Avvocato penalista

TRIBUNALI MILITARI COMPOSIZIONE -AVVOCATO PENALE MILITARE ESPERTO -CORTE COSTITUZIONALE

TRIBUNALI MILITARI COMPOSIZIONE -AVVOCATO PENALE MILITARE ESPERTO

le valutazioni relative alla proporzione tra la pena prevista ed il fatto contemplato rientrano nell’ambito del potere discrezionale del legislatore, il cui esercizio può tuttavia essere censurato sotto il profilo della legittimità costituzionale nei casi in cui non sia stato rispettato il criterio di ragionevolezza, di modo che la sanzione comminata risulti irrazionale ed arbitraria (cfr. le sentenze 5 maggio 1979, n. 268 maggio 1980, n. 7220 maggio 1982, n. 103).

-CORTE COSTITUZIONALE

PRIMA QUESTIONE

La prima questione, comune ad entrambe le ordinanze, concerne l’articolo 7, terzo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117, in base al quale i componenti laici dei tribunali militari (nella qualità di 6cittadini estranei alla magistratura, che concorrono a formare organi giudiziari collegiali6) rispondono per i danni cagionati nell’esercizio delle loro funzioni, oltre che in caso di dolo, anche nei casi di colpa grave di cui all’art. 2, terzo comma, lettere b) e c) (affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza e incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento; negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento).

La norma viene impugnata in riferimento all’art. 3 della Costituzione perché, prevedendo la responsabilità del componente laico del tribunale militare anche a titolo di colpa grave, assimila lo stesso ai giudici esperti anziché ai giudici popolari, i quali rispondono soltanto a titolo di dolo. Si assume infatti che detto componente non integra il collegio in qualità di esperto di una determinata disciplina non giuridica, ma quale esponente della istituzione cui appartiene l’imputato.

Pur essendo una figura sui generis, esso presenterebbe analogie con la figura del giudice popolare, al quale dovrebbe essere assimilato quanto alla disciplina della responsabilità.

  1. – La questione é infondata

SECONDA QUESTIONE

  1. -La seconda questione, comune alle due ordinanze, concerne l’art. 2, comma secondo, della legge 7 maggio 1981, n. 180, nella parte in cui stabilisce che il tribunale militare si compone, oltre che di due magistrati militari, anche di un militare non magi strato. La norma sarebbe in contrasto con gli articoli 3, 101 e 108 della Costituzione, dato che non introduce alcuna deroga alla soggezione dell’ufficiale al potere gerarchico – disciplinare dei superiori.

5.-Le preoccupazioni del giudice rimettente dovrebbero almeno in parte risultare ridimensionate alla luce di quanto deciso dalla Corte con la già menzionata sentenza n. 18 del 1989, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 16, primo e secondo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117, nella parte in cui non prevede la facoltatività della compilazione del processo verbale concernente la deliberazione dei provvedimenti collegiali.

E’ infatti ragionevole prevedere che, per effetto di tale decisione, nella gran parte dei casi non si prenderà nota alcuna del voto dei singoli componenti del collegio. Inoltre, non in tutti i casi di redazione del processo verbale si giungerà al disvelamento della posizione assunta dai singoli, ma solo quando si agirà in sede di giudizio per l’accertamento della responsabilità civile.

Risulterà quindi in definitiva marginale quella possibilità di conoscere il voto dato dal componente militare, sulla quale principalmente si fondano i timori e le censure del giudice a quo.

Ma vi é di più. La responsabilità disciplinare può certamente perseguirsi senza le limitazioni previste dall’art. 2 della legge n. 117 del 1988 per la responsabilità civile (cfr. l’art. 9, comma terzo). La relativa azione va però promossa obbligatoriamente e solo <per i fatti che hanno dato causa all’azione di risarcimento> (art. 9, comma primo).

Le due previsioni hanno entrambe la funzione di accrescere la tutela di chi giudica. Con l’obbligatorietà del promovimento dell’azione disciplinare si intende evitare in radice il pericolo che il titolare dell’azione possa far uso della discrezionalità conferitagli in modo tale da esercitare un qualsivoglia condizionamento nei confronti dei componenti del collegio giudicante.

La subordinazione dell’azione disciplinare a quella di responsabilità, a sua volta, fa sì che per i fatti connessi all’esercizio di funzioni giudiziarie operi sempre il <filtro> costituito dal giudizio di ammissibilità della domanda, regolato dall’art. 5 della legge n. 117 del 1988. Se si considera che competente a decidere é il tribunale ordinario e che tra i motivi di inammissibilità é inclusa la manifesta infondatezza della domanda, appare evidente che anche l’ufficiale chiamato a far parte del collegio militare fruisce di una efficace protezione contro il pericolo che in sede disciplinare si prendano contro di lui iniziative fondate, invece che su fatti seri rientranti nelle ben determinate ipotesi dell’art. 2, su arbitrarie valutazioni del titolare dell’azione in riferimento a decisioni dallo stesso non condivise.

Se a ciò che si é osservato si aggiunga che il componente militare viene, come si é visto, prescelto mediante estrazione a sorte e che egli permane nelle funzioni per soli due mesi, si ha il quadro complessivo di una normativa nell’ambito della quale il vincolo gerarchico, pur senza essere escluso espressamente, non ha alcuna possibilità di operare in modo lesivo dell’indipendenza del componente laico del tribunale militare.

  1. – Con l’ordinanza registrata al n. 335 del 1988, il Tribunale militare di Padova solleva anche questione di legittimità costituzionale dell’art. 90 c.p.m.p., che punisce – primo comma, n. 4-il possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio con la reclusione da cinque a dieci anni.

E’ irrazionale – osserva il giudice a quo-che tale reato, sussistente solo quando non ricorre la finalità di spionaggio, venga punito più gravemente dei reati di procacciamento e di rivelazione, sempre non a scopo di spionaggio, previsti rispettivamente dagli articoli 89 e 91 dello stesso codice, comportanti una diretta lesione del bene giuridico tutelato, a confronto dei quali l’impugnato art. 90 contempla condotte meramente preparatorie. Sarebbero quindi violati 

Questa dipendenza – osserva ancora il giudice a quo -poteva, forse, considerarsi non influente sull’esercizio delle funzioni giudiziarie quando in nessun caso subiva eccezioni il principio della segretezza dei voti espressi in camera di consiglio. E’ divenuta, per contro, gravemente condizionante nel contesto della normativa introdotta dalla legge n. 117 del 1988, anche perché i superiori gerarchici e l’autorità militare in genere sono titolari dell’azione disciplinare e giudici della responsabilità relativamente agli atti illeciti posti in essere nell’ambito delle deliberazioni collegiali del tribunale militare. Sarebbero quindi violati il principio della dipendenza del giudice soltanto dalla legge e le garanzie di indipendenza dello stesso (articoli 101, comma secondo, e 108, comma secondo, della Costituzione).

gli artt. 3 e 97 della Costituzione.

  1. – La questione é fondata.

La Corte ha più volte affermato, anche con specifico riguardo a norme contenute nel c.p.m.p., che le valutazioni relative alla proporzione tra la pena prevista ed il fatto contemplato rientrano nell’ambito del potere discrezionale del legislatore, il cui esercizio può tuttavia essere censurato sotto il profilo della legittimità costituzionale nei casi in cui non sia stato rispettato il criterio di ragionevolezza, di modo che la sanzione comminata risulti irrazionale ed arbitraria (cfr. le sentenze 5 maggio 1979, n. 268 maggio 1980, n. 7220 maggio 1982, n. 103).

Nel caso di specie, il giudizio di irrazionalità consegue al raffronto della norma impugnata con l’art. 89, che punisce con la reclusione da tre a dieci anni il procacciamento di notizie segrete, non a scopo di spionaggio, e con l’art. 91, che punisce con la reclusione non inferiore a cinque anni la rivelazione di notizie segrete, compiuta sempre non a scopo di spionaggio.

Bisogna infatti considerare che l’art. 89-bis, introdotto nel codice dall’art. 7 della legge 23 marzo 1956, n. 167, sanziona con pene più gravi condotte analoghe a quelle punite dall’impugnato art. 90, primo comma.

Differenzia le fattispecie (a parte l’estensione delle previsioni dell’art. 89 bis al militare in congedo illimitato, secondo quanto disposto dall’art. 1 della menzionata legge n. 167 del 1956, che ha sostituito l’art. 7 c.p.m.p.) la sussistenza o no dello scopo di spionaggio, espressamente richiesto per le fattispecie contemplate nell’art. 89 bis.

Pertanto, devono essere punite a norma dell’art. 90, primo comma, soltanto le condotte poste in essere senza finalità di spionaggio, esattamente come avviene per le fattispecie previste dall’art. 89 e dall’art. 91.

Così stando le cose, é del tutto arbitrario che il possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio, previsto dall’art. 90, comma primo, n. 4, venga punito con la reclusione da cinque a dieci anni, mentre con la meno grave sanzione della reclusione da tre a dieci anni viene punito il procacciamento di notizie segrete, fatto che costituisce un comportamento più lesivo dei beni protetti dalle norme rispetto al mero possesso dei mezzi.

L’irrazionalità del trattamento sanzionatorio e confermata dal confronto con l’art. 91, il quale punisce il comportamento nettamente più grave del militare che rivela notizie segrete con una pena che e superiore nel massimo, ma ingiustificatamente uguale nel minimo a quella prevista dall’art. 90, primo comma.

Le riportate considerazioni trovano del resto conforto, come esattamente e rilevato nell’ordinanza del giudice a quo, nella proporzione che invece esiste tra le corrispondenti previsioni del codice penale e segnatamente tra l’art. 260 e l’art. 256. L’art. 260 punisce infatti con la reclusione da uno a cinque anni chi e colto nel possesso ingiustificato di documenti o di qualsiasi altra cosa atta a fornire le notizie indicate nell’art. 256, mentre l’art. 256, primo comma, punisce con la reclusione da tre a dieci anni chi si procura notizie che devono rimanere segrete e l’art. 256, terzo comma, con la reclusione da due a otto anni chi si procura notizie di cui l’Autorità competente ha vietato la divulgazione.

La declaratoria d’illegittimità dell’art. 90, primo comma, n. 4 c.p.m.p. non determina affatto la depenalizzazione delle fatti specie ivi contemplate.

Per colmare transitoriamente la lacuna, nell’attesa di un intervento razionalizzatore del legislatore, vale la norma penale comune di cui al ricordato art. 260, n. 3, del codice penale.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

  1. a) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 90, primo comma, n. 4, del codice penale militare di pace, nella parte in cui punisce i fatti previsti dal n. 4 dello stesso comma con la reclusione da cinque a dieci anni;
  2. b) dichiaranon fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, terzo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), sol levata con le ordinanze in epigrafe in riferimento all’art . 3 della Costituzione;
  3. c) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma secondo, n. 3, della legge 7 maggio 1981, n. 180 (Modifiche all’ordinamento giudiziario militare di pace), sollevata con le ordinanze in epigrafe in riferimento agli artt. 3, 101 e 108 della Costituzione.

 

SENTENZA N.49

ANNO 1989

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori Giudici:

Dott. Francesco SAJA, Presidente

Prof. Giovanni CONSO

Prof. Aldo CORASANITI

Prof. Giuseppe BORZELLINO

Dott. Francesco GRECO

Prof. Renato DELL’ANDRO

Prof. Gabriele PESCATORE

Avv. Ugo SPAGNOLI

Prof. Francesco Paolo CASAVOLA

Prof. Antonio BALDASSARRE

Prof. Vincenzo CAIANIELLO

Avv. Mauro FERRI

Prof. Luigi MENGONI

Prof. Enzo CHELI

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 7, comma terzo, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati); 2, comma secondo, n. 3, della legge 7 maggio 1981, n. 180 (Modifiche all’ordinamento giudiziario militare di pace), 2, comma secondo, n. 3, legge 7 maggio 1981, n. 180 (Modifiche all’ordinamento giudiziario militare di pace) e 90 del codice penale militare di pace, promossi con le seguenti ordinanze:

1) ordinanza emessa il 27 aprile 1988 dal Tribunale militare di Padova nel procedimento penale a carico di Bianchi Enrico, iscritta al n. 334 del registro ordinanze 1988 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 31, prima serie speciale, dell’anno 1988;

2) ordinanza emessa il 27 aprile 1988 dal Tribunale militare di Padova nel procedimento penale a carico di Barracco Francesco, iscritta al n. 335 del registro ordinanze 1988 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 31, prima serie speciale, dell’anno 1988.

Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 29 novembre 1988 il Giudice relatore Gabriele Pescatore;

udito l’Avvocato dello Stato Giorgio Zagari per il Presidente del Consiglio dei ministri.

 

Considerato in diritto

 

  1. – Le due ordinanze del Tribunale militare di Padova sottopongono all’esame della Corte questioni in parte identiche.

I relativi giudizi vengono quindi riuniti per essere decisi con una unica sentenza.

  1. – La prima questione, comune ad entrambe le ordinanze, concerne l’articolo 7, terzo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117, in base al quale i componenti laici dei tribunali militari (nella qualità di 6cittadini estranei alla magistratura, che concorrono a formare organi giudiziari collegiali6) rispondono per i danni cagionati nell’esercizio delle loro funzioni, oltre che in caso di dolo, anche nei casi di colpa grave di cui all’art. 2, terzo comma, lettere b) e c) (affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza e incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento; negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento).

La norma viene impugnata in riferimento all’art. 3 della Costituzione perché, prevedendo la responsabilità del componente laico del tribunale militare anche a titolo di colpa grave, assimila lo stesso ai giudici esperti anziché ai giudici popolari, i quali rispondono soltanto a titolo di dolo. Si assume infatti che detto componente non integra il collegio in qualità di esperto di una determinata disciplina non giuridica, ma quale esponente della istituzione cui appartiene l’imputato.

Pur essendo una figura sui generis, esso presenterebbe analogie con la figura del giudice popolare, al quale dovrebbe essere assimilato quanto alla disciplina della responsabilità.

  1. – La questione é infondata.

La norma impugnata limita la responsabilità dei giudici laici ad una parte soltanto delle ipotesi in cui viene riconosciuta quella dei giudici professionali. La limitazione e più ampia, circoscrivendo la responsabilità alle sole ipotesi di dolo, per i giudici conciliatori ed i giudici popolari; é più ridotta invece per i cittadini estranei alla magistratura che concorrono a formare o formano organi giudiziari collegiali, perché per costoro si può configurare anche una responsabilità a titolo di colpa nelle già ricordate ipotesi delle lettere b) e c) dell’articolo 2 della legge.

La Corte ha già statuito, con sentenza 19 gennaio 1989, n. 18, che le linee generali di questa disciplina risultano tali da non meritare censure di legittimità. Sebbene si possano prospettare anche scelte diverse da quelle adottate dal legislatore, come di fatto se ne sono prospettate nel corso del dibattito parlamentare, deve riconoscersi che non e privo di ragionevole giustificazione il prevedere una più circoscritta area di responsabilità per coloro che non hanno né i compiti, né la specifica professionalità, né lo status del giudice togato.

Allo stesso modo, e pur qui ammettendo entro certi limiti la possibilità di differenti scelte, non e privo di ragionevole giustificazione che all’interno del gruppo dei laici chiamati a partecipare all’amministrazione della giustizia venga distinta la posizione dei giudici esperti da quella dei giudici popolari e dei giudici conciliatori.

I giudici esperti sono infatti chiamati a comporre i collegi, non a titolo di generica partecipazione popolare, ma in ragione dell’apporto particolarmente qualificato che possono dare in giudizi nei quali si riconosce la presenza di aspetti tecnici così rilevanti da suggerire l’opportunità di creare organi specializzati. L’attitudine a prestare detto apporto trova fondamento in specifiche competenze, che risultano talvolta dal possesso di determinati requisiti culturali (esperti in psicologia, psichiatria, sociologia, pedagogia, per i tribunali per i minorenni, i tribunali di sorveglianza, le sezioni specializzate per le tossicodipendenze), talaltra dalla iscrizione in determinati albi (iscritti negli albi professionali dei dottori in scienze agrarie, dei periti agrari e dei geometri, per le sezioni specializzate agrarie), talaltra infine dalla appartenenza ad un determinato corpo professionale o ad una determinata amministrazione, appartenenza che lascia presumere una utile familiarità con le speciali problematiche dei rispettivi settori (giornalista e pubblicista integranti il tribunale e la corte d’appello che giudicano, in sede di impugnazione, delle delibere del Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti; funzionari del Genio civile integranti il tribunale regionale delle acque pubbliche).

In tutti questi collegi gli esperti, in ragione del possesso di particolari cognizioni derivanti dalla specifica formazione culturale e dalla esperienza acquisita, hanno il compito di integrare le conoscenze prevalentemente tecnico-giuridiche dei giudici professionali. Essi sono quindi chiamati a dare un apporto di grande importanza anche per quanto concerne l’esatta ricostruzione dei fatti sottoposti a giudizio, cosi per l’aspetto oggettivo come per quello soggettivo.

Se si ha riguardo al quadro generale della disciplina, non può certo ritenersi arbitrario che la posizione dell’ufficiale chiamato a far parte del tribunale sia stata assimilata, quanto alle ipotesi in cui lo stesso può incorrere nella responsabilità civile, alla posizione dei giudici esperti presenti nei diversi tipi di organi specializzati.

Significativi elementi possono trarsi dalle modalità di scelta di detto componente. Esso viene infatti estratto a sorte soltanto tra gli ufficiali che prestano servizio nella circoscrizione del tribunale militare, senza distinzione circa l’arma di appartenenza. E’ da escludere, quindi, che possa parlarsi, come si fa nell’ordinanza di rimessione, di analogia con la figura del giudice popolare e comunque della caratterizzazione dell’ufficiale membro del collegio quale esponente della istituzione cui appartiene l’imputato. Al contrario, la scelta tra i soli ufficiali e indice dell’intenzione di assicurare al collegio l’apporto di persona dotata di un buon livello culturale e di quelle cognizioni più ampie e più complete che vengono dall’inserimento in compiti di maggiore responsabilità. A sua volta, l’indifferenza circa l’arma di appartenenza del prescelto rende evidente che il legislatore ha inteso valorizzare la conoscenza della vita militare nel suo ordinamento e nella sua organizzazione in termini generali e non già il sentimento ed il giudizio di coloro che in concreto condividono l’esperienza della più circoscritta unita territoriale in cui l’imputato si e trovato a prestare il proprio servizio.

Le particolarità della normativa inducono quindi a ritenere che l’ufficiale membro del collegio sia chiamato a dare un qualificato contributo inerente alla peculiarità della vita e dell’organizzazione militare: contributo consistente nell’aiutare il collegio a fondare le proprie valutazioni sulla piena conoscenza e la piena comprensione dei molteplici aspetti del concreto atteggiarsi di quel settore; delle condizioni che lo caratterizzano e dei problemi che vi si pongono. Aspetti tutti che non possono non riflettersi sulla ricostruzione e valutazione degli elementi oggettivi e soggettivi dei fatti-reato sottoposti al giudizio del tribunale, anche alla luce di quei valori tipici dell’ordinamento militare che già la Corte ha ritenuto tali da concorrere a giustificare l’esistenza della speciale giurisdizione (sentenza 22 luglio 1976, n. 192).

  1. -La seconda questione, comune alle due ordinanze, concerne l’art. 2, comma secondo, della legge 7 maggio 1981, n. 180, nella parte in cui stabilisce che il tribunale militare si compone, oltre che di due magistrati militari, anche di un militare non magi strato. La norma sarebbe in contrasto con gli articoli 3, 101 e 108 della Costituzione, dato che non introduce alcuna deroga alla soggezione dell’ufficiale al potere gerarchico – disciplinare dei superiori.

Questa dipendenza – osserva ancora il giudice a quo -poteva, forse, considerarsi non influente sull’esercizio delle funzioni giudiziarie quando in nessun caso subiva eccezioni il principio della segretezza dei voti espressi in camera di consiglio. E’ divenuta, per contro, gravemente condizionante nel contesto della normativa introdotta dalla legge n. 117 del 1988, anche perché i superiori gerarchici e l’autorità militare in genere sono titolari dell’azione disciplinare e giudici della responsabilità relativamente agli atti illeciti posti in essere nell’ambito delle deliberazioni collegiali del tribunale militare. Sarebbero quindi violati il principio della dipendenza del giudice soltanto dalla legge e le garanzie di indipendenza dello stesso (articoli 101, comma secondo, e 108, comma secondo, della Costituzione).

5.-Le preoccupazioni del giudice rimettente dovrebbero almeno in parte risultare ridimensionate alla luce di quanto deciso dalla Corte con la già menzionata sentenza n. 18 del 1989, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 16, primo e secondo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117, nella parte in cui non prevede la facoltatività della compilazione del processo verbale concernente la deliberazione dei provvedimenti collegiali.

E’ infatti ragionevole prevedere che, per effetto di tale decisione, nella gran parte dei casi non si prenderà nota alcuna del voto dei singoli componenti del collegio. Inoltre, non in tutti i casi di redazione del processo verbale si giungerà al disvelamento della posizione assunta dai singoli, ma solo quando si agirà in sede di giudizio per l’accertamento della responsabilità civile.

Risulterà quindi in definitiva marginale quella possibilità di conoscere il voto dato dal componente militare, sulla quale principalmente si fondano i timori e le censure del giudice a quo.

Ma vi é di più. La responsabilità disciplinare può certamente perseguirsi senza le limitazioni previste dall’art. 2 della legge n. 117 del 1988 per la responsabilità civile (cfr. l’art. 9, comma terzo). La relativa azione va però promossa obbligatoriamente e solo <per i fatti che hanno dato causa all’azione di risarcimento> (art. 9, comma primo).

Le due previsioni hanno entrambe la funzione di accrescere la tutela di chi giudica. Con l’obbligatorietà del promovimento dell’azione disciplinare si intende evitare in radice il pericolo che il titolare dell’azione possa far uso della discrezionalità conferitagli in modo tale da esercitare un qualsivoglia condizionamento nei confronti dei componenti del collegio giudicante.

La subordinazione dell’azione disciplinare a quella di responsabilità, a sua volta, fa sì che per i fatti connessi all’esercizio di funzioni giudiziarie operi sempre il <filtro> costituito dal giudizio di ammissibilità della domanda, regolato dall’art. 5 della legge n. 117 del 1988. Se si considera che competente a decidere é il tribunale ordinario e che tra i motivi di inammissibilità é inclusa la manifesta infondatezza della domanda, appare evidente che anche l’ufficiale chiamato a far parte del collegio militare fruisce di una efficace protezione contro il pericolo che in sede disciplinare si prendano contro di lui iniziative fondate, invece che su fatti seri rientranti nelle ben determinate ipotesi dell’art. 2, su arbitrarie valutazioni del titolare dell’azione in riferimento a decisioni dallo stesso non condivise.

Se a ciò che si é osservato si aggiunga che il componente militare viene, come si é visto, prescelto mediante estrazione a sorte e che egli permane nelle funzioni per soli due mesi, si ha il quadro complessivo di una normativa nell’ambito della quale il vincolo gerarchico, pur senza essere escluso espressamente, non ha alcuna possibilità di operare in modo lesivo dell’indipendenza del componente laico del tribunale militare.

  1. – Con l’ordinanza registrata al n. 335 del 1988, il Tribunale militare di Padova solleva anche questione di legittimità costituzionale dell’art. 90 c.p.m.p., che punisce – primo comma, n. 4-il possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio con la reclusione da cinque a dieci anni.

