenza sanitaria”) che si perfeziona anche sulla base di fatti concludenti – con la sola accettazione del malato presso la struttura (Cass. n. 8826/2007) – e che ha ad oggetto l’obbligo della struttura di adempiere sia a prestazioni principali di carattere strettamente sanitario sia a prestazioni secondarie ed accessorie (fra cui prestare assistenza al malato, fornire vitto e alloggio in caso di ricovero ecc.).

RISARCIMENTO MALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA FORLI
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Ne deriva che la responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria, per l’inadempimento e/o per l’inesatto adempimento delle prestazioni dovute in base al contratto di spedalità, va inquadrata nella responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. e nessun rilievo a tal fine assume il fatto che la struttura (sia essa un ente pubblico o un soggetto di diritto privato) per adempiere le sue prestazioni si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni – esercenti professioni sanitarie e personale ausiliario – e che la condotta dannosa sia materialmente tenuta da uno di questi soggetti. Infatti, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.

La responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria come responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. non muterebbe natura qualora si volesse invece ritenere che per le strutture (pubbliche o private convenzionate) inserite nel S.S.N. l’obbligo di adempiere le prestazioni di cura e di assistenza derivi direttamente dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario (L. n. 833 del 1978), come pure da taluni sostenuto. Anche secondo tale impostazione, infatti, la responsabilità andrebbe comunque ricondotta alla disciplina dell’art 1218 c.c., al pari di ogni responsabilità che scaturisce dall’inadempimento di obbligazioni derivanti da “altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento” (art. 1173 c.c.).

2.3. In considerazione di tale principi, la valutazione della condotta attribuibile all’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is.” va eseguita alla luce delle indicazioni del consulente tecnico d’ufficio, dott. Ra.Ba., indicazioni che risultano espresse sulla base di un serio approfondimento della materia e del caso specifico e prive di vizi logici. Da tali valutazioni e conclusioni il Tribunale non ha ragione di discostarsi.

Il CTU, infatti, ha innanzi tutto premesso che “la paziente era affetta da patologie plurime, nel complesso ben compensate, e si trovava in discrete condizioni generali, con piena autonomia.

La patologia più importante era rappresentata da una insufficienza renale cronica, bisognosa di trattamento dialitico.

A tale scopo era stata instaurata una emodialisi peritoneale, a mezzo di un cateterismo a livello addominale.

Il metodo però era stato complicato da ripetuti episodi peritonitici, dominati con una terapia antibiotica specifica.

L’ultimo episodio era del novembre 2012 e richiedeva il ricovero ospedaliero, finalizzato sia al trattamento della complicanza, sia alla rimozione del catetere periombelicale, perché fonte di ripetute infezioni e perché motivo di dolore, divenuto molto intenso quando il 22/11/12, in corso di degenza, si doveva toglierlo in presenza di un aggravamento del quadro di infezione peritoneale (leucociti in aumento).

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI GORIZIA

SEZIONE UNICA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Francesca Ajello ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 277/2016 promossa da:

MI.PE. (…),

PA.CO. (…),

SI.CO. (…),

LA.PE. (…),

EN.TO. (…), con il patrocinio dell’avv. CO.DI. e dell’avv. CA.FR.

NI.TR. (…),

AU.DE. (…),

VI.SF. (…), tutti con il patrocinio dell’avv. CA.FR.

ATTORI

contro

AZIENDA PER I SERVIZI SOCIO SANITARI n. 2 “IS.” (…), con il patrocinio dell’avv. LO.LO., elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. MA.GI.

CONVENUTO

OGGETTO: responsabilità professionale – struttura sanitaria.

CONCISA ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DI FATTO E DI DIRITTO DELLA DECISIONE

  1. Premesso che

Con atto di citazione regolarmente notificato, LA.PE., MI.PE., CA.CO., SI.CO., EN.TO., NI.TR., AU.DE., VI.SF. nonché Mi.Pe. e En.To. quali genitori esercenti la responsabilità genitoriale sulla figlia minore AL.MA., tutti in proprio e quali eredi di VI. (deceduta in data 19.03.2013) hanno chiamato in giudizio l’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Ba.Fr. – Is.” al fine di ottenere il risarcimento del danno dagli stessi subito iure proprio e iure hereditario a seguito del decesso della propria congiunta Vi.De.

In particolare, gli attori hanno dedotto:

– che la signora De., affetta da rene policistico dell’adulto in trattamento dialitico peritoneale per insufficienza renale avanzata ed in lista d’attesa per trapianto di rene, era stata ricoverata in data 9.11.2012 in seguito a dolori addominali diffusi, vomito, inappetenza, senso di gonfiore addominale e diarrea;

– che, dopo essere stata sottoposta ad una serie di accertamenti, era stata poi sottoposta a un intervento chirurgico del catetere intraperitoneale (in data 23.11.2012) e ad un ulteriore intervento per il posizionamento del catetere venoso femorale per emodialisi;

– che, nonostante nel modulo del consenso fosse previsto, non è stata eseguita nel post operatorio una radiografia di controllo;

– che a seguito di controlli avvenuti nei giorni successivi, in data 27.11.2013, la paziente, alle ore 14.00, era stata sottoposta a seduta dialitica e, a breve distanza dall’inizio della procedura, si rilevava la comparsa di ipotensione arteriosa e sudorazione profusa, riscontrandosi il mancato funzionamento del CVC; si interrompeva quindi la seduta e si somministrava un flacone di emagel con parziale recupero dello stato di shock;

– che, dopo circa 30 minuti, veniva ripresa l’emodialisi utilizzando sempre lo stesso catetere venoso prima dichiarato non funzionante;

– che, in pochi minuti, si assisteva alla ricomparsa dello stato di shock;

– che alle 15.40 la paziente era rinfusa ma si evidenziavano addome sempre più globoso, SpO2 86%, PA 90/45 mmHg dopo infusione di 1000 c.c. di emagel; si somministrava ossigeno a 7 l/min ma senza benefici per cui, alle 15.45, si chiamava il rianimatore;

– che alle 16.00 la sig.ra De. andava in arresto cardiorespiratorio per cui si iniziava la rianimazione cardiopolmonare e si sollecitava l’arrivo del rianimatore che giungeva alle 16.02; la paziente veniva quindi intubata, si avviava la ventilazione meccanica, si infondevano 1000 c.c. di liquidi, sempre dal CVC femorale sinistro non funzionante, e si somministrava adrenalina con ripresa del polso centrale; un’emogasanalisi dimostrava Hb pari a 4,4 g/dl per cui si richiedevano 6 unità di sangue;

– subentrava un nuovo arresto cardiorespiratorio ripreso con la somministrazione di adrenalina; si rilevava inoltre addome sempre più globoso, fino ad essere teso; si contattava il chirurgo e si posizionava un nuovo catetere in vena femorale destra attraverso il quale si infondevano 250 c.c. di liquidi e la paziente era stabilizzata (PA 100/50 mmHg, FC 110 bpm, SpO2 100%); alle 17.00 arrivavano le sacche di emazie richieste e si eseguiva una TAC dell’addome che dimostrava la presenza di un “grosso ematoma retroperitoneale con probabile interruzione dell’iliaca comune di sn”;

– che alle 17.50 la sig.ra De. veniva nuovamente condotta in sala operatoria per essere sottoposta ad intervento chirurgico di raffia della vena iliaca di sinistra che si concludeva alle 20.30; poi, per la persistente perdita di sangue dai drenaggi, alle 2.00 del 28/11 la paziente veniva rioperata e sottoposta a laparotomia esplorativa che evidenziava un’emorragia a nappo; alle 3.30, in uscita dalla sala operatoria, trasferita nel reparto di Rianimazione per la necessaria assistenza ventilatoria dello post-shock emorragico;

– dal 3.01.2013 la signora De. era stata di nuovo trasferita presso il reparto di Nefrologia con la diagnosi di “coma post-anossico da arresto cardiaco per shock emorragico, intervento di raffia della vena iliaca sinistra per sospetta lesione da inserimento catetere da dialisi”, ove restava degente sino al decesso sopravvenuto in data 19.0.2013 in seguito a progressivo e graduale scadimento delle condizioni generali.

Fatte queste premesse, tutti gli attori hanno quindi chiesto che, accertata la responsabilità dei sanitari nei trattamenti somministrati alla signora De., venissero loro liquidati: i danni patrimoniali per le spese sostenute nel corso dell’ATP svoltosi prima della presente causa; il danno non patrimoniale biologico permanente e/o temporaneo e/o da perdita di chance di sopravvivenza nonché il danno per la sofferenza patita da Vittoria De. e spettante agli eredi iure hereditario; il danno non patrimoniale iure proprio per la perdita della congiunta e, infine, il danno non patrimoniale da lesione del diritto all’autodeterminazione spettante agli eredi iure hereditario.

Si è costituita in giudizio l’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is. chiedendo il rigetto di ogni domanda proposta dagli attori, ritenendo le stesse infondate e comunque prive di idonea allegazione oltreché di prova.

La causa é stata istruita mediante acquisizione del fascicolo relativo al procedimento di accertamento tecnico preventivo tenutosi avanti al Tribunale di Gorizia iscritto al n. R.G. 781/2014, avente ad oggetto l’accertamento del “nesso di causalità fra le cure prestate a De.Vi. e il decesso della stessa, avvenuto in data 20.03.2013; in particolare se vi è stata negligenza, imprudenza, imperizia da parte dei sanitari dell’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Is., Presidio Ospedaliero di Gorizia, nell’eseguire gli interventi e prestare le cure sanitarie di cui in narrativa”. Tutte le prove orali sono invece state rigettate dal precedente giudice istruttore – con provvedimento che qui si condivide e si richiama integralmente – in considerazione della tardività delle allegazioni di fatto svolte solo con la memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c.

Le parti hanno quindi precisato le conclusioni come in epigrafe indicate avanti al giudice da ultimo designato, la quale, previa assegnazione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c., ha trattenuto la causa in decisione.

  1. Nel merito

2.1. Va innanzi tutto premesso che i fatti relativi al decorso degli eventi che si sono poi conclusi con il decesso di Vi.De. possono ritenersi acquisiti in giudizio: la convenuta non ha infatti contestato la ricostruzione fattuale dedotta dagli attori (avendo solo contestato che il decesso sia avvenuto a causa dell’operato dei sanitari e avendo

comunque sottolineato la mancanza della prova del danno subito dai congiunti della paziente ad ogni titolo) e comunque essa risulta dall’esame delle cartelle cliniche depositate in atti, così come anche ricostruite dal CTU, dott. Ra.Ba., nominato in occasione del procedimento di ATP sub R.G. 781/2014 Tribunale Gorizia.

Tali fatti, già riportati in premessa, possono quindi intendersi qui riportati integralmente richiamati.

2.2. Ciò posto in fatto, giova precisare che possono essere applicati al caso di specie i principi giurisprudenziali consolidati al momento della verificazione dell’evento dannoso oggetto del presente giudizio.

Giova quindi rilevare in diritto che, in tema di responsabilità della struttura sanitaria secondo l’insegnamento consolidato della giurisprudenza, avallato dalle Sezioni Unite della Cassazione (Cass. n. 9556/2002 e Cass. n. 577/2008), il rapporto che lega la struttura sanitaria (pubblica o privata) al paziente trova propria fonte in un contratto obbligatorio atipico (cd. contratto di “spedalità” o di “assistenza sanitaria”) che si perfeziona anche sulla base di fatti concludenti – con la sola accettazione del malato presso la struttura (Cass. n. 8826/2007) – e che ha ad oggetto l’obbligo della struttura di adempiere sia a prestazioni principali di carattere strettamente sanitario sia a prestazioni secondarie ed accessorie (fra cui prestare assistenza al malato, fornire vitto e alloggio in caso di ricovero ecc.).

Ne deriva che la responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria, per l’inadempimento e/o per l’inesatto adempimento delle prestazioni dovute in base al contratto di spedalità, va inquadrata nella responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. e nessun rilievo a tal fine assume il fatto che la struttura (sia essa un ente pubblico o un soggetto di diritto privato) per adempiere le sue prestazioni si avvalga dell’opera di suoi dipendenti o di suoi collaboratori esterni – esercenti professioni sanitarie e personale ausiliario – e che la condotta dannosa sia materialmente tenuta da uno di questi soggetti. Infatti, a norma dell’art. 1228 c.c., il debitore che per adempiere si avvale dell’opera di terzi risponde anche dei fatti dolosi o colposi di costoro.

La responsabilità risarcitoria della struttura sanitaria come responsabilità da inadempimento ex art. 1218 c.c. non muterebbe natura qualora si volesse invece ritenere che per le strutture (pubbliche o private convenzionate) inserite nel S.S.N. l’obbligo di adempiere le prestazioni di cura e di assistenza derivi direttamente dalla legge istitutiva del Servizio Sanitario (L. n. 833 del 1978), come pure da taluni sostenuto. Anche secondo tale impostazione, infatti, la responsabilità andrebbe comunque ricondotta alla disciplina dell’art 1218 c.c., al pari di ogni responsabilità che scaturisce dall’inadempimento di obbligazioni derivanti da “altro atto o fatto idoneo a produrle in conformità dell’ordinamento” (art. 1173 c.c.).

2.3. In considerazione di tale principi, la valutazione della condotta attribuibile all’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is.” va eseguita alla luce delle indicazioni del consulente tecnico d’ufficio, dott. Ra.Ba., indicazioni che risultano espresse sulla base di un serio approfondimento della materia e del caso specifico e prive di vizi logici. Da tali valutazioni e conclusioni il Tribunale non ha ragione di discostarsi.

Il CTU, infatti, ha innanzi tutto premesso che “la paziente era affetta da patologie plurime, nel complesso ben compensate, e si trovava in discrete condizioni generali, con piena autonomia.

La patologia più importante era rappresentata da una insufficienza renale cronica, bisognosa di trattamento dialitico.

A tale scopo era stata instaurata una emodialisi peritoneale, a mezzo di un cateterismo a livello addominale.

Il metodo però era stato complicato da ripetuti episodi peritonitici, dominati con una terapia antibiotica specifica.

L’ultimo episodio era del novembre 2012 e richiedeva il ricovero ospedaliero, finalizzato sia al trattamento della complicanza, sia alla rimozione del catetere periombelicale, perché fonte di ripetute infezioni e perché motivo di dolore, divenuto molto intenso quando il 22/11/12, in corso di degenza, si doveva toglierlo in presenza di un aggravamento del quadro di infezione peritoneale (leucociti in aumento).

La rimozione, come descritto in cartella clinica, era agevole, e non comportava particolari problemi.

Tolto il catetere addominale era comunque ovviamente necessario proseguire la dialisi; per questo si procedeva in data 24/11/12 al posizionamento di un catetere venoso alla vena femorale sinistra. La patologia più importante era rappresentata da una insufficienza renale cronica, bisognosa di trattamento dialitico.

A tale scopo era stata instaurata una emodialisi peritoneale, a mezzo di un cateterismo a livello addominale.

Il metodo però era stato complicato da ripetuti episodi peritonitici, dominati con una terapia antibiotica specifica.

L’ultimo episodio era del novembre 2012 e richiedeva il ricovero ospedaliero, finalizzato sia al trattamento della complicanza, sia alla rimozione del catetere periombelicale, perché fonte di ripetute infezioni e perché motivo di dolore, divenuto molto intenso quando il 22/11/12, in corso di degenza, si doveva toglierlo in presenza di un aggravamento del quadro di infezione peritoneale (leucociti in aumento).

La rimozione, come descritto in cartella clinica, era agevole, e non comportava particolari problemi.

Tolto il catetere addominale era comunque ovviamente necessario proseguire la dialisi; per questo si procedeva in data 24/11/12 al posizionamento di un catetere venoso alla vena femorale sinistra”.

Fatte queste premesse ed esaminati tutti i trattamenti somministrati dai sanitari, il CTU ha rilevato una loro responsabilità nei seguenti elementi:

– “la cateterizzazione della vena femorale si complicava con una lesione della vena iliaca;

– la lesione, necessariamente jatrogena, derivava da un malposizionamento del catetere, idoneo nel causarla;

– in via contestuale alla cateterizzazione, e dopo la cateterizzazione, non si procedeva ai doverosi controlli ecografici di verifica;

– la sintomatologia clinica presentata dalla paziente il 27/11/12, prima del manifestarsi dell’anemia acutissima e dell’arresto cardiaco, era suggestiva per una anemia incipiente, e doveva indurre all’esecuzione di un emocromo urgente, con prevedibile esito dell’esame che avrebbe consentito di porre in atto efficaci misure preventive;

– nella fase di assistenza rianimatoria iniziale si infondevano farmaci attraverso il catetere venoso già non funzionante, cosa che in parte vanificava l’effetto terapeutico”.

Il dott. Ba. ha quindi concluso per la sussistenza del “nesso di causalità tra le cure sanitarie prestate a De. Vittoria e il decesso della stessa avvenuto in data 20/3/13;

– ai fini della causazione del decesso si ravvisano profili di responsabilità, nei termini specificati nell’elaborato, relativamente all’operato dei sanitari della ASS 2 Is.”.

2.4. Avuto riguardo alle conclusioni del ctu non appare convincente la prospettazione della difesa di parte convenuta sulla tempestività della diagnosi di peritonite con tempestiva rimozione del catetere femorale, che sarebbe stato correttamente posizionato e sulla imprevedibilità della complicazione costituita dall’evento emorragico.

Il CTU ha, infatti, ben chiarito che non è mai stata posta in dubbio la tempestività della diagnosi di peritonite e della rimozione del catetere peritoneale ma che, ai fini delle responsabilità, rileva “il posizionamento del catetere femorale, non assistito da un contestuale e successivo controllo strumentale ecografico, e laddove la lesione venosa, causativa del problema emorragico, solo poteva derivare da un malfunzionamento dello stesso catetere, indicativo di una procedura non corretta”. Ha inoltre chiarito che “il cateterismo venoso centrale è rappresentato da un accesso venoso temporaneo ottenuto con l’incannulamento di un vaso venoso centrale, come mezzo atto a garantire l’emodialisi; è indicato nei pazienti con insufficienza renale cronica non altrimenti dializzati o dializzabili, anche quando affetti da peritoniti.

L’incannulamento venoso centrale può essere fatto a livello femorale, a livello della succlavia, a livello della giugulare interna.

La procedura, pur ottimizzata, presenta rilevanti rischi per la possibilità di complicanze immediate o precoci, oppure tardive.

Le complicanze immediate o precoci sono di solito secondarie alla procedura di inserzione.

A livello femorale prevedono: la puntura dell’arteria femorale, l’ematoma, gli pseudoaneurismi, la fistola artero – venosa, la perforazione della vena iliaca con ematoma retroperitoneale, la perforazione di un viscere.

Le complicanze tardive prevedono l’infezione, la trombosi del vaso, il malfunzionamento.

La procedura di incannulamento, con lo scopo di evitare complicanze, in particolare quelle immediate – precoci, deve essere eseguita sotto controllo ecografico”. A seguito di tali premesse, il CTU ha quindi rilevato nel caso di specie che, in presenza della sintomatologia manifestata dalla signora De. e con riferimento all’evento emorragico, che doveva “far preoccupare, e anche parecchio, la dispnea da piccoli sforzi annotata il 27/11, anche perché associata ad un’astenia profonda, nell’ambito di segni possibilmente indicativi di una anemizzazione incipiente in atto, cosa che in effetti era; per tali sintomi sarebbe stata indicata l’esecuzione di un emocromo urgente che, con probabilità elevata, avrebbe dimostrato una anemizzazione”.

Deve quindi concludersi che la condotta negligente ed imprudente dei sanitari ha condotto al decesso di Vi.De.

Va dunque affermata la responsabilità del l’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is.” obbligata inadempiente alle obbligazioni di “assistenza sanitaria” – che inglobano oltre alla prestazione principale medica, anche una serie di obblighi c.d. di protezione ed accessori (Cass. 577/08) – direttamente riferibili all’ente.

Così accertata la responsabilità contrattuale dei convenuti, occorre valutare le richieste risarcitorie di attori.

2.4. Sul danno patrimoniale

Non può essere riconosciuto agli attori il danno patrimoniale dagli stessi richiesto, non essendo stata fornita prova documentale dell’effettivo pagamento da parte loro delle somme richieste in atto di citazione e nei successivi atti. I richiedenti hanno infatti chiesto di essere rifusi delle spese sostenute per il procedimento di ATP, ma si sono limitati a depositare – nei termini – due preavvisi di fattura (rispettivamente emessi dall’avv. Ca. e dal dott. Ga.) senza quindi dimostrare di aver effettivamente versato ai professionisti gli importi a loro dovuti.

2.5. Sul danno iure hereditatis

Non può essere riconosciuto agli attori nemmeno il danno iure hereditatis richiesto dagli stessi quale perdita di chance di sopravvivenza di Vi.De. e quale sofferenza patita nel periodo precedente al decesso dalla stessa.

Con riferimento al primo aspetto, giova infatti rilevare che, come è noto, la chance (che costituisce nel nostro ordinamento una figura di danno introdotta solo di recente e comunque per elaborazione giurisprudenziale) può essere definita come l’occasione favorevole di conseguire un risultato vantaggioso, sotto il profilo dell’incremento di un’utilità o della sua mancata diminuzione; come tale deve essere distinta dalla mera aspettativa di fatto (Cass. 4404/2004).

Su questo tema, si sono sviluppate differenti teorie tese ad individuare la natura del danno da perdita di chance nonché i parametri per la sua risarcibilità.

Secondo la tesi cd. ontologica, la chance deve intendersi riferita ad un danno emergente comunque attuale e concreto, trattandosi di bene suscettibile di valutazione patrimoniale in sé e per sé: viene così risarcita la perdita della mera opportunità, possibilità ed anche solo speranza, di conseguire un’utilità, con la conseguenza che la probabilità di verificazione dell’utilità incide solo sul quantum risarcitorio, non sull’an (Cass. Sez. Un. n. 1850/2009, Cass. n. 23846/2008 est. Frasca, Cass. n. 17167/2007, Cass. n. 12243/2007, Cass. n. 15522/2006, Cass. n. 1752/2005, Cass. n. 4400/2004 est. Segreto, Cass. n. 18945/2003, Cass. n. 11322/2003). Così ritenendo, ne consegue che la qualificazione della chance come danno emergente comporta la divaricazione dal nesso causale: la prova della chance non attiene più al nesso eziologico tra condotta ed evento, ma riguarda la consistenza percentuale di un bene già presente nel patrimonio del soggetto. Quindi, la perdita di chance opera sul danno e non sul nesso causale, che va accertato nella sua interezza: va prima accertato il nesso causale tra lesione e perdita di opportunità favorevole, poi la ragionevole probabilità della verificazione del danno inteso come perdita chance.

Tale tesi ha tuttavia suscitato alcune perplessità, atteso che da un lato si ammette la risarcibilità di un danno il cui nesso causale rispetto alla condotta non è certo e dall’altro si considera un bene suscettibile di valutazione economica ciò che non ha utilità in sé.

È stata pertanto proposta la tesi cd. eziologica, secondo la quale la chance va considerata in termini di lucro cessante: essa può ritenersi risarcibile solo se, attraverso una valutazione con prognosi postuma, si possa accertare che vi fosse una “ragionevole probabilità di verificarsi” dell’occasione perduta (in questi termini, Cass. n. 11548/2013, Cass. n. 4793/2013, Cass. n. 11609/2011, Cass. n. 20351/2010, Cass. n. 11353/2010, Cass. n. 1767/2009, Cass. n. 4052/2009, Cass. n. 10111/2008, Cass. n. 23304/2007, Cass. n. 17940/2003, Cass. n. 9598/1998). Tale tesi si fonda sull’idea che la chance non costituisce una utilità in sé – ed infatti non si può cedere, donare o vendere – ma costituisce un utile solo in quanto realizzata: sostenere che essa costituisce un bene autonomo, vorrebbe dire creare un bene che per il diritto rileva solo se leso.

Quindi, la perdita di chance non costituisce la perdita di un bene patrimoniale, ma soltanto l’annullamento di un presupposto necessario per il conseguimento del bene sperato ed il danno si identifica con il quantum lucrari potui; la chance è allora un criterio di verifica della sussistenza del legame eziologico tra la condotta impeditiva e la verificazione del danno patito inteso quale perdita del risultato finale, ed assurge quindi a strumento per dimostrare in modo meno rigoroso il nesso causale.

Poiché anche tale tesi ha lasciato spazio ad alcune perplessità, nella giurisprudenza di merito, è stata poi avanzata una tesi per così dire intermedia che vede come lucro cessante il danno futuro derivante dalla definitiva perdita, a causa del comportamento altrui, del bene ultimo avuto di mira; e vede invece come danno emergente la chance in senso stretto, cioè la lesione della possibilità di raggiungere il risultato sperato (Trib. Reggio Emilia 23.02.2014).

Secondo tale tesi, alla quale questo giudice intende aderire, sussiste “un doppio binario causale, come è stato acutamente osservato, “due dimensioni di analisi del rapporto causale rilevanti ai fini civilistici: la causalità civile ordinaria, attestata sul versante del “più probabile che non”, che ha per oggetto il danno per la perdita del bene leso; e la causalità da perdita di chance, attestata sul versante della mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato, da intendersi come sacrificio della possibilità di conseguirlo” (Cass. n. 21619/2007, est. Travaglino, che completa il percorso logico iniziato da Cass. n. 4440/2004. Di mera possibilità parla anche Cass. n. 11609/2011): nel primo caso, il risarcimento è integrale con riferimento al bene leso, nel secondo caso è parametrato percentualmente sulla chance persa.

In sintesi, i due aspetti della perdita del bene futuro e della perdita di chance, riguardano due beni giuridici diversi, in relazione a ciascuno dei quali va accertato il nesso causale. Pertanto, occorre verificare il nesso causale tra il fatto e l’evento della perdita del bene futuro inteso come lucro cessante; o il nesso causale tra il fatto e l’evento della perdita di chance (non semplice illusione od aspirazione velleitaria!) come danno emergente”.

Tale tesi trova poi conforto anche in alcune pronunce della Corte di Cassazione, che, in materia di responsabilità medica, ha distinto la domanda di risarcimento per diminuzione della speranza di sopravvivenza dalla domanda di risarcimento per morte (Cass. n. 4400/2004, nonché Cass. n. 23846/2008 circa la ritardata diagnosi comportante la lesione di chance di vivere quantitativamente più a lungo o qualitativamente meglio, nonché di decidere “che fare” nel poco tempo che rimane da vivere. In questi termini anche Cass. n. 21245/2012).

Orbene nel caso di specie nulla è stato allegato dalla parte attrice in relazione al danno da perdita di chance; a ben vedere, anzi, nemmeno risulta chiaro in che termini gli attori abbiano inteso proporre la domanda, essendosi limitati gli stessi a dedurre in atto di citazione la debenza di tale risarcimento (si sottolinea sul punto che le richieste degli attori sono basate sulle – sole – prime quattro righe del punto B a pagina 14 della citazione) e a richiedere (solo con la seconda memoria ex art. 183 comma 6 c.p.c.) una valutazione tecnica sul punto senza però indicare alcun elemento di fatto – né in atti né con una eventuale perizia di parte – che avrebbe reso ammissibile (perché non esplorativa) una CTU sul punto.

Con riferimento al secondo profilo di danno iure hereditatis richiesto, va rilevato che, anche in questo caso, le allegazioni della parte attrice sul punto non consentono di comprendere con certezza a che titolo la domanda viene proposta; volendo interpretare e qualificare la domanda come richiesta una richiesta di risarcimento del danno biologico catastrofale è orientamento ormai fermo della giurisprudenza quello teso a ritenere che “il giudice potrà invece correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, che sia rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine” (Cass. SS.UU., n. 26972/2008); “In caso di morte della vittima a poche ore di distanza dal verificarsi di un sinistro il risarcimento del danno catastrofale – ossia del danno conseguente alla sofferenza patita dalla persona che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita – può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo a condizione che sia entrato a far parte del patrimonio della vittima al momento della morte. Pertanto, in assenza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e la morte, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico, a favore del soggetto che è morto, essendo inconcepibile l’acquisizione in capo a lui di un diritto di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte” (Cass. 1871/2013).

Nel caso di specie, non vi è alcuna prova (né, invero, alcuna allegazione) del fatto che la signora De. sia stata effettivamente cosciente dell’aggravarsi delle proprie condizioni e quanto sia durato il lasso intercorrente fra la presa di coscienza ed il decesso e non è quindi possibile comprendere se la stessa abbia avuto consapevolezza o meno della sua fine imminente.

2.6. Sul danno iure proprio

Quanto al danno richiesto iure proprio da tutti gli attori va ricordato in diritto che il nostro ordinamento, da tempo, riconosce ai soggetti legati alla vittima deceduta da uno stretto vincolo parentale il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. derivante dalla perdita del congiunta, in quanto lesione dello specifico interesse – di rilievo costituzionale – alla intangibilità della sfera degli affetti e della reciproca solidarietà nell’ambito della famiglia. In proposito giova rilevare quanto sottolineato dalla Suprema Corte che, con riferimento al danno da perdita del rapporto parentale, ha affermato che “il riconoscimento dei “diritti della famiglia” (art. 29, primo comma, Cost.) va inteso non già, restrittivamente, come tutela delle estrinsecazioni della persona nell’ambito esclusivo di quel nucleo, con una proiezione di carattere meramente interno, ma nel più ampio senso di modalità di realizzazione della vita stessa dell’individuo alla stregua dei valori e dei sentimenti che il rapporto personale ispira, generando bensì bisogni e doveri, ma dando anche luogo a gratificazioni, supporti, affrancazioni e significati” (Cass. 8827/03).

La liquidazione dei danni, sia relativamente all’an che al quantum (da effettuarsi quest’ultima necessariamente con criteri equitativi) va però differenziata e valutata in relazione ai diversi soggetti in giudizio, in considerazione delle diverse relazioni tra gli stessi e Vittoria De., nonché in considerazione degli elementi di prova forniti dagli stessi nella presente causa.

La.Pe. era figlia della signora De.. Dalla lettura combinata del certificato di stato di famiglia prodotto sub doc. 10 e della mappa depositata sub doc. 18 dagli attoriammissibile in quanto depositato entro i termini istruttori – si ricava che La.Pe. risiede a Do. del Lago – Frazione Ma. (ove pacificamente viveva anche la signora De.) da lungo tempo e viveva a brevissima distanza dall’abitazione della madre, risultando le rispettive abitazioni separate fondamentalmente da una porzione di terreno.

Lo strettissimo vincolo parentale fra madre e figlia e la vicinanza fisica che ha per lungo tempo caratterizzato i luoghi di rispettiva abitazione sono elementi forti che consentono di ritenere presuntivamente sussistente il danno subito dalla signora Pe. per la perdita della propria madre.

Per ciò che riguarda la quantificazione, va però rilevato che la richiedente, fino alla memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c., nulla ha allegato circa le abitudini di vita e il tipo di legame che univa le due donne concretamente. Ciò comporta che, tenuto anche conto dell’età della vittima al momento del decesso (76 anni) non possa che essere liquidato il minimo previsto dalle tabelle di Milano, così come aggiornate nel 2018, non essendo stati forniti al Tribunale, in termini utili per la completa garanzia del contraddittorio, sufficienti elementi per meglio personalizzare la quantificazione del danno richiesto.

Tutto ciò considerato si ritiene equo liquidare in favore di La.Pe. la somma di Euro 165.960,00 a titolo di danno non patrimoniale.

Anche Mi.Pe. era figlia di Vittoria De.. Dal certificato storico di famiglia depositato sub doc. 7 da parte attrice risulta che la stessa ha abitato a Do. del Lago fino al 2012, per emigrare a Savogna d’Isonzo e in particolare a San Michele del Carso (dove l’attuale marito, En.To., abitava sin dal 20.12.2010) a partire dal 28.03.2012.

Lo strettissimo vincolo parentale fra madre e figlia e il fatto che la figlia abbia abitato a Ma. fino al 2012 (dunque poco meno di un anno prima che la madre decedesse) e comunque la vicinanza fra le due frazioni nelle quali entrambe abitavano (è fatto notorio che entrambi i luoghi si trovino in provincia di Go.) sono elementi forti che consentono di ritenere presuntivamente sussistente il danno subito dalla signora Pe. per la perdita della propria madre.

Per ciò che riguarda la quantificazione, va però rilevato che la richiedente, fino alla memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c., nulla ha allegato circa le abitudini di vita e il legame che univa le due donne concretamente. Ciò comporta che non possa che essere liquidato il minimo previsto dalle tabelle di Milano, così come aggiornate nel 2018, non essendo stati forniti al Tribunale, in termini utili per la completa garanzia del contraddittorio, sufficienti elementi per meglio personalizzare la quantificazione del danno richiesto.

Tutto ciò considerato si ritiene equo liquidare in favore di Mi.Pe. la somma di Euro 165.960,00 a titolo di danno non patrimoniale.

Ni.Tr. era nipote di Vi.De. Dall’esame del certificato storico della famiglia di Mi.Pe. (sua madre) risulta che lo stesso è ancora residente nella frazione di Ma., in via (…) e, quindi, al medesimo indirizzo della nonna.

Lo stretto vincolo parentale che legava il signor Tr. e la signora De. nonché la situazione di convivenza che ancora esisteva quando la seconda è deceduta fanno presumere che il primo abbia subito, a seguito della perdita della nonna convivente, una lesione alla sfera affettiva che può essere risarcita.

Per ciò che riguarda la quantificazione, va però rilevato che la richiedente, fino alla memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c., nulla ha allegato circa le abitudini di vita e il legame che univa le due donne concretamente. Ciò comporta che non possa che essere liquidato il minimo previsto dalle tabelle di Milano per la (contraria) perdita, così come aggiornate nel 2018, non essendo stati forniti a questo Tribunale, in termini utili per la completa garanzia del contraddittorio, sufficienti elementi per meglio personalizzare la quantificazione del danno richiesto.

Tutto ciò considerato si ritiene equo liquidare in favore di Ni.Tr. la somma di Euro 24.000,00 a titolo di danno non patrimoniale.

Sulle somme sopra indicate, va, altresì, riconosciuto il danno derivante dal mancato tempestivo godimento dell’equivalente pecuniario che, in difetto di diversi elementi probatori, si ritiene di compensare adottando quale parametro quello degli interessi legali da calcolarsi, secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite della Suprema Corte (n.1712/95), sulla somma via via rivalutata dalla produzione dell’evento di danno sino a oggi, tempo della liquidazione. Così, tenuto conto di questo criterio, – previa devalutazione alla data del fatto della somma espressa in moneta attuale – vanno aggiunti alla somma via via rivalutata annualmente gli interessi compensativi nella misura legale dall’evento fino alla data odierna. Da oggi, giorno della liquidazione, all’effettivo saldo decorrono gli interessi legali sulla somma sopra liquidata complessivamente.

Con riferimento alle posizioni di tutti gli altri attori, invece, la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale per la perdita della congiunta non può essere accolta, atteso che gli stessi nulla hanno provato né – invero – tempestivamente allegato in relazione al concreto ed effettivo rapporto che sussisteva fra loro e la defunta signora De. e dunque al concreto ed effettivo danno subito dai richiedenti a seguito del decesso della signora. Come infatti già rilevato dal precedente giudice istruttore le circostanze dedotte nei capitoli di prova articolati nella memoria ex art. 183 comma 6 n. 2 c.p.c. debbono considerarsi tutte nuove e tardivamente dedotte, in considerazione del fatto che “in tema di procedimento civile, l’allegazione dei fatti costitutivi della domanda deve avvenire entro il termine stabilito, per le preclusioni assertive, dall’art. 183, comma VI, n. 1 c.p.c., entro il quale le parti devono definire il thema decidendum ed entro il quale, in particolare, l’attore deve allegare, in modo esauriente e definitivo, gli elementi costitutivi del diritto azionato che intende sottoporre a prova” (si veda in tal senso anche App. Milano Sez. III, 13/01/2016).

2.7. Il danno al diritto di autodeterminazione del paziente

Gli attori, infine, hanno dedotto un ulteriore profilo di danno, da risarcirsi iure hereditatis, che riguarderebbe la lesione del diritto all’autodeterminazione in difetto di un consenso adeguatamente informato, affermandosi che la congiunta non era stata previamente portata a conoscenza della situazione di rischio proprie dell’intervento.

Giova ricordare che il medico – chirurgo viene meno all’obbligo a suo carico in ordine all’ottenimento del cosiddetto consenso quando non fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, le informazioni scientificamente possibili sull’intervento chirurgico che intende eseguire e sui possibili rischi dell’intervento stesso. Informazione che, appunto, deve essere valutata in termini di concreta esigibilità e adeguatezza in rapporto alle implicazioni specialistiche, sia diagnostiche che terapeutiche, da riferirsi al paziente. Consenso che non può essere “presunto”; anzi vi è uno specifico onere probatorio a carico del medico di fornire la prova dell’adempimento dell’obbligo informativo. Onere che nella specie è stato assolto, là dove si consideri che gli stessi attori fanno riferimento al modulo del consenso quando parlano della necessità di un controllo ecografico a seguito dell’intervento di inserimento del CVC e comunque si consideri il contenuto della descrizione delle implicazioni dell’intervento contenute nel modulo di assenso sottoscritto dal paziente, così come risultante dalla cartella clinica. Il rilievo probatorio è poi corroborato dal contesto in cui si è inserito l’intervento, che consente di presumere una informazione adeguata. Infatti si tratta di intervento che consegue ad una lunga serie di contatti e trattamenti per effettuazione di analisi, esami personali dipendenti da una situazione di malattia pregressa, tutti nell’ambito del rapporto sanitario con l’Azienda convenuta (ciò risulta sempre dalle cartelle cliniche). Quindi, necessariamente, la sottoscrizione del modulo di consenso, con quel contenuto, non si pone certo quale atto estemporaneo e accettato inconsapevolmente dal paziente, ma è attestativo di un prolungato rapporto paziente – struttura sanitaria, che rende implausibile la non conoscenza della tipologia di intervento ovvero l’implicazione e i rischi connessi.

Pertanto, la domanda deve essere respinta.

2.8. Per tutti i motivi sopra esposti, le domande degli attori possono ritenersi fondate nei soli limiti sopra indicati e dunque solo relativamente al risarcimento del danno richiesto dalle figlie della signora De. e dal nipote Ni.Tr. essendo tutte le altre domande rimaste prive di sufficienti riscontri probatori o, ancora prima, di adeguate e tempestive allegazioni.

  1. Sulle spese

Le spese seguono la soccombenza. In conseguenza dell’accoglimento di una minima parte delle domande avanzate dalla parte attrice si ritiene opportuno condannare la convenuta alla rifusione di un quarto delle spese di giudizio, che vengono liquidate – per l’intero – in dispositivo, con applicazione dei parametri previsti dal D.M. 55/2014 per lo scaglione di riferimento sulla base del danno effettivamente liquidato e in particolare con applicazione dei parametri medi per la fase di studio, introduttiva e decisionale e applicazione dei parametri minimi per la fase istruttoria (essendosi questa limitata al deposito delle memorie e dei documenti, nonché all’acquisizione del fascicolo d’ufficio relativo all’ATP).

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando sulle conclusioni assunte dalle parti nella controversia civile di primo grado iscritta al n. R.G. 277/2016, ogni diversa domanda, eccezione, deduzione, istanza anche istruttoria, disattesa così statuisce:

  1. ritenuta la responsabilità medico – sanitaria della convenuta,

CONDANNA l’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is.” al risarcimento dei danni sofferti da La.Pe. e Miriam, liquidati per ciascuna in Euro 165.960,00 e da Ni.Tr., liquidati in Euro 24.000,00, oltre gli interessi compensativi nella misura legale sulla somma via via rivalutata annualmente dal 19 marzo 2013 alla data della sentenza e gli interessi legali dalla sentenza al saldo;

  1. CONDANNA l’Azienda per i Servizi Sanitari n. 2 “Bassa Friulana – Is.” a rifondere in favore degli attori un quarto delle spese del presente giudizio, che liquida – per l’intero – in Euro 18.413,00 per compensi, oltre al 15% per spese generali, IVA e CPA come per legge.