E’ irrazionale – osserva il giudice a quo-che tale reato, sussistente solo quando non ricorre la finalità di spionaggio, venga punito più gravemente dei reati di procacciamento e di rivelazione, sempre non a scopo di spionaggio, previsti rispettivamente dagli articoli 89 e 91 dello stesso codice, comportanti una diretta lesione del bene giuridico tutelato, a confronto dei quali l’impugnato art. 90 contempla condotte meramente preparatorie. Sarebbero quindi violati gli artt. 3 e 97 della Costituzione.

  1. – La questione é fondata.

La Corte ha più volte affermato, anche con specifico riguardo a norme contenute nel c.p.m.p., che le valutazioni relative alla proporzione tra la pena prevista ed il fatto contemplato rientrano nell’ambito del potere discrezionale del legislatore, il cui esercizio può tuttavia essere censurato sotto il profilo della legittimità costituzionale nei casi in cui non sia stato rispettato il criterio di ragionevolezza, di modo che la sanzione comminata risulti irrazionale ed arbitraria (cfr. le sentenze 5 maggio 1979, n. 26; 8 maggio 1980, n. 72; 20 maggio 1982, n. 103).

Nel caso di specie, il giudizio di irrazionalità consegue al raffronto della norma impugnata con l’art. 89, che punisce con la reclusione da tre a dieci anni il procacciamento di notizie segrete, non a scopo di spionaggio, e con l’art. 91, che punisce con la reclusione non inferiore a cinque anni la rivelazione di notizie segrete, compiuta sempre non a scopo di spionaggio.

Bisogna infatti considerare che l’art. 89-bis, introdotto nel codice dall’art. 7 della legge 23 marzo 1956, n. 167, sanziona con pene più gravi condotte analoghe a quelle punite dall’impugnato art. 90, primo comma.

Differenzia le fattispecie (a parte l’estensione delle previsioni dell’art. 89 bis al militare in congedo illimitato, secondo quanto disposto dall’art. 1 della menzionata legge n. 167 del 1956, che ha sostituito l’art. 7 c.p.m.p.) la sussistenza o no dello scopo di spionaggio, espressamente richiesto per le fattispecie contemplate nell’art. 89 bis.

Pertanto, devono essere punite a norma dell’art. 90, primo comma, soltanto le condotte poste in essere senza finalità di spionaggio, esattamente come avviene per le fattispecie previste dall’art. 89 e dall’art. 91.

Così stando le cose, é del tutto arbitrario che il possesso ingiustificato di mezzi di spionaggio, previsto dall’art. 90, comma primo, n. 4, venga punito con la reclusione da cinque a dieci anni, mentre con la meno grave sanzione della reclusione da tre a dieci anni viene punito il procacciamento di notizie segrete, fatto che costituisce un comportamento più lesivo dei beni protetti dalle norme rispetto al mero possesso dei mezzi.

L’irrazionalità del trattamento sanzionatorio e confermata dal confronto con l’art. 91, il quale punisce il comportamento nettamente più grave del militare che rivela notizie segrete con una pena che e superiore nel massimo, ma ingiustificatamente uguale nel minimo a quella prevista dall’art. 90, primo comma.

Le riportate considerazioni trovano del resto conforto, come esattamente e rilevato nell’ordinanza del giudice a quo, nella proporzione che invece esiste tra le corrispondenti previsioni del codice penale e segnatamente tra l’art. 260 e l’art. 256. L’art. 260 punisce infatti con la reclusione da uno a cinque anni chi e colto nel possesso ingiustificato di documenti o di qualsiasi altra cosa atta a fornire le notizie indicate nell’art. 256, mentre l’art. 256, primo comma, punisce con la reclusione da tre a dieci anni chi si procura notizie che devono rimanere segrete e l’art. 256, terzo comma, con la reclusione da due a otto anni chi si procura notizie di cui l’Autorità competente ha vietato la divulgazione.

La declaratoria d’illegittimità dell’art. 90, primo comma, n. 4 c.p.m.p. non determina affatto la depenalizzazione delle fatti specie ivi contemplate.

Per colmare transitoriamente la lacuna, nell’attesa di un intervento razionalizzatore del legislatore, vale la norma penale comune di cui al ricordato art. 260, n. 3, del codice penale.

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

  1. a) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 90, primo comma, n. 4, del codice penale militare di pace, nella parte in cui punisce i fatti previsti dal n. 4 dello stesso comma con la reclusione da cinque a dieci anni;
  2. b) dichiaranon fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, terzo comma, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati), sol levata con le ordinanze in epigrafe in riferimento all’art . 3 della Costituzione;
  3. c) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma secondo, n. 3, della legge 7 maggio 1981, n. 180 (Modifiche all’ordinamento giudiziario militare di pace), sollevata con le ordinanze in epigrafe in riferimento agli artt. 3, 101 e 108 della Costituzione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 09/02/89.

Francesco SAJA – Giovanni CONSO – Aldo CORASANITI – Giuseppe BORZELLINO – Francesco GRECO – Renato DELL’ANDRO – Gabriele PESCATORE – Ugo SPAGNOLI – Francesco Paolo CASAVOLA – Antonio BALDASSARRE – Vincenzo CAIANIELLO – Mauro FERRI – Luigi MENGONI – Enzo CHELI.

Depositata in cancelleria il 16/02/89.

Francesco SAJA, PRESIDENTE

Gabriele PESCATORE, REDATTORE

PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO

 COSA SI DICE DEL PATTEGGIAMENTO? SCOPRIAMOLO…

 

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PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ?

AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA SERGIO ARMAROLI
PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO

LA CASSAZIONE DICE DI NO

PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO
PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO

Invero, l’articolo 447 c.p.p., prevede, al primo comma, che, nel caso di richiesta di applicazione di pena ex articolo 444 c.p.p., avanzata nel corso delle indagini preliminari congiuntamente o comunque con il consenso scritto dell’altra parte, il giudice “fissa, con decreto in calce alla richiesta, l’udienza per la decisione” (comma 1). Il medesimo articolo 447, al comma 2, poi, recita: “Nell’udienza il pubblico ministero ed il difensore sono sentiti se compaiono”. L’articolo 448 c.p.p., comma 1, primo periodo, a sua volta, dispone: “Nell’udienza prevista dall’articolo 447, nell’udienza preliminare, nel giudizio direttissimo e nel giudizio immediato, il giudice, se ricorrono le condizioni per accogliere la richiesta prevista dall’articolo 444, comma 1, pronuncia immediatamente sentenza”.

Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, sull’istanza di patteggiamento avanzata in sede di indagini preliminari, anche se presentata congiuntamente dalle parti, il giudice non puo’ provvedere de plano o comunque in assenza della notifica della data fissata per l’udienza camerale per la decisione, poiche’ l’omesso svolgimento dell’udienza integra una nullita’ di ordine generale (cosi’ Sez. 1, n. 804 del 15/12/2004, dep. 2005, Catalano, Rv. 231095, nonche’ Sez. 6, n. 344 del 29/11/1999, dep. 2000, De Martino, Rv. 216831, ma anche, implicitamente, in motivazione, Sez. 3, n. 19744 del 19/04/2011, Carrera, Rv. 250014).

Tuttavia, secondo le medesime decisioni, tale nullita’ e’ ritenuta a regime intermedio, e quindi sanabile, atteso che, a norma dell’articolo 447 c.p.p., comma 2, la presenza delle parti in udienza non e’ obbligatoria (cosi’, per questa osservazione, in particolare, Sez. 6, n. 344 del 2000, cit.).

Inoltre, piu’ pronunce precisano che l’indicata nullita’ di natura intermedia non puo’ essere eccepita dall’imputato o dal difensore se la sentenza abbia applicato la pena nei termini indicati dalle parti, perche’ gli stessi non avrebbero alcun interesse in proposito, siccome l’accordo ex articolo 444 c.p.p., una volta concluso, non e’ piu’ revocabile o modificabile dalle parti (cosi’, specificamente, Sez. 3, n. 19744 del 2011, cit., e Sez. 6, n. 344 del 2000, cit.).

 

Peraltro, anche la giurisprudenza di legittimità che ammette la possibilità in tema di patteggiamento di revocare il consenso prestato alla richiesta di applicazione della pena dopo la stipulazione del patto e prima della pronuncia della sentenza ex art. 444 c.p.p., condiziona tale possibilità ad una “sopravvenienza” oggettiva, non preventivabile, quale ad esempio una legge più favorevole (cfr. Sez. 4, n. 15231 del 08/04/2015), che alteri la precedente valutazione di convenienza sulla base della quale la parte si sia determinata a chiedere o ad acconsentire all’accordo (Sez. 4, n. 11209 del 23/02/2012), non certo a valutazioni del tutto soggettive ed unilaterali, come nella fattispecie in esame.

 

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

SEZIONE QUINTA PENALE

 

Sentenza 16 ottobre 2017 – 30 gennaio 2018, n. 4401

 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente –

Dott. ZAZA Carlo – Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi – Consigliere –

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere –

Dott. PEZZULLO Rosa – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

 

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

L.G., nato il (OMISSIS);

G.A. nato il (OMISSIS);

GU.AL. nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 07/05/2015 del GIP TRIBUNALE di SIENA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere ROSA PEZZULLO;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. CORASANITI Giuseppe;

Il Proc. Gen. conclude per l’inammissibilità dei ricorsi.

Udito il difensore:

L’avvocato Cipriani dopo aver illustrato brevemente i motivi di ricorso presentati ne chiede l’accoglimento;

L’avvocato Rossi chiede che il ricorso presentato venga accolto; in subordine chiede l’annullamento senza rinvio per maturata prescrizione.

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Svolgimento del processo

  1. Con sentenza del 7.5.2015 il G.i.p. del Tribunale di Siena applicava ex art. 444 c.p.p., a G.A. e Gu.Al. la pena di 8 mesi di reclusione, per i reati di cui agli artt. 81, 110, 515 e 517 bis c.p., artt. 110 e 484 c.p., e artt. 110, 48 e 479 c.p., nonchè a L.G. la pena di mesi otto di reclusione, per i reati di cui agli artt. 81, 516 e 517 bis c.p., art. 484 c.p., e artt. 48 e 479 c.p..2. Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso, a mezzo dei rispettivi difensori: 2.1 G.A. e Gu.Al., lamentando la ricorrenza del vizio di violazione di legge e l’errata applicazione dell’art. 444 c.p.p., atteso che, nel caso di specie, non si è mai raggiunto tra le parti un valido accordo negoziale “per mancata definizione dell’oggetto del contendere”; invero, prima dell’istanza di patteggiamento depositata in data 5.4.11 non vi era stata una determinazione precisa delle imputazioni, tanto è vero che quella istanza non recava richiamo a precise contestazioni, poichè non si erano delineate nè imputazioni certe, nè fatti certi cui far corrispondere ipotesi di reato; in particolare, le ipotesi di imputazione contenute nel decreto di sequestro probatorio non erano uguali a quelle contenute nella richiesta di sequestro preventivo e queste ultime differivano dalle imputazioni contenute nell’avviso agli indagati a comparire per rendere interrogatorio; inoltre, nessuna delle suddette imputazioni risulta identica a quella contenuta nell’atto denominato “consenso del PM sulla richiesta di applicazione di pena” del 28.11.2014, sicchè del tutto incerto ed evanescente era l’oggetto dell’accordo negoziale ex art. 444 c.p.p., con la conseguenza che esso non può dirsi perfezionato, anche in considerazione del fatto che la richiesta di applicazione di pena era condizionata al verificarsi dell’archiviazione dell’ipotesi più grave ex art. 416 c.c., archiviazione di cui non vi è traccia.2.2. L.G. lamentando la nullità della sentenza impugnata, atteso che in data in data 18.10.2011, il L. ha revocato il proprio consenso, e quindi, la richiesta di definizione non aveva più valore; il consenso, infatti, non è un atto volitivo, che può e deve essere libero, revocabile sino a quando il giudice non abbia deciso.

Motivi della decisione

I ricorsi sono inammissibili, siccome manifestamente infondati.

1. Con il proprio ricorso G.A. e Gu.Al. mettono in discussione la formazione di un valido “accordo” ex art. 444 c.p.p., per indeterminatezza delle imputazioni riferibili ad essi deducenti ed in considerazione del fatto che non sarebbe stata accolta espressamente la richiesta di esclusione dell’ipotesi di cui all’art. 416 c.p.. Tali doglianze sono del tutto destituite di fondamento, atteso che le richieste degli imputati di applicazione della pena si riferiscono esattamente alle ipotesi di reato espressamente indicate (artt. 515, 517, 484 e 479 c.p.), per le quali è stata pronunciata la sentenza impugnata ex art. 444 c.p.p., sicchè alcuna indeterminatezza può ravvisarsi in ordine all'”oggetto dell’accordo”. Peraltro, alcun serio elemento è stato addotto dagli imputati al fine di ritenere che la richiesta di applicazione di pena si riferisse a fatti diversi da quelli per i quali è intervenuta la sentenza impugnata, che, invece, sono stati qualificati dalle parti proprio nelle ipotesi di reato ritenute corrette dal giudice e per le quali è stata pronunciata sentenza. La sentenza impugnata, inoltre, ha evidenziato come nell’invito a rendere interrogatorio fossero enunciate le imputazioni che ricalcano i reati di cui ai capi 1, 2, 3, così come nel decreto di sequestro preventivo del novembre 2009 i fatti oggetto di contestazione erano puntualmente descritti e valutati, rilievi questi non seriamente confutati.

1.1. Il fatto che con il consenso prestato in data 28.11.2014 il P.M. abbia esattamente riportato le imputazioni non implica che gli addebiti mossi agli imputati non fossero già stati ampiamente portati a loro conoscenza e, comunque, a tale atto – siccome specifico e dettagliato – non può essere attribuita una nuova e diversa valenza rispetto ad un mero consenso.

1.2. Per quanto concerne, poi, la condizione apposta alla richiesta di applicazione della pena – ossia l’archiviazione del reato ex art. 416 c.p. – essa non emerge dalla richiesta stessa, avendo espressamente gli imputati evidenziato di subordinare l’istanza alla concessione della sospensione condizionale della pena, laddove solo nella premessa vi è un accenno al fatto che “alcuni coindagati hanno definito la loro posizione con applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., in relazione ai reati contestati con esclusione dell’ipotesi di cui all’art. 416 c.p.”, accenno questo che non implica, all’evidenza, alcuna condizione al patto.

Peraltro, ove anche fosse da considerarsi implicitamente apposta la suddetta condizione, il giudice non era tenuto a valutarla, atteso che come già evidenziato da questa Corte in tema d’applicazione di pena su richiesta delle parti, queste ultime non possono subordinare l’efficacia dell’accordo a condizioni, in quanto l’unica evenienza prevista dalla legge alla quale può essere vincolata la produzione degli effetti della richiesta è costituita dalla concessione della sospensione condizionale della pena (cfr. in tal senso Sez. 6, n. 9920 del 29/01/2014).

2. Manifestamente infondato si presenta altresì il ricorso del L. il quale ha addotto l’intervenuta revoca del consenso. Ed invero, dagli atti emerge come peraltro evidenziato nella stessa sentenza impugnata, che il L. presentò istanza ex art. 444 c.p.p., depositata in data 6.8.2010 ed in pari data il P.M. prestò il consenso (cfr. dichiarazione in calce all’istanza “il P.M….presta il consenso alla definizione del procedimento…”). In tale contesto la revoca del consenso manifestata dal L. in data 18.10.2011 deve considerarsi priva di effetti, in quanto non idonea ad elidere il consenso già perfezionatosi. In proposito è sufficiente richiamare la giurisprudenza di legittimità senz’altro maggioritaria alla quale il Collegio ritiene di aderire, secondo la quale in tema di patteggiamento, l’accordo tra l’imputato e il pubblico ministero costituisce un negozio giuridico processuale recettizio che – una volta pervenuto a conoscenza dell’altra parte e quando questa abbia dato il proprio consenso – diviene irrevocabile e non è suscettibile di modifica per iniziativa unilaterale dell’altra, in quanto il consenso reciprocamente manifestato con le dichiarazioni congiunte di volontà determina effetti non reversibili nel procedimento e pertanto nè all’imputato, nè al pubblico ministero è consentito rimetterlo in discussione (Sez. 1, n. 48900 del 15/10/2015).

Peraltro, anche la giurisprudenza di legittimità che ammette la possibilità in tema di patteggiamento di revocare il consenso prestato alla richiesta di applicazione della pena dopo la stipulazione del patto e prima della pronuncia della sentenza ex art. 444 c.p.p., condiziona tale possibilità ad una “sopravvenienza” oggettiva, non preventivabile, quale ad esempio una legge più favorevole (cfr. Sez. 4, n. 15231 del 08/04/2015), che alteri la precedente valutazione di convenienza sulla base della quale la parte si sia determinata a chiedere o ad acconsentire all’accordo (Sez. 4, n. 11209 del 23/02/2012), non certo a valutazioni del tutto soggettive ed unilaterali, come nella fattispecie in esame.

La circostanza, poi, che il P.M. abbia in data 26.11.2014 preso atto del consenso già prestato non implica una rinnovazione implicita di esso, essendosi già l’accordo perfezionato.

4. Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali, nonchè, trattandosi di causa ò di inammissibilità riconducibile a colpa dei ricorrenti al versamento, a favore della cassa delle ammende, di una somma che si ritiene equo e congruo determinare per ciascuno in Euro 2000,00, ai sensi dell’art. 616 c.p.p..

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2000,00 in favore della cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 16 ottobre 2017.

Depositato in Cancelleria il 30 gennaio 2018.

PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO
PATTEGGIAMENTO IL CONSENSO DELL’IMPUTATO PUO’ ESSERE  REVOCATO ? LA CASSAZIONE DICE DI NO

PROCESSO PENALE MILITARE  LA FASE DI INDAGINI IL SEQUESTRO E LE PERQUISIZIONI MILITARI CHI ESERCITA LA FUNZIONE DI POLIZIA MILITARE? . Persone che esercitano le funzioni di polizia giudiziaria militare. 

PROCESSO PENALE MILITARE  LA FASE DI INDAGINI IL SEQUESTRO E LE PERQUISIZIONI MILITARI

CHI ESERCITA LA FUNZIONE DI POLIZIA MILITARE?

. Persone che esercitano le funzioni di polizia giudiziaria militare

Per i reati soggetti alla giurisdizione militare, salva la disposizione dell’articolo 415 (1), le funzioni di polizia giudiziaria sono esercitate nell’ordine seguente:

  1. dai comandanti di corpo, di distaccamento o di posto delle varie forze armate;
  2. dagli ufficiali e sottufficiali dei carabinieri e dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria indicati nell’articolo 57del codice di procedura penale.
    Concorrendo più militari fra quelli rispettivamente indicati nei nn. 1 e 2, le funzioni sono esercitate dal più elevato in grado o, a parità di grado, dal più anziano.
    I militari suddetti hanno la facoltà di richiedere la forza pubblica.
    In ogni caso, tutte le persone indicate nel primo comma, senza interrompere le indagini, devono informarne immediatamente il procuratore militare della Repubblica.

ARRESTO DEL MILITARE

DELL’ARRESTO.

Art. 308. Arresto in flagranza. (1)

Dell’arresto è compilato processo verbale. L’arrestato è posto immediatamente a disposizione del procuratore militare della Repubblica, e intanto è custodito, preferibilmente, in luogo militare, e, se trattasi di militare, è tenuto separato da persone estranee alle forze armate dello Stato.

(1) Il primo comma è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sent. n. 503 dela 26 ottobre 1989.

Art. 309. Arresto fuori dei casi di flagranza. (1)

 

(1) Articolo dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sent. n. 74 del 19 marzo 1985.

Art. 310. Arresto in luoghi privati o in stabilimenti non dipendenti dall’Autorità militare. 

Se, fuori dei casi di flagranza e in seguito a mandato od ordine dell’autorità giudiziaria militare, si deve procedere, in case o altri luoghi privati, ovvero in stabilimenti non dipendenti dall’Autorità militare, all’arresto di imputati soggetti alla giurisdizione militare, gli ufficiali di polizia giudiziaria militare vi procedono direttamente.

Art. 311. Arresto in stabilimenti o altri luoghi dipendenti dall’Autorità militare. 

Quando, per un reato soggetto alla giurisdizione ordinaria, fuori dei casi di flagranza e in seguito a mandato od ordine dell’autorità giudiziaria ordinaria, si deve procedere all’arresto dell’imputato, militare o non militare, in caserme, navi, stabilimenti o altri luoghi dipendenti dall’Autorità militare, l’autorità giudiziaria ordinaria ne fa richiesta all’Autorità militare, la quale è tenuta a porre immediatamente l’imputato a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Art. 312. Provvedimenti del procuratore militare della Repubblica. 

Il procuratore militare della Repubblica, appena l’arrestato è stato posto a sua disposizione, procede all’interrogatorio, e, se ritiene che ricorre alcuno dei casi indicati nei due primi commi dell’articolo 389 o nell’articolo 390 del codice di procedura penale, ordina che sia posto in libertà. (1)

 

(1) Vedansi artt. 388,389 e 390 C.p.p..

 

 

Titolo IV – Dell’istruzione 

 

Capo I
DISPOSIZIONI GENERALI

 

Sezione I
DEGLI ATTI PRELIMINARI ALLA ISTRUZIONE

avvocato penalista  Imola sei nel posto giusto, avvocato Sergio Armaroli avvocato penalista Imola con studio a Bologna difende a Imola per avvocato penalista querela Imola, avvocato penalista per difesa imputati indagati Imola ., avvocato penalista per reati famigliari Imola, avvocato penalista per processo penale Imola.
avvocato penalista  Imola sei nel posto giusto, avvocato Sergio Armaroli avvocato penalista Imola con studio a Bologna difende a Imola per avvocato penalista querela Imola, avvocato penalista per difesa imputati indagati Imola ., avvocato penalista per reati famigliari Imola, avvocato penalista per processo penale Imola.
  • 1
    DEGLI ATTI DI POLIZIA GIUDIZIARIA MILITARE

Art. 301. Persone che esercitano le funzioni di polizia giudiziaria militare. 

Per i reati soggetti alla giurisdizione militare, salva la disposizione dell’articolo 415 (1), le funzioni di polizia giudiziaria sono esercitate nell’ordine seguente:

  1. dai comandanti di corpo, di distaccamento o di posto delle varie forze armate;
  2. dagli ufficiali e sottufficiali dei carabinieri e dagli altri ufficiali di polizia giudiziaria indicati nell’articolo 57del codice di procedura penale.
    Concorrendo più militari fra quelli rispettivamente indicati nei nn. 1 e 2, le funzioni sono esercitate dal più elevato in grado o, a parità di grado, dal più anziano.
    I militari suddetti hanno la facoltà di richiedere la forza pubblica.
    In ogni caso, tutte le persone indicate nel primo comma, senza interrompere le indagini, devono informarne immediatamente il procuratore militare della Repubblica.

 

(1) Il riferimento all’art. 415 è superato dalla soppressione dei tribunali militari di bordo, disposta dall’art. 8 L. 7 maggio 1981, n. 180.

Art. 302. Subordinazione della polizia giudiziaria militare. 

Le persone indicate nell’articolo precedente esercitano le loro attribuzioni sotto la direzione del procuratore generale militare della Repubblica e del procuratore militare della Repubblica, osservate le disposizioni, che, nei rispettivi ordinamenti, ne regolano i rapporti interni di dipendenza gerarchica. (1)

 

(1) Vedasi art. 59 C.p.p.

Art. 303. Arresti, ispezioni o perquisizioni.

Quando devono procedere ad arresti, ispezioni o perquisizioni, gli ufficiali di polizia giudiziaria, militare od ordinaria, osservano le norme speciali stabilite dagli articoli 310 e 327.

Art. 304. Trasmissione degli atti e informazioni al procuratore militare della Repubblica. 

Terminate le operazioni, le persone indicate nell’articolo 301 devono trasmettere immediatamente gli atti compilati e le cose sequestrate al procuratore militare della Repubblica.
Le dette persone devono inoltre riferire al procuratore militare della Repubblica ogni notizia che loro successivamente pervenga, e compiere in qualsiasi momento gli atti necessari per assicurare le prove del reato.

Art. 305. Sanzioni disciplinari per le persone che esercitano le funzioni di polizia giudiziaria militare.

Le persone indicate nell’articolo 301, che violano le disposizioni di legge per le quali non è stabilita una sanzione speciale, o che ricusano, omettono o ritardano l’esecuzione di un ordine dell’autorità giudiziaria militare, ovvero eseguono l’ordine soltanto in parte o negligentemente, sono punite con sanzioni disciplinari dai superiori gerarchici, a richiesta del procuratore generale militare della Repubblica.

 

  • 2
    DEGLI ATTI DI POLIZIA GIUDIZIARIA
    DEL PROCURATORE MILITARE DELLA REPUBBLICA.

Art. 306. Assunzione di atti di polizia giudiziaria. 

Il procuratore militare della Repubblica può procedere direttamente, o per mezzo delle persone indicate nell’articolo 301, ad atti di polizia giudiziaria, secondo le norme del paragrafo precedente.

Art. 307. Assistenza del cancelliere.

Il procuratore militare della Repubblica, in tutti gli atti che compie, è assistito dal cancelliere.

 

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Sezione II
DELLA LIBERTÀ PERSONALE DELL’IMPUTATO. 

  • 1
    DELL’ARRESTO.

Art. 308. Arresto in flagranza. (1)

Dell’arresto è compilato processo verbale. L’arrestato è posto immediatamente a disposizione del procuratore militare della Repubblica, e intanto è custodito, preferibilmente, in luogo militare, e, se trattasi di militare, è tenuto separato da persone estranee alle forze armate dello Stato.

 

(1) Il primo comma è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sent. n. 503 dela 26 ottobre 1989.

Art. 309. Arresto fuori dei casi di flagranza. (1)

 

(1) Articolo dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sent. n. 74 del 19 marzo 1985.

Art. 310. Arresto in luoghi privati o in stabilimenti non dipendenti dall’Autorità militare. 

Se, fuori dei casi di flagranza e in seguito a mandato od ordine dell’autorità giudiziaria militare, si deve procedere, in case o altri luoghi privati, ovvero in stabilimenti non dipendenti dall’Autorità militare, all’arresto di imputati soggetti alla giurisdizione militare, gli ufficiali di polizia giudiziaria militare vi procedono direttamente.

Art. 311. Arresto in stabilimenti o altri luoghi dipendenti dall’Autorità militare. 

Quando, per un reato soggetto alla giurisdizione ordinaria, fuori dei casi di flagranza e in seguito a mandato od ordine dell’autorità giudiziaria ordinaria, si deve procedere all’arresto dell’imputato, militare o non militare, in caserme, navi, stabilimenti o altri luoghi dipendenti dall’Autorità militare, l’autorità giudiziaria ordinaria ne fa richiesta all’Autorità militare, la quale è tenuta a porre immediatamente l’imputato a disposizione dell’autorità giudiziaria.

Art. 312. Provvedimenti del procuratore militare della Repubblica. 

Il procuratore militare della Repubblica, appena l’arrestato è stato posto a sua disposizione, procede all’interrogatorio, e, se ritiene che ricorre alcuno dei casi indicati nei due primi commi dell’articolo 389 o nell’articolo 390 del codice di procedura penale, ordina che sia posto in libertà. (1)

(1) Vedansi artt. 388,389 e 390 C.p.p..

  • 2
    DEI MANDATI. 
    (1)

(1) Per le disposizioni contenute in questo paragrafo, vedansi artt. 272-311 C.p.p..

Art. 313. Casi nei quali il mandato di cattura è obbligatorio. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

Art. 314. Casi nei quali il mandato di cattura è facoltativo. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

Art. 315. Determinazione della pena agli effetti degli articoli precedenti. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

Art. 316. Revoca e nuova emissione del mandato di cattura. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

Art. 317. Casi nei quali può emettersi mandato di comparizione o di accompagnamento; successiva emissione del mandato di cattura. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

Art. 318. Esecuzione dei mandati. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 2.

 

  • 3
    DELLA CUSTODIA CAUTELARE. 
    (1)

 

(1) Per le disposizioni contenute in questo paragrafo, vedansi artt. 280 -286 C.p.p..

Art. 319. Scarcerazione dell’imputato: sottoposizione a cauzione o malleveria; Inoppugnabilità dell’ordinanza relativa. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 3.

Art. 320. Provvedimenti relativi alla durata della custodia cautelare. (1)

Il regolamento giudiziario militare stabilisce i provvedimenti diretti a evitare la durata eccessiva della custodia cautelare, e ad accertare le responsabilità del ritardo nella definizione dei procedimenti penali.

 

(1) Norma non più applicabile, considerato che attualmente soltanto una legge, e non un regolamento, può disciplinare l’intera materia.

Art. 321. Mandato di cattura dopo il rinvio a giudizio. (1)

 

(1) Vedasi nota a paragrafo 3.

 

  • 4
    DELLA LIBERTÀ PROVVISORIA.
    (1)

(1) Vedasi nota al paragrafo precedente.


Art. 322. Casi nei quali la libertà provvisoria è ammessa.
 (1)

 

(1) Vedasi nota al paragrafo precedente.

Art. 323. Momento in cui può concedersi la libertà provvisoria: cauzione o malleveria. (1)

 

(1) Vedasi nota al paragrafo precedente.

Capo II
DELLA ISTRUZIONE FORMALE 

Sezione I
DISPOSIZIONI GENERALI. 
(1)

 

(1) Le disposizioni di questa Sezione devono ritenersi non più applicabili, a seguito dell’entrata in vigore del Codice di procedura penale del 1989.

Art. 324. Casi in cui è obbligatoria l’istruzione formale. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 325. Attività e delegazioni del giudice istruttore militare. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 326. Vigilanza del procuratore militare della Repubblica sulla istruzione. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Sezione II
DISPOSIZIONI SPECIALI. 

  • 1
    DELLE ISPEZIONI, DELLE PERQUISIZIONI
    E DEGLI ESPERIMENTI GIUDIZIALI.

Art. 327. Ispezioni e perquisizioni in luoghi dipendenti dall’Autorità militare da parte del giudice istruttore militare. (1)

Quando si deve procedere a ispezione o perquisizione in caserme, navi, stabilimenti o altri luoghi dipendenti dalla Autorità militare, il giudice istruttore, (1) osservate le disposizioni dei regolamenti per l’accesso in luoghi militari, procede alla ispezione o perquisizione, presente il comandante del luogo o un ufficiale da esso delegato; ovvero una superiore Autorità militare, quando il magistrato procedente lo ritenga necessario per particolari ragioni di giustizia.

 

(1) Ora il pubblico ministero, ai sensi dell’art. 247, terzo comma e 370 C.p.p..

Art. 328. Esperimenti giudiziali. 

Ferma la disposizione dell’ultimo comma dell’articolo 219 del codice di procedura penale, nei procedimenti per reati soggetti alla giurisdizione militare sono vietati gli esperimenti giudiziali che possono turbare il servizio, la disciplina o l’ordine dei luoghi militari.

 

  • 2
    DEI PERITI E DEI CONSULENTI TECNICI. 

Art. 329. Nomina del perito. 

Quando è necessario procedere a perizia, il giudice nomina il perito, scegliendolo preferibilmente fra gli ufficiali delle forze armate dello Stato.

Art. 330. Consulenti tecnici. (1)

 

(1) Abrogato dall’art. 3 D.Lgs. C. p. S. 20 agosto 1947, n. 1103.

Art. 331. Incapacità o incompatibilità del perito. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 222 del Codice di procedura penale.

Art. 332. Termine per la presentazione della relazione del perito. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 222 del Codice di procedura penale.

 

  • 3
    DEGLI INTERPRETI. 

Art. 333. Nomina dell’interprete. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 143 del Codice di procedura penale.

Art. 334. Incapacità o incompatibilità dell’interprete. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 144 del Codice di procedura penale.

 

  • 4
    DEL SEQUESTRO PER IL PROCEDIMENTO PENALE.

Art. 335. Sequestro in luoghi dipendenti dall’Autorità militare. 

Quando si debba procedere al sequestro di cose pertinenti al reato in luoghi dipendenti dall’Autorità militare, si osservano, per l’accesso nei luoghi militari, le disposizioni dei regolamenti.
Al sequestro si procede alla presenza dell’Autorità militare da cui il luogo dipende o di persona da essa delegata; ovvero di una superiore Autorità militare, quando il magistrato procedente lo ritenga necessario per particolari ragioni di giustizia.

Art. 336. Atti o cose costituenti segreto militare o di ufficio. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 256 del Codice di procedura penale.

 

Art. 337. Nomina del custode delle cose sequestrate. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 259 del Codice di procedura penale.

 

  • 5
    DEI TESTIMONI. 

Art. 338. Segreto professionale. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 200 del Codice di procedura penale.

Art. 339. Segreto d’ufficio. (1)

 

(1) Si applicano le disposizioni contenute nell’articolo 201 del Codice di procedura penale.

 

Sezione III
DELLA CHIUSURA DELLA ISTRUZIONE FORMALE.
 (1)

 

(1) Le disposizioni di questa Sezione devono ritenersi non più applicabili, a seguito dell’entrata in vigore del Codice di procedura penale del 1989; si applicano le disposizioni contenute negli artt. 405 ss. C.p.p..

Art. 340. Rapporti fra il giudice istruttore e il pubblico ministero. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 341. Dissenso fra il giudice istruttore e il pubblico ministero sulla competenza del tribunale militare. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 342. Sentenza di incompetenza. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 343. Ordinanza di rinvio a giudizio. Provvedimenti relativi alla libertà personale dell’imputato. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 344. Sentenza di proscioglimento. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 345. Sentenza di astensione dal rinvio a giudizio per il reato militare di duello. (1)

 

(1) Vedasi nota al Capo VI del Titolo III del Libro II.

 

Art. 346. Requisiti formali della sentenza del giudice istruttore. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 347. Notificazione della sentenza del giudice istruttore. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

Art. 348. Impugnazione della sentenza istruttoria. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

 

Art. 349. Assenza dell’imputato. (1)

 

(1) Vedasi nota alla presente Sezione.

 

Capo III
DELLA ISTRUZIONE SOMMARIA. 
(1)

 

 

(1) Le disposizioni di questo Capo devono ritenersi non più applicabili, a seguito dell’entrata in vigore del Codice di procedura penale del 1989. Si applicano le disposizioni contenute negli artt. 326 ss. C.p.p..

 

Art. 350. Casi in cui si procede con istruzione sommaria. (1)

 

(1) Vedasi nota al presente Capo.

Art. 351. Richiesta di proscioglimento e sentenza del giudice istruttore. (1)

 

(1) Vedasi nota al presente Capo.

 

Art. 352. Requisiti formali della richiesta di citazione a giudizio. (1)

 

(1) Vedasi nota al presente Capo.

 

Capo IV
DELLA RIAPERTURA DELL’ISTRUZIONE

Art. 353. Riapertura dell’istruzione e procedimento relativo. 

La riapertura della istruzione è ammessa nei casi stabiliti dal codice di procedura penale, ed è regolata dalle disposizioni del codice stesso. (1)

 

(1) Articolo non più applicabile, poiché le norme del codice di procedura penale del 1989 non prevedono più una fase di istruzione, sostituendola con la fase delle indagini preliminari.

 

AVVOCATO PENALE MILITARE GIURISDIZIONE MILITARE     Tra i procedimenti di competenza della autorità giudiziaria ordinaria e i procedimenti di competenza dell’autorità giudiziaria militare si ha connessione solamente quando essi riguardano delitti commessi nello stesso tempo da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro, o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre ovvero delitti commessi gli uni per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne o assicurarne, al colpevole o ad altri, il profitto, il prezzo, il prodotto o la impunità.

AVVOCATO PENALE MILITARE GIURISDIZIONE MILITARE

 

 

Tra i procedimenti di competenza della autorità giudiziaria ordinaria e i procedimenti di competenza dell’autorità giudiziaria militare si ha connessione solamente quando essi riguardano delitti commessi nello stesso tempo da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro, o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre ovvero delitti commessi gli uni per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne o assicurarne, al colpevole o ad altri, il profitto, il prezzo, il prodotto o la impunità.
Nei casi preveduti nel comma precedente è competente per tutti i procedimenti l’autorità giudiziaria ordinaria. Non di meno la Corte di cassazione, su ricorso del pubblico ministero presso il giudice ordinario o presso il giudice militare, ovvero risolvendo un conflitto, può ordinare, per ragione di convenienza, con sentenza, la separazione dei procedimenti.
Il ricorso ha effetto sospensivo.

 

 

 

Titolo II – Dell’esercizio della giurisdizione militare 

Capo I
DELLA GIURISDIZIONE MILITARE.

Art. 262. Unicità della giurisdizione militare.

La giurisdizione militare è unica per tutte le forze armate dello Stato, terrestri, marittime ed aeree.

Art. 263. Giurisdizione militare in relazione alle persone e ai reati militari.

Appartiene ai tribunali militari la cognizione dei reati militari commessi “dai militari in servizio alle armi o considerati tali dalla legge al momento del commesso reato”. (1)

(1) Così modificato a seguito delle sentenze della Corte costituzionale n. 78 del 1989 e n. 429 del 1992 che hanno, rispettivamente, escluso la giurisdizione dei tribunali militari nei confronti dei militari minori degli anni diciotto e delle persone estranee alle forze armate alle quali è applicabile la legge penale militare.

Art. 264. Connessione di procedimenti (1) (2).

Tra i procedimenti di competenza della autorità giudiziaria ordinaria e i procedimenti di competenza dell’autorità giudiziaria militare si ha connessione solamente quando essi riguardano delitti commessi nello stesso tempo da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro, o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre ovvero delitti commessi gli uni per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne o assicurarne, al colpevole o ad altri, il profitto, il prezzo, il prodotto o la impunità.
Nei casi preveduti nel comma precedente è competente per tutti i procedimenti l’autorità giudiziaria ordinaria. Non di meno la Corte di cassazione, su ricorso del pubblico ministero presso il giudice ordinario o presso il giudice militare, ovvero risolvendo un conflitto, può ordinare, per ragione di convenienza, con sentenza, la separazione dei procedimenti.
Il ricorso ha effetto sospensivo.

(1) Articolo così sostituito dall’art. 8, L. 23 marzo 1956, n. 167.
(2) L’art 13, 2°comma, c.p.p., così disciplina, ora, la connessione di procedimenti fra reati comuni e reati militari: “Fra i reati comuni e i reati militari, la connessione di procedimenti opera soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare, avuto riguardo ai criteri previsti dall’art.16, comma 3. In tale caso, la competenza per tutti i reati è del giudice ordinario”.

Capo III
EFFETTI DELLA CONNESSIONE DEI PROCEDIMENTI SULLA COMPETENZA DEI TRIBUNALI MILITARI.

Art. 265. Proscioglimento di alcuno degli imputati. (1)

(1) Disposizione non più applicabile per incompatibilità con l’art. 13, secondo comma, C.p.p..

Art. 266. Effetti della connessione sulla competenza dell’autorità giudiziaria militare e su quella dell’Alta Corte di giustizia. (1)

(1) Disposizione non più applicabile.

Art. 267. Giurisdizione militare italiana in territorio estero.

Presso i corpi di spedizione all’estero, l’esercizio della giurisdizione militare italiana è regolato dagli accordi stipulati con lo Stato, che concede il transito o il soggiorno al corpo di spedizione; e, in mancanza di accordi, dagli usi internazionali.


Art. 268. Sostituzione della giurisdizione militare alla giurisdizione consolare.
 (1)

(1) Disposizione non più applicabile.

AVVOCATO PENALE MILITARE REATO  INSUBORDINAZIONE

AVVOCATO PENALE MILITARE REATO  INSUBORDINAZIONE

Con sentenza 29/9/11 il Gup del Tribunale Militare di Napoli dichiarava non doversi procedere nei confronti di P. M., App. della Guardia di Finanza in servizio presso il Comando di Gruppo di ********* in Campania, perchè il fatto non sussiste, dal reato continuato ((OMISSIS)) di disobbedienza aggravata e insubordinazione con ingiuria nei confronti del superiore, Lgt. ********* : al confermato ordine di costui di impiego in servizio di pattuglia (insieme ad un sottufficiale, il brig. *********), cui il ********* aveva opposto l’avaria dell’impianto frenante dell’autovettura Fiat Stilo targata (OMISSIS) con la quale il servizio avrebbe dovuto essere svolto, lo stesso ********* si rifiutava di obbedire all’ordine e rivolgeva al ********* l’espressione “Sta delirando”.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. BARDOVAGNI Paolo – Presidente –
Dott. VECCHIO Massimo – Consigliere –
Dott. ROMBOLA’ Marcello – rel. Consigliere –
Dott. TARDIO Angela – Consigliere –
Dott. BONITO Francesco M. S – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da: PROCURATORE DELLA REPUBBLICA PRESSO IL TRIBUNALE PRESSO TRIBUNALE DI NAPOLI;
nei confronti di:

1) – avverso la sentenza n. 216/2011 GUP PRESSO TRIB. MILITARE di NAPOLI, del 29/09/2011;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARCELLO ROMBOLA’;
sentite le conclusioni del PG Dott. FLAMINI Luigi Maria che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito il difensore *********.

Svolgimento del processo
Con sentenza 29/9/11 il Gup del Tribunale Militare di Napoli dichiarava non doversi procedere nei confronti di P. M., App. della Guardia di Finanza in servizio presso il Comando di Gruppo di ********* in Campania, perchè il fatto non sussiste, dal reato continuato ((OMISSIS)) di disobbedienza aggravata e insubordinazione con ingiuria nei confronti del superiore, Lgt. ********* : al confermato ordine di costui di impiego in servizio di pattuglia (insieme ad un sottufficiale, il brig. *********), cui il ********* aveva opposto l’avaria dell’impianto frenante dell’autovettura Fiat Stilo targata (OMISSIS) con la quale il servizio avrebbe dovuto essere svolto, lo stesso ********* si rifiutava di obbedire all’ordine e rivolgeva al ********* l’espressione “Sta delirando”.

Certamente provati i fatti, il Gup rilevava come la reazione del ********* conseguisse tuttavia ad un comportamento gravemente riprovevole del superiore, che lo aveva invitato a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta.

Irrilevante la plateale manomissione dell’ordine di uscita di tre giorni prima ((OMISSIS)), su cui ********* apponeva una annotazione sulla presunta avaria, ma che l’impianto frenante dell’autovettura fosse davvero guasto era dimostrato dal fatto che esso venne sostituito circa una settimana dopo l’episodio in contestazione.

Il primo reato di disobbedienza era pertanto scriminato dalla illegittimità  dell’ordine (pericoloso per l’incolumità  degli stessi addetti al servizio e l’incolumità  dei terzi) ed il secondo penalmente irrilevante per la continenza, vista la situazione, della reazione del subordinato.

Ricorreva per cassazione il Pm della Procura Militare in sede, deducendo: il Gup aveva ritenuto “gravemente riprovevole” e “addirittura manifestamente criminoso” il comportamento del Lgt. ********* senza dare alcun conto della gravità  della pretesa avaria, tale da imporre un immediato arresto del mezzo (nè si sa se fu utilizzato prima della sostituzione dell’impianto frenante). Per contro assai biasimevole l’altra condotta del *********, che apponeva una falsa annotazione (passibile di autonoma valutazione penale) su un ordine di uscita di tre giorni prima coll’intento di giustificare a posteriori il suo rifiuto; in ogni caso incontinente e contraria al regolamento di disciplina militare l’espressione verbale che metteva in dubbio il senno di chi aveva impartito l’ordine rifiutato (se avesse costituito reato, ********* avrebbe dovuto informarne al più presto i propri superiori). Chiedeva l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata.

Il 21/9/12 era depositata per il ********* memoria difensiva, che contestava i vizi di legittimità  e di motivazione dedotti dal PG ricorrente e aderiva al giudizio di superfluità  del dibattimento, presupposto della sentenza di proscioglimento del Giudice dell’udienza preliminare.

All’udienza camerale fissata per la discussione delle parti il PG chiedeva l’accoglimento del ricorso, la difesa presente si riportava alla memoria depositata.

Motivi della decisione
Il ricorso è fondato e va accolto. Invero le affermazioni del Gup a sostegno della pronuncia di proscioglimento appaiono apodittiche e quindi immotivate: la sentenza giustifica la reazione verbale dell’imputato all’ordine del superiore (e comunque la sua continenza, data la situazione presupposta) con l’illegittimità  dell’ordine medesimo, ma ciò fa omettendo di accertare (come era doveroso) quest’ultimo punto e se cioè l’ordine fosse realmente illegittimo.

L’illegittimità  è in concreto desunta da due sole circostanze:
l’invito del superiore a svolgere comunque il servizio di pattuglia guidando a velocità  non sostenuta e che, circa una settimana dopo l’episodio, l’impianto frenante dell’autovettura fu effettivamente sostituto. Ma entrambi i dati sono in sè equivoci (il primo, soggettivo, variando tra i due estremi della ovvietà  e della irresponsabilità , il secondo, oggettivo, dipendendo dalle ragioni dell’intervento tecnico e cioè dalla sua relazione con i rilievi del P.), la loro rilevanza (o irrilevanza) dipendendo dalla entità  dell’inconveniente e dai motivi tecnici della sostituzione dell’impianto. In ciò la sentenza è carente, non dando conto nè dell’uno nè dell’altro dei due dati, oggettivamente verificabili. Da ciò deriva anche la continenza o meno, nel contesto, della reazione verbale dell’imputato. Avara di dettagli la sentenza anche in ordine all’annotazione aggiunta quel giorno dal ********* sull’ordine di uscita di tre giorni prima circa la pretesa avaria dell’impianto frenante dell’auto con la quale aveva svolto il servizio.

Le dette necessità  di approfondimento impongono l’annullamento della sentenza impugnata per insufficienza (mancanza) di motivazione (art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), con rinvio al Gup del TM di Napoli per nuovo giudizio.

P.Q.M.

annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio al Gup del Tribunale Militare di Napoli.
Così deciso in Roma, il 28 settembre 2012.

FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.

FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE

Capo IV
REATI CONTRO IL PATRIMONIO.

FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.
FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.

Art. 230. Furto militare.

Il militare, che, in luogo militare, si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola ad altro militare che la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione militare da due mesi a due anni.
Se il fatto è commesso a danno della amministrazione militare, la pena è della reclusione militare da uno a cinque anni.
La condanna importa la rimozione.
Agli effetti della legge penale militare, sotto la denominazione di luogo militare si comprendono le caserme, le navi, gli aeromobili, gli stabilimenti militari e qualunque altro luogo, dove i militari si trovano, ancorché momentaneamente, per ragione di servizio.