Così deciso in Gorizia il 18 luglio 2018.

Depositata in Cancelleria il 20 luglio 2018.

diritto penale e la difesa di cause legali difficili,Cassazione, appello, tribunale  trattiamo in particolare i Correlati Alla Droga Trasporto Di Stupefacenti Contrabbando E Traffico Di Droga Omicidio Contrabbando Crimini Violenti Mandato Di Arresto Europeo Aborto Giudiziario Riciclaggio Di Denaro Estradizione E Diritto Internazionale Frode Fraudolenta – Colletti Bianchi Omicidio E Omicidio Colposo Reati Sessuali Ordini Restrittivi E Arresto Sequestro E Confisca Traffico Di Droga Contrabbando E Spaccio Di Droga Appropriazione Indebita Evasione Delle Tasse Malpractice Professionale Terrorismo Rapimento Crimini Dei Colletti BianchiAbuso Sui Minori Molestie Sessuali Aggressioni Sessuali Appropriazione Indebita Omicidio Minacce Violazione Dell’autorità Reati Contro La Sicurezza Stradale Falsa Accusa Frode Truffe Rapimento Falsificazione Di Documenti Omicidio Stupro Incendio Doloso Diffamazione E Calunnia Pornografia Infantile Rapina E Furto Possesso Di Armi Tortura Rapimento Traffico Di Droga Difesa Penale E Processo Privato Accuse Penali E Reclami Reati E Processi Giudiziari Violazione Di Marchi E Brevetti Violazione Divulgazione Di Segreti Aziendali Pubblicità Fraudolenta Frode Da Parte Degli Investitori Falsa Fatturazione Abusi Da Parte Di Insider Trading Reati Societari Riciclaggio Di Beni E Denaro Frode Fiscale E Appropriazione Indebita Frode

inquinamento atmosferico – Attività di lavorazione pelli – Impianto con emissioni in atmosfera – Macchinario per lo spruzzo – Autorizzazioni distinte per ogni singolo macchinario – Esclusione – Artt. 183, 256, 269, 272, 279, Dlgs 152/2006 Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|9 novembre 2018| n. 51033 Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|9 novembre 2018| n. 51033

Inquinamento atmosferico – Attività di lavorazione pelli – Impianto con emissioni in atmosfera – Macchinario per lo spruzzo – Autorizzazioni distinte per ogni singolo macchinario – Esclusione – Artt. 183, 256, 269, 272, 279, Dlgs 152/2006 Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|9 novembre 2018| n. 51033 Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|9 novembre 2018| n. 51033

In tema di inquinamento atmosferico, l’autorizzazione è rilasciata con riferimento allo stabilimento. I singoli impianti e le singole attività presenti nello stabilimento non sono oggetto di distinte autorizzazioni.” Dal dettato normativo, ex art. 269 d.lgs. n. 152 del 2006, si evince che l’autorizzazione sia rilasciata “con riferimento allo stabilimento” e non già al singolo macchinario. Come poi emerge dall’incipt, la norma fa salvo quanto stabilito, tra l’altro, dall’art. 272, comma 1, che così recita: “Non sono sottoposti ad autorizzazione di cui al presente titolo gli stabilimenti in cui sono presenti esclusivamente impianti e attività elencati nella parte I dell’Allegato IV alla parte quinta del presente decreto. L’elenco si riferisce a impianti e ad attività le cui emissioni sono scarsamente rilevanti agli effetti dell’inquinamento atmosferico.” Nella parte I dell’Allegato IV – impianti e attività in deroga della Parte Quinta, che individua gli “impianti ed attività di cui all’articolo 272, comma 1”, alla lett. q) sono indicati i “macchinari a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie”.

Attività di stoccaggio rifiuti senza autorizzazione ed emissioni ambientali senza autorizzazione ex art. 269 dlgs n. 152/2006 – Omessa esame sul tipo d’impianto – Omesso esame sul tipo di rifuto e sel deposito temporaneo – Rinvio

ai sensi della parte quinta del presente decreto. L’autorizzazione e’ rilasciata con riferimento allo stabilimento. I singoli impianti e le singole attivita’ presenti nello stabilimento non sono oggetto di distinte autorizzazioni.” Dal chiaro tenore della norma si evince che l’autorizzazione in esame e’ rilasciata “con riferimento allo stabilimento”, e non gia’ al singolo macchinario. Come poi emerge dall’incipt, la norma fa salvo quanto stabilito, tra l’altro, dall’articolo 272, comma 1, che cosi’ recita: “Non sono sottoposti ad autorizzazione di cui al presente titolo gli stabilimenti in cui sono presenti esclusivamente impianti e attivita’ elencati nella parte 1 dell’Allegato 4 alla parte quinta del presente decreto. L’elenco si riferisce a impianti e ad attivita’ le cui emissioni sono scarsamente rilevanti agli effetti dell’inquinamento atmosferico.” Nella parte 1 dell’Allegato 4 – impianti e attivita’ in deroga della Parte Quinta, che individua gli “impianti ed attivita’ di cui all’articolo 272, comma 1”, alla lettera q) sono indicati i “macchinari a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie”.

Orbene, dalla scarna motivazione del provvedimento impugnato non risulta se lo stabilimento fosse o meno soggetto ad autorizzazione e, in ogni caso, se cosi’ non fosse, il Tribunale non ha valutato se il macchinario per lo spruzzo sia o meno da considerarsi macchinario a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie, in relazione al quale non e’ richiesta l’autorizzazione.

La sentenza deve percio’ essere annullata con rinvio per nuovo esame sul punto.

  1. Il secondo motivo e’, parimenti, fondato.

Invero, secondo quanto risulta dal capo di imputazione, presso l’azienda erano stoccati rifiuti definiti speciali; in assenza di una precisazione in ordine alla loro tipologia, tali rifiuti parrebbero rappresentare lo scarto della lavorazione, cio’ che potrebbe comportare la realizzazione di un “deposito temporaneo”, definito dal Decreto Legislativo n. 52 del 2006, articolo 183, come “il raggruppamento dei rifiuti effettuato, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti”, nel rispetto delle condizioni ivi indicate. Al tal proposito, in giurisprudenza si e’ chiarito che, in tema di gestione illecita dei rifiuti, per luogo di produzione rilevante ai fini della nozione di deposito temporaneo ai sensi del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 183, deve intendersi quello in cui i rifiuti sono prodotti ovvero che si trovi nella disponibilita’ dell’impresa produttrice e nel quale gli stessi sono depositati, purche’ funzionalmente collegato al luogo di produzione e dotato dei necessari presidi di sicurezza (Sez. 7, n. 17333 del 18/03/2016, dep. 27/04/2016, Passarelli, Rv. 266911).

Dalla sentenza impugnata, non e’ dato comprendere la penale rilevanza del fatto, non essendo indicato il tipo di rifiuto, ne’ essendo stata considerata l’ipotesi del “deposito temporaneo” e l’osservanza o meno delle prescrizioni di cui all’indicato articolo 183. Anche in relazione a tale punto, pertanto, la sentenza deve essere annullata con rinvio per nuovo esame.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LAPALORCIA Grazia – Presidente

Dott. ROSI Elisabetta – Consigliere

Dott. LIBERATI Giovanni – Consigliere

Dott. CORBETTA Stefa – rel. Consigliere

Dott. MACRI’ Ubalda – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 17/05/2017 del Tribunale di Avellino;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Stefano Corbetta;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Romano Giulio, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con l’impugnata sentenza, il Tribunale di Avellino condannava (OMISSIS) alla pena di 3.300 euro di ammenda, condizionalmente sospesa, perche’ ritenuto responsabile dei seguenti reati: al Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articoli 269 e 279, comma 1, perche’, nella qualita’ di legale rappresentante della (OMISSIS) srl unipersonale avente ad oggetto attivita’ di lavorazione pelli, esercitava, in assenza di autorizzazione, un impianto con emissioni in atmosfera costituito da macchinario per lo spruzzo (capo 1); Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 256, per aver effettuato, nell’esercizio dell’impresa sopra indicata, attivita’ di stoccaggio di rifiuti speciali in assenza di autorizzazione (capo 2).

  2. Avverso l’indicata sentenza, l’imputato, per il tramite del difensore di fiducia, propone ricorso per cassazione affidato a tre motivi.

2.1. Con il primo motivo si deduce violazione ed erronea applicazione del Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articoli 269 e 279, comma 1 e relativo vizio motivazionale. Oltre a censurare la carenza di motivazione in ordine agli elementi costitutivi del reato e la riconducibilita’ del fatto all’imputato, il ricorrente assume che il Tribunale avrebbe erroneamente ritenuto la sussistenza del reato contestato al capo A), in quanto l’attivita’ di lavorazione delle pelli non necessiterebbe del rilascio di una previa autorizzazione, che, a fortiori, non sarebbe richiesta per l’utilizzo di un singolo macchinario, come si desumerebbe dall’allegato 5/4 alla parte 5 del Decreto Legislativo n. 152 del 2006, che, nella parte 1, lettera q), nel disciplinare le attivita’ in deroga alle autorizzazioni previste dal citato D.Lgs., indica proprio i macchinari di concerie e pelliccerie.

2.2. Con il secondo motivo si eccepisce violazione ed erronea applicazione del Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 256 e relativo vizio motivazionale. Dopo aver censurato la carenza di motivazione, il ricorrente evidenzia come l’attivita’ di stoccaggio non sia ricompresa tra quelle considerate dal Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 256; il fatto, secondo il ricorrente, potrebbe, al piu’, essere ricondotto nell’ipotesi prevista dal Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 183, lettera m), che, pero’, non sarebbe ravvisabile nel caso in esame, non essendovi prova dell’eventuale mancato rispetto delle condizioni ivi indicate.

2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione degli articoli 62 bis, 133 e 131 bis c.p.. Il ricorrente censura la sentenza impugnata, nella parte relativa al trattamento sanzionatorio, stante l’eccessivita’ della pena inflitta e l’assenza di motivazione in ordine alla mancata applicazione dell’articolo 131 bis c.p. e delle circostanze attenuanti generiche.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ fondato in relazione ai primi due motivi, con conseguente assorbimento del terzo.
  2. Il primo motivo e’ fondato.

Il Decreto Legislativo n. 152 del 2006, articolo 269, dispone che: “fatto salvo quanto stabilito dall’articolo 267, commi 2 e 3, dal presente art., comma 10 e dall’articolo 272, commi 1 e 5, per tutti gli stabilimenti che producono emissioni deve essere richiesta una autorizzazione ai sensi della parte quinta del presente decreto. L’autorizzazione e’ rilasciata con riferimento allo stabilimento. I singoli impianti e le singole attivita’ presenti nello stabilimento non sono oggetto di distinte autorizzazioni.” Dal chiaro tenore della norma si evince che l’autorizzazione in esame e’ rilasciata “con riferimento allo stabilimento”, e non gia’ al singolo macchinario. Come poi emerge dall’incipt, la norma fa salvo quanto stabilito, tra l’altro, dall’articolo 272, comma 1, che cosi’ recita: “Non sono sottoposti ad autorizzazione di cui al presente titolo gli stabilimenti in cui sono presenti esclusivamente impianti e attivita’ elencati nella parte 1 dell’Allegato 4 alla parte quinta del presente decreto. L’elenco si riferisce a impianti e ad attivita’ le cui emissioni sono scarsamente rilevanti agli effetti dell’inquinamento atmosferico.” Nella parte 1 dell’Allegato 4 – impianti e attivita’ in deroga della Parte Quinta, che individua gli “impianti ed attivita’ di cui all’articolo 272, comma 1”, alla lettera q) sono indicati i “macchinari a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie”.

Orbene, dalla scarna motivazione del provvedimento impugnato non risulta se lo stabilimento fosse o meno soggetto ad autorizzazione e, in ogni caso, se cosi’ non fosse, il Tribunale non ha valutato se il macchinario per lo spruzzo sia o meno da considerarsi macchinario a ciclo chiuso di concerie e pelliccerie, in relazione al quale non e’ richiesta l’autorizzazione.

La sentenza deve percio’ essere annullata con rinvio per nuovo esame sul punto.

  1. Il secondo motivo e’, parimenti, fondato.

Invero, secondo quanto risulta dal capo di imputazione, presso l’azienda erano stoccati rifiuti definiti speciali; in assenza di una precisazione in ordine alla loro tipologia, tali rifiuti parrebbero rappresentare lo scarto della lavorazione, cio’ che potrebbe comportare la realizzazione di un “deposito temporaneo”, definito dal Decreto Legislativo n. 52 del 2006, articolo 183, come “il raggruppamento dei rifiuti effettuato, prima della raccolta, nel luogo in cui gli stessi sono prodotti”, nel rispetto delle condizioni ivi indicate. Al tal proposito, in giurisprudenza si e’ chiarito che, in tema di gestione illecita dei rifiuti, per luogo di produzione rilevante ai fini della nozione di deposito temporaneo ai sensi del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 183, deve intendersi quello in cui i rifiuti sono prodotti ovvero che si trovi nella disponibilita’ dell’impresa produttrice e nel quale gli stessi sono depositati, purche’ funzionalmente collegato al luogo di produzione e dotato dei necessari presidi di sicurezza (Sez. 7, n. 17333 del 18/03/2016, dep. 27/04/2016, Passarelli, Rv. 266911).

Dalla sentenza impugnata, non e’ dato comprendere la penale rilevanza del fatto, non essendo indicato il tipo di rifiuto, ne’ essendo stata considerata l’ipotesi del “deposito temporaneo” e l’osservanza o meno delle prescrizioni di cui all’indicato articolo 183. Anche in relazione a tale punto, pertanto, la sentenza deve essere annullata con rinvio per nuovo esame.

Va, infine, rilevato che il termine di prescrizione del reato, consumato il (OMISSIS), non risulta ancora decorso, in quanto, tenendo conto di 133 giorni di sospensione (dal 26 giugno 2018 alla data odierna, quale conseguenza dell’adesione del difensore all’astensione dall’attivita’ di udienza proclamata dall’associazione di categoria), che si sommano al termine ordinario di cinque anni, maturera’ in data 6 novembre 2019.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Avellino per nuovo giudizio.

BOLOGNA RISOLVI ORA AVVOCATI DIVORZISTI, AVVOCATI MATRIMONIALISTI, AVVOCATI SEPARAZIONE CONSENSUALE-BOLOGNA Articolo 151  Separazione giudiziale

BOLOGNA RISOLVI ORA AVVOCATI DIVORZISTI, AVVOCATI MATRIMONIALISTI, AVVOCATI SEPARAZIONE CONSENSUALE-BOLOGNA

Separazione legale BOLOGNA. BOLOGNA SEPARAZIONI 

Appena si intende avviare una pratica per la separazione coniugale, è bene tener presente le molteplici implicazioni di carattere personale e patrimoniale che occorre affrontare.

 

 

Il diritto di famiglia disciplina i rapporti familiari in genere, dai rapporti personali tra i coniugi ai rapporti patrimoniali nella famiglia, dalle separazioni al rapporto tra genitori e figli, dal riconoscimento della paternità agli accordi tra conviventi.

 

 

Sciogliere un legame coniugale, un rapporto di convivenza o una unione civile comporta la modifica di tutte le nostre abitudini e dei nostri punti di riferimento abituali.

 

In momenti come questi abbiamo bisogno di una persona competente ed esperta che ci aiuti a interpretare con chiarezza la situazione in cui ci troviamo, che ci spieghi con semplicità i nostri diritti e i nostri doveri ma che sappia anche comprendere le nostre esigenze più personali, sempre presente con tatto e discrezione.

 

 

 

Se la coppia ha figli, occorrerà prevederne il regime di affidamento e la collocazione, regolamentare i rapporti con entrambi i genitori e stabilire l’entità dell’assegno di contributo al mantenimento. Misure che dovranno privilegiare l’interesse dei minori, affinché sui figli non ricada in modo traumatico il peso della separazione.

 

 

Quando un matrimonio finisce il primo passo che attende i due coniugi è quello della separazione, consensuale o giudiziale, secondo che si trovi un accordo o meno tra i coniugi per la spartizione dei beni, l’affidamento dei figli e la corresponsione dell’assegno di mantenimento.

 

Il procedimento della separazione consensuale è molto lineare e non pone di solito problemi quando ci si trova in tribunale, ma la vera difficoltà sta nel raggiungere l’accordo che prelude allo scioglimento del vincolo matrimoniale. Per raggiungere un valido accordo, in presenza di patrimoni e prole, non è possibile fare a meno dell’assistenza di un avvocato divorzista/matrimonialista. 

 

Articolo 151 

Separazione giudiziale

  1. La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.
  2. Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.
  3. La separazione consensuale è l’autorizzazione a vivere separati che ha titolo nell’accordo dei coniugi omologato dal Tribunale.  La separazione consensuale comporta numerosi vantaggi rispetto a una separazione giudiziale in quanto è più veloce e conveniente, comporta minori traumi per i figli e permette alla coppia di predisporre un regolamento di interessi conforme alle loro esigenze, anche avente carattere patrimoniale.La separazione consensuale si fonda sull’accordo dei coniugi su alcuni elementi fondamentali; essi sono, tra gli altri, l’assegnazione della casa coniugale, la quantificazione degli assegni di mantenimento dei coniugi e dei figli, l’affidamento dei figli, la spartizione dei beni comuni tra i coniugi.

    L’accordo di separazione non ha alcun effetto se non redatto secondo determinate forme e senza che vi sia l’omologazione del Tribunale.

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affidabilità, tempestività  per la risoluzione delle seguenti problematiche:

Determinazione assegno di mantenimento per i figli

Determinazione assegno di mantenimento per il coniuge

Revisione delle condizioni di separazione e divorzio

Individuazione del coniuge per l’affidamento dei figli

Assegnazione dell’abitazione adibita a casa coniugale

Individuazione dei beni mobili e immobili in regime di comunione o separazione

L’avvocato matrimonialista ha la funzione di spiegare loro quali siano i rispettivi diritti e doveri e quali siano le soluzioni legali nei casi in cui la coppia decida di porre fine alla propria unione affettiva.

L’avvocato matrimonialista   ha il compito principalmente nell’illustrare ai coniugi che ad esso si rivolgono la differenza tra una separazione di tipo consensuale, la quale si basa essenzialmente sull’accordo dei coniugi inserito in un apposito atto e depositato in Tribunale per ottenerne l’omologazione

L’avvocato matrimonialista   ha il compitodi illustrare  la separazione giudiziale, la quale comporta, invece, l’instaurazione di un vero e proprio contenzioso giudiziario diretto all’esame delle questioni economiche e personali riguardanti i componenti della famiglia.

Le situazioni familiari che richiedono l’intervento di un legale esperto sono sempre molte ed è importante affidarsi a chi ha grande esperienza in questo campo, sensibilità e conoscenza dettagliata della materia, in modo da affrontare la situazione in maniera scrupolosa e arrivare alla migliore soluzione, per questo contattate Bologna Lo Studio Legale avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli 

Bologna Lo Studio Legale avvocato matrimonialista Bologna Sergio Armaroli  ti garantisce assistenza su :

procedimenti di separazione consensuale e giudiziale;

procedimenti di divorzio congiunto e giudiziale;

procedimenti di modifica delle condizioni di separazione e di divorzio;

procedimenti per l’affidamento condiviso dei minori;

procedimenti per il riconoscimento di un assegno di mantenimento per i figli minori e per il figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente;

affidamento ed assegno per il mantenimento dei figli naturali (nati fuori dal matrimonio) dopo la “separazione” di coppie di fatto;

azioni di disconoscimento, di contestazione e reclamo di legittimità della filiazione;

dichiarazione giudiziale della paternità e maternità naturale;

procedimenti di decadenza e affievolimento della potestà dei genitori sui figli minori;

Quando i coniugi non riescono a trovare un accordo sulle condizioni di separazione è necessario procedere unilateralmente presentando domanda di Separazione Giudiziale.

Ciò accade quando marito e moglie non riescono a trovare la concordia su alcuni punti fondamentali della separazione, come ad esempio l’ammontare degli assegni di mantenimento, l’assegnazione della casa familiare, la ripartizione dei beni mobili o immobili o l’affidamento dei figli minori.

In questo caso è necessario che il coniuge presenti, per proprio conto, domanda di separazione giudiziale citando in giudizio l’altro coniuge e presentando una serie di richieste sulle quali, a seguito di debita istruttoria, si pronuncerà il giudice

Concessione edilizia; accertamento di conformità; estinzione dei reati contravvenzionali; causa speciale di estinzione prevista dall’art. 45 del d.p.r. n. 380/2001; beneficiari; tutti i responsabili dell’abuso; permesso di costruire in sanatoria e variante; differenze. nozione di variante. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|5 marzo 2009| n. 9922

Concessione edilizia; accertamento di conformità; estinzione dei reati contravvenzionali; causa speciale di estinzione prevista dall’art. 45 del d.p.r. n. 380/2001; beneficiari; tutti i responsabili dell’abuso; permesso di costruire in sanatoria e variante; differenze. nozione di variante. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|5 marzo 2009| n. 9922

Il permesso di costruire rilasciato, ai sensi del d.P.R. n. 380 del 2001 articolo 36 estingue – a norma del successivo articolo 45, comma 3 – i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti e non si estende ad altri reati correlati alla tutela di interessi diversi rispetto a quelli che riguardano l’assetto del territorio sotto il profilo edilizio, quali i reati previsti dalla normativa sulle opere in cemento armato, sulle costruzioni in zone sismiche, sulla tutela delle zone di particolare interesse paesaggistico ed ambientale. La speciale causa di estinzione di cui al citato art. 45 del d.P.R. n. 380 del 2001 opera in favore di tutti i responsabili dell’abuso e non solo dei soggetti legittimati a chiedere il permesso di costruire. Del tutto diversa dall’accertamento di conformità con effetto sanante è la possibilità, riconosciuta dalla legge all’amministrazione comunale, di rilasciare un permesso di costruire che autorizzi la realizzazione di varianti al progetto approvato. Non tutte le modifiche alla progettazione originaria possono definirsi varianti. La nozione di variante si ricollega a modificazioni qualitative o quantitative di non rilevante consistenza rispetto all’originario progetto e gli elementi da prendere in considerazione, al fine di discriminare un nuovo permesso di costruire dalla variante ad altro preesistente, riguardano la superficie coperta, il perimetro, la volumetria, le distanze dalle proprietà viciniori, nonché le caratteristiche funzionali e strutturali, interne ed esterne, del fabbricato. Edilizia – Reati edilizi – Realizzazione di lavori di edificazione di un fabbricato – Quota diversa rispetto a quella autorizzata con il permesso di costruire – Zona sismica – Controversia – Oggetto – Individuazione della natura e dell’oggetto del permesso di costruire – Speciale causa di estinzione di cui al d.p.r. n. 380/2001.

REPUBBLICA ITALIANA 

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 

SEZIONE TERZA PENALE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: 

Dott. DE MAIO Guido – Presidente 

Dott. CORDOVA Agostino – Consigliere 

Dott. FIALE Aldo – Consigliere 

Dott. MARMO Margherita – Consigliere 

Dott. GAZZARA Santi – Consigliere 

ha pronunciato la seguente: 

SENTENZA 

sul ricorso proposto da: 

GE. Ma., nato a (OMESSO); 

avverso la sentenza 29.4.2008 del Tribunale di Tivoli – Sezione distaccata di Palestrina; 

Visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso; 

Udita, in pubblica udienza, la relazione fatta dal Consigliere Dr. Aldo Fiale; 

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Dr. Passacantando Guglielmo, il quale ha concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio per i reati di cui al capo b), perche’ estinti per prescrizione, con eliminazione della relativa pena, nonche’ il rigetto del ricorso nel resto; 

Udito il difensore, Avv.to Andreoli Dario – sostituto processuale dell’Avv.to Prioreschi Maurilio, il quale ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso. 

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO 

Il Tribunale di Tivoli – Sezione distaccata di Palestrina, con sentenza del 29.4.2008: 

a) ha affermato la responsabilita’ penale di Ge. Ma. in ordine ai reati di cui: 

– al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articoli 83, 93, 94 e 95 (per avere realizzato, in zona sismica, lavori di edificazione di un fabbricato, ad una quota diversa rispetto a quella autorizzata con il permesso di costruire, senza averne dato preavviso al competente ufficio regionale, senza avere previamente depositato il progetto e senza avere ottenuto la preventiva autorizzazione); 

– al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articoli 64, 65, 67, 71 e 72 (per avere realizzato opere in conglomerato cementizio armato senza il prescritto deposito di progetto esecutivo e la direzione di un tecnico abilitato, nonche’ omettendo la denunzia preventiva e la relazione a struttura ultimata – acc. in (OMESSO), con lavori in corso alla data dell’accertamento) e, unificati i reati nel vincolo della continuazione ex articolo 81 cpv. cod. pen., lo ha condannato alla pena complessiva di euro 500,00 di ammenda; 

b) ha dichiarato non doversi procedere nei confronti del medesimo imputato, in ordine al reato di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 44 lettera b), per intervenuto rilascio di permesso di costruire in sanatoria ex articolo 36, stesso Decreto del Presidente della Repubblica. 

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso il Ge., il quale lamenta – con principale doglianza – che il giudice sarebbe incorso in errore nell’assimilare al provvedimento sanante previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 36 il permesso di costruire n. (OMESSO), rilasciato dal Comune di Palestrina. 

Tale atto integrerebbe, invece, approvazione di varianti non essenziali alla concessione edilizia n. (OMESSO) ed al permesso di costruire n. (OMESSO), precedentemente assentiti, e l’oggettiva natura ed entita’ delle difformita’ realizzate non avrebbe richiesto la reiterazione degli adempimenti prescritti (e gia’ adempiuti) per l’esecuzione, in zona sismica, di opere in conglomerato cementizio armato. 

Eccepisce altresi’ il ricorrente: 

– la prescrizione delle contravvenzioni alla normativa antisismica; 

– la eccessivita’ della pena. 

MOTIVI DELLA DECISIONE 

Il motivo principale di ricorso e’ fondato e merita accoglimento. 

1. Il punto essenziale della vicenda si incentra nella individuazione della natura e dell’oggetto del permesso di costruire n. (OMESSO), rilasciato dall’Ufficio urbanistica del Comune di Palestrina al consorzio ” Fu. 20. ” ed alla s.r.l. “I.P.C. – It. Co. Pr. “, su elaborati tecnici redatti dall’ingegnere Ge.Ma., indicato anche in quell’atto quale direttore dei lavori. 

Deve verificarsi, infatti, se il Tribunale abbia o meno esattamente ritenuto che detto provvedimento sia stato emanato ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 36 e tale riscontro va effettuato alla stregua dei principi enunciati di seguito. 

1.1 La Legge n. 47 del 1985, articolo 13 e’ la prima disposizione legislativa che ha previsto espressamente la possibilita’ di sanare opere realizzate in assenza dal titolo formale richiesto per la loro esecuzione, ovvero nei casi di variazioni essenziali e di difformita’ totale o parziale (cd. sanatoria per accertamento di conformita’). 

Tale istituto e’ stato introdotto con l’intento di consentire la sanatoria degli abusi meramente formali, vale a dire delle costruzioni per le quali, sussistendo ogni altro requisito di legge e regolamento, manchi solo il titolo rappresentativo dell’assenso dell’amministrazione. 

La possibilita’ di un accertamento di conformita’ con effetto sanante, per le ipotesi di assenza del permesso di costruire e difformita’ totale e parziale, e’ attualmente disciplinata dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 36 ove, pur non essendo piu’ contenuto il riferimento espresso alle variazioni essenziali (presente, invece, nel testo della Legge n. 47 del 1985, articolo 13), sarebbe assolutamente illogico dedurre da tale mancata previsione un’intenzione del legislatore di non consentire per esse l’accertamento sanante. 

Per il rilascio del permesso in sanatoria previsto dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 36 e’ richiesto, quale presupposto, che l’opera abusiva sia “conforme alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione dell’intervento sia al momento della presentazione della domanda”. 

Il rilascia e’ altresi’ subordinato (sicche’ nel provvedimento deve farsi espressa menzione dell’avvenuto versamento) al pagamento di una somma di danaro determinata, per le opere soggette a permesso oneroso, con riferimento al contributo di costruzione da corrispondersi (eventualmente per le sole parti difformi) in misura doppia a quella dovuta per il rilascio del titolo in via ordinaria. 

Secondo la giurisprudenza costante di questa Corte Suprema, il permesso di costruire rilasciato Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 ex articolo 36, estingue – a norma del successivo articolo 45, comma 3 – “i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti e non si estende ad altri reati correlati alla tutela di interessi diversi rispetto a quelli che riguardano l’assetto del territorio sotto il profilo edilizio, quali i reati previsti dalla normativa sulle opere in cemento armato, sulle costruzioni in zone sismiche, sulla tutela delle zone di particolare interesse paesaggistico ed ambientale vedi, tra le plurime decisioni piu’ recenti, Cass., Sez. 3, 13.4.2005, Cupelli. 

La speciale causa di estinzione di cui Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 45 opera in favore di tutti i responsabili dell’abuso e non solo dei soggetti legittimati a chiedere il permesso di costruire: mentre il pagamento della somma dovuta a titolo di oblazione puo’ essere richiesto una sola volta, trattandosi di un adempimento della procedura amministrativa che resta al di fuori dello schema penalistico. 

1.2 Del tutto diversa dall’accertamento di conformita’ con effetto sanante e’ la possibilita’, riconosciuta dalla legge all’amministrazione comunale, di rilasciare un permesso di costruire che autorizzi la realizzazione di varianti al progetto approvato. 

Deve ricordarsi anzitutto, al riguardo, che non tutte le modifiche alla progettazione originaria possono definirsi varianti e che queste si configurano solo allorquando il progetto gia’ approvato non risulti sostanzialmente e radicalmente mutato dal nuovo elaborato (come accade, ad esempio, nelle ipotesi di: sensibile spostamento della localizzazione del manufatto, aumento del numero dei piani, creazione di un piano seminterrato, modifica del prospetto esterno etc). 

La nozione di “variante”, pertanto, deve ricollegarsi a modificazioni qualitative o quantitative di non rilevante consistenza rispetto all’originario progetto e gli elementi da prendere in considerazione, al fine di discriminare un nuovo permesso di costruire dalla variante ad altro preesistente, riguardano la superficie coperta, il perimetro, la volumetria, le distanze dalle proprieta’ viciniori, nonche’ le caratteristiche funzionali e strutturali, interne ed esterne, del fabbricato vedi C. Stato, Sez. 5, 11 maggio 1989, n. 272. 

Il nuovo provvedimento (da rilasciarsi con il medesimo procedimento previsto per il rilascio del permesso di costruire) rimane in posizione di sostanziale collegamento con quello originario ed in questo rapporto di complementarieta’ e di accessorieta’ deve ravvisarsi la caratteristica distintiva del permesso in variante, che giustifica – tra l’altro – le peculiarita’ del regime giuridico cui esso viene sottoposto sul piano sostanziale e procedimentale. Rimangono sussistenti, infatti, tutti i diritti quesiti e cio’ rileva specialmente nel caso di sopravvenienza di una nuova contrastante normativa che, se non fosse ravvisatale l’anzidetta situazione di continuita’, renderebbe irrealizzabile l’opera. 

In ogni caso deve riconoscersi il carattere di nuovo permesso di costruire ad un provvedimento che, nonostante la qualificazione formale di variante, autorizzi invece la realizzazione di un manufatto completamente diverso da quello originario. 

Quanto allo spostamento della localizzazione di un manufatto, puo’ essere utile ricordare che la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto natura di variante edilizia: alla parziale rilocalizzazione di un capannone industriale, ottenuta con traslazione e rotazione, tale da contenere la modifica della nuova sagoma a terra dell’edificio entro il cinquanta per cento dell’originaria localizzazione (C. Stato, Sez. 5, 4 gennaio 1993, n. 26); ad una lieve traslazione verso l’interno di uno dei corpi di fabbrica gia’ autorizzati, ove non sia ravvisabile un’alterazione del disegno globale ispiratore del progetto (C. Stato, Sez. 5, 7 maggio 1991, n. 772); ad un modesto spostamento planimetrico, risultando irrilevante a tal fine la necessita’ di un nuovo nulla osta paesistico (T.a.r. Venezia, Sez. 2, 7 novembre 1995, n. 1343). 

1.3 Caratteri peculiari presentano le cd. “varianti leggere o minori in corso d’opera” (gia’ disciplinate dalla Legge n. 10 del 1977 articolo 15 comma 12, e poi dalla Legge n. 47 del 1985, articolo 15 modificato nuovamente dalla Legge n. 662 del 1996). 

Attualmente il Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 22 comma 2, – come modificato dal Decreto Legislativo n. 301 del 2002 – prevede che sono sottoposte a denuncia di inizio dell’attivita’ le varianti a permessi di costruire che: 

– non incidono sui parametri urbanistici e sulle volumetrie (e, a giudizio di questa Corte, tra i “parametri urbanistici” vanno ricomprese anche le distanze tra gli edifici); 

– non modificano la destinazione d’uso e la categoria edilizia; 

– non alterano la sagoma dell’edificio; 

– non violano le prescrizioni eventualmente contenute nel permesso di costruire. 

La denuncia di inizio dell’attivita’ costituisce “parte integrante del procedimento relativo al permesso di costruzione dell’intervento principale” e puo’ essere presentata prima della dichiarazione di ultimazione dei lavori: la formulazione dell’alt, 22 sembra consentire, pertanto, la possibilita’ di dare corso alle opere in difformita’ dal permesso di costruire e poi regolarizzarle entro la fine dei lavori. 

Il Consiglio di Stato ha considerato “variante minore o non essenziale” una modesta rototraslazione della sagoma dell’edificio rispetto al progetto approvato (C. Stato, Sez. 5, 22 gennaio 2003, n. 249). 

2. Alla stregua delle disposizioni normative e delle interpretazioni giurisprudenziali dianzi compendiate deve rilevarsi che il permesso di costruire n. 25 del 6.3.2007, rilasciato dall’Ufficio urbanistica del Comune di Palestrina, non e’ stato emanato ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 36. 

Esso, infatti, correlata ad una domanda presentata in data 9.7.2004 (cioe’ dopo l’accertamento dei fatti per i quali si procede) : 

– e’ espressamente riferito all’esecuzione di lavori in variante a precedenti titoli edilizi per “diverso posizionamento e sistemazioni profili dei fabbricati (OMESSO); 

– non contiene alcuna verifica della conformita’ delle opere autorizzate alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della loro realizzazione sia al momento della presentazione della domanda; 

– non determina alcuna somma dovuta a titolo di oblazione, ne’ da atto dell’avvenuto versamento di una somma siffatta. 

2.1 Da cio’ discende che: 

a) Erroneamente il Tribunale ha dichiarato estinto il reato di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 44 lettera b), a norma del successivo articolo 45, comma 3. 

Sul punto, pero’, questa Corte non puo’ intervenire in assenza di impugnazione del pubblico ministero. 

b) Lo stesso Tribunale ha omesso del tutto di descrivere quali siano le varianti effettivamente realizzate rispetto al progetto originario e se le stesse corrispondano o meno a quelle assentite con il provvedimento del 6.3.2007. 

Nulla puo’ evincersi in proposito, dalla sentenza impugnata, ove si rinviene soltanto (nel capo di imputazione) la contestazione di avere costruito il fabbricato A “una quota diversa rispetto allo stato dei luoghi”. A fronte di tale contestazione, nel ricorso viene fatto riferimento, invece, ad una “leggera rotazione della palazzina A, per via di problemi tecnici sorti in fase esecutiva” e ad una “diversa quota di imposta (+ ml. 1,00), determinata da problemi tecnici legati alle pendenze e agli allacci dell’intero comparto e al collettore fognario comunale, il quale al momento della realizzazione del fabbricato era presente solo sulla parte alta e piana di via (OMESSO) “. Cosa e’ accaduto realmente, pero’, non e’ dato conoscere. 

c) Le varianti in concreto realizzate non sono state valutate, poi, nella loro entita’ oggettiva – anche alla stregua della legislazione regionale vigente – sicche’ non si comprende perche’ non si sia fatto ricorso alla procedura di denuncia di inizio dell’attivita’ prevista dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001 articolo 22 comma 2, come modificato dal Decreto Legislativo n. 301 del 2002 e se la richiesta di permesso di costruire sia stata frutto di finalita’ cautelative del richiedente ovvero imposta dalla reale consistenza delle opere difformi. 

d) Il Tribunale, infine, ha trascurato ogni riferimento alla contestata mancanza di un tecnico abilitato alla direzione dei lavori ed alla mancata presentazione della relazione a struttura ultimata e non ha altresi’ proceduto all’apprezzamento dell’incidenza delle modifiche in concreto apportate al progetto sulla disciplina delle opere in cemento armato e delle costruzioni in zone sismiche, indispensabile per argomentare correttamente circa la necessita’ di reiterazione di adempimenti gia’ effettuati in relazione al progetto originario. 

3. Si impone, in conseguenza, l’annullamento della sentenza impugnata – limitatamente ai reati residui – con rinvio al Tribunale di Tivoli, per nuovo giudizio in conformita’ ai principi di diritto dianzi enunciati, restando assorbiti da tale pronunzia gli ulteriori motivi di ricorso. 

P.Q.M. 

la Corte Suprema di Cassazione, visti gli articoli 607, 615 e 623 c.p.p., annulla la sentenza impugnata – limitatamente ai reati residui – con rinvio al Tribunale di Tivoli. 

 

 

 

Edilizia – Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  – Reato di cui all’art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 – Soggetti attivi – Proprietario committente dei lavori – Responsabilità omissiva – Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l’esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull’attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.

Edilizia – Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  – Reato di cui all’art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 – Soggetti attivi – Proprietario committente dei lavori – Responsabilità omissiva – Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178

 

Il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l’esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull’attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.

Edilizia - Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  - Reato di cui all'art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 - Soggetti attivi - Proprietario committente dei lavori - Responsabilità omissiva - Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all'art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l'esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull'attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.
Edilizia – Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  – Reato di cui all’art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 – Soggetti attivi – Proprietario committente dei lavori – Responsabilità omissiva – Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l’esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull’attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.

Abuso edilizio – Dpr 380 del 2001 – Prevenzione sismica – Omessa comunicazione – Affermazione di responsabilità – Presupposti – Obbligo di vigilanza – Motivazione del giudice di merito – Articolo 131 bis cp – Particolare tenuità del fatto – Esclusione – Prescrizione – Decorrenza del termine – Estinzione del reato Reati urbanistici – Violazione della normativa antisismica – Omessa comunicazione agli organi competenti – Omesso deposito degli elaborati progettuali – Autorimessa – Costruzione di muro perimetrale senza strutture di cemento armato – Pericolo per gli individui occupanti l’immobile – Configurabilità del reato contravvenzionale ex art 95 Dpr 380/2001 – Reato permanente – Decorrenza della prescrizione – Data della sentenza di condanna di primo grado

Con riferimento al primo motivo di impugnazione – con il quale si contesta la applicabilita’ della disciplina penale antisismica alla fattispecie in questione, posto che, essendo le opere eseguite dai ricorrenti opere interne, esse non comportavano alcun pericolo per la pubblica incolumita’ – rileva la Corte che la normativa in materia di sicurezza rispetto agli eventi sismici comporta la esistenza dell’obbligo di depositare presso i competenti uffici del Genio civili gli elaborati progettuali relativi a tutte le opere edili che possano costituire, in caso di loro rovina, un pericolo per la pubblica incolumita’; va, peraltro, chiarito che il concetto di pericolo per la pubblica utilita’ non deve intendersi riservato solo ad ipotesi in cui sia coinvolta la sicurezza di una pluralita’ indistinta di soggetti, dovendosi, viceversa, ritenere che la disciplina in materia antisismica prevista dal Testo Unico dell’edilizia trovi applicazione anche nel caso in cui la costruzione si trovi all’interno di una proprieta’ privata, posto che essa e’ volta a tutelare dagli effetti degli eventi sismici anche il possibile danno alla integrita’ fisica del singolo individuo e, quindi, dello stesso proprietario del manufatto (Corte di cassazione, Sezione 3 penale, 8 aprile 2008, n. 14432).

Nel caso in questione, con valutazione certamente condivisibile, il Tribunale di Avellino ha ritenuto che le opere realizzate dai due ricorrenti, data la loro entita’ non trascurabile, si parla infatti di un muro perimetrale in mattoni forati ed intonaco costruito all’interno di un prefabbricato adibito ad autorimessa, fossero tali da costituire un potenziale pericolo, in caso di avversi eventi sismici, quanto meno per gli individui occupanti lo spazio delimitato dal muro di recente edificazione.

Ne’ ha un qualche rilievo la circostanza che i manufatti de quibus non abbiano comportato la realizzazione di opere imponenti con l’utilizzo di strutture in cemento armato; infatti, come questa Corte ha avuto occasione di precisare anche di recente, integra la contravvenzione di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 95, qualsiasi intervento edilizio, con la sola eccezione di quelli di semplice manutenzione ordinaria – fattispecie quest’ultima certamente esulante rispetto a quella ora in questione, attesa la indiscutibile natura innovativa delle opere di cui si parla – effettuato in zona sismica, comportante o meno l’esecuzione di opere in conglomerato cementizio armato, che non sia preceduto dalla previa denuncia al competente ufficio con presentazione di un progetto redatto da tecnico abilitato (Corte di cassazione, Sezione 3 penale, 20 novembre 2014, n. 48005; idem Sezione 3 penale 24 settembre 2010, n. 34604).

Edilizia - Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  - Reato di cui all'art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 - Soggetti attivi - Proprietario committente dei lavori - Responsabilità omissiva - Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all'art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l'esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull'attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.
Edilizia – Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  – Reato di cui all’art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 – Soggetti attivi – Proprietario committente dei lavori – Responsabilità omissiva – Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l’esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull’attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. RAMACCI Luca – Presidente

Dott. CERRONI Claudio – Consigliere

Dott. ACETO Aldo – Consigliere

Dott. MENGONI Enrico – Consigliere

Dott. ZUNICA Fabio – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 27-09-2016 del Tribunale di Bologna;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Fabio Zunica;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. Tocci Stefano, che ha concluso per il rigetto del ricorso di (OMISSIS) e per l’inammissibilita’ del ricorso della (OMISSIS);

udito per la ricorrente (OMISSIS) l’avvocato Andrea Visani, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

udito per il ricorrente (OMISSIS) l’avvocato Giacomo Tranfo,che ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza per essere il reato estinto per prescrizione, riportandosi nel resto alla memoria in atti.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del Tribunale di Bologna del 27 settembre 2016, Patrizia (OMISSIS) e Andrea (OMISSIS) venivano condannati alla pena di Euro 1.000 di ammenda ciascuno, in ordine al reato di cui agli articolo93, 94 e 95 del d.P.R. 380/2001, perche’, la (OMISSIS) quale proprietaria committente e (OMISSIS) nella veste di direttore dei lavori strutturali, omettevano le comunicazioni agli uffici competenti per la prevenzione sismica, con riferimento alla realizzazione, in un edificio di interesse storico, di ampliamenti di volumi e di altezze posti in essere dopo la demolizione di un preesistente immobile, opere iniziate a Bologna nel 2008 e in corso di completamento alla data dell’ultimo sopralluogo dell’aprile 2012.

Con la medesima sentenza gli imputati venivano invece assolti dall’ulteriore reato di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44, lettera B, perche’ il fatto non sussiste, ritenendosi la condotta contestata rilevante solo sotto il profilo amministrativo.

  1. Avverso la sentenza del Tribunale emiliano, (OMISSIS) e (OMISSIS), tramite i rispettivi difensori, hanno proposto ricorso per cassazione.

2.1 (OMISSIS) ha sollevato due motivi.

Con il primo, la difesa deduce la manifesta illogicita’ della motivazione, in quanto basata su premesse giuridiche errate e sull’inammissibile affermazione della sussistenza in capo all’imputata di un non meglio esplicitato obbligo di vigilanza, delineando cosi’ una sorta di responsabilita’ oggettiva a suo carico.

Con il secondo motivo, la ricorrente lamenta la contraddittorieta’ della motivazione, nonche’ il travisamento delle prove acquisite in dibattimento, non avendo il Tribunale considerato una serie di elementi probatori a lei favorevoli, ovvero la documentazione prodotta dalla difesa, l’esame dell’imputata e del coimputato (OMISSIS) e l’esame dei testi della difesa (OMISSIS) e (OMISSIS), prove queste da cui era emerso che la (OMISSIS) non solo non ha mai avuto accesso al cantiere, ma che era anche nella impossibilita’ di accedervi, per cui ella non mai avuto contezza della demolizione dell’edificio preesistente, essendo stata messa deliberatamente all’oscuro di cio’ che avveniva nel cantiere ad opera dei professionisti cui ella aveva affidato la progettazione e direzione dei lavori.

2.2 (OMISSIS) ha sollevato tre motivi.

Con il primo, la difesa contesta la mancata dichiarazione di estinzione della contravvenzione, risalendo all’epoca precedente al maggio 2010, data di inizio dei lavori, il momento in cui il ricorrente avrebbe dovuto presentare la documentazione il cui omesso deposito ha giustificato la condanna.

Dunque, pur tenendosi conto della sospensione della prescrizione per 9 mesi e 8 giorni, la prescrizione quinquennale del reato e’ maturata prima della sentenza di primo grado, intervenuta solo il 27 settembre 2016.

Con il secondo e terzo motivo, tra loro strettamente connessi, la difesa contesta la mancata applicazione della causa di non punibilita’ di cui all’articolo 131 bis c.p., non avendo il Tribunale considerato che il Comune di Bologna, in data 24 febbraio 2014, ha concesso l’autorizzazione sismica in sanatoria, a conferma della natura meramente formale della violazione contestata, che dunque ben poteva essere qualificata in termini di particolare tenuita’.

Il 30 aprile 2018 il nuovo difensore di (OMISSIS) ha presentato una “memoria con motivi nuovi”, insistendo nella censura relativa alla mancata declaratoria di estinzione del reato per prescrizione e deducendo altresi’ l’inosservanza degli articolo 516 e 522 c.p.p., in quanto, a fronte di una contestazione in cui all’imputato era attribuita la qualifica di direttore dei lavori, la condanna e’ stata emessa nell’erroneo presupposto che egli fosse il progettista strutturale delle opere, veste che (OMISSIS) non ha mai ricoperto, per cui in tal senso viene eccepita la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza.

CONSIDERATO IN DIRITTO

I motivi di ricorso sulla responsabilita’ sono infondati, ma la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, per essere il reato t estinto per prescrizione.

  1. Iniziando dal ricorso della (OMISSIS), i cui due motivi possono essere trattati congiuntamente, concernendo entrambi l’ascrivibilita’ all’imputata della condotta illecita, occorre evidenziare che la sentenza impugnata, lungi dall’evocare inammissibili forme di responsabilita’ oggettiva, ha ragionevolmente ritenuto addebitabile alla ricorrente la condotta omissiva contestata (punibile anche a titolo di colpa, trattandosi di fattispecie contravvenzionale) in base alla considerazione che l’imputata, nel cui interesse e’ avvenuta la costruzione, aveva quale proprietaria committente l’onere di vigilare sull’attivita’ del professionista che ella aveva incaricato, non per sindacarne il merito, ma almeno per verificare il rispetto del deposito del progetto antisismico, risultando per converso del tutto assertiva la tesi difensiva di un presunto complotto ordito per ragioni non meglio chiarite ai danni della (OMISSIS) (e da costei in ogni caso mai denunciato alle Autorita’ competenti), tale da impedirle addirittura di accedere alla sua proprieta’.
Edilizia - Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  - Reato di cui all'art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 - Soggetti attivi - Proprietario committente dei lavori - Responsabilità omissiva - Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all'art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l'esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull'attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.
Edilizia – Zone sismiche BOLOGNA TREVISO BERGAMO VARESE MONZA  – Reato di cui all’art. 95 d.p.r. n. 380 del 2001 – Soggetti attivi – Proprietario committente dei lavori – Responsabilità omissiva – Presupposti. Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|1 ottobre 2018| n. 43178   Il reato di cui all’art. 95 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, può essere commesso da chiunque violi o concorra a violare gli obblighi imposti dalla legge per l’esecuzione di interventi edilizi in zone sismiche e, quindi, anche dal proprietario committente delle opere che abbia omesso di vigilare sull’attività del professionista incaricato del deposito presso gli uffici competenti del progetto antisismico.

In definitiva, deve ritenersi che il giudizio di colpevolezza dell’imputata, in quanto fondato su argomentazioni coerenti e razionali, sia immune da censure.

  1. A conclusioni analoghe deve pervenirsi anche in ordine alla posizione di (OMISSIS); ed invero, iniziando proprio dal motivo nuovo esposto nella memoria integrativa, occorre evidenziare che alcuna violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza e’ ravvisabile nella circostanza che il Tribunale abbia in alcuni passaggi della motivazione definito il ricorrente non “direttore dei lavori strutturali”, come indicato nell’imputazione, ma in altro modo, ad esempio “ingegnere strutturista” o “progettista”, essendo ben chiaro che, al di la’ dell’espressione lessicale utilizzata, tra i compiti dell’ing. (OMISSIS) rientrava anche la verifica del deposito del progetto sismico, avendo la stessa difesa evidenziato che il ricorrente, a costruzione in corso, ovvero nel febbraio 2009, e’ subentrato all’ing. (OMISSIS), primo direttore dei lavori, ereditandone pertanto i doveri, tra cui quello di curare il deposito del progetto antisismico.

In tal senso quindi, a prescindere dagli equivoci linguistici sulla veste operativa in concreto ricoperta dal ricorrente, deve ritenersi tutt’altro che illogica, in un’ottica sostanziale, l’affermazione del giudice monocratico secondo cui “la responsabilita’ dell’ing. (OMISSIS) e’ scolpita dalla sua funzione”.

2.1 Parimenti infondata e’ poi la doglianza difensiva sul diniego della causa di non punibilita’ ex articolo 131 bis c.p., avendo sul punto il Tribunale evidenziato, con argomentazione razionale e dunque non censurabile in questa sede, che i fatti di omesso deposito, pur non essendo particolarmente gravi, non erano pero’ neanche talmente lievi, trattandosi di “plurime unita’ immobiliari”, non apparendo di per se’ dirimente in senso contrario, ai fini della valutazione imposta dall’articolo articolo 131 bis c.p., l’obiezione difensiva del rilascio dell’autorizzazione sismica in sanatoria, avvenuta due anni dopo l’epoca dei fatti.

2.2 Anche se per motivi diversi da quelli esposti nel ricorso, risulta invece fondata la doglianza relativa al decorso del termine di prescrizione.

Sul punto occorre infatti richiamare la costante affermazione di questa Corte (cfr. ex multis Sez. 3, n. 29737 del 04/06/2013, Rv. 255823 e Sez. 3, n. 1145 dell’08/10/2015, Rv. 266015), secondo cui, in tema di contravvenzioni antisismiche, il reato di omessa denuncia dei lavori e presentazione dei progetti ha natura di reato permanente, la cui consumazione si protrae sino a quando il responsabile non presenta la relativa denuncia con l’allegato progetto, non termina l’intervento, oppure non ottiene la relativa autorizzazione.

Nel caso di specie, dalla sentenza impugnata si desume che l’intervento in questione e’ terminato in epoca coincidente con la data finale indicata nell’imputazione, ovvero aprile 2012, data antecedente sia all’epoca della presentazione della denuncia (2013), sia al successivo conseguimento dell’autorizzazione sismica in sanatoria (2014), per cui, pur tenendo conto delle sospensioni maturate durante il processo di primo grado, per un periodo di 9 mesi e 8 giorni, deve concludersi, individuato il dies a quo nella data del 1 aprile 2012 (in assenza di specificazioni sul giorno del mese contestato) che il reato per cui si e’ proceduto si e’ estinto per prescrizione alla data dell’8 gennaio 2018.

Reati edilizi sanatoria per il reato di cui agli artt. 110 cod. pen., 10 e 44 d.P.R. n. 380/2001, per avere eseguito un intervento edilizio in assenza di valido titolo abilitativo.
Reati edilizi sanatoria per il reato di cui agli artt. 110 cod. pen., 10 e 44 d.P.R. n. 380/2001, per avere eseguito un intervento edilizio in assenza di valido titolo abilitativo.

Ne consegue (stante l’infondatezza non manifesta dei motivi di ricorso) che la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, per essere il reato oggetto di imputazione estinto per prescrizione.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perche’ il reato e’ estinto per prescrizione.

Motivazione semplificata.

Reati fiscali avvocato esperto bologna cesena ravenna forli imola – Misure di prevenzione personali e patrimoniali – Confisca – Presupposti applicativi – Pericolosità sociale – Sussistenza – Mancanza di condanna o di accertamento definitivo pericoloso – Soggetto dedito come pratica comune di vita a condotte perturbatrici dell’ordine economico

Reati fiscali avvocato esperto bologna cesena ravenna forli imola – Misure di prevenzione personali e patrimoniali – Confisca – Presupposti applicativi – Pericolosità sociale – Sussistenza – Mancanza di condanna o di accertamento definitivo pericoloso – Soggetto dedito come pratica comune di vita a condotte perturbatrici dell’ordine economico

(Sez. 5 del 6/12/2016, Malara e Sez. 6 del 21/9/2017, D’Alessandro) posto che nelle sentenze citate non si esclude affatto che condotte di evasione fiscale possano essere incluse nel novero delle condotte sintomatiche di pericolosita’ generica, quanto piuttosto si sottolinea, in relazione alle diverse fattispecie di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, che venga effettuato un positivo accertamento di tali condotte fraudolente specificando che esse ben possono far ritenere che il soggetto responsabile viva abitualmente dei relativi proventi, complessivamente considerati, determinandosi quella sorta di tendenziale confusione tra patrimonio di origine lecita e incrementi derivanti da condotte illecite di evasione tributaria che sta alla base del principio affermato da Sez. U, sent. n. 33451 del 29/05/2014, Repaci e altri, Rv. 260244 nonche’, per l’evasione contributiva, da Sez. 1 sent. n. 32032 del 10/06/2013, De Angelis, Rv. 256450). 4.3. La Corte d’appello nel caso di specie, recependo tale insegnamento, ha evidenziato la sussistenza di reiterate condotte fraudolente e di falsa fatturazione che al di la’ degli esiti processuali, spesso legati al decorso del tempo, in quanto oggettivamente riscontrate, sono state legittimamente poste a base del giudizio di pericolosita’ sociale trattandosi proprio di quelle condotte ex articolo 640 bis c.p. e Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2 che, in quanto reiterate, sono significative ai fini del giudizio di pericolosita’ generica ai sensi del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 1, lettera a) e

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IASILLO Adriano – Presidente

Dott. CIANFROCCA Pierluigi – Consigliere

Dott. AIELLI Lucia – rel. Consigliere

Dott. COSCIONI Giuseppe – Consigliere

Dott. DI PISA Fabio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nata il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

(OMISSIS), nato il (OMISSIS);

avverso il decreto della Corte di Appello di Reggio Calabria del 28/4/1917;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Lucia Aielli;

lette le conclusioni del P.G. in persona dell’Avvocato generale il quale ha chiesto la rimessione della causa alle Sezioni Unite ovvero in subordine l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata;

letta la memoria dell’avv. (OMISSIS) in data 22/12/2017.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con decreto in data 29/1/ – 19/5/2016 il Tribunale di Reggio Calabria rigettava la proposta di applicazione della misura di prevenzione personale nei confronti di (OMISSIS) e disponeva confisca di prevenzione dei beni gia’ in sequestro, in danno anche dei terzi interessati tra i quali gli attuali ricorrenti (figli esconiuge del proposto).

1.1. Avverso tale provvedimento proponevano appello (OMISSIS), nelle more deceduto ed i terzi interessati (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), censurando sia le statuizioni in rito (quanto alla ritenuta competenza territoriale), sia di merito (quanto alla ricorrenza dei presupposti per l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale).

1.2. La Corte di Appello di Reggio Calabria rigettava gli appelli proposti confermando il decreto impugnato.

  1. Ricorrono per cassazione (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) per mezzo dei rispettivi difensori muniti di procura speciale, i quali, in via preliminare e con argomenti comuni, deducono il vizio di violazione di legge (articolo 606 c.p.p., lettera b), in relazione al Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 17, come interpretabile alla luce dell’articolo 25 Cost., comma 1 e articolo 6, par. 1 Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, avendo la Corte d’appello respinto l’eccezione difensiva ed affermato la propria competenza territoriale, ritenendo il concetto di dimora del proposto, non correlato al luogo in cui le condotte di maggiore spessore criminale contestate ad (OMISSIS) erano state poste in essere, ovvero in (OMISSIS) ove risultava consumato il reato associativo contestato e come aveva ritenuto il Tribunale di Palmi che aveva dichiarato la propria incompetenza territoriale nel procedimento 4023/2009, ma in Gioia Tauro ove risultava fissata la residenza del proposto e collocate le societa’ a lui riconducibili.

Discostandosi dall’insegnamento della giurisprudenza di legittimita’ e valorizzando argomenti di derivazione civilistica quale quello della collocazione del luogo ove il proposto ha il centro dei propri affari ed interessi, la Corte d’appello, avrebbe violato anche l’articolo 25 Cost. avendo distolto i ricorrenti dal proprio giudice naturale.

2.1. Con il secondo motivo di ricorso, (OMISSIS) contesta il provvedimento di prevenzione patrimoniale per mancanza del presupposto principale ovvero la pericolosita’ sociale di (OMISSIS), invero esclusa dalla Corte di appello in punto di attualita’, ma ritenuta quanto alla sua risalente sussistenza.

Ad avviso della difesa tale conclusione sarebbe errata non potendosi richiamare ai fini della necessaria correlazione temporale tra pericolosita’ sociale e prevenzione patrimoniale, la mera esistenza di procedimenti penali, invero terminati con sentenza di assoluzione o di non doversi procedere per prescrizione, senza perimetrare gli ambiti temporali di manifestazione della pericolosita’ in relazione agli acquisti del beni; in particolare si evidenzia che la motivazione sulla pericolosita’ del proposto si limita a richiamare una pluralita’ di vicende giudiziarie e risulta carente in punto di (necessaria) contestualita’ o almeno contiguita’ assai prossima, tra le condotte criminose poste a fondamento del giudizio di pericolosita’ e l’acquisizione al patrimonio del proposto dei beni ritenuti di provenienza illecita.

2.3. Con il terzo motivo di ricorso (OMISSIS) deduce la violazione del principio del ne bis idem, questione che dovrebbe essere pregiudizialmente portata all’attenzione della Corte di Giustizia Europea, atteso che la doppia valutazione dei medesimi fatti, naturalisticamente intesi, in sede di processo penale e in sede di procedimento di prevenzione, costituirebbe un “bis in idem”, violativo della Carta dei Diritti Fondamentali che assicura una generale garanzia contro qualsiasi forma di “bis in idem”.

2.4. Aggiunge la ricorrente con il quarto motivo di ricorso, che la Corte d’appello avrebbe illegalmente applicato la misura di prevenzione patrimoniale avendo appreso, indistintamente, tutti i beni del soggetto proposto, valorizzando, a giustificazione di tale indebita totale acquisizione, criteri non applicabili al caso di specie ovvero quello dell’impresa mafiosa e dell’accessione invertita e trasformando cosi’ la confisca di prevenzione in una pena illegale (per contrasto con gli articoli 41 e 42 Cost.), dal momento che il sequestro e la confisca di prevenzione non consentono di colpire indiscriminatamente tutti i beni dei soggetti appartenenti alle categorie alle quali sono applicabili le misure patrimoniali, bensi’ solo quelli di valore sproporzionato al reddito dichiarato o alla attivita’ economica svolta ovvero che siano frutto di attivita’ illecite o che ne costituiscano reimpiego non potendosi trascurare l’esigenza costituzionalmente riconosciuta, di limitare l’operativita’ dell’effetto ablativo all’entita’ dell’illecito arricchimento.

2.5. Il quinto motivo di ricorso riguarda la carenza dei presupposti fondanti il giudizio di pericolosita’ generica, posto che la stessa non puo’ essere ricavata da vicende giudiziarie conclusesi con esiti assolutori e che il dato principale valorizzato dalla Corte d’appello, ovvero la condotta di evasione fiscale sarebbe limitata ad un unico atto, affatto dimostrativo della sistematicita’ della condotta evasiva posto che, tra l’altro, secondo l’insegnamento della Corte di legittimita’, l’evasione per assumere rilevanza in sede di prevenzione, deve anche presentare una certa gravita’ e consistenza, non dimostrabile attraverso la semplice constatazione della sproporzione tra il reddito dichiarato ed il patrimonio.

2.6. Il sesto motivo di ricorso si concentra sulla illegittima apprensione dei beni dei terzi interessati (coniuge e figli del proposto), avendo la Corte errato nell’applicare il concetto di presunzione di cui al Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 26 e gravando sull’accusa l’onere dimostrativo in ordine alla riconducibilita’ dei beni al proposto.

La Corte di merito avrebbe omesso di motivare in ordine agli specifici rilievi difensivi che attestavano la capacita’ di reddito autonoma dei terzi i quali si’ vengono individuati dal legislatore quali soggetti suscettibili di investigazione patrimoniale, ma essi, nella specie, avrebbero dimostrato la propria capacita’ reddituale, totalmente sganciata da quella del proposto.

2.7. In ultimo la ricorrente censura il provvedimento impugnato per violazione della Direttiva UE n. 42/14 (articolo 8 § 4) in materia di garanzie procedurali per il proposto, avuto riguardo alla tipologia del procedimento di prevenzione e in relazione all’articolo 1 Direttiva UE 343/2016 secondo cui gli Stati membri adottano misure necessarie per garantire che fino a quando la colpevolezza di un indagato o un imputato non sia legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorita’ e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole.

2.8. Con memoria depositata il 22/12/2017 l’avv. (OMISSIS) per (OMISSIS), approfondisce i temi della omessa motivazione e della violazione di legge del provvedimento di confisca patrimoniale, avuto riguardo alla ritenuta pericolosita’ sociale di (OMISSIS), a suo avviso illegittimamente ricavata da pronunce assolutorie ovvero da sentenze di proscioglimento per prescrizione che, alla luce degli arresti di questa Corte di legittimita’ (Sez. 1 20/1/2017, Fei), della sentenza della Corte EDU De Tommaso c/ Italia del 232/2/2017, della pronunzia delle Sezioni Unite del 27/4/2017, Paterno’ e dell’ordinanza di questa stessa Sezione del 11/10/2017 Sorresso, con la quale e’ stata sollevata la questione di legittimita’ costituzionale del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 75, comma 2, non giustificherebbero la misura ablatoria.

In aggiunta evidenzia, quanto alla figura dell'”evasore fiscale” che tale condotta per assumere connotazione di pericolosita’, deve risultare abituale, ed assumere una certa consistenza mentre per l’ (OMISSIS) non vi sarebbe stato accertamento in ordine alla ripetitivita’ delle condotte elusive.

  1. (OMISSIS) oltre a proporre con il primo motivo di ricorso la questione della incompetenza territoriale della Corte d’appello reggina, per come sopra illustrata, pone, con il secondo motivo, una questione di legittimita’ costituzionale, del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 1, lettera a) e b) per violazione dell’articolo 2 prot. 4 CEDU alla luce dell’articolo 117 Cost., dal momento che la misura di prevenzione di carattere patrimoniale, applicabile in quanto sia stata accertata la pericolosita’ sociale del proposto, soffrirebbe della vaghezza della norma relativa alla individuazione dei presupposti della misura, in tal senso richiama l’ordinanza con la quale la Corte d’appello di Napoli ha sollevato la questione di legittimita’ recependo le indicazioni della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del 23/2/2017 De Tommaso c/ Italia che, ad avviso del ricorrente, ha inciso su tutto il sistema delle misure di prevenzione.

3.1. Con il terzo motivo denuncia il vizio di violazione di legge per omessa motivazione avendo la Corte d’appello recepito acriticamente la decisione del primo giudice senza procedere ad una autonoma valutazione dei dati fattuali e senza tener conto dei motivi di appello, cosi’ con riguardo alla vicenda (OMISSIS) o alla ritenuta riconducibilita’ dei beni dei terzi interessati al proposto per effetto di presunzioni legali, invero superate dalle allegazioni difensive avendo la Corte d’appello aderito immotivatamente alle conclusioni dell’amministratore giudiziario piuttosto che tener conto del giudizio di soggetti terzi, dotati di piu’ elevate competenze scientifiche.

3.2. Il quarto motivo di ricorso riproduce doglianze in merito alla carenza di indicatori della pericolosita’ sociale del proposto quale presupposto per l’applicazione della misura patrimoniale, mentre con il quinto motivo si duole della indiscriminata apprensione dell’intero patrimonio del proposto e ripercorre le stesse censure di cui al punto n. 4 del ricorso (OMISSIS), specificando che non vi sarebbe connessione temporale tra l’attivita’ di accumulo dei beni, risalente agli anni 1978-1981 e la ritenuta pericolosita’ sociale dell’ (OMISSIS) risalente all’anno 1984 e che solo per effetto dell’attitudine del patrimonio a rivalutarsi ed a produrre, mediante l’esercizio di attivita’ imprenditoriale, reddito lecito, si sarebbe incrementata la disponibilita’ economica e patrimoniale dell’ (OMISSIS), sicche’ l’apprensione globale dei beni, come disposta, risulterebbe violativa degli articoli 41 e 42 della Cost. e articolo 1 Prot. 1 CEDU.

3.3. Con l’ultimo motivo di ricorso (OMISSIS) denuncia vizi di violazione di legge (Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 26, comma 2 e articoli 19 e 24) quanto alla riconducibilita’ dei beni del terzo, al proposto e con riguardo al requisito della sproporzione tra la capacita’ reddituale del terzo e la disponibilita’ economica con la conseguenza di acquisire tutti i beni dei terzi per i quali non esiste un giudizio di pericolosita’ sociale, assimilando illegittimamente la confisca di prevenzione con quella prevista dall’articolo 240 c.p..

  1. Quanto al ricorso di (OMISSIS) questi, oltre a dedurre come gli altri ricorrenti, il vizio di violazione di legge per la ritenuta incompetenza territoriale del Tribunale di Reggio Calabria, come sopra illustrato, avanza, con il secondo motivo, censure sull’apparato argomentativo dell’ordinanza applicativa, recepito dalla Corte d’appello e che risulterebbe illegittimo (al pari di quanto denunziato da (OMISSIS) al punto 3.1.), perche’ fondato, a suo avviso, sull’acritico recepimento della relazione dell’amministratore giudiziario, mosso da grave inimicizia verso il proposto e per questo denunziato dal proposto e dai suoi familiari; analogamente agli altri ricorrenti si duole dell’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale pur in mancanza del requisito della pericolosita’ sociale del proposto, le cui vicende giudiziarie si sono concluse con assoluzioni ovvero con declaratoria di estinzione del reato per prescrizione ovvero con condanne a pene condizionalmente sospese, non rilevanti ai fini del giudizio di pericolosita’ sociale; articola poi censure di omessa ed erronea motivazione in ordine al requisito di pertinenzialita’ tra pericolosita’ sociale e acquisizione patrimoniale, propone, infine, motivi di censura analoghi a quelli avanzati dagli altri ricorrenti circa la violazione del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 26non sussistendo alcuna presunzione in ordine alla riferibilita’ dei beni del terzo, al proposto, posto che in origine il ricorrente beneficio’ del supporto del nonno e dello zio, quest’ultimo mai dichiarato socialmente pericoloso, ed il primo non coinvolto nelle presenti vicende giudiziarie.
  2. Il Procuratore Generale nelle sue conclusioni depositate il 3/1/2018, pur ritenendo inammissibili le eccezioni in tema di incompetenza territoriale sollevate dai ricorrenti, a suo avviso carenti di specificita’ sul punto, ha chiesto l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata evidenziando la carenza del presupposto di pericolosita’ generica del proposto (OMISSIS), il quale non avendo mai subito una condanna definitiva, non potrebbe essere annoverato tra i soggetti a pericolosita’ generica e, conseguentemente, non potrebbero essere aggrediti i beni a lui riconducibili.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. I ricorsi sono tutti infondati e vanno respinti non condividendosi, peraltro, le conclusioni del P.G. che ha chiesto la rimessione della questione in ordine alla individuazione dei presupposti della misura di prevenzione alle Sezioni Unite ovvero, in subordine, l’annullamento del provvedimento impugnato.

1.1. Innanzi tutto si deve ricordare che, ai sensi del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 10, comma 3, e articolo 27, comma 2 (e, in precedenza, ai sensi della L. n. 1423 del 1956, articolo 4 e L. n. 575 del 1965, articolo 3 ter), avverso il decreto della Corte d’appello il ricorso per cassazione e’ ammesso solo per violazione di legge, regime che ha superato il vaglio di costituzionalita’ (Corte Cost. sent. n. 106 del 2015). Il regime e’ stato riaffermato dalle S.U. di questa Corte, che hanno statuito che nel procedimento di prevenzione il ricorso per cassazione e’ ammesso soltanto per violazione di legge, secondo il disposto della L. 27 dicembre 1956, n. 1423, articolo 4, richiamato dalla L. 31 maggio 1965, n. 575, articolo 3 ter, comma 2; ne consegue che, in tema di sindacato sulla motivazione, e’ esclusa dal novero dei vizi deducibili in sede di legittimita’ l’ipotesi dell’illogicita’ manifesta di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera e), potendosi esclusivamente denunciare con il ricorso, poiche’ qualificabile come violazione dell’obbligo di provvedere con decreto motivato imposto al giudice d’appello dalla predetta L. n. 1423 del 1956, articolo 4, comma 9, il caso di motivazione inesistente o meramente apparente. (Sez. U, n. 33451 del 29/05/2014, Rv. 260246).

  1. Ebbene i ricorsi in esame, per alcuni versi, presentano, sotto forma di vizi di violazioni di legge, anche censure di merito, in ordine alla lettura dei dati fattuali per come interpretati dai giudici di merito ed in tal caso si appalesano inammissibili, non confrontandosi con l’ampia motivazione resa dalla Corte di territoriale che ha adeguatamente valutato i motivi di appello.

Per altro verso sono infondati e vanno rigettati.

2.1. Cosi’ con riferimento all’eccezione di incompetenza funzionale/territoriale del Tribunale di Reggio Calabria, sollevata da tutti i ricorrenti e che il Procuratore generale ritiene inammissibile (anche) in ragione dell’aspecificita’ dei ricorsi per difetto di allegazione, deve osservarsi che per costante orientamento espresso da questa Corte di legittimita’ ai fini dell’individuazione della competenza territoriale nel procedimento di prevenzione occorre aver riguardo non tanto alla residenza anagrafica o alla dimora del proposto, ma ai luoghi in cui sono state poste in essere, le manifestazioni di pericolosita’ assunte come rilevanti agli effetti della formulazione della proposta (Sez. Unite 18/1996; Rv. 205259; Sez. 6, n. 21710/2003, rv n. 225687; Sez. 1 51076/2014, rv. 261601). Cio’ deriva dalla stessa connotazione del giudizio di prevenzione non gia’ come tipico giudizio ricostruttivo di “un fatto”, quanto come giudizio ricostruttivo di una “condizione soggettiva”, rappresentata dalla pericolosita’ dell’agire di una persona. E’ evidente, pertanto, che i luoghi di manifestazione di detta pericolosita’ tendano a influenzare il criterio regolatore della competenza a proporre e a decidere, posto che l’intera disciplina – specie sul piano personale – risulta finalizzata ad una “inibizione” verso il compimento di ulteriori condotte pericolose, e l’attribuzione decisoria – correlata al luogo di manifestazione della pericolosita’ – risulta in linea con il principio di ragionevolezza sotteso alla norma costituzionale di cui all’articolo 25 Cost..

2.2. Nel caso di specie la Corte d’appello, ha condivisibilmente ritenuto la propria competenza territoriale avuto riguardo al criterio normativo di cui al Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 5 (richiamato per la prevenzione patrimoniale dall’articolo 23 che riproduce e coordina la L. n. 1423 del 1956, articolo 4, L. n. 575 del 1965, articolo 2 e L. n. 152 del 1975, articolo 19), non gia’ per effetto della sovrapposizione di criteri di natura civilistica o trascurando il profilo della maggiore gravita’ del reato di associazione a delinquere contestato presso il Tribunale di Teramo, come sostenuto dai ricorrenti, ma per effetto della esatta individuazione del luogo in cui le condotte sintomatiche di pericolosita’ sociale, tutte correlate allo svolgersi della vita imprenditoriale di (OMISSIS), si sono manifestate, posto che la rilevanza attribuita dalla Corte al requisito della continuita’ della manifestazione della pericolosita’, non si pone in conflitto con quanto propugnato dalle difese circa l’identificazione della dimora con il luogo in cui si e’ verificata la condotta illecita connotata da maggiore gravita’ o spessore atteso che, come affermato da questa Corte: “Nell’ipotesi in cui la pericolosita’ sociale del soggetto proposto deve essere valutata in relazione ad una pluralita’ di condotte non riferibili ad un contesto associativo criminale, ma poste in essere in luoghi diversi, per la determinazione della competenza territoriale si dovra’ tenere conto certamente dell’eventuale maggiore spessore e rilevanza di alcune condotte, ma pur sempre al fine di individuare un rapporto con l’ambiente locale, che non sia ne’ provvisorio ne’ occasionale ed abbia, quindi, un carattere di continuita’ con riferimento alla prospettata valutazione della pericolosita’ sociale del proposto. In ragione, quindi, dei presupposti e delle finalita’ dell’applicazione della misura di prevenzione personale, ai fini della individuazione della competenza territoriale si deve avere riguardo al luogo nel quale, sulla base degli elementi di fatto prospettati dall’autorita’ proponente, la pericolosita’ sociale attuale si manifesti con carattere di continuita’ in rapporto con l’ambiente locale (Sez. 1; n. 45380 del 07/07/2015; Rv. 265255)`: E cio’ in quanto la valutazione del grado di pericolosita’ e’ globale ed insuscettibile di frazionamento sicche’ il luogo in cui radicare la competenza per territorio deve avere riguardo alla complessiva condotta di vita del predetto, ponendo attenzione altresi’ all’inquadramento della pericolosita’ del proposto dedotto nell’atto introduttivo, purche’ lo stesso non appaia “ictu oculi” incoerente rispetto alla base fattuale offerta (Sez. 1, n. 42238/2017, Rv. 270972).

2.3. Il presupposto da cui muove il decreto impugnato e’ quindi, come detto, quello dell’individuazione, nel territorio di Gioia Tauro, del luogo in cui la pericolosita’ dell’ (OMISSIS) si e’ maggiormente palesata, e si tratta di una osservazione che – specialmente se correlata alla ricostruzione delle attivita’ imprenditoriali a lui facenti capo, ed alla tipologia di pericolosita’ ritenuta, appare congruamente argomentata. In linea di principio, le ulteriori condotte del proposto, di cui il provvedimento impugnato da’ contezza (ovvero l’associazione a delinquere semplice) che si sarebbero verificate in quel di (OMISSIS), non solo non sono state ritenute esplicative di maggiore pericolosita’, ma sono state valutate quali occasioni in cui quella pericolosita’ ha avuto parallelamente modo di manifestarsi, senza tuttavia poter incidere sulla determinazione della A.G. competente trattandosi di condotte, per quanto indicative della pericolosita’, di minor spessore e rilevanza rispetto a quanto accaduto in Calabria, luogo in cui l’ (OMISSIS) ha fissato il centro organizzativo e decisionale dei propri interessi e da cui promanano le ulteriori condotte illecite tanto piu’ che, come rilevato dai giudici di merito, con valutazione in fatto insindacabile in questa sede, le imputazioni formulate a carico di (OMISSIS) nell’ambito del proc. n. 4023/2009, ruotano intorno ad una fattispecie associativa finalizzata alla commissione di truffe perpetrate attraverso societa’ aventi sede legale in Abruzzo, ma di fatto radicate nel Comune di Gioa Tauro.

  1. Quanto al giudizio di pericolosita’ generica, presupposto ineludibile per l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale, si ritiene corretto il ragionamento seguito dal giudice di merito che, escludendo la sussistenza del requisito dell’attualita’, in forza della risalenza nel tempo degli elementi sintomatici di pericolosita’, ha rigettato la misura di prevenzione personale ed ha, tuttavia, applicato la misura di prevenzione patrimoniale ritenendo (OMISSIS) soggetto rientrante nella categoria di persone pericolose perche’ “abitualmente dedito a traffici delittuosi” e comunque “soggetto che vive anche in parte con i proventi di attivita’ delittuose” (articolo 4, lettera c) in relazione al Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 1, lettera a) e b), ricavando tale giudizio prognostico dal ponderato esame delle numerose vicende giudiziarie pendenti a suo carico dal 1995 al 2010.

3.1. Deve in proposito ricordarsi che la misura di prevenzione patrimoniale, e’ suscettibile di applicazione disgiunta rispetto alla misura patrimoniale restando comunque ineludibile l’accertamento in ordine alla pericolosita’ del soggetto inciso, in particolare la circostanza che questi fosse tale al momento dell’acquisto del bene (SU. n. 4880 del 26/06/2014, Rv. 262604).

Orbene prima di affrontare il tema della (necessaria) correlazione temporale tra il momento di manifestazione della pericolosita’ e l’acquisizione patrimoniale, occorre svolgere alcune considerazioni in materia di pericolosita’ generica meglio definita “pericolosita’ comune”.

I ricorrenti e lo stesso Procuratore generale, sostengono che l’intero sistema delle misure di prevenzione sia stato messo in crisi dalla sentenza CEDU Grande Camera del 23/2/2017 De Tommaso c/ Italia e che nel caso di specie, data la sostanziale incensuratezza del proposto, egli non possa essere considerato soggetto pericoloso e conseguentemente non possa procedersi all’acquisizione del suo patrimonio per mezzo della confisca di prevenzione.

3.2 Prima di affrontare tale snodo motivazionale, va innanzi tutto ricordato che le misure di prevenzione nascono come istituti diretti a garantire le esigenze di prevenzione dello Stato, si consente il controllo da parte dell’autorita’ di pubblica sicurezza limitando la liberta’ della persona ovvero incidendo pesantemente sul diritto di proprieta’. Esse pur se sprovviste di natura sanzionatoria in senso stretto, rientrano in un’accezione lata di provvedimenti con portata afflittiva il che impone di ritenere applicabile il generale principio di tassativita’ e determinatezza della descrizione normativa dei comportamenti presi in considerazione come fonte giustificatrice di tale limitazione.

3.3. La Corte Costituzionale, a partire dalla sentenza n. 2 del 1956 (e poi con le sentenze 177/80 e 126/1983) ha riconosciuto la legittimita’ costituzionale, in via di principio, di un sistema di prevenzione dei fatti illeciti, a garanzia dell’ordinato e pacifico svolgimento dei rapporti subordinatamente, peraltro, al rispetto del principio di legalita’ e all’esistenza della garanzia giurisdizionale che trova riconoscimento anche nell’articolo 2 Cost..