Art. 231. Circostanze aggravanti.

La pena è della reclusione da uno a cinque anni nel caso preveduto dal primo comma dell’articolo precedente, e da due a sette anni nel caso preveduto dal secondo comma dell’articolo stesso:

  1. se il colpevole usa violenza sulle cose o si vale di un qualsiasi mezzo fraudolento;
  2. se il colpevole porta in dosso armi o narcotici, senza farne uso;
  3. se il fatto è commesso con destrezza, ovvero strappando la cosa di mano o di dosso alla persona;
  4. se il fatto è commesso da tre o più persone, ovvero anche da una sola, che sia travisata.

Se concorrono due o più delle circostanze indicate nel comma precedente, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61 del codice penale o nell’articolo 47 di questo codice, si applica la reclusione da due a otto anni, nel caso preveduto dal primo comma dell’articolo precedente, e la reclusione da tre a dieci anni, nel caso preveduto dal secondo comma dell’articolo stesso.
La condanna, quando non ne derivi la degradazione, importa la rimozione.

Art. 232. Furto a danno del superiore al cui personale servizio il colpevole sia addetto, o nell’abitazione dello stesso superiore.

Il militare addetto al personale servizio di un superiore, che, in qualsiasi luogo, s’impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola al superiore che la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione da due a sette anni.
La disposizione del comma precedente si applica anche se il fatto è commesso, nell’abitazione del superiore, a danno di persona con questo convivente.
Se ricorre alcuna delle circostanze indicate nel primo comma dell’articolo precedente, la pena è della reclusione da tre a dieci anni.
Se concorrono due o più delle circostanze indicate nel primo comma dell’articolo precedente, o se alcuna di dette circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61 del codice penale o nell’articolo 47 di questo codice, la pena è della reclusione da quattro a dodici anni.
La condanna, quando non ne derivi la degradazione, importa la rimozione.


Art. 233. Furto d’uso o su cose di tenue valore. Furto di oggetti di vestiario o di equipaggiamento.

Si applica la reclusione militare fino a sei mesi:

  1. se il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa sottratta, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita; (1)
  2. se il fatto è commesso su cose di tenue valore, per provvedere a un grave e urgente bisogno;
  3. se il fatto è commesso su oggetti di vestiario o di equipaggiamento militare, al solo scopo di sopperire a deficienze del proprio corredo.

 

Tali disposizioni non si applicano, se ricorre alcuna delle circostanze indicate nei nn. 1, 2 e 3 del primo comma dell’articolo 231.

 

(1) La Corte costituzionale, con sentenza 10 gennaio 1991, n. 2, ha dichiarato la illegittimità costituzionale di questo numero nella parte in cui non estende la disciplina ivi prevista alla mancata restituzione, dovuta a caso fortuito o forza maggiore, della cosa sottratta.

Art. 234. Truffa.

Il militare, che, con artifici o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con danno di altro militare, è punito con la reclusione militare da sei mesi a tre anni.
La pena è della reclusione militare da uno a cinque anni:

  1. se il fatto è commesso a danno dell’amministrazione militare o col pretesto di fare esonerare taluno dal servizio militare;
  2. se il fatto è commesso, ingenerando nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario o l’erroneo convincimento di dover eseguire un ordine dell’autorità.

 

La condanna importa la rimozione.

FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.
FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.

Art. 235. Appropriazione indebita.

Il militare, che, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile di altro militare, di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso, è punito con la reclusione militare fino a tre anni.
Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario o appartenenti all’amministrazione militare, la pena è aumentata.
Se il fatto è commesso su oggetti di vestiario o di equipaggiamento militare, al solo scopo di sopperire a deficienze del proprio corredo, si applica la reclusione militare fino a sei mesi.
Nei casi preveduti dal primo e dal secondo comma, la condanna importa la rimozione.

Art. 236. Appropriazione di cose smarrite o avute per errore o caso fortuito.

E’ punito con la reclusione militare fino a sei mesi:

  1. il militare, che, avendo trovato, in luogo militare, denaro o cose da altri smarrite, se li appropria o non li consegna al superiore entro ventiquattro ore;
  2. il militare, che si appropria cose appartenenti ad altri militari o all’amministrazione militare, delle quali sia venuto in possesso per errore altrui o per caso fortuito.

 

Se il colpevole conosceva il proprietario della cosa che si è appropriata, la pena è della reclusione militare fino a due anni.

Art. 237. Ricettazione.

Fuori dei casi di concorso nel reato, il militare, che, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve od occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi reato militare, o comunque si intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione militare fino a due anni.
Se il denaro o le cose provengono da un reato militare, che importa una pena detentiva superiore nel massimo a cinque anni o una pena più grave, si applica la reclusione fino a sei anni.
Le disposizioni di questo articolo si applicano anche quando l’autore del reato, da cui il denaro o le cose provengono, non è imputabile o non è punibile.
La condanna, quando non ne derivi la degradazione, importa la rimozione.

 

FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.
FURTO MILITARE @RICETTAZIONE MILITARE @APPROPRIAZIONE INDEBITA MILITARE AVVOCATO PENALE MILITARE  CASSAZIONE Capo IV REATI CONTRO IL PATRIMONIO.

 

FURTO MILITARE

 

Art. 230. Furto militare.

Il militare, che, in luogo militare, si impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola ad altro militare che la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri, è punito con la reclusione militare da due mesi a due anni.
Se il fatto è commesso a danno della amministrazione militare, la pena è della reclusione militare da uno a cinque anni.
La condanna importa la rimozione.
Agli effetti della legge penale militare, sotto la denominazione di luogo militare si comprendono le caserme, le navi, gli aeromobili, gli stabilimenti militari e qualunque altro luogo, dove i militari si trovano, ancorché momentaneamente, per ragione di servizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

. Nella giurisprudenza della Corte di cassazione sono emersi dunque tre orientamenti:

1) l’art. 13, comma 2, c.p.p. ha determinato l’abrogazione dell’art. 264 c.p.m.p. e non vi sono casi di attribuzione di procedimenti connessi all’autorità giudiziaria ordinaria diversi da quello in cui «il reato comune è più grave di quello militare»; perciò nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari la giurisdizione rispetto a queste ultime è del giudice militare;

2) l’art. 13, comma 2, c.p.p. non ha determinato l’abrogazione dell’art. 264 c.p.m.p.; le due disposizioni risultano collegate e in applicazione della seconda nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari la giurisdizione per tutte è del giudice ordinario;

3) l’art. 13, comma 2, c.p.p. presuppone una pluralità di reati, comuni e militari, ed è quindi inapplicabile nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari; in questo caso l’attribuzione al giudice ordinario della giurisdizione rispetto a tutti i concorrenti «discende direttamente dall’art. 103, comma 3, della Carta fondamentale».

  1. Il terzo orientamento tende a semplificare la questione: non sarebbe necessario stabilire se l’art. 264 c.p.m.p. è stato o meno abrogato, perché sarebbe la stessa norma costituzionale a fare escludere la giurisdizione del giudice militare, in favore di quello ordinario, nel caso di concorso di persone nel reato. Questa conclusione però si basa su un’interpretazione dell’art. 103, comma 3, Cost. che non trova fondamento né nella lettera della disposizione, né nella ricostruzione normativa che ne ha fattola Cortecostituzionale. Se si leggono in modo coordinato le diverse decisioni della Corte intervenute nel tempo non può infatti non concludersi che la disposizione costituzionale da un lato non assegna alla giurisdizione dei tribunali militari un carattere di inderogabilità e impedisce l’attribuzione a questa giurisdizione di reati che non siano militari o non siano commessi da appartenenti alle Forze armate, dall’altro però non impone alcuna specifica soluzione nel caso di procedimenti connessi e ne rimette la disciplina alla discrezionalità del legislatore. Del resto se l’interpretazione corretta dell’art. 103, comma 3, Cost. fosse quella indicata da Sez. I, 3 marzo 2005, Tria dovrebbe ragionevolmente prospettarsi una questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 2, c.p.p., perché nel caso della commissione di una pluralità di reati comporta il mantenimento della giurisdizione militare tutte le volte che il reato civile non è più grave di quello militare. I principi che regolano la giurisdizione militare nel caso di connessione di procedimenti sono stati da ultimo ricordati da due decisioni della Corte costituzionale. Nell’ordinanza n. 441 del 1998 la Corte ha chiarito che «l’art. 13, comma 2, c.p.p. – che opera una riduzione dei casi di connessione tra reati comuni e reati militari rispetto alla disciplina prevista dall’art. 49, terzo comma, c.p.p. del 1930 (poi superato dall’art. 8 l. 23 marzo 1956, n. 167, a sua volta sostitutivo dell’art. 264 c.p.m.p. mediante una disciplina che ha privilegiato la vis attractiva del giudice ordinario) – delinea una soluzione normativa non censurabile in quanto espressione di una scelta non irragionevole del legislatore, che si inserisce nell’impostazione di fondo del processo penale in favore della trattazione separata dei procedimenti». E successivamente, nell’ordinanza n. 204 del 2001, la Corte, dopo avere ricordato che i tribunali militari «si caratterizzano per la presenza, a fianco di giudici “togati”, di soggetti estranei alla magistratura idonei a fornire per il possesso di particolari requisiti culturali e professionali, un qualificato contributo alla comprensione delle vicende oggetto del giudizio», ha ribadito che «la disciplina in questione – in forza della quale, fra reati comuni e reati militari, la connessione di procedimenti opera entro circoscritti limiti (e cioè solo quando il reato comune è più grave di quello militare) con attribuzione della competenza per tutti i reati al giudice ordinario – si configura anch’essa come frutto di una scelta discrezionale del legislatore non eccedente i limiti della ragionevolezza, in quanto espressiva di un “bilanciamento” tra le esigenze proprie del giudizio sui reati militari e quelle cui risponde, in via generale, l’istituto della connessione».Deve quindi concludersi che l’orientamento espresso da Sez. I, 3 marzo 2005, Tria è privo di base normativa, dato che il legislatore con l’art. 13 comma 2, c.p.p. ha esercitato correttamente il proprio potere, e che non può farsi riferimento al terzo comma dell’art. 103 Cost. per ampliare la giurisdizione del giudice ordinario superando la previsione della norma processuale, tenuto anche conto dei limiti in cui il sistema processuale tende a privilegiare la riunione dei procedimenti e della particolare idoneità del giudice militare a conoscere dei reati militari. 5. Resta da stabilire se sia stato o meno abrogato l’art. 264 c.p.m.p.

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

SENTENZA 25 ottobre 2005 – dep. 10 febbraio 2006 n. 5135

(Presidente N. Marvulli, Relatore G. Lattanzi)


RITENUTO IN FATTO

  1. Elio M., per mezzo del suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del 17 settembre 2004 con la qualela Cortemilitare di appello – Sezione distaccata di Napoli ha confermato la condanna del ricorrente alla pena di anni 1 e mesi 8 di reclusione militare per il reato di peculato militare aggravato (artt. 215 e 47 n. 2 c.p.m.p.), pronunciata dal Tribunale militare di Napoli il 20 novembre 2003.

Secondo l’imputazione il ricorrente, «all’epoca dei fatti maggiore E.I., nell’esercizio delle funzioni di capo ufficio amministrazione della Scuola allievi CC. di Campobasso, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso di somme di denaro appartenenti all’Amministrazione militare, accreditate sul capitolo 4601 del bilancio 1995, se ne appropriava nella misura di lire 34.763.745 in concorso con l’Arredamenti B. s.r.l., liquidando le fatture n. 178/95 e n. 148/95 emesse dalla suindicata società di importo maggiorato rispetto al valore della merce fornita».

Il Tribunale militare ha ritenuto che l’imputato avesse manipolato l’andamento di due gare a trattativa privata e avesse così favorito l’aggiudicazione all’impresa B. per un corrispettivo notevolmente superiore a quello medio di mercato, lucrando poi il sovrapprezzo. Alle due gare avevano preso parte, oltre all’impresa B., altre imprese che poi erano risultate collegate con la prima perché ne erano fornitrici. Inoltre le proposte presentate da alcune delle imprese invitate recavano firme che erano state disconosciute e lo stesso imputato aveva ammesso che per una sua decisione erano state invitate alle gare imprese estranee al settore merceologico di interesse. L’indagine peritale era giunta alla conclusione che esisteva una netta sproporzione tra i corrispettivi di aggiudicazione delle gare e i valori di mercato dei beni forniti.

Secondo il tribunale il fatto integrava un peculato militare, in quanto l’imputato era in possesso del denaro dell’amministrazione per ragione di ufficio, avendo il potere di disporre il pagamento in favore delle imprese aggiudicatrici. Il fatto appropriativo era stato individuato nell’emissione dei due mandati di pagamento per somme “maggiorate”, che avevano dato luogo a un’arbitraria disposizione dell’eccedenza pecuniaria e costituivano espressione di una signoria sulle somme corrisposte.

La Corte militare di appello, come si è detto inizialmente, ha confermato la decisione del tribunale.

  1. Prima di decidere sul merito la corte militare di appello ha ritenuto di dover verificare la propria di giurisdizione prendendo in esame la questione sulla esistenza o meno della giurisdizione militare quando, come è avvenuto nel caso in esame, vi sia stato il concorso nel reato militare di persone non appartenenti alle Forze armate.

Alla questione la corte ha ritenuto di dover dare una soluzione affermativa disattendendo l’orientamento giurisprudenziale più recente, secondo il quale sarebbe ancora in vigore, nonostante il disposto del secondo comma dell’art. 13 c.p.p, la disposizione dell’art. 264 c.p.m.p., che nel caso in questione attribuiva la giurisdizione al giudice ordinario. La corte infatti si è dichiarata convinta che l’art. 264 c.p.m.p. sia stato abrogato dalla successiva disposizione dell’art. 13, comma 2, c.p.p., che attribuisce la giurisdizione al giudice ordinario «soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare», situazione che si riferisce al concorso di reati e non è ravvisabile nel caso di un unico reato militare commesso in concorso con persone non appartenenti alle Forze armate.

  1. Il ricorso si articola in cinque motivi.

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto il difetto di giurisdizione della corte militare. Secondo il ricorrente l’art. 264 c.p.m.p. non è stato abrogato e con l’avverbio “soltanto” la disposizione dell’art. 13, comma 2, c.p.p. ha introdotto nella previgente normativa la regola di operatività della connessione unicamente nel caso di reato comune più grave di quello militare, mantenendo rilevante, ai fini della giurisdizione, la connessione nelle ipotesi di concorso di persone nel reato previste dal citato art. 264.

Con il secondo motivo il ricorrente ha censurato la qualificazione giuridica del fatto rilevando che la liquidazione di fatture di importo maggiorato, con il conseguente pagamento al fornitore, non presuppone il possesso, da parte dell’agente, delle somme pagate. Nella condotta in contestazione manca il momento appropriativo che, a tutto voler concedere, si sarebbe potuto configurare soltanto ipotizzando una successiva consegna di denaro all’imputato da parte del privato «ovvero una condotta, oltre che insussistente, neppure congetturata nella fattispecie in contestazione».

Con il terzo motivo il ricorrente ha sostenuto che anche se si ritenesse provata la liquidazione di fatture per importi superiori al valore della merce fornita, non vi sarebbe comunque una condotta appropriativa, che presupporrebbe «l’esistenza di un surplus tra l’importo indicato nelle fatture e quanto effettivamente corrisposto alla ditta» fornitrice. «La maggiorazione degli importi rispetto al valore di mercato della merce poteva tutt’al più condurre a una condotta riconducibile nell’alveo dell’art. 323 c.p.».

Con il quarto motivo il ricorrente ha dedotto la manifesta illogicità della motivazione per la confusione operata tra il profilo dell’accertamento della irregolarità della gara e quello, che costituisce il vero thema decidendum, della sussistenza della condotta di appropriazione. Il materiale indiziario acquisito, a tutto voler concedere, sarebbe indicativo della irregolarità della gara vinta dall’impresa B. mentre per quanto concerne l’ esistenza di un accordo illecito tra questa impresa e il M. la sentenza si limita ad evidenziare il solo dato della sproporzione tra il prezzo di aggiudicazione e quello corrente sul mercato. Manca l’indicazione di prove, ancorché indiziarie, relative a «un accordo tra ditta e prevenuto in ordine al riversamento a favore del M. del sovrapprezzo lucrato dalla ditta».

Con il quinto motivo il ricorrente ha prospettato un vizio della motivazione con riferimento alla determinazione della pena irrogata. La sentenza trascura i pacifici elementi dell’incensuratezza e della specchiata condotta militare, pure emersi in giudizio, che avrebbero imposto una pena più mite.

  1. La prima sezione penale ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite avendo rilevato l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale sulla vigenza dell’art. 264 c.p.m.p. e sull’attribuzione al giudice ordinario della giurisdizione quando il reato militare è commesso da un militare in concorso con persona non appartenente alle forze armate.

CONSIDERATO IN DIRITTO

 

  1. L’entrata in vigore della Costituzione con l’art. 103, comma3, hamesso in questione il rapporto tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione militare, regolato in precedenza dall’art. 49 comma 3 c.p.p. del 1930 con la previsione che «Nel caso di connessione fra procedimenti di competenza dell’Autorità giudiziaria ordinaria e procedimenti di competenza … dei tribunali militari, la competenza per tutti appartiene al giudice speciale».

Dopo un’iniziale incertezza (ved. Sez. un. 1° aprile 1948, Gramigna) la giurisprudenza della Cassazione aveva concluso che la disposizione del terzo comma dell’art. 49 cit. era stata abrogata per l’incompatibilità con la disposizione costituzionale e che quindi doveva trovare applicazione la regola generale contenuta nel primo comma dello stesso articolo, a norma del quale «Se i procedimenti connessi appartengono alcuni alla competenza dell’Autorità giudiziaria ordinaria e altri alla competenza dei giudici speciali … è competente per tutti il giudice ordinario» (ved. Sez. un., 12 maggio 1951, Barosini; Sez. un., 17 gennaio 1953, AA. P.M.; Sez. un., 4 luglio 1953, Celestini).

Il rapporto tra le due giurisdizioni ha trovato successivamente una disciplina legislativa più articolata nell’art. 8 l. 23 marzo 1956, n. 167, che ha sostituito l’art. 264 del codice penale militare di pace nei termini seguenti: «[1]Tra i procedimenti di competenza dell’autorità giudiziaria ordinaria e i procedimenti di competenza dell’autorità giudiziaria militare si ha connessione solamente quando essi riguardano delitti commessi nello stesso tempo da più persone riunite o da più persone anche in tempi e luoghi diversi, ma in concorso tra loro, o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre, ovvero delitti commessi gli uni per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne o assicurarne, al colpevole o ad altri, il prezzo, il prodotto o la impunità. – [2] Nei casi preveduti nel comma precedente è competente per tutti i procedimenti l’autorità giudiziaria ordinaria. Non di meno la Corte di cassazione, su ricorso del pubblico ministero presso il giudice ordinario o presso il giudice militare, ovvero risolvendo un conflitto, può ordinare, per ragioni di convenienza, con sentenza, la separazione dei procedimenti. – [3] Il ricorso ha effetto sospensivo».

L’art. 264 c.p.m.p. ha formato oggetto di varie questioni di legittimità costituzionale, che hanno indotto la Corte costituzionale a delineare con successive decisioni la portata normativa dell’art. 103, comma 3, Cost. In sintesi, e per quanto qui interessa, la Corte ha ritenuto che la giurisdizione riconosciuta dalla norma costituzionale in tempo di pace ai tribunali militari non è inderogabile, sicché anche procedimenti che sarebbero di competenza del giudice militare possono essere attribuiti dal legislatore al giudice ordinario, quando gli stessi sono connessi con procedimenti di competenza di questo (C. cost., 8 aprile 1948, n, 29), mentre è escluso che procedimenti di competenza del giudice ordinario possano essere attribuiti al giudice militare per ragioni di connessione.

L’attribuzione al giudice ordinario dei procedimenti di competenza del giudice militare è rimessa alla discrezionalità del legislatore e dunque alla sua valutazione sulle ragioni della connessione e sulla opportunità del simultaneus processus, ed è per questa ragione che è stata ritenuta compatibile con l’art. 3 Cost. la norma dell’art. 264 c.p.m.p., anche se non consentiva la trattazione congiunta davanti al giudice ordinario nei casi di connessione derivanti dal concorso formale o dalla continuazione di reati commessi da persona appartenente alle Forze armate e rientranti alcuni nella cognizione del giudice ordinario e altri a in quella del giudice militare (C. cost., 28 luglio 1976, n. 196; C. cost., 20 maggio 1980, n. 73). Secondo la Corte infatti l’art. 264 c.p.m.p. aveva «dovuto contemperare esigenze diverse ed opposte, entrambe presenti nell’ordinamento giuridico: assicurando, da un lato, la congiunta cognizione dei casi per i quali risultava impossibile o comunque inopportuno mantenere separati i procedimenti; ma anche garantendo, d’altro lato, la competenza del giudice normalmente ritenuto più idoneo a risolvere determinate specie di controversie», nel presupposto della maggiore idoneità del giudice militare a conoscere dei procedimenti normalmente attribuiti alla sua giurisdizione (C.cost., 20 maggio 1980, n. 73).

  1. Il codice di rito vigente ha modificato radicalmente la disciplina della connessione tra reati di competenza del giudice ordinario e reati di competenza del giudice militare, quasi capovolgendola. L’art. 13, comma 2, c.p.p. infatti stabilisce che «Fra reati comuni e reati militari la connessione dei procedimenti opera soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare, avuto riguardo ai criteri previsti dall’art. 16, comma3. Intale caso, la competenza per tutti i reati è del giudice ordinario». Ne risulta così una regolamentazione nella quale, da un lato, rientrano i casi, prima non previsti, del concorso formale e del reato continuato (costituendo ipotesi di connessione comprese nell’art. 12, comma 1, lett. b c.p.p.), relativi a reati comuni e reati militari, ma «soltanto quando il reato comune è più grave di quello militare», e, dall’altro, sono esclusi casi già previsti dall’art. 264 c.p.m.p., come quelli dei delitti commessi da più persone «in concorso tra loro, o da più persone in danno reciprocamente le une delle altre».Gli autori che hanno commentato la nuova disposizione hanno generalmente ritenuto che essa regolasse interamente la materia, con l’effetto di abrogare, a norma dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale, quella precedente dell’art. 264 c.p.m.p., e nello stesso senso si è inizialmente orientata la giurisprudenza della Corte di cassazione. La prima espressione di questo orientamento è rappresentata da Sez. I, 23 novembre 1995, De Marco, che, in presenza di un’imputazione di furto militare aggravato commesso in concorso con un civile, ha ritenuto infondata un’eccezione di difetto di giurisdizione del tribunale militare senza dubitare che ormai la regola sui rapporti tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione militare per ragioni di connessione fosse rinvenibile unicamente nell’art. 13, comma 2, c.p.p. L’attribuzione al tribunale militare del furto militare commesso in concorso con un civile è stata infatti giustificata con la considerazione che «la connessione di procedimenti prevista dall’art. 13 cpv. c.p.p. – che determina l’attribuzione di giurisdizione al giudice ordinario – opera solo nel caso che ci si trovi in presenza di reati comuni e di reati militari e che uno dei reati comuni sia più grave rispetto a quello militare. Diverso – secondo la sentenza – è il caso di un unico fatto delittuoso commesso in concorso da un civile e da un militare, i cui elementi integrano soggettivamente e oggettivamente gli estremi di un reato militare. In tale ipotesi, trattandosi di un unico reato, non opera la connessione prevista dall’art. 13 cpv. c.p.p., che richiede la presenza di più reati diversi». Sez. I, 15 dicembre 1999, Moccia è stata ancora più chiara, con l’affermazione che «l’art. 264 c.p.m.p., modificato dall’art. 8 l. 23 marzo 1956, n. 167, che prevedeva la competenza dell’autorità giudiziaria in caso di concorso di più persone nel reato e di nesso teleologico tra reati, risulta abrogato dalla successiva disposizione del codice di procedura penale del 1988», e nello stesso senso si è espressa anche Sez. I, 3 aprile 1997, X (in Rass. giust. mil., 1997, 111).