3.4. La stessa Corte EDU ha riconosciuto piu’ volte la compatibilita’ delle misure di prevenzione con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, trattandosi di misure applicate sulla base di disposizioni legislative da un Tribunale e necessarie in una societa’ democratica per la sicurezza nazionale per la sicurezza pubblica, per il mantenimento dell’ordine pubblico, per la prevenzione dei reati penali (Sent. 1/7/1961 Sul caso Lewless; 18/6/1971 sul caso De Wilde ed altri, 6/1/1980 sul caso Guzzardi, 22/2/1986 sul caso Ciulla, 6/4/2004 sul caso Labita), il sistema e’ stato ritenuto dalla stessa Corte EDU, compatibile con la normativa comunitaria poiche’ il presupposto per l’applicazione di una misura di prevenzione e’ una “condizione” personale di pericolosita’, la quale e’ desumibile da piu’ fatti, anche non costituenti illecito, quali le frequentazioni, le abitudini di vita, i rapporti, mentre il presupposto tipico per l’applicazione di una sanzione penale e’ un fatto-reato accertato secondo le regole tipiche del processo penale. Nella sentenza del 4 marzo 2014, Grande Stevens c. Italia, la Corte ha ricordato che le stesse non hanno natura anche solo sostanzialmente penale, pure alla luce della elaborazione della giurisprudenza della medesima Corte EDU, la quale ne sottolinea la funzione di provvedimenti diretti ad impedire la commissione di atti criminali e non a sanzionare la realizzazione di questi ultimi. (cfr. CEDU sentenza 22 febbraio 1994, Raimondo c. Italia e sentenza 22 febbraio 1989 Ciulla c. Italia).

3.5. La giurisprudenza di legittimita’, in diverse pronunce, ha affermato che “e’ manifestamente infondata la questione di legittimita’ costituzionale del sistema normativo previsto in materia di misure di prevenzione, poiche’ il giudizio di pericolosita’, in un’ottica costituzionalmente orientata, si fonda sull’oggettiva valutazione di fatti sintomatici collegati ad elementi certi e non su meri sospetti, senza alcuna inversione dell’onere della prova a carico del proposto, essendo incentrati sul meccanismo delle presunzioni in presenza di indizi, i quali devono essere comunque provati dalla pubblica accusa, rimanendo a carico dell’interessato soltanto un onere di allegazione per smentirne l’efficacia probatoria” (SS. UU., 25 marzo 2010 n. 13426, Cagnazzo; Sez. 2 26235/2015, rv. 264387; Sez. 6, 44608/2015, rv. 265056).

3.6. Ultimamente questa Corte, proprio al fine di elidere le critiche di genericita’ ed indeterminatezza ed evitare una pronuncia di incostituzionalita’ delle norme in materia di prevenzione personale e patrimoniale, ha proceduto, in linea con quanto sollecitato dalla stessa Corte Costituzionale con la sentenza n. 49/2015 di cui appresso si dira’, ad un’interpretazione del diritto interno convenzionalmente e costituzionalmente conforme al dettato dell’articolo 2 Protocollo 4 addizionale della Convenzione ed ha sottolineato l’importanza della componente ricostruttiva del giudizio di prevenzione tesa a rappresentare l’apprezzamento di fatti idonei (o meno) a garantire l’iscrizione del soggetto proposto in una delle categorie tipizzate di soggetti a pericolosita’ generica precisando che il soggetto coinvolto in un procedimento di prevenzione non viene ritenuto colpevole o non colpevole in ordine alla realizzazione di un fatto specifico, ma viene ritenuto pericoloso o non pericoloso in rapporto al suo precedente agire per come ricostruito attraverso le diverse fonti di conoscenza elevate ad indice rivelatore della possibilita’ di compiere future condotte perturbatrici dell’ordine sociale e costituzionale o dell’ordine economico e cio’ in ragione delle disposizioni di legge che qualificano le diverse categorie di pericolosita’.

3.7. Si e’ specificato che in sede di verifica della pericolosita’ di soggetto proposto per l’applicazione di misura ai sensi del Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159, articolo 1, comma, 1 lettera a) e b), il giudice della prevenzione, in assenza di giudicato penale, puo’ ricostruire in via autonoma la rilevanza penale di condotte emerse durante l’istruttoria, dovendosi comunque attribuire rilevanza ai fini applicativi della misura, all’abituale dedizione a “traffici delittuosi” per tali intendendosi attivita’ delittuose che comportino illeciti arricchimenti anche senza il ricorso a mezzi negoziali fraudolenti e quindi condotte delittuose caratterizzate da una tipica attivita’ trafficante (esemplificativamente: articoli 600-bis, 600-ter, 600-quinquies, 601 e 602 c.p.; L. n. 75 del 1958, articolo 3 e segg.; Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articoli 73 e 74), ma anche tutte quelle che sono caratterizzate dalla finalita’ patrimoniale o di profitto e che si caratterizzano per la spoliazione (articoli 314, 317, 624, 643, 646, 628 e 629 c.p.), l’approfittamento e in genere per l’alterazione di un meccanismo negoziale o dei rapporti economici, sociali o civili (esemplificativamente: articoli 316-bis, 318, 640, 640-bis e 644 c.p.), ovvero alla condotta di vita di chi “vive anche in parte con i proventi di attivita’ delittuose”. (Sez. 1, 31209/2015, rv. 264320; Sez. 1, 51469/2017, Bosco,; Sez. 6 53003/2017, D’Alessandro).

Tale inquadramento, da operarsi sulla base di idonei elementi di fatto (ivi compreso il riferimento alla condotta e al tenore di vita), presuppone come realizzate con esito positivo, quanto alla parte constatativa del giudizio, le seguenti verifiche: la realizzazione di attivita’ delittuose (trattasi di termine inequivoco) non episodica ma almeno caratterizzante un significativo intervallo temporale della vita del proposto; la realizzazione di attivita’ delittuose che oltre ad avere la caratteristica che precede siano produttive di reddito illecito (il provento); la destinazione, almeno parziale, di tali proventi al soddisfacimento dei bisogni di sostentamento della persona e del suo eventuale nucleo familiare.

Date queste coordinate, in ordine alla tipologia di condotte rilevanti a fini social preventivi, la stessa giurisprudenza di legittimita’ ha ulteriormente precisato anche quali connotati dovra’ assumere la pericolosita’ per poter rilevare a fini dell’applicazione della misura di prevenzione, essendo necessario che le dette condotte illecite siano poste in essere in modo non episodico ma cronologicamente apprezzabile. E’ necessario cioe’ evidenziare una sorta di “iter esistenziale” non avente chiaramente le caratteristiche di cui all’articolo 4, lettera a) Legge citata, ma che comunque connoti in modo significativo lo stile di vita del soggetto che quindi si deve caratterizzare quale individuo che abbia consapevolmente scelto il crimine come pratica comune di vita per periodi adeguati o comunque significativi. Tali attivita’ delittuose devono consentire una produzione di reddito illecito idoneo anche parzialmente a sostentare il proposto ed eventualmente anche il suo nucleo familiare ove esistente. Occorre quindi una continuita’ nell’illecito e nel reddito prodotto con espulsione dal novero delle valutazioni rilevanti ai fini della pericolosita’ generica, di tutto cio’ che assuma le caratteristiche di sporadicita’ e occasionalita’.

3.8. Occorre ora chiedersi quali siano le fonti di conoscenza del giudice della prevenzione, a quali dati egli debba fare riferimento per esprimere un giudizio valutativo in relazione alla personalita’ del soggetto e prognostico in relazione al suo agire futuro; ebbene sul punto la giurisprudenza di legittimita’ con la sentenza citata (Sez. 1 n. 31209/2015, rv. 264320), contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, convalida la pronuncia impugnata affermando che se ai fini dell’applicazione di una misura di prevenzione, i fatti sui quali deve basarsi il giudizio di pericolosita’ comune non possono essere fatti per i quali sia intervenuta una sentenza di assoluzione, e’ tuttavia consentito al giudice della prevenzione valutare autonomamente i fatti accertati in sede penale che non abbiano dato luogo a sentenza di condanna, in presenza di sentenze di proscioglimento per intervenuta prescrizione (limite esterno alla punibilita’ del fatto) “li’ dove il fatto risulti delineato con sufficiente chiarezza o sia comunque ricavabile in via autonoma dagli atti”.

In definitiva e’ stato confermato il principio in base al quale l’unico limite autonomia del giudizio di prevenzione e’ quello della negazione in sede penale, con pronunce irrevocabili di determinati fatti: cio’ in quanto la negazione penale irrevocabile di un determinato fatto impedisce di ritenerlo esistente e quindi di assumerlo come elemento iniziale del giudizio di pericolosita’ sociale.

3.9. Il provvedimento impugnato ha, pertanto, legittimamente considerato unitamente alla sentenza di condanna nel proc. n. 214/19955, anche una serie di procedimenti nell’ambito dei quali sono annoverate una serie di contestazioni con adozione di misure cautelari e sentenze di proscioglimento per prescrizione che hanno comunque attestato l’esistenza di fatti aventi caratteristiche di oggettiva pericolosita’ sociale, dando conto, in motivazione, della ricorrenza di tutti gli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice idonea alla produzione di proventi illeciti.

avv penale bologna foto
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3.10. Da queste premesse discende che il richiamo operato dai ricorrenti alla sentenza CEDU De Tommaso c/Italia, non solo non appare vincolante posto che la sentenza De Tommaso pur provenendo dalla Grande Camera, nel merito specifico della cosi’ ritenuta inadeguatezza della legge per carenza di previsioni sufficientemente dettagliate sul tipo di condotta da considerare espressiva di pericolosita’ sociale, non integra, allo stato, un precedente consolidato nei termini descritti dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 49/2015. Sentenza – quella appena citata – con la quale la Consulta ha affermato che “solo nel caso in cui si trovi in presenza di un “diritto consolidato” generato dalla giurisprudenza Europea o di una “sentenza pilota”, il giudice italiano sara’ tenuto ad uniformarsi alla giurisprudenza Europea, ma appare inidoneo a vulnerare il sistema delle misure di prevenzione per un rischio di genericita’ e indeterminatezza, posto che nella sentenza stessa, la Corte EDU dopo avere affermato che una norma e’ prevedibile allorche’ offre una certa garanzia contro le ingerenze arbitrarie del potere pubblico, ha ulteriormente precisato che una legge che attribuisce al giudice un potere discrezionale deve fissarne la portata anche nel caso in cui le norme e le procedure da osservare non necessariamente appaiono in modo specifico nella legislazione stessa e dunque, avuto riguardo ai destinatari delle misure di prevenzione sul presupposto della ricorrenza di una pericolosita’ generica, esse non possono considerarsi “ex se” vaghe generiche e indeterminate, potendosi affermare sulla base della giurisprudenza di legittimita’ piu’ sopra citata (Sez. 1, 31209/2015, rv. 264320; Sez. 1, 51469/2017, Bosco; Sez. 6 53003/2017, D’Alessandro), che e’ assoggettabile a misura di prevenzione esclusivamente chi abbia perpetrato per un significativo lasso di tempo, attivita’ delittuose o comunque criminali potenzialmente produttive di redditi illeciti anche in parte destinati al suo sostentamento o del proprio nucleo familiare.

3.11. Non rileva ai fini della presente decisione, la questione di legittimita’ costituzionale sollevata da questa stessa Sezione con ordinanza n. 49194/ 2017, Rv. 271248, riguardante, piuttosto, la verifica della legittimita’ costituzionale del Decreto Legislativo 6 settembre 2011, n. 159, articolo 75, comma 2, in relazione agli articoli 25 e 117 Cost. e all’articolo 7 della Convenzione Europea per la salvaguardia dell’uomo e delle liberta’ fondamentali e vanno dunque conseguentemente esclusi, nella specie, profili rilevanti e non manifestamente infondati di una antinomia tra le norme del Decreto Legislativo n. 159 del 2011 applicate e la Costituzione, da superare facendo ricorso all’incidente di legittimita’ costituzionale.

  1. Venendo al caso di specie e superati i dubbi di legittimita’ costituzionale del sistema social preventivo anche alla luce della sentenza Cedu De Tommaso, ritiene il Collegio che la Corte d’appello, come anticipato, abbia ben recepito l’insegnamento della Corte di legittimita’ in materia, sottolineando, da un lato, l’autonomia della valutazione del giudice della prevenzione, rispetto l’accertamento svolto in sede penale (Sez. 1 n 7585/2014, rv. 259672), dall’altro la rilevanza ai fini del giudizio di pericolosita’, delle sentenze di proscioglimento per estinzione del reato dovuta a prescrizione che possono assumere rilevanza nel giudizio di prevenzione laddove il fatto risulti delineato con sufficiente chiarezza o sia ricavabile in via autonoma dagli atti (Sez. 1, 31209/2015, Scagliarini, rv., 264320); ed ha ritenuto il precedente citato (che la difesa ed il Procuratore generale vorrebbero allineato sulle proprie posizioni), perfettamente sovrapponibile al caso esaminato posto che il proposto (OMISSIS), risultava essere stato condannato in primo grado nel proc. n. 214/95, per il reato di utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti al fine di evadere le imposte dirette e l’IVA e poi prosciolto in appello per intervenuta prescrizione e risultava in molti altri processi, tutti specificamente esaminati, prosciolto in primo grado per estinzione del reato dovuta a prescrizione o archiviato per effetto del decorso del tempo potendosi ricavare da tali vicende, un giudizio prognostico di pericolosita’ in ragione della sistematicita’ e serialita’ del ricorso reiterato alle truffe ed alla falsa fatturazione, sempre ritenuta costituente delitto, che ha comportato risparmi di imposta e proventi notevoli poi reinvestiti nell’attivita’ produttiva che riceveva esponenziale sviluppo dall’attivita’ delittuosa posta in essere.

4.1. Alla luce di tali elementi appaiono superabili le considerazioni svolte dalle parti, circa la carenza del requisito di pericolosita’ per mancanza di una condanna o di un accertamento definitivo per delitto doloso, atteso che il soggetto proposto non solo risulta essere stato condannato in primo grado nel procodice navale 214/95, e poi prosciolto per prescrizione, ma risulta essersi dedicato al delitto come pratica comune di vita per periodi assai significativi, sicche’ il giudizio di pericolosita’ giustificativo della misura lungi dall’apparire sprovvisto di dati fattuali certi, e’ risultato ancorato a condotte rivelatrici della possibilita’ di compiere future condotte perturbatrici dell’ordine economico perche’ poste in essere abitualmente ed al fine di ricavarne il provento per il proprio sostentamento.

4.2. La pronuncia si pone perfettamente in linea anche con gli arresti giurisprudenziali citati dai ricorrenti (Sez. 5 del 6/12/2016, Malara e Sez. 6 del 21/9/2017, D’Alessandro) posto che nelle sentenze citate non si esclude affatto che condotte di evasione fiscale possano essere incluse nel novero delle condotte sintomatiche di pericolosita’ generica, quanto piuttosto si sottolinea, in relazione alle diverse fattispecie di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, che venga effettuato un positivo accertamento di tali condotte fraudolente specificando che esse ben possono far ritenere che il soggetto responsabile viva abitualmente dei relativi proventi, complessivamente considerati, determinandosi quella sorta di tendenziale confusione tra patrimonio di origine lecita e incrementi derivanti da condotte illecite di evasione tributaria che sta alla base del principio affermato da Sez. U, sent. n. 33451 del 29/05/2014, Repaci e altri, Rv. 260244 nonche’, per l’evasione contributiva, da Sez. 1 sent. n. 32032 del 10/06/2013, De Angelis, Rv. 256450). 4.3. La Corte d’appello nel caso di specie, recependo tale insegnamento, ha evidenziato la sussistenza di reiterate condotte fraudolente e di falsa fatturazione che al di la’ degli esiti processuali, spesso legati al decorso del tempo, in quanto oggettivamente riscontrate, sono state legittimamente poste a base del giudizio di pericolosita’ sociale trattandosi proprio di quelle condotte ex articolo 640 bis c.p. e Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2 che, in quanto reiterate, sono significative ai fini del giudizio di pericolosita’ generica ai sensi del Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 1, lettera a) e b).

4.4. Ne’ si attaglia al caso di specie il richiamo operato dalla difesa della ricorrente (OMISSIS) alla recente pronunzia delle S.Unite di questa Corte (S.U. del 30/11/2017, Gattuso), sul tema della necessita’ dell’accertamento della attualita’ della pericolosita’ (anche) per l’ipotesi di pericolosita’ mafiosa, che imporrebbe un aggravamento dello standard probatorio richiesto per i pericolosi generici, atteso che nel caso di specie il giudicante, facendo buon uso dei canoni ermeneutici forniti dalla giurisprudenza di legittimita’, ha escluso il requisito dell’attualita’ (della pericolosita’), limitata sino all’anno 2010, ed ha conseguentemente rigettato la richiesta di applicazione della misura di prevenzione personale procedendo, esclusivamente, all’applicazione della confisca di prevenzione avendo riguardo al momento di iniziale e finale di manifestazione della pericolosita’.

  1. Riguardo alla perimetrazione temporale della pericolosita’ ai fini della verifica della legittimita’ dell’apprensione dell’intero patrimonio della famiglia (OMISSIS), nel decreto impugnato vengono esaminate singolarmente le numerose vicende giudiziarie che a partire dal 1985 (proc. n. 214/1995) hanno connotato l’attivita’ imprenditoriale del proposto (false fatturazioni, truffe) che, indipendentemente dalla favorevole conclusione processuale, spesso dovuta a motivazioni tecnico giuridiche, piuttosto che a carenze probatorie in ordine ai fatti, hanno consentito anche di circoscrivere sotto il profilo temporale, la pericolosita’ del soggetto, posto che le vicende giudiziarie hanno avuto- inizio con il sorgere della vita dell’impresa (OMISSIS). Si e’ evidenziato infatti il reiterato, prolungato e seriale coinvolgimento del proposto e dei suoi stretti congiunti che lo coadiuvavano nell’attivita’ imprenditoriale, in numerose indagini che lo vedevano interessato alla medesima tipologia di reati ovvero le false fatturazioni e le truffe per ottenere contributi comunitari, sicche’ appaiono infondate le censure mosse dai ricorrenti in ordine alla carenza di correlazione temporale tra pericolosita’ sociale e accumulazione patrimoniale essendo ben delineata al di la’ del denunciato automatismo valutativo e decisorio, la serialita’ e la sistematicita’ del ricorso alla falsa fatturazione, sempre ritenuta costituente delitto, la quale ha comportato risparmi di imposta e quindi proventi notevoli reinvestiti nell’attivita’ produttiva a far data dal 1980 sino al 2010.

5.1. Ed allora non appaiono pertinenti i richiami difensivi alla sentenza di questa Corte (Sez. 1, n. 19657 del 24/172017, Palermo), sulla necessita’ di valutare la persistente pericolosita’ sociale del soggetto, in considerazione sviluppo della personalita’ del proposto o anche alla sentenza Corte E.D.U. del 29 ottobre 2013, Varvara c. Italia, ric. N. 17475/09, sui rapporti tra confisca e prescrizione del reato, dovendosi porre mente quanto al citato precedente della Corte di legittimita’, che in esso si e’ trattato dell’ipotesi, evidentemente diversa, di richiesta di revoca della misura di prevenzione di soggetto che aveva anche scontato un periodo di detenzione rispetto al quale era necessario aggiornare il dato relativo alla pericolosita’ sociale in conformita’ secondo quanto prescritto dalla Corte Costituzionale (sent. 291/2013); quanto alla seconda che nella sentenza n. 49 del 2015, la Corte Costituzionale, ha precisato che di per se’, non e’ escluso che il proscioglimento per prescrizione possa accompagnarsi alla piu’ ampia motivazione sulla responsabilita’, ai soli fini della confisca del bene lottizzato, misura, quest’ultima, che il giudice penale e’ tenuto a disporre con la sentenza definitiva che accerta che vi e’ stata lottizzazione abusiva ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 2001, articolo 44, comma. Deve aggiungersi, ai fini che qui interessano, che nella la citata decisione (par. 83 – 84) la Corte EDU evidenzia in modo espresso che resta possibile per gli Stati membri la previsione di ipotesi diverse di confisca, previste indipendentemente dall’esistenza di un procedimento penale e nel cui ambito venga accertata la presumibile origine illecita del patrimonio, compiendo riferimento a decisioni (Riela contro Italia, Arcuri contro Italia, Raimondo contro Italia) legittimanti il sistema italiano delle misure di prevenzione personali e patrimoniali (dato che in tali ipotesi viene in rilievo il citato articolo 1, comma 2, e la previsione convenzionale di possibili previsioni legali tese a “disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale, come di recente ribadito dalla stessa Corte Europea nel caso Bongiorno contro Italia, 2 Sez., sentenza del 5 gennaio 2010).

Ed e’ significativo che nella medesima decisione (Varvara contro Italia) la Corte Europea abbia sentito il bisogno di realizzare una fondamentale distinzione tra le ipotesi di confisca comunque “correlate” ad un riconoscimento processuale della responsabilita’ penale (cui viene attribuita, anche in difformita’ da consistenti orientamenti interpretativi interni tesi a limitarla, natura sanzionatoria, con ritenuta applicabilita’ dell’articolo 7 della Convenzione) ed ipotesi di confisca diversamente correlate non gia’ ad una verifica della sussistenza di un reato e della colpevolezza del suo autore ma ad ipotesi di “pericolosita’ patrimoniale” oggetto di verifica nell’ambito di procedure non penali in senso proprio (come nel caso delle misure di prevenzione antimafia) nel cui ambito venga constatata la “presumibile origine illecita del patrimonio”, posto che in tal caso non vengono in rilievo i corollari dell’articolo 7 Convenzione e dell’articolo 1, comma 1, Protocollo n. 1 ma il diverso principio di cui all’articolo 1, comma 2 del Protocollo (salvaguardia di leggi interne tese a disciplinare l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale). Tale affermazione – a parere del Collegio – comporta l’attribuzione di preminente rilievo alla tipologia di procedimento legale nel cui ambito si inserisce la previsione di confisca, legittimando le ipotesi di “confisca senza condanna” (per quanto concerne l’ambito di applicazione delle norme convenzionali) li’ dove la natura e la funzione della procedura sia – di per se’ – quella di accertare la pericolosita’ soggettiva e la presumibile origine illecita del patrimonio come appunto e’ il caso delle misure di prevenzione.

5.2. Ne’ appare pertinente il richiamo alla sentenza della Suprema Corte Sez. 1 del 20/1/Fei, riguardante, come riconosciuto dalla stessa ricorrente, il diverso caso della “confisca pertinenziale” ex articolo 240 c.p., e cioe’ di confisca che richiede una relazione tra il bene ed il reato, trattandosi di vicenda processuale ben diversa da quella riguardante l’ (OMISSIS) ovvero di un caso di estinzione del reato per prescrizione intervenuta prima della sentenza di primo grado.

5.3. Ne’ e’ apparso rilevante, per escludere il giudizio di pericolosita’ sociale del proposto il fatto che questi possa avere beneficiato, in sede di giudizio di primo grado (conclusosi con condanna e definito in appello con prescrizione), della sospensione condizionale della pena, trattandosi di istituto legato a presupposti diversi rispetto alla misura di prevenzione ed, al tempo, concesso essendo l’imputato incensurato.

  1. Per quanto sopra detto non e’ dato nemmeno scorgere profili di contrasto con la direttiva Europea 2016/343 (sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali), come prospettato dalla ricorrente (OMISSIS), atteso che il giudizio contenuto nel provvedimento applicativo della misura di prevenzione non attiene alla responsabilita’ penale del proposto, ma esprime una valutazione, ancorata a fatti certi, di pericolosita’ del soggetto al fine di consentirne il controllo e prevenire la commissione di reati ed il sistema deve ritenersi adeguatamente articolato sotto il profilo delle garanzie difensive in quanto progressivamente “giurisdizionalizzato” (S.Unite. n. 13426/2010; Rv. 246272).
  2. Venendo ora alle doglianze relative agli aspetti patrimoniali della misura deve osservarsi che le stesse si risolvono in censure che aderiscono il merito della motivazione adottata, senza individuare vizi suscettibili di assurgere a violazione di legge in senso proprio.

7.1. Va detto, in generale, che riguardo alla compatibilita’ delle misure patrimoniali, la Corte Costituzionale ne ha piu’ volte ritenuto la rispondenza ai principi costituzionali (sent. 465/1993, 487/1995, 335/1996) ed anche la Corte Europea ha affermato la piena compatibilita’ delle misure di prevenzione patrimoniali con la CEDU non essendo esse assimilabili ad una sanzione penale, perche’ non presuppongono un reato e tendono a prevenirne la commissione da parte di soggetti ritenuti pericolosi rientrando in quelle misure necessarie e adeguate alla protezione dell’interesse pubblico.

Secondo la costante giurisprudenza della Corte Europea “l’ingerenza nel godimento del diritto al rispetto dei beni, garantito dall’articolo 1, comma 1 del protocollo addizionale n. 1 della Convenzione, e’ consentito dal comma 2, che lascia agli Stati il diritto di adottare “quelle leggi che giudicano necessarie per disciplinare l’uso dei beni in relazione all’interesse generale” (decisione del 22/2/1994 sul caso Raimondo).

7.2. E ancora si e’ evidenziato in tema di misure patrimoniali come la compressione della garanzia proprietaria, essendo funzionalizzata alla lotta contro il crimine organizzato e alla tutela del mercato e della libera concorrenza, minacciata dall’ingerenza e infiltrazione di capitali illeciti, rientri in quelle privazioni della proprieta’ privata consentite dall’ordinamento in quanto dirette alla realizzazione di finalita’ di giustizia sociale. Le misure patrimoniali incidono su di un bene “il patrimonio” che, nella gerarchia dei valori costituzionali, gode di una “piu’ elastica” tutela rispetto ai diritti inviolabili della persona, ben potendo lo stesso tollerare un qualche affievolimento in termini di garanzie.

La difesa della “proprieta’”, si afferma, si giustifica solo – ove la stessa possa assolvere alla sua funzione sociale, la capacita’ cioe’ di favorire e incrementare lo sviluppo di altri valori costituzionalmente protetti. Se cio’ non avviene, e se anzi si verifica la mortificazione di quella funzione, il diritto di proprieta’ diventa “antisociale” e ne viene meno la ragione di tutela. In tal senso la misura reale della confisca di prevenzione non si pone n contrasto con le suddette garanzie, risultando legittimata dagli stessi articolo 41 e 42 Cost..

I rimedi patrimoniale preventivo “tendendo a far conseguire ai soggetti privati l’unico possibile corretto significato del diritto di proprieta’ invocato con riferimento alla norma parametro”, diventano mezzi di attuazione della funzione sociale di cui all’articolo 42 Cost..

7.3. Esaminando ora le censure mosse dai ricorrenti al decreto impugnato avuto riguardo alla confisca operata nei confronti dei terzi ritenuti intestatari fittizi, va dettorali censure appaiono inammissibili perche’ generiche e manifestamente infondate.

I ricorrenti lamentano l’omessa motivazione in ordine al profilo della sproporzione tra il reddito prodotto e le acquisizioni patrimoniali, tenuto conto degli argomenti spesi dalla difesa a dimostrazione della lecita provenienza dei beni e si dolgono della impropria valorizzazione da parte dei giudici di merito, della relazione dell’amministratore giudiziario posta a fondamento della totale apprensione dei beni degli (OMISSIS), complessivamente riconducibili al proposto. Ebbene la Corte d’appello sul punto, ha reso una motivazione completa ed esaustiva con espressi richiami alle capacita’ reddituali del proposto e degli terzi interessati, fondando la decisione su considerazioni che e’ fisiologico rimangano non condivise dai ricorrenti, ma non possono in alcun modo dirsi inesistenti e nemmeno apparenti.

In proposito la Corte d’appello ha dapprima evidenziato che l’appartenenza dei terzi ricorrenti (coniuge e figli) alle categorie di soggetti per i quali vige una presunzione di fittizieta’ di intestazione, determina uno spostamento dell’onere probatorio in capo al soggetto terzo, il quale nella specie non ha fornito specifici elementi giustificativi di tale disponibilita’. Infatti in materia di misure di prevenzione patrimoniali, ai fini della confisca prevista dalla L. n. 575 del 1965, articolo 2-bis, comma 3, (oggi Decreto Legislativo n. 159 del 2011, articolo 26, comma 2), l’accertamento giudiziale della disponibilita’, in capo al proposto, dei beni formalmente intestati a terzi, opera diversamente per il coniuge, i figli ed i conviventi di quest’ultimo, rispetto a tutte le altre persone fisiche o giuridiche, in quanto nei confronti dei primi siffatta disponibilita’ e’ legittimamente presunta senza la necessita’ di specifici accertamenti, quando risulti l’assenza di risorse economiche proprie del terzo intestatario, mentre, con riferimento alle seconde, devono essere acquisiti specifici elementi di prova circa il carattere fittizio dell’intestazione (Sez. 1, n. 5184/2015; Rv. 266247). Ebbene i giudici di merito oltre a sottolineare l’appartenenza dei terzi alle categorie di soggetti per i quali vige espressamente la suddetta presunzione, hanno richiamato a fondamento della ritenuta assenza di risorse economiche proprie dell’intestatario, da un lato la diretta derivazione delle loro risorse dalle imprese olearie di (OMISSIS), caratterizzate come detto da un’intrinseca illiceita’, dall’altro l’esigua entita’ o inesistenza dei redditi prodotti, assolutamente incoerenti con le disponibilita’ di esborsi.

7.4. Cosi’ per (OMISSIS) e’ stato sottolineato che la stessa risultava intestataria di quote societarie e titolare di investimenti immobiliari per centinaia di milioni di vecchie lire ovvero di Euro (nel 2002), pur in presenza di redditi di poche migliaia di Euro, mentre per (OMISSIS) e (OMISSIS) e’ stato evidenziato come gli stessi non si limitassero ad essere meri intestatari dei beni, ma partecipassero attivamente alla condotta delittuosa fraudolenta attraverso lo svolgimento di attivita’ imprenditoriale collocata nella piu’ ampia realta’ del gruppo (OMISSIS), tanto che (OMISSIS) risultava coinvolto nelle vicende giudiziarie pendenti presso il Tribunale di Teramo ed (OMISSIS) risultava avere avviato la sua attivita’ proprio con l’ausilio dei titoli donatigli dal padre che li aveva acquisiti mediante l’attivita’ illecita di cui si e’ diffusamente parlato.

7.5. Analogamente manifestamente infondate sono le critiche all’apparato argomentativo posto a giustificazione dell’apprensione globale dei beni riconducibili all’ (OMISSIS), poiche’ non si e’ affatto trasposto il concetto di “impresa mafiosa” al pericoloso generico, ne’ si e’ impropriamente utilizzato un fattore moltiplicatore dell’originaria pericolosita’ del proposto,quanto piuttosto constatata la sussistenza di una pluralita’ di violazioni caratterizzate tutte dal medesimo modus operandi che a partire dal 1980 e sino al 2010, hanno connotato l’intera vita imprenditoriale di (OMISSIS). Al riguardo, la soluzione della Corte di merito appare giuridicamente ineccepibile nel sostenere – sulla base di insegnamento di legittimita’ (Sez. 5 n. 17988/2009, Rv 244802; Sez. 2, n. 5640/2007, Schimmenti, non massimata), al quale questo Collegio aderisce pienamente – che, nell’insieme aziendale non fosse possibile operare la reclamata distinzione, stante il carattere unitario dell’azienda, che e’ il risultato combinato e sinergico di capitali, beni strumentali, forza lavoro ed altre componenti, giuridicamente inglobati ed accomunati nel perseguimento del fine rappresentato dall’esercizio dell’impresa, secondo la definizione civilistica (articolo 2555 c.c:). Nell’insieme unitario costituente autonoma realta’ economico-sociale, proprio perche’ i vari fattori interagiscono finalisticamente e si integrano vicendevolmente, dando luogo ad un’entita’ autonoma, non e’ possibile discernere l’apporto di componenti lecite (riferibili a capacita’ ed iniziativa imprenditoriale) da quello imputabile ad illecite risorse, tanto piu’ ove il consolidamento e l’esponenziale espansione delle aziende del proposto siano stati, sin dall’inizio, come nella specie, connotati dall’illiceita’, in un circuito perverso di illecite cointeressenze.

Al riguardo la Corte d’appello ha richiamato non solo l’orientamento di legittimita’ cui il Collegio intende aderire (Sez. 2 12638/2015; Sez. 5, Sentenza n. 16311 del 23/01/2014, rv. 259871) ma anche l’insegnamento della Suprema Corte espresso nel suo piu’ elevato consesso (S.Unite 33451/2014), mettendo in evidenza il parallelismo esistente tra proventi di evasione fiscale comunque non idonei a giustificare la disponibilita’ dei beni in valore sproporzionato al proprio reddito, rispetto alle condotte di frode nell’esercizio di impresa, per sottolineare come anche in tal caso, non e’ consentita una valutazione sulla quota confiscabile attuandosi inevitabilmente un reimpiego delle utilita’ illecite nel circuito economico dell’impresa sicche’ la confisca aveva ragione di estendersi a tutti i beni del proposto nella loro globalita’, poiche’ promante da illecite risorse, che determinate o favorite, nella loro formazione, dalla ritenuta condotta illecita fossero state immesse nel circuito imprenditoriale/finanziario, nella prospettiva non solo del relativo occultamento, ma anche dell’utile e remunerativo reimpiego. Donde, la piena legittimita’ dell’assunto, fatto proprio dai giudici di appello, secondo cui anche strutture societarie diverse da quelle direttamente riconducibili al proposto avevano tratto beneficio dalla ritenuta contiguita’ e, dunque, fossero pur esse suscettibili di ablazione.

D’altro canto, nella fattispecie non risultavano, comunque, offerti affidabili elementi dimostrativi atti a consentire una tale indagine selettiva, non essendo state ritenute plausibili e probanti le deduzioni difensive, supportate dalle relazioni tecniche, con apprezzamento squisitamente di merito che, proprio perche’ compiutamente motivato, sfugge al sindacato di legittimita’.

Da quanto sopra premesso discende il rigetto dei ricorsi e ai sensi dell’articolo 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione – Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|25 settembre 2018| n. 41260

In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Nel nostro caso il ricorso e’ per i vizi della motivazione, e come tale inammissibile; ad eccezione dell’eccepita violazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, (principio di sussidiarieta’) che risulta infondata.

Infatti, nel nostro caso, non puo’ dirsi la motivazione dell’ordinanza impugnata mancante, o solo apparente, poiche’ la stessa ha i requisiti per rendere comprensibile la vicenda e per individuare l’iter logico della decisione.

3.1. Relativamente al primo motivo di ricorso (ne bis in idem) si deve rilevare che il ricorso non si confronta con le motivazioni del Tribunale del riesame, non contiene motivi di legittimita’; ovvero il Tribunale del riesame, con motivazione adeguata, rileva la sussistenza di plurimi elementi in fatto tali da far ritenere le due contestazioni diverse. “Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale del riesame e’ desumibile dalla lettura dei capi d’imputazionea che (OMISSIS), quale titolare della ditta individuale (OMISSIS), negli anni di imposta 2010, 2011 e 2012 avrebbe da un lato dichiarato elementi attivi inferiori a quelli effettivi, incorrendo nel reato di dichiarazione infedele con evasioni di Irpef, e nel 2012 di Irpef e di Iva, e negli stessi anni di imposta avrebbe dichiarato, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, elementi passivi fittizi con evasione dell’Iva, incorrendo nel reato di dichiarazione fraudolenta. Sebbene l’evasione sia scaturita da una dichiarazione riguardante gli stessi anni di imposta, l’omissione di elementi attivi tesa, come noto, ad abbassare la base imponibile e l’indicazione di elementi passivi fittizi volta invece a gonfiare i costi sostenuti, rappresentano condotte oggettivamente diverse ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem, anche quando cio’ fosse dipeso in entrambi i casi, come sostiene la difesa, ma non anche il capo d’imputazione, dalla emissione di fatture per operazioni inesistenti. Tanto risulta dimostrato anche dalla diversita’ delle imposte evase”.

Il ricorso, invece, ribadisce acriticamente la tesi del ricorso in sede di riesame ma non si confronta con le motivazioni dell’ordinanza impugnata. Infatti una cosa sono le indicazioni di costi non sostenuti (derivanti, questi si, da fatture inesistenti) e cosa ben diversa sono le omissioni di poste attive (incassi, che non possono derivare dalle stesse fatture per operazioni inesistenti, per diversita’ logica di elementi tributari, in contrasto tra loro: le poste attive sono entrate, invece le fatture per operazioni inesistenti incidono sulle spese, le uscite). L’identita’ delle somme infatti e’ solo affermata, ma nessuna dimostrazione concreta e’ stata fornita, sia nel procedimento di riesame e sia in sede di legittimita’;

infatti non e’ possibile paragonare le imposte IVA evase, per le fatture inesistenti, con le imposte evase, per le poste attive non dichiarate sono due cose diverse strutturalmente.

  1. Conseguentemente la motivazione del Tribunale (e del G.I.P.) relativamente al fumus del commesso reato risulta piu’ che adeguata, esaustiva e immune da vizi di manifesta illogicita’ o da contraddizioni. Del resto non e’ contestata l’utilizzazione, in fatto, delle fatture per operazioni inesistenti.
  2. Sul principio di sussidiarieta’ il ricorso richiama la decisione di questa Corte, condivisibile: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione” (Sez. 3, n. 28226 del 09/02/2016 – dep. 07/07/201.6, Disparra, Rv. 26740901).

Tuttavia, come esattamente rilevato nell’ordinanza impugnata “Nel caso di specie, in cui, in un procedimento penale nel quale lo (OMISSIS) era andato assolto era stata contestata la indicazione di elementi attivi e nell’odierno procedimento penale in cui e’ stata contestata l’indicazione di costi fittizi avvalendosi di mezzi fraudolenti, i due reati ben possono concorrere trattandosi di condotte materiali diverse”.

Infatti la clausola di sussidiarieta’ riguarda espressamente le condotte rientranti nell’articolo 4, “fuori dai casi previsti dal Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3”. Invero solo se l’accusa avesse contestato all’interno della prima imputazione (con l’assoluzione dell’imputato con sentenza, come sopra visto) anche l’indicazione di elementi passivi inesistenti (a prescindere dal comportamento fraudolento) sarebbe valida la preclusione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4. Il presupposto della sussidiarieta’ infatti e’ proprio quello di evitare una doppia imputazione per la stessa condotta, e non gia’ quello di divieto di incriminazione di condotte strutturalmente diverse (costi fittizi da fatture inesistenti verso omessa indicazione di elementi attivi di reddito, entrate). In pratica la norma mira ad evitare una doppia responsabilita’ per lo stesso fatto reato, inteso quale coincidenza di condotta, nesso di causalita’ ed evento, con condotta di frode che qualifica le ipotesi di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3, mentre per l’ipotesi dell’articolo 4, si prescinde dalla condotta di frode. In sostanza il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, prevede una norma specifica di ne bis in idem, per evitare la doppia incriminazione per condotte (sostanzialmente) identiche.

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione – Corte di Cassazione|Sezione 3|Penale|Sentenza|25 settembre 2018| n. 41260 In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione

Reati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneReati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneReati tributari – Sequestro preventivo – Confisca per equivalente – Fatture per operazioni oggettivamente inesistenti – Costi fittizi – Dichiarazione infedele ex art. 4 dlgs 74/2000 – Carattere residuale – Ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazioneVVV

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAVALLO Aldo – Presidente

Dott. DI NICOLA Vito – Consigliere

Dott. SOCCI Angelo M. – rel. Consigliere

Dott. GENTILI Andrea – Consigliere

Dott. SCARCELLA Alessio – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) nato il (OMISSIS);

nel procedimento a carico di quest’ultimo;

avverso l’ordinanza del 14/09/2017 del TRIB. LIBERTA’ di CATANZARO;

sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ANGELO MATTEO SOCCI;

sentite le conclusioni del PG Dott.ssa DI NARDO MARILIA: “Rigetto del ricorso”;

Udito il difensore, Avv. (OMISSIS), che ha concluso per: Accoglimento del ricorso”.