    Successivamente però nella giurisprudenza della Corte di cassazione sono emersi orientamenti diversi, esplicitati inizialmente da Sez. I, 21 aprile 2004, Bausone, che decidendo su un conflitto negativo tra giudice ordinario e giudice militare è giunta alla conclusione che la giurisdizione appartenesse al primo per la considerazione che l’art. 264 c.p.m.p. e l’art. 13, comma 2, c.p.p. «disciplinano fattispecie non del tutto omogenee, posto che l’art. 264 riguarda soltanto le ipotesi di delitti e non di reati in genere, come è previsto dall’art. 13, comma 2, c.p.p.» e che «i casi di connessione previsti dal codice militare sono parzialmente diversi da quelli indicati dall’art. 12 c.p.p.».

    Assai più argomentata è Sez. I, 20 gennaio 2005, Cimoli, uguale ad altre tre sentenze pronunciate nella stessa udienza nei procedimenti D’Angelo, Simone e Pisani. Secondo la sentenza Cimoli «la lettura della disposizione del codice rivela inequivocabilmente che il comma 2 dell’art. 13 non ha affatto abrogato l’art. 264 c.p.m.p. e che il suo campo di applicazione è unicamente circoscritto alla delimitazione della vis attractiva nella giurisdizione ordinaria di tutti i casi di connessione prefigurati dall’art. 264… Il coordinamento tra le due disposizioni rende, dunque, evidente che l’art. 13 segna un limite all’operatività della disposizione dell’art. 264 c.p.m.p., nel senso che quest’ultima norma, che sancisce la prevalenza della giurisdizione ordinaria su quella militare, non si applica quando il reato più grave sia quello militare». Secondo la sentenza Cimoli l’art. 13, comma 2, c.p.p. presuppone una pluralità di reati mentre nel caso del concorso di persone «il reato è unico» e si determina una fattispecie che non può essere regolata da tale articolo; perciò, a norma dell’art. 264 c.p.m.p., «deve trovare piena esplicazione la regola generale della devoluzione della cognizione dei procedimenti connessi alla giurisdizione ordinaria, in totale sintonia con la disciplina dell’art. 103, comma 3, Cost.». Per contro la sentenza ha considerato incompatibile con la normativa del nuovo codice la parte finale del secondo comma dell’art. 264 c.p.m.p. (che dava alla Corte di cassazione il potere di «ordinare per ragioni di convenienza, con la sentenza, la separazione dei procedimenti») e l’ha ritenuta «senz’altro abrogata a norma dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale». Con una pronuncia ancora più recente la prima sezione (sent. 3 marzo 2005, Tria) ha ribadito il nuovo orientamento aggiungendo che «il problema dell’abrogazione, totale o parziale, dell’art. 264 non ha decisiva influenza sulla definizione della questione relativa alla giurisdizione in caso di concorso di civili e di militari nello stesso delitto militare, per la precisa ragione che, una volta escluso che tale situazione rientri nell’ambito di operatività dell’art. 13, comma 2, del codice di rito, è inevitabile riconoscere che la soluzione accolta dalla uniforme giurisprudenza di questa Corte discende direttamente dall’art. 103, comma 3, della Carta fondamentale. La piena fondatezza di tale enunciato – secondo la sentenza – risulta evidente quando si considera che la Corte costituzionale ha costantemente affermato la regola della tassatività della giurisdizione speciale e della prevalenza della giurisdizione ordinaria».

  2. Nella giurisprudenza della Corte di cassazione sono emersi dunque tre orientamenti:

1) l’art. 13, comma 2, c.p.p. ha determinato l’abrogazione dell’art. 264 c.p.m.p. e non vi sono casi di attribuzione di procedimenti connessi all’autorità giudiziaria ordinaria diversi da quello in cui «il reato comune è più grave di quello militare»; perciò nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari la giurisdizione rispetto a queste ultime è del giudice militare;

2) l’art. 13, comma 2, c.p.p. non ha determinato l’abrogazione dell’art. 264 c.p.m.p.; le due disposizioni risultano collegate e in applicazione della seconda nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari la giurisdizione per tutte è del giudice ordinario;

3) l’art. 13, comma 2, c.p.p. presuppone una pluralità di reati, comuni e militari, ed è quindi inapplicabile nel caso di concorso nel reato militare di persone civili e di persone militari; in questo caso l’attribuzione al giudice ordinario della giurisdizione rispetto a tutti i concorrenti «discende direttamente dall’art. 103, comma 3, della Carta fondamentale».

  1. Il terzo orientamento tende a semplificare la questione: non sarebbe necessario stabilire se l’art. 264 c.p.m.p. è stato o meno abrogato, perché sarebbe la stessa norma costituzionale a fare escludere la giurisdizione del giudice militare, in favore di quello ordinario, nel caso di concorso di persone nel reato. Questa conclusione però si basa su un’interpretazione dell’art. 103, comma 3, Cost. che non trova fondamento né nella lettera della disposizione, né nella ricostruzione normativa che ne ha fattola Cortecostituzionale. Se si leggono in modo coordinato le diverse decisioni della Corte intervenute nel tempo non può infatti non concludersi che la disposizione costituzionale da un lato non assegna alla giurisdizione dei tribunali militari un carattere di inderogabilità e impedisce l’attribuzione a questa giurisdizione di reati che non siano militari o non siano commessi da appartenenti alle Forze armate, dall’altro però non impone alcuna specifica soluzione nel caso di procedimenti connessi e ne rimette la disciplina alla discrezionalità del legislatore. Del resto se l’interpretazione corretta dell’art. 103, comma 3, Cost. fosse quella indicata da Sez. I, 3 marzo 2005, Tria dovrebbe ragionevolmente prospettarsi una questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, comma 2, c.p.p., perché nel caso della commissione di una pluralità di reati comporta il mantenimento della giurisdizione militare tutte le volte che il reato civile non è più grave di quello militare. I principi che regolano la giurisdizione militare nel caso di connessione di procedimenti sono stati da ultimo ricordati da due decisioni della Corte costituzionale. Nell’ordinanza n. 441 del 1998 la Corte ha chiarito che «l’art. 13, comma 2, c.p.p. – che opera una riduzione dei casi di connessione tra reati comuni e reati militari rispetto alla disciplina prevista dall’art. 49, terzo comma, c.p.p. del 1930 (poi superato dall’art. 8 l. 23 marzo 1956, n. 167, a sua volta sostitutivo dell’art. 264 c.p.m.p. mediante una disciplina che ha privilegiato la vis attractiva del giudice ordinario) – delinea una soluzione normativa non censurabile in quanto espressione di una scelta non irragionevole del legislatore, che si inserisce nell’impostazione di fondo del processo penale in favore della trattazione separata dei procedimenti». E successivamente, nell’ordinanza n. 204 del 2001, la Corte, dopo avere ricordato che i tribunali militari «si caratterizzano per la presenza, a fianco di giudici “togati”, di soggetti estranei alla magistratura idonei a fornire per il possesso di particolari requisiti culturali e professionali, un qualificato contributo alla comprensione delle vicende oggetto del giudizio», ha ribadito che «la disciplina in questione – in forza della quale, fra reati comuni e reati militari, la connessione di procedimenti opera entro circoscritti limiti (e cioè solo quando il reato comune è più grave di quello militare) con attribuzione della competenza per tutti i reati al giudice ordinario – si configura anch’essa come frutto di una scelta discrezionale del legislatore non eccedente i limiti della ragionevolezza, in quanto espressiva di un “bilanciamento” tra le esigenze proprie del giudizio sui reati militari e quelle cui risponde, in via generale, l’istituto della connessione».Deve quindi concludersi che l’orientamento espresso da Sez. I, 3 marzo 2005, Tria è privo di base normativa, dato che il legislatore con l’art. 13 comma 2, c.p.p. ha esercitato correttamente il proprio potere, e che non può farsi riferimento al terzo comma dell’art. 103 Cost. per ampliare la giurisdizione del giudice ordinario superando la previsione della norma processuale, tenuto anche conto dei limiti in cui il sistema processuale tende a privilegiare la riunione dei procedimenti e della particolare idoneità del giudice militare a conoscere dei reati militari. 5. Resta da stabilire se sia stato o meno abrogato l’art. 264 c.p.m.p.

    Dai lavori preparatori del codice emerge chiaramente l’intenzione del legislatore di abrogare tale disposizione e la convinzione di averne determinato l’abrogazione, a norma dell’art. 15 delle disposizioni sulla legge in generale, dal momento che con l’art. 13, comma 2, c.p.p. aveva provveduto a regolare l’intera materia. Sotto questo aspetto è significativa la vicenda dell’art. 210 delle norme di attuazione del codice di rito. Nel progetto preliminare l’articolo corrispondente conteneva un secondo comma che stabiliva: «E’ abrogato l’art. 264 del codice penale militare di pace» ma nel progetto definitivo il comma è stato soppresso «in quanto – si dice – l’articolo 13 del nuovo codice disciplina compiutamente la materia, determinando “ex se” l’abrogazione dell’articolo 264 c.p.m.p.». E che l’art. 13 sia diretto a disciplinare interamente la materia si desume chiaramente dal tenore della rubrica (“Connessione di procedimenti di competenza di giudici ordinari e speciali”), dalla collocazione della disposizione e dal contenuto dei suoi due commi, che fanno emergere una simmetria con l’art. 49 c.p.p. del 1930, sostituito, come si è visto, dall’art. 264 c.p.m.p. per la parte relativa alla connessione tra procedimenti di competenza del giudice militare e procedimenti di competenza del giudice ordinario. Nel progetto preliminare il secondo comma dell’art. 13 c.p.p. stabiliva che «Se alcuni dei procedimenti connessi appartengono alla competenza dei giudici ordinari e altri a quella dei tribunali militari, è competente per tutti il giudice ordinario». Era chiaro quindi che la disposizione disciplinava l’intera materia con una regola semplice: nei casi di connessione di procedimenti è competente per tutti il giudice ordinario. Poi – come si legge nella relazione al testo definitivo del codice – «è stata … apportata una modifica al comma 2, apparendo l’attrazione nella competenza dell’autorità giudiziaria dei reati militari connessi con un reato comune eccessivamente e irragionevolmente limitativa della giurisdizione militare», e «si è perciò ritenuto più opportuno prevedere l’operatività della connessione a favore dell’autorità giudiziaria ordinaria solo quando il reato appartenente alla sua cognizione sia più grave di quello militare».

    Così è venuta meno l’attribuzione al giudice ordinario di tutti i procedimenti connessi, ma ciò non significa che l’art. 13, comma 2, c.p.p. abbia cessato di regolare l’intera materia; significa solo che l’ha regolata in modo diverso sia dal progetto preliminare, sia dall’art. 264 c.p.m.p., limitando al massimo i casi in cui, per effetto della connessione, i procedimenti attribuiti al giudice militare vengono attratti nella sfera di giurisdizione del giudice ordinario. Il codice di rito costituisce la sede naturale per la disciplina della connessione tra procedimenti di competenza di giudici ordinari e di giudici speciali, e l’ha scandita nei due commi dell’art. 13 c.p.p., relativi il primo ai procedimenti di competenza della Corte costituzionale e il secondo a quelli di competenza del giudice militare. Perciò non è pensabile che rispetto al giudice militare il codice si sia limitato a introdurre una disposizione ulteriore, destinata a integrarsi con il preesistente art. 264 c.p.m.p. L’art. 13 c.p.p., come indica la rubrica, è diretto a disciplinare per intero la materia della «Connessione di procedimenti di competenza di giudici ordinari e speciali» e ha conseguentemente determinato l’abrogazione dell’art. 264 c.p.m.p., che in precedenza rispetto al giudice militare aveva la medesima funzione.

  2. Può dubitarsi che la soluzione adottata dal codice vigente sia la più opportuna, che cioè abbia individuato un caso di connessione dei procedimenti effettivamente meritevole più degli altri di una trattazione unitaria. Può opinarsi che maggiori siano le esigenze di trattazione unitaria quando il reato è commesso in concorso da persone militari con persone civili, ma la scelta del legislatore è chiara, così come è chiara l’implicazione abrogatrice dell’art. 264 c.p.m.p. E’ da aggiungere che la tesi dell’integrazione tra le due disposizioni che si sono succedute nel tempo appare insostenibile anche tecnicamente ove se ne considerino attentamente i contenuti normativi. Innanzi tutto non può non rilevarsi che tra i casi di connessione regolati dall’art. 264 c.p.m.p. non rientrano quelli del concorso formale e della continuazione tra reati militari e reati comuni, ai quali si riferisce l’art. 13, comma 2, c.p.p., in collegamento con l’art. 12, lett. b), c.p.p., sicché non può affermarsi, come ha fatto Sez. I, 20 gennaio 2005, Cimoli, che «l’art. 13 segna un limite all’operatività della disposizione dell’art. 264 c.p.m.p., nel senso che quest’ultima norma, che sancisce la prevalenza della giurisdizione ordinaria su quella militare, non si applica quando il reato più grave sia quello militare».Se i casi dell’art. 264 c.p.m.p. sono diversi da quelli dell’art. 13, comma 2, c.p.p. è insostenibile una ricostruzione del sistema che assegna alla seconda disposizione una funzione di limite della prima e se si va più a fondo nella considerazione del contenuto normativo dell’art. 264 c.p.m.p. ci si avvede che questa disposizione oltre che insuscettibile di integrazione nel senso prospettato risulta per alcuni aspetti incompatibile con il codice di rito vigente. L’art. 264 c.p.m.p. aveva, come naturale riferimento dell’epoca, l’art. 45 c.p.p. del 1930, che prevedeva casi di connessione non interamente coincidenti con quelli individuati dall’art. 12 del codice vigente e la sua applicazione comporterebbe l’attribuzione al giudice ordinario di procedimenti che secondo l’attuale normativa non potrebbero neppure considerarsi connessi, come quelli relativi a delitti commessi da più persone in danno reciprocamente le une delle altre o a delitti commessi per far conseguire o assicurare al colpevole o ad altri il profitto o il prezzo di precedenti delitti o l’impunità. In questi casi la conseguenza sarebbe assurda perché si verificherebbe uno spostamento della giurisdizione e una sottrazione del militare al suo giudice naturale in una situazione in cui poi davanti al giudice ordinario non potrebbero operare le regole sulla competenza per connessione o sull’attribuzione dei procedimenti connessi (art. 33 quater c.p.p.), con la possibilità di mantenere separato il procedimento la cui cognizione sarebbe spettata al giudice militare. In realtà le due normative non potrebbero integrarsi ma si sommerebbero, di modo che l’art. 264 c.p.m.p. opererebbe rispetto a casi di connessione non previsti dall’art. 13, comma 2, c.p.p., ai quali si aggiungerebbero i casi del concorso formale di reati e del reato continuato, quando «il reato comune è più grave di quello militare». Un assetto normativo, questo, insostenibile, con un risultato di ampliamento dell’area della giurisdizione militare opposto a quello perseguito dal legislatore, che ha voluto invece salvaguardarla attraverso la separazione dei procedimenti connessi in tutti i casi che non rientrano nella previsione dell’art. 13, comma 2, c.p.p. Il legislatore ha inteso privilegiare il giudice militare specializzato, anche per la particolare composizione collegiale che lo caratterizza, e ha fatto ciò riconoscendo una rilevanza limitata alla connessione, rilevanza che poi, nell’art. 14 c.p.p., per i procedimenti di competenza del tribunale per i minorenni, ha escluso del tutto, in conformità con i principi costituzionali di tutela dei minori.

    Si tratta di una soluzione che, come ha ricordato la Corte costituzionale nell’ordinanza n. 441 del 1998, ben «si inserisce nell’impostazione di fondo del processo penale in favore della trattazione separata dei procedimenti». Il regime di separazione infatti è previsto dall’art. 18 c.p.p. in numerosi casi ed inoltre è l’effetto assai frequente della scelta di un procedimento speciale (come il patteggiamento o il giudizio abbreviato) da parte di alcuni dei coimputati, con la conseguenza, quando ciò si verifica, che i procedimenti vengono definiti separatamente anche se riguardano lo stesso reato, commesso in concorso da più persone. Perciò non può apparire anomala la regola della separazione tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione militare adottata dal codice nel caso di concorso di civili nel reato militare.

  3. Inconclusione deve affermarsi il seguente principio: quando esiste connessione tra procedimenti di competenza del giudice ordinario e procedimenti di competenza del giudice militare, la giurisdizione spetta per tutti al giudice ordinario, a norma dell’art. 13, comma 2, c.p.p., soltanto se, trattandosi di procedimenti per reati diversi, il reato comune è più grave di quello militare, mentre in tutti gli altri casi rimangono separate le rispettive sfere di giurisdizione. Pertanto quando la connessione concerne procedimenti relativi allo stesso reato commesso da militari in concorso con civili il giudice militare mantiene integra nei confronti dei primi la propria giurisdizione. Ciò posto, il primo motivo, con il quale il ricorrente ha eccepito la mancanza di giurisdizione del giudice militare, risulta privo di fondamento
  4. E’ invece fondata la contestazione che il ricorrente, sotto vari profili, ha mosso alla configurazione giuridica data al fatto dai giudici di merito. Secondo l’accertamento dei giudici di merito il ricorrente aveva manipolato il risultato di due gare per la fornitura di mobili e ne aveva determinato l’aggiudicazione attraverso l’acquisizione di altre offerte compiacenti o addirittura false, meno vantaggiose per l’amministrazione. Per effetto di questi artifici l’amministrazione aveva pagato per i mobili un prezzo superiore al valore di mercato e la sentenza impugnata ha ritenuto che nella specie fossero ravvisabili gli elementi previsti dall’art. 215 c.p.m.p., cioè il possesso del denaro, data la «competenza funzionale del militare a disporre il pagamento», e l’appropriazione, «coincidente … con l’emanazione, da parte dell’imputato, di ognuno dei due atti dispositivi per somme “maggiorate” a favore della B.». Per inquadrare giuridicamente la vicenda occorre ricordare che in linea di principio, secondo la giurisprudenza di questa Corte, «la differenza tra il delitto di peculato e quello di truffa va ravvisata nel fatto che nel peculato il possesso è un antecedente della condotta e che gli artifici, i raggiri o la falsa documentazione non incidono sulla struttura del reato, ma servono per occultarlo; ricorre, viceversa, la truffa qualora la condotta fraudolenta sia predisposta al fine di consentire al soggetto agente di entrare in possesso della provvista, in vista della successiva condotta appropriativa» (Sez. VI, 4 giugno 1997, Finocchi, rv. 211009; in senso analogo ved. anche Sez. VI, 21 settembre 1988, Barone, rv. 179604; Sez. VI, 21 gennaio 1989, Acconcia, rv. 183173). Ciò considerato, il fatto nei termini in cui è stato accertato non poteva costituire il reato di peculato militare aggravato, oggetto della condanna (artt. 215 e 47 n. 2 c.p.m.p.), ma rientrava nello schema normativo della truffa militare aggravata (artt. 234 comma 2, n. 1 e 47 n. 2), perché l’atto dispositivo del pagamento e l’acquisizione della differenza tra il prezzo pagato e il valore della merce costituivano l’effetto degli artifici usati dal ricorrente per indurre in errore l’amministrazione militare e procurare all’impresa B. un ingiusto profitto Si tratta di un «fatto commesso in data non successiva al 28 dicembre 1995», per il quale sono state applicate l’attenuante dell’art. 48 comma 2 c.p.m.p. e le attenuanti generiche con valutazione di prevalenza, sicché, tenuto conto della pena prevista per la truffa militare. il reato risulta ampiamente prescritto. Di conseguenza deve pronunciarsi l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il reato è estinto per prescrizione.

PER QUESTI MOTIVI

La Corte di cassazione, qualificato il fatto come truffa aggravata (artt. 234, comma 2, n. 1 e 47, n. 2 c.p.m.p.) e tenuto conto delle già concesse attenuanti valutate prevalenti, annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato estinto per prescrizione.

Così deciso in Roma il 25 ottobre 2005.

Depositata in cancelleria il 10 febbraio 2006.

 

DIRITTO PENALE MILITARE  REATI CONTRO LA PERSONA

 

DIRITTO PENALE MILITARE  REATI CONTRO LA PERSONA
DIRITTO PENALE MILITARE  REATI CONTRO LA PERSONA

 

 

DIRITTO PENALE MILITARE  REATI CONTRO LA PERSONA

 

 

 

Capo III
REATI CONTRO LA PERSONA.

Art. 222. Percosse.

Il militare, che percuote altro militare, se dal fatto non deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione militare fino a sei mesi.
Tale disposizione non si applica, quando la legge considera la violenza come elemento costitutivo o come circostanza aggravante di un altro reato.

Art. 223. Lesione personale.

Il militare che, cagiona ad altro militare una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione militare da due mesi a due anni.
Se la malattia ha una durata non superiore ai dieci giorni, e non ricorre alcuna delle circostanze aggravanti prevedute dagli articoli 583 e 585 del codice penale, si applica la reclusione militare fino a sei mesi.

Art. 224. Lesione personale grave o gravissima.

Se la lesione personale, commessa dal militare a danno di altro militare, è grave, si applica la reclusione da due a sette anni. Se la lesione personale è gravissima, si applica la reclusione da cinque a dodici anni.

Art. 225. Circostanza aggravante e circostanza attenuante.

Nei casi preveduti dai due articoli precedenti, la pena è aumentata da un terzo alla metà, se ricorre alcuna delle circostanze aggravanti indicate nell’articolo 576 del codice penale; ed è aumentata fino a un terzo, se ricorre alcuna delle circostanze aggravanti indicate nell’articolo 577 di detto codice, ovvero se il fatto è commesso con armi o con sostanze corrosive.
Se alcuno dei fatti preveduti dai tre articoli precedenti è commesso a causa d’onore, nelle circostanze indicate nell’articolo 587 del codice penale, si applicano le disposizioni di detto codice, sostituita la pena della reclusione militare alla pena della reclusione.

(1) Per effetto dell’art. 1 Legge n. 442 del 5 agosto 1981, l’art. 587 c.p. è stato abrogato; di conseguenza, il secondo comma dell’art. 225 codice penale militare di pace è ora privo di efficacia.

Art. 226. Ingiuria.

Il militare, che offende l’onore o il decoro di altro militare presente, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione militare fino a quattro mesi.
Alla stessa pena soggiace il militare, che commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.
La pena è della reclusione militare fino a sei mesi, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Art. 227. Diffamazione.