RITENUTO IN FATTO

  1. Il Tribunale di Catanzaro, sezione riesame, con ordinanza del 14 settembre 2017 confermava il decreto di sequestro del Giudice delle indagini preliminari di Catanzaro, del 20 luglio 2017, che aveva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di (OMISSIS) (quale autore del reato) per il reato di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, perche’ in qualita’ di titolare della ditta (OMISSIS) di (OMISSIS), avvalendosi delle fatture per prestazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti emesse da (OMISSIS) indicava nelle dichiarazioni dei redditi relative agli anni 2010, 2011 e 2012 elementi passivi fittizi, realizzando nell’anno 2010 un’evasione IVA pari ad Euro 41.557,00, nell’anno 2011 un’evasione IVA pari ad Euro 32.265,00 e nell’anno 2012 un’evasione IVA di e 57.967,14.
  2. Ricorre per Cassazione (OMISSIS), tramite il suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’articolo 173 disp. att., c.p.p., comma 1.

2.1. Violazione di legge, articolo 649 c.p.p. e articolo 321 c.p.p., comma 2.

Per il medesimo fatto reato era gia’ intervenuta, nei confronti del ricorrente, altra sentenza di proscioglimento passata in giudicato (sentenza 632/2016, del 16 marzo 2016).

Al ricorrente erano stati contestati i reati di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, sempre per le dichiarazioni degli anni 2010, 2011 e 2012. I procedimenti erano scaturiti dallo stesso accertamento della Guardia di Finanza (PVC) e dell’ufficio finanziario. Dalla documentazione prodotta si evinceva inconfutabilmente ed ictu oculi l’identita’ del fatto reato. Infatti l’omissione di elementi attivi contestata nei capi d’imputazione, nel processo definito con l’assoluzione, scaturiva proprio dalla fatture inesistenti, emesse dalla (OMISSIS) di (OMISSIS), a favore della ditta (OMISSIS), di (OMISSIS). Dalla lettura dell’avviso di accertamento si comprende benissimo che l’importo di Euro 161.327,00, indicato nel capo d’imputazione, come “omessi elementi attivi”, e’ quello complessivo delle fatture riconducibili ad operazioni oggettivamente inesistenti. Infatti gli elementi attivi indicati come omessi, sono pari ai costi fittizi di cui alle fatture inesistenti e ritenuti come indeducibili.

E’ evidente, quindi l’identita’ delle condotte nei due procedimenti penali, ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem.

2.2. Motivazione apparente in ordine al fumus.

Dalla lettura della motivazione, contenuta nell’ordinanza impugnata, e’ palese l’omesso esame di elementi decisivi, ai fini della valutazione del fatto reato, ed in particolar modo, della sua identita’ con il fatto relativo al precedente procedimento penale concluso con sentenza di assoluzione, sopra evidenziato.

Il Tribunale ha omesso di esaminare del tutto la documentazione prodotta dalla difesa, sul ne bis in idem. L’esame della documentazione prodotta avrebbe agevolmente consentito di giungere a diverse conclusioni.

2.3. Violazione di legge, Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, relativamente alla clausola di sussidiarieta’; violazione di legge, articolo 321 c.p.p., comma 2, insussistenza del fumus per improcedibilita’ della futura azione penale.

Il Tribunale ha ritenuto non configurabile la violazione, della disposizione normativa del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, sull’assunto che le condotte materiali dei due procedimenti penali sono diverse. Invero in entrambi i procedimenti la condotta e’ ricollegata all’utilizzo delle fatture false, e all’indicazione, in dichiarazione, di costi fittizi. Le somme coincidono.

Tuttavia e’ doveroso precisare che la violazione del principio di sussidiarieta’ sussiste, comunque, a prescindere dall’identita’ delle condotte materiali. Il Pubblico Ministero avrebbe dovuto anzitempo valutare la ricorrenza nella condotta del reato piu’ grave (Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2). Avendo il Pubblico Ministero esercitata l’azione penale, in riferimento al meno grave reato di cui all’articolo 4, e’ ora preclusa la configurabilita’ del reato di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, per il principio di sussidiarieta’ contenuto nell’articolo 4, come espressamente ritenuto da Cassazione n. 28226/2016, Rv 267409.

Ha chiesto pertanto l’annullamento del provvedimento impugnato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso in Cassazione ai sensi dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, e’ ammesso solo per violazione di legge, e non quindi per i vizi della motivazione.

In tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto puo’ essere proposto ricorso per Cassazione a norma dell’articolo 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza dÃÆ’­ motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, ma non l’illogicita’ manifesta, la quale puo’ denunciarsi nel giudizio di legittimita’ soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui all’articolo 606 stesso codice, lettera e). (Fattispecie relativa ad annullamento dell’ordinanza di riesame confermativa del sequestro probatorio di cose qualificate come corpo di reato e del tutto priva di motivazione in ordine al presupposto della finalita’ probatoria perseguita in funzione dell’accertamento dei fatti). (Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004 – dep. 13/02/2004, P.C. Ferazzi in proc.Bevilacqua, Rv. 226710).

Nel nostro caso il ricorso e’ per i vizi della motivazione, e come tale inammissibile; ad eccezione dell’eccepita violazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, (principio di sussidiarieta’) che risulta infondata.

Infatti, nel nostro caso, non puo’ dirsi la motivazione dell’ordinanza impugnata mancante, o solo apparente, poiche’ la stessa ha i requisiti per rendere comprensibile la vicenda e per individuare l’iter logico della decisione.

3.1. Relativamente al primo motivo di ricorso (ne bis in idem) si deve rilevare che il ricorso non si confronta con le motivazioni del Tribunale del riesame, non contiene motivi di legittimita’; ovvero il Tribunale del riesame, con motivazione adeguata, rileva la sussistenza di plurimi elementi in fatto tali da far ritenere le due contestazioni diverse. “Nel caso sottoposto all’attenzione del Tribunale del riesame e’ desumibile dalla lettura dei capi d’imputazionea che (OMISSIS), quale titolare della ditta individuale (OMISSIS), negli anni di imposta 2010, 2011 e 2012 avrebbe da un lato dichiarato elementi attivi inferiori a quelli effettivi, incorrendo nel reato di dichiarazione infedele con evasioni di Irpef, e nel 2012 di Irpef e di Iva, e negli stessi anni di imposta avrebbe dichiarato, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, elementi passivi fittizi con evasione dell’Iva, incorrendo nel reato di dichiarazione fraudolenta. Sebbene l’evasione sia scaturita da una dichiarazione riguardante gli stessi anni di imposta, l’omissione di elementi attivi tesa, come noto, ad abbassare la base imponibile e l’indicazione di elementi passivi fittizi volta invece a gonfiare i costi sostenuti, rappresentano condotte oggettivamente diverse ai fini della valutazione della sussistenza del ne bis in idem, anche quando cio’ fosse dipeso in entrambi i casi, come sostiene la difesa, ma non anche il capo d’imputazione, dalla emissione di fatture per operazioni inesistenti. Tanto risulta dimostrato anche dalla diversita’ delle imposte evase”.

Il ricorso, invece, ribadisce acriticamente la tesi del ricorso in sede di riesame ma non si confronta con le motivazioni dell’ordinanza impugnata. Infatti una cosa sono le indicazioni di costi non sostenuti (derivanti, questi si, da fatture inesistenti) e cosa ben diversa sono le omissioni di poste attive (incassi, che non possono derivare dalle stesse fatture per operazioni inesistenti, per diversita’ logica di elementi tributari, in contrasto tra loro: le poste attive sono entrate, invece le fatture per operazioni inesistenti incidono sulle spese, le uscite). L’identita’ delle somme infatti e’ solo affermata, ma nessuna dimostrazione concreta e’ stata fornita, sia nel procedimento di riesame e sia in sede di legittimita’;

infatti non e’ possibile paragonare le imposte IVA evase, per le fatture inesistenti, con le imposte evase, per le poste attive non dichiarate sono due cose diverse strutturalmente.

  1. Conseguentemente la motivazione del Tribunale (e del G.I.P.) relativamente al fumus del commesso reato risulta piu’ che adeguata, esaustiva e immune da vizi di manifesta illogicita’ o da contraddizioni. Del resto non e’ contestata l’utilizzazione, in fatto, delle fatture per operazioni inesistenti.
  2. Sul principio di sussidiarieta’ il ricorso richiama la decisione di questa Corte, condivisibile: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione” (Sez. 3, n. 28226 del 09/02/2016 – dep. 07/07/201.6, Disparra, Rv. 26740901).

Tuttavia, come esattamente rilevato nell’ordinanza impugnata “Nel caso di specie, in cui, in un procedimento penale nel quale lo (OMISSIS) era andato assolto era stata contestata la indicazione di elementi attivi e nell’odierno procedimento penale in cui e’ stata contestata l’indicazione di costi fittizi avvalendosi di mezzi fraudolenti, i due reati ben possono concorrere trattandosi di condotte materiali diverse”.

Infatti la clausola di sussidiarieta’ riguarda espressamente le condotte rientranti nell’articolo 4, “fuori dai casi previsti dal Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3”. Invero solo se l’accusa avesse contestato all’interno della prima imputazione (con l’assoluzione dell’imputato con sentenza, come sopra visto) anche l’indicazione di elementi passivi inesistenti (a prescindere dal comportamento fraudolento) sarebbe valida la preclusione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4. Il presupposto della sussidiarieta’ infatti e’ proprio quello di evitare una doppia imputazione per la stessa condotta, e non gia’ quello di divieto di incriminazione di condotte strutturalmente diverse (costi fittizi da fatture inesistenti verso omessa indicazione di elementi attivi di reddito, entrate). In pratica la norma mira ad evitare una doppia responsabilita’ per lo stesso fatto reato, inteso quale coincidenza di condotta, nesso di causalita’ ed evento, con condotta di frode che qualifica le ipotesi di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articoli 2 e 3, mentre per l’ipotesi dell’articolo 4, si prescinde dalla condotta di frode. In sostanza il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, prevede una norma specifica di ne bis in idem, per evitare la doppia incriminazione per condotte (sostanzialmente) identiche.

Puo’ quindi esprimersi il seguente principio di diritto: “In materia di reati tributari, il carattere residuale del reato di dichiarazione infedele, di cui al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, ne esclude il concorso con il delitto di frode fiscale, previsto dall’articolo 2 del citato D.Lgs., quando la condotta materiale abbia ad oggetto la medesima dichiarazione, esclusa l’ipotesi di una iniziale contestazione del Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, relativamente alla sola condotta di omissione di elementi attivi, e, successivamente, con una incriminazione relativa al Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 2, per l’indicazione di elementi passivi per operazioni relative a fatture oggettivamente inesistenti; in quanto il Decreto Legislativo n 74 del 2000, articolo 4, mira ad evitare la doppia incriminazione per la stessa condotta (anche se diversamente strutturata, una con frode e l’altra senza frode) ma non puo’ essere invocato per l’incriminazione di condotte diverse, una per le omissioni di elementi attivi del reddito e l’altra per elementi passivi inesistenti (da fatture per operazioni inesistenti)”.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENEZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENEZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI

Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Antonio – Presidente

Dott. DAVIGO Piercamillo – Consigliere

Dott. RAGO Geppino – rel. Consigliere

Dott. VERGA Giovanna – Consigliere

Dott. RECCHIONE Sandra – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

1. (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

2. (OMISSIS) nato il (OMISSIS);

3. (OMISSIS) S.R.L.;

avverso l’ordinanza del 07/01/2015 del Tribunale del Riesame di Monza;

Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;

udita la relazione fatta dal Consigliere Dott. Geppino Rago;

udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Luigi Riello che ha concluso per l’annullamento con rinvio.

FATTO

1. Con ordinanza del 07/01/2015, il Tribunale del Riesame di Monza – su ricorso proposto da (OMISSIS) s.r.l., (OMISSIS) e (OMISSIS) avverso il decreto di sequestro per equivalente ordinato dal giudice per le indagini preliminari del medesimo Tribunale in data 05/12/2014 – rigettava il ricorso della (OMISSIS) s.r.l. e accoglieva parzialmente quello di (OMISSIS) e (OMISSIS) “limitando il sequestro alle somme movimentate successivamente alla data del 29/12/2007 e limitatamente al periodo di contestazione”.

Il fatto che ha dato origine al sequestro e’ stato cosi’ riassunto dal tribunale: “… (OMISSIS), quale amministratore della (OMISSIS) S.r.l. negli anni dal 2004 al 2009, si e’ reso responsabile del reato di cui al Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2, avendo annotato in contabilita’ e portato nella dichiarazione fiscale fatture per operazioni inesistenti per circa euro 22.000.000 costituendo rilevanti riserve extracontabili attraverso la sottrazione dalle casse sociali di somme utilizzate per i pagamenti delle indicate false fatture (cfr. dichiarazioni rese da (OMISSIS), emittente delle fattura per operazioni inesistenti, alla GdF). Il denaro cosi’ ottenuto sarebbe stato ripulito dal dipendente (OMISSIS) (responsabile amministrativo della (OMISSIS) S.r.l.) e da (OMISSIS) (dipendente del (OMISSIS) prima e consulente della (OMISSIS) S.r.l. poi). In particolare, le ff.oo.ii venivano pagate all’emittente in contanti limitatamente all’IVA mentre il resto mediante assegni restituiti immediatamente nelle mani di (OMISSIS), il quale provvedeva a monetizzarli mettendoli sui conti intestati a se’ e/o a (OMISSIS) o cointestati ad entrambi. Dalle dichiarazioni di (OMISSIS), nell’ambito del procedimento RGNR 42317/11, e’ emerso altresi’ che (OMISSIS), quando era ancora dipendente del (OMISSIS), agevolava (OMISSIS) nel versamento di assegni intestati a (OMISSIS) su conti a costui non riferibili ma gestiti direttamente da (OMISSIS). Il denaro era poi sottoposto a numerosi giroconti, investito in titoli o inviato all’estero tramite bonifici per poi rientrare in parte in Italia attraverso bonifici alla (OMISSIS) Srl, oggi (OMISSIS) S.r.l. amministrata dall’indagata (OMISSIS) (commercialista del (OMISSIS)). (OMISSIS) S.r.l. era indirettamente controllata dallo stesso (OMISSIS) per il tramite della societa’ (OMISSIS) con domicilio fiscale presso lo Studio della (OMISSIS) e di cui (OMISSIS) era proprietario al 100% per il tramite della societa’ fiduciaria (OMISSIS) s.p.a. Gruppo (OMISSIS), sede di (OMISSIS) (che risulta avere effettuato lo scudo fiscale per conto del (OMISSIS) ex Decreto Legge 78/09 per oltre 15.000.000 di euro). La (OMISSIS) S.r.l. (oggi (OMISSIS) S.r.l.) nel periodo dal 2004 al 2009 e’ stata ampiamente finanziata mediante disposizioni di bonifico provenienti dalla (OMISSIS), societa’ facente parte del castello di societa’ estere coinvolte nel riciclaggio del denaro proveniente dal delitto di cui all’articolo 2 Decreto Legge 74/00. Il danaro provento del cambio di assegni pertanto confluiva in quest’ultima societa’ per poi tornare nella disponibilita’ di (OMISSIS) e familiari. In particolare da (OMISSIS) sono stati trasferiti a (OMISSIS) s.r.l., nel periodo in cui amministratrice unica era la (OMISSIS), euro 3.549.922, in gran parte utilizzati dalla stessa (OMISSIS) per finanziare iniziative edilizie dei coniugi (OMISSIS). Anche (OMISSIS) e (OMISSIS) erano delegati ad operare sui conti di (OMISSIS) S.r.l.”.

2. Avverso la suddetta ordinanza, hanno proposto ricorso per cassazione sia il legale rappresentante della (OMISSIS) s.r.l. che (OMISSIS) e (OMISSIS).

3. (OMISSIS) s.r.l., a mezzo del proprio difensore, ha dedotto i seguenti motivi:

3.1. violazione degli articoli 110 e 648 ter c.p.: la ricorrente sostiene che, poiche’ secondo l’ipotesi accusatoria, i delitti di evasione d’imposta sarebbero avvenuti negli anni dal 2004 al 2009, la posizione dell’amministratrice (OMISSIS) di (OMISSIS) (nonche’ commercialista del (OMISSIS) e delle sue societa’ e pure domiciliataria italiana di (OMISSIS)) sarebbe quella del concorrente nella frode fiscale contestata al (OMISSIS) e non quella di autonoma responsabile del delitto di cui all’articolo 648 ter c.p.. La decisione del tribunale (e, prima ancora quella del Pubblico Ministero) di ritenere la (OMISSIS) estranea ai reati di frode fiscale sarebbe contraria alla normativa sul concorso “pacificamente possibile anche nei reati propri e di certo non confinabile all’ipotesi del previo accordo, qui peraltro difficilmente contestabile e non condivisibili sul piano della prova”. La questione e’ rilevante “perche’ condiziona la possibilita’ stessa di procedere al sequestro funzionale alla confisca prevista dalla normativa sulla responsabilita’ da reato degli enti per la quale non rilevano i reati tributari e le appropriazioni indebite …”.

La ricorrente, quindi, ha concluso chiedendo che venga dichiarata “l’illegittimita’ del sequestro preventivo e dell’ordinanza del Tribunale di Monza, nella parte in cui hanno erroneamente ritenuto nei confronti dell’amministratrice di (OMISSIS) s.r.l. gravi indizi di colpevolezza del delitto di reimpiego ex articolo 648 ter c.p., in luogo di quelli previsti dal Decreto Legislativo n. 74 del 2000, articolo 2, e articolo 646 c.p., la conseguente violazione, da parte dell’ente, del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, articolo 25 octies, e l’applicabilita’ della confisca prevista dal Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articolo 19”;

3.2. VIOLAZIONE DEL Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articoli 2, 19 e 25 octies: la ricorrente ha premesso che l’illecito contestatole Decreto Legislativo n. 231 del 2001, ex articolo 25 octies, trova applicazione solo per i fatti di ricettazione, riciclaggio e reimpiego commessi dopo il 29/12/2007, data di entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, che, appunto, all’articolo 63, comma 3, introdusse l’articolo 25 octies cit..

La ricorrente, poi, ha osservato che, nonostante nel decreto di sequestro la contestazione sia riferita ad un periodo compreso “dal 2005 al 2012”, tuttavia, dalla richiesta di sequestro si evinceva che i fatti contestati avvennero fra il 2005 ed il 2008 ed erano costituiti da “numerosi accrediti provenienti dalla (OMISSIS), negli anni tra il 2005 ed il 2008 per circa euro 3.200.000” in favore di (OMISSIS) s.r.l. “in gran parte impiegati, da (OMISSIS), nella sua veste di amministratrice, per eseguire pagamenti relativi ad iniziative edilizie dei coniugi (OMISSIS). Sennonche’, obietta la ricorrente, nessuno dei suddetti pagamenti effettuati dalla (OMISSIS), oggetto di contestazione da parte del Pubblico Ministero, sarebbe successivo al 29/12/2007.

Di conseguenza, il Tribunale, avendo fatto riferimento ad attivita’ della (OMISSIS) successiva al suddetto periodo (e cioe’ a fatti avvenuti nel 2011, non oggetto di contestazione), si sarebbe illegittimamente sostituito all’imputazione mossa dal Pubblico Ministero che aveva chiesto il sequestro nella misura di euro 3.200.000,00 e cioe’ a quelle somme che (OMISSIS)/(OMISSIS) “impiego’ in pagamenti connessi alla sua attivita’ d’impresa, utilizzando provviste provenienti da (OMISSIS)”.

4. (OMISSIS) e (OMISSIS), con due separati ricorsi redatti in proprio, ma perfettamente identici, hanno dedotto i seguenti motivi:

4.1. violazione degli articoli 110 e 648 bis c.p.: si tratta della stessa censura dedotta dalla (OMISSIS) s.r.l. (supra p.3.1.): infatti entrambi i ricorrenti sostengono che, al piu’, essi avrebbero dovuto rispondere non del delitto di riciclaggio ma di quello di concorso nel reato di frode fiscale;

4.2. violazione dell’articolo 648 quater c.p.: i ricorrenti lamentano la genericita’ del sequestro non avendo il tribunale (e, prima ancora, il giudice per le indagini preliminari) individuato il bene da sequestrare avente un valore equivalente al prezzo, prodotto o profitto del reato. Inoltre, i ricorrenti sostengono che il sequestro non avrebbe potuto colpire quei beni legittimamente entrati a far parte del proprio patrimonio prima della commissione del reato, ma solo quei beni che costituiscano profitto del reato.

DIRITTO

1. VIOLAZIONE DEGLI articoli 110 e 648 bis e ter c.p.: tutti e tre i ricorrenti hanno dedotto la medesima doglianza e cioe’ che la provvisoria incolpazione elevata dal Pubblico Ministero nei lori confronti per i reati di riciclaggio ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) e di reimpiego ( (OMISSIS)) sarebbe errata perche’, a tutto concedere, essi avrebbero dovuto rispondere di concorso, con il (OMISSIS), in frode fiscale.

La censura e’ infondata.

Sul punto, e’ appena il caso di rammentare che il ricorso avverso l’ordinanza ex articolo 325 c.p.p., e’ ammissibile solo per violazione di legge e non gia’ per vizi motivazionali e che l’incolpazione e’ una prerogativa esclusiva del Pubblico Ministero relativamente alla quale al giudice del riesame e’ solo consentito ritenerla fondata o meno o di dare una diversa qualificazione giuridica.

Nel caso di specie, il tribunale ha preso in esame la medesima doglianza ma l’ha disattesa osservando che “le condotte sopra descritte poste in essere da (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), finalizzate alla ripulitura del denaro proveniente dal reato Decreto Legislativo n. 74 del 2000, ex articolo 2, sono stati correttamente qualificati ex articoli 648 bis e ter c.p., essendo costoro totalmente estranei al reato presupposto, proprio solo dell’imprenditore che ha sottoscritto la dichiarazione dei redditi, non risultando dagli atti alcun preventivo accordo tra gli odierni indagati e costui per il pagamento di fatture per operazioni inesistenti”.

Si tratta di una motivazione nella quale non sono ravvisabili violazioni di legge di alcun genere, in quanto il tribunale ha mostrato di avere analizzato gli atti processuali e che questi conclamavano la correttezza della contestazione effettuata dal Pubblico Ministero: tanto basta, ai fini del presente procedimento per il quale si richiede solo la sussistenza del fumus delicti, per ritenere incensurabile la decisione del tribunale, e, quindi, manifestamente infondata le doglianze dedotte da tutti e tre i ricorrenti.

2. violazione del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, articoli 2, 19 e 25 octies: con la suddetta doglianza, il legale rappresentante della (OMISSIS) s.r.l., ha dedotto, relativamente all’ordinanza impugnata, una sorta di mancanza di correlazione fra la richiesta del Pubblico Ministero e la decisione del Tribunale.

Il tribunale, ha respinto la medesima doglianza (proposta avverso il decreto del giudice per le indagini preliminari), adducendo la seguente testuale motivazione: “Quanto al periodo temporale degli accrediti e delle operazioni commesse da (OMISSIS) e (OMISSIS) e alla corrispondenza con il valore dei beni posti in sequestro, si osserva che la contestazione investe un lungo periodo temporale decorrente dal 2004 ma dilatatosi sino all’anno 2009 e che le somme vengono reimpiegate da (OMISSIS) S.r.l. per il tramite della sua amministratrice fino al 2012 attraverso l’acquisto di patrimoni immobiliari. Emerge peraltro dalla CNR 581851/14 del 14/10/2014 GDF Tenenza di Seveso che dal totale delle somme riconducibili all’attivita’ della (OMISSIS) per conto di (OMISSIS) S.r.l, sono state escluse tutte le operazioni precedenti alla data del 29 dicembre 2007. Le indagini espletate dalla GdF di Seveso nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) sul punto non hanno per contro specificato quali siano le somme movimentate successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, pur avendo indicato movimentazioni fino al 2012. Pertanto il sequestro dovra’ essere confermato nei limiti delle somme movimentate successivamente a tale data e limitatamente al periodo di contestazione”.

La suddetta doglianza e’ infondata.

In punto di fatto, risultano i seguenti dati processuali:

a) e’ la stessa ricorrente che afferma nel suo ricorso (pag. 8) che “la contestazione mossa a (OMISSIS) s.r.l. capo c) del decreto di sequestro fissa il periodo in contestazione dal 2005 al 2012”;

b) il tribunale, come risulta dalla motivazione supra riportata, ha preso in esame “le somme reimpiegate da (OMISSIS) S.r.l. per il tramite della sua amministratrice fino al 2012 attraverso l’acquisto di patrimoni immobiliari”: quindi, fino alla data ricompresa nel periodo in contestazione;

c) il Tribunale, al fine di determinare il valore delle operazioni incriminabili, ha tenuto conto, sulla base degli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza, solo di quelle operazioni successive alla data del 29/12/2007.

Alla stregua dei suddetti dati fattuali, e’ davvero difficile seguire la ricorrente nel suo ragionamento sulla base del quale pretende che si censuri la decisione prima del giudice per le indagini preliminari e, poi, del tribunale, sulla base di una sua personalissima interpretazione della volonta’ del Pubblico Ministero il quale, nonostante avesse formulato un capo d’incolpazione nel quale il periodo in contestazione era fissato “dal 2005 al 2012”, tuttavia, in realta’, intendeva chiedere un sequestro limitato alla somma di euro 3.200.000,00 e cioe’ fino al 2008.

Sul punto, quindi, questa Corte, in considerazione degli stretti limiti entro cui e’ vincolata ex articolo 325 c.p.p., non puo’ che prendere atto che la decisione del tribunale non viola il (pacifico) principio di diritto invocato dalla ricorrente (e cioe’ quello secondo il quale il Tribunale non puo’ porre a fondamento della propria decisione un fatto diverso da quello in contestazione) proprio perche’ il sequestro e’ stato limitato ai fatti criminosi che, secondo l’accusa, furono commessi fra il 30/12/2007 ed il 2012 e cioe’ proprio secondo quanto contestato con il provvisorio capo d’incolpazione.

3. violazione dell’articolo 648 quater c.p.: la suddetta censura, dedotta dai soli ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS), e’ articolata su due profili:

a) il sequestro sarebbe generico non essendo stato individuato il bene da sequestrare;

b) il sequestro non puo’ colpire beni acquistati legittimamente ma solo beni provento dei delitti.

Entrambe le censure sono infondate.

3.1. Quanto alla prima (mancata individuazione di beni da sequestrare), e’ sufficiente osservare che la costante giurisprudenza di questa Corte, che in questa sede va ribadita, ritiene che “L’articolo 322 ter c.p., u.c., non impone al giudice, quando dispone la confisca, di individuare i beni ad essa assoggettati, qualora determini le somme di denaro che costituiscono il profitto o il prezzo del reato o il valore corrispondente ad essi: il dettato normativo pone infatti un’alternativa (determina le somme di denaro o individua i beni) che discende logicamente dalla fungibilita’ del denaro stesso. L’identificazione della somma di denaro e’ esaustiva sia sotto il profilo della pertinenzialita’ – quando, appunto, come nel caso di specie il profitto del reato consiste in una somma di denaro che il reo ha mantenuto nella sua disponibilita’ ponendo in essere la condotta criminosa, cioe’ inadempiendo ad un obbligo di versamento di denaro – sia sotto il profilo della entita’. Nella fase esecutiva, essendo cosi’ stato determinato l’oggetto diretto della confisca o il valore su cui si deve conformare l’equivalente (a quest’ultimo profilo, logicamente, deve rapportarsi il riferimento del giudice ai beni nella disponibilita’ dell’imputato fino alla concorrenza dell’identificato valore), si procedera’ alla concreta ablazione estraendola da quel che e’ nella disponibilita’ del reo (con evidente sintonia rispetto all’articolo 2740 c.c., ai fini dell’esecuzione di un titolo civile), cosi’ come e’ stato riconosciuto dalla giurisprudenza di questa Suprema Corte gia’ nella fase prodromica del sequestro (Cass. sez. 2, 29 maggio 2013 n. 35813 – per cui il decreto di sequestro preventivo per equivalente del profitto del reato presupposto non deve contenere l’indicazione specifica dei beni che devono essere sottoposti al vincolo, potendo procedere alla loro individuazione anche la polizia giudiziaria in sede di esecuzione del provvedimento, ma deve indicare la somma sino a concorrenza della quale il sequestro deve essere eseguito -; Cass. sez. 3, 12 luglio 2012 – 7 marzo 2013 n. 10567 – che afferma che in tema di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che emette il provvedimento ablativo e’ tenuto soltanto ad indicare l’importo complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da apprendere e la verifica della corrispondenza del loro valore al quantum indicato nel sequestro e’ riservata alla fase esecutiva demandata al pubblico ministero-; cfr. pure Cass. sez. 3, 10 gennaio 2012 n. 7675 – per cui nel caso di sequestro preventivo finalizzato a confisca per equivalente il giudice deve specificamente indicare quali siano i beni vincolabili soltanto se disponga in atti di elementi per stabilirlo, in caso contrario incombendo detta individuazione al P.M. quale organo demandato all’esecuzione-). Nessuna illegittimita’ e tanto meno nessuna abnormita’, dunque, affliggono la sentenza impugnata in riferimento all’articolo 322 ter c.p., u.c., ne’ sussiste, nel caso concreto, ermeneutica incertezza giurisprudenziale”: ex plurimis Cass. 18309/2014 Rv. 259660; Cass. 20776/2014 Rv. 259661; Cass. 37848/2014 Rv. 260149; Cass. 50310/2014 Rv. 261517; Cass. 35813/2013 Rv. 256827.

3.2. Quanto alla seconda doglianza, va osservato, innanzitutto, che, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente non e’ subordinato alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilita’ dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare (ex plurimis Cass. 21228/2014 Rv. 259717; Cass. 31229/2014 Rv. 260367).

In secondo luogo, quanto al “problema del collegamento temporale del bene individuato per la misura sostitutiva con l’attivita’ illecita, ovverosia se l’equivalente possa essere individuato anche in bene appartenente all’indagato da epoca precedente all’ipotizzato reato e dallo stesso acquisito in modo assolutamente lecito” (terzo motivo dedotto da entrambi i ricorrenti), deve rilevarsi quanto segue.

La confisca per equivalente per i reati di cui all’articolo 648 bis c.p., (ossia il reato per il quale entrambi i ricorrenti sono indagati) e articolo 648 ter c.p., e’ stata introdotta con il Decreto Legislativo n. 231 del 2007, articolo 63, comma 4, entrato in vigore il 29/12/2007.

Ora, costituisce consolidato principio di diritto quello secondo il quale la confisca per equivalente assolve ad una funzione sostanzialmente ripristinatoria della situazione economica modificata in favore del reo dalla commissione del fatto illecito, mediante l’imposizione di un sacrificio patrimoniale di corrispondente valore a carico del responsabile.

Tale misura ablatoria, pertanto, si connota per il carattere afflittivo e la consequenzialita’ con l’illecito proprie della sanzione penale, mentre esula dalla stessa qualsiasi funzione di prevenzione, che costituisce la principale finalita’ delle misure di sicurezza.

E’ stato conseguentemente affermato dalla giurisprudenza ormai consolidata di questa Corte che l’istituto della confisca per equivalente, di volta in volta esteso dal legislatore a nuove fattispecie di reato, non e’ applicabile retroattivamente (cfr. con riferimento ai reati tributari sez. 3, 24/09/2008 n. 39172, Canisto, RV 241033; sez. 6, 18/02/2009 n. 13098, P.M. in proc. Molon e altri, RV 243127; sez. 5, 26/01/2010 n. 11288, Natali, RV 246361; cfr. anche Corte Costituzionale ord. n. 97 del 11/03/2009 e 301 del 23/09/2009). Dalla natura di sanzione penale della confisca per equivalente deriva altresi’ la inapplicabilita’ dell’istituto nei confronti di un soggetto diverso dall’autore del reato ex articolo 27 Cost., comma 1.

A tale conclusione sono pervenute anche le SSUU 18374/2013 Rv. 255037 che hanno appunto, ribadito che la confisca per equivalente ha natura eminentemente sanzionatoria e, quindi, non essendo estensibile ad essa la regola dettata per le misure di sicurezza dall’articolo 200 c.p., non si applica ai reati commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge citata.

E’ stato, peraltro, osservato e precisato (Cass. 25490/2014 Rv. 259184) che la data di acquisto dei beni oggetto del provvedimento ablativo, e’ del tutto irrilevante ai fini della suddetta problematica, sia perche’ trattasi di elemento non contemplato dalla norma, sia perche’ il principio di irretroattivita’ in materia penale attiene al momento della condotta e non invece al tempo ed alle modalita’ di acquisizione dei beni destinatari in concreto della sanzione. Sebbene alla confisca per equivalente – nella specie introdotta nel dicembre del 2007 con il cit. Decreto Legislativo – debba attribuirsi natura eminentemente sanzionatoria (come tale soggetta al principio di cui all’articolo 2 c.p.) la irretroattivita’ deve intendersi riferita al fatto di reato (per cui non si applica ai reati commessi anteriormente all’entrata in vigore della legge citata; cfr. Sez. U, n. 18374 del 31/01/2013, Adami, Rv. 255037) e non certo alla data di acquisizione dei beni su cui cade la sanzione.

Il che, in pratica, nel caso di specie, comporta che:

a) se il reato fu commesso prima del 29/12/2007 (data di entrata in vigore dell’articolo 648 quater c.p.), il sequestro per equivalente non avrebbe potuto essere disposto;

b) se, invece, il reato fu commesso dopo il 29/12/2007, il sequestro per equivalente puo’ essere sicuramente ordinato sui beni in possesso dell’indagato essendo del tutto irrilevante se quei beni furono acquistati in epoca antecedente alla commissione del reato e, quindi, con esso non abbiano alcuna pertinenzialita’.

Nel caso di specie, il tribunale ha avuto ben presente la suddetta problematica in quanto, accogliendo parzialmente il ricorso degli indagati (OMISSIS) e (OMISSIS), ha limitato il sequestro “alle somme movimentate successivamente alla data del 29 dicembre 2007 e limitatamente al periodo di contestazione e condanna (OMISSIS) S.r.l. al pagamento delle spese del procedimento”, proprio perche’ “le indagini espletate dalla GdF di Seveso nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) sul punto non hanno per contro specificato quali siano le somme movimentate successivamente all’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 231 del 2007, pur avendo indicato movimentazioni fino al 2012. Pertanto il sequestro dovra’ essere confermato nei limiti delle somme movimentate successivamente a tale data e limitatamente al periodo di contestazione”.

Di conseguenza, anche sotto questo profilo la doglianza va disattesa con conseguente condanna di tutti i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

RIGETTA i ricorsi e CONDANNA i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimentoMILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimentovvvvvvvvvv

MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

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MILANO VICENZA COMO BOLOGNA VENENZIA VICENZA AVVOCATO ESPERTO REATI TRIBUTARI Sequestro per equivalente di somme – Amministratore di società – Reati tributari ex art 2 dlvo 74/2000 – Frode fiscale – Concorso – Fumus commissi delicti – Sussistenza – Beni nella disponibilità dell’imputato – Confisca – Profilo della pertinenzialità delle somme – Sussistenza – Decreto di sequestro preventivo – Individuazione specifica dei beni sottoposti al vincolo – Necessità – Non sussiste – Possibilità di individuazione dei beni ad opera degli organi deputati alla esecuzione del provvedimento

Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|13 ottobre 2017| n. 47374 Attività di gestione rifiuti non autorizzata – Articolo 256 decreto legislativo 152 del 2006 – Sequestro preventivo – Presupposti – Articoli 324 e 582 cpp – Criteri Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|13 ottobre 2017| n. 47374 Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

. Secondo un primo orientamento, teso a riferire alla norma in esame contenuti restrittivi, l’articolo 324 cod. proc. pen., per il tenore letterale dei commi 1 e 5, contiene una previsione specifica del luogo ove deve essere presentata la richiesta di riesame della misura cautelare reale: la cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento. Previsione questa la quale prevale, pertanto, sulla norma di carattere generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., che al comma 2 prevede la possibilita’ di presentare l’atto di impugnazione anche in luoghi diversi, facendo salva peraltro, al comma 1, la possibilita’ di disposizioni in deroga al principio generale (“salvo che la legge disponga altrimenti”).

Di qui l’ulteriore conseguenza che il riferimento, pur contenuto nell’articolo 324 cod. proc. pen., comma 2, alla norma generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., va interpretato come relativo esclusivamente alle “forme” con le quali la richiesta va presentata e non gia’ al luogo di presentazione.

Si valorizza infine, a favore della tesi in esposizione, la circostanza che l’obbligo di presentazione della domanda presso l’ufficio competente meglio favorirebbe le esigenze di semplificazione ed accelerazione del sistema.

Sono espressione del riferito orientamento, in epoca recente, Sez. 3, n. 12209 del 03/02/2016, Lococo, Rv. 266375; Sez. 3, n. 31961 del 02/07/2015, Borghi, Rv. 264189; Sez. 2, n. 18281 del 29/01/2013, Bacharm, Rv. 255753; ed in tempi meno recenti, Sez. 4, n. 33337 del 19/07/2002 Cannavacciuolo, Rv. 222663; Sez. 5, n. 2915 del 22/05/2000, Fontana, Rv. 216655.

2.2. Secondo il contrario orientamento, viceversa finalizzato a fornire la norma di piu’ ampi contenuti applicativi, il rinvio compiuto dall’articolo 324 c.p.p., comma 2, all’articolo 582 c.p.p., norma generale in materia di impugnazioni, consente il deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali anche nei luoghi in essa indicati; eppertanto, visto il comma 2, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui le parti si trovano, pur se questo e’ diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento, con l’ulteriore corollario che e’ tempestivo il deposito dell’impugnazione nel termine di dieci giorni se entro tale termine la richiesta sia depositata presso uno degli uffici indicati dalla norma generale di cui all’articolo 582 c.p.p..

Applicano tale lezione interpretativa, tra le piu’ recenti, Sez. 2, n. 2664 del 21/12/2016, dep. 2017, Visconti, Rv. 269111; Sez. 3, n. 23369 del 26/01/2016, Schena, Rv. 266822; Sez. 3, n. 1369 del 27/05/2015, dep. 2016, Moscoloni, Rv. 265963; Sez. 2, n. 50315 del 16/09/2015, Mokchane, Rv. 265462; Sez. 2, n. 45341 del 04/11/2015, De Petrillo, Rv. 2648721.

Secondo le richiamate pronunce militano a favore della interpretazione estensiva della norma processuale in esame plurime ragioni.

Innanzitutto il confronto dell’analoga disciplina in tema di misure cautelari personali, la’ dove sia l’articolo 309c.p.p. che l’articolo 324 cod. proc. pen. fanno riferimento, come luogo di deposito della relativa richiesta, agli uffici del giudice competente e la’ dove entrambe le norme richiamano le “forme” di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., di guisa che sarebbe incongruo differentemente applicare le due discipline in considerazione del rilievo che, sull’articolo 309 cod. proc. pen., le Sezioni Unite, gia’ con sentenza n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922, ebbero ad accreditare la soluzione ermeneutica piu’ ampia.