Il militare, che, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende la reputazione di altro militare, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione militare fino a sei mesi.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, o è recata per mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione militare da sei mesi a tre anni.
Se l’offesa è recata a un corpo militare, ovvero a un ente amministrativo o giudiziario militare, le pene sono aumentate.


Art. 228. Ritorsione. Provocazione.

Nei casi preveduti dall’articolo 226, se le offese sono reciproche, il giudice può dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori.
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 226 e 227 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso.

Art. 229. Minaccia.

Il militare, che minaccia ad altro militare un ingiusto danno, è punito, se il fatto non costituisce un più grave reato, con la reclusione militare fino a due mesi.
Se la minaccia è grave, si applica la reclusione militare fino a sei mesi.
Se la minaccia è fatta in uno dei modi indicati nell’articolo 339 del codice penale, la pena è della reclusione militare fino a un anno.

avvocato penale Bologna
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Corte Suprema di Cassazione

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Sez. 1, Sentenza 16.06.2005 – 02.08.2005 n.29211

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. FAZZIOLI Edoardo – Presidente –
Dott. CHIEFFI Severo – Consigliere –
Dott. SILVESTRI Giovanni – Consigliere –
Dott. GRANERO Francantonio – Consigliere –
Dott. CORRADINI Grazia – Consigliere –
ha pronunciato la seguente:

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
1) —————-;
avverso SENTENZA del 01/02/2005 CORTE MILITARE APPELLO di ROMA;
visti gli atti, la sentenza ed il procedimento;
udita in PUBBLICA UDIENZA la relazione fatta dal Consigliere Dott. CORRADINI GRAZIA;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. GARINO Vittorio che ha concluso per l’annullamento senza rinvio perché il fatto non sussiste.
Udito il difensore avv. ROMEO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con sentenza in data 3.12.2003 il Tribunale Militare di Padova dichiarò il Maresciallo dei Carabinieri —————– responsabile del reato di diffamazione militare aggravata, ai sensi degli artt. 227, commi 1 e 2, e 47 n. 2 del codice penale militare di pace, perché, nel redigere il rapporto informativo relativo al militare dipendente ——————-, addetto al ————–, per il periodo dall’11 febbraio al 27 aprile 2000, scriveva che lo stesso era “partigiano, aggressivo, fiacco, con scarsa fiducia in se stesso, ambiguo, con scarsa iniziativa, indeciso non convincente, ossequioso verso i superiori….. altezzoso con gli inferiori“, con le aggravanti di essere militare rivestito di un grado e di avere commesso il fatto in atto pubblico e, concesse le attenuanti generiche, lo condannò alla pena di quattro mesi di reclusione militare con i benefici della sospensione condizionale e della non menzione.
Il Tribunale Militare ritenne che il Maresciallo ——–, nel redigere la scheda valutativa del —–, pur avendo il diritto di elencare i dati, da lui ritenuti negativi, della personalità del sottoposto, fosse peraltro nel caso specifico venuto meno ai propri doveri, volendo dare del Maresciallo —– una immagine strumentalmente falsa, in totale dispregio dei dati in suo possesso che avrebbero dovuto condurre a diverso risultato, posto che il Maresciallo —– aveva sempre avuto la qualifica di eccellente, anche da parte del maresciallo —– per periodi precedenti, senza che nulla fosse allo stesso addebitabile con riguardo al periodo in contestazione, tanto che il primo revisore, Colonnello —–, aveva respinto la valutazione del —– restituendo al —– la qualifica di eccellente.
Il Tribunale Militare respinse nel contempo la tesi difensiva per cui il giudizio negativo sul —– fosse addebitabile ad un calo di rendimento dello stesso e degli altri militari addetti al —–nel periodo in contestazione, con particolare riguardo ad un sequestro eseguito presso la ditta —–, che, ad avviso dei superiori, era stato al contrario gestito con alta professionalità, seguendo le direttive del proprio superiore e della autorità giudiziaria, mentre invece addebitò il rapporto negativo nei confronti del —– alla situazione che si era creata, proprio in quel periodo, all’interno del NAS di Treviso a causa dei comportamenti “pressanti” del —– che, a seguito di una segnalazione da parte dei Marescialli —–, —–e —–, era stato oggetto di una sanzione disciplinare per omessa segnalazione di un incidente stradale occorso con un mezzo della amministrazione e di una denuncia penale per avere dato uno schiaffo al Maresciallo —–. Quanto all’elemento materiale del reato di diffamazione militare, il Tribunale Militare lo individuò nella comunicazione lesiva dell’altrui reputazione insita nel rapporto informativo, che, essendo sottoposto ad una serie di adempimenti formali, doveva essere conosciuto da più persone, mentre, in relazione alla sussistenza dell’elemento psicologico, valorizzò la coscienza e la volontà con cui l’imputato aveva redatto il rapporto destinato ad essere conosciuto da altri con piena consapevolezza dell’attitudine offensiva delle valutazioni contenute nella scheda, senza che nel contempo rilevassero, non essendo previsto il dolo specifico, le ragioni di rivalsa o diverse per cui l’imputato aveva espresso la valutazione negativa sulla scheda del —–.
La Corte Militare di Appello, investita dall’appello dell’imputato che aveva dedotto la mancanza degli elementi costitutivi del reato contestato ed in via subordinata aveva chiesto la esclusione della aggravante dell’atto pubblico, con conseguente declaratoria di non doversi procedere per difetto di richiesta, con sentenza in data 1.2.2005 ha confermato il giudizio di responsabilità dell’imputato in ordine al reato così come contestato, rilevando in particolare che le note caratteristiche avevano natura pacifica di atto pubblico in quanto atto preparatorio di un atto complesso destinato ad essere conosciuto da più persone e da diversi enti, nel cui ambito tutti gli atti preparatori avevano la stessa rilevanza, ai fini penali e potevano essere conosciuti anche dall’interessato, essendo venuta meno la antica riservatezza di cui erano dotati tali atti, ma ha ridotto la pena a due mesi di reclusione militare sostituita con la pena pecuniaria di 3.000 euro.
Ha proposto ricorso per cassazione la difesa dell’imputato lamentando, con tre distinti motivi:
– violazione di legge e difetto di motivazione per avere la Corte d’Appello Militare ritenuto che il giudizio valutativo fosse destinato ad essere comunicato a più persone mentre invece era stato diretto in busta chiusa al solo primo revisore, a norma degli artt. 12, 1 comma e 6, 1 comma, del D.P.R. n. 1431 del 1965 e difettando comunque la volontà da parte dell’imputato della diffusione dello scritto di carattere diffamatorio;
– difetto di motivazione e travisamento dei fatti per avere l’imputato usato esclusivamente la fraseologia prevista dal regolamento;
– erronea interpretazione di legge e difetto di motivazione per avere la Corte di merito ritenuto che le note caratteristiche fossero un atto pubblico benché nella specie fossero state modificate dal primo revisore Colonnello —– con la conseguenza che l’unico atto che poteva avere rilevanza giuridica e valore probatorio all’interno della Amministrazione era quello del primo revisore. Il Procuratore Generale Militare presso questa Corte ha concluso per l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata perché il fatto non sussiste, essendo i termini usati nel rapporto previsti dal regolamento per la valutazione delle qualità dei militari e quindi non offensivi.

MOTIVI DELLA DECISIONE
Il ricorso è infondato.
Quanto al primo motivo, che attiene alla pretesa mancanza del requisito della divulgazione dell’offesa, almeno alla stregua della volontà dell’imputato che avrebbe diretto le note caratteristiche del Maresciallo —– al Primo Revisore perché restassero nella esclusiva disponibilità di costui, occorre rilevare che, in tema di diffamazione, sussiste il requisito della divulgazione dell’offesa, integrato dalla comunicazione con più persone, non solo quando l’agente prenda direttamente contatto con una pluralità di persone, ma anche quando egli comunichi ad una persona una notizia destinata ad essere riferita almeno ad un’altra persona (v. per tutte Cass. 15.3.1993 n. 2432).
Diverso è ovviamente il caso in cui la comunicazione diretta ad una sola persona sia confidenziale e destinata a rimanere segreta nelle intenzioni dell’autore del fatto, non essendo prevista la ipotesi di diffamazione colposa (v. Cass. 12.2.1999 n. 1794), però nel caso in esame le note caratteristiche non erano certamente una notizia confidenziale, in quanto erano destinate ad essere prese in esame dai revisori, ad essere inserite nel fascicolo personale dell’interessato e ad essere utilizzate anche in futuro da tutti i superiori nelle valutazioni successive, che necessariamente dovevano partire da quelle pregresse ed anche per altri fini di ufficio. L’imputato aveva quindi piena coscienza della propalazione dell’offesa poiché la comunicazione a più persone era in re ipsa nel caso di note caratteristiche redatte dal superiore gerarchico e destinate ad essere comunicate, oltre che all’interessato, a numerose persone e cioè, oltre che immediatamente ai revisori, a tutti coloro che avevano l’accesso al fascicolo della persona offesa. Anche il secondo motivo è infondato.
In tema di reato di diffamazione la sfera morale altrui può essere lesa sia con modalità direttamente ed oggettivamente aggressive del diritto all’apprezzamento e alla opinione altrui, sia con modalità che, oggettivamente non lesive, diventino tali per le forme in cui vengono estrinsecate (v. Cass. 25.6.1985 n. 6383 proprio in relazione al reato di diffamazione militare commesso mediante una opposizione ad un trasferimento deciso dal comando superiore nei confronti di un sottufficiale dei Carabinieri).
A tale proposito non rilevano quindi le parole usate e non interessa neppure che siano state utilizzate espressioni non scurrili, contenute nel quadro dei termini da utilizzare per la valutazione delle singole qualità dei militari, poiché non sono soltanto le espressioni scurrili ad essere diffamatorie, mentre invece possono esserle anche altre espressioni oggettivamente non vere e non obiettive che aggrediscono la sfera del decoro professionale ed addirittura anche mere allusioni subdole, poiché ciò che interessa non sono le parole bensì le forme con cui le offese vengono estrinsecate. E ciò è quanto, appunto, è avvenuto nel caso in esame in cui l’imputato ha gravemente offeso la reputazione del Maresciallo —– attribuendogli, con espressioni inaccettabili, caratteristiche professionali lesive del suo onore e decoro e completamente false, sia in relazione alla “storia” professionale dell’interessato, sia con riguardo ad un preteso comportamento erroneo che il —– avrebbe tenuto nel periodo in considerazione, essendo rimasto escluso in tutte le sedi che ciò fosse avvenuto, tanto è vero che al —– è stata restituita la qualifica di eccellente che aveva avuto in precedenza e che meritava anche nel periodo in considerazione.
Quanto infine al terzo motivo è appena il caso di rilevare che le note caratteristiche attraverso cui è avvenuta la diffamazione militare sono certamente atti pubblici, tali essendo, agli effetti della tutela penale, in cui il concetto di atto pubblico è più ampio di quello desumibile dall’art. 2699 cod. civ., non solo gli atti redatti da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni (quale era certamente l’imputato) ma anche addirittura gli atti interni e quelli preparatori di una fattispecie documentale complessa ed addirittura le dichiarazioni del privato al pubblico ufficiale (v. Cass. 13.8.1998 n. 9358). Nè rileva in proposito che successivamente le note caratteristiche del Maresciallo —– siano state modificate dal Revisore Colonnello —– poiché l’atto pubblico resta tale anche se successivamente modificato o abrogato o revocato, dovendosi altrimenti escludere che esista la diffamazione militare commessa in atto pubblico tutte le volte in cui, a seguito della impugnativa del diffamato, l’atto venga riformato o revocato, il che non pare seriamente sostenibile.
Il ricorso deve essere pertanto respinto perché infondato sotto tutti i profili addotti, con le conseguenze di legge in punto di spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 16 giugno 2005.
Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2005

 

 

 

 

PECULATO MILITARE E MALVERSAZIONE MILITARE Capo I  DEL PECULATO E DELLA MALVERSAZIONE MILITARE. 

 

PECULATO MILITARE E MALVERSAZIONE MILITARE

Cass. pen., 16 febbraio 1989

Il reato di peculato militare per distrazione, di cui all’art. 215 c. p. mil. pace (e quello di peculato comune, di cui all’art. 314 c. p.), si consuma in ogni caso di destinazione del bene pubblico a fine diverso da quello specifico originario, né gli scopi o le modalità delle nuove destinazioni impresse dal pubblico ufficiale alle cose sottratte possono escludere la illiceità di un comportamento già esauritosi sotto il profilo penale; e ciò neanche quando si assuma che le nuove destinazioni non abbiano idoneità lesive degli interessi della p. a., giacché, ove ciò si verificasse, dovrebbe parlarsi di ulteriore idoneità lesiva; pertanto, nel caso in cui l’azione abbia ad oggetto una cosa mobile o – come nella specie – automezzi, il fatto che la p. a. ne rientri in possesso dopo l’uso che il pubblico ufficiale ne abbia fatto per fini propri di profitto, se lascia atteggiare diversamente l’entità del danno, non riconduce a comportamento lecito una condotta che aveva già realizzato la lesione del regolare ed ordinato funzionamento dell’attività della p. a., nonché la violazione del dovere incombente sul pubblico ufficiale di non profittare del possesso conferitogli per ragioni di ufficio o di servizio. Cass. pen., 16 febbraio 1989 CPMP, art. 215; CP, art. 314;

Il Tribunale militare e la Procura militare di Verona hanno competenza in ordine ai reati militari commessi nelle regioni Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino Alto-Adige, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna. (art. 55, c.2, Dlgs 66/2010).

Alla previsione di cui sopra deve aggiungersi l’ipotesi contemplata dall’art. 273, c.2, del Codice penale militare di pace, in virtù del quale “La cognizione dei reati commessi in corso di navigazione, su navi o aeromobili militari, è di competenza del Tribunale militare del luogo di stanza dell’unità militare alla quale appartiene l’imputato;

Ai sensi dell’art. 54 del Dlgs 66/2010 il Tribunale militare è formato:

  • da un magistrato militare in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 53, comma 3, che lo presiede;
  • da più magistrati militari in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 53, comma 1, e da almeno un magistrato militare in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 53, comma 2.

Inoltre, il Tribunale militare giudica con l’intervento:

1)     del presidente del Tribunale militare o del presidente di sezione del Tribunale militare che lo presiedono; in caso di impedimento del presidente giudica con l’intervento di un magistrato militare in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 53, comma 2, con funzioni di presidente;

2)     di un magistrato militare in possesso dei requisiti previsti dal comma 1, lettera b), con funzioni di giudice;

3)     di un militare dell’Esercito italiano, della Marina militare, dell’Aeronautica militare, dell’Arma dei Carabinieri o della Guardia di finanza di grado pari a quello dell’imputato e comunque non inferiore al grado di ufficiale, estratto a sorte, con funzioni di giudice. Nessun ufficiale può esimersi dall’assumere ed esercitare le funzioni di giudice.

Non possono comunque essere destinati a tali funzioni:

  1. a) gli ufficiali che svolgono incarichi di Ministro o Sottosegretario di Stato;
  2. b) il Capo di stato maggiore della difesa;
  3. c) il Segretario generale della difesa;
  4. d) i Capi di stato maggiore delle Forze armate e i Comandanti generali dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza;
  5. e)il Direttore generale per il personale militare.

Capo I
DEL PECULATO E DELLA MALVERSAZIONE MILITARE. 

Art. 215. Peculato militare.)

Il militare incaricato di funzioni amministrative o di comando, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso di denaro o di altra cosa mobile, appartenente all’amministrazione militare, se l’appropria, è punito con la reclusione da due a dieci anni.

PECULATO MILITARE E MALVERSAZIONE MILITARE Capo I  DEL PECULATO E DELLA MALVERSAZIONE MILITARE. 
PECULATO MILITARE E MALVERSAZIONE MILITARE Capo I  DEL PECULATO E DELLA MALVERSAZIONE MILITARE.

(1) Con sentenza n. 286 del 9 luglio 2008 la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 215 codice penale militare di pace nella parte in cui si riferisce anche al militare che abbia agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa e, dopo l’uso momentaneo, la abbia immediatamente restituita.

Art. 216. Malversazione a danno di militari.

Il militare incaricato di funzioni amministrative o di comando, che si appropria, o comunque distrae a profitto proprio o di un terzo, denaro o altra cosa mobile, appartenente ad altro militare e di cui egli ha il possesso per ragione del suo ufficio o servizio, è punito con la reclusione da due a otto anni.

per mancanza di lesività, la condotta dell’imputato, che, dopo averne informato il m.llo F. U., della Stazione C.C. di Napoli-Centro, aveva usato l’auto di servizio per non più di trenta minuti, percorrendo una distanza chilometrica trascurabile dovendo recarsi urgentemente presso la propria abitazione per sincerarsi delle condizioni della figlia

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 12 gennaio 2012, n.809 – Pres. Millo – est. Conti

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

Con la sentenza in epigrafe, il Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Napoli dichiarava non luogo a procedere nei confronti di M. G., con la formula ‘perché il fatto non sussiste’, in ordine al reato di cui all’art. 314, comma secondo, cod. pen., contestato al medesimo perché, quale appuntato dei Carabinieri, si appropriava, per farne uso precario, consistito nel rientro in casa e quindi per ritornare in caserma, di un’autovettura militare a lui affidata (in Napoli, il 7 gennaio 2010)

  1. Osservava il G.u.p. che non integrava il reato contestato, per mancanza di lesività, la condotta dell’imputato, che, dopo averne informato il m.llo F. U., della Stazione C.C. di Napoli-Centro, aveva usato l’auto di servizio per non più di trenta minuti, percorrendo una distanza chilometrica trascurabile dovendo recarsi urgentemente presso la propria abitazione per sincerarsi delle condizioni della figlia
  2. Ricorre per Cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, che denuncia la violazione dell’art. 314 cod. pen., osservando che l’imputato, nonostante il divieto del superiore, aveva utilizzato l’auto di servizio per recarsi dal centro di Napoli all’estrema periferia della città, distante diversi chilometri, in luogo di servirsi di mezzi pubblici. Tale condotta integrava, ad avviso dell’ Ufficio ricorrente, il reato contestato.
  3. Il difensore dell’imputato, avv. M. Z., ha depositato memoria, con la quale conclude per la inammissibilità o per il rigetto del ricorso, sostenendo che nella specie, dato il brevissimo tempo dell’uso del veicolo, la pubblica amministrazione non aveva subito alcun danno apprezzabile, e considerato che l’urgenza del caso (notizia che la fiqlioletta di tre anni di età era caduta rovinosamente a terra, battendo la testa) configurava uno stato di necessità.

Si deduce inoltre la inammissibilità del ricorso, perché il ricorrente non ha indicato quale diverso sviluppo probatorio sarebbe stato possibile nell’eventuale dibattimento.

  1. Ad avviso della Corte il ricorso, prospettando censure in punto di fatto, deve essere dichiarato inammissibile.
  2. Il G.u.p, infatti, ha ritenuto provato che l’imputato, mosso da urgenti esigenze familiari, aveva utilizzato l’autovettura di servizio per un tempo trascurabile e per un limitato tragitto, considerando, con valutazione in questa sede non censurabile, che il fatto doveva considerarsi privo di lesività, non essendo stata apprezzabilmente pregiudicata la funzione pubblicistica cui il veicolo era asservito.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

 

 

 

 

 

 

 

IL BULLISMO E’ STALKING   Ciò posto, va ribadito che, ai fini della rituale contestazione del delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. – che ha natura di reato abituale -, non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, n. 7544 del 25/10/2012 – dep. 15/02/2013, C, Rv. 255016).

 

 

 

IL BULLISMO E’ STALKING

 

Ciò posto, va ribadito che, ai fini della rituale contestazione del delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. – che ha natura di reato abituale -, non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, n. 7544 del 25/10/2012 – dep. 15/02/2013, C, Rv. 255016).
Proprio in tale cornice di riferimento, si coglie la giuridica esattezza dei rilievi svolti dalla Corte territoriale, la quale, va aggiunto, non ha affatto escluso l’esistenza di condotte lesive dell’onore – al punto che ha sottolineato un brano della deposizione del Pe., nel quale quest’ultimo ricordava di essere stato offeso per il modo in cui portava i capelli o si comportava – ma solo la contestazione, da parte dell’accusa, di specifici atti ingiuriosi.
Ne discende che è del tutto erronea l’affermazione che si legge in ricorso, secondo cui la Corte territoriale avrebbe ritenuto non dimostrata l’esistenza di reiterati comportamenti lesivi.

 

 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 27 aprile – 8 giugno 2017, n. 28623
Presidente Palla – Relatore De Marzo

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 13/10/2016 la Corte d’appello di Napoli, sezione per i minorenni, ha confermato la decisione di primo grado che, per quanto ancora rileva, aveva condannato alla pena ritenuta di giustizia An. Fa., GI. Co., Cr. Mu. ed Em. Ra., avendoli ritenuti responsabili del reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. in danno di Er. Pe. (capo a), in esso assorbito il reato di cui all’art. 594 cod. pen. (capo b).
    2. Nell’interesse degli imputati è stato proposto ricorso per cassazione, affidato ai seguenti motivi.
    2.1. Con il primo motivo si lamenta inosservanza di norme processuali stabilite a pena di nullità, in relazione agli artt. 417, comma 1, lett. b) e 429, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., per mancata enunciazione in forma chiara e precisa del fatto di cui al capo b).
    2.2. Con il secondo motivo si lamentano vizi motivazionali, per avere la Corte territoriale fondato l’affermazione di responsabilità sulle dichiarazioni rese dalla persona offesa, caratterizzate da genericità nonché dalla mancata collocazione temporale degli episodi e, comunque, non confortate da nessuno dei testi ascoltati e dalla documentazione prodotta.
    2.3. Con il terzo motivo si lamenta violazione di legge, in relazione alla ritenuta sussistenza dell’elemento oggettivo e soggettivo del reato di cui all’art. 612-bis cod. pen., sottolineando l’assenza di dimostrazione della serialità delle condotte e del verificarsi dell’evento di danno richiesto dalla fattispecie incriminatrice.
    2.4. Con il quarto motivo si lamenta inosservanza di norme stabilite a pena di nullità, in quanto nel dispositivo della decisione della Corte territoriale non era stato indicato il numero dei giorni che il giudice di secondo grado si era assegnato per il deposito della sentenza.
    2.5. Con il quinto motivo si lamenta violazione di legge, in relazione all’intervenuta abrogazione del delitto di cui all’art. 594 cod. pen., ritenuto assorbito nel più grave reato di cui all’art. 612-bis cod. pen. dalla decisione di primo grado, poi confermata, in epoca successiva all’entrata in vigore del D.Lgs. n. 7 del 2016, dalla sentenza impugnata.
    2.6. Con il sesto motivo si lamenta inosservanza di norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità, per avere la Corte territoriale posto a fondamento della decisione un documento – il certificato del 25/11/2009 dell’Unità operativa di assistenza riabilitativa della ASL di Caserta – oggetto di “allegazione atipica” agli atti del processo.