Il riferimento, inoltre, alle “forme” di cui all’articolo 582 c.p.p. contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, secondo tale lezione interpretativa, deve essere inteso a tutto l’articolo, in quanto regolatore di una disciplina generale, e non gia’ al solo comma 1, in coerenza peraltro col principio, anch’esso di valenza generale, del favor impugnationis.

  1. Ritiene la Corte che, tra le prospettate opzioni interpretative, di maggiore coerenza sistematica, logica e testuale sia quella da ultimo rappresentata, di piu’ ampia potenzialita’ applicativa.

3.1. Appare opportuno prendere le mosse da un argomento sistematico. La richiesta di riesame delle misure cautelari reali di cui all’articolo 324 c.p.p., al pari di quella di cui all’articolo 309 cod. proc. pen. in materia di misure cautelari personali, costituisce un mezzo di impugnazione e ad essa e’ pertanto applicabile la disciplina generale sulle impugnazioni prevista dal codice di rito (Libro 9) e l’articolo 582 cod. proc. pen. e’ norma compresa nel Titolo 1, recante, appunto “Disposizioni generali”.

3.2. Ancora richiamando la coerenza sistematica dell’ordinamento, non puo’ non rilevarsi che gli articoli 324 e 309 cod. proc. pen., norme regolatrici, rispettivamente, delle misure cautelari reali e di quelle personali, quanto alla ricezione dell’atto di impugnazione, descrivono discipline del tutto analoghe, giacche’ in entrambe le ipotesi vi e’ l’indicazione, principale, dell’ufficio di cancelleria presso l’autorita’ giudiziaria investita della competenza funzionale per la decisione (il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella fattispecie disciplinata dall’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5; il tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello nella cui circoscrizione e’ compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza, nella ipotesi regolata dall’articolo 309 c.p.p., commi 4 e 7).

In entrambe le norme, poi, la indicazione principale si completa con il richiamo all’articolo 582 cod. proc. pen.; l’articolo 324 c.p.p., al comma 2, recita infatti: “La richiesta e’ presentata nelle forme previste dall’articolo 582 c.p.p.”; mentre l’articolo 309 c.p.p. dispone, nel secondo periodo del comma 4: “Si osservano le forme previste dagli articoli 582 e 583 c.p.p.”.

3.3. Sul rapporto tra gli articoli 309 e 582 cod. proc. pen., sono intervenute le Sezioni Unite, affermando il seguente principio:”Il rinvio che in tema di presentazione della richiesta di riesame l’articolo 309 c.p.p., comma 4, fa alle forme dell’articolo 582 c.p.p. comprende anche il medesimo articolo 582 c.p.p., comma 2, secondo il quale le parti private e i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria della pretura in cui si trovano, se tale luogo e’ diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti ad un agente consolare all’estero. Una volta avvenuta la presentazione della richiesta o dell’appello in tali ultimi uffici nel termine di dieci giorni di cui all’articolo 309 cod. proc. pen., comma 3, e’ del tutto irrilevante, al fine della tempestivita’, che l’atto raggiunga o meno entro lo stesso termine la cancelleria del tribunale indicato nello stesso articolo 309 cod. proc. pen., comma 7″ (Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922).

Appare utile richiamare gli argomenti sviluppati a sostegno del principio di cui alla massima appena evocata, giacche’: la soluzione restrittiva e’ affidata esclusivamente al dato testuale della norma, dal quale si e’ voluto dedurre che dal successivo richiamo all’articolo 582 c.p.p. siano esclusi i diversi uffici indicati nel comma 2 dello stesso articolo; il dato testuale richiama pero’ le forme previste dall’articolo 582 c.p.p. nella loro globalita’ e senza limitazioni che il legislatore, ove avesse inteso porre, avrebbe formulato esplicitamente; sotto tale aspetto non e’ vano il rilievo che, in genere e salvo particolari limitazioni, il rinvio operato da una norma alle forme previste da altra disposizione, non e’ limitato ai meri requisiti formali di un atto, ma si estende ad ogni modalita’ procedurale della norma alla quale il rinvio viene operato; l’apparente contrasto fra l’esplicita indicazione della cancelleria del tribunale di cui all’articolo 309 c.p.p., comma 7 ed il successivo generico richiamo alle forme di cui all’articolo 582 c.p.p. (che potrebbe far ritenere come da quel richiamo sia esclusa la possibilita’ della presentazione dell’atto in diversi uffici) puo’ essere spiegato nel senso che il legislatore abbia voluto indicare l’organo definitivo destinatario dell’istanza e non quello al quale necessariamente questa deve essere in un primo momento presentata; le allegate ragioni d’urgenza potrebbero compromettere proprio l’attuazione di quel diritto che si pretende con esse di assicurare ancor piu’ rapidamente; una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con quel favor impugnationis cui e’ indubbiamente ispirato il sistema processuale, con intuitive possibilita’ di implicazione costituzionale, in relazione all’articolo 24 Cost., che gia’ di per se’ stesse portano a preferire l’interpretazione piu’ aderente alla salvaguardia del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

  1. A fronte delle ragioni sin qui offerte, appare quindi debole l’argomento, pure sviluppato a sostegno della interpretazione restrittiva, volto a valorizzare esigenze di semplificazione e di celerita’ procedimentale, sia perche’ subvalente siffatta ragione rispetto a quelle di rilievo giuridico e sistematico innanzi richiamate, sia perche’ comunque illogico e contraddittorio, la’ dove si consideri che la rapidita’ procedimentale si risolve nel restringimento delle possibilita’ di tutela, per i tempi contenuti assegnati alla difesa della parte privata.

Appare poi utile rimarcare che l’argomento valorizzato dalla pronunce assertive della soluzione restrittiva, secondo cui l’incipit della norma ex articolo 582 cod. proc. pen. (“Salvo che la legge disponga altrimenti”) la confermerebbe, si presta a considerazioni opposte, perche’ l’inciso e’ coerente con una disciplina generale e non con una disciplina derogatoria a quella generale contenente il richiamo della norma generale (l’articolo 582 cod. proc. pen., appunto).

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. AMORESANO Silvio – Consigliere

Dott. FIANDANESE Franco – Consigliere

Dott. BONITO Frances – rel. Consigliere

Dott. CERVADORO Mirella – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – Consigliere

Dott. FIDELBO Giorgio – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

  1. (OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);
  2. (OMISSIS), nato a (OMISSIS) il (OMISSIS);

avverso la ordinanza del 06/09/2016 del Tribunale di Potenza;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e i ricorsi;

sentita la relazione svolta dal Componente Dott. BONITO Francesco Maria Silvio;

lette le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CUOMO Luigi, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato con trasmissione degli atti al Tribunale di Potenza.

RITENUTO IN FATTO

  1. (OMISSIS), quest’ultimo nella qualita’ di terzo interessato, con atto depositato presso la cancelleria del Tribunale di Lagonegro, proponevano richiesta di riesame avverso il decreto di convalida e contestuale sequestro preventivo di un terreno, emesso dal Giudice per le indagini preliminari di quel Tribunale in danno di (OMISSIS), imputato del reato di cui al Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, articolo 192e articolo 256, comma 3.

Il G.i.p. trasmetteva gli atti al Tribunale di Potenza, in funzione di giudice del riesame, per le determinazioni di competenza, richiamando le disposizioni di cui all’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5.

  1. Il Tribunale di Potenza, con ordinanza del 6 settembre 2016, dichiarava la inammissibilita’ della richiesta di riesame proposta al Tribunale di Lagonegro, giacche’ presentata, in violazione dell’articolo 324 cod. proc. pen., commi 1 e 5, a giudice incompetente, atteso che, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame deve essere presentata nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento.

  2. Avverso tale ordinanza hanno proposto ricorso per cassazione gli interessati, deducendo l’erronea applicazione dell’articolo 324 c.p.p. e articolo 582c.p.p., comma 2, sul rilievo che l’istanza di riesame, ancorche’ depositata presso la cancelleria degli uffici giudiziari di Lagonegro, doveva ritenersi utilmente e legittimamente proposta; che l’interpretazione restrittiva delle norme richiamate da parte del giudice potentino si risolveva in una limitazione della effettivita’ della tutela giurisdizionale; che analoga disciplina in materia di misure personali riceveva letture ermeneutiche contrarie a quella accreditata dal giudice della sede distrettuale; che una differenziazione interpretativa delle due discipline, in materia reale ed in quella personale, risultava contrastata da un preciso orientamento giurisprudenziale di legittimita’.

  3. Con ordinanza del 14 marzo 2017 la Terza Sezione penale, investita del ricorso, ne rimetteva la decisione alle Sezioni Unite, formulando il seguente quesito di diritto: “se la richiesta di riesame delle misure cautelari reali, di cui all’articolo 324 cod. proc. pen., debba essere presentata nella cancelleria del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato o possa anche essere presentata nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i loro difensori”, contrapponendosi in materia due precisi orientamenti.

4.1. Secondo un primo orientamento, in tema di riesame delle misure cautelari reali deve essere valorizzato il rinvio contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, alle forme previste dall’articolo 582 c.p.p., comma 2, ai sensi del quale le parti private ed i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano, pur se diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento; richiamo in forza del quale, una volta presentata la richiesta di riesame in tali uffici nel termine di dieci giorni dalla esecuzione del sequestro, e’ irrilevante che l’atto pervenga o meno nel medesimo termine al tribunale competente del capoluogo di provincia nel quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato. Si evidenzia che la formulazione letterale dell’articolo 324 c.p.p. e’ analoga a quella dell’articolo 309 cod. proc. pen., la’ dove, al comma 1, e’ stabilito che la richiesta di riesame va presentata alla cancelleria del tribunale indicato al comma 5 e cioe’ quella del tribunale del capoluogo di provincia nel quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, ed al comma 2 viene richiamata la disciplina di cui all’articolo 582 cod. proc. pen.. Di conseguenza, secondo questo orientamento, risulta irragionevole adottare, per le misure cautelari reali, una diversa interpretazione rispetto a quella ormai consolidata in materia di misure cautelari personali all’esito del pronunciamento di Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922.

4.2. Secondo il contrapposto orientamento, la richiesta di riesame ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen. deve essere presentata nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento ed e’ inammissibile il gravame depositato presso la cancelleria di un diverso tribunale. Le pronunce che hanno assunto tali conclusioni ermeneutiche valorizzano, innanzitutto, il tenore letterale della norma richiamata ed il limite, ivi contenuto, al comma 2, del riferimento alla sole “forme” del citato articolo 582 c.p.p., anche al fine di corrispondere ad esigenze di semplificazione ed accelerazione del procedimento.

  1. Il Primo Presidente, con decreto del 2 maggio 2017, ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza in camera di consiglio.
  2. Il Procuratore generale ha depositato requisitoria scritta concludendo per l’annullamento, senza rinvio, dell’ordinanza di inammissibilita’ della richiesta di riesame, con trasmissione degli atti al Tribunale di Potenza per la decisione sulla impugnazione.

A sostegno di tali conclusioni osserva, innanzitutto, che la richiesta di riesame e’ un mezzo di impugnazione, sicche’ trova applicazione ogni norma sulle impugnazioni in generale, tra le quali l’articolo 582 cod. proc. pen. e, in secondo luogo, che, nella materia affine delle misure cautelari personali, l’articolo 309 c.p.p. prevede una disciplina analoga a quella di cui all’articolo 324 c.p.p., ed entrambe non possono che avere una identica lettura, per una imprescindibile esigenza di uniformita’ di discipline coinvolgenti garanzie in materia di diritti di rango costituzionale. Va poi valorizzato il principio del favor impugnationis, particolarmente vulnerabile, nella fattispecie, tenuto conto dei tempi brevi previsti dall’ordinamento per la tutela disciplinata dalla norma di riferimento.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione sottoposta alle Sezioni Unite puo’ essere cosi’ sintetizzata:

“Se, in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

  1. Sulla lettura dell’articolo 324 cod. proc. pen., come annotato dalla Sezione rimettente, si contrappongono due orientamenti interpretativi, nessuno dei quali replicato in termini tali da consentirne la individuazione come maggioritario, in egual misura annoverandosi pronunce in un senso ovvero nell’altro.

2.1. Secondo un primo orientamento, teso a riferire alla norma in esame contenuti restrittivi, l’articolo 324 cod. proc. pen., per il tenore letterale dei commi 1 e 5, contiene una previsione specifica del luogo ove deve essere presentata la richiesta di riesame della misura cautelare reale: la cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento. Previsione questa la quale prevale, pertanto, sulla norma di carattere generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., che al comma 2 prevede la possibilita’ di presentare l’atto di impugnazione anche in luoghi diversi, facendo salva peraltro, al comma 1, la possibilita’ di disposizioni in deroga al principio generale (“salvo che la legge disponga altrimenti”).

Di qui l’ulteriore conseguenza che il riferimento, pur contenuto nell’articolo 324 cod. proc. pen., comma 2, alla norma generale di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., va interpretato come relativo esclusivamente alle “forme” con le quali la richiesta va presentata e non gia’ al luogo di presentazione.

Si valorizza infine, a favore della tesi in esposizione, la circostanza che l’obbligo di presentazione della domanda presso l’ufficio competente meglio favorirebbe le esigenze di semplificazione ed accelerazione del sistema.

Sono espressione del riferito orientamento, in epoca recente, Sez. 3, n. 12209 del 03/02/2016, Lococo, Rv. 266375; Sez. 3, n. 31961 del 02/07/2015, Borghi, Rv. 264189; Sez. 2, n. 18281 del 29/01/2013, Bacharm, Rv. 255753; ed in tempi meno recenti, Sez. 4, n. 33337 del 19/07/2002 Cannavacciuolo, Rv. 222663; Sez. 5, n. 2915 del 22/05/2000, Fontana, Rv. 216655.

2.2. Secondo il contrario orientamento, viceversa finalizzato a fornire la norma di piu’ ampi contenuti applicativi, il rinvio compiuto dall’articolo 324 c.p.p., comma 2, all’articolo 582 c.p.p., norma generale in materia di impugnazioni, consente il deposito della richiesta di riesame di misure cautelari reali anche nei luoghi in essa indicati; eppertanto, visto il comma 2, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui le parti si trovano, pur se questo e’ diverso da quello in cui e’ stato emesso il provvedimento, con l’ulteriore corollario che e’ tempestivo il deposito dell’impugnazione nel termine di dieci giorni se entro tale termine la richiesta sia depositata presso uno degli uffici indicati dalla norma generale di cui all’articolo 582 c.p.p..

Applicano tale lezione interpretativa, tra le piu’ recenti, Sez. 2, n. 2664 del 21/12/2016, dep. 2017, Visconti, Rv. 269111; Sez. 3, n. 23369 del 26/01/2016, Schena, Rv. 266822; Sez. 3, n. 1369 del 27/05/2015, dep. 2016, Moscoloni, Rv. 265963; Sez. 2, n. 50315 del 16/09/2015, Mokchane, Rv. 265462; Sez. 2, n. 45341 del 04/11/2015, De Petrillo, Rv. 2648721.

Secondo le richiamate pronunce militano a favore della interpretazione estensiva della norma processuale in esame plurime ragioni.

Innanzitutto il confronto dell’analoga disciplina in tema di misure cautelari personali, la’ dove sia l’articolo 309c.p.p. che l’articolo 324 cod. proc. pen. fanno riferimento, come luogo di deposito della relativa richiesta, agli uffici del giudice competente e la’ dove entrambe le norme richiamano le “forme” di cui all’articolo 582 cod. proc. pen., di guisa che sarebbe incongruo differentemente applicare le due discipline in considerazione del rilievo che, sull’articolo 309 cod. proc. pen., le Sezioni Unite, gia’ con sentenza n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922, ebbero ad accreditare la soluzione ermeneutica piu’ ampia.

Il riferimento, inoltre, alle “forme” di cui all’articolo 582 c.p.p. contenuto nell’articolo 324 c.p.p., comma 2, secondo tale lezione interpretativa, deve essere inteso a tutto l’articolo, in quanto regolatore di una disciplina generale, e non gia’ al solo comma 1, in coerenza peraltro col principio, anch’esso di valenza generale, del favor impugnationis.

  1. Ritiene la Corte che, tra le prospettate opzioni interpretative, di maggiore coerenza sistematica, logica e testuale sia quella da ultimo rappresentata, di piu’ ampia potenzialita’ applicativa.

3.1. Appare opportuno prendere le mosse da un argomento sistematico. La richiesta di riesame delle misure cautelari reali di cui all’articolo 324 c.p.p., al pari di quella di cui all’articolo 309 cod. proc. pen. in materia di misure cautelari personali, costituisce un mezzo di impugnazione e ad essa e’ pertanto applicabile la disciplina generale sulle impugnazioni prevista dal codice di rito (Libro 9) e l’articolo 582 cod. proc. pen. e’ norma compresa nel Titolo 1, recante, appunto “Disposizioni generali”.

3.2. Ancora richiamando la coerenza sistematica dell’ordinamento, non puo’ non rilevarsi che gli articoli 324 e 309 cod. proc. pen., norme regolatrici, rispettivamente, delle misure cautelari reali e di quelle personali, quanto alla ricezione dell’atto di impugnazione, descrivono discipline del tutto analoghe, giacche’ in entrambe le ipotesi vi e’ l’indicazione, principale, dell’ufficio di cancelleria presso l’autorita’ giudiziaria investita della competenza funzionale per la decisione (il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella fattispecie disciplinata dall’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5; il tribunale del luogo nel quale ha sede la corte di appello nella cui circoscrizione e’ compreso l’ufficio del giudice che ha emesso l’ordinanza, nella ipotesi regolata dall’articolo 309 c.p.p., commi 4 e 7).

In entrambe le norme, poi, la indicazione principale si completa con il richiamo all’articolo 582 cod. proc. pen.; l’articolo 324 c.p.p., al comma 2, recita infatti: “La richiesta e’ presentata nelle forme previste dall’articolo 582 c.p.p.”; mentre l’articolo 309 c.p.p. dispone, nel secondo periodo del comma 4: “Si osservano le forme previste dagli articoli 582 e 583 c.p.p.”.

3.3. Sul rapporto tra gli articoli 309 e 582 cod. proc. pen., sono intervenute le Sezioni Unite, affermando il seguente principio:”Il rinvio che in tema di presentazione della richiesta di riesame l’articolo 309 c.p.p., comma 4, fa alle forme dell’articolo 582 c.p.p. comprende anche il medesimo articolo 582 c.p.p., comma 2, secondo il quale le parti private e i difensori possono presentare l’atto di impugnazione anche nella cancelleria della pretura in cui si trovano, se tale luogo e’ diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti ad un agente consolare all’estero. Una volta avvenuta la presentazione della richiesta o dell’appello in tali ultimi uffici nel termine di dieci giorni di cui all’articolo 309 cod. proc. pen., comma 3, e’ del tutto irrilevante, al fine della tempestivita’, che l’atto raggiunga o meno entro lo stesso termine la cancelleria del tribunale indicato nello stesso articolo 309 cod. proc. pen., comma 7″ (Sez. U., n. 11 del 18/06/1991, D’Alfonso, Rv. 187922).

Appare utile richiamare gli argomenti sviluppati a sostegno del principio di cui alla massima appena evocata, giacche’: la soluzione restrittiva e’ affidata esclusivamente al dato testuale della norma, dal quale si e’ voluto dedurre che dal successivo richiamo all’articolo 582 c.p.p. siano esclusi i diversi uffici indicati nel comma 2 dello stesso articolo; il dato testuale richiama pero’ le forme previste dall’articolo 582 c.p.p. nella loro globalita’ e senza limitazioni che il legislatore, ove avesse inteso porre, avrebbe formulato esplicitamente; sotto tale aspetto non e’ vano il rilievo che, in genere e salvo particolari limitazioni, il rinvio operato da una norma alle forme previste da altra disposizione, non e’ limitato ai meri requisiti formali di un atto, ma si estende ad ogni modalita’ procedurale della norma alla quale il rinvio viene operato; l’apparente contrasto fra l’esplicita indicazione della cancelleria del tribunale di cui all’articolo 309 c.p.p., comma 7 ed il successivo generico richiamo alle forme di cui all’articolo 582 c.p.p. (che potrebbe far ritenere come da quel richiamo sia esclusa la possibilita’ della presentazione dell’atto in diversi uffici) puo’ essere spiegato nel senso che il legislatore abbia voluto indicare l’organo definitivo destinatario dell’istanza e non quello al quale necessariamente questa deve essere in un primo momento presentata; le allegate ragioni d’urgenza potrebbero compromettere proprio l’attuazione di quel diritto che si pretende con esse di assicurare ancor piu’ rapidamente; una diversa interpretazione sarebbe in contrasto con quel favor impugnationis cui e’ indubbiamente ispirato il sistema processuale, con intuitive possibilita’ di implicazione costituzionale, in relazione all’articolo 24 Cost., che gia’ di per se’ stesse portano a preferire l’interpretazione piu’ aderente alla salvaguardia del diritto di difesa costituzionalmente garantito.

  1. A fronte delle ragioni sin qui offerte, appare quindi debole l’argomento, pure sviluppato a sostegno della interpretazione restrittiva, volto a valorizzare esigenze di semplificazione e di celerita’ procedimentale, sia perche’ subvalente siffatta ragione rispetto a quelle di rilievo giuridico e sistematico innanzi richiamate, sia perche’ comunque illogico e contraddittorio, la’ dove si consideri che la rapidita’ procedimentale si risolve nel restringimento delle possibilita’ di tutela, per i tempi contenuti assegnati alla difesa della parte privata.

Appare poi utile rimarcare che l’argomento valorizzato dalla pronunce assertive della soluzione restrittiva, secondo cui l’incipit della norma ex articolo 582 cod. proc. pen. (“Salvo che la legge disponga altrimenti”) la confermerebbe, si presta a considerazioni opposte, perche’ l’inciso e’ coerente con una disciplina generale e non con una disciplina derogatoria a quella generale contenente il richiamo della norma generale (l’articolo 582 cod. proc. pen., appunto).

Non puo’, infine, rimanere estraneo alla soluzione ermeneutica l’argomento che la tesi restrittiva esclude, di fatto, la possibilita’ di tutela dei residenti all’estero.

  1. Alla stregua delle esposte considerazioni va dunque enunciato il seguente principio di diritto:

“Ai sensi dell’articolo 324 cod. proc. pen., in tema di misure cautelari reali, la richiesta di riesame puo’ essere presentata, oltre che nella cancelleria del tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato, anche nella cancelleria del tribunale o del giudice di pace del luogo in cui si trovano le parti private o i difensori, diverso da quello in cui fu emesso il provvedimento, ovvero davanti a un agente consolare all’estero”.

  1. Il Tribunale di Potenza, con l’ordinanza in scrutinio, ha dichiarato inammissibile la richiesta di riesame proposta dai ricorrenti perche’ presentata al Tribunale di Lagonegro, diverso da quello individuato ai sensi dell’articolo 324 c.p.p., commi 1 e 5, vale a dire il tribunale del capoluogo della provincia nella quale ha sede l’ufficio che ha emesso il provvedimento, nella specie il Tribunale di Potenza.

L’ordinanza confligge col principio di diritto innanzi formulato, in applicazione del quale si palesa rituale la presentazione della richiesta di riesame ad un tribunale diverso da quello competente per la decisione, ovverosia, tornando al caso portato all’esame della Corte, il Tribunale di Lagonegro.

Il provvedimento va pertanto annullato senza rinvio, con trasmissione degli atti al giudice territoriale per la decisione sulla richiesta di riesame.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata e dispone trasmettersi gli atti al Tribunale di Potenza per il giudizio di riesame.

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Responsabilità medica – Professione sanitaria – Attività medico-chirurgica – Colpa –

Responsabilità medica – Professione sanitaria – Attività medico-chirurgica – Colpa –

Responsabilità medicaProfessione sanitaria – Attività medico-chirurgica – Colpa – Legge Gelli-Bianco – Linee guida – Ambito di applicazione Corte di Cassazione|Sezione U|Penale|Sentenza|22 febbraio 2018| n. 8770 AVVOCATO BOLOGNA  CREMONA BERGAMO PAVIA BRESCIA

 

L’interpretazione letterale della riforma induce a ritenere che la nuova causa di non punibilita’ e’ operativa in ogni caso in cui risultino rispettate le raccomandazioni previste dalle linee-guida pertinenti. Anche l’andamento dei lavori parlamentari starebbe a dimostrare che la colpa grave non viene ritenuta ragione di inoperativita’ della causa che esclude la punibilita’.

Secondo la nuova normativa, il parametro di verifica della colpa e’ il rispetto, constatato ex post, della adeguatezza delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida, non anche le modalita’ di applicazione in concreto delle stesse, altrimenti non comprendendosi quale possa essere l’area di operativita’ della causa di non punibilita’ introdotta dall’articolo 590-sexies cod. pen. e riferita espressamente all’imperizia.

Nel caso di specie, le linee-guida erano state correttamente individuate, e cioe’ il medico aveva fatto una scelta attendista in assenza di sintomi rivelatori della “sindrome della cauda”; quando invece tali sintomi egli aveva percepito, aveva correttamente avviato il paziente al Pronto soccorso per l’espletamento dell’attivita’ diagnostica o interventistica, avente carattere di urgenza.

In conclusione, nessun rimprovero puo’ muoversi al sanitario e, per l’eventualita’ che, invece, si ravvisasse imperizia con riferimento alle scelte operate il 24 ottobre 2008, la stessa dovrebbe ricadere nell’ambito della causa di non punibilita’ introdotta dalla novella del 2017.

Dal canto suo, l’articolo 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilita’ sulla responsabilita’ colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (articolo 590 cod. pen.) o omicidio colposo (articolo 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di “imperizia” e sul presupposto che siano state “”rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificita’ del caso concreto”.

E’ comunque fatta salva, dall’articolo 7, la responsabilita’ civile dell’esercente la professione sanitaria, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ..

Il precetto dell’articolo 6 deve essere letto alla luce degli articoli 1, 3 e 5 che lo precedono: norme che costituiscono uno dei valori aggiunti della novella, nella ottica di una migliore delineazione della colpa medica, poiche’ pongono a servizio del fine principale dell’intervento legislativo – la sicurezza delle cure unitamente ad una gestione consapevole e corretta del rischio sanitario (articolo 1), a sua volta anticipato nel disegno della L. 28 dicembre 2015, n. 208, articolo 1, commi 538 e segg. (legge di stabilita’ per il 2016) – un metodo nuovo di accreditamento delle linee-guida. Queste ambiscono cosi’ a costituire non solo, per i sanitari, un contributo autorevole per il miglioramento generale della qualita’ del servizio, essendo, tutti gli esercenti le numerose professioni sanitarie riconosciute, chiamati ad attenervisi (articolo 5, comma 1), ma anche, per il giudizio penale, indici cautelari di parametrazione, anteponendosi alla rilevanza delle buone pratiche clinico-assistenziali, che, elemento valorizzato nel decreto Balduzzi, assumono oggi rilievo solo sussidiario per il minor grado di ponderazione scientifica che presuppongono, pur rimanendo comunque da individuare in modelli comportamentali consolidati oltre che accreditati dalla comunita’ scientifica.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Presidente

Dott. IPPOLITO Francesco – Consigliere

Dott. CONTI Giovanni – Consigliere

Dott. DE CRESCIENZO Ugo – Consigliere

Dott. VESSICHELLI Maria – rel. Consigliere

Dott. RAMACCI Luca – Consigliere

Dott. ANDREAZZA Gastone – Consigliere

Dott. MONTAGNI Andrea – Consigliere

Dott. DE AMICIS Gaetano – Consigliere

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 07/12/2015 della Corte di appello di Firenze;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal componente Dott. Maria Vessichelli;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. BALDI Fulvio, che ha concluso chiedendo sollevarsi la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 590-sexies cod. pen.; in subordine l’annullamento con rinvio ai soli effetti civili;

udito il difensore della parte civile, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo la inammissibilita’ del ricorso;

udito il difensore dell’imputato, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso; in subordine, l’annullamento senza rinvio per essere il reato estinto per prescrizione; in ulteriore subordine sollevarsi la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 590- sexies cod. pen..

RITENUTO IN FATTO

  1. Ha proposto ricorso per cassazione (OMISSIS) avverso la sentenza della Corte di appello di Firenze in data 7 dicembre 2015 con la quale e’ stato confermato, nei suoi confronti, il giudizio di responsabilita’ pronunciato dal Tribunale di Pistoia con riferimento all’imputazione di lesioni personali colpose.

1.1. Al ricorrente, nella qualita’ di medico specialista in neurochirurgia in servizio presso l’ambulatorio del Centro Fisioterapico (OMISSIS), e’ stato addebitato il comportamento omissivo ingiustificatamente tenuto dopo alcune visite del paziente (OMISSIS), nell’ottobre del 2008. Un comportamento contestato come caratterizzato da negligenza, imprudenza e imperizia e consistito nel non avere effettuato tempestivamente la diagnosi della sindrome da compressione della “cauda equina”, con conseguente considerevole differimento nella esecuzione – avvenuta ad opera di altro medico specialista, successivamente interpellato dalla persona offesa – dell’intervento chirurgico per il quale vi era, invece, indicazione di urgenza, in base alle regole cautelari di settore.

L’intervento doveva essere finalizzato alla decompressione della cauda e, per l’effetto, avrebbe dovuto impedire che la prolungata compressione in atto procurasse al paziente effetti poi riscontrati, e cioe’ un rilevante deficit sensitivo-motorio con implicazioni dirette sul controllo delle funzioni neurologiche concernenti l’apparato uro-genitale e di quelle motorie del piede destro.

1.2. In punto di fatto, era rimasto accertato che il ricorrente, in occasione della prima visita del 9 ottobre 2008, nella quale il paziente aveva manifestato forti dolori alla schiena, aveva prescritto una terapia farmacologica e richiesto una elettromiografia; in occasione della seconda visita, a distanza di una settimana, non avendo il (OMISSIS) eseguito l’esame diagnostico, il medico aveva prospettato, in ragione del persistere dei forti dolori, la eventuale necessita’ di un intervento chirurgico con inserimento di dischetti in silicone fra le vertebre; in occasione della terza visita del 23 ottobre, verificata la esecuzione dell’esame prescritto, il ricorrente aveva diagnosticato un’ernia in L2 e consigliato un intervento chirurgico per la relativa asportazione.

avvocato penalista a bolognaIl paziente aveva chiesto una pausa per riflettere ma la stessa notte (tra il 23 e il 24 ottobre) aveva accusato una marcata ingravescenza del quadro clinico, evidenziata da sintomi allarmanti di incontinenza fecale, notevole difficolta’ nella motilita’ degli arti inferiori ed infine perdita dello stimolo ad urinare.

L’indomani mattina, sollecitata telefonicamente all’imputato una visita in ragione della nuova e piu’ preoccupante condizione in cui versava, il (OMISSIS) l’aveva potuta ottenere non prima di una settimana, il 30 ottobre, ma, giunto in ritardo all’appuntamento, non aveva rinvenuto il medico. Questi, raggiunto telefonicamente per rimarcare la persistenza della sintomatologia invalidante, aveva replicato di poterlo operare non prima del mese successivo e di insistere nella terapia farmacologica, non accennando ad alcuna problematica legata all’urgenza, ma indicando il Pronto soccorso per la ricerca di un rimedio ai dolori. Una ricostruzione, quella appena ricordata, accreditata in base al racconto della persona offesa, che i giudici di primo e secondo grado hanno reputato affidabile sia per intrinseca coerenza, sia perche’ confortato dalla deposizione della teste (OMISSIS), sebbene in contrasto con la prospettazione dell’imputato che invece aveva affermato di non essere stato reso edotto, nella telefonata del 24 ottobre, della gravita’ dei nuovi sintomi.

Ritenutosi non adeguatamente seguito, il paziente si era rivolto ad altro sanitario, l’ortopedico dott. (OMISSIS), il quale a sua volta, fissato in tre giorni l’appuntamento ed effettuata la diagnosi di “sindrome della cauda”, nonche’ verificata l’urgenza dell’intervento di competenza neurochirurgica, aveva indirizzato il (OMISSIS) al CTO di Firenze ove, eseguita una TAC, questi era stato operato, in via d’urgenza, nella notte tra il 4 e il 5 novembre.

L’intervento era consistito nella decompressione della cauda ed exeresi di una grossa ernia discale espulsa.

1.3. A seguito dell’intervento, ed a distanza di circa due mesi, era stata accertata, mediante consulenza tecnica, la permanenza di una serie di gravi sintomi e quindi di un danno neurologico a carico delle funzioni sfinteriche, della sensibilita’ perineale e della motilita’ del piede destro, ritenuti effetto della prolungata compressione delle fibre della “cauda equina”, non prontamente contrastata con intervento chirurgico urgente. Questo sarebbe intervenuto tardi a causa del differimento della visita finalizzata alla diagnosi, ritardo quest’ultimo a sua volta dovuto alla sottovalutazione, imputata al ricorrente, dei gravi e allarmanti sintomi da ultimo manifestatisi nel paziente, pur affetto da lombosciatalgia cronica per la quale era da tempo seguito dal (OMISSIS) stesso.

In conclusione, il ritardo colpevole del (OMISSIS) veniva quantificato almeno nei sei giorni fatti inutilmente decorrere tra il momento in cui il paziente gli rappresento’ i gravissimi sintomi neurologici e quello in cui ritenne di far cadere l’appuntamento per la verifica della situazione, senza peraltro, neppure in quella occasione, prospettare la necessita’ di un pronto intervento chirurgico.

Nella sentenza di primo grado, inoltre, veniva verificata positivamente la configurabilita’ del nesso di causalita’ ed esclusa la causa di non responsabilita’ penale introdotta dal Decreto Legge n. 158 del 2012, articolo 3 (c.d. decreto Balduzzi) perche’ l’imputato non si era attenuto alle linee-guida o alle best practices che gli avrebbero imposto una diagnosi tempestiva e la sollecitazione di un intervento chirurgico non ulteriormente procrastinabile.

  1. Deduce il ricorrente:

– il vizio di motivazione e la violazione di legge con riferimento agli articoli 199 e 499 cod. proc. pen. in particolare denunciando il travisamento della prova costituita dalle dichiarazioni della teste (OMISSIS), citate a riscontro della versione della persona offesa costituita parte civile che sarebbero state frutto di domande suggestive del pubblico ministero.

– il vizio della motivazione e la violazione dell’articolo 40 cod. pen. in tema di nesso di causalita’.

Assume la difesa che illogicamente sarebbe stato trascurato il rilievo del consulente dell’imputato, accreditato neuropatologo, secondo cui, posto che nella cartella clinica relativa alla degenza per l’intervento neurochirurgico era stato attestato un recupero parziale del deficit motorio agli arti inferiori, avrebbe dovuto inferirsene che la compressione della cauda non aveva potuto avere la durata denunciata dalla parte civile, ma una ben inferiore, in quanto, diversamente, i relativi effetti sarebbero stati ben piu’ gravi.

Allo stesso modo, la difesa denuncia il travisamento delle certificazioni mediche in atti circa la datazione dei sintomi che derivava non dalla constatazione diretta da parte dei sanitari successivamente interpellati ma dalla ripresa delle dichiarazioni del paziente.

Posto, dunque, che il 30 ottobre era la data di effettiva “presa in carico”, da parte del ricorrente, quantomeno sul piano cognitivo, degli allarmanti sintomi della parte civile, non poteva non considerarsi che l’indicazione in quel frangente, da parte del medesimo, di rivolgersi al Pronto soccorso con urgenza rappresentava la corretta attuazione delle buone pratiche sanitarie.

Ne derivava altresi’ che, dovendosi imputare al (OMISSIS) l’ulteriore ritardo di cinque giorni connesso alla scelta di non recarsi al Pronto soccorso diversamente da quanto suggeritogli, ma di investire altri due sanitari, il differimento e l’addebito delle correlate conseguenze lesive non potevano ricondursi, con il necessario grado di certezza, al comportamento del ricorrente.

  1. Il ricorso e’ stato segnalato al Primo Presidente dal Presidente del Collegio della Quarta Sezione cui il processo era stato assegnato perche’, all’interno di questa, si registrava un contrasto giurisprudenziale su tema di possibile rilievo ai fini della trattazione, e cioe’ quello della misura della incidenza della recente L. 8 marzo 2017, n. 24, che, nell’abrogare la previgente disciplina della L. n. 189 del 2012, ha rimodulato i limiti della colpa medica a fronte del rispetto delle linee-guida dettate in materia, con conseguenze in punto di individuazione della legge piu’ favorevole.

Con decreto del 13 novembre 2017, il Primo Presidente ha disposto, ai sensi dell’articolo 610 cod. proc. pen., comma 2, l’assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite, da trattarsi all’odierna udienza pubblica.

  1. Il difensore del ricorrente ha depositato memoria avente ad oggetto la specifica questione di diritto devoluta alle Sezioni Unite.

L’interpretazione letterale della riforma induce a ritenere che la nuova causa di non punibilita’ e’ operativa in ogni caso in cui risultino rispettate le raccomandazioni previste dalle linee-guida pertinenti. Anche l’andamento dei lavori parlamentari starebbe a dimostrare che la colpa grave non viene ritenuta ragione di inoperativita’ della causa che esclude la punibilita’.

Secondo la nuova normativa, il parametro di verifica della colpa e’ il rispetto, constatato ex post, della adeguatezza delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida, non anche le modalita’ di applicazione in concreto delle stesse, altrimenti non comprendendosi quale possa essere l’area di operativita’ della causa di non punibilita’ introdotta dall’articolo 590-sexies cod. pen. e riferita espressamente all’imperizia.

Nel caso di specie, le linee-guida erano state correttamente individuate, e cioe’ il medico aveva fatto una scelta attendista in assenza di sintomi rivelatori della “sindrome della cauda”; quando invece tali sintomi egli aveva percepito, aveva correttamente avviato il paziente al Pronto soccorso per l’espletamento dell’attivita’ diagnostica o interventistica, avente carattere di urgenza.

In conclusione, nessun rimprovero puo’ muoversi al sanitario e, per l’eventualita’ che, invece, si ravvisasse imperizia con riferimento alle scelte operate il 24 ottobre 2008, la stessa dovrebbe ricadere nell’ambito della causa di non punibilita’ introdotta dalla novella del 2017.

  1. Il Procuratore generale, pur dando atto della inammissibilita’ dei motivi di ricorso volti ad accreditare una ricostruzione dei fatti alternativa a quella motivatamente emergente dalla sentenza impugnata, ha chiesto sollevarsi la questione di legittimita’ costituzionale dell’articolo 590-sexies cod. pen., per contrasto con i principi posti negli articoli 2, 3, 24, 25, 27, 32, 33, 101, 102 e 111 Cost..

Ha osservato preliminarmente che l’unica interpretazione possibile della nuova norma codicistica sarebbe quella propugnata dalla sentenza che ha dato luogo al contrasto giurisprudenziale, Sez. 4, n. 50078 del 19/10/2017, Cavazza, basata sulla lettera della legge, a differenza di quella della sentenza Tarabori della medesima Sezione, n. 28187 del 20/04/2017, che se ne e’ distaccata tentando una ricostruzione normativa costituzionalmente conforme ma inaccettabile perche’ sostanzialmente abrogativa del nuovo precetto. Il Procuratore generale ha percio’ rilevato che ci si troverebbe di fronte alla necessita’ di applicare una previsione normativa che confligge: con il principio di divieto ingiustificato di disparita’ di trattamento fra situazioni omologhe (le diverse forme di colpa e le diverse categorie di professionisti coinvolti); con il principio di tassativita’ della norma penale, per la derivazione delle linee-guida da fonte normativa secondaria; con quello di responsabilita’ personale, per la scarsa prevedibilita’ ed evitabilita’ dell’evento; con quello del diritto alla tutela della salute, posto in crisi da una richiesta di applicazione dei protocolli non chiaramente calibrati sul caso concreto; con quello della dignita’ della professione sanitaria, che si contrappone alla rigidita’ delle linee-guida da applicare; con quello della libera valutazione del giudice, che si verrebbe a limitare attribuendogli un criterio di giudizio non flessibile.

In subordine, il Procuratore generale ha sollecitato l’annullamento con rinvio al giudice civile, data la ormai maturata prescrizione del reato, per il necessario approfondimento riguardo alla possibilita’ di parametrazione della condotta del (OMISSIS) alle linee-guida e alla eventuale sussistenza di profili di negligenza nel suo operato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. La questione sottoposta alle Sezioni Unite e’ la seguente:

“Quale sia, in tema di responsabilita’ colposa dell’esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l’ambito applicativo della previsione di “non punibilita’” prevista dall’articolo 590-sexies cod. pen., introdotta dalla L. 8 marzo 2017, n. 24″.

  1. All’origine del contrasto giurisprudenziale che ha determinato la rimessione alle Sezioni Unite vi e’ la promulgazione della L. 8 marzo 2017, n. 24 (Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonche’ in materia di responsabilita’ professionale degli esercenti le professioni sanitarie), entrata in vigore il 1 aprile 2017, nota come “legge Gelli-Bianco” in ragione dei nomi dei rispettivi relatori di maggioranza alla Camera e al Senato. Questa, proseguendo nella volonta’ manifestatasi nella presente legislatura, di tipizzazione di modelli di colpa all’interno del codice penale, ha disposto, all’articolo 6, nel primo comma, la formulazione dell’articolo 590-sexies cod. pen.contenente la nuova disciplina speciale sulla responsabilita’ colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario e, nel secondo comma, la contestuale abrogazione della previgente disciplina extra-codice della materia. E cioe’ del Decreto Legge 13 settembre 2012, n. 158, articolo 3, comma 1, recante disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo del Paese mediante un piu’ alto livello di tutela della salute, decreto convertito, con modificazioni, dalla L. 8 novembre 2012, n. 189 e conosciuto come “decreto Balduzzi”, dal nome del Ministro della Salute del Governo che lo aveva presentato.

2.1. L’articolo 3 del d.l. Balduzzi era stato concepito per normare i limiti della responsabilita’ penale dell’esercente la professione sanitaria a fronte di un panorama giurisprudenziale divenuto sempre piu’ severo nella delineazione della colpa medica punibile, salvo il mantenimento di una certa apertura all’utilizzo della regola di esperienza ricavabile dall’articolo 2236 cod. civ., per la stessa individuabilita’ della imperizia, nei casi in cui si fosse imposta la soluzione di problemi di specifica difficolta’ di carattere tecnico-scientifico (fra le molte, Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Bugge’, Rv. 237875).

Si era, invero, pervenuti nel volgere di un ventennio – dopo un passato di approdi giurisprudenziali piu’ indulgenti che ricavavano direttamente dall’articolo 2236 cod. civ. la possibilita’ di punire il solo errore inescusabile derivante dalla mancata applicazione delle cognizioni generali – ad un assetto interpretativo in base al quale la colpa medica non veniva di regola esclusa, una volta accertato che l’inosservanza delle linee-guida era stata determinante nella causazione dell’evento lesivo, essendo rilevante in senso liberatorio soltanto che questo, avuto riguardo alla complessiva condizione del paziente, fosse, comunque, inevitabile e, pertanto, ascrivibile al caso fortuito (Sez. 4, n. 35922 del 11/07/2012, Ingrassia, Rv. 254618).

Ebbene, l’articolo 3 citato era stato congegnato nel senso di sancire la esclusione della responsabilita’ per colpa lieve, quando il professionista, nello svolgimento delle proprie attivita’, non ulteriormente perimetrate con riferimento alla idoneita’ dell’evento ad integrare specifiche figure di reato ne’ quanto alla afferibilita’ alla negligenza, imprudenza o imperizia, si fosse “attenuto” a linee-guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunita’ scientifica.

2.2. Dal canto suo, l’articolo 6 della legge Gelli-Bianco, volto ad incidere con la previsione di una causa di non punibilita’ sulla responsabilita’ colposa per morte o lesioni personali da parte degli esercenti la professione sanitaria, la ha introdotta come specificazione ai precetti penali generali in tema di lesioni personali colpose (articolo 590 cod. pen.) o omicidio colposo (articolo 589), con espressa limitazione agli eventi verificatisi a causa di “imperizia” e sul presupposto che siano state “”rispettate” le raccomandazioni previste dalle linee-guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee-guida risultino adeguate alle specificita’ del caso concreto”.

E’ comunque fatta salva, dall’articolo 7, la responsabilita’ civile dell’esercente la professione sanitaria, ai sensi dell’articolo 2043 cod. civ..

2.3. Il precetto dell’articolo 6 deve essere letto alla luce degli articoli 1, 3 e 5 che lo precedono: norme che costituiscono uno dei valori aggiunti della novella, nella ottica di una migliore delineazione della colpa medica, poiche’ pongono a servizio del fine principale dell’intervento legislativo – la sicurezza delle cure unitamente ad una gestione consapevole e corretta del rischio sanitario (articolo 1), a sua volta anticipato nel disegno della L. 28 dicembre 2015, n. 208, articolo 1, commi 538 e segg. (legge di stabilita’ per il 2016) – un metodo nuovo di accreditamento delle linee-guida. Queste ambiscono cosi’ a costituire non solo, per i sanitari, un contributo autorevole per il miglioramento generale della qualita’ del servizio, essendo, tutti gli esercenti le numerose professioni sanitarie riconosciute, chiamati ad attenervisi (articolo 5, comma 1), ma anche, per il giudizio penale, indici cautelari di parametrazione, anteponendosi alla rilevanza delle buone pratiche clinico-assistenziali, che, elemento valorizzato nel decreto Balduzzi, assumono oggi rilievo solo sussidiario per il minor grado di ponderazione scientifica che presuppongono, pur rimanendo comunque da individuare in modelli comportamentali consolidati oltre che accreditati dalla comunita’ scientifica.

E’ qui sufficiente rammentare che dall’articolo 3 e’ prevista la istituzione di un Osservatorio delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanita’ destinato a raccogliere dati utili per la gestione del rischio sanitario e quelli concernenti le buone pratiche per la sicurezza delle cure, predisponendosi linee di indirizzo con l’ausilio delle societa’ scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie. Oltre a cio’, viene regolamentata la creazione di un elenco delle predette societa’ e associazioni, aventi peculiari caratteristiche idonee a garantirne la trasparenza e la capacita’ professionale scientifica; enti deputati ad elaborare, unitamente alle istituzioni pubbliche e private, le raccomandazioni da includere in linee-guida che hanno la finalita’ di fungere da parametro per la corretta esecuzione delle prestazioni sanitarie con finalita’ preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale.

Tali linee-guida sono recepite attraverso un sistema di pubblicita’ garantito dall’Istituto superiore di sanita’ pubblica che lo realizza nel proprio sito internet, previa una ulteriore verifica della conformita’ della metodologia adottata a standard definiti resi pubblici dello stesso Istituto.

E’ sicuramente rimarchevole che tanto l’istituzione dell’Osservatorio quanto la formazione del predetto elenco siano ufficialmente avvenuti mediante la pubblicazione di due decreti del Ministero della Salute in date, rispettivamente, 2 agosto e 29 settembre 2017 (in Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 186 del 10 agosto 2017 e n. 248 del 23 ottobre 2017).

  1. Va osservato preliminarmente che, sul tema della natura, finalita’ e cogenza delle linee-guida – che hanno assunto rilevanza centrale nel costrutto della intera impalcatura della legge – non vi e’ motivo per discostarsi dalle condivisibili conclusioni maturate in seno alla giurisprudenza delle sezioni semplici della Cassazione, icasticamente riprese e sviluppate, anche dopo la introduzione della novella, dalla sentenza Sez. 4, n. 28187del 20/04/2017, nota nel dibattito giurisprudenziale e dottrinale col riferimento al nome, Tarabori, della parte civile ricorrente contro il proscioglimento dell’imputato De Luca: sentenza che costituisce uno dei due poli del contrasto sottoposto alle Sezioni Unite, ma non sul tema della natura delle linee-guida, che non risulta investito da divergenza di interpretazioni.

Ebbene, puo’ convenirsi con il rilievo che, anche a seguito della procedura ora monitorata e governata nel suo divenire dalla apposita istituzione governativa, e quindi tendente a formare un sistema con connotati pubblicistici, le linee-guida non perdono la loro intrinseca essenza, gia’ messa in luce in passato con riferimento alle buone pratiche. Quella cioe’ di costituire un condensato delle acquisizioni scientifiche, tecnologiche e metodologiche concernenti i singoli ambiti operativi, reputate tali dopo un’accurata selezione e distillazione dei diversi contributi, senza alcuna pretesa di immobilismo e senza idoneita’ ad assurgere al livello di regole vincolanti.

La utilita’ della descritta introduzione delle linee-guida, pubblicate a cura del competente istituto pubblico, resta indubbia.

Da un lato, una volta verificata la convergenza delle piu’ accreditate fonti del sapere scientifico, esse servono a costituire una guida per l’operatore sanitario, sicuramente disorientato, in precedenza, dal proliferare incontrollato delle clinical guidelines. Egli e’ oggi posto in grado di assumere in modo piu’ efficiente ed appropriato che in passato, soprattutto in relazione alle attivita’ maggiormente rischiose, le proprie determinazioni professionali. Con evidenti vantaggi sul piano della convenienza del servizio valutato su scala maggiore, evitandosi i costi e le dispersioni connesse a interventi medici non altrettanto adeguati, affidati all’incontrollato soggettivismo del terapeuta, nonche’ alla malpractice in generale.

Dall’altro lato, la configurazione delle linee-guida con un grado sempre maggiore di affidabilita’ e quindi di rilevanza – derivante dal processo di formazione – si pone nella direzione di offrire una plausibile risposta alle istanze di maggiore determinatezza che riguardano le fattispecie colpose qui di interesse. Fattispecie che, nella prospettiva di vedere non posto in discussione il principio di tassativita’ del precetto, integrato da quello di prevedibilita’ del rimprovero e di prevenibilita’ della condotta colposa, hanno necessita’ di essere etero-integrate da fonti di rango secondario concernenti la disciplina delle cautele, delle prescrizioni, degli aspetti tecnici che in vario modo fondano il rimprovero soggettivo.

Con una espressione sintetica, proprio attraverso tali precostituite raccomandazioni si hanno parametri tendenzialmente circoscritti per sperimentare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia. Ed e’ in relazione a quegli ambiti che il medico ha la legittima aspettativa di vedere giudicato il proprio operato, piuttosto che in base ad una norma cautelare legata alla scelta soggettiva, a volte anche estemporanea e scientificamente opinabile, del giudicante. Sempre avendo chiaro che non si tratta di veri e propri precetti cautelari, capaci di generare allo stato attuale della normativa, in caso di violazione rimproverabile, colpa specifica, data la necessaria elasticita’ del loro adattamento al caso concreto.

Cosi’ come e’ da escludere che il nuovo sistema introdotto, pur sembrando formalmente sollecitare alla esatta osservanza delle linee-guida, anche al fine di ottenere il beneficio previsto in campo penale, possa ritenersi agganciato ad automatismi.

Non si tratta, infatti, di uno “scudo” contro ogni ipotesi di responsabilita’, essendo la loro efficacia e forza precettiva comunque dipendenti dalla dimostrata “adeguatezza” alle specificita’ del caso concreto (articolo 5), che e’ anche l’apprezzamento che resta, per il sanitario, il mezzo attraverso il quale recuperare l’autonomia nell’espletare il proprio talento professionale e, per la collettivita’, quello per vedere dissolto il rischio di appiattimenti burocratici. Evenienza dalla quale riemergerebbero il pericolo per la sicurezza delle cure e il rischio della “medicina difensiva”, in un vortice negativo destinato ad autoalimentarsi.

Non, dunque, norme regolamentari che specificano quelle ordinarie senza potervi derogare, ma regole cautelari valide solo se adeguate rispetto all’obiettivo della migliore cura per lo specifico caso del paziente e implicanti, in ipotesi contraria, il dovere, da parte di tutta la catena degli operatori sanitari concretamente implicati, di discostarsene.

  1. Tutto cio’ premesso, puo’ ora piu’ efficacemente riassumersi il senso del contrasto giurisprudenziale rilevato.

4.1. Il primo orientamento e’ sostenuto dalla sentenza De Luca-Tarabori sopra citata, concernente il caso di un medico psichiatra, responsabile del piano riabilitativo redatto per un paziente e chiamato a rispondere, a titolo di colpa, dell’omicidio volontario da questi compiuto, con un mezzo contundente, nella occasione della convivenza con la futura vittima, posta unitamente all’imputato in una struttura residenziale a bassa soglia assistenziale: posizione, quella del medico prosciolto dal Gip ai sensi dell’articolo 425 cod. proc. pen., che la Cassazione ha fatto oggetto di annullamento con rinvio, tra l’altro, per il necessario raffronto con le linee-guida del caso concreto, anche nella prospettiva della operativita’ del decreto Balduzzi quale legge piu’ favorevole.

Tale decisione, confrontandosi con le potenzialita’ apparentemente liberatorie della novella, muove dal preliminare rilievo di incongruenze interne alla formulazione del precetto dell’articolo 6 cit. che porrebbero in crisi la possibilita’ stessa di comprendere la ratio della norma e poi quella di applicarla, se dovesse darsi corso ad una adesione acritica alla lettera della legge.

Questa, infatti, con l’enunciato della non punibilita’ dell’agente che rispetti le linee-guida accreditate, nel caso in cui esse risultino adeguate alle specificita’ del caso concreto, sarebbe una norma quantomeno inutile perche’ espressione dell’ovvio; e cioe’ del fatto che chi rispetta le linee-guida scelte in modo appropriato non puo’ che essere riconosciuto esente da responsabilita’, sia a titolo di imperizia che ad altro titolo, perche’ non ha tenuto alcun comportamento rimproverabile.

La sentenza ripudia anche la interpretazione della norma secondo cui l’ambito della imperizia esclusa dall’area della colpevolezza sarebbe quello che vede prodotto l’evento lesivo in una situazione nella quale, almeno “in qualche momento della relazione terapeutica”, il sanitario “abbia comunque fatto applicazione di direttive qualificate”.

Infatti, ove tale evento lesivo fosse legato causalmente ad un comportamento in se’ connotato da imperizia ed esulasse dall’ambito specificamente regolato dalle linee-guida adottate dal sanitario nel caso concreto, sarebbero traditi, con l’applicazione della causa di non punibilita’, lo stesso principio costituzionale di colpevolezza e i connotati generali della colpa. Questa, pur non estendendosi a tutti gli eventi che comunque siano derivati dalla violazione di una prescrizione, e’ tuttavia inscindibilmente connessa ai risultati che la regola mira a prevenire e, soggettivamente, alla prevedibilita’ e prevenibilita’ oltre che, in sintesi, alla rimproverabilita’.

In conclusione, per l’orientamento in esame, non e’ consentito invocare l’utilizzo di direttive non pertinenti rispetto alla causazione dell’evento, per vedere esclusa la responsabilita’ colpevole, non dovendosi per giunta dimenticare il carattere non esaustivo e non cogente delle linee-guida.

La scelta contraria sarebbe in violazione dell’articolo 32 Cost., implicando un radicale depotenziamento della tutela della salute, e del principio di uguaglianza, ove stabilisse uno statuto normativo irrazionalmente diverso rispetto a quello di altre professioni altrettanto rischiose e difficili.

Secondo la sentenza De Luca-Tarabori, dunque, va escluso che il sintagma enunciativo della “causa di non punibilita’” possa davvero reputarsi riferibile dogmaticamente a tale istituto, dovendo piuttosto essere inteso come un atecnico quanto ripetitivo riferimento al giudizio di responsabilita’ con riguardo alla parametrazione della colpa.

Ne discende che, in primo luogo, va dato per certo che la nuova disciplina specificatrice dei precetti generali in tema di colpa comunque non e’ destinata ad operare negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee-guida, rientrando in questa ipotesi anche il caso di linee-guida pertinenti ma aventi ad oggetto regole di diligenza o prudenza e non di perizia; ne’ nelle situazioni concrete nelle quali le raccomandazioni dipendenti da quelle debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarita’ della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate (la previsione della possibile inadeguatezza, nella relazione terapeutica esecutiva, peraltro, e’ essa stessa evidenza della impossibilita’ di qualificare la linea-guida come fonte di colpa specifica); ne’ in relazione alle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee-guida pertinenti ed appropriate (con riferimento, dunque, al momento della scelta delle linee stesse), non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo.

Negli altri casi, il riferimento alle linee-guida e’ null’altro che il parametro per la individuazione-graduazione-esclusione della colpa secondo le regole generali, quando quella dipenda da imperizia.

Dal punto di vista del regime intertemporale, la previgente disciplina – che pure abrogata continuerebbe ad operare se risultasse essere legge sostanziale piu’ favorevole – appare avere tale connotato alla stregua della novella del 2017. Essa infatti, come interpretata dalla giurisprudenza maggioritaria di legittimita’, introduceva una ipotesi di decriminalizzazione delle condotte connotate da colpa lieve, a prescindere dal tipo di colpa, evenienza invece cancellata dalla legge Gelli-Bianco, con la conseguenza della impossibilita’ di continuare a distinguere, per i comportamenti futuri, ai fini della esclusione della responsabilita’ penale, la colpa lieve da quella grave.

In chiusura, la sentenza De Luca-Tarabori auspica che possa continuare a rappresentare un valido contributo la tradizione ermeneutica che accredita la possibile rilevanza, in ambito penale, dell’articolo 2236 cod. civ., quale regola di esperienza cui attenersi nel valutare, in ambito penalistico, l’addebito di imperizia.

4.2. La sentenza Cavazza che sostiene l’orientamento opposto e’ della Sez. 4, n. 50078 del 19/10/2017, intervenuta in un caso di doppia pronuncia conforme di condanna, nei confronti di un medico che aveva effettuato un intervento di ptosi (lifting) del sopracciglio, cagionando al paziente una permanente diminuzione della sensibilita’ in un punto della zona frontale destra per la lesione del corrispondente tratto di nervo. Tale decisione ha dichiarato la prescrizione del reato rilevando che la condotta del sanitario, descritta dai giudici del merito come gravemente imperita, non poteva godere della novella causa di non punibilita’ sol perche’ nella motivazione della sentenza non si affrontava il tema dell’eventuale individuazione di corrette linee-guida, omissione non piu’ emendabile per il sopravvenire della causa di estinzione; non poteva neppure beneficiare della previsione liberatoria della legge Balduzzi, data la accertata “gravita’” della colpa e dell'”errore inescusabile”, come plasmato dalla giurisprudenza della Cassazione con riferimento tanto alla scelta del sapere appropriato quanto al minimo di correttezza della fase esecutiva.

In essa si sostiene il carattere innovativo e in discontinuita’ col passato, sul versante penalistico, della legge Gelli-Bianco.

Questa viene recepita eminentemente in base al criterio della interpretazione letterale, il quale evidenzia che si e’ voluta adottare una causa di esclusione della punibilita’ per la sola imperizia, la cui operativita’ e’ subordinata al rispetto delle linee-guida ufficiali. Non manca, nella stessa sentenza, l’inquadramento sistematico di tale conclusione, basato sulla considerazione della finalita’ perseguita e cioe’ quella di attenuare specifici profili della colpa medica, favorendo tale professione di cui il legislatore ha inteso diminuire l’ambito della responsabilita’ penale, ferma restando quella civile.

Tale rispetto viene pero’ preteso soltanto nella fase della selezione delle stesse, cosicche’ resta fuori dalla gamma delle condotte punibili la “imperita applicazione” di esse, cioe’ la imperizia che cada nella fase esecutiva.

Si tratterebbe di una previsione, quella della non punibilita’, che opera al di fuori delle categorie dogmatiche della colpevolezza e della causalita’ colposa e trova giustificazione nell’intento del legislatore di non vedere mortificata la professionalita’ medica dal timore di ingiuste rappresaglie e, con una sola espressione, di prevenire la c.d. medicina difensiva.

  1. Ritengono le Sezioni Unite che in ciascuna delle due contrastanti sentenze in esame siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione. Sintesi che richiede talune puntualizzazioni sugli elementi costitutivi della nuova previsione, da individuare attraverso una opportuna attivita’ ermeneutica che tenga conto, da un lato, della lettera della legge e, dall’altro, di circostanze anche non esplicitate ma necessariamente ricomprese in una norma di cui puo’ dirsi certa la ratio, anche alla luce del complesso percorso compiuto negli anni dal legislatore sul tema in discussione. Percorso al quale non risultano estranei il contributo della Corte costituzionale ne’ gli approdi della giurisprudenza di legittimita’, di cui, dunque, ci si giovera’.

Infatti, val la pena osservare che il canone interpretativo posto dall’articolo 12 preleggi, comma 1, prevede la valorizzazione del significato immediato delle parole, di quello derivante dalla loro connessione nonche’ della “intenzione del legislatore”. E da tale disposizione – che va completata con la verifica di compatibilita’ coi principi generali che regolano la ricostruzione degli elementi costitutivi dei precetti – si evince un solo vincolante divieto per l’interprete, che e’ quello riguardante l’andare “contro” il significato delle espressioni usate, con una modalita’ che sconfinerebbe nell’analogia, non consentita nella interpretazione del comando penale. Non gli e’ invece vietato andare “oltre” la letteralita’ del testo, quando l’opzione ermeneutica prescelta sia in linea con i canoni sopra indicati, a maggior ragione quando quella, pur a fronte di un testo che lascia aperte piu’ soluzioni, sia l’unica plausibile e percio’ compatibile col principio della prevedibilita’ del comando; sia, cioe’, il frutto di uno sforzo che si rende necessario per giungere ad un risultato costituzionalmente adeguato, candidandosi cosi’ a dare luogo, in presenza di una divisione netta nella giurisprudenza delle sezioni semplici, al “diritto vivente” nella materia in esame.

Il tentativo di sperimentare una interpretazione costituzionalmente conforme e’, d’altro canto, il passaggio necessario e, se come nella specie concluso con esito positivo, ostativo all’investitura della Corte costituzionale, in contrasto con quanto auspicato dal Procuratore generale.

Ed e’, quella anticipata, l’elaborazione che le Sezioni Unite intendono rendere, essendo proprio compito, nell’esercizio della funzione nomofilattica, individuare il significato piu’ coerente del dato precettivo, anche scegliendo tra piu’ possibili significati e plasmando la regola di diritto la quale deve mantenere il carattere generale ed astratto.

Cio’, in altri termini, senza che sia riconducibile alla attivita’ interpretativa che ci si accinge a compiere un’efficacia sanante di deficit di tassativita’ della norma, non condividendosi il sospetto che la scelta sulla portata normativa dell’articolo 6 sia sospinta dalla esistenza di connotati di incertezza e di imprevedibilita’ delle conseguenze del precetto, le quali, se ravvisate, avrebbero condotto alla sola possibile soluzione di sollevare, nella sede propria, il dubbio di costituzionalita’.

  1. E’ utile premettere, all’analisi degli enunciati delle due sentenze in contrasto, che la ricostruzione del sistema di esenzione da pena della legge Gelli-Bianco usufruisce in maniera consistente del dibattito gia’ avviato su temi affacciatisi alla disamina della giurisprudenza e della dottrina in relazione al decreto Balduzzi, essendo presente anche in questo la previsione del raffronto del comportamento medico con il complesso di linee-guida o buone pratiche oggetto di accreditamento da parte della comunita’ scientifica e scaturendo da esso la necessita’ di confrontarsi col problema delle diverse forme di colpa generica.

6.1. Occorre ribadire che la valutazione da parte del giudice sul requisito della rispondenza (o meno) della condotta medica al parametro delle linee-guida adeguate (se esistenti) puo’ essere soltanto quella effettuata ex ante, alla luce cioe’ della situazione e dei particolari conosciuti o conoscibili dall’agente all’atto del suo intervento, altrimenti confondendosi il giudizio sulla rimproverabilita’ con quello sulla prova della causalita’, da effettuarsi ex post. Ma con la ulteriore puntualizzazione che il sindacato ex ante non potra’ giovarsi di una soglia temporale fissata una volta per sempre, atteso che il dovere del sanitario di scegliere linee-guida “adeguate” comporta, per il medesimo cosi’ come per chi lo deve giudicare, il continuo aggiornamento della valutazione rispetto alla evoluzione del quadro e alla sua conoscenza o conoscibilita’ da parte del primo. Attivita’, quella qui descritta, destinata a rimanere estranea al pericolo di vedere confuso il giudizio sulla “adeguatezza” delle linee-guida (ex ante) con quello sulle modalita’ e gli effetti della loro concreta “attuazione” che, essendo necessariamente postumo, non e’ incluso fra i criteri di individuazione della condotta esigibile.

6.2. Nella stessa ottica di fissazione delle linee generali lungo le quali sviluppare la disamina qui richiesta, va anche ribadita la consapevolezza della estrema difficolta’, che talvolta si presenta, nel riuscire ad operare una plausibile distinzione tra colpa da negligenza e colpa da imperizia. Distinzione comunque da non potersi omettere in quanto richiesta dal legislatore del 2017 che, consapevolmente, ha regolato solo il secondo caso, pur in presenza di un precedente, articolato dibattito giurisprudenziale sulla opportunita’ di non operare la detta differenziazione quando non espressamente richiesta dalla lettera della legge (come avveniva per il decreto Balduzzi) per la estrema fluidita’ dei confini fra le dette nozioni.

La distinzione riacquista oggi una peculiare rilevanza perche’, nell’ipotesi di colpa da negligenza o imprudenza, la novella causa di non punibilita’ e’ destinata a non operare; mentre la semplice constatazione della esistenza di linee-guida attinenti al caso specifico non comporta che la loro violazione dia automaticamente luogo a colpa da imperizia.

Si e’ gia’ rilevato che non puo’ escludersi che le linee-guida pongano regole rispetto alle quali il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza, come nel caso in cui siano richieste prestazioni che riguardino piu’ la sfera della accuratezza di compiti magari particolarmente qualificanti, che quella della adeguatezza professionale (Sez. 4, n. 45527 del 01/07/2015, Cerracchio, non massimata sul punto).

E’ da citare il caso paradigmatico della omessa valutazione del sintomo e della conseguente omessa o ritardata diagnosi: una ipotesi da ascrivere, di regola, all’imperizia per inosservanza delle leges artis che disciplinano tale settore della attivita’ sanitaria, salvo il caso che il comportamento del sanitario sia improntato ad indifferenza, scelleratezza o comunque assoluta superficialita’ e lassismo, sicche’ possa escludersi di essere nel campo della negligenza propria dell’agire del sanitario o specifica di esso e dunque della imperizia.

Il superamento di tali difficolta’ che attengono, in genere, all’inquadramento del caso concreto piu’ che alle categorie astratte, va perseguito mediante il ricorso agli ordinari criteri sulla prova, sul dubbio e sulla ripartizione dell’onere relativo che, nella fattispecie qui in discussione, hanno condotto piu’ che plausibilmente alla delineazione di un caso di negligenza, dal quale non vi e’ ragione di prescindere, anche per mancanza di specifiche contestazioni sul punto da parte dell’interessato. Con la conseguenza che anche la prospettazione della questione di legittimita’ costituzionale sull’articolo 590-sexies, da parte del Procuratore generale, e’ destinata a mostrare la sua irrilevanza, non venendo in considerazione l’ipotesi della imperizia.

  1. Puo’ ora entrarsi nel merito del contrasto giurisprudenziale.

7.1. La sentenza Tarabori-De Luca ha il pregio di richiamare alla necessita’ di perimetrazione dell’ambito di operativita’ della novella, in modo da evidenziarne la notevole efficacia riduttiva rispetto al passato, pur non facendo a meno, nel prosieguo, di criticare in radice la eventualita’ stessa di trovarsi al cospetto di una vera e propria causa di non punibilita’.

E’ condivisibile la prima parte del ragionamento seguito, laddove si pongono in luce gli evidenti limiti applicativi alla causa di non punibilita’ enunciati dall’articolo 590-sexies, posto che la dipendenza di questa dal rispetto delle linee-guida adeguate allo specifico caso in esame, nell’ipotesi di responsabilita’ da imperizia, non consente di sfuggire alla esatta osservazione che lo speciale abbuono non puo’ essere invocato nei casi in cui la responsabilita’ sia ricondotta ai diversi casi di colpa, dati dalla imprudenza e dalla negligenza; ne’ quando l’atto sanitario non sia per nulla governato da linee-guida o da buone pratiche; ne’ quando queste siano individuate e dunque selezionate dall’esercente la professione sanitaria in maniera inadeguata con riferimento allo specifico caso. Evenienza, quest’ultima, comprensiva sia della ipotesi in cui la scelta e’ stata del tutto sbagliata, sia della ipotesi in cui la scelta sia stata incompleta per non essersi tenuto conto di fattori di co-morbilita’ che avrebbero richiesto il ricorso a piu’ linee-guida regolatrici delle diverse patologie concomitanti o comunque la visione integrata del quadro complesso, sia, infine, della ipotesi in cui il caso avrebbe richiesto il radicale discostarsi dalle linee-guida regolatrici del trattamento della patologia, in ragione della peculiarita’ dei fattori in esame.

Situazioni, quelle descritte, che danno conto della incompatibilita’ della novella con qualsiasi forma di appiattimento dell’agente su linee-guida che a prima vista possono apparire confacenti al caso di specie (e magari risultano, in rapporto al caso specifico, sbilanciate verso la tutela del generale contrasto del rischio clinico e quindi verso interessi aziendalistici piuttosto che verso la tutela della sicurezza della cura del singolo paziente) e conseguentemente con ipotesi di automatismo fra applicazione in tale guisa delle linee-guida ed operativita’ della causa di non punibilita’.

Una conclusione che consente anche di escludere che il precetto in esame possa essere sospettato di tensione col principio costituzionale di liberta’ della scienza e del suo insegnamento (articolo 33 Cost.), come pure di quello dell’assoggettamento del giudice soltanto alla legge (articolo 101 Cost.).

Cio’ posto, va tuttavia osservato che la sentenza richiamata commette l’errore di non rinvenire alcun residuo spazio operativo per la causa di non punibilita’, giungendo alla frettolosa conclusione circa l’impossibilita’ di applicare il precetto, negando addirittura la capacita’ semantica della espressione “causa di non punibilita’” e cosi’ offrendo, della norma, una interpretazione abrogatrice, di fatto in collisione con il dato oggettivo della iniziativa legislativa e con la stessa intenzione innovatrice manifestata in sede parlamentare. Senza considerare che la principale obiezione della sentenza in questione, e cioe’ la confusione della formulazione legislativa e la sua incongruenza interna, avrebbero dovuto trovare sfogo nella denuncia di incostituzionalita’ per violazione del principio di legalita’.

7.2. Dal canto suo, la sentenza Cavazza ha il pregio di non discostarsi in modo patente dalla lettera della legge, ma, per converso, nel valorizzarla in modo assoluto, cade nell’errore opposto perche’ attribuisce ad essa una portata applicativa impropriamente lata: quella di rendere non punibile qualsiasi condotta imperita del sanitario che abbia provocato la morte o le lesioni, pur se connotata da colpa grave. E cio’, sul solo presupposto della corretta selezione delle linee-guida pertinenti in relazione al caso di specie, si’ da rendere piu’ che concreti i profili di illegittimita’ della interpretazione stessa, quantomeno per violazione del divieto costituzionale di disparita’ ingiustificata di trattamento rispetto ad altre categorie di professionisti che parimenti operano con alti coefficienti di difficolta’ tecnica.

  1. Invero, proprio a partire dalla interpretazione letterale, non puo’ non riconoscersi che il legislatore ha coniato una inedita causa di non punibilita’ per fatti da ritenersi inquadrabili – per la completezza dell’accertamento nel caso concreto – nel paradigma dell’articolo 589 o di quello dell’articolo 590 cod. pen., quando l’esercente una delle professioni sanitarie abbia dato causa ad uno dei citati eventi lesivi, versando in colpa da imperizia e pur avendo individuato e adottato, nonche’, fino ad un certo punto, bene attualizzato le linee-guida adeguate al caso di specie.

8.1. Il comportamento dell’esercente la professione sanitaria oggetto di scrutinio e’ quello che ha prodotto un evento causalmente connesso ad un errore colpevole, a sua volta dipendente dalla violazione di una prescrizione pertinente. Sono destinati a rimanere esclusi i casi di eventi lesivi o letali connessi a comportamenti in relazione ai quali la violazione di prescrizioni potrebbe non essere per nulla ravvisabile o comunque potrebbe non essere stata qualificante, avendo il sanitario, ad esempio, fatto ricorso, pur senza l’esito sperato, e fatti salvi i principi in materia di consenso del paziente, a raccomandazioni o approdi scientifici di dimostrato, particolare valore i quali, pur sperimentati con successo dalla comunita’ scientifica, non risultino ancora avere superato le soglie e le formalita’ di accreditamento ufficiale descritte dalla legge.

8.2. La previsione della causa di non punibilita’ e’ esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere apoditticamente – come fa la sentenza De Luca-Tarabori – che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessita’ di gestione del rischio professionale: comportamenti che, pur integrando gli estremi del reato, non richiedono, nel bilanciamento degli interessi in gioco, la sanzione penale, alle condizioni date.

Semmai, e’ da sottolineare che era il decreto Balduzzi, non messo in discussione dalla giurisprudenza passata sotto il profilo della tecnica legislativa, ad agire sul terreno della delimitazione della colpa che da’ luogo a responsabilita’, circoscrivendo la operativita’ dei principi posti dall’articolo 43 cod. pen. e dunque derogando ad essa, tanto che il risultato e’ stato ritenuto quello della parziale abolitio criminis. Viceversa, la legge Gelli-Bianco non si muove in senso derogatorio ai detti principi generali, bensi’ sul terreno della specificazione, ricorrendo all’inquadramento nella non punibilita’, sulla base di un bilanciamento ragionevole di interessi concorrenti.

La possibile disparita’ di trattamento dovuta a tale opzione, rispetto ad altre categorie di professionisti che pure siano esposti alla gestione di peculiari rischi, non e’ automaticamente evocabile, una volta che l’intera operazione si riveli, anche per la delimitazione enucleata dallo stesso precetto, non irragionevole ed anzi in linea con uno schema gia’ collaudato dalla Corte costituzionale (sent. n. 166 del 1973; ord. n. 295 del 2013).

Anche la modifica in senso limitativo, rispetto all’articolo 3 del decreto Balduzzi, della esenzione da pena ai soli comportamenti che causano uno degli eventi descritti dagli articoli 589 e 590 cod. pen. fa ritenere piu’ adeguatamente finalizzato il nuovo precetto al contrasto del sospetto – che si materializzo’ con riferimento al citato articolo 3 – di incompatibilita’ con il divieto costituzionale di disparita’ di trattamento (articolo 3 Cost.), data l’ampiezza allora reputata ingiustificata, dal giudice che sottopose la norma allo scrutinio costituzionale, della platea dei soggetti che potevano avvantaggiarsene.

Appare infatti oggi, diversamente che in passato, direttamente connesso, l’intervento protettivo del legislatore, con la ragione ispiratrice della novella, che e’ quella di contrastare la c.d. “medicina difensiva” e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure, e dunque creare – in relazione ad un perimetro piu’ circoscritto di operatori ed atti sanitari che si confrontano con la necessita’ della gestione di un rischio del tutto peculiare in quanto collegato alla mutevolezza e unicita’ di ognuna delle situazioni patologiche da affrontare – un’area di non punibilita’ che valga a restituire al sanitario la serenita’ dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.

  1. La formulazione della causa di non punibilita’ nell’articolo 590-sexies sollecita dunque a sperimentare una interpretazione della norma che consenta di darle concreta applicazione.

Non e’ condivisibile, in senso ostativo, il rilievo contenuto nella sentenza De Luca-Tarabori, anche sulla scia di una parte della dottrina, secondo cui la formulazione lessicale del precetto creerebbe un corto circuito capace di renderlo inservibile.

La norma descrive un presupposto per la operativita’ della causa di non punibilita’ – quella del versare, il sanitario, nella situazione di avere cagionato per colpa da imperizia l’evento lesivo o mortale, pur essendosi attenuto alle linee-guida adeguate al caso di specie – che non e’ incongruente con la soluzione che promette. Le fasi della individuazione, selezione ed esecuzione delle raccomandazioni contenute nelle linee-guida adeguate sono, infatti, articolate al punto che la mancata realizzazione di un segmento del relativo percorso giustifica ed e’ compatibile tanto con l’affermazione che le linee-guida sono state nel loro complesso osservate, quanto con la contestuale rilevazione di un errore parziale che, nonostante cio’, si sia verificato, con valenza addirittura decisiva per la realizzazione di uno degli eventi descritti dagli articoli 589 e/o 590 cod. pen..

Si tratta, d’altro canto, di una struttura del precetto che ricalca quella dell’articolo 3 del decreto Balduzzi il quale, allo stesso modo, ricavava un’area di irresponsabilita’ a favore del sanitario che, pur rispettoso (“si attiene”) delle linee-guida, potesse riconoscersi in colpa nella causazione dell’evento lesivo dipendente dalla propria professione. Una struttura, cioe’, metabolizzata dalla giurisprudenza che su di essa ha edificato un complesso apparato ricostruttivo del precetto.

In tal senso, la sentenza Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, nel commentare la portata dell’articolo 3 del decreto Balduzzi, aveva osservato, con una affermazione utile anche relativamente alla formulazione dell’articolo 590-sexies, che “il professionista (che) si orienti correttamente in ambito diagnostico o terapeutico, si affidi cioe’ alle strategie suggeritegli dal sapere scientifico consolidato, inquadri correttamente il caso nelle sue linee generali e tuttavia, nel concreto farsi del trattamento, commetta qualche errore pertinente proprio all’adattamento delle direttive di massima alle evenienze ed alle peculiarita’ che gli si prospettano nello specifico caso clinico” e’ l’agente che in base al decreto del 2012 non rispondeva per colpa lieve.

9.1. L’errore non punibile non puo’, pero’, alla stregua della novella del 2017, riguardare – data la chiarezza dell’articolo al riguardo – la fase della selezione delle linee-guida perche’, dipendendo il “rispetto” di esse dalla scelta di quelle “adeguate”, qualsiasi errore sul punto, dovuto a una qualsiasi delle tre forme di colpa generica, porta a negare l’integrazione del requisito del “rispetto”.

Ne consegue che la sola possibilita’ interpretativa residua non puo’ che indirizzarsi sulla fase attuativa delle linee-guida, sia pure con l’esigenza di individuare opportuni temperamenti che valgano a non esporre la conclusione a dubbi o censure sul piano della legittimita’ costituzionale, per irragionevolezza o contrasto con altri principi del medesimo rango.

La ratio di tale conclusione si individua nella scelta del legislatore di pretendere, senza concessioni, che l’esercente la professione sanitaria sia non solo accurato e prudente nel seguire la evoluzione del caso sottopostogli ma anche e soprattutto preparato sulle leges artis e impeccabile nelle diagnosi anche differenziali; aggiornato in relazione non solo alle nuove acquisizioni scientifiche ma anche allo scrutinio di esse da parte delle societa’ e organizzazioni accreditate, dunque alle raccomandazioni ufficializzate con la nuova procedura; capace di fare scelte ex ante adeguate e di personalizzarle anche in relazione alle evoluzioni del quadro che gli si presentino. Con la conseguenza che, se tale percorso risulti correttamente seguito e, ciononostante, l’evento lesivo o mortale si sia verificato con prova della riconduzione causale al comportamento del sanitario, il residuo dell’atto medico che appaia connotato da errore colpevole per imperizia potra’, alle condizioni che si indicheranno, essere quello che chiama in campo la operativita’ della novella causa di non punibilita’.