Considerato in diritto

  1. Il primo motivo è inammissibile per manifesta infondatezza.
    Al riguardo, si osserva che l’addebito di cui al capo b), sin dalla pronuncia di primo grado, è stato ritenuto assorbito nella fattispecie di cui all’art. 612-bis cod. pen., ossia è stato colto dai giudici di merito come privo di autonomia giuridica, in quanto tradottosi in comportamenti costituenti un mero frammento delle condotte persecutorie.
    Ciò posto, va ribadito che, ai fini della rituale contestazione del delitto di cui all’art. 612-bis cod. pen. – che ha natura di reato abituale -, non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, n. 7544 del 25/10/2012 – dep. 15/02/2013, C, Rv. 255016).
    Proprio in tale cornice di riferimento, si coglie la giuridica esattezza dei rilievi svolti dalla Corte territoriale, la quale, va aggiunto, non ha affatto escluso l’esistenza di condotte lesive dell’onore – al punto che ha sottolineato un brano della deposizione del Pe., nel quale quest’ultimo ricordava di essere stato offeso per il modo in cui portava i capelli o si comportava – ma solo la contestazione, da parte dell’accusa, di specifici atti ingiuriosi.
    Ne discende che è del tutto erronea l’affermazione che si legge in ricorso, secondo cui la Corte territoriale avrebbe ritenuto non dimostrata l’esistenza di reiterati comportamenti lesivi.
    2. Il secondo motivo e il terzo motivo, esaminabili congiuntamente, sono inammissibili per manifesta infondatezza e assenza di specificità.
    Sotto il primo profilo, deve ribadirsi che le regole dettate dall’art. 192, comma 3, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiara Ciò posto, va ribadito che, ai fini della rituale contestazion Ciò posto, va ribadito che, ai fini della rituale contestazione del delitto di cui all‘art. 612-bis cod. pen. – che ha natura di reato abituale -, non si richiede che il capo di imputazione rechi la precisa indicazione del luogo e della data di ogni singolo episodio nel quale si sia concretato il compimento di atti persecutori, essendo sufficiente a consentire un’adeguata difesa la descrizione in sequenza dei comportamenti tenuti, la loro collocazione temporale di massima e gli effetti derivatine alla persona offesa (Sez. 5, n. 7544 del 25/10/2012 – dep. 15/02/2013, C, Proprio in tale cornice di riferimento, si coglie la giuridica esattezza dei rilievi svolti dalla Corte territoriale, la quale, va aggiunto, non ha affatto escluso l’esistenza di condotte lesive dell’onore – al punto che ha sottolineato un brano della deposizione del Pe., nel quale quest’ultimo ricordava di essere stato offeso per il modo in cui portava i capelli o si comportava – ma solo la contestazione, da parte dell’accusa, di specifici atti ingiuriosi.
    Ne discende che è del tutto erronea l’affermazione che si legge in ricorso, secondo cui la Corte territoriale avrebbe ritenuto non dimostrata l’esistenza di reiterati comportamenti lesivi.zioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’Ar., Rv. 253214).
    In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della rilevanza probatoria delle prime.
    Sotto il secondo profilo, la genericità delle dichiarazioni della persona offesa rappresenta una mera asserzione difensiva rispetto alla puntuale sintesi operata dalla sentenza impugnata, nella quale si coglie lo sviluppo temporale e soggettivo della vicenda, caratterizzata dall’intervento del Ra. e di altro soggetto non coinvolto nel presente processo solo nel corso del secondo anno scolastico, dopo che il Fa., il Co. e altro soggetto si erano resi autori delle aggressioni fisiche e delle molestie nel primo anno di frequenza delle scuole superiori.
    Peraltro, alla luce dei principi di diritto sopra ricordati, ben s’intende che le dichiarazioni della persona offesa siano state ritenute solidamente corroborate proprio dal filmato dell’aggressione alla quale partecipa anche il Mu., Del tutto significativamente, i ricorrenti, lungi dal confutare la logicità del percorso argomentativo che sorregge le conclusioni della sentenza impugnata, valorizzano gli elementi probatori che non sono stati acquisiti (l’assenza di consapevolezza dei fatti da parte degli insegnanti o di altri compagni di scuola), ossia elementi negativi, con i quali, peraltro, la Corte territoriale si confronta, sottolineando il clima di connivenza e l’insipienza di quanti, dovendo vigilare sul funzionamento dell’istituzione, non si accorsero di nulla.
    In definitiva, va ricordato che gli aspetti del giudizio che consistono nella valutazione e nell’apprezzamento del significato degli elementi acquisiti attengono interamente al merito e non sono rilevanti nel giudizio di legittimità, se non quando risulti viziato il discorso giustificativo sulla loro capacità dimostrativa, con la conseguenza che sono inammissibili in sede di legittimità le censure che siano nella sostanza rivolte a sollecitare soltanto una rivalutazione del materiale probatorio (di recente, v. Sez. 5, n 18542 del 21/01/2011, Carone, Rv. 250168 e, in motivazione, Sez. 5, n. 49362 del 07/12/2012, Consorte, Rv. 254063).
    Rispetto a siffatta ricostruzione, la tesi del carattere isolato di alcuni episodi risulta del tutto priva di specifico aggancio alle positive risultanze processuali. Quanto, poi, al verificarsi dell’evento del reato, questa Corte torna a rilevare che la prova della causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall’agente ed anche da quest’ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l’evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014, G, Rv. 261535).
    In tale prospettiva, non è dato cogliere alcuna illogicità nelle conclusioni della Corte distrettuale, che ha ricordato un brano estremamente significativo della deposizione della persona offesa, la quale ha riferito che, ormai succube della violenza, dopo un’iniziale tentativo di ribellione, aveva dovuto accettare condotte di sopraffazione “per evitare altre botte”.
    E, del resto, che il Pe. abbia continuato a frequentare la scuola, nonostante il timore di ulteriori molestie (come anche l’assenza di iniziali denunce e di certificati medici), è privo di decisività, alla luce dello stato di soggezione psicologica, sul quale i giudici di merito hanno ampiamente argomentato, e comunque va letto alla luce del finale abbandono dell’istituto teatro delle vicende.
    3. Per ragioni di ordine logico, va poi esaminato il sesto motivo, che è inammissibile, perché non è diretto contro la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale non ha posto a fondamento delle proprie conclusioni, quanto al verificarsi dell’evento del reato, il certificato medico indicato dai ricorrenti, osservando, piuttosto, che la mancanza di prova documentale era del tutto irrilevante, giacché era stata del tutto esauriente la deposizione della persona offesa. E tale conclusione, per quanto detto al punto che precede, è assolutamente coerente con il costante orientamento di questa Corte.
    4. Il quarto motivo è inammissibile per manifesta infondatezza, perché la mancata indicazione del termine per il deposito della motivazione non è previsto come causa di nullità della sentenza dall’art. 546, comma 3, cod. proc. pen.
    5. Il quinto motivo è inammissibile per manifesta infondatezza, dal momento che l’assorbimento dei fatti di ingiuria nel più ampio contesto degli atti persecutori non presuppone affatto, secondo quanto osservato dai ricorrenti, il riconoscimento della sussistenza della penale illiceità dei primi, ma, come detto supra sub 1, l’individuazione delle condotte offensive come frammento obiettivo della fattispecie ritenuta.
    6. L’inammissibilità del ricorso preclude il rilievo della eventuale prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata (Sez. Un., n. 32 del 22/11/2000, De Lu., Rv. 217266).
    Siffatta considerazione consente di superare in radice le questioni, sollevate in sede di discussione dalla difesa, quanto all’estinzione del reato.
    E ciò non senza aggiungere che il termine di prescrizione decorre dal momento della consumazione del reato, la quale coincide non con la cessazione delle condotte, ma, alternativamente, con “l’evento di danno”, consistente nell’alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante stato di ansia o di paura, ovvero con “l’evento di pericolo”, consistente nel fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto (si veda, sia pure ad altri fini, la puntualizzazione di Sez. 5, n. 17082 del 05/12/2014 – dep. 23/04/2015, D.L., Rv. 263330).
    7. La declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione proposto da maggiorenne con riferimento alla decisione di condanna relativa a reati commessi da minorenne non comporta la condanna al pagamento delle spese processuali né al versamento di una somma a favore della cassa delle ammende, trovando applicazione la disciplina di favore dettata dall’art. 29 D.Lgs. n. 272 del 1989 (Sez. 1, n. 26870 del 03/10/2014 – dep. 25/06/2015, S, Rv. 264025).

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi. In caso di diffusione del presente provvedimento, si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del D.Lgs. n. 196 del 2003.

 

 

 

 

FURTO AL SUPERMERCATO E’ AGGRAVATO? ‘

FURTO AL SUPERMERCATO E’ AGGRAVATO? ‘

 

BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA
BANCAROTTA FRAUDOLENTA MILANO PAVIA BERGAMO BRESCIA MONZA

La soluzione così riassunta s’innesta su un orientamento consolidato da numerose pronunce di tenore conforme, ribadito anche da altre successive (tra le tante, Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291; Sez. 5, n. 3807 del 16/06/2016, dep. 2017, Pagano, Rv. 268993; Sez. 5, n. 26749 del 11/04/2016, Ouerghi, Rv. 267266; Sez. 5, n. 6213 del 24/11/2015, dep. 2016, Stepich, Rv. 266096; Sez. 2, n. 18682 del 15/01/2015, Bono, Rv. 263517; Sez. 5, n. 7314 del 17/12/2014, H, Rv. 262745; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep. 2014, Rainart, Rv. 257948; Sez. 6, n. 23108 del 07/06/2012, Antenucci, Rv. 252886), per le quali, poiché la disposizione di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., non pretende necessariamente l’impiego di doti eccezionali applicate nella sottrazione e tali da impedire al derubato di averne contezza, ricorre l’aggravante della destrezza e l’abilità operativa dell’autore del furto nella condotta di chi sottrae beni da un’autovettura lasciata in sosta sulla pubblica via priva di chiusura, oppure da uno studio medico, da una stanza di degenza ospedaliera, da un negozio o da un cantiere edile, estrinsecandosi tale fattispecie nell’approfittamento della condizione disattenta del soggetto passivo, distratto da altre occupazioni o comunque poco concentrato nella sorveglianza dei propri averi.

2.2. A tale linea interpretativa si oppone altro orientamento, il quale esclude la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non provocato dall’attività dell’autore del furto, perché l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o di scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi (Sez. 4, n. 46977 del 10/11/2015, Cammareri, Rv. 265051; Sez. 2, n. 9374 del 18/02/2015, Di Battista, Rv. 263235; Sez. 5, n. 12473 del 18/02/2014, Rapposelli, Rv. 259877; Sez. 5, n. 19344 del 11/02/2013, T.E.M., Rv. 255380; Sez. 5, n. 11079 del 22/12/2009, dep. 2010, Bonucci, Rv. 246888; Sez. 4, n. 14992 del 17/02/2009, Scalise, Rv. 243207; Sez. 4, n. 42672 del 10/05/2007 Aspa, Rv. 238296).

  1. Le Sezioni Unite ritengono di aderire al secondo indirizzo giurisprudenziale.

3.1. La questione interpretativa prospettata è alimentata dall’assenza, nel parametro normativo di riferimento (art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen.), di esplicite definizioni del concetto di ‘destrezza’ e di indicazioni esemplificative.

Appare allora opportuno iniziare la presente disamina da qualche cenno storico, che può contribuire ad agevolare la comprensione del tema.

L’art. 403, primo comma, n. 4, del codice Zanardelli, recependo indicazioni analoghe dei codici preunitari, stabiliva l’aggravamento della pena per il delitto di furto qualora il fatto fosse stato commesso ‘con destrezza sulla persona in luogo pubblico o aperto al pubblico’. Pur nell’assenza di una nozione espressa, era dunque testuale la previsione del duplice requisito dell’applicazione della destrezza nei confronti del soggetto passivo e del compimento dell’azione in luogo accessibile senza limitazioni, nel quale questi non potesse avvalersi di specifici mezzi di protezione dei propri averi, esposti all’altrui aggressione. Il successivo art. 404 prevedeva un aggravamento di pena ancora più marcato per i casi di frode, che dettagliava in un’elencazione di situazioni riguardanti tutte specifiche modalità della condotta.

Il codice Rocco, equiparato il trattamento punitivo con eliminazione della graduazione di crescente severità di sanzione, già stabilita dai previgenti artt. 403 e 404 del codice Zanardelli, ne ha replicato, pur con numerazione più contenuta, l’approccio empirico e la tecnica dell’elencazione casistica; ha mantenuto la individuazione della destrezza quale situazione tipica costituente aggravante, di cui ha ampliato l’ambito applicativo con la soppressione del requisito personale e spaziale; e ha sintetizzato in un’unica fattispecie le categorie della frode, consistente nell’avvalersi ‘di qualsiasi mezzo fraudolento’ (art. 625, primo comma, n. 2).

È la considerazione della destrezza quale elemento normativo elastico, che, per l’assenza nella disposizione di legge che la prevede di contenuti definitori e per i margini di ambiguità che presenta, rimette all’interprete il delicato compito di precisarne il significato e la portata applicativa.

 

 

 

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE – SENTENZA 12 luglio 2017, n.34090 – Pres. Canzio – est. Boni

Ritenuto in fatto

  1. In data 16 marzo 2012, all’interno di un esercizio commerciale, veniva asportato un computer portatile, prelevato dal bancone in un momento di distrazione della titolare e dei clienti presenti. All’individuazione del responsabile nella persona di Q.P. si perveniva mediante la visione delle immagini registrate dall’impianto di videosorveglianza, installato nell’esercizio, che avevano filmato costui nell’atto di scollegare i cavi di alimentazione del dispositivo, collocarlo in una borsa ed allontanarsi dal locale, il tutto con gesti rapidi e circospetti. Il Q. , tratto a giudizio per rispondere del delitto di furto aggravato dall’aver commesso il fatto con destrezza, nel corso del giudizio ammetteva la propria responsabilità.

Il Tribunale di Torino, con sentenza in data 14 aprile 2016, resa all’esito di giudizio abbreviato, ravvisava tutti gli elementi costitutivi della fattispecie contestata, compresa l’aggravante di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen. e condannava l’imputato alla pena di giustizia.

  1. La Corte di appello di Torino, investita del gravame dello stesso Q. , con sentenza resa in data 17 maggio 2016, confermava la pronuncia di primo grado.
  2. Avverso detta decisione ricorre l’imputato per il tramite del difensore, per chiederne l’annullamento sulla base di un unico motivo, col quale deduce violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 546 e 605 cod. proc. pen. ed all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen. quanto alla ritenuta sussistenza della circostanza aggravante dell’aver agito con destrezza.

Si assume che l’imputato non aveva compiuto alcuna azione per creare condizioni favorenti la sottrazione del bene, non enunciate nemmeno nell’imputazione, essendosi egli limitato ad approfittare della distrazione, non provocata, della proprietaria del bene asportato; e si segnala il contrasto giurisprudenziale emerso in merito ai presupposti applicativi della circostanza aggravante della destrezza a ragione della duplicità riscontrabile di orientamenti interpretativi. Pertanto, ai sensi dell’art. 618 cod. proc. pen., si chiede rimettersi la decisione alle Sezioni Unite.

  1. La Quarta Sezione penale, rilevato che la doglianza sollecitava la soluzione di una questione sulla quale si era formato un contrasto interpretativo nella giurisprudenza di legittimità, con ordinanza in data 21 dicembre 2016-17 febbraio 2017, ha rimesso la decisione del ricorso alle Sezioni Unite.
  2. Con decreto in data 21 febbraio 2017, il Primo Presidente ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite, fissando per la trattazione l’odierna udienza pubblica.
  3. Con memoria depositata in data 11 aprile 2017, l’Avvocato generale ha illustrato le proprie conclusioni, chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza impugnata, manifestando adesione alla linea interpretativa più restrittiva, che per poter ravvisare la circostanza di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., esige il compimento di una condotta rivelatrice di particolare capacità fisica o abilità mentale, idonea a eludere il controllo della persona offesa.

Considerato in diritto

  1. Le Sezioni Unite sono chiamate a risolvere la questione di diritto ‘se, nel delitto di furto, la circostanza aggravante della destrezza, prevista dall’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., sia configurabile quando il soggetto agente si limiti ad approfittare di una situazione di temporanea distrazione della persona offesa’.
  2. Sul tema è emerso e si è acuito in tempi recenti un contrasto interpretativo nell’ambito della giurisprudenza di legittimità.

La disposizione di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., considera il furto aggravato, perché commesso ‘con destrezza’, ma non offre indicazioni esplicite e tale carenza definitoria è all’origine del dissenso di opinioni, che ha richiesto l’intervento delle Sezioni Unite e che si registra in riferimento alla possibilità di ravvisarla quando l’agente si limiti ad approfittare di una situazione di distrazione del possessore del bene non intenzionalmente provocata. Il quesito interpretativo non assume valore soltanto sul piano dogmatico, ma riveste rilievo concreto perché la soluzione prescelta incide sul regime di procedibilità dell’azione penale, essendo l’autore del furto aggravato, e non di quello semplice, perseguibile d’ufficio e dipendendo dal riconoscimento della fattispecie aggravata, col conseguente innalzamento dei limiti sanzionatori, la possibilità di applicazione della causa di non punibilità della speciale tenuità del fatto di cui all’art. 131-bis cod. pen..

2.1. Un primo indirizzo di risalente formazione riconosce la circostanza aggravante in esame in ogni situazione in cui l’agente colga l’occasione favorente la realizzazione dell’impossessamento, inclusa la momentanea sospensione da parte della persona offesa del controllo sul bene, perché poco attenta, oppure per essere impegnata, nello stesso luogo di detenzione della cosa o in luogo immediatamente prossimo, a svolgere le proprie attività di vita o di lavoro.

La soluzione così riassunta s’innesta su un orientamento consolidato da numerose pronunce di tenore conforme, ribadito anche da altre successive (tra le tante, Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291; Sez. 5, n. 3807 del 16/06/2016, dep. 2017, Pagano, Rv. 268993; Sez. 5, n. 26749 del 11/04/2016, Ouerghi, Rv. 267266; Sez. 5, n. 6213 del 24/11/2015, dep. 2016, Stepich, Rv. 266096; Sez. 2, n. 18682 del 15/01/2015, Bono, Rv. 263517; Sez. 5, n. 7314 del 17/12/2014, H, Rv. 262745; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep. 2014, Rainart, Rv. 257948; Sez. 6, n. 23108 del 07/06/2012, Antenucci, Rv. 252886), per le quali, poiché la disposizione di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., non pretende necessariamente l’impiego di doti eccezionali applicate nella sottrazione e tali da impedire al derubato di averne contezza, ricorre l’aggravante della destrezza e l’abilità operativa dell’autore del furto nella condotta di chi sottrae beni da un’autovettura lasciata in sosta sulla pubblica via priva di chiusura, oppure da uno studio medico, da una stanza di degenza ospedaliera, da un negozio o da un cantiere edile, estrinsecandosi tale fattispecie nell’approfittamento della condizione disattenta del soggetto passivo, distratto da altre occupazioni o comunque poco concentrato nella sorveglianza dei propri averi.

2.2. A tale linea interpretativa si oppone altro orientamento, il quale esclude la destrezza nella condotta di chi si avvalga di un momento di distrazione o del temporaneo allontanamento dal bene del suo detentore, in entrambi i casi non provocato dall’attività dell’autore del furto, perché l’azione non presenta alcun tratto di abilità esecutiva o di scaltrezza nell’elusione del controllo dell’avente diritto, ma al più l’audacia e la temerarietà di sfidare il rischio di essere sorpresi (Sez. 4, n. 46977 del 10/11/2015, Cammareri, Rv. 265051; Sez. 2, n. 9374 del 18/02/2015, Di Battista, Rv. 263235; Sez. 5, n. 12473 del 18/02/2014, Rapposelli, Rv. 259877; Sez. 5, n. 19344 del 11/02/2013, T.E.M., Rv. 255380; Sez. 5, n. 11079 del 22/12/2009, dep. 2010, Bonucci, Rv. 246888; Sez. 4, n. 14992 del 17/02/2009, Scalise, Rv. 243207; Sez. 4, n. 42672 del 10/05/2007 Aspa, Rv. 238296).

  1. Le Sezioni Unite ritengono di aderire al secondo indirizzo giurisprudenziale.

3.1. La questione interpretativa prospettata è alimentata dall’assenza, nel parametro normativo di riferimento (art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen.), di esplicite definizioni del concetto di ‘destrezza’ e di indicazioni esemplificative.

Appare allora opportuno iniziare la presente disamina da qualche cenno storico, che può contribuire ad agevolare la comprensione del tema.

L’art. 403, primo comma, n. 4, del codice Zanardelli, recependo indicazioni analoghe dei codici preunitari, stabiliva l’aggravamento della pena per il delitto di furto qualora il fatto fosse stato commesso ‘con destrezza sulla persona in luogo pubblico o aperto al pubblico’. Pur nell’assenza di una nozione espressa, era dunque testuale la previsione del duplice requisito dell’applicazione della destrezza nei confronti del soggetto passivo e del compimento dell’azione in luogo accessibile senza limitazioni, nel quale questi non potesse avvalersi di specifici mezzi di protezione dei propri averi, esposti all’altrui aggressione. Il successivo art. 404 prevedeva un aggravamento di pena ancora più marcato per i casi di frode, che dettagliava in un’elencazione di situazioni riguardanti tutte specifiche modalità della condotta.

Il codice Rocco, equiparato il trattamento punitivo con eliminazione della graduazione di crescente severità di sanzione, già stabilita dai previgenti artt. 403 e 404 del codice Zanardelli, ne ha replicato, pur con numerazione più contenuta, l’approccio empirico e la tecnica dell’elencazione casistica; ha mantenuto la individuazione della destrezza quale situazione tipica costituente aggravante, di cui ha ampliato l’ambito applicativo con la soppressione del requisito personale e spaziale; e ha sintetizzato in un’unica fattispecie le categorie della frode, consistente nell’avvalersi ‘di qualsiasi mezzo fraudolento’ (art. 625, primo comma, n. 2).

È la considerazione della destrezza quale elemento normativo elastico, che, per l’assenza nella disposizione di legge che la prevede di contenuti definitori e per i margini di ambiguità che presenta, rimette all’interprete il delicato compito di precisarne il significato e la portata applicativa.

La formulazione testuale dell’art. 625 cod. pen. e la funzione di aggravamento del trattamento punitivo autorizzano l’affermazione che, se commesso con destrezza, il fatto di reato è qualificato da una o da talune modalità dell’azione che trascendono l’attività di impossessamento, necessaria per la consumazione del delitto. A fronte della configurazione legale tipica del furto semplice, che postula già di per sé, anche secondo la comune accezione e nella dimensione etimologica del termine, un comportamento predatorio nascosto, celato, non evidente, attuato in modo da evitarne la scoperta, il furto con destrezza si caratterizza per l’esecuzione dell’azione in modo tale da superare quella configurazione, sicché la modalità destra della condotta realizza un quid pluris rispetto all’ordinaria materialità del fatto di reato.

L’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale, partendo dal significato di destrezza, che nel linguaggio comune individua l’accortezza, la rapidità, l’agilità e la prestanza nel compiere una determinata azione, ma anche la qualità psichica del saper superare le difficoltà e raggiungere l’obiettivo prefissatosi, e riferendo tali concetti al contesto giuridico ed al furto, ha individuato nella destrezza un elemento specializzante della fattispecie base e vi ha attribuito il significato di abilità motoria e sveltezza intese in senso fisico, oppure di avvedutezza e scaltrezza, quali doti intellettive, in entrambi i casi applicate e manifestate nel compiere l’impossessamento del bene altrui in modo tale da eludere, sviare, impedire la sorveglianza da parte del possessore e da rendere più insidiosa ed efficace la condotta.