Infatti, nel caso descritto, che e’ indispensabile contemplare per dare attuazione alla nuova riforma, puo’ dirsi che si rimanga nel perimetro del “rispetto delle linee guida”, quando cioe’ lo scostamento da esse e’ marginale e di minima entita’.

9.2. Viene di nuovo in considerazione, per tale via, la necessita’ di circoscrivere un ambito o, se si vuole, un grado della colpa che, per la sua limitata entita’, si renda compatibile con la attestazione che il sanitario in tal modo colpevole e’ tributario della esenzione dalla pena per avere rispettato, nel complesso, le raccomandazioni derivanti da linee-guida adeguate al caso di specie.

Tanto piu’ ove si consideri contestualmente che, come sottolineato nel parere espresso dalla Commissione giustizia del Senato sul disegno di legge approvato dalla Camera in prima lettura, il testo e’ volto ad assicurare una tutela effettiva della salute del paziente anche nello specifico ambito del processo civile garantendogli il risarcimento dovutogli in base ad una sentenza, attraverso una serie di strumenti disciplinati dall’articolo 7, oltre, tra l’altro, la previsione del sistema di assicurazione obbligatoria (articolo 9) accompagnato dalla azione diretta nei confronti della compagnia assicuratrice (articolo 12).

A cio’ va aggiunto che la contemplazione di un errore lieve (da imperizia) esente da sanzione penale ha, come pendant e rafforzamento sul piano sistemico, all’interno della legge Gelli-Bianco, la disciplina (articolo 16) che favorisce i flussi informativi volti a far emergere le criticita’ nel compimento della ordinaria attivita’ professionale, onde elaborarle e superarle, con divieto di utilizzazione di quei flussi nel processo penale: un insieme coordinato di regole, cioe’, finalizzato ad una gestione del rischio clinico sempre piu’ responsabilizzante per la stessa struttura organizzativa e senza la frustrante ricerca, in ogni caso, di un capro espiatorio.

E’ necessario peraltro sottolineare che non osta a tale scelta interpretativa l’obiezione di fondo, scaturente dalla giurisprudenza passata in tema di esclusione della operativita’ in ambito penale dell’articolo 2236 cod. civ., nonche’ da una parte dalla dottrina, secondo cui non e’ consentita e comunque non ha senso la distinzione tra colpa lieve e colpa grave nel diritto penale ove, applicando rigorosamente il criterio della valutazione ex ante ed in concreto il giudizio di prevedibilita’ ed evitabilita’ proprio della colpa, sono gia’ presenti tutti gli strumenti per la risoluzione dei casi liminari, potendosi giungere, per essi, alla esclusione, in radice, della ravvisabilita’ della colpa.

Invero, non solo la previsione esplicita della “colpa lieve” come ambito di esclusione della responsabilita’, nel decreto Balduzzi, ha dimostrato che e’ gia’ stato legittimato, dal legislatore, un approccio dogmatico diverso, apprezzabile non solo come opzione meramente interpretativa o ricognitiva dei termini generali di definizione della colpa, ma come possibilita’ aggiuntiva di misurazione di questa a fini diversi da quelli – gia’ previsti dall’articolo 133 cod. pen., comma 1, n. 3, – di commisurazione della pena. In piu’, l’interpretazione qui accolta, rispetto a quella appena ricordata, e’ destinata ad ampliare il novero dei comportamenti che si sottraggono legittimamente all’intervento del giudice penale e a far risaltare concretamente la intuibile volonta’ del legislatore di proseguire lungo la direttrice segnata dal decreto Balduzzi; soprattutto con la finalita’ di impedire che l’abrogazione di questo apra scenari di automatica reviviscenza dei pregressi indirizzi interpretativi che, per la loro estrema severita’ nel passato, sono all’origine del porsi del tema delle risposte difensive dei sanitari.

D’altra parte, il timore che la distinzione tra colpa lieve e colpa grave possa essere anche fonte di scelte non prevedibili e ondivaghe, dipendenti dalla ampiezza della valutazione del giudice e quindi in contrasto con la necessaria tassativita’ del precetto, non tiene conto che analogo timore sarebbe ravvisabile, a monte, riguardo al giudizio sulla “esigibilita’” della condotta, ossia al momento valutativo, qualificante per la individuazione stessa della colpevolezza: timori da sempre adeguatamente contrastati dalla complessa opera ricostruttiva, in seno alla dottrina e alla giurisprudenza, riguardo ai criteri utili per la tendenziale definizione dei giudizi in esame e, nella presente decisione, utilmente richiamati.

  1. La ricerca ermeneutica conduce a ritenere che la norma in esame continui a sottendere la nozione di “colpa lieve”, in linea con quella che l’ha preceduta e con la tradizione giuridica sviluppatasi negli ultimi decenni. Un complesso di fonti e di interpreti che ha mostrato come il tema della colpa medica penalmente rilevante sia sensibile alla questione della sua graduabilita’, pur a fronte di un precetto, quale l’articolo 43 cod. pen., che scolpisce la colpa senza distinzioni interne.

Dal punto di vista teorico non si individua alcuna ragione vincolante per la quale tale conclusione debba essere scartata, diversamente da quanto ritenuto da entrambe le sentenze che hanno dato luogo al contrasto.

Queste, peraltro, proprio sulla base di una conclusione di tal genere, fatta discendere dal silenzio della legge, si sono trovate a polarizzare in modo opposto le relative conclusioni, avendo osservato, la sentenza De Luca-Tarabori, che l’esonero complessivo da pena, destinato ad inglobare anche il responsabile di colpa grave da imperizia, non e’ praticabile perche’ genera una situazione in contrasto con il principio di colpevolezza e, la sentenza Cavazza, che la novella causa di non punibilita’ e’ destinata a operare senza distinzione del grado della colpa.

Al contrario, ritengono le Sezioni Unite che la mancata evocazione esplicita della colpa lieve da parte del legislatore del 2017 non precluda una ricostruzione della norma che ne tenga conto, sempre che questa sia l’espressione di una ratio compatibile con l’esegesi letterale e sistematica del comando espresso.

10.1. In tale prospettiva appare utile giovarsi, in primo luogo, dell’indicazione proveniente dall’articolo 2236 cod. civ..

L’articolazione colpa grave/altre tipologie di condotte rimproverabili, pur causative dell’evento, e’ presente nelle valutazioni giurisprudenziali sui limiti della responsabilita’ penale del sanitario che, sotto diversi profili, hanno valorizzato nel tempo i principi e la ratio della disposizione contenuta nella norma citata, plasmata, invero, nell’ambito civilistico del riconoscimento del danno derivante da prestazioni che implichino soluzione di problemi tecnici di speciale difficolta’ e che lo esclude, appunto, salvo il caso di dolo o colpa grave.

Ebbene, tralasciando l’ormai sopito dibattito sulla non diretta applicabilita’ del precetto al settore penale per la sua attinenza alla esecuzione del rapporto contrattuale o al danno da responsabilita’ aquiliana, merita di essere valorizzato il condivisibile e piu’ recente orientamento delle sezioni penali che hanno comunque riconosciuto all’articolo 2236 la valenza di principio di razionalita’ e regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione del genere di problemi sopra evocati ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza.

Cio’ che del precetto merita di essere ancor oggi valorizzato e’ il fatto che, attraverso di esso, gia’ prima della formulazione della norma che ha ancorato l’esonero da responsabilita’ al rispetto delle linee-guida e al grado della colpa, si fosse accreditato, anche in ambito penalistico, il principio secondo cui la condotta tenuta dal terapeuta non puo’ non essere parametrata alla difficolta’ tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si e’ svolto (Sez. 4, n. 4391 del 12/11/2011, dep. 2012, Di Lella, Rv.251941; Sez. 4, n. 16328 del 05/04/2011, Montalto, Rv. 251960; Sez. 4, n. 39592 del 21/06/2007, Bugge’, Rv. 237875; Sez. 4, n. 1693 del 29/09/1997, dep. 1998, Azzini, non massimata sul punto). Sicche’ l’eventuale addebito di colpa era destinato a venire meno nella gestione di un elevato rischio senza errori rimproverabili connotati da gravita’. Viceversa, quando non si fosse presentata una situazione emergenziale o non fossero da affrontare problemi di particolare difficolta’, non sarebbe venuto in causa il principio dell’articolo 2236 cod. civ. e non avrebbe avuto base normativa la distinzione della colpa lieve. Ne conseguiva che il medico in tali ipotesi, come in quelle nelle quali venivano in considerazione le sole negligenza o imprudenza, versava in colpa, essendo pacifico che in queste si dovesse sempre attenere ai criteri di massima cautela.

Un precetto, quello appena analizzato, che mostra di reputare rilevante, con mai perduta attualita’, la considerazione per cui l’attivita’ del medico possa presentare connotati di elevata difficolta’ per una serie imprevedibile di fattori legati alla mutevolezza del quadro da affrontare e delle risorse disponibili. Sicche’, vuoi sotto un profilo della non rimproverabilita’ della condotta in concreto tenuta in tali condizioni, vuoi sotto quello della mera opportunita’ di delimitare il campo dei comportamenti soggetti alla repressione penale, sono richieste misurazioni e valutazioni differenziate da parte del giudice.

Non e’ marginale, del resto, l’avallo dato a tale interpretazione da parte della Corte costituzionale, con sentenza n. 166 del 1973, per taluni aspetti ribadita dalla ordinanza n. 295 del 2013. Un avallo cui, viceversa, va riconosciuta riacquisita rilevanza ai fini che ci occupano, soprattutto a seguito della scelta, operata dalla legge Gelli-Bianco, di rendere la causa di non punibilita’ operativa soltanto in relazione alla colpa da imperizia, pur dopo che, nel recente passato, la giurisprudenza di legittimita’ applicativa del sopravvenuto decreto Balduzzi, aveva invece mostrato di propendere per la estensione della irresponsabilita’ da colpa lieve a tutte le forme di colpa generica. La prima pronuncia del Giudice delle leggi aveva, infatti, ammesso che gli articoli 589 e 42 cod. pen. potessero essere integrati dall’articolo 2236 cod. civ., cosi’ da ricavarsene il principio, costituzionalmente compatibile, della graduabilita’ della colpa da “imperizia” del sanitario impegnato nella soluzione di problemi tecnici di speciale difficolta’ e il riconoscimento della possibilita’ di esenzione di una parte di essa dal rilievo pena listico.

La stessa sentenza De Luca-Tarabori evoca tale soluzione sia pure per presentarla come strumento tecnico residuo per perseguire il pur meritevole fine di mandare esente da rimproverabilita’ l’errore colpevole del sanitario contestato a titolo di imperizia.

10.2. In secondo luogo, e’ un dato di fatto che il legislatore del 2012 abbia espressamente utilizzato e disciplinato l’ipotesi della “colpa lieve” del sanitario come quella da sottrarre, a condizioni date, alla responsabilita’ penale.

Tale opzione legislativa prescindeva dalla pregiudiziale della dimostrata situazione di particolare difficolta’ tecnica ed era invece plasmata sul criterio della conformazione alle linee-guida, con riferimento a situazioni che potevano sottrarsi alla repressione penale anche quando non qualificate da speciale difficolta’. Con l’avvertenza che se, da un lato, tale ultima condizione e’ quella che, di regola, ha minore attitudine a generare “colpa lieve”, dall’altro possono darsi condotte del sanitario che, pur rientranti agevolmente in linee-guida standardizzate, risultano di difficile esecuzione per la urgenza o per l’assenza di presidi adeguati.

Quella opzione ha dato luogo ad una cospicua elaborazione giurisprudenziale volta a fissare i criteri utili per individuare preventivamente e, quindi, in sede giudiziaria riconoscere il grado lieve della colpa, del quale – stante l’esplicito testo normativo sopravvenuto – non sembra ragionevole negarsi la idoneita’ alla convivenza con i principi generali dettati dall’articolo 43 cod. pen..

Questi, peraltro, continuano ad avere piena applicazione con riferimento alla colpa da negligenza e da imprudenza.

Bastera’, al fine di dare pratica attuazione alla lettura dell’articolo 590-sexies qui accreditata, rievocare i canoni maggiormente condivisi nel recente passato, sollecitati dall’esigenza di contrastare gli effetti di interpretazioni eccessivamente severe, nella cui filigrana traspariva una non condivisibile tendenza a fare della relazione sanitaria una “obbligazione di risultato”, laddove il fine di garantire la “sicurezza delle cure” ne ribadisce la natura di “obbligazione di mezzi”.

E’ da ribadire, cioe’, quanto gia’ sostenuto in molte sentenze pubblicate sotto la vigenza del decreto Balduzzi (tra le molte, Sez. 4, n. 16237 del 29/01/2013, Cantore, Rv. 255105; Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri) in ordine al fatto che la colpa sia destinata ad assumere connotati di grave entita’ solo quando l’approccio terapeutico risulti marcatamente distante dalle necessita’ di adeguamento alle peculiarita’ della malattia, al suo sviluppo, alle condizioni del paziente. Ovvero, per converso, quando i riconoscibili fattori che suggerivano l’abbandono delle prassi accreditate assumano rimarchevole, chiaro rilievo e non lascino residuare un dubbio plausibile sulla necessita’ di un intervento difforme e personalizzato rispetto alla peculiare condizione del paziente: come nel caso di “patologie concomitanti” emerse alla valutazione del sanitario, e indicative della necessita’ di considerare i rischi connessi.

Nella demarcazione gravita’/lievita’ rientra altresi’ la misurazione della colpa sia in senso oggettivo che soggettivo e dunque la misura del rimprovero personale sulla base delle specifiche condizioni dell’agente e del suo grado di specializzazione; la problematicita’ o equivocita’ della vicenda; la particolare difficolta’ delle condizioni in cui il medico ha operato; la difficolta’ obiettiva di cogliere e collegare le informazioni cliniche; il grado di atipicita’ e novita’ della situazione; la impellenza; la motivazione della condotta; la consapevolezza o meno di tenere una condotta pericolosa (oltre alle precedenti, Sez. 4, n. 22405 del 08/05/2015, Piccardo, Rv. 263736; Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260740).

In altri termini, e’ da condividere l’assunto consolidato nella giurisprudenza di legittimita’ secondo cui la valutazione sulla gravita’ della colpa (generica) debba essere effettuata “in concreto”, tenendo conto del parametro dell’homo eiusdem professionis et condicionis, che e’ quello del modello dell’agente operante in concreto, nelle specifiche condizioni concretizzatesi.

Meritano di essere ricordati, tali criteri, non sempre in relazione diretta al loro contenuto, riferito anche alla rimproverabilita’ del momento di “scelta” delle linee-guida adeguate al caso concreto che, come si e’ visto, esorbita dal perimetro di operativita’ della novella causa di non punibilita’. Piuttosto e’ utile richiamare l’elaborazione del metodo “quantitativo”, del quantum dello scostamento dal comportamento che ci si sarebbe attesi come quello utile, per determinare il grado della colpa.

La discrezionalita’ del giudice, ravvisabile nel dare pratica attuazione ai detti criteri nel contesto del decreto Balduzzi che li connetteva a linee-guida e buone pratiche di non univoca individuazione, risulta oggi drasticamente ricomposta attraverso la novella che riguarda il procedimento pubblicistico per la formalizzazione delle linee-guida rilevanti.

Oltre a cio’, la circoscrizione, dovuta alla legge Gelli-Bianco, della causa di non punibilita’ alla sola imperizia spinge ulteriormente verso l’opzione di delimitare il campo di operativita’ della causa di non punibilita’ alla “colpa lieve”, atteso che ragionare diversamente e cioe’ estendere il riconoscimento della esenzione da pena anche a comportamenti del sanitario connotati da “colpa grave” per imperizia – come effettuato dalla sentenza Cavazza – evocherebbe, per un verso, immediati sospetti di illegittimita’ costituzionale per disparita’ di trattamento ingiustificata rispetto a situazioni meno gravi eppure rimaste sicuramente punibili, quali quelle connotate da colpa lieve per negligenza o imprudenza; determinerebbe, per altro verso, un evidente sbilanciamento nella tutela degli interessi sottesi, posto che la tutela contro la “medicina difensiva” e, in definitiva, il miglior perseguimento della salute del cittadino ad opera di un corpo sanitario non mortificato ne’ inseguito da azioni giudiziarie spesso inconsistenti non potrebbero essere compatibili con l’indifferenza dell’ordinamento penale rispetto a gravi infedelta’ alle leges artis, ne’ con l’assenza di deroga ai principi generali in tema di responsabilita’ per comportamento colposo, riscontrabile per tutte le altre categorie di soggetti a rischio professionale; determinerebbe, infine, rilevanti quanto ingiuste restrizioni nella determinazione del risarcimento del danno addebitabile all’esercente una professione sanitaria ai sensi dell’articolo 7 della legge Gelli-Bianco, poiche’ e’ proprio tale articolo, al comma 3, a stabilire una correlazione con i profili di responsabilita’ ravvisabili ex articolo 590-sexies cod. pen..

10.3. E’ indicativa, in terzo luogo, l’evoluzione dei lavori parlamentari.

L’originario testo della legge approvato dalla Camera mostrava di volere differenziare, ai fini della esenzione da responsabilita’, la colpa grave (da imperizia) dagli altri minori gradi della (stessa tipologia di) colpa, in una prospettiva specifica. Nel senso, cioe’, che la colpa non grave (da imperizia) era automaticamente inclusa in detta esenzione anche a prescindere dal raffronto con linee-guida, mentre quella grave dello stesso tipo lo era alla condizione del rispetto delle stesse linee-guida.

La scomparsa della detta previsione dal testo successivamente passato al vaglio dell’altro ramo del Parlamento non puo’ pero’ dirsi un ripudio tout court della differenziazione del grado della colpa, non risultando in tal senso esplicitata la volonta’ del legislatore in alcun passo dei lavori preparatori, quanto piuttosto, come auspicato nel citato Parere della Commissione Giustizia del Senato, l’espressione della rinuncia a quella peculiare distinzione che si poneva come tendenzialmente apparente e quindi fortemente a rischio di censura per incostituzionalita’, perche’ garantiva una tutela eccessivamente e irragionevolmente estesa alla colpa tecnica del sanitario in tutte le sue espressioni, essendo per di piu’, la esclusione della imperizia grave in caso di rispetto delle linee-guida, conformata in una sorta di presunzione che poteva essere vinta soltanto con la prova delle “rilevanti specificita’ del caso concreto”.

Si apprende, dai resoconti delle discussioni della Commissione giustizia del Senato del 7, 8 e 21 giugno 2016 – mostratasi interessata a cristallizzare certi approdi della giurisprudenza di legittimita’ e a sollecitare una apposita riformulazione dell’articolo 6 poi realizzata -, semmai un reiterato ed esplicitato timore del legislatore che il comma 2 del precetto della legge in itinere si prestasse, attraverso la condizione del rispetto delle linee-guida, ad una interpretazione aperta alla esclusione della responsabilita’ penale anche per imperizia grave; evenienza non perseguita, oltre che in aperta discontinuita’ con i principi del decreto Balduzzi, nel cui solco, tanto nei lavori della Camera in prima lettura quanto in quelli del Senato, si dichiara di volersi mantenere.

Specularmente, puo’ dunque ammettersi che la colpa lieve e’ rimasta intrinseca alla formulazione del nuovo precetto, posto che la costruzione della esenzione da pena per il sanitario complessivamente rispettoso delle raccomandazioni accreditate in tanto si comprende in quanto tale rispetto non sia riuscito ad eliminare la commissione di errore colpevole non grave, eppure causativo dell’evento.

In conclusione, la colpa dell’esercente la professione sanitaria puo’ essere esclusa in base alla verifica dei noti canoni oggettivi e soggettivi della configurabilita’ del rimprovero e altresi’ in ragione della misura del rimprovero stesso. Ma, in quest’ultimo caso – e solo quando configurante “colpa lieve” -, le condizioni richieste sono il dimostrato corretto orientarsi nel campo delle linee-guida pertinenti in relazione al caso concreto ed il progredire nella fase della loro attuazione, ritenendo l’ordinamento di non punire gli adempimenti che si rivelino imperfetti.

  1. Sul quesito proposto devono quindi affermarsi i seguenti principi di diritto:

“L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attivita’ medico-chirurgica:

  1. a) se l’evento si e’ verificato per colpa (anche “lieve”) da negligenza o imprudenza;
  2. b) se l’evento si e’ verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia quando il caso concreto non e’ regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;
  3. c) se l’evento si e’ verificato per colpa (anche “lieve”) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificita’ del caso concreto;
  4. d) se l’evento si e’ verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficolta’ dell’atto medico”.
  5. Il connesso tema concernente la individuazione della legge piu’ favorevole, in dipendenza dai principi posti dall’articolo 2 cod. pen., comma 4, sulla successione delle leggi penali nel tempo, trova il proprio naturale sviluppo raffrontando il contenuto precettivo dell’articolo 590-sexies cod. pen., come individuato, con quello dell’articolo 3, abrogato.

Si enucleano soltanto i casi immediatamente apprezzabili.

In primo luogo, tale ultimo precetto risulta piu’ favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario – commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco – connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilita’ quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate.

In secondo luogo, nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioe’ su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilita’ del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo e’ piu’ in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole.

In terzo luogo, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzi ed e’ oggetto di causa di non punibilita’ in base all’articolo 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attivita’ del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.

Analogamente, agli effetti civili, l’applicazione dell’articolo 3, comma 1, del decreto Balduzzi prevedeva un coordinamento con l’accertamento del giudice penale, nella cornice dell’articolo 2043 cod. civ., ribadito dall’articolo 7, comma 3, della legge Gelli-Bianco. La responsabilita’ civile anche per colpa lieve resta ferma (v. Sez. 3 civ., n. 4030 del 19/02/2013; Sez. 4 civ., ord. n. 8940 del 17/04/2014) a prescindere, dunque, dallo strumento tecnico con il quale il legislatore regoli la sottrazione del comportamento colpevole da imperizia lieve all’intervento del giudice penale.

  1. In ordine ai motivi di ricorso, deve rilevarsene la inammissibilita’ perche’ diversi da quelli che possono legittimamente fondare l’impugnazione dinanzi a questa Corte di legittimita’. La inammissibilita’ del ricorso impedisce, altresi’, la rilevazione della prescrizione atteso che il termine per la estinzione del reato non e’ piu’ decorso dalla data della pronuncia della sentenza impugnata, che non puo’ dirsi seguita dalla valida instaurazione di un rapporto processuale in prosecuzione.

13.1. La prima doglianza viene prospettata come vizio di motivazione anche nella forma del travisamento della prova (quella dichiarativa della teste (OMISSIS)) con riferimento alla ricostruzione dei fatti che precedettero il finale ricovero della persona offesa. In altri termini, posto che la rimproverabilita’ della condotta del neurochirurgo, censurata dai giudici di merito come ingiustificatamente manchevole, si fonda sull’assunto della sua piena consapevolezza dei gravissimi sintomi neurologici, comunicatigli dallo stesso (OMISSIS) la mattina del 24 ottobre 2008, il punto toccato dalla difesa e’ quello del mancato raggiungimento della prova – e a maggior ragione di una plausibile motivazione – riguardo alla effettivita’ e pienezza di detta conoscenza.

Per far cio’, il difensore ricorrente aggredisce la motivazione nel punto riguardante la asserita attendibilita’ della persona offesa – che tanto ha sostenuto – nonche’ il giudizio della Corte di merito riguardo alla idoneita’ della testimonianza della (OMISSIS) a costituire valido riscontro e comunque prova aggiuntiva della bonta’ del costrutto del denunciante: tale prova dichiarativa sarebbe, sul punto, frutto di domande suggestive della accusa.

Si tratta di censure volte, in realta’, a criticare inammissibilmente il punto di vista accolto e ampiamente motivato nella sentenza impugnata, sul piano della opinabilita’ piuttosto che su quello della decisiva carenza o manifesta illogicita’.

La evenienza di domande suggestive da parte del pubblico ministero risulta dedotta per la prima volta con il ricorso e in nessun modo riesce a dare corpo a una ammissibile censura sulla illogicita’ della motivazione riguardante la credibilita’ della teste, la quale e’ stata fondata su una serie di ulteriori elementi di fatto valorizzati in sentenza e non contestati nel ricorso.

Anche il tema della prova oggettiva della effettiva manifestazione, sin dal 24 ottobre, dei sintomi della cauda per i quali le linee-guida prescrivono un intervento di decompressione nelle 24-48 ore, risulta congruamente affrontato nella sentenza impugnata ove sono posti in evidenza i numerosi e gravi elementi (la certificazione rilasciata dal dott. (OMISSIS); la assoluta non significativita’ della diversa data riportata nella relazione di dimissione del paziente dal C.T.O. di Firenze l’11 novembre; il grado di recupero incompleto del paziente, dopo l’intervento, come accertato dal c.t. della persona offesa) dimostrativi della correttezza della ricostruzione sostenuta dalla accusa e del tutto razionalmente condivisa dai giudici, con una motivazione alla quale la difesa ricorrente oppone soltanto diversi elementi di fatto, considerazioni congetturali e, in definitiva, una alternativa ricostruzione di quelli, che e’ prospettiva non perseguibile nella sede di legittimita’.

13.2. Il secondo motivo e’ inammissibile per analoghe considerazioni.

La contestazione della motivazione sul nesso di causalita’ ha natura e valenza meramente fattuali, fondandosi sul presupposto della preferibilita’ della tesi dell’imputato circa il momento in cui ebbe effettivamente conoscenza della gravita’ dei sintomi e della condizione del paziente e, conseguentemente spostata in avanti di una settimana tale evenienza -, sulla richiesta che sia riconosciuta la assenza di qualsiasi rimproverabilita’ nelle sue scelte diagnostiche e terapeutiche. Il tutto, con sollecitazione, altresi’, del riconoscimento che il rapporto di causalita’ con l’evento andrebbe ridelineato, dovendo esso essere riferito all’unica condotta colpevole individuabile: quella della persona offesa che, pure invitata tempestivamente a recarsi al pronto soccorso, avrebbe lasciato trascorrere numerosi giorni prima di sottoporsi all’intervento chirurgico.

Ebbene, va ribadito che la proposta di alternativa ricostruzione delle emergenze fattuali non e’ ricevibile dalla Cassazione, dovendosi piuttosto notare che il rapporto di causalita’ e’ stato razionalmente delineato alla stregua di un giudizio di alta probabilita’ logica, nel rispetto degli approdi condivisi della giurisprudenza di legittimita’ (Sez. U, n. 30328 del 10/07/2002, Franzese, Rv. 22213). Con riferimento, cioe’, alla natura della patologia accertata; alla gravita’ dei relativi sintomi che danno indicazione di intervento urgente nelle 48 ore secondo le acquisizioni scientifiche non contestate nemmeno dalla difesa; al momento di acquisizione della conoscenza dei sintomi da parte del sanitario cui il paziente si era affidato; al comportamento gravemente negligente e ingiustificatamente omissivo, motivo dell’inescusabile ritardo che ha dato luogo al non tempestivo riconoscimento della patologia, al suo aggravamento e all’instaurarsi dei postumi neurologici accertati.

Un comportamento che la giurisprudenza costante di questa Corte inquadra nella cornice della negligenza avendo il medico l’obbligo di seguire, appunto con diligenza, il decorso della sintomatologia del paziente che a lui si affida ed essendo suo dovere assicurare, attraverso i concordati controlli periodici, nonche’ interpretando e valorizzando le sintomatologie riferite, o comunque apprese, che l’intervento eventualmente richiesto con urgenza abbia luogo o venga indicato come indifferibile, mediante le necessarie comunicazioni (vedi, tra le molte, Sez. 4, n. 40703 del 14/06/2016, Roggia, Rv. 267778).

  1. Alla inammissibilita’ del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed a versare alla cassa delle ammende la somma che si reputa equo determinare in Euro 2.000,00.

In virtu’ del principio della soccombenza, il ricorrente deve anche essere condannato alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate, alla luce della nota depositata, come in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 alla cassa delle ammende, nonche’ alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, liquidate in complessivi Euro 4.000,00, oltre gli accessori di legge.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – rel. Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27977/2018 proposto da:

C.A., rappresentata e difesa dall’avvocato GIACOMO MEZZENA, e con il medesimo elettivamente domiciliata in ROMA, presso lo studio dell’avvocato ANDREA GRAZIANI, in P.LE CLODIO, 14, pec: giacomomezzena.pec.it;

– ricorrente –

contro

FONDAZIONE MONTE TABOR, IN LIQUIDAZIONE E CONCORDATO PREVENTIVO (già Fondazione San Raffaele del Monte Tabor), in persona del liquidatore, rappresentato e difeso dall’avvocato FABIO FEDI, e con il medesimo elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MICHELANGELO PINTO, n. 22, presso lo studio dell’avvocato FEDERICO CAPARROTTA, pec: fabio.fedi.vareseavvocati.it;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1007/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO, depositata il 22/02/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 13/10/2020 dal Consigliere Dott. ANNA MOSCARINI.

Svolgimento del processo

1. La signora C.A. convenne davanti al Tribunale di Milano la Fondazione Monte Tabor in liquidazione ed i Dottori D.M. e Ca.Lu. affinchè fosse accertata la responsabilità solidale dei medesimi nella causazione degli eventi lesivi dalla stessa subiti a seguito di interventi chirurgici effettuati in data (OMISSIS) e (OMISSIS) per violazione dell’obbligo del consenso informato, con conseguente condanna al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. Assunse di non aver ricevuto un’adeguata informazione in ordine alle complicanze possibili degli interventi effettuati, in particolare circa la possibile comparsa di un laparocele quanto al primo intervento e al rischio di lesione dell’uretere quanto al secondo intervento.

2. Nel contraddittorio con i convenuti e svolta una CTU medico-legale, il Tribunale di Milano, con sentenza n. 4310/2016, ritenne provato che i trattamenti sanitari de quibus erano stati eseguiti correttamente e, quanto alla violazione del diritto al consenso informato, statuì quanto segue: preso atto che la paziente aveva lamentato la lesione del proprio diritto all’autodeterminazione sotto il solo profilo del pregiudizio alla salute, non era stata fornita prova neppure presuntiva del fatto che, ove la paziente fosse stata effettivamente e correttamente resa edotta delle possibili conseguenze negative degli interventi, avrebbe rifiutato di sottoporsi agli stessi.

3. La C. propose appello censurando la sentenza di primo grado perchè, pur avendo riconosciuto la carenza di un consenso informato adeguato, aveva comunque rigettato la domanda risarcitoria senza considerare che ella, già nel 2004, si era rifiutata di sottoporsi ad un analogo intervento. Chiese anche la riforma della sentenza di primo grado sulla condanna alle spese.

4. La Corte d’Appello di Milano, con sentenza n. 1007 del 22/2/2018, ha rigettato l’appello in base alla stessa ratio decidendi del giudice di primo grado: ha ritenuto infatti che l’attrice avrebbe dovuto dare prova del fatto che, ove fosse stata correttamente informata dei possibili esiti delle operazioni, avrebbe rifiutato l’intervento. La Corte territoriale ha rilevato che l’appellante non aveva nulla allegato circa le ragioni per cui nel 2004 aveva rifiutato di sottoporsi all’intervento e che il suo consenso all’operazione doveva ritenersi implicito nell’aver sottoscritto un foglio nel quale erano prospettate complicanze potenzialmente ben più gravi (quali la lesione di organi endoaddominali) di quelle effettivamente verificatesi. Quanto al distinto danno per violazione del diritto all’autodeterminazione, quale riflesso del diritto alla libertà personale, la Corte territoriale ha configurato in astratto i confini della sua risarcibilità (non aver ottenuto un’adeguata informazione e quindi non essersi potuto liberamente determinare sul sottoporsi o meno all’intervento; con riguardo al diritto alla salute qualora fosse stato correttamente informato poter evitare di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti), lo ha distinto dal diritto alla salute identificandolo con una forma di rispetto per la libertà dell’individuo ed un mezzo per il perseguimento dei suoi interessi che si sostanzia non solo nella facoltà di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico ma anche di eventualmente rifiutare la terapia o di decidere consapevolmente di interromperla, atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione la quale vede nella persona umana un valore in sè e ne sancisce il rispetto in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive. Esso trova fondamento nell’art. 2 Cost. e negli artt. 13 e 32 Cost.. Dunque può assumere rilievo a fini risarcitori benchè non sussista la lesione della salute o se la lesione della salute non sia causalmente collegabile alla lesione di quel diritto, quante volte siano configurabili conseguenze pregiudizievoli di apprezzabile gravità se integranti un danno non patrimoniale, che siano derivate dalla violazione del diritto fondamentale all’autodeterminazione in se stesso considerato.

Ciò posto in termini generali, quanto alla lesione del diritto alla salute, rispetto al quale il diritto all’autodeterminazione è stato invocato, la Corte territoriale ha fatto riferimento all’onere della paziente di provare, anche mediante presunzioni, che, qualora fosse stata adeguatamente informata, avrebbe rifiutato l’intervento, ed ha ritenuto che a tale onere ella non avesse ottemperato, con la conseguenza che alcuna valutazione, neppure presuntiva, fosse possibile effettuare circa la sussistenza di una voce di danno. Ad avviso della corte territoriale il rispetto al diritto all’autodeterminazione del paziente deve essere valutato in concreto, tenendo presenti le reali possibilità di scelta che si ponevano nel caso in cui fosse stato adeguatamente informato per cui la rilevanza causale del mancato consenso sussiste soltanto quando una tale disinformazione abbia comportato una scelta terapeutica che altrimenti sarebbe stata con elevata probabilità rifiutata o modificata dal paziente stesso. Il paziente avrebbe dovuto dar prova di una condizione di risarcibilità del danno, mentre gli esiti terapeutici degli interventi chirurgici sono stati, ad avviso del giudice, sopravvalutati quali complicanze possibili degli interventi medesimi.

Avverso la sentenza che ha rigettato l’appello e parzialmente compensato le spese tra le parti, in ragione della difficile e relativamente nuova tematica del consenso informato, la C. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi. La Fondazione Monte Tabor in liquidazione e concordato preventivo ha resistito con controricorso.

6. La causa è stata fissata ex art. 380 bis c.p.c., all’odierna adunanza camerale in vista della quale la ricorrente ha depositato memoria mentre il P.G. non ha depositato conclusioni scritte.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo – difetto di motivazione rispetto ad un fatto decisivo per la controversia, contraddittorietà della motivazione. Violazione o falsa applicazione dell’art. 32 Cost. – la ricorrente, dopo aver riportato integralmente il proprio atto di appello, assume che la sentenza impugnata abbia una motivazione contraddittoria perchè, d’un lato, ha ammesso che l’atto di acquisizione del consenso informato era lacunoso e, dall’altro, ha erroneamente invertito l’onere della prova ritenendo che dovesse essere il paziente a provare di non aver ricevuto idonea informazione.

1.1. Il motivo è in parte inammissibile in parte infondato. D’un lato solleva un vizio di contraddittorietà della motivazione che non ha più ingresso nel giudizio di legittimità: la motivazione c’è ed è ben più ampia del minimo costituzionale richiesto dalla giurisprudenza di questa Corte. In ogni caso il motivo è infondato perchè la sentenza impugnata ha accertato che la paziente non aveva fornito la prova che, qualora fosse stata idoneamente informata, avrebbe comunque deciso di non sottoporsi all’intervento, con ciò conformandosi alla consolidata giurisprudenza di questa Corte secondo la quale “In tema di responsabilità professionale del medico, in presenza di un atto terapeutico necessario e correttamente eseguito dal quale siano tuttavia derivate conseguenze dannose per la salute, ove tale intervento non sia stato preceduto da un’adeguata informazione del paziente circa i possibili effetti pregiudizievoli non imprevedibili, il medico può essere chiamato a risarcire il danno alla salute solo se il paziente dimostri, anche tramite presunzioni, che, ove compiutamente informato, egli avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento, non potendo altrimenti ricondursi all’inadempimento dell’obbligo di informazione alcuna rilevanza causale sul danno alla salute” (Cass., 3, n. 2847 del 9/2/2010; Cass., 3 n. 2998 del 16/2/2016; Cass., 3, n. 26827 del 14/11/2017).

Sul punto, come è noto, la giurisprudenza di questa Corte è del tutto consolidata nel senso di configurare il diritto all’autodeterminazione quale diritto autonomo e distinto rispetto al diritto alla salute e nell’individuarne il fondamento negli artt. 213 e 32 Cost. (Cass., 3, n. 28985 dell’11/11/2019; Cass., 3, n. 16892 del 25/6/2019; Cass., 3, n. 19199 del 19/7/2018; Cass., 3, n. 17022 del 28/6/2018), ma è altresì consolidata nel richiedere un giudizio controfattuale su quale sarebbe stata la scelta del paziente ove fosse stato correttamente informato atteso che, se avesse prestato senza riserve il consenso a quel tipo di intervento, la conseguenza dannosa si sarebbe dovuta imputare esclusivamente alla lesione del diritto alla salute determinata dalla successiva errata esecuzione della prestazione professionale, mentre, se egli avesse negato il consenso, il danno biologico scaturente dalla inesatta esecuzione della prestazione sanitaria sarebbe riferibile “ab origine” alla violazione dell’obbligo informativo e concorrerebbe unitamente all’errore relativo alla prestazione sanitaria alla sequenza causale produttiva della lesione della salute quale danno conseguenza (Cass., 3, n. 28985 dell’11/11/2019). La giurisprudenza è in particolare consolidata nel senso di ritenere che le conseguenze dannose derivanti dal diritto all’autodeterminazione debbano essere debitamente allegate dal paziente tenuto conto che il presupposto della domanda risarcitoria è costituito dalla sua scelta soggettiva (criterio della vicinanza della prova) essendo il discostamento dalle indicazioni terapeutiche del medico, eventualità non rientrante nell’id quod plerunque accidie al riguardo la prova può essere fornita con ogni mezzo, ivi compreso il notorio, le massime di esperienza e le presunzioni, non essendo configurabile un danno risarcibile “in re ipsa” (Cass., 3, n. 28985 dell’11/11/2019; Cass., 3, n. 20885 del 22/8/2018; Cass., 3, n. 2369 del 31/1/2018; Cass., 3, n. 2998 del 16/2/2016).

2. Con il secondo motivo – violazione o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., erronea motivazione della condanna alle spese di giudizio – censura il capo di sentenza che, rigettando l’appello, ha consequenzialmente condannato l’appellante, peraltro alla sola metà, delle spese del grado.

Il motivo è infondato in quanto la Corte d’Appello ha seguito, in punto di condanna alle spese, un percorso logico-giuridico del tutto inappuntabile evidenziando il difetto di motivazione in ordine ad un’asserita eccessiva onerosità della condanna alle spese, liquidate invece in maniera congrua e peraltro compensate per la metà, il difetto di una argomentazione autonoma in punto di spese di CTU, il difetto di motivazione in ordine alla mancata specificazione della quota di spese a favore di ciascuno dei convenuti considerando il fatto che la condanna, riguardante la metà delle spese di lite, liquidate in misura ridotta è unitaria giacchè i convenuti sono stati difesi dallo stesso legale e comunque, in assenza di precisazione la quota di ciascun convenuto si presume uguale in applicazione analogica di quanto previsto dall’art. 97 c.p.c., comma 2.

3. Conclusivamente il ricorso va rigettato e la ricorrente condannata alle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo. Si dà atto della sussistenza dei presupposti per la condanna della ricorrente al versamento del cd. “raddoppio” del contributo unificato, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 4.200 (oltre Euro 200 per esborsi), più accessori di legge e spese generali al 15%.

Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

In caso di diffusione del presente provvedimento si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 13 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 23 marzo 2021