3.2. La Suprema Corte, sin dai suoi arresti più risalenti, ha assegnato alla destrezza il significato di abilità o sveltezza personale dell’attività esplicata dall’agente prima o durante l’impossessamento, talvolta definite particolari, speciali, straordinarie, ma comunque connotate dall’idoneità ad eludere la normale vigilanza dell’uomo medio sul bene. L’analisi delle situazioni concrete, oggetto di pronunciamento, fa emergere che la capacità operativa, tale da integrare la destrezza, è stata riconosciuta in condotte tipicamente improvvise e repentine, come nel comportamento chiamato per prassi borseggio, nel quale l’agente riesce con gesto rapido ed accorto a porre in essere tutte le cautele necessarie per evitare che la persona offesa si renda conto dell’asportazione in atto dalla sua persona o dai suoi accessori (Sez. 2, n. 946 del 16/04/1969, Reibaldi, Rv. 112022; Sez. 2, n. 6728 del 17/03/1975, Principessa, Rv. 130813), ma anche quando la modalità esecutiva sia astuta, avveduta e circospetta, presenti un connotato più psicologico che fisico, sempre che sia in grado in astratto di superare il controllo e la vigilanza esercitata dalla persona offesa (Sez. 2, n. 6027 del 23/01/1974, Cardini, Rv. 127987).

Alla formulazione di tale orientamento hanno contribuito sollecitazioni dottrinali ed il dato storico della già ricordata eliminazione dal testo dell’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., della specificazione, presente nella simmetrica disposizione contenuta nell’art. 403, primo comma, n. 4, del codice Zanardelli, che l’uso della destrezza deve rivolgersi contro la persona. Da tali premesse si è dedotta l’irrilevanza, per la definizione normativa della fattispecie aggravata in esame, della direzione della destrezza e si è ammesso che la condotta destra possa investire tanto la persona del derubato, come nel caso del borseggio, quanto direttamente il bene sottratto se non si trovi sul soggetto passivo ma sia alla sua portata e questi eserciti la vigilanza sullo stesso, anche se non a stretto contatto fisico (Sez. 2, n. 2016 del 15/11/1972, Fracassi, Rv. 124003; Sez. 2, n. 4781 del 21/02/1972, Bianco, Rv. 121503).

Nella riflessione esegetica sviluppatasi dai citati arresti la destrezza ha dunque perduto la connotazione puramente fisica per assumere una dimensione psicologica, che pone al servizio dell’attività criminosa doti di avvedutezza, accortezza, attenzione ed astuzia, capaci con ancor maggiore insidiosità di sorprendere la vigilanza sul bene. È comunque stata avvertita l’esistenza di un nesso di interdipendenza tra abilità dell’agente, di qualunque natura essa sia, e sorveglianza della persona offesa sulla res, postulando l’aggravante entrambi i requisiti, che restano privi di rilevanza se isolatamente considerati: l’abilità rileva non quale particolare capacità operativa in sé del soggettivo attivo ma perché idonea ad evitare o attenuare la vigilanza della persona offesa ed in grado di minorarne ed attenuarne la difesa del patrimonio; il controllo sul bene da parte del possessore non è di per sé qualificante, perché elemento costitutivo della fattispecie, comune anche ad altre circostanze aggravanti del furto, come per l’uso del mezzo fraudolento o nell’uso della violenza, e va riferito ad un livello di normalità parametrato sull’uomo medio, quindi valutabile in astratto, sicché per poter configurare l’aggravante non è richiesto che l’agente riesca a superarla, conseguendo il risultato di non destare l’attenzione della persona offesa.

Inoltre, per configurare la circostanza aggravante in esame si è ritenuto che la norma di riferimento non esiga un’abilità eccezionale o straordinaria, né la sicura e dimostrata efficienza del gesto esecutivo, che potrebbe anche essere percepito dalla parte lesa o da terzi, né il conseguimento di un risultato appropriativo concreto, dipendente dalla manovra qualificabile come destra, in modo tale da riconoscere la circostanza quando dalle modalità agili o astute di commissione discenda il compimento del furto con successo, e da negarla quando il derubato, nonostante l’abilità operativa dell’agente, si sia accorto dell’azione criminosa nell’atto della sua perpetrazione. L’atteggiamento soggettivo della vittima e la sua eventuale percezione del reato in corso di realizzazione sono dunque privi di rilievo, potendo al più far arrestare l’azione al livello esecutivo del tentativo (Sez. 2, n. 445 del 08/06/1973, dep. 1974, Buonanno, Rv. 125990).

Le puntualizzazioni concettuali richiamate danno conto della ratio della circostanza aggravante: il fatto criminoso presenta più marcato disvalore perché l’altrui patrimonio è oggetto di aggressione compiuta con modalità più efficaci in quanto rapide, agili, oppure scaltre ed avvedute, dimostrative di incrementata pericolosità sociale ed in grado di menomare la difesa delle cose. Il rilievo, se da un lato illumina sul contenuto di antigiuridicità dell’aggravante, dall’altro non scioglie il nodo interpretativo che pongono le situazioni in cui l’agente non determini la disattenzione della persona offesa, frutto di causa diversa ed autonoma dal suo operato.

  1. Va premesso che nel panorama delle decisioni di legittimità ha ricevuto concorde soluzione il caso in cui la distrazione della vittima è provocata dall’agente o da suoi complici, anche se non imputabili, come nel caso di minori in giovane età, che creino azioni di disturbo, oppure impegnino l’attenzione della persona offesa, concentrandola in un punto o in comportamento specifico per distoglierla dalla vigilanza sul proprio bene. Si è riconosciuta la destrezza per l’approfittamento di una condizione favorevole appositamente creata per allentare la sorveglianza e neutralizzarne gli effetti (Sez. 2, n. 658 del 17/03/1970, De Silvio, Rv. 117339; Sez. 3, n. 35872 del 08/05/2007, Alia, Rv. 237285; Sez. 4, n. 13074 del 17/03/2009, Alafleur, Rv. 243876; Sez. 5, n. 10144 del 02/12/2010, Bobovicz, Rv. 249831; Sez. 5, n. 640 del 30/10/2013, dep. 2014, Rainart, Rv. 257948).

Tali situazioni presentano l’unico tema problematico della distinzione della circostanza aggravante della destrezza da quella dell’uso del mezzo fraudolento: in contrasto con quanto affermato da alcune autorevoli voci dottrinali, e con l’avvertenza che le soluzioni prescelte erano condizionate dalle caratteristiche del caso concreto, come ricostruito in sede di merito, si è affermata (Sez. 4, n. 21299 del 12/04/2013, Gabrieli, Rv. 255294; Sez. 5, n. 10144 del 02/12/2010, dep. 2011, Bobovicz, Rv. 249831; Sez. 2, n. 8071 del 20/03/1973, Valverde, Rv. 125454), la loro piena compatibilità. Esse descrivono, infatti, modelli di agente prossimi, ma non coincidenti, dal momento che la prima circostanza si caratterizza per la rapidità dell’azione nell’impossessamento, non potuto percepire dalla persona offesa appositamente distratta, la seconda per la particolare scaltrezza nell’attività preparatoria, concertata ed attuata mediante qualche comportamento richiedente la presenza del possessore, idonea ad eluderne la vigilanza ed i mezzi approntati a difesa dei suoi beni.

  1. Ben diversa è la situazione concreta che si presenta quando l’agente non operi per creare le condizioni favorevoli alla sottrazione, ma si limiti a percepirle nella realtà fenomenologica a lui esterna ed a volgerle a proprio favore, inserendovi la propria azione appropriativa del bene altrui.

L’opinione favorevole a qualificare come destra siffatta condotta fa leva sulla ricostruzione dell’istituto come non richiedente nel soggetto attivo un’abilità eccezionale e straordinaria, per effetto della quale il derubato non abbia modo di accorgersi della sottrazione (Sez. 2, n. 1022 del 11/10/1978, Montariello, Rv. 140954) e, nell’assenza di puntuali definizioni normative, ritiene l’aggravante integrata dall’impiego di qualsiasi modalità idonea ad eludere l’attenzione del soggetto passivo sulla commissione del reato. L’indeterminatezza dell’idoneità dell’azione autorizza a ravvisare la destrezza anche nell’approfittamento in sé di una momentanea distrazione del derubato o nel suo temporaneo allontanamento dal bene, senza che alcuna importanza possa attribuirsi all’essere essi stati causati dall’agente, poiché rileva solo lo ‘stato di tempo e di luogo tale da attenuare la logica attenzione della parte lesa nel mantenere il dominio ed il possesso sulla cosa’ (Sez. 2, n. 7416 del 28/01/1977, Iorio, Rv. 136169; Sez. 2, n. 335 del 04/07/1986, dep. 1987, Di Renzo, Rv. 174825; Sez. 5, n. 20954 del 18/02/2015, Marcelli, Rv. 265291). Si valorizza dunque la capacità dell’agente di comprendere il contesto fattuale in cui interviene e le dinamiche delle azioni altrui, nonché di sfruttare, con prontezza di reazione e di decisione, le opportunità favorevoli a superare la normale vigilanza dell’uomo medio ed a realizzare l’impossessamento, perché tale condotta è compiuta grazie all’approfittamento delle vantaggiose opportunità del momento, anche se non provocate, e rivela la maggiore pericolosità del reo.

5.1. Siffatta impostazione non convince per una pluralità di concorrenti ragioni.

Le Sezioni Unite ritengono che, non offrendo soluzioni immediate il criterio prioritario dell’interpretazione letterale della norma, si debba fare ricorso al canone ermeneutico logico e sistematico e quindi a quello teleologico, che integrano il senso delle espressioni linguistiche mediante la considerazione coordinata del testo della previsione normativa nell’ambito del sistema normativo in cui esso è collocato e della sua ratio.

La concretizzazione del concetto di destrezza può ricavarsi in primo luogo dal raffronto sistematico con la fattispecie basilare del furto non aggravato come delineata dal legislatore all’art. 624 cod. pen.. Se effettivamente la disposizione dell’art. 625 cod. pen. non pretende perché si configuri la destrezza che l’autore del furto faccia ricorso a doti di eccezionale o straordinaria abilità, che la dottrina definisce ‘virtuosismo criminale’, ciò nonostante la modalità della condotta destra deve esprimersi in un quid pluris rispetto all’ordinaria materialità del fatto di reato, che si aggiunga a quanto ordinariamente richiesto per porre in essere la condotta furtiva, consistente nella sottrazione della cosa e nel conseguente suo impossessamento, che identificano l’essenza della fattispecie di asportazione unilaterale e qualificano il suo disvalore. In altri termini, la modalità esecutiva, per dare luogo all’aggravante, deve potersi distinguere dal fatto tipico, che realizza il furto semplice, deve rivelare un tratto specializzante ed aggiuntivo rispetto agli elementi costitutivi della fattispecie basilare, costituito dall’abilità esecutiva dell’autore nell’appropriarsi della cosa altrui, che sorprenda o neutralizzi la sorveglianza sulla stessa esercitata e disveli la sua maggiore capacità criminale e la più efficace attitudine a ledere il bene giuridico protetto.

Considerato in base a tale criterio, il mero prelievo di un oggetto dal luogo ove si trova – sia esso un’abitazione privata, un esercizio di vendita o ambiente di lavoro, un ufficio pubblico, un veicolo in sosta privo di chiusure e protezioni attuato in un momento di altrui disattenzione, che offre l’occasione favorevole all’apprensione per la possibilità di avvicinamento e di asportazione nella mancata e diretta percezione da parte del possessore, non in grado di interdire l’azione perché altrimenti impegnato o assente, non integra la fattispecie circostanziata in esame perché non richiede nulla di più e di diverso da quanto necessario per consumare il furto. In tali situazioni, per conseguire il risultato appropriativo l’agente non deve fare ricorso a particolare abilità, né intesa quale agilità o rapidità motoria né quale sforzo psichico nell’applicazione di astuzia o avvedutezza nello studio dei luoghi e del derubato e nel distoglierne il controllo sulla cosa. Compresi il contesto fattuale e la distrazione della vittima grazie alle ordinarie facoltà intellettive, che consentono di avere consapevolezza degli ordinari accadimenti della vita quotidiana, la condotta si esaurisce nel gesto necessario, in quelle condizioni, a realizzare l’impossessamento senza esplicare un particolare impegno esecutivo, né agire sull’attenzione altrui.

Ne discende che il furto di un bene perpetrato da chi colga a proprio vantaggio l’occasione propizia offerta dall’altrui disattenzione, non artatamente e preventivamente cagionata, non presenta i caratteri della destrezza, ossia dell’elemento strutturale della fattispecie di furto circostanziato, tipizzato dall’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., configurabile soltanto quanto il soggetto attivo si avvalga di una particolare capacità operativa, superiore a quella da impiegare per perpetrare il furto, nel distogliere o allentare la vigilanza sui propri beni, esercitata dal detentore.

5.2. Sempre sul piano sistematico ritengono le Sezioni Unite che utili argomenti per la soluzione del quesito giuridico siano rinvenibili nella disposizione contenuta nell’art. 625, primo comma, n. 6, cod. pen., che qualifica come ulteriore circostanza aggravante l’essere stato il furto ‘commesso sul bagaglio dei viaggiatori in ogni specie di veicoli, nelle stazioni, negli scali o banchine, negli alberghi o in altri esercizi ove si somministrano cibi o bevande’. La norma prende in considerazione la particolare condizione del soggetto passivo quando si sposti dalla dimora o residenza abituale verso altra località e debba affrontare la difficoltà di portare con sé degli oggetti, a servizio delle proprie necessità, comodità o utilità personali, anche inerenti all’attività lavorativa o alle finalità del viaggio, costituenti il bagaglio che ha l’esigenza di trasportare mediante un qualsiasi mezzo di locomozione in luoghi ove si concentra una moltitudine di altre persone. Il legislatore ha inteso assegnare uno specifico rilievo nella considerazione dell’incrementata gravità della condotta spoliativa al suo compimento in situazioni di affollamento, confusione ed estraneità del luogo, che nella vittima possono provocare disorientamento ed il possibile allentamento dell’usuale livello di controllo su quanto condotto con sé come bagaglio, con la conseguente più difficoltosa e meno efficace sua sorveglianza, che ne agevola l’asportazione da parte di chi, trovatosi sul mezzo di trasporto o nel punto di sosta, approfitti dell’opportunità favorevole per perpetrare il furto.

Con l’assegnazione al delitto commesso in danno di viaggiatori di un autonomo rilievo quale elemento accidentale il legislatore ha inteso valorizzare i contesti concreti che nella realtà degli accadimenti quotidiani facilitano la distrazione del detentore, perché concentrato sulle implicazioni del viaggio, e l’asportazione dei suoi beni ad opera di chi, senza avere provocato la condizione di attenuata difesa del patrimonio, volga quello stato di fatto a proprio vantaggio per appropriarsi del bagaglio.

La conseguenza che deve trarsene è che, nelle valutazioni del legislatore, lo stato di disattenzione della vittima, autonomamente insorto, e l’approfittamento dello stesso quale condizione favorente l’aggressione al suo patrimonio sono stati già considerati elementi strutturali della fattispecie tipica di furto aggravato ai sensi del n. 6 del primo comma dell’art. 625 cod. pen. e non possono dar luogo, in differente contesto fattuale, all’autonoma e diversa circostanza aggravante dell’aver agito con destrezza.

5.3. Alle medesime conclusioni si perviene se si esamina l’aggravante in riferimento al bene giuridico protetto ed alla sua offesa, che costituisce il fondamento giustificativo dell’incriminazione. Perché si realizzi la fattispecie circostanziale il fatto di reato deve presentare una modalità attuativa caratterizzata da un’incrementata capacità di ledere il bene protetto, che dia conto delle ragioni dell’aggravamento della punizione del suo autore.

Sul punto si ritiene di dare seguito alla linea interpretativa già espressa dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 40354 del 18/07/2013, Sciuscio, Rv. 255974, in riferimento alla circostanza aggravante dell’uso del mezzo fraudolento, di cui all’art. 625, primo comma, n. 2, cod. pen., che presenta significative assonanze con la destrezza, implicando anch’essa un grado più intenso di capacità appropriativa, rivelata dalle specifiche modalità dell’azione di aggressione dell’altrui patrimonio. In quella autorevole sede si è condotta la disamina della norma incriminatrice in base al principio di offensività, nel quale si riassume l’esigenza dell’ordinamento che il comportamento umano che infrange il precetto penale realizzi un evento naturalistico, ma anche una lesione al bene della vita tutelato dal comando violato.

Assume rilievo, per le ricadute sulla soluzione del quesito all’esame, l’estensione del principio di offensività alle circostanze del reato, che ha già trovato avallo nella giurisprudenza costituzionale (Corte cost., sent. n. 249 del 2010, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 61, primo comma, n. 11-bis, cod. pen., e sent. n. 251 del 2012, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 69, quarto comma, cod. pen., nella parte in cui vieta la prevalenza della circostanza attenuante di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990, sulla recidiva di cui all’art. 99, quarto comma, cod. pen.), ossia a quegli elementi accidentali che si aggiungono al fatto di reato tipico di base e ne accrescono il disvalore, per tale ragione soggetto a punizione più severa.

AVVOCATO PENALE
AVVOCATO PENALE

Riferendo i medesimi criteri al furto con destrezza, qualificato da una condotta spoliativa attuata con particolare ingegno, astuzia e scaltrezza e da una risposta punitiva gravosa, che sanziona più seriamente le condizioni di minorata difesa delle cose di fronte all’abilità dell’agente, deve concludersi che, per ravvisare l’aggravante, è necessario che l’agire non si limiti alla mera sottrazione del bene, pur facilitata dall’altrui disattenzione o dalla momentanea assenza, ma riveli connotati di capacità ed efficienza offensiva che incrementino le possibilità di portarlo a compimento ed offendano più seriamente il patrimonio.

Se il furto si realizza a fronte della distrazione del detentore, o dell’abbandono incustodito del bene, anche se per un breve lasso di tempo, che non siano preordinati e cagionati dall’autore, né accompagnati da altre modalità insidiose e abili che ne divergono l’attenzione dalla cosa, il fatto manifesta la sola ordinaria modalità furtiva, inidonea a ledere più intensamente e gravemente il bene tutelato ed è privo dell’ulteriore disvalore preteso per realizzare la circostanza aggravante e per giustificare punizione più seria.

Merita dunque condivisione l’orientamento che propugna una nozione più restrittiva di destrezza.

Assegnare valore qualificante alla sola prontezza nell’avvalersi della situazione favorevole comunque creatasi significherebbe valorizzare la componente soggettiva del reato e la pericolosità individuale, ponendo in secondo piano la materialità del fatto come concretamente offensivo del bene giuridico, in contrasto col principio di cui all’art. 25, secondo comma, Cost., che, menzionando il fatto commesso, esclude che il reato possa essere considerato in termini di sola rimproverabilità soggettiva e con la stessa natura oggettiva della circostanza.

  1. All’esito della disamina dell’istituto, compiuta con criterio storico-sistematico e teleologico, può dunque formularsi il seguente principio di diritto:

‘La circostanza aggravante della destrezza di cui all’art. 625, primo comma, n. 4, cod. pen., richiede un comportamento dell’agente, posto in essere prima o durante l’impossessamento del bene mobile altrui, caratterizzato da particolare abilità, astuzia o avvedutezza, idoneo a sorprendere, attenuare o eludere la sorveglianza sul bene stesso; sicché non sussiste detta aggravante nell’ipotesi di furto commesso da chi si limiti ad approfittare di situazioni, dallo stesso non provocate, di disattenzione o di momentaneo allontanamento del detentore dalla cosa’.

  1. I rilievi sopra svolti inducono ad escludere che nella condotta del Q. , esauritasi nel prelievo del computer portatile dal bancone del locale ove era collocato in un momento in cui la proprietaria era impegnata a servire altri clienti, siano ravvisabili gli estremi della destrezza nell’accezione sopra enunciata.

Ne consegue che, trattandosi dell’unica circostanza aggravante ascritta al Q. e non essendo stata proposta querela, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio perché l’azione penale non doveva essere iniziata per difetto della suddetta condizione di procedibilità.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché, esclusa l’aggravante della destrezza, l’azione penale non doveva essere iniziata per mancanza di querela.

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  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Argelato Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Argelato
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Baricella Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Baricella
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Bentivoglio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bentivoglio
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Borgo Tossignano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti  Borgo Tossignano
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Budrio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Budrio
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Calderara di Reno Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Calderara di Reno
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Camugnano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,Camugnano
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Casalecchio di Reno Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Casalecchio di Reno
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Casalfiumanese Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel d’Aiano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel del Rio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel di Casio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel Guelfo di Bologna Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel Maggiore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalista Castelmaggiore
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castel San Pietro Terme Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,castel San Pietro terme
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castello d’Argile Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna  Castello D’Argile
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castenaso Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna, Castenaso
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Castiglione dei Pepoli Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Crevalcore Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Dozza Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Fontanelice Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Gaggio Montano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Galliera Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Granaglione Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Granarolo dell’Emilia Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,granarolo dell’Emilia
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Grizzana Morandi Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Imola Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna,Imola
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Lizzano in Belvedere Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Loiano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Malalbergo Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Marzabotto Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Medicina Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Minerbio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Molinella Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Monghidoro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Monte San Pietro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Monterenzio Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
  17.          Avvocato a Bologna

Monzuno Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Mordano    Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

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  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
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  7.          Difesa penale imputati
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  15.          Processo minorile
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Ozzano dell’Emilia  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

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Pianoro   Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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4) Reati fallimentari
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
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Pieve di Cento Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
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Porretta Terme  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
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  5.          Rito abbreviato
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  12.          Appello penale
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Sala Bolognese Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
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6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
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8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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  7.          Difesa penale imputati
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  11.          Patteggiamento
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  16.          Reato di stalking
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San Benedetto Val di Sambro Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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San Giorgio di Piano Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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San Giovanni in Persiceto  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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San Lazzaro di Savena   Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
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San Pietro in Casale  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

Altri Servizi Proposti:

  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
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  11.          Patteggiamento
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  13.          Ricorso per cassazione penale
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  15.          Processo minorile
  16.          Reato di stalking
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Sant’Agata Bolognese  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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  5.          Rito abbreviato
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  7.          Difesa penale imputati
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  11.          Patteggiamento
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Sasso Marconi   Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
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  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
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  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
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Valsamoggia  Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
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5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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  1.          Avvocati penalisti Bologna
  2.          Studio legale penale a Bologna
  3.          Decreto penale di condanna
  4.          Opposizione decreto penale di condanna
  5.          Rito abbreviato
  6.          Richiesta Risarcimento danni
  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
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  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
  13.          Ricorso per cassazione penale
  14.          Ricorsi tribunale del riesame
  15.          Processo minorile
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Vergato    Lo studio si occupa della difesa di:
1) Reati contro la persona e contro la libertà sessuale
2) Reati contro il patrimonio
3) Responsabilità professionale medica
4) Reati fallimentari
5) Reati in materia di sostanze stupefacenti
6) Reati contro l’onore e diffamazione a mezzo stampa
7) Reati in materia di circolazione stradale
8) Reati contro la pubblica amministrazione (esempio corruzione, peculato concussione ecc)
9) Reati contro l’amministrazione della giustizia (ad esempio calunnia, simulazione di reato ecc)

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  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
  10.          Diritto penale Bologna
  11.          Patteggiamento
  12.          Appello penale
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Zola Predosa      Lo studio si occupa della difesa di:
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  7.          Difesa penale imputati
  8.          Difesa penale indagati
  9.          Difesa penale Bologna
